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QUANDO C'ERA LUI PDF .pdf



Nome del file originale: QUANDO C'ERA LUI PDF.pdf
Autore: Claudio Pira

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“QUANDO C’ERA LUI...” SFATIAMO I
FALSI MITI SUL FASCISMO
REVISIONATO E AMPLIATO DA: LEONARDO PEDRON
CON INTRODUZIONE DI: CLAUDIO PIRA

INTRODUZIONE: Troppe volte ci troviamo a discutere sul web (e nella realtà) con
ammiratori del duce, Benito Mussolini. Esordendo con un estasiato “Quando c’era
lui…” iniziano a ricordare come una splendida utopia passata i tempi della dittatura, non
smettendo più di citare leggende su leggende in onore della loro sempre presente guida
politica!
Senza entrare in polemiche inutili e condizionamenti politici, noi di “Riscrivere la
Storia” preferiamo far parlare i fatti ed i documenti storici, che si rivelano sempre
determinanti al fine di qualsiasi tipo di studio a posteriori. Ecco quindi qui per loro (e per
voi) una raccolta di molti falsi miti (o presunti tali) da sfatare sul fascismo.
Buona Lettura!
Piccolo PS: onde evitare critiche del tipo “eh ma parlate solo delle cose negative,
comunisti!”, tengo a precisare che lo scopo dell’articolo è quello di esaminare ed
eventualmente sfatare, per l’appunto, alcuni “falsi miti”, non di delineare sterilmente i
pro e i contro del regime per darne un giudizio morale, operazione che – per quanto nella
sostanza inutile, se non a scopo di diletto storiografico – si può proporre in altra sede.

Vogliamo inoltre ricordare inoltre che l’articolo è in continuo aggiornamento, con
sempre nuovi dati, fonti e miti, quindi consigli seri sono ben accetti!

“QUANDO C’ERA LUI...” SFATIAMO I FALSI MITI SUL
FASCISMO

“Coloro che non ricordano il passato saranno condannati a viverlo di nuovo.”



George Santayana[1]

1. Devi ringraziare il duce se esiste la pensione[2]

In Italia la previdenza libera nasce nel 1861, con la cassa invalidi per la marina
mercantile[3]. Da qui troviamo un graduale sviluppo della previdenza sociale, dalle
casse di risparmio postali, alla cassa di assicurazioni per gli infortuni degli operai sul
lavoro, all’assicurazione obbligatoria anche per il lavoro agricolo[4]. Come vediamo,
quindi, la situazione era già parecchio sviluppata e dinamica ben prima della presa del
potere da parte di Mussolini. Per quanto riguarda le istituzioni, nel 1907 nasce la Cassa
nazionale per le assicurazioni sociali[5]; da non dimenticare nel 1898 la fondazione della
“Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, in
concomitanza con la legge che sancisce l’obbligo di assicurazione per molte categorie di
lavoratori contro gli infortuni a carico dell’impresa[6]. Mussolini aveva in quella data
l’età 15 anni. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il
Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le
Assicurazioni Sociali”[7]. Mussolini fondava in quell’anno i Fasci Italiani e non era al
governo.
Tutta la storia della nostra previdenza sociale è peraltro verificabile sul sito
dell’INPS[8] - la quale, ricordiamo, nacque sì durante il Ventennio, ma non fu altro che
una riforma della CNAS, che divenne un “ente di diritto pubblico dotato di personalità
giuridica e gestione autonoma”[9]. La pensione sociale viene introdotta solo nel
1969[10]: Mussolini in quella data è morto da 24 anni.

2. Il duce garantì l’assistenza sanitaria a tutti i lavoratori

Anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria vediamo una presa di coscienza
graduale (importante ricordare che la mentalità del tempo era ovviamente molto diversa
da quella di oggi), è quindi importante contestualizzare. La prima normativa organica in
materia sanitaria viene elaborata nel 1865[11], occupandosi prevalentemente dell’ambito
amministrativo; ma solo nel 1888[12] si comprende appieno l’importanza dell’igiene e si
estende la normativa al riguardo. Dovremo aspettare il 1907[13] per avere finalmente un
testo unico che raccoglie sistematicamente tutte le leggi sanitarie e ne regolamenta la
materia. Nel 1934 abbiamo un nuovo Testo Unico delle leggi sanitarie[14], grazie ad una
sempre maggiore consapevolezza del problema, redatto con grande perizia. Con la legge
dell’11 gennaio 1943, n. 138, con il nome di Ente mutualità fascista – Istituto per
l’assistenza di malattia ai lavoratori, venne istituita la prima Cassa Mutua di Assistenza
di Malattia che offriva tutele ai lavoratori rappresentati dalle varie Confederazioni e
Associazioni sindacali[15]. È lecito pensare non sia stato altro che un provvedimento
volto a cercare di risollevare il consenso nell’opinione pubblica, che da metà anni Trenta
stava calando drasticamente; tuttavia è a quanto pare effettivamente il primo
provvedimento di così ampio respiro in questo contesto. Il 13 maggio 1947 viene
istituita l’INAM, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie[16], vista la
necessità di rinnovare le istituzioni dopo la caduta del fascismo. Viene riformato nel
1968[17], garantendo l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini italiani e stranieri.
Nel 1978[18] abbiamo una riforma della sanità con l’istituzione del servizio sanitario
nazionale, volto a permettere una migliore coscienza riguardo la sanità, una migliore
organizzazione e molto altro[19]: l’INAM viene soppresso in favore delle unità sanitarie
locali[20].

