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Giuseppe Adami Giacomo Puccini. Il romanzo della vita .pdf



Nome del file originale: Giuseppe Adami - Giacomo Puccini. Il romanzo della vita.pdf
Titolo: E-book campione Liber Liber
Autore: Marco Calvo

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Giuseppe Adami

1. La luce di Verdi

I tre ragazzi camminavano lesti in fila indiana. Giacomino era in testa, capelli al vento, e segnava il passo con
energico ritmo, com'era suo dovere. Infatti, quella, per così dire, passeggiata di oltre venti chilometri dalla nativa
Lucca a Pisa, vituperio delle genti, l'aveva ideata e organizzata lui, scaldando col suo entusiasmo la incertezza dei
due compagni ch'erano Carniccio Carignani e Gigi Pieri.
«O ragazzi» aveva detto «la settimana prossima a Pisa c'è
l'Aida. S'ha a andarci?»
«In che modo?» aveva chiesto Carignani.
«O che tu non le hai le gambe come me e San Francesco
quando sellava il suo cavallo?»
«Giusto, ma la strada è lunga e non siamo abituati.»
«Basterà che ci alleniamo durante queste sere.»
E nella notte stessa cominciò lo strambo allenamento che
consisteva in una specie di caccia al tesoro. Il tesoro era
un mezzo toscano che Giacomino forniva e nascondeva
sul basso capitello d'una colonna di Santa Maria Forisportam, dov'era l'Istituto Musicale. Partendo da un chilometro
distante, con passo regolare i tre amici dovevano arrivare
sulla piazza della chiesa, e là, al via, spiccare la corsa a
chi arrivasse primo a ghermire la preda. Per offrire alla
conquista quel Vello d'oro, Giacomino non aveva che un
sistema: sottrarre i soldini destinati alla madre dalla cartuccia che gli davan le monache Benedettine dette de' Servi, quando suonava l'organo. E poiché la Badessa s'era
messa d'accordo con la mamma che la cartuccia, ossia il
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rotolino di soldi – per precauzione – l'avrebbe sigillato
d'ambo i lati prima di consegnarlo al giovinetto organista,
costui aveva trovato un suo curioso sistema per far saltare
il sigillo, provvedersi del necessario e riapplicarlo intatto.
Più tardi il trucco fu scoperto e salvati cielo, ma per quella
settimana le cose procedettero bene e i toscani necessari
all'allenamento non mancarono mai. Il giorno sospirato
della Aida, finalmente arrivò. E in quel settembre del '76 i
nostri tre campioni podisti, assetati di musica verdiana,
abbacinati più che dal sole dal miraggio di poter assistere
al grande avvenimento, erano sulla lunga strada polverosa
ricchi di giovinezza e di energia. Giacomo, nato nel 1858,
aveva dunque diciotto anni. Gli altri, su per giù, la stessa
età.
«Siete stanchi?» egli chiese.
«Per niente.»
«Siamo già a San Giuliano. Non mancano che nove chilometri.»
«Un'inezia.»
«Avete fame?»
«Certo che sì…» ma non s'osava dirlo.
«E allora, una piccola sosta, se volete, là, all'ombra degli
ulivi, e apriamo il cartoccio dei viveri.»
Mancavano ancora tre ore allo spettacolo quando giunsero
a Pisa, tappezzata di enormi manifesti col titolo dell'opera
che era arrivata anche là dopo il grande trionfo scaligero
del '72 a pochi mesi di distanza dal trionfo del Cairo. Il
capolavoro aveva dunque impiegato quattro anni per offrirsi all'ammirazione dei Pisani. Ma Giacomo pensava
che se i Pisani veder Lucca non ponno, egli e i suoi due
compagni Lucchesi potevano, camminando bene bene
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come nelle fiabe, veder Pisa e l'Aida.
Forse quel che l'aveva irresistibilmente trascinato in quella
audace impresa gli ribolliva fatalmente nel sangue per destino atavico: il sogno del teatro.
La generazione dei Puccini, infatti, discendeva da Celle,
frazione di Gello, ch'è un piccolo paese montuoso alla destra del Serchio, in Comune di Pescaglia.
Di là, nei primi anni del '700, calava alla pianura il padre
del primo musicista della dinastia, quel Giacomo Puccini
che, nato a Lucca nel '712, dopo aver studiato a Bologna
con Giuseppe Carretti, diventò in pochi anni celebre per le
sue composizioni sacre e fu nominato dalla Serenissima
Repubblica Lucchese direttore di Cappella della Cattedrale. Ora avvenne che avendo egli saputo che il suo stipendio era perfettamente uguale a quello del boia, chiese che
la retribuzione fosse, almeno simbolicamente, aumentata
ed ottenne che un panino da un soldo venisse aggiunto al
suo mensile, tanto per mantenere le debite distanze tra il
carnefice e l'organista del Duomo.
Egli ebbe un figlio, Antonio, che incamminò alla musica,
anche a costo di duri sacrifici, dato che nelle Mandatarie
del 1768, conservate nell'Archivio di Stato di Lucca, si
legge che il 23 giugno di quell'anno il Governo della Repubblica accordò a Giacomo Puccini un prestito di scudi
200 da restituirsi a scudi due al mese, per far studiare, a
Bologna, Antonio. Il quale, studiando, si innamorò della
bellissima Caterina Tesei, valente compositrice e suonatrice d'organo, e la condusse in sposa a Lucca. Antonio Puccini, che prese il posto paterno, musicò anche tredici composizioni teatrali, sicché fu il primo operista della famiglia
e passò la sacra face al figliolo Domenico che, anche lui,
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alternò i Kirie e i Tantum ergo alle opere profane, tra cui
un Quinto Fabio e La moglie capricciosa. Morì a soli quarantaquattro anni, lasciando la giovine moglie Angela Cerù con quattro bambini, fra i quali Michele che contava tre
anni. E da Michele Puccini, nel 1858, nacque il secondo
Giacomo, ossia Giacomo il Grande.
Alla morte del nonno Antonio, anche Michele era stato
mandato a Bologna discepolo di Stanislao Mattei, che fu
maestro di Rossini. Dopo due anni passò a Napoli sotto la
guida di Mercadante e Donizetti che lo rimandarono a
Lucca esperto in composizione e contrappunto. Qui sposò
Albina Magi, sorella ad uno dei suoi migliori allievi, Fortunato Magi che, con Carlo Angeloni – poi maestro di
Giacomo – col Rustici e il Marsili, il cui figliolo sposò più
tardi la Nitteti, altra figlia di Michele, uscirono dall'Istituto Musicale Pacini, dove egli era stato nominato insegnante.
Quando cessò di vivere, a cinquantun anni, nel '64, la moglie Albina che ne aveva trentatré rimase con sette bimbi
da allevare e mantenere: Otilia, Tomaide, Iginia, Nitteti,
Giacomo, Ramelde e Michele non ancora nato quando il
padre morì. Lutto enorme per Lucca e solenni onoranze.
Dinanzi alla bara, Giovanni Pacini, l'autore della Saffo, nel
commosso discorso, ricordò il «tenero garzoncello, solo
superstite ed erede di quella gloria che i suoi antenati ben
si meritarono nell'arte armonica e che forse potrà egli far
rivivere un giorno». E concluse con impeto presago: «Tutta questa desolata famiglia appartiene alla Patria nostra.
Chi potrebbe abbandonarla? In Dio la fede, in voi la pietà».
Anni tremendamente duri per la povera Albina, che af5

frontò con potente coraggio il tragico futuro. Tanto che
uno dei primissimi biografi pucciniani, Carlo Paladini,
ebbe a scrivere:
Dice una fiaba dei nostri monti che, quando muore il capo di
casa, tutti i giorni le bare mandano i loro panni funebri per
asciugar le lagrime della vedova e degli orfani. Le bare debbono aver mandato molti drappi funerari in casa Puccini per
asciugare lagrime così copiose. Ma la giovane vedova vinse il
dolore mettendosi faccia a faccia con la sventura. Visse di sacrifici, lottando sempre e trovando nell'educazione dei suoi
piccoli poesia bastante per affrontare la prosa crudele dei bisogni materiali, temprando l'anima eletta ai più crudi combattimenti. Quando qualcuno scriverà un libro sulle madri celebri, la mamma di Giacomo, modesta e ignota, avrà certo la
sua storia d'onore.

Giacomo, nella sua prima giovinezza, non aveva proprio
voglia di far nulla. Per levarselo di casa ed imporgli una
disciplina di cui era intollerante, la madre era riuscita a
farlo accettare prima nel Seminario di San Michele e poi
in quello di San Martino. Tentativi inutili. Gran marinar la
scuola per correre sulle mura a preparar laccetti e infilar
panie sugli ippocastani, per i passerotti. La mamma disperata. E allora lo zio Magi pensò di portarsi Giacomino per
le chiese dove egli suonava l'organo e di farlo cantare da
contralto. Quando stonava, ed avveniva spesso, eran potenti calci negli stinchi, che lo zio gli sferrava. Finché un
giorno, convinto che con la voce non se ne cavava nulla,
dichiarò scoraggiato alla sorella che Giacomo per la musica non aveva proprio nessuna tendenza.
«Possibile?» si chiese con il cuore stretto d'angoscia la signora Albina. Essa s'era prefissa di fare almeno del fi6

