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Mario Cursietti
ANTROPONIMI, TOPONIMI, GIOCHI ONOMASTICI,
NELLE TENZONI COMICO-REALISTICHE
TRA DUE E QUATTROCENTO

Nella tradizione tenzonistica italiana di àmbito comico-realistico quattrocentesco è topos diffuso, come si sa, la deformazione del nome o la soprannominazione dell’antagonista con funzione di infamia e canzonatura,
stratagemma di tipica matrice popolaresca. Dai confronti di Burchiello con
Leon Battista Alberti, dello stesso barbiere di Calimala con Rosello Roselli,
di Luigi Pulci con Matteo Franco, il punto di partenza è frequentemente
costituito proprio da un’interpretatio nominis forzata equivocamente e
piegata alla calunnia e allo sbeffeggiamento dell’avversario, oppure da un
soprannome, obbediente ad analoga logica.

Burchiello vs. Battista Alberti
Si veda ad esempio l’incipit del sonetto di Leon Battista Alberti con
cui si apre la tenzone col Burchiello (LIII, vv. 1-8), in cui il diffuso gioco
equivoco tra nome, o meglio soprannome, dell’antagonista e l’omonimo
battello fluviale, si complica sino ad abbracciare interamente le due quartine, costellate di una serie di doppi sensi, una parte dei quali appartenenti
all’àmbito semantico nautico (burchiello, sgangherato, remi, prora, ingegno,
pedali, rime).
Burchiello sgangherato sanza remi,
composto insieme di zane sfondate,
non posson più le Muse star celate,
poiché per prora sì copioso gemi.
Ingegno svelto da’ pedali stremi,
in cui le rime fioche e svarïate
tengon memoria dell’alme beate,
a cui parlando di lor palma scemi (LIII, 1-8).



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Cfr. I sonetti del Burchiello, a c. di M. Zaccarello, Torino, Einaudi 2004, p. 74.

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Burchiello vs. Rosello Roselli
Nel primo sonetto responsivo della tenzone con l’aretino Rosello Roselli, il Burchiello pare giocare sull’attributo fresco e il nome e cognome
dell’avversario, attributo diffusissimo e peraltro di cavalcantiana memoria
(Fresca rosa novella):
Ben ti sei fatto sopra ’l Burchiel conte,
ben per vie di san Gallo ne vien’ fresco (CX, 1-2),

alludendo agli illeciti guadagni del Roselli derivati dall’allegra gestione dello spedale fiorentino di san Gallo.
E così pure nell’incipit di due altri sonetti della stessa tenzone, due fiori
ancora sono accostati dal Burchiello furbescamente al nome del Roselli:
Fiorrancio mio, deh fuggiti al letto
(…) che sè più giallo che fior di ginestra (CXVI, 1 e 5),

con allusione all’itterizia (il fiorrancio è una margherita di colore giallo e
non ben odorante) e
Fior di borrana, se vuo’ dire in rima (CXIX 1)

dove la menzione della borragine, riferita al Rosello, deve essere intesa con
il valore dispregiativo di ‘erbaccia’.

Luigi Pulci vs. Matteo Franco
Nella sterminata tenzone tra il Pulci e Matteo Franco, il primo a giocare
con il proprio cognome è proprio l’autore del Morgante, il quale nel suo
primo sonetto responsivo corregge burlescamente l’omaggio che il Franco
nel testo d’esordio gli aveva tributato «Surgo inver te, divo ingegno de’
Pulci», obiettando «Non essere ancor sorto lo ’ngegno de’ pulci» («pulce» al genere maschile è forma regolarmente attesta nel toscano antico),
con allusione agli omonimi animaletti e furbescamente al diffuso doppio
senso di «ingegno», ‘talento poetico’, ma anche ‘membro virile’. Calembour
cui il Franco replicherà nel sonetto seguente affermando che «lo ’ngegno


Ivi, p. 164.
Ivi, p. 168.
L. Pulci – M. Franco, Il «Libro dei Sonetti», a c. di G. Dolci, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri 1933, p. 15 («Salve, se se’ quel poeta Luigi», v. 9).
Ivi, p. 16 («‘Salve’» vuol poi ‘regina’ e non ‘Luigi’», v. 9).


