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Filosofia e scienza naturale di Steiner e Goethe (tesi di maturità) .pdf



Nome del file originale: Filosofia e scienza naturale di Steiner e Goethe (tesi di maturità).pdf

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Filosofia e scienza naturale di
Steiner e Goethe

Premessa alla pubblicazione online
La presente esposizione si prefigge lo scopo di esporre la visione del mondo di Goethe e di
Steiner solo per quanto riguarda l’ambito filosofico e scientifico-naturale. Essa dunque non
tratterà ciò che Steiner sviluppò nell’ambito della scienza dello spirito. Sebbene Steiner dichiarasse
di sperimentare una realtà più ampia, di avere dei tipi di percezione in più rispetto ai soliti, con cui
sviluppò una conoscenza del sovrasensibile, dello spirituale, in quest’occasione si è tralasciati tali
contenuti, non perché non siano giustificabili (anzi!), ma affinché il lettore possa approvare o
criticare le tesi qui esposte grazie al solo ragionamento, senza dover accettare nulla sulla fiducia.
In effetti, nel caso in cui il lettore condivida i pensieri che seguiranno, proprio questa trattazione
che nulla ha di prettamente scientifico-spirituale, funge da argomentazione in favore della
credibilità della scienza dello spirito, poiché mette in evidenza il genio e la correttezza logica di
Steiner, capace di scardinare diverse “verità” filosofiche troppo spesso ritenute scontate.
Avviso che quest’esposizione non è che l’ombra dei limpidi pensieri che si possono trovare
nell’opera di Steiner, in particolare nel libro La filosofia della libertà, che caldamente consiglio a
chiunque abbia a cuore la questione. Esso dapprima tratta il tema della conoscenza, della realtà,
come viene fatto nella prima parte di questa trattazione; segue poi l’argomento della libertà, che,
insieme alla realtà, considero la questione più importante per l’uomo.

Tesi di maturità (di Mirko Menni, liceo Scientifico Statale “Filippo Lussana” (BG), anno 2015-2016)

1

Indice
I – Introduzione …………………………………………………………………………………………………. 3

Parte 1: Il monismo (del pensare) di Steiner
II – Il problema della conoscenza : io e mondo …………………………………………………… 5
III – L’osservazione e il pensare ……………………………………………………………….…………. 6
IV – Il mondo come percezione ………………………………………………………………………….. 7
V – La conoscenza ………………………………………………………………………………………….….. 9
VI – Idealismo empirico o monismo del pensare, dualismo e limiti della
conoscenza ………………………………………………………………………………………………………….. 12
VII – Metodo e divisione della scienza ……………………………………………..…………..….. 13

Parte 2: La visione scientifica goethiana
2.1: natura inorganica e teoria dei colori
VIII – Matematica e meccanica ………………………………………………………………………… 15
IX – Luce, prisma e oscurità ……………………………………………………………………………… 16
X – Chiari e scuri ………………………………………………………………………………………………. 19
XI – Elettricità e “materia” ………………………………………………………………………….……. 21

2.2: Natura organica
XII – Il problema dell’organico e il tipo ………………………………………………….……..…. 23
XIII – La pianta-tipo ……………………………………………………………………………………..…… 24
XIV – L’animale-tipo e l’uomo ………………………………………………………………….…..….. 25
XV – Seguito e importanza della concezione goethiana dell’organico …………….... 26
XVI – Conclusione …………………………………………………………………………………………….. 28
Fonti ………………………………………………………………………………………………………………… 28

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I - introduzione
Si possono apprendere molte informazioni e si può studiare e ragionare su ogni tipo di oggetto
o questione. Queste attività conoscitive possono avere modalità differenti e riguardare gli ambiti
più disparati, ma tutte sono precedute da una determinata questione, sia se la si ha affrontata, sia
se la si dà per scontata. Ogni affermazione si riferisce a qualcosa, e perché essa sia vera e si
riferisca alla realtà, quel qualcosa deve prima esistere. Si può dire “una chimera può volare” e ciò è
certamente vero, ma ci si riferisce a qualcosa che si è immaginato, quindi l’affermazione non ha
significato e valore nella realtà. Si può anche affermare “quella bottiglietta di plastica galleggia
sull’acqua” e ciò è vero, ma se voglio anche dire che essa descrive qualcosa di esistente mi imbatto
in un problema: la bottiglietta e l’acqua esistono? Se si, come faccio ad affermarlo e in che modo
esistono? In questa esposizione verrà dunque trattata la questione della conoscenza e della realtà,
il problema dell’essere, il tutto dal punto di vista della concezione goethiana del mondo.
Certamente molti avranno già sentito nominare Wolfgang
Goethe (Germania 1749 - 1832), forse sapranno anche che è
uno scrittore e un poeta molto rinomato, ma fu un esperto
anche in parecchi altri campi, come in pittura, musica,
teologia e, finalmente, filosofia e scienza, di cui ci
occuperemo. Può sembrare strano che qualcuno si occupi
sia di letteratura e arte sia di scienza, ma ciò è pienamente
giustificato per Goethe: le intendeva come due espressioni
diverse delle stesse leggi universali, che la scienza deve
conoscere tramite il pensiero e l’arte rappresentare nella
materia. Goethe cerca queste leggi primordiali e ora le
esprime per mezzo della scienza, ora per mezzo dell’arte,
infondendo nelle sue
opere quello che sa
dell’ordinamento del mondo.
In passato erano molto diffusi gli uomini universali, ovvero
persone che eccellevano in molteplici campi. Con la
specializzazione del sapere, questa figura si è drasticamente
ridotta, tanto che George Eliot definì Goethe “l’ultimo uomo
universale a camminare sulla terra”. Se ne deve dedurre che
Eliot non visse abbastanza per conoscere Rudolf Steiner
(Impero austro-ungarico (Croazia) 1861 - Svizzera 1925).
Steiner si occupò di moltissimi argomenti nei settori più
disparati. Scrisse una trentina di libri, a cui si aggiungono le sue
incredibilmente numerose conferenze che sono oltre 6000 e
tutte diverse tra loro, di cui i testi stenografici sono raccolti in
circa 350 volumi. E’ famoso come pedagogista per le scuole
steineriane, oggi oltre 1000 diffuse in tutto il mondo, si occupò
anche di filosofia, fisica, antroposofia (o scienza dello spirito),
3

sociologia, antropologia, arte, musica, religione, medicina, agricoltura e altro ancora fondando
nuove discipline e nuovi approcci ad esse.
Steiner fin da giovane curò la pubblicazione degli scritti scientifici di Goethe, che gli diedero
l’opportunità di studiarne il pensiero. Abbracciò ampiamente la concezione goethiana del mondo
e la sviluppò, soprattutto dal punto di vista gnoseologico, che ben espose nel suo principale scritto
filosofico, La filosofia della libertà, e che verrà illustrato nella prima parte di quest’esposizione, che
culmina presentando i caratteri principali della scienza goethiana. Viene dunque fatta un’analisi
della conoscenza, ma questa non si ferma al solo aspetto filosofico, alberga in sé la necessità di
oltrepassare questo limite, di penetrare nel mondo e di studiarne il divenire: nella seconda parte ci
occuperemo di scienza, non per le sue basi filosofiche, ma per le sue scoperte e le sue visioni. Si
parlerà della natura inorganica, soprattutto dal punto di vista fisico e con particolare riguardo al
colore, e della natura organica, divisa in regno vegetale e animale.
Mi preme avvisare che spesso verranno fatti ragionamenti e si giungerà a conclusioni che si
trovano in contrasto con le idee e le teorie odierne, e ciò sarà sempre più evidente col procedere
della trattazione, che ci porterà lontani dalle moderne basi del sapere. In particolare, in ambito
scientifico gli argomenti verranno trattati da un punto di vista fondamentalmente diverso, a cui si
sarà giunti con la riflessione gnoseologica. Si potrebbe essere tentati di paragonare direttamente
le conclusioni scientifiche che verranno esposte con quelle della scienza attuale, finendo così per
giudicarle assurde e fantasiose. Ma ciò non può essere fatto, poiché si deve tener conto che esse
derivano da metodi e partono da presupposti differenti, vanno quindi compresi e giudicati
separatamente e solo dopo possono essere confrontati.

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Parte 1: il monismo (del pensare) di
Steiner

II – Il problema della conoscenza: io e mondo
L’uomo tende a chiedere sempre più di quello che la natura spontaneamente gli dia e l’impulso
alla conoscenza non è che un caso particolare di tale incontentabilità. Quando si osserva un
fenomeno ci si sente spinti a chiedersi la sua spiegazione, non si è soddisfatti della sola percezione.
Tale sovrappiù che cerchiamo determina la contrapposizione tra gli oggetti della nostra
osservazione e l’essere che la compie, la scissione tra io e mondo. Tuttavia abita in noi un
sentimento che ci spinge a ricongiungerci col mondo; il credente, insoddisfatto del mondo
dell’apparenza, accoglie le rivelazioni del suo dio, l’artista imprime nella materia ciò che ribolle
nella sua anima, lo scienziato e il pensatore vogliono fare del contenuto del mondo il contenuto
del proprio pensiero.
Riguardo a questa questione, in filosofia sono sorte due tipologie di concezioni. Una è il
dualismo, che mette in risalto la contrapposizione tra soggetto e oggetto, spirito e materia o
fenomeno e pensiero, ma non riesce a spiegare in modo soddisfacente come questi due esseri
possano interagire anche se possiedono due nature completamente estranee tra loro. L’altra è il
monismo, che cerca di spiegare la realtà con un unico principio, negando lo spirito (materialismo)
o la materia (spiritualismo), o accorpandoli in un unico essere. Anche queste visioni incontrano
diversi problemi. Il materialismo si fonda sulla materia, senza accorgersi che prima essa deve venir
pensata, dunque parte dal “pensiero della materia”, che non è più materia. Lo spiritualismo
considera il mondo come un mero prodotto dello spirito, ma la realtà esterna gli si apre tramite
processi materiali, per agire su di essa non bastano le idee poiché essa segue determinate leggi,
ahimè diverse da quelle dei pensieri personali. Il terzo tipo di monismo considera che tutto sia
formato da spirito e materia indivisibili tra loro… anche se appaiono separati.
Sebbene in maniera molto frettolosa, sono state messe in evidenza le difficoltà delle varie
concezioni filosofiche nello spiegare la realtà. Non è opportuno cercare di salvare una di queste
teorie, i nostri ragionamenti sarebbero parziali fin dal principio, così ricominceremo da capo
nell’analizzare le basi della conoscenza. Per ora basta osservare che la scissione tra io e mondo
avviene in primo luogo nella nostra coscienza, ed è proprio qui che partirà la nostra indagine.

