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Maresco Martini Memorie .pdf



Nome del file originale: Maresco Martini - Memorie.pdf
Autore: Yuri Martini

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Maresco Martini
Memorie

1

Tutti i personaggi famosi scrivono le loro memorie io che avendo solo rigirato
la terra e tagliato pelli di animali non dovevo ma questa passionaccia di scrivere
l'ho la intitolerò “MEMORIE DI UN NULLA”
Essendo non programmato ma nato per caso, come sono nati i secondi, terzi ,
quarti figlioli di contadini e molti di essi concepiti per caso in una sera di
pioggia quando riposi da far poco o niente eccitati dai racconti nelle stalle i
contadini andavano a letto in posizioni scomode: altro figlio nel mezzo, un c'era
mica le camerette si dormiva tutti in una stanza anche se si era una nidiata di
figlioli e come recita il detto: cazzo ritto un vò consigli, ci scappava un'altra
nascita. Poi io il caso volle che fossi ingenerato in un casciaio, un mi poteva
portare mica la cicogna, o trovarmi sotto il cavolo sono arrivato così per caso
dopo 9 mesi e appena nato, vedendo i miei secchi come usci mi sono impaurito
ma per fortuna la mia nonna mi ha tranquillizzato: pregando: Santa Verdiana,
Santa Barbara, San Rocco in collaborazione con don Giovacchino sono venuto
su bene fino ai giorni della scuola.
Ma, grembiule nero e entrato il primo giorno in classe appena la maestra
Turchini, venuta da San Miniato ad istruire i Castelnuovini mi vede dramma! È
mancino!!
mi mette nella mano destra un lapis e mi dice: con questa mano devi scrivere!
Ho come facevo prima di allora avevo sempre adoperato la sinistra in tutto non
ci riuscivo e appena non mi vedeva cambiavo mano. Sembrava ma con un –
occhio di traverso mi guardava. Passarono settimane e non combinavo niente,
Bravo sembra bravo, ma è mancino! Una provvidenziale brutta influenza mi
fece stare molti giorni in casa e la maestra consigliò di non mandarmi più.,
fatelo esercitare che perda quel difettaccio.
Eccomi l'anno dopo ripetente in prima e questa volta scrivevo benino con la
destra, mi ero esercitato molto: prima cosa che imparai con la destra fù –
pulirmi il culo, cosa che eseguo ancora ma da allora ero uno studente modello:
imparai tutti gli inni fascisti che la maestra Turchini eseguiva – con ardore, e
quando trovava mia madre erano lodi solo in disegno, diceva ma poverino si sa
ha qual brutto difetto, Poi arrivò le notizie di guerra non andava bene per
Mussolini e la maestra diradò le cantate fasciste, anzi noi le modificavamo:
giovinezza, si casca in terra dalla debolezza....
Cominciarono i bombardamenti nelle grandi città , la scuola chiuse e si riempì
di sfollati la maestra parti e l'ho trovata dopo moltissimi anni quando morì
pianta in un manifesto della Democrazia Cristiana.
Ma ritorniamo a me, la guerra di conquista dichiarata da Mussolini cominciava
a fare acqua su tutti i fronti, il sor Alessandro, il padre del dottore aveva una
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radio che metteva alla finestra quando parlava il duce, non fece sentire quando
il re arrestò Mussolini e diede l’incarico a Badoglio, ma si seppe lo stesso, molti
avevano la galena a cuffia.
L’otto settembre del 1943 esplose la gioia, furono abbattuti i rozzi gagliardetti
fascisti, mi ricordo bene venne a parlare in piazza Santa Barbara un anarchico
di Empoli, dopo poco il Gilardetti per i comunisti. In paese era gioia,
cominciarono a tornare i militari fuggiti dalle caserme. I fascisti erano
spariti,nessuno più era stato fascista, chiusero le scuole, e si riempirono di
sfollati fuggiti delle città per fuggire ai bombardamenti.
Passò pochi giorni e cominciavano ad arrivare conferme di quello che i grandi
temevano: arrivano i tedeschi. Qui col racconto mi fermo, molto della guerra ho
raccontato nel libro: Alla grazia di guarda chi c’è. Solo un episodio curioso
nella tragicità del momento. Cominciarono i bombardamenti, e quando le sirene
delle fabbriche di Castelfiorentino suonavano, via di corsa nei rifugi. Una
domenica mattina mentre eravamo alla messa, qualcuno disse al prete che c’era
una bomba che cadeva. Fuggi fuggì generale, tutti nel vicino rifugio nell’orto
del prete. Tutti aspettavamo lo scoppio con terrore, il prete diceva terrorizzato:
don Giovacchino è un santo, difatti il buon cappellano aveva continuato a dire
messa senza curarsi delle bombe. Ma la bomba non cadeva eppure l’avevano
vista in diversi, passò del tempo poi uno fece coraggio andò fuori e vide che era
un bidone forse di benzina. Cadde dopo mezzora nel campo del Chiti. Una
mattina sentimmo per la prima volta colpi in lontananza, è cannone questo!,
disse un vecchio reduce della guerra 15- 18 e in pochi giorni il rumore degli
scoppi si avvicinarono. Cominciò a passare una lunga fila di soldati tedeschi in
ritirata che durò per due giorni e due notti cadde un primo colpo di cannone, da
allora otto giorni in rifugio, solo mio padre e mia madre nei momenti di tregua
delle cannonate andavano in casa a prendere il mangiare, mia nonna non si
mosse da casa, pregava e diceva: la preghiera mi salverà. Gli andò bene: i
proiettili di cannone deviati dai santi e dalle anime sante del purgatorio caddero
addosso ad altre persone. Poi una mattina ecco arrivare militari col turbante,
erano indiani arruolati nell’esercito Inglese. Liberi ma sempre più poveri.