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è delle toppe e non de’ pulci», con il rilancio del valore equivoco di «ingegno» e con il gioco sul termine equivoco «toppe» (lett. ‘chiavistelli, serrature’, ma anche ‘femmine del topo’, forma con raddoppiamento consonantico attestato per «toppo», «toppi»), contrapposto a «pulci».
Nel sesto sonetto della tenzone i sonetti dell’avversario in preparazione
sono definiti dal Franco «pulcini» (v. 4): «ch’i’ sento pigolar certi pulcini».
Nel sonetto IX, il Franco insiste sul calembour zoologico (vv. 2-6), fino a
giungere a una nuova denominazione dell’avversario:
Fanti de’ Pulci le persone stolte,
perché da’ pulci hai sol tre cose:
leggerezza, colore e piccin’ occhi;
ma il nome tuo è Gigi de’ pidocchi,
così ti chiamerem quest’altre volte.

Nel sonetto X il Pulci allude furbescamente, con riferimento apparentemente angelologico al probabile ispiratore segreto dei sonetti del Franco,
Agnolo Poliziano:
E’ si conosce fra tuo zibaldoni
un certo burïasso, un teco meco,
con tanti accenti e tante aspirazioni;
ma stu avessi gli alti agnoli teco
e cherubini e serafini e troni,
queste tuo filastrocche san di ceco.

E così ancora il Pulci in altri sonetti del Franco è battezzato come «zucca sanese» (XI 15),10 «nugol di pidocchi» (XII 4),11 «Gigi pidocchi mio»
(XIII 13),12 «pulcin» (si veda almeno XLI 1 e 14, XLIV 17: «Pulcin, i’ ti
farò tornar nel guscio»),13 «pulcino» (XL 12-13: «Guarti, pulcino, / non
temo morso d’affamata pulce»),14 «pulcin tignoso» (XXXI 9),15 ed è detto
avere il capo pieno di «sanesi», ‘pidocchi’, (XIV 7).16 La famiglia del Pulci
è dileggiata in XXXI 12-13: «Pulci e pulcini di trista razzina, / i’ non vi sti




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Ivi, pp. 16-7 («Testa lachina, ove Athene e Parigi», v. 9).
Ivi, pp. 19-20 («Prima ch’al Ciegia le gote ruini», v. 4).
Ivi, p. 22 («A chi credi ch’i’ pensi; o ch’io ballocchi?», vv. 2-6).
Ivi, p. 23 («I’ ebbi a Pisa, il dì di Santo Antonio», vv. 9-14).
Ivi, p. 24 («Ben ti pare aver tocco el ciel col dito»).
Ivi, p. 24-5 («O sfacciatel, ch’a’ più veli in su gli occhi»).
Ivi, pp. 25-6 («Trionfa omai, casa de’ Pulci, e godi»).
Ivi, rispettivamente pp. 48 e 50.
Ivi, p. 47 («Veggendo l’aria folta di sonetti»).
Ivi, p. 40 («Non so come non t’hai l’aria corrotta»).
Ivi, p. 26 («I’ non vidi mai due più somiglianti»).

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mo tutti un vil bozago»,17 e in LII 13: «Son pur pulcini, anzi son cappon’
veri», dove «cappon» vale ‘castrati’.18 Nel sonetto XXXVIII (vv. 9-10),19 il
gioco onomastico si complica, a formare un vero e proprio mini-acrostico,
sfruttando l’omonimia con il «luì», l’uccello della famiglia dei passeracei
così detto per riproduzione onomatopeica del suo verso:
Luì, uccel c’ha men cervel che quello
Gi, quasi Gigi

I «pidocchi» tornano infine in una replica spazientita del Pulci (XVI
1-2): «Tu mi fai di pidocchi un giubileo / e Franco a pena non n’ha tanti
addosso».20
Essendo il Franco un prete della famiglia della Badessa, nel sonetto
XIX21 della tenzone il Pulci lo appella furbescamente dolciata mia badessa», per poi giocare equivocamente sul cognome dell’antagonista, prima
usando l’accezione semantica di «franco», ‘valoroso’, nel finale del sonetto
XXII (v. 19: «non so se tu sarai sì franco e destro»),22 poi l’altro significato
di «franco», ‘privo’ in C 1-2 («Franco: che vuol dir franco? Del cervello /
sicuro, del balestro e della spada»).23 Lo stesso Matteo si diverte del resto
sfruttando equivocamente il proprio cognome (XLVI 1-2: «Se ’l franco si
riza / tante te ne darà, che guai a te»;24 XLIX 11: «Aspetta pur, che ’l franco or e’ si rizzi», e 14-15 «Eccomi fresco a te con le mie schiere, / come
franco guerriere»,25 dove si gioca prima con il termine equivoco «franco
- francese - francesco», ‘ membro virile’, e poi con l’altro senso di ‘valoroso’).

