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Il dramma borghese di Carlo Cavallo .pdf



Nome del file originale: Il dramma borghese di Carlo Cavallo.pdf
Titolo: cavallo_word_25nov_pag67

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a Giovanni Raffaele

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Opere di Giuseppe Oliveto scritte per il Comune di Satriano di Lucania:

Il Santo di Palazzo Guarini (2012)
Brevi discorsi sulle famiglie e sui cognomi di Pietrafesa (2015)

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IL DRAMMA BORGHESE
DI CARLO CAVALLO

Giuseppe Oliveto

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Quest’opera è un libero omaggio letterario a “L’avventura d’un povero cristiano” di
Ignazio Silone, da cui è liberamente ispirata nella forma. Si tratta di un’opera
letteraria teatrale e non di una messa in scena.
Gli eventi raccontati in quest’opera sono tutti realmente accaduti e documentati. Per
esigenze di rappresentazione scenica l’ordine cronologico di alcuni di questi eventi è
stato modificato.
L’opera è stata commissionata dal Comune di Satriano di Lucania che si riserva il
diritto di stampare e ristampare in numero illimitato di copie ed è stata realizzata
nell’ambito del progetto esecutivo per i lavori di recupero aree di sedime di via Santa
Maria e Piazzile.

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Quattro giorni e cinque notti di pioggia incessante. 

Tanta acqua la gente di Pietrafesa non l’ha mai veduta. Per lo meno
quelli che sono in vita nel 1808; nel mese di luglio del 1808.
Roccandrea Pascale, di dodici anni, è morto il secondo giorno
tentando, con suo padre, di portare in salvo alcuni utensili nei fondi
dei Loreti a Pantanelle. Un costone terroso se lo è inghiottito. 

La vecchia Rosaria Maicco, invece, è rimasta imprigionata nella sua
stanza a piano terra in un complesso di casupole a Sant’Eustachio.
Avrà gridato, ma nessuno è riuscito a sentirla. È stata sommersa dal
fango. Era la terza notte. 

Dei due fratelli Giuseppe e Vitantonio Palermo non si è saputo più
niente già dal primo giorno, dopo che sono usciti per mettere in
sicurezza il molino comunale sul Melandro. Molino che è andato
completamente distrutto. 

La piccola cappella dei Cavallo, alla Madonna della Rocca, ha resistito
fino alla quarta notte, quando è completamente franata nel torrente
ingrossato come un fiume in piena. Verrà ritrovata solo la piccola
campana, dopo una settimana, nei terreni degli Abbamonte a
Ischia, infossata tra le rocce del Melandro, ormai prosciugato dalla
quiete e dal sole. 

Assieme alla chiesetta sono crollati un pezzo intero dell’antica roccia
e un paio di abitazioni in pietra nelle quali si rifugiavano alcuni
contadini regnicoli al servizio dei Cavallo, durante la stagione
invernale. I danni per Pietrafesa sono stati ingenti. I componenti
dell’università cittadina hanno chiesto al barone di Brienza e al
vescovo di sospendere per tutto l’anno il pagamento dei dazi dovuti.
Non hanno ottenuto neppure una rateizzazione. Il sentimento anti
feudale, a Pietrafesa, raggiunge il picco più alto di tutta la sua storia.

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PERSONAGGI

don Carlo Cavallo, l’anima di don Donato Cavallo, notaro Gennaro
Pascale, don Francesco Cavallo, don Rocco Cavallo, don Vincenzo
Abbamonte, don Vincenzo Gagliardi, Nicola Manfreda, don
Francesco Loreti, don Donato Loreti, don Gregorio Vallano, Maria
Gagliardi, mastro Rocco Colucci, il barone Caracciolo e altri
personaggi secondari.

I fatti di seguito raccontati si svolgono dal 1812 al 1820. Gli anni più
avventurosi e reazionari di tutta la storia di Pietrafesa.

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Atto I

L’ANIMA DI DON DONATO INTRODUCE LE VICENDE

La piazzetta della Madonna della Rocca con le macerie della cappella
dopo l’alluvione è lo spazio scenico. Sullo sfondo ci sono solo le rocce
e alcune tavole marce inchiodate tra di loro, rimaste incastonate tra
le pietre. L’ambientazione è buia e si avverte in sottofondo il
ticchettio di una fitta pioggerella. Una tenue luce illumina il
personaggio al centro della scena. Si tratta di un uomo sui
sessant’anni con lunghi capelli bianchi che gli scivolano fin sulle
spalle e viso ben rasato. È abbigliato con vestiti da borghese e una
piccola pistola a schioppo fa mostra di sé nella fondina di cuoio che
gli tiene fermi i pantaloni. Con un sorriso beffardo l’uomo entra in
scena e avanza verso il pubblico, dopo aver osservato le macerie
della chiesa.

DONATO CAVALLO I miei sentiti omaggi alle madame e ai
gentiluomini che vorranno prestare le orecchie, la vista e l’attenzione
per seguire i racconti di questa vecchia anima del Purgatorio. Le
tante messe comprate a suon di tornesi e la rigorosa dottrina
impartita nella mia casa per generazioni, hanno guidato la mano del
Padre Eterno. La sua clemenza mi ha evitato le fiamme dell’Inferno
che le nefandezze commesse in vita avrebbero ampiamente
giustificato. 

Le vicende che di seguito saranno narrate, attraverso le scene e i
dialoghi più significativi, raccontano la storia di uno dei personaggi
più carismatici, geniali e affascinanti di tutta la storia di Pietrafesa.
Lieto di fare la vostra conoscenza. Il nome che mi fu imposto alla
nascita è Donato Cavallo, e quella che vi intratterrà di seguito, è la
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storia del figlio mio, Carluccio. 

L’autore ha preteso che fossi io, ormai inconsistente corpo
consumato dal tempo, a introdurvi queste vicende. Una storia
cominciata tre secoli fa grazie alle rendite di questi fondi rigogliosi,
alle pendici della Rocca. Non si arricchì il mio avo Giovanni Anzio,
troppo timoroso per rubare al barone e alla chiesa. Resistette però
agli avidi desideri dei Vignola e non cedette i diritti sulle sue terre,
trasferendole al figlio Girolamo e poi al di lui primogenito
Marc’Antonio. Costui accumulò tante ricchezze e inviò il suo figliolo
amatissimo, Leonardo, a Roma per studiare alla Sapienza. Voleva
farne un vescovo. Ma l’animo di Leonardo era tutto proteso alla
scienza, affascinato com’era dalle costellazioni e dall’atmosfera, oltre
che suggestionato dal nome che portava con orgoglio. Studiava il
moto delle nuvole e del sole, dei venti e della pioggia. Leggeva libri
olandesi e amava imbastire teorie. Quando tornò a Pietrafesa era il
principio del Diciottesimo secolo. Suo padre si attendeva
l’ordinazione sacerdotale e invece Leonardo passava le giornate coi
contadini e con gli allevatori per farsi raccontare esperienze da
annotare sul suo quaderno di cuoio. Conosceva ormai tutte le
alluvioni e i fenomeni atmosferici degli ultimi cent’anni a Pietrafesa.
Una mattina d’estate, dopo una violenta grandinata che aveva
distrutto ogni raccolto, il giovane Leonardo si decise ad affrontare
suo padre. Costruisci una cappella, gli disse, invece di aspettarti
inutilmente ch’io mi faccia prete. Ergila sulla Rocca possente nelle
nostre terre. E poi convoca il fabbro Antonio Lomiento. Il vecchio
Marc’Antonio dovette trovare l’idea interessante. Mentre si costruiva
la chiesetta dedicata alla Madonna, Leonardo dava indicazioni a
mastro Lomiento su come fabbricare una piccola campanella di
metallo. Doveva avere una certa forma con alcuni piccoli fori che,
una volta sistemata la campana sulle travi, dovevano essere rivolti a
Nord. Leonardo era certo che quella campana, suonando al sorgere
di un temporale, grazie a un batacchio dalla forma peculiare,
avrebbe potuto scongiurare l’arrivo della grandine. Da quel tempo i
contadini non hanno mai smesso di suonare la campana al ravvisare
del periglio.

Il nipote di Leonardo, il padre mio Gerardo, ha ristrutturato quella
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chiesa rinforzando anche le travi della campana. Un grande
bestemmiatore, quel padre mio, ma timoroso di Dio. Al punto da
spendere in messe e per la ristrutturazione dell’amata cappella di
famiglia, una splendente fortuna. Forse pensava di riequilibrare in
questo modo le sue sorti di fronte al Signore, avendo guerreggiato
per anni col vescovo Anzani e rubato terreni alla Chiesa. 

Il suo temperamento autoritario si è travasato come per
incantesimo tutto nelle vene di mio figlio Carlo. Ricordo i patimenti di
mia moglie quando nei primi anni di vita questo nostro figlio non
faceva nulla di quello che solevano fare le altre creature. Restava da
solo giornate intere a intrattenersi facendo strofinare tra di loro le
sue stesse unghie, con lo sguardo perso di fronte alle pietre. Faceva
di conto a 4 anni come un uomo maturo. Tante volte non ci
guardava in volto continuando a rimanere imprigionato nei suoi
pensieri. Camminava sempre rasente ai muri e aveva un’andatura
caracollante. Dopo i cinque anni ha cominciato a parlare con noi e
con gli altri argomentando finalmente discorsi sensati. E mi accorsi
immediatamente che quegli anni precedenti non erano andati
perduti. Invece di un bambino mi ritrovai subitamente un uomo. 

Vi racconto di come a sette anni già desse disposizioni ai contadini
che lavoravano le terre della mia famiglia e ai custodi delle vacche e
delle pecore. E da costoro era già riverito e sinceramente rispettato.
Alla stessa età aveva già appreso le nozioni più complicate di
teologia avendo come tutore personale don Rocco Moscarella, che
sarà suo padre spirituale fino alla morte. Ha vissuto i moti del 1799
partecipando con piccoli compiti da messaggero, mostrando
maggiore avvedutezza e scaltrezza di tanti uomini fatti. Cavalcava
già come un adulto e sapeva maneggiare le armi. Ne ero talmente
orgoglioso che poco prima di morire lasciai un testamento scritto nel
quale consegnavo al mio primogenito Francesco (più grande di
diciotto anni rispetto a lui) i diritti e le rendite già acquisite, ma
imponevo che gli interessi della famiglia fossero gestiti dal piccolino
al compimento del sedicesimo anno di età. 

In un’ultima chiacchierata col mio figlio prediletto sulla rocca della
cappella di famiglia, gli domandai cosa potesse promettere a un
infermo ormai sul punto di morire. Il bambino, scrutando l’orizzonte,
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non ebbe nessun dubbio e nessuna esitazione indicando con il dito
l’enorme feudo del Castellaro, sotto la Torre della distrutta Satriano.
Mi promise e spergiurò che tutti quei tomoli di terreno un giorno
sarebbero diventati suoi. Sorrisi e gli poggiai una mano sulla spalla,
convinto che lo avrebbe fatto. Che avrebbe realizzato il sogno di
Gerardo, mio padre. Espropriare la chiesa e la baronia dei terreni più
redditizi e importanti di tutto il circondario. L’ultimo baluardo che il
vescovo Anzani aveva posto a difesa della sua autonomia contro le
azioni di mio padre. Quando morii, tra mille tormenti, dopo aver
cacciato a calci nel deretano due medici ciarlatani che Francesco mi
aveva condotto in casa direttamente da Potenza, il piccolino tenne
testa al fratello più grande e ottenne la fiducia dell’altro fratello,
Rocco, maggiore di due anni. Non ebbe neppure necessità di tirare
fuori il testamento che io scrissi. Si prese tutto da solo. 

