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INCANTEVOLE INFERNO .pdf



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Maitreya:
«Hai raccontato a me, illustre saggio, la creazione del mondo, le genealogie
dei patriarchi, la durata della Manwantaras, e le dinastie di Principi, in
dettaglio. Ora sono desideroso di sentire da te un resoconto della
dissoluzione del mondo […]»
Paráśara:
«Ascolta da me, Maitreya, le circostanze esatte della fine di tutte le cose. […]
Le quattro Ere (Yuga) sono il Satya, il Treta, il Dwapara e il Kali […] Vi
sono successioni infinite di queste quattro Ere. […] Nell’ultima, il Kali Yuga,
si verificherà una dissoluzione del mondo. […] Le menti degli uomini
saranno interamente occupate ad acquisire ricchezza e la ricchezza sarà
spesa unicamente per gratificazioni egoistiche. Le donne saranno sempre
desiderose di piacere. Gli uomini fisseranno i loro desideri sulle ricchezze,
anche se acquisite in maniera disonesta. Nessun uomo dividerà la frazione
più piccola della moneta più piccola, anche se pregato da un amico. […] I
Principi, invece di proteggere, saccheggeranno i loro sudditi e con il pretesto
delle tasse, ruberanno ai mercanti le loro proprietà. Nel Kali Yuga chiunque
avrà un carro, elefanti o cavalli, sarà un Signore. Chiunque è debole sarà
uno schiavo. I contadini abbandoneranno l’agricoltura e il commercio e
otterranno sostentamento dall’essere servi o dall’esercizio di arti
meccaniche. […] I servi, cercando una sussistenza con l’elemosina e
assumendo i segni esteriori di mendicanti religiosi, diventeranno i seguaci
impuri di empie ed eretiche dottrine. […] Oppressi dalla carestia e dalla
tassazione, gli uomini abbandoneranno le loro terre natali e andranno in
quei paesi che avranno più grano. [...] La casta prevalente sarà quella dei
servi. […] Dotati di poca ragione, gli uomini, saranno soggetti a tutte le
infermità della mente, della parola e del corpo e commetteranno peccati ogni
giorno; e ogni cosa che affligge gli esseri viziosi, impuri e miserabili, verrà
generata nel Kali Yuga.»
(Vishnu Purana, Libro VI, Cap. I)

SEZIONE UNO
NEPHESH, RUACH, NESCHAMAH

O tu che risplendi nelle solitudini notturne, Dio dal Disco lunare! Guarda!
Io ti accompagno, io pure, tra gli abitanti del Cielo che ti circondano!
Osiride, io defunto, accedo a mio piacimento sia nella Regione dei Morti, sia
in quella dei viventi sulla Terra, in ogni luogo in cui mi guida il mio desiderio.
(Libro dei morti degli antichi egiziani, Cap. II)

Insensati, poveri spiriti dai pensieri angusti. Credono che la nascita tragga
l’essere dal niente e che la morte distrugga ogni esistenza…
Empedocle (Poema fisico e lustrale)

…E mai cesseremo di essere, tutti noi, nell’avvenire.
Adi Shankara (Commentari al Bhagavad-Gita)

Disse perciò Saul ai suoi servitori: «Cercatemi una donna data alla
negromanzia, che voglio andare a consultarla». Gli risposero i suoi servitori:
«Ecco in Endor una donna pratica di negromanzia». Saul si contraffece e si
travestì, e partì, egli e due uomini con lui. Giunsero alla donna di notte ed
egli disse: «Fammi presagio per mezzo di uno spirito, ed evoca per me chi ti
dirò». Gli disse la donna: «Ecco, tu sai quel che ha fatto Saul, che ha sfrattato
dal paese i negromanti e gli indovini. E perché tu mi tendi insidie per farmi
morire?». E Saul le giurò per Dio, dicendo: «Viva Dio, che non incorrerai
pena per tal fatto». Disse la donna: «Chi devo evocare?» Rispose: «Evocami
Samuele». Appena la donna vide Samuele, emise un forte grido e disse:
«Perché mi hai ingannata? Tu sei Saul». E il re le disse: «Non temere. Che
hai veduto?». E la donna a Saul: «Ho veduto qualche spirito venir su dalla
terra». Le domandò: «Che aspetto ha?». Rispose: «Viene su un vecchio,
avvolto in un mantello». Saul riconobbe che quegli era Samuele e chinatosi
con la faccia a terra fece riverenza. Allora Samuele disse a Saul: «Perché mi
hai disturbato, facendomi evocare?».
(La Sacra Bibbia, 1° Samuele 28, vv.7-15)

Eva Darcek

La porta in fondo al corridoio veniva aperta solo in rare occasioni. Le visite che ricevevo in quel luogo, provocavano ogni
volta conseguenze spiacevoli sia al fisico, che alla mente.
Eppure, nonostante il mio dono mi facesse soffrire, non riuscivo
a tirarmi indietro. Aiutare chi aveva bisogno era scritto nel mio
destino. Dietro quella porta, vi era una stanza molto diversa dal
resto della casa. Le pareti erano spoglie, senza foto o quadri. Le
tende sempre socchiuse. Per illuminarla usavo solo delle candele. Gli unici mobili che la arredavano erano un tavolo circolare
in legno, quattro sedie e un divano blu sul quale mi stendevo
dopo ogni seduta. Non mi occorreva altro. La luce soffusa e l’arredamento scarno, mi aiutavano a mantenere la concentrazione.
Quella mattina di novembre, Natalie e Richard entrarono nella
stanza provando un immenso disagio. Per aiutarli a superare le
sensazioni negative, cercai di creare un’atmosfera serena. Ci misero un po’ per abituarsi, ma lentamente, l’inquietudine svanì.
Sembravano molto sorpresi dal fatto che una ragazza di ventisei
anni, uguale a tante altre, si occupasse di attività così misteriose.
Non conoscevano nulla del mondo dei medium e prima d’incontrarmi, avevano immaginato che fossi un’anziana santona ossessionata da amuleti e feticci religiosi. Richard fece un respiro profondo. Le sue parole mi mostrarono ciò che ormai sapevo da
tempo, che un giorno, un solo giorno, può cambiare un’intera
vita.
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Copyright by Sergio Chianese © 2016

«Ci sono eventi che ti segnano per sempre. Arrivano improvvisi travolgendo ogni cosa…»
I suoi occhi fissavano il pavimento malinconici.
«La sera in cui Kate è stata rapita, per me e Natalie, è come se
si fosse aperto un abisso oscuro sotto i piedi. Un abisso fatto di
paure e angosce.»
Richard continuava a fissare il pavimento, immerso nei ricordi
di quei tristi attimi.
«Nonostante i tanti mesi trascorsi, ancora non sappiamo nulla
di nostra figlia e quel maledetto abisso, non vuole richiudersi…»
Mi sentivo molto vicina al dolore che provava quella famiglia.
Anche la mia, tre anni prima, era stata sconvolta da un evento
inaspettato. La morte di mia sorella Sally. Un trauma da cui né
io, né i miei genitori, nonostante il tempo passato, ci eravamo
ancora ripresi del tutto. Dopo un lungo silenzio, Richard tornò a
parlare.
«Le posso fare una domanda Miss Darcek?»
«Certo.»
«Crede che Kate sia ancora viva?»
Quella domanda così terribile, risuonò nella stanza per diversi
secondi. Assordante come tutto ciò che è impronunciabile.
«Non lo so. Lo spero con tutta me stessa. Ma potrebbe non
essere così, ed è opportuno che vi prepariate anche all’eventualità più estrema…»

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Copyright by Sergio Chianese © 2016