Tenzonisti minori quattrocenteschi
Giochi onomastici comuni si trovano anche, ovviamente nelle semplici
rime di corrispondenza quattrocentesche: un corrispondente, ad esempio,
di Feo Belcari, Niccolò Gesuato, esordisce in un sonetto con «Mio Bel caro Feo»,26 mentre a Ottavante Barducci è rivolto un testo che si apre con
17

Ivi. pp. 46-7 («Non so come non t’hai l’aria corrotta»).
Ivi, p. 56 («Diavol, gli è pur de’ Pulci; egli è un danno»).
19 Ivi, pp. 45-6 («O zucca mia da pescator da lenza»).
20 Ivi, p. 28.
21 Ivi. pp. 30-31 («Tu hai boria di Franco e di Burchiello»).
22 Ivi, p. 33 («Perché tu se’ per sette pozi nieri»).
23 Ivi, p. 93.
24 Ivi, p. 51 («E’ bufonchia anche; se ’l Franco si riza»).
25 Ivi, p. 54 («Tanti sonetti, che sarà tristizia! »).
26 Cfr. Lirici toscani del ’400, a c. di A. Lanza, vol. I, Roma, Bulzoni 1973, p. 237 («S’io non
sapessi, o mio bel caro Feo»).
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un bisticcio onomastico- numerico: «Ottavante otto venti».27 Ma è soprattutto nelle tenzoni dei minori del Quattrocento che trionfa l’interpretatio
nominis infamante, come si è visto per le tenzoni maggiori del Burchiello e
del Pulci.
Valga per tutti questo esempio tratto dalla prima terzina di uno dei
sonetti («Capo di ghiozzo e viso di melone», vv. 9-11) della tenzone tra
Francesco Canni e Pier Martini, difeso da Filippo Scarlatti, in cui si mette
in berta il cognome del malcapitato Martini:
So che sè de’ Martini; i’ tel confesso:
Martin vuol dir di capre guidaiuola.
Dunque sè becco, orsù sieti concesso.28

La prima attestazione sui vocabolari di ‘martino’ nel senso di ‘becco’,
‘montone’, risaliva finora ad Annibal Caro, ma il passo della tenzone sopra
ricordata è certamente anteriore. Il calembour si spiega con la derivazione
dall’agionimo Martino, ossia San Martino, il protettore dei mariti: di qui
l’antifrasi ‘martino’ con il significato di ‘becco’, che, come si sa, in fiorentino assume ancor oggi il significato di ‘marito cornuto’.
L’analisi nell’ottica onomastica di una serie di passi appartenenti alle
tenzoni della linea comico-realistica, può, in certi casi, comportare, come
si è già visto, un’interpretazione più sottile, maggiormente adeguata al contesto comico in cui germina il confronto tra i tenzonisti, e può addirittura
aggiungere elementi preziosi al dibattito attribuzionistico sorto intorno ad
alcuni di tali testi.
È ovvio qui il riferimento alla famigerata lite attribuita dai manoscritti a
Dante e a Forese Donati, sulla cui autenticità gravano, a mio avviso, dubbi non ancora dissipati: a partire proprio dai nomi dei due tenzonisti, un
Bicci ‘vocato’ Forese, appellato anche per due volte ‘Bicci novello’, e un
‘Alighieri’, che occorre pure nella forma ‘figliuol d’Allaghieri’.

La Tenzone di Dante con Forese Donati
Se, dunque, si compie un salto indietro nel tempo nel Due e Trecento,
comunque in un àmbito cronologico precedente la svolta burchiellesca, le
tenzoni ricche di vituperia, maledizioni, ingiurie violentissime e arditissime,
come quelle volate tra il Burchiello e Rosello Roselli o tra il Franco e il Pulci, sono pressoché inesistenti. La presupposta tenzone tra Rustico Filippi
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Ivi, p. 600 («Ottavante, otto venti han sempre vinto»).
Ivi, vol. II, p. 572.