Lo affermo in premessa, in modo che la questione morale non
venga affrontata oltre, e chi si senta in obbligo di giudicare possa
anzitempo abbandonare la sua sedia e il teatro. La spinta di
Carluccio è sempre stata il danaro. Tutto quello che ha fatto, ogni
sua azione, sono stati generati da questa sua insaziabile avidità. La
sua particolare intelligenza, il suo carisma, i suoi modi affascinanti
hanno fatto sì che fosse finanche amato dai suoi compaesani. Ma lo
ribadisco a ché lo sappiate: in Carluccio non vi è mai stato un
sentimento umano reale che non fosse la mera spinta verso il
guadagno. Non ha amato sua madre come un figlio è solito fare. Né
ha amato me più di quanto non fosse necessario per soddisfare il
suo ego. A modo suo credo abbia amato solo una volta.
Mentre pronuncia queste parole viene bruscamente interrotto da
una voce fuori campo, che è quella dell’autore.
L’AUTORE Questo non lo potete anticipare, don Donato. È materia
viva della rappresentazione. 

DONATO CAVALLO Abusavo del potere che mi era stato concesso,
riportandomi in vita su questo palco. Domando venia. 

L’AUTORE Avete compiuto un ottimo lavoro finora, don Donato.
Adesso potete terminare la vostra preziosa introduzione.

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DONATO CAVALLO Ebbene, eravamo giunti alla premessa.
Premessa per la quale vi chiedo di non giudicare l’amato figlio mio.
Non fu un eroe e come tale non sarà mai ricordato. Per di più la sua
pena l’ha già scontata in vita per quella sua natura dura e arcigna.
Ma come ben vedrete e ascolterete, senza questa sua inumana
inclinazione, non sarebbe stato don Carluccio Cavallo. (Si
commuove).

L’AUTORE Volete tornare un momento dietro le quinte, don Donato?

DONATO CAVALLO No no, mi ricompongo (asciugandosi gli occhi). A
sedici anni questo figlio mio era già il più temuto e rispettato di
Pietrafesa. La gente sa riconoscere chi ha carisma, forza e fermezza.
Per di più in molte occasioni Carluccio aveva umiliato i Signori con
furbizia e insolenza. Sempre impunemente. 

Una volta fece sparire dalle stalle del palazzo Loreti i due
purosangue di famiglia e al loro posto la mattina fece ritrovare un
paio di galline. Vi potete immaginare la rabbia del Magnifico don
Donato Loreti, all’alba, quando i servi gli comunicarono l’imbasciata.
Il vecchiardo scese in piazza e ordinò al banditore di minacciare
pubblicamente l’autore dello scherzo. Era mezzodì quando davanti al
palazzone si ritrovò quasi tutta la gente di Pietrafesa e il banditore
cominciò a leggere le minacce scritte dal Loreti. A un certo punto
scese sulla piazza un silenzio surreale e si sentirono solo gli zoccoli di
un cavallo. Era il puledro di Carluccio che al trotto si avvicinava,
mentre lui sorrideva beffardamente in groppa. Cercate il colpevole
del furto nelle vostre stalle? Domandò ridendo. Suvvia don Donato,
continuò Carluccio, state sereno. I vostri cavalli sono ancora vivi.
Dopo aver pronunciato questa frase tirò a terra quattro pezzi di
orecchie di cavallo. Gliele aveva tagliate, a quei poveri animali. Il
vecchio sventurato non riuscì neppure a urlare qualcosa che la gente
cominciò a ridere. Era evidente che ormai avevano scelto tutti chi
rispettare. Dopo qualche giorno restituì i cavalli a patto che il Loreti
gli riconsegnasse le galline in perfetto stato di salute. Forse per
dimostrare la sua illusoria superiorità o la sua rabbia, l’uomo, una
volta consegnati i cavalli, fece scannare i polli, lasciandoli davanti alla
piazza. Don Carluccio la notte stessa li prese e li andò a sotterrare
alla Serra con il suo carretto. Quel gesto fece innamorare
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ulteriormente la gente di lui e il povero Loreti non poteva far altro
che schiumare rabbia. 

L’AUTORE Vostro figlio sapeva come stupire e ammaliare la
popolazione di Pietrafesa.

DONATO CAVALLO Ogni suo gesto, ogni sua azione erano
accompagnati dalle note di ammirazione di tutti. Aveva slanci di
onore, generosità, ma anche di brutalità e di cattiveria. Sovente la
gente era costretta a passare dall’ammirazione pura al terrore. 

L’AUTORE Avete già descritto bene la natura del vostro figliolo. Non
tormentatevi oltre rammentando di continuo il suo lato oscuro.
Lasciate che siano gli altri a giudicare.

DONATO CAVALLO (fa un breve cenno di assenso con il capo) Aveva
capito, Carluccio, che c’era una sola persona da lusingare a
Pietrafesa. Il giovane Vincenzo Abbamonte, maggiore di otto anni
rispetto a lui. A costui piaceva rivestire cariche politiche. Amava
avere contezza di comandare. E il mio figliolo lo aveva compreso da
subito, assecondando questa sua vacua vanità. A Carluccio non
interessavano le cariche. Egli amava il potere vero, non quello delle
marionette. Favoriva l’ascesa politica dell’Abbamonte, anche fuori da
Pietrafesa, attraverso un’alleanza indissolubile. Coinvolgeva
l’Abbamonte nelle sue battaglie col barone e con la chiesa facendogli
credere che fossero anche le sue. E questo all’altro bastava. Si erano
spartiti Pietrafesa. I Loreti e gli Abbamonte non lo sapevano ancora,
ma in realtà mio figlio Carluccio se lo era già preso tutto, il paese.

L’AUTORE Vi concedo un ulteriore ricordo di quando eravate in vita
anche voi, don Donato, prima di congedarvi. Se volete.

DONATO CAVALLO (l’uomo fa ancora una volta un cenno di assenso
con il viso) Aveva dieci anni, o forse undici. I nostri allevatori della
Cerasa, verso la montagna del Casone, mandarono un paio di loro
delegati giù in paese per riferire a me. I lupi stavano decimando le
pecore. Non si erano visti tanti lupi da decenni. Il freddo dell’ultimo
inverno aveva spinto gli animali sempre più a valle. Mi chiesero di
inviare altri uomini con fucili, per una battuta di qualche giorno. Il
piccolo Carluccio si intromise durante l’udienza e mi domandò
quanto ci sarebbe costato assoldare cacciatori. Gli dissi che
avremmo dovuto farne venire alcuni da Brienza, da Atena, da Vietri
\! 13\

e che ci sarebbe costato molto. Naturalmente sull’aiuto economico
del barone non avremmo potuto contare. Carluccio si procurò
alcune borse piene di chiodi, polvere da sparo e altra roba tossica e
con il suo cavallo seguì gli allevatori fino alla Cerasa. Ordinò di
macellare una decina di pecore. All’interno delle carni fresche fece
inserire i chiodi e altro materiale avvelenato. Fece spargere le
carcasse nei punti maggiormente colpiti dagli assalti e restò per tre
notti a dormire con gli allevatori. Me lo riportarono in trionfo in paese
con le pelli di almeno una quarantina di lupi.

L’AUTORE Grazie di tutto, don Donato. Adesso questa storia può
principiare.
Donato Cavallo con passo lento e incerto si volta di schiena e
abbandona la scena. Le luci sono completamente spente a simulare
la notte con la pioggia sempre in sottofondo.

L’OSSESSIONE PER IL CASTELLARO

La scena si svolge sempre davanti alle macerie della chiesa, sulla
Rocca. Non c’è più la pioggia come sottofondo, ma è ancora sera. Le
luci illuminano un giovane di 19 anni magro, con capelli ricci e
arruffati, abbigliato da borghese. Ha le mani poggiate su una piccola
ringhiera di legno rivolta verso il pubblico. E così è posizionato anche
lui, di fronte al pubblico, con lo sguardo pensieroso e il volto
accigliato. Alle sue spalle giunge invece con respiro affannoso e
ansimante un sessantenne smilzo. Il primo è don Carluccio Cavallo,
il secondo è il notaro Gennaro Pascale. 

NOTARO GENNARO PASCALE (con il respiro pesante si para al fianco
del suo interlocutore) Eccomi, don Carluccio. 

CARLO CAVALLO (senza voltarsi) Quale strada avete percorso per
venire qui?

NOTARO GENNARO PASCALE Sono uscito appena il sole è
tramontato, come mi avete comandato. Ho attraversato la stretta
della cappella di Santa Sofia e sono sceso giù per la taverna e per il
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palazzo dei Loreti. Di seguito sono salito in su verso la Rocca.

CARLO CAVALLO (ancora senza guardarlo) Avevo domandato
discrezione.

NOTARO GENNARO PASCALE (con aria timorosa) Non mi hanno
veduto sguardi indiscreti.

CARLO CAVALLO (finalmente voltandosi) Posso pretendere che il
ciuccio più miserabile e malandato di Peppino Lomiento il Cannillo
comprenda quale direzione prendere, senza per questo essere
costretto a piagarlo coi tacchi dei miei stivali. Eppure non mi è
concesso di prevedere che un notaro sappia quale strada percorrere
per soddisfare la mia richiesta di discrezione.

NOTARO GENNARO PASCALE (visibilmente scosso) Don Carluccio,
io…

CARLO CAVALLO Voi cosa, notaro Pascale? Pensate forse che
passare dinanzi alla taverna e al palazzo dei Loreti sia la maniera
migliore per esser discreto? Evidentemente passate troppo tempo
con la testa china sulle pergamene e avete perduto relazione con la
realtà. Dovreste prendere a bottega un paio di garzoni scrivani. 

NOTARO GENNARO PASCALE Chiedo venia, io non immaginavo.

CARLO CAVALLO Quando vi domando qualcosa non dovete
immaginare. È necessario solo che mi prendiate alla lettera.
Il notaro abbassa il capo, mentre don Carlo si dirige verso le macerie
della chiesetta. Dopo qualche istante di esitazione, Pascale lo
raggiunge e lui si volta senza sorridere. Con un cenno del volto
indica il costone della roccia venuto giù con l’alluvione terribile di tre
anni prima.
CARLO CAVALLO Necessitano fondi per ricostruire la cappella.
Lasciare queste pietre senza il proprio altare è un sacrilegio. Non
possiamo fare questo affronto alla Madonna.

NOTARO GENNARO PASCALE Don Carluccio, la campanella ritrovata
nel letto del fiume è indubbiamente un limpido segnale che la
Madonna rivuole il suo tempio in cui essere venerata. 

CARLO CAVALLO Avete parlato bene, notaro Pascale. C’è solo una
questione da risolvere. I mastri non scalpellano e non erigono se
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prima non intascano i danari. D’altra parte lo hanno imparato dai
preti a pretendere, avanti ogni cosa, quanto loro dovuto.

NOTARO GENNARO PASCALE (gesticolando con le mani come a
mimare che non sa cosa fare) Lo sapete che le casse dell’università
sono vuote come le mangiatoie delle vacche sotto la neve di
dicembre. 

CARLO CAVALLO Trascorro intere giornate a far patire le mie
orecchie a causa delle lagne di quel poetastro del Gagliardi che si
diletta a fare il sindaco. Conosco bene la situazione economica.
Peraltro la mia famiglia non vorrebbe mai che la comunità
contribuisse alla costruzione della nostra cappella. Avrete appreso la
storia di questa chiesa. È la cappella dei Cavallo da più di cent’anni. 

NOTARO GENNARO PASCALE (sorpreso e sollevato) Oh, mi
perdonerete l’insolenza, giovane don Carlo. Non avevo inteso con
completezza i vostri piani.

CARLO CAVALLO (sorridendo) Rasserenatevi. Non siamo qui a
questionare su malintesi e parole fallate. C’è una faccenda ben più
seria della quale discorrere.
Il notaio si avvicina ponendo l’orecchio verso le sue labbra con un
gesto vistoso e teatrale.
CARLO CAVALLO (con aria solenne) Il Castellaro. Come sapete la
Chiesa ha difeso quel fondo per decenni dalle voglie e dagli attacchi
del mio compianto avo Gerardo. Ha concesso piccoli sconti sui dazi,
ma al momento siamo ancora fermi agli accordi che riuscirono a
trovare con il vescovo Anzani. Prelati di tal fatta, per buona sorte dei
miei affari, nascono una volta ogni cent’anni e forse anche più. In
questo momento, piuttosto, ci sono un vuoto e un lassismo che
sarebbe scandaloso da parte mia non sfruttare. Quando a Conza
hanno preso in mano la diocesi di Campagna abbiamo avuto ancora
più questioni da risolvere, ma dopo la morte del vescovo Gioacchino
Maria Mancusi, la sede è ormai vacante da quasi due anni. È il
momento opportuno per prendere tutto il territorio del Castellaro.