Cominciarono i cortei con le bandiere rosse. Il primo corteo fu il funerale
simbolico di Mussolini: Fù costruito un pupazzo di paglia con le sembianze del
duce, fu costruita una bara improvvisata e a portarla quattro fascisti del paese
requisiti per l’occasione, da prete faceva il Geri, il più buontempone del paese.
All’arrivo del corteo pittoresco in piazza Santa Barbara fu bruciato il pupazzo
fra gli applausi della gente. Ai quattro malcapitati fascisti non fù fatta alcuna
violenza solo qualche schizzo di acqua in faccia quando il Geri- - -benediva- col
pennello da imbianchino. Poi la vittoria della repubblica, all’asta delle scuole fu
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messa la bandiera italiana con lo stemma dei Savoia, al pomeriggio come per
incanto apparve la banda del paese diretta da Beppe della Biba, fu ammainata la
bandiera dei Savoia, al suo posto venne issato il nuovo tricolore fra gli applausi
della gente.
Intanto finii la scuola elementare e le due classi mancanti le feci con un
bravissimo insegnante. Bagagli Elvino, era entusiasta del mio modo di scrivere,
nei temi mi dava sempre 10 e li portava a leggere agli altri insegnanti.
Quando mi diede la pagella mi disse: devo parlare coi tuoi genitori, e prima di
andare via lo vidi appoggiare la bicicletta al muro di casa mia. C’erano in casa
sia il babbo che la mamma, il maestro disse loro: fatelo studiare questo ragazzo
è intelligente. Lo ringraziarono e lo salutarono. Io il maestro Bagagli non l’ho
più veduto, mi dissero poi che era diventato professore ed era tornato a Genova.
I miei lasciarono a me la decisione: ho scelto di diventare contadino, ottima
scelta, ho lavorato duro, ma ho fatto quella esperienza spicciola che serve nella
vita per apprezzare la natura che ci circonda,ho potuto nei momenti liberi farmi
una cultura mia, leggere quello che più mi piaceva, ascoltare la musica che più
mi piaceva, insomma non essere quella persona costruita culturalmente solo per
avere una posizione di benessere.
Cominciò mio padre la ricerca spasmodica di un podere più grande, non fù
facile trovarlo fino al 1947. Cominciò per noi assaporare il grande disagio del
trasferimento. Il giorno che una famiglia di contadini cambiava casa era un
dramma: in un solo giorno dovevi portare via tutto,smontare i letti, l’armadi,e
caricare tutto sul barroccio, un grande carro tirato da un cavallo. Qui veniva
fuori la bravura del barrocciaio, caricare tutto l’occorrente non era facile,
mettere sul barroccio prima una cosa che l’altra voleva dire togliere spazio.
L’essenziale doveva essere caricato, si cominciava all’alba e protraeva per più
di un’ora, poi il barroccio si muoveva con i familiari dietro, si doveva arrivare
presto perché almeno i letti per dormire dovevano essere montati. Non stò ad
elencare quanto occorreva a ricercare cose magari con la fretta dimenticate o
messe chissà dove.
Qui apro una parentesi: un mio grande amico, recentemente scomparso,
camionista, bravissima persona, serio lavoratore, Cireno Chesi dotato di un
umor all’inglese, fra le tante battute la sera al circolo, raccontava di uno dei
tanti- sgomberi- così si diceva quando un contadino cambiava casa e si
trasferiva. – Cominciai a caricare il camion, intorno tutta la famiglia a portare
cose, non vi dico che carica feci, una montagna di cose,il capoccia dirigeva tutta
la famiglia: avete preso questo? Avete preso quellaltro! Daultimo: i canteri
l’avete presi?, sì! Allora Cireno possiamo legare il carico, con fatica tiriamo le
funi ora si può partire. Arriva la massaia tutta agitata: il letto e rimasto a terra!
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Si dovette sciogliere il carico e ricominciare a scaricare tutto. Non potevamo
caricare un letto pesante in cima al caricoLa scuola finì alle elementari, e subito il duro lavoro di contadino, mi piaceva,
ma a dodici anni col fisico in formazione era duro vangare, zappare, portare
sulla schiena barili pieni di vino, sacchi di grano, caricare fasci di erba sul carro
agricolo,dare il ramato con la pompa a zaino, poi fare il trinciato per dare
mangiare al bestiame, e altri faticosi lavori. Ero magro, crescevo in altezza, ma
lungo e fine, come un albero in fondo ad una valle. Ma resistevo, poi nel nuovo
podere avevamo raggiunto il primo obbiettivo: avere il grano per fare il pane
tutto l’anno, erano anni che a Febbraio finiva il grano e mio padre lo doveva
comprare al mercato nero e i soldi erano pochi.