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III - L’osservazione e il pensare
Il conoscere come lo studio del conoscere (ciò che stiamo per compiere) partono entrambi dal
medesimo punto, ovvero l’entità umana, in particolare la coscienza. Quella, per conoscere, si basa
su due attività fondamentali: l’osservare e il pensare. Ogni affermazione deve essere raggiunta
tramite il pensare, ovvero l’”afferrare” e il collegare concetti, e senza di esso non vi è conoscenza,
poiché questa può essere espressa solo in pensieri. L’osservazione invece ci rende consapevoli di
tutto ciò che entra nella cerchia delle nostre esperienze, ovvero sensazioni, percezioni, sentimenti,
volizioni, concetti, idee, rappresentazioni, sogni e perfino illusioni. L’osservazione fornisce gli
oggetti intorno a cui pensare. Il pensare come qui è inteso presuppone che in esso agisca la
propria volontà, distinguendosi così dall’avere immagini mentali e dal vagare del pensiero.
Pure il pensiero può essere osservato, ma l’attività che lo compone, il pensare, si differenzia
essenzialmente da tutto il resto. Quando si vede un tavolo, dapprima se ne acquisisce l’immagine,
tramite un’osservazione, ma non ci giungono anche i pensieri che compio su di esso; questi
devono derivare da un’attività dell’osservatore e solo dopo che si finisce di pensare riguardo al
tavolo, si possono osservare i pensieri prodotti. Il pensare non può essere osservato durante il suo
svolgimento. Mentre pensiamo siamo coscienti dei concetti che stiamo collegando, ma non che
siamo noi a farlo. La peculiare natura del pensare consiste nel fatto che il pensante dimentica il
pensare mentre lo compie. Infatti chi pensa non si accorge di stare pensando, l’attenzione è
focalizzata sull’oggetto della sua riflessione.
La ragione di ciò può essere spiegata. Tutte le cose osservate si presentano a noi come qualcosa
che ci viene incontro dall’esterno, come qualcosa di oggettivo che sorge senza la nostra
partecipazione, mentre il pensare è frutto della nostra attività, deriva dal nostro proprio essere. Se
la cosa osservata aspetta solo di essere osservata, per il pensare c’è bisogno che prima lo si
esegua, e mentre siamo impegnati in ciò non possiamo anche osservarci, dovremmo sdoppiarci;
possiamo osservare solo il pensare già pensato, il pensiero prodotto, dopo che si è concluso. E
proprio perché produciamo noi i pensieri, sappiamo anche come funzionano, come i concetti
stanno in rapporto tra loro. Il perché al pensiero del lampo collego quello del tuono, si spiega
all’interno dei miei stessi concetti di lampo e tuono, e non importa che questi concetti siano
corretti o no. Il nesso di causa ed effetto tra un concetto e un altro ci appare fin dall’inizio, e ciò è
vero solo per i pensieri, per tutti gli altri fenomeni i nessi causali vanno invece cercati e studiati.
Per il fatto che sorge grazie alla nostra propria attività e che quindi ne conosciamo il
funzionamento, il pensiero può essere considerato come un punto fisso da cui si può muovere
verso la conoscenza di tutte le altre cose. Queste invece ci giungono tramite l’osservazione e
possono essere conosciute solo grazie al rapporto con altre cose e solo per quanto riguarda tale
rapporto. Non è però così se si considera se stessi come esseri pensanti, poiché il senso della
propria esistenza, la modalità in cui si esiste, si spiega nella nostra propria attività poggiante su se
medesima (il pensare), ovvero conoscibile senza che entri in rapporto con altro. E’ tale intimo
carattere del pensare, oltre alla dimostrazione logica, che spinse Cartesio, dopo aver dubitato di
tutto, ad affermare “Io penso, dunque sono”. Per tutto ciò che osservo, non posso distinguere se
esso esista come verità o come illusione o sogno, posso essere sicuro solo del mio pensare, poiché
io stesso lo produco (io penso), e per produrlo devo prima esistere (dunque sono).
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Possiamo ora considerare il pensare come il punto fermo per la conoscenza, anche perché può
esercitare la sua azione su se medesimo, come è in effetti avvenuto in questo capitolo. Ci si dovrà
chiedere se il pensare possa portare anche alla conoscenza di tutte le altre cose che non sono i
pensieri e come esso si comporti, visto che l’oggetto della riflessione non è più della stessa natura
del pensiero.
Posto il pensare come punto di partenza della nostra riflessione, passiamo ora ad analizzare
l’entità umana. Come precedentemente detto, essa svolge due attività, il pensare e l’osservare.
Ciò che così si ottiene si incontra nella coscienza, dove concetto e osservazione vengono collegati.
In quanto l’uomo osserva e dirige il suo pensare sull’osservazione, ha coscienza degli oggetti, che
gli appaiono come dati; in quanto pensa egli appare a sé come attivo, tramite l’autocoscienza. Così
considera le cose come oggetto e se stesso come soggetto pensante. E’ ora importante notare che
il pensare precede e dà origine a soggetto e oggetto. Dunque il pensare non è qualcosa di
soggettivo, ma neanche di oggettivo: va al di là di questi due concetti, che forma come tutti gli
altri. Per lo stesso motivo, quando formiamo il concetto di un oggetto, non dobbiamo considerarlo
come soggettivo, perché non è stato il soggetto a formarlo, ma il pensare. Non è che il soggetto
pensi in quanto soggetto, ma esso si riconosce come tale perché ha la facoltà di pensare. Questo è
quindi un elemento che ci permette di andare oltre i propri limiti e di collegarci con gli oggetti, ma
nello stesso tempo causa la divisione facendoci riconoscere come soggetti.
Di fronte a tutta questa riflessione si potrebbe sostenere che il pensare che viene osservato non
è che il risultato di un processo inconscio; non essendo questo osservato, si crede di pensare per
propria attività, similmente al credere che una luce si stia movendo quando invece se ne
accendono molte consecutive in rapida successione. Ma ciò poggia sopra un’imprecisa
osservazione, infatti l’io si trova nel pensare e si vede attivo mentre svolge la propria attività. Per
essere ingannato dovrebbe osservare il pensare dall’esterno, come nell’esempio della finta luce in
movimento. Si può anzi dire che chi fa un paragone del genere si inganna come chi, vedendo una
luce in movimento, si convinca che sia un’illusione causata dall’accensione di più luci vicine in
rapida successione. Qui non si tratta di studiare i processi fisici su cui il pensiero si basa, anche la
loro investigazione poggia sul pensiero stesso, ma semplicemente di constatare come esso si
presenti alla coscienza di chiunque voglia osservarlo spregiudicatamente. Ne consegue che per
raggiungere i risultati e le riflessioni qui esposti non basta ragionare, ma bisogna osservare il
contenuto della propria coscienza.

IV - Il mondo come percezione
Dobbiamo ora interrogarci sul rapporto tra l’oggetto dell’osservazione e il soggetto cosciente.
Per prima cosa definiamo come percezione l’oggetto dell’osservazione, che esso provenga
dall’”esterno”, come un colore, o dall’”interno”, come il piacere. Si possono individuare due tipi di
dipendenze che determinano la percezione: la dipendenza matematica, determinata dal luogo di
osservazione, che ad esempio fa apparire un puntino una gigantesca stella molto lontana, e la
dipendenza qualitativa, in relazione alla propria organizzazione corporea e psichica, secondo cui
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certe persone non vedono i colori ma solo gradazioni di chiaro e di scuro. Le percezioni si
presentano quindi a tutta prima come qualcosa di soggettivo.
Tale loro carattere portò alla formazione di una certa corrente di pensiero, che chiamiamo
idealismo critico, che così si esprime: visto che una percezione, come quella del colore rosso, non
è possibile ottenerla senza una particolare conformazione del nostro organismo, essa,
prescindendo da noi stessi, esiste solo in quanto percepita e non ha esistenza autonoma. Tale
riflessione fu abbracciata da un ampio gruppo di pensatori, secondo i quali della percezione non
rimane nulla se non viene percepita: non ci sono colori se non si vedono, né suoni se non si
sentono. Qualche filosofo, ad esempio Berkeley, procede con tale ragionamento anche oltre:
come non esistono colori e suoni, non esistono neanche estensione e movimento al di fuori
dell’atto percettivo, poiché questi sono sempre congiunti al colore o ad altre proprietà dipendenti
dalla nostra soggettività, e come queste scompaiono senza percezione, così fanno anche
estensione e movimento.
Secondo la corrente di pensiero suddetta, l’uomo non può conoscere null’altro che le sue
rappresentazioni/percezioni, non gli enti reali dietro di esse. Addirittura diversi filosofi, come
Schopenhauer, ritengono che ciò sia ovvio, che si debba accettare senza alcuna dimostrazione.
Tuttavia ci sta dietro un certo ragionamento. L’uomo comune (caratterizzato dalla visione del
realismo primitivo) crede che le sue percezioni esistano anche al di fuori della sua coscienza, ma la
fisica, la fisiologia e la psicologia insegnano che esse sono il risultato di modificazioni che
avvengono nel nostro organismo, non cose in sé con esistenza autonoma; inoltre in questi processi
percettivi non c’è traccia della percezione. Ad esempio analizzando il processo e gli organi che
permettono la vista, non si trovano i colori, ma tutt’altro, come onde elettromagnetiche, correnti
elettriche e sostanze chimiche, processi fisici e chimici. Quando la luce colpisce l’occhio si
innescano vari processi corporei che collegano l’occhio al cervello, e in questi processi
l’informazione originaria subisce molte trasformazioni, tanto che è impensabile credere che il
colore possa avere qualcosa in comune con gli oggetti esterni al corpo. Talaltro il colore non è
presente neanche nel cervello, quindi si conclude che esista solo come percezione sensoriale nella
coscienza.
Tutto questo ragionamento, costruito con tanto acume e studi scientifici, contiene però degli
errori. Partiamo dal più semplice: lo studio dei processi percettivi è incompleto, presenta un salto.
Anche ammettendo che si possano analizzare ampiamente i processi che avvengono nel cervello,
non si riuscirebbe a seguire il tragitto della percezione dal cervello, rilevata sotto forma di impulsi
elettrici/chimici, alla coscienza, dove la troviamo come sensazione. La percezione si potrebbe
trovare in questo salto e in tal caso non sarebbe solo un processo della coscienza; oppure la
coscienza per esempio del colore potrebbe non formarsi nel cervello, ma altrove, come
nell’occhio.
Inoltre, posto che del mondo si può avere solo una personale rappresentazione, quando si
analizza il corpo non lo si conosce per come è realmente, se ne ottengono solo delle
rappresentazioni. Come non si può parlare di un tavolo reale ma solo di una mia rappresentazione,
così non posso parlare di un occhio reale ma solo della mia personale rappresentazione. Dunque
non avviene che si conosce effettivamente il processo percettivo e non si trova la percezione,
poiché tale processo viene solamente percepito, e non fa differenza se ciò avviene tramite
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particolari strumenti, si passa solo da una percezione a un’altra. Se si volesse “salvare” la
percezione, si potrebbe benissimo ipotizzare che il colore venga effettivamente trasmesso nel
processo percettivo, ma in una forma in cui, con le nostre limitate percezioni, non riusciamo a
riconoscerlo. L’idealismo critico dimostra il carattere rappresentativo e soggettivo delle
percezioni, assumendo però che le percezioni del corpo (grazie a certi strumenti) abbiano
un’esistenza oggettiva, siano complete. La tesi contraddice l’ipotesi, entrambe devono quindi
cadere.
Se si nega del tutto la possibilità di conoscenza oggettiva, anche per quanto riguarda il corpo,
quando analizzo un processo percettivo esso mi appare come il susseguirsi di diverse
rappresentazioni, che, in quanto tali, in quanto non reali, non posso dire che agiscano una
sull’altra. Non posso dire che la rappresentazione di un oggetto agisce sulla rappresentazione
dell’occhio, che a sua volta agisce sulla rappresentazione del nervo ottico e così via fino alla
rappresentazione del colore nella coscienza, quindi non posso analizzare il processo percettivo e
dimostrarne la soggettività. Essendo costretti ad ammettere che anche il mio corpo è solo la
rappresentazione del mio corpo, non si può più dimostrare che sia la mia organizzazione fisicomentale a creare le percezioni, poiché rappresentazioni non creano rappresentazioni, e solo
queste posso conoscere.
Una scarica elettrica può apparirmi come luce, suono, pressione o odore. Da ciò non si può
dedurre che sono io che creo la percezione, ma che percepisco varie qualità di una scarica
elettrica, la quale talaltro mi è data tramite un’ennesima percezione, grazie a uno strumento che
la misura: non si va mai al di là delle percezioni.
Il realismo primitivo ritiene le sue percezioni esistenti come oggetti, ma così facendo, quando
analizza il corpo non le trova e scopre che esse sono solo personali rappresentazioni. Visto che le
sue conclusioni escludono i suoi presupposti, questi sono inadatti e devono essere scartati. Ma
non si può scartare i presupposti e tenerne le conclusioni, come fa l’idealismo critico, conservando
la convinzione che il mondo sia una sua rappresentazione, ma partendo dal fatto che la
conoscenza del suo corpo non lo sia. Abbiamo così concluso che, almeno nel modo dell’idealismo
critico, non si può dimostrare il carattere puramente rappresentativo delle percezioni, che non
sono quindi da considerare soggettive ma semplicemente come riferite agli oggetti.
Inoltre non è vero che non rimane nulla dell’oggetto della percezione quando il processo che la
genera giunge al cervello. Studi che si sono serviti dell'elettroencefalogramma hanno mostrato che
se il cervello è sottoposto ad impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua
naturale tendenza è quella di sintonizzarsi su tale frequenza. Inoltre si è osservato che quando si
pensa una parola si producono onde cerebrali con la stessa frequenza delle onde sonore della
parola.