NOTARO GENNARO PASCALE (si allontana e si stranisce) Ai miei
umili occhi appare un’operazione complicata, don Carluccio. Come
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avete ricordato anche il vostro avo Gerardo, a cui non difettavano
coraggio e malizia, è dovuto scendere a patti coi vescovi. La Chiesa
non ha mai mollato Perolla e Castellaro e giammai lo farà. Tengono
tutte le carte dalla loro parte.

CARLO CAVALLO (eccitato) Le carte si possono strappare. È
sufficiente un calice d’acqua ben versato per scomporre una carta,
mio caro notaro, e voi dovreste ben saperlo. Io non vi sto
domandando un consiglio su cosa fare o non fare. Io vi sto
domandando solamente di espormi il modo di operare. 

NOTARO GENNARO PASCALE Le carte saranno anche fragili, giovane
don Carlo, ma purtroppo parlano in maniera molto chiara e le copie
da distruggere sono tante. La vostra famiglia si è arresa tempo fa e
credo dobbiate togliervi dalla mente anche voi l’idea di alienare tutto
il feudo del Castellaro. Non esiste alcun cavillo giuridico che vi possa
permettere un simile atto.

CARLO CAVALLO (bruscamente) Neppure presentando cento
testimoni? 

NOTARO GENNARO PASCALE (scuotendo la testa) Non riuscireste a
prendere possesso di quelle terre neppure presentando mille
testimoni. Avreste l’opposizione della Chiesa, del barone e del diritto
del Regno. Non esistono scappatoie.
Il giovane comincia a gironzolare pensieroso nel piccolo spiazzo sulla
Rocca con la sua andatura dinoccolata muovendo nervosamente le
dita delle mani. Poi torna a parlare.
CARLO CAVALLO Ho giurato a mio padre che avrei preso il
Castellaro e lo farò, don Gennaro. Voi dovete solo fornirmi un
appiglio. Me ne basta uno solo, al resto ci penso io. Conosco metodi
e mezzi all’uopo.

NOTARO GENNARO PASCALE Per quanto io possa ricordare in
questa sede, senza documenti a supporto, il territorio è dato in fitto
a tanti piccoli agricoltori regnicoli, anche se la vostra famiglia funge
da intermediaria ottenendo discreti interessi.
Don Carlo asserisce con il capo tenendo gli occhi chiusi e le mani
strette a pugno dietro la schiena.
\! 17\

NOTARO GENNARO PASCALE Sul fitto i controlli sono meno
importanti. Da Conza e da Campagna nessuno fa domande finché il
flusso delle rendite è costante. Potreste sfruttare il vostro
ascendente sui regnicoli prendendovi in carico il loro fitto.

CARLO CAVALLO (sorride) I regnicoli non raffigurano alcun
problema. (Dopo una piccola pausa) Bene, potrei prendere
facilmente in fitto tutto il Castellaro. È questo che mi state
suggerendo?

NOTARO GENNARO PASCALE Avete giustamente interpretato. Ma,
beninteso, non dovete arrestare il flusso delle imposte.

CARLO CAVALLO (sempre più eccitato) Altroché, il flusso si dovrà
arrestare. Altroché, mio caro don Gennaro. Provvedete ad avvisare
tutti gli affittuari dei terreni e convocateli presso il vostro studio.
Devono cedere i loro diritti a don Carluccio. Domattina i miei uomini
passeranno ad avvisarli dell’operazione. Nessuno avrà nulla in
contrario. Per quanto riguarda le rendite da restituire ai vescovi
saprò io come comportarmi.

NOTARO GENNARO PASCALE Obbedisco don Carlo, ma gradirei
essere informato su come intendete comportarvi. Perché è mio
obbligo rammentarvi che se cala la quota del gabello, da Conza
bloccano immediatamente l’operazione.

CARLO CAVALLO (poggiando le mani sulle gracili spalle del vecchio)
Voi dovete preoccuparvi solo di incassare l’onorario per questa
storica operazione. Sarete ricordato per questa grande manovra che
dà l’avvio al liberismo pietrafesano. Distruggeremo gli oppressori, i
vescovi e i baroni. Per tutte le prime quattro lune a Conza arriverà la
rendita pattuita, poi deciderò io quanto e come sia giusto pagare.
Peraltro non mi pare che siate avulso da contenziosi contro
l’anacronismo feudale. Sapete bene come muovervi, anche se a me
volete dare l’impressione della lepre timorosa.

NOTARO GENNARO PASCALE Nessuna lepre timorosa è davanti ai
vostri occhi. Servirvi senza la sicurezza della riuscita sarebbe
considerato da me un enorme fallimento. Quello che notate è lo
scrupolo che mi è necessario per accontentarvi senza troppi rischi.

CARLO CAVALLO So bene che non mi deluderete.

NOTARO GENNARO Vi assicuro che se non ci saranno resistenze in
\! 18\

pochi giorni chiudiamo l’operazione. A Conza invieremo i documenti
firmati dopo le prime tre lune. Consolidiamo prima la situazione di
fatto.
Don Carlo lo abbraccia fin quasi a stringergli il mento sul suo petto
possente.
CARLO CAVALLO Stiamo facendo la storia.

METTERSI D’ACCORDO TRA FRATELLI

La scena si svolge nella camera adibita a toeletta di casa Cavallo, in
via Casale Nuovo, quasi sul Vallone Regale. Ci sono due uomini. Il
primo è Francesco Cavallo, fratello maggiore di diciotto anni di Carlo.
Snello, alto, con capelli neri e lisci e baffi molto fini. Si trova davanti
a uno specchio e si sta sistemando i risvolti decorati di una
scintillante camicia bianca. L’altro è Carlo che si trova già all’interno
della scena.
FRANCESCO CAVALLO (osservandosi e continuando a sistemarsi i
vestiti) Devono principiare i lavori del mio nuovo palazzo, Carluccio.
Il prossimo anno, quando mi sposo con madama Costanza
Gagliardi, vorrei disporre immediatamente dei nuovi locali.

CARLO CAVALLO (serioso in volto e con aria di sfida) Vi sono ben
altre priorità in questa epoca della nostra famiglia, fratello. 

FRANCESCO CAVALLO (con tono stupito e seccato) Quali sarebbero
le priorità di cui mi avvisi?
Don Carluccio poggia il mantello di cuoio su un divanetto e si
avvicina al fratello. Con le mani gli sistema il risvolto sul collo e
riprende a parlare.
CARLO CAVALLO La gente si aspetta che ricostruiamo la cappella
della Rocca. Rivogliono la campanella che allontana la grandine e la
carestia. Particolarmente dopo la terribile alluvione. Considerano il
\! 19\

crollo della chiesa un triste presagio che possiamo allontanare solo
costruendone una più grande. Peraltro l’arciprete, don Gregorio
Vallano, continua a recitare la parte del rivoluzionario, ma ci osteggia
e il fatto che non abbiamo più una cappella privata di famiglia gli
consente di ignorarci. Mentre i Loreti e gli Abbamonte continuano a
millantare diritti decennali formali sulla chiesa madre e sulla chiesa
vecchia. Comprendi adesso quale sia la priorità?

FRANCESCO CAVALLO (prima di parlare allontana il fratello e ride
ironicamente) Gli Abbamonte e i Loreti possiedono due palazzi che
la gente ammira per maestosità e imponenza, mio caro fratello. Noi
invece ci ammassiamo come dei villani in questo stabile al Casale
Nuovo. E siamo lontani dal centro. Stiamo nella periferia. Ci tagliano
fuori. L’architetto Palese di Potenza ha preparato già la pianta. (Gli
prende una mano e lo spinge verso il salone). Vieni a vedere. 

CARLO CAVALLO (rabbiosamente) Non mi incuriosisce il tuo piano,
Francesco. Non ci sarà alcun palazzo Cavallo se prima non verrà
ricostruita la chiesa. E deve essere grande il triplo rispetto a com’era
prima. Dev’essere maestosa, così come la colonna che farà da
sostegno alla campanella miracolosa. 

FRANCESCO CAVALLO (Il suo sorriso ironico si trasforma in
sarcastico) Da quando è venuto a mancare nostro padre, credo che
si siano invertiti i ruoli in questa dimora. Il fratello minore immagina
di poter dare ordini al primogenito. 

CARLO CAVALLO Raramente la mia mente si perde
nell’immaginazione, Francesco. È la realtà. Sei un inetto.
Adesso il sorriso scompare del tutto dal volto dell’uomo che comincia
a mordersi nervosamente il labbro.
FRANCESCO CAVALLO La tua insolenza mi annoia, Carlo. Esci da
queste stanze. 

CARLO CAVALLO (senza muoversi) Non fai che campare di rendita,
grazie agli sforzi di nostro nonno e di nostro padre. Hai ottenuto un
posto nella carboneria di Basilicata solo per la tua età, ma chiunque
abbia un minimo di buon senso in quel consesso chiede pareri
sempre a me. La gente a Pietrafesa teme e rispetta il tuo fratello
\! 20\

minore. 

FRANCESCO CAVALLO (puntando il dito verso il volto del fratello)
Non ti permetto di parlarmi in questa maniera. Quando tu sei nato io
avevo l’età che hai tu adesso, mi devi rispetto. 

CARLO CAVALLO (tiene il polso di Francesco con la mano e glielo
stringe con forza) Evidentemente il nostro destino è stato scambiato
nelle culle, mio caro fratello maggiore. Posso sentire la paura
scorrere nelle tue vene con le mie dita. Devi prendere pace. Avrai il
tuo palazzo e sarà solo tuo, ma dovrai attendere ancora. Io e Rocco
abbiamo già acquistato la vecchia dimora dei Vignola, all’ospizio.
Non abbiamo nessuna intenzione di disturbare il tuo nido. Quando
cominceranno i lavori per il tuo palazzo principieranno anche quelli di
ristrutturazione per il nostro. Ma da questo momento in poi tu sarai
solo il fratello maggiore dei Cavallo. La tua peculiare mansione sarà
quella di non creare problemi.
L’uomo si sfila il polso e si volta di schiena. Indignato.
FRANCESCO CAVALLO (Dopo aver ritrovato la calma) Come pensi di
trovare i finanziamenti per la chiesa della Rocca? 

CARLO CAVALLO (con un sorriso di soddisfazione) Il Castellaro.

FRANCESCO CAVALLO Cosa vuoi significare?

CARLO CAVALLO Quello che ho appena detto, fratello. Mi prendo il
Castellaro.

FRANCESCO CAVALLO (si lascia andare a una sonora risata) Fratello
mio, adesso vuoi mettermi di buon umore con le tue panzane.
In quel momento arriva nella stanza anche l’altro fratello, Rocco.
ROCCO CAVALLO (rivolgendosi a Francesco) Non ridere, fratello. È
arrivato il momento di esaudire i sogni di nostro nonno e Carlo è la
persona giusta per farlo.

FRANCESCO CAVALLO (smette di ridere e torna improvvisamente
serioso, urlando) La persona giusta per fare cosa? Per farci
ammazzare? Per farci incarcerare? Per farci requisire le ricchezze che
possediamo?

ROCCO CAVALLO Non hai guadagnato un centesimo delle ricchezze
\! 21\

che amministri. Carluccio sta generando alcuni progetti e bisogna
seguirli. È preparato per questo.
A Francesco tremano le mani per il nervosismo. Poi le chiude a
pugno e le batte debolmente al muro mimando lo sforzo di colpi
pesanti.
FRANCESCO CAVALLO I vostri insulti sono indegni. 