Renzo, mio fratello, cominciò a partecipare alla vita politico sindacale, io non
vedevo l’ora di compiere i 14 anni per prendere la tessera della federazione
giovanile comunista. Appena tornammo vicino Castelfiorentino Renzo andava
in biblioteca e portava libri che leggevamo nei giorni di pioggia o alla sera, non
avevamo la luce elettrica, per vedere avevamo un lume a petrolio fatto con una
bomba a mano svuotata e riempita di petrolio, quando smettevamo di leggere la
stanza aveva il soffitto dal nero fumo.
Finalmente i quattordici anni, andai nella sezione Stella Rossa ad iscrivermi,la
consegna della tessera veniva fatta una sera con una cerimonia.
Distavo un km dalla sezione partii a piedi con Santi un amico vicino di casa,
arrivammo alla sezione, èra piena, c’èra a parlare e a consegnare le tessere un
giovane compagno di Firenze Piero Pieralli che in seguito diventerà
parlamentare del p. c. i . Comincia la consegna, ero emozionato, quando fanno
il mio nome vado, Pieralli con la sinistra mi consegna la tessera con la destra mi
stringe la mano. Sento una risata generale, io ritorno al posto e Santi mi dice
perchè ridevano tutti: essendo mancino avevo dato la mano sinistra. Era la
prima volta che davo la mano come un grande,io non ne feci un dramma, la
felicità di essere iscritto era tanta.
Cominciai a farmi la barba, ovvia a cercare quei pochi peli che spuntavano sotto
le basette, e quelli che chiamano baffi, cominciai a frequentare altri ragazzi che
nel frattempo conobbi, si girava per Castelfiorentino dietro a ragazzine, ma non
ero capace di usare la tecnica del – fiasco - che consisteva di avvicinarne una
ragazza e dire il classico – permette signorina- e poi se quella acconsentiva di
farti parlare, dire i sentimenti che uno prova nei riguardi della ragazza,
dichiarargli amore, spiegare che il sentimento era sincero fino a conoscere i
genitori ecc. No! io non riuscivo, poi provavo simpatia per una ragazzina,non

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bella, ma non ero capace di dirle niente, passavano i giorni stavo delle ore
vicino mentre lei lavorava a domicilio, e non mi decidevo.
Quando ero lì per pronunciarmi seppi che se la intendeva con uno più grande di
mè. Finirono i sogni adolescenziali. Mi resi conto che bisognava aspettare.
Intanto nelle veglie, nei giorni di pioggia, ascoltavo i racconti dei grandi, storie
di militare, di guerra, di donne. C’erano discussioni sulla bellezza di certe
attrici, specie Santi, il più moderno parlava della bellezza di attrici, di ballerine
che vedeva negli avanspettacoli al teatro del popolo, c’era in un angolo lo
Squilleri, un vecchietto dai baffi bianchi, ascoltava e poi diceva: bella sì, ma
caca!.
E le paure,comuni a tutti i contadini, quando arrivava un temporale, sarebbe
bastato pochi secondi di grandine per piombare nella disperazione, le gelate in
tarda primavera quando spuntavano i primi germogli. Mi piaceva la neve e in
inverno quando faceva più freddo del solito scrutavo il cielo, ma molte volte la
neve faceva capolino al Poggio Allaglione imbiancando il piaggione della
cisterna Romana, a Castelfiorentino pioggia.
Altra paura era la malattia dei polli: quella arrivò improvvisamente: una mattina
una gallina cominciò a gracchiare, dopo due giorni morirono tutti i polli. Che
desolazione in tavola senza uova, niente frittate, ma soprattutto niente da
vendere per comprare altri alimenti. Dovemmo disinfettare con calce e
disinfettante tutti gli ambienti esterni e interni dove erano stati polli. Dopo un
mese le prime due galline regalate da una zia. Ci volle più di un anno per avere
polli a sufficienza a razzolare davanti casa.
Intanto scioperi, manifestazioni, il mondo mezzadrile era in lotta per maggiore
ripartizione dei prodotti, per migliori abitazioni, strade, acqua, insomma vivere
in condizioni meno disumane e nello stesso tempo lottava per un obbiettivo
superiore: riforma agraria, la terra a chi la lavora. File di scioperanti andavano
alle fattorie per chiedere maggiore ripartizione dei prodotti a favore dei
mezzadri. Renzo, mio fratello mi raccontava al ritorno dove era stato, quali
zone e quali fattorie, io rimanevo a casa perché avevamo una sola bicicletta, ma
quando la manifestazione era in Castelfiorentino andavo anch’io.
Mi ero creato uno spazio autonomo, a sedici anni andavo in paese la sera, mi
ero fatto una cerchia di amici, nella mia famiglia anche se contadini c’era
libertà individuale, non poteva essere diversamente, tutti i giorni leggevamo
l’Unità e in quel periodo sull’Unità scrivevano intellettuali di fama mondiale,
poi la sera in paese c’era sempre attività politiche, culturali alle quali anche noi
minorenni partecipavamo. In paese c’erano due cinema: il cinema Puccini, e il
teatro del Popolo. Bello quest’ultimo, nato nell’ottocento, quando l’opera lirica
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primeggiava su tutti gli altri spettacoli, quando anche chi non andava all’opera
nei teatri cantava romanze, io mi ricordo di vecchi contadini,fino al 1950 che
mentre lavoravano nel campo cantavano romanze celebri, primeggiava fra tutte
il – brindiamo dalla Traviata . Al tempo che io frequentavo il teatro del Popolo,
cioè dal 1948 a tutto 1952, ho visto molto cinema, qualche commedia in
vernacolo e due o tre spettacoli di varietà.
