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analisi del IV canto con intro .pdf



Nome del file originale: analisi-del-IV-canto-con-intro.pdf
Autore: stefania

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Prof Stefania Modestino
Il mondo segno dell’Armonia
divina
In Dante è fortissima l’idea dell’oridne e
della gerarchia, e ciò che Dio stesso ha
impresso alla struttura dell’Universo, al
cui centro è l’uomo. L’Armonia per
Dante è una realtà divina, la presenza di
Dio nell’Universo, la possibilità per
l’uomo di innalzarsi in una dimensione
ultramondana di assoluta felicità. Anche
la società terrestre con le sue autorità e
i suoi livelli sociali deve essere
modellata a quell’Ordine perfetto, deve
rispettare
i
principi
geometrici
dell’Ordine divino. L’Armonia implica
anche l’idea dell’autorità: se da una
parte l’autorità divina è garanzia di
ordine,
dall’altra
virtù
principale
richiesta
all’uomo
è
l’obbedienza,
religiosa,
intellettuale
e
sociale.
Attraverso questa l’uomo conquista la
libertà, sceglie consapevolmente di fare
la volontà di Dio e diventa libero.
Qualora dovesse scegliere il male,
annulla con il peccato la propria libertà.
Dante rispecchia la mentalità dell’uomo
medievale dominata dal simbolismo, è
ancora viva l’affermazione di Agostino
secondo la quale il mondo è composto di
“signa” e di “res”, simboli e cose, le
cose che sono la vera realtà che resta
nascosta, ovvero il mondo sacro, di cui
l’uomo afferra solo dei segni e ne cerca
le chiavi. Ma i segni non sono facilmente
comprensibili , talvolta non hanno un
significato univoco, ma trasmettono una
pluralità di significati. Il simbolismo è
essenziale all’arte e all’architettura,
indirizza i riti sacri, si impone in politica
dove cerimonie, armi, emblemi e
bandiere
hanno
un’importanza
fondamentale.
In
letteratura
il
simbolismo assume spesso la forma
dell’allegoria, i testi vanno letti allora
secondo una pluralità di livelli a seconda
del tipo di verità sottointesa: la lettera
racconta i fatti, l’allegoria insegna ciò a
cui si deve credere, il senso morale ciò
che si deve fare, l’anagogico ciò a cui si
deve tendere. Un ulteriore tipo di lettura

è l’interpretazione figurale, questa tiene
presente il significato profetico del testo
biblico.
L’interpretazione
allegorico-figurale,
diversa dall’interpretazione allegoricoclassica e morale, non rinnega il senso
letterale della Bibbia, libro scritto “ A
digito Dei”, ma spiega un testo (il
vecchio testamento) mediante un altro
testo (Nuovo Testamento) che ne
costituisce l’adempimento. Infatti nelle
lettura simbolica della Bibbia, a ciascun
personaggio, a ciascun avvenimento del
Vecchio Testamento corrisponde un
personaggio,
un
avvenimento
del
Nuovo:
il
Nuovo
testamento
è
svelamento dell’Antico ed è continua la
ricerca delle corrispondenze (Giona, che
per tre giorni vive nella balena è figura
di Cristo che giace tre giorni nel
sepolcro).
Strumento, dunque,fondamentale per una
sistemazione integrale della realtà dove
ogni evento,ogni fenomeno appariva
agli uomini medievali soltanto come
simbolo o presagio di qualche altra cosa
voluta da Dio.
“Questo mondo sensibile, infatti, è quasi
un libro scritto dal dito di Dio, cioè
creato dalla virtù divina e le singole
creature sono come figure non inventate
dall’arbitrio dell’uomo, ma istituite dalla
volontà divina per manifestare la
sapienza invisibile di Dio”. Così scrive
Ugo da San Vittore nel suo “ I tre giorni
dell’Invisibile Luce”. Sarà Tommaso e la
tradizione dei quattro sensi della
scrittura (letterale, allegorico o figurale,
morale o tropologico, anagogico) da lui
rappresentati, che costituirà punto di
riferimento per Dante in cui si
riuniscono la duplice tradizione della
“espressione”
allegorica
e
della
“interpretazione” allegorica. Con Dante
si assiste
alla sintesi tra allegoria
pagana e cristiana. La terza cantica, il
Paradiso, appunto, definisce quella
visione provvidenzialistica dell’Universo

1

Prof Stefania Modestino
inserendo ogni evento in una cornice
escatologica. Sin dai primi versi del

primo canto :[1-9]

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Si teorizza Dio come motore primo
dell’universo, che penetra in quanto
essenza, e risplende in quanto esistenza
attraverso tutte le cose dell’universo.