CARLO CAVALLO Nessun insulto. Il tuo lassismo ci induce a
stimolarti, fratello. Le nostre fortune non dureranno in eterno se
continueremo a sonnecchiare come ghiri oziosi sotto terra. C’è aria
di liberismo per l’Europa. La si annusa ovunque. Non possiamo
restare inerti. Io non mi accontento delle briciole. Per quelle basti tu.

FRANCESCO CAVALLO (gli trema la mandibola per il nervosismo)
Non tormentarmi oltre col tuo fine sarcasmo.

CARLO CAVALLO (rivolgendosi a Rocco senza curarsi del momento
di nervosismo dell’altro fratello) Prenderemo in fitto tutto il fondo
fino alla Torre e verseremo una somma forfettaria alla Chiesa e al
Barone. Una somma che naturalmente stabilirà il notaro Pascale,
svecchiando norme feudali ormai del tutto anacronistiche. 

ROCCO CAVALLO Avremo necessità di nuovi forzieri per accogliere
tutte le ricchezze che accumuleremo.

FRANCESCO CAVALLO (ancora scuro in volto si rivolge ai due)
Pensate che il barone non reagirà? 

CARLO CAVALLO (sorridente) Noi pensiamo a tutto. E siamo pronti a
tutto. O vorresti lasciare Pietrafesa nelle mani degli eredi incapaci dei
Loreti? Vincenzo Abbamonte è una marionetta sciocca nelle mie
mani e troveremo il modo di sistemare anche i Loreti. Non avere
timore, Francesco. 

FRANCESCO CAVALLO (continua a gironzolare per la stanza). Mi
fiderò di voi, infine. Vi appoggerò in qualsiasi modo con le mie
conoscenze e le cariche che rivesto. Ma la mia età e il mio senno mi
impongono di consigliarvi finanche. E vi domando di frenare l’ardore
della vostra giovinezza e di prestare attenzione.

\! 22\

UN ACCORDO FACILE FACILE
Questa scena e le prossime si svolgono nella piazzetta davanti alle
macerie della chiesa della Rocca. È giorno. Quando riflette o ascolta
gli altri parlare, Carlo Cavallo di solito resta con le mani poggiate
sulla ringhiera di legno, sempre rivolto verso il pubblico. Oltre a
Carlo sono presenti Vincenzo Gagliardi, sindaco dell’università
cittadina di Pietrafesa e Vincenzo Abbamonte, eletto al consiglio
provinciale di Potenza.
CARLO CAVALLO Vi ho domandato di raggiungermi perché desidero
discorrere con voialtri di un progetto che ho in animo di concludere a
breve, grazie al solerte lavoro del notaro Gennaro Pascale. 

VINCENZO ABBAMONTE Dite pure don Carlo. 

CARLO CAVALLO (comincia a passeggiare nello spiazzo) Vedete don
Vincenzo, abbiamo lavorato massicciamente nella scorsa primavera
per la vostra elezione a esimio consigliere della Provincia di Potenza.
(Abbamonte fa un cenno di assenso col viso). Abbiamo smosso
parecchie conoscenze per ottenere questo riconoscimento di cui
giova sicuramente tutta la nostra amatissima comunità. 

VINCENZO ABBAMONTE Assolutamente, e del supporto che voi e la
vostra famiglia mi avete dato non abbiamo dimenticato nulla. Avete
necessità che trasferisca a Potenza qualche vostra istanza?

CARLO CAVALLO Nessuna istanza particolare, don Vincenzo. Era mia
intenzione solo rammentare lo scopo ottenuto grazie al nostro
lavoro. Scopo che indubbiamente vi ha dato visibilità permettendovi
di prestare la vostra arguta arte politica finanche fuori dalle nostre
depresse terre. 

VINCENZO ABBAMONTE Non lo nego, don Carluccio. Il vostro
supporto si è rivelato fondamentale per i miei scopi.

CARLO CAVALLO (dopo aver fatto un cenno con la testa si rivolge
all’altro uomo presente) E con voi invece che dire, don Enzo? Sono
anni che vi concediamo l’onore di comandare l’università cittadina. 

VINCENZO GAGLIARDI Sempre a guardia dell’onore e degli interessi
di Pietrafesa.

CARLO CAVALLO Nessuno lo nega. Altrimenti vi avremmo già
\! 23\

sollevato dall’incarico oneroso che sopportate. Vi ho convocato per
chiedervi se sapete dirmi qual è il mio ruolo in tutto questo?

VINCENZO ABBAMONTE (dopo aver guardato negli occhi Gagliardi
con aria sorpresa) Fatico a stare dietro al vostro ragionamento.

CARLO CAVALLO (guardando il Gagliardi) È lo stesso anche per voi,
don Enzo? Faticate a comprendere cosa vi dimando? Siete un poeta,
scavate nell’animo umano. Dovrebbe essere agevole per voi
comprendere il mio ragionamento. 

VINCENZO GAGLIARDI (sorride) Qualche attimo di riflessione
dovrete pur concederlo a questa mente colma di pensieri. A ogni
modo temo di aver colto lo spunto della vostra questione.
Considerate la nostra una sorta di alleanza e non riuscite a cogliere il
vantaggio concreto che a voi ne viene in tasca. 

CARLO CAVALLO (ride assestando una pacca sulla spalla del
sindaco) Gli uomini di lettere non deludono mai le aspettative. E voi
don Vincenzo, dovreste esercitare maggiormente la vostra arguzia,
che pure non vi manca. Siete un animale politico adesso, dovreste
essere maggiormente pronto a cogliere i sacrifici che questa nobile
arte richiede. 

VINCENZO ABBAMONTE Il vostro supporto è prezioso anche in
questo, mio caro amico. Adesso però la curiosità e l’incertezza
nascono dall’entità del sacrificio che ci domandate di osservare.

CARLO CAVALLO Oh, niente che possa ledere i vostri interessi,
veramente. È solo giunto il momento che io cominci a raccogliere i
frutti di una semina che è durata fin troppo. Non mi curo di cariche
politiche e non temo di trattare finanche col barone Pasquale
Caracciolo, pur senza rivestire ruoli istituzionali. Quel che vi
domando è semplicemente di non creare ostacoli o malintesi al
lavoro che sta portando avanti il notaro Pascale.

Caro don Vincenzo (si rivolge all’Abbamonte), la vostra famiglia a
Pietrafesa ha trovato fortuna prendendo dai regnicoli i terreni che
erano stati loro concessi dal feudatario. Tutto questo mentre i miei
avi battevano contro cavilli e leggi di chiesa che ne hanno per
decenni limitato l’azione. Leggendari sono stati gli scontri tra
Gerardo Cavallo e il vescovo Anzani. È giunto il momento di
procedere all’azione. Prenderò in fitto tutto il Castellaro. Il notaro
\! 24\

Pascale è già al lavoro per trasferire i diritti da ogni singolo contadino
a Carlo Cavallo. 

VINCENZO ABBAMONTE È un piano ambizioso e alquanto redditizio. 

CARLO CAVALLO Al quale, spero, non vi opporrete.

VINCENZO ABBAMONTE Le nostre famiglie sono in pace e abbiamo
interessi differenti. Non opporremo nessuna eccezione. Saremo leali
alleati anche in questa occasione.

CARLO CAVALLO (sorridente lo abbraccia) Caro amico mio, ho in
mente tante altre soddisfazioni per voi in futuro. Fidatevi di me, vi
porterò in alto. Assieme guideremo la rivoluzione liberale di
Pietrafesa e dell’intera provincia.
Vincenzo Gagliardi resta pensieroso in disparte e non sembra
partecipare alla soddisfazione degli altri due.
CARLO CAVALLO (si rivolge al Gagliardi) Cosa angustia il vostro
animo, don Enzo?

VINCENZO GAGLIARDI In verità a me non pare un’operazione
fattibile, don Carluccio. L’università cittadina verrebbe
immediatamente incriminata da parte del barone, che è molto
sensibile al tema degli espropri alla chiesa. 

CARLO CAVALLO E noi combatteremo, come sempre. I nostri padri
sono stati uccisi e incarcerati per i moti del 1799. Il notaro Gennaro
Pascale ha subito già cinque processi per i suoi atti liberali e non ha
paura di affrontare anche questa nuova rivoluzione. Di cosa avete
timore?

VINCENZO GAGLIARDI Di tutto. Della morte, della giustizia,
dell’incolumità delle persone. Temo per Pietrafesa stessa. Un simile
atto è considerato sovversivo a Brienza, a Conza, a Napoli e a
Roma. 

CARLO CAVALLO Siete troppo aulico ed epico per la mia natura. Il
vostro è il vocabolario di un codardo. Ma siete un poeta e per questo
vi comprendo e vi compiatisco. 

VINCENZO GAGLIARDI Sono un sindaco, don Carluccio. E conosco
la Legge. Ma temo che non potrò fermare il vostro ardore. Né potrà
farlo nessun componente dell’università cittadina. 

\! 25\

CARLO CAVALLO Esattamente. Né potrà farlo l’arciprete don
Gregorio Vallano. Né potrà farlo quel vecchiardo del Loreti col suo
rampollo, testé rientrato dai suoi ozi napoletani. 

VINCENZO ABBAMONTE Come pensate di comportarvi con i Loreti?
Vi ostacoleranno in ogni maniera. 

CARLO CAVALLO Nelle prossime giornate vedrete che i Loreti
giungeranno a più miti consigli. Si tratta solo di attendere qualche
tempo. Non rappresentano una questione reale. Peraltro il Pascale
deve averli già avvisati. È un uomo fidato, ma è un notaro. E cura i
rapporti con tutti. 

VINCENZO GAGLIARDI Se ogni cosa è preparata come mi appare
evidente, perché domandate il nostro consenso?

CARLO CAVALLO Io non domando il vostro consenso, giacché in
un’alleanza il consenso è già presupposto. Io vi sto solo preparando
alle conseguenze, caro don Enzo.

UN INCARICO DA PORTARE A TERMINE

Dalla scena escono Vincenzo Gagliardi e Vincenzo Abbamonte,
mentre don Carlo resta con le mani saldamente poggiate sulla
ringhiera. Lo raggiunge un uomo con un cappello da villano e una
lunga barba rossiccia. Si tratta di Nicola Manfreda.
NICOLA MANFREDA (con aria arrogante) Vi auguro salute, don
Carlo.

CARLO CAVALLO Salute a voi. 

NICOLA MANFREDA Mi avete fatto convocare per un incarico. È
quello che mi è stato comunicato dal vostro compagno di
carboneria, Armando Caivano.

CARLO CAVALLO Armando è un buon compagno. Ho un servigio
importante da domandarvi.

NICOLA MANFREDA Come saprete i miei servigi sono celebri tra i
signori della vostra fatta. 

CARLO CAVALLO (sorridendo) Sono celebri soprattutto per il ricarico
\! 26\

di tornesi che ci mettete.

NICOLA MANFREDA Ricarico ben meritato.

CARLO CAVALLO Certamente. Anche se il malloppo che ogni volta vi
viene prospettato per l’incarico istesso dovrebbe essere sufficiente.

NICOLA MANFREDA A delinquere sono capace per conto mio, don
Carlo. Solo che se mi viene domandato di delinquere in una maniera
apposita, il mio lavoro deve essere ricompensato.

CARLO CAVALLO Concordo con voi. Stiamo discorrendo di affari. E
noto che il buon Armando vi ha già anticipato la questione. Vi devo
domandare di vessare alcuni proprietari che non vogliono chinare il
capo. 

NICOLA MANFREDA Raccontatemi i dettagli, sarò lieto di esaudire le
aspettative che di me vi siete procurato.