Il cinema, quando finiva la proiezione del film c’ èra il cinema luce, una specie
di telegiornale di allora, e qui ci scatenavamo in fischi se appariva De Gasperi,
in applausi se c’era Togliatti. Mentre alla vista di Bartali o Coppi i fischi e gli
applausi erano al cinquanta per cento. Nei palchi vicino al palcoscenico era
bello andare se c’erano spettacoli teatrali, mentre per il cinema era problematico
vedere, difatti i palchi vicino al palco erano preda di fidanzatini ignari della
trama del film, ma tutto presi in effusioni amorose. Durante la proiezione del
film c’era sempre un buon tempone che faceva commenti ad alta voce, se un
bacio si prolungava sentivi una voce: attento alle lische!. Tutti allora
rumoreggiavano, chi rideva, chi chiedeva silenzio.
L’ultima mia presenza nel teatro del Popolo fu molto più tardi di parecchi anni,
la racconto: Abitavo a San Romano di Montopoli avevo già passato i venti anni
quando vidi un manifesto che reclamizzava un veglione nel teatro del Popolo:
veglione di mezza quaresima. Ci vado insieme ad un amico, entriamo nel teatro,
sempre bello, pieno di gente, faccio un giro intorno ai palchi, per il ballo la
platea era sgombra, noto in un palco una ragazza molto elegante, aveva due
ricci che scendevano dietro le orecchie e sulla testa un fiocco nero, dissi fra me:
con questa mi ci provo. Inizia l’orchestra a suonare vado sotto il palco e con un
cenno la invito a ballare, fa cenno di si col capo e scompare per scendere in
platea. Vado ad attenderla alla porta dove era il passaggio dai palchi. Pochi
secondi ed eccola: bella, in abito da sera scollato, non sono male anch’io, in
abito scuro, l’unico che avevo. Balliamo tutta la sera e sempre più ci
avvicinavamo, la stringevo a me, ero al settimo cielo, quando appoggio il capo
su i suoi riccioli! Belli, ma la sua parrucchiera aveva avuto una brutta idea, il
fiocco nero era appuntato con un lungo spillo che mi si conficcò nel naso.
Eravamo a fine serata, la salutai e non la rividi più. Spero che il fiocco l’abbia
tolto altrimenti è sempre zitella! Il giorno dopo avevo un naso rosso e gonfio,
mia madre mi disse: cosa ai fatto al naso? Mi ha punto un calabrone! Di
Febbraio? E si allontanò scuotendo il capo e dicendo: quando lo metterà il
giudizio. . . . . . .
Stasera al notiziario di Antenna Cinque hanno fatto vedere il teatro del Popolo
restaurato e detto il giorno della inaugurazione: Dopo moltissimi decenni che
manco da Castello è stata una gioia rivedere il teatro restaurato e spero di
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andare una volta a qualche spettacolo. Sarà come ritornare giovani?
Chissà. . . . . .
Ma allora abitavamo sempre in un podere che ci dava appena da vivere, i
giovani cominciavano il lavoro in fabbrica, le famiglie contadine che avevano
in mezzadria poderi buoni cominciavano a comperarsi il motore, noi eravamo
rimasti addietro, una bicicletta in quattro, mio padre disse un giorno: dobbiamo
cercare un podere più buono. Cominciò a frequentare mercati per informarsi
dove erano poderi disdetti e ne richiese tanti, ma quando sapevano che eravamo
comunisti e il mio fratello era dirigente sindacale, era no!
Un giorno mio padre prese la bicicletta e si recò a Fucecchio dove da molti anni
risiedeva un suo fratello. Le insegnarono un podere a Poggio Tempesti una
frazione di Cerreto Guidi, si recò dal padrone del podere e ne fece richiesta. Al
padrone di quel podere piacque come era composta la mia famiglia, andò a
trovare un cugino e insieme a lui giunse in moto Guzzi a Castello,
domandarono di noi e tutti le dissero un gran bene, alla domanda : come sono:
tutti le dissero Comunisti, il padrone storse la bocca e allora il cugino lo guardò
e le disse: ho io come sono?. Dopo una settimana andammo a zappare le prode
nel nuovo podere, partimmo in bicicletta e vennero con noi come era di
tradizione i vicini. Nel frattempo avevamo comperato un’altra bicicletta usata.
La prima volta che andai a vedere dove tornavamo mi sembrò di andare
all’estero, le strade in quel tempo erano tutte buche, poi a Marcignana per
attraversare l’Arno non avevano ancora ricostruito il ponte, dovevamo prendere
una chiatta, se arrivavamo che era partita da poco c’era da aspettare del tempo.
Molte volte si passava da San Miniato Basso ma era più lunga. Sette lunghi
mesi durò il viaggiare prima di stabilirsi a Poggio Tempesti.