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e Iacopo da Léona, come le corrispondenze di àmbito perugino, sono lontane anni luce dalla violenza esplicita degli scambi sopra ricordati. L’unica
eccezione è costituita appunto dalla cosiddetta tenzone tra Dante e Forese
Donati, scritta, se autentica, prima della morte del secondo, avvenuta nel
1296, e immediato precedente della linea che riemergerà solo in epoca burchiellesca. È come se una tradizione emergesse per la prima volta alla fine
del Duecento, senza alcun precedente ad essa assimilabile, e si inabissasse
misteriosamente per più di un secolo. Non è che la prima anomalia delle
tante che caratterizzano la corrispondenza tra l’Alighieri e il Donati.

Bicci ‘vocato’ Forese.
È stato spesso sottolineato come le denominazioni dei due protagonisti
dello scambio abbiano connotati eccentrici rispetto al tradizionale uso della
poesia comica e delle tenzoni e, addirittura, rispetto all’uso linguistico normale del fiorentino antico. Già diverse volte il sottoscritto si è soffermato, ad
esempio, sull’alta improbabilità che in un testo comico l’espressione «Bicci
vocato Forese» (contenuta nel primo sonetto della Tenzone) possa significare, come per lo più si vuole, ‘Bicci chiamato per suo vero nome Forese’.
Il particolare non è di poco conto perché se ‘Forese’ fosse solo un soprannome, l’attribuzione della tenzone a Dante e al Donati naufragherebbe.29
Nella stragrande maggioranza delle sue occorrenze, vocato, preceduto e
seguito da nomi di persona, ha, com’è noto, il significato di ‘soprannominato’. L’uso, invece, per cui il soprannome (nel nostro caso Bicci) precede
il participio vocato, a sua volta seguito dal nome reale (qui Forese), è reperibile esclusivamente (peraltro in concomitanza con l’uso normale) nei registri notarili, come ricordava Barbi, o, aggiungo io, in testi memorialistici
familiari o mercantili, come, ad esempio, la Cronica domestica di Donato
Velluti: questo perché in quei contesti era ovvia la preoccupazione di ricordare la reale generalità di chi poteva essere ormai noto solo con il suo
caratteristico nomignolo. Non si hanno riscontri di un simile uso di vocato
nella poesia burlesca, soprattutto in una tenzone dove l’intento di insultare
l’avversario, giocando sulla storpiatura del suo nome o di deriderlo con un
soprannome, dovrebbe ragionevolmente primeggiare rispetto alla preoccupazione di specificarne minuziosamente i suoi estremi anagrafici, dati
spesso per scontati.
29 Se Bicci fosse il nome reale e Forese, com’è probabile, un soprannome, quest’ultimo costituirebbe, sulle orme dei giochi etimologici boccacciani, un calembour basato sulla falsa derivazione da «foro», ‘ano’, e quindi alluderebbe alla sodomia, o da «fur», ladro, e allora sbertuccerebbe il
vivere di espedienti illegali dell’avversario di Alaghier.

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Scrive Barbi: «Il nome usuale di Forese doveva essere Bicci, e in un
sonetto scherzoso, fra amici, è naturale che venisse spontaneo. Se poi è
aggiunto ‘che per suo vero nome è chiamato Forese’, l’aggiunta dové esser
determinata dal bisogno di distinguerlo bene da altri Bicci della casata».30
Dunque non ci sarebbe nessun intento offensivo o di derisione in tale aggiunta. È credibile che un poeta – e non uno dei tanti, ma Dante Alighieri,
nell’atto di scrivere un sonetto insultante, invece di escogitare motti per
beffare il destinatario, avesse di queste preoccupazioni anagrafiche, espresse in forme rintracciabili solamente in documenti notarili o in qualche libro
di ricordanze? Per di più lo scrupolosissimo Dante, non essendo evidentemente soddisfatto neppure di questa specificazione da anagrafe dell’epoca,
si premurerà di chiamare l’amico negli altri due sonetti Bicci novello,31
come se fosse colpito dall’insistente dubbio che si potesse continuare a
confonderlo con altri Bicci più anziani della schiatta Donati. Quali non si
sa. Afferma infatti Barbi: «Non avremo il documento che Forese avesse
tal soprannome […]; non sapremo chi fosse nella famiglia il Bicci vecchio
[...]; ma non bisogna essere troppo esigenti con un poeta».32
Dante, nell’incontro di Purg. XXIII, smetterà, tuttavia, i panni di ufficiale del catasto e ravviserà semplicemente la «faccia di Forese», senza che
alcuno dei commentatori fosse colto mai dal dubbio su chi della casata dei
Donati fosse il personaggio protagonista del commovente episodio della
cornice dei golosi.