Alla mia risposta, Richard guardò negli occhi sua moglie. Il loro
unico desiderio era riabbracciare Kate. Cercavano di allontanare
in ogni modo l’idea insostenibile che fosse morta. Mi rivolsi a
lui con dolcezza.
«Prima di cominciare, vorrei che mi parlasse un po’di sua figlia. Si senta libero di dirmi ciò che vuole.»
L’uomo annuì. Quando nominava Kate, gli sembrava di averla
ancora vicina.
«Era una bambina sempre allegra e piena di vita. Aveva tante
passioni e voleva imparare ogni giorno cose nuove. Il suo sogno
più grande era diventare una campionessa di pattinaggio. Vederla danzare sul ghiaccio, durante le gare, era emozionante.»
Un sorriso nostalgico si disegnò sul volto di Richard. Anche nei
gesti più impercettibili, riuscivo a intravedere l’amore immenso
che provava per Kate.
«Si allenava tutti i pomeriggi. La figlia di una nostra vicina
passava a prenderla a scuola e l’accompagnava in metro alla pista. Io e mia moglie lavoriamo fino a tardi e quella ragazza era
molto dolce a darci una mano. Il suo nome è Julie. Lei e Kate
avevano un bellissimo rapporto, era come una sorella maggiore
per mia figlia. Sebbene avesse solo sedici anni, Julie era una ragazza responsabile e ci fidavamo di lei. Dopo l’allenamento, Julie e Kate prendevano di nuovo la metro e raggiungevano Gloucester Road, dove abitano i genitori di mia moglie. Kate restava
dai nonni fino a che io e Natalie non smettevamo di lavorare.
Ogni sera tornavamo a casa per le otto e cenavamo tutti insieme.
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Le nostre abitudini non variavano mai. Quel maledetto sabato
però…»
Natalie si toccava i capelli agitata. Il racconto di suo marito le
faceva riaffiorare sensazioni terribili. L’uomo mi rivelò ciò che
era accaduto.
«Ricordo ancora la telefonata di Julie come se fosse ieri. Era
spaventata e piangeva. Provai a calmarla e mi feci spiegare
perché era turbata. Arrivate a Gloucester Road, lei e Kate si
erano fermate a guardare alcuni ragazzi che ballavano in strada.
Uno di loro era amico di Julie. Smise di ballare e andò a salutarla. Restarono a parlare per alcuni minuti e il ragazzo le chiese
di accompagnarla a comprare un pacchetto di sigarette. Kate si
annoiava di andare con loro. Julie le disse di non muoversi ed
entrò nel negozio con il suo amico. La gente guardava i ragazzi
ballare, la musica era alta e nessuno si accorse di nulla. In mezzo
a quella folla, qualcuno si avvicinò alla nostra bambina…»
Richard, sofferente, abbassò lo sguardo. Non era facile ricordare
quei momenti.
«Da allora non abbiamo più pace...»
Natalie sfiorò delicatamente la spalla di suo marito. Chissà
quante volte aveva pianto su quella spalla. Nel silenzio della
stanza, decise di aprire il suo cuore. Il cuore lacerato di una madre a cui avevano strappato l’amore più grande.
«La scomparsa di Kate, ha portato il vuoto nelle nostre vite.
Ciò che ci manca di più è la dolcezza delle piccole cose. I suoi
sorrisi e le sue smorfie. Saremmo disposti a pagare qualunque
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Copyright by Sergio Chianese © 2016

cifra pur di sapere dove si trova e salvarla dalle persone orribili
che ce l’hanno portata via. Faccia tutto il possibile, è la sola speranza che ci rimane!»
Il dramma che viveva quella donna, le aveva fatto proiettare
su di me desideri lontani dalla realtà. Mi vedeva come una maga
dai poteri immensi che avrebbe potuto rivelare con i suoi incantesimi, il luogo in cui era nascosta Kate e liberarla dall’orco che
la imprigionava. Le mie facoltà però, non erano quelle di un personaggio delle fiabe. Potevo solo percepire se sua figlia era viva
oppure no.
Tutto ciò che Natalie e suo marito avevano provato in quei
nove mesi, l’invasione dei giornalisti fuori la loro casa, le ricerche della polizia, il vuoto e il dolore, erano disegnati sui loro
volti. Volti appassiti dalle lacrime e dalle nottate insonni.
Quell’abbandono improvviso e doloroso, aveva stravolto per
sempre i loro sogni, i loro progetti e le loro speranze. Si tenevano
per mano e a ogni esitazione, cercavano teneramente di farsi
forza a vicenda. Condividere con me l’amore che provavano per
la loro bambina e il legame profondo che li univa, mi aveva permesso di entrare nel loro mondo. Per prepararli al mio, cercai di
usare le parole più adatte.
La prima volta non si è mai abbastanza pronti. Anche le persone più scettiche diventano prede dell’ignoto e delle ansie che
porta con sé. Natalie e Richard non avevano mai creduto a certe
pratiche, le ritenevano fantasie, miti ancestrali legati alla superstizione popolare. Eppure, per conoscere la verità, ormai erano
disposti a tutto. La sofferenza metteva da parte ogni incertezza.
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In quel momento, la paura che provavano, non era dovuta ai miei
gesti. Per quanto apparissero arcani a due persone razionali e
lontane dal mondo dello spiritismo, non sembravano intimorirli.
Quello che realmente li tormentava era l’idea che la loro bambina potesse rispondermi. Nei loro cuori speravano ancora di poterla riabbracciare. Speravano ancora che fosse viva.
Le nostre mani, poggiate sul tavolo, formavano la catena che
avrebbe potuto rendere la più terribile delle loro angosce, un’agghiacciante realtà. Il Detective Sheridan, seduto sul divano, mi
guardava fiducioso. Natalie e Richard avevano voluto che fosse
presente. Era un uomo che trasmetteva grande sicurezza, il miglior poliziotto di Scotland Yard. Conosceva Londra come nessun’altro e i criminali lo temevano e rispettavano. Per nove mesi
aveva battuto tutte le piste e con il passare del tempo, le possibilità di ritrovare la figlia dei Miller si erano abbassate.
C’erano casi che non potevano essere risolti usando solo
l’esperienza, l’intuito o gli informatori. Quando le indagini del
Detective erano bloccate in un labirinto di enigmi e occorreva
un aiuto di natura metafisica per trovare un’uscita, veniva a bussare alla mia porta. I suoi superiori non approvavano certi metodi. A Sheridan non interessava. Le risposte che inseguiva
erano nascoste nella nebbia densa dell’Altrove, tra i ricordi di
povere vittime innocenti. Stabilendo un contatto con questi spiriti sventurati, portavo Sheridan in quella nebbia. Lì dove non
sarebbe mai potuto arrivare da solo. Lontano dai porti sicuri
della nostra esistenza. Lontano da ciò che si crede reale soltanto
perché si vede.
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Chiusi gli occhi lasciando che fossero i sensi a guidarmi. Scivolai nelle profondità della mia anima e raggiunsi lo stato di
trance ideale per comunicare con la bambina. Il fuoco della candela cominciò a danzare nel vento. Sentivo che stava arrivando.
La sua energia era molto debole. I genitori di Kate, seppur intimoriti, mantenevano il cerchio unito e seguivano ogni mia indicazione. Ero concentrata sulla bambina e riuscivo a percepire il
suo desiderio di tornare, ma qualcosa le impediva di raggiungermi. Non c’erano altre anime che interferivano nel suo arrivo
e ciò rendeva ancora più inspiegabile la fatica che stavamo provando entrambe per stabilire un contatto.
Mentre cercavo di captare la frequenza impercettibile di Kate,
ripensai alla radio d’epoca che avevo in soffitta. L’antenna si era
danneggiata durante il trasloco, il giorno in cui avevo lasciato la
casa dei miei genitori per venire ad abitare da sola. Avrei dovuto
buttarla, ma Sally non voleva. Spesso restava ad ascoltare il rumore confuso che proveniva dalle casse e quando salivo in soffitta per spegnerla, Sally mi sorrideva e il rumore svaniva lasciando il posto a un’armonia meravigliosa che riempiva la casa
e riusciva ad allontanare ogni tristezza. Sally accendeva quella
radio ogni volta che mi vedeva sofferente.
D’un tratto, sentii un vento gelido soffiare delicatamente sulle
mie spalle. Sally apparve dietro di me, sfiorandomi leggermente
la schiena e sussurrandomi le sue parole con la solita dolcezza.
Il suo influsso mi dava una grande serenità.

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Hai bisogno del mio aiuto.
«Ti ascolto…»

La bambina che stai cercando è molto spaventata.
Se vuoi che superi il confine, devo raggiungerla e indicarle la via.
«Sei sicura?»

Stai tranquilla sorellina. Lascia che sia io a guidarla...
Per alcuni minuti non percepii nulla. Fu come un’eclissi. Il silenzio mi rendeva inquieta. Poi, improvvisamente, la stanza divenne ancora più fredda. Sally apparve vicino al tavolo tenendo
Kate per mano. La bambina era impaurita. Il silenzio fu interrotto da una voce flebile.

Chi sei?
«Mi chiamo Eva Darcek, sono un’amica dei tuoi genitori.»

Loro possono sentirmi?
«No, ma se hai qualche messaggio affidalo a me, sarò la tua
voce.»