V - La conoscenza
Visti i problemi riscontrati nel capitolo precedente, occorre percorrere un’altra strada. Sono ora
utili alcune riflessioni sul pensiero. Le percezioni del proprio sé, del contenuto della propria mente,
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non vanno confuse con l’attività pensante; con le prime sono chiuso nel mio mondo interiore, con
la seconda abbraccio anche quello esteriore, col pensare vado oltre i confini del mio sé. Inoltre, il
nostro pensare è universale; acquista un carattere individuale solo perché lo si trova sempre
congiunto con rappresentazioni, sensazioni e sentimenti, che sono personali. Il concetto di
triangolo è il medesimo anche se viene pensato da due persone diverse. Come per i concetti più
semplici, ciò vale anche per quelli più complessi. Contro tale asserzione si muove un pregiudizio
umano ben radicato: l’uomo comune si crede creatore dei suoi concetti, quindi ognuno avrebbe i
propri, personali. Ma l’unico concetto di triangolo non diviene una pluralità se viene pensato da
molti.
Il realista primitivo ritiene i pensieri esistenti solo nella testa dell’uomo, senza che abbiano nulla
a che fare con la realtà osservata, il mondo sarebbe completo anche senza di essi. Ma il mondo
produce il pensare con la stessa necessità con cui produce una pianta. Essa nasce se si pianta un
seme in un terreno abbastanza fertile e le condizioni ambientali sono adatte; similmente, se ci si
pone davanti a quella pianta, sorge in noi il relativo concetto. Si, certo, se non ci ponessimo di
fronte ad una pianta, il suo concetto non sorgerebbe, ma neanche la pianta crescerebbe se non si
mettesse il seme nelle adeguate condizioni. E’ frutto di una scelta arbitraria ritenere una totalità
ciò che di un oggetto ci perviene tramite la percezione e il pensiero che eseguiamo su di esso
qualcosa di aggiunto, che non ha nulla a che fare con l’oggetto. Gli elementi degli oggetti ci
affluiscono da due parti: dal percepire e dal pensare. Ciò dipende semplicemente dalla nostra
entità, ma la natura delle cose non viene influenzata da come siamo organizzati per afferrarle,
dunque le percezioni e i concetti di un oggetto appartengono ugualmente ad esso. Con ciò non si
vuole sostenere che tutti i nostri concetti appartengano alla realtà, infatti potremmo sbagliare a
connetterli tra loro, ottenendo così dei concetti astratti, non aderenti alla realtà. Non si ha a
disposizione la totalità dei concetti del mondo fin da subito, ma essi si acquisiscono col tempo,
tramite l’esperienza.
C’è chi ritiene che il concetto sia solo un mezzo della coscienza per comprendere le percezioni.
In quanto tale, per la conoscenza, dovrebbe fornire una rappresentazione in forma di pensieri che
coincida il più possibile con le percezioni. Per questo punto di vista, di fronte ad esempio a un
triangolo, se ne dovrebbe seguire il contorno, la direzione dei lati, la forma ecc. e formarsene una
controimmagine in forma ideale. Lo stesso per altri triangoli differenti, ottenendo così tante
immagini concettuali tutte diverse tra loro. Ma ciò non corrisponde ai fatti: io ho un solo concetto
unitario di triangolo, che abbraccia tutta la molteplicità di triangoli possibili e non è legato a
nessuna sua rappresentazione particolare. Posso osservare molti triangoli, ma finché mi limito a
ciò, li vedrò come figure differenti. Solo quando afferro col pensiero il concetto di triangolo
riunisco la molteplicità in una rigorosa unità.
Dobbiamo ora chiederci che cosa sia il portatore dell’unità concettuale in oggetti diversi. Si
potrebbe ipotizzare che essa si trovi nelle forme dell’apparire; ma le immagini percettive, di per
sé, non hanno nulla a che fare tra loro. Le percezioni sono uguali solo a se stesse. Due fiori
potrebbero apparire molto diversi l’uno dall’altro, ma subito li riconosceremmo come
appartenenti alla medesima unità. Dunque l’identità concettuale deve risiedere nel contenuto
della percezione, deve essere garantita dalla sostanza, dall’essenza degli oggetti. Il concetto di un
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oggetto si manifesta nei particolari, dai quali lo riconosciamo, ed essendo privo di particolari,
non può trarre la sua essenza da essi, dalle percezioni, ma la trae da se stesso.
Se un essere pensante osserva un oggetto, da questo fluirà la percezione, da dentro di sé il
relativo concetto. Questo ci giunge sotto forma di un’intuizione. Come l’osservazione ci fornisce le
percezioni, così l’intuizione ci rende coscienti dei relativi concetti, attingendoli dall’apposito
mondo dei concetti e delle idee. Di fronte ad un oggetto, non lo si potrebbe identificare e
conoscere, se non sorgesse in noi la relativa intuizione, che inoltre ci fornisce la forma spaziale
delle immagini bidimensionali. La riunione di percezione e concetto, interno ed esterno, porta
alla conoscenza. La sola percezione è caos sconnesso, mentre i soli concetti rimangono concetti
astratti; entrambi singolarmente non forniscono la realtà, a cui si giunge con la loro riunione.
Il mondo è un unico divenire, ma con la percezione gli strappiamo delle qualità e degli
oggetti. L’insieme del mondo ci appare scomposto in sopra e sotto, prima e dopo, causa ed
effetto, cosa e rappresentazione, materia e forza, soggetto e oggetto, ecc., ma ogni separazione è
dovuta alla nostra organizzazione, alla percezione. Comprendere qualcosa vuol dire ricollegarlo
con quel divenire generale spiegandone i rapporti, e ciò avviene grazie al pensare, che trova i
rapporti degli oggetti e dei loro concetti. In questo senso il pensare può spiegare la divisione tra
l’individualità interiore e la realtà esteriore, la separazione originaria tra io e mondo, ovvero
trovandone i rapporti e facendoli rientrare nel medesimo divenire, sebbene i fili tra la vita
interiore e il mondo esteriore non siano facilmente individuabili.
Ritorniamo ora al processo percettivo. Se osserviamo un oggetto, se ne analizziamo i processi
fisici e chimici, se studiamo il collegamento tra l’oggetto e gli organi di senso e poi da questi al
cervello, troviamo processi molto diversi tra loro; è il pensare che li collega e ne stabilisce i nessi di
causalità. Posso percepire il processo percettivo, ma non come questo avvenga, non le relazioni
tra le percezioni, esse mi sono date solo tramite il pensare. Oltre alle percezioni e ai nessi ideali
tra esse (contenuti nei concetti), non possiamo conoscere nient’altro. La relazione tra oggetto
percepito e soggetto percipiente è “solo” ideale, non può essere percepita, perciò non si può dire
che l’organismo produca i colori, ma solo che c’è un rapporto, ideale, tra la percezione del sistema
che permette la vista e la percezione del colore, che se c’è un apposito organismo si vedono i
colori. Ciò che viene rilevato nel processo percettivo è sì la percezione, ma essa si mostra in
funzione della parte del corpo che attraversa. Similmente anche i processi esterni (come le
oscillazioni dell’aria) che accompagnano il propagarsi delle percezioni vanno considerati come una
loro manifestazione, talaltro ottenuta sempre per percezione. Non si può dimostrare la completa
soggettività delle percezioni, anche perché non è possibile percepire come la percezione sorga
dall’impercepibile, ma si possono solo determinare i rapporti ideali tra le percezioni.
Le percezioni ci pervengono senza che noi partecipiamo o assistiamo al loro formarsi, quindi
non possiamo comprenderle pienamente. Al contrario i pensieri vengono da noi stessi prodotti e
le loro relazioni ci sono immediatamente chiare, perché contenute in essi. Dunque per
comprendere un oggetto o un fenomeno dobbiamo compenetrarne completamente le percezioni
con i pensieri, in modo che tutto venga spiegato. Ma in tal modo, visti anche i ragionamenti
precedenti sui concetti, l’idea risulta l’essenza della realtà, il fondamento del mondo, poiché ne
regola il divenire. Ogni altra entità chiamata alla spiegazione del mondo non potrà da noi essere
completamente contemplata, ma ciò avviene per l’idea, che dunque appaga la nostra conoscenza.
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Riconosciamo nella percezione sensibile qualcosa di incompleto, bisognoso di una spiegazione,
mentre l’idea trova in se stessa il suo fondamento. Per questa sua autonomia può essere
pienamente abbracciata dalla nostra coscienza e possiamo così partecipare attivamente alla sua
produzione e diventare un’unità con essa. Perciò l’idea, la più obiettiva base della realtà, ci appare
al tempo stesso come la cosa più soggettiva.

