File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Ricerca PDF Assistenza Contattaci



Maresco Martini Strade Bianche .pdf



Nome del file originale: Maresco Martini - Strade Bianche.pdf
Autore: Yuri Martini

Questo documento in formato PDF 1.4 è stato generato da Writer / OpenOffice 4.1.1, ed è stato inviato su file-pdf.it il 18/11/2016 alle 12:20, dall'indirizzo IP 62.18.x.x. La pagina di download del file è stata vista 2436 volte.
Dimensione del file: 358 KB (79 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


MARESCO MARTINI
STRADE BIANCHE

1

Introduzione
Continuo il mio raccontare come sempre immerso nel mondo fantastico delle
nostre campagne, e questa volta lascio i racconti di vita per raccontare il
paesaggio delle nostre campagne, senza trascurare gli avvenimenti del passato e
le tracce trovate lungo il cammino, ammirando le molte trasformazioni, i tanti
cambiamenti, a volte da vecchio contadino criticando le trasformazioni di vita
in campagna.
Ho camminato negli anni in tanti sentieri e in tante strade bianche, per nostra
fortuna ancora intatte specie in boschi e terreni poco produttivi, ma dalla natura
fantastica.
Ora questi sentieri e queste strade bianche sono segnalate e frecciate per rendere
il cammino facilitato, siamo ancora pochi ma sempre in aumento a camminare
in questi percorsi.
Perché racconto queste semplici camminate? Perché in questi luoghi non
troviamo solo la natura, e non è poco. Ma in questi luoghi è passata la nostra
storia, è in questi luoghi che nel passato si è fatta la storia.
Vedere e ricordare, come eravamo è capire dove vogliamo andare.Poi il piacere
di scoprire angoli nuovi: boschi, colline, argini,monti, rocce, piante secolari,
borghi, casolari sperduti, abbandonati, nuovi restauri, e calanchi e rocce. Infine
la gente: nei borghi, nei paesi, ma soprattutto nelle nostre campagne, passare
vicino al contadino che lavora e sentirsi orgogliosi del suo saluto!
Alla fine del cammino mi sento un'altra persona, ho visto e sono passato in
sentieri e strade bianche, senza recare disturbo a persone, animali, cose;
arricchendomi di altre conoscenze.

©
2

Maresco Martini 2016 – maresco.martini@alice.it

<<L’aria si era fatta frizzante; dalla valle le ombre salivano sulle ali della
brezza; dietro il Sellaio era rimasto, appena, un fiato morente di luce.<< Da Le
terre del Sacramento, di Francesco Jovine.
E camminavi, Nazzareno
Sotto al peso del fascio d’erba
Era stato duro trovare in Agosto
Nella piaggia assolata d’argilla
erbe sfiorite dalla siccità.
E camminavi stanco Santi,
Con la zappa in spalla
Al tramonto
Dopo avere dissodato la vigna.
E camminavi, Adelmo
Al ritorno dalla guerra
Dopo anni di lontananza.
Strade bianche, sentieri!
Che avete visto da sempre
Camminare il contadino
Verso casa.
E domani, all’alba?
Una nuova giornata vi attenderà
Nella dura lotta fra voi e la natura
Poche volte amica,
molte volte ostile.
Fra voi e la gente
Che mai ha saputo apprezzare
Quanto importante era il vostro lavoro.
3

Malgrado tutte le avversità
Avete lavorato e vissuto
Per raccontare a noi
Quante ingiustizie e soprusi
Avete sopportato
Voi e le vostre genti

Dedicata alla memoria di tre contadini compagni di vita.

-----------

4

MONTE MAGGIO
Imbocco la valle in macchina di primo mattino e subito il sole mi abbaglia, è
sempre così quando a Ponte a Elsa curvo a destra per inoltrarmi nella valle
nativa. E’ sempre una intima emozione mi prende, è così da sempre,si può
andare a vivere nei posti più belli del mondo, ma dove sei nato è sempre il più
bello.
La macchina procede veloce, lascia poco tempo, solo sguardi rapidi a luoghi
familiari e via: Castelfiorentino , Certaldo, Poggibonsi, ecco la superstrada per
Siena: Colle nord, Colle sud, Monteriggioni, ci siamo. Esco dalla superstrada,
prendo la via Cassia, sopra di noi la grande cinta muraria medievale,l’ aggiro a
metà poi svolto a sinistra e raggiungo il grande parcheggio sotto le mura.
Scendiamo, l’aria è frizzante, ci sono ancora nelle parti in ombra i residui della
brina. Il sole ora incomincia a scaldarci mentre indossiamo gli scarponi.
L’enorme parcheggio è movimentato da tanti escursionisti come noi. Qualche
cane gironzola contento di avere lasciato la macchina e trek il nostro cane,
approfitta per fare conoscenze.
Zaini e via, davanti a noi la scura montagna del monte Maggio.
Lasciamo dietro le spalle la famosa cerchia muraria di Monteriggioni,
attraversiamo la Cassia e finalmente camminiamo nella strada bianca che si
inoltra verso il monte. La lunga fila di escursionisti avanza verso il monte
prendendo i diversi sentieri e si dirada formando piccoli gruppi. Noi tre: io,
Chiara, e trek camminiamo verso il monte a noi noto per le tante escursioni fatte
negli anni passati, conosciamo a menadito tutti i sentieri di questo monte, ma
ripercorrerli, è sempre una emozione. Dopo il tratto in pari e una lieve salita
discendiamo di qualche decina di metri per poi iniziare la salita vera. Eccoci
davanti all’agriturismo il Mandorlo, bella residenza. All’altezza della casa ci
viene incontro una cucciola di asino, docile, si lascia accarezzare e ci segue, una
signora da un terrazzo ci dice che le è morta la mamma e le danno il latte col
biberon, ci prega di cacciarla indietro, più di una volta sono dovuti andare a
riprenderla sul monte. l’ho scacciata indietro, lei si è voltata calciando.
Ora la strada bianca finisce ad una vigna, sul lato bosco comincia un sentiero in
salita addentrandosi nel bosco, è roccioso e tortuoso. Ci addentriamo nel folto
bosco, il leccio è predominante, poi frassini, corbezzoli, querce e scopa. Dal
terreno emergono molte rocce vulcaniche bellissime, la poca terra è di un colore
rossastro e mostra il lavoro notturno dei cinghiali scampati alle cacciate
invernali. Dopo un lungo salire il sentiero diventa viottola e sale in diretta verso
il monte, si sente abbaiare un cane e dopo poco troviamo una strada bianca
trasversale, andiamo a destra lasciando alle spalle un agriturismo immerso fra
5

colossali lecci. La strada continua in pari in un paesaggio da favola: grandi
lecci, sui lati nel bosco, enormi rocce bellissime, una casa vacanze da sogno,
dietro un cancello un giovane cane scodinzola al nosto passaggio. Continuiamo
sempre in pari per un km fino ad arrivare alla strada bianca che sale da Badia a
Isola, un cartello indica: strada della memoria. Un pannello dall’altra parte della
strada spiega l’eccidio di partigiani nel 1944 da parte di fascisti repubblichini.
Andiamo in salita a sinistra, poi quando spiana andiamo a destra verso casa
Purgatorio che raggiungiamo dopo un km circa. Bello è questo posto in uno
spiazzo pari, intorno muretti in pietra una grande casa ora della forestale. Fù qui
che nel Marzo del 1944 i partigiani furono sorpresi dai fascisti repubblichini,
accerchiati dovettero arrendersi; caricati su di un camion vennero condotti in
uno spiazzo più in basso e fucilati. Solo uno, prima che iniziassero a sparare, si
gettò in bosco e benchè ferito, quasi dissanguato, raggiunse una casa dove lo
soccorsero e potè salvarsi e raccontare. Io ricordo bene questo eccidio, avevo
nove anni, la notizia di bocca in bocca commosse tutta la valle dell’Elsa.
Sostiamo sopra un muretto per pranzare e dopo ci rimettiamo in cammino a
ritroso in discesa verso Badia a Isola. Giungiamo allo spiazzo dove i partigiani
furono uccisi, leggo sul monumento i nomi di diciannove ragazzi che onorano
la vald’Elsa.
La strada bianca scende ora sempre attraversando un folto bosco con la stessa
vegetazione di lecci, querce, carpini; a volte spiana, poi ridiscende ancora;
oltrepassiamo una azienda agricola, ci sono polli a razzolare davanti casa,
dall’altra parte della strada una grande cascina. Altri trecento metri e siamo a
Badia a Isola. I cartelli del treking indicano la via Francigena, eccoci in pochi
metri davanti al borgo medievale, uno dei più famosi in antichità sulla via per
Roma. Entriamo nel borgo e siamo davanti l’antica chiesa, entriamo uno alla
volta per tenere il cane. Molta gente è attorno a una guida, quando escono vedo
che la guida è Giovanni Corrieri nostro paesano e amico, Ci salutiamo.
Giovanni è conoscitore della via Francigena e di tutto il nostro territorio, sia
storico che paesaggistico. Lasciamo Badia a Isola e camminiamo per duecento
metri nella via asfaltata in direzione di Monteriggioni, poi andiamo a destra
nella strada sterrata dritta fino al bosco, poi andiamo a sinistra seguendo le
frecce della Francigena e dopo un km siamo sotto le mura di Monteriggioni.
Saliamo la dura rampa e entriamo in paese dalla porta ovest, lo attraversiamo
per raggiungere il parcheggio dall’altra parte. Prima di scendere al parcheggio
diamo uno sguardo lassù al monte Maggio: alto, scuro e immenso, dove bosco,
terra, rocce, storia si fondono e fanno per la valle dell’Elsa uno scrigno con
dentro la sua natura, la sua storia; uno scrigno aperto al mondo.

6

MONTE MAGGIO
Erano giovani con tante speranze
Sicuri che sarebbe finita
Questa guerra e questa dittatura
Certi che combattere avrebbero anticipato
La fine del terrore nazi fascista.
Dentro il grande bosco
Intorno gente solidale.
Lassù a casa Purgatorio
Solo il tradimento fascista
Ultimo ruggito di una belva moribonda
Spense le vostre vite.
La valle dell’Elsa
Fu tutto un grido di dolore
Furono momenti di smarrimento
Poi la lotta riprese fino alla vittoria
Ora passo commosso
Davanti ai vostri nomi
Davanti a quello spiazzo
Deposito del legname del monte
E deposito della nostra libertà.

IL PADULE DI BIENTINA
Pomeriggio domenicale caldo, aspettiamo le ore sedici e poi partiamo da casa
per la solita camminata. Questa volta lasciamo colline e monti per recarci nel
padule di Bientina. Oltrepassiamo Bientina , Cascine di Buti, dopo poche
centinaia di metri andiamo a destra, poche centinaia di metri e sulla sinistra la
strada bianca col cartello che indica l’oasi del vv ff. Parcheggiamo l’auto e ci
mettiamo in cammino. Davanti a noi l’immensa piana del padule. Ci
incamminiamo in una bella strada sterrata con alla sinistra un bel fosso dove
scorre un’acqua limpida dalla quale emergono erbe palustri fiorite. Al nostro
7

passaggio si sentono i piccoli tonfi delle rane, il canto di qualche uccello
rompono il silenzio, più avanti vola una garzella, non lontano canta un fagiano.
Un lieve venticello muove appena le foglie di vettrici e pioppi. Dietro su in alto
la grande mole del monte Serra con i suoi boschi di pino e castagno, sopra di
fianco il paese di Castelvecchio.
Eccoci ora davanti al folto bosco del w w ff recintato e chiuso. Le visite guidate
all’oasi hanno l’orario di mattino, noi proseguiamo avanti dall’esterno, e al
primo incrocio c’è da scegliere: diverse strade bianche si diramano in diverse
direzioni. Noi andiamo a sinistra seguendo il fosso sempre più fiorito, una dritta
per più di un km, con sulla destra campi fioriti di un giallo intenso. Lo sguardo
spazia lontano fino a vedere il campanile di Orentano, ogni tanto fra le cime
degli alberi si intravede il campanile di Altopascio, quello famoso con la
campana la- sperduta- quella campana ha orientato nell’antichità i viandanti in
queste zone allora selvagge.
Camminare in questa palude con davanti a noi tanta bellezza è il massimo che
possiamo chiedere, appassionati come siamo della natura.
Parliamo, mentre camminiamo, di come saranno stati questi luoghi quando
c’era il lago di Sesto, quando il Serchio lo attraversava per confluire in Arno
all’altezza di Vico Pisano. Poi l’uomo per alimentarsi ha modificato, deviato,
fatto canali, prosciuga, coltiva; poi riabbandona lasciando nel degrado e
lasciando alla natura di ricrearsi, ma non tornerà più come era prima. Il padule
nei punti impossibili da coltivare ha mantenuto la sua bellezza selvaggia. Siamo
giunti alla fine della dritta, c’è sulla sinistra uno di questi terreni allagati dove
alcune gazzelle frugano col lungo becco alla ricerca di vermi, le passiamo
vicino, continuano il loro lavoro ignorandoci.
Andiamo a sinistra in direzione del monte, si vedono alcune case coloniche, più
lontano il paese, svoltiamo dopo trecento metri di nuovo a sinistra, comincia un
bosco di querce secolari a destra, sotto il terreno allagato dall’acqua affiorano
piante palustri fiorite, questo passaggio e di una bellezza unica.
Praticamente ora ritorniamo indietro percorrendo il lato monte, finisce di nuovo
una dritta curviamo a sinistra, ma ecco sul ciglio una lapide di marmo a farci
ritornare indietro agli anni della guerra. Non ricordavo più, questo episodio
l’avevo letto in qualche scritto sulla resistenza.
Nel 1943 qui c’era un campo di prigionia di soldati Inglesi catturati dal nostro
esercito, erano controllati da soldati, ma vivevano un regime di semilibertà,
lavorando da contadini e dalla fattoria. Alla notizia dell’armistizio l’otto
settembre già assaporavano il ritorno a casa, quando giunse l’invasore tedesco
che chiese la consegna dei prigionieri inglesi ai militari Italiani. Il comandante
8

italiano rispose che lui rispondeva agli ordini del governo italiano. I tedeschi
disarmarono e fucilarono i militari italiani. Il marmo riporta i nomi e ricorda
che questo eccidio è l’inizio della resistenza nella provincia di Lucca.
Dopo avere letto commentiamo come tante altre volte quanto è disseminata di
lapidi e croci la nostra bella regione.
Ripercorriamo indietro ora la strada bianca per ritornare alla macchina. Diverse
persone ora che è più fresco passeggiano, un cenno e via. Arriva una macchina,
scende un uomo, pianta un cartello che segnala il passaggio di una gran fondo
di montambaik. Osserviamo in lontananza le cime degli Appennini arrossate dal
tramonto, qui il sole è già sparito dietro il monte Serra. Eccoci alla macchina,
saliamo e dico a Chiara: anche questa è fatta! Sali Trek!. Il cane come sempre
fiuta attorno prima di salire, a i suoi tempi, girella un attimo poi sale
controvoglia in macchina.
C’erano come ora i fiori nella palude
Cera il monte Serra che faceva da cappello
Molti contadini ospitali
C’era la nebbia mattutina
A ricordare i luoghi lontani
C’erano militari umani
Che trattavano i prigionieri
Come fratelli sfortunati
Lontani dalla patria e dagli affetti.
Ecco l’orrore, ecco la crudeltà nazista
Che insanguina questa terra mite.