CARLO CAVALLO I terreni dell’Ischia e delle Pantanelle sono
pressoché del tutto nelle mani dei signori Loreti. Vi pascolano le loro
pecore e tutto il resto del bestiame. I regnicoli lavorano le terre per
le patate, per i pomidori, per le cicorie e per tutto l’occorrente a
ottenere una discreta rendita annuale. Non riesco a trovare
un’intesa col vecchio e col giovane Loreti. Il vecchiardo mi teme, ma
oramai è prossimo alla tomba. E, lo sapete, quando una persona
vede avvicinarsi l’ombra terribile della morte, smette di avere paura.
Un così nobile sentimento svilito a tal punto dall’avvicinarsi
dell’ultima ora. È un paradosso, non trovate? (L’altro annuisce
meccanicamente). Il figlio è uno che ha studiato a Napoli ed è
tornato trasfigurato dalle idee liberali. Potremmo essere uniti, ma il
giovine non ama la mia maniera di condurre gli affari. 

NICOLA MANFREDA Comprendo. Vi necessita un avvertimento? Un
rapimento con tortura? Un semplice pestaggio? Una mozzata? 

CARLO CAVALLO (ride e lo ferma con le mani) No no no, per il
momento non mi serve nessuna azione diretta. State andando
troppo avanti con la vostra rustica immaginazione. Non mi potrei
giammai permettere di minacciare fisicamente un Signore del mio
paese. Sono un galantuomo. Piuttosto riprendiamo il discorso del
malloppo che potete voi stesso procurarvi col mio incarico.

NICOLA MANFREDA (un po’ confuso) Vi ascolto, don Carlo.

CARLO CAVALLO Dovete vessare i contadini e i pastori delle terre
\! 27\

che vi indicherò. Ruberie, soprusi. Fatti che arrecano qualche danno
anche alla famiglia, senza abusare troppo. Fate intendere che quegli
atti possono proseguire per lungo tempo. 

NICOLA MANFREDA Ora comprendo bene le vostre intenzioni. Ma
per percorrere queste intimidazioni ci vorrà del tempo. Non
possiamo prevedere quanto.

CARLO CAVALLO Tempo e danaro. Voi siete un brigante celebre.
Sapete certamente come muovervi.

NICOLA MANFREDA Io non posso sprecare nottate in giro per le
Pantanelle e per l’Ischia solo per intimidire quattro poveri contadini
disgraziati, don Carlo. Se mi avete fatto condurre davanti alle
macerie della vostra chiesa solo per questo, abbiamo fallato a
intenderci con Armando.

CARLO CAVALLO Non avete fallato. A me non interessa la vostra
presenza nei terreni dei Loreti. Io non vi sto domandando di
minacciare i contadini e i pastori. Quelli al solo vedervi e a sentire il
vostro nome morirebbero senza neppure consegnare il messaggio.
E a me invece importa che ai signori Loreti arrivi chiaro ed evidente
il mio messaggio. Non devono intralciare la strada di don Carluccio. 

NICOLA MANFREDA Spiegatemi oltre, dunque.

CARLO CAVALLO Vi procuro qualche uomo dei miei. Date loro
indicazione su cosa fare e su come muoversi sul territorio. Spiegate
come intimidire e quanto rubare. Voi non dovete essere presente.
Potete continuare a seguire più lauti affari che sicuramente avete in
agenda. Vi chiedo di usare il vostro nome. Agli oppressi i miei uomini
dovranno fare il vostro nome. Che giunga chiaro ai Loreti. Chi sta
vessando le loro terre è il terribile brigante Nicola Manfreda di
Picerno, tramite i suoi uomini.

NICOLA MANFREDA Sto principiando a capirvi, don Carlo. Il mio
nome deve dunque avere un valore molto elevato per questa vostra
operazione.

CARLO CAVALLO Il vostro nome ha senz’altro un valore adeguato ai
miei scopi.

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Carlo Cavallo consegna un sacchettino pieno di monete nelle mani di
Nicola Manfreda che avidamente comincia a contarle. Dopo qualche
istante Carlo Cavallo ricomincia a parlare.
CARLO CAVALLO Immagino che questo prezzo possa essere
bastantemente adeguato. Cosa dite al riguardo?

NICOLA MANFREDA (con un sorriso beffardo) Sapete bene che per
un brigante non esiste giammai un prezzo adeguato. Il brigante di
volta in volta si prende quello che gli pare adeguato. Ma queste
monete possono bastare per una settimana di scorrerie. 

CARLO CAVALLO Avrei giurato che sarebbero bastate per un mese
di scorrerie, ma conoscendo le mie vittime, sono sicuro che sette
giorni saranno sufficienti. 

NICOLA MANFREDA (dopo aver dato la mano a don Carlo) Dove
sono gli uomini che devo ammaestrare?
Entra sulla scena un ragazzo sulla ventina, con abiti da contadini e
una faccia molto minacciosa. Don Carlo lo indica con il braccio e
riprende a parlare.



CARLO CAVALLO Costui è Nicola Cavallo. Immagino che nei decenni
passati avessimo qualche grado di parentela. Al momento è solo un
giovane compagno molto promettente che mi soddisfa in piccoli
incarichi di una certa rilevanza. Dovrai istruirlo per bene. Con lui
potrete incontrare anche Pasqualino Sangiacomo, Minico Vignola,
Peppino Brancato e Francuccio Romano. Hanno già avuto a che fare
con piccoli briganti del circondario. Non dovrebbe risultare difficile
farvi intendere da loro sulla condotta da tenere.

NICOLA MANFREDA Don Carluccio, a me non risulta giammai
complicato farmi intendere. Dove non arrivo con le parole, sovente
utilizzo ulteriori argomenti.
Scoppiano entrambi a ridere uscendo dalla scena.

\! 29\

LA REAZIONE DEL BARONE E DELLA CHIESA

Sulla scena, sempre davanti alle macerie della chiesa, torna don
Carlo Cavallo assieme al notaro Gennaro Pascale. Con loro ci sono
tre contadini e allevatori. Arrivano anche due funzionari regi ed
ecclesiastici. È presente l’arciprete don Gregorio Vallano.
FUNZIONARIO REGIO (ad alta voce tenendo in mano una
pergamena) Vorrei conferire con don Carlo Cavallo di Donato.
Abbiamo una relazione effettuata dall’arciprete don Gregorio Vallano
che riferisce di pratiche notarili illegali effettuate dal qui presente
notaro Gennaro Pascale, in danno del vescovado di Conza e del
demanio regio.

CARLO CAVALLO Quanta pomposità, buon uomo. È stato il notaro
Pascale a condurvi nei miei pressi. Sapete bene che si tratta di me. 

FUNZIONARIO REGIO Siamo in presenza di testimoni ed è
assolutamente necessario disporre ogni cosa assecondando i
protocolli. 

CARLO CAVALLO Cosa vi avrebbe riferito il reverendissimo arciprete
don Gregorio Vallano, peraltro noto sovversivo e già ospite nel
Quartiere dei Forzati a Castellammare?

DON GREGORIO VALLANO (irato) Ho pagato per aver aiutato la
povera gente di Sasso e Pietrafesa, screanzato. Non ho mai
sobillato. 

CARLO CAVALLO Non ne dubito, don Gregorio. La vostra bontà
d’animo è risaputa.

FUNZIONARIO REGIO Non siamo qui a questionare su atti passati
dell’arciprete che peraltro ha svolto egregiamente il proprio ruolo di
controllore nelle terre a lui assegnate. 

CARLO CAVALLO Le terre vanno guadagnate col sudore e con i calli
alle mani; nutro una certa malevolenza per chi gode delle terre
concesse direttamente dalle mani del Signore.

DON GREGORIO VALLANO Blasfemo bestemmiatore. 

\! 30\

CARLO CAVALLO Degno erede del mio avo Gerardo.

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO Don Carlo Cavallo siete chiamato a
rispondere degli atti inviati a Conza dal notaro Gennaro Pascale. Un
atto sovversivo.

CARLO CAVALLO Giammai sia detto che don Carluccio Cavallo è un
sovversivo. Se ho infranto la legge sono invece pronto a pagare e a
riparare. Qualora mi venga dimostrato e imposto da un tribunale. 

FUNZIONARIO REGIO La vostra abilità oratoria può trasformarsi in
insolenza, don Carlo. Dovete rispondere, assieme al notaro, degli
atti che avete fatto firmare. (Si rivolge poi al notaro). Voi, Gennaro
Pascale, notaro della terra di Pietrafesa, in soli tre giorni avete
prodotto decine di atti con i quali i contadini del Castellaro hanno
ceduto i diritti di fitto al qui presente don Carlo Cavallo. Tutti,
nessuno escluso. Per una misura di tomoli inestimabile. 

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO Assieme alle terre di Perolla, i
terreni più redditizi dell’intera zona. Terreni in uso alla Chiesa da
secoli e per i quali non è prevista un’alienazione di tale imponenza
verso un unico affittuario. 

NOTARO GENNARO PASCALE Mi si permetta di dichiarare che
quanto da me controfirmato e testimoniato altro non è che la ratifica
di un dato di fatto. Nessun atto sovversivo è stato mai pensato o
messo in atto.

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO Di quale dato di fatto andate
cianciando?

NOTARO GENNARO PASCALE Quelle terre sono di fatto controllate e
lavorate dalla famiglia di don Carlo Cavallo fin dai tempi di don
Gerardo, quando difatti il vescovo Anzani si accordò per
l’abbassamento della decima. Un atto firmato dal vescovo e da
Gerardo Cavallo. Non è stata riscontrata la firma di alcun altro
regnicolo o proprietario. A testimonianza del fatto che l’intero feudo
era in carico dei Cavallo. 

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO Quale arzigogolata scappatoia
avete messo in pratica, notaro Pascale? Non esiste un fondamento
giuridico. Quei terreni sono stati sempre suddivisi per differenti e
numerosi affittuari. 

NOTARO GENNARO PASCALE Se vi pare avete qui tre regnicoli tra
\! 31\

quelli che hanno ceduto i diritti di fitto. Potete procedere
direttamente con le domande per ottenere le risposte di cui
abbisognate. 

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO Non intendo interrogare tre
spaventapasseri al soldo di questo usurpatore di terreni (indicando
con la mano Carlo Cavallo). 

DON GREGORIO VALLANO È stata un’operazione spregiudicata e
avventata che poteva partorire solo la mente vanagloriosa di un
giovane folle come don Carlo. Abbiamo assistito a uno spettacolo
mortificante in quei giorni a Pietrafesa. File interminabili di contadini
costretti a entrare e a uscire dalla dimora del notaro Pascale per
cedere i propri diritti al signorotto. 

CARLO CAVALLO (con estrema calma) Caro don Gregorio, quando
ero bambino c’è stato un momento in cui ho amato particolarmente
compiere un’azione. Credo che l’esercizio sia durato qualche mese,
prima che mi venisse a noia. Uscivo con il cavallo che sapevo già
controllare meglio di quanto voi sappiate comandare adesso un
ciuccio e mi fermavo all’Aia di San Giovanni, dove vi era un mucchio
di formicai. Scendevo da cavallo e osservavo quei formicai per
interminabili ore. Con gli occhi fissi. Osservavo i movimenti
meccanici di quelle formiche. Sempre gli stessi. Ordinati e specifici.
Uscivano, recuperavano il cibo e tornavano nei formicai. Sempre in
fila. Portavano il cibo alla formica regina. Senza mai una deviazione.
Con perseveranza e ostinazione senza neppure domandarsi perché.
Senza domandarsi il motivo per il quale obbedissero a una legge più
grande di loro. A nessuno è mai venuto in mente di fermare quelle
formiche. Alle formiche stesse mai è venuto in mente che fosse
sbagliato quel modo di comportarsi e di vivere. Se avete osservato
tutte queste persone recarsi dal notaro Gennaro Pascale come
formiche, in fila ordinata, senza porre domande, un motivo ci sarà.
Evidentemente Gerardo Cavallo aveva ottenuto per diritto quelle
terre. 

FUNZIONARIO ECCLESIASTICO L’unico diritto, oltre quello divino, è
quello del re. 

