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Internazionale N1189 27 Gennaio 2 Febbraio 2017 .pdf



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27 gen/2 feb 2017
Ogni settimana
il meglio dei giornali
di tutto il mondo

n. 1189 • anno 24
Visti dagli altri
Il caso Regeni
un anno dopo

internazionale.it
Economia
Il reich
dei supermanager

Venezuela
Energia
sprecata

SET TIMANALE • PI, SPED IN AP
AU
DL
BE
• F
• D
UK
CH
CHF • CH CT
CHF • PTE CONT
•E
IL MONDO IN CIFRE

Reportage da un
paese dove manca tutto
tranne il petrolio

4,00 €
Scienza
Ogni epoca
ha la sua droga

27 gennaio/2 febbraio 2017 • Numero 1189 • Anno 24

Sommario

“Stiamo già vivendo nel nuovo e spietato reich
dei supermanager del ventunesimo secolo”
rAphAële chAppe e AjAy siNgh chAudhAry A pAgiNA

iN copertiNA

La settimana

Venezuela sprecato

pugile

Mancano medicinali e beni di prima necessità,
la violenza è sempre più difusa e l’inlazione altissima.
Ma la colpa non è solo del chavismo e della sua politica
economica. I problemi del Venezuela vengono
da molto più lontano (p. 38). Foto di Oscar B. Castillo.

“Ho una guerra in corso con i mezzi
d’informazione”, ha detto Donald Trump
il giorno dopo l’insediamento. E parlando
dei giornalisti ha aggiunto: “Sono tra gli
esseri umani più disonesti della Terra”.
Somiglia molto a una resa dei conti. Negli
Stati Uniti una stampa indebolita da una
crisi di credibilità di cui essa stessa è in
larga misura responsabile si scontra
duramente con un politico che fa della
rottura violenta degli schemi uno dei suoi
cavalli di battaglia. Attaccare i giornalisti
contribuisce ad aumentare la popolarità di
Donald Trump, che ha bisogno dei mezzi
d’informazione come un pugile ha
bisogno di un sacco da boxe per allenarsi.
I giornali sono rimasti intrappolati in una
profezia che rischia di autoavverarsi, a
forza di ripetere ossessivamente che sono
in crisi e che stanno per chiudere, mentre
vent’anni dopo l’arrivo del web molti sono
ancora lì, spesso in discreta salute
nonostante la crisi economica, la bolla
della pubblicità e l’eccesso d’informazioni
da loro stessi generato su internet.
Per riannodare il rapporto di iducia con i
lettori e le lettrici, che poi è l’unica
salvezza per i giornalisti – e non solo per
quelli statunitensi – bisognerebbe cercare
di fare due cose. Da una parte evitare di
demonizzare Trump, e con lui le
tantissime persone che l’hanno votato:
il nuovo presidente va giudicato, anche
severamente, sulla base delle sue
decisioni concrete (e nei primi giorni alla
Casa Bianca ne ha già prese di molto
gravi). Dall’altra bisognerebbe uscire di
più dalle redazioni, per ricominciare ad
ascoltare e a raccontare il mondo che ci
circonda. u

AttuAlità

16 Donne
20

in marcia
The Washington Post
La diicile nascita
di un movimento
politico
The New York Times
Americhe

22 Messico

SinEmbargo
AfricA
e medio orieNte

24 Gambia

Daily Maverick
AsiA e pAcifico

26 Afghanistan

Financial Times
europA

28 Romania
e Bulgaria
Dilema Veche
visti dAgli Altri

30 Nessuna verità

32

sulla morte
di Giulio Regeni
The Guardian
I gravi problemi
delle banche
italiane
Open Democracy
ucrAiNA

48 Sloviansk
riparte
Frankfurter
Rundschau

scieNzA

scieNzA

51 Ogni epoca

96 La materia

ha la sua droga
Aeon

sfuggente
New Scientist

libANo

ecoNomiA
e lAvoro

56 Hezbollah

100 L’arte degli

in guerra
Le Monde

accordi scorretti
Die Tageszeitung

portfolio

60 Lacrime

in uicio
Albert Bonsills

cultura
78

Cinema, libri,
musica, arte

ritrAtti

66 Hans

Le opinioni

Scheuerecker
Brand Eins

12

Domenico Starnone

25

Amira Hass

viAggi

34

Katha Pollitt

36

Pankaj Mishra

80

Gofredo Foi

82

Giuliano Milani

70 Bellezze
solitarie
de Volkskrant
grAphic
jourNAlism

74 Dubai

84

Pier Andrea Canei

86

Christian Caujolle

le rubriche

Clément Baloup
musicA

76 Il pop al tempo
dell’apartheid
Süddeutsche Zeitung

12

Posta

15

Editoriali

104 Strisce
105 L’oroscopo
106 L’ultima

pop

88 Il reich dei
supermanager
Raphaële Chappe,
Ajay Singh
Chaudhary
Articoli in formato
mp3 per gli abbonati

le principali fonti di questo numero
The New Yorker È il settimanale di riferimento degli ambienti intellettuali newyorchesi. L’articolo a pagina 38 è uscito il 14 novembre 2016 con il titolo
Venezuela, a failing state. Frankfurter Rundschau È un quotidiano tedesco fondato nel 1945. L’articolo a pagina 48 è uscito il 1 dicembre 2016 con il titolo
Junge ukrainer gegen den Krieg. Aeon È un giornale online britannico di idee e cultura. L’articolo a pagina 51 è uscito il 4 gennaio 2017 con il
titolo Drugs du jour. Brand Eins È un mensile tedesco di economia, cultura e società. L’articolo a pagina 66 è uscito il 12 dicembre 2016
con il titolo Der Besessene. Internazionale pubblica in esclusiva per l’Italia gli articoli dell’Economist.

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

5

internazionale.it/sommario

Giovanni De Mauro

Immagini
Il segno di Trump
Washington, Stati Uniti
23 gennaio 2017

Donald Trump nello studio ovale della
Casa Bianca mentre irma una serie di
decreti, tre giorni dopo essere entrato in
carica come presidente degli Stati Uniti.
Tra i provvedimenti adottati da Trump
c’è il taglio dei fondi alle associazioni
che praticano o promuovono le interruzioni di gravidanza fuori dagli Stati Uniti. Martin Belam, giornalista del Guardian, ha scritto in un tweet: “In tutta la
vostra vita non vedrete mai una fotograia con sette donne che irmano una legge in cui si dice agli uomini cosa possono fare con i loro organi riproduttivi”.
Foto di Ron Sachs (Getty Images)

Immagini
Al riparo

Montereale, Italia
19 gennaio 2017
Il centro di accoglienza per le vittime del
terremoto allestito nell’impianto sportivo coperto di Montereale, in provincia
dell’Aquila. La zona è stata l’epicentro
delle scosse del 18 gennaio, e nei giorni
successivi è stata colpita da abbondanti
nevicate. La cittadina, che si trova
nell’alta valle dell’Aterno, alle pendici
del Gran Sasso, fu distrutta dal devastante terremoto che rase al suolo l’Aquila nel 1703, e ha subìto anche le conseguenze del sisma del 2009, con scosse
di assestamento durate per tutto il 2010.
La terra è tornata a tremare nei mesi
scorsi, dopo quasi cinque anni di tregua.
Foto di Antonio Di Cecco (Contrasto)

Immagini
Porto sicuro
Banjul, Gambia
21 gennaio 2017

I passeggeri di una nave aspettano di
sbarcare nel porto di Banjul, la capitale
del Gambia, per tornare nel paese dopo
la ine della crisi politica durata quasi
due mesi. Almeno 26mila persone sono
fuggite nelle ultime settimane per il timore che il riiuto del presidente Yahya
Jammeh di lasciare il potere al suo avversario Adama Barrow, vincitore delle
elezioni del 1 dicembre, potesse scatenare violenze. L’intervento degli altri
paesi della regione ha costretto Jammeh
a lasciare il Gambia il 21 gennaio. Foto di
Jerome Delay (Ap/Ansa)

Posta@internazionale.it
Il nazista di Damasco
u Ho letto con interesse l’articolo su Alois Brunner (Internazionale 1187), criminale nazista
che ha trovato rifugio e lavoro
nei servizi di sicurezza in Siria.
Si mette in luce che il Medio
Oriente si aianca al Sudamerica come meta di criminali nazisti e si sottolinea la brutalità
della dittatura siriana a partire
dal governo di Assad padre,
nell’indiferenza di quanti sapevano e nell’impotenza di
quanti hanno tentato di trovare
delle tracce.
Chiara Scanavino

Cosa possiamo
imparare da Amazon
u Strano che Evgeny Morozov
nel suo articolo sull’intelligenza artiiciale (Internazionale
1184) si dimentichi di citare la
Apple, insieme alle altre cinque
aziende elencate. Il fatto che la
Apple non parli molto di intelligenza artiiciale è in linea con
la sua consueta laconicità. Si limita ad afermare che i dati
personali vengono usati lo

stretto necessario quando si
tratta di istruire gli algoritmi, e
che queste informazioni non
lasciano mai i server dell’azienda, ma anche la Apple si inserisce a pieno titolo in questa corsa, di cui si ignorano le ricadute
e che potrebbe modiicare radicalmente il rapporto uomomacchina, con risvolti potenzialmente poco piacevoli in
termini non solo di privacy, ma
soprattutto di occupazione. A
livello politico e legislativo siamo drammaticamente impreparati: mancano tempo e competenze suicienti per riuscire
a dare anche solo un minimo di
disciplina al fenomeno più pervasivo del futuro prossimo.
Marco Bernardelli

Entusiasta
u Nel suo ultimo editoriale
(Internazionale 1188) Giovanni
De Mauro cita una frase di
Gianni Agnelli che mi ha fatto
tornare in mente un’altra frase
che si scandiva alle manifestazioni nello stesso periodo: “Come mai, come mai sempre in
culo agli operai”. Sono io rétro

o, come diceva Tomasi di Lampedusa, se vogliamo che tutto
rimanga come è bisogna che
tutto cambi?
Massimo Vichi

Errata corrige
u Nel numero 1187, a pagina
18, tre attentati hanno colpito
l’Afghanistan il 10 gennaio; a
pagina 29, la traduzione corretta è: “Linguista emerito e
ministro di alto livello: non
succede spesso in Italia, e probabilmente ancora meno in
Francia”. Nel numero 1188 il
campanile di Sant’Agostino
non compare nella foto alle
pagine 4 e 5; a pagina 26, la
cartina della Siria non riporta
l’area occupata dai ribelli e
dall’esercito turco al conine
con la Turchia.
Errori da segnalare?
correzioni@internazionale.it
PER CONTATTARE LA REDAZIONE

Telefono 06 441 7301
Fax 06 4425 2718
Posta via Volturno 58, 00185 Roma
Email posta@internazionale.it
Web internazionale.it

Dear Daddy Claudio Rossi Marcelli

Le bugie hanno le gambe corte
Mia iglia di cinque anni
ha cominciato a dire bugie:
è la ine dell’età
dell’innocenza?–Daniela
Da noi c’è una scena che si ripete spesso. Qualcuno combina un guaio e io chiedo spiegazioni. “Ti giuro che non sono stata io, papà!”, dice la prima; “Io neanche, è stato lui”,
dice la seconda indicando il
fratello più piccolo, che con
occhioni da cinquenne mi dice: “Non ho fatto niente!”. Io
li guardo uno per uno, inché
mi arrendo alla realtà: non ho
idea di chi menta. Ma a quanto pare non sono il solo: secondo i dati raccolti da 45

12

esperimenti che hanno coinvolto diecimila tra bambini e
adulti, nonostante la maggior
parte dei genitori ritenga di
capire quando i igli mentono,
in realtà questo succede solo
nel 47 per cento dei casi. Praticamente, secondo questo
rapporto pubblicato su Law
and Human Behaviour, se invece di basarmi sull’istinto tirassi a indovinare, avrei maggiori possibilità di azzeccarci.
Se però sei sicura che tua iglia
dica bugie, puoi cercare di sviluppare la sua onestà nello
stesso modo in cui favorisci le
altre qualità: con l’incentivo.
Un altro studio, uscito sul
Journal of Experimental Psy-

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

chology, ha rivelato che i bambini più sinceri sono quelli che
associano all’onestà un sentimento di benessere e sollievo.
“Non si tratta di non sgridare
il bambino”, spiega il professore Craig Philips, autore della ricerca, “ma di asserire prima di tutto che siamo contenti
che ci abbia detto la verità.
Perché a prescindere dalla punizione, dire la verità diventerà più attraente se lui sa che ci
fa piacere”. L’importante comunque è che i nostri igli non
scoprano mai quanto siamo
negati a capire se dicono
bugie.
daddy@internazionale.it

Parole

Domenico Starnone

Allibiti
spettatori

u A scadenze isse qualche
guastafeste ci mostra gli efetti delle disuguaglianze. Scopriamo allora che uomini,
donne, bambini che mendicano per le nostre vie sono le
avanguardie di folle di disperati d’ogni parte del pianeta. E
troviamo stupefacente che
tanti esseri umani in quelle
condizioni possano tollerare
una tale scandalosa ingiustizia
e non passino a tagliar gole o a
dar fuoco alle roccaforti del
benessere e dello sciupio. È un
turbine di parole indignate e
solidali, che lì per lì sembrano
farina del nostro sacco gonio
di sensi di colpa. Poi però ci
rendiamo conto che sono proprio le stesse che Montaigne,
più di quattrocento anni fa,
metteva in bocca ai selvaggi
brasiliani, rappresentandoli
come allibiti spettatori delle
mostruosità del mondo civile.
Ne è corso, da allora, di sangue sotto i ponti. Molti sono
stati aferrati per la gola, molte
case sono state bruciate in nome di paradisi mai visti in cielo e in terra. E tuttavia gli esseri umani che vivono negli agi
continuano a limitarsi a constatare, senza muovere un dito risolutivo, che la disuguaglianza cresce. E anzi, dietro
usci allarmati, si meravigliano
che quell’umanità non abbia
perso ancora la pazienza, dando a intendere che loro – gente
d’altra tempra – sì che la perderebbero. Siamo così ottusi
dalla nostra buona sorte, che
ci dimentichiamo persino che
le gole e i beni a rischio sono i
nostri.

Editoriali

L’occasione di Astana per la Siria
“Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio,
di quante se ne sognano nella vostra ilosoia”
William Shakespeare, Amleto
Direttore Giovanni De Mauro
Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen,
Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini
Editor Daniele Cassandro (cultura), Carlo Ciurlo
(viaggi, visti dagli altri), Gabriele Crescente
(opinioni), Camilla Desideri (America Latina),
Simon Dunaway (attualità), Francesca Gnetti,
Alessandro Lubello (economia), Alessio
Marchionna (Stati Uniti), Andrea Pipino
(Europa), Francesca Sibani (Africa e Medio
Oriente), Junko Terao (Asia e Paciico), Piero
Zardo (cultura, caposervizio)
Copy editor Giovanna Chioini (web,
caposervizio), Anna Franchin, Pierfrancesco
Romano (coordinamento, caporedattore),
Giulia Zoli
Photo editor Giovanna D’Ascenzi (web), Mélissa
Jollivet, Maysa Moroni, Rosy Santella (web)
Impaginazione Pasquale Cavorsi (caposervizio),
Marta Russo
Web Giovanni Ansaldo, Annalisa Camilli,
Andrea Fiorito, Stefania Mascetti (caposervizio),
Martina Recchiuti (caposervizio), Giuseppe Rizzo,
Giulia Testa
Internazionale a Ferrara Luisa Cifolilli,
Alberto Emiletti
Segreteria Teresa Censini, Monica Paolucci,
Angelo Sellitto Correzione di bozze Sara
Esposito, Lulli Bertini Traduzioni I traduttori
sono indicati dalla sigla alla ine degli articoli.
Marina Astrologo, Stefania De Franco, Andrea
De Ritis, Claudia Di Palermo, Federico Ferrone,
Sonia Grieco, Francesca Rossetti, Fabrizio
Saulini, Irene Sorrentino, Andrea Sparacino,
Francesca Spinelli, Claudia Tatasciore, Mihaela
Topala, Bruna Tortorella, Nicola Vincenzoni
Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono
di Scott Menchin Progetto graico Mark Porter
Hanno collaborato Gian Paolo Accardo,
Cecilia Attanasio Ghezzi, Luca Bacchini,
Francesco Boille, Catherine Cornet, Sergio Fant,
Anita Joshi, Andrea Pira, Fabio Pusterla, Fosco
Riani, Marc Saghié, Andreana Saint Amour,
Francesca Spinelli, Laura Tonon, Pierre Vanrie,
Guido Vitiello, Marco Zappa
Editore Internazionale spa
Consiglio di amministrazione Brunetto Tini
(presidente), Giuseppe Cornetto Bourlot
(vicepresidente), Alessandro Spaventa
(amministratore delegato), Giancarlo Abete,
Emanuele Bevilacqua, Giovanni De Mauro,
Giovanni Lo Storto
Sede legale via Prenestina 685, 00155 Roma
Produzione e difusione Francisco Vilalta
Amministrazione Tommasa Palumbo,
Arianna Castelli, Alessia Salvitti
Concessionaria esclusiva per la pubblicità
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agli articoli che compriamo dai giornali stranieri.
Info: posta@internazionale.it

Registrazione tribunale di Roma
n. 433 del 4 ottobre 1993
Direttore responsabile Giovanni De Mauro
Chiuso in redazione alle 20 di mercoledì
25 gennaio 2017
Pubblicazione a stampa ISSN 1122-2832
Pubblicazione online ISSN 2499-1600
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Le Monde, Francia
A prescindere da quel che si pensa dell’intervento
russo in Siria, i negoziati di Astana vanno accolti
con favore. L’iniziativa promossa dalla Russia e
dalla Turchia con il sostegno dell’Iran è il preludio al rilancio di un processo di pace che inora
non ha prodotto nessun risultato. L’obiettivo dei
negoziati nella capitale kazaka era consolidare il
cessate il fuoco dichiarato il 30 dicembre e violato
più volte, e di permettere la consegna di aiuti
umanitari alle zone assediate. Per raggiungerlo la
Russia ha invitato ad Astana i rappresentanti di
gruppi armati deiniti “moderati”, tra cui i salaiti
di Jaish al islam e Ahrar al Sham, e ha imposto al
governo siriano di sedersi allo stesso tavolo.
Se il processo avviato ad Astana ha qualche
possibilità di andare a buon ine, è perché i suoi
principali promotori hanno degli efettivi strumenti di pressione sulle parti in lotta. Mosca non
ha smesso di ricordare a Damasco che prima
dell’intervento russo, nel settembre del 2015, era
a un passo dalla sconitta. Quanto alla Turchia,
che ha potuto ritagliarsi una zona d’inluenza in
Siria con il consenso della Russia, è l’unica in gra-

do di garantire i rifornimenti di armi ai ribelli: la
rapida caduta di Aleppo est non sarebbe avvenuta
senza il suo tacito sostegno.
Ma tra Mosca, Ankara e Teheran emergono
già le prime tensioni. L’Iran vuole che Bashar al
Assad mantenga le sue posizioni intransigenti. La
Russia vorrebbe uscire dall’avventura siriana,
mentre Assad vorrebbe coinvolgerla nella riconquista di tutto il paese, che potrebbe avere costi
esorbitanti. Dopo Astana, dove le trattative sono
state dominate dalle questioni militari, il compito
si annuncia ancor più diicile a Ginevra, dove a
febbraio si dovrebbe discutere della spartizione
del potere e della transizione politica di cui Damasco non vuole neanche sentire parlare.
Gli occidentali e i paesi arabi, esclusi senza riguardo dai negoziati, devono sostenere Mosca
nella sua strategia diplomatica, che si è rivelata
per il momento meno brutale del suo intervento
militare. Bisogna superare le divisioni del passato
ed evitare che Assad ostacoli di nuovo la soluzione del conlitto mettendo gli uni contro gli altri,
come è abituato a fare. u f