3. La cassa integrazione guadagni è stata pensata e creata dal duce

La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale che integra o
sostituisce la retribuzione dei lavoratori sospesi o che lavorano ad orari ridotti[21].
Nasce nell’immediato dopoguerra[22] per sostenere i lavoratori dipendenti da aziende
che durante la guerra furono colpite dalla crisi e non erano in grado di riprendere
normalmente l’attività. Quindi la cassa integrazione guadagni nasce per rimediare ai
danni causati dal fascismo e della guerra, che causarono milioni di disoccupati.

4. Grazie al fascismo venne fondato l’INAIL

Questo è senza dubbio vero[23], tuttavia va notato che questo Regio Decreto provvede
all’”unificazione degli istituti per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni degli
operai sul lavoro”: non viene quindi ideato nulla di sostanzialmente nuovo. Ulteriore
prova di ciò, oltre all’essere scritto all’interno della legge stessa, è l’esplicito riferimento
al Testo Unico sugli infortuni degli operai sul lavoro[24].

5. Il duce ha tutelato il lavoro di donne e fanciulli

Con questa frase ci si riferisce generalmente al R.D. 26 aprile 1923, n. 653. Sappiamo
che il primo regolamento protettivo riguardo il lavoro dei fanciulli fu promulgato nel
1886[25] (e modificato nel 1888[26] e nel 1902[27]), mentre troviamo il primo Testo
Unico delle leggi di protezione del lavoro di donne e fanciulli nel 1907[28], ben prima
dell’avvento del fascismo al potere. Leggendo la legge sulla “Tutela del lavoro delle
donne e dei fanciulli” del 1934[29] scopriamo, all’art. 25, che il R.D. del 1923 di cui
sopra non è che un Regio Decreto Legge (convertito in legge nel 1925) volto ad
apportare modifiche al Testo Unico, come già successo nel 1910[30].

6. Il duce ha dato l’assistenza ospedaliera ai poveri

La prima legge al riguardo viene emanata nel 1890[31]. Del resto basta leggere il testo
della legge che viene addotta per dare al regime la paternità di questo provvedimento per
capire come stanno effettivamente le cose: “R.D. 30 dicembre 1923, n.
2841, Riforma della legge 17 luglio 1890, n. 6972 […]”. Non vi è quindi alcun primato
fascista, in quanto l’idea era nata da più di vent’anni ed era stata già sviluppata prima del
’23[32]; ovviamente non è però da sottovalutare l’importanza della riforma, che
contribuì ad ammodernare e riordinare diversi aspetti della cosa.

7. Il duce diede la settimana lavorativa di 40 ore

Subito dopo l’avvento del fascismo al potere troviamo la prima disposizione del periodo
fascista al riguardo, “Limitazioni all’orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle
aziende industriali o commerciali di qualunque natura”[33], che fissa a 8 ore giornaliere
(e 48 settimanali) il limite massimo di tempo per cui ognuno poteva lavorare; troviamo
inoltre, però, la legittimazione di un allungamento di massimo due ore al giorno della
giornata lavorativa, previo accordo fra le parti. Considerando l’inconsistenza effettiva
dei sindacati nel periodo fascista e la posizione di sottomissione degli operai che ne
derivò, è lecito pensare che si trovò spesso modo di abusare di questa parte (art.5).
Abbiamo la settimana lavorativa di 40 ore (previe alcune eccezioni) per gli operai
dell’industria solamente nel 1937[34], ma è necessario compiere alcune osservazioni al
riguardo. All’art.4 si stabilisce che il Ministero delle corporazioni ha il potere di
allungare la settimana lavorativa fino alle precedenti 48 ore in caso di particolare
necessità, togliendo di fatto al lavoratore il potere decisionale in merito; sulla stessa falsa
riga procede l’art.5, che stabilisce la possibilità di allungare l’orario lavorativo “per
eseguire lavori preparatori o complementari […] allo scopo di assicurare l’inizio o la
regolare ripresa o cessazione dei lavori ovvero per evitare inconvenienti all’esercizio o
pericolo ai lavoratori”. Per le attività stagionali, nell’art. 8, viene stabilito il limite di 10
ore giornaliere quando i limiti di orario normali non fossero applicabili (sic). Questo per
far capire che parlare di un semplice abbassamento dell’orario di lavoro settimanale a 40
ore non rispecchia completamente la realtà. Notiamo poi che all’art.11 si prevede la
possibilità di “annullare le disposizioni del presente decreto” in caso di situazioni che
presentino un pericolo per l’economia e la sicurezza nazionali, come, ad esempio.. La
guerra. Non a caso con la legge 16 luglio 1940[35] il R.D.L. viene soppresso: i lavoratori
(delle industrie, ricordiamo) hanno potuto usufruirne per ben due anni e mezzo.