Alighieri.
Ancora più strana l’apostrofe rivolta da Bicci-Forese all’avversario nel
finale del sonetto IV (vv. 13-14), dove figura l’antroponimo Alighier (Alighieri nei manoscritti, con la i finale espunta nelle edizioni per esigenze
metriche):
E già mi par vedere stare a desco [allo spedale a Pinti],
ed in terzo, Alighier co·lla farsata.33

30 Cfr. M. Barbi, Problemi di critica dantesca. Seconda serie (1920-1937), Firenze, Sansoni
1973, p. 90, n. 2.
31 La doppia occorrenza nella Tenzone dell’epiteto Bicci novello fa sospettare un calembour
giocato sull’etimologia del nome Bicci. Bicci sembra infatti legato etimologicamente al concetto
di doppio: si veda ad esempio il sostantivo bicciacuto, occorrente in Boccaccio, ‘scure a due tagli’,
da bis e acutus. La doppiezza di Bicci alluderebbe alla sua depravata condotta sessuale o alla sua
attività ladronesca.
32 Ibidem.
33 Cfr. D. Alighieri, Rime, a c. di D. De Robertis, Firenze, Le Lettere 2002, pp. 458-9.

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Secondo Barbi l’Alighieri del sonetto IV, immaginato da Forese seduto
presso l’ospedale di Pinti a desco con la farsata, non sarebbe nome, ma «casato a indicare singola persona».34 Si tratta evidentemente di una forzatura,
sia rispetto all’uso normale del fiorentino antico, sia rispetto al contesto di
una tenzone comica. Molto significativamente Contini, oltre ad altri commentatori, nel suo commento ad locum non poté fare a meno di notare:
«Occorrerebbe tuttavia poter citare un altro caso in cui il solo cognome
valesse per l’individuo».35
Michelangelo Zaccarello, l’editore dei sonetti del Burchiello, scrive a
proposito:
Dati il registro stilistico e l’uso degli altri sonetti, non mi pare persuasiva l’idea
di Barbi, ripresa da Contini nel commento ad locum, secondo cui il cognome della
famiglia verrebbe usato per definire un individuo ad essa appartenente.36

Ma c’è di più: nel sonetto II (vv. 8-14) Bicci, aggirandosi all’alba in cerca
di fortuna, aveva raccontato di aver trovato «Alaghier tra le fosse», legato
a una sorta di nodo Salamone e implorante di essere sciolto «per amor di
Dante». Insomma, nel secondo testo della Tenzone Alaghier (v. 8) sarebbe
Alaghiero, il fantasma del padre di Dante, trovato a vagare senza pace tra
le fosse di un cimitero. Nel sonetto IV (v. 14) con Alighieri Bicci intenderebbe sorprendentemente non più il padre di Dante, ma il figlio. C’è di che
confondere il lettore, e ci fu infatti chi si confuse. Ad esempio il Massera e
il Filippini pensarono che a sedere a desco a Pinti fosse Alaghiero padre di
Dante, andando così incontro alla replica spazientita di Barbi:
Ma se l’ombra di costui è a suo posto fra le fosse d’un cimitero, non vediamo la
ragione perché debba essere introdotta a mangiare il pan dei poveri qui [allo spedale a Pinti] dove si vuol presagire l’estremo della miseria a cui si ridurrà Dante.37

È comunque abbastanza singolare che mentre uno dei tenzonisti, Dante,
si comporterebbe così scupolosamente nel fornire gli estremi anagrafici del
rivale, quest’ultimo denomini l’altro bizzarramente con il nome collettivo
della sua casata. È altresì singolare che in una tenzone tra Dante e Forese,
il nome del primo venga pronunciato esclusivamente dalla bocca del padre
Alaghier, tra le fosse; il nome del secondo, sia sostituito da Bicci o Bicci

34

Cfr. Barbi, Problemi cit., p. 140, n.1.
Cfr. Dante Alighieri, Rime, a c. di G. Contini, Torino, Einaudi 19462, p. 90.
36 Cfr. M. Zaccarello, L’uovo o la gallina? Purg. XXIII e la Tenzone di Dante e Forese Donati, «L’Alighieri», XLIV (1998), 22, pp. 5-26: p. 14, n. 18.
37 Cfr. Barbi, Problemi cit., p. 140, n.1.
35

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Novello, eccetto che nella prima discutibile occorrenza Bicci vocato Forese,
ove è peraltro forte il sospetto che costituisca solo un soprannome.