gliuolo un modesto organista, tanto da campare. E per non
togliersi anche questa speranza ne parlò all'Angeloni perché se lo prendesse all'Istituto Musicale.
Carlo Angeloni, ch'era fra l'altro un appassionato cacciatore, fino dalle prime lezioni, per conquistare il discepolo,
cominciò a discorrere con lui di vischio, di richiami, di civette e di lodole. E in breve si stabilì – tra loro – sì intensa
simpatia che il maestro poteva fare di quel ragazzo tutto
quel che voleva, persino un organista, com'era tradizione
di famiglia.
Ma in quel momento, là davanti al Teatro, Giacomo s'infischiava delle musiche sacre, degli antenati e persino delle
monache de' Servi che l'avevano caro e dopo le funzioni
gli offrivano fumante la cioccolata. Non pensava che
all'opera. Era l'Aida che voleva sentire e per sentirla bisognava escogitare il sistema d'assistere, senza pagare, ché
non ne avevan uno, allo spettacolo.
A toglier di pena se stesso e i due amici, vinta l'innata timidezza, Giacomino si diresse al portiere piantato sull'ingresso, chiedendogli d'un fiato: «Dica: potrei parlare
all'impresario?».
«Al sor Boccioni?»
«Proprio a lui.»
«Ora non è possibile. È là dentro al botteghino.»
«Gli è che dovrei consegnargli una lettera urgente. Son
venuto da Lucca apposta per recapitarla in mano propria.
Se mi lascia passare, ho qui con me due amici, ce la sbrighiamo subito.»
Il portiere capì, sorrise sotto i baffi e disse con magnanima
bontà: «Passino pure».
Il gioco era riuscito. Appena varcata la soglia, evitando il
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botteghino, i tre ragazzi sgusciarono all'assalto della scala
della galleria.
Il teatro era ancora buio e deserto. A guardare da lassù pareva un baratro immenso e pauroso. A tratti s'udiva dietro
il sipario il picchiar dei martelli dei macchinisti che davan
gli ultimi tocchi all'impianto delle scene. E ad ogni colpo,
Giacomo sussultava come se qualcuno gli battesse sulle
spalle per cacciarlo via. Dopo un'ora d'attesa furono atterriti dal vociare di gente che saliva. Avevano fatto porta e
la folla a fiumane correva a prender posto. I ragazzi il loro
posto ben centrale, in faccia al palcoscenico, se l'erano già
preso e meritato. Ma non si sentirono sicuri fino a che,
all'otto e mezzo precise, il direttore d'orchestra, battendo
tre colpi sul leggìo, diede l'attacco.
Silenzio religioso e misterioso. Giacomo s'aspettava che
l'opera s'aprisse con squilli alti e trionfali. Quando dilagò
invece quel pianissimo di violini, dolce e lieve come un
battito d'ali, trattenne il respiro e si premette il cuore che
pareva scoppiargli di commozione. Un'onda di poesia
l'avvolgeva e trascinava in un'atmosfera irreale, sempre
più in alto, sempre più lontano. E di mano in mano che
l'opera procedeva, era una febbre intensa che gli bruciava
il sangue, un'ebbrezza di sogni, di speranze, di volontà,
una sete ardentissima di gloria, di splendore, in un mondo
vastissimo, tutto da conquistare. Verdi gli parve un Dio
potente e protettore che guardava a lui, tapino lassù, e misericordioso, con la sua sacra mano, gli apriva le bronzee
e chiuse porte d'una strada infinita.
L'anima del giovane Puccini, quella sera, certo comunicò
con l'anima del Grande.
E al ritorno, nella notte limpida e stellata, che profumo
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possente veniva dalla Versilia e dalla Garfagnana!… La
strada era leggera e tutta canora. I motivi verdiani alitavano sospesi fra terra e cielo, carezzavano i cipressi e gli
ulivi. Nessuno dei tre ragazzi ardiva di parlare per non
rompere l'incanto che avevan chiuso in cuore, visione insuperabile e incredibile di bellezza perfetta. Fantasmi di
guerrieri e sacerdoti, di egiziani e di etiopi, di flabelli, di
idoli, d'inconsuete trombe venivan loro incontro, sorgevano e svanivano a ogni passo.
Le chiare acque del Serchio si tingevano di azzurrità di
Nilo e i cespugli diventavano palmizii e le Apuane prendevano l'aspetto dell'immenso Ftà, tanto invocato, dominatore dei destini umani. San Giuliano, Rigoli, Ripafratta,
Montuoro e finalmente, all'alba, l'alta torre dei Ghinigi, le
verdi mura di Lucca, sì cupe e massicce da sembrare la
cerchia d'una grande prigione.
Nasceva il giorno quando gli amici si separarono davanti
alla casa dei Puccini, nella stretta e tetra via di Poggio.
Una figura diafana s'affacciò alla finestra: «O Giacomo,
sei tu?… Sei ritornato?».
«Sì, mamma…»
Ma poi, salendo le scale buie ed umide, il ragazzo, come
se volesse imprimersi una decisione maturata in quella
notte, mormorò a se stesso: «Mamma, sono tornato, ma
per poco. Presto ripartirò».

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2. La festa di San Paolino
Si dice che San Paolino, che fu il primo vescovo della città e in onore del quale i Lucchesi fecero costruire una
chiesa da Baccio da Montelupo, sia stato l'inventore delle
campane. Ma in quel mattino del 29 giugno '77, i sacri
bronzi fecero a gara per proclamare alta la gloria del Santo
inventore. Non era ancora spuntata l'alba che già tutti i
campanili della Lucchesia si svegliavano chiamandosi l'un
l'altro, a tocchi lenti e gravi e martellati, da prima, poi a
sommessi concertini garruli, poi addirittura a distesa, con
un'esaltazione che aveva bisogno di sfogarsi. E il frastuono solenne dilagava incessante a far balzar dal letto fedeli
e miscredenti, devoti o toscanamente implacabili bestemmiatori. Su tanto scampanìo affrettava il passo la gente del
contado che da ogni viottolo sfociava a frotte nella strada
provinciale e si andava incanalando in pellegrinaggio verso la chiesa del Santo Patrono.
Intanto a poco a poco nella piazza, tutt'intorno al sagrato,
s'aprivano le baracche e i banchi d'un mercato chiassoso
ed inconsueto, e alle finestre e ai balconi si drappeggiavano a vivaci colori gli orifiammi per la processione.
Insomma festa grande di devozione e di divertimento.
Ché, messa l'anima in pace col buon Dio e col Patrono,
più tardi, tutta quella gente si sarebbe riversata nelle osterie e, dopo il concerto della Banda, avrebbe visto Lucca
accendersi di mille luminarie e splendere di fuochi artificiali.
Per Giacomo fu quella una gran notte insonne. Le prime
luci lo trovarono desto a pensare ai casi suoi e a pregare
ansioso San Paolino che gli concedesse la grazia di una
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grossa rivincita.
Pochi mesi prima si era inaugurata a Lucca una memorabile esposizione di tesori d'Arte Sacra. E per l'occasione
era stato bandito il concorso per un Inno sul tema «I figli
dell'Italia bella» che cominciava così: «De' tuoi figli, Italia
bella – Uno il voto ed uno il core – Che rifulga la tua stella – dell'antico tuo splendore». Tra i quattro concorrenti
era Puccini, il quale non solo fu bocciato ma consigliato
dai giudici di tornare a studiare.
Smacco grande, non tanto per lui, quanto per la madre che
in quell'Inno sperava molto. Ma Giacomo la consolava dicendole: «O mamma, non la si confonda. Dimostrerò ben
presto che asini son loro».
E per dimostrarlo si buttò a comporre un Mottetto da eseguirsi solennemente in chiesa per la festa del Santo Patrono.
L'Angeloni aveva giudicato quella composizione eccellente, anche se un po' teatrale. Ma la riserva aveva, in fondo,
fatto molto piacere al maestrino.
«Bene» aveva risposto «son contento che si senta che dalla cantoria volo verso il teatro.»
Da San Paolino, l'implorata grazia fu concessa: il Mottetto
trionfò. E se non fosse stato ch'era in chiesa, al finale sarebbero scoppiati grandi applausi.
Pur tutti, piano piano, mormoravano: «Questa, sì, che è
proprio vera musica…».
«Musica della Casa…»
«Questi Puccini, la melodia l'hanno nel sangue…»
«Di padre in figlio, sempre di bene in meglio…»
«È un giovane che farà…»
«Sarà una gloria di Lucca, quel ragazzo…» Del Mottetto
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si parlò tutto il giorno: nei crocchi, nei caffè, nelle osterie,
alla passeggiata sulle mura, durante il concerto della Banda municipale. Un successone unanime. Ed otto giorni
dopo sul foglio locale Il Moccolino, un lungo articolo del
dottore Nicolao Cerù, che chiudeva con questa frase tipicamente toscana: «È inutile negare che i figlioli dei gatti
pigliano i topi».
Questo dottor Cerù ch'era il prozio di Giacomo perché la
nonna Angela Puccini nasceva una Cerù, aveva oltre a un
gran cuore una gran barba bianca e un'altezza gigantesca.
Essendo agiato, quando morì Domenico, fu lui che aiutò
la disgraziata Albina coi suoi piccoli che gli si stringevano
attorno con tenero affetto. A Lucca lo chiamavano il babbo dei bimbi poveri, e i bimbi lo guardavano estatici dal
basso in alto come fosse un cipresso od una torre che si
piegava in due verso di loro, piccoli e tapini. In compenso
i monelli si sbizzarrivano a tracciarne le più goffe caricature sui muri col carbone, abbinandolo spesso con Don
Pernice ch'era il prete più piccolo di tutta la diocesi.
Fu a lui che si rivolse Giacomino dopo il successo, con la
scusa di ringraziarlo per il bell'articolo del Moccolino, e
attaccò a bruciapelo: «Sa che lei ha ragione?… È proprio
vero».
«Vero che cosa?»
«Che i figlioli dei gatti piglian topi.»
«L'ho scritto per incoraggiarti.»
«Ma io del coraggio ne ho da vendere… E come figlio di
gatto voglio ghermire dei topi grossi così, che sono nelle
chiaviche di Milano.»
«Di Milano?… O che c'entra?»
«Sì, caro zio… È là che voglio andare. Lo dice anche il
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mio Maestro Angeloni che qui ci creperei d'inedia, ed è
tempo che entri in quel Conservatorio.»
«A dirlo si fa presto… E i soldi… intendo dire i bigei?»
«Questo è il punto.»
«Appunto.»
«Lo dice anche la mamma che per andare occorrono dei
bigei… Ma viceversa è per far dei bigei che vorrei partire… O che non sono partiti a centinaia, a migliaia, da
Lucca, quei figurinai che in America hanno fatto fortuna e
son tornati, alcuni, ricchi sfondati che si sono comprate le
più belle ville dei dintorni?… Ecco… se un giorno anch'io… non si sa mai…»
«Verrò a casa stasera, e ne riparleremo con tua madre.»
Alla sera, in via di Poggio, consiglio di famiglia a cui partecipò anche il fratello Michele che s'era messo a studiar
musica lui pure e appoggiava il progetto della partenza di
Giacomo, covando in cuore il segreto desiderio di poterlo
un giorno o l'altro raggiungere alla capitale lombarda, dove si era fissato che avrebbe dato lezioni di canto a molte
americane.
La mamma, con trepida delicatezza, pure mettendo in
primo piano la necessità del denaro, si guardò bene dal
chiederne al Cerù, che, d'altronde, non guazzava nell'oro
nemmeno lui. Anzi premise subito: «Tu, per noi, hai già
fatto troppo. E se Giacomo s'ostina a voler partire, ora che
con l'Aida s'è montato la fantasia del teatro, so bene io
quale via si potrebbe seguire».
«Quale, mamma?…» chiese Giacomo pieno di speranza.
«La via della Regina.»
«E dov'è, mamma, questa strada? Vuoi dirmelo?»
«Non a Lucca, figliolo, ma a Roma, dove, in Quirinale,
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batte un gran cuore, quello di Margherita che, m'han detto,
è sempre pronta a proteggere gli artisti… Ora, proprio
questa mattina, ho scritto alla marchesa Pallavicini, dama
di Corte, esponendole il nostro caso perché se ne interessi.
Sono certa che lo farà. Perciò, se la Regina concederà il
sussidio, tu puoi partire e che Iddio ti protegga. In quanto
a me, sono pronta al sacrificio di perderti, se questo è il
bene tuo.»
Così concluso, la riunione si sciolse. E dopo un paio di
settimane di ansiosa aspettativa, tutta Lucca venne a sapere che la bontà regale aveva accordato a Giacomo Puccini
ben cento lire al mese per un anno, perché potesse entrare
nel Conservatorio di Milano.
Nell'autunno del 1880, la partenza fu una dimostrazione di
fede in quel ragazzo che lasciava la sua città natale, e gli
amici, il fratello, le sorelle, la mamma, per tentare il gran
passo. E intorno allo scompartimento di terza classe c'era
una folla degna d'un sovrano.
Il Carignani e il Pieri piangevano, invidiavano e giuravano
che l'avrebbero raggiunto non appena raggranellati i mezzi. Lo raggiunsero infatti e lo seguirono poi, per tutta la
vita. Carignani, da prima diventò un valente direttore di
orchestra e fu poi il riduttore di quasi tutte le opere pucciniane. Invece il povero Pieri, che di musica non aveva mai
voluto saperne, a passo a passo raggiunse la carica di direttore dei Telegrafi di Stato.
Molti giorni passarono prima che arrivassero notizie in via
di Poggio. Ma finalmente, ai primissimi d'ottobre, ecco
l'attesa lettera:
Cara Mamma, per ora non ho ancora saputo niente della mia
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ammissione al Conservatorio perché sabato si aduna il Consiglio per deliberare circa gli esaminati e vedere quali possa
ammettere. I posti sono molto pochi. Io ho buone speranze,
avendo riportato più punti. Dica al mio caro Maestro Angeloni
che l'esame fu una sciocchezza, perché mi fecero accompagnare un basso scritto di una riga, senza numeri e facilissimo,
e poi mi fecero svolgere una melodia in re maggiore che mi
riuscì felicemente. Basta, è andata anche troppo bene. La melodia era questa…