8. Il duce ha avviato il progetto della bonifica pontina/bonifiche in generale[36]

I primi lavori di bonifica di cui abbiamo testimonianza risalgono agli Etruschi del VI-V
secolo a.C[37], e Togliatti, nelle celebri lezioni sul fascismo, accenna al fatto che il
terreno della Lombardia “è tutto terreno bonificato con un investimento di capitali che è
durato secoli”[38]. Prima di fine Ottocento, però, non troviamo alcuna legislazione
sistematica al riguardo: abbiamo la prima con la Legge Baccarini[39], il cui scopo
principale era sconfiggere la malaria attraverso un’ampia opera di bonifica[40], alla
quale seguiranno diversi importanti provvedimenti[41]. Dopo l’avvento del fascismo
abbiamo il T.U. del 1923, ispirato alla legge Ruini[42], e successivamente la celebre
legge Serpieri[43], con la quale si concretizza il concetto di “bonifica integrale”, spesso
chiamato “trasformazione fondiaria”[44]. L’opera di bonifica rimane uno dei pochi
effettivi progressi che può vantare il regime fascista, con ad esempio un aumento nel
giro di dieci anni (’22-’32) di quasi cinque volte del numero di centri urbani (da 360 a
1764), un aumento di nove volte del numero di ovini (da 11000 a 90750) e una grande
estensione di parchi naturali ed artificiali[45] - rappresentando tutto ciò appena il 54%
dei lungimiranti piani di Mussolini e Serpieri[46]; non dobbiamo però dimenticare i

meriti dei precedenti governi: come risulta da uno studio di De Stefani[47], dal 1882-91
al 1912-21 la mortalità per malaria si era ridotta a un settimo, nelle zone bonificate la
popolazione era aumentata del 64%, il valore della produzione agricola era cresciuto di
circa 900 milioni l’anno e, nell’Italia settentrionale, il bestiame era aumentato del 134%.
Interessante poi il fatto che fu la parte centro-settentrionale dell’Italia a trarre maggior
vantaggio da questa opera[48], a causa della reticenza dei proprietari terrieri del
Mezzogiorno ad accettare la proposta di rinnovare il sistema produttivo esistente.

9. Ai tempi del duce eravamo tutti più ricchi

Mussolini permise agli industriali e agli agrari di aumentare in modo consistente i loro
profitti, a scapito degli operai, approvando ad esempio il contenimento dei salari di
quest’ultimi. Questo accadde fin da subito: già fra il 1922 e il 1924 i salari reali si
abbassarono di quasi il 10%, e l’imposta sulla ricchezza mobile venne estesa alla classe
operaia[49]. Franck riporta che i salari reali rimasero nel “periodo eroico del
sindacalismo fascista”, dal 1922-1930, attorno a quelli del periodo pre-bellico, mentre i
prezzi arrivarono a salire anche del 600%[50] (l’autore prende come riferimento
Milano). La situazione venne riconosciuta anche da esponenti del Regime – un esempio
fra tutti è il caso di Clavenzani, che ne “Il lavoro fascista” e “La stampa” parlò di gravi
riduzioni salariali, talvolta anche del 40%[51]. Guérin[52] riporta dati ugualmente
preoccupanti, parlando ad esempio del fatto che il salario medio di un agricoltore nel
1930 era del 40% inferiore a quello del 1919[53], e subì un’ulteriore riduzione del 20%
fra il 1930 e il 1938 – dati che si conciliano con quelli riportati da Duggan, che ci parla,
citando gli indici ufficiali, di una riduzione del 28% delle paghe agricole fra il ’28 e il
’35 su scala nazionale[54]. Riporta poi dati offerti dalla stessa stampa italiana, che
indicano una diminuzione della metà dei salari nominali fra il 1927 e il 1932[55] complice sicuramente la famosa crisi del ’29, che evidentemente il governo non riuscì a
controllare così bene come si ostinano a dire i nostalgici. Anche la situazione dell’Italia
meridionale non migliorò: negli anni ’30 la situazione delle campagne siciliane appariva
“quanto meno catastrofica”[56]. Un altro aspetto importante della questione è l’appoggio
da parte del fascismo al capitale: i prezzi degli affitti dei terreni aumentarono dopo il
1922 dal 200%[57] al 700%[58]; in tal modo i piccoli affittuari non furono più in grado
di lavorare la terra, e vennero spinti verso il proletariato. Da non dimenticare, al di là
dell’aspetto meramente economico, la distruzione dei sindacati[59] (rimpiazzati da
“sindacati” fascisti che altro non furono che fantocci del regime) e la soppressione di
ogni tentativo di ottenere una certa indipendenza[60]. Ci sentiamo tuttavia in dovere di
fare nostro il rifiuto tipico dato dalle nuove esigenze della storiografia delle tesi marxiste
che vedono il fascismo come semplice “dittatura del grande capitale”[61] o mero
strumento, insomma, di questo: se pure è certamente vero che la borghesia approfittò
degli squadristi per allontanare il (nella realtà dei fatti inesistente o quasi) “pericolo
rosso” e se inoltre, come abbiamo visto, la situazione delle classi inferiori non fu per