Scelta giusta per motivi sbagliati
The Guardian, Regno Unito
Nei toni e nella sostanza, Donald Trump è una
igura che divide. I suoi discorsi sul commercio
denotano un nazionalismo economico degno
dell’ottocento. Ma su un punto Trump ha ragione: far uscire gli Stati Uniti dal Trattato di libero
scambio nel Paciico (Tpp) è una buona mossa.
È opinione difusa che il commercio permetta
ai paesi di ottenere beneici producendo quello
che fanno meglio e importando il resto. Ma gli
ultimi decenni di globalizzazione hanno lasciato
gli Stati Uniti con una produttività ai minimi storici ed enormi disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze. Un ottavo degli uomini in età
da lavoro è disoccupato.
Barack Obama aveva cercato di rendere il Tpp
più equo, introducendo maggiori tutele per i lavoratori e l’ambiente. Ma questo sforzo è stato vaniicato dando alle grandi aziende la possibilità di
portare i governi davanti a tribunali internazionali privati se ritengono che le regolamentazioni in
queste materie contravvengono i termini del trattato. Gli accordi commerciali devono trovare un
equilibrio tra un’economia sempre più interconnessa e la tutela delle comunità, dei lavoratori e

dell’ambiente. Invece le norme commerciali,
concepite in un contesto in cui le aziende hanno
un peso maggiore rispetto ai consumatori e ai lavoratori, sono sempre più sbilanciate a favore
degli investitori internazionali. Il risultato è il fondato sospetto che i proitti delle aziende siano
aumentati a spese dei lavoratori.
Non sarà certo Trump, il cui primo atto da presidente è stato tagliare i fondi per la copertura
sanitaria di 32 milioni di statunitensi, a invertire
questa tendenza. Trump vuole usare la ine del
Tpp per rimodellare il ruolo degli Stati Uniti: non
più garanti di un sistema basato sul rispetto delle
regole, ma egoistici promotori di accordi regionali stipulati a porte chiuse in cui possano essere
sempre la parte più forte.
Ciò che manca è la comprensione di quello
che rende il commercio ingiusto: gli stipendi
bassi nei paesi poveri, le manipolazioni della valuta, gli squilibri commerciali e le devastanti
conseguenze della perdita di posti di lavoro per
le comunità. Trump non cercherà di risolvere
nessuno di questi problemi, ma li userà per rendere il mondo ancora peggiore. u as
Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

15

Attualità

Donne
in marcia
Terrence McCoy, The Washington Post, Stati Uniti

l pullman ha percorso quasi metà
dei 260 chilometri che separano
Williamsport, in Pennsylvania,
da Washington. La donna che
guida l’autobus si stiracchia
mentre il cielo dell’alba comincia
ad aprirsi. Le donne si sono riunite alle 3.30
del mattino in un parcheggio di Williamsport. Mentre cominciano a spuntare i cartelli stradali con l’indicazione “Washington”, una donna si trucca usando uno specchietto da viaggio, un’altra culla un bambino, un’altra ancora parla di cosa succederà
una volta arrivate a destinazione. Quando
il pullman entra in città percorrendo la statale Baltimore Washington, Joanne Barr
guarda fuori dal inestrino. “Quanti autobus”, dice tra sé e sé. “Quanta gente”.
Insieme a lei a bordo ci sono altre 42
persone. Una piccola parte delle decine di
migliaia di persone arrivate a Washington
a bordo di 1.800 pullman per partecipare
alla manifestazione delle donne e protestare contro il presidente Donald Trump il
giorno dopo la cerimonia del suo insediamento. La grande maggioranza arriva
dall’America di Hillary Clinton: grandi comunità metropolitane come Chicago e Atlanta o piccole città universitarie come
Ann Arbor, in Michigan, e Madison, in
Wisconsin. Ma ci sono anche donne partite
dall’America che ha deciso la vittoria di
Trump. È l’America di Williamsport, una

I

16

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

città di montagna della Pennsylvania centrale con circa trentamila abitanti. La sua
storia economica e culturale è legata alle
vicissitudini dell’industria pesante, prima
il legno, poi la manifattura, inine il gas naturale. La città si trova in una contea, quella di Lycoming, dove il 92 per cento dei
cittadini sono bianchi e il 72 per cento ha
votato per Trump.

La lista della spesa
Williamsport è l’unica città e l’unica America che Barr, 54 anni, abbia mai conosciuto.
Viaggia con sua figlia Ashley, che ha
trent’anni. Barr è una donna minuta che si
sente a suo agio se nessuno la guarda. Non
ha mai fatto niente di simile prima d’ora. È
stata a Washington una sola volta. Le grandi città la intimidiscono. A Williamsport
gestisce un negozio di ferramenta che ha
solo dipendenti bianchi e quasi solo clienti
bianchi. È contenta del suo lavoro, ma di
recente, soprattutto dopo la campagna elettorale e le elezioni presidenziali dell’8 novembre, ha cominciato a sentire un senso di
claustrofobia. Non solo nel negozio ma in
tutta Williamsport. È felice? Sta vivendo la
vita che avrebbe dovuto? È troppo tardi a
questo punto – una donna di mezza età, divorziata, con tre igli – per fare qualcosa di
diverso? Perché è venuta a Washington?
Barr è seduta in silenzio nella parte anteriore del pullman, incerta ma iduciosa

OLIVer CONTrerAS (THe WASHINgTON POST/geTTy IMAgeS)

Il 2o gennaio Donald Trump è entrato in carica
come presidente degli Stati Uniti. Il giorno dopo
tre milioni di persone hanno manifestato contro
di lui in decine di città in tutto il paese

che questa manifestazione e questo viaggio potrebbero darle le risposte che cerca.
Due giorni fa eravamo seduti nella sua
cucina, sulle colline a qualche chilometro
da Williamsport. Si era trasferita lì dieci
anni prima per allontanarsi dal trambusto
della cittadina. “In casa non c’è niente da
mangiare”, mi ha detto controllando la lista della spesa appesa al frigo, accanto al
programma degli alcolisti anonimi. Suo
iglio ha cominciato a frequentare le riunioni di recente.
Con la lista della spesa in mano è usci-

La manifestazione contro Donald Trump a Washington, il 21 gennai0 2017

ta, superando una libreria con una ventina
di volumi sulla dipendenza e la disintossicazione, ed è andata verso la macchina.
C’è stato un periodo in cui Barr pensava
che la dipendenza fosse qualcosa che capitava solo alle altre famiglie, alle persone
meno religiose e meno conservatrici di lei.
Ma questo prima che suo marito passasse
dagli antidolorifici alla cocaina e poi al
crack, prima che suo figlio rischiasse di
morire per un’overdose e prima che lei si
accorgesse che il successo può trasformarsi rapidamente in debiti, la religione in

dubbi, il conservatorismo in quello che lei
era diventata.
Appena ha messo in moto la macchina,
la radio si è sintonizzata sulla Cnn. Un giornalista ha detto: “Questo è solo l’inizio. In
questo momento state assistendo all’inizio
della presidenza di Donald Trump” a
Washington. In passato Barr avrebbe cambiato rapidamente stazione, convinta di
non essere abbastanza intelligente per interessarsi di politica. “Ma ora l’ascolto
sempre. Prima ascoltavo musica e cose
stupide. Ora ascolto questo”, ha detto.

Ultimamente Barr pensa spesso alle cose che faceva in passato, chiedendosi come
ha fatto a essere così insicura per così tanto
tempo. A Williamsport era cresciuta desiderando un uomo che si occupasse di tutto,
ed era esattamente quello che aveva avuto.
Bill era tutto quello che lei non era: sicuro,
brillante, determinato. Era proprietario di
due ferramenta e di alcuni immobili in città. Insieme avevano cresciuto i loro igli in
una grande casa sfarzosa nella parte ricca di
Williamsport. Lui diceva di sapere sempre
quale fosse la cosa giusta e lei gli credeva,
Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

17

Attualità

MATT STUART (MAgNUM/CoNTRASTo)

Washington, 21 gennaio 2017

anche quando le diceva di non preoccuparsi per le boccette di antidoloriici vuote, del
suo comportamento sempre più instabile e
del fatto che gli usciva spesso sangue dal
naso. Per anni Barr giustiicò tutto quello
che Bill faceva, ino a quando, una sera di
settembre del 2006, lui “le ha dato un violento pugno in faccia”, come si legge nelle
carte giudiziarie, dicendole che “l’avrebbe
uccisa se avesse chiamato la polizia”.

Meglio del previsto
Ha accostato vicino alla cassetta delle lettere per prendere un pacco. “È arrivato! Lo
aspettavo!”, ha detto mostrando una felpa
con il simbolo della manifestazione delle
donne del 21 gennaio. “Mi terrà al caldo”.
Poi si è immessa sulla strada principale verso Williamsport, superando case con trattori, mucche e bandiere confederate. Lungo
il tragitto ha contato i cartelli elettorali a sostegno di Trump ancora in mostra. “Questo
tizio non l’ha ancora tolto. Qui ce ne sono
altri. Sono ovunque”.
Qualche anno fa anche Barr avrebbe
esposto uno di quei cartelli. Nella sua famiglia tutti hanno sempre votato per i repubblicani. Anche Bill, morto a 52 anni per un
arresto cardiaco, era repubblicano. Anche

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Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

Barr votava per i repubblicani. Ma la campagna elettorale del 2016 le ha fatto venire
molti dubbi, non solo sulla comunità dove
vive ma anche su se stessa. Suo iglio ha una
disabilità mentale, e si è chiesta come fosse
possibile votare per un candidato che durante un comizio aveva preso in giro un disabile. Si era chiesta come fosse possibile
sostenere qualcuno che umilia le donne.
Così prima delle elezioni aveva portato
in negozio una tazza con la scritta “I’m with
her” (io sto con lei), lo slogan di Clinton. E
dopo aver sentito alcuni clienti insultare in
modo pesante la candidata democratica,
aveva appeso un cartello con la scritta “No
al sessismo”. Aveva litigato con il suo compagno, che l’aveva deinita una “femminista radicale”. Aveva cambiato la sua registrazione, da repubblicana a democratica, e
si era fatta il primo tatuaggio della sua vita,
con la scritta “rewrite an ending or two for
the girl that I knew” (“riscrivo un inale o
due per la ragazza che conoscevo”, da una
canzone di Sara Bareilles).
La sera delle elezioni Barr era rimasta
sveglia ino a tardi scambiandosi messaggi
con la iglia Ashley, anche lei delusa dalla
svolta dei repubblicani e passata ai democratici. “Sembra che Trump diventerà il

prossimo presidente”, aveva scritto Barr.
“Non mi iderò mai più di nessuno”, aveva
risposto Ashley. Il giorno dopo Ashley le
aveva chiesto: “Continui a gridare e piangere al lavoro?”. “Non so come fare ad arrivare alla ine della giornata”, aveva risposto Barr. “Voglio un nuovo rapporto, una
nuova casa, un nuovo lavoro. Voglio cambiare tutto”. Poi Barr aveva notato su Facebook i post sulla manifestazione delle donne del 21 gennaio.
E qualche settimana dopo si è ritrovata
al supermercato a comprare cibo a suicienza per lei e per sua iglia, che sarebbe
partita con lei. Uscita dal supermercato è
tornata in macchina e ha riacceso la radio.
“È d’accordo sul fatto che il suo nuovo capo è famoso per la tendenza a licenziare le
persone?”, ha chiesto un senatore durante
l’udienza per la conferma di uno dei ministri nominati da Trump. Risposta: “Be’, ha
presentato un programma tv basato su
quello. A parte lo show…”. “Ma non sappiamo dove inisce il programma e dove comincia la realtà”, ha replicato il senatore.
La realtà: Barr ascoltava in silenzio con le
mani sul volante, scuotendo la testa. “A
volte mi innervosisco e devo spegnere la
radio”, ha detto parcheggiando l’auto in

garage”. Ha preso le buste della spesa e la
felpa ed è entrata in casa.
Il giorno prima della manifestazione è
rimasta sveglia ino a mezzanotte, guardan­
do le notizie sulle proteste a Washington,
alcune violente, con decine di arresti. Ave­
va paura che potesse succedere qualcosa
durante la manifestazione. A notte fonda è
salita in macchina e ha guidato nella nebbia
itta che le impediva di vedere a più di qual­
che metro di distanza. È arrivata al centro
commerciale di Lycoming, dove i negozi
stanno chiudendo uno dopo l’altro. Ha par­
cheggiato vicino a decine di auto con i fari
accesi. È partito il primo pullman, poi il se­
condo, poi il terzo.
“Ci sono più persone di quante pensas­
si”, ha detto ad Ashley. “Sono sorpresa”, ha
risposto Ashley. “Sapevo che c’erano molte
persone stufe, da queste parti, ma non pen­
savo avrebbero riempito tre pullman”. Barr
ha guardato tutte quelle donne e qualche
uomo. C’erano anziane, ragazze, bambini.
Persone che non erano mai state a Wash­
ington e non avevano mai partecipato a una
manifestazione. Si stringevano le mani e si
presentavano. Qualcuno ha detto che ci sa­
rebbero state più persone alla manifesta­
zione che al giuramento di Trump.
Barr è rimasta in silenzio ad ascoltare.
Le sembrava che quelle persone non fosse­
ro diverse da quelle che aveva sempre co­
nosciuto. Ma era la situazione a essere cam­
biata, come se fossero all’inizio di qualcosa
di nuovo e fragile. Ha preso posto nelle pri­
me ile e ha guardato Ashley mentre conta­
va i presenti e dava le prime comunicazioni.
Poi è salita una donna con i capelli ricci e gli
occhiali. “Ho alcune informazioni sulla Le­
ague of women voters, un’organizzazione
che promuove il ruolo delle donne in politi­
ca. Stiamo aprendo una sede nella contea di
Lycoming. Ho portato dei moduli d’iscri­
zione”, ha detto. “Qualcuno vuole informa­
zioni?”. Barr, che non si era mai iscritta a
niente e non aveva mai sentito parlare di
quel gruppo, ha osservato la donna ferma
davanti a lei. In quel momento doveva an­
cora camminare per chilometri mostrando
un cartello. Doveva ancora ritrovarsi da­
vanti al Trump international hotel e scandi­
re slogan di protesta. Doveva ancora vedere
la folla più grande della sua vita.
C’è stata una lunga pausa, poi ha detto:
“Certo, dammene uno”. L’autista del pull­
man ha impostato Washington come desti­
nazione ed è partito nella nebbia, verso la
capitale. u as

L’opinione

L’epoca dell’oscurità
David A. Graham, The Atlantic, Stati Uniti
Nel suo discorso d’insediamento
Trump ha oferto una visione
cupa della società e del ruolo
degli Stati Uniti nel mondo
onald Trump si è insediato come
presidente degli Stati Uniti con
un discorso che ha colpito per la
sua cupezza e per le promesse populisti­
che di un futuro migliore. “Oggi non stia­
mo trasferendo il potere da un’ammini­
strazione a un’altra o da un partito a un al­
tro. Stiamo trasferendo il potere da Wash­
ington a voi, al popolo”, ha dichiarato il
presidente. Dopo aver descritto una serie
di sciagure, tra cui bande criminali, droga,
crimine, povertà e disoccupazione, Trump
ha dichiarato che “questa carneicina
americana inisce qui, inisce ora”.
In un luogo dove di solito i presidenti
cercano di parlare a tutti e di trasmettere
un messaggio positivo, Trump ha fatto un
discorso insolitamente fosco. Per molti
versi riprendeva il tono della campagna
elettorale, a dimostrazione del fatto che
la svolta di Trump verso toni più modera­
ti e unitari, auspicata da molti osservato­
ri, è ancora lontana.

D

I dimenticati
“Il 20 gennaio 2017 sarà ricordato come il
giorno in cui il popolo è tornato a essere il
padrone di questo paese”, ha dichiarato
Trump. “Le donne e gli uomini dimenti­
cati dell’America non saranno più dimen­
ticati. Tutti vi stanno ascoltando ora. Siete
venuti a decine di milioni per prendere
parte a questo movimento di portata stori­
ca che il mondo non ha mai visto prima”.
In realtà molti statunitensi non facevano
parte di quel popolo, visto che Trump ha
ottenuto circa tre milioni di voti in meno
rispetto a Hillary Clinton. Un elemento
emerso anche alla cerimonia, a cui hanno
partecipato molte meno persone rispetto
ai due giuramenti di Barack Obama. Di
solito i nuovi presidenti cercano di ricom­
porre le divisioni della campagna elettora­
le. Trump, invece, ha dimostrato di non

avere nessuna intenzione di farlo.
“Al centro della nostra politica ci sarà
una fedeltà totale agli Stati Uniti”, ha det­
to il presidente, in un apparente riiuto
della tradizione di pluralismo e tolleranza
del dissenso che ha caratterizzato la de­
mocrazia statunitense.

Tante promesse
Il discorso inaugurale di Trump è molto
diverso da quello pronunciato da Obama
nel 2009. Obama andava al potere duran­
te una grave crisi economica, con miglia­
ia di statunitensi che perdevano il lavoro
e un presidente uscente impopolare. Ep­
pure fece un discorso improntato all’otti­
mismo. Trump entra alla Casa Bianca in
un periodo in cui il paese è diviso ma è in
buone condizioni da molti punti di vista.
La disoccupazione è bassa da vari anni e i
tassi di criminalità sono vicini ai minimi
storici. Ascoltando il discorso di Trump,
invece, emerge un paese ripiegato su se
stesso, che è ansioso di ritirarsi dal mon­
do e che spera che il mondo si allontani
dagli Stati Uniti.
Per quanto riguarda la politica estera,
Trump ha detto che gli Stati Uniti rafor­
zeranno i loro conini e ha promesso di
“sradicare per sempre” il terrorismo isla­
mico. A parte questo, ha fornito una visio­
ne isolazionista del potere statunitense,
riiutando l’approccio energico di presi­
denti come Roosevelt e Reagan.
Trump, inine, ha sorpreso molti con
promesse insolitamente speciiche, lon­
tane da quelle più generiche dei suoi pre­
decessori. Verso la ine del suo discorso,
durato circa venti minuti, ha avvertito che
“non accetteremo più i politici tutti paro­
le e niente azione, che si lamentano sem­
pre ma non fanno niente per cambiare le
cose”. La frase può essere letta come un
avvertimento agli altri leader presenti sul
palco ma anche, sembrava ammettere
Trump, come una sida a se stesso. “Non
è più il tempo dei discorsi vuoti. È arriva­
to il momento dell’azione”, ha detto il
presidente. Lo aspetta un lavoro molto
diicile. u f
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Attualità
New York, 21 gennaio 2017

ALEx WEBB (MAGNuM/CONTrASTO)

CHIEN-CHI CHANG (MAGNuM/CONTrASTO)

New York, 21 gennaio 2017

La diicile nascita
di un movimento politico
J. Martin e S. Chira, The New York Times, Stati Uniti
I leader della protesta del
21 gennaio cercheranno di
trasformare l’indignazione in
una serie di iniziative capaci
di produrre un cambiamento
anno riposto i cartelli, hanno
smesso di scandire slogan e si
sono tolte i cappelli rosa. E
ora, per le centinaia di miglia­
ia di persone che il 21 gennaio hanno parte­
cipato alle manifestazioni organizzate dalle
donne in tutto il paese contro il presidente
Donald Trump, è arrivato il momento di
chiedersi: qual è il prossimo passo?
Gli organizzatori stanno cercando di
capire come trasformare l’orgoglio e l’indi­
gnazione in un’azione in grado di produrre
un cambiamento politico. Questo obietti­
vo è sfuggito ad altri movimenti nati negli
ultimi anni, da Occupy Wall street a Black
lives matter. E sembra ancora più diicile
da raggiungere oggi, considerando che nel
2016 i democratici hanno perso le elezioni
anche se la composizione dell’elettorato –

H

20

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

dove le minoranze contano sempre di più
– li favoriva.
I leader del movimento si stanno dando
da fare. Subito dopo la ine della manifesta­
zione di Washington, nel pomeriggio del 21
gennaio, hanno partecipato a un incontro di
quattro ore intitolato “Come proseguire
ora?”. Il giorno dopo Planned parenthood,
un’organizzazione che fornisce assistenza
sanitaria alle donne, ha organizzato una
sessione di formazione per duemila volon­
tari su come trasformare la mobilitazione in
un’azione politica incentrata sulla salute
delle persone. Ad Aventura, in Florida, l’at­
tivista democratico David Brock ha messo
insieme un gruppo di circa 120 donatori
progressisti per finanziare procedimenti
legali e altre iniziative contro Trump.
I movimenti di protesta precedenti sono
nati intorno a una causa che faceva da col­
lante: la guerra in Vietnam, i diritti civili, il
salvataggio delle banche e l’eccessiva spesa
pubblica (fattore che ha contribuito a creare
il Tea party). Il movimento del 21 gennaio,
invece, tiene insieme temi diversi, dai dirit­
ti riproduttivi all’incarcerazione di massa
ino all’ambientalismo, e ora ci si chiede co­

me creare un movimento unitario. I leader
sono convinti che l’indignazione nei con­
fronti di Trump sia suiciente per unire le
anime del movimento. “Trump è la cura”,
ha detto il senatore Jef Merkley, un demo­
cratico dell’Oregon che alle primarie del
2016 aveva sostenuto il senatore Bernie
Sanders e che è stato invitato alla conferen­
za di Brock. “Mette tutti d’accordo”.

