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mario cursietti

mo tutti un vil bozago»,17 e in LII 13: «Son pur pulcini, anzi son cappon’
veri», dove «cappon» vale ‘castrati’.18 Nel sonetto XXXVIII (vv. 9-10),19 il
gioco onomastico si complica, a formare un vero e proprio mini-acrostico,
sfruttando l’omonimia con il «luì», l’uccello della famiglia dei passeracei
così detto per riproduzione onomatopeica del suo verso:
Luì, uccel c’ha men cervel che quello
Gi, quasi Gigi

I «pidocchi» tornano infine in una replica spazientita del Pulci (XVI
1-2): «Tu mi fai di pidocchi un giubileo / e Franco a pena non n’ha tanti
addosso».20
Essendo il Franco un prete della famiglia della Badessa, nel sonetto
XIX21 della tenzone il Pulci lo appella furbescamente dolciata mia badessa», per poi giocare equivocamente sul cognome dell’antagonista, prima
usando l’accezione semantica di «franco», ‘valoroso’, nel finale del sonetto
XXII (v. 19: «non so se tu sarai sì franco e destro»),22 poi l’altro significato
di «franco», ‘privo’ in C 1-2 («Franco: che vuol dir franco? Del cervello /
sicuro, del balestro e della spada»).23 Lo stesso Matteo si diverte del resto
sfruttando equivocamente il proprio cognome (XLVI 1-2: «Se ’l franco si
riza / tante te ne darà, che guai a te»;24 XLIX 11: «Aspetta pur, che ’l franco or e’ si rizzi», e 14-15 «Eccomi fresco a te con le mie schiere, / come
franco guerriere»,25 dove si gioca prima con il termine equivoco «franco
- francese - francesco», ‘ membro virile’, e poi con l’altro senso di ‘valoroso’).

Tenzonisti minori quattrocenteschi
Giochi onomastici comuni si trovano anche, ovviamente nelle semplici
rime di corrispondenza quattrocentesche: un corrispondente, ad esempio,
di Feo Belcari, Niccolò Gesuato, esordisce in un sonetto con «Mio Bel caro Feo»,26 mentre a Ottavante Barducci è rivolto un testo che si apre con
17

Ivi. pp. 46-7 («Non so come non t’hai l’aria corrotta»).
Ivi, p. 56 («Diavol, gli è pur de’ Pulci; egli è un danno»).
19 Ivi, pp. 45-6 («O zucca mia da pescator da lenza»).
20 Ivi, p. 28.
21 Ivi. pp. 30-31 («Tu hai boria di Franco e di Burchiello»).
22 Ivi, p. 33 («Perché tu se’ per sette pozi nieri»).
23 Ivi, p. 93.
24 Ivi, p. 51 («E’ bufonchia anche; se ’l Franco si riza»).
25 Ivi, p. 54 («Tanti sonetti, che sarà tristizia! »).
26 Cfr. Lirici toscani del ’400, a c. di A. Lanza, vol. I, Roma, Bulzoni 1973, p. 237 («S’io non
sapessi, o mio bel caro Feo»).
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