Tornammo di casa a Febbraio,divergenze nelle stime del fieno rimasto e del
prezzo del bestiame fecero ritardare – la tramuta- Questa volta ci spostammo
col camion. Podere buono, casa sulla strada comunale, posto panoramico, 4 km
da Fucecchio, tre da Cerreto Guidi, ma Castello mi mancava, e come mi
mancava. Alla domenica mi recavo a Fucecchio. Ma in quel periodo quando
ancora non c’era la televisione la differenza fra paesi era tanta, poi a Castello
avevo tanti amici, nel nuovo posto faticavo ad inserirmi. Si cominciava già
allora a misurare le persone non con la cultura che avevano ma come vestivano,
io non avevo ne l’una e nell’altro. Tutti avevano Vespe, Lambrette, Gilera,
Bianchini ecc. noi avevamo due biciclette e scassate. Ogni tanto ritornavo a
Castello alla Domenica era come ritornare alla civiltà, era troppa la diversità di
mentalità allora. Avevo diciassette anni e dentro di mè avevo una grande
malinconia, sapevo che il passo fatto era necessario ma l’adattamento al nuovo

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mi è costato nell’intimo molto. Ero sempre nervoso, lavoravo molto e vedevo
che avremo superato per sempre la miseria, ma si nasce in un solo posto.
Già il primo anno vedemmo accrescere i guadagni e mio pardre decise di
comprare un motore, Andò Renzo a Empoli e tornò con la Lambretta 150.
Era passato più di un anno cominciai a girare in zona, facevamo a turno a
prendere la Lambretta una Domenica ciascuno. Renzo, mio fratello, si inseri
subito, una volta che andò ad una riunione del partito si accorsero subito delle
grandi qualità oratorie, subito lo inserirono a dirigere la cellula e molte volte era
chiamato a riunioni a Cerreto sia politiche che sindacali. Io no! Non ero capace
di dire niente in pubblico, mi emozionavo, sapevo le stesse cose che diceva
Renzo ma non ero capace a dirle in pubblico. Perciò io avevo più difficoltà a
fare amicizia.
Questo mi rendeva nervoso, poi col tempo cominciai a fare amicizie,
diventando il più estroso e la mia differenza da mio fratello, lui serio, io sempre
pronto a scherzare, a dire battute mi fecero inserire nel gruppo dei giovani del
Poggio Tempesti. Cominciai a rallentare le mie visite a Castello anche perché
era svanita per sempre la simpatia verso una giovane sartina e gli amici del
Poggio mi proponevano nuove incursioni in zona. Forse cominciava in me uno
stato d’animo da adulto, avevo fino da allora atteggiamenti e carattere da
adolescente, rincorrevo sogni adolescenziali, volevo vivere in un mondo ormai
in decomposizione, non si poteva più lavorare la terra senza trasformarsi
radicalmente, senza cambiare il sistema di lavoro,il superamento del ferreo
sistema familiare: padre capoccio, madre massaia, poi giù la scala familiare
figlio maggiore ecc. Erano secoli che questo sistema teneva assieme i diversi
componenti di una famiglia contadina facendo una catena di persone prive della
libertà individuali,e tutte soggette a dipendenze che le rendevano dipendenti le
une alle altre, tutte soggette a padroni fattori e preti. Ormai tutto si disgregava,
gli agrari con lo sviluppo delle industrie non trovavano più famiglie disposte a
lavorare a mezzadria, le famiglie non si disgregavano, come dicevano certi
nostalgici del passato, ma si scomponevano nella naturale ricerca della identità
individuale, e con l’industria la trovavano.
Io vivendo in una famiglia diventata mezzadrile col crescere di noi figli e col
seme del sociale sin da bambini non mi rendevo conto che andavo con gli anni
incontro ad un muro. Lottavamo per il superamento della mezzadria ma in
senso sociale, mi piaceva lavorare la terra ma superare anche il sistema arcaico
della famiglia, lavorare in cooperative e avere quella indipendenza personale
che il sistema familiare lo negava. Ma il superamento della mezzadria avveniva
in senso contrario, l’industria nascente ingoiava ogni giorno centinaia di
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mezzadri felici di liberarsi dalla morsa degli agrari e fuggendo dal sistema di
semischiavitù della famiglia patriarcale.
Capivo oramai che la lotta per il superamento della mezzadria in senso sociale
era persa, però la composizione della famiglia i vari passaggi obbligati come il
militare di mio fratello e dopo il mio, allontanava una scelta diversa.
Dopo due anni rivedibile mio fratello partì militare: 18 lunghi mesi, e mancare
in una famiglia due braccia per quel lungo periodo fu molto dura, lavorai molte
più ore, nei periodi della primavera ed estate lavorammo anche la Domenica
sera. Fù in quel periodo che mi accadde una cosa che mi cancellerà dalla mente
il lavoro della terra in modo moderno: con mezzi meccanici: Venne ad ararmi
un campo un noleggiatore di trattori, il terreno era molto duro, l’aratro per
andare profondo aveva bisogno di peso, io salivo con i piedi nel retro
dell’aratro, quando arrivavamo in fondo al campo io salivo sul trattore che
marcia addietro ritornava in fondo al campo. Allora io scendevo dal trattore a
risalivo sul retro dell’aratro. La cosa si spiega male, ora trattori moderni arano
anche nelle rocce, quel trattore sul quale io salivo è quel pezzo nei musei che si
chiamava Super Orsi. Per farla breve mentre il trattore faceva marcia indietro
scivolai fra le ruote del trattore Quella mattina avevo messo in piedi un paio di
scarponi nuovi allacciati da due leghi di cuoio. Molte volte si erano sciolti, ed
era sciolta la scarpa che la ruota del trattore mi salì su di un tacco, tirai
disperatamente e ce la feci ed indietreggiare di diversi metri, poi la ruota mi
riprese e sentii che stavo per morire. Il trattore si fermò io mi piegai e caddi
sulle zolle lavorate, il trattorista ignaro mi disse: ho che fai lì? Poi vide la scarpa
tritata dal trattore, e per poco non svenne. Come si era allora fermato? Aveva
visto il suo principale che le portava il carburante e si era fermato. Un miracolo!