Dio è il motore di ogni cosa, la “reductio
ad unum”. In questa concezione
totalizzante Beatrice precisa[Par, I,103108]

……………………. "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
E come Dio è ordine, Armonia, anche il
mondo che ne è il riflesso, risponde ad
una legge di ordine: ogni cosa risponde
ad un preciso significato, tende ad un
fine, si compone nell’ordine universale.

A
quest’ordine
si
accompagna
quell’armonia delle sfere celesti, segno
sonoro dell’ordine cui obbediscono:
[Par,I,76-81]

Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
Questa concezione armonica si riflette
anche nelle anime del Paradiso: la vita
terrena è prefigurazione della vita
ultraterrena,
in
cui
sub
specie
aeternitatis le anime diventano “ figure

implete”, illuminate da quello spirito di
carità che realizza in Paradiso una letizia
concorde, nella quale trova realizzazione
la compiuta beatitudine e la diversità di
stato.[Par,III,46-57]

2

Prof Stefania Modestino
I' fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l'esser più bella,
ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto,
però n'è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto».

L’esperienza terrena di Piccarda, che in
terra ha preso l’abito monacale e il velo
per vegliare fino alla morte con cristo, è
prefigurazione della Piccarda che Dante
incontra in Paradiso. In terra ella ha
assaporato la pace, l’armonia della vita
religiosa vissuta nella “ dolce chiostra”

come “ vergine sorella”. Ora gode nel
cielo della Luna quella beatitudine
assaporata
in
terra,
figura
impleta,uniformandosi
alla
volontà
divina in cui è racchiusa e risiede la
beatitudine delle anime (85-87)

E 'n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella crïa o che natura face".
Questa armonia è garantirta sulla Terra
da una Monarchia Universale,
salvaguardia della giustizia e della pace.
Ma non è sufficiente dal momento che :”
Due fini, dunque, cui tendere,
l’ineffabile Provvidenza pose innanzi
all’uomo: vale a dire la beatitudine di
questa vita ….e la beatitudine della vita
eterna…
… Ancor dunque Armonia tra vita
terrena e vita celeste, per cui:…fu
necessaria all’uomo una duplice guida

corrispondente al duplice fine: cioè il
Sommo Pontefice, che conducesse il
genere umano alla vita eterna per
mezzo delle dottrine rivelate; e
l’imperatore, il quale
indirizzasse il genere umano alla
felicità temporale per mezzo degli
insegnamenti della filosofia” De
Monarchia libro III.

Paradiso Canto VI
Come nel VI canto dell’Inferno Ciacco
esprime la propria polemica contro Firenze
afflitta da “superbia, invidia e avarizia” che
“sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”, e
nel VI canto del Purgatorio il poeta
commosso dall’afflato patriottico che spinge
all’abbraccio Sordello e Virgilio lancia la sua

invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza cocchiere in gran tempesta, non
donna di province, ma bordello!”, anche nel
VI canto del Paradiso l’oggetto è la politica
e ciò dà luogo ad una delle simmetrie
tipiche del poema dantesco.

3

Prof Stefania Modestino
Il canto infatti è dedicato alla storia e al
concetto di impero ed ha al centro
l’immagine dell’aquila, simbolo dell’impero
romano e, in seguito, di quello cristiano. Ma
il tono è decisamente più solenne degli altri
canti politici, epico è l’esordio, alto e
commosso l’epilogo: Giustiniano è il solo a
parlare per l’intero canto, la sua è
un’orazione epica. La struttura narrativa è
organicamente suddivisa in tre parti, la
presentazione di Giustiniano, la storia
dell’aquila e quindi dell’impero, l’episodio di
Romeo di Villanova che rende realistico il
canto storico, poiché è una vittima di quella
invidia e di quella cattiveria nonché della
profonda ingiustizia terrena che Dante ha
raccontato come caratteristica della politica
già nel VI canto dell’Inferno e poi del
Purgatorio, e che rappresenta l’amara
vicenda politica del poeta.