VI - Idealismo empirico o monismo del pensare, dualismo e limiti della
conoscenza
Visto che ritiene l’idea il fondamento del mondo e vuole giungere ad essa non tramite una
costruzione aprioristica ma l’esperienza, possiamo chiamare questa concezione idealismo
empirico o obiettivo. Si discosta da quell’idealismo che ritiene l’idea e la realtà soggettiva
apparenza (come quello di Fichte) ma anche dal puro empirismo. Questo si ferma ai dati sensibili,
che non devono venir trascesi, ma ciò non è giustificato nei confronti dell’idea, poiché anch’essa
soddisfa l’esigenza di esser data. L’empirista puro coerente dovrebbe limitarsi a registrare i dati
dell’esperienza e abbandonarsi alla casualità, poiché non può concepire nulla di essenziale oltre le
percezioni: nulla può dirgli che ciò che sperimenta ora lo sperimenterà anche altrove un’altra
volta. Diversamente si presenta la questione se si riconosce il contenuto concettuale e l’essenza
ideale comune che regola l’esperienza. Ciò ci permette di spiegare un problema fondamentale in
modo banale, ovvero quello della concordanza tra la realtà e il nostro pensiero, capace di spiegarla
e di inquadrarla in schemi e leggi, appunto per il fatto che le idee sono proprie sia ai soggetti che
agli oggetti.
Per la nostra particolare organizzazione, il mondo ci perviene diviso in due parti, quella
percettiva e il relativo concetto. Ma esse fanno parte del medesimo tutto che, acquisito e
scomposto dalla percezione, può essere riunito tramite il pensare. Si può quindi dire che il mondo
ci è dato come dualità e che la conoscenza lo trasforma in un’unità. Si può chiamare una filosofia
che si basi su un tale assunto monismo, e se si vuole monismo del pensare, poiché è questo che
rende possibile l’unificazione della realtà. Essa si contrappone al dualismo, che ritiene la realtà
composta da due mondi assolutamente divisi e differenti. Un esempio di dualismo lo si trova nella
distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, tra la parte manifesta degli oggetti e la loro “cosa
in sé”. Tale distinzione risulta però una costruzione artificiale, poiché la cosa in sé è inaccessibile e
quindi ingiustificata.
La scienza moderna, che generalmente abbraccia il monismo materialista, considera le qualità
sensibili (colore, suono, calore ecc.) come solamente soggettive e le ritiene dovute al movimento
della materia (atomi, particelle ecc.). Ma da particelle e movimento (come quelli del corpo) non è
possibile derivare la percezione del colore, poiché sono essenzialmente, qualitativamente
differenti. Ci tengo ad evidenziare che questo semplicissimo ragionamento, in modo chiaro,
scardina la concezione materialista che, nonostante la fragilità appena illuminata, è oggi assai
diffusa, e che di fronte al problema della coscienza si sente soddisfatta affabulando con parole
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quali “mistero”, “neuroni” e “miliardi”, ma non pensando minimamente che da un’infinità di sassi
non si possa ottenere una mela. Inoltre anche il movimento proviene dalle percezioni, dunque
dovrebbe essere soggettivo: chi ritiene colore, suono, calore ecc. prodotti dal corpo, dovrebbe
fare lo stesso per estensione, posizione, movimento, forze ecc. anche perché queste qualità sono
inscindibilmente legate con le altre. Di conseguenza dovrebbe rinunciare ad ogni pretesa di
raggiungere una realtà oggettiva. Se gli atomi esistono devono avere proprietà del mondo delle
percezioni e non vengono percepiti solo per le loro piccolissime dimensioni. (Premettendo che la
questione è molto più complessa) Steiner li considera come oggetti spaziali ideali la cui sostanza è
il risultato di forze che si incontrano, ovvero qualcosa che ha un effetto diretto sulle percezioni e
che è percepibile esso stesso, tramite il tatto.
Dalle concezioni dualistiche sorgono spesso delle limitazioni alla conoscenza umana. Ad
esempio per Kant, l’uomo può solo conoscere il fenomeno, ma non la cosa in sé. Ma se si vede che
essa non è che una costruzione concettuale astratta e ingiustificata, se si riconosce come esistente
solo ciò di cui si può avere esperienza, rimane solo il mondo davanti a noi, per la conoscenza del
quale si tratta di trovare il rapporto tra elementi noti e non ha senso parlare di limiti. Questi
possono essere dovuti a osservazioni e a un pensare non abbastanza avanzati, a cui si potrà
giungere col progredire futuro.
Dalla concezione qui esposta si può venir allontanati da alcuni esperimenti delle scienze
naturali. Per esempio la fisica mostra che, oltre lo spettro della luce visibile, ci sono altre radiazioni
che hanno certi effetti chimici e termici. Essi non vengono rilevati direttamente dalla percezione
sensibile sotto forma di colore, quindi si deve ammettere che ci sia una sfera di elementi a lato
della percezione, non percepibili coi soli sensi. Ciò è dovuto al fatto che la percezione dipende
dall’organizzazione umana, che afferra così solo una certa parte del divenire completo. Tale parte
non è realtà, lo diventa quando viene riconnessa col tutto tramite il pensare. Detto ciò, nel caso
appena citato, le radiazioni non visibili, o comunque i loro effetti, ci pervengono sempre tramite
percezioni, che spieghiamo, ovvero inseriamo nell’insieme del tutto, tramite il pensare. Dunque,
anche se non ne abbiamo percezione diretta, possiamo comunque conoscere la realtà, sempre
nella forma di nessi ideali tra le percezioni. L’allargamento delle percezioni alimenta
l’approfondimento della conoscenza, che dipende dalle forze dell’intuizione che si esplicano nel
pensare e penetrano in strati più o meno profondi della realtà.
Il monismo considera il mondo per quel tanto che si manifesta, e non cerca una realtà assoluta
altrove che nell’esperienza, perché ritiene reale il contenuto dell’esperienza stessa, di cui rimane
appagato riconoscendo il ruolo e la realtà del pensiero. Questo, essendo universale, garantisce la
possibilità dell’uguaglianza della conoscenza del mondo tra tutti gli uomini. Non riconosce quindi
idee, come certe dell’attuale fisica, che si riferiscano a qualcosa oltre le percezioni, poiché le
manca la percezione, e che formano una metafisica puramente ipotetica, composta comunque da
astrazioni tratte dall’esperienza.

VII - Metodo e divisione della scienza
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Nella vita abituale il nostro sperimentare appare già compenetrato dal pensiero, ma solo per
una certa parte. Le scienze mirano ad illuminare completamente l’oscurità del percepire, non
lasciando nulla che non venga pervaso e spiegato dal pensiero. La scienza mira all’essenza ideale
della realtà e il metodo scientifico consiste nell’indicare la connessione fra il concetto di un singolo
fenomeno e il rimanente mondo delle idee, cosicché tutti i concetti e i fenomeni stiano in un
corretto rapporto.
Ogni oggetto richiede un duplice lavoro. Ad opera dell’intelletto si crea una figura di pensiero
per i singoli oggetti, che deve essere molto precisa. Poi la ragione inserisce tali figure
nell’armonia del mondo complessivo delle idee. Prendiamo ad esempio dei raggi solari incidenti e
una pietra riscaldata. L’intelletto analizza le due cose tenendole separate e individua nella prima la
causa e nella seconda l’effetto. Poi la ragione riconosce la legge ideale che regola l’intero processo,
abbatte la parete divisoria e riconosce l’unità nella dualità. Se vogliamo essere precisi, possiamo
chiamare concetti le configurazioni dell’intelletto e idee le creazioni della ragione. La scienza deve
elevarsi dal concetto all’idea. Le divisioni dell’intelletto possono variare tra i vari individui, ma ciò
che conta è che la ragione riesca a riunirle giungendo alla realtà.
Il metodo per stabilire il nesso ideale tra le percezioni (ovvero conoscere la realtà) varia a
seconda del campo dei fenomeni che si vuole studiare. La prima tipologia è quella della natura
inorganica. Qui si osservano molteplici elementi e se ne deve trovare i rapporti e le leggi,
definendone i concetti cosicché ad un certo fenomeno (i raggi solari incidenti) deve seguire
necessariamente un altro (la pietra riscaldata). Si deve giungere ad individuare le relazioni di causa
ed effetto tra gli elementi, per poi accostare una serie di oggetti e di fatti in modo che derivino
l’uno dall’altro così che il fenomeno si svolga in funzione dei suoi fattori in modo chiaro e
trasparente; ciò è reso possibile dal fatto che noi stessi abbiamo messo assieme i fattori
condizionanti. L’indagine scientifica passa dunque per tre fasi: l’esperienza mostra che cosa è
reale, l’osservazione perché lo sia e l’esperimento che cosa possa esserlo. Con quest’ultimo si
devono porre i fatti in modo tale che essi manifestino al meglio la legge ideale, presente ma
nascosta in tutti i fenomeni. Si devono distinguere le condizioni necessarie per un determinato
fenomeno (che vanno investigate per prime) e le condizioni accidentali, che comunque lo
influenzano. Goethe chiama un fenomeno unicamente dovuto a condizioni necessarie, quindi
semplice, fenomeno-tipo o primordiale. I fenomeni-tipo sono alla base della scienza goethiana e
vengono espressi con una legge obiettiva di natura (ad esempio: per mezzo del calore un corpo si
dilata). Gli si contrappongono i fenomeni derivati, riconducibili anche a condizioni accidentali.
Un altro campo di indagine è quello della natura organica. Qui si può osservare come un
elemento derivi da un altro, ma, fermandoci ai particolari, non si può spiegare e comprendere
perché ciò avvenga in un determinato modo. Gli elementi sensibili ci appaiono come espressioni di
un principio unitario, di un’immagine generale dell’organismo, che Goethe chiama il tipo. Si pensi
ad esempio alle varie parti delle piante e agli organi degli animali, che “sanno” che forma
assumere in funzione dell’armonia dell’intero organismo.
Infine troviamo l’etica e la storia (e più in generale le scienze sociali), di cui l’oggetto di studio
sono le idee nel senso più ristretto. La prima deve analizzare l’idea di giustizia e il suo rapporto con
l’entità umana, mentre la seconda studia ed elabora i dati del passato giungendo alle idee direttive
della storia.
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Parte 2: La visione scientifica Goethiana

2.1: Natura inorganica e teoria dei colori
Prima di inoltrarci nella scienza inorganica goethiana, sono necessari alcuni appunti per poterla
comprendere dalla giusta prospettiva. Abbiamo precedentemente rilevato l’impossibilità di
dimostrare che le percezioni siano prodotte dalla nostra organizzazione psico-fisica in modo
puramente soggettivo, esse si possono quindi considerare proprie agli oggetti, anche perché se le
rinneghiamo con coerenza, non rimane più nulla degli oggetti. Nel nostro procedere non
distingueremo tra percezioni oggettive e soggettive, esse sono semplicemente date, potendo così
studiare i fenomeni in modo spregiudicato, soprattutto quelli dei colori. Dunque non ci si fermerà
a misura, forma e movimento astraendoli dall’oggetto, ma sarà necessario pensare anche in
termini di qualità.
Le spiegazioni dei fenomeni non sempre verranno adeguatamente generalizzate, poiché non lo
fece né Goethe, non avendo a disposizione tutti gli esperimenti a lui successivi, né Steiner, che più
che esporre nel dettaglio la sua visione fisica ne tratteggiò delle parti per mostrarne le
caratteristiche. Dunque non si mirerà ad esporre gli argomenti in modo completo, cosicché
potranno essere lasciate delle perplessità sulle questioni particolari, ma ad applicare la base
gnoseologica appena costruita a vari fenomeni così da mostrarne il metodo.