nulla buona, è necessario tenersi alla larga da simili semplificazioni della questione, che
non riescono a spiegarne diversi aspetti[62] quali la vivace permanenza del fascismo ben
dopo la fine del pericolo socialista o le diffidenze del mondo industriale verso gli
ambienti fascisti – si potrebbe anzi semmai parlare di un rapporto, fino ad un certo
punto, di convenienza reciproca incrinata da “reciproca diffidenza e da tensioni
crescenti”[63] – e, soprattutto, è necessario non confondere le scelte che il Governo
dovette fare per non perdere il potere con un esplicito condizionamento.

10. Il fascismo permise di raggiungere il pareggio di bilancio

Questo è certamente vero[64], nel 1925 si raggiunse il tanto agognato pareggio di
bilancio (e non nel 1924, come si legge ad esempio nella famigerata lista delle “100
opere del duce”[65]). Non riteniamo comunque questo possa essere ritenuto particolare
motivo di “vanto” per il regime per tre ordini di motivi. Innanzitutto questo risultato fu
raggiunto diverse volte prima dell’avvento del fascismo, come ad esempio a metà degli
anni ’70 dell’Ottocento da Minghetti[66] e alla fine del secolo da Sonnino[67]; si può
opinare che le condizioni nel ’23 (quando le manovre per il pareggio iniziarono[68])
erano assai peggiori rispetto a quelle dei precedenti pareggi, è tuttavia necessario tenere
conto del fatto che la ripresa economica iniziò già prima dell’ascesa del fascismo al
potere e che il suo raggiungimento seguì un percorso graduale[69]. In secondo luogo non
se ne coglie l’utilità pratica se guardiamo alla situazione effettiva della popolazione in
quel periodo e per il resto del Ventennio; notiamo infine che questo traguardo nulla ha a
che fare con il fascismo in sé, in quanto non vi sono elementi che possano far pensare ad
un rapporto causale fra i due.

11. Il duce ha fatto costruire la prima autostrada

Il primo progetto per l’autostrada si deve a Piero Puricelli[70], che introduce l’idea di
una strada adibita unicamente al traffico automobilistico. Nel 1921 i suoi progetti
vengono approvati, e nel ’23 viene effettivamente inaugurata in Italia la prima autostrada
europea, volta a congiungere Milano ai laghi[71] - ma non ci pare abbia senso stabilire
un rapporto di causalità diretta fra il regime e ciò.

12. Il duce è stato l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa
nazione

Riteniamo pacifico che così fosse, almeno originariamente, visto il suo forte patriottismo
(che affiorò già nel suo periodo socialista[72] e fu costante per tutta la sua vita). La sua
celebre frase “Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle
trattative”[73], spesso citata dai suoi detrattori, non può certo essere interpretata come
segno di disprezzo verso gli italiani, in quanto è plausibile pensare fosse disposto a
sacrificarne qualche migliaio per migliorare le condizioni di decine di milioni di loro.
Nell’ultima fase della sua vita, tuttavia, tutto sembra indicare una sua certa disillusione
verso il popolo italiano: lo testimoniano ad esempio citazioni riportate da Ciano nei suoi
diari, quali “Un popolo che è stato per sedici anni incudine, non può diventare martello”
e “È la materia che mi manca. Anche Michelangelo aveva bisogno del marmo per fare le
sue statue. Se avesse avuto soltanto dell’argilla, sarebbe stato soltanto un
ceramista”[74] – utile notare come oltre a ciò queste citazioni siano testimonianza del
suo spropositato ego, uno dei grandi ostacoli per la vita politica del Paese nel Ventennio.