Fammi tornare a casa. Mi mancano.
«Vorrei tanto che fosse possibile Kate...»
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Copyright by Sergio Chianese © 2016

Non posso neanche abbracciarli?
«Se ti avvicini a loro qualcosa proveranno, ma non sarà come
un vero abbraccio.»
Il dolore l’angosciava e rendeva ancora più difficile il contatto.
Non potevo far nulla per la sua anima sofferente. Ero solo un
tramite. Il varco inaspettato, attraverso il quale, ogni spirito
avanzava desideroso di abbandonare l’oblio.
I suoi genitori non potevano né vederla, né sentirla, ma ripetevo ogni sua frase e ogni suo sospiro. Kate non era più tra i vivi
e non riuscivano a sopportarlo. Quella scoperta così terribile, li
abbandonava alla disperazione. L’unico modo che conoscevo
per portare conforto e serenità ai parenti di un defunto, era spiegare loro ciò che Sally aveva spiegato a me tre anni prima. Il
giorno in cui mi era apparsa rivelandomi le mie capacità da
medium. Natalie e Richard mi ascoltavano tra le lacrime. Ogni
istante di quella giornata era insostenibile per loro.
«So che le mie parole vi sembreranno oscure in questo momento così difficile per voi. Ciò che vi dirò non fermerà la vostra
sofferenza, ma vi darà una consapevolezza nuova e forse, riuscirete ad affrontare la perdita di vostra figlia in maniera meno traumatica. L’esperienza che state vivendo oggi non ha nulla di
strano o inspiegabile. La morte, questo dramma apparente che ci
sconvolge e ci fa credere che le persone che amiamo svaniscano
per sempre, non esiste. La morte è solo un passaggio a un'altra
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realtà, una realtà parallela a quella dei vivi e altrettanto concreta,
eppure invisibile ai nostri sensi. Una realtà che solo gli spiriti
possono vedere e percepire. Ovunque esse siano, Kate e le altre
anime, ci osservano e ci ascoltano anche se non parliamo. Camminano al nostro fianco come guardiani silenziosi. Se vostra figlia riuscisse a essere serena, vi aiuterebbe a percepire la sua
presenza e farebbe di tutto per sostenervi in questo momento
così delicato. La sua energia però, è troppo debole e le emozioni
che prova sono caotiche e terribili. Ciò che conta adesso è che
lei è in questa stanza e la vostra presenza le dà grande benessere.
Fatele sentire il vostro amore e dimenticate ogni amarezza. Kate
non è svanita per sempre…»
Non era facile per loro comprendere le mie parole. La sola realtà
che conoscevano era quella materiale. Anche se erano molto turbati dalla perdita della loro bambina, la possibilità di comunicare
con lei e sentirla ancora vicina, li aveva resi più calmi. Fu in quel
momento che tornai a parlare con Kate.
«Abbiamo bisogno del tuo aiuto. Permettimi di vedere cosa ti
è successo la sera che sei scomparsa.»

Vuoi che soffra ancora?
Era crudele e sincera come solo i bambini sanno essere. Mi sentivo in colpa. Ricordare i suoi ultimi istanti le avrebbe provocato
altre sofferenze, ma desideravo scoprire la verità sulla sua morte
e aiutare il Detective Sheridan.
«Credo di sapere perché stai soffrendo tanto.»
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E puoi fare qualcosa per fermare il mio dolore?
«Sei tu che devi compiere il cammino. Anche se ti sembrerà
difficile, non devi preoccuparti di nulla. Presto troverai la pace
che cerchi.»
Non aveva bisogno di me. Sarebbe arrivata da sola a capire il
destino che spetta a ogni anima. Evolvere. Sempre e per sempre.
Come gli universi infiniti e le infinite anime che li abitano. Nulla
è immobile e uguale a se stesso, nell’apparente e oscuro silenzio
del cosmo e anche il regno dell’Altrove segue questa legge antica. L’energia delle anime, eterna e inesauribile, attraversa i
millenni rinascendo più volte in nuove vite. Ciò che la spinge a
questo moto perpetuo è il desiderio di migliorarsi. Evolvere
come gli universi. Sempre e per sempre. Kate non aveva bisogno
di me. Sarebbe arrivata da sola a capire il destino che spetta a
ogni anima. Eppure, se le mie parole potevano darle sollievo,
farle capire che il suo dolore era momentaneo, le avrei ripetute
più volte.
Fin dal primo momento in cui avevo stabilito un contatto con
lei, le vibrazioni che avevo avvertito erano state rivelatrici. Apparteneva a quelle anime confuse, che dopo essere morte in maniera improvvisa, a causa di un incidente, un suicidio o un omicidio, vagano senza meta nei luoghi in cui hanno perso la vita.
Sono anime in pena che non riescono ad accettare il loro destino
e si abbandonano a una disperazione che neanche il peggiore dei

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dolori può descrivere. La loro energia, carica di sofferenza, permane come una cicatrice indelebile tra la nostra dimensione e
quella sconosciuta dell’Altrove. Appena comprendono la nuova
dimensione in cui si trovano, la confusione comincia a svanire,
portandole sempre più in alto e lontane dalla Terra, tra le sfere
più luminose dell’Altrove.
Per compiere tale percorso però, come tutte le anime, devono
rinascere milioni di volte e risolvere nelle nuove vite, ciò che
non avevano risolto in quelle precedenti. Le anime che hanno
raggiunto un’elevazione definitiva, danzano in un vortice abbagliante ed eterno. Sono Esseri di pura luce e provano un amore
infinito per l’intero Universo. Sally, che conosceva meglio di me
certe verità, provò a dare a Kate la speranza che sembrava aver
smarrito.

Ho provato anch’io il tuo dolore.
Nulla però, può fermare il cammino delle anime.
Quando saremo pronte, raggiungeremo le sfere luminose e
troveremo finalmente la pace...
Kate ascoltava Sally con interesse. Ogni anima deve arrivare da
sola alla consapevolezza, ma quelle che hanno già compiuto un
percorso importante, sono sempre pronte ad aiutare chi invece è
agli inizi o in balia delle proprie ansie. La bambina non riusciva
a sorridere, il dolore era ancora troppo forte, ma la vicinanza di
Sally le dava grande serenità.

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Voi siete buone con me, aiutatemi a restare con mamma e papà.
Laggiù le ombre non fanno che tormentarmi...
Il silenzio avvolse nuovamente la stanza. Kate era scossa, non
riusciva a parlare. Osservai Sally, l’unica che avrebbe potuto
aiutarla a capire, ciò che ancora non conosceva dell’Altrove.

Quelle ombre sono spiriti pericolosi che cercano di continuare gli orrori che
commettevano in vita.
É la sofferenza che provano e che vogliono far provare agli altri a renderle
scure come ombre.
Non vogliono evolvere e continuano a essere ispirate dalla loro perfidia,
tormentando le anime fragili come la tua.
Anche la peggiore delle anime, prima o poi, riesce ad abbandonare certi
istinti e si avvicina alle sfere più luminose, ma deve volerlo profondamente.
La tua anima è pura e durerà poco questa sofferenza...
Con le sue parole, Sally era riuscita a dare alla bambina un po’
di serenità, ma neanche lei poteva convincerla ad aprirsi. Cercava di allontanare il più possibile i ricordi della sua morte. Le
bastava essere lì, accanto ai suoi genitori, per dimenticare le ombre che la tormentavano. Dovevo trovare la chiave per aprire lo
scrigno della sua anima.
Solo Natalie e Richard avrebbero potuto convincerla a interrompere quel silenzio. Coinvolgerli fino in fondo era l’unica
strada che potevamo percorrere. Spiegai loro come comportarsi
e con la voce rotta dal pianto, Natalie provò a parlare a sua figlia.
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«Non sai quanto ci manchi Kate. Io e papà non avremmo mai
pensato di trovarci in una situazione così difficile. Chi poteva
mai immaginare tutto questo. Eva ci ha detto che stai facendo i
capricci. Fidati di lei. Fai uno sforzo e raccontale quello che ricordi. Raccontale chi ti ha fatto del male…»
Natalie non riusciva a continuare. Soffriva troppo. Aveva dormito tante notti nella stanza della loro bambina, tra le foto e il
profumo di Kate e ora, in lacrime, parlava al nulla desiderosa di
risposte. Richard osservava sua moglie malinconico. Fece un sospiro e decise d’intervenire.
«So che puoi ascoltarci. Io e mamma ti vogliamo bene e faremo di tutto per fermare le persone cattive che ti hanno allontanata da noi. Devi tornare a quella maledetta sera, ogni particolare
che vorrai rivelarci, potrebbe essere decisivo.»
Kate si avvicinò alla madre e appoggiò la testa sulle sue gambe.
Avrebbe voluto una carezza. Natalie cominciò a tremare. Voleva
abbassarsi la gonna convinta che si trattasse di uno spiffero di
vento, ma solo al termine della seduta avrebbe potuto rompere
la catena formata dalle nostre mani. Un gesto brusco rischiava
di bloccare nella nostra realtà l’anima di Kate, impedendole di
tornare nell’Altrove. Restò immobile, nonostante il gelo, senza
sapere che la figlia le era accanto.
Fu in quel momento, quando Kate si sentì sicura vicino ai
genitori, che cominciò a rievocare la sua storia. Era un racconto
frammentario e pieno di silenzi.