VIII – Matematica e meccanica
Per lo studio della natura ci avvaliamo della matematica, soprattutto negli ultimi tempi, di cui
distinguiamo tre tipi. L’aritmetica ci permette di fare i calcoli, la geometria ci fa riconoscere le
figure e le loro proprietà e la cinematica studia i movimenti. Queste non le troviamo
esteriormente, i loro concetti li elaboriamo in noi stessi e poi li applichiamo alla natura, dovendo
prestare attenzione affinché ciò avvenga correttamente. La matematica si riferisce solo alla parte
quantitativa dei fenomeni e le rimane indifferente che cosa venga calcolato. E’ dunque necessario
che la trattazione matematica collabori con quella qualitativa, incontrandosi nell’oggetto, del
quale singolarmente rappresentano un solo lato.
Nelle nostre rappresentazioni possiamo giungere a figure geometriche e a oggetti in
movimento, ma non possiamo accogliere le forze, esse devono essere sperimentate e misurate nel
mondo esteriore. Dunque si può dire che la meccanica è una scienza della natura, mentre le
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matematiche non lo sono ancora. Nelle rappresentazioni si usa un punto immaginario, ma quando
si considerano i corpi della natura ci si deve chiedere cosa sia la causa del loro movimento, quindi
si stabilisce che agiscano delle forze. Di conseguenza i corpi devono avere una massa, che può
essere investigata solo per le sue azioni, ad esempio misurandone il peso. Si trovano così dei
rapporti tra la forza (F), la massa (m) e la velocità (v), come in “ F x s = m x v 2 / 2 ” (s =
spostamento). Però la massa non possiamo ottenerla in alcun modo tramite la cinematica,
dunque, se ci fermassimo al solo movimento, dovrebbe rimanere un qualcosa di irraggiungibile per
la nostra comprensione. Tuttavia, quando si fa pressione su qualcosa con un dito, si sperimenta
una pressione, quindi anche la massa. Come con le rappresentazioni matematiche si afferra che
cos’è la velocità, così si concepiscono la massa e la forza grazie alla pressione che percepiamo, che
è l’iniziale e la più semplice manifestazione della massa.

IX – Luce, prisma e oscurità
Si può facilmente affermare che i colori sono affini tra loro, sono diverse manifestazioni dello
stesso fenomeno. Deve quindi esserci un’unità ideale comune a tutti, che è presto individuata: la
base di tutti i colori è la luce. Infatti senza questa, quelli non possono esserci. I colori appaiono
come una variazione della luce, che è attuata dalla materia priva di luce, ovvero oscurità attiva: i
colori sono luce modificata dall’oscurità. Luce e oscurità non sono da intendere come la luce
bianca e il nero, sono entità puramente ideali comuni ad ogni percezione di colore, mai percepite
con gli occhi (fisici) ma, come direbbe Goethe, afferrabili con gli “occhi dello spirito”, col pensare
(intuendoli). Analizziamo ora alcuni esperimenti per vedere come avviene questa interazione
dinamica tra luce e oscurità.
Si proietti un cilindro di luce bianca proveniente dal sole o prodotta da un proiettore su uno
schermo, dove appare un disco illuminato. Se ora poniamo un prisma sul percorso della luce,
questa, nell’attraversarlo, viene deviata e il
disco sullo schermo appare spostato verso
l’alto (figura 2c); inoltre il suo margine
superiore appare blu-verdognolo e bluastro e
quello inferiore giallo-rossiccio, mentre al
centro si ha ancora la luminosità. E’ ora
necessario analizzare il fenomeno rimanendo
nel puro ambito dei fatti. Si può osservare che
se la luce passa in un mezzo torbido, come un bicchiere opaco, viene attenuata. Similmente,
dentro il prisma la luce interagisce con la materia e nasce un intorbidamento che segue la luce nel
suo irraggiamento. Nella parte superiore, l’intorbidamento viene deviato nella stessa direzione
della deviazione della luce e può penetrare nella luminosità e ben operare in essa formando le
sfumature del blu, quelle scure. L’intorbidamento della parte inferiore agisce in senso contrario
alla deviazione della luce, potendo solo trasparire nella luminosità, la quale prevale, e così
appaiono le sfumature gialle, quelle chiare. Dunque i colori si presentano con una polarità: da
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una parte si trova quello che è affine al giallo, all’arancione e al rosso, dall’altra quello che è
affine al blu, al violetto e ad alcuni toni di verde.
Newton (1642 - 1727) pensava che la luce bianca contenesse già i sette colori, che venivano
semplicemente divisi dal prisma, mentre Goethe riteneva che venisse proiettata un’immagine, la
quale ha dei margini in cui la luminosità e l’oscurità interagiscono. Visto che il disco è
internamente chiaro e fuori lo schermo è più scuro, è evidente/manifesto che i colori sorgono
come fenomeni marginali tra la luminosità e l’oscurità che si influenzano; così questa esperienza
mostra il fenomeno semplice, originario, il fenomeno-tipo. La questione è diversa se si restringe il
cilindro di luce ottenendo un arcobaleno continuo, poiché in questo caso non si è fatto altro che
avvicinare i margini colorati al centro fino ad unirli.
Ci resta da spiegare come mai la luce venga deviata. Sebbene ci si sia abituati a considerare dei
raggi di luce, delle linee, in realtà si ha a che fare solo con immagini e coni o cilindri di luce, per
quanto questi possano essere sottili. Il cilindro di luce che passa nel prisma, nella parte superiore
deve attraversare il mezzo per una lunghezza maggiore rispetto alla parte inferiore, cosicché la
luce in alto risulta più indebolita rispetto a quella in basso. La luce più forte spinge in alto quella
più debole, deviando così verso l’alto. Procedendo col metodo qui esposto non si cerca di scoprire
con ipotesi l’essere materiale che si manifesta nelle percezioni, ma di delineare il comportamento
della luce per definirne il concetto.
Se si osserva una striscia bianca su sfondo nero attraverso un prisma, ai margini appaiono i
colori, disposti come quando vengono
proiettati sullo schermo (figura). Se si
allontana il prisma dalla striscia bianca, i
colori si allargano fino a congiungersi al
centro della striscia dove il giallo e l’azzurro,
riunendosi, formano il verde. Si spiegò ciò
ritenendo la luce bianca già composta dai
sette colori e si ritenne l’oscurità assenza di
luce, il nulla.
Prendiamo ora una striscia nera su sfondo bianco e guardiamola attraverso un prisma: i colori
appaiono anche questa volta, ed essi si
susseguono invertiti, così da avere alle estremità
il giallo e l’azzurro e internamente il rosso e il
violetto, prima alle estremità (figura). Se si
distanzia il prisma dalla striscia nera, i due poli
dei colori si congiungono e dalla riunione del
rosso e del violetto nasce il porpora, o magenta.
Procedendo come prima, nel senso della teoria
della scomposizione inaugurata da Newton, si
potrebbe affermare che anche l’oscurità è scomponibile. Goethe lo fa e ritiene che l’oscurità non è
solo assenza di luce, ma un’entità assolutamente reale, che, come la luce, pervade lo spazio e ha
maggiore o minore intensità.
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La luminosità e l’oscurità possono interagire in modi diversi. Se si compenetrano mantenendosi
indipendenti nascono i colori, se invece si mescolano senza rimanere autonomi nasce il grigio.
Secondo la fisica, i colori sono presenti nella luce, l’oscurità è assenza di luce e la luce bianca
contiene tutti i colori. Seguendo questa opinione, se si divide un cerchio in sette spicchi che
vengono colorati coi colori dell’arcobaleno e lo si fa girare velocemente, i colori dovrebbero unirsi
nel bianco. Infatti, prima che l’impressione che un colore imprime nell’occhio sia passata, viene
esercitata anche quella degli altri colori; allora questi si fondono riunendosi nel bianco, similmente
a quando arrivano nell’occhio contemporaneamente perché contenuti nella luce bianca. Tuttavia
non si ottiene il bianco, ma un grigio. I libri di fisica, almeno quelli dei tempi di Steiner,
riconoscevano che si vede un grigio, così consigliavano di mettere al centro del cerchio un cerchio
più piccolo nero, cosi che il grigio, per contrasto, appaia bianco… per contrasto… Steiner espose ciò
in una conferenza, promettendo che ne avrebbe dato la spiegazione in un’altra nei giorni seguenti,
ma purtroppo non lo fece.
Vediamo ora l’esperimento delle ombre colorate, che è parecchio interessante. Disponiamo
due sorgenti di luce davanti ad uno schermo con in mezzo un bastoncino (figura 7a). Sullo schermo
si formano due zone dove viene proiettata
l’ombra del bastoncino, mentre il resto della
superficie è illuminato da entrambe le luci. Ora
coloriamo una delle due luci ponendole davanti
una lastra di vetro rossa. L’ombra del
bastoncino che questa luce colorata proietta
sullo schermo diviene verde. Se si oscura la luce
con un vetro verde, l’ombra appare
rossa/magenta, e lo stesso fenomeno avviene per le coppie arancione-blu e giallo-viola.
Questi accoppiamenti di colori si ritrovano anche in un altro fenomeno. Se si osserva
intensamente una piccola immagine rossa e poi si sposta lo sguardo su una superficie bianca, si
vede ancora l’immagine che prima si stava osservando, proiettata sul bianco, ma ora è verde, il
colore complementare. Questa è naturalmente un’immagine soggettiva, prodotta dall’occhio, la
superficie è in realtà bianca. L’affinità tra i due fenomeni fece concludere a Goethe che anche
l’ombra del bastoncino colorata di verde fosse un’immagine soggettiva, causata dalla presenza del
rosso su tutto lo schermo circostante, che induce il nostro occhio a produrre il colore
complementare, il verde. Tuttavia la questione è differente. Se infatti si osserva l’ombra verde
attraverso un piccolo tubo, escludendo il rosso dalla vista, essa rimane ancora verde. L’ombra
colorata è dunque oggettiva. Steiner tentò di fotografarla, ma senza successo. Successivamente, ci
provò anche il fotografo professionista Hans Georg Hetzel. Perfino lui ebbe difficoltà, così si
avvalse del misuratore della temperatura del colore, grazie a cui riuscì a rilevare il colore
dell’ombra, concludendo che il colore verde è realmente presente sullo schermo.
Si può descrivere il fenomeno fermandoci al dato di fatto. Si ha dapprima un grigio, nato
dall’ombra del bastoncino; quando la impregniamo con del colore (che ai margini tende ad
invadere l’ombra), il chiaro e lo scuro, prima mescolati nel grigio, interagiscono diversamente, così
da ottenere il colore complementare. La spiegazione non ha caratteri molto generali poiché
Steiner così l’ha esposta, aggiungendo poi che l’immagine verde nel nostro apparecchio esterno e
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quella causata dal nostro occhio, in fondo un apparecchio interno, sono causate dallo stesso
fenomeno, solo che nel primo caso avviene nello spazio, nel secondo nel tempo.