Diversi ostacoli
Già prima della manifestazione di Wash­
ington la sinistra stava approittando del
panico scatenato da Trump per mobilitare
gli elettori che durante la campagna eletto­
rale non erano stati particolarmente attivi.
Nella contea di Macomb, in Michigan, uno
degli stati che hanno determinato la vittoria
di Trump, circa seimila coraggiosi demo­
cratici hanno sidato le temperature gelide
di gennaio per ascoltare Sanders e Chuck
Schumer, senatore dello stato di New York,
parlare in difesa dell’Obamacare (la rifor­
ma sanitaria voluta da Barack Obama). Ma
è stato solo uno delle decine di eventi di
questo tipo organizzati in tutto il paese. A
metà gennaio ad Aurora, in Colorado, cen­
tinaia di persone hanno partecipato a un
incontro con Mike Cofman, deputato re­
pubblicano. Cofman è stato criticato per il
sostegno all’abrogazione della riforma sa­
nitaria di Obama e ha dovuto lasciare l’edi­
icio da un’uscita secondaria.
In ogni caso, è signiicativo che le mobi­
litazioni più grandi contro Trump siano ani­
mate dalle donne. La sconitta di Hillary

SUSAN MEISELAS (MAGNUM/CONTRASTO)

Washington, 20 gennaio 2017

Clinton ha portato a un profondo esame di
coscienza sul perché gli appelli al femminismo non abbiano portato alla vittoria di una
donna. Ora molti gruppi per la difesa dei
diritti delle donne stanno cercando di sfruttare l’occasione per trasformare queste rilessioni in un movimento che possa durare
nel tempo. Tresa Undem, che per anni ha
condotto gruppi di discussione sul tema dei
diritti delle donne, è convinta che l’obiettivo sia raggiungibile. Ha raccontato che
quando ha mostrato a un gruppo di donne
una lista di restrizioni per l’aborto e l’assistenza sanitaria approvate dalle amministrazioni statali, le partecipanti hanno subito cominciato a discutere sul fatto che quelle decisioni fossero state prese dagli uomini. Un sondaggio difuso a gennaio ha rilevato che l’indignazione per le posizioni di
Trump è l’elemento che più di altri può indicare se le donne sono disposte a intraprendere speciiche azioni politiche.
Tuttavia, il movimento deve afrontare
diversi ostacoli. Le persone che lo guidano
credono che l’unico modo per favorire la
mobilitazione sia coinvolgere gruppi diversi tra loro, e questo rischia di diluirne il messaggio. Inoltre, le ferite inlitte dall’elezione
di Trump sono ancora profonde. Le donne
delle minoranze temono che la nuova attenzione data alla classe operaia bianca
porti i politici di sinistra a mettere da parte
la questione razziale. Ma all’incontro del 21
gennaio a Washington gli organizzatori
hanno sottolineato che il nuovo movimento
femminista deve rispecchiare il paese, co-

struendo una coalizione dove siano rappresentate le immigrate, le musulmane e le
donne che vivono ai margini della società.
Solo così i democratici possono tornare al
potere. Secondo Ai-jen Poo, direttrice
dell’organizzazione National domestic
workers alliance (uno dei gruppi che hanno
organizzato la marcia), il movimento femminista e il Partito democratico non dovrebbero essere costretti a scegliere. “Ci
sono tante donne senza diritti anche nelle
comunità rurali e industriali che hanno votato per Trump”, osserva. “Vogliamo che
questo movimento sia inclusivo”.
Un altro rischio è che l’entusiasmo a livello nazionale non si traduca in iniziative

concrete a livello locale. “In molte aree del
paese il Partito democratico è un guscio
vuoto”, aferma lo studioso di movimenti
politici Todd Gitlin. Molti esponenti del
partito stanno sollecitando cittadini e attivisti a indirizzare tempo e risorse economiche verso cause concrete e meno prestigiose, come le campagne elettorali negli
stati e nei singoli distretti. Secondo i leader
del movimento l’urgenza posta dalla presidenza Trump potrebbe contribuire a colmare le divisioni interne al partito. “Dobbiamo avere abbastanza risorse e creatività
per risolvere i problemi che riguardano tutti”, aferma Poo. “C’è tanto da fare per riuscirci”. u gim

Stati Uniti I primi giorni di Trump alla Casa Bianca
Dopo essersi insediato alla
Casa Bianca, Donald Trump
ha irmato una serie di ordini
esecutivi. Si tratta di provvedimenti con efetto immediato. Ecco i più importanti:
u Ritiro formale degli Stati
Uniti dal trattato di libero
scambio nel Paciico (Tpp),
un accordo commerciale internazionale a cui aderiscono
12 paesi del Paciico. Il trattato era stato fortemente voluto
da Barack Obama.
u Taglio dei fondi federali alle associazioni non governative che promuovono le interruzioni di gravidanza fuori

dagli Stati Uniti. “Una decisione preoccupante perché
dimostra la volontà della
nuova amministrazione di limitare il diritto di scelta delle
donne”, scrive The Nation.
u Via libera alla costruzione
degli oleodotti Keystone Xl e
Dakota access. I due progetti,
che erano stati bloccati da
Barack Obama, sono fortemente contestati dalle popolazioni locali. Il New Yorker
fa notare che il 23 gennaio
Trump ha anche imposto
all’Agenzia per la protezione
dell’ambiente (Epa) di interrompere qualsiasi tipo di co-

municazione pubblica e ha
avuto un incontro con i dirigenti delle case automobilistiche a cui ha detto che
“l'ambientalismo è fuori controllo”.
u Via libera alla costruzione
di un muro al conine con il
Messico e a misure restrittive
sull’ingresso negli Stati Uniti
di persone provenienti da alcuni paesi africani e mediorientali, tra cui Siria, Iraq e
Yemen. Altre misure per punire i sindaci che si riiutano
di collaborare sull’espulsione
dei migranti senza documenti. Cnn, Reuters

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Americhe
New York, 19 gennaio 2017. El Chapo dopo l’estradizione

to gli argomenti presentati dalla difesa del
narcotraicante e il 19 gennaio El Chapo
ha perso l’ultima possibilità di evitare
l’estradizione negli Stati Uniti, perché un
tribunale di Città del Messico non ha accolto il suo ricorso per continuare a scontare la pena in Messico. Il giorno stesso il capo del cartello di Sinaloa è stato trasferito a
New York e consegnato alla giustizia statunitense.

U.S. OFFICIALS/REUTERS

Nel carcere dell’Altiplano

Il Messico consegna
El Chapo agli Stati Uniti
Linaloe R. Flores, SinEmbargo, Messico
Il capo del cartello di Sinaloa,
uno dei narcotraicanti più
potenti del mondo, è stato
estradato. Ma le autorità
messicane preferiscono tacere
sulle sue attività criminali
l 19 gennaio il boss del narcotraico
messicano Joaquín Guzmán Loera,
detto El Chapo, è stato consegnato al
governo degli Stati Uniti. Il capo del
cartello di Sinaloa dovrà essere processato
in sei tribunali federali del paese per almeno diciassette capi di imputazione. Tuttavia in Messico il fascicolo della sua detenzione nel carcere di massima sicurezza El
Altiplano, da cui El Chapo era evaso nel
luglio del 2015 attraverso un tunnel sotterraneo lungo più di un chilometro, è stato
classiicato come “riservato” e non si sa se
sarà mai reso pubblico.
Questo signiica che i cittadini messicani non potranno sapere se il narcotraicante più potente e ricercato del loro paese sia
stato sottoposto a “misure correttive” o di
“riadattamento”. Cos’ha fatto El Chapo
durante la sua permanenza nel carcere di

I

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massima sicurezza dell’Altiplano? Come si
sono comportate le autorità nei suoi confronti? Tutte queste informazioni sono
state secretate.
El Chapo, alla guida della più grande
holding del narcotraico di tutti i tempi,
con sicari, laboratori e rotte per trasportare
la droga in almeno tre continenti, ha inito
di costruire la sua leggenda durante la detenzione all’Altiplano. In carcere ha escogitato l’opera ingegneristica del tunnel da
cui è scappato. Ed è stato lì che, dopo l’evasione, si sono concentrati gli sguardi del
mondo per osservare e capire il vero modus
operandi del leader del cartello di Sinaloa.
El Chapo era entrato per la prima volta
nel carcere dell’Altiplano nel febbraio del
2014, dopo essere stato arrestato dalle unità speciali della marina messicana a Mazatlán, nello stato di Sinaloa, dov’è nato.
Era ricercato da tredici anni. Il boss è evaso
l’anno successivo e l’8 gennaio 2016 è stato
nuovamente arrestato a Los Mochis, sempre nello stato di Sinaloa. Guzmán è tornato nel carcere di massima sicurezza, ma a
maggio è stato trasferito al centro federale
di riadattamento sociale di Ciudad Juárez,
nello stato di Chihuahua.
La corte suprema di giustizia ha respin-

El Altiplano fu costruito durante il governo
di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994) e
inaugurato nel 1991. Paradossalmente uno
dei detenuti fu il fratello del presidente
Gortari, Raúl, arrestato nel 1995 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio
del dirigente nazionale del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), José Francisco
Ruiz Massieu.
Il carcere occupa 27mila metri quadrati
e ha un sistema di sicurezza imponente che
lo blinda all’interno e all’esterno. In occasione della sua apertura, furono trasferiti
dalle prigioni statali diversi narcotraicanti considerati molto pericolosi. Uno dopo
l’altro entrarono i fondatori del cartello di
Guadalajara: Rafael Caro Quintero, Miguel Ángel Félix Gallardo ed Ernesto Fonseca Carrillo, detto Don Neto.
Nella prigione si trova anche l’assassino
reo confesso di Luis Donaldo Colosio Murrieta, il candidato del Pri alla presidenza
ucciso nel 1994. Anche in questo caso non
si sa niente della vita del detenuto all’interno dell’Altiplano.
In un primo momento l’istituto, un’enclave ad Almoloya de Juárez, nello stato
del Messico, portava il nome di questa città
con meno di 150mila abitanti. Nove anni
dopo, visto che gli abitanti della zona si lamentavano di essere associati alla criminalità organizzata, il carcere fu chiamato
Cefereso n. 1 “La Palma”. Dal 6 maggio
2006, sulla base di un nuovo regolamento
per le carceri federali che stabilisce l’assegnazione del nome in base alla zona geograica, la prigione di massima sicurezza si
chiama El Altiplano.
El Chapo era entrato nel carcere nel
2014 e, in pochi mesi, era diventato il detenuto più famoso del penitenziario, un gioiello della criminalità in mano al governo
federale. Oggi il narcotraicante è stato
estradato negli Stati Uniti, ma i cittadini
non possono comunque conoscere cos’ha
fatto durante la sua detenzione. u fr

Africa e Medio Oriente

CARL DE SOuZA (AfP/GETTY IMAGES)

Banjul, 22 gennaio 2017

Una soluzione diplomatica
per il Gambia
Simon Allison, Daily Maverick, Sudafrica
L’ex presidente Yahya Jammeh
è stato costretto a lasciare il
potere grazie all’intervento dei
paesi della regione. Ma questa
soluzione non si può applicare
a tutte le crisi del continente
l popolo ha parlato. Il dittatore è caduto. Yahya Jammeh ha inalmente lasciato il palazzo presidenziale e il paese. Gli abitanti della capitale Banjul
hanno festeggiato il 21 gennaio, quando il
suo aereo è decollato trasportando l’ormai
ex presidente in Guinea Equatoriale.
C’è molto da celebrare. È stato un trasferimento di potere paciico e senza spargimenti di sangue, anche se non semplice.
Poteva andare diversamente. Jammeh si
ostinava a riiutare la sconitta alle elezioni
del 1 dicembre e la prospettiva di una guerra
civile era reale. Non sarebbe stato il primo
leader a usare le armi per restare al potere.
Se non ha potuto farlo è stato in gran
parte grazie a una risposta regionale concertata alla crisi. La Comunità degli stati
dell’Africa occidentale (Cedeao) è molto
avanti rispetto al resto del continente in te-

I

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Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

ma di democrazia. Quando Jammeh ha reso chiaro che si sarebbe aggrappato al potere a qualunque costo, i leader della regione
gli hanno reso altrettanto chiaro che doveva
andarsene. Dalle condanne pubbliche ai
negoziati ino all’organizzazione di una forza militare regionale per intervenire in caso
di necessità, non hanno dato a Jammeh altra scelta che accettare l’esilio.
A questa risposta si può contrapporre la
blanda reazione dell’Africa meridionale alla presa di potere di Robert Mugabe dopo il
voto del 2008 in Zimbabwe. Invece di mostrare i muscoli per costringere Mugabe a
uscire di scena e sostenere così la volontà
del popolo, la Comunità di sviluppo
dell’Africa meridionale siglò un accordo di
condivisione del potere che lasciava tutte le
carte in mano al presidente.
Tutto questo ci insegna una cosa. La
pressione internazionale, la minaccia credibile di un intervento militare e una via di
fuga plausibile (per Jammeh è stata un jet
privato diretto a una villa di sua proprietà a
Malabo e la promessa dell’immunità per i
crimini commessi sotto il suo mandato)
possono convincere un aspirante presidente a vita a consegnare le chiavi del potere.
Questo può diventare il modello per solu-

zioni africane ai problemi africani.
L’esperienza gambiana però non si può
applicare ovunque. Ogni situazione è unica,
ogni contesto è diferente. Diversi fattori
hanno fatto in modo che la risposta regionale alla crisi del Gambia avesse più probabilità di successo, in particolare il fatto che
il Gambia è uno degli stati più piccoli del
continente ed è completamente circondato
dal Senegal. Inoltre Jammeh non era apprezzato dagli altri leader africani, che lo
percepivano come sfacciato e inaidabile, e
non aveva buone relazioni con il Senegal,
che lo sospettava di armare il movimento
secessionista della Casamance.
Ora l’attenzione è puntata sul nuovo
presidente, Adama Barrow. Le side che deve afrontare sono immense. Non solo deve
curare le ferite di un paese aspramente diviso – dopo tutto Jammeh ha ancora un considerevole sostegno – ma deve anche rimettere in sesto un’economia in diicoltà e fermare il lusso di migranti verso l’Europa,
che sta privando il paese delle sue menti
migliori. Per il momento, però, il Gambia
può godersi il fatto che il popolo ha parlato
e, dopo qualche tentennamento, la sua voce
è stata ascoltata, nel paese e in tutto il continente. u sg

Da sapere
1 dicembre 2016 Si svolgono le presidenziali.
2 dicembre Il presidente Yahya Jammeh, al
potere da 22 anni, riconosce la vittoria del rivale
Adama Barrow con il 43,3 per cento dei voti.
9 dicembre Jammeh torna sui suoi passi e
respinge il risultato, chiedendo un nuovo voto.
17 gennaio 2017 Jammeh dichiara lo stato di
emergenza.
19 gennaio Barrow giura come nuovo
presidente nell’ambasciata di Dakar, dove è
rifugiato. Le truppe della Comunità degli stati
dell’Africa occidentale guidate dal Senegal
entrano in Gambia.
21 gennaio Jammeh si dimette e lascia il paese.
23 gennaio un consigliere di Barrow dichiara
che dalle casse del governo mancano 11 milioni
di dollari.
Jeune Afrique

Maale Adumim,
28 dicembre 2016

Siria

yemen

Battaglia
sul mar Rosso

BAz RATNER (REUTERS/CONTRASTO)

I colloqui di Astana
Al Quds al Arabi, Regno Unito

ISRAele

Via libera
alla costruzione
Il 22 gennaio Israele ha annunciato la costruzione di 566 nuove abitazioni a Gerusalemme
Est, considerate illegali in base
alla legge internazionale. Il voto
era previsto per dicembre, ma è
stato posticipato per aspettare
l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald
Trump, scrive The Times of
Israel. Due giorni dopo è stata
approvata anche la costruzione
di 2.500 nuove unità abitative
all’interno degli insediamenti in
Cisgiordania. Al Jazeera scrive
che si tratta del più grande piano d’insediamento annunciato
dal 2013. Secondo il primo ministro Benjamin Netanyahu l’iniziativa “risponde alle esigenze
abitative” degli israeliani. Le
Nazioni Unite invece hanno
condannato la decisione, afermando che queste “azioni unilaterali” sono un ostacolo al
processo di pace basato sulla soluzione dei due stati.

mAuRItIuS

Di padre
in iglio
Il primo ministro Anerood Jugnauth si è dimesso il 22 gennaio
e ha ceduto l’incarico al iglio
Pravind, ministro delle inanze,
che si è insediato il giorno seguente, scrive L’express. Anerood Jugnauth, 86 anni, era primo ministro dal 1982. L’opposizione ha criticato la decisione e
ha chiesto un referendum.

I colloqui per la pace in Siria
promossi ad Astana, in Kazakistan,
si sono conclusi il 24 gennaio con un
accordo tra Iran, Russia e Turchia
per assicurare il rispetto del cessate
il fuoco in vigore dal 30 dicembre. I
rappresentanti del governo hanno
accolto favorevolmente l’accordo,
aggiungendo però che l’ofensiva
dell’esercito nella zona di Wadi Barada, a nordovest di
Damasco, proseguirà. I gruppi ribelli presenti ad Astana
hanno invece espresso delle riserve. Al Quds al Arabi
spiega che l’incontro, organizzato da Mosca e Ankara, è
diverso dai precedenti negoziati sulla Siria perché
conferma il protagonismo della Russia e la marginalità
degli Stati Uniti, presenti alla conferenza da semplici
osservatori, come le Nazioni Unite. Non sarà facile
però, commenta il quotidiano, tradurre i risultati sul
campo e portarli alla prossima conferenza promossa
dall’Onu a Ginevra l’8 febbraio. Mentre i colloqui erano
in corso, nel nordovest della Siria il gruppo jihadista
Jabhat fateh al Sham ha attaccato le fazioni ribelli che
avevano accettato di mandare i loro rappresentanti ad
Astana. u

Il 23 gennaio le forze governative, sostenute dall’aviazione della coalizione guidata dall’Arabia
Saudita, hanno assunto il controllo del porto di Mokha, sul
mar Rosso, riferisce National
Yemen. Nei combattimenti sono morte almeno quaranta persone. Dal 7 gennaio è in corso
una grande ofensiva contro i ribelli houthi nel sudovest del paese. L’obiettivo è riconquistare
450 chilometri di costa.

In BReVe

Iraq Il 24 gennaio le Nazioni
Unite hanno avvertito che
750mila abitanti di Mosul sono
in grave pericolo alla vigilia
dell’ofensiva inale delle forze
irachene per riprendere la parte
ovest della città, controllata dal
gruppo Stato islamico.
Somalia Il 25 gennaio almeno
28 persone sono morte
nell’esplosione di due autobombe e nell’attacco di alcuni miliziani di Al Shabaab contro un
hotel nel centro di Mogadiscio.

Da Ramallah Amira Hass

Buon compleanno
Oggi è il 25 gennaio, anniversario della rivoluzione egiziana brutalmente repressa. Per
questo è facile ricordare che è
anche il compleanno di Yafa.
Cosa augurare a una donna di
25 anni, intelligente, gentile e
bella che ha appena completato il suo percorso di studi e sta
per sposarsi? Potrei augurarle
felicità, che i suoi sogni possano avverarsi, che possa avere
una vita interessante e un lavoro appagante. Con la speranza di vederla presto, al suo
matrimonio.
Ma lei vive a Gaza e i miei

auguri sono andati a sbattere
contro il muro, le torrette militari e il ilo spinato. Conosco
Yafa da quando aveva appena
otto mesi e viveva a Shabura, il
campo profughi di Rafah. Non
è mai uscita dalla Striscia di
Gaza, neanche per andare in
Cisgiordania. Nel 1995, quando ho chiesto a un militare
israeliano perché neanche le
donne e i bambini ricevevano
un permesso di un anno per
uscire dalla Striscia di Gaza,
lui ha risposto: “Perché non
hanno motivo di viaggiare”.
Questo riassume l’atteggia-

mento di Israele nei confronti
del diritto dei palestinesi alla
libertà di movimento.
Due milioni di abitanti di
Gaza, tra cui Yafa, sono detenuti a vita nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. La separazione graduale di
Gaza dal resto del mondo, ormai quasi completa, è stata un
atto pianiicato da Israele in
dal 1991. È una sconitta per la
diplomazia europea, che considera ancora Israele un alleato e gli permette di trasformare la vita di tante persone in un
incubo. u as

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

25

Asia e Paciico
L’Afghanistan è nel caos, i taliban stanno conquistando importanti vittorie militari, lotte intestine paralizzano Kabul e la crisi
economica continua a peggiorare. Anche se
Trump confermasse gli aiuti statunitensi, la
sopravvivenza del governo non è assicurata. nel frattempo Iran, Pakistan e gli stati
dell’Asia centrale che coninano con l’Afghanistan stanno portando avanti colloqui
segreti con i taliban, come se i miliziani fossero sul punto di vincere la guerra.