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Ricordo che ero felice.
Guardavo alcuni ragazzi ballare.
Non so cosa accadde.
Un panno bagnato coprì il mio viso e gli occhi si chiusero.
Per qualche istante, prima di perdere conoscenza, vidi l’interno di un furgone.
C’erano vari attrezzi e barattoli di pittura.
Chiesi alla bambina di concentrarsi su quegli oggetti. Speravo
che tra le sue memorie, avesse registrato qualche particolare
utile. Cominciò a parlarmi di una divisa da lavoro che era appoggiata sui barattoli.

Era blu e sporca di cemento.
Aveva un simbolo stampato sul retro.
Un grattacielo che sfiorava un cielo stellato.
Kate avrebbe voluto dirmi altro, ma l’immagine di quel
grattacielo era stata l’ultima cosa che aveva visto prima di addormentarsi.

Quando mi svegliai, ero in una baracca piena di topi.
Due uomini aprirono la porta della baracca e si avvicinarono a me.
Indossavano una tunica nera con dei cappucci dello stesso colore.
I loro visi erano coperti da una maschera bianca.
Cominciarono a spogliarmi.
Provai a morderli e liberarmi dalla loro stretta, ma erano troppo forti.
Mi portarono in una foresta buia e mi fecero stendere su un altare.
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Ero nuda e le mie braccia e le mie gambe erano bloccate con delle catene.
Davanti a me vedevo una statua di bronzo gigantesca.
Kate aveva dettagli nitidi di quella statua e provò a descrivermela.

La sua testa era simile a quella di un toro, ma il corpo era quello di un
uomo.
Al centro del suo petto, vi era un fuoco acceso.
Le braccia del mostro erano tese, come se attendesse di ricevere qualcosa.
Non avevo mai visto un essere così orrendo, il suo viso era terribile.
La bambina era agitata. Non riusciva a continuare. Dopo un
lungo silenzio, mi descrisse altri aspetti di quel macabro cerimoniale.

Nella foresta c’erano tante tuniche nere.
Erano posizionate in cerchio attorno a me.
Un uomo vestito con una tunica rossa e una maschera nera, parlava ad alta
voce in una lingua sconosciuta.
Sembrava ripetere delle frasi al contrario.
Era l’unico vestito così.
Credo che fosse il capo di quelle persone.
Accanto alla tunica rossa, c’era una tunica viola che gli consegnò un pugnale
e un calice d’argento.
Anche questa persona era importante e veniva presa in grande
considerazione dalle altre tuniche.
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Copyright by Sergio Chianese © 2016

Kate si chiuse di nuovo nel silenzio. Quei ricordi la turbavano.
Continuare il racconto non era facile per lei. Doveva essere terribile rivivere le sensazioni provate durante la sua morte. Attesi
che si sentisse pronta.
«Ti ascoltiamo. Prenditi tutto il tempo che ti serve.»
Quando tornò a parlarmi, la sua voce era ancora più afflitta di
prima.

La tunica rossa prese il pugnale e si avvicinò a me, i suoi occhi, dietro la
maschera nera, mi facevano paura.
Provai a muovermi, ma le braccia e le gambe erano bloccate dalle catene.
Piangevo e pregavo Dio di far venire la mia mamma e il mio papà a
salvarmi.
La tunica rossa avvicinò il pugnale alla mia gola e sentii un grande dolore.
Lentamente, smisi di respirare.
Per alcuni minuti fu solo buio.
Poi, come se stessi volando, vidi ogni cosa dall’alto.
Il mio corpo era immobile e il mio viso bianco e senza vita.
Il sangue scivolava dalla gola ricoprendo il petto e le punte dei miei capelli
biondi.
La tunica rossa lo raccoglieva nel calice d’argento facendolo bere a tutte le
persone che erano nella foresta.
I due uomini che mi avevano portata lì, dopo aver preso il mio corpo,
salirono alcuni gradini posti alla base della statua di bronzo e lo gettarono nel
petto del mostro, lasciandolo bruciare nel fuoco.
Mentre il fumo riempiva l’aria, le tuniche nere, in ginocchio, ripetevano le
parole del loro capo...
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L’orrore di quel racconto mi aveva scioccata. Tramite la bambina avevo sentito tutta quella violenza e quel dolore sulla mia
pelle. Respiravo lentamente per restare calma e mantenere il legame con Kate.
«Al termine del rituale, cosa fecero le tuniche nere?»

S’incamminarono tra gli alberi senza parlare.
«Ricordi qualcos’altro?»

Una delle tuniche nere si avvicinò alla tunica rossa chiamandola
Gran Sacerdote e gli sussurrò qualcosa in un orecchio.
«Sei riuscita a capire di cosa parlavano?»

Di una valigetta piena di soldi e di un certo "ungherese" a cui doveva essere
consegnata…
Kate aveva bisogno di concentrarsi. Tacque per diversi minuti e
quando ebbe finito, riprese a parlarmi.

"L’ungherese" era il tizio del furgone con gli
attrezzi.
L’uomo che mi aveva rapita e portata da loro.
La tunica nera continuava a ripetere che "l’ungherese" conosceva la sua
identità e che se non avesse ricevuto i soldi, avrebbe potuto denunciarlo
alla polizia, rovinandogli l’immagine e la carriera.
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Il Gran Sacerdote provò a tranquillizzare la tunica.
Era in preda a un delirio e non si rendeva conto di ciò che diceva.
Le sue ossessioni erano causate dalle strane pillole che aveva preso.
Prima del mio arrivo, i membri della setta avevano usato delle
droghe e fatto l’amore con delle donne...
«E tu come sai queste cose?»

Nella foresta, c’era un’altra anima accanto a me.
Una donna giovane e molto bella.
È stata lei a parlarmi di quello che era accaduto nel luogo del rituale prima
del mio arrivo.
«Conosci il suo nome?»

No...
«Come mai si trovava nella foresta?»

Lei e altre ragazze erano state pagate per fare sesso con le tuniche nere.
«È morta anche lei quella sera?»

Sì...
«Sono stati i membri della setta?»
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No...
La sua morte è stata un incidente.
Si è sentita male dopo aver preso le droghe.
Con grande sforzo, la bambina riuscì a rivelarmi un’altra informazione su quella vicenda importante.

Lo spirito della donna, mi disse che il suo corpo era stato spostato
dalla foresta e messo nell’appartamento in cui viveva, per far credere che
fosse morta lì.
Il mistero era sempre più fitto e solo Sheridan avrebbe potuto
risolverlo. Kate non aveva più nessun dato sulla donna misteriosa, ma tornò a parlarmi della tunica nera.

Appena le droghe terminarono il loro effetto, l’uomo si calmò.
Fu il Gran Sacerdote a farlo ragionare, spiegandogli che "l’ungherese" aveva
già avuto la valigetta con i soldi e non ci sarebbero stati problemi.
La tunica nera andò via, ma il Gran Sacerdote era furioso per ciò che
era accaduto.
Disse che il luogo era troppo sacro per affrontare discorsi così miseri e quel
Fratello arrivato da poco, si era dimostrato irrispettoso e offensivo.
Ordinò ai due uomini che mi avevano portato nella foresta, di aiutare il
nuovo adepto nel suo percorso di apprendimento.
«E dopo cosa fece?»
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Si avvicinò alla tunica viola che era stata al suo fianco durante tutto il
cerimoniale ed entrarono insieme in una villa poco distante dal luogo in
cui ero stata assassinata.
Durante il tragitto, la tunica viola commentò tutti gli imprevisti che erano
accaduti quella notte.
«Che cosa disse?»