9

IL MONTE FUMAIOLO
Arriviamo ai piedi della salita dopo un lungo viaggiare attraverso il
Casentino,scesi in Romagna, ora l’auto sale verso Balze. Non eravamo mai stati
in questi luoghi, abbiamo deciso di venire quassù attirati dalla altitudine del
campeggio 1100m e dalla sorgente del Tevere. Appena siamo arrivati in paese
abbiamo visto che era un posto speciale. Costruito esposto al sole, riparato dai
venti del nord da enormi rocce, è molto bello e grande per essere un paese di
montagna. Siamo saliti ancora per un km fino ad arrivare al campeggio. Dopo
avere piazzato la tenda, ci siamo messi in cammino costeggiando il Tevere, un
rigagnolo, dopo poche centinaia di metri lasciamo la strada per salire il sentiero
che fra alti faggi raggiungre la sorgente. Leggiamo la scritta: qui nasce il Tevere
…..ecc.
Continuiamo in salita e in cima ritroviamo la strada con un ampio
parcheggio,andiamo a sinistra e saliamo in pochi minuti in vetta. Niente di
speciale, vegetazione che impedisce la visualità. Pranziamo sotto un faggio, poi
ridiscendiamo lentamente verso il campeggio.
Lasciati gli zaini e dopo una sosta in tenda ci siamo incamminati verso il paese.
Non so spiegarmi un posto così bello non avevo mai sentito nominare, solo il
Fumaiolo per il Tevere, ma Balze, mai sentito nominare.
Che posizione: il paese fà da spartiacque alla valle del Bidente e a l’alta valle
del Tevere, a oriente, l’Alpe della Luna.
C’è animazione in paese, è Luglio e come in tutti i paesi di montagna, in Estate
c’è tanta gente; diversi come noi turisti, ma soprattutto in Estate ritornano i tanti
paesani emigrati in pianura, hanno lasciato quassù: case, genitori, parenti e tanti
amici. Tutti insieme in Estate rigenerano il paese con iniziative varie. Noi due
con trek ai piedi seduti al bar con segreto piacere vediamo la gente salutarsi
contenti di essere di nuovo assieme.
Vediamo i bimbi scorrazzare liberi per le vie del paese senza traffico inventare
giochi. Come era bella un tempo la libertà che avevano i bambini! Quanto è
negato ai bambini la vita programmata di oggi: Dopo la scuola ginnastica,
musica, nuoto,religione ecc. poi la televisione. Guardo i bambini scorrazzare
per il paese almeno quì liberi di inventarsi giochi a piacimento. Mi venne alla
mente un episodio: Una vicina di casa ci chiese se potevamo tenere per il
pomeriggio con noi il suo bambino per qualche ora, aveva da sbrigare un
impegno; certo dicemmo, era un pomeriggio di sole. Andammo sulla collina di
San Quintino. Noi convinti di fare felice il bimbo le indicavamo le piante, i
fiori, poi le indicavamo i monti. Quello è il monte Serra, quelli sono gli
Appennini, giù nella valle c’è l’ Elsa. Il bimbo osservava senza interesse quello
10

che indicavamo. Mentre camminavamo al lato della strada c’era una pozza di
acqua, il bimbo prese una zolla e la gettò sull’acqua facendola schizzare, le
piacque tanto che passò mezzora a gettare zolle nell’acqua. Per alcune
settimane, il bimbo quando ci incontrava ci ricordava quel gioco. Quando ci
renderemo conto di lasciare crescere i bimbi senza imporgli qualcosa?
Cominciava a scurire, disse Chiara ho sonno e c’è da salire al campeggio.
La mattina dopo ci alzammo e fuori dalla tenda era freddo, facemmo colazione
con latte e biscotti, scambiammo qualche parola con i vicini di tenda tutti
Romagnoli, preparammo gli zaini e su in cammino. Alla sorgente del Tevere
facemmo provviste di acqua, dico scherzando: meglio che diventi piscio subito
qui che a Roma. Risaliamo in parte il sentiero del giorno precedente per poi
andare a destra. Saliamo fra abeti e faggi enormi e dopo poco raggiungiamo un
rifugio in cima alla montagna. Andiamo a destra nel pari in una viottola larga
che in inverno è pista per sci di fondo. Molto bella questa pista, si procede per
tre km in pari a semicerchio fino alla strada asfaltata che sale da San Piero di
Romagna, qui il panorama si apre sino alla valle del Bidente. Ritorniamo
indietro fino al rifugio, Da li parte un sentiero in leggera discesa, dentro una
faggeta stupenda. Per noi due il faggio è la pianta più bella che troviamo in
montagna. Il faggio è una pianta imponente che cresce oltre i 900 metri di
dislivello, la sua chioma non lascia crescere il sottobosco, ha un fogliame folto
ma lascia filtrare il sole, sotto il faggio c’è fresco ma non scuro. Entri in una
faggeta immensa ma hai l’impressione di essere in un luogo amico, il faggio da
al bosco un verde tenue e accogliente. Sosta pranzo, dopo quasi un’ora di riposo
ci rimettiamo in cammino. Dopo un’ora che camminavamo in questa
meravigliosa foresta, sempre in leggera discesa, sentiamo il suono di una
campana. Andiamo alla ricerca di un romitorio. Sembra il suono vicino, ma i
rumori nel bosco sono falsati dal silenzio. E’una giornata calda, solo le cime dei
faggi sono mosse da una lieve brezza. Camminiamo per dieci minuti prima di
scendere in una valletta dove nel centro c’è una chiesetta, Che posto! La
chiesetta è circondata da tre lati dal monte, intorno faggi secolari. All’interno si
sente pregare, non entriamo per non disturbare, poi abbiamo i calzoncini corti.
Osserviamo dall’esterno questo luogo di pace. Ci sediamo sulla panchina in
pietra, stiamo bene in questo luogo. Mi viene subito alla mente un vecchio
detto: dove stanno preti e frati non c’è ne caldo e ne freddo! Dal romitorio sale
andando verso Balze una mulattiera, al lato ogni pochi metri c’è una immagine
sacra, sul davanzale di ogni immagine ci sono tanti sassi forse voti dei fedeli
che si recano al romitorio. Dopo settecento metri finisce la salita, il sentiero
scende ora molto ripido fino alle prime case di Balse. Attraversiamo il paese e
saliamo al campeggio.
11

Bello è il luogo dove c’è il campeggio, oltre all’altitudine è molto ombrato da
alti pini, poche le piazzole per tende, molti bungalov abitati da clienti
abitudinari molti dalla Romagna, coi quali facciamo conoscenza dopo cena al
bar del campeggio.
Il terzo giorno,facciamo un giro nella campagna a est del paese in direzione del
poggio dei tre Vescovi, una zona spoglia con tanti calanchi, poi ritorniamo in
paese,compriamo cibi caldi da asporto, pranziamo nella faggeta vicino al paese.
Ci rimettiamo in cammino attraversando tutto il paese dopo avere preso un
caffè. Fuori subito Balse prendiamo una viottola che sale diretta verso il monte.
Molto dura questa salita e farla a – stomaco pieno- è ancora più dura. La
viottola finisce, il sentiero continua; sale avendo sul lato sinistro il filo spinato
di un fondo chiuso
Apriamo un cancello dove un cartello porta scritto: bestiame al pascolo
richiudere.
Finisce il bosco, ampie praterie intervallate da ciuffi di faggi, la salita ora e più
lieve, si scende in una cunetta per poi risalire di nuovo un pendio ripido.
Finalmente sul culmine erboso della montagna. Che meraviglia! Sotto di noi la
Romagna montana con i suoi calanchi e piagge a vista d’occhio,sotto di noi
sparsi qua e là i tanti borghi
e la campagna è aspra. Si vede fino al Montefeltro, il monte Carpegna, il sasso
di Simone, l’Alpe della Luna. A sud il monte Penna, Poggio Scali e le foreste
Casentinesi fino al monte Falco. Il Fumaiolo a fianco con le sue faggete. Da un
panorama così non verresti via mai più. . . . . . . . . Dietro i monti marchigiani un
temporale pomeridiano si allontana verso l’Adriatico.
Come è stato bello visitare questi luoghi, ma è ora di ritornare a casa. Galline,
orto e cose varie ci attendono.
Dopo del tempo vado in biblioteca e come sempre guardo nella vetrina delle
novità: noto un libro, il titolo è: All’ombra del cerro- l’autrice è Silvia Di Natale
a me sconosciuta, lo prendo in prestito, quando incomincio a leggerlo con
sorpresa il libro parla della guerra partigiana nelle zone attorno a Balze.
Qui nel 1944 c’era la linea gotica, e i partigiani combatterono duro contro i
nazifascisti durante l’allestimento della linea gotica, e combatterono fino alla
vittoria, fra mille difficoltà, freddo, fame,rastrellamenti, paesi incendiati,
crudeltà di ogni genere da parte dei nazisti. Il libro è romanzato ma i fatti narrati
l’autrice li ha presi dall’archivio della resistenza della Romagna. E nomina i

12

luoghi da me visitati: oltre al paese, il romitorio, il colle dei tre vescovi, i paesi
visti dal monte, la foto di copertina è di una partigiana. Un gran bel libro.
Ecco che nella mia mente dopo la lettura di quel libro tutto si trasforma: il
monte Fumaiolo, Balze e la zona attorno, cambiano aspetto, non è più per me
uno dei tanti luoghi turistici che ho visitato apprezzando l’ambiente: rocce,
calanchi, boschi, che ti lasciano ricordi piacevoli e poi il tempo cancella dalla
mente. Il Fumaiolo per me, dopo avere letto quel libro diventa storia.
Se un giorno ritornassi in quei luoghi, rivivrei nella mia mente le vicende lette
in quel libro. I calanchi del colle dei tre vescovi, il romitorio, le faggete,
sarebbero animati dai fatti accaduti e narrati così bene dalla scrittrice.
Immaginerei quanto sia stato duro vivere, combattere,con la fame, col freddo,
con le tante crudeltà dei nazifascisti in questi luoghi, e quanto ha dato questa
gente per la nostra libertà.
IL MONTE FUMAIOLO
Viaggio lontano per turismo.
Ogni tanto si parte per vedere cose nuove
Per conoscere nuovi territori
Questa volta è una lontananza cercata
Qui non è più la Toscana, è Romagna
Terra ospitale ma a me sconosciuta.
Ma dopo che sono arrivato
Mi accorgo che è solo il viaggiare diverso
Non certo la gente dal parlare diverso
Ovunque vai trovi le stesse cose:
tanta umanità nella gente del posto.
Ma in campagna: sia piano, collina, monti
È sempre stato difficile vivere
E il richiamo del bisogno ti spinge a partire:
paesi spopolati, campagne abbandonate.
Ora ritorni,guardi, ricordi.
Come è bello in questi monti
13

La nostalgia ti prende nel ricordare
Genti e paesi umili, ma che nel passato
Hanno fatto la storia.

14

MONTE SERRA IN INVERNO
Cosa ci stanno a fare due pensionati e un cane in casa tutto il giorno? Mi sono
chiesto una mattina di metà Dicembre, mentre fuori la tramontana sbatacchia le
piante di pino. Ci avviciniamo al Natale .Come vai in paese è traffico e poi dove
andiamo? Ad acquistare cosa?. Dico al cane, che è il più saggio, sa andà! Lui
capisce e scodinzola felice. Chiara esclama: con questo freddo?. Io rispondo: in
questa zona siamo fortunati, c’è il monte Serra! Hai ragione, lei và a prendere
gli zaini e mentre prepara il mangiare, io faccio il caffè,lo metto nel termos.
Scendiamo di casa e via con la macchina sulla fi. Pi. Li. verso Pontedera.
All’uscita di Pontedera ce la fila . Ma dove andrà tutta questa gente? Dico. E’
Venerdì dice Chiara, che non ti ricordi più che il Venerdì c’è il mercato a
Pontedera? Io non mi ricordavo più nemmeno che giorno era. Dovevamo
passare proprio davanti al mercato, una fila di macchine. . . . . Poi eccoci a San
Giovanni alla Vena, lasciamo l’auto, zaini in spalla e ci incamminiamo sulla
salita nella strada inghiaiata verso il Castellare. Eccoci liberi e solitari in
cammino, non c’è nessuno. E il freddo direte? Nelle pendici sud del monte
Serra il freddo è bandito dalla barriera nord del monte.
Cominciamo a salire i tornanti che conducono alla chiesetta del Castellare.
Arrivati alla sella, invece di salire alla chiesetta panoramica ma molto esposta
alla tramontana, proseguiamo dritti sottovento nella strada bianca nel pari fino
al bosco. Da qui comincia la parte bella del percorso: camminiamo con sopra e
sotto lo spettacolo visivo delle coltivazioni degli ulivi, coltivazioni a – terrazza
- cigli fatti con pietra. Che ingegno ha avuto nel passato il contadino per
proteggere la poca terra dalle erosioni della pioggia in inverno, e dalla siccità in
estate. Lavoro di generazioni ora a rischio di abbandono.
Si costruiscono fabbriche, centri commerciali, si finanzia banche, si pensa ai
soldi, ma dell’ambiente nessuno si preoccupa. Poi vengono alluvioni,
frane,incendi, dissesti di ogni genere, allora si trovano i soldi; per la
prevenzione no!
Alla fine della strada bianca comincia un bel sentiero quasi in pari dentro un
bosco di macchia mediterranea: pini, scope, corbezzoli, lecci e qualche pianta di
sughero. Dopo un km di questo sentiero raggiungiamo la strada bianca che sale
dalla Cucigliana all’altezza di una casa, dall’altra parte della strada in un recinto
una decina di pecore. Prendiamo questa strada a destra salendo verso Campo
dei Lupi. In cima alla salita ecco il panorama mozzafiato della valle dell’Arno.
Cascina, Navacchio e giù fino a Pisa sono tetti e capannoni. I campi di cavoli,
cipolle, bietola, spinaci, sono un ricordo ormai lontano …. A nord per fortuna il
monte resiste, malgrado gli incendi, e mostra la sua bellezza selvaggia.
Cinquanta metri e lasciamo la strada per prendere a sinistra un sentiero in pari
15