Avrebbe detto mia nonna dopo. Io non grido al miracolo!, sarebbe come sputare
sulle migliaia di salme di contadini rimaste vittime di mezzi meccanici,anche
ora con macchine moderne continua il lungo triste elenco di morti schiacciati da
trattori. Un caso fortunato, niente più. Me la cavai con una settimana di letto e
con l’incubo del trattore nei sogni per molti anni. Anche ora l’orto lo lavoro con
la vanga.
Superato il periodo del militare di mio fratello, avemmo nel 1956 la gelata che
ci annientò tutti gli olivi, mio padre disse che bisognava trovare un nuovo
podere, era possibile ora che le famiglie mezzadrili erano quasi scomparse,
cercare un podere di pianura con più rendita, non avevamo scelta, c’era da
superare il militare mio, difatti alla visita militare ero stato fatto abile.
Una mattina di giugno arriva il postino con la lettera dal distretto militare: entro
quindici giorni dovevo presentarmi al c. a. r di Brescia. Ecco per mè il dramma.
Tutto nella vita ho sopportato ma la vita militare no! Non l’ho mai accettata. E
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non l’accettai, sarei morto ma il militare no! Arrivai a Brescia e feci il
lavativo,come si diceva allora, non sto a elencare tutte le finzioni,non mangiai,
non dormii la notte finche non mi rimandarono a casa per deperimento
organico. Lo feci deliberatamente e lo rifarei convinto ancora della inutilità
della vita militare. Ho sempre odiato le guerre, ho avuto a volte delle incertezze
sulla necessità di qualche manifestazione, ma sempre quando c’è stato da lottare
per la pace non sono mai mancato.
Intanto nel mese del militare mia madre mi scrisse che mio padre aveva trovato
un nuovo podere questa volta in pianura.
Altra trasferta, altri disagi, cominciavamo a essere nomadi senza mentalità da
nomadi. Ogni volta ricostruire la rete di amicizie, sempre con la nostalgia dei
posti, degli affetti lasciati, dei tanti amici costruiti in anni e distrutti in pochi
giorni. Vivevo un periodo di incertezze e di inquietudini esistenziali.
Apparentemente felici, chi mi conosceva, diceva che ero allegro,brillante un
poco fanfarone, con gli amici tenevo –banco - come si diceva, non trascuravo il
divertimento: al cinema, a ballare, al bar. Poi riunioni politiche, ma non
emergevo. la mia timidezza nel parlare in pubblico me lo impediva, mentre
Renzo mio fratello era sempre più impegnato.
Ecco che qui incomincia ad apparire in famiglia la diversità caratteriale fra noi
due, andavamo d’accordo, mai in tutta la vita abbiamo litigato, ma nella
famiglia contadina c’è sempre chi emerge e chi inconsapevolmente viene
trascurato. Questo l’ho capito dopo tanti anni. Io lavoravo ma nelle decisioni
non condividevo a volte il sistema di lavorare, di trattare i pochi affari di
famiglia, ma ero ascoltato poco, chi decideva era mio padre e mio fratello,
questo mi faceva a volte dire cose insensate, sbagliate, e quindi dovevo subire.
Cominciò dentro nel mio intimo a covare una incertezza esistenziale come
contadino sul sistema famiglia: mi piaceva lavorare la terra, ma come potevo
sposarmi, fare una famiglia mia col sistema logoro patriarcale? , non era più nel
mio modo di essere. In tanti anni avevo letto, partecipato alla vita culturale,
andando al cinema, qualche volta a teatro, mi piaceva la musica, specie il
jazz,oltre alla già citata lettura. Mi piaceva lo sport dal ciclismo al calcio. Qui
apro una parentesi, io tifavo Fiorentina, era naturale, avevo vissuto in provincia
di Firenze. L’anno che il Pisa giocava in serie B un amico mi disse: quest’anno
a Pisa si divertono! È seconda in classifica dietro al Palermo, andiamo
Domenica a vederla?. E per la prima volta vado all’Arena Garibaldi a vedere
giocare due squadre sconosciute. Da allora sono per il Pisa,sono andato diverse
volte all’Arena, specie nel periodo di Romeo Anconetani, uno che del calcio se
né intendeva davvero, ora non vado quasi mai alle partite, troppo umiliante è

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passare uno alla volta dai tornelli ed essere perquisito. Come potevo accettare
una vita in famiglia subalterna a tutti.
Volevo cambiare vita ma come? Andare in fabbrica con quali prospettive?