Non ricordo cosa disse, ricordo solo che aveva una voce femminile…
Mi resi conto che altre anime volevano interferire nella seduta.
Lasciai andare Kate sapendo che un giorno sarebbe tornata a cercarmi e aprii gli occhi. Provai a usare le parole più dolci che
conoscevo, ma nulla avrebbe attenuato la sofferenza dei suoi genitori. Raccontai ciò che avevo visto e sentito, ciò che Kate
aveva voluto mostrarmi. Natalie e Richard si abbracciarono in
lacrime. Uscirono dalla stanza accompagnati dal Detective Sheridan e furono affidati a uno dei suoi agenti. Per tutta la vita si
sarebbero chiesti il perché di tanta crudeltà. Affrontare la morte
di una figlia, di appena undici anni, era già insostenibile, ma il
destino atroce che aveva subito, rendeva tutto ancora più opprimente, come un incubo senza fine.
Anche se ero sconvolta, sapevo che nulla avrebbe fermato
l’evoluzione di un’anima pura come quella di Kate. Ci sarebbe
voluto del tempo, ma presto avrebbe abbandonato gli incubi a
cui la costringevano le anime nere. Dopo ogni seduta avevo bisogno di stendermi e quella era stata la più faticosa della mia
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vita. Mi appoggiai sul divano provando a dimenticare. Kate sembrava essere ancora lì, sola e persa nel suo dolore.
Il Detective Sheridan ritornò nella stanza e si accese una sigaretta nervoso. Restò a guardarmi per qualche istante senza dire
nulla. D’un tratto, aprì le tende e le finestre, lasciando che l’aria
e la luce del giorno penetrassero in quel luogo buio e freddo. Ero
sorpresa da un gesto così perentorio. Sheridan voleva portare i
colori e i profumi del mondo, in un posto in cui non entravano
da tempo. Lo faceva per me. Sapeva bene quanto le evocazioni
delle anime m’indebolivano e mi allontanavano dalla serenità e
dalla bellezza della vita. Cercava di tirarmi su e portarmi via
dalle visioni terribili che avevo avuto.
«Vuoi un bicchiere d’acqua?»
«No. Non si preoccupi.»
«Senza di te non so come avrei fatto. I ricordi di Kate mi saranno molto utili. Grazie.»
«Lo sa che in qualunque momento può contare su di me.»
«Mi metterò al lavoro oggi stesso!»
«Spero che riesca a fermare quella gente.»
Sheridan ripensò agli indizi che mi aveva fornito Kate.
«Il furgone pieno di attrezzi in cui è stata trasportata la bambina e la divisa da lavoro sporca di cemento, fanno pensare che
il suo rapitore, quello che i membri della setta chiamavano "l’ungherese", lavori come operaio in qualche ditta di costruzioni.
Farò dei controlli con i miei agenti. Non sarà difficile individuare l’azienda che nella sua insegna ha un grattacielo che sfiora
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un cielo stellato. Una volta arrivati lì, sono sicuro che scopriremo anche il nome di quell’operaio. Appena lo avremo identificato, lo arresteremo per rapimento e concorso in omicidio e lo
interrogheremo finché non ci dirà i nomi di quei bastardi con i
cappucci. Il massacro che hanno fatto, non resterà impunito.
Nessuno di loro potrà sottrarsi alle colpe commesse!»
Il Detective era molto determinato. Avrebbe fatto tutto quello
che era in suo potere per risolvere il caso.
«Esaminerò anche gli archivi di Scotland Yard per individuare
il nome di quella donna che è morta la stessa notte di Kate. Quei
miserabili sono liberi e credono di essere riusciti a cavarsela, ma
io li troverò tutti. Il caso Kate Miller è diventato un fatto personale. Voglio portare quella gente davanti a un giudice e farli processare.»
Ascoltavo la rabbia del Detective, ma la mia mente era altrove.
«Sei sicura di star bene Eva?»
«Ho solo bisogno di riposarmi. E’ stato terribile…»
«Non sai quanto mi dispiace. Ogni volta che ti chiedo un aiuto
per le mie indagini, ho paura di farti rivivere ciò che hai provato
con tua sorella e non voglio che accada. Forse dovrei smetterla
di tormentarti…»
«Sa bene che in ogni caso, non posso farci nulla. Quando cammino in strada o entro in certi luoghi, vedo e sento coloro che
sono morti lì. Mi parlano, cercano conforto, lasciano messaggi

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per i loro cari. Anche se lei decidesse di non venire, non cambierebbe niente. Quelle voci e quei volti apparirebbero comunque.»
«A volte mi chiedo come tu possa amare la vita, se ciò che vedi
intorno a te è solo morte.»
Mentre lo ascoltavo, chiusi gli occhi e vidi il volto di Sally. Mi
sorrideva e accarezzava la mia mano dolcemente. Era un vento
gelido, ma in quelle carezze, riuscivo a percepire tutto il suo
amore.
Convivere per anni con determinate facoltà, aveva lasciato segni indelebili. Sostenere le sedute diventava sempre più faticoso.
Ciò che non apparteneva più a questo mondo, mi travolgeva caotico, come un fiume uscito dagli argini. La difficoltà maggiore
non era solo sostenere i sentimenti di coloro che non c’erano più,
ma riuscire a non farsi sconvolgere, dalle emozioni che provavano le persone che li amavano.
«Credo che adesso dormirò. Chiuda bene la porta d’ingresso e
dica ai genitori di Kate, che sarò sempre a disposizione se vorranno parlare con la loro bambina.»
Sheridan annuì senza aggiungere altro. Uscì dalla stanza con i
suoi sensi di colpa. Non ero arrabbiata con lui, ma lasciai che lo
credesse. Non avevo le forze per parlare anche con i vivi.