costeggiando una piantagione di olivi a sinistra e bosco a destra,duecento metri
e il sentiero entra in una pineta giovane rinata dopo un incendio. Bello è questo
sentiero, dopo un iniziale strappo và quasi pari nella folta pineta, il sentiero è
stato ripulito dalla comunità montana, i pini sono alti tre metri e sono folti,
siamo al riparo totale dalla tramontana, che sentiamo sibilare su in alto, mentre
un bel solicello ci scalda. Arriviamo in una conca, finisce il bosco e ricomincia
il coltivo a terrazza e ulivi. Belli sono gli olivi, piante enormi, i muri in pietra
sono capolavori anche i fossi sono in pietra, però le olive sono a terra non
raccolte. Brutto è vedere tutto un raccolto lasciato marcire in terra. Mi viene alla
mente quando mia nonna raccattava le poche olive con lo scaldino. Come si può
parlare di risorse del pianeta quando noi popolo opulento lasciamo marcire
prodotti solo per fare salire i prezzi; lasciamo i terreni – a riposo-pagando
perché non vengano coltivati, perché non aumenti la produzione di cereali,
mentre da altre parti c’è la fame! Ha detto la televisione che in un paese l’olio
di oliva viene venduto in farmacia. Ecco il paradosso: qui si spreca, altrove si
muore di fame. Più si vive e più ci accorgiamo quanto siamo meschini.
Guardiamo il bel panorama, ..e tiriamo avanti tranquilli dopo avere dato la sera
precedente 10 euro per i bambini Affricani. Questo noi siamo: facciamo la
carità e dissipiamo mezzo pianeta.
Riprendiamo ora il cammino nella strada bianca che dopo avere lasciato alle
spalle due ville da sogno, con un panorama mozzafiato. Comincia la discesa
dentro il bosco di macchia mediterranea, giù nella valle c’è il piccolo borgo di
Noce, più avanti Uliveto Terme. Scendiamo due tornanti poi prendiamo a destra
una viottola fatta dalla forestale per difendere la pineta della Verruca dagli
incendi, difatti mentre saliamo ci sono tracce di un recente incendio, solo le
piante di sughero e qualche tronco di pino annerito dal fuoco. Ammiriamo
molte enormi rocce – verruche- caratteristiche per la forma e la composizione,
cadute dalle rocce che tengono le mura della famosa fortezza. Saliamo una
rampa che ci mette a dura prova, poi spiana o procede in leggera salita per due
km fino al Passetto dove incrociamo la viottola che sale da Caprona. Giriamo a
destra fino ad arrivare sopra la grande cava che sovrasta Uliveto Terme.
Che panorama! Sotto di noi : Uliveto, poi tutta la piana col lungo serpente
disegnato dall’Arno e la visualità spazia da Pontedera a Pisa,oltre le ciminiere
di Livorno. C’è un bel sole, non c’è vento, c’è un bel panorama. Posto ideale
per sosta pranzo, sono le dodici e trenta, zaini a terra e seduti su una grande
roccia ci mettiamo a mangiare.
Vediamo laggiù nel non lontano aeroporto di Pisa alzarsi in volo diversi aerei.
Quanta gente parte in questi giorni verso mete turistiche lontane, poi nel tempo
quando descrivono dove sono stati se gli domandi: se conoscono questo monte
16

scopri che non sanno nemmeno che esiste un posto così bello, solo perché c’è
da camminare a piedi. Siamo vicini a Natale, le strade sono intasate dal traffico,
vediamo da quassù il parcheggio intorno all’ iper coop di Navacchio pieno di
macchine, noi abbiamo camminato due ore e mezza senza incontrare una
persona.
Lasciamo questo eccezionale panorama e ritorniamo indietro verso il passetto e
lasciamo la strada per salire a destra verso il lato est del monte dove è posta la
Verruca, il sentiero procede aggirando il monte, molto lungo questo tratto
appena disegnato fra la vegetazione bassa fatta di giovani pini e corbezzoli
rinati da qualche anno dopo un incendio, il suolo è roccioso ma la pendenza è
normale, sale in progressione sotto le grandi rocce che sostengono la fortezza.
Dopo un’ora eccoci in cima al passo. Qui la tramontana non fa sconti, soffia
con violenza, ma come facciamo a resistere al fascino della Verruca? Quante
volte saremo saliti lassù? Chissà, ma ogni volta è una emozione. Ci
arrampichiamo sul sentiero scosceso e dopo poco siamo all’interno della
fortezza. Quanta storia è passata fra queste mura antiche. L’ultima fortezza di
Pisa a cadere prima della la città.
Il panorama visto da quassù è unico: vediamo le colline di Livorno la città e il
porto,più lontano sul mare l’isola di Gorgona e più sfumata e più lontana la
Capraia. Poi il litorale fino ai primi monti della Liguria, i primi monti delle Alpi
Apuane: le Panie,sotto di noi Calci con la grande Certosa. A nord il monte Serra
con le grandi antenne televisive e di comunicazione. Girando a est vediamo
sino ai monti del Chianti e giù sino a Volterra. Usciamo in fretta dalla porta e
giù per il ripido sentiero ritorniamo al passo, è molto freddo, oltrepassiamo i
ruderi della chiesa di San Michele e scendiamo verso Vico pisano che vediamo
giù nella valle, percorriamo il sentiero che scende a Campo dei Lupi. Questo
sentiero spiana nella prima parte per poi scendere rapidamente verso e
incontriamo la strada bianca, a sinistra per pochi metri per poi scendere a destra
giù in picchiata nella valle di mulino di Papo. Bella e selvaggia questa valle
chiusa: a sinistra pini e macchia, a destra il torrente con l’acqua che scorre
anche d’Estate, il sentiero e bene pulito. In prossimità della prima abitazione si
scavalca il rio saltando di pietra in pietra. Eccoci al retro della casa dove un
tempo c’èra il mulino, ora non c’è più niente, poco tempo fà ho visto la grande
ruota di legno, poi crollata e sparita, peccato, altro ricordo del mondo contadino
scomparso!
Oltrepassiamo l’ex mulino e prendiamo il sentiero sopra la strada a destra. Bello
questo passaggio, fa un mezzo giro dentro il bosco prima, poi lungo il torrente
alle prime case di Vicopisano e sempre lungo il torrente giungiamo in paese.
Entriamo dalla porta delle 4 stagioni e attraversiamo il bel paese medievale
17

bene conservato con le tante torri dove in cima primeggia quella del
Brunelleschi. Usciamo dal paese a sud e andiamo a destra nella strada bianca
dritta fino a San Giovanni alla Vena dove è parcheggiata la macchina.
Eccoci di nuovo alla guida e di nuovo è traffico. Povero settantenne! Ne è
passato del tempo da quando guidavi i buoi! Se vai piano tutti ti suonano, se vai
forte ci sono gli autovelox. Pensi fra tè mentre guidi? come sarebbe bello se
tutti ci dessimo una calmata e ammirassimo di più quello che la natura ci ha
dato, e sarebbe già tanto.
MONTE SERRA
Come si fa a restare in casa
Aspettare il postino con la solita bolletta
O la telefonata della solita pubblicità
Ho la televisione che parla solo di sciagure?
Quando il richiamo della campagna è forte
Come si può resistere?
Guardo dalla finestra là lontano
Il monte Serra, barriera naturale
Che fa Pisa diversa per carattere e clima
Eccoci là a camminare in quei sentieri
A tratti boschivi, a tratti cesellati dall’uomo
Dove strappare la poca terra al monte
Era fare capolavori di ingegneria.
E da sopra Uliveto guardo la ferita
inferta al monte
Come un morso su di una mela
E lo sguardo và giù nella piana.
Dove sono spariti i campi di ortaggi?
Le immense distese di cavoli e spinaci?
Solo case e capannoni ora
Strade e centri commerciali
Che vendono verdure e prodotti di altre terre.
18

E lassù posata su alte rocce
Ultimo ruggito pisano
Prima della sconfitta,Verruca:
Guardi ora laggiù fino a Livorno
Fino a Volterra, fino al Chianti
O Verruca meta ambita del camminatore
Un tempo temuta dai guerrieri
Ora sentinella di ricordi e di pace.

VIAGGIO IN CASENTINO
19

Dopo avere negli anni camminato in molti luoghi della regione specie sulle
Apuane, in Garfanana , nel volterrano, decidiamo di fare una puntatina verso le
tanto decantate foreste casentinesi. Due giorni di vacanza senza pensare a orto,
galline, fiori.
Abbiamo scelto come base un campeggio poco sopra Stia.
Un Sabato mattina presto partiamo da San Miniato Fi . Pi. Li. fino a Firenze,
autostrada fino a Firenze sud. Poi in strada in direzione di Pontassieve. Dopo
una serie di semafori eccoci nella circonvallazione di Pontassieve, c’è un posto
di blocco dei carabinieri, mi fermano, documenti, il carabiniere mi restituisce i
documenti e dice: tutto a posto, poi mi domanda: lei è di San Miniato? Si!
Rispondo, conosce il Costagli l’orefice? abbiamo fatto un corso per orefice
assieme, gran brava persona. Lui nò ma suo padre, sì brava persona. Anche il
figlio davvero. Se lo incontra me lo saluti e disse il nome. Fa piacere quando
siamo fuori sentire nominare nostri paesani brave persone. Comincia la salita
verso il passo della Consuma, bello è viaggiare senza traffico fra i vigneti del
Chianti Rufina, poi comincia il bosco, sono per lo più pini, davanti in alto la
grande foresta della Vallombrosa, un’aria fresca con odore di pino ci
accompagna alle prime case dalla Consuma. Appena scollinato nel versante del
Casentino cerchiamo uno spiazzo panoramico per sostare, Trek approfitta per
alzare la zampa e fiutare il bosco. Anche io mi apparto, poi ci mettiamo ad
ammirare il paesaggio. davanti a noi i grandi prati del Pratomagno , giù nella
valle una leggera foschia lascia intravedere il castello di Poppi.
Ripartiamo e a sinistra scendiamo in fretta a Stia. Dopo il ponticello sull’Arno
ecco i segnali in giallo del campeggio. Saliamo per un km nella statale per il
passo della Calla, poi i segnali vanno a sinistra in una strada asfaltata ma stretta
salendo in modo ripido, poche curve poi la strada diventa bianca, Ora si sale
avendo sulla destra il bosco, un km circa poi spiana e nella radura di fronte c’è
il campeggio. Piazziamo la tenda e via di nuovo con la macchina in discesa
verso la statale, andiamo a sinistra e dopo venti minuti ecco il passo della Calla.
Finalmente dice Chiara, che mal sopporta l’auto. Parcheggiamo, zaini in spalla
e in cammino in direzione di Prato a Spillo.
Il sentiero è lo o-o quello che passa sul crinale appenninico. Eccoci dentro la
tanto celebre foresta Casentinese, mi aspettavo che fosse bella, la realtà supera
ogni descrizione: faggi secolari bosco incontaminato. Sul lato Casentino faggi e
abeti secolari. Una fascia protetta da una legge del granducato di Toscana ha
impedito il taglio del bosco. Dalla parte Romognola il bosco integrale di Sasso
Fratino dove per secoli non è stata introdotta nessuna pianta estranea, tutto è
lasciato alla natura, e tuttora vediamo dal crinale come è un bosco lasciato in
20

consegna alla natura. Dentro Sasso Fratino non entra quasi nessuno, solo pochi
studiosi col permesso, anche la forestale può entrare solo a piedi o a cavallo.
Camminiamo in leggera ma costante salita, il sentiero passa sul crinale così
possiamo guardare questa meraviglia.
Incontriamo diversi escursionisti un saluto un buon giorno qualche
complimento a Trek che impassibile segue i tanti odori lasciati nella notte dalla
tanta selvaggina. Quanto siamo tutti gentili quando siamo in cammino, basta
salire in macchina e siamo aggressivi, scontrosi. . . . .
Più saliamo più il sentiero è bello, la posizione in alto da i due lati ci permette
di vedere il meglio di questa foresta. Continuiamo a salire, ora il sentiero è via
di bosco, ci avviciniamo a Poggio Scali il punto più alto del percorso. Lasciamo
il percorso dello o- o e salendo a sinistra lasciamo la vegetazione, camminiamo
ora in un prato fiorito in ripida salita,qualche centinaio di metri e siamo in vetta.
Ci togliamo gli zaini e ci sediamo, intorno a noi in un prato fiorito centinaia di
farfalle svolazzano di fiore in fiore. Davanti a noi il grande panorama: A destra
davanti a noi il monte Penna dove sul lato sud c’è la roccia dove sorge il
santuario della Verna A sud il Pratomagno, a occidente il monte Falterona e
vicino il monte Falco con le grandi foreste, sotto di noi a nord il lago artificiale
di Ridracoli che disseta tutta la Romagna, più lontano la scura mole del monte
Fumaiolo. Rimaniamo seduti ad ammirare questa fioritura e le tante farfalle di
diverse varietà. Mi sembrava essere ritornato bambino quando anche da noi nei
nostri campi, nei nostri prati, era tutto un brulicare di farfalle, api e insetti vari ,
poi è arrivata la chimica che ha decimato i più deboli , prima farfalle, ora api e
fiori più sensibili. Ecco il risultato: cercavamo il progresso, ora i pochi papaveri
li vediamo sui cigli dove non arriva il diserbante, le farfalle sempre più rare, le
api vengono decimate dall’inquinamento che non gli permette di ritrovare
l’alveare.
Ma quassù zona protetta, lasciato alla natura – che sa fare bene il suo lavoro, è
uno splendore . Ridiscendiamo verso il percorso o-o con nella mente stampata
per sempre la bellezza di questo monte.
Ritroviamo i faggi e il sentiero che ora scende lievemente, poche centinaia di
metri e troviamo il cartello che indica Camaldoli ma noi continuiamo verso
Prato a Spillo ma dopo un quarto d’ora ci fermiamo per pranzare. Venti minuti
di sosta e di nuovo in cammino verso Prato a Spillo, che raggiungiamo in pochi
minuti. Qui arriva la strada bianca che sale da Badia Prataglia. C’è un prato
tutto pieno di macchine, molte persone sono accampate vicino la macchina,
sembrava che fossero attaccate alle auto da un cordone dell’ombelico; ogni