13. Il duce eliminò la disoccupazione

Questo è senza dubbio un dato di fatto, ma è necessario tenere conto di diverse
considerazioni in merito. Innanzitutto anche nella Germania nazista[75] e nella Russia di
Stalin[76] si verificò lo stesso fenomeno, il che dovrebbe per lo meno far riflettere sul
fatto che è ben poco sensato imputare questo fenomeno alla figura di Mussolini o al suo
operato in quanto fascista. Semplicemente i grandi regimi totalitari del secolo scorso si
affermarono in periodi nei quali si necessitava un grande rinnovamento e si doveva
tenere attiva l’industria bellica, il che ovviamente assorbiva gran parte dei potenziali
lavoratori. In parte il merito va comunque anche ad un certo impulso economico che i
nuovi regimi dettero ai rispettivi Paesi[77], pur mantenendo la classe lavoratrice in
condizioni uguali, e spesso peggiori, di prima; non dimentichiamo infine che anche
l’emigrazione, seppure in minima parte, ebbe il suo ruolo.

14. Nel Ventennio i politici non erano corrotti

Questa è forse una delle argomentazioni che si sentono più spesso, e che denota una
grande ignoranza riguardo l’argomento nonché una forte ingenuità. Un lavoro
pionieristico al riguardo è “I soldi dei vinti”[78], che si ripropone di portare alla luce
questo fenomeno, attraverso documenti inediti riguardo tanto la corruzione all’interno
del regime quanto le razzie dei beni ebraici[79] dopo l’entrata in vigore delle leggi
razziali. Parla inoltre dell’amnistia Togliatti, provvedimento che permise di mettere in

libertà molti fascisti e partigiani indagati per crimini più o meno gravi[80], spesso
dimenticato in quanto scomodo per i neofascisti impegnati a sostenere che il mondo è
contro di loro e che la storiografia “ufficiale” è volta a mentire a loro discapito.
Consigliamo al riguardo anche l’interessante documentario “Mussolini. Soldi, sesso e
segreti”[81], che si ripropone di indagare i “panni sporchi del regime” alla luce dei
documenti dell’Archivio Centrale di Stato sotto diversi punti di vista.

15. Il duce diede il voto alle donne

Questo è semplicemente falso, se intendiamo dire che fu il primo a farlo e se parliamo di
suffragio in generale. Innanzitutto è possibile riscontrare anche in questo ambito una
certa gradualità: il suffragio femminile inizia ad essere considerato nel lontano 1893[82],
seppure in ambito prettamente lavorativo; nel 1910 viene conferita alle donne la
partecipazione elettorale nelle Camere di commercio[83] e nel 1911 viene concesso loro
di partecipare all’elezione di organi dell’istruzione elementare e popolare[84]. Durante il
Fascismo abbiamo effettivamente però la una legge[85] che rende finalmente le donne
elettrici in ambito amministrativo – tuttavia poco tempo dopo questo progresso viene
annullato dalla riforma podestarile[86]: così ogni elettorato amministrativo locale veniva
annullato e si sostituiva al sindaco il podestà che insieme ai consiglieri comunali non era
eletto dal popolo, ma dal governo[87].

16. La riforma Gentile ha ammodernato e migliorato la scuola del tempo

Spesso si sente parlare di questa riforma, e la si elogia a più non posso; mai i nostalgici
del Fascismo si soffermano sui molti punti negativi che vi si possono riscontrare.
Innanzitutto si pone come riforma reazionaria dal punto di vista culturale, in linea con
l’affiatamento tra governo e Vaticano, definendo l’insegnamento della dottrina cristiana
“fondamento e coronamento” dell’istruzione[88] e reintrodotto come materia
obbligatoria dalla prima classe[89]. Va poi sottolineato il carattere elitario della riforma,
frutto della filosofia gentiliana, che riteneva solo che scuola elementare e ginnasio-liceo
potessero formare completamente lo spirito, mentre le altre scuole si limitavano a
limitati aspetti di esso[90]. Il potere dello Stato sull’istruzione viene rafforzato con
l’istituzione di 19 provveditorati regionali[91], per arrivare alla sua apoteosi con la
fascistizzazione dei libri di testo negli anni successivi[92]. I costi divennero man mano
sempre più insostenibili (si parla di un aumento di quasi tre volte del costo dei libri di

testo rispetto al periodo pre-riforma[93]), e con loro le tasse di ammissione[94] - e molto
altro.