Mercurio e governato dagli Arcangeli: Dante
vi incontra gli spiriti operanti per la gloria
terrena, tra cui Giustiniano, ed è descritto
nei Canti V, VI e VII della III Cantica. Dante
e Beatrice vi ascendono rapidissimi, come
una freccia che giunge al bersaglio prima
che la corda dell'arco smetta di vibrare, e al
loro ingresso la donna accresce la propria
bellezza al punto che il pianeta sembra
diventare più lucente. Dante definisce
questo Cielo la spera / che si vela ai mortai
con altrui raggi (V, 128-129), alludendo al
fatto che Mercurio ruota molto vicino al
Sole ed è offuscato dai suoi raggi (cfr.
Conv., II, 13); più avanti Giustiniano
definirà Mercurio picciola stella (VI, 112),
poiché questo pianeta è il più piccolo del
sistema
solare.
Dopo
l'incontro
con
Giustiniano e le spiegazioni di Beatrice circa
la crocifissione di Cristo come punizione del
peccato originale e la corruttibilità dei corpi,
lei e Dante ascendono al Cielo successivo.

Dante è nel II Cielo del Paradiso a partire
dalla Terra, corrispondente al pianeta

«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse, 3
cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; 6
e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ‘l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 9
Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano. 12
E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento; 15
ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera

4

Prof Stefania Modestino
mi dirizzò con le parole sue. 18
Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera. 21
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi; 24
e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. 27

Giustiniano risponde alla prima domanda di
Dante, spiegando che dopo che Costantino
aveva portato l'aquila imperiale (la capitale
dell'Impero) a Costantinopoli erano passati
più di duecento anni, durante i quali
l'uccello sacro era passato di mano in mano
giungendo infine nelle sue. Egli si presenta
dunque come imperatore romano e dice di
chiamarsi
Giustiniano,
colui
che
su
ispirazione dello Spirito Santo riformò la
legislazione romana. Prima di dedicarsi a
tale opera egli aveva aderito all'eresia
monofisita, credendo che in Cristo vi fosse
solo la natura divina, ma poi papa Agapito
lo aveva ricondotto alla vera fede e a quella
verità che, adesso, egli legge nella mente di
Dio. Non appena l'imperatore fu tornato in
seno alla Chiesa, Dio gli ispirò l'alta opera
legislativa e si dedicò tutto ad essa,

affidando le spedizioni militari al generale
Belisario che ebbe il favore del Cielo.
Dante attraverso Giustiniano delinea e
chiarisce la propria concezione politica,
questo riporta alla genesi stessa del poema
nato per esigenza stessa dell’autore di
inserire la propria esperienza personale in
una visione universale della realtà in cui
pensiero politico e concezione ideologicoreligiosa trovano perfetta corrispondenza.
L’unità
dell’impero
universale
e
il
superamento dei particolarismi assumono
un valore sacro e provvidenziale nel
disegno di Dio. Il canto diventa non solo
espressione dello sdegno e del dolore del
poeta, ma anche un’esaltazione della
giustizia in una visione solenne e religiosa
della storia in cui ogni evento assume una
valenza allegorico-figurale.

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta, 30
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone. 33

Fin qui Giustiniano avrebbe risposto alla
prima domanda di Dante, ma la sua
risposta
lo
obbliga
a
far
seguire

un'aggiunta, affinché il poeta si renda conto
quanto sbagliano coloro che si oppongono
al simbolo sacro dell'aquila (i Guelfi) e

5

Prof Stefania Modestino
coloro che se ne appropriano per i loro fini
(i Ghibellini). Il simbolo imperiale è degno
del massimo rispetto, e ciò è iniziato dal
primo momento in cui Pallante morì
eroicamente per assicurare la vittoria di
Enea. Nella sua autobiografia Giustiniano
non dà tutte indicazione esatte, alcune viste
vanno attribuite al “Tresor” di Brunetto
Latini ma nulla toglie al senso del discorso
che vuole porre Giustiniano come antiCostantino. Giustiniano secondo Dante ha
svolto la funzione essenziale di imprimere