X – Chiari e scuri
Analizziamo ora un fenomeno parecchio presente in natura e in molti esperimenti di ottica,
sebbene di solito lo si trovi unito ad altri fenomeni. Se si osserva una luce bianca attraverso una
lastra sufficientemente spessa, che sia stata scurita in un modo qualsiasi, appare di una tinta
giallognola, giallo-rossiccia. In modo inverso, se si guarda una superficie nera attraverso un
recipiente pieno d’acqua o una superficie trasparente che vengono illuminati, la si vede blu o
violetto, un blu-rossastro. In questi esperimenti si esprime in modo evidente un fenomeno
primordiale: la luminosità, il chiaro visto attraverso lo scuro dà il giallo, poi l’arancione e infine il
rosso (con l’aumentare dell’oscurità), lo scuro attraverso il chiaro, qualcosa di illuminato, dà il
violetto, poi il blu e infine l’azzurro (con l’aumentare della chiarezza).
Un esempio grandioso lo troviamo se alziamo gli occhi al cielo. Il sole emette luce bianca, ma
noi lo vediamo attraverso l’atmosfera, così ci appare giallo. Quando però sta per tramontare,
aumenta l’atmosfera tra noi e il sole, ovvero l’oscurità che la luce bianca deve attraversare. si
passa così dal giallo all’arancione e poi al rosso. Inversamente, lo spazio è oscuro, nero, ma noi lo
vediamo attraverso l’atmosfera illuminata dal sole, così ci appare azzurro. Man mano che la luce
del sole si riduce, il cielo diviene blu, violetto e infine nero, quando cala la notte.
Troviamo questo fenomeno anche
nell’esperimento col prisma prima
analizzato. Qui la luce passa attraverso il
prisma, viene deviata e fa apparire i colori
sullo schermo, in basso quelli giallastri e
rossicci, in alto quelli bluastri. Se ora
poniamo il nostro occhio davanti
all’immagine proiettata sullo schermo e
guardiamo il prisma, vediamo un’altra immagine che sembra in basso oltre il prisma (figura 4c).
Essa è simile a quella ottenuta sullo schermo, ma i colori appaiono invertiti: sotto c’è il blu e sopra
il giallo e il rosso. Si può spiegare questa immagine ricorrendo al fenomeno-tipo appena illustrato.
Da tale posizione si guarda il cilindro di luce attraverso la luce che interagisce con
l’intorbidamento, l’oscurità, del prisma. In alto si vede il cilindro di luce attraverso una luce dove si
esprime l’oscurità, formando il blu, in un certo senso una luce blu, quindi oscura. Si vede il chiaro
attraverso lo scuro, che quindi appare giallo e rosso. Nella luce che viene proiettata in basso sullo
schermo e che forma il giallo e il rosso, agisce sì l’oscurità, ma essa viene vinta dalla luminosità, è
quindi qualcosa di rischiarato. Se si guarda in basso, verso il prisma, si vede così il cilindro di luce
nel prisma attraverso un elemento rischiarato, ancora più chiaro del prisma illuminato, che allora
risulta più scuro. Si vede ora lo scuro attraverso il chiaro, che quindi appare blu.
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La teoria corpuscolare di Newton venne scardinata dagli esperimenti di Fresnel di inizio ‘800,
dei quali ne analizziamo uno. Si prenda una sorgente di luce e due specchi e li si disponga come in
figura, con in parte uno schermo. I corpuscoli di luce dovrebbero rimbalzare sugli specchi e
illuminare ancora di più lo schermo. Tuttavia non avviene esattamente così: sullo schermo si
formano delle zone più illuminate di altre, si osserva un reticolo di spazi chiari e scuri. Ciò non
poteva essere previsto dalla teoria corpuscolare, quindi venne scartata in favore di quella
ondulatoria.
Cerchiamo ora di spiegare il fenomeno. La luce
rimbalza sullo specchio e poi si dirige verso lo
schermo, ma nel suo percorso viene ostacolata
dalla luce che proviene dall’alto. Questa attraversa
la luce che proviene da sinistra spegnendola,
creando così un’oscurità, che si propaga verso lo
schermo. Questa oscurità però viene subito
riattraversata da un altro corpo di luce che
proviene dall’alto; questo può passare più
facilmente attraverso l’oscurità così riaccende in
essa la luce. Essa verrà di nuovo spenta dalla luce
che cade da sopra e in seguito riaccesa. Questo
continuo spegnersi e riaccendersi della luce crea
un reticolo di chiari e di scuri, che viene rilevato dallo schermo, dove viene proiettata a volte la
luce, a volte l’oscurità.
Gli esperimenti di Fresnel fecero considerare la luce non più come un corpuscolo, ma come
un‘onda. Ciò venne fatto in analogia con le onde sonore: come queste si propagano nell’aria, così
le onde luminose devono propagarsi in un mezzo, che venne chiamato etere, un fluido molto
leggero che pervade tutto lo spazio. Inizialmente la luce fu pensata come un’onda longitudinale,
similmente a quelle sonore, ma ciò non concordava con alcuni fenomeni, così venne intesa come
un’onda trasversale, ovvero con le oscillazioni perpendicolari alla direzione di propagazione.
Secondo la teoria ondulatoria, nel nostro esperimento, sullo schermo arrivano diverse onde nello
stesso momento; se queste stanno oscillando nello stesso verso, o entrambe verso l’alto o verso il
basso, la loro luminosità si somma, se stanno oscillando in versi opposti si annullano e si ha una
zona più scura.
I fenomeni suesposti sono stati qui interpretati cercando la spiegazione nei fatti stessi,
fermandosi alla loro comprensione, non ricorrendo a modelli meccanici ipotizzati al di là delle
percezioni. Con questi si possono sì mettere in relazione le varie grandezze misurabili e calcolarle,
ma ciò non toglie che siano stati inventati. La pura cinematica è infatti qualcosa di semplicemente
pensato, così come il calcolo. Anche col metodo goethiano si possono fare i calcoli, basta
individuare le leggi ideali tra le percezioni, ma qui ci limitiamo all’aspetto qualitativo. Queste onde,
per esempio, potrebbero sì esistere, però fatto sta che le si è immaginate. Quello che invece è
immediato è il reticolo di chiari e di scuri e l’intersecarsi delle luci, e la nostra spiegazione verte su
di essi.
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Il fenomeno in cui la luce agisce su un'altra luce spegnendola può essere ben osservato in un
altro esperimento. Se si fa passare in un prisma un cilindro di luce bianca proveniente dal sole o da
un corpo incandescente, essa si scompone in uno spettro dal rosso al violetto. Se invece abbiamo
una fiamma prodotta dal sodio, quando diventa gas ardente, il cilindro di luce che nasce da essa
attraversa il prisma e sullo schermo solo il giallo è evidente, mentre gli altri colori sono molto
attenuati. Se combiniamo i due fenomeni otteniamo un fatto inaspettato (figura 4h). Ci
aspetteremmo di trovare ancora lo spettro completo sullo schermo con la fascia del giallo più
illuminata delle altre, poiché esso è prodotto sia dal corpo incandescente sia dal sodio che brucia.
Avviene però qualcos’altro: si vedono ancora i colori dal rosso al violetto, ma non il giallo, che
lascia il posto a una zona scura.
La luce gialla del sodio occupa lo
stesso spazio della luce del corpo
incandescente,
esse
dunque
interagiscono e la luce del sodio non si
lascia semplicemente attraversare e
spegnere dall’altra luce gialla, ma
agisce come un corpo opaco, come una forza che spegne questa luce a sé affine cosicché sullo
schermo appaia una zona scura al posto del giallo. Il giallo del sodio deve avere una forza simile a
quella del giallo prodotto dal corpo incandescente. Dunque abbiamo ancora un fenomeno in cui la
luce agisce su un’altra luce spegnendola (ciò avviene almeno in certe condizioni).

XI – Elettricità e “materia”
Ci occupiamo ora dei fenomeni di elettricità e magnetismo, non tanto per studiarli nei vari casi,
ma per giungere ad un certo punto di vista. Nel 1885 Hertz fece alcuni esperimenti con cui scoprì
le onde hertziane (poi chiamate elettromagnetiche), mostrando così che l’elettricità che si
diffonde ha natura ondulatoria. Così essa venne intesa come un’oscillazione dell’etere.
Successivamente, grazie agli esperimenti coi tubi di Crookes, si riuscì a far uscire da un filo la
corrente elettrica che in esso scorreva; si ottennero i cosiddetti raggi catodici. Si notò che essi, in
prossimità di un campo magnetico, deviano la propria traiettoria, come se avessero una carica.
Questa proprietà appartiene alla materia, dunque l’elettricità non poté più essere considerata di
natura ondulatoria, ma doveva essere formata da piccole particelle. Nel 1893 Lenard riuscì a
dirigere i raggi catodici contro una lastra di metallo, ed essi la attraversarono. Sorse quindi il
problema: particelle materiali possono oltrepassare così facilmente una parete materiale? Anche a
seguito di altri esperimenti, si dovette concludere che l’elettricità non è né un’onda né una
particella, ma elettricità, ovvero qualcosa che a volte si comporta da onda, altre da particella.
Un’altra esperienza importante si ebbe studiando i corpi radioattivi. Si scoprì che il radio emana,
oltre ad altri raggi, anche qualcos’altro, anche l’elio. Il radio si trasforma in un altro elemento, non
si ha più quindi una conservazione, ma una metamorfosi della materia.
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Indagando i fenomeni dell’elettricità e del magnetismo, si iniziò a studiare concretamente la
materia, e così facendo si fece il primo passo per il superamento della materia stessa. Nei decenni
successivi al 1890, in fisica si è compiuta una rivoluzione maggiore, nel proprio campo, perfino di
quella industriale, poiché si è assistito al pieno dissolvimento dei vecchi concetti fisici: ciò che si
intende ora per materia non è più materia, almeno nel suo solito significato.
A differenza del colore, del suono e del calore, l’elettricità e gli altri fenomeni atomici non
possiamo percepirli direttamente, ma se ne possono solo analizzare le manifestazioni. Esse sono
però affini alle nostre rappresentazioni aritmetiche, geometriche e cinematiche, o per lo meno si
presentano come tali, dunque a queste dobbiamo ricorrere per studiarli. Tuttavia si deve
considerare che la geometria euclidea è legata al vecchio concetto di materia e che essa è solo una
delle geometrie possibili, come si è ben visto dalla seconda metà del 1800. Non possiamo essere
sicuri che valga anche per i fenomeni elettrici e interni alla materia. Infatti potrebbe facilmente
essere che le cose esteriori si muovano secondo una geometria totalmente diversa e che solo la
nostra comprensione le traduca nella geometria euclidea. In proposito solo i fatti stessi possono
illuminarci. Parecchie esperienze dell’ultimo secolo e mezzo hanno mostrato che col nostro
vecchio pensare non ci si immerge più nei fenomeni, perciò le rappresentazioni algebriche,
geometriche e cinematiche devono diventare più versatili e impregnarsi di realtà.
Dall’altra parte, le nostre rappresentazioni matematiche non hanno a che fare con i fenomeni
luminosi e sonori, almeno quanto al puro colore e suono, così bisogna tener conto dell’elemento
qualitativo. Non ci si avvicina ad essi riconducendoli a meri movimenti della materia (come le
vibrazioni dell’etere e la frequenza dei fotoni); infatti, non è lecito supporre che l’essere dei colori
e dei suoni rispetti la nostra geometria euclidea, o di qualsiasi altro tipo. Steiner ritenne che,
continuando in questa direzione, con questo metodo, e penetrando sempre di più nei fenomeni
elettrici e atomici, “si affonderà in un pauroso vicolo cieco, si vedrà di non poter più procedere”
(Impulsi scientifico-spirituali per lo Sviluppo della Fisica, p164).
La radicale rivoluzione della fisica iniziata circa nel 1890 è continuata anche dopo le conferenze
di fisica tenute da Steiner nel 1919 e nel 1920, e sempre più è evidente il dissolvimento della
materia. L’essere della realtà è divenuto per i fisici qualcosa di sempre più complicato, che ancora
viene inteso come qualcosa di simile alle esperienze dei sensi, ma che con esse è inconciliabile. Per
esempio gli elettroni, come anche altre particelle, vengono intesi sia come particelle sia come
onde. Più si è penetrati nella materia, più si è scoperto che non è qualcosa di materiale; le
comode rappresentazioni fisiche dei secoli passati sono state sostituite da complicatissime
formule matematiche riferite ad inimmaginabili e “irreali” modelli di realtà. Diventa sempre più
difficile trovare un modello materiale da ipotizzare alla base degli oggetti, mentre ciò che rimane
sono i nessi ideali che regolano i fenomeni, che sono ciò che ha importanza e che va individuato.
Sono stati fatti esperimenti, per esempio, che mostrano che certe particelle possono
comunicare in modo istantaneo; ciò fece ipotizzare addirittura che l’universo sia non locale,
ovvero che lo spazio non esista, almeno nei termini assoluti in cui lo si intende. Altri esperimenti
mostrano che l’osservazione dello scienziato modifica l’esperimento, nettamente di più di quello
che ci si aspetterebbe dalla perturbazione necessaria alla misura. Ci stiamo forse veramente
avvicinando al completo dissolvimento della materia, a quel “pauroso vicolo cieco”?
22