CARLO CAVALLO Esiste il diritto acquisito. Il re si gode i suoi gabelli a
Napoli, così come il barone. I Cavallo invece vivono a Pietrafesa. E
\! 32\

quando c’è da difendere i contadini o da aiutarli si rivolgono a don
Carluccio Cavallo. O venite forse voi funzionari a sfoderare le vostre
lame? O cavate soluzioni fuori dalla vostra chiesa voi, don Gregorio?
Voi che andaste persino in carcere per aiutare la povera gente.
Sapete maneggiare una sciabola o un’arma contro i briganti? 

DON GREGORIO VALLANO Siete un insolente. 

CARLO CAVALLO Bene, signori. Se non intendete interrogare i
testimoni vi congedo. Attendo i vostri solerti procedimenti legali. Nel
frattempo vi consiglio di liberare il suolo di Pietrafesa dalla vostra
sgradita presenza. E voi (rivolgendosi a don Gregorio Vallano),
tornate pure a cantar messa per i Loreti, finché avranno i tornesi per
pagarvi.

L’IRA DI UN GIOVANE SIGNORE

Sullo spiazzo solito, davanti alle macerie della chiesa, entra in scena
un giovane infiammato di rabbia. Francesco Loreti comincia a inveire
in solitario rivolgendosi al pubblico che rappresenta la popolazione di
Pietrafesa, immediatamente accorsa in audizione. Giungerà poi
Carlo Cavallo.
FRANCESCO LORETI (sbraitando rabbiosamente) Cosa accade a
Pietrafesa? Voi tutti (rivolgendosi al pubblico) ve ne sarete accorti.
C’era la pace nelle nostre terre dopo le terribili morti del 1799. Dopo
i sacrifici dei nostri avi avevamo trovato concordia e serenità. Forse
non ancora la prosperità, ma vi era la pace. E ora siamo preda di
briganti e malfattori. Taluni figli della nostra istessa patria sono
divenuti briganti e vessano i nostri contadini. Nessuno può andare a
dormire la sera in tranquillità. Nessuno può considerarsi riparato per
la propria vita, per quella delle proprie mogli e per quella dei figli.
L’altra notte una comitiva di sette banditi ha terrorizzato i pastori di
Pantanelle. Con metodi violenti e minacce armate si sono introdotti
in terreni privati. Il povero Donato Palermo del fu Cosmo è ancora
vivo perché non si è difeso e il Signore ha vegliato sulla sua anima.
\! 33\

Con lui c’era pure il povero garzone Giuseppe Pascale. Sono stati
selvaggiamente picchiati e minacciati da banditi che commettevano
ruberie di ogni tipo. Sono stati anche in altri terreni e sempre con la
istessa violenza hanno agito. Con cappucci e visi coperti. Ma noi
sappiamo che ci sono anche pietrafesani fra costoro. Sono la
gramigna della nostra fertile terra. Anche a Ischia hanno visitato
molti poveri pastori e contadini nei pressi del bosco spinoso. Hanno
malmenato il povero Donato Panza del fu Pasquale che, atterrito, ha
poi conferito con me raccontandomi le ore di terrore trascorse con
quei banditi. E queste scorribande progrediranno. Ruberanno
pecore, ciucci, maiali, mangeranno nei vostri orti. Dobbiamo
difendere la nostra terra. Ma sembra che la questione allarmi solo
noi Loreti. Dove sono i Signori Abbamonte? Per non discorrere dei
Signori Cavallo che ultimamente pare non si lagnino? O dovremmo
forse immaginare che talune scorribande siano avvenute, come si
mormora tra i nostri pastori, solo nelle nostre terre? Che le minacce
e le ruberie siano avvenute appositamente nei terreni della famiglia
Loreti? Che, come dice la gente, i terreni di don Carluccio Cavallo e
quelli di don Vincenzo Abbamonte sono protetti da simili disgrazie?
Entra in scena, con un sorriso beffardo, don Carlo Cavallo.
CARLO CAVALLO Di cosa andate blaterando don Franco?

FRANCESCO LORETI (lasciandosi andare a smorfie ironiche) Quale
onore per un umile e misero giovane proprietario con me poter
conferire con il grande don Carlo. Un onore che non immaginavo di
poter meritare.

CARLO CAVALLO E allora fate in maniera che il mio stomaco resista
alla noia della vostra faccia, se avete domande da pormi. Mi era
sembrato di udire provocazioni alquanto gravi riguardo alla mia
famiglia. Provocazioni che avevano l’acre e insopportabile olezzo
dell’insulto, se mi è consentito dire.

FRANCESCO LORETI Il puzzo che sentite, don Carlo, non è
provocato dalle mie offese, che sono pronto a riferirvi guardandovi
negli occhi, bensì dalla condotta spregevole e vigliacca della vostra
famiglia. È il puzzo di sterco provocato dalla paura della gente che
\! 34\

trema di fronte ai metodi coi quali governate questo posto, un
tempo felice e sereno.

CARLO CAVALLO (sorride amaro) Eppure siamo pressoché coevi,
caro Francesco. Ai miei occhi apparite invece come un uomo del
secolo scorso. Furente e orgoglioso con le parole e debole con la
sciabola. Devo ringraziare i miei avi per non aver spartito il loro
sangue con il vostro. E prego affinché mai un pidocchio passi dalla
vostra testa alla mia per trasmettermi il vostro sangue anemico.

FRANCESCO LORETI State forse lanciando una tenzone a duello,
don Carlo?

CARLO CAVALLO (ride) Giammai, don Franco. Questa piazza è
sacra. Qui a breve risorgerà la cappella dedicata alla Madonna. Non
potrei mai battezzare questa rinascita col vostro sangue morvoso.
Stavo solo facendovi notare che con la bocca andate oltre i limiti che
vi imporrebbe la vostra scarsa abilità con il resto del corpo. Senza
per questo volervi offendere. Cosa pronunciavate a proposito delle
scorribande?

FRANCESCO LORETI Quello che certamente già ben saprete, don
Carluccio. Sono adirato oltremodo per i saccheggi delle ultime notti
ai danni dei miei pastori. 

CARLO CAVALLO Raccontatemi. Quali danni vi hanno cagionato?

FRANCESCO LORETI Non sono i danni a farmi porre domande e a
insinuare dubbi nella mia mente. Sono piuttosto le minacce che
questi banditi e briganti hanno osato rivolgere ai miei regnicoli e ai
pastori. Chiedevano della mia famiglia e ci deridevano.
Domandavano dove erano le altre nostre terre per continuare a
razziare indisturbati.

CARLO CAVALLO Si vede che vi siete fatto dei nemici. Se avete
bisogno di un’alleanza per difendervi come si conviene non esitate a
domandarcelo. Siamo compaesani da generazioni. Saremo disposti
finanche a dimenticare gli insulti che per la rabbia poc’anzi non siete
riuscito a trattenere. 

FRANCESCO LORETI (adiratissimo) Un’alleanza con voi? Ma di quale
alleanza andate ciarlando? Io vi incolpo per quello che sta
avvenendo. Siete voi il colpevole. Ci state intimidendo. Non pensiate
di avere di fronte un inetto ebete come il vostro compare Vincenzo
\! 35\

Abbamonte. Quel che sta avvenendo è molto chiaro. E ha a che fare
con il vostro imbroglio miserevole del Castellaro. È bene che tutta la
gente di Pietrafesa conosca i metodi che attuate per il vostro
tornaconto. 

CARLO CAVALLO State dando corpo a fantasie malsane che la
rabbia per i fatti accaduti vi induce a esternare. Da questa sera
predisporremo una squadra di controllo con cavalli e armi per tutte
le contrade. 

FRANCESCO LORETI Non serve alcuna squadra di controllo se siete
voi stesso a comandare questi banditi. Proseguite pure con la vostra
commedia, don Carluccio. 

CARLO CAVALLO Sono passato oltre alle vostre insinuazioni, ma
l’insistenza con la quale percorrete questa strada mi impone di porre
un freno alla mia inclinazione tendenzialmente compassionevole.
Confermate dunque le vostre accuse alla mia famiglia?

FRANCESCO LORETI Pensate forse che abbia timore di accusarvi?

CARLO CAVALLO Penso molte cose di voi. La vostra imprudenza vi
cagiona danni che potreste evitare senz’altro. Accusatemi se ne
avete prova.

FRANCESCO LORETI Io vi accuso davanti alla gente di Pietrafesa di
essere il mandante dei briganti che stanno infestando le mie terre,
spargendo terrore tra gli uomini e tra le donne di questo paese. 

CARLO CAVALLO A questo punto non vi resta che imbastire un
processo, caro don Francesco. In quella sede risponderò delle vostre
accuse e voi risponderete delle accuse che mi state così
imprudentemente lanciando. Ascoltate testimoni, fate quello che
dovete fare. Ma la mia proposta di alleanza è adesso ritirata. 

FRANCESCO LORETI La vostra proposta di alleanza era stata da me
rigettata, don Carluccio. Non potete ritirare una proposta non
accettata. 

CARLO CAVALLO (uscendo dalla scena) Ribadisco. La mia proposta
di alleanza è ritirata. Vi auguro una sorte migliore di quella che la
vostra condotta vi cagionerà.

FRANCESCO LORETI (rimasto da solo sulla scena urla verso il punto
da cui è uscito don Carlo) Le vostre minacce intimoriscono gli stolti,
don Carlo. Non me.
\! 36\

Entra sulla scena un vecchio. È il padre di Francesco, don Donato
Loreti.
DONATO LORETI Figlio mio, il fervore e l’ardore della tua giovane età
ti stanno conducendo presso sentieri pericolosi.

FRANCESCO LORETI Padre non potete parlarmi in questa maniera.
Di cosa avete timore?

DONATO LORETI Non è il timore a guidare le mie parole. È la
saggezza. Guardati intorno. Hai chiesto al banditore di convocare
tutta Pietrafesa dinanzi alle macerie della chiesa dei Cavallo per
accusarli apertamente. Adesso guardati intorno. Don Carluccio è
andato via e tu sei rimasto in solitudine. Da solo con il tuo vecchio
padre e l’eco delle accuse che gli hai rivolto. 

FRANCESCO LORETI Cosa intendete dirmi?

DONATO LORETI Che hai commesso un’imprudenza. 

FRANCESCO LORETI Padre, lo sapete anche voi che le scorribande
delle ultime notti sono una minaccia nei nostri confronti. Lo sapete
che i Cavallo ci stanno intimidendo per avere il nostro assenso
nell’operazione che stanno conducendo con il notaro Pascale. Non
possiamo piegarci a una simile ingiustizia. Non possiamo accettare
che si compia questa ruberia anche in nostro nome.

DONATO LORETI Non conta quello che possiamo o non possiamo
fare, mio amato figlio. Né conta che diamo o meno l’assenso a
quella che tu puoi considerare un’ingiustizia. Peraltro l’ingiustizia che
oggi tu consideri come tale potrebbe essere invece un incastro che
ha radici nei secoli passati.

FRANCESCO LORETI Non riesco a seguirvi, padre.

DONATO LORETI Negli ultimi centocinquant’anni l’equilibrio a
Pietrafesa si è retto su labili accordi tra la nostra famiglia, gli
Abbamonte e i Cavallo. Con l’intento comune di mangiare poco per
volta, come fa il topo con una tavola di legno, fette di potere al
barone e alla chiesa. Quello che adesso a te pare un sopruso
potrebbe essere stato in passato ingoiato a forza anche dai Cavallo
in favore della nostra famiglia.

FRANCESCO LORETI Padre mi state chiedendo troppo. Accettare un
simile atto in nome di qualcosa che cent’anni or sono potrebbero
\! 37\

aver fatto i miei avi grazie a un compromesso coi Cavallo?
Permettetemi di prendere le distanze dal vostro modo di pensare. Io
sono un illuminato, padre. Mi avete mandato a studiare a Napoli,
dove ancora risiede mio fratello Rocco, non per condurmi a una
misera esistenza di compromessi. Mi avete mandato a studiare a
Napoli per dare ulteriore lustro alla nostra casata e a Pietrafesa
tutta.