ordine all’impero, formulando leggi e
curando la giustizia come fondamento
dell’ordine civile. Visto il dolore per la
mancanza sia di unità politica sia di unità
giuridica nel suo tempo, Dante deve rifarsi
alla storia romana che costituisce una
coerenza di azioni nonché di continuità unici
elementi a garanzia della giustizia. Queste
terzine acquistano anche il senso di
un’appendice cristiana all’Eneide, riprende
la storia del sacrosanto regno nel punto in
cui Virgilio lo interrompe.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno. 36
Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. 39
E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine. 42
Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi; 45
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi
ebber la fama che volontier mirro. 48
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. 51
Sott’esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. 54
Giustiniano ripercorre le vicende storiche dell'aquila imperiale, da quando dimorò per trecento
anni in Alba Longa fino al momento in cui Orazi e Curiazi si batterono fra loro. Seguì il ratto
delle Sabine, l'oltraggio a Lucrezia che causò la cacciata dei re e le prime vittorie contro i
popoli vicini a Roma; in seguito i Romani portarono l'aquila contro i Galli di Brenno, contro
Pirro, contro altri popoli italici, guerre che diedero gloria a Torquato, a Quinzio Cincinnato, ai
Deci e ai Fabi. L'aquila sbaragliò i Cartaginesi che passarono le Alpi al seguito di Annibale, là
dove nasce il fiume Po; sotto le insegne imperiali conobbero i loro primi trionfi Scipione e
Pompeo, e l'aquila parve amara al colle di Fiesole, sotto il quale nacque Dante.

6

Prof Stefania Modestino

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle. 57
E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno. 60
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna. 63
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. 66
Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov’Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse. 69
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba. 72
Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente. 75
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra. 78
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro 81
Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 84
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro; 87
ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira. 90
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:

7

Prof Stefania Modestino
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico. 93
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 96
Nel periodo vicino alla nascita di Cristo,
l'aquila venne presa in mano da Cesare, che
realizzò straordinarie imprese in Gallia
lungo i fiumi Varo, Reno, Isère, Loira,
Senna, Rodano. Cesare passò poi il
Rubicone e iniziò la guerra civile con
Pompeo, portandosi prima in Spagna, poi a
Durazzo, vincendo infine la battaglia di
Farsàlo e costringendo Pompeo a riparare in
Egitto. Dopo una breve deviazione nella
Troade, sconfisse Tolomeo in Egitto e Iuba,
re della Mauritania, per poi tornare in
Occidente dove erano gli ultimi pompeiani.
Il suo successore Augusto sconfisse Bruto e
Cassio, poi fece guerra a Modena e Perugia,
infine sconfisse Cleopatra che si uccise
facendosi mordere da un serpente. Augusto
portò l'aquila fino al Mar Rosso, garantendo
a Roma la pace e facendo addirittura
chiudere per sempre il tempio di Giano. Ma
tutto ciò che l'aquila aveva fatto fino ad
allora diventa poca cosa se si guarda al
terzo imperatore (Tiberio), poiché la
giustizia divina gli concesse di compiere la
vendetta del peccato originale, con la
crocifissione di Cristo. Successivamente con
Tito punì la stessa vendetta, con la
conquista di Gerusalemme; poi, quando la
Chiesa di Roma fu minacciata dai
Longobardi, fu soccorsa da Carlo Magno.

spinte dei comuni e delle monarchie
nazionali che corrispondono ad interessi
particolari. In Giustiniano Dante proietta se
stesso, la presa di posizione idealistica
dell’esule che si discosta dalle fazioni e
vede nell’impero l’unica possibilità di
affermazione dei propri ideali politici contro
lo
spirito
mercantile
segno
della
degenerazione della società civile. E proprio
questa spinta utopistica che conferisce
vigore polemico al canto. Ma il carattere
provvidenziale non si limita a Giustiniano,
tutta la storia è sacra e lo è l’impero e
l’autorità che lo rappresenta. In questa
prospettiva la politica è vista in una
dimensione teologica e l’aquila, simbolo
della giustizia di Giove, costituisce l’insegna
del legittimo potere di Roma. Il volo
dell’aquila è la storia che trova una
continuità tra la romanità e il cristianesimo,
e di tale continuità è suggello il Sacro
Romano Impero. Il carattere provvidenziale
che collega la fondazione dell’Impero alla
fondazione della Chiesa rappresenta una
translatio, dall’autorità dei Greci, Enea, ai
Romani, l’Impero, infine ai Franchi, Carlo
Magno, e ai Germani, Federico. È il modello,
l’exemplum, il sistema dell’impero romano
su cui si fonda tutta la storia, in esso si è
compiuta la redenzione ad opera di Cristo,
in esso il punto più alto della storia umana.
Sul piano dell’azione Cesare acquista
un’evidenza unica, è il momento della
preparazione dell’impero, la repubblica
diventa figurale rispetto all’impero, in
Cesare la figurazione di tutti gli imperatori.
Citare poi Giustiniano come culmine
dell’impero che figurativamente passa il
testimone a Carlo Magno è un’azione
narrativa studiata da Dante che vuole,
attraverso un excursus sintetico, esaltare la
grandiosa epopea imperiale dove uno solo è
in sostanza l’eroe, uno il personaggio anche
se
con
sembianze
diverse.
Ogni