E qui Giacomo tracciava un pentagramma a penna e sopra
vi scriveva: «Soggetto dato», e poi, su una fila di puntini:
«di qui in giù è mio».
Angeloni, al quale la madre sottopose subito l'autografo,
sorrise e disse: «Benissimo. Sarà ammesso senz'altro».
La signora Albina di ciò non dubitava. Ma le premeva invece di sapere come il suo Giacomo si fosse sistemato in
quella baraonda che doveva essere Milano, come se la
passasse e se mangiasse abbastanza. E gli rispose pregandolo di darle notizia di tutte queste cose importantissime.
Il figliuolo la rassicurò subito:
La sera, quando ho palanche, vado al caffè, ma passano moltissime sere che non ci vado, perché un ponce costa quaranta
centesimi. Però vado a letto presto. Mi stufo a girare su e giù
per la Galleria. Ho una camera bellina, tutta ripulita, con un
bel banco di noce a lustro ch'è una magnificenza. Insomma ci
sto volentieri. La fame non la pato. Mangio maletto, ma mi
riempio di minestroni, brodo lungo… e seguitate. La pancia è
soddisfatta… Oggi è una giornata pessima, tempo noiosissimo. Sono stato a sentire la Stella del nord colla Donadia e il
Fra Diavolo di Auber col celebre tenore Naudin. Però ho speso poco. Alla Stella ho speso poche palanche in galleria e al
Fra Diavolo niente perché m'ha dato un biglietto il France15

sconi, quello ch'era impresario a Lucca.

Tutto a posto, dunque, anche la pancia, e un vivere per
bene, da gran bravo ragazzo preoccupato solo di istruirsi
ascoltando le opere anche a costo di rinunciare al ponce
ch'era la sua passione e a Lucca se lo beveva ogni sera.
Adesso non restava che aspettare notizie positive sull'ammissione.
E un bel giorno arrivò la cartolina:
L'esame è andato bene. Sono riuscito il primo. Il sedici dicembre cominciano le lezioni.

Nient'altro, ma era tutto. Alla mamma, che aveva gli occhi
lustri, parve che per quella festa del suo cuore le campane
di Lucca sonassero a distesa come in quell'alba luminosa
di San Paolino. E il vecchio zio Cerù, quando lesse le righe, esclamò raggiante: «Non te l'avevo detto?… I figlioli
dei gatti sanno pigliare i topi».

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3. Il paterno Ponchielli
Varcando per la prima volta la soglia del Conservatorio e
guardandosi intorno intimidito, là nel vasto cortile dal severo porticato, indubbiamente Giacomo quella mattina
pensava a Verdi che, nel '32, non poté esservi ammesso.
Nell'esame non era, come lui, riuscito primo: giudizio negativo sul pianista e riservato sulle attitudini alla composizione. La scusa per respingerlo e non fare, più tardi, una
brutta figura con i posteri, fu che egli aveva oltrepassato
di quattro anni il limite di età. Ora, il pensiero quasi umiliava il giovane che si sentiva indegno della sua entrata
facile. Per consolarsi, rivedeva la mamma alla vigilia della
partenza, quando, chiamatolo in disparte, mettendogli in
tasca una busta con un po' di denaro, aveva detto pacatamente, senza lagrime: «Eccoti tutto quello che ho potuto
racimolare… Parti sereno e va' a far fortuna a Milano…
Se Dio non nega il dolore alla mia vita, non negherà
nemmeno il pane alla tua mensa…».
Tre giorni dopo, un giovedì mattina di dicembre del 1889,
Giacomo è nella sua stanzetta in vicolo San Carlo e scrive
a casa:
Ieri ho avuto la seconda lezione di Bazzini e va benissimo.
Per ora ho questa sola, ma venerdì incomincio l'estetica. Mi
son fatto un orario così disposto: la mattina mi alzo all'otto e
mezzo. Quando ci ho lezione, vado. In caso diverso studio un
po' di pianoforte. Ora compro un Metodo ottimo di Angeleri,
che è uno di quei Metodi dove ognuno può imparare da sé benissimo. Seguito: alle dieci e mezzo faccio colazione. Poi
esco. All'una vado a casa e studio per Bazzini un paio d'ore.
Poi dalle tre alle cinque via da capo col pianoforte, un po' di
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lettura di musica classica. Anzi, mi vorrei abbonare ma ci sono pochi bigei. Per ora passo il Mefistofele di Boito che me
l'ha prestato un mio amico, certo Favara di Palermo. [È quel
Favara che, poi, s'è reso celebre con la Raccolta di Canti Siciliani] Alle cinque vado al pasto frugale, ma molto frugale, e
mangio un minestrone alla milanese che per dire la verità è
assai buono. Ne mangio tre scodelle, poi qualche altro empiastro, un pezzetto di cacio coi bei e un mezzo litro di vino. Dopo accendo un sigaro e me ne vado in Galleria a fare una passeggiata in su e in giù, secondo il solito. Sto lì fino alle nove e
torno a casa spiedato. Arrivo a casa, faccio un po' di contrappunto, non suono perché la notte non si può suonare, e dopo
infilo il letto e per addormentarmi leggo sette od otto pagine
di un romanzo… Ecco la mia vita…

La mamma legge la lettera e poi la passa al dottor Cerù
che, soddisfatto, lisciandosi la prolissa barba bianca,
commenta: «Bene, bene… Ha messo giudizio… Vado a
farla vedere all'Angeloni».
E anche l'Angeloni legge, sorride, conclude: «Molto bene.
Che bravo Giacomino, che non pensa più alla caccia ma a
studiare».
Il fratello Michele ne informa gli amici. E alla sera, vagando su e giù per Fillungo, quei ragazzi s'immaginano di
passeggiare per la Galleria dove alla stessa ora Giacomo –
beato lui – sigaro in bocca sorride alle popòle milanesi.
Poi, infilato il letto, dan di piglio a un romanzo e, per non
essergli da meno, leggono qualche pagina prima d'addormentarsi e sognare Milano.
Così a Lucca si segue l'emigrato che a sua volta sente la
nostalgia di Lucca e degli amici, ma si guarda bene dal lasciarla trapelare. E poiché immagina che i suoi scritti facciano sui compagni un certo effetto d'ammirazione e invi18

dia, comunica di essere stato alla Scala a sentire l'opera
nuova del Catalani, ch'era la Loreley: «La gente non va in
visibilio, ma io dico che artisticamente è una bella cosa e
se la rifanno ci torno».
Scrive durante la lezione di drammatica dove si secca
molto e non vede l'ora di tornarsene a casa perché deve
comporre un Quartetto d'archi per Bazzini che, come insegnante, afferma, è il Padre Eterno.
Quella sera va in scena il Simon Boccanegra di Verdi, rifatto. Ma che prezzi, alla Scala:
Le sedie chiuse costano 50 lire e son già date via tutte. L'abbuono è di 130 lire per il carnevale e quaresima. Per una sedia
chiusa ci vogliono 200 lire oltre l'ingresso che fanno 330 lire.
Che razza di roba! Come è ricca Milano! Maledetta la miseria!