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…

Dormii tutto il pomeriggio. Al mio risveglio, mi sentivo ancora
debole. Per quanto provassi a pensare ad altro, rivedevo sempre
il volto di Kate e tutta la sua sofferenza. Sul tavolo, la candela
era ormai sciolta. Avevo dimenticato di spegnerla. La cera era
scivolata creando una macchia bianca. Mi alzai dal divano e ripulii tutto cancellando ogni traccia. I ricordi di quella seduta spiritica non sarebbero svaniti così facilmente. Decisi di mettere un
bel vestito, truccarmi e andare in giro. Avevo bisogno di sentirmi
normale. Una donna come tante.
La pioggia bagnava l’asfalto che luccicava sotto la luce dei
lampioni. Camden Town vibrava come sempre tra i colori delle
insegne e il rumore della folla anonima, che entrava e usciva dai
mille negozietti del quartiere. Ogni anno, tutta la zona, perdeva
un po’della sua poesia e del suo passato ribelle, ma restava un
luogo a cui ero affezionata. I personaggi strambi e simpatici che
si aggiravano per le sue stradine piene di turisti, mi davano allegria e mi facevano sentire a casa.
La giornata era stata così intensa che avevo dimenticato di
mangiare. Camminai tra la folla per qualche ora, senza una meta
precisa, e mi fermai in un fast food. Cibo scadente e a poco
prezzo. Per me era già tanto. Mentre mangiavo da sola seduta a
un tavolo, ripensai al passato. Ai giorni in cui l’anoressia aveva
bussato alle porte della mia vita. Erano trascorsi appena tre anni,
eppure mi sembrava un’eternità. Non mi accadeva spesso di ritornare a quei momenti confusi. La morte di Sally, il dolore dei
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nostri genitori, gli sforzi dello psicologo per farmi ritornare la
speranza e la voglia di vivere. Le rare volte che la mia mente
ritornava lì, mi rendevo conto che nella memoria erano rimasti
solo brandelli di tutto quel periodo. Istanti caotici, parzialmente
cancellati dal trauma e dagli antidepressivi. Giorni orribili in cui
tutto ciò che avevo nella mia vita, mi sfuggiva senza che potessi
farci nulla, così come non avevo potuto far nulla per salvare mia
sorella. L’unica cosa che riuscivo a controllare era il mio peso e
sognavo di diventare invisibile e leggera.
In quel periodo fu un amico di papà a propormi l'appartamento
a Camden Town. Il prezzo era molto basso e in poche rate riuscimmo a pagarlo. Nascosta tra quelle mura, provavo a svanire
come gli spiriti che mi danzavano intorno. Con grande dispiacere dei miei compagni e dei miei professori, avevo smesso anche di frequentare il Royal College of Art in cui ero entrata grazie alle mie doti di pittrice. Me ne stavo a casa a dipingere me e
mia sorella da bambine. Momenti che solo io e lei avevamo condiviso. Opere incompiute che abbandonavo e riprendevo senza
alcun senso, coprendole con teli spessi in grado di nascondere
ogni bellezza.
Presa dalla nostalgia, in quel fast food dove ero sola con i miei
ricordi, cominciai a guardare alcune foto sul telefonino e mentre
sfogliavo il mio passato, con la stessa rapidità in cui gli eventi
accadono e svaniscono nel tempo, arrivata a un’immagine, mi
fermai. L’uomo che avevo amato come nessun altro, mi abbracciava su una spiaggia, in un felice giorno d’estate. Si chiamava
Nick, ci eravamo conosciuti al College. Mi aveva affascinata fin
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dal primo istante. Con uno sguardo o un piccolo gesto, riusciva
a donarmi delle emozioni meravigliose. Nessuno mi aveva mai
fatto sentire così desiderata. Ciò che ci legava non era solo la
forte attrazione, ma anche le tante passioni che avevamo in comune. La musica, la letteratura, i viaggi, l’arte, erano i sentieri
che univano i nostri mondi e ci permettevano di comunicare.
L’intesa perfetta che avevamo, si fondava proprio sulla capacità
di comprendere l’uno, le esigenze dell’altra. Eravamo così vicini
da riuscire quasi a percepire i nostri pensieri. Negli occhi di Nick
vedevo tutto ciò che sognavo anch’io. Una famiglia, un figlio, il
desiderio di un amore lungo e pieno di esperienze da vivere insieme.
I progetti che volevamo realizzare, furono spazzati via dalla
morte di Sally. Quando mi accorsi di essere diventata anoressica,
Nick si impegnò con tutto se stesso per far sì che la nostra storia
potesse continuare. Mi diceva che ero bella, anche se non era
vero. Mi faceva regali e sorprese, per distrarmi e farmi pensare
ad altro. Perdevo peso e fiducia e lui era sempre lì. Lo amavo e
la sua presenza era fondamentale per me, ma ogni giorno, lo vedevo sempre più infelice. Mi sentivo orribile e non riuscivamo
neanche più a fare l’amore. Decisi di lasciarlo e dare almeno a
lui la possibilità di vivere una vita serena. Fu una giornata difficile per entrambi, ma sapevo di aver fatto la cosa giusta. Dovevo
riuscire ad amarmi da sola. Evitare di appoggiarmi agli altri e al
loro affetto. Essere forte o almeno, provare a sopravvivere.
Il giorno in cui Sally venne a trovarmi per la prima volta, ero
a letto, imbottita di farmaci. Cercavo di dimenticare Nick e tutte
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le splendide giornate che avevamo vissuto insieme. Stordirmi
con le medicine era il modo più rapido per cancellare il dolore e
i ricordi malinconici. Volevo allontanarmi da una realtà che mi
aveva portato via le persone più importanti, perdermi nell’oblio
della coscienza ed evitare di affrontare le amarezze.
Sally apparve all’improvviso e si sedette al mio fianco. Credevo si trattasse di un sogno o di un’allucinazione, ma appena
sentii la sua voce, cominciai a piangere. Mi spiegò che avevo un
dono e che non dovevo avere paura. Voleva che usassi questo
dono per aiutare le persone come me, coloro che soffrono per la
perdita dei propri cari. La sua voce, i suoi gesti, la dolcezza del
suo viso, mi diedero il coraggio per affrontare l’anoressia. Qualunque cosa sarebbe accaduta, sapevo che Sally mi avrebbe protetta. Non raccontai a nessuno ciò che avevo visto. Nelle condizioni in cui mi trovavo non mi avrebbero mai creduta. Tenni il
segreto per me. Quando cominciarono le visioni però, le immagini del passato che Sally decideva di mostrarmi, capii che dovevo rivelare al Detective Sheridan ciò che ero in grado di fare.
C’eravamo conosciuti qualche mese prima, in un momento
difficile per me e per la mia famiglia. Era stato lui a comunicarci
la notizia della morte di Sally. Il suo corpo era stato ritrovato da
un custode vicino a uno dei laghetti di Kensington Park. Sally
andava a correre nel parco tutte le domeniche. Dopo una settimana di lavoro, le piaceva poter guardare il cielo, gli alberi e i
colori delle piante. Le modalità dell’omicidio erano le stesse che
Sheridan aveva riscontrato in altri cinque casi che seguiva in
quel periodo. Sally era la sesta vittima di un killer che aveva
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colpito in diverse zone di Londra. Un uomo misterioso che
odiava le donne e le uccideva con una coltellata al cuore, infierendo sui loro corpi senza pietà. Un essere orribile e violento che
avrei imparato a conoscere, mio malgrado, in un tribunale.
Ascoltare mia sorella mentre mi raccontava ciò che aveva provato negli ultimi istanti della sua vita e vedere ciò che
quell’uomo le aveva fatto, fu la cosa peggiore che potesse mai
capitarmi. Eppure, grazie alle mie visioni, Sheridan avrebbe potuto fermare quell’assassino e anche se avevo paura, sentivo che
era la sola persona a cui potessi parlare del mio dono.
Quel giorno mi accolse nel suo ufficio e restò ad ascoltare
senza interrompermi. Era un uomo pragmatico e nel suo lavoro,
aveva imparato che solo delle prove schiaccianti possono rendere inattaccabile una tesi investigativa. Io non avevo nessuna
prova in grado di convincerlo di ciò che raccontavo, ma le mie
rivelazioni ispirarono al Detective un dubbio capace di scalfire
tutte le certezze che aveva. La sua parte razionale, da eccellente
investigatore, gli diceva che lo stress che avevo subito, i farmaci
e l’anoressia, mi stavano facendo impazzire. Ogni investigatore
però, ha anche un intuito irrazionale. Un sesto senso che li spinge
a seguire una pista che per la maggior parte delle persone sembra
assurda. Sebbene non credesse neanche a una parola, il suo intuito gli suggerì di fidarsi. Perdere qualche ora seguendo le mie
allucinazioni non gli sembrava una tragedia.
Due furono i dettagli che lo incuriosirono di più, la collanina e
il volto. L’assassino aveva un’abitudine, prendeva sempre un
oggetto alle sue vittime. Un bracciale, un orecchino, un anello.
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Erano i suoi trofei. A Sally aveva preso una collanina d’argento.
Un regalo che le avevo fatto io e a cui era molto legata. Nemmeno nell’Altrove riusciva a separarsi da quella collanina. Qualcosa la spingeva a cercarla. Spesso appariva per pochi secondi,
nel giardino di una villetta. Sally camminava in questo giardino
assieme ad altre donne e restavano a guardare il prato malinconiche. Erano tutte attratte da quel posto perché il loro assassino
abitava nella villetta e usava il giardino per nascondere i trofei
presi alle sue vittime.
Sally e le altre anime avrebbero voluto recuperare gli oggetti
che in vita avevano amato tanto e portarli ai loro cari, ma non
erano ancora in grado di realizzare degli apporti. Afferrare
quelle cose, portarle con sé, farle apparire in un altro luogo, comportavano uno sforzo e un’energia che non possedevano e sarebbero arrivate solo con il tempo. Sally provò tante volte, senza
riuscirci, a portarmi la collanina. Mi vedeva soffrire e voleva
darmi un segno della sua presenza, farmi capire che era lì accanto a me. Appena si rese conto che avevo una sensibilità particolare, di cui nemmeno io ero a conoscenza, decise finalmente
di mostrarsi, cambiando per sempre ogni idea che avevo sulla
vita e sulla morte.
Le visioni che arrivarono in seguito, mi diedero le percezioni
esatte di quella villetta. Era una costruzione piccola, medio borghese e ben tenuta. Non capivo in quale quartiere di Londra si
trovasse, ma avrei potuto dire esattamente quante finestre aveva,
e di che colore erano la porta o i muri, anche senza esserci mai
stata. Il giardino sul retro, curato e pieno di piante, il giardino
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dove Sally e le altre donne s’incontravano silenziose, mi era ormai familiare. Un luogo in cui anche bendata, avrei potuto indicare il punto dove era sepolta la collanina di mia sorella.
L’altra immagine che mi tormentava era il volto di
quell’uomo. Il volto che aveva visto Sally prima di morire. Lo
osservavo mentre era chino su di lei e la accoltellava. I suoi occhi
sembravano assenti, come se non si rendesse conto delle urla,
del sangue e di tutto l’orrore di quel momento. Il coltello che
usava per uccidere, lo nascondeva sempre assieme agli oggetti
presi alle sue vittime, o almeno, era ciò che vedevo. Piccoli
frammenti di realtà che si manifestavano nella mia mente. Istantanee nitide e allo stesso tempo confuse.
Dopo aver ascoltato il mio racconto, il Detective Sheridan ordinò a un agente di seguire le mie indicazioni e preparare un disegno della villetta e un identikit dell’uomo che dicevo di percepire durante le visioni. Fece chiamare lo studio di un architetto
famoso e gli inviò tramite mail il disegno della villetta per provare a capire in quale quartiere di Londra potesse trovarsi una
costruzione di quel tipo. Dopo qualche ora, l’architetto indicò tre
quartieri. Solo in quelle zone potevano essere realizzate villette
con caratteristiche simili. In breve tempo, le volanti che erano in
giro per la città, ebbero l’ordine di perlustrare i quartieri indicati
e trovare la villetta del disegno e chiunque corrispondesse
all’identikit. L’assassino fu arrestato mentre falciava il prato e
sorseggiava una limonata.