Nel delineare la figura di Giustiniano, Dante
disegna la figura di un imperatore modello,
un exemplum e per questo mette in rilevo il
valore del codice giustinianeo, fondamento
dell’azione politica, valore universale della
legge e dell’unità giuridica dell’impero che è
perciò depositario del fine assegnato da
Dio. In Giustiniano si corrispondono
impegno politico e religioso, l’impero
rispecchia in terra l’unità divina, è segno e
strumento
della
provvidenza
divina,
l’impero universale riproduce in terra
quell’unione dell’armonia divina vincendo le

8

Prof Stefania Modestino
personaggio è, infatti, sempre e soltanto
uno strumento di Dio, poiché le gesta
terrene sono pensate dalla prospettiva del
cielo. In questo canto vi è tutta la
riflessione dantesca sul senso della storia e
sulla funzione delle due massime autorità.

Rispetto al “de Monarchia” qui è più
evidente il rapporto fra storia umana e
segni provvidenziali ed è più chiara la
convinzione
che
l’Impero
non
è
autosufficiente ma esiste in funzione della
Chiesa.

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali. 99
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli. 102
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte; 105
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello. 108
Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli! 111
Terminata la sua digressione, Giustiniano
invita Dante a giudicare l'operato di Guelfi e
Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i
primi si oppongono al simbolo imperiale
dell'aquila appoggiandosi ai gigli d'oro della
casa di Francia, i secondi se ne appropriano
per i loro fini politici, per cui è arduo
stabilire chi dei due sbagli di più. I
Ghibellini dovrebbero fare i loro maneggi

sotto un altro simbolo, poiché essi lo
separano dalla giustizia; Carlo II d'Angiò,
d'altronde, non creda di poterlo abbattere
coi suoi Guelfi, dal momento che l'aquila coi
suoi artigli ha scuoiato leoni più feroci di lui.
I figli spesso pagano le colpe dei padri e Dio
non cambierà certo il simbolo dell'aquila
con quello dei gigli della monarchia
francese.

Questa picciola stella si correda
di buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda: 114
e quando li disiri poggian quivi,
sì disviando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi. 117
Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi. 120

9

Prof Stefania Modestino

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia. 123
Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote. 126
Giustiniano risponde alla seconda domanda
di Dante e spiega che il Cielo di Mercurio
ospita gli spiriti che in vita hanno
perseguito onore e fama, per cui quando i
desideri sono rivolti alla gloria terrena è
inevitabile che si ricerchi in minor misura
l'amor divino. Tuttavia, spiega Giustiniano,
lui e gli altri beati sono lieti della loro

condizione, in quanto i premi sono
commisurati al loro merito e la giustizia
divina è tale che non possono nutrire alcun
pensiero negativo. Voci diverse producono
dolci melodie, e così i vari gradi di
beatitudine producono una dolcissima
armonia nelle sfere celesti.

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita. 129
Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui. 132
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina. 135
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece, 138
indi partissi povero e vetusto;
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,141
assai lo loda, e più lo loderebbe». 142
Giustiniano indica a Dante l'anima di Romeo
di Villanova, che splende in questo stesso
Cielo e la cui grande opera fu sgradita ai
Provenzali, che tuttavia hanno pagato cara
la loro ingratitudine nei suoi confronti.
Raimondo Berengario IV, conte di Provenza,
ebbe quattro figlie e grazie all'opera
dell'umile Romeo tutte furono regine; poi le
parole invidiose degli altri cortigiani lo

indussero a chiedere conto del suo operato
a Romeo, che aveva accresciuto le rendite
statali. Egli se n'era andato via, vecchio e
povero, e se il mondo sapesse con quanta
dignità si ridusse a chieder l'elemosina, lo
loderebbe assai più di quanto già non
faccia. È l’esaltazione dell’umiltà, dopo la
grandezza ed il succedersi sfolgorante di
vessilli e bandiere, di guerre e di battaglie,