Io e mio fratello, che nel frattempo si era fidanzato con una contadina e
accettava di venire in famiglia, col padre entusiasta di una proposta da parte di
un fattore amico dei miei zii di tornare di nuovo mezzadri a San Miniato in un
podere della fattoria La Badia accettammo.
Nuovo trasferimento,nuovo disagio,accettammo anche perché maturava una
prospettiva di una riforma agraria, tante volte prospettata per superare la
mezzadria, e sempre rimandata. Il nuovo podere era produttivo e ci permetteva
di vivere degnamente. Continuai facendo il pagliaccio con più di una ragazza
dicendogli fandonie circa la mia professione.
Poi la svolta: cominciai ad andare a imparare una professione, da prima
osteggiato in famiglia ma poi quando si resero conto che nei momenti di
maggiore lavoro li aiutavo accettarono. Però sempre con sfiducia,io ero il figlio
inaffidabile, vedrai dicevano i miei genitori non ci riuscirai. Invece dopo un
anno ero già un operaio qualificato.
Il tagliatore di tomaie: lavoro certosino, sempre chino al banco a scrutare la
pelle nelle sfumature più varie cercando di abbinarle. Era un lavoro qualificato
e lo fù fino a quando gli industriali della scarpa trovarono per risparmiare sulla
manodopera di farlo eseguire esternamente.
Andando io in fabbrica mio fratello acquistò un trattore usato, quel trattore le
cambiò la vita. Lui sposò e restò per sempre contadino e io che nel frattempo mi
ero sposato tornando momentaneamente in famiglia era naturale che
prendessimo strade diverse, di comune accordo.
Io a trentaquattro anni tornai con moglie e figlia in una casa in affitto, mio
fratello fece un mutuo e comprò il podere. Mi offrì di tornare con loro ma
oramai era inutile, volevo, d’accordo con mia moglie fare una esperienza
propria. Fù dura ma una volta che ho avuto responsabilità proprie me la sono
cavata bene. In fabbrica ero stimato, nel sindacato mi davo da fare partecipando
a manifestazioni, scioperi per il contratto di lavoro, per la difesa della salute
ecc. . . . . . Nel partito comunista ero entrato nel comitato di sezione fino ad
essere eletto in consiglio comunale.
Avevo solo bisogno di uscire dal guscio. La mia famiglia era moderna nei
confronti di altre famiglie contadine, solo il sistema patriarcale, quando diversi
figli da grandi convivono nello stesso nucleo famigliare emerge solo quello più

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bravo, e mio fratello lo era. Però io ero inconsapevolmente schiacciato, ed
essendo più debole mi rendeva fragile.
Un mondo nuovo mi si è aperto davanti a me, pur restando col cuore al mondo
contadino, la fabbrica ti tempra, ogni momento hai da fare con persone uscite da
tante famiglie con interessi e mentalità diversi, venute da regioni diverse,di
origine diversa. Non è facile lavorare in un capannone, in una stanza col
padrone davanti, per uno che per 25 anni ha lavorato in spazi esterni, ampi,
avendo avuto la libertà nella esecuzione del lavoro. Essere otto ore vincolato a
una produzione stabilita dal padrone con diversi operai come tè con carattere
diverso con abilità lavorativa diversa.
Ero entrato in fabbrica come tanti ex contadini, ma con un bagaglio di
esperienze di lotta, ogni momento avevi da fare con persone che pur di apparire
bravi di fronte al padrone,ho per far carriera, o per soldi,mettevano in difficoltà
i compagni di lavoro facendo i ruffiani, lavorando durante gli scioperi. Poi il
padrone stesso con il suo egoismo e la voglia di fare in fretta i soldi, ci faceva
aprire gli occhi. Solo stando uniti si poteva conquistare qualcosa. Ho imparato
stando in fabbrica oltre al mestiere, qualificato in quel tempo,il tagliatore di
tomaia di scarpe, anche rapportarsi con i compagni di lavoro, facendo amicizie,
confronti, tante lotte sindacali senza mai eccedere nelle tante discussioni che
facevamo nelle assemblee, davanti al cancello della fabbrica.
La vita esterna dal lavoro era cambiata: comprammo la prima macchina, una
cinquecento scassata, che durò poco, dopo diversi mesi che viaggiavamo
tranquilli, una volta che tornavamo da una gita sulla montagna Pistoiese alla
Chiesina Uzzanese si fermò davanti ad una abitazione,trovammo gente brava,
un signore ce la fece parcheggiare nel cortile di casa sua e disse che il figlio era
meccanico, trovammo un giovane che ci riaccompagnò fino a casa.
Ritornai dopo due giorni accompagnato da mio fratello a riprenderla. Lo stesso
uomo ci disse: ha detto mio figlio che per arrivare a San Miniato l’ha riparata,
ma digli di non viaggiare più che quella macchina è finita!
A casa a forza di scoppietti mi riportò, la misi in garage e ci guardammo in
faccia io e Chiara mia moglie: che fare? Con due figli piccoli, il lavoro lontano,
la macchina ci voleva: Andai alla concessionaria Fiat per trattare una nuova
cinquecento. Mi mandarono all’appalto a comprare un mazzo di cambiali che
mi fecero firmare con un certo disprezzo come se mi regalassero qualcosa, da
allora i concessionari di auto li ho visti sempre con disprezzo. E con la
macchina nuova cominciai, nel poco tempo libero a conoscere i luoghi di
campagna, i monti della Toscana.