21

poco ne arrivava un’altra con la scia di polvere. Chiara commenta: qui fanno
anche le sabbiature!
Ritorniamo indietro e subito c’è il sentiero che scende al santuario di
Camaldoli. Bella e lunga la discesa, ma il santuario è chiuso, come è chiuso il
bar, niente caffè. Apertura alle 17,30 dicono i cartelli all’ingresso, sono le 13,50
non rimane che fare la durissima salita fino al crinale per ritornare indietro.
Dopo tre ore e mezza eccoci di nuovo al passo della Calla. Saliamo in macchina
e giù fino al campeggio, ceniamo nel prato e poi saliamo su al bar per prendere
il caffè. Il gestore del campeggio ci prega di tenere il cane in macchina
altrimenti disturba un’ospite che deve venire a cena. Sono tre anni che una
volpe quando imbrunisce viene a mangiare quando in estate il campeggio è
aperto. Porto Trek in macchina e ritorno al bar. Il padre del campeggiatore dice:
speriamo che non sia lei che stanotte ha mangiato il pollo all’agriturismo qui
vicino, se non ha fame non viene. Il cielo si fa scuro, ormai è notte, il
campeggiatore ha preparato dei pezzi di carne in un piatto, tutti fermi
aspettiamo in silenzio. S s s s s s s, eccola!, sussurra l’uomo, la chiama: vieni,
vieni, le fa vedere un pezzetto di carne. La volpe si avvicina piano e con
delicatezza prende il boccone dalla mano dell’uomo, la volpe indietreggia di tre
metri mangia e ritorna a prendere il nuovo boccone che nel frattempo l’uomo le
ha preparato e questa volta sale con le zampe sui ginocchi dell’uomo prende la
carne e si allontana. Il campeggiatore ci spiega: quando il boccone è grande lo
và a sotterrare per mangiarselo dopo con calma. Passano alcuni minuti e la
volpe ricompare, questa volta sono io a darle il boccone, sale con le zampe sui
ginocchi e sfiorandomi la mano prende la carne e si allontana. Che emozione!
Lei prendeva la carne dalla mia mano con fiducia, a lei basta uno sguardo per
capire che non le facevo del male, mentre a noi cosiddetti – esseri intelligentinon riusciamo a capirci mai. Pochi altri bocconi e si allontana. .Andiamo a
dormire in tenda nel silenzio assoluto. Al mattino ci sveglia il ronzio delle api
sopra un frutto vicino alla tenda, il sole già illumina le praterie davanti a noi del
Pratomagno.
Colazione con latte e biscotti, zaini pronti e via dal campeggio camminando.
Come è bello, dice Chiara iniziare una escursione senza salire in macchina, è
vero dico, ma i girovaghi come noi, ho si spostano in macchina, o spostano la
casa, come fanno gli zingari. All’apparenza … ti ricordi dice Chiara, quella
volta che camminavamo sulle colline della media valle del Serchio , uscimmo
dal bosco e ci incamminammo sulla provinciale quando ci avvicinammo ad una
abitazione, una donnina anziana ci guardò,prese il bimbo e si chiuse in casa.
Quanto ridemmo, ma forse ripensandoci dico: poteva essere che fossimo zingari

22

davvero! All’aspetto non eravamo rassicuranti, con la stanchezza e la fame che
avevamo. La prudenza non è mai troppa!
Usciti dal campeggio andiamo in salita verso una chiesetta antica sita in un
grande prato,è chiusa, continuiamo avanti nella viottola che si addentra in un
castagneto con tronchi giganti, un cartellone della comunità montana indica il
ripristino di queste piante. Saliamo in direzione della sorgente dell’Arno. Nel
bosco vicino a noi una cerbiatta pascola tranquilla, allontanandosi piano. Ora è
sentiero, incrociamo un sentiero molto calpestato, sentiamo parlare. Eccoci
finalmente davanti alla sorgente. Diverse persone col bicchiere in mano bevono.
Chiara prende il bicchiere e anche noi beviamo, dico a trek bevi! Il cane mi
guarda e si allontana fiutando. Ma come! Dico rivolto al cane, volevi bere in
Arno a Fucecchio quando da lì passa il piscio di mezza Toscana ….. qui che
l’Arno è puro . . . . . Forse è puro solo alla sorgente dice un uomo guardando
qualche rifiuto abbandonato poco distante.
Ripartiamo insù verso il monte Falterona, ora il sentiero è tosto. Dopo una
lunga salita eccoci in vetta al Falterona, faggi, non c’è panorama. Ci sediamo e
vicino a noi un escursionista di Forlì molto gentile dopo il saluto conversa con
noi Conosce questi luoghi molto bene, ci suggerisce nuovi percorsi, poi
domanda di dove siamo, quando dico San Miniato, mi dice che i suoi due figli
sono artisti di strada, malgrado siano laureati, e lo dice con una punta di
amarezza, si sono esibiti nello spettacolo che ogni anno si svolge nelle strade e
piazze del nostro paese – la luna è azzurra- spettacolo dove si esibiscono artisti
di strada da tutto il mondo. Ci salutiamo e noi prendiamo il sentiero che scende
per poco, poi spiana prima di salire a monte Falco. Bello è questo passaggio, il
sentiero e bene tracciato con ai lati tanti faggi non alti ma con i gambi contorti,
come sempre è, sui crinali di montagna, il faggio, pianta resistente, lotta per
sopravvivere col vento e la tanta neve.
Saliamo un poco e raggiungiamo il vicino monte Falco. Questo monte sembra
che dica al vicino Falterona: quello che tu non fai vedere lo faccio vedere io.
Sembra una terrazza in cielo!: sotto di noi a ovest c’è Castagno D’andrea, più
lontano i tornanti del passo del Muraglione, verso nord i tanti calanchi della
Romagna, a nord est il monte Fumaiolo, e sotto a noi la foresta di abeti e faggi,
la regina delle foreste italiane, immensa e bella. Ci sediamo incantati da tanta
bellezza. In cielo un’aquila volteggia sopra la foresta contornata a distanza da
altri uccelli. Che spettacolo! Che silenzio, non c’è vento, il cielo è sereno, solo
una nuvoletta bianca là all’orizzonte verso oriente. . . . . . . . .
Tanto è ancora il cammino da fare, lasciamo questa vetta da favola e ci
incamminiamo fra faggi e prati verso il rifugio della Burraia che raggiungiamo
23

dopo mezzora di cammino, breve sosta e giù verso il passo della Calla. Tanta
gente, tante auto in sosta.
Un caffè, ci voleva proprio dopo tanta acqua bevuta. Ci sediamo e domando al
barista dove inizia il sentiero per Stia. Inizia da dietro il casello dell’Anas e
passa dal campeggio. Ci alziamo e dietro il casello troviamo il cartello con la
dicitura: sentiero della libertà.
Cominciamo a scendere dentro un bosco di pini impiantati nel dopoguerra nei
pascoli abbandonati dai montanari per cercare nei fondovalle una vita migliore.
E la discesa ripida non da respiro, diversi pini caduti ostacolano il cammino.
Dopo tanto scendere vediamo giù una valletta con un capanno murato. La
raggiungiamo e leggiamo una lapide sulla facciata della capanna: ci sono i nomi
di diciannove partigiani lì catturati dai nazifascisti, uno ferito lo ammazzarono
subito gli altri furono uccisi a Poppi.
Monti, valli Toscane, ovunque cammini lapidi e croci fanno ricordare quanta
sofferenza e quanto eroismo gente ormai lontana, ma viva nel ricordo a lottato
per la libertà.
Il mattino dopo siamo già sulla strada del ritorno a casa, lieti di avere
conosciuto il Casentino e i suoi monti e un pezzo glorioso della sua storia.
CASENTINO
È dà qui che parte l’Arno
Facendo un giro tortuoso
Per attraversare Firenze
Ed andare in mare a Pisa.
Io che ammiro la campagna
Guardo il bosco, i prati in fiore
Cerco e trovo in quell’ambiente
Tanta natura bene conservata.
E lassù sul Falterona, monte Falco, Poggio Scali
Trovo in quelle vette natura intatta.
Poi dopo il passo della Calla
Scendo in giù a valle
È come in altre campagne
Una sbiadita lapide
24

Nomina gente gloriosa.
MENTRE SALIVO SU’ A MONTAIONE
Per me è sempre stata una attrazione quella collina sopra Castelfiorentino ,e
quando bambino la vedevo dal basso della valle dell’Elsa in inverno bianca di
neve mentre da noi pioveva, la ammiravo con emozione.
Poi nel tempo è stata meta di tante – gite - nei pomeriggi con i figli.
Quando mi affaccio a quella terrazza a nord del paese di Montaione provo
sempre una grande emozione: rivedo alla rovescia i luoghi nativi fino a
Castelfiorentino ampliati dall’altezza del paese.
Tante volte negli anni ho camminato in queste terre: ora conosco bene tutti i
boschi, i calanchi, i coltivi, i diversi borghi, Santo Stefano,Collegalli, la
Sughera, Castelfalfi, San Vivaldo, Iano, poi i luoghi particolari e belli come: il
pozzo sfondato,la Pietrina, la California,l’alta e selvaggia valle dell’Evola, il
Poggio Allaglione ecc. sono mete facili per noi che ora abitiamo a San Miniato,
ma di una bellezza rara, mentre cammini vedi come ad ogni angolo il paesaggio
muta e ti sorprende col mutare delle stagioni.
Sono decine i percorsi possibili in queste colline, boschi che già risentono il
clima mediterraneo, con piante di quercia, leccio, corbezzolo, qualche sughero,
castagni, scopa. Poi le immense piagge di argilla, spoglie ma che in primavera
esplodono di colori col verde del frumento, col giallo della ginestra, il tenue
colore della rosa canina il rosso del Lupino e lupinella.
Tanto sole in Estate, tanto caldo, ma basta immergersi nei vicini boschi e trovi
quel fresco e quel venticello pomeridiano che viene dal mare e provi sollievo.
E come tante altre volte ieri mattina, con il cielo sereno abbiamo deciso di
camminare tutto il giorno sulle colline questa volta dietro a Montaione .
Mattinata mite malgrado sia Febbraio, non c’è brina, anche se l’aria è pungente.
Lasciamo l’auto nel parcheggio del convento di san Vivaldo . Iniziamo il
cammino in salita verso il Castagno, camminiamo al lato della provinciale, ma
la banchina è larga e il traffico inesistente. Dopo l’ iniziale strappo, la strada
spiana a tratti, poi sale in progressione fino a san Leonardo. Il panorama è
discreto, solo una leggera foschia, il sole e la salita annullano la sensazione di
freddo dell’inizio del cammino. Eccoci nel punto più alto all’altezza della
fornace di Montignoso. C’era una fornace da tempo abbandonata, ecco di
incanto un paese nato in poco tempo, case, piscine. Miracolo della nostra civiltà
cementizia, ecco un nuovo centro turistico. Continuiamo sempre al lato della
provinciale ora in discesa verso il Castagno, ma prima di incontrare la via
25

volterrana c’è un punto panoramico notevole. Siamo difronte a Volterra che
vediamo là sul colle con dietro i pennacchi dei soffioni boraciferi di Larderello,
più lontano nella leggera foschia il crinale delle Cornate, il monte più alto delle
Colline Metallifere. Raggiungiamo il Castagno e proseguiamo giù oltre il bivio
per san Gimignano, a destra scendiamo per un km e finalmente la strada bianca
sulla sinistra che scende a Mommialla- un detto di anni fà : a Mommialla morì
senza assaggialla –
Questa strada è una delle mie preferite, qui c’è la scelta: si può camminare
all’infinito e in tante versioni: salire a Cozzano, una bella fattoria contornata da
bei cipressi, continuare a destra passando a ovest della fattoria e scendere allo
Strolla, risalire a Ulignano , Cornocchio e ritornare al Castagno. Anche prima di
Cozzano andare a sinistra, san’Ottaviano e continuare fino allo Strolla, poi
stesso percorso finale del primo. Noi abbiamo deciso dopo Mommialla al
torrente di andare a destra.
Ma ritorniamo al cammino : scendiamo verso Mommialla con ai due lati il
bosco, molti ginepri, corbezzoli, querce, pini, nelle fosse ai lati della strada
formazione di calcare. Eccoci dopo una svolta alla fonte, un odore di zolfo,
quella fonte esiste da sempre, mio padre la nominava per averci visto negli anni
trenta, malati di pelle lavarsi, a volte contadini lavare il bestiame malato. Ora è
in corso lavori di restauro delle abitazioni.
Due operai lavorano vicino alla strada, domando: ma si farà la terme?
Speriamo, è la risposta. Continuiamo la lunga discesa fino a fondo valle,
andiamo a destra lungo il torrente, vediamo nel greto molte pietre ero per
dire. . . . Chiara mi anticipa: bel posticino per mangiare, pietre, l’acqua che
scorre. . . . . Ci togliamo gli zaini ci sediamo al sole e cosa si può desiderare di
più?
Ci laviamo viso e mani, poi ripartiamo in cammino, poche centinaia di metri e
siamo al cancello dove producono esche per pescatori, svoltiamo a destra
imboccando una valle molto selvaggia,i terreni sono abbandonati da tempo solo
una piaggia è arata ma nel suolo ci sono più fossili che terra, più avanti dove
finisce la grande piaggia arata ai piedi della collina c’è una casa colonica
abbandonata, già il tetto è crollato, era molto grande, i muri reggono ancora, si
vedono archi e finestre. Sara forse una di quelle coloniche che mio padre
descriveva al ritorno dal volterrano dove si recava a comprare maialini da
ingrasso che rivendeva ai contadini della nostra zona, uno lo lasciava per
ingrassarlo per noi.