17. Il duce diede un “posto al sole” all’Italia conquistando nuove terre

Quello che viene spesso additato come uno dei grandi vanti del fascismo è forse, al
contrario, una delle sue più grandi vergogne, tanto dal punto di vista umanitario quanto
economico. Mentre il mantenimento delle colonie costituì una spesa piuttosto bassa per
il regime, le imprese militari costrinsero lo Stato ad usare risorse considerevoli: si parla
del 20.8% del bilancio statale[95], determinando una crisi irreversibile nei conti
pubblici; altre fonti indicano una spesa di ben il 28% del bilancio statale[96]. Anche
esponenti del regime si resero conto dei problemi esistenti; vedasi fra tutti la relazione
del DDL sulla spesa per le Colonie: “Noi siamo in Africa due volte in ritardo: perché vi
siamo arrivati privi di mezzi finanziari e tecnici adeguati al compito che ci
attendeva”[97]. Tutto ciò portò alla stampa di banconote e ad un indebitamento da parte
dello stato per l’80% della spesa[98]. Ciò non basta ovviamente come condanna totale
del fascismo, in quanto troviamo costi elevati anche per le imprese coloniali precedenti
alla salita al potere del regime[99], ma insignificanti rispetto a questi. E com’è risaputo
dall’impresa etiopica non si ottenne praticamente nulla, essendo questo un territorio
praticamente privo di risorse naturali, se non la possibilità di impiegare più manodopera
(senza, che ci risulti, grandi risultati) – cosa che certo non sarebbe guastata nel
meridione, che rimase arretrato; ciò avrebbe certamente comportato meno danni, oltre a
sanare una frattura che continua da secoli, ma non avrebbe soddisfatto la politica di
potenza data dalla necessità di continua azione ed innovazione e soddisfacimento del
“mito” tipica del fascismo[100] e dei grandi movimenti totalitari in generale. Crediamo
questo basti a dimostrare che la conquista di nuove terre non contribuì in alcun modo a
migliorare l’economia italiana. Passiamo ora al punto di vista umanitario. Innanzitutto è
chiaro precisare che anche prima del Ventennio si compì “ogni sorta di
violenze”[101]sui nativi dei Pesi conquistati, in particolare in Eritrea[102]; ciò non
toglie comunque che vi fu un aumento nella brutalità dei mezzi usati dopo il ’22.
Tristemente celebre è l’uso da parte del regime dell’iprite. Nonostante il Paese si fosse
impegnato, firmando il Trattato di Ginevra[103], a non usare armi chimiche, ne fece
vasto uso in Libia durante diversi attacchi aerei – particolarmente rilevante l’attacco del
31 luglio 1930 all’oasi di Taizerbo, sospettata di essere tana di ribelli, che si risolse
invece in una strage di pastori e contadini[104]. In Etiopia l’uso dei gas assume un ruolo
di primo piano, anche se non essenziale per la vittoria[105], dopo l’autorizzazione ed
esortazione di Mussolini ad usarli sistematicamente[106]. Nel giro di pochi mesi (dal 22
dicembre 1935 al 29 marzo 1936) viene effettuato il lancio di un totale di 272 tonnellate
di iprite sugli obbiettivi del fronte settentrionale, mentre su quello meridionale ne
vengono usate “solamente” 44 tonnellate[107]. Altro aspetto per il quale il colonialismo
si differenzia nel grado di brutalità rispetto a quello precedente sono le vessazioni nei
confronti dei civili, spingendosi fino a “deportazione di intere popolazioni e alla loro

segregazione in campi di concentramento”[108]; esempio di questa politica fu l’esodo
forzato dalle regioni interne della Cirenaica, iniziato nel 1930[109], che portò nel giro di
qualche anno (detenzione inclusa) alla morte di circa 40.000 dei 100.000 deportati[110],
principalmente a causa della lunga marcia, delle pessime condizioni sanitarie dei campi,
delle continue epidemie e delle continue violenze compiute dai guardiani. Nelle colonie
troviamo perfino l’applicazione di “spedizioni punitive condotte con i rituali metodi
squadristici”[111].
Inutile la pretesa di scagionare Mussolini dalle sue responsabilità, imputando ciò che
successe allo zelo dei suoi sottomessi: fu al corrente di praticamente tutto, spesso
architettandolo lui stesso o spronando i suoi sottomessi a fare di più[112].

18. Il fascismo impose una tassa sulle biciclette

In molti siti che si ripropongono di dire la verità su cosa effettivamente successe durante
il Ventennio e cosa sarebbe invece pura fantasia, troviamo spesso l’affermazione che in
questo periodo sarebbe stata imposta una tassa sulla bicicletta, in modo da favorire
l’industria automobilistica e si cominciò, in alcune città, perfino a limitarne l’uso[113].
A prescindere dal fatto che ci pare di notare una certa contraddizione fra ciò e le
condizioni economiche in cui versava la maggior parte della popolazione, per la quale
l’acquisto di un’automobile era pura utopia, da una breve ricerca ci risulta che già nel
1987 fu promulgata una tassa dovuta “dai possessori, a qualunque titolo, di velocipedi a
una o più ruote, di macchine e di apparecchi assimilabili ai velocipedi, comunque siano
messi in movimento quando si facciano circolare sulle aree pubbliche”[114].
L’attribuzione di questo provvedimento al fascismo ci pare quindi errato, e per lo stesso
motivo di carattere economico già esposto escludiamo anche l’esistenza di una presunta
legge volta a limitare l’uso delle biciclette.