AdAM FeRgUSon (The neW YoRK TIMeS/ConTRASTo)

Kabul, marzo 2016

Ambizioni inarrestabili

Mosca vuole un posto
in Afghanistan
Ahmed Rashid, Financial Times, Regno Unito
Mentre la missione statunitense
è in una fase di stallo, la Russia
si sta dando da fare per colmare
il vuoto lasciato da Washington.
A cominciare dal dialogo
con i taliban
opo la sconfitta dell’Unione
Sovietica da parte dei mujahidin e la ine dell’occupazione
dell’Afghanistan con la ritirata
dell’Armata rossa nel 1989, Mosca si è allontanata dalla regione. Ma oggi la lotta per
l’inluenza nell’area sta entrando nel vivo e
la Russia cerca di ripristinare la sua posizione. Mentre gli statunitensi sono bloccati in
uno stallo militare e politico, Mosca ha fatto dichiarazioni bellicose in merito ai 12mila marines rimasti. I diplomatici russi stanno corteggiando i politici afgani e i paesi
vicini come la Cina, l’Iran e il Pakistan. Cosa ancora più signiicativa, Mosca parla con
i taliban. L’obiettivo sembra essere indebolire la politica di Washington in Afghanistan
sostituendo la sua inluenza nella regione,
e addirittura promuovere il processo di pace tra Kabul e i taliban, una missione in cui

D

26

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

inora gli Stati Uniti hanno fallito.
A dicembre la Russia ha tenuto un vertice con il Pakistan e la Cina per discutere
della minaccia terroristica in Asia centrale
proveniente dall’Afghanistan, del modo in
cui i taliban potrebbero essere usati per
combattere il gruppo Stato islamico (Is) e di
come mettere ine alla guerra che sconvolge da molto tempo il paese. L’assenza degli
statunitensi, esclusi dall’incontro come dai
recenti vertici sulla Siria promossi da Mosca, saltava agli occhi. Il governo afgano,
ugualmente escluso, si è infuriato. Kabul
teme che donald Trump possa ignorare
l’Afghanistan nonostante uno dei suoi principali consiglieri per la politica estera sia
Zalmay Khalilzad, ex ambasciatore a Kabul
di origini afgane. Il vertice è stato ben accolto dai taliban, invece, che hanno dichiarato
di essere stati inalmente riconosciuti come
forza militare e politica.
Le forze speciali statunitensi continuano ad aiutare l’esercito afgano contro i taliban e Washington è ancora il principale
donatore dello stato e dell’esercito. nell’ultimo anno, però, Barack obama ha mostrato poco interesse per la situazione afgana e
non ha sostenuto i tentativi della sua segreteria di stato di avviare i colloqui di pace.

Mosca ha già molti amici nella regione – la
Cina, l’India e l’Iran – e sta corteggiando il
Pakistan, un tempo iloamericano ma oggi
ferocemente critico verso Washington e
impaziente di stringere rapporti con Pechino e Mosca per resistere alle pressioni provenienti dall’India. La volontà russa di avvicinarsi ai taliban nella sida contro l’Is
sarà accolta a braccia aperte da Islamabad,
che per molto tempo ha appoggiato i miliziani, e da Teheran, che ofre riparo ad alcune fazioni taliban. Anche la Cina, interessata alla pace nella regione per salvaguardare i suoi investimenti nella nuova
via della seta, vedrebbe di buon occhio un
accordo con i taliban. Mosca si sta anche
addentrando nella politica afgana. Secondo
i diplomatici dell’Asia centrale, i russi non
sono mai stati dei grandi sostenitori del presidente Ashraf ghani, ritenuto troppo vicino a Washington. Preferirebbero un ritorno
dell’ex presidente hamid Karzai, oggi su
posizioni fortemente antiamericane e convinto che Mosca possa giocare un ruolo positivo in Afghanistan. La Russia ha ostacolato Kabul nel tentativo di far togliere il signore della guerra gulbuddin hekmatyar
dalla lista dei terroristi stilata dalle nazioni
Unite, una mossa inserita in un accordo di
pace del governo afgano con hekmatyar.
Zamir Kabulov, l’inviato del presidente
Vladimir Putin in Afghanistan, ha descritto
i taliban come “una forza preminentemente locale”, con elementi radicali e altri più
tradizionali. Una deinizione piuttosto tenue che non è piaciuta a Kabul. Ma per Mosca oggi il nemico principale è l’Is, che potrebbe penetrare nei paesi dell’Asia centrale
sotto la sua inluenza. Per il momento le
ambizioni di Mosca nella regione sembrano inarrestabili. u gim
Ahmed Rashid è un giornalista pachistano. Il suo ultimo libro è Pakistan on the
brink (Penguin Books 2013).

Pakistan

Seoul,18 gennaio 2017

CINA

kIM honG-JI (rEUTErS/ConTrASTo)

Cinque blogger scomparsi

COREA DEL SUD

Samsung
l’intoccabile
Mentre Lee Jae-yong (nella foto),
l’uomo di fatto al vertice della
Samsung, entrava in un’aula
della corte penale di Seoul il 18
gennaio, l’idea che potesse
uscirne con indosso la divisa da
carcerato sembrava inverosimile, scrive Donald kirk su Asia
Sentinel. In efetti la corte ha
respinto la richiesta d’arresto
per Lee, indagato per corruzione, trufa e spergiuro, mentre
decine di altre persone coinvolte nel più grande scandalo politico sudcoreano sono in custodia cautelare. Questo dimostra
il legame tra il governo e il mondo degli afari e l’intoccabilità
dei chaebol, i conglomerati che
dominano l’economia sudcoreana. Lee può stare certo che
ne uscirà, come vuole la tradizione di famiglia. Suo padre,
presidente della Samsung, per
due volte è stato giudicato colpevole di corruzione ma non è
mai andato in prigione e alla ine è stato perdonato – l’ultima
volta nel 2009 dal presidente
Lee Myung-bak, ex dirigente di
un altro chaebol, la hyundai. In
passato i tribunali hanno riiutato di condannare i dirigenti della
Samsung sulla base del debole
assunto legale che il chaebol era
un elemento troppo importante
dell’economia del paese, indipendentemente dai crimini
commessi. Alla ine Choi Soonsil, l’amica della presidente Park
Geun-hye al centro dello scandalo, e altri funzionari potrebbero essere i capri espiatori per chi
ha in mano le redini del potere.

AkhTAr SooMro (rEUTErS/ConTrASTo)

Manifestazione a Karachi, 19 gennaio 2017

Dall’inizio di gennaio non si hanno più notizie di cinque
blogger e attivisti pachistani che nei loro post criticavano
l’esercito per le violazioni dei diritti umani nella provincia
del Belucistan, al conine con l’Afghanistan. Fin dalla
nascita del Pakistan nel 1947, i beluci chiedono più diritti
politici, maggiore autonomia e il controllo delle risorse
naturali, e nei decenni diverse rivolte sono state represse
nel sangue. Ci sono forti sospetti che dietro la scomparsa
dei cinque attivisti possano esserci i servizi segreti militari.
“La quasi simultaneità dei rapimenti deve aver richiesto
operazioni complesse, degne di un’agenzia statale, sembra
che in precedenza non ci fossero state minacce né
richieste di riscatto o che non sia stata usata la violenza
tipica dei gruppi jihadisti”, scrive Dawn. u

ASIA

Il futuro incerto
del Tpp
Il ritiro degli Stati Uniti dalla
Partnership transpaciica (Tpp,
l’accordo di libero scambio tra i
12 paesi che si afacciano sul Paciico), sancito il 23 gennaio da
Donald Trump con un ordine
esecutivo, ha provocato reazioni
diverse tra i paesi irmatari. Il
primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha lanciato l’idea
di un “Tpp 12 meno uno”, riformulando i termini dell’accordo
e magari invitando la Cina a far
parte del gruppo. Di altro avviso
il Giappone, che tra i 12 irmatari

è il secondo paese con l’economia più ricca, pari al 17,7 per
cento del pil totale, scrive il Japan Times. Per Tokyo il Tpp
senza Washington è “senza senso” e il premier Shinzo Abe vuole provare a convincere Trump a
cambiare idea. “Abe non ha protestato, non vuole agitare Washington”, scrive l’Asahi Shimbun, “almeno inché non rivedrà Trump a febbraio”. Per ora il
Tpp rimane in sospeso: almeno
sei paesi che insieme contino
per l’85 per cento del pil totale
dovrebbero ratiicarlo, ma gli
Stati Uniti contano per il 60 per
cento. E l’invito di un nuovo paese richiederebbe una rinegoziazione dell’accordo.

Nuove regole
per la polizia
La polizia cinese avrà meno limiti nel decidere se sparare a
un sospettato. All’inizio di dicembre il ministero per la sicurezza ha aperto la consultazione pubblica sulle nuove regole
d’ingaggio per gli agenti. Potranno sparare nel caso ci sia il
rischio di fuga o se il sospettato
è considerato una minaccia per
l’incolumità dei poliziotti o per
la sicurezza nazionale. Circostanza, quest’ultima, dai conini poco chiari, denunciano gli
attivisti per i diritti civili, scrive
Caijing. non potranno sparare,
invece, se sono coinvolti dei
bambini. nel paese il dibattito
sulle armi è acceso dopo che
all’inizio di gennaio un funzionario ha ucciso il sindaco e il segretario locale del Partito comunista in una cittadina del Sichuan prima di suicidarsi.

IN BREVE

India Il 22 gennaio 39 persone
sono morte in un incidente ferroviario vicino a kuneru, nello
stato dell’Andhra Pradesh.
Cina Il tasso di natalità è aumentato dopo la ine della politica del iglio unico. nel 2016 sono stati registrati 17,8 milioni di
nascite, contro i 16,5 milioni del
2015, con un aumento del 7,9
per cento. Lo ha rivelato il 22
gennaio la commissione che si
occupa di pianiicazione familiare.
Pakistan Il 21 gennaio 24 persone sono morte in un attentato
in un mercato a Parachinar, nel
nordovest del paese.

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

27

Europa

DANIEL MIhAILESCU (AfP/GETTy IMAGES)

Il palazzo del popolo a Bucarest, maggio 2013

I dieci anni europei
di Romania e Bulgaria
Ovidiu Nahoi, Dilema Veche, Romania
L’ingresso in Europa di Bucarest
e Soia è stato spesso criticato.
Tuttavia sotto il proilo sociale,
economico e della democrazia
i due paesi oggi sono i più
avanzati della regione
sattamente dieci anni fa la Romania e la Bulgaria si godevano i loro
primi giorni da paesi dell’Unione
europea. I cittadini dei due paesi
cominciavano ad attraversare la frontiera
con la carta d’identità, la crescita economica era solida e le notizie sulla crisi inanziaria sembravano echi lontani d’oltreoceano.
I leader politici calcolavano freneticamente
quanti miliardi di euro sarebbero arrivati. E
all’orizzonte non si vedevano nuvole. Oggi,
tuttavia, si può davvero dire che l’adesione
di Romania e Bulgaria all’Unione europea
sia stata un successo?
Secondo i dati di Eurostat, i due paesi
partivano praticamente dalla stessa situazione: nel 2007 il pil pro capite della Bulgaria equivaleva al 38 per cento della media
europea e quello della Romania al 39 per
cento. Negli ultimi dieci anni entrambi i pa-

E

28

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

esi sono riusciti a colmare in parte la distanza. La Romania ha fatto leggermente meglio, raggiungendo il 57 per cento della media europea, mentre la Bulgaria si è fermata
al 47. Nella classiica della ricchezza, la Romania rimane il penultimo paese dell’Unione, ma ha superato gli altri stati dei Balcani
che non ne fanno parte e la Turchia, il cui pil
pro capite è rimasto fermo al 52 per cento
della media europea. Solo la Croazia, entrata in Europa nel 2013, è un punto sopra la
Romania.

Corruzione e povertà
In Bulgaria, inoltre, il tasso di povertà è
crollato dal 60 per cento del 2006 all’attuale 41 per cento. Anche in Romania il calo è
stato notevole, dal 47 al 37 per cento. Nei
sette anni dell’esercizio inanziario 20072013, a Bucarest sono arrivati 20 miliardi di
euro, mentre Soia ne ha ricevuti sette. Il
successo economico e la riduzione della povertà sono stati però accompagnati dall’esodo della forza lavoro. Stando ai dati forniti
dall’agenzia di stampa bulgara Novinite,
nel 2015 i bulgari all’estero erano due milioni e mezzo. I romeni che sono andati a lavorare in altri paesi dell’Unione sono circa tre
milioni. Va anche sottolineato che lo svilup-

po degli ultimi anni non ha riguardato tutte
le aree dei due paesi in modo omogeneo. La
Bulgaria ha costruito una grande autostrada per collegare la capitale al porto di Burgas, sul mar Nero, sta ammodernando il
collegamento con il conine greco e a Soia
sono state inaugurate nuove linee e stazioni
della metropolitana e una tangenziale a
dieci corsie. I centri per gli affari e per il
commercio sono cresciuti in modo sensazionale, a Soia come a Bucarest. E con un
pil pro capite pari al 125 per cento della media europa, la capitale romena è capoila
della regione. Allo stesso modo anche le altre grandi città romene, come Cluj Napoca,
Timișoara e Iași, crescono a un ritmo vertiginoso, grazie agli investimenti stranieri e
alla tecnologia. Eppure, cinque delle otto
“regioni di sviluppo” del paese sono tra le
venti più povere dell’Unione. La situazione
è identica in Bulgaria.
Entrambi i paesi sono entrati nell’Unione gravati dalla zavorra del Meccanismo di
cooperazione e veriica, che controlla i progressi fatti nel campo della giustizia e della
lotta alla corruzione. Questo ha impedito
un’integrazione più profonda: Romania e
Bulgaria, infatti, non fanno ancora parte
dello spazio Schengen. La Bulgaria ha più di
un motivo per essere invidiosa dei progressi
fatti sull’altra riva del Danubio in materia di
indipendenza del potere giudiziario e lotta
alla corruzione. Tuttavia durante la campagna elettorale per le legislative dello scorso
dicembre diversi politici dei partiti oggi al
governo (i socialdemocratici del Psd e i liberali dell’Alde) hanno fatto capire di voler
cambiare direzione. E presto il sistema giudiziario romeno potrebbe trovarsi di fronte
a nuove diicoltà.
L’adesione, quindi, è stata un successo?
Non proprio, se si pensa alle aspettative dei
più poveri o a quello che immaginavano i
burocrati europei. Ma le cose cambiano se
osservate nel contesto regionale. La Romania e la Bulgaria sono state pesantemente
colpite dalla crisi, e per di più in una cornice
di grandi tensioni, se si pensa a quello che è
successo in Turchia, in Ucraina e in Medio
Oriente. Eppure sono rimaste democrazie
liberali, con società tra le più eurottimiste
dell’Unione. Sotto il proilo economico, sociale e dello sviluppo della democrazia la
Romania e la Bulgaria si sono nettamente
distanziate dagli stati dell’area che non
hanno aderito all’Unione. Da questo punto
di vista l’adesione è stata un successo, di cui
Bruxelles può andare iera. u mt

regno Unito

germania

Schulz sida
merkel

JACKy NAeGeLeN (ReUTeRS/CoNTRASTo)

La parola al parlamento

L’ex presidente del parlamento
europeo Martin Schulz sarà il
candidato cancelliere dell’Spd
alle prossime elezioni legislative
tedesche, che si svolgeranno il
24 settembre. Il dirigente socialdemocratico sarà il principale
sidante della cancelliera cristianodemocratica Angela Merkel.
Il 24 novembre 2016 Schulz aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato alla guida del
parlamento europeo per dedicarsi alla sua carriera politica in
Germania. La candidatura di
Schulz, spiega Die Zeit, arriva
dopo che Sigmar Gabriel, il presidente della Spd e ministro
dell’economia, ha deciso di rinunciare alla candidatura al
cancellierato. Gabriel si dimetterà da presidente del partito,
lasciando il posto a Schulz (a destra nella foto con Gabriel), e diventerà ministro degli esteri.

francia

Primarie
a sorpresa
Il primo turno delle primarie organizzate dal Partito socialista
(Ps) e dalla sinistra francese per
selezionare il candidato alle presidenziali di aprile è stato vinto a
sorpresa da Benoît Hamon (nella foto). L’ex ministro dell’istruzione ha ottenuto il 35,2 per cento dei voti, mentre il favorito,
l’ex primo ministro Manuel
Valls, si è fermato al 31,5 per cento. Rimangono esclusi dal ballottaggio gli ex ministri Arnaud
Montebourg e Vincent Peillon e
i candidati radicale e verde. C’è
invece confusione sul numero
esatto dei votanti, a causa di un
non meglio precisato problema
nel conteggio, spiega Le Monde. La cifra dovrebbe essere intorno a 1,6 milioni, molto inferiore a quella delle primarie delle destra, che hanno mobilitato
più di quattro milioni di francesi. Hamon, che aveva sidato il
presidente François Hollande
prendendo parte a una “fronda”
interna al Ps prima di dimettersi
da ministro, rappresenta l’ala sinistra del partito, più vicina ai
valori tradizionali della gauche.
Valls “incarna invece la sinistra
di governo moderata”, che non
teme di usare il linguaggio della
destra. Secondo il quotidiano,
un’eventuale vittoria di Hamon
potrebbe provocare la “corbynizzazione” del Ps (cioè la sua
trasformazione da partito riformista e di governo in movimento di opposizione permanente,
come sembra stia succedendo ai
laburisti britannici) o addirittura
la sua implosione.

I giudici della corte suprema del
Regno Unito hanno bocciato il ricorso
del governo sul diritto dell’esecutivo
di avviare autonomamente i negoziati
per la Brexit. Per attivare l’articolo 50
del Trattato di Lisbona, che regola
l’uscita volontaria di un paese
dall’Unione europea, il governo della
premier Theresa May dovrà quindi
passare per un voto in parlamento. Non sarà invece
necessario consultare i parlamenti autonomi di Galles,
Scozia e Irlanda del Nord. L’intoppo, ha detto il ministro
per la Brexit David Davis, non allungherà i tempi del
divorzio dall’Unione: il governo ha già preparato una legge
da sottoporre ai deputati britannici e ha assicurato che
l’articolo 50 sarà attivato entro la ine di marzo. Dopo aver
criticato la decisione dei giudici, il tabloid euroscettico
Daily Mail si dice convinto che i deputati della camera dei
comuni non ribalteranno il volere dei cittadini. L’unico
dubbio è il comportamento dei lord. “Ma se questo gruppo
di non eletti cercherà di sabotare la Brexit”, scrive il
tabloid, “provocherà una crisi che potrebbe portare alla
sua stessa ine politica”. ◆

romania

L’amnistia
contestata
La proposta di amnistia avanzata dal governo romeno sta alimentando un’ondata di proteste
in tutto il paese. Il 22 gennaio
diecimila persone sono scese in
piazza a Bucarest e altre migliaia a Iași e Cluj Napoca. A scatenare l’indignazione dei cittadini
sono due decreti d’urgenza che
il governo di coalizione tra socialdemocratici e liberali sta per
varare: il primo depenalizza il
reato di abuso d’uicio se il danno arrecato è inferiore a 200mila lei (circa 45mila euro); il secondo è un provvedimento di
amnistia e indulto che potrebbe
far uscire di prigione circa 2.500
detenuti, tra cui diversi politici e
funzionari pubblici condannati

per corruzione. I decreti potranno entrare in vigore senza la irma del presidente Klaus Iohannis e senza voto in parlamento.
Come spiega România liberă,
secondo il governo l’amnistia
servirà a risolvere il problema
del sovrafollamento delle carceri, che potrebbe costare a Bucarest severe sanzioni in denaro.
Secondo i manifestanti, invece,
segna una battuta d’arresto nella lotta alla corruzione, una delle piaghe più gravi del paese, e
avvantaggia il leader socialdemocratico Liviu Dragnea. Condannato per frode elettorale,
Dragnea non è potuto diventare
premier dopo le elezioni dello
scorso dicembre, ma con l’amnistia potrà tornare a ricoprire
incarichi pubblici dall’estate del
2018. Il presidente Iohannis ha
annunciato la convocazione di
un referendum sul tema.

FABRIzIo BeNSCH (ReUTeRS/CoNTRASTo)

Daily Mail, Regno Unito

in breve

Regno Unito Il 23 gennaio Michelle o’Neill, 40 anni, è diventata leader del partito repubblicano nordirlandese Sinn Féin.
Sarà quindi candidata alla carica
di vicepremier dopo le elezioni
regionali anticipate del 2 marzo.
o’Neill prende il posto di Martin
McGuinness, che ha annunciato
il suo ritiro dalla politica.
Turchia Il 21 gennaio il parlamento ha approvato il progetto
di revisione costituzionale che
raforza i poteri del presidente
Recep Tayyip erdoğan. Il testo
sarà sottoposto a referendum
confermativo in primavera.