E conclude:
Ieri sono andato a Monza sul tramvai. Stasera vado a mangiare i fagioli dal Marchi.

Non bada dunque a spese: di giorno a Monza sul tramvai,
e alla sera fagioli, ahimè, conditi con un olio pessimo, cosa che a lui, lucchese, non va giù. Non sa come dirlo alla
madre, ma quanto pagherebbe per averne soltanto un pocolino di quello buono buono, quello di casa sua.
Alla fine si decide:
Cara Mamma, avrei bisogno d'una cosa, ma ho paura a dirgliela perché capisco anch'io che lei non può spendere. Ma
stia a sentire, è roba da poco. Siccome ho una gran voglia di
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fagioli (anzi un giorno me li fecero ma non li potei mangiare a
cagione dell'olio che qui è di sezamo o di lino), dunque dicevo… avrei bisogno di un po' d'olio ma di quello nuovo. La
pregherei di mandarmene un popoino. Basta poco. L'ho promesso di farlo assaggiare anche a quelli di casa. Dunque se le
mie geremiadi frutteranno, mi farà la gentilezza (come l'ungo,
già si parla di olio) di mandarmene una cassettina che costa
quattro lire da Eugenio Ottolini, il quale l'ha mandata anche al
tenore Papeschi. Qui fanno le opere a tutto andare. Ma io nulla… Mi mangio le mani dalla bile.

Il puledrino di razza dunque freme e si mangia le mani pure mordendo il freno. Chiede un popoino d'olio, ma tanta è
la umiliazione di dover ricorrere a casa che impreca alla
miseria e invidia quelli che l'hanno superata e possono
scialarla, così crede, coi frutti del lavoro.
Passano i mesi e gli anni. Dopo la prima annata è cessato
il sussidio della Regina Margherita ed è il prozio Cerù che
provvede ad aiutarlo. Anche questo gli brucia, sebbene il
vecchio protettore gli abbia detto: «Quando avrai fatto
soldi, con tutto tuo comodo, mi rimborserai». E per Giacomo, grande galantuomo, era come se avesse firmato una
cambiale a scadenza. Per levarsene il pensiero avrebbe voluto che la scadenza fosse per l'indomani, e svincolarsi da
ogni aiuto e correre da solo con le sue sole forze verso il
traguardo.
La miseria contro cui si ribella canta dentro di lui tutte le
melodie. Sente che la musica gli scorre nel sangue, affluisce al cervello. Non lo spaventa la fatica dello studio tra
una vita di stenti. Ha un freddo cane ed aspira «a un paltò
di quelli belli, che son fuori dal Bocconi». Ma può farne a
meno dato il calore che ha nell'anima, una fiamma che
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sempre lo riscalda. E poi – pensa – ce n'è ancora per poco.
È vicina l'epoca dell'esame di promozione. E al dottor Cerù che lo informa di aver trovato la via per raccomandarlo
ai suoi esaminatori, Bazzini e Ponchielli, fieramente risponde:
Voialtri a Lucca, l'avete sempre con le raccomandazioni. Maledetto chi l'ha inventate. Si vede che Carlo Ludovico vi ha
sciupato la testa a tutti. Voialtri non sapete che tipi sono Ponchielli e Bazzini. Ci sarebbe da farci pigliare in tasca.

Non ha dunque bisogno che nessuno, grazie a Dio, lo raccomandi. I suoi maestri gli vogliono bene, l'hanno in considerazione. Prova ne sia che ha l'onore e la gioia di accompagnare spesso a casa Ponchielli, dopo le lezioni. Anzi un giorno, arrivati sulla porta, il Maestro gli ha detto:
«Se non fosse già tardi, ti farei salire su di sopra… Ma se
vieni domani potremo parlare insieme di tante cose».
L'invito lo lusinga e lo agita. Immediatamente ne informa
la mamma, anche perché lo sappiano il Cerù, il Maestro
Angeloni e gli amici, ai quali, preso oramai com'è dalla
composizione del suo saggio finale, non ha tempo di scrivere:
Domani torno da Ponchielli. Ci son stato anche stamane ma
ho potuto parlar poco perché c'era anche la sua signora. Mi ha
promesso di interessarsi di me con Ricordi, e mi ha detto che
gli esami finora sono andati bene. Lavoro accanitamente per
ultimare il mio pezzo che è adesso a un buon punto.

Come lavori, lo sa soltanto lui. Cioè no, lo sa anche Ponchielli, il quale interpellato dal Bazzini sul saggio pucci21

niano in cui ha molta fiducia è costretto a rispondergli:
«Che ti devo dire?… Tutte le mattine mi consegna tali
scarabocchi che io non mi azzardo nemmeno di guardarli».
Giacomo, infatti, nel fervore febbrile della composizione,
butta giù in fretta e furia, a brani, su foglietti staccati, le
sue idee. Fissa e consegna. Consegna e torna a fissare.
L'impeto è tale che il pensiero precorre la mano. Note su
note, e sbalzano fuori i temi e gli sviluppi. È sicuro della
sua tecnica come è sicuro della sua ispirazione. Quando i
fogli volanti saranno coordinati e messi insieme, allora si
vedrà. E fin dalle prime prove, in Conservatorio si comincia a vedere che il Capriccio sinfonico del giovine licenziando esce dal comune saggio scolastico.
Bazzini dice a Ponchielli: «Questo ragazzo è qualcuno».
E Ponchielli gli risponde: «Io ne sono sicuro».
I due giudizi dilagano subito per Milano. In Galleria si
guarda al toscano di Giacomo con simpatica curiosità, che
si tramuta in schietta ammirazione quando si legge sulla
Perseveranza del 15 luglio 1883 l'articolo di Filippo Filippi ch'era il critico più autorevole e temibile dell'epoca.
Nel Puccini – comincia – c'è un deciso e rarissimo temperamento musicale. Unità di stile, personalità, carattere… Altro
che fogli al vento, altro che scarabocchi!
Non ci sono né incertezze né cincischi e il giovine autore, preso l'aire, non si smarrisce, non va fuori del seminato. Le idee
sono chiare, robuste, efficacissime, sostenute da molta verità,
da molta arditezza d'armonia.

Che volete di più? Ma non basta ancora, che il Filippi
proclama esservi nel Capriccio sinfonico tanta di quella
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roba come ben pochi ne hanno fra i compositori più consumati nelle prove dell'orchestra e dei concerti.
Riassumendo:
La tinta predominante è forte, ardita, quasi aspra ma simpatica: le riprese sono ingegnose. Le perorazioni efficaci hanno rilievo dalla distribuzione delle armonie, dall'ingegnoso lavorìo
dei bassi. C'è nel tempo di mezzo un pensiero dominante bellissimo, svolto e ripetuto con sempre nuovi e crescenti effetti.

Giacomo legge e rilegge. Compra molte copie della Perseveranza e le spedisce, francobollo da due centesimi, agli
amici. Alla mamma aveva scritto fin dalle prime prove: «I
maestri sgranarono gli occhi e corrugarono la fronte…».
Ma adesso che lo sforzo è compiuto, si sente stanco e
sperduto. Gli pare che quel tutto sia nulla. La eco degli
applausi è svanita, le critiche hanno fatto la loro giornata.
Questo non è un inizio, è già un passato. E l'avvenire immediato consiste nel rimettere la sua poca roba nella valigia e ritornare a casa. Nel lasciare la stanzetta di vicolo
San Carlo, dove ha trascorso i tre anni di studio, lo prende
una gran malinconia. Va al Conservatorio per accomiatarsi
dai maestri. Tiene per ultimo Ponchielli.
«Quando parti?»
«Domattina.»
«Quando torni?»
«Dio lo sa.»
Il buon Ponchielli lo guarda. Gli legge nel profondo. Gli
dice: «Ti capisco…».
Giacomo sente qualcosa che dall'anima gli sale agli occhi:
sono lagrime. Il Maestro, per non essere preso anche lui
dalla commozione, gli dà larghe manate sulle spalle.
23

«Su, su, figliolo… Devi essere contento… Più successo di
così… Nessuno mai è uscito trionfatore come te… Allegro, dunque: chi ben comincia è alla metà dell'opera… Sì,
la frase è banale e tu, adesso, è l'opera bella e intera che
vorresti. Bisogna aver pazienza. Sai che non t'abbandono…»
«Ha parlato con Ricordi?»
«Sì, ieri. Gli ho detto del tuo saggio… Aveva già letto l'articolo del Filippi. Ma sai bene come sono gli editori. Bisognerebbe presentare loro la cosa bell'e fatta. E per farla,
naturalmente, t'occorre un librettino…»
«Chi può pagarsi questo lusso… chi?»
«Appunto. Mentre tu torni a casa, studierò la faccenda.»
«Ma se crede, Maestro, potrei restare qui ad aspettare.»
«Fa quello che ti dico.»
«Lei solo può salvarmi.»
«Sempre ho creduto in te. Adesso più che mai. Ma occorre
andare cauti nel fare i primi passi. Per ora, dormi sui tuoi
allori meritati… Qua, un bell'abbraccio, e fede. Vedrai che
a Lucca ti festeggeranno… Magari sono capaci di offrirti
un banchetto coi fagioli…»
«E certo ben conditi.»
«Ecco, bravo, ora ridi. Preferisco di lasciarti sorridente.
Dormi i tuoi sonni tranquilli. A tempo opportuno, stai pure
certo che ti sveglierò.»

