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Giovanni Carrù Memorie della Natività in catacomba .pdf



Nome del file originale: Giovanni Carrù Memorie della Natività in catacomba.pdf
Autore: Admin

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Memorie della Natività in catacomba di Giovanni Carrù
Monsignor Giovanni Carrù, sacerdote dal 1972 e nominato Segretario della Pontificia Commissione
di Archeologia Sacra dal giugno 2009, nel 2011 ripercorre nel seguente articolo i riferimenti
iconografici più espliciti alla storia della Natività sin dalla prima metà del III secolo.

Memorie della Natività in catacomba
Il presepe nel complesso di San Sebastiano
di Giovanni Carrù
Le allusioni iconografiche alla Natività del Cristo si affacciano all'orizzonte figurativo tardo antico
sin dalla prima metà del III secolo, con particolare riguardo all' ambiente romano e alla produzione
artistica di tipo funerario. Sono celebri gli affreschi che decorano il primo piano della catacomba di
Priscilla, sulla via Salaria Nova, che riproducono, nel breve frangente cronologico che va dal 230 al
260, proprio la scena della Natività con il profeta Balaam, l'annunciazione a Maria e l'adorazione
dei Magi. Questi suggestivi documenti iconografici rappresentano la naturale traduzione figurata,
in chiave cristologica, di un dibattito dottrinale, che chiama in causa proprio il mistero della
Incoronazione e, più in generale, la vera natura di Gesù, in relazione al rapporto che Questi
intrattiene con il Padre.
Se la catacomba della via Salaria rappresenta tutto il percorso dell' Infantia Salvatoris, prendendo
avvio dalla profezia messianica e giungendo all' episodio aulico dell' adorazione dei Magi, alcuni
frammenti veramente esigui e molto rovinati di certi monumenti catacombali recuperano questi
temi, trattandoli secondo schemi anche molto originali, come quando, rispettivamente nelle
catacombe di Domitilla e dei Santi Pietro e Marcellino, i re d' Oriente, che recano i doni al

Bambino, sono reduplicati simmetricamente e diventano due o quattro, in perfetta sintonia con le
narrazioni evangeliche che, in realtà, non specificano il numero degli adoratori.
Qualche sorpresa proviene, poi, dalle catacombe di San Sebastiano sulla via Appia Antica, uno dei
complessi cimiteriali paleocristiani più antichi, dedicato alla memoria Apostolorum, ovvero alla
venerazione congiunta per i principi degli apostoli. Ebbene, il complesso, che comporta anche la
presenza di una basilica circiforme, consacrata dalla famiglia dei Costantinidi proprio a Pietro e
Paolo, comprende anche un'estesa rete cimiteriale, nota sin dalle prime esplorazioni delle
catacombe romane e costellata di iscrizioni, sarcofagi ed affreschi, che arredano gli antichi
ambienti ipogei.
Nel secondo piano delle catacombe, il grande archeologo romano Giovanni Battista de Rossi, nel
1877, scoprì un arcosolio dipinto, già estremamente provato a livello conservativo, tanto che
pensò di farne fare un copia, mentre l' iconografo tedesco Joseph Wilpert, agli inizi del Novecento,
non riuscì a far realizzare un acquarello dal pittore Carlo Tabanelli, il quale, pur avendo preparato
oltre 600 tavole relative alle pitture catacombali romane, si arrestò dinnanzi all' impresa
impossibile di riprodurre il programma pittorico - pur interessantissimo - dell' arcosolio dipinto.
Nel febbraio del 1995, i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra tentarono
un delicato intervento conservativo, che evidenziò alcuni esigui brani degli affreschi, senza,
comunque, recuperare l'intero apparato pittorico, caratterizzato da una particolare pittura a
secco, eseguita direttamente sull' intonaco precedentemente imbiancato. Il confronto delle
evidenze pittoriche, ultimamente recuperate, con il disegno fatto eseguire dal de Rossi ci
permettono di ricostruire la decorazione dell'arcosolio.
Se la lunetta conserva solo labili tracce di un cristogramma con le lettere apocalittiche, l'intradosso
mostra una distinzione in tre campi, dove si riconoscono l'episodio di Mosè che batte la rupe, la
figura di una defunta orante e una essenziale scena di presepe, che si situa proprio nel quadro
centrale. Lo stato attuale di conservazione ci permette di individuare, con molta difficoltà, la
mangiatoia, rappresentata come una sorta di tavolo su cui giace il Bambino fasciato e nimbato,
presso il quale sono situati l'asino e il bue. Sulla scena campeggia un busto maschile nimbato,
vestito di tunica e pallio, dove non è difficile riconoscere l'immagine del Cristo adulto, quasi per
proiettare, con un audace espediente figurativo, la realtà dell'infanzia di Gesù nella prospettiva
escatologica del Cristo Salvatore.
La scena, dunque, vuole alludere, in maniera estremamente abbreviata, a una situazione di
presepe, ridotta al Bambino nella mangiatoia e agli animali, secondo uno schema caro all' arte
degli ultimi anni del IV secolo, così come dimostrano un rilievo nel coperchio del sarcofago
milanese di Stilicone e un affresco dell'ipogeo veronese di Santa Maria in Stelle, dove appunto la
Natività è evocata esclusivamente dagli animali in prossimità della culla.
Quest' ultimo particolare, come è noto, deriva esclusivamente dagli scritti apocrifi e, in particolare,
dal Vangelo dello Pseudo Matteo e dal Protovangelo di Giacomo, dove si legge che, il terzo giorno
dopo la nascita, Maria uscì dalla grotta ed entrò nella stalla, dove depose, in una mangiatoia il
Bambino che fu adorato dal bue e dall' asino.
Un altro esplicito riferimento iconografico alla storia della Natività viene da un esiguo frammento
di sarcofago proveniente ancora dal complesso di San Sebastiano e ora conservato nel Museo dei

sarcofagi. Il rilievo, riferibile alla metà del III secolo, mostra una figura femminile che allatta il
Bambino al cospetto di un uomo che si appoggia a un bastone. Ebbene, il pensiero corre al luogo
lucano (2, 8-20), laddove si narra che «i pastori, che vegliavano le greggi in quella regione, durante
la notte, si recarono a Betlemme per contemplare il prodigio della Natività».
Secondo i Padri della Chiesa, l'adorazione dei pastori si propone come un coerente contrappunto
di quella dei Magi, tanto che i primi rappresentano i giudei e i secondi i pagani, ma anche le due
estremità della societas christiana.
Le due rappresentazioni della Natività nelle catacombe di San Sebastiano dimostrano come i
cristiani dei primi secoli prestino particolare attenzione agli avvenimenti dell'Infantia Salvatoris,
estrapolando le scene dagli scritti canonici e dalle affabulazioni apocrife, per ampliare lo scenario
magico e suggestivo dei tempi dell'Avvento e del Natale.
Fonte L’Osservatore Romano


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