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

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Visti dagli altri

ALESSANdRO SERRANO (AGF)

Una manifestazione organizzata da Amnesty international all’università Sapienza di Roma, il 25 gennaio 2017

Nessuna verità sulla morte
di Giulio Regeni
Ruth Michaelson e Stephanie Kirchgaessner,
The Guardian, Regno Unito
A un anno dall’uccisione del
ricercatore italiano al Cairo,
molti interrogativi sono ancora
senza risposta. E la
pubblicazione di un video
solleva nuove domande
az Zárate ricorda l’ultima volta
che ha parlato con Giulio Regeni,
il ricercatore dell’università di
Cambridge che un anno fa è
scomparso in una strada del Cairo. Aveva
28 anni, era felice e innamorato, gratiicato
dalle ricerche che stava facendo: “Si sentiva
apprezzato. Cercava di aiutare altre persone a studiare, restituendo così un po’ della
fortuna che riteneva di aver ricevuto”.

P

30

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

Quando il corpo torturato di Regeni è
stato trovato lungo una strada nove giorni
dopo la sua scomparsa, sono stati Zárate e
altri amici a dare il via alla campagna internazionale per scoprire la verità sulla sua
morte. L’iniziativa ha avuto profonde conseguenze nei rapporti tra l’Egitto e l’Italia,
che ha richiamato il suo ambasciatore al
Cairo a causa della mancanza di cooperazione nelle indagini.
Oggi si sa qualcosa in più sugli ultimi
giorni di vita di Giulio Regeni. Il capo del
sindacato dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah, ha ammesso di aver avvertito le autorità egiziane delle ricerche di Regeni sui movimenti sindacali. Non è ancora
certo se sia stata questa segnalazione a portare alla sua morte, ma molti in Italia ritengono che il ricercatore sia stato torturato e

ucciso su ordine di funzionari dello stato
egiziano, anche se il governo di Abdel Fattah al Sisi ha negato ogni responsabilità.
“Siamo in una situazione di stallo”, ha dichiarato un funzionario italiano che ha
chiesto di rimanere anonimo. L’uomo ha
rivelato che il governo italiano sta valutando se, e come, uscire dall’impasse con il
Cairo tenuto conto di altre importanti questioni di politica estera, in particolare la crisi in Libia, paese su cui l’Egitto esercita
un’enorme inluenza.

Ombra lunga
I ripetuti incontri a Roma tra inquirenti egiziani e italiani suggeriscono che ci sono stati dei progressi. Ma anche se i funzionari
italiani dichiarano di aver inalmente ricevuto tutti i documenti richiesti, compresi i
tabulati telefonici, non c’è certezza che
questo dialogo porterà ad atti concreti da
parte della magistratura egiziana.
I tentativi della famiglia Regeni di ottenere risposte si sono scontrati con il silenzio. Il consulente legale della famiglia in
Egitto ha chiesto per due volte una copia del
fascicolo dell’indagine del procuratore generale egiziano. I familiari ritengono che il
documento contenga informazioni sensibi-

In Italia le bandiere gialle che chiedono
“verità per Giulio” sventolano ancora fuori
dai comuni e dalle case private, ma meno
numerose di prima. La madre di Regeni,
Paola, è diventata il volto della tragedia e
secondo il quotidiano la Repubblica è l’emblema della ricerca di verità e giustizia non
solo per l’omicidio del iglio, ma per tutti i
casi di violazione dei diritti umani.

Confondere le acque
L’omicidio di Regeni è diventato il simbolo
delle sparizioni forzate in Egitto. Le vittime
sono rinchiuse in località segrete senza
contatti con la famiglia o gli avvocati e quasi
sempre subiscono torture. Nel suo primo
rapporto annuale l’Ecrf ha individuato 789
casi tra l’agosto del 2015 e l’agosto del 2016.
Appena saputo della scomparsa di Regeni, Paz Zárate, originaria del Cile ed
esperta di diritto internazionale, ha avuto la
sensazione che fosse successo qualcosa di

Da sapere

Telecamera nascosta
CARABINIERI ROS/ANSA

li, compresi i nomi delle persone coinvolte
nell’uccisione di Regeni, ma non hanno ricevuto risposta. Ahmed Abdallah, della
Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf ), i cui avvocati lavorano per la famiglia Regeni, sostiene che “ottenere i documenti sarebbe un riconoscimento del fatto
che stiamo lavorando al caso e che possiamo chiamare dei testimoni”.
L’apparente fallimento di ogni tentativo
d’individuare i responsabili della morte di
Regeni ha gettato un’ombra così lunga sui
rapporti con l’Egitto che l’Italia ha grandi
diicoltà a coordinarsi con il Cairo su quello
che è il suo principale obiettivo in politica
estera: la stabilità della Libia.
L’Egitto sostiene Khalifa Haftar, il comandante militare legato al parlamento di
Tobruk, nell’est del paese, che si oppone al
governo di Tripoli, appoggiato invece da
Italia e Nazioni Unite, dove Roma ha appena riaperto la sua ambasciata. La Libia è il
punto d’imbarco dei profughi che raggiungono l’Italia via mare e che nel 2016 sono
stati più di 180mila.
Stefano Stefanini, ex ambasciatore
dell’Italia alla Nato, aferma che “in Libia
avremmo bisogno di tutta la diplomazia regionale e il caso Regeni è un grande ostacolo”. Anche se l’Italia ha assunto una “posizione di principio”, la questione ha portato
i rapporti con il Cairo ai minimi storici, creando nuovi problemi. Un portavoce del ministero degli esteri egiziano, Ahmed Abu
Zeid, ha negato che le conseguenze negative saranno durature: “All’inizio ci sono state alcune tensioni, vista la fretta con cui gli
italiani volevano giungere a delle conclusioni. Ma con il tempo e con la collaborazione le cose sono migliorate. L’Italia sa che le
autorità egiziane stanno facendo del loro
meglio per scoprire chi c’è dietro questo crimine”. Al ministero degli esteri italiano
stanno ancora valutando se inviare di nuovo un ambasciatore al Cairo. Nonostante le
relazioni diplomatiche siano in crisi, gli accordi energetici multimiliardari dell’Italia
con il Cairo sono aumentati. L’Eni, la società petrolifera italiana a gestione statale, ha
chiesto giustizia per il caso Regeni, ma ha
anche intensiicato i suoi afari con l’Egitto.
Ha promesso che il giacimento di gas naturale di Zohr, in acque egiziane, sarà attivo
prima della ine del 2017 e che aumenterà i
suoi investimenti nella zona di 3,5 miliardi
di dollari. Claudio Descalzi, l’amministratore delegato dell’azienda, ha incontrato Al
Sisi all’inizio di gennaio del 2017.

u Il 25 gennaio 2017 è l’anniversario della scomparsa al Cairo del ricercatore Giulio Regeni,
trovato morto il 3 febbraio 2016 con segni di tortura sul corpo. In tutta Italia si sono svolte commemorazioni e sono state accese iaccole alle
19.41, l’ora in cui si persero le sue tracce.
u Il 23 gennaio il procuratore generale egiziano,
Nabil Ahmed Sadeq, ha accettato la richiesta
della procura italiana di inviare al Cairo un
gruppo di esperti italiani e tedeschi, di un’azienda specializzata nel recupero dei dati delle telecamere di sorveglianza per analizzare le immagini registrate alla stazione della metropolitana
di Dokki, dove Regeni fu visto per l’ultima volta. Lo stesso giorno una tv egiziana ha pubblicato il video (nella foto un fermo immagine), girato
con una telecamera nascosta, di una conversazione avvenuta tra Regeni e il capo del sindacato dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah, il 6 gennaio 2016. Reuters, Ansa

brutto. L’unica consolazione, ha detto, è
che il corpo è stato ritrovato e ha potuto essere seppellito. Dopo la diffusione della
notizia, c’era poco tempo per organizzarsi,
ma tutti gli amici di Regeni hanno reagito
velocemente, assicurandosi che il mondo
conoscesse il suo nome. “Giulio Regeni è il
simbolo del duro lavoro, di quello che signiica essere una persona intelligente, superare circostanze diicili e servire il mondo.
È una cosa che unisce tutti noi che gli siamo
stati amici. Siamo tutti alla ricerca di qualcosa, in un certo senso”, ha detto Zárate.
Il 23 gennaio una tv egiziana ha pubblicato un nuovo ilmato, che dimostra come
Regeni fosse sorvegliato dallo stato. Il video
mostra Regeni che parla in arabo al capo del
sindacato degli ambulanti. Abdallah gli
chiede ripetutamente del denaro, spiegando che ne ha bisogno per pagare le cure oncologiche della moglie. Regeni gli risponde
che non può dargli i soldi della sua borsa di
studio, che provengono dal Regno Unito,
per scopi personali, ma gli suggerisce di fare domanda per ottenere dei fondi a sostegno dell’attività del sindacato. Il ilmato è
stato realizzato usando una microcamera
nascosta in un bottone della camicia di Abdallah.
Il riferimento di Regeni ai fondi stranieri usati nella sua ricerca non avrebbe niente
d’insolito in ambito accademico, ma il inanziamento estero delle organizzazioni
non governative è diventato estremamente
controverso in Egitto a partire dal 2013,
quando il governo ha cominciato una dura
repressione nei confronti delle ong, sostenendo che rappresentano una minaccia alla
sicurezza nazionale.
Michele Dunne, esperta di Egitto al Carnegie endowment for international peace,
ha dichiarato che il ilmato conferma l’ipotesi che Regeni sia stato ucciso dalle autorità egiziane. Questo rende diicile capire
perché sia stato diffuso dalla televisione
pubblica egiziana. “L’obiettivo del ilmato è
confondere le acque, facendo credere che
Regeni avesse in mente qualche piano oscuro, che prevedeva un inanziamento straniero alle organizzazioni sindacali. Se dovessi sbilanciarmi, direi che le autorità sanno che è stato qualcuno di un apparato statale a ucciderlo e cercano di far credere che
Regeni sia stato eliminato perché meritava
questa ine”, conclude Dunne. “È assurdo e
terribile che un anno dopo la sua morte
qualcuno, all’interno dello stato egiziano,
cerchi d’infangare il nome di Regeni”. u f
Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

31

Visti dagli altri

ALESSIA PIErDoMENICo (BLooMBErG/GEtty IMAGES)

Una iliale del Monte dei Paschi di Siena. Roma, 23 dicembre 2016

I gravi problemi
delle banche italiane
Mitja Stefancic, Open Democracy, Regno Unito
Gli istituti di credito vanno
risanati, ma è il settore bancario
nel suo insieme che deve
riacquistare la iducia dei
cittadini e ricominciare a
sostenere l’economia reale
Italia è ancora nel mezzo di una
grave crisi bancaria, che se non
sarà afrontata nel modo giusto
influenzerà negativamente il
sistema bancario europeo. Per evitare gravi
conseguenze bisogna capire le origini del
problema e fare in modo che la crisi non si
prolunghi. Nonostante i miglioramenti del
mercato, la privatizzazione degli istituti inanziari e le modiiche alla regolamentazione degli anni novanta, il sistema italiano
ha bisogno di miglioramenti sostanziali.
All’inizio della crisi inanziaria le banche italiane, commerciali e popolari, sembravano solide. Le cose, però, sono cambiate presto e la situazione è diventata
sempre più diicile da gestire, soprattutto
quando la crisi ha toccato l’economia reale
e aziende e privati cittadini hanno smesso
di restituire i prestiti. Quali sono, quindi, i

L’

32

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

principali problemi delle banche italiane
oggi? Come in altre economie europee, i
piccoli istituti devono migliorare la redditività e la gestione dei costi. Ma le banche
italiane hanno problemi di spesa perché
hanno costi strutturali tra i più alti d’Europa. Inoltre la selezione dei massimi dirigenti non funziona. Le banche, inoltre, agiscono spesso sotto l’inluenza dei partiti e dei
poteri locali.

Rivoluzione culturale
Le prospettive non sono confortanti. Nel
2016 i crediti deteriorati ammontavano a
360 miliardi di dollari, in mano soprattutto
alle grandi banche commerciali. Questi
crediti riguardano soprattutto l’edilizia,
l’industria manifatturiera e l’immobiliare,
settori che hanno avuto un ruolo decisivo
nella difusione della crisi.
Dopo il salvataggio di quattro piccole
banche (Banca Marche, Popolare Etruria,
CariFerrara e CariChieti) all’inizio del 2016,
è arrivato per l’Italia il momento di un
check-up delle banche più importanti.
Una storia drammatica è quella del
Monte dei Paschi. Un elemento importante, ma raramente sottolineato dagli analisti
stranieri, è che, anche se opera a livello na-

zionale, la banca mantiene una mentalità
decisamente “locale”. È stata ricapitalizzata varie volte negli ultimi anni eppure ha risposto male agli stress test del 2014 e del
2016 dell’Autorità bancaria europea e non è
riuscita ad attirare grandi investitori. Per
questo il governo ne ha deciso la nazionalizzazione temporanea. Il salvataggio del
Monte dei Paschi può essere considerato un
modo per evitare che la crisi coinvolga altri
istituti. Ci si chiede però se è legittimo ripianare con denaro pubblico le perdite della
banca causate da speculazioni su prodotti
inanziari derivati, acquisizioni costose e
rischiose e investimenti sbagliati. Anche
altre banche italiane potrebbero chiedere
aiuto al governo nei prossimi mesi.
Alcune delle maggiori banche popolari
italiane hanno avuto un aumento dei crediti deteriorati negli ultimi anni. Due casi
esemplari sono quelli della Banca Popolare
di Vicenza e della Veneto Banca. Entrambe
sono state ricapitalizzate dal fondo Atlante,
una sorta di bad bank partecipata da alcune
banche commerciali e compagnie assicurative e gestita da un manager privato.
Secondo il Fondo monetario internazionale, è ora di rimettere in sesto i conti delle
banche per facilitare i prestiti e aiutare
l’economia reale. Le diicoltà degli istituti
italiani sono simili a quelle dei portoghesi e
degli irlandesi, ma le dimensioni del settore
bancario italiano sono maggiori. Gli istituti
italiani hanno difetti e problemi speciici,
diversi da quelli delle banche commerciali
tedesche. Le soluzioni a livello europeo dovranno tenere conto di queste diferenze.
Il punto è che l’Italia dovrebbe cercare
di garantire la crescita economica. Con
ogni probabilità, l’economia reale è ancora
sana in molte regioni del paese. E il governo
può puntare sulle piccole e medie imprese,
che in gran parte hanno resistito alla crisi.
Inoltre dovrebbe rimediare alla mancanza
di politiche economiche e industriali.
Per migliorare le prospettive dell’Italia
bisognerà quindi risanare gli istituti di credito, ma anche ripristinare la iducia nel sistema bancario, venuta meno negli ultimi
anni. Per la mentalità dei cittadini sarà una
vera rivoluzione culturale, che non si esaurirà sistemando i conti e migliorando la gestione delle banche. Per ottenere dei risultati servirà tempo. Le banche dovranno
raforzare il loro ruolo nel proporre uno sviluppo economico sostenibile. E dovranno
imparare a scegliere dei manager migliori
per recuperare credibilità. u f

Terremoto

TELECOMUNICAZIONI

Buco
gigantesco

MAssIMO PeRCOssI (ANsA)

Sepolti dalla neve
Farindola, 20 gennaio 2017. Soccorsi all’Hotel Rigopiano

ROMA

Il 24 gennaio la procura di Roma
ha inviato alla sindaca di Roma
Virginia Raggi (nella foto), del
Movimento 5 stelle, un invito a
presentarsi, per dare spiegazioni
sulla nomina di Renato Marra a
capo del dipartimento del turismo del comune. Renato Marra
è il fratello di Rafaele, ex capo
del personale del comune, arrestato per corruzione il 16 dicembre 2016. La sindaca sarebbe accusata di abuso d’uicio e falso
in atto pubblico. sarà ascoltata il
30 gennaio. “Un ulteriore passo
in un’indagine che ha causato
divisioni all’interno dei cinquestelle”, scrive Daniel Verdú sul
País: “Il leader dei cinquestelle
Beppe Grillo aveva avvertito
Raggi del pericolo che correva a
idarsi di persone come Rafaele
Marra”. Il 24 gennaio 2017 Raggi
ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Oggi mi è giunto un invito a comparire dalla procura di
Roma nell’ambito della vicenda
relativa alla nomina di Renato
Marra a direttore del dipartimento Turismo che, come è noto, è già stata revocata. Ho informato Beppe Grillo e adempiuto
al dovere di informazione previsto dal codice di comportamento del Movimento 5 stelle. Ho
avvisato i consiglieri di maggioranza e i membri della giunta e,
nella massima trasparenza che
contraddistingue l’operato del
M5s, ora avviso i cittadini. sono
molto serena, ho completa iducia nella magistratura, come
sempre. siamo pronti a dare
ogni chiarimento”.

ANsA

La sindaca
indagata

Il 25 gennaio i soccorritori hanno estratto un altro corpo
dall’albergo di Rigopiano, in Abruzzo, travolto il 18
gennaio da una valanga. Il bilancio delle vittime è
arrivato così a 25 morti. Quattro persone sono ancora
disperse. L’agenzia di stampa Reuters scrive che
“undici persone sono sopravvissute al disastro e
l’ultima è stata salvata il 21 gennaio. A questo punto le
speranze di trovare qualcun altro vivo stanno
scomparendo. La procura di Pescara ha aperto
un’inchiesta sul disastro. Probabilmente la valanga si è
formata a causa della bufera di neve e delle forti scosse
di terremoto che hanno colpito la zona”. Nelle ore
precedenti alla valanga molti ospiti dell’albergo
volevano tornare a casa, ma le strade erano bloccate
dalla neve. “Il procuratore di Pescara Cristina
Tedeschini”, scrive l’Irish Times, “indaga
sull’eicienza dei soccorsi, sull’allerta valanghe nei
giorni del disastro e sulla regolarità dei permessi di
costruzione concessi al resort di Rigopiano”. u
LEGGE ELETTORALE

La decisione
della corte
Il 25 gennaio la corte costituzionale si è pronunciata sull’Italicum. La sentenza boccia la parte della legge elettorale in vigore per la camera dei deputati relativa al ballottaggio e alla possibilità del capolista eletto in
più collegi di scegliere il suo
collegio d’elezione. Non viene
toccata invece la parte relativa

al premio di maggioranza, che
garantisce il 55 per cento dei
seggi alla lista che raggiunge la
soglia del 40 per cento dei voti.
Le motivazioni della sentenza
saranno depositate tra il 15 e il
28 febbraio. La corte ha detto
che la legge è immediatamente
applicabile. “Nel paese dei 64
governi in settant’anni (tre nella scorsa legislatura), la corte
costituzionale è diventata l’unica istituzione che dà risposte
chiare agli italiani”, scrive Daniel Verdú sul País.