24

4. La foresta nera
Era destino che il risveglio di Puccini avvenisse assai presto. E infatti in quella stessa seconda quindicina del luglio
'83, mentre il trionfante autore del Capriccio sinfonico riceveva a Lucca le calde congratulazioni dei compagni e
degli amici, a Milano, Amilcare Ponchielli riceveva l'invito di recarsi per qualche giorno a riposare a Caprino Bergamasco. L'invito gli veniva da Antonio Ghislanzoni. Il
poeta dell'Aida e di molti altri libretti, il romanziere di Artisti di Teatro e di molti altri romanzi, il critico musicale e
battagliero, si era, chissà per qual mistero, trasformato in
albergatore ed aveva aperto lassù una «pensione di famiglia».
«Vieni a vedermi nelle mie nuove e forse – più proficue
mansioni» aveva scritto a Ponchielli. «Ti farò mangiar bene e bere meglio, con due vantaggi: che potrai dormire
senza che si parli di teatro e di libretti d'opera e non pagherai il conto…»
E l'amico illustre, sia per curiosità che per svagarsi dalla
fatica dei recenti esami, ora stava avviandosi con un trenino che sostava anche troppo a tutte le stazioni, verso il
breve riposo e la frescura. Assopito in un angolo del suo
scompartimento forse pensava che Ghislanzoni gli stesse
preparando un atteso Caligola quando una voce amica lo
scosse dal torpore.
Era la voce di Ferdinando Fontana che, anche lui, aveva
ricevuto l'invito di recarsi lassù, all'albergo del Poeta.
«Mi capiti a proposito» disse subito Ponchielli. «Avevo
proprio bisogno di chiederti un libretto.»
Fontana si illuminò di gioia.
25

«Sarei felice di lavorare con te.»
«Anch'io» rispose Ponchielli «ma qui si tratterebbe di lavorare assieme per un altro… Sai, quel tal Puccini, quel
ragazzo lucchese ch'è uscito ora dal Conservatorio.»
L'entusiasmo di Ferdinando Fontana scese subito a sottozero. Pure, senza impegnarsi, concluse con molti: «vedrò,
vedremo, se avrò tempo, in questo momento sono così
preso…» che promettevano assai poco di buono.
Col Ghislanzoni non era nemmeno il caso di parlarne. E
lassù, a Caprino Bergamasco, di tanto in tanto il cantore di
Gioconda faceva ricadere il discorso sulle qualità di quel
giovine, che bastava una spinta per farlo camminare a
gran galoppo. Ma visto che con la prosa poteva ottener
poco, data la premessa che Giacomo non possedeva né
mezzi né interi per pagarsi un poeta, pensò, quando tornò
a Maggianico in quel di Lecco, dove villeggiava, di inviare al Fontana questa supplica in poesia:
Ascolta la voce del cuor
Che in te non batte invano.
Ben so che dell'oro il fulgor
Se splende nella mano
Fa inver di piacer tripudiar
E ti eleva a quel ciel
Che la vena ci suol risvegliar
Senza alcun vel.

Però qui si trattava di beneficare un musicista del tutto
sconosciuto eppur pieno di possibilità:
E in questo caso
Deh accorcia il naso
26

E sii benigno
Siccome il Cigno
Che arriva placido
In fondo al mar.
Non esser acido
Col mio compar.

La strampalata poesia ha successo. Fontana si mette una
mano sulla coscienza e con l'altra accorcia il naso, ossia
rinuncia ad ogni pretesa finanziaria. Giacomo ne è informato, non crede a se stesso. Si precipita a Milano, s'incontra col Poeta, s'intendono, diventano amicissimi di colpo
ed insieme partono per Maggianico tra le braccia del Nume tutelare. La tavola è imbandita per la colazione. Fontana, che siede vicino a Giacomo e conosce le abitudini di
casa Ponchielli, quando vede arrivare un piatto di salame
sussurra rapido: «Se hai fame attaccati a questo, perché
sul seguito c'è da fidarsi poco». Ma a Giacomo quella
mattina il mangiare importa poco. L'importante è di poter
avere un libretto.
Con questa lettera informa la mamma del grande avvenimento, dei progetti futuri e, ahimè, dei conti da pagare:
Sono andato da Ponchielli a Maggianico e mi sono trattenuto
quattro giorni. Parlai col Fontana, poeta, che trovasi a villeggiare lì vicino a Ponchielli, e si fissò, quasi, per un libretto:
anzi mi disse che gli piaceva la mia musica, ecc. Ponchielli
poi entrò anche lui di mezzo e mi raccomondò caldamente. Ci
sarebbe un buon soggettino che ha avuto un altro, ma che il
Fontana avrebbe piacere invece di darlo a me, tanto più che
mi piace molto davvero, essedovi molto da lavorare nel genere sinfonico descrittivo, che a me garba assai, perché mi pare
di doverci riuscire. Potrei in tal modo prendere parte al con27

corso Sonzogno. Ma l'affare, cara mamma, è incerto.
Pensi che il concorso è italiano, non ristretto e locale come
credevo; poi il tempo è breve… Ci ho da pagare quindici
giorni di pensione, e se vengo a Lucca mi ci vogliono venti lire per riscattare l'orologio e lo spillo che sono a… respirare
aria di monte. Baci.

Con il danaro per la pensione, il buon dottor Cerù spedisce anche le venti lire. Giacomo paga, spegna orologio e
spillo, torna a Lucca col libretto de Le Villi.
Ai compagni che vanno a incontrarlo alla stazione pare
trasfigurato. Dal discorso che fa loro, non più riconoscibile: «Ragazzi, vi sono molto grato della vostra gentilezza.
Ma d'ora in poi vi prego di tenervi alla larga da casa mia.
Non sperate che venga a bighellonare con voi di notte per
le strade o di giorno al caffè a far chiacchiere inutili. I
miei giorni e le mie notti sono ormai contati…».
«Che?… Devi morire?…» qualcuno gli ribatte per scherzare.
«No: lavorare per vivere, ed arrivare in tempo a presentare
l'opera al concorso del Teatro Illustrato del Sonzogno. Se
non perdo un minuto ci riesco. Ma è necessario che mi ritiri subito nella Foresta nera in preda alla «Tregenda».
Perciò in via di Poggio porta chiusa e che il Dio del mio
genio mi tocchi col dito mignolo il cervello.»
E gli amici gli risposero in coro: «Così sia!».
Il Dio del suo genio lo assiste con larghezza. Ma invece lo
tradirono la fretta e la calligrafia. Basterebbe a documentarlo uno sguardo alla partitura, vera foresta nera, seminata di sgorbi e scarabocchi, che fecero drizzare ai giudici i
capelli e che probabilmente li esasperarono al punto di
bocciare in pieno l'opera. Il premio fu dato a La fata del
28

Nord del maestro Guglielmo Zuelli, che più tardi invece
che per il Teatro si incamminò per la carriera d'insegnante
nei Conservatori.
Trent'anni dopo quel responso, il Zuelli, raccomandando
al Puccini, ormai celebre, un allievo, rievocava la sua vittoria giovanile con questi quattro versi:
Sebben di Sonzogno vincessi il concorso
Il pelo rimisi qual fossi un grand'orso:
E tu che perdesti il concorso Sonzogno
Vincesti la gloria e a me restò il sogno!

Ai quali Puccini, affettuosamente e poeticamente rispose:
Amico mio carissimo
Tu scrivi in poesia
Ed io farò prestissimo
Due versi purchessia.
Trent'anni son trascorsi
Dal tempo delle Villi!
Ma non abbiam rimorsi,
Più o men pei nostri trilli.
Tu per la gran salita
I giovani accompagni
Con fede ribadita.
Convien ch'io non mi lagni
Perché son sempre in sella,
Lungi da noi i ristagni,
Guardiam la nostra stella:
Pel ritmo della vita
La nota è sempre quella!

Però, in quel tale momento, quando a Milano aspettava il
responso e gli giunse nettamente negativo, il ritmo della
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vita parve che gli si fermasse nel cuore. Ad accrescere il
nero delle sue giornate, la mamma s'ammalò, e a Giacomo
non restava che ritornare a casa in attesa di eventi, di cui
Ferdinando Fontana gli aveva fatto intravedere liete possibilità, dopo una memorabile serata nel palazzo di Giovannina Lucca, editrice di musica, importatrice accanita
delle prime opere di Wagner in Italia e prima fondatrice di
quella Casa che poi diventò Casa Ricordi. Fontana, a quel
ricevimento, aveva portato con sé l'avvilitissimo Giacomo
che là s'era incontrato con Arrigo Boito e il critico e musicista Marco Sala. Invitato a suonare, Puccini si mise al
piano ed attaccò con impeto rabbioso le condannate Villi.
Impressione di meraviglia. Alla fine fu Boito che gli disse:
«Caro Maestro, mi rallegro molto della sua bocciatura.
Ora mi pare necessario di ricorrere in appello».
Che quelle non fossero soltanto parole di conforto, si convinse Puccini solo quando gli giunse una lettera di Ferdinando Fontana che lo sollecitava a tornare a Milano dove,
ad iniziativa di Boito, si era aperta tra ammiratori e amici
una specie di sottoscrizione per far rappresentare l'opera al
Dal Verme a dimostrazione che i concorsi troppo spesso
non servono a nulla.
Giacomo immediatamente ripartì. E questa volta lo accompagnava il fratello Michele che, non resistendo più alla tentazione di farsi largo anche lui nella metropoli, per
fare colpo con solenne eleganza sulle future allieve, s'era
armato d'una formidabile tuba da portarsi nelle grandi occasioni.
La sottoscrizione per Le Villi procedeva benissimo. Ferdinando Fontana aveva ritoccato il libretto, ottenendo che
Ricordi lo stampasse gratis. Pronti erano i bozzetti della
30

scena. E l'impresa Steffanoni era dispostissima ad accogliere l'opera purché la somma per le spese raggiungesse
le lire 450 ch'essa aveva richiesto.
Giacomo, e di riflesso Michele, sono giubilanti. E la
mamma, sempre a letto malata, dimentica ogni dolore ricevendo questa lettera:
Cara Mamma, come avrà saputo, io do l'operetta mia al Dal
Verme. Non le avevo mai scritto perché non ero sicuro. Concorrono a darla molti signori di qua e anche persone di vaglia
come Arrigo Boito, Marco Sala, ecc., i quali si sono impegnati
per una somma ciascuno. Ho scritto ai parenti e al Cerù perché mi aiutino per le copie che ci vorrà duecento e più lire.
Per ora non so, potrebbe anche essere di più. Speriamo bene
che cambi! Lei come sta? So che sta sempre al solito, povera
mamma. Michele sta bene e la saluta tanto, poi si scriverà più
a lungo: ho tanto da fare che non ho tempo neppure di scrivere alla mia buona e cara mamma! Stia allegra. Un bacio.