1. Il fascismo sconfisse la mafia grazie all'opera di Mori

http://riscriverelastoria.com/2016/02/22/la-mafia-durante-il-fascismo-2/

[1] Santayana, The life of reason, Charles Scribner’s Sons, New York, 1920, p. 284; cit.
in Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1962, p. 1

[2] Per una storia dettagliata della previsione sociale prima del Ventennio, cfr Della
Peruta, Misiani, Adolfo, Il sindacalismo federale nella storia d’Italia, Angeli, Milano,
2000
[3] L. 28 luglio 1861, n.360
[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/previdenza-sociale_(Enciclopedia-Italiana)/
[5] R.D. 30 giugno 1907, n. 376
[6] L. 17 marzo 1898, n. 80
[7] D.L. 21 aprile 1919 n. 603
[8] http://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=11&bi=1_2&link=L%27ISTITUTO
[9] Ibid
[10] L. 30 aprile 1969, n. 153
[11] L. 20 marzo 1869, n. 2248
[12] L. 22 dicembre 1888, n. 5849
[13] R.D. 1 agosto 1907, n. 603
[14] R.D. 27 luglio 1934, n. 1265
[15] L. 11 gennaio 1943, n. 138, art.4
[16] Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 maggio 1947, n. 435
[17] L. 12 febbraio 1968, n. 132
[18] L. 23 dicembre 1978, n. 833
[19] Ibid, art.2
[20] http://www.archiviodistatogorizia.beniculturali.it/il-patrimonio/fondi-di-entipubblici/istituto-nazionale-per-lassicurazione-contro-le-malattie-bb-129-e-regg-66-19231981-inventario
[21] https://www.inps.it/docallegati/mig/doc/pubblicazioni/miniguide/minicig.pdf
[22] Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 agosto 1947, n. 869

[23] R.D. 23 marzo 1933, n. 264
[24] T.U. 31 gennaio 1904, n. 51
[25] L. 11 febbraio 1886, n. 3657, cit. in Della Peruta, Il sindacalismo cit., p. 18
[26] R.D. 8 aprile 1888, n. 3657, Ibid
[27] L. 19 giugno 1902, n. 242, Ibid, cfr anche Rizzo, La legislazione sociale della
nuova Italia (1876-1900), ESI, Napoli, 1988
[28] R.D. 10 novembre 1907, n. 818, Ibid
[29] L. 26 aprile 1934, n. 653
[30] L. 3 luglio 1910, n. 425
[31] L. 17 luglio 1890, n. 6972
[32] R.D. 30 dicembre 1923, n. 2841, preambolo: “[…] e le successive modificazioni di
essa […]
[33] R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692
[34] R.D.L. 29 maggio 1937, n. 1768
[35] L. 16 luglio 1940, n. 1109
[36] Torneremo ad approfondire l’argomento delle bonifiche, delle loro conseguenze,
della loro attuazione, del loro significato dal punto di vista sociale/economico e così via
in un altro articolo
[37] http://amsacta.unibo.it/2570/1/bonifica.pdf
[38] Togliatti, Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1972, p.132
[39] L. 25 giugno 1882, n. 269
[40] http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=237
[41] http://amsacta.unibo.it/2570/1/bonifica.pdf, “La legislazione nazionale”
[42] Novello, La bonifica in Italia: Legislazione, credito e lotta alla malaria dall'Unità
al fascismo, Angeli, Milano, 2003, pp. 14, 198, 217

[43] L. del 18 maggio 1924, n. 753
[44] Enciclopedia Italiana – I Appendice, 1938, Serpieri, “Bonifica”
[45] Franck, Il corporativismo e l’economia dell’Italia fascista, Bollati Boringhieri,
Torino, 1990, p. 53
[46] Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013, p. 193
[47] Cit. in Ibid, p. 47
[48] Castronovo, Storia economica cit., p. 194
[49] De Felice, La conquista del potere, Einaudi, Verona, 2006, p. 397
[50] Franck, Il corporativismo cit., p. 163
[51] Ibid, p. 164
[52] Guérin, Fascismo e gran capitale, Controcorrente, Roma, 1995
[53] Ibid, p. 400
[54] Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2007, p. 171
[55] Guérin, Fascismo cit., p. 302
[56] Duggan, La mafia cit., p. XII
[57] Ibid,p. 165
[58] Guérin, Fascismo cit., p. 405
[59] Ibid, p. 278 sgg.
[60] Ibid, p. 285
[61] “Dopo aver spezzato la resistenza proletaria, distrutti i liberi sindacati, eliminata
ogni traccia di lotta di classe dalle proprie organizzazioni “operaie”, ridotti i salari al di
sotto del minimo vitale, il fascismo deve tentare ancora di dissimulare agli occhi dei
lavoratori la vera essenza del regime, che è quella di una dittatura del grande capitale”,
in ibid, p. 307
[62] De Felice, La conquista cit., p. 121 sgg., 399 sgg.
[63] Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, 2005, p. 44