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Si chiamava Ronnie Gates, aveva cinquant’anni e sembrava un
tipo colto e raffinato, amante della pittura di Gauguin e collezionista d’arte. La realtà della sua vita però, non era come l’idillio
primitivo e incontaminato dei quadri di Gauguin. Ciò che rappresentava meglio il cuore oscuro di Ronnie, erano i quadri degli
espressionisti tedeschi. Il nero e il malessere convivevano in
un’esistenza confusa e brutale.
Durante l’infanzia, la madre, tossicodipendente e con problemi
economici, lo aveva umiliato e maltrattato. Non avevano denaro,
e lui era costretto a lavorare per mantenere entrambi. Il padre di
Ronnie li aveva abbandonati prima che lui nascesse, e sua madre
sfogava le sue frustrazioni sul bambino. Nonostante l’infanzia
difficile, era riuscito a far successo in un’azienda pubblicitaria.
Il denaro e la conoscenza delle persone giuste, sembravano aver
allontanato il passato. Un giorno però, il suo capo, una donna
molto affascinante, decise di licenziarlo a causa di alcune
avances eccessive. Divenne la sua prima vittima. La prima di
una lunga serie.
Per quanto provasse a conquistarle e cercasse amore e rispetto
da parte loro, Ronnie odiava le donne. Le disprezzava profondamente e desiderava torturarle e farle soffrire, così come aveva
fatto sua madre con lui. Dopo aver cominciato per vendetta, decise di continuare per puro piacere. Sally era stata la sua ultima
vittima. Scelta a caso, come le altre, tra le tante donne che avevano avuto la sfortuna d’incrociare il suo cammino.

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Tutte le mie descrizioni corrispondevano alla perfezione. Gli
agenti trovarono il coltello usato per gli omicidi e gli oggetti che
l’uomo aveva nascosto, nel punto indicato in giardino. Il Detective Sheridan era perplesso. La sua mente razionale non riusciva
a comprendere ciò che era accaduto. Decise di non farsi domande e di accettare le cose com’erano. Ai suoi superiori raccontò che erano stati alcuni informatori anonimi ad aiutarlo a
trovare Ronnie Gates. Nessuno creò problemi, il Detective era il
migliore a Scotland Yard e il suo prestigio gli dava grande libertà
di movimento.
Qualche tempo dopo però, l’agente che aveva disegnato
l’identikit, con la speranza di avere una promozione, rivelò la
verità. Sheridan aveva arrestato il serial killer e risolto il caso,
ma il fatto che avesse mentito sui mezzi paranormali usati per
raggiungere la soluzione e l’idea stessa di affidarsi a tali mezzi,
gli causarono un richiamo ufficiale e la sospensione per alcuni
giorni. Al suo ritorno, nulla fu più lo stesso. Dopo Ronnie Gates
ci furono altri assassini arrestati con il mio aiuto e altre anime
perdute che cercavano in me un ponte per rivedere i propri cari.
Mentre ripensavo a quei momenti lontani, sfiorai la collanina
da cui non mi separavo mai. La collanina d’argento che avevo
regalato a Sally tre anni prima e che ormai portavo sempre con
me. Non mi ero accorta che i ragazzi del fast food stavano pulendo i tavoli e dovevano chiudere. Gettai i resti della mia cena
in un cestino e uscii pensierosa lasciandomi alle spalle ciò che
non potevo più cambiare.

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Nulla è più lo stesso quando s’incontra il dolore. Certi ricordi
non ti abbandonano mai. Restano incisi nella memoria come tagli che si riaprono ogni volta che vengono sfiorati. Ferite invisibili disegnate sul cuore. Quella notte, camminai per le strade e i
vicoli di Londra fino a sentirmi stanca di tutti i rumori e le parole. Arrivata a casa, mentre chiudevo la porta, Sally accese la
radio in soffitta. Un sorriso si disegnò sul mio volto. Non sentivo
più nessun dolore…

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Diario redatto dal Detective Tom Sheridan, nel corso
delle indagini sulla morte della piccola Kate Miller

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6 novembre
Il mio mestiere si fa ogni giorno più insostenibile. Eventi come
la morte di Kate Miller, mi spingono a chiedermi che senso abbiano il dolore e il male. Forse sto solo invecchiando e mi abbandono a malinconie o paure che da giovane non avevo. Anche
le facoltà di Eva, inevitabilmente, contribuiscono ad aumentare
le mie inquietudini. Accettare fino in fondo una realtà ignota
come quella degli spiriti, è molto difficile per me e credo che
non mi abituerò mai alle evocazioni. Nonostante i dubbi e le incertezze, non posso ignorare gli eventi straordinari a cui ho assistito in questi anni. L’aiuto di quella ragazza, come sempre, è
stato determinante anche nell’indagine Miller.
Stamattina, dopo diverse ricerche, i miei uomini hanno finalmente individuato una società che ha come simbolo un grattacielo che sfiora un cielo stellato. Si tratta della multinazionale
Nimrod Construction. La proprietaria è Lily Harah, erede di
un’importante dinastia di costruttori israeliani. É una donna
molto impegnata e sempre in giro per il mondo. Non ho avuto
modo di parlare con lei ma non servirà, l’azienda non ha nessun
coinvolgimento con la scomparsa di Kate e i suoi dirigenti londinesi, si sono dimostrati molto disponibili nei confronti dei miei
uomini. Gli operai che lavorano nei cantieri della Nimrod Construction, indossano divise che presentano le stesse caratteristiche individuate da Kate sulla divisa presente nel furgone del suo
rapitore.

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Abbiamo controllato i registri dei dipendenti ed è emerso che
uno degli operai, un certo Ferenc Kovacs, un uomo di mezz’età
di origine ungherese, pochi giorni dopo la scomparsa improvvisa
della bambina, abbandonò il lavoro senza dare spiegazioni. L’ultimo domicilio riconosciuto di Kovacs è un appartamento in una
palazzina popolare nel quartiere di Hackney. Ci siamo recati a
casa sua per porgli delle domande, ma risulta irreperibile da nove
mesi.
10 novembre
Gli interrogatori che abbiamo effettuato agli amici di Kovacs, ai
suoi vicini e alla sua ex moglie, ci hanno fornito il ritratto di un
uomo con numerosi problemi economici dovuti al gioco d’azzardo. Era anche un alcolizzato e un violento. La fine del suo
matrimonio fu causata proprio da alcuni maltrattamenti subiti da
sua moglie quando vivevano insieme.
Dopo il divorzio, Kovacs si era chiuso in se stesso. Ogni sera,
al rientro dal lavoro, acquistava una bottiglia di whisky in un
negozietto del suo quartiere. L’alcol gli aveva causato numerosi
danni e assumeva farmaci per attutire i dolori. Qualche mese
prima del rapimento di Kate, era stato inserito in una lista d’attesa per un trapianto di fegato in un ospedale pubblico. Avrebbe
dovuto attendere ancora molto prima di poter essere operato. Diversi elementi mi spingono a indagare su quest’uomo:
-

La vita sregolata che conduceva, i problemi economici e di salute, le frustrazioni accumulate negli anni
e l’indole violenta, lo rendevano una persona fragile
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-

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e manipolabile. Nelle condizioni in cui si trovava, davanti a un’offerta irrinunciabile, avrebbe accettato
qualunque compito, anche rapire una bambina.
Tra le mansioni che svolgeva alla Nimrod Construction era solito guidare un furgone bianco, di proprietà
dell’azienda, nel quale raccoglieva e trasportava diversi attrezzi.
L’orario in cui Kate è stata rapita, corrisponde a
quello in cui l’operaio smetteva solitamente di lavorare e riportava il furgone nella sede centrale della
Nimrod.
Il giorno in cui la bambina è scomparsa, Kovacs ritardò la consegna del furgone di quasi un’ora. Non
era mai accaduto prima.

(È molto probabile che abbia impiegato quel tempo per sequestrare Kate e usare il furgone dell’azienda per portarla nella foresta in cui la setta ha realizzato il suo rituale.)
-

Al termine del rituale, ci fu una discussione concitata
tra il Gran Sacerdote e una delle tuniche nere e i due
si riferirono al rapitore della bambina, sottolineando
la sua origine ungherese.