10

Prof Stefania Modestino
di nomi e di luoghi celeberrimi, il volo
possente
dell’aquila
di
Dio
sembra
abbassarsi su una piccola corte dominata
dall’invidia dei malvagi e dalla solitaria virtù
di un ministro retto e schivo. Ma, è proprio
la voce di Giustiniano, grande imperatore
della giustizia e del diritto, che con gravitas
esalta il povero e sconosciuto ministro di
Provenza. Si ha, a questo punto, un
rapporto simile a quello del terzo canto, ma
capovolto: lì Piccarda umile sorella esalta la
gran Costanza, regina e madre di re, qui è
l’imperatore che esalta un umile onesto e
povero servo. La lode di chi parla per chi
tace acquista una valenza strumentale per
la
comprensione
della
completezza
psicologica del primo personaggio: il
rispetto riverente di Piccarda aggiunge un
nota dolce alla sua umiltà, la lode di
Giustiniano per l’umile ministro, vittima di
ingratitudine e di ingiustizia, conferisce
all’Imperatore la perfetta magnanimità dello
spirito e una regalità che, nell’umiltà,
diventa sublime.

Collocato su un piedistallo il personaggio
Romeo, Dante focalizza due momenti della
sua storia: la partenza per l’esilio e
l’umiliazione del mendicante. Il silenzio di
Romeo è austero e solenne…. non vi è
rammarico né polemica… non un accenno di
invettiva… solo dolore inespresso a parole
ma reso dall’immagine di quella partenza
solitaria , priva di onore e con l’angoscia del
mendico… Dante è Romeo. Di sicuro
l'accenno a Romeo che, ridotto in miseria, è
obbligato a chiedere l'elemosina, ricorda
molto la figura di Provenzan Salvani (Purg.,
XI, 133 ss.) in cui Dante si identificava in
quanto anche lui, durante l'esilio, dovrà
mendicare l'aiuto dei potenti: l'umiliazione
di questi personaggi è la stessa che subirà
l'orgoglioso poeta e che gli sarà profetizzata
da Cacciaguida nel Canto XVII del Paradiso,
proprio nel momento in cui gli affiderà l'alta
missione morale e poetica che è al centro di
questa Cantica e di tutto il poema.

Si
ritrova
nell’epopea
dell’aquila
la
concezione politica di Dante e nella vicenda
del ministro rappresentata la vicenda
politica del poeta che ha pagato caro il
prezzo per la fedeltà ai suoi ideali, alti ideali
così come consacrati dallo spirito di

Giustiniano e dalla Provvidenza Divina e
tutto assume l’eco di una distaccata
polemica, solenne e amara al tempo stesso,
contro l’alterazione degli equilibri politici di
cui, più volte, imputa colpe alla Chiesa…
come nel VI canto del Purgatorio:

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota, 93
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.96
Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere
devota e lasciare che Cesare (l'imperatore)
sieda sulla sella, se capisci bene la parola di
Dio, guarda come è diventata ribelle questa
bestia per non essere tenuta a bada dagli

sproni, dal momento che la conduci a mano
per le briglie.
E, nello stesso canto, già
prefigura la
centralità di Giustiniano nel VI canto del
Paradiso:

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Prof Stefania Modestino
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz’esso fora la vergogna meno. 90
A che è servito che Giustiniano ti
aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se
la sella è vuota (nessuno le fa rispettare),
se nessuno cavalca l’Italia-cavalla? Senza di
esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe
minore.

Nella prospettiva Universale che solo nel
Paradiso può avere, Dante, esaltando la
funzione delle leggi e dell’ordine, completa
la sua espressione politica.