Alla vigilia dell'andata in scena, il 31 maggio del 1884, i
giornali milanesi accrescevano la vibrante attesa con l'annuncio che aveva un fondo polemico e diceva:
Questa sera, al Teatro Dal Verme, ha luogo la rappresentazione di un'altra delle opere presentate al concorso del Teatro Illustrato, una di quelle che non ebbero né premio né menzione
onorevole. Ne è autore il signor Puccini. S'intitola Le Villi e il
poetico soggettino è stato tradotto in versi da Ferdinando Fontana. Il Puccini, lucchese, è allievo del nostro Conservatorio.

Incamminandosi verso il teatro di Largo Cairoli, quella sera, Giacomo chiese al fratello: «O Michele, tu quanto hai
in tasca?».
31

«Io? Neanche un soldo. E tu?»
«Io sì… Ho quaranta centesimi.»

32

5. Ingresso in via Omenoni
All'indomani della prima rappresentazione de Le Villi al
Dal Verme, Marco Sala, per sfogarsi subito, cominciava
così il suo articolo critico sull'Italia:
Puccini alle stelle! Le Villi entusiasmano. Applausi di tutto,
tuttissimo il pubblico dal principio alla fine. Si volle udire tre
volte la prima parte e si è domandato vivamente il bis, non ottenuto, del duetto fra tenore e soprano e della «Tregenda».
Povera Commissione del Concorso del Teatro Illustrato che
non ha accordato a Puccini nemmeno la menzione onorevole,
non l'ha neppure nominato, l'ha buttato in un canto come uno
straccio…

E, dopo aver fatto l'analisi dell'opera, finiva profetizzando:
Riassumendo, un grande successo e un gran compositore alle
viste.

Mentre i critici milanesi stavan tutti occupandosi di lui,
Giacomo col fratello Michele e Ferdinando Fontana entravano al telegrafo tendendo pomposamente all'impiegato
questo telegramma per la signora Albina:
Successo clamoroso – superate speranze – diciotto chiamate –
ripetuto tre volte finale primo.

Fontana ritirò la ricevuta d'una lira e disse: «Ora si va allo
Stoker a mangiare qualcosa… Pago io».
«Vorrei vedere…» ribatté Puccini.
«Come?… Mi impediresti di pagare?»
33

«No… Intendevo dire: vorrei vedere come si mangerebbe
se non pagassi tu.»
All'alba si lasciarono raggianti, sicuri che la critica avrebbe fatto colpo su chi intendevan loro. Passarono tre giorni
prima di averne la certezza. Ed ecco che in primissima
mattina dei colpi violentissimi battuti alla sua porta fanno
balzare Giacomo sul letto. E Ferdinando Fontana si precipita esclamando: «Su, vestiti, poltrone, che alle dieci ci
aspetta il signor Giulio».
Un quarto d'ora dopo, musicista e poeta erano fermi in via
degli Omenoni, davanti agli uffici della Casa Ricordi, ad
aspettare che a San Fedele battessero le dieci, per la puntualità.
Imponenti e massicci gli otto Omenoni, curvi com'è loro
dovere di cariatidi, guardavano dall'alto in basso i due soci
in attesa, ed al Puccini parve che il barbone penultimo a
sinistra, quello che con la mano si tiene l'altro braccio,
sussurrasse ai compagni: «Ecco: tra momenti varcheranno
la soglia, saliranno le scale, saranno ammessi all'ambita
presenza del padrone e despota della musica italiana. Forse quel giovane dagli occhi intenti e la bocca semiaperta
come se ascoltasse la saggia parola del suo primo editore,
lo rivedremo uscir di qui pienamente felice…».
Il signor Giulio, dopo la presentazione fattagli da Fontana,
si tolse gli occhiali che ripulì lentamente con un leggero
fazzoletto di batista, e socchiudendo le palpebre, serrando
le labbra sottili, alzando il viso scarno e la barbetta bionda
verso l'intimidito Giacomo, gli disse: «Ho ascoltato l'altra
sera la sua operina… Bene: la prendo, a un patto…».
Puccini non fiatava. Gli mancava il respiro. Aspettava il
patto.
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«A patto» continuò Giulio Ricordi «che lei me la divida
nettamente in due atti… Dico questo per renderla più teatrale, ossia più commerciale. Fontana studierà librettisticamente la modifica per rendere logica la nuova struttura… Non sarà un gran lavoro neanche per lei…»
«Oh!… non è il lavoro…» mormorò Giacomo.
«E allora che cos'è?»
«Nulla… nulla… Ha ragione… Farò sempre quel che crede.»
«Quello che credo…» aggiunse sorridendo il signor Giulio «è che lei vorrebbe mettersi subito a scrivere una seconda opera…»
«Ah sì!…»
«Bene. Gliene do la commissione. Si metterà d'accordo
qui col Fontana per trovare un bel soggetto… Passi pure
domani a firmare il contratto. Le saranno versate mille lire.»
Giacomo impallidì e per miracolo non svenne. E se non
svenne fu perché l'editore, traendo da un mucchio di lettere un foglietto, glielo porse dicendo: «E adesso legga. Sono due righe di Verdi che la riguardano…».
«Riguardano me?»
«Sì: legga pure.»
Quelle righe dicevano:
Mi hanno scritto tutto il bene del musicista Puccini. Segue le
tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla
melodia, che non è né antica né moderna. Pare però che predomini in lui l'elemento sinfonico: niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L'opera è opera, e la sinfonia è la
sinfonia; e non credo che sia bello fare uno squarcio sinfonico
pel solo piacere di far ballare l'orchestra.
35

Accompagnando i due giovani alla porta il signor Giulio
concluse: Caro Puccini, si tenga bene a mente queste parole per il suo futuro: «L'opera è l'opera e la sinfonia è la
sinfonia…». E arrivederci domani.
Giacomo quel mònito lo ricordò per tutta la vita.
La scena avveniva la mattina del 4 giugno. Il giorno 8, La
Gazzetta Musicale di Milano pubblicava in frontispizio a
caratteri vistosi questo annuncio:
Tito di Gio. Ricordi, Editore di Musica in Milano, Roma, Napoli, Firenze, Londra, Parigi, notifica di aver acquistato la
proprietà assoluta e generale della stampa, rappresentazione e
traduzione per tutti i paesi dell'opera Le Villi, versi di Ferdinando Fontana, musica di Giacomo Puccini, rappresentata con
immenso successo al Teatro Dal Verme di Milano. Ha dato
inoltre incarico al Maestro Puccini di scrivere una nuova opera su libretto di Ferdinando Fontana.

Ma sul sole che nasceva sì limpido e vivo all'orizzonte, si
addensò d'improvviso la più nera nube: ai primissimi di
luglio, la sorella Ramelde telegrafava a Giacomo che la
mamma era morente.
La cara e santa Albina, che aveva accompagnato minuto
per minuto i primi passi della sua creatura, ora che la missione era compiuta, poteva serenamente abbandonarlo al
suo certo cammino. Poteva chiudere gli occhi vigili e incrociare le mani che lo avevano sorretto e far tacere il
cuore che non aveva avuto battiti che per lui.
Sulla sua bara fu deposta una corona d'alloro dalle bacche
dorate: era la corona che amici e ammiratori avevano offerto a Giacomo la sera dell'ultima rappresentazione de Le
36

Villi.
Strazio immenso. Bisogno ardente di scappare da Lucca
dove tutto gli parlava di Lei, di tornare a Milano, di buttarsi al lavoro che, solo, può soffocare il dolore.
E pochi giorni dopo questa lettera sconsolata alla sorella
Ramelde ch'era la prediletta:
Penso sempre a Lei. Questa notte me la sono anche sognata.
Oggi poi sono più triste del solito. Qualunque trionfo potrà
darmi l'arte, sarò sempre poco contento mancandomi la mia
cara mamma. Sta sollevata più che puoi, e fatti quel coraggio
ch'io ancora non ho potuto farmi.