26

Nel racconto che faceva mio padre, descriveva i poderi molto grandi e le
famiglie dei mezzadri dovevano avere molte- braccia- definizione di allora per
persone da lavoroLe famiglie avevano a volte più di venti componenti nei poderi di tanti ettari.
Guardo quella colonica, dico a Chiara: eccola là; quante vite del mio mondo
sono vissute negli anni in questa casa! Nascite, matrimoni, morti, una vita di
fatica, di rinunce. Gente umile, semplice, ma orgogliosa di resistere, alla fatica,
alle intemperie caldo, freddo, alle prepotenze di padroni, fattori, guardie.
Lontani da paesi,da medici, ospedali, mercati,, dove per raggiungere Volterra ci
volevano ore di cammino. Ma gente che sapeva accogliere, dare l’ospitalità a
viandanti occasionali, bussavi, cena e alloggio, la mattina dopo un arrivederci e
via. Alla sera si ritrovavano in qualche casa a – veglia- a giocare a carte, a
raccontare -fatti- quei racconti infiniti sulla vita militare, in guerra, o storie di
parti di vacche durati tutta la notte, storie di fidanzamenti di - sposalizi- notti a
puntellare la casa degli sposi per resistere - all’urto amoroso- ecc tanta cultura
contadina orale che tanto manca per riempire un pezzo di storia del nostro
passato. Ora passano in questi luoghi turisti in cerca di quella serenità che ai
contadini di un tempo è stata negata.
Lasciamo la colonica e andiamo in salita lieve, il paesaggio è selvaggio dopo
l’abbandono dei coltivi, la natura fa presto a riprendersi il territorio non
coltivato, prima lo fa con gramigne, rovi, vitalbe e altre piante infestanti, poi le
piante. Prima i salici,pioppi,acacie, ginestre. Poi arriva la querce il leccio i
carpini ecc.
Nel rio scorre l’acqua, sentiamo delle cascatelle scrosciare più in alto, un
ponticello e la viottola sale dall’altra parte del rio. Davanti a noi tutta la collina
su in alto sino alla fattoria della Striscia. Ecco sulla sinistra una casa fra la
vegetazione è disabitata ma tenuta bene, forse una casa vacanze, più avanti nel
pari un laghetto recintato dove esce molta acqua sorgiva, intorno le sedie per
pescatori, è veramente un bel luogo.
Sostiamo dieci minuti e su di nuovo, la strada questa volta è molto ripida, la
valletta si richiude di nuovo molto selvaggia, camminiamo in una strada con
ghiaia con ai lati una macchia di rovi.
Ecco dopo trecento metri di dura salita una casa vacanze molto bella con
porticato e la tipica colombaia, intorno piante altissime, sul lato sinistro a pochi
metri il rio forma una cascata, non alta ma molto bella formata da rocce di
calcare, sotto l’acqua attraversa la strada .Andiamo avanti e dopo una curva la
strada sale in diretta e raggiunge la provinciale volterrana, attraversiamo e
continuiamo dritti verso la fattoria della Striscia. Bella è questa fattoria, un
27

tempo aveva molti mezzadri, braccianti, ora è agriturismo e venatoria: piscine,
vialetti con siepi potate, campo da tennis, ecc .Prendiamo una stradina pari che
và verso Vinchiana una casa torre immersa nel bosco. Questa stradina è
veramente una chicca, con muro in pietra al lato collina sull’altro lato una siepe
di alloro bene potata. A Vinchiana ero stato molti anni prima, era abbandonata
fra le sterpaglie. Che sorpresa! La casa ora è restaurata, è agriturismo. Bella,
quando si restaura così -tanto di cappelloCerchiamo intorno alla torre la viottola che prendemmo per andare a Torri,
passando sotto la roccia della Pietrina, niente. Arriviamo al rio ma tutto è
nascosto dalla macchia, più avanti c’è il ravaneto della cava di Montignoso.
Eppure c’era un bel sentiero, vediamo un sentiero appena tracciato forse dai
cinghiali, cominciamo a scendere e finiamo in un canalone senza uscita. Che
fare? Risalire era impossibile guardo e vedo una chiazza di sole forse c’è il
sentiero? Col bastone rompo i rovi e vado avanti pochi metri, ecco sopra il
sentiero tanto cercato,chiamo Chiara e camminiamo spediti verso Torri, ad una
curva ecco la roccia della Pietrina, bella imponente vista da sotto, dove molti
rocciatori vengono ad allenarsi nelle vie tracciate dal c. a. i di Siena. Passata la
roccia camminiamo spediti verso Torri che vediamo vicino. Scavalchiamo un
filo spinato e raggiungiamo la stradina asfaltata che si arrampica verso il
santuario della Pietrina.
Quante volte veniamo in questo luogo e sempre ci affascina questo panorama,
unico, da qui si domina la valle dell’Era, da Volterra sino giù al monte Serra.
Bosco, colline infinite, laghetti di acque piovane, i monti di Chianni con su a
poggio Vitalba le eliche giganti delle pale eoliche.
Appoggiati alla staccionata come bimbi incantati da tanta bellezza.
Le gambe si induriscono andiamo. . . . . Camminiamo ora nella viottola che
procede nel bosco verso san Leonardo, ecco la grande sughera , poi la strada in
discesa verso san Vivaldo. Quante volte saliamo su queste colline e sempre al
ritorno viene voglia di cantare. . . . .Mentre calavo giù da Montaione
Per andare alla fiera a san Miniato. . . . . .MONTAIONE
E’da lassù che parte l’Egola
Fra castagni, quercia e roccia
Facendo scavi,cascate e tonfi
Per venire a San Miniato.
28

Ma da nord incuti rispetto
è sotto di te le grandi distese di colline
Attraversate dall’Orlo fino giù a Corrazzano
E giù nella valle Castello
Che ti osserva con rispetto.
Nei tuoi colli c’è bellezza
Che fa gola ai forestieri.
Vengo sempre volentieri
A vedere tanta bellezza
Poi ritorno a San Miniato
Felice, perché a villa Serena
Ancora non mi hanno lasciato.

29

TERRA LIGURE
Eccoci qui a camminare una Domenica mattina di Aprile nel parco di
Montemarcello, ultimo lembo della Liguria prima della terra toscana. Questo
non è un monte ma una terrazza da cui si vedono meraviglie,il magico mare dai
tanti promontori, insenature, spiagge da sogno, lo scenario a oriente delle Alpi
Apuane,a nord gli Appennini. Da essi parte il Magra che si tuffa in mare proprio
sotto il monte, poi i paesi aggrappati ai colli di una terra antica La Lunigiana. E
le città: Sarzana, Carrara con la sua marina, più lontana la Versilia. . . . .
E come sempre a cercare nel cammino angoli panoramici che questo territorio
ci offre.
Lasciamo l’auto a Bocca di Magra nel parcheggio dietro il piccolo molo proprio
lì dove la Magra finisce il suo cammino in mare. E subito si sale verso la chiesa,
poi arriviamo alla strada che sale verso monte Marcello, due curve e in pari a
sinistra dove il cartello indica Punta Bianca, finisce l’asfalto, ora è selciato, poi
dopo una curva si procede verso lo scoglio di Punta Bianca, sembra che il bello
scoglio ci chiuda il cammino, sotto di noi il mare spumeggia, è vicino,quasi gli
spruzzi ci raggiungono, poi un sentiero appena marcato aggira la roccia e
comincia la dura salita verso il monte. Il paesaggio è di una bellezza unica,
molto selvaggio, sono grandi rocce e macchia mediterranea, c’è di tutto:
ulivi,scopa,leccio,ginestra,sughero, olmo ecc, poi le tante piante aromatiche:
rosmarino,salvia, menta,origano, pepolino e tanti profumi intensi si fondono.
Poi i fiori tanti difficile nominarli tutti. Malgrado le asperità il sentiero facendo
giri fra rocce e muretti,non è difficile percorrerlo, e sotto di noi il mare che
spumeggia sempre più lontano più saliamo verso il monte. Ogni tanto i resti di
coltivazioni di ulivi con i classici muretti in pietra, ora abbandonati. Un tempo
coltivati ora abbandonati e le piante di ulivo ricoperte da vitalbe e rovi. Quanto
a lavorato l’uomo ligure per strappare al monte quella poca terra; scalpello e
martello, e faceva capolavori. Basta osservare e ti accorgi con quanta maestria e
sapienza hanno trasformato l’aspra montagna in terrazzamenti fino quasi al
mare.
Mentre saliamo incontriamo diverse persone, hanno il viso pallido come cera,
sono i turisti di città del nord, scappati per un giorno dal chiuso e dalle nebbie,
affrontando le lunghe file per un giorno di sole, hanno in mano il -trofeo- di
pochi asparagi, qualcuno fotografa o riprende con la cinepresa, e dopo via nel
ristorante odorante di pesce fritto per poi ritornare a incastrarsi nelle lunghe file
del rientro in città.

30

Eccoci ora in alto sotto il terrazzo naturale di Punta Corvo, vediamo sotto di noi
le grandi rocce dove un mare mosso spumeggia nella spiaggia. Incrociamo ora
il sentiero che scende al mare, tante volte negli anni ho disceso la lunga
scalinata, sono diverse centinaia di scalini e risalirli è dura. Andiamo ora verso
il paese, le prime case basse con giardini ed ecco la fine del selciato, comincia
la strada pavimentata, andiamo a destra verso il punto panoramico da dove
vediamo uno dei panorami più belli d’Italia, visione da incanto, siamo a
trecento metri e sotto a picco la spiaggia di Punta Corvo, spiaggia premiata con
cinque stelle per la sua bellezza.
Ritorniamo indietro verso il paese,ecco Monte Marcello, con le sue piccole
strade pavimentate e linde,case basse bene conservate viste dall’esterno, con
piccoli giardini, sono ora per lo più seconde case acquistate da facoltosi
cittadini, vendute nel dopoguerra da paesani per due soldi prima di tornare via
per lavoro in città del nord. Ma i pochi rimasti li riconosci subito, con il loro
camminare ondulato tipico di chi ha camminato tutta la vita sui sassi o è stato in
barca sul mare, la pelle sempre abbronzata anche in inverno, marchiata dal sole
e dal salmastro. Gentili e riservati, ti salutano per primi e via. Ma se li trovi
disposti parlaci: ti racconteranno storie di vita dura vissuta fra roccia e mare, ti
racconteranno di salvataggi in mare giù a Punta Corvo dove l’acqua in quel
promontorio è sempre agitata e la tanta corrente ha fatto sbattere sugli scogli
tante imbarcazioni. I più vecchi ti racconteranno di quanto è stato duro
combattere contro i nazifascisti che qui avevano fortificato il monte, qui c’era la
linea gotica, molte fortificazioni sono visibili ancora. La lotta partigiana fatta
con agguati e poi nei vicini Appennini o sulle Apuane, gli anni del dopoguerra,
la fuga verso Genova, Torino, Milano, ovunque c’era lavoro. Ora di rimando
grandi industriali, uomini famosi nel mondo della cultura, del giornalismo si
contendono a suon di soldi quelle case cedute da chi è stato costretto per vivere
a venderle e tornare via. E’ il destino atroce di tutti i posti diventati turistici: la
miseria caccia i residenti per lasciare il posto ai ricchi.
Lasciamo il paese e scendiamo per il lungo sentiero che dentro il bosco ci
riporta a Bocca di Magra.
MONTE MARCELLO
Siamo in cielo
E sotto il mare
Tutti intorno corollari di monti
Viene dal nord la Magra
31

Che si scioglie in mare ai tuoi piedi
Dopo avere raccolto le acque
Di terre antiche e gloriose
Delle Apuane, degli Appennini
Dove vivere e lavorare
E per ogni pezzo di pane
Tanta fatica, tanto sudare.
Poi intorno,
Boschi e campagna
Dagli odori forti
Di pepolino,origano,rosmarino
E giù nelle aspre insenature
Spumeggia il mare
Sulla spiaggia di punta Corvo.
Bella e solitaria nei giorni
Di mare mosso, i miei preferiti
Giù per la lunga scalinata
Fino alle rocce bagnate dal mare
Odore di salsedine e solitario pensare.

32

CORNOCCHIO
IERI
Davanti lo stabilimento Piaggio di Pontedera un giovane attraversa
incautamente la strada, per poco un vespista lo investe, le grida dietro: ma da
dove vieni dal Cornocchio!
OGGI
Un turista tornato da una vacanza in Toscana incontra un amico che le chiede:
dove sei stato? Nel volterrano, risponde. Conosco bene Volterra. Ero al
Cornocchio. Bello un posto da favola.
Ieri sono stato al Cornocchio : mi piace cominciare il racconto di questa
escursione come avrebbe fatto un bambino delle elementari diversi anni fa nel
pensierino del Lunedì a scuola. Eccoci qui io, Chiara e Trek bisognosi di
smaltire tossine dopo una calda Estate, approfittiamo di questa mattinata serena
e di una tramontana fresca di metà Settembre per fare una giornata in
escursione. La zona la conosciamo bene ormai da anni, ma per esperienza
sappiamo che in campagna tutto è mutevole col mutare delle stagioni che fa
apparire diverso anche un posto noto.
Eccoci arrivati in cielo, questa è l’impressione quando parcheggiamo l’auto al
Madonnino lungo la provinciale, il punto più alto del Cornocchio dove proprio
da lì inizia la strada bianca dove il cartello del trekking indica: itinerari delle
ville e delle chiese. Prima di iniziare il cammino come non guardare il grande
panorama: è davanti a noi il volterrano il grande mondo di piagge e bosco,
l’occhio spazia all’infinito sino alle colline Metallifere con i pennacchi dei
soffioni boraciferi di Larderello e Radicondoli, Volterra davanti a noi sembra
seduta sul trono di una collina a tratti selvaggia fatta di argille e roccia, con
davanti il Voltraio che sembra il suo cane da guardia.
Scarponi e zaini e ci mettiamo in cammino in leggera discesa verso Sensano la
lunga fila di cipressi ci accompagna fino al piccolo borgo, poi si continua
sempre scendendo ora col bosco ai lati della strada. La strada è larga e bene
tenuta,poi spiana, ecco che Trek si scorda i dieci anni di età e la tanta ciccia, si
fionda in un ciglio da dove vola un fagiano, non si spaventa più di tanto e si
posa vicino sul ramo di una quercia. Dico alla maniera contadina rivolto al
fagiano: occhio miomo! Sempre Maresco non passa.
Dopo il tratto in pari dove sulla destra ci sono i cartelli di un agriturismo, la
strada scende e si addentra di nuovo nel bosco ora più folto. Grandi piante di
quercia, leccio e acacie, c’è un bel fresco che invita ad allungare il passo. Dopo
diverse curve ecco di nuovo il coltivo e riappare il panorama,davanti a noi lo
33