La Tana , “il” Francesco, il Belluzzo.
Il quarto sonetto della Tenzone ospita un’ennesima anomalia onomastica nell’augurio beffardo di lunga vita fatto da Bicci ai presunti fratelli di
Dante, sì che egli possa evitare di finire a far brigata con lo zio Bellincione
/Belluzzo:
Ma ben ti lecerà il lavorare,
se Dio ti salvi la Tana e ’l Francesco,
che col Belluzzo tu non stia in brigata.38

L’interpretazione tradizionale traduce: «Potrai darti da fare, se Dio ti
salvi tuo fratello e tua sorella, per non stare in brigata con quello sciagurato di Bellincione detto Belluzzo, tuo zio», il quale ultimo si presuppone
fosse ridotto in miseria. L’anomalia consiste ovviamente nell’uso dell’articolo dinanzi al nome maschile Francesco, contro l’uso normale del toscano
antico.
Per superare tali anomalie la soluzione più economica è ipotizzare che
l’«Alaghier tra le fosse» del sonetto II, l’«Alighieri» allo spedale a Pinti
del sonetto IV e il «figliuol d’Allaghieri» del sonetto VI indichino la stessa
identica persona mediante un soprannome affibbiatole per deriderne il
dantismo, con un procedimento in linea, come si è visto sin qui, con quella tradizione che sarà tipica dei contrasti burchielleschi, a cui la Tenzone
sembra così simile.
Al soprannome Alighieri corrisponderebbe così, nel sonetto d’esordio,
un altro soprannome connotato di dantismo: quel Bicci vocato, ossia, come
da uso comune, ‘soprannominato’, Forese, che ne befferebbe la golosità,
tema che nella tenzone avrà ampio spazio. Due personaggi intrisi di cultura
dantesca i cui nomi sono andati a dissolversi dietro le maschere di Dante e
Forese Donati. Su di essi non è impossibile formulare ipotesi di identificazione, ma questa è un’altra storia che qui non si ha il tempo di affrontare.
Quanto all’espressione «se Dio ti salvi la tana e ’l francesco», rivolta da
Bicci ad Alighieri, essa avrà analogo valore di quella occorrente nel Morgante pulciano:
E così ragionando, una fontana
trovoron, dove due fan gran contesa:
38

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Cfr. Dante, Rime, ed. De Robertis, cit., p. 459.

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eron corrier con lettere mandati,
e come micci si son bastonati.
Orlando, come e’ giunse, gli domanda:
«Ditemi un poco, perché v’azzuffate?
Voi mi parete corrier: chi vi manda,
o che imbasciate o lettere portate?
Venite voi di Francia o di qual banda?
Lasciate un poco star le bastonate:
ditemi ancor se voi siete cristiani,
se Dio vi salvi e bastoni e le mani» (II 42).39

Va sottolineato come del costrutto «se Dio ti salvi» seguito da complemento non si abbiano altre occorrenze duecentesche se si eccettua
quella della Tenzone. Se nel Morgante l’augurio è rivolto beffardamente
ai mezzi (i «bastoni e le mani») con cui si pestano i rissosi, nel contesto in
cui appaiono nella Tenzone («Ma ben ti lecerà il lavorare / se Dio ti salvi
la tana e ’l francesco»), la «tana e ’l francesco» possono benissimo essere
allusioni oscene alle due parti del corpo impiegate nell’ «arte» sodomitica
con cui Alighieri,40 secondo Bicci, sbarcherebbe il lunario in brigata con
il «belluzzo», ossia il ‘bello’, ‘bellino’, il ‘fallimbello’, insomma l’uomo ‘da
guadagno’: anche il terzo presunto parente di Dante, sarebbe dunque protagonista di un singolare travisamento interpretativo.