Un’indagine interna avviata
nell’ottobre del 2016, partita da
una “soiata”, ha rivelato il buco da 145 milioni di sterline nei
conti della divisione italiana
della multinazionale delle telecomunicazioni Bt. L’amministratore delegato Gianluca Cimini e la direttrice operativa
stefania Truzzoli sono stati sospesi. Il Times si occupa delle
gravi irregolarità contabili
dell’azienda. Il 24 gennaio la Bt
ha dichiarato che, secondo
un’indagine svolta dalla società
specializzata Kpmg, il buco è
arrivato a 530 milioni di sterline. Il titolo azionario ha perso
un quinto del suo valore scendendo al livello più basso dal
2013. “sei miliardi di sterline
sono stati bruciati in una delle
peggiori giornate di trading dopo la privatizzazione nel 1984”.
L’indagine ha rivelato “una rete
complessa di transazioni di acquisto, factoring e leasing illecite” che hanno portato a una sistematica “esagerazione dei
proitti della divisione italiana
per anni”. Gavin Patterson,
amministratore delegato del Bt
Group, ha dichiarato: “siamo
profondamente delusi per i metodi scorretti della nostra divisione italiana. stiamo facendo
indagini approfondite e ci impegniamo a garantire i più elevati standard a vantaggio dei
nostri clienti, azionisti, dipendenti e di tutte le altre parti interessate”.
Il valore delle azioni della Bt negli
ultimi dieci mesi, in sterline
Fonte: Yahoo Finance
5,0

4,5

4,0

3,5

3,0

Marzo 2016

Gennaio 2017

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

33

Le opinioni

Tempi duri
per il diritto all’aborto
Katha Pollitt
uello che possiamo dire per ora è che ci questa dichiarazione in seguito a una pioggia di proteaspettano tempi duri. Le probabilità che ste, ma secondo un sondaggio condotto dopo le eleDonald Trump riesca a far nominare alla zioni il 39 per cento dei suoi sostenitori è d’accordo
corte suprema quel cruciale quinto giu- con lui. Alcune donne sono già state incriminate per
dice contrario alla libertà di scelta sono aver interrotto la gravidanza da sole.
Il paradosso è che, anche se gli antiabortisti stanno
altissime. E anche se il diritto all’aborto
non verrà cancellato, sicuramente la corte vedrà di prendendo il potere a tutti i livelli di governo, il numebuon occhio le restrizioni imposte a livello statale e fe- ro delle persone favorevoli al controllo delle nascite e
derale che renderanno l’interruzione di gravidanza all’interruzione di gravidanza sta aumentando. Da un
inaccessibile a un numero ancora maggiore di donne. recente sondaggio è emerso che il 69 per cento degli
Ci saranno altri divieti dopo le venti settimane, ancora statunitensi è favorevole alla libera scelta, la percentuale più alta da anni. La sezione dell’Afpiù ecograie obbligatorie, periodi di atfordable care act che riguarda il controltesa più lunghi e condizioni ancora più Ora che i
lo delle nascite è molto apprezzata e ha
assurde, come quella che impone di cele- repubblicani
brare il funerale del feto, il cui unico sco- controllano 25 stati, permesso a milioni di donne di ottenere
po è intralciare il lavoro delle cliniche e entrambe le camere gratuitamente contraccettivi costosi ma
rendere l’aborto più diicile e costoso.
e la Casa Bianca, c’è eicaci e di lunga durata come la spirale
(il calo del numero di aborti riscontrato
Probabilmente il congresso renderà ben poco che possa
negli ultimi anni è dovuto soprattutto
permanente l’emendamento che vieta di impedirgli di
alla difusione di metodi anticonceziousare i fondi del programma federale
rendere l’aborto
nali migliori).
Medicaid per pagare l’interruzione di
impraticabile
Anche all’interno del movimento per
gravidanza alle donne povere. Probabilla libera scelta stava succedendo qualmente taglierà anche i finanziamenti e perino illegale
cosa di importante, con la nascita di una
all’organizzazione per la pianiicazione
familiare Planned parenthood, impedendo al Medicaid nuova generazione di attiviste, molte delle quali nere.
di rimborsare le cliniche che efettuano gli aborti. Que- Dopo anni passati sulla difensiva, c’era una nuova
sto signiica mezzo miliardo di dollari all’anno in meno sferzata di energia e di creatività. Il movimento stava
per un’organizzazione che spesso è l’unica forma di as- cominciando a inserire i diritti riproduttivi in un quasistenza per le donne a basso reddito. Verranno invece dro più ampio, sperimentando nuove forme di attivistanziati ulteriori fondi per i centri di supporto alla gra- smo e facendo richieste più coraggiose. Soprattutto
vidanza che fanno proselitismo religioso, danno infor- dopo che la corte suprema aveva cancellato i requisiti
mazioni ingannevoli e manipolano le donne per impe- che avevano provocato la chiusura di molte cliniche,
sembrava che il movimento fosse destinato a ottenere
dirgli di rivolgersi in tempo utile alle cliniche.
Neanche il controllo delle nascite se la passerà mol- qualche vittoria.
E invece ci siamo ritrovati Trump, Pence e un senato
to bene. Il senato ha già votato per cancellare l’obbligo
di contribuire al inanziamento della contraccezione controllato dai repubblicani. È un po’ come nella vecnel programma che sostituirà l’Afordable care act (la chia battuta: l’operazione è andata bene, ma il paziente
riforma sanitaria voluta dall’amministrazione Obama). è morto. “Non so come potremo aggirare il controllo
Tom Price, l’uomo che Trump ha deciso di mettere a repubblicano sull’aborto in molti stati”, dice l’attivista
capo del dipartimento della sanità, dice di non aver mai Frances Kissling. “E ora anche il governo federale è diconosciuto una donna che non può permettersi di paga- ventato un problema”. Alcuni gruppi si stanno concenre gli anticoncezionali. Katy Talento, che dovrebbe oc- trando sul consolidamento dei diritti delle donne negli
cuparsi delle politiche sanitarie nel consiglio di politica stati controllati dai democratici. In quello di New York
interna, sostiene, senza presentare alcuna prova, che la è stata presentata una legge che impone alle assicurazioni di garantire in ogni caso la gratuità della contracpillola provochi aborti spontanei e sterilità.
Ora che i repubblicani controllano 25 stati, entram- cezione. Planned parenthood sta ricevendo una valanbe le camere e la Casa Bianca, c’è ben poco che possa ga di donazioni. I cortei di donne del 21 gennaio si sono
impedirgli di arrivare ino in fondo e rendere l’interru- trasformati in manifestazioni progressiste a sostegno
zione di gravidanza impraticabile, troppo costosa, dei diritti delle donne e degli immigrati, dei neri e delle
umiliante e perino illegale. Dopotutto, Trump ha di- unioni civili. “Siamo convinti che la giustizia di genere,
chiarato che se abortire diventasse illegale, le donne quella razziale e quella economica siano la stessa cosa”,
che lo fanno dovrebbero essere punite. Ha ritrattato hanno scritto gli organizzatori. u bt

Q

34

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

KATHA POLLITT

è una giornalista e
femminista
statunitense. Il suo
ultimo libro è Pro:
reclaiming abortion
rights (Picador 2014).

Le opinioni

La lezione di Trump
per il giornalismo
Pankaj Mishra
on è esagerato sostenere che il 20 gen- ambientali di questa rivoluzione delle aspirazioni di
naio è cominciata una nuova e strana quasi tre miliardi di persone, per non parlare di come
fase della storia umana. Donald sarebbe stata la loro vita appena al di sopra del livello di
Trump è diventato l’uomo più poten- povertà. I cittadini frustrati dal rallentamento della crete del pianeta. Sono saltati tutti gli scita avrebbero subìto il fascino dei demagoghi nazioschemi, per usare un eufemismo. Le nalisti? Le risorse della Terra potevano bastare a reggepersone che hanno il compito di analizzare il mondo re l’urto di miliardi di persone che volevano avere lo
stesso tenore di vita di poche centinaia di
sono particolarmente confuse. Si può crimilioni di europei e americani?
ticare Trump per il disprezzo che ha mo- L’essenza della
I giornalisti e i politici hanno ignorastrato verso i mezzi d’informazione, ma professione
to gli efetti negativi della globalizzazionon si può negare che lui e altre star dei giornalistica è
social network siano riusciti a far preva- afrontare situazioni ne e della libera circolazione dei lavoratori e dei capitali. L’amministratore delere la loro versione della realtà proprio ambivalenti il cui
legato è stato esaltato, mentre l’agricolperché la iducia dell’opinione pubblica esito è incerto,
tore e il minatore sono scivolati
nei mezzi d’informazione tradizionali è i valori sono
nell’oblio. Solo poche igure marginali,
ai minimi storici.
contraddittori e le
come l’ex candidato alle presidenziali
I fallimenti del giornalismo non sono
diverse parti sono
statunitensi Pat Buchanan, hanno eviun prodotto della fantasia di Trump e del
denziato le diicoltà della classe operaia
suo account Twitter iperattivo. Nel 2012 in conlitto
bianca, mentre l’establishment celebrascrivevo che le contraddizioni tra “la politica democratica, che rispetta l’opinione della mag- va il trionfo globale della democrazia e del capitaligioranza, e gli imperativi del capitalismo globale, che è smo. La vittoria di Trump mostra l’inadeguatezza infatto per creare ricchezza privata”, stavano diventando tellettuale e i rischi politici del monogiornalismo. Chi
irrisolvibili. Ma anch’io ero tra i commentatori che non ne è stato responsabile deve rivedere i suoi metodi e
avevano capito la profondità e l’intensità della rabbia obiettivi.
Naturalmente le mancanze del giornalismo hanno
provocata dall’aumento delle disuguaglianze.
Molti giornalisti si sono limitati a ignorare questa sempre avuto un ruolo nelle rivoluzioni politiche, corabbia e le sue conseguenze politiche. L’economista me nel caso di quella cinese, che secondo lo storico
Albert Hirschman ha coniato il termine “monoecono- John K. Fairbank fu “uno dei più grandi fallimenti del
mia” per criticare l’idea secondo cui esiste una sola mo- giornalismo”. Fairbank sottolineò le responsabilità dei
dalità di sviluppo per tutti i paesi del mondo. Gran parte corrispondenti statunitensi come lui, che non erano
di quello che è stato scritto sulla politica e l’economia riusciti a capire la forza di attrazione di Mao Zedong
dalla ine della guerra fredda a oggi dovrebbe essere perché afascinati dal suo rivale iloccidentale Chiang
deinito “monogiornalismo”. Il crollo dei regimi comu- Kai-shek. Fairbank ammetteva: “I nostri resoconti
nisti ha raforzato la convinzione che a quel punto il erano molto supericiali. Non avevamo idea di come
mondo poteva solo convergere su un singolo sistema di fosse la vita della gente comune in Cina”.
Oggi è il caso di rilettere sull’avvertimento di Fairgoverno (la democrazia liberale) e un singolo sistema
economico (il capitalismo e il libero mercato). Il giorna- banks: “Tutti i giornalisti camminano su una faglia di
lismo ha interiorizzato questa fede senza chiedersi se la situazioni storiche irrisolte e ambivalenti, cercando di
democrazia e il capitalismo fossero compatibili né se le descriverle in qualche modo con le parole”. Secondo lo
disuguaglianze create dal capitalismo avrebbero pro- storico l’essenza della professione giornalistica è “affrontare situazioni ambivalenti il cui esito è incerto, i
vocato una reazione da parte della maggioranza.
Catapultato nel libero mercato e sottoposto a inini- valori sono contraddittori e le diverse parti sono in conte soferenze durante gli anni novanta, l’elettorato rus- litto”. Negli ultimi anni molti giornalisti sono sembrati
so ha dato i primi segnali della nuova tendenza sce- ansiosi di parlare di risultati e valori certi. Oggi sono rigliendo un ex funzionario del Kgb come salvatore della dicolizzati dall’isteria di Twitter e dai venditori di notipatria. Ma l’esempio del popolo russo, che ha cercato di zie false. Possiamo solo sperare che i mezzi d’informasuperare un trauma con il nazionalismo vendicativo, è zione tradizionali reagiscano al fallimento sviluppando
stato ignorato da chi preferiva sottolineare che il capi- i punti di forza che mancano ai social network: la capatalismo stava tirando fuori dalla povertà centinaia di cità di comprendere l’ambiguità umana, la consapevomilioni di indiani e cinesi. Nessuno si è preoccupato di lezza che si può sbagliare e soprattutto una maggiore
capire quali sarebbero state le conseguenze politiche e attenzione ai perdenti della storia. u as

N

36

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

PANKAJ MISHRA

è uno scrittore e
saggista indiano.
Collabora con il
Guardian e con la
New York Review of
Books. Il suo ultimo
libro è A great
clamour: encounters
with China and its
neighbours (Penguin
2014). Questo
articolo è uscito su
Bloomberg.

In copertina

Venezuela s
William Finnegan, The New Yorker, Stati Uniti
Foto di Oscar B. Castillo

o studente di medicina dice
che posso usare il suo vero
nome. “Maduro è un asi­
no”, afferma, “uno stron­
zo”. Si riferisce a Nicolás
Maduro, il presidente del
Venezuela. Attraversiamo i reparti di un
grande ospedale pubblico di Valencia, una
città di un milione di abitanti a 150 chilome­
tri dalla capitale Caracas. I corridoi sono bui
e sofocanti, e nell’aria c’è un odore spaven­
toso. Alcuni corridoi sono pieni di pazienti
che aspettano silenziosi in lunghe ile fuori
dagli ambulatori. Altri sono deserti e dai
soitti pendono lampade divelte. Lo stu­
dente, magro e con i capelli chiari, m’invita
ad andare avanti, a sbirciare attraverso le
porte e a parlare con i medici.
Entriamo in una stanza piena di brande
di ferro arrugginite. In un angolo un ragaz­
zo, appoggiato su un letto senza lenzuola, ci
guarda con aria tranquilla. Accanto a lui c’è
una ragazza con una maglietta rosa. Lo stu­
dente gli chiede con gentilezza se sono di­
sposti a rispondere alle mie domande. Il
ragazzo dice di sì. Si chiama Néstor e ha 21
anni. La ragazza, Grace, è sua moglie. Tre
settimane fa, mentre era in moto, Néstor è
stato aggredito: gli hanno sparato tre colpi
al petto e al braccio sinistro. Ha una lebo di
soluzione salina attaccata al braccio e, ai
piedi del letto, c’è un aggeggio misterioso
fatto con lo spago e una vecchia bottiglia di
plastica. Non capisco a cosa serva.
La lebo gliel’ha fornita l’ospedale?
No, l’ha portata Grace. La ragazza porta
anche da mangiare, da bere e, quando li tro­
va, antidoloriici, bende e antibiotici. Sono

L

38

Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

cose che si trovano solo sul mercato nero, a
prezzi altissimi, e Grace, che lavora in un
magazzino, guadagna meno di un dollaro al
giorno.
La polizia sta indagando sull’aggres­
sione?
Néstor abbassa gli occhi. L’ingenuità
della domanda lo lascia senza parole. In ba­
se a molti parametri il tasso di violenza del
Venezuela è il più alto del mondo, ma la po­
lizia indaga su meno del 2 per certo dei reati
denunciati.
Dobbiamo andare, dice lo studente. È
preoccupato per quelle che chiama “spie”.
Mi ha fatto entrare nell’ospedale di nasco­
sto attraverso una porta rotta sul retro, per­
ché davanti agli ingressi regolari ci sono
guardie in uniforme armate di fucile: uomi­
ni della guardia nazionale, ma anche agenti
della polizia locale e statale, e di altre mili­
zie non meglio identiicate. Gli ospedali di
Caracas sono ancora più controllati. Perché
sono protetti? Si dice che le guardie abbiano
l’ordine di tenere alla larga i giornalisti: al­
cune denunce hanno messo in imbarazzo il
governo.

Alla luce dei cellulari
La maggior parte degli ascensori è fuori
servizio, così saliamo a piedi. Di notte, dice
lo studente, le scale sono buie e piene di ra­
pinatori. Ma come fanno a entrare se ci so­
no le guardie? “Sono d’accordo con loro”,
spiega. “Si dividono il bottino”. Poi mi gui­
da lungo un corridoio buio ino a una porta
pesante e la spinge con forza. Dall’altra par­
te si apre un corridoio pulito e ben illumina­
to, con le pareti celesti dipinte di fresco e il

FrACTurES CoLLECTIVE

Mancano medicinali e beni di prima necessità, la
violenza è sempre più difusa e l’inlazione altissima.
Ma la colpa non è solo del chavismo e della sua
politica economica. I problemi del Venezuela
vengono da molto più lontano

pavimento di piastrelle bianche lucide.
“Questa è la zona che viene mostrata ai vi­
sitatori”, dice a bassa voce.
Mi presenta un chirurgo che per parlare
preferisce uscire all’aperto. Ci fermiamo
sotto una tettoia di metallo, accanto a muc­

sprecato
Caracas, 23 gennaio 2017. Davanti agli ediici costruiti con i programmi sociali del governo di Hugo Chávez

chi di riiuti e a una piattaforma di carico
abbandonata. Il chirurgo ha la barba, è tarchiato e nervoso: non vuole dirmi come si
chiama. “Non abbiamo neanche gli strumenti basilari per curare i traumi”, spiega.
“Manca tutto: ilo da sutura, guanti, grafet-

te e tavoli”. Elenca una serie di farmaci che
non ci sono, compresa la ciproloxacina, un
antibiotico ad ampio spettro, e la clindamicina, un antibiotico economico. Durante gli
interventi i pazienti muoiono perché manca
l’adrenalina. In ospedale si possono ancora

fare alcune analisi del sangue, ma non quelle per l’epatite o l’aids. Anche l’elettricità è
un problema: una volta la sala operatoria è
rimasta chiusa per una settimana. A Maracaibo, una città nel nordovest del paese, i
chirurghi operano alla luce dei cellulari. A
Internazionale 1189 | 27 gennaio 2017

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In copertina
un certo punto il medico rientra. Ho saputo
che alcuni colleghi sono stati licenziati per
aver parlato con i giornalisti o perché si erano lamentati delle condizioni degli ospedali. Il governo non vuole che certe cose si
sappiano.
La sanità pubblica peggiora di giorno in
giorno. Nel 1961 il Venezuela fu il primo paese a debellare la malaria. Ora il suo programma di prevenzione è al collasso e si
contano più di centomila casi di malaria
all’anno. Sono ricomparsi perino disturbi e
malattie debellati da tempo: la malnutrizione, la difterite e la peste. Il governo pubblica
poche statistiche ma si calcola che muoia
un paziente su tre fra i ricoverati negli ospedali pubblici.
Facciamo un giro intorno all’edificio,
lungo un vialetto coperto da una tettoia di
lamiera. È una giornata cupa e umida, con
una pioggerella leggera. Arriviamo davanti
a una specie di accampamento: alcune famiglie hanno appeso delle amache o hanno
steso dei materassi a terra per ripararsi dalla
pioggia. Un uomo dalla pelle scura spiega
che è lì da tre mesi, da quando il iglio di
quattro anni è stato ricoverato perché aveva
poche piastrine nel sangue. “È un’infezione
virale”, mi dice lo studente. “Forse è il virus
zika o la dengue. Con le medicine giuste potrebbe sopravvivere”. Poi chiede all’uomo,
che si chiama José, novità sugli esami del
sangue. José è riuscito a raccogliere 40 dollari per le analisi. Da quando ha perso il lavoro ha chiesto anche l’elemosina sugli autobus, ma ha bisogno di altri soldi per comprare le medicine che in farmacia non si
trovano: “Le compriamo dalla maia”, afferma. Si riferisce al mercato nero, ma non
solo agli approittatori – i bachaqueros – che
sono dappertutto. Alcune delle guardie davanti agli ingressi dell’ospedale sono nel
giro illegale dei farmaci.
Le entrate sovrafollate, tutti questi militari e poliziotti armati cominciano ad
avere più senso. Agenti, soldati e miliziani
sono sottopagati e qui c’è da fare soldi. Parliamo con altre famiglie accampate nel
vialetto e in una tenda più vicino all’ospedale. Alcuni sono sorprendentemente sinceri: denunciano gli esami clinici troppo
costosi nonostante il presunto sistema di
assistenza sanitaria gratuita, la corruzione,
le intimidazioni, i prezzi vergognosi delle
garze sterili, della soluzione salina, degli
alimenti (quando si trovano) e dei farmaci.
Alcuni militari hanno la faccia tosta di accusare le famiglie dei pazienti di sciacallaggio e all’entrata in ospedale coniscano
tutto quello che sono faticosamente riuscite a trovare. Sono cose spesso comprate da

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altri militari, che a loro volta le hanno rubate dalle farmacie o dai carichi destinati
agli ospedali. I peggiori sono i colectivos,
bande dei quartieri poveri armate dal governo per “difendere la rivoluzione”. Mentre l’inlazione aumenta e il razionamento
mette in ginocchio il paese, l’attività principale dei colectivos è taglieggiare e controllare il loro quartiere. Fanno afari anche
intorno agli ospedali e, a quanto sembra,
non devono rendere conto a nessuno.