Anche se queste fossero solo ipotesi, Ferenc Kovacs non aveva
alcun motivo per abbandonare il lavoro da manovale che svolgeva da vent’anni e costituiva la sua unica fonte di reddito. Il suo
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allontanamento e i numerosi indizi a suo carico, rendono l’uomo
il maggiore sospettato del rapimento di Kate. Durante le perquisizioni effettuate nel suo appartamento, abbiamo scoperto che
l’uomo ha portato con sé il passaporto. Ho inoltrato una sua foto
ai colleghi dell’Interpol, la loro collaborazione sarà determinante per arrestarlo.
14 novembre
Ho esaminato gli archivi di Scotland Yard e credo di aver individuato la donna che morì la stessa notte in cui Kate fu uccisa.
Si chiamava Jelena Petrovna, aveva ventitré anni ed era una prostituta di origine russa. Il corpo della donna fu ritrovato in una
vasca da bagno, nell’appartamento in cui viveva. L’autopsia effettuata dal coroner, attribuì il decesso a un ictus celebrale causato da un potente allucinogeno assunto in quantità eccessive.
Gli agenti che si occuparono della morte della Petrovna, trovarono nei suoi cassetti numerosi flaconi contenenti acidi e metanfetamine. Mancando gli elementi per avviare un’indagine più
approfondita, chiusero il caso rapidamente, considerando Jelena
una tossicodipendente abituale, morta in seguito all’abuso di
droga.
Non mi sorprende il fatto che i colleghi furono ingannati dalla
messa in scena realizzata dai membri della setta. Le persone che
si occuparono di spostare il cadavere della Petrovna, dalla foresta dove la ragazza morì, al suo appartamento, agirono da veri
professionisti. Non lasciarono né impronte, né altri segni sospetti, riempirono la casa di droghe e immersero il cadavere di
Jelena nella vasca piena d’acqua e sapone, cancellando tutte le
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tracce che avrebbero potuto aiutare il coroner a recuperare indizi
utili. La ragazza rimase un’intera settimana in quella vasca. Fu
una delle sue amiche, la giovane prostituta Anastasia Nazarova,
anche lei di origine russa, a chiamare la polizia. Si era insospettita dopo aver telefonato più volte sul cellulare della Petrovna,
senza ricevere risposte. Ho intenzione d’interrogare Anastasia
per provare a ottenere qualche informazione.
15 novembre
La signorina Nazarova è sembrata molto contenta dell’attenzione che sto mostrando nei confronti della sua amica Jelena.
Voleva molto bene a quella ragazza. Ho deciso di tenerla
all’oscuro dei dettagli macabri legati al rituale della setta, ma le
ho fatto intuire che la morte di Jelena è legata all'omicidio di una
bambina. Anastasia ha deciso di aiutarmi a capire cosa è successo alla sua amica.
La notte in cui Jelena morì, le due ragazze sarebbero dovute
andare insieme in un luogo misterioso. Anastasia aveva la febbre
e restò a casa, la sua amica invece andò in quel posto e una settimana dopo fu ritrovata senza vita. Interrogata dagli agenti che
indagavano sul decesso di Jelena, Anastasia preferì nascondere
questo particolare. Il loro protettore aveva minacciato sia lei che
le altre prostitute, affinché non menzionassero il luogo misterioso. Anche se non disse nulla ai poliziotti, la Nazarova si fece
raccontare dalle ragazze numerosi dettagli su quella serata:
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Le prostitute e il protettore vennero condotte in quel
luogo all’interno di un bus privato di proprietà dei
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clienti. I vetri erano stati offuscati per evitare che potessero riconoscere il percorso. Solo l’autista sapeva
dove erano diretti.
Arrivati a destinazione, l’autista bendò il protettore e
le ragazze e li fece scendere dal bus accompagnandoli all’interno di una villa. Quando si tolsero le
bende, si trovarono in una stanza dalle pareti rosse.
L’autista disse alle ragazze di spogliarsi e bere una
bevanda presente in alcuni calici posti su un tavolo.
La droga presente nella bevanda entrò subito in circolo, rendendo i loro ricordi molto confusi.
Due persone misteriose, che indossavano tuniche
nere e maschere bianche, le condussero in una foresta
a pochi passi dalla villa, consegnandole ad altri uomini mascherati, con i quali cominciarono un’orgia
davanti a una statua gigantesca e spaventosa.
Nessuna ragazza si accorse che Jelena stava male.
Non riuscivano a distinguere la realtà dalle allucinazioni. Jelena morì senza ricevere soccorsi.
Il protettore restò nella villa fino al termine dell’orgia
e appena le ragazze tornarono, l’autista bendò tutti e
li ricondusse al bus.
Gli uomini incappucciati erano tutti molto ricchi. Lavorare per loro, permise al protettore e alle prostitute,
di guadagnare cifre molto alte che nessun cliente
aveva mai pagato prima. Il protettore ricevette anche
un indennizzo cospicuo per la perdita che aveva subito di una delle sue ragazze.
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I riferimenti che mi ha dato la Nazarova corrispondono perfettamente a ciò che ha visto Kate:
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Una foresta.
Uomini con tuniche e maschere.
Una statua che incute timore.
Un rituale sessuale che precede quello sacrificale.

Ho promesso alla Nazarova di aiutarla a cambiare vita. È una
brava ragazza e m’impegnerò con tutto me stesso per farle avere
dei documenti validi e trovarle un lavoro dignitoso. Mi ha dato
il nome del suo protettore, si chiama Ivan Vasilyev, un trafficante di donne di origine russa, che fa entrare illegalmente le sue
connazionali nel Regno Unito costringendole a prostituirsi. Ho
intenzione di arrestarlo per sfruttamento della prostituzione e interrogarlo in maniera approfondita.
16 novembre
Questa mattina, intorno alle undici, Ivan Vasilyev ha subito un
incidente. Una perdita di gas ha causato l’esplosione improvvisa
della sua villetta. La sua morte mi ha molto turbato. Quando me
l’hanno comunicata, avevo appena ricevuto il mandato di cattura
nei suoi confronti e stavo per procedere al suo arresto. Anche se
non ho prove, ritengo che Vasilyev sia stato eliminato dalla setta.
Aveva fatto affari con loro e poteva aiutarmi a capire chi si nascondeva sotto i cappucci e le tuniche nere.

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18 novembre
Ancora una brutta notizia. Anastasia Nazarova è stata uccisa. Il
decesso è avvenuto ieri notte in seguito a un’aggressione subita
nel parcheggio di una discoteca. La Nazarova era in compagnia
di un’amica. Le telecamere presenti nella zona, hanno ripreso
una motocicletta con a bordo due uomini dai volti coperti, che si
sono avvicinati alle ragazze mentre entravano in auto per tornare
a casa. Uno degli uomini, minacciandole con un coltello, si è
fatto consegnare le borse e i braccialetti che indossavano. Aiutato dal suo complice, ha provato a violentare le due malcapitate
che hanno opposto resistenza urlando e colpendo gli aggressori.
Anastasia è stata raggiunta da diverse coltellate ed è morta davanti alla sua amica. I due uomini sono fuggiti e per il momento
non siamo riusciti a individuarli.
La morte di Anastasia non può essere una tragedia accidentale.
Quella ragazza è un’altra vittima del tentativo d’insabbiamento
che sta portando avanti la setta. Purtroppo, finché non avrò delle
prove concrete, le morti di Vasilyev e della Nazarova possono
essere considerate solo degli incidenti.
19 novembre
Ho interrogato le prostitute che lavoravano per Vasilyev. Nessuna di loro ha confermato le dichiarazioni rilasciate qualche
giorno fa dalla Nazarova. Sostengono che abbia inventato tutto
solo per farsi aiutare da me a cambiare vita. Queste ragazze sono
le uniche testimoni ad aver visto il luogo misterioso e a poter
attestare l’esistenza della setta. Senza le loro conferme, le affer43
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mazioni di Anastasia non hanno alcun valore. Dopo gli "incidenti" capitati a Vasilyev e Anastasia, dubito che daranno un
contributo alle indagini. Temono per la loro incolumità. Non so
più cosa pensare. Il tempo passa e tutte le volte che mi avvicino
a una pista interessante, accade qualcosa che m’impedisce di
continuare. Comincio a credere che qualcuno controlli le mie
azioni.
20 novembre
Ho chiamato alcuni tecnici e nel corso di una bonifica, hanno
trovato delle cimici all’interno del mio ufficio e sostengono che
il mio telefonino fosse sotto controllo da tempo. Le cimici sembrano essere le stesse date in dotazione agli agenti del MI5 e del
MI6. I miei superiori, l’Ispettore Capo Hays e il Sovrintendente
Chambers, mi hanno promesso che condurranno un’indagine rigorosa per scoprire i nomi di coloro che mi spiavano.
Sono molto preoccupato. Perché i servizi segreti inglesi sono
interessati al mio lavoro? Non riesco a capire. Ho deciso di cambiare la scheda del mio telefonino e parlare solo con le persone
di cui mi fido. Questo diario che porto sempre con me, è l’unico
spazio in cui mi sento libero di esprimere tutti i miei pensieri.
22 novembre
Stamattina ho trovato un bigliettino anonimo nella mia buca
delle lettere. É scritto al computer in uno strano linguaggio simbolico:

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Se vuoi fermare l’orrore, spegni i bracieri nella Valle di
Geenna.
È il nome di un luogo antico, ma anche il nome della setta che
stai cercando.
Londra e Los Angeles sono i centri più importanti del loro
culto.
Moloch è il loro Dio.
Al Bethlem Royal Hospital è ricoverato un bambino.
Il suo nome è Jason.
La setta ha abusato di lui e di tanti altri bambini segnandoli per
sempre nel corpo e nell’anima.
La sua mano sinistra è stata marchiata a fuoco con il simbolo
astronomico di Saturno

È l’unico bambino di Remphan che siamo riuscite a salvare.
La nostra posizione non ci permette di esporci troppo, ma cercheremo di aiutarti.
Non sei solo in questa battaglia.

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