Il nodo Salamone.
A tale «arte» (la prostituzione sodomitica) rinvierebbe del resto anche
il particolare di essere stato sorpreso, Alighieri, «tra le fosse» legato a una
sorta di «nodo Salamone», costituente quest’ultimo con buona probabilità
un grassoccio calembour indicante di nuovo il membro virile. Si veda il sonetto del Pulci al Franco (CI 5-9):
La sera che ’n sul canto, reo fanciullo,
per arte di maiolica apparisti,
deh, dimmi un poco, amice, ad quid venisti?
Perché mancava uno a fornire il rullo?
E non manca (intendi?) Salamone.41
39 Cfr. L. Pulci, Morgante e Lettere, a c. di D. De Robertis, Firenze, Sansoni 1962 (2a ediz.
riveduta 1984, poi 1991).
40 L’“arte” sodomitica verrebbe ulteriormente allusa dal nome dante, ‘colui che dà, dona’,
perfettamente corrispondente al gioco osceno quattrocentesco sul nome equivalente Donato.
41 Cfr. Pulci - Franco, Il “Libro dei Sonetti”, cit., p. 94 («I’ ti darò poi, Ser, del ciullo ciullo»).

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Monna Tessa.
Altra nobilitazione, oltre a quella della «tana» e de «’l francesco», sembrerebbe guadagnare dagli interpreti anche la «Monna Tessa» che figura in
apertura del quinto sonetto (vv. 1-2) della Tenzone, in un motto rivolto da
Bicci ad Alighier:
Bicci novel, figliuol di non so cui,
s’i’ non ne domandassi monna Tessa.42

È forte il sospetto che qui ci si trovi di fronte, di nuovo, non a un dato
anagrafico (la madre di Forese), ma piuttosto all’eponimo per la donna di
malaffare. Insomma, si potrebbe parafrasare il passo: “non so di chi tu sia
figlio, a meno di non chiederlo a quella puttana di tua madre”.
Solo quella Tessa della madre, infatti, può sapere chi è il vero genitore
di Bicci, mentre il padre putativo «gli apartien quanto Giosep a Cristo».
Del resto sono risultate inutili le ricerche di archivio vòlte a rintracciare
una Tessa come vera madre di Forese: emerse, anzi, grazie alla scoperta da
parte di Isidoro Del Lungo di un’iscrizione risalente al periodo di Corso
Donati situata nell’Obituario di Santa Reparata, che un Simone Donati – e
tale era il nome del padre di Corso e Forese –, ebbe per moglie, non una
Tessa, ma una Giovanna, precisamente «D(omi)na Iohanna uxor d(omi)ni
Simone di Donati». Senonché una novelletta di epoca più tarda contenuta
nel codice II III 342 della Nazionale di Firenze43 ha come protagonista
proprio una monna Contessa, indicata come madre di Corso Donati.44 In
casi normali, un documento storico coevo dovrebbe essere testimonianza
più probante rispetto a una novella, per di più di età posteriore. Il fatto è
che partendo dal presupposto scontato che il Bicci della Tenzone sia Forese Donati, le normali procedure di accertamento documentario sembrano
perdere di valore di fronte a un testo letterario come una novelletta, suscettibile come tale ad alterazioni e deformazioni. A ciò si aggiunga che, nel
racconto in questione, il nome di Tessa sembra allusivo più che realmente
storico, funzionale com’è alla frase importuna che le rivolge il rozzo Besticcio (altro nome parlante e difficilmente riferibile a persona reale):

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Cfr. Dante, Rime, ed. De Robertis, cit., p. 459.
Da questo codice, già Magliabechiano XXV 513, Barbi riproduce la novella che si trova a
c. 84. Il racconto si trovava già in Catalogo dei novellieri italiani in prosa, raccolti e posseduti da
Giovanni Papanti, aggiuntevi alcune novelle per la maggior parte inedite, Livorno, Vigo 1871, 2
voll., I, XLVI.
44 Vd. M. Barbi, Op. cit., p. 157: «Monna Contessa fue una nobile donna, e fue madre di
messer Corso Donati».
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mario cursietti

Va’, che in bordello ti possa io vedere, acciò che chi ne volesse, cittadino o contadino, ne potesse avere co’ suoi danari.