Gli occhi di Chávez
La rivoluzione difesa da queste bande si
chiama chavismo, dal nome del suo iniziatore Hugo Chávez, che è stato presidente
del Venezuela dal febbraio del 1999 ino alla sua morte nel marzo del 2013. Chávez era
un tenente colonnello dell’esercito e aveva

Da sapere

Il governo di Maduro

2013 Hugo Chávez muore a marzo a causa di un
tumore, a 58 anni. Ad aprile Nicolás Maduro,
indicato da Chávez come suo successore, vince
le elezioni presidenziali. L’opposizione contesta
il risultato e presenta un ricorso al tribunale
elettorale, che però lo respinge.
2014 Tra febbraio e marzo le proteste contro il
governo scoppiate negli stati di Tachira e
Mérida si estendono a Caracas e nel resto del
paese. Maduro accusa l’opposizione di
incitamento alla violenza. Almeno 28 persone
muoiono durante gli scontri. A novembre il
governo annuncia tagli alla spesa pubblica.
2015 A febbraio il governo svaluta la moneta a
aumenta il prezzo dei trasporti pubblici. A
dicembre la coalizione di partiti all’opposizione,
Mesa de la unidad democrática, ottiene la
maggioranza dei seggi in parlamento. È la
prima vittoria in 16 anni.
2016 A gennaio il governo dichiara sessanta
giorni di emergenza economica. A febbraio
Maduro annuncia per la prima volta un
aumento del prezzo della benzina. A settembre
centinaia di migliaia di persone partecipano a
una protesta a Caracas contro il governo.
2017 Entrano in circolazione banconote di
nuovi tagli per combattere l’inlazione.

origini umili. Apparve improvvisamente
sulla scena nazionale nel 1992, quando guidò un tentativo di colpo di stato militare. Il
golpe fallì e lui fu arrestato, ma le sue dichiarazioni di nobili intenti catturarono la
fantasia di molti venezuelani. Chávez rappresentava un’alternativa carismatica al
corrotto e sclerotico status quo. Quando fu
rilasciato, si mise alla guida di un piccolo
partito di sinistra, Movimiento V república,
e qualche anno dopo vinse facilmente le
elezioni presidenziali.
Chávez riscrisse la costituzione concentrando il potere nelle mani dell’esecutivo.
Come il suo eroe Simón Bolívar, il
leader venezuelano che aveva cacciato via
gli spagnoli dal Sudamerica, anche lui aveva ambizioni di controllo su tutta la regione.
Usò l’enorme ricchezza petrolifera del paese per stringere un’alleanza con Cuba e con
altri paesi dell’America Latina, dell’America Centrale e dei Caraibi, creando un blocco strategico ed economico per contrastare
la tradizionale egemonia degli Stati Uniti.
Chávez sostenne l’economia cubana con il
suo petrolio a buon mercato e, in cambio,
l’isola dei Castro inviò in Venezuela migliaia di medici per contribuire alla costruzione
di una rete di ambulatori. Nel 2002, quando
scampò a un tentato golpe, i cubani mandarono squadre di militari e consulenti per
insegnare ai colleghi venezuelani come
sorvegliare e contrastare l’opposizione politica: controlli continui, minacce e arresti
strategici.
La rivoluzione bolivariana non è la rivoluzione cubana. Il socialismo del ventunesimo secolo che il chavismo cerca di costruire si basa sulla democrazia elettorale. I
sondaggi di opinione e le elezioni sono delle
ossessioni nazionali. Chávez governava come se fosse in una continua campagna elettorale: c’era sempre un referendum, un’elezione legislativa o presidenziale alle porte.
Nei suoi quattordici anni al governo Chávez
vinse quasi tutte le consultazioni importanti, anche il referendum indetto dall’opposizione per destituirlo nel 2004.
Nicolás Maduro, ex autista di autobus e
vicepresidente dal 2012, è stato eletto presidente nell’aprile del 2013, sei settimane dopo la morte di Chávez. Maduro ha una vena
mistica e ha detto al paese che un uccellino
gli porta notizie del suo predecessore
dall’oltretomba. Si definisce “il figlio di
Chávez” e, almeno con i compagni chavisti,
giustiica gran parte delle sue azioni dicendo che rappresenta la volontà del leader
defunto. Alle elezioni legislative del 2015 i
partiti riuniti nella Mesa de la unidad democrática (Mud, una coalizione antichavi-

FRACtURES CoLLECtIVE

Caracas, 27 luglio 2016. Una protesta contro il governo
sta) hanno conquistato due terzi dei seggi
dell’assemblea nazionale. A partire da quel
momento la Mud ha chiesto d’indire un referendum per destituire Maduro, sempre
più impopolare. Il governo, però, prende
tempo invocando ostacoli procedurali con
l’aiuto delle istituzioni che ancora controlla,
soprattutto la corte suprema e il consiglio
nazionale elettorale.
Gli occhi di Chávez sono dappertutto.
Sono la prima cosa che vedo ogni mattina
aprendo le tende della mia stanza d’albergo
a Caracas: sono dipinti sul muro del palazzo
di fronte e sono enormi. Per molte persone
sono fonte d’ispirazione e di conforto: il comandante continua a vegliare su di noi.
Molta gente ci crede ancora. Sono seduto
con Carmen Ruiz, una donna anziana ben
curata con gli occhi allegri, in un vicolo ventoso tra i negozi dell’Hatillo, un centro alla
periferia di Caracas. “La mia vita è migliorata”, dice. Ruiz è cresciuta nella povertà, in
un quartiere sul ianco della collina chiamato El Calvario, sopra la parte vecchia
dell’Hatillo. Ha lavorato come sarta e come
cuoca, e ha imparato a fare i conti mentre
cresceva quattro igli. “Dopo la rivoluzione
di Chávez, per i poveri è andato tutto meglio”, dice. La sanità, l’istruzione, le case e i
trasporti. Nel 2005 è entrata a far parte

dell’assemblea comunale, un consiglio di
quartiere che ha l’obiettivo di contrastare il
potere dei sindaci. Ruiz si deinisce “un soldato della rivoluzione”. Poi è andata a lavorare al ministero della cultura e ha cominciato a studiare, tra le altre cose, la storia
locale. Ha due borse piene di libri e giornali,
e sta scrivendo la storia dell’Hatillo.
Le chiedo cosa pensa della penuria alimentare e della situazione negli ospedali.
“È una guerra economica portata avanti dai
fascisti, dalla destra”, spiega. “In tutti i paesi c’è un’oligarchia, una borghesia che cerca
d’impedire alle altre classi di andare al potere. La nostra situazione economica viene
imposta dalle potenze straniere e dalle multinazionali come la Polar”.

Sparatoria in piazza
Per spiegare la crisi economica il governo
cita sempre la “guerra” segretamente diretta da Washington. La Polar di cui parla Ruiz
è la Empresas Polar, la più grande azienda
alimentare e produttrice di birra del Venezuela. La Polar è stata minacciata di espropriazione. È perseguitata e denigrata dal
governo che la accusa di essere un bastione
del capitale, ma è diventata indispensabile
per sfamare il paese. Ruiz mi spiega che la
Polar è responsabile della penuria, perché

ha ridotto la produzione. Invece, secondo i
dirigenti dell’azienda, alcuni ingredienti
essenziali non si possono importare perché
il governo, che controlla i cambi, riiuta di
fornire i dollari necessari.
Un sabato pomeriggio all’Hatillo sono
testimone di un’esperienza inquietante. C’è
il sole e la piazza della città vecchia è piena
di famiglie. Mi sono appena seduto su una
panchina quando comincia una sparatoria.
La gente si mette a correre, urlando e trascinando via i bambini. Corro anch’io per allontanarmi. Sento dieci o quindici colpi e
m’inilo in una pizzeria in una strada laterale, poco prima che il proprietario chiuda la
porta.
“Queste cose non succedono mai qui”,
dice un cameriere. Devo sembrargli un po’
scettico. “I sequestri sì”, sottolinea, “quelli
ci sono”.
La sparatoria è avvenuta dall’altra parte
della piazza, vicino all’ingresso di un centro
commerciale moderno. Quando arrivo sul
posto, la polizia municipale ha già ripreso il
controllo della situazione. Secondo un passante, il bilancio è di una vittima e un ferito.
Entrambi sono stati portati via, ma i poliziotti sembrano nervosi. Mi avvicino troppo
e un agente giovane, in giubbotto nero e camicia verde, estrae la pistola e me la punta
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In copertina

FrACTUrES COLLECTIVE

Caracas, 5 luglio 2016. Parata militare per l’anniversario della dichiarazione d’indipendenza

al petto. Più tardi, mentre cerco di capire
come sono andate realmente le cose, il loro
nervosismo mi appare più comprensibile.
Due delinquenti in motocicletta avevano
cercato di derubare un poliziotto fuori servizio, ma l’agente aveva una pistola nella
cintura dei jeans. Dopo che si sono azzufati per un po’, l’agente ha sparato a entrambi
gli aggressori. Ora è seduto sul marciapiede, la schiena appoggiata al muro, con la idanzata accanto e le buste della spesa per
terra. Ha un gomito sbucciato e ha vomitato
un paio di volte. Per il resto, sembra che stia
bene. È una scena insolita, quasi da ilm: i
cattivi decidono di rapinare l’uomo sbagliato e la pagano cara.
In realtà non è proprio così. Come scopro più tardi in un bar che si afaccia proprio
sulla scena dell’aggressione, i rapinatori sapevano che la loro vittima era un poliziotto.
Aggrediscono spesso gli agenti per rubargli
le armi. I titolari del bar si erano spaventati,
ma una volta inita la sparatoria volevano
uscire in strada e linciare i rapinatori. Mi
guardo intorno e quello che vedo ha dell’incredibile: la gente ha ripreso subito a mangiare, a usare i cellulari e a chiacchierare.
Avevo letto di un’epidemia di linciaggi in
Venezuela, avevo visto le immagini cruente
di folle inferocite che picchiavano presunti

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ladri e stupratori e, a volte, li bruciavano vivi. Ma ero sicuro che quelle cose succedessero solo nelle zone più povere del paese,
non nella verde, moderna ed elegante El
Hatillo. Su internet trovo le immagini di uomini denudati, picchiati e lasciati a morire
in pieno giorno a Chacao, la zona di lusso di
Caracas dove si trova il mio albergo.
Il sindaco dell’Hatillo, David Smolansky, dice che la violenza criminale – in Venezuela si chiama inseguridad – è una scelta
deliberata. “Quest’anarchia fa parte del
piano, come il resto”, dice. Parliamo nella
sala conferenze di una piccola clinica, perché oggi non è prudente che il sindaco stia
nel suo uicio. È un uomo robusto, ha 31 anni, la barba e lo sguardo attento. L’impunità,
dice, rende diicile perseguire i reati anche
a livello locale. Nei primi sette mesi dell’anno la polizia municipale ha arrestato 111
persone sospette, di queste 88 sono state
rilasciate senza nessuna imputazione da
giudici corrotti. Lui stesso ha licenziato decine di agenti per corruzione e comportamenti scorretti. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso un furto in una casa.
Le autorità hanno identiicato sei ladri: erano poliziotti, ma nessuno è in prigione.
Smolansky aferma con orgoglio che almeno i rapimenti sono diminuiti, natural-

mente si riferisce a quelli denunciati. La
inseguridad “costringe tutti a tornare a casa
entro le sei o le sette di sera, proprio come
vuole il dittatore”, dice. È comprensibile
che i venezuelani arrabbiati parlino di “dittatura”: i loro diritti non sono garantiti. Ma
le vere dittature impongono l’ordine. A essere onesti la criminalità era già molto diffusa quando Chávez vinse le elezioni. La
gente sperava che un militare al governo
tenesse a bada i delinquenti. Ma Chávez ha
sempre mostrato poco interesse per la legalità, era perino contrario all’idea dei poliziotti di professione perché sarebbero stati
la “polizia di uno stato borghese”. La criminalità era il risultato della povertà, della disuguaglianza e del capitalismo.

La guerra della Polar
“Avanti, andate avanti”. Una donna anziana sposta la sua sedia di plastica, un’altra,
Maribel Guzmán, solleva le borse. Tutti
avanzano di qualche metro. Sono in ila per
entrare in un supermercato del quartiere
La Trinidad a Caracas. Il negozio ancora
non si vede, è dietro l’angolo, in cima a una
collina, dietro un altro angolo, in un’altra
strada. Guzmán è di Monagas, nel Venezuela orientale. “Mi sono trasferita a Caracas per trovare da mangiare”, dice. Ha 41

anni, ha lasciato la famiglia a Monagas e fa
la domestica nella capitale. Ogni settimana lavora mezza giornata in più per compensare il giorno in cui deve fare la ila al
supermercato. La sua famiglia dipende totalmente da lei.
Ci si può mettere in ila per comprare i
prodotti a prezzo controllato solo alcuni
giorni della settimana stabiliti in base all’ultima cifra della cédula, la carta d’identità.
Diverse persone mi mostrano la loro: hanno
tutte un numero che inisce per tre. Un uomo che ripara le tv è arrivato prima dell’alba, ma a quell’ora era pericoloso rimanere
per strada e se n’è andato. “La guardia nazionale di solito arriva verso le cinque e
mezza, allora si può stare più tranquilli. Il
negozio apre alle sette o alle sette e mezza”.
Spesso, mentre la gente è in ila, ci sono delle rapine.
I venditori ambulanti ofrono aranciate,
sigarette sfuse e lecca lecca alle persone che
aspettano. Un impiegato di banca è in attesa con il iglio di 16 anni. Gli chiedo che lavoro fa. “Mi occupo di sicurezza informatica”, dice. La moglie è parrucchiera e ora lavora in casa. Ha cominciato a farsi pagare
con cose da mangiare. Questo è il loro iglio
più piccolo, ma anche i più grandi vivono a
casa. I giovani non si possono permettere di
pagare un aitto. Gli chiedo perché. Lui mi
studia, sembra stanco e triste. “Per l’inlazione”, dice. “Manca la produzione. Il governo deve investire. In questa zona le fabbriche sono tutte chiuse, Chávez le ha chiuse nel 2000”. Intervengono altre persone:
“Riso, pasta, zucchero, olio, pane e cafè.
Produciamo noi tutte queste cose o almeno
lo facevamo. Ora per averle bisogna fare la
ila”. Senza la Polar non ci sarebbero le arepas , il piatto nazionale venezuelano a base
di farina di mais.
Nei suoi discorsi il presidente Maduro
accusa spesso il proprietario della Polar, Lorenzo Mendoza, di fare guerra al paese e al
governo provocando deliberatamente la
mancanza di generi alimentari. Mendoza è

deinito ladro, vigliacco, ipocrita, traditore,
bandito, oligarca e diavolo con i capelli lungi. Ma secondo un ex collaboratore del presidente, il vero motivo dell’ossessione di
Maduro è la convinzione che Mendoza voglia rubargli il posto.
Mendoza nega e la Polar, fondata dal
nonno nel 1941 per produrre birra, si distingue dalle altre grandi aziende venezuelane
per l’attenzione con cui evita di occuparsi di
politica. Ma dopo essere sopravvissuta a più
di un decennio di chavismo e a moltissime
minacce di espropriazione è diventata una forza politica in sé.
Mendoza ha 51 anni, ha studiato
ingegneria alla Fordham, un’università di New York, e gestione
aziendale al Massachusetts institute of technology. La rivista Forbes calcola
che il suo patrimonio sia di 1,5 miliardi di
dollari. Quando Maduro ha accusato la Polar di non produrre abbastanza farina di
mais, Mendoza si è oferto pubblicamente
di prendere in gestione alcune delle piantagioni di mais che lo stato aveva requisito ad
altre aziende. La Polar potrebbe produrre
molto di più dello stato, dice. E nessuno dubita che sia vero. L’azienda dà lavoro a
30mila persone ed è responsabile di più del
3 per cento del prodotto interno lordo del
Venezuela, escluso il petrolio. Oltre alla farina di mais e alla birra più venduta del paese, la Polar produce pasta, riso, tonno in
scatola, vino, gelati, yogurt, margarina,
ketchup, maionese e detersivi.
Visito la distilleria della Polar a San Joaquín, a ovest di Caracas. È una fabbrica
enorme costruita negli anni settanta: i suoi
diciotto altissimi silos gialli, sormontati
dall’insegna al neon con l’orso polare che è
il logo dell’azienda, si vedono a chilometri
di distanza. Nel luglio del 2016 gli agenti del
Sebin, i servizi segreti venezuelani, sono
entrati nella fabbrica e hanno arrestato il
direttore perché stava producendo solo al
60 per cento della sua capacità. Vedendo le
gigantesche camere di fermentazione, le

Da sapere Crisi economica
Prezzo del petrolio, dollaro a barile

Venezuelani che vivono in povertà e in estrema
povertà, % della popolazione

125

80

FONtE: tHE ECONOMISt

100

60

75
40

Povertà

50
20

25

Estrema
povertà
0

0
1999

2005

2010

2015

1999

2005

2010

2015

varie vasche per i diversi tipi di birra, i laboratori puliti, le catene di montaggio, i carrelli elevatori e i camion carichi pronti per la
distribuzione, mi è sembrata comunque
una quantità enorme e mi si è aperto uno
spiraglio su un Venezuela alternativo.
Sotto alcuni aspetti l’economia del paese è la peggiore del pianeta. Il tasso d’inlazione è il più alto del mondo: secondo il
Fondo monetario internazionale nel 2015 è
stato del 180 per cento. Sempre nel 2015
l’economia nel suo complesso si è ridotta
quasi del 6 per cento. Il controllo
dei prezzi sui prodotti di base, che
avrebbe dovuto renderli accessibili a tutti e frenare l’inlazione,
ha peggiorato la situazione. I controlli sulla valuta – decisi da
Chávez nel 2003 per fermare la fuga di capitali – stabiliscono il tasso di cambio del bolívar e creano un iorente mercato nero del
dollaro.

Capitalismo clientelare
Di solito la responsabilità della crisi è attribuita al prezzo del petrolio, ma la verità è
molto più sconfortante. Il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di greggio del mondo e dalla sua vendita ricava il
96 per cento degli utili sulle esportazioni.
L’attuale crisi economica è cominciata due
anni fa con il calo del prezzo del petrolio.
Oggi il costo del greggio è risalito, eppure
l’economia continua a sprofondare. Le riserve di valuta estera del governo sono un
terzo rispetto a quelle del 2009, un dato che
costringe l’esecutivo a scelte diicili. Deve
usare questa quantità limitata di dollari per
pagare i creditori o per sfamare i bambini? Il
maggiore creditore è la Cina, che si fa pagare soprattutto con il petrolio. Finora il governo ha evitato l’insolvenza, ma a spese
dei cittadini.
Alla ine degli anni settanta la ricchezza
pro capite dei venezuelani era la più alta del
Sudamerica, ma negli anni ottanta e novanta la “maledizione delle risorse” che aligge molti paesi ricchi di minerali, soprattutto
di greggio, disincentivandoli a sviluppare
altri settori e aggravando le disuguaglianze
tra la popolazione e le élite, colpì anche Caracas. Il collasso dell’economia, quindi, è
cominciato molto prima dell’elezione di
Chávez nel 1999. Anzi, fu proprio la disperazione a gettare il paese tra le sue braccia.
Il petrolio fu nazionalizzato nel 1976 e i
proprietari di pozzi stranieri furono risarciti. Il capitalismo clientelare, le politiche irresponsabili e il saccheggio delle ricchezze
nazionali aggravarono la situazione.
Chávez promise di fermare quel saccheggio
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43

In copertina
e, a un certo punto, dirottò una maggiore
percentuale delle vendite del petrolio verso
le politiche per la casa, l’istruzione e l’assistenza sanitaria per i più poveri. Il tasso di
povertà, altissimo prima della sua vittoria,
fu quasi dimezzato. Come molti suoi predecessori, il leader bolivariano aveva capito
che bisognava ridurre la dipendenza del paese dal greggio però successe esattamente
il contrario: Chávez aumentò il controllo
dello stato sull’industria petrolifera e coniscò le fabbriche e le grandi aziende agricole
private. Tuttavia con la nuova gestione molte aziende fallirono, le esportazioni non
petrolifere diminuirono e l’economia produttiva calò a picco.
Nel 2008, quando la crisi economica internazionale fece crollare il prezzo del petrolio, il Venezuela ebbe il primo assaggio
della situazione attuale. La distribuzione
dei prodotti alimentari fu aidata all’esercito anche se i soldati non erano stati addestrati a gestire la catena di rifornimenti globale. I supermercati si svuotarono, la gente
cominciò ad avere fame e i prodotti alimentari finirono sul mercato nero. Qualche
tempo dopo furono trovate centomila tonnellate di provviste che marcivano nei magazzini dei porti. Oggi il responsabile della
distribuzione dell’olio da cucina è un generale di brigata. A un altro uiciale sono stati
assegnati i detersivi, i saponi, i dentifrici e i
deodoranti.
Gli alti uiciali scoprirono che il settore
del commercio estero era molto redditizio.
Inoltre Chávez e i militari avevano un buon
rapporto con le Forze armate rivoluzionarie
della Colombia (Farc), che erano coinvolte
nel narcotraico. Il Venezuela era da tempo
sulla rotta principale della cocaina diretta a
nord e alcuni generali gestivano il Cartello
dei soli, che prendeva il nome da un’insegna dell’esercito. Chávez e Maduro si trovarono così a presiedere una cleptocrazia: i
contratti d’appalto venivano concessi senza
gara ad aziende legate ai politici al potere.
Enormi quantità di denaro sono semplicemente scomparse.