scuro monte della nera, la fattoria di Ulignano col suo grande parco. Sulla curva
prima di Ulignano c’è un grande pannello del trekking dove spiega molto bene i
sentieri della zona.
Ma noi camminatori spartani cerchiamo sempre angoli sconosciuti. Ad
Ulignano lasciamo la strada segnalata per andare a sinistra dove un cartello
agrituristico indica San Michele, un km ed ecco la meraviglia: case vacanza da
sogno immerse fra lecci secolari con sullo sfondo Volterra davanti, sembra un
quadro.
Volevamo raggiungere il Voltraio percorrendo sentieri sconosciuti ma qui
finisce la strada, e ora? guarda dice Chiara, c’è un uomo a pulire un vialetto,
domanda, tù che sei sfacciato, dove possiamo passare. Ma non è sfacciataggine
la mia, dico, la campagna è il mio mondo mi basta due parole per capirsi fra
simili. Due parole? Dice mia moglie con ironia, tu gli racconti anche la morte
del nonno.
Mi avvicino e dopo il buongiorno parlo un poco con l’uomo che mi indica il
possibile modo di raggiungere il Voltraio. Come sempre al primo incontro parlo
di posti, di raccolti, poi mi domanda di dove sono, ci vorrebbe la pioggia ecc.
Insomma ha ragione Chiara, tutte le occasioni sono buone per parlare. Però che
mi è morto il nonno no! Non l’ho detto, ovvia!
Passiamo di lato una piscina e troviamo una viottola che scende nel bosco,
raggiungiamo un filare di ulivi e sotto al ciglio piagge all’infinito.
Io ho fame,dice Chiara, anch’io rispondo, sembra facile mangiare visto che gli
zaini sono forniti come uno scaffale della Coop, ma trovare il posto sosta è
difficile, le esigenze sono: una roccia o un ciglio con davanti a noi un bel
panorama. Questa volta è facile c’era un ciglio e davanti Volterra.
Mezzora di sosta e di nuovo in cammino, una ripida discesa con davanti a noi le
grandi piagge di argilla, vediamo in basso una tortuosa viottola, sopra un crinale
due trattori stanno arando una piaggia immensa. Raggiungiamo la viottola e
seguiamo questa fino a raggiungere i due trattori ora fermi per sosta pranzo e ai
trattori la viottola finisce. Belli questi luoghi, davanti a noi una distesa
irregolare di terra all’infinito fino al pecciolese e oltre,l’occhio si perde
nell’ammirare piagge irregolari con comignoli e vallette e calanchi. Solo
qualche cipresso in prossimità di qualche casa. Nelle strette valli crescono
piante di salici,olmi, querci,acacie e tanti rovi che creano macchie impenetrabili
dove trovano rifugio cinghiali, volpi, tassi, istrici e pochi altri animali..
Andiamo su un colle, davanti a noi dall’altra parte della valle il Voltraio, alto,
sembra irraggiungibile, tutto il crinale è nella macchia poi guardando bene
vediamo il passaggio di un trattore fra le sterpaglie che ha lasciato una traccia.
34

Ora è solo piaggia falciata dalla mietitrebbia fino al torrente. Scendiamo la
immensa piaggia, sembra non finire mai, vediamo il fondo valle avvicinarsi
lentamente e noto il cambiamento: non ci sono più la miriade di piccole
chiocciole, nel passato li sentivi scricchiolare sotto i piedi, niente farfalle, niente
lucertole. E le allodole? Le vedevi frullare in cielo per poi buttarsi in picchiata
su piccole prede o granaglie. E i grilli? Tutto è stato distrutto dai diserbanti.
Siamo dopo tanto scendere arrivati al torrente, è asciutto non piove da mesi,
eppure è uno dei due rami che formano l’Era, quello principale che scende dal
Cornocchio, solo sassi.
Lo attraversiamo e cerchiamo la traccia dei cingoli del trattore, sopra di noi la
grande e alta mole del monte Voltraio con le grandi rocce tufacee vista da
quaggiù sembra irraggiungibile.
Cominciamo la salita in diretta verso il monte, ogni cento metri ci fermiamo per
riprendere fiato, intorno a noi solo erbaccia essiccata. Dopo tanto salire un
boschetto di carpini sulla destra, vediamo su in alto una casa forse una colonica
abbandonata. Dopo tanto salire ora la casa è vicina,vediamo nel prato accanto la
casa una persona, ci avviciniamo ancora e vediamo che la casa è in abbandono
da molto tempo; dappertutto intorno alla casa c’è una macchia impenetrabile,
vediamo che non è una colonica ma una fattoria, alle finestre ci sono soglie
lavorate con un disegno elegante, poi è enorme, forse era in passato una casa
castello. Proviamo a passare a sinistra ma i rovi impediscono il passaggio,
aggiriamo a destra e troviamo seduta la persona vista prima, è una turista
straniera, le diamo il buon giorno e lei risponde con gentilezza. Continuiamo
nell’unico passaggio possibile e vediamo al lato della casa un ovile
abbandonato con una carcassa di una cinquecento.
. Raggiungiamo finalmente davanti la casa una strada selciata, ecco la prova che
la casa aveva nel passato una certa importanza. Sopra di noi lo sperone roccioso
del Voltraio. Peccato, una casa in un posto così meritava un restauro.
Percorriamo in leggera salita la strada selciata e incontriamo quattro turisti
dall’aspetto nordico, un cenno reciproco e siamo in vista della strada bianca
comunale che scende da Pignano giù sino alla statale Sarzanese Valdera. Nella
piaggia un pittore dipinge poco lontano dalla strada. Entriamo nella strada
comunale e andiamo a destra , duecento metri e raggiungiamo una fattoria
agrituristica, al cancello uno stemma di un club prestigioso, escono persone
eleganti, e proprio difronte il cartello che indica i ruderi della chiesa di San
Michele e il sentiero che sale al Voltraio. Ecco dopo pochi metri di salita un
grande recinto di cavalli, poi i pochi ruderi della chiesa, solo qualche pilastro a
terra. Da qui il sentiero si fa duro passando fra enormi rocce, il bosco folto di
carpini scurisce questo passaggio a nord del monte. Arriviamo finalmente ai
35

resti delle mura del castello, un passaggio fra muro e roccia e siamo finalmente
sul Voltraio. Il castello prendeva tutta la sommità del monte, intorno da tre lati il
precipizio. Malgrado l’altitudine collinare il Voltraio è un monte vero e visto dal
basso specie da sud e ovest sembra un monte inaccessibile. Andiamo sul lato
nord, che spettacolo! Da quassù non scenderesti mai. Ritorniamo indietro e
raggiungiamo la strada, andiamo a sinistra verso Pignano che vediamo in
lontananza. Dopo una corta discesa la strada sale in progressione, un paesaggio
lunare, piagge ai due lati della strada. Ogni tanto una casa vacanza con giardino
e piscina, continuando incontriamo sulla sinistra una chiesetta del 1200 un
rudere, il tetto è crollato e l’edera copre molta parte del muro, peccato, si
recupera cose meno importanti. Da qui incomincia la vegetazione, la salita si fa
dura con curve secche, con ai lati cipressi e querci eccoci ad un gruppo di case
in pietra bene restaurate e la strada spiana per 50 metri, poi una discesa ripida ci
porta giù ad una sella. Subito sale di nuovo e lassù sopra di noi c’è Pignano. Le
gambe cominciano ad indolenzirsi, ci sediamo per cinque minuti, poi coraggio,
una rampa dura e finalmente in cima. Come è bello questo borgo fattoria:
entriamo dalla porta ad arco, bella è la chiesa romanica restaurata,come tutte le
case attorno, e la villa vista dall’esterno uno splendore, poi il panorama su
Volterra è stupendo. Usciamo da Pignano e percorriamo lo stradone che porta
alla provinciale del Cornocchio, ai lati di questo stradone piante secolari di
cipressi, lecci e querci, una cosa rara.
Ora percorriamo la provinciale e all’altezza della strada che conduce alle rovine
di Castelvecchio incrociamo sei turisti stranieri con zaini enormi, un cenno con
la mano ricambiato.
Siamo quasi al termine della escursione, siamo molto stanchi, ma come non
fermarsi un momento a guardare il sole cadente che brilla in lontananza nel
mare dell’Elba.
Eccoci arrivati all’auto e alla fine di questo grande giro, il sole è calato da poco,
il cielo con l’aria di tramontana è uno spettacolo.
Partiamo, la macchina corre veloce, durante il tragitto verso casa vediamo
scorrere davanti a noi boschi, paesi come in un flas.
A casa la sera prima di addormentarmi il pensiero torna lassù in quella
campagna che abbiamo percorso in una giornata di metà Settembre e come non
pensare a quando si viveva in queste terre con semplicità, con tanta miseria. Ma
c’era vita non fumo negli occhi di chi cerca un ambiente genuino che non c’è
più. Il cittadino, lo straniero vedono questo mondo di argilla e bosco uno
splendore, ma troveranno taglialegna polacchi, pastori sardi, ma non troveranno
più i contadini di un tempo fuggiti alla miseria creata da agrari vampiri, dispersi
36

ora nei capannoni di fondo valle a combattere un’altra battaglia contro mutui
per la casa, seduti alla sera stanchi in una casa che casa non è, ma un ripostiglio
per persone stressate, davanti un televisore che reclamizza vacanze da sogno
negli agriturismi del Cornocchio.
E QUI’ PASSO’ LA STORIA
Una leggera brezza rinfresca una bella mattina di fine settembre, è Domenica.
La sera prima avevamo deciso di ritornare in Valdelsa per camminare un giorno
sulla collina fra Certaldo e Barberino d’Elsa. Avevamo deciso di lasciare l’auto
in fondo alla salita di Vico d’Elsa, ma giunti ai piedi della salita non abbiamo
trovato da parcheggiare, siamo tornati indietro nella statale per cento metri
verso Certaldo, vedo una stradina asfaltata dove i segnavia indicano San
Donnino, la prendo e trovo subito uno spiazzo, parcheggio. Dico a Chiara:
questa strada non la conosciamo, bene risponde, forse ci porta sulla collina
verso Barberino, andiamo. Nei campi intorno a noi è tutto uno svolazzare di
fagiani, è riserva di caccia, ai lati ci sono i cartelli col nome della riserva.
E subito è salita dura, sulla sinistra una vigna non vendemmiata dall’uomo ma
dai tanti fagiani, penzolano dalle viti solo i raspi. Mi viene subito alla mente
quando eravamo mezzadri, quanti danni facevano i fagiani alle coltivazioni e
tutto per il divertimento del marchese Pucci, naturalmente niente indennizzi. . . .
Si sale verso la collina una dritta mozzafiato vediamo in cima alla collina una
grande colonica sembra in cielo. La raggiungiamo passando vicino, l’asfalto
finisce e finisce la salita. Ora camminiamo in pari al lato sinistro un filare di
ulivi,nel lato destro una piaggia mezza arata e in cima una grande ruspa è pronta
per continuare il lavoro. Ci guardiamo attorno; in Vald’Elsa appena raggiungi la
cima di una collina il panorama è da incanto: ecco davanti a noi le torri di San
Gimignano col bosco del Comune che le fa da cappello, ti volti ed ecco
Certaldo Alto con le sue mura antiche, intorno vedi quà e là fattorie con i parchi
di lecci e cipressi, poi vigne, tante vigne, ulivi campanili, coloniche con la
colombaia, qualche bosco nei pendii più scoscesi. Camminiamo in silenzio
ammirando questa meraviglia di paesaggio, non passa nessuno, la strada bianca
procede sul crinale della collina appena ondulata, ogni tanto vediamo una
colonica ma distante dalla strada. Ecco dopo un boschetto, dietro una curva una
chiesetta, poco distanti seminascoste dal bosco alcune case. La chiesetta è
chiusa ma da una finestra vediamo un altare in pietra serena con sopra una
immagine della Madonna in terracotta smaltata. Ora la strada continua ad un
lato cipressi, intorno vigneti, e continuando con questo paesaggio vediamo
diverse case restaurate nel recente passato, forse seconde case. Dopo
37

l’abbandono delle campagne dai contadini, molte case rimasero abbandonate e
furono comperate da cittadini che ne fecero una casa vacanza per un periodo,
poi chiuse o vendute di nuovo, alcune chiuse e frequentate saltuariamente,
molte ora sono case vacanza.
Per anni nel dopoguerra i contadini schiacciati dalla miseria, sono stati costretti
a cercare nell’industria dei paesi di fondo valle una vita migliore a quella di
miseria che l’avevano costretti gli agrari. Quanta tribolazione era vivere sulle
colline della Valdelsa, senza acqua in Estate, strade fangose in inverno, lavorare
tutto l’anno e poi dare la metà del raccolto al padrone, sempre controllati da
fattori, guardie che quando potevano umiliavano i contadini. E i preti sempre
pronti a umiliare la gente semplice con prediche e imposizioni medievali,
sempre schierati dalla parte dei padroni, loro stessi spesso padroni di poderi, da
qui il proverbio: povero scannato, e contadino di un prete.
Hanno lottato, e come anno lottato i mezzadri della valle dell’Elsa prima di
lasciare queste belle colline, ma sorda è stata la risposta alle giuste
rivendicazioni da parte dello stato. E gli agrari prima di concedere qualcosa
hanno preferito l’abbandono.
Ora i figli, i nipoti di questi contadini vedono la collina nelle gite domenicali,
qualcuno ha avuto del benessere economico e compra casa in collina, ma
scimmieggia i vecchi padroni: recinge, fa di una casa che prima era ospitale una
prigione per se stesso. Ora molte case, belle restaurate, con piscina- ora l’acqua
è apparsa come per incanto,- giardini, piante esotiche. Ma case morte; senza
canti, senza bambini a scorrazzare davanti, senza polli. Solo il lindo e ordinato
pratino all’inglese; i pochi che vi soggionano stanno chiusi in casa o sdraiati al
sole, se qualcuno lo trovi in cammino ti danno un secco buongiorno e via.
Saliamo di nuovo e sopra un cucuzzolo c’è una fattoria, la strada sale fra alti
muri in massello, sopra sulla destra ci sono moderne colture di ortaggi, sulla
sinistra una coltivazione diolivi bella. Arriviamo in cima, diverse case e una
chiesetta, più in alto la grande villa padronale. Procediamo avanti in discesa per
poco poi spiana, sui lati della strada una vigna a sinistra, sulla destra un bosco
che degrada verso valle, un cartello ci segnala uno stop a 150 m. Una breve
discesa e troviamo l’asfalto. La strada asfaltata proviene da Certaldo,
continuiamo seguendo il cartello che indica San Donnino. La strada è in asfalto
ma non cambia il paesaggio sempre ulivi e vigne, ora la strada sale, passiamo
davanti un cimitero sulla sinistra, davanti a noi un poggio alto e scuro dalla
vegetazione intensa: pini lecci, querce, piante enormi sopra un colle sulla
sinistra, sulla destra alcune abitazioni precedono la chiesa di San Donnino,
continuiamo a salire due curve secche ripide in mezzo due agriturismi, poi una
38