Nel suo nuovo alloggio, al num. 13 di piazza Beccaria,
Puccini sta ultimando il rifacimento dell'opera, convinto
più che mai che il consiglio di Ricordi era stato eccellente.
Nella edizione in due atti, la sera di Santo Stefano di quello stesso anno, Le Villi si rappresentano con completo successo al Regio di Torino. E nella primavera successiva al
San Carlo di Napoli.
Si dice che San Pietro la terza la benedice sempre. Ma
stavolta il Santo smentì il suo proverbio: a Napoli, l'opera
fu subissata di fischi. Un insuccesso epico e inesplicabile.
E non dovuto certo a cattiva esecuzione. Anzi, l'iniziale
freddezza del pubblico imponente fu proprio vinta dalla
Torresella che, applauditissima alla fine della sua aria,
com'era consuetudine di allora, corse a strappare Puccini
dalle quinte per portarlo alla ribalta a ringraziare. Non l'avesse mai fatto! Gli applausi s'arrestarono di colpo. Si gridò all'autore: «Lei che c'entra? Vada via!». E Puccini, atterrito da quell'accanimento personale, s'allontanò a tal
punto da trovarsi, cinque minuti dopo, tutto solo in un
37

piccolo caffè di via Toledo, dove non seppe mai come fosse entrato. Sudava freddo, consultava l'ora. Si convinceva
che in teatro era meglio non tornar più. Quando gli parve
che fosse giunta la fine, passo passo s'incamminò verso il
San Carlo. Il pubblico sfollava con commenti ch'era meglio non sentire. Il disastro era stato completo. Niente s'era
salvato: non l'«Intermezzo», non la «Tregenda». Nulla.
Altro che «Puccini alle stelle», come avevano gridato a
squarciagola i milanesi unanimi. E Giacomo, preso il primo treno, ripartì per Milano, maledicendo il golfo ed il
Vesuvio e osannando al Naviglio e al Resegone.
«Partito preso» disse tranquillamente il signor Giulio.
«Caccia al genio nascente…» ribadisce Ferdinando Fontana.
«Ti aspettiamo per banchettarti dopo trionfo Napoli» telegrafano gli amici di Lucca.
Meno male, pensa, che laggiù non ne san nulla. E per
convalidare la convinzione degli amici e documentare in
modo evidente che l'opera passando di teatro in teatro gli
sta rendendo un sacco di quattrini, decide di comprarsi un
brillante.
Coi mensili che comincia a passargli la Casa Ricordi, può
ben permettersi questo lusso, farsi questo regalo. Tanto
più che il brillante che ora gli luccica nel mignolo è chimico, preso con dieci lire dal famoso Rituali.
Ma arrivato a Lucca la sua proba coscienza si ribella
all'inganno. Non per via del brillante ma per la verità
dell'esito di Napoli.
Ideatore e organizzatore del banchetto, sa che è Alfredo
Caselli, un ricco droghiere appassionatissimo d'arte e amico del Carducci, del Pascoli, di Alfredo Catalani. E Gia38

como, alla vigilia del progettato simposio, non resiste e lo
affronta: «Senti, Caselli, mi faresti il piacere di sospendere
il banchetto?».
«Che dici?»
«Dico» e te lo dico in confidenza «che disgraziatamente
Le Villi a Napoli ebbero un insuccesso clamoroso.»
«Lo so… Lo sappiamo tutti… Abbiamo letto i giornali.»
«Ma allora?»
«Allora che?… Cosa vuoi che ci importi? Se l'opera a noi
piace, peggio per chi torce la bocca. Noi festeggiamo te, la
tua arte, il tuo nome, la tua musica, in barba ai napoletani
che ascriveranno quei fischi a loro disonore. Stai dunque
tranquillo: allo spumante sarò io che alzerò il calice alla
tua gloria presente e alle moltissime prossime e future.»
Per il brillante invece le cose andarono molto meno lisce.
Ché, all'indomani del banchetto, Giacomo si vide capitare
in casa, burbero ed accigliato, il prozio dottor Cerù il quale, senza perdere tempo entrò subito in materia.
«Tu sai» cominciò solennemente «che, come meglio ho
potuto, quando avevi bisogno di denaro ti sono sempre
venuto incontro…»
«Vuole che non lo sappia?»
«Ma ti sei dimenticato, e lo noto con molto dispiacere, che
mi avevi promesso che appena ti sarebbe possibile mi
avresti rimborsato.»
«Ho promesso e mantengo.»
«Lo vedo bene come mantieni…»
«Come fa a vedere?»
«Basta guardarti il brillante che hai in dito.»
Fu allora che Puccini, togliendosi il fastoso gioiello e tendendolo al dottore, sorridendo rispose: «Lo tenevo per
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lei… Se vendendolo riesce a rimborsarsi, parola mia d'onore gliene compro uno vero».

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6. Vigilia di Edgar
Col grosso solitario al dito mignolo, a dir la verità, Giacomo non mirava soltanto a far colpo sugli amici e tantomeno a suscitare l'ira di Nicolao Cerù. Ben altro era il suo
scopo inconfessato, e lo chiudeva bene bene in cuore.
Quel brillante si poteva chiamare specchietto per allodole,
anzi, per un'allodola sola. Il maestrino che cominciava ad
essere acclamato e considerato, pur continuando a stentare
la vita, si era profondamente innamorato di una bellissima
signora di Lucca che, separata dal marito, viveva con una
sua figliolina di cinque anni che si chiamava Fosca.
Era per dare l'illusione alla signora che le cose gli andavano bene, che quel ragazzone di Giacomo aveva avuto la
brillante idea di ricorrere a Rituali. Più tardi seppe che la
dolce, buona, cara e indimenticabile signora Elvira, accortasi del trucco, era stata la prima a sorriderne, ed anche si
convinse che essa non aveva bisogno di quello scintillìo
per volergli un gran bene. Gliene volle poi tanto e per tutta
l'esistenza, già prima di diventare la signora Puccini. E per
lui fu sempre pronta ad affrontare la felice povertà, a dividerla, a consolarla con uno slancio sì schietto ed alto che
può essere citato ad esempio luminoso di fede e di coraggio.
Persino quando i duri anni furono superati, la signora Elvira soleva dire che amava Puccini non perché fosse il
cantore di Mimì ma perché era il suo uomo, mandato dal
destino. Mimì in quell'epoca era molto lontana e Giacomo
trescava con una certa «Tigrana» che gli era piovuta in casa dalle Fiandre, verso il 1900. Eppure il librettista – senza volerlo – l'aveva messo in guardia, ammonendolo in
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prefazione e in rima: «Guai se alla luce d'amor serena /
noi preferiamo la fiamma oscena / che incendia i sensi.
Guai se la coppa / che una baccante trista ne porge, / vuotar vogliamo…».
Il musicista, impaziente di creare l'opera nuova, ormai c'era cascato. Qualche volta, è vero, s'accorgeva di affogare
le sue limpide melodie in un ginepraio d'astruserie simboliche, ma sperava che l'ala della musica s'elevasse al disopra dell'inverosimile fantasticheria del libretto. Poi, non
restava più tempo da perdere: Ricordi sollecitava, i giorni
volavano via rapidi e le duecento lire mensili dell'editore
stavano per finire prima che fosse finita la partitura.
Puccini, come aveva fatto quella volta per l'olio con la
mamma, esita molto e infine decide – ch'era olio anche
questo – di scriverne al signor Giulio che lo aveva, attraverso Ferdinando Fontana, sollecitato a venire a Milano:
Carissimo signor Giulio, Fontana l'altro giorno mi comunicò
la sua decisione circa la mia venuta a Milano verso i primi del
prossimo giugno. Io sarei pronto, e per me sta bene. Ma vorrei
dirle un'altra cosa, ma ho poco coraggio… Basta… Dunque,
come Ella sa, col giugno finisce la mia pensione. L'opera è a
buon punto. Ebbi il libretto in maggio dell'anno passato e ciò
può testimoniarlo anche Fontana che venne appunto qui a
Lucca per completarlo. In un anno, capirà Ella col suo criterio, è impossibile terminare una opera di tanto rilievo come
questa e di tanta difficoltà. Sul più bello delle mie speranze e
del mio lavoro mi troverei sulla nuda terra, non avendo io altri
mezzi di sussistenza e per di più un fratello da aiutare. Dunque sarei a pregarla di prolungarmi questa pensione, per così
poter lavorare con quiete. Le sarei grato se, come dissi, mi levasse di pena con un suo scritto. Perdoni questa noiosa tiritera
gettata già confidenzialmente, alla buona. Per ora sono con42

tento del mio lavoro e voglio sperare che anche Lei, da parte
sua, ne resti soddisfatto. Dunque, quando mi vuole mi faccia
scrivere. Partirò all'istante.

Michele, preoccupato e perseguitato dal cattivo andamento delle sue lezioni di canto, capisce che è di peso al fratello e non vuole esserlo più. Perciò una bella mattina gli
parla schiettamente: «Giacomo, io qui ormai non la sfango. Malgrado la mia tuba imponente, gli allievi van sfumando nella nebbia. Ma ieri in Galleria ho sentito dire che
in America del Sud i maestri di musica sono cercati col
lanternino e mi sono convinto che quella è la mia terra.
Perciò ho deciso di partire. Sai che noi Lucchesi la voglia
di emigrare l'abbiamo nel sangue. Siamo dei giramondo
venturieri in cerca di ventura… Dunque, addio, e che la
sorte ci sorrida propizia ad ambedue sia in questo che in
quell'altro mondo. Addio».
Mancano pochi mesi alla prima dell'Edgar alla Scala. L'opera andrà in scena a fine stagione del 1889. Da Le Villi
sono passati oramai cinque anni e in quegli anni quanti
avvenimenti!
Giacomo non è più solo. È con lui la donna amata. È nato
il figlio Antonio. Ma la fortuna non è ancora entrata nel
misero appartamento di via Solferino. Verrà con l'Edgar?
Il Maestro non si fa molte illusioni. Ha paura del simbolico libretto. Persino di se stesso non si sente sicuro. Ne
scrive a Buenos Aires a Michele lontano a cui pare che le
cose comincino a andar bene. La lettera è del febbraio:
Io sono ancora in letto di nuovo, ma sto meglio. Ho avuto
febbre e dolori. Anche Elvira è a letto con la febbre. È la terza
influenza che ci rimpastiamo. Tonio aspetta sempre la ciocco43

lata dal leggendario zio d'America. È birbante senza più. Ora
lo vesto di bianco col berretto rosso di peluche. Pare un cardinale degli Ascari. Alla Scala le cose vanno male. I maestri
cantori, portati dalla stampa, hanno zuppato i meneghini…
Per l'Edgar ho una paura terribile perché mi fanno una guerra
accanita tutti. Se trovi lavoro anche per me, dopo l'Edgar,
vengo. Ma non a Buenos Aires, nel centro, fra i pelli rosse…
Ti manderò l'Edgar, Le Villi e i Crisantemi, composizione per
quartetto eseguita con gran successo dal Campanari al Conservatorio ed a Brescia. L'ho scritta in una notte per la morte
di Amedeo di Savoia. Le Villi andarono benissimo a Verona e
Brescia. Ti manderò i giornali che parlano di me, dopo la prima alla Scala. E tu mandami pure dei bigei. Anche se il cambio sia così disastroso, non importa… Per ora smetto. Vo sotto, perché ho freddo con le braccia fuori. Stasera nevica… Fa
economia, cerca di vivere a stecchetto sempre e – almeno tu –
fa denari. Io, qua, ho poche speranze…

Purtroppo il suo presentimento è confermato dai risultati:
Edgar in complesso non piacque. I giornali avevano un
bel dire che Puccini doveva essere rimasto lusingato assai
dalla dimostrazione di simpatia e di stima che gli aveva
fatto il pubblico milanese accorrendo a teatro così numeroso il giorno di Pasqua e che i timori di qualcuno circa
l'umore degli spettatori costretti a chiudersi in teatro subito dopo il pranzo pasquale erano mal fondati.
Era indorar la pillola di cui, subito sotto, la cronaca rivelava l'amaro:
Il primo atto è terminato freddamente e il Puccini ha avuto
un'altra chiamata dopo calata la tela. Sarebbe mancanza colpevole però non accennare che nella scena del duello vi sono
in orchestra bellezze indiscutibili.
Durante il secondo atto, Puccini è stato pure chiamato al pro44

scenio tre volte; ma il successo complessivo fu molto inferiore
a quello del primo atto.