Interpretazione complessiva
Il Canto è occupato interamente dal
discorso dell'imperatore Giustiniano (caso
unico nel poema) che risponde alle due
domande che Dante gli ha posto alla fine
del precedente, rivelando cioè la sua
identità e spiegando la condizione degli
spiriti del II Cielo: nella parte centrale fa
seguire alla prima risposta una «giunta»
che è una digressione sulla storia
dell'Impero romano e della sua funzione
provvidenziale, per cui il tema del Canto è
politico come il VI di ogni Cantica (secondo
una gradazione crescente, da Firenze,
all'Italia, all'Impero). La ragione della lunga
digressione è mostrare, nelle intenzioni del
personaggio, la cattiva condotta di Guelfi e
Ghibellini nei confronti dell'aquila simbolo
dell'Impero, in quanto i primi vi si
oppongono e i secondi se ne appropriano
per i loro fini politici, causando molti dei
mali politici che affliggono l'Italia e l'Europa
del tempo; soluzione a questi mali è,
secondo Dante, l'Impero universale, ovvero
un'autorità che imponga il rispetto delle
leggi e assicuri a tutti la giustizia, ponendo
fine alla situazione di anarchia e instabilità
che caratterizza soprattutto l'Italia (è lo
stesso motivo presente nel VI del
Purgatorio, con esplicito riferimento alle
leggi emanate da Giustiniano e non fatte
rispettare). Proprio questo spiega, forse,
perché Dante affidi a Giustiniano l'alta
celebrazione dell'Impero provvidenziale,
nonostante
egli
fosse
un
monarca
dell'Impero orientale e avesse regnato su
Costantinopoli e non su Roma: egli aveva
emanato il Corpus iuris civilis che fu poi
base del diritto di tutto il mondo
romanizzato
del
Medioevo,
un'opera
giuridica immensa a cui Dante assegnava
un alto valore, oltre al fatto che Giustiniano
aveva tentato di ricostituire l'antica unità
dell'Impero con la riconquista di Roma e

dell'Italia. A tale riguardo non è da
escludere
che
il
poeta
biasimasse
Costantino per aver portato la capitale a
Bisanzio, facendo fare all'aquila un volo
contr'al corso del ciel e quindi contro
natura, specie perché nel Medioevo si
pensava che ciò fosse avvenuto in seguito
alla famigerata donazione che per Dante
era causa dei mali della Chiesa (va detto, in
ogni caso, che Costantino figura tra i beati
del Cielo di Giove, gli spiriti giusti che
formano proprio la figura dell'aquila, quindi
l'eventuale condanna non va intesa in senso
troppo netto).
Quale che sia il motivo della scelta di
Dante, il poeta mette in bocca a Giustiniano
un alto e solenne discorso che inizia con la
prosopopea dell'imperatore che si presenta
come l'autore della riforma legislativa e
della vittoriosa spedizione in Occidente, sia
pur affidata al generale Belisario (i contrasti
con quest'ultimo vengono taciuti dal poeta),
opere che hanno goduto entrambe del
favore divino e, anzi, l'emanazione del
Corpus sarebbe stata ispirata addirittura
dallo Spirito Santo. Il volere divino ha
determinato anche la creazione dell'Impero,
il cui valore provvidenziale è al centro di
tutta la successiva digressione: Giustiniano
ripercorre le vicende storiche di Roma
attraverso il volo simbolico dell'aquila,
simbolo politico e militare del dominio
romano, dalle mitiche origini troiane
(evocate attraverso il riferimento a Enea,
l'antico che Lavina tolse, e il sacrificio di
Pallante), al periodo monarchico, fino alla
creazione della Repubblica, citando i più
rappresentativi personaggi della storia
romana (fonte principale, se non l'unica, è
sicuramente Livio). Il punto finale di tutto
questo processo è ovviamente la nascita del
principato con Cesare e Augusto, voluta da