dritta in salita meno dura, si intravede in cima la fine della salita, sembra di
andare in cielo.
Eccoci finalmente in cima alla salita Questa è la Valdelsa!che panorama!
Intorno a noi: il borgo medievale di Locardo, il castello di Santa Maria Novella,
i calanchi di San Martino a Maiano, sotto Certaldo alto, in lontananza Gambassi
e Montaione, le torri di San Gimignano, la cinta muraria di Monteriggioni e
davanti a noi Barberino. Qui dove siamo ad ammirare questa bellezza siamo sul
terreno dove sorgeva Semifonte la città distrutta dai fiorentini intorno il 1200.
Lo scempio che ha tolto alla Valdelsa un altro gioiello storico .
.Quanto è stato detto da sempre contro le guerre, quanto hanno sofferto gli
uomini con le guerre. Ma l’uomo ha sempre trovato pretesti per farle, e sempre
più crudeli, più estese. Ora all’uomo manca solo di fare quella risolutiva: fare
della terra, come scriveva padre Ernesto Balducci, una necropoli planetaria.
Neppure un mattone è rimasto a ricordare Semifonte, solo dopo più di due
secoli dove era Semifonte fu costruita una cappella tuttora bene conservata e
visitabile al pomeriggio, è mattina ci limitiamo alla visita esterna. La cappella è
costruita come la cupola di Santa Maria Novella di Firenze.
All’incrocio leggiamo il cartello: Barberino km 5 In cammino ora più spediti in
pari verso Barberino. Settecento metri e siamo alle prime coloniche della
grande fattoria di Semprognano Semifonte. Grandi costruzioni, la fattoria è
enorme, grande è la villa con portali in pietra serena, tutto attorno piante
secolari di cipressi, lecci e querce. Sulla curva dopo la villa l’occhio si posa su
una lapide scolorita la leggiamo: nel 1944 a Ottobre è morto, c’è il nome e
cognome di un uomo: dilaniato da un ordigno bellico. Nell’Ottobre del 1944 il
fronte bellico era passato da mesi il poveretto è stato ucciso come tanti altri da
un residuato bellico che tante vittime hanno fatto e ancora fanno nei luoghi
dove sono passate guerre.
Lasciamo Semprognano e proseguiamo verso Barberino che vediamo ora non
lontano, camminiamo sempre in pari o in leggera discesa, è mezzogiorno,
vediamo una vigna sotto il ciglio della strada è riparata dalla tramontana, posto
ideale per il pranzo.
Chi ci conosce bene conosce la nostra avversione a cene e cerimonie dove c’è
da stare a tavola per ore, non è per non essere asociali ma per la rapidità e la
voglia di muoversi, di vedere, troppo poco è il tempo che rimane a noi e tanto
c’è da vedere camminando fra la natura. Difatti dopo venti minuti di un buon
pranzo con prosciutto, mozzarella, frutta, ripartiamo verso Barberino, che dista
due chilometri, ma la voglia di un buon caffè ci fa camminare spediti e in poco
tempo siamo in paese.
39

Lo attraversiamo ammirando la bellezza di questo paese bene conservato situato
su un colle che domina verso oriente tutto il Chianti. Attraversiamo tutto il
centro storico e scendiamo sulla statale Cassia dove c’è la Casa del Popolo. Un
caffè lì da dove inizia il più bel camminamento del Chianti. Da Barberino a
Tavarnelle un camminamento favoloso, sono tre km circa con panchine , a tratti
si discosta dalla strada e si addentra fra gli ulivi. Quando si realizzano opere
cosi belle non rimane che ringraziare gli amministratori di questi due comuni,
questo sentiero l’ho abbiamo percorso in un'altra escursione. Dalla Casa del
popolo ritorniamo indietro e attraversiamo di nuovo il paese da sud, bella è la
campagna verso oriente, ho è Chianti!, si vedono fattorie sui colli, vigne
all’infinito, boschi, cipressi. . . .
Da Barberino ritorniamo indietro nella strada fatta in precedenza per un km poi
il bivio per Vico d’Elsa: 5 km, è asfalto ma il traffico non c’è, il paesaggio non
muta, casali da sogno, vigne, bosco, il percorso è in leggera discesa intervallato
da tratti pari. Ci fermiamo in una vigna per riposarci un quarto d’ora, ci
sdraiamo al sole e commentiamo la bellezza di questi luoghi. Di nuovo in
cammino, verso Vico la strada scende per poco poi si para davanti a noi una
rampa tremenda, questa non ci voleva, ma la salita è dentro un bosco di querce
meraviglioso, due curve e la salita finisce al cartello Vico d’Elsa, finalmente!
C’è sulla destra il parco di una grande villa, la strada scende lievemente e
vediamo il paese. Da una piazzetta comincia un bel camminamento pavimentato
con staccionata,molte persone camminano in direzione della piazzetta forse una
comitiva. Dice Chiara questo camminamento ci vorrebbe intorno a San Miniato
Alto, per ora ammiralo in Valdelsa dico con una punta di campanilismo per la
valle nativa, lo faranno. . . . . . .Alla fine del camminamento comincia la parte
nuova di Vico, case costruite con tutti i criteri necessari per rispettare un paese
di collina, con giardino marciapiedi ampio, ogni poco un piccolo parcheggio,
sul lato sud un bel parco davanti alle torri di San Gimignano. Da qui si entra
nella parte storica del paese, piccolo ma bene conservato. Iniziamo la discesa la
pendenza è notevole: mi viene alla mente il mio amico Cesare Marconcini, il
ciclista del racconto del mio libro- Alla grazia di guarda chi c’è-. Suo figlio
aveva un laboratorio in Vico, lui ogni tanto andava a trovarlo in bicicletta,
quando arrivò la prima volta nessuno credeva che un uomo di sessantatre anni
avesse fatto la salita senza mai scendere, lui disse: scommettiamo la risalgo.
Non scommettete disse il suo figlio che lo conosceva bene.
Dopo un km di dura discesa, e a fine camminata la discesa è tremenda, siamo
sulla 429 la strada di fondo valle, cento metri e siamo di nuovo alla macchina.

40

Bella escursione, strade bianche, coloniche, fattorie in cima ai colli, vigne, ulivi,
paesi storici. Questa è la Valdelsa, dove ambiente,storia e gente si fondono per
accogliere al meglio chiunque la raggiunge.

POGGIBONSI, A SINISTRA IL CHIANTI
Nella precedente escursione da Barberino vedemmo, guardando verso il Chianti
una campagna eccezionale. Ci riproponemmo di farci una escursione.
Eccoci a Poggibonzi la mattina del primo novembre, attraversiamo la città e
prendiamo la via Cassia in direzione di Barberino. Appena finito l’abitato
all’altezza di Poggibonzi nord dell’Auto palio lasciamo la via Cassia per andare
a destra in una strada che scorre a destra dell’Auto palio. Gli indicatori stradali
indicano diversi agriturismi, ci fermiamo, parcheggiamo l’auto in uno spiazzo
vicino una fabbrica, e ci mettiamo in cammino. Camminiamo a fianco della
superstrada, duecento metri poi la strada sale a sinistra dove sono gli
agriturismi. Vediamo davanti a noi su in alto colline meravigliose. Come
sempre non abbiamo carte o riferimenti, ci piace andare a caso e fin qui è
andata bene. I segnavia indicano: Fondi, Cinciano e diversi nomi di agriturismi.
La strada sale e si allontana dall’auto palio, il rumore delle auto si attenua per
poi scomparire ad una curva. E incomincia il mondo incantato del Chianti:
vigne, ulivi case in pietra da sogno, quasi tutte agriturismi, e come avviene sul
lato destro dell’Elsa da Monterappoli a Poggibonzi, quando arriviamo in cima
alla collina sembra di essere in cielo. Troviamo una fattoria, Capanni, case da
sogno smentiscono il nome, case tutte in pietra restaurate con bravura, ogni casa
una piscina. Pochi metri di pari poi all’altezza del cimitero sale di nuovo, la
strada diventa bianca, sulla destra una enorme vigna degrada fino a valle, che
colori!, i pampini delle viti sono gialli e rossi, come sono belle in autunno le
foglie prima di arrendersi allo sferzare della tramontana, scatto diverse foto,
speriamo che vengano bene.
Si sale ora una strada ripida e dopo due curve arriviamo in cima ad una collina
con un gruppo di case e una chiesetta . Vediamo davanti a noi un monte
stupendo, sarebbe bello dico andare lassù. La strada scende per trecento metri e
finisce quando incontra una strada asfaltata, andiamo a destra verso il monte.
Gli indicatori segnalano: Fondi, Cinciano ed un otel. Prima la strada discende
leggermente mostrandoci la montagna vicino, altro agriturismo con un parco
bellissimo, poi la strada curva e incomincia la salita verso il monte. Tutte le
41

case sono in pietra, Chiara si entusiasma, da montanara adora le case in pietra, e
qui i restauri sono opere d’arte.
Si sale ora senza sosta, vigne, ulivi tanti di questi , belli e carichi di olive. Come
è bella questa zona, troviamo i cartelli col – gallo nero- Chianti classico- il
comune è sempre Barberino in Vald’Elsa. Dopo tanto salire ecco sulla destra il
viale di cipressi che conduce alla fattoria di Fonti, cartello: Divieto di
passaggio. Andiamo avanti e subito sempre sulla destra l’otel, continuiamo
avanti, vediamo là sul colle davanti a noi Barberino, incomincia di nuovo la
strada bianca, un cipresso enorme e da qui incomincia una staccionata sulla
sinistra e dopo la curva ecco la meraviglia di una casa torre, in pietra molto
bella, poi ecco la fattoria di Cinciano. Posto da sogno: case con archi ricoperte
da piante rampicanti ricoperte da foglie arrossate, prati bene curati, vialetti di
bosso e alloro, sopra in alto un bosco di cipressi, continuiamo a salire passiamo
davanti la casa torre, ha alla base un arco, anche esso è ricoperto da foglie, da
qui la salita e ripida ai lati muretti in pietra, anche il suolo è pietra, ai lati della
strada due filari di cipressi.
Eccoci sul culmine del monte, sulla destra un filare di cipressi con un viale però
è chiuso con catena e cartelli di divieto, sulla sinistra una cappella antica e
molto abbandonata, ci sono crepe ai muri anche la immagine sacra avrebbe
bisogno di restauro.
Comincia il bosco, bello, folto, la strada bianca ci si addentra , prima in pari,
poi comincia una discesa che termina quando termina il bosco. Usciamo dal
bosco e subito una casa agrituristica in pietra, ulivi bellissimi la circondano, è
un gioiello, ci soffermiamo ad ammirarla, non lontano dalla casa oltre la strada
una piaggia enorme dove due cavalli pascolano tranquilli, li fotografo e li
chiamo, arrivano e si lasciano accarezzare. E la strada bianca fa un arco a
sinistra, bella è la visuale, sulla sinistra una distesa di vigne a vista d’occhio,
sulla destra dopo la piaggia dei cavalli ricomincia il bosco, la strada ora spiana
per trecento metri. Sentiamo uno sparo, il segnale che siamo fuori dalla riserva,
più avanti, appoggiato a un fuoristrada, un cacciatore ci da per primo il
buongiorno. L’ha presa la lepre? le chiese Chiara dopo avere ricambiato il
buongiorno, sì dice il cacciatore, ma non l’ho qui, la tengono i miei compagni
di cacciata. Siete a fare una passeggiata?, dice l’uomo. Si approfittiamo di
questa bella giornata per conoscere la zona. Di dove siete? Siamo di San
Miniato. Come è piccolo il mondo dice l’uomo, io sono muratore e sono con
l’impresa a lavorare a san Miniato Basso. Dove dico? Al ponte di Ribecco,
risponde, dove era la falegnameria del Neri. Noi abitiamo vicini. Ma la zona la
conoscete? No!, abbiamo lasciato la macchina a Poggibonzi . . . . .
caspita,esclama, allora camminate parecchio. Tutto il giorno rispondo. Allora vi
42