L'analisi dell'opera è tutta un'altalena di applausi e di silenzi. La frase chiara e appassionata di Edgar, «O soave
vision», piace, come piace, specie all'ultima strofa, il
brindisi di Tigrana. Ma non piace il coro dei soldati. Uno
dei momenti di più schietto entusiasmo di tutta la serata si
ha al terz'atto, dopo la marcia funebre e la soave melodia
di Fidelia: «Addio mio dolce amor». Ma il terzettino che
viene dopo l'aria di Tigrana è ascoltato «un po' svogliatamente». Il preludio del quarto atto non ottiene l'effetto che
si prevedeva. Il pubblico, indifferente alla prima parte
dell'atto, si riscalda alla frase di Fidelia: «Son tua, son
tua». Si trova che tutta la scena di Tigrana è una pagina da
maestro di polso. Ma l'opera si chiude senza entusiasmo.
Calata la tela, il pubblico ha fatto però una nuova e cordiale dimostrazione al Puccini, chiamandolo al proscenio
parecchie volte da solo e quindi insieme al Faccio, direttore d'orchestra e al librettista Fontana.
Ma se la critica, per ciò che riguarda la musica, dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, è unanime nelle stangate al
libretto cui attribuisce interamente la colpa dell'insuccesso. Alla distanza di otto giorni, sulla Gazzetta Musicale,
Giulio Ricordi si schiera nettamente a fianco di Puccini:
La critica milanese – scrive – si scagliò con grande severità
contro il libretto, e se fu più mite col musicista riconoscendone tutto l'ingegno, ne accolse però il lavoro in modo tale che,
ove il Puccini non avesse fortissima fibra d'artista, potrebbe
concludere col dire: cambiamo mestiere. Ma questa severità
della critica, talvolta così benigna con gli ingegni mediocri,
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non deve affatto scoraggiare il giovane maestro. Al contrario.
Le discussioni appassionate ed ardenti, i lunghi ripetuti articoli, più demolitori che edificatori, non avvengono e non si scrivono per le opere mediocri, le quali si elogiano talvolta ma
cadono sempre per inerzia propria fra l'indifferenza della critica e del pubblico stesso.

Coraggiose parole, che però non riescono ad infondere a
Giacomo quel coraggio che ha perduto. L'insuccesso, se
non grava sul suo valore, grava assai sulle sue condizioni
finanziarie. È scivolato a terra, e tutti si precipitano per
dargli addosso. Scrive a Michele pochi giorni dopo:
Il dottor Cerù mi ha intimato di restituirgli i denari che mise
fuori per il mio mantenimento a Milano agli studi, con gli interessi fino ad oggi… Dice che con Le Villi ho guadagnato
quaranta mila lire. Adesso, per tutta risposta, gli mando il conto dei noli di Ricordi, e vedrà. Sono, invece, solo seimila lire
le mie quote. Che differenza!… Non me lo sarei mai aspettato. Ho qui il farmacista che mi secca e bisognerà che paghi il
conto, di venticinque lire… Sono nella più gran bolletta. Non
so come andare avanti. I mensili di Ricordi seguitano, ma a
debito. Non mi bastano e tutti i mesi accumulo pasticci. Poi
verrà il pieno e che Dio mi liberi… Trovassi modo di guadagnare, verrei anche dove sei tu. C'è da fare? Pianterei tutto e
partirei. Stanotte ho lavorato fino alle tre e dopo ho cenato
con un mazzo di cipolle. Io sono pronto, prontissimo, se mi
scrivi di venire. Però ci vogliono i quattrini per il viaggio, ti
prevengo…

Essendo in questo stato d'animo e finanziario, una mattina
è chiamato d'urgenza da Ricordi. Quella chiamata improvvisa lo sgomenta. Dice ad Elvira: «Vedrai che adesso
mi sospendono i mensili… Così almeno la rovina sarà
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completa».
«Non ti crucciare, Giacomo» gli risponde serenamente
Elvira. «Se fosse, troveremo il modo di raggiungere Michele in America. Non mi par possibile che il signor Giulio ti abbandoni, dopo quello che ha scritto in tua difesa.»
Ma Puccini si sente gelare di terrore non appena Ricordi
comincia il suo discorso: «L'ho mandato a chiamare per
comunicarle che ieri abbiamo avuto un'assemblea piuttosto movimentata degli azionisti proprio per cagion sua.
Quei signori si sono accaniti contro l'Edgar e contro di me
che accusano di favoritismo inutile per via degli anticipi
che le sono stati versati… No, non si allarmi… e mi lasci
finire… Ad un certo punto m'è saltata la mosca al naso,
che, come vede, è piuttosto lungo, ma dritto e ardito come
le mie opinioni. E perciò ho dichiarato che se vogliono
chiudere la porta a Giacomo Puccini, da quella porta esco
anch'io con lui… No… adesso non si commuova… Io mi
sono impegnato a rimborsare del mio quello che lei ha
avuto ed avrà in seguito, qualora non si riuscisse a vincere. Bisogna dunque che lei ci si metta di punta, che cerchiamo un bel soggetto e un buon poeta, per poter dire
con Cialdini, mio amato generale: Sempre avanti Savoia,
e basta simboli! Qua la mano e siamo intesi…».

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7. Marco Praga racconta
È proprio dinanzi a questa piccola scrivania che ero seduto tanti anni fa di fronte a Marco Praga che mi raccontava
la vera storia di Manon Lescaut. Lo studio del caro e
grande commediografo era allora in via Monforte, nella
sua cheta casa che dava sul giardino. E qui, sullo scrittoio,
egli aveva lasciato per la mamma adorata la lettera, che
ora è sotto vetro, di amore e di fede, poco prima di affrontare il giudizio del pubblico milanese con La moglie ideale. L'ambiente, esattamente ricostruito nel Museo Teatrale
della Scala, cui è stato donato dagli eredi, palpita di lui,
della sua solitudine, del suo lavoro. E mentre laggiù in
teatro Manon e Des Grieux sono subissati di applausi dal
pubblico entusiasta, amo chiudermi nella poesia del ricordo, risentire la eco della sua voce, rievocare quel viso segnato e duro di burbero che nascondeva ostinatamente
tanta bontà e sì grande sentimento sotto la scorza ruvida.
Era stato infatti quasi con asprezza che, un giorno, incontrandomi, mi aveva investito: «Ho letto nel volume che
hai pubblicato su Giulio Ricordi la tua narrazione delle
varie vicende del libretto di Manon. Quel che dici non è
esatto. Se, quando ti salda, vuoi venire a trovarmi, ti dirò
io con precisione come si svolsero le cose».
«Domattina stessa sarò da te.»
«Benissimo. Ti aspetto.»
Mentre Manon e Des Grieux, in questa ennesima e mirabile edizione scaligera dell'opera pucciniana, son travolti
dall'onda della loro passione disperata, mi è dolce rievocare quel colloquio nello studio che adesso è diventato una
memoria sacra.
48

Devi dunque sapere – cominciò quella mattina Marco
Praga – che in una sera di primavera del 1890 mi trovavo
come al solito al Savini a fare la partita con gli amici,
quando vidi Puccini entrare e indirizzarsi a me. Disse che
doveva parlarmi non appena avessi finito di giocare. Mi
accorsi che era impaziente, smisi subito e insieme uscimmo in Galleria. Camminando su e giù, Giacomo immediatamente mi espone che si era deciso di chiedermi la collaborazione per un'idea che da tempo lo assillava. Sono torturato, mi disse, da una tema che non mi lascia pace. Voglio scrivere una Manon Lescaut e tu devi stendermi il libretto. Ti confesso – riprese Marco Praga – che fui molto
sorpreso e non capivo perché Puccini si rivolgesse proprio
a me che libretti non ne avevo mai scritto, e nemmeno capivo come mai egli fosse tanto attratto da un argomento
che già da sei anni era stato messo in musica e bene da
Giulio Massenet. Ma le due riserve non lo turbarono affatto. In quanto a Massenet mi dichiarò che egli vedeva in
tutt'altra maniera la vicenda creata dall'abate Prévost, e per
ciò che riguardava gli scrupoli miei affermò che un autore
drammatico della mia tempra – avevo allora rappresentato
da poco La moglie ideale – non doveva esitare ad assumersi l'incarico. E tanto disse e con tanto calore di persuasione, che finii con lo accettare a un solo patto, che avrei
studiato e composto la trama, ma non i versi, per quanto
fossi il figlio di un Poeta. Puccini ne convenne, incaricandomi di scegliere io stesso un collaboratore di mia completa fiducia per versificare. «Benissimo» risposi. «Il Poeta l'ho proprio sottomano: è Domenico Oliva.»
Infatti, Oliva che in quei giorni aveva pubblicato un volume di poesie molto lodate dalla critica, e che m'era fra49


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