2.2: Natura organica
XII – Il problema dell’organico e il tipo
Per comprendere la natura inorganica, si deve tradurre ciò che è dato ai sensi in concetti, in
modo tale che i fenomeni percepiti corrispondano a quelli previsti idealmente. Fenomeno e
concetto devono coincidere, non deve esserci nulla che sia in uno e non si riferisca all’altro.
Tuttavia, per la comprensione dell’organico, ciò non è più possibile. In un organismo i rapporti
percepibili coi sensi tra le sue varie parti (ad esempio riguardo forma, grandezza, colore e calore)
non appaiono determinati secondo i nessi e le leggi della natura inorganica. La figura della radice
non condiziona quella dello stelo, né questa quella delle foglie e così via, bensì tutte appaiono
condizionate da qualcosa che sta al di sopra di esse e che non è visibile coi sensi. Non è possibile
derivare ciò che si percepisce tramite rapporti percepibili, ma si deve accogliere, nel concetto dei
processi, elementi che non appartengono al mondo dei sensi: per spiegare i fenomeni se ne deve
afferrare l’unità concettuale. Ciò è particolarmente evidente negli animali, in cui da cellule
indifferenziate si formano molteplici organi estremamente particolari e in perfetta armonia tra
loro. Si ha così un salto tra l’osservazione e il concetto e diviene difficile scorgerne il legame.
Almeno fino ai tempi di Goethe, non si aveva le idee chiare sui fenomeni della vita e la scienza
generalmente ammetteva che tra il mondo inorganico e quello organico ci sia un abisso, che non si
riusciva a colmare. Si pensava che la natura inorganica porti in sé il suo fondamento, la sua
essenza, e che quella della natura organica risieda fuori di essa, visto che non la si riesce a
scorgere. E’ esemplare il fatto che Kant (1724 - 1804), grande riformatore della filosofia, cercò
addirittura un postulato scientifico con cui dimostrò che l’intelligenza umana non riuscirà mai a
spiegare la formazione organica. Riteneva che l’uomo avesse solo un modo per conoscere le cose,
ovvero afferrando il mondo esteriore per mezzo dei sensi e esprimendone i rapporti per mezzo dei
concetti (tramite l’intelletto discorsivo). Per spiegare la natura inorganica non si può però ricavare
il concetto dall’osservazione, ma bisogna conoscere l’ideale come tale, visto che ha un contenuto
indipendente dalla percezione sensoria e poggiante su se medesimo. Un tale concetto non viene
ricavato per astrazione dal mondo dei sensi (tramite l’intelletto discorsivo di Kant), ma può essere
conosciuto solo in modo intuitivo, grazie alla ragione e sempre tramite l’esperienza.
Nella natura organica non è un membro di un essere che determina l’altro, ma il tutto (l’idea)
produce ogni particolare in modo conforme alla propria legge tramite le proprie forze formative.
Goethe chiama questo elemento ideale tipo o, visto che si autodetermina, entelechia.
L’organismo vivente che viene percepito è l’apparenza esteriore del suo principio, ma esso non è
soggetto solo alle sue leggi formative, ma anche alle condizioni del mondo esteriore. Si sviluppano
così molte piante e animali diversi. Sta alla ragione umana (non all’intelletto) riconoscere quel
principio, il puro elemento organico, estrinsecandolo dalla molteplicità sensibile dei diversi
organismi tramite intuizioni, per giungere all’idea dell’organismo primordiale, al tipo, che si
manifesta in ogni organismo. Se per l’inorganico ciò che viene spiegato (le percezioni) e la
spiegazione (il concetto) sono due cose diverse, per il tipo sono invece identici: l’ideale e il reale
sono divenuti unità.
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XIII – La pianta-tipo
Possiamo distinguere due generi di tipo, quello delle piante e quello degli animali. Osservando
molte specie di piante, anche molto diverse tra loro, si può comunque riconoscere che si ha di
fronte sempre delle piante. Ciò perché i molteplici esemplari hanno in comune l’idea di pianta, che
riconosciamo in ognuno per intuizione. Quest’idea è ciò che Goethe cerca di indagare, ovvero la
pianta-tipo. Essa si manifesta diversamente nei vari organi di una pianta così come in piante
diverse, ma è sempre lo stesso principio. Per indagare questo elemento costante non gli bastò
studiare la flora dei suoi luoghi, che ospitava diverse specie di piante, ma dovette viaggiare in
cerca delle stesse specie cresciute in condizioni diverse; così esplorò l’Italia restandoci due anni.
Ebbe modo di studiare le variazioni prodotte da differenti condizioni ambientali su piante della
stessa specie, dove risaltano di più, e ciò per specie diverse, potendo così individuare le costanti
delle variazioni. Per esempio osservò che, ai piedi delle alpi, rispetto alle regioni più in alto, i rami e
i piccioli erano più robusti e massicci, le gemme collocate più vicine tra loro e le foglie più larghe.
Ciò valeva per specie diverse, come per il salice alpino e la genziana. Goethe poté così constatare
che i caratteri esteriori delle piante sono incostanti, variano in funzione delle condizioni
ambientali; dunque l’essenza degli organismi vegetali non può risiedere in queste proprietà, ma va
cercata più in profondità. Successivamente, anche Darwin (1809 - 1882) constatò questa
incostanza delle specie vegetali e, considerando esaurita l’essenza dell’organismo con le proprietà
suddette, ne dedusse che non vi era nulla di costante e si sforzò di indagare nei particolari le cause
della variabilità. La concezione goethiana comprende invece entrambi gli aspetti: 1) l’azione
reciproca tra organismo e natura inorganica (adattamento) e tra i vari organismi (lotta per
l’esistenza); 2) l’elemento vitale capace per forza propria di svilupparsi in molteplici forme, il tipo.
Goethe sviluppa maggiormente questo elemento costante, ovvero il complesso di leggi formative
che organizza la pianta rendendola ciò per cui noi riusciamo a riconoscerla quale pianta: la piantatipo, ossia un quid ideale intuibile. In conformità a questa legge si possono anche inventare figure
di piante capaci di esistere qualora si verificassero le condizioni necessarie, facendo così vivere
nello spirito ciò che la natura compie nella formazione degli organismi.
La concezione darwiniana ritiene che gli influssi esterni agiscano sull’organismo come cause
meccaniche modificandolo. Per Goethe, invece, le singole modificazioni sono estrinsecazioni
diverse dell’organismo primordiale, il tipo, che ha in sé la facoltà di assumere molteplici aspetti
manifestandosi in funzione delle condizioni esteriori.
La successione, spaziale e temporale, tra i vari organi non sembra essere condizionata dai
caratteri sensibili degli organi, ma appare dominata da un principio superiore; gli organi si
susseguono secondo la natura del tutto, così che dal seme si arrivi al frutto tramite i passaggi
intermedi. Nella pianta ciò si manifesta nel fatto che i singoli organi appaiono come modificazioni
della medesima forma o organo fondamentale a diversi gradi di sviluppo, cosicché essi siano
identici secondo il principio formativo, sebbene fenomenicamente diversi. In ogni parte è
contenuta in potenza l’intera pianta, e da ogni parte si può farla effettivamente sviluppare, non
solo dal seme, purché le condizioni siano favorevoli. Ogni pianta è un armonico insieme di piante.

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Si deve ora spiegare come da un solo principio formativo si ottengano più organi. Le forze
formative dell’entelechia, per loro natura, possono agire in due modi diversi: o si concentrano,
tendendo in un unico punto, o si estendono, allontanandosi l’una dall’altra. Si alternano così 3 fasi
di contrazione e 3 di espansione, che trasformano un organo in un altro, svolgendo una
metamorfosi. All’inizio le forze formative della pianta sono contenute in un “punto”, nel seme (a,
in figura). In seguito questo si espande formando la foglia (e). Quelle forze si espandono sempre
più, cosicché sono più presenti nelle foglie vicino al seme, quelle inferiori (c), che risultano così più
rozze e compatte delle foglie più alte (d, e), che sono più nervate e
dentellate. Con la seconda contrazione la foglia diviene calice (f),
che poi si allarga di nuovo formando la corolla, i petali (g). Il
passaggio intermedio tra i due sono i sepali, le foglie del calice; I
petali sono più fini, più teneri, dei sepali; ciò dipende dalla minor
intensità delle forze formative nei petali, in cui si sono espanse di
più. La terza contrazione porta agli organi sessuali (stami (h) e
pistilli (i)) e la successiva espansione produce il frutto (k), il quale
ospita i nuovi semi (a1), dove ritroviamo l’intera essenza della
pianta contratta in un punto. Inversamente, il frutto presenta solo
elementi fenomenici, si è estraniato alla vita diventando prodotto
morto. Nella gemma le forze formatrici si sono arrestate e
contratte in un punto, in attesa che le condizioni ambientali ne
consentano un nuovo sviluppo.