C’è un futuro
Sulle case e sui negozi di Caracas i cartelli
con la scritta “Se vende” (in vendita) sono
molto comuni. Spesso, però, non è indicato
nessun contatto. Mi spiegano che è pericoloso scrivere il proprio numero di telefono:
i criminali potrebbero chiamare per estorcere denaro o minacciare un rapimento. È
più sicuro che i potenziali compratori chiedano notizie in giro per il quartiere.
Esther Romera ha 53 anni ed è nata a Caracas, ma ha lontane origini in Spagna. Per

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questo lei e la famiglia si trasferiranno lì.
Romera ha una pasticceria all’Hatillo, famosa per i suoi golfeados, dei bignè a base di
cannella e zucchero di canna. La prima volta che mi fermo nel suo negozio, Romera si
scusa. Non c’è la farina, quindi non può preparare i pasticcini. Il bachaquero le ha chiesto 80 dollari per un sacco di farina e lei non
se lo può permettere. Ma ha altre fonti a cui
rivolgersi, forse sabato si procurerà gli ingredienti. Romera è un’ex insegnante, ha
cresciuto due igli e ha aperto il suo primo
negozio sulla piazza dell’Hatillo dieci anni
fa. Le cose all’inizio sono andate bene, così
si è allargata e ha cominciato a servire vari

La polizia non fa
niente, non indaga,
non è interessata ai
nostri dipendenti
tipi di cafè e di bignè. All’Hatillo c’erano
alcuni buoni ristoranti che attiravano famiglie dal centro di Caracas e turisti stranieri:
“Francesi, italiani, statunitensi”, dice. “Poi
la violenza è aumentata e la gente ha smesso di venire”.
Domani mattina, dice, lei e i suoi vicini
scenderanno in corteo ino all’autostrada di
Santa Fe. L’opposizione sta organizzando
una grande manifestazione di protesta,
chiamata la toma de Caracas (la presa di Caracas), e il governo fa il possibile per spaventare i cittadini e impedirgli di
partecipare. Le strade che portano alla capitale sono state bloccate: in città ci sono soldati dappertutto, posti di controllo agli incroci principali e postazioni con le
mitragliatrici all’ingresso dei ponti e dei
tunnel. Sarà una giornata pericolosa. Mi
sorprende che Romera partecipi dal momento che sta per trasferirsi in Spagna.
“Sì, hay futuro”, sì, c’è un futuro. Questo
malinconico grido di battaglia è ovunque in
Venezuela: compare sui cartelloni stradali,
sui manifesti e sulle magliette. È lo slogan
dell’opposizione, ma è anche la preoccupazione di tutti. C’è veramente un futuro per il
paese? “Opposizione” è un termine ombrello per i numerosi partiti che hanno formato la coalizione antichavista Mesa de la
unidad democrática (Mud). Il governo la
deinisce di destra, anche se quasi nessuna
delle formazioni che compongono la Mud
può essere etichettata così, almeno per come s’intende di solito il termine “destra”. I
partiti più grandi della coalizione sono socialdemocratici, alcuni sono di estrema si-

nistra. Gli elementi più conservatori sono
democristiani e neoliberisti. È una coalizione molto ampia, e questo è il suo problema
principale nella sida per il potere: non ha
un leader, una igura carismatica intorno a
cui aggregarsi.

Dall’alto
Prima della manifestazione del 1 settembre
2016 decido di visitare la redazione del Nacional: voglio capire come seguirà il corteo
la stampa indipendente. Il vicedirettore
Elías Pino Iturrieta mi spiega che la cosa più
diicile sarà scattare le fotograie: gli organizzatori sperano di portare in piazza un
milione di persone e il governo ha vietato
l’uso dei droni e degli aerei privati sopra Caracas. “Stiamo cercando dei tetti e degli attici di grattacieli, stiamo chiedendo i permessi”, dice Iturrieta. “I colectivos entreranno sicuramente in azione e attaccheranno
chiunque abbia una macchina fotograica o
provi a scrivere qualcosa. Mentre la polizia
starà a guardare. Ci hanno attaccato anche
ieri mattina”.
In efetti entrando ho notato che stavano pulendo le porte: i vetri erano sporchi di
escrementi. “Abbiamo trovato due molotov
inesplose”, dice Iturrieta, “e vari volantini
che ci chiamavano fascisti. È il terzo attacco
di quest’anno. La polizia non fa niente, non
indaga, non è interessata alla sicurezza dei
nostri dipendenti”.
El Nacional è uno degli ultimi giornali
indipendenti rimasti. Molte stazioni televisive e radiofoniche sono state
chiuse al momento del rinnovo
della licenza. Nel 2013 un’azienda
di stato ha assunto il controllo
della distribuzione della carta e si
è riiutata di venderla al Nacional.
Il quotidiano la compra da altri giornali in
Colombia, in Perù e a Portorico. “Ma abbiamo dovuto ridurre molto il numero di pagine”, dice Iturrieta. “Per fortuna c’è il web”.
Il sito del Nacional è il più visitato del paese,
anche se trovare gli inserzionisti è sempre
più diicile: “Le aziende ricevono pressioni
per non comprare spazi pubblicitari sul
giornale”.
Caracas si estende da est a ovest per una
lunga, rigogliosa valle parallela alla costa
caraibica. Il centro storico, El Silencio, si
trova all’estremità occidentale della città e
ospita i palazzi del potere: Miralores (che è
la sede del governo), l’assemblea nazionale
e la corte suprema. Gli organizzatori della
manifestazione hanno stabilito sette punti
di partenza, la maggior parte sono alcuni
chilometri più a est del Silencio, e i gruppi
convergeranno in un grande incrocio. Ma

FrACTUrES CoLLECTIVE

Los Teques, 17 agosto 2016. Persone in ila per comprare prodotti di prima necessità

poi dove andranno? La protesta sarà paciica, dicono come sempre gli organizzatori. Il
governo sta progettando una contromanifestazione che riunirà migliaia di chavisti
vicino al palazzo di Miralores.
Il 1 settembre è diicile capire quante
persone sono scese in piazza. Volevo seguire il gruppo che doveva guidare il corteo
andando verso il centro, ma la sera prima il
punto di riunione è stato riempito di carri
armati e soldati, quindi la gente si è data appuntamento davanti alla sede del partito
Acción democrática. Le strade strette sono
tutte piene. I manifestanti sono vestiti di
bianco, il colore dell’opposizione, e cantano
: “Cadrà, cadrà, il governo cadrà”. Il corteo
si dirige a est per andare incontro agli altri
spezzoni che provengono da quella direzione. Non ci sono scontri vicino alla sede del
governo. I soldati della guardia nazionale,
in assetto antisommossa, cominciano a
comparire in ile serrate, ma restano ai margini del grande viale assolato. Il corteo passa davanti ai grattacieli di mattoni rossi, le
case popolari fatte costruire da Chávez.
Dalle inestre di alcuni appartamenti sventolano bandiere e camicie rosse, il colore
del chavismo. Su altri palazzi sono appese le
camicie e le lenzuola bianche dell’opposizione. I manifestanti alzano i pugni e canta-

no slogan antigovernativi. Ma oggi non ci
sarà la presa di Caracas. Il governo ha incanalato i cortei dell’opposizione in direzioni
diverse senza farli incontrare. E verso mezzogiorno, dopo qualche discorso davanti a
un Burger King, la folla comincia a disperdersi. Le autorità però non sono riuscite a
impedire che qualcuno scattasse le foto aeree: la partecipazione è stata imponente.
A gennaio del 2016 l’assemblea nazionale ha dichiarato l’emergenza umanitaria
e a maggio ha approvato una legge che consentiva al Venezuela di accettare gli aiuti
internazionali. Ma Maduro ha respinto sdegnosamente l’idea, dichiarando alla tv nazionale: “Dubito che in qualsiasi paese del
mondo, tranne che a Cuba, ci sia un sistema
sanitario migliore del nostro”. Invece di accettare gli aiuti il presidente ha preferito
dichiarare lo stato di emergenza con cui può
governare a colpi di decreto.

Privilegi
“Gringo, respeta!” è uno slogan chavista
che esprime un profondo risentimento storico verso gli Stati Uniti diffuso in tutta
l’America Latina. È vero che il crudele e ottuso diniego della soferenza del suo popolo
da parte del governo Maduro spesso è dovuto all’orgoglio chavista, ma non è l’unico

motivo. Lo stato d’emergenza ha un piccolo
ma importante gruppo di sostenitori, come
i generali e gli alti funzionari di governo che
nuotano nell’oro grazie al contrabbando,
alla corruzione e alle frodi sulle importazioni. Poi ci sono i boliburgueses, i nuovi ricchi
che vivono alla grande grazie agli appalti
statali, al clientelismo e al riciclaggio di denaro. Se ci fosse un assalto di benefattori
stranieri e revisori dei conti internazionali,
probabilmente per queste persone sarebbero guai. Un referendum per destituire il presidente Maduro sarebbe un’eventualità
peggiore. “Perderebbe, e loro dove andrebbero?”, chiede un analista locale. “Quale
paese li accoglierebbe? Non vivrebbero un
esilio confortevole in Kazakistan”.
Dopo la morte di Chávez la repressione
è aumentata, un’escalation spesso attribuita al consolidamento del potere dei falchi
del governo. Tuttavia l’ideologia sembra un
fattore sempre più irrilevante per descrivere come funziona veramente il potere in
Venezuela. L’impressione è che il governo
stia solo lottando per sopravvivere. Alla ine
di ottobre Maduro e i suoi alleati nella commissione elettorale, preso atto che non era
possibile vincere, hanno sospeso a tempo
indeterminato la procedura per indire il referendum. L’opposizione ha organizzato
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In copertina
proteste in tutto il paese e ha indetto uno
sciopero generale. Il governo ha minacciato
di espropriare le aziende e le fabbriche che
chiudevano a sostegno dello sciopero, e ha
circondato di agenti della Sebin pesante­
mente armati la sede della Polar a Caracas
e la casa di Lorenzo Mendoza e della sua
famiglia. La protesta si è spenta.
Interpretare quello che succede in Ve­
nezuela come uno dei tanti fallimenti del
socialismo, e dello statalismo in generale, è
antistorico. Prima di Chávez il paese era
stato spesso ancora più statalista. La corru­
zione è sempre stata un problema nazionale
e la penuria alimentare non è una novità.
Queste cose succedevano anche ai tempi
del capitalismo e la repressione degli avver­
sari politici era altrettanto dura. La crisi at­
tuale è la peggiore che molti ricordino, ma
non è colpa solo del socialismo. L’avidità
dello stato, la mancanza di sicurezza e di
legalità sono problemi più profondi di quan­
to possa provare a spiegare, e meno che mai
a risolvere, un’analisi tradizionale basata
sulle diferenze tra destra e sinistra.
La storia del boom petrolifero è impres­
sa nelle terre intorno al lago Maracaibo, e
nel lago stesso. È un enorme e basso estua­
rio di settemila chilometri quadrati nel tor­
rido e arido nordovest del paese. Dal 1914
sono stati estratti dal bacino del Maracaibo
43 miliardi di barili di petrolio. Sulle rive del
lago ci sono ile di serbatoi arrugginiti, e di
notte gli impianti petrolchimici
luccicano nella boscaglia. La su­
perficie del lago è costellata di
piattaforme petrolifere, molte
abbandonate. Sul suo fondo stri­
sciano ventimila chilometri di
condotte. L’acqua è densa di solfati, luoru­
ro, azoto, detergenti, coliformi fecali. Il pe­
trolio che fuoriesce dalle condotte brilla
formando gassosi arcobaleni. Sembra che
dal 2009, quando Chávez nazionalizzò 76
aziende petrolifere, le fuoriuscite si siano
moltiplicate. Il governo le attribuisce a fan­
tomatici “sabotatori”, ma è molto più pro­
babile che siano causate dalla mancanza di
manutenzione e dai ladri che solcano il lago
con le loro barche. Si dice che la lunga guer­
ra tra maie rivali qualche anno fa sia stata
risolta dividendo il lago a metà. Oggi la Fa­
milia Leal gestisce la sponda occidentale
che comprende la città di Maracaibo, la se­
conda più grande del Venezuela con una
popolazione di due milioni di abitanti, men­
tre la Familia Meleán gestisce quella orien­
tale, dove ci sono più impianti petroliferi.
Negli ultimi anni la maggior parte degli
investimenti nel petrolio venezuelano si è
spostato nei nuovi campi a est, nella cosid­

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detta Faja petrolífera del Orinoco, dove le
riserve accertate sono immense. Ma nel ba­
cino del Maracaibo ci sono ancora 19 mi­
liardi di barili di riserve di greggio. È più
petrolio di quanto ne abbiano il Messico e la
Norvegia messi insieme. Eppure in Vene­
zuela la produzione è in calo: dal 1998 è sce­
sa del 30 per cento, quasi un milione di bari­
li al giorno. Di solito la responsabilità viene
attribuita alla corruzione e alla mancanza
di manutenzione, ma anche le bande crimi­
nali fanno la loro parte.

Salvadanaio quasi vuoto
L’azienda statale che ha il monopolio del
petrolio e del gas, la Petróleos de Venezuela
(Pdvsa), era il salvadanaio di Chávez. Tra il
2001 e il 2015 la Pdvsa ha versato cento mi­
liardi di dollari nei programmi che stavano

Alberi e foglie intrisi
di catrame. L’odore è
così nauseante da dare
alla testa
più a cuore al presidente. Oggi quel salva­
danaio è quasi vuoto. Due terzi degli utili
dell’esportazione del greggio servono a pa­
gare la Cina e gli altri creditori. Fino a poco
tempo fa l’azienda ha usato la Citgo, la sua
unità di rainazione statunitense, per otte­
nere prestiti sul mercato crediti­
zio internazionale, ma ormai il
governo non ha più nessuna cre­
dibilità e non è in grado di ottene­
re prestiti. Con l’ultimo crollo del
prezzo del petrolio, Caracas fati­
ca a pagare gli interessi sul debito.
A Maracaibo è evidente che circolino
ancora molti soldi. Sulla riva del lago, a nord
della città, sono stati costruiti nuovi elegan­
ti grattacieli. Enormi banche dalle pareti di
vetro azzurro incombono sul centro storico.
Chiedo all’autista del mio taxi, una donna,
da dove vengono questi grattacieli: “Dal ri­
ciclaggio”, risponde sorridendo.
Maracaibo è ad appena due ore dal con­
ine con la Colombia. I prodotti colombiani,
probabilmente di contrabbando, riempiono
i supermercati. Vedo un bachaquero piazza­
re una bancarella davanti a casa sua, in pie­
no giorno. Vende farina di mais precotta
della Polar a un prezzo otto volte più alto di
quello scritto sull’etichetta, ma ha anche
farina colombiana.
Sulla riva orientale del lago Maracaibo,
nel territorio della Familia Meleán, esco
dall’autostrada all’altezza di un impianto
Halliburton per la lavorazione del petrolio.

Sembra deserto. Enormi serbatoi collegati
da passerelle arrostiscono al sole. Un pan­
nello si è staccato da uno dei serbatoi e ora è
appeso, come una gigantesca foglia tropi­
cale, tra il tetto e il terreno. Anche dopo la
nazionalizzazione, la Pdvsa per le perfora­
zioni dipende essenzialmente da aziende
straniere come la Halliburton e la Schlum­
berger. Ma ultimamente la Schlumberger
ha chiuso quattro piattaforme sul lago Ma­
racaibo perché non riceveva nessun paga­
mento. Alcune aziende petrolifere argenti­
ne e colombiane hanno fatto lo stesso, solo
che hanno chiuso 36 piattaforme. Anche la
Halliburton sta facendo dei tagli. Per que­
sto la produzione è diminuita. Forse è me­
glio così, penso sulla riva del lago e alle spal­
le dell’impianto. Sacchi di sabbia, foglie di
palma, alberi intrisi di catrame e riiuti spar­
si sulla riva. L’odore è così nauseante da
dare alla testa. Non credo che il petrolio sa­
rà il carburante del futuro.
Un vecchio camioncino è fermo sulla
riva, all’ombra di un alberello. Una coppia
di mezza età è seduta in silenzio su due se­
die di plastica piazzate sul pianale del fur­
gone, con un frigo portatile in mezzo. Stan­
no facendo un pic nic. Mi avvicino e noto
che mi studiano con attenzione. Hola. Sì, si
sta molto meglio all’ombra, c’è perino un
venticello che si alza dal lago. È un buon po­
sto, dice l’uomo, perché l’unica strada che
arriva è quella dell’azienda petrolifera e ci
sono le telecamere di sorveglianza.
Quindi l’impianto non è abbandonato?
Eh, no.
Vivono a Maracaibo. Sono sposati da
tanti anni, hanno dei igli e anche dei nipoti.
Lui si occupa della manutenzione dei con­
dizionatori. “Lei invece fa la ila”, dice l’uo­
mo. È una battuta, ma ino a un certo punto.
La coppia si lamenta di Maduro: “Tutte
queste ile e i prodotti venduti sul mercato
nero sono colpa sua”, aferma la donna in
tono stanco. Se ne avessero la possibilità,
entrambi voterebbero per destituire il pre­
sidente.
Mi sento pungere da minuscoli insetti.
Gli chiedo se nuotano mai nel lago.
La donna scoppia a ridere: “Sì”, dice,
“qualche volta. È piacevole rinfrescarsi
un po’, ma c’è troppo petrolio. Quando
usciamo dall’acqua sembriamo dei cani
dalmata”. u bt
L’AUTORE

William Finnegan è un giornalista
statunitense. È staf writer del New Yorker
dal 1987. In Italia ha pubblicato Giorni
selvaggi. Una vita sulle onde (66th and 2nd
2016) con cui ha vinto il premio Pulitzer.

Ucraina

Sloviansk
riparte
Inna Hartwich, Frankfurter Rundschau, Germania

Nella città simbolo del conlitto del 2014, la rivolta
di Maidan e la guerra hanno risvegliato la creatività
e l’attivismo dei giovani. Un movimento partito
da Kiev e oggi difuso in gran parte del paese

I

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sostiene perino che la guerra sia stata un
bene. Non certo per le soferenze, per i igli,
i padri, gli uomini scomparsi, i bambini feriti, le case distrutte. No, assolutamente no.
“Però almeno ci siamo svegliati, inalmente
abbiamo capito che siamo noi a doverci
prendere cura del nostro paese. Delle scale
dei nostri palazzi, dei cortili, delle nostre
città”. Così parlano gli abitanti di Sloviansk.
Molti, però, aspettano che arrivi qualcuno a
sistemare tutto. Ma chi? Il governo di Kiev?
Quello di Mosca? I separatisti? È la vecchia
indolenza ereditata dai tempi dell’Unione
Sovietica, un atteggiamento che sembra
ancora radicato.

Creare ponti
Evgenij Skripnik, invece, non ha voglia di
aspettare. Neanche Jana Pomelnikova. E
neppure Nastja, che si fa chiamare Sliwa,
“la Prugna”, per i suoi dreadlock blu grazie
ai quali a Sloviansk tutti parlano di lei. I tre
giovani hanno rispettivamente 19, 29 e 23
anni. Vogliono diventare informatici o studiare belle arti. Ma soprattutto, in questi
ultimi mesi hanno imparato a presentare
domande alle organizzazioni internazionali per ottenere borse di studio, a mettere
in piedi campagne di crowdfunding per
progetti che dovrebbero “cambiare la
mentalità della gente”. Insieme ad altri
sette ragazzi, vogliono smuovere le cose a
Sloviansk. Nelle strade della città ci sono
manifesti che celebrano “due anni di pace”, mentre molte case hanno ancora le i-

GUIllAUME HErbAUt (INStItUtE)

l telefono è quasi defunto. Non è
un cellulare di ultima generazione: quel che conta è poter ricevere
le chiamate. E la gente chiama di
continuo. Per chiedere dei proiettori, a volte dei biscotti. Per informarsi su dove si può passare la notte.
“Hmmm… Adesso devo trovare a una ragazza un posto dove stare. In un appartamento dove ci sia almeno l’acqua calda”. A
Sloviansk, una città di 100mila abitanti
nell’Ucraina orientale, spesso manca l’acqua calda. E a volte anche la corrente elettrica. Oppure non funziona il riscaldamento. Per Evgenij Skripnik sono gli inconvenienti quotidiani. “Del resto cosa ci si può
aspettare da una città che prima della guerra non interessava a nessuno, e che la guerra non ha esattamente reso più accogliente?”, si chiede quasi con noncuranza, mentre rimette il telefono nella giacca.
Skripnik, in ogni caso, fa di tutto perché
la gente s’interessi alla sua città. Non vuole
che Sloviansk passi alla storia solo come il
simbolo dei durissimi combattimenti
dell’estate del 2014 tra i separatisti ilorussi
e le forze armate ucraine. Due mesi di colpi
di artiglieria, blocchi stradali, interruzioni
dei rifornimenti. E poi morti, feriti, profughi. Qui quasi nessuno ha voglia di ricordare quel periodo. A cento chilometri di distanza, la guerra non è inita. Eppure questo
conflitto armato ancora in corso nel bel
mezzo dell’Europa è stato quasi completamente dimenticato. A Sloviansk qualcuno

nestre annerite dal fuoco, a ricordare
quanto sia vicina la guerra.
Teplitsia, serra in ucraino: così è chiamato il nuovo spazio cittadino dove si ritrovano i giovani di Sloviansk. Perché “nelle serre ci sono le condizioni adatte per far cre-

Sloviansk, Ucraina, maggio 2014

scere le verdure. E in questa teplitsia crescerà uno spirito nuovo”, spiega Sliwa. Il centro
è ospitato nell’ex iliale di una banca alla
periferia della città. Le pareti sono dipinte
di verde e viola, e accanto a una porta i ragazzi hanno scritto le dodici regole della

struttura: “Sii attivo. Sta’ attento alle parole
che usi. Metti a posto la tua tazza”, e cose
del genere. La struttura è diventata una specie di circolo giovanile, il primo e unico di
Sloviansk. “Qui ho conosciuto ragazzi della
parte occidentale del paese, ho parlato con

polacchi e con lituani, ho ascoltato punti di
vista diversi, sono diventata più tollerante”,
dice Katja, che ha 16 anni e frequenta il centro dopo la scuola da quando il progetto è
cominciato.
I giovani di Sloviansk vorrebbero dare
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