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«Sì», rispose masticando la bistecca. Era già a buon punto:
tranne la cheesecake, aveva spazzolato tutto.
Gli diedi una pacca sulla spalla e proseguii verso il banco del
bar. Presi tre bicchieri di plastica, ne riempii due con acqua
e ghiaccio e il terzo di tè freddo, poi preparai la Coca- Cola
Cherry per Dalton.
Phaedra arrivò dalla cucina e osservò corrucciata la fami- glia in
attesa davanti alla postazione di Kirby. «C’è gente che aspetta?»
domandò asciugandosi le mani nel canovaccio che aveva legato
in vita a mo’ di grembiule.
Nata e cresciuta a Colorado Springs, aveva conosciuto Chuck
a un concerto. Lei era già una vera hippy e lui cercava di
diventarlo. Avevano poi partecipato insieme ai sit-in per la
pace e adesso possedevano il locale più popolare del centro.
Secondo le recensioni su Urbanspoon il Bucksaw Café era il
miglior ristorante della città, eppure quando vedeva dei clienti
in attesa Phaedra si innervosiva.
«Per offrire un buon servizio ci vuole il suo tempo. È un bene
avere tanto lavoro», le feci notare miscelando il mio sciroppo
di ciliegia speciale con la Coca-Cola.
Phaedra aveva lunghi capelli sale e pepe raccolti in uno chignon,
la pelle olivastra e una ragnatela di rughe attorno agli occhi.
Benché fosse un soldo di cacio, bastava darle uno sguardo per
capire che quando si arrabbiava diventava una belva. Predicava
l’amore e la pace, certo, però con lei non si scherzava.
«Non avremo più tanto lavoro se facciamo incazzare la gente»,
replicò abbassando gli occhi. Si precipitò all’ingresso a scusarsi
con la famiglia e subito cercò loro un tavolo.
Al numero venti era appena stato pagato il conto. Phaedra
ringraziò i clienti, sparecchiò e pulì. Un istante dopo segnalò a
Kirby che i nuovi venuti potevano accomodarsi.
Misi le bibite su un vassoio e attraversai la sala. I quattro stavano
ancora consultando il menu, segno che non avevano deciso
cosa ordinare. «Vi lascio qualche altro minuto?» domandai
servendo loro da bere.
«Avevo detto acqua», protestò Dalton, scontento, sollevando la

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