consiglio di andare. . . .e ci indica un giro molto lungo che ci riporterà a
Poggibonzi. Che persona gentile, ma guarda le combinazioni, avrebbe detto mia
madre. Caro amico professore, che ti affanni a cercare sui libri l’identità
Valdelsana, io con la mia semplicità la trovo con la gente della valle, sempre
gentile, ospitale, unica, è sempre così in Valdelsa, sei sempre accolto come uno
di loro. Salutiamo il cacciatore e andiamo avanti. Saliamo ora una rampa secca
ed ecco la sorpresa: in cima al colle una grande torre.
Restaurata perfetta, con tanto di stemma, è un agriturismo. Ci sediamo su un
muretto vicino alla torre da dove si vede un bel panorama di Barberino. Una
corta discesa ci riporta avanti e in pari verso un bosco da dove giungono i
rumori delle auto. E a poche centinaia di metri troviamo la strada asfaltata dove
i cartelli indicano: a ovest Barberino, a est San Donato in Poggio e Castellina in
Chianti. Andiamo nella seconda direzione come ci aveva indicato il cacciatore,
oltrepassiamo l’auto palio e continuiamo in leggera salita, è asfalto ma il
traffico è inesistente. Dopo un km circa vediamo una strada bianca, la
prendiamo e in una vigna facciamo la sosta pranzo.
Dopo avere mangiato in fretta la sua razione Trek comincia a seguire i tanti
odori, è qui è di nuovo riserva, lo richiamiamo alla calma, è la prima volta che
ritorna con noi a camminare dopo una grave malattia che l’ha portato vicino alla
morte, ora è ritornato pimpante ma la prudenza, , , , , Ritorniamo nella strada e
continuiamo in salita, vigne, ulivi, il cartello del gallo nero, ma è lunga. Ora la
strada sale dentro un bosco, ma saremo sulla via giusta? Ecco finalmente il
cartello indica: Le Cortine, si vede un campanile, un contadino raccoglie le
olive, domando?, è la strada giusta. Bella è la chiesa delle Cortine vista
dall’esterno,davanti la fattoria, vicino è in vista sul poggio davanti a noi San
Donato in Poggio. La strada continua a salire, ecco il bosco di nuovo, una
curva, poi una dritta di quasi un km, in cima un altro incrocio: San Donato in
Poggio e dall’altra parte Castellina Chianti. Prendiamo per Castellina.,ora la
strada è più transitata, ma la banchina è larga si cammina bene, ai lati vigne, che
bellezza di colori i pampini delle viti, molto giallo, ma anche rosso, che bei
contrasti di colore. Troviamo il cartello: comune di Castellina in Chianti, e la
strada continua a salire, poi finalmente scende lievemente, ecco sulla destra una
chiesa romanica, ci sediamo sui gradini poi prima di incamminarci di nuovo la
fotografo. Dopo cinquecento metri ecco finalmente un incrocio col cartello:
Monsanto km 6, e a Poggibonsi quanto ci sarà?. Andiamo a destra seguendo le
indicazioni del cacciatore, un km in pari e dopo una curva ci si para davanti una
salita dentro un folto bosco, è dura procede a rampe, poi finalmente la strada
scende, e questa volta scende decisa. Molto bosco all’inizio della discesa poi
ricominciano le vigne, approfitto per scattare le foto alle foglie in queste vigne
43

sono rosse e contrastano con la collina davanti nera di cipressi. Un cartello
indica che le vigne sono di un nome molto noto del vino Chianti. Vediamo
finalmente il cartello: Monsanto e dopo il cartello una casa con torre molto bella
in fase di restauro, da qui ai lati della strada che risale leggermente ci sono muri
a secco, anche il terreno nelle vigne sottostanti è roccioso, vediamo nella
valletta un’altra casa torre, poi la strada scende lievemente e dopo una curva
ecco il castello di Monsanto; bello imponente, credo che in Vald’Elsa ci sia alla
pari solo il castello di Staggia. Come è bello! Lo fotografo da i lati possibili, è
privato credo, lo vedo dal cancello, poi allontanandomi di nuovo mi volto e
fotografo i merletti e gli alti torrioni. Ecco subito dopo la chiesa e un gruppo di
case e il cartello indicatore: Poggibonzi. Scendiamo leggermente è passiamo
vicino ai cancelli della splendida fattoria. Un parco enorme prima in pari, poi
scende la collina, la strada è in mezzo a questa meraviglia, molte delle piante
sono lecci, al lato fattoria una siepe. E mentre scendiamo sentiamo le macchine
che sfrecciano sulla superstrada, ecco a una curva che vediamo la fabbrica giù
nella valle dove abbiamo parcheggiato, le gambe sono all’estremo ma siamo
ormai vicini. L’unico che cammina bene è trek , bravo! Sei ritornato il
camminatore di una volta!
Bella questa escursione, le foto sono venute una meraviglia! Che dire? Altro
tassello
Della valle nativa sconosciuto. Il più bello?, no! uno dei tanti gioielli che la
valle dell’Elsa possiede.
VALLE NATIVA: ELSA
Ogni volta che torno
Provo quella gioia intima.
Si parte con l’intenzione un giorno di tornare
poi la vita grama di tutti i giorni
ti trattiene, ti fa ambientare
fra gente uguale a te
anche in terre diverse.
Ovunque uno và
Trova gente che soffre
Per avere lasciato paesi lontani
E tu fortunato puoi sempre
44

Girare a destra a Ponte a Elsa
E dire: eccomi nella valle nativa.

45

LA NERA
E’ piovuto ci sarà l’acqua nel torrente Strolla?, si potrà attraversare?. Andiamo.
Lasceremo la macchina al Madonnino del Cornocchio poi vedremo.
Dopo tanti giorni di pioggia finalmente sereno. La valle dell’Egola è imbiancata
dalla brina, ma appena saliamo a Montaione è un trionfo di sole.
Eccoci alle 9,30 già in cima al Cornocchio, lasciamo la macchina nel solito
posto, dove inizia la strada bianca- itinerario delle chiese e delle fattorie. Zaini e
giù camminando in questo percorso descritto nel racconto- Cornocchio. Arrivati
di fronte al Montenero, prendiamo sulla destra la strada che conduce a due
agriturismi, percorriamo fino al cancello, poi andiamo a sinistra seguendo le
frecce bianco- rosse, all’entrata nel bosco c’è un cartello con la dicitura- La
Nera -anche in inglese e tedesco. Il sentiero si addentra subito nel folto bosco di
lecci, corbezzoli, querce, e carpini, qualche pino.
Giù nella valle si sente il rumore delle tante cascatelle, il sentiero fa un giro e
ritorna fuori dal bosco, una sorgente ha un bel getto di acqua, finalmente dice
Chiara, è tornato l’autunno normale con tanta pioggia, senti come scorre l’acqua
giù nel torrente! Guarda quanti rivoli scendono a valle. Mi fanno una rabbia
quando senti lamentarsi alle prime gocce di pioggia, come sé l’acqua che
adoperiamo in abbondanza la mandi chissà chi, bensì siamo quasi tutti figli o
nipoti di contadini! Come si fa presto a dimenticare le nostre origini.
Il sentiero rientra nel bosco e sorpresa! Troviamo i primi funghi leccini, belli e
sani. Dove li mettiamo? Spostiamo tutto in uno zaino, prendiamo solo la
-cappella- il gambo lo lasciamo, suggerisce Chiara. Hoo dico, se li troviamo
lungo il sentiero bene, se ci fermiamo per funghi non facciamo il giro che ci
siamo riproposti.
Scendiamo verso il torrente, lo sentiamo scrosciare vicino, siamo nel folto,
procediamo scuotendo gli arbusti bagnati, il sentiero è parzialmente chiuso dai
rametti sporgenti.
Eccoci al guado, niente da fare l’acqua è alta, te lo dicevo! dico io che sono il
più pessimista, vediamo se andando verso il monte troviamo un punto stretto da
poterlo saltare. Ma è macchia folta, cerchiamo un passaggio più in alto, poi
saltiamo il filo spinato e ritorniamo al rio, qui è stretto, si salta bene ma davanti
c’è la macchia. Saltiamolo poi vedremo!. Un salto e siamo oltre il rio, poi con la
mazza faccio breccia nei rovi e raggiungiamo una piaggia. E’ fatta, Ritroviamo
il sentiero e cominciamo la salita verso la Nera. Bello e folto il bosco e ancora
funghi leccini e lardaioli rossi, qualche cernecchia. E si sale ora una viottola a
46

fianco di una piaggia, e vediamo lassù non distante le case della Nera.
Arriviamo in un grande spiazzo dove molto materiale edile è accatastato per i
prossimi restauri. Che sole! Ci sediamo su due pietroni, giù gli zaini e trek
scodinzola contento. Che bello rivedere trek ristabilito dopo la crisi di questa
Estate.
Mezzora di sosta pranzo ci ritempra poi con quel solicello . . . -. Ripartiamo e
visitiamo i restauri in corso ora ripresi dopo una stasi di diversi anni. Siamo
davanti alla chiesa è chiusa con dei tavoloni, un cartello con la dicitura: Pieve
della Nera anno 1100. Imbocchiamo il sentiero che conduce al cimitero, lo
raggiungiamo è vicino, il muro in pietra è intatto il cancello è chiuso ma tombe
all’interno non ce ne sono. Lo aggiriamo per andare in salita alla ricerca dei
ruderi del castello, seguiamo il sentiero segnalato e arriviamo in cima al monte.
Tanti funghi ma del castello non troviamo traccia. Sul lato sud del cucuzzolo ci
sono sotto di noi enormi rocce sporgenti dove certamente riparano i tanti
cinghiali. Sul lato orientale ecco finalmente i pochi muri emersi da uno scavo.
Facciamo al ritorno il sentiero che passa dal versante sud, uno spiazzo a destra
ci mostra tutto il panorama dell’orrido. Il torrente Strolla che scende dal
Cornocchio per confluire nel fiume Era trova sbocco tagliando in due la
montagna, dal lato nord del torrente la Nera, al lato sud la grande mole del
Montenero con al centro la caratteristica roccia scura, che luogo bello e
selvaggio, la montagna sembra tagliata in due, giù si sentono scrosciare le
numerose cascate. In Estate molti turisti stranieri fanno il bagno nei tanti tonfi
limpidi.
Ci sediamo al sole, da qui non verresti via mai, dice Chiara.
Ritorniamo di nuovo alla Nera e scendiamo a sinistra la strada ben tenuta che
scende verso sant’Ottaviano, poche centinaia di metri e vediamo la grande mole
della quercia accanto alla Fonte del Latte. Costruita in pietra la fonte ha la
sorgente in basso e alimenta un abbeveratoio. La Fonte Del Latte! l’ho sentita
nominare in passato come miracolosa per le partorienti. Dice la credenza che le
donne che hanno partorito se bevono l'acqua di quella fonte viene loro molto
latte. Io bevo, poi dico scherzando: a me farà come al Nencioni. . . . Pare
impossibile, cominciavo a stare in pensiero, ancora non avevi fatto un discorso
a bischero, dice Chiara. Lasciamo questo luogo da leggende non prima di
riguardare la grande quercia, credo di non averne viste così grosse.
Continuiamo in leggera discesa per seicento metri e sulla sinistra ecco le frecce
che segnalano il sentiero che si addentra nel bosco breve pari e usciamo in una
piantagione di olivi impiantata da pochi anni, vediamo non lontano una
abitazione in pietra, costeggiamo il bosco andando a sinistra , 20 metri in
47

leggera discesa e entriamo nel bosco sempre a sinistra. Una viottola che sale
lievemente per cinquanta metri poi giù a destra nel sentiero che scende nel folto
bosco, e troviamo funghi ancora, lo zaino è quasi pieno. Il sentiero ora si
avvicina all’orrido, è difficoltoso per le rocce bagnate, cominciamo a sentire il
rumore della cascata e in poco tempo siamo sopra una roccia e la vediamo.
Bella, spumosa, cade per più di 20 metri, è chiamata: L’Acqua Cascata.
Il passaggio del sentiero è appena sopra, il dubbio che mi tormentava da tutto il
giorno: ci sarà troppa acqua per attraversare? Se no dovremo ritornare addietro .
....
Scendo al guado, guardo, mettendo un piede sopra un sasso, si può attraversare.
Chiamo Chiara che scende, prendo trek in braccio, metto il piede sulla roccia e
salto; sono di là alla cascata, lo stesso fa Chiara e siamo oltre lo Strolla.
Guardiamo ora la cascata più tranquilli ora che l’abbiamo scavalcata.
Ricominciamo a camminare e subito altri funghi ma li lasciamo ormai lo zaino
è pieno.
La cascata è nel punto più in basso del sentiero, cominciamo a salire in una
foresta folta, sembra di non uscirne più, diversi ruscelli scendono dal
Montenero, li attraversiamo diverse volte sono piccoli , scorrono però molte
volte per decine di metri nel sentiero. Saliamo ora in diretta verso una fonte
murata, forse nel lontano passato c’era coltivato, ora è macchia e piante di
carpini. Andiamo a sinistra in salita per iniziare l’attraversamento del
Montenero nella parte a nord sopra l’orrido. Il sentiero sale senza dare respiro,
eccoci ora in uno spiazzo panoramico: Sotto di noi il vuoto e l’orrido col
rumore delle tante cascatelle, ma guardando avanti vediamo la chiesa di sant’
Ottaviano, la chiesetta antica dove fino al 1800 erano le spoglie del santo ora in
Volterra dove il santo è patrono, più avanti i cipressi della fattoria di Cozzano,
poi molta vald’Era, a nord lontano gli Appennini con tanta neve. Ci sediamo e
riposiamo per poi ripartire in salita e sempre dura fino alla caratteristica roccia
scura che suppongo dia il nome al monte. Siamo nel punto più bello di tutta
l’escursione, da questa roccia che domina tutto l’orrido dello Strolla, e davanti a
noi nell’altro versante la roccia dove sopra è il piccolo borgo della Nera.
Da qui si sale ma dolcemente attraversando il monte, sono molti i carpini. Il
sentiero è sempre più calpestato, curviamo a destra e in pari siamo al posto
ristoro. Da qui ritorniamo sulla strada da dove abbiamo iniziato questo lungo
anello. Non resta ora che utilizzare le ultime energie per ritornare al
Cornocchio.

48

IL CORNOCCHIO E LA NERA
Che cielo sereno, solo nuvole bianche
Appena sovrastano la Cornate
Sotto i pennacchi di Larderello
Intorno a noi boschi scuri di leccio
Arrossati dalle foglie di querce secolari
Mischiati dal giallo delle foglie del sorbo.
E’ autunno, le piagge di argilla dormono
Non è la loro stagione
Loro sono in letargo fino a primavera
Per poi esplodere
Col verde del frumento
Il bianco e rosa tenue della rosa canina
Il giallo della ginestra.
Ma ora è autunno
Solo alcuni cacciatori inseguono la poca preda
Si ode ogni tanto uno sparo
Poi ritorna il silenzio.
Noi soli, appassionati del cammino
Camminiamo in campagne nuove
Senza mete precise
Ricercando fra boschi e piagge
Le poche tracce
di quella umanità contadina
sepolta ormai da tempo
dalla civiltà industriale.
La chiesa dal tetto franato
I casolari abbandonati
E tù borgo della Nera
49


Documenti correlati


Documento PDF maresco martini strade bianche
Documento PDF maresco martini dalla capanna al pagliaio
Documento PDF maresco martini memorie
Documento PDF web madis 5 14 dicembre 2014
Documento PDF volantino madis 16 31 dicembre 2013
Documento PDF n 0 ilcorniglianese


Parole chiave correlate