XIV – L’animale-tipo e l’uomo
Mentre nella pianta in ogni organo troviamo il principio dell’intera pianta, nell’animale tutti gli
organi appaiono derivanti da un centro comune che li forma in conformità col proprio essere. La
figura dell’animale si adatta sì alle condizioni esteriori, ma solo entro stretti limiti, poiché viene
configurata dall’interiore natura del tipo, non da influenze meccaniche esterne. Inoltre l’elemento
vitale non si limita alla formazione del corpo, ma, restandone al di fuori, si estrinseca in esso come
una potenza che lo muove.
Il principio interiore, chiamato animale-tipo o animale primordiale, è identico in tutti gli animali.
Questi sono però formati da diversi sistemi di organi, ciascuno dei quali può emergere in modo
particolare impiegando per sé più forze formative degli altri organi, sottraendogliele. In ciò
consiste la differenziazione dell’organismo primordiale nelle varie specie. Essa ha cause esteriori:
l’adattamento, con cui l’organismo si conforma alle condizioni circostanti, e la lotta per l’esistenza,
che tende a far conservare chi meglio si è adattato all’ambiente. Le condizioni esteriori sono
l’occasione per cui il tipo si estrinseca in una determinata forma, però questa non deriva da quelle,
ma dal principio interiore, dal tipo.
Il tipo si realizza in moltissime specie di animali, partendo da quelli inferiori, in cui si estrinseca
in modo unilaterale sviluppando solo certi sistemi di organi, e elevandosi a quelli superiori, grazie
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allo sviluppo delle forze formative, fino all’uomo, dove tutti i principi formativi prima sparpagliati
nei vari organismi inferiori si esprimono in una sola figura. In certi animali sono più sviluppati gli
organi del tatto, in altri quelli di nutrizione, nell’uomo ogni organo si forma entro certi limiti in
modo da lasciare agli altri il giusto spazio, così che tutti possano ben svilupparsi in modo armonico.
L’uomo si trova al vertice del regno animale, è l’animale più perfetto poiché racchiude in sé le
perfezioni di tutte le altre creature.
La compiutezza umana può essere individuata nell’organizzazione superiore della testa e del
cervello, alla quale sembrano coordinate tutte le parti del corpo, che la innalzano verticalmente.
Nell’animale invece la testa tende ad essere semplicemente appesa alla spina dorsale e il cervello
ha dimensioni minori. Il tipo animale nell’uomo assurge a una perfezione tale da divenire il veicolo
di un essere spirituale libero (almeno potenzialmente), in cui l’idea, prima solo a fondamento del
mondo, viene anche conosciuta, giunge a manifestarsi quale essa è.
Gli scienziati, al tempo di Goethe, ritenevano che la differenza tra l’uomo e gli animali fosse
dovuta a un ossicino posto tra le due parti simmetriche della mascella superiore che sostiene gli
incisivi superiori, l’osso intermascellare, che è presente negli animali superiori ma manca
nell’uomo. Ciò contraddiceva quella forma fondamentale (ideale) secondo cui tutti gli animali
devono essere costituiti. L’osso intermascellare si trovava in tutti gli animali superiori, quindi,
essendo l’organismo più evoluto, anche l’uomo doveva esserne provvisto, sebbene esso dovesse
restare in secondo piano rispetto agli organi adibiti a funzioni mentali. Goethe ne era convinto,
così se ne mise alla ricerca. Analizzò l’osso intermascellare in diverse specie, seguendone le
modificazioni e scoprendo le metamorfosi che può subire. Riusciva così a riconoscere il medesimo
elemento nelle diverse forme che assumeva negli animali, cosicché nel 1784 lo ravvisò anche
nell’uomo. La scoperta dell’osso intermascellare fu una conseguenza della grande concezione di
Goethe, che in essa trovò conferma.
Goethe cercava soprattutto le leggi con cui le figure organiche vengono plasmate. Considerava
un nervo di senso specifico (come quello ottico) come un nervo spinale a un livello superiore, che
poi si apriva in organi di senso capaci di percepire il mondo esteriore. Vedeva nel cervello un
midollo spinale perfezionato, e nel midollo spinale un cervello non ancora giunto a pieno sviluppo.
Da ciò appare molto verosimile che anche le vertebre, che avvolgono e proteggono il midollo
spinale, siano ossa craniche meno perfezionate. Nel capo sono già attive le forze che agiscono a un
gradino inferiore, ma in esso si manifestano alla loro massima potenza. Naturalmente la teoria
vertebrale del cranio viene mostrata anche dai molti rapporti tra le vertebre e le ossa craniche.
Con queste scoperte viene dimostrato che tutti gli elementi di un complesso organico sono
idealmente identici e viene descritto l’elemento vivente nella sua forza plastica e formatrice,
estrinsecantesi dall’interno: era per la prima volta compreso come vero vivente.

XV – Seguito e importanza della concezione goethiana dell’organico
Goethe giunse a questa grande concezione della natura organica, ma non lavorò
sufficientemente per dimostrarne il nesso con i particolari, con le rilevazioni empiriche, e ciò lasciò
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spazio a molti fraintendimenti. Nei tempi seguenti la scienza dell’organico prese in considerazione
diverse scoperte e idee di Goethe, ma il suo integrale pensiero fu mal compreso e sempre più
abbandonato. Per esempio qualcuno ha interpretato l’identità tra gli organi delle piante come
conseguenza del fatto che uno era in precedenza un altro, e così cercò di individuarne le affinità
esteriori. Ma la trasformazione sensibile è solo la conseguenza dell’affinità ideale, non viceversa, e
in questa risiede l’identità tra gli organi. Da essa derivano le somiglianze esteriori, le uniche che la
visione materialistica indaga. L’interpretazione goethiana cerca anche l’affinità ideale, cosicché
non contraddice quella materialistica, ma la completa, ne forma la base.
Il tipo (la pianta primordiale e l’animale primordiale) si manifesta in molteplici forme della
natura, ma nessuna gli è identica. Più un organismo gli assomiglia, più è perfetto. Il tipo quindi non
deriva dal mondo dei sensi come tale, benché possa essere in esso ritrovato perché si esprime nei
particolari, di cui rappresenta il vero essere ideale e universale, l’essenza, che, non potendo trarre
dal mondo percepito il proprio contenuto, deve darselo da sé.
Darwin e Haeckel (1834 - 1919) rilevarono un fatto molto interessante: ogni individuo
ripercorre in forma abbreviata tutti gli stadi di sviluppo che la paleontologia ci mostra come forme
organiche distinte, ovvero quelle degli esseri viventi vissuti in passato. Haeckel lo spiega con la
legge dell’ereditarietà, ma ciò non è che un’espressione abbreviata del fatto citato. Quelle forme
del passato, come ogni individuo, sono le forme fenomeniche di una medesima forma primordiale
ideale (il tipo), che in periodi successivi di tempo sviluppa maggiormente le forze formative
arrivando a forme più avanzate, a organismi più evoluti, dovendo però prima ripercorrere le forme
intermedie.
Goethe combatté il dualismo che poneva limiti insormontabili alla conoscenza della natura
organica, riconoscendo all’uomo la facoltà di giudizio intuitivo a lato dell’intelletto discorsivo,
adatto solo alla natura inorganica. Con ciò sviluppò una visione monistica della natura, non
perché, come Haeckel, pensasse tutti i fenomeni in una connessione meccanica, ma perché
comprese che la loro connessione superiore è accessibile alla nostra conoscenza, che la loro
essenza ha un’unica natura, ideale.
Oggi la scienza tende a considerare la sola connessione meccanica tra i fenomeni organici, ma
non tutti gli scienziati ne sono soddisfatti, poiché essa spesso non può che limitarsi ad annotare i
fatti, senza descrivere sufficientemente le cause che li fanno avvenire proprio in quel modo. Un
dottore specializzato nell’apparato circolatorio, nel 2015 tenne delle conferenze al liceo F.
Lussana. Tra le altre cose, spiegò il procedimento con cui si forma il cuore, consistente in un
fittissimo intrecciarsi di tessuti tanto complicato quanto delicato e ordinato; basterebbe infatti il
minimo sbaglio per causare enormi conseguenze sul bambino. Tuttavia ciò non avviene quasi mai.
Davanti a tale magnifico mistero della vita, il dottore concluse definendolo un ”miracolo”. Goethe
lo motiverebbe con le forze formative del tipo.
Goethe nelle affermazioni sui particolari ha commesso qualche errore, ma ciò che conta, più
che le singole scoperte, è la sua grandiosa concezione della natura, adatta a comprendere
l’organico.

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XVI – Conclusione
Non da poco mi interrogavo sulla realtà, quando lessi “La Filosofia della Libertà” di Rudolf
Steiner, abbracciandone i ragionamenti e il punto di vista; così ne feci l’argomento di questa
esposizione. Non pensavo che sarei giunto a certe conclusioni mostrate nella seconda parte,
riguardo l’ambito fisico e la natura organica. Mentre sostengo ampiamente la parte filosofica,
ovvero il monismo di Steiner, non posso difendere pienamente le affermazioni della parte
scientifica, non avendo penetrato sufficientemente certe questioni.
Parecchie conclusioni della teoria dei colori e della concezione dell’organico appaiono assurde
se confrontate con quelle della scienza moderna. Dunque, se le avessi conosciute prima di iniziare
a scrivere la tesina, ne avrei forse cambiato l’argomento? Sì, se avessi fatto la scelta sbagliata. Si è
giunti ad affermazioni che appaiono assurde perché, una volta stabiliti certi presupposti
gnoseologici, con coerenza, su di essi è stata sviluppata la conoscenza della natura, senza paura di
portarli fino alle ultime conseguenze. Queste sono frutto di coerenza e profondità, due pregi
propri ad ogni teoria che si rispetti: non mi aspetto nel lettore condivisione, ma mi auguro
comprensione delle ragioni e della legittimità di una simile concezione del mondo.

Fonti
Bibliografia:
-Rudolf Steiner; La Filosofia della Libertà. Linee fondamentali di una moderna Concezione del
Mondo. Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali; 1894; Editrice
Antroposofica Milano (14° edizione - 2013).
-Rudolf Steiner; Introduzioni agli Scritti Scientifici di Goethe. Per una fondazione della Scienza
dello Spirito (Antroposofia); 1882 – 1897; Editrice Antroposofica Milano (2° edizione - 2008).
-Rudolf Steiner; Impulsi scientifico-spirituali per lo Sviluppo della Fisica. Primo corso di Scienze
Naturali. Luce, colore, suono, massa, elettricità, magnetismo; 10 conferenze dal 23/12/1919 al
3/1/1920; Editrice Antroposofica Milano (2° edizione - 2013).

Sitografia:
-onde sonore e onde cerebrali: http://www.centroipnosigenova.it/pubblicazioni/onde-theta-estato-ipnoide.pdf
-teoria dei colori di Goethe: https://it.wikipedia.org/wiki/La_teoria_dei_colori_(Goethe)
-Esperimento degli specchi di Fresnel:
http://museo.liceofoscarini.it/virtuale/specchifresnel.phtml
-scoperta dell’osso intermascellare:
https://books.google.it/books?id=BecFUbVdDaEC&pg=PA44&lpg=PA44&dq=osso+intermascellare
+nell%27uomo&source=bl&ots=8096Mshg4l&sig=iQAWBR8Nv4HmX5hmuKkUrig1YjM&hl=it&sa=X
&ved=0ahUKEwir16q7vZDNAhXEXBQKHdYNDGUQ6AEIKDAC#v=onepage&q=osso%20intermascell
are%20nell'uomo&f=false (pagina 44)
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