DONATO LORETI Don Carluccio ha le tue stesse idee. È anch’egli un
fautore del liberismo. Dovreste stringere accordi piuttosto che farvi
la guerra.

FRANCESCO LORETI I modi sono completamente differenti. E i
vostri ragionamenti mi offendono, padre.

DONATO LORETI Non dovresti offenderti, figlio mio. Dovresti invece
calare le tue idee e i tuoi modi nella realtà. Don Carluccio è amato e
riverito dalla popolazione. Puoi giurare lo stesso per te?

FRANCESCO LORETI È temuto, padre. Non è amato. È temuto.

DONATO LORETI Il Signore non è forse amato e temuto allo stesso
tempo?

FRANCESCO LORETI L’accostamento che proponete mi indigna,
padre. 

DONATO LORETI Dovrebbe indurti alla riflessione, invece. Hai
rifiutato un’alleanza con la persona sbagliata.

FRANCESCO LORETI Lo temete dunque a tal punto padre.

DONATO LORETI Lo temo e lo ammiro. Sono tempi duri. Tempi in
cui si leva lentamente il vento del cambiamento, figliolo. E quel
giovane ha il fuoco del cambiamento dentro di sé. Ha tenuto in vita
la fiammella che ardeva negli occhi di suo nonno Gerardo e ne ha
fatto un incendio. Se c’è un modo per alienarci infine dai muri eretti
dal barone, quel giovane lo conosce. 

FRANCESCO LORETI Le vostre non sono parole di un padre verso
un figlio. Siete anche voi ammaliato dai modi rudi e dall’arroganza di
quel cane. State pericolosamente ponendo in discussione il rispetto
che vi devo. 

DONATO LORETI Avresti fatto bene ad accettare una cattiva
alleanza, piuttosto che sfidare a viso aperto don Carluccio. 

FRANCESCO LORETI La vostra codardia mi impone di richiamare
\! 38\

quanto prima mio fratello Rocco nella nostra casa. Temo per i nostri
interessi. Non siete più in grado, con rispetto parlando, di farlo voi,
padre. 

DONATO LORETI (andando via) Non devi temere per i nostri
interessi. Devi temere per te stesso.

LE MINACCE DEL BARONE

La scena si svolge come al solito sullo spiazzo. Don Carluccio Cavallo
è nella sua postazione con le mani poggiate sulla ringhiera. È sera.
Con lui c’è il sindaco Vincenzo Gagliardi.
CARLO CAVALLO (molto rilassato) Sindaco, quali nuove mi portate
con tanto affanno? Vi prego di non affliggere il mio animo. A quello
ci pensano già le continue rimostranze del giovane Loreti. Solo gli
affari nelle ultime settimane danno conforto al mio animo affannato.
E ne trae giovamento tutta Pietrafesa con questa nuova aria di
libertà. I regnicoli sono contenti. Ho abbassato anche i loro gabelli.
La produzione ne trae giovamento. Tempo un mese e avremo i fondi
necessari per la ricostruzione di questa amatissima cappella. 

VINCENZO GAGLIARDI (molto preoccupato e con il respiro
decisamente affannoso) Risparmiatemi il vostro quadretto idilliaco
per momenti migliori, don Carluccio. 

CARLO CAVALLO Avevo inteso bene, dunque. Come sempre mi
portate cattive nuove con il carico della vostra ansia e delle vostre
stupide preoccupazioni. Dovrei smettere di darvi udienza. 

VINCENZO GAGLIARDI Non curatevi della mia ansia e delle mie
paure. Questa volta non vi trasmetto miei pensieri, bensì porto con
me una missiva che mi è appena stata consegnata (tiene in mano
una pergamena di carta). 

CARLO CAVALLO Per quel che ne posso sapere una missiva non ha
mai cagionato la morte di qualcuno.

VINCENZO GAGLIARDI La missiva non può ammazzare alcuno,
concordo. Ma il contenuto della missiva può senza alcun dubbio
\! 39\

anticipare minacce che portano alla morte.

CARLO CAVALLO Non tediatemi oltre, don Enzo. Conferite.

VINCENZO GAGLIARDI È una minaccia, don Carluccio. Mi avete
nascosto qualcosa. Qui non si parla solo di quanto avvenuto con il
Castellaro.

CARLO CAVALLO Cosa vi avrei nascosto don Enzo?

VINCENZO GAGLIARDI Non trattatemi come un idiota, don
Carluccio. 

CARLO CAVALLO Sindaco, le mie azioni sono conosciute da tutti in
Pietrafesa. Non sono io a non avvisarvi. Siete voi a essere troppo
distratto da calamai e poesie. Temo vi riferiate al blocco totale di tutti
i generi verso il principe che io e don Vincenzo Abbamonte abbiamo
ordinato da almeno una settimana. 

VINCENZO GAGLIARDI Avete scavalcato l’università cittadina.

CARLO CAVALLO Prendete troppo sul serio il vostro ruolo. Non
costringetemi a ricordarvi chi vi tiene in quel posto. Abbiamo dato
un segnale al barone. Non ha concesso nessuno sconto sulle tasse
dopo l’alluvione. Abbiamo dimostrato che il popolo di Pietrafesa è
capace di farsi una legge da solo, se la considera equa. Per il
momento nessun genere di prima necessità verrà trasferito a
Brienza. 

VINCENZO GAGLIARDI State portando la guerra a Pietrafesa, don
Carluccio.

CARLO CAVALLO La guerra è per i veri uomini, non per i poeti come
voi. Leggetemi la missiva.

VINCENZO GAGLIARDI (con voce tremante e impaurita) È
l’intendente del principe a scrivermi, don Carlo. E questa è la lettera:
Sono scandalizzato dalla vostra reprensibile condotta verso il signor
principe di Atena nel permettere e nel non farmi all’istante rapporto
di guasti cagionati al detto signor principe da don Carlo Cavallo e
don Vincenzo Abbamonte. Se non sapete eseguire gli ordini ve lo
insegnerò con mezzi che vi riusciranno oltremodo dispiacevoli.
Cinquanta uomini saranno destinati a visitarvi e dare la dovuta
lezione per far rispettare i miei ordini.

CARLO CAVALLO (sorridente) Cinquanta uomini ci entrano nella
vostra dimora, don Vincenzo?
\! 40\

VINCENZO GAGLIARDI Riuscite a scherzare anche su questo? Io
devo imporvi di far riprendere il normale approvvigionamento dei
generi al principe. Non possiamo rischiare un rastrellamento.

CARLO CAVALLO Ma quale rastrellamento? Rasserenatevi, don
Enzo. Queste lettere arrivano a tutti i sindaci della provincia. La
borghesia si è ribellata ovunque. Non pisciatevi tra le gambe. Alzate
la testa e partecipate a questo momento storico. 

VINCENZO GAGLIARDI Io ci tengo alla mia testa, don Carluccio.
Ancor di più se resta ben salda sul mio collo rugoso.

CARLO CAVALLO La terrete con voi ancora per parecchi anni.
Piuttosto ascoltatemi bene e seguite le mie indicazioni.

VINCENZO GAGLIARDI Non posso, don Carlo.

CARLO CAVALLO Adesso chi è che potrebbe ammazzarvi
semplicemente spezzandovi il collo con le braccia? I cinquanta
uomini che l’intendente ha promesso di inviare a casa vostra o Carlo
Cavallo in persona?
Vincenzo Gagliardi guarda in silenzio negli occhi don Carlo con aria
sorpresa e impaurita.
CARLO CAVALLO Vi suggerisco di non temere oltre per le parole
impresse su quella missiva. Noi siamo uomini di Legge, non animali.
Se il principe pensa di aver subito un danno è corretto che chieda
giustizia, ma non attraverso le armi. Pertanto che apra una
vertenza. 

VINCENZO GAGLIARDI (rassegnato e arrendevole) Cosa devo fare
don Carluccio?

CARLO CAVALLO Dovete respingere formalmente l’istanza
dell’intendente, avvisandolo che volete sperimentare le vie del diritto
per dirimere la questione, non essendo tali contestazioni del ramo
amministrativo e non avendo il signor principe, il quale è un
particolare come tutti gli altri, alcun privilegio per terminare le sue
contese con delle lettere amministrative. 

VINCENZO GAGLIARDI Domani istesso mi recherò dal notaro
Pascale per preparare una risposta come mi avete suggerito.

CARLO CAVALLO (ridendo) E suppongo che poi correrete a
\! 41\

rinchiudervi in casa finché capirete che i cinquanta uomini non
giungeranno mai da Atena e Brienza.

VINCENZO GAGLIARDI Mai come in questa faccenda spero che
abbiate ragione, don Carluccio. Ci sarebbe quell’altra cosa di cui
discorrere.

CARLO CAVALLO Un’altra missiva?

VINCENZO GAGLIARDI Maria.

CARLO CAVALLO (si rabbuia) Cosa intendete?

VINCENZO GAGLIARDI So bene che è innamorata di voi e che, a
modo vostro, ricambiate il suo sentimento. 

CARLO CAVALLO Questo dovrebbe bastarvi.

VINCENZO GAGLIARDI So che vi chiedo tanto. Ma sono sempre
stato al vostro fianco e avrei un favore da chiedervi.

CARLO CAVALLO Domandate pure. 

VINCENZO GAGLIARDI Potreste allontanare mia figlia da voi? 

CARLO CAVALLO Perché dovrei farlo? Cosa vi angustia? Avete anche
apparecchiato il matrimonio tra Costanza e mio fratello Francesco.
Mi volete offendere al punto da preferire mio fratello a me come
genero?

VINCENZO GAGLIARDI Me la farete ammazzare, don Carlo. Se sta
con voi sono sicuro che me la farete ammazzare. La vostra vita è
pericolosa.

CARLO CAVALLO (sorride) Quante volte mi costringete a
rasserenarvi oggi, don Enzo. Nessuno l’ammazzerà.

VINCENZO CAGLIARDI (esce lentamente dalla scena sussurando)
Me la farete ammazzare.

IL CARNEVALE DI PIETRAFESA

La scena si svolge nel palazzo dei Loreti. All’interno dello stesso si
trova il giovane Francesco Loreti. In mezzo allo spazio scenico ci
sono un tavolo e delle sedie. Il giovane ode un insistente raschiare
alla porta e va ad aprire. Entrano in casa due persone travestite per
\! 42\

il carnevale. Una da rumita e l’altra da Orso, le due maschere tipiche
pietrafesane.
FRANCESCO LORETI (con aria annoiata) Dannato carnevale. Ci
mancavano solo le visite delle maschere. Poveri villani frustrati che
approfittano della maschera per poter guardare in faccia i padroni
senza essere riconosciuti.
Bofonchiando si avvicina alla fine del palco, verso la sua destra, e
mima il gesto di aprire la porta. Entrano in scena un rumita e un
Orso.
ORSO Carnuval carnuvlacchji ramm nu poc r’ saucicchji, si nun m lu
vuoi rà, ca t pozza mbracità. [Carnevale, Carnevalino, dammi un po’
di salsiccia, se non me ne vuoi offrire che ti possa andare a male].

FRANCESCO LORETI La conosco, la conosco la filastrocca di rito. E
so anche che se i Signori si rifiutano di farvi accomodare al tavolo del
cibo durante il carnevale andrà a male tutto il raccolto della prossima
estate. Ho ben altri pensieri per la testa, ma non vi caccio a pedate
fuori dal palazzo. Avvicinatevi pure.
Le due maschere goffamente e lentamente si avvicinano al centro
della scena, dove c’è il tavolo. Mentre Francesco si allontana
leggermente da loro.
FRANCESCO LORETI (urlando) Rosina. Porta il salame fresco di
quest’anno per le maschere. 

ROSINA SCATURCHIO (per il momento voce fuori campo) Arrivo
prestamente, don Francesco.
FRANCESCO LORETI Eccoci qua. La donna di servizio sta affettando
il salame. E anche un poco di formaggio. Quel poco che siamo
riusciti a salvare dalle ruberie delle ultime settimane, come
certamente saprete.
La donna arriva sorridente e divertita guardando le maschere con
un vassoio di ceramica contenente salame e formaggio.