[64] http://www.treccani.it/enciclopedia/fascismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/;
De Felice, La conquista cit., p. 400
[65] Vedi ad. es. http://www.ilduce.net/operedelfascismo.htm
[66] http://www.treccani.it/enciclopedia/bilancio-e-finanza-pubblica_(L'Unificazione)/
[67] http://www.treccani.it/enciclopedia/sonnino-sidney-costantino-barone/
[68] De Felice, La conquista cit., p. 400
[69] Smith, Mussolini, Rizzoli, Milano, 1981, p. 153-154
[70] Piero Puricelli nasce a Milano nel 1883. Consegue una laurea in ingegneria e due
lauree ad honorem, vantando nel contempo una mirabile carriera
[71] Smith, Mussolini cit., p. 154
[72] Cfr De Felice, Mussolini il Rivoluzionario, Einaudi, Verona, 2006
[73]Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1946, p. 37
[74] Gentile, Fascismo cit., p.260
[75] Shirer, Storia cit., p. 254-55, 283
[76] Peregalli, Stalinismo, Graphos, Genova, 1993, p. 139; Baykov, Lo sviluppo del
sistema economico sovietico, Einaudi, Torino, 1951, p. 231
[77] Cfr anche De Felice, La conquista cit., p. 397, che parla di una riduzione del
numero di disoccupati da 381.968 a 150.449 fra il ’22 e il ’24, risultato senza dubbio
notevole che va però considerato tenendo conto dei salari assai magri (cfr nota 40)
[78] Guarino, I soldi dei vinti, Pellegrini, Cosenza, 2008; numerosi riferimenti al “clima”
di corruzione lasciato dal fascismo anche in Woller, I conti con il fascismo, Il Mulino,
Bologna 2008
[79] Guarino, I soldi cit., cap. 5
[80] Ibid, cap. 1
[81] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f462a20b-3c0e-492e95a9-1d15e31c0292.html
[82] Legge 16 giugno 1893, n. 295

[83] Legge 20 marzo 1910, n. 121
[84] Legge 4 giugno 1911, n. 487
[85] Legge 22 novembre 1925, n. 2125
[86] Legge 4 febbraio 1926, n. 237
[87] Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia, Biblink, Roma, 2006.
[88] R.D. 1 ottobre 1923, n. 2185, art. 3
[89] Ibid
[90] Charnitzky, Scuola e fascismo, La Nuova Italia, Scandicci, 2001, p. 101
[91] Ibid, p. 112
[92] Ibid, p. 393 sgg.
[93] Ibid, p. 394
[94] Cfr ad es. Ibid, p. 505-506
[95] Maione, “I costi delle imprese coloniali” in Del Boca, a cura di, Le guerre coloniali
del fascismo, Laterza, Bari, 2008, p. 401, tab. 1
[96] Ibid, p. 402, tab.2.Per il dibattito sulle fonti cfr. pgg. 403 sgg.
[97] Ibid, p. 412
[98] Ibid, p. 415-416
[99] Si parla ad esempio del 5% del bilancio statale per l’impresa libica nel periodo
1911-17, cfr ibid. p. 401, tab.1
[100] Per un accenno al riguardo vedi De Felice, La conquista cit., p. 466-467; sul
consenso suscitato dalla guerra d’Etiopia vedi De Felice, Intervista sul fascismo,
Laterza, Bari, 1997, p. 51-52
[101] Del Boca, “I crimini del colonialismo fascista”, in Del Boca, a cura di, Le guerre
cit., p. 234
[102] Ibid, p. 233

[103] Ibid, p. 237-238
[104] Ibid, p. 238
[105] “[…] Badoglio e Graziani avrebbero comunque vinto la guerra anche senza
ricorrere ai gas”, ibid, p. 238
[106] Mussolini, O.O., vol. 27, p. 307, 312
[107] Del Boca, Ibid, p. 239
[108] Ibid, p. 240
[109] Ibid, p. 241
[110] Ibid, p. 241-242
[111] Ibid, p.243, cfr 243 sgg.
[112] Riguardo le responsabilità di Mussolini cfr ibid, p. 248 sgg.
[113] Vedi ad es. http://www.butac.it/leggende-urbane-ed-economia-fascista/;
http://ceifan.org/bufale_sul_fascismo.htm
[114] L. 22 luglio 1987, n.318, riportata in
http://www.ciclocollection.it/index.php?option=com_content&view=article&id=50:tassa
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