La risposta di Monna Contessa non è esattamente da nobildonna né da
educanda: anche quando dovesse capitarle di finire in un lupanare, replica
a Besticcio, «chi ch’avesse con me, non ne potresti avere a do’ dici». Anche
qui, comunque, il nome di monna Tessa sembra legato a un contesto in cui
si menziona il bordello o la donna di malaffare.
D’altro canto già nella terzina finale del sonetto No riconosceste voi
l’Acerbo di Rustico Filippi era emersa una laida e maleodorante Contessa,
approdata a Firenze dal Bullicame di Viterbo destinata a divenire significativamente regina di San Frediano:
fatta siete reina di Contessa:
Frian v’aspetta quest’altra semana.45

Già Massera, poi seguito da Marti, Vitale e Mengaldo, ipotizzò che il
calembour reina-contessa del penultimo verso sia giocato sul nome della
donna, una monna Contessa, di cui Tessa è ipocoristico.
Perché la Tessa di Rustico diverrà regina proprio di San Frediano
(Frian)? È ipotizzabile, forse, che il termine frigna per indicare il genitale
femminile, attestato letterariamente dal Pataffio IV 2546 e da una serie di
giochi pseudoetimologici burchielleschi, fosse diffuso popolarmente già
ai tempi di Rustico. Non c’è più tempo, purtroppo, per elencare una lunghissima serie di testimonianze, dal Decameron, dove appare un’equivoca
Monna Tessa della Cuculia, alla letteratura burchiellesca, al Machiavelli
delle Lettere, che sembrano confermare la natura assolutamente equivoca
del nome Tessa sotto il segno della donna di facili costumi, tale e quale la
ritroviamo nella Tenzone tra i presunti Dante e Forese.

San Gallo, Altrafonte, Pinti: personae dramatis
Ai calembours onomastici, giocati e nascosti tra le pieghe del linguaggio furbesco e criptico che trionfa soprattutto nella compagine linguistica
burchiellesca, si accompagna anche, non di rado, il coinvolgimento, con
analoghe finalità allusive, dei toponimi comuni del teatro cittadino in cui
45 Cfr. R. Filippi, Sonetti satirici e giocosi, a c. di S. Buzzetti Gallarati, Roma, Carocci
2005, p. 106 («No riconosceste voi l’Acerbo»).
46 Cfr. la nuova edizione del Pataffio, attribuito ora a Franco Sacchetti, a c. di F. Della Corte, Bologna, Commissione per i testi di Lingua 2005, p. 17.

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antroponimi, toponimi, giochi onomastici

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si muovono i protagonisti: L’Ovile senese, ad esempio, la zona cioè dove si
trovavano le carceri in cui venne imprigionato il barbiere nel 1439, viene
deformato beffardamente in Pecorile in uno dei sonetti della già ricordata
tenzone Burchiello-Roselli (CXX 10). Ma è soprattutto la Firenze del Castello Altafronte, degli ospedali di San Gallo e di Borgo Pinti, delle taverne
di losca frequentazione, come quella del Buco, del Ponte (Vecchio) e di
Calimala, del carcere delle Stinche, a divenire in questi testi una vera e propria persona dramatis.
Lo spedale di San Gallo, denudato dagli iperbolici consumi del ricoverato Alighieri, spedale che suscita nel freddo inverno la pietà dei
suoi amichi; il castello Altrafonte che offre grembiate ad Alighier (dove è
probabile il gioco equivoco da parte di Bicci, fondato sullo sfruttamento
della metatesi Altafronte-Altrafonte, a indicare la losca provenienza dei
guadagni dell’avversario); lo spedale a Pinti (nella zona delle Ripentute,
dove si ritiravano dal mondo uomini e donne un tempo di malaffare) che
deve porre riparo al “mestiere” di Alaghier; la menzione allusiva, a scapito
di Bicci, di San Simone («ti indebiterai così da andare a stare ‘più presso a
San Simone’»), la chiesa sul cui fianco venne eretto ai primi del Trecento (e
dunque dopo la morte di Forese, avvenuta nel 1296, come già ricordato)
il carcere “per debiti” delle Stinche, detto testualmente in una cronichetta
trecentesca «il carcere di San Simone»:47 nei sonetti dello scambio tra Bicci
e Alighieri i luoghi della Firenze contemporanea sembrano animarsi e partecipare attivamente, come veri e propri personaggi, alla Tenzone.

47 Cfr. Cronichetta di incerto, in Cronichette antiche di varii scrittori del buon secolo della lingua toscana, Firenze, Manni 1733, rist. anast. Livorno, Bastogi 1974, p. 174.

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