\! 43\

ROSINA SCATURCHIO (appoggia il vassoio sul tavolo) Ecco a voi.
Vado a prendere una panella. 

FRANCESCO LORETI Brava. E non portare le lame. Siamo tra villani
questa sera. Strapperemo il pane con le mani. (Ridendo di gusto e
facendo smorfie verso le maschere) Dico bene?
Le due maschere fanno cenni di assenso senza parlare. Nel
frattempo Rosina esce di scena e ritorna con il pane.
FRANCESCO LORETI Non crederete che passi il tempo a mangiare
con voi la migliore salsiccia pietrafesana senza scambiare una
parola? Qualche chiacchiera dovrete pur concedermela, non
credete?
Mentre parla si alza e prende dalla credenza una ciarletta in
ceramica di vino con tre bicchieri e versa per tutti.
ORSO Carnuval carnuvlacchji ramm nu poc r’ saucicchji, si nun m lu
vuoi rà, ca t pozza mbracità.

FRANCESCO LORETI (annoiato) Lo immaginavo. Potete solo
pronunciare la filastrocca di rito. E il rumita non proferisce parola.
Struscia solo alla porta. Siete noiosi, giovani. Come passiamo il
tempo di questa mangiata?
Nel frattempo ognuno prende fette di salame e formaggio e strappa
pezzi di pane.
FRANCESCO LORETI Dovremmo fare conversazione. Altrimenti
potrei tediarvi con un comizio. Potrei raccontarvi del degrado di
Pietrafesa. Una volta questa terra era conosciuta per rettitudine e
lealtà tra le famiglie. Adesso invece c’è qualcuno che vuole
comandare da solo e assoggettare tutti gli altri. Un giovinetto che si
crede gran tiranno. Siete andati a cercare carità alla casa dei
Cavallo? Vi hanno aperto? Cosa vi ha offerto don Carluccio?
Le due maschere continuano a cibarsi lentamente senza parlare.
FRANCESCO LORETI A voi, in fin dei conti, cosa cale se le cose
vanno in malora. Poveri e miserabili eravate e tali resterete. Cosa ne
\! 44\

sapete voi delle nuove idee napoletane, della libertà e del libero
commercio. Voi siete devoti ai Signori, ai preti e al principe. Ma
adesso anche il principe si è adirato con noi pietrafesani. Acclamate
don Carluccio, perché vi ha ordinato di non cedere più porzioni di
raccolto per il principe. Potete tenerle. Ma a quale prezzo? (si alza
adirato) A quale prezzo, per dio? Vi permette di tenervi il raccolto
solo per far aumentare in voi l’amore verso la sua disgustosa
persona. Vi sta comprando a buon prezzo. Ma quando il barone
invierà qui i soldati a compiere una strage sarete voi a perire. Vi sta
comprando usando come pegno la vostra stessa vita. Siete troppo
stolti per comprenderlo. Siamo un popolo di stolti. Ci siamo fatti
togliere i diritti sulle terre dagli Abbamonte che da Caggiano sono
venuti qui a corrompervi e ad arricchirsi. I vescovi hanno disposto
delle nostre questioni senza mai avere opposizione. Un popolo di
immorali e di stolti. (Dopo un momento di silenzio riprende a
parlare) È vero. Don Gerardo Cavallo lottò con il vescovo. Ma lo fece
per riempire i suoi forzieri. Così come sta facendo adesso suo nipote
che si sta inimicando la chiesa e il barone. Le sue non sono battaglie
di libertà. È uno squallido cinghiale che si ciba di carogne. Siete
carogne. Siete morti che camminano. (Colpi di tosse). Comunque
adesso è bene che liberiate questa casa. Avrete sicuramente altre
credenze da svuotare. Quelle poche che sono rimaste colme, mi
verrebbe da dire. Siamo in piena miseria. E le miserie peggiori
debbono ancora giungere.
Le due maschere si allontanano lentamente dalla tavola, vicino alla
quale sono rimasti in piedi tutto il tempo. Francesco Loreti con aria
svogliata le accompagna alla porta. All’improvviso quello travestito
da orso si fionda sul povero Loreti e lo tiene fermo da dietro, mentre
il Rumita affonda una decina di colpi con un pugnale che teneva
nascosto sotto le foglie di edera.
FRANCESCO LORETI (sorpreso, atterrito, rabbioso) Dannati.
Maledetti. A questo siete arrivati? Mi state assassinando con
l’inganno. Pagherete per questo. Don Carluccio siete voi?

RUMITA Carnuval carnuvlacchji ramm nu poc r’ saucicchji, si nun m
\! 45\

lu vuoi rà, ca t pozza mbracità.

FRANCESCO LORETI Vigliacco. Pusillanime.
Sulla scena arrivano Rosina Scaturchio e, più lentamente, il vecchio
Donato Loreti. La donna urla spaventata. Il vecchio invece,
rassegnato, si avvicina al corpo del figlio morente. Gli altri due sono
ormai fuggiti e usciti dalla scena.
FRANCESCO LORETI (in punto di morte, con voce tremante) Padre.
Sto morendo. Me l’hanno fatta pagare.

DONATO LORETI (piange e gli tiene il capo) Ssshh. 

FRANCESCO LORETI Erano consigli giusti le vostre parole. Non vi ho
ascoltato.

DONATO LORETI Non parlare, Francesco. 

FRANCESCO LORETI Erano consigli giusti.

\! 46\



II ATTO

UNA NUOVA ERA PER PIETRAFESA

Il secondo atto si apre con la scenografia della piazzetta della
Madonna della Rocca completamente rinnovata. Adesso c’è la chiesa
ristrutturata e rinnovata. Una chiesa più grande con all’interno la
cappella privata della famiglia Cavallo. Sul costone roccioso si erge
un piccolo arco con la campana recuperata dopo l’alluvione di
qualche anno prima e rimessa completamente a nuovo. Sulla scena
c’è Carlo Cavallo che si rivolge al pubblico. Ancora una volta il
pubblico svolge la funzione del popolo che assiste al discorso di
inaugurazione della chiesa. Accanto a Carlo Cavallo ci sono
l’arciprete don Gregorio Vallano e il sindaco Vincenzo Gagliardi.
CARLO CAVALLO (rivolgendosi al pubblico) Abbiamo contato i morti,
siamo stati costretti a razionare il cibo per cedere al vile ricatto del
barone di Atena e Brienza, abbiamo versato lacrime quando la
nostra amata chiesa è franata nelle acque rabbiose del Melandro in
piena. Abbiamo elemosinato la pietà e la carità, ma nessuno ci ha
risposto. Questo popolo ha mantenuto la propria dignità. Ce li siamo
presi da soli, i nostri diritti. Sono ormai anni che da Pietrafesa non
viaggiano più carrozze con beni di prima necessità verso il castello di
Brienza. La mia famiglia ha alienato tutto il territorio del Castellaro,
da secoli nelle mani inoperose e sfruttatrici della chiesa. (Don
Gregorio Vallano tiene il capo chino). Vi ho insegnato a non aver
paura. Non è mai arrivato nessun uomo in armi per farvela pagare.
Vi ho insegnato che la paura è il vostro primo nemico e avete
imparato. Oggi su Pietrafesa è tornato a splendere il sole. Un sole
meraviglioso. Ecco a voi la nuova chiesa della Rocca. Siamo stati
troppo tempo senza poter contare sulla protezione di questa chiesa
e della campana miracolosa che allontana le bufere e preserva i
nostri campi dalle potenti grandinate estive. La mia famiglia ha
\! 47\

cercato i finanziamenti senza nessun aiuto per questa opera
grandiosa donata alla comunità. Qualcuno ha osato in passato
criticare le modalità con cui abbiamo alienato i territori del Castellaro
e le nostre pretese legali nei confronti del barone e della chiesa. È
grazie a questo esercizio di estrema libertà che oggi possiamo
presentarvi questa chiesa rinnovata. Non vi sono mancati posti in cui
pregare in questi anni, ma vi è mancata l’unica chiesa che protegge i
vostri campi e i vostri animali. Questa chiesa deve diventare il
simbolo di una nuova era per Pietrafesa. L’epoca della libertà. Non
dovrete più temere baroni di cui non conoscete nemmeno il volto.
Non dovrete più temere per gabelli ridondanti e vecchi come le
rovine dell’antica Satriano. Non dovrete più temere che la grandine
rovini il vostro grano d’estate. Il vostro amato sindaco, don Vincenzo
Gagliardi, per l’occasione ha voluto scrivere dei versi. Conoscete la
sua vocazione poetica (ride). 

VINCENZO GAGLIARDI (sorridente) Io credo che tutta Pietrafesa
debba ringraziare la famiglia Cavallo per questo magnifico dono che
ha elargito. Senza la chiesa della Rocca il nostro paese era monco.
Una delle nostre tre rocce aveva perso la sua parte più preziosa. Ed
è tutto vero quello che ha detto don Carluccio. Pietrafesa sta vivendo
anni importanti. Anni di rivendicazioni e di liberismo. Come saprete
sono molte le cause legali che la nostra università ha intentato
contro il barone, smettendo pagamenti e gabelli. Vinceremo queste
cause per i nostri figli e per i loro discendenti. Vivranno in un posto
migliore. Vivranno da uomini liberi con le proprie terre e con il
proprio reddito. Come diceva don Carluccio, ho scritto qualche verso
in onore della ritrovata chiesa della Rocca. Una poesia che, come
tutte le altre mie opere, regalo alla mia comunità senza ulteriori
pretese.
Saette e fulgidi fulmini estivi

condussero male e distruzione

e la santità ch’era presente ivi

precipitò ingiù pel distrutto costone.

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Grida di corpi ormai morti

pianti di madri dal cuore infranto

lacrime in occhi di uomini già forti

e il sacrilegio di un luogo santo.
Lo Spirito Santo tese la sua mano

e guidò le acque torbide del Melandro

l’amata campana intrisa nel pantano
CARLO CAVALLO Basta basta, ci state annoiando. (L’interruzione
viene vissuta come una burla da tutti i presenti che ridono
fragorosamente, mentre il povero sindaco resta in silenzio). E voi (si
rivolge poi al pubblico) basta con gli applausi che me lo irretite
troppo il nostro amato sindaco. Sapete che io invece non sono
avvezzo alle Lettere. Perdonerete la mia mancanza di sensibilità. Per
questa grande occasione è presente qui con noi anche il
reverendissimo arciprete, don Gregorio Vallano, che celebrerà
un’importante messa augurale. 

DON GREGORIO VALLANO (con aria corrucciata) Evidentemente
tutta la comunità deve stringersi attorno alla chiesa in questa
giornata così festosa. È stata ricostruita una chiesa storica che ha
accompagnato le preghiere dei contadini e degli allevatori per
decenni. Mio padre stesso passava da questa chiesa per pregare
ogni mattina prima di recarsi ai suoi fondi di Santa Lucia per lavorare
la terra. È stata un punto di riferimento che in questi anni di
smarrimento e confusione è mancato molto. Non possiamo dunque
esimerci tutti dal ringraziare la famiglia Cavallo per il gradito regalo
che ha fatto alla comunità. Anche se di un vero dono non si è
trattato. (Carlo Cavallo sorride sarcasticamente). Conoscete tutti la
provenienza dei fondi che la famiglia ha destinato alla costruzione di
questa chiesa. Denaro che era già destinato alla chiesa per conto dei
fondi del Castellaro. Fondi alienati in maniera indebita dalla famiglia.

CARLO CAVALLO (ridendo) Non è il momento delle polemiche, don
Gregorio. Peraltro vi abbiamo ripagato con questa bellissima chiesa. 

DON GREGORIO VALLANO Non intendo indugiare in polemiche, don
Carluccio. Men che meno in una giornata dedicata alla preghiera.
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