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Prof Stefania Modestino
Dio per unificare il mondo in un'unica legge
e favorire così la venuta di Cristo: dopo la
celebrazione di coloro che per Dante erano i
due primi imperatori, vi è quella del terzo
(Tiberio) sotto il cui dominio Cristo viene
crocifisso, evento centrale nella storia
umana e che ha la funzione di punire il
peccato originale; in seguito tale punizione
viene a sua volta punita da Tito, artefice
della distruzione di Gerusalemme che Dante
gli attribuisce quando era già imperatore,
mentre in realtà ciò avvenne sotto
Vespasiano (tale affermazione susciterà i
dubbi del poeta che saranno chiariti da
Beatrice nel Canto seguente). Il disegno
provvidenziale si esaurisce qui, poiché negli
anni seguenti l'Impero inizia il suo lento
declino culminato proprio nel trasferimento
della capitale a Bisanzio e nella successiva
divisione tra Oriente e Occidente, cui sarà
Giustiniano a porre rimedio sia pure in
modo
effimero;
da
qui
si
arriva
velocemente a Carlo Magno, protettore
della Chiesa contro i Longobardi e, quindi,
legittimo erede dell'autorità imperiale
(Dante afferma una volta di più che
l'Impero germanico è erede e continuatore
di quello romano, quindi legittimato a
imporre la sua autorità su tutto il mondo
come ribadito più volte nel poema e nella
Monarchia). Dalla digressione nasce poi
l'aspra invettiva contro Guelfi e Ghibellini,
che per motivi diversi oltraggiano il
sacrosanto segno e sono da biasimare in
quanto causa dei mali politici dell'Europa di
inizio Trecento: l'attacco è soprattutto
contro Carlo II d'Angiò, più volte biasimato
da Dante nel poema (cfr. soprattutto Purg.,
VII, 124 ss.; XX, 79-81) e contro cui
Giustiniano rivolge un duro richiamo
affinché non si illuda che la monarchia
francese
possa
sostituirsi
all'autorità
dell'Impero, che è la stessa polemica

portata avanti da Dante contro il re di
Francia Filippo il Bello (cfr. Purg., XXXII,
con
l'analoga
simbologia
dell'aquila
imperiale)
La risposta alla seconda domanda di Dante,
ovvero la condizione degli spiriti operanti
per la gloria terrena (che godono di un
minore grado di beatitudine ma non se ne
dolgono, confermando quindi quanto già
dichiarato da Piccarda Donati) dà modo a
Giustiniano di concludere il Canto indicando
un altro beato di questo Cielo, quel Romeo
di Villanova ministro del conte di Provenza
Raimondo Berengario e vittima, secondo
una diffusa diceria, delle calunnie degli altri
cortigiani che lo costrinsero a lasciare la
corte vecchio e povero. Non si tratta solo di
un
edificante
esempio
di
cristiana
rassegnazione, dal momento che tale
aneddoto ha una valenza politica che si
collega al tema centrale del Canto: la figura
di
Romeo,
cacciato
dalla
Provenza
nonostante il suo ben operare, adombra
quella di Dante stesso, che subì la stessa
condanna da parte dei Fiorentini che si
pentiranno del loro gesto, come è toccato ai
Provenzali passati sotto la tirannia degli
Angioini (e il riferimento è quindi a Carlo II
d'Angiò citato poco prima). L'ingiusto
destino che accomuna Dante e Romeo è
anche il prodotto della decadenza politica,
quindi (nel caso di Dante) è causato
dall'assenza di un potere imperiale in grado
di applicare le leggi e assicurare la giustizia;
secondo alcuni Giustiniano loda la figura di
Romeo per fare ammenda della sua
condotta verso Belisario, il grande generale
con cui ebbe contrasti e che sollevò dal suo
incarico alla fine della guerra greco-gotica,
ipotesi suggestiva anche se non suffragata
da elementi certi.

Note e passi controversi
I vv. 1-3 alludono al trasferimento della
capitale imperiale da Roma a Bisanzio
compiuto da Costantino, che portò l'aquila
simbolo dell'Impero da occidente a oriente:
il percorso è contrario rispetto a quello da
Troia al Lazio seguito da Enea (l'antico che
Lavina tolse, cioè prese che in moglie
Lavinia), nel che alcuni studiosi hanno visto
una critica a Costantino. Da quel momento
all'incoronazione di Giustiniano passarono
meno di duecento anni (v. 4), ma Dante
segue probabilmente la cronologia di

Brunetto Latini che nel Trésor indica le date
del 333 e del 539, quindi con un intervallo
di 206 anni.
I monti citati al v. 6 sono quelli della
Troade.
Al v. 10 l'imperatore si presenta con un
elegante chiasmo (Cesare fui... son
Iustiniano) e con i diversi tempi verbali
relativi al ruolo di imperatore in vita e
all'identità personale (cfr. Purg., V, 88: Io
fui di Montefeltro, io son Bonconte).
Il primo amor (v. 11) che ispirò a

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Prof Stefania Modestino
Giustiniano l'opera legislativa è lo Spirito
Santo.
Agapito (v. 16) fu papa nel 533-536: si
recò a Costantinopoli per trattare la pace
coi Goti e il basileus bizantino, e in
quell'occasione avrebbe convinto
Giustiniano del suo errore quanto al
monofisismo (la fonte è il