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Intanto il sistema lavorativo cambiava, molto del lavoro della scarpa veniva
dato all’esterno, a domicilio,dovetti di nuovo cambiare attività: lo stesso lavoro
ma da artigiano. Cominciò per me e poi inserii anche mia moglie, un lungo
periodo da artigiano che ci ha portato alla pensione.
Chiara avendola conosciuta a Carrara, mi ha fatto innamorare oltre che con lei,
alle Apuane, altri luoghi sconosciuti della nostra regione, la Lunigiana, la
Garfagnana, gli Appennini, perché come me aveva dovuto la sua famiglia
spostarsi per lavoro.
Questo periodo da artigiano, nel quale abbiamo lavorato molto, non senza
problemi, ci ha permesso di comprare casa. Tante cambiali, ma sono di nuovo in
collina, ho del terreno da coltivare, ma soprattutto, mi affaccio alla finestra e
vedo olivi, la pianta del cuore.
Con i figli prima, poi noi due abbiamo sempre avuto il bisogno di conoscere
luoghi e borghi nuovi, ecco la grande passione dell’escursionismo a livello
regionale,nel tempo libero, poco per la verità, siamo sempre stati attratti da
luoghi e borghi di campagna. Il nostro girovagare ci ha permesso in un anno e
sei mesi di percorrere integralmente il tratto San Miniato- Genova Lanterna.
L’ arrivo della pensione per molti un dramma, per me e Chiara, avendo i figli
preso strade lavorative diverse dalle nostre, una liberazione da un lavoro ormai
succube di tanti condizionamenti e poco retributivo, e avuto tanto tempo libero
per fare tante escursioni.
Sono più di trenta anni che abito sulla collina di San Miniato, che dire? Mi
ritengo una persona molto fortunata, ho avuto problemi vari ma superabili,come
capitano a molti, ora posso dire che sono una persona felice?. Ho una famiglia:
moglie che adoro, due figli bravi e due nipoti , credo di avere raggiunto e
superato anche le più rosee aspettative.
Quando uno si alza, apre la finestra e vede sorgere il sole sulla collina, già è un
buono inizio di giornata, poi la vita è quella che è! Durante il giorno possono
accadere cose spiacevoli, sapere dai tanti mezzi divulgativi, storie, fatti tragici,
l’uomo si è sempre complicato la vita, ricercando il benessere a scapito di altri e
complicandosela per sé.
Seguo dal mio piccolo mondo gli avvenimenti che accadono, ormai ho
rinunciato a combattere, lascio a figli e giovani il duro compito di andare avanti,
io mi fermo qui, a guardare sorgere il sole, anche se il sole è bello anche al
tramonto. Il tramonto mi piace di meno, ci avvicina alla notte.
Ho raccontato tutto della mia vita? No! I momenti più significativi di una vita
modesta, alcuni li ho lasciati nel mio intimo,ogni persona ha diritto di avere
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segreti personali. La mia è una biografia spicciola, vissuta con modestia anche
se sogni e aspettative ne ho avute molte nel mio intimo. Ho trascurato di
raccontare tanti episodi, alcuni dei quali brutti, di cui mi vergogno, altri molto
belli di altruismo per non lodarmi.
Questo mi ricollega all’inizio del racconto nelle parole della poesia di Guccini:
-Ma non trovo più quando la guardo quello che provavo primaVivo bene ma tanti entusiasmi, tante illusioni le ho perdute, strada facendo.
E’ normale, il mondo cambia, e sempre non ce la facciamo a seguirne tutti gli
avvenimenti. Basta non restare statici, io ho tanti difetti, ma ho quasi sempre
accettato il cambiamento.
Ora passo il mio tempo fra il terreno che coltivo più per passatempo che per
tornaconto e il camminare,due occupazioni piacevoli e il leggere libri di
narrativa, i miei preferiti, ogni tanto scrivo, mi piace raccontare, più a me stesso
che a gli altri.
E’ relativamente facile raccontare cose vissute, ma difficile è raccontare stati
d’animo, sogni covati per anni e poi svaniti nel nulla, il tramontare di ideali
politici che sembravano intoccabili.
Eccomi qui, ancora una volta appoggiato alla finestra ad aspettare l’alba dalla
collina di San Miniato! Non è come da dietro Locardo, o da Bottinaccio! Ma
sempre alba è. Capita oggigiorno a pochi di vedere sorgere il sole tutta la vita
dallo stesso luogo,c’è chi ritorna nei luoghi nativi dopo tanti anni, io non ci
riuscirei. Mi rimane l’amarezza del distacco, ma non saprei ritornare sui miei
passi troppo tempo è passato e troppi cambiamenti.
Mi rimane dentro di me quella punta di malinconia per non avere saputo
adattarmi in pieno fra gente che mi ha accolto come uno di loro.
Castelfiorentino rimane dentro il mio pensiero come una cicatrice guarita ma
che ha lasciato il segno.
Ecco che spunta il sole da dietro la rocca!
Un tempo si diceva – il sol dell’avvenire. Sempre sole è! L’avvenire? . . . . . . . .
si vedrà!

©
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Martini Maresco 2016 – maresco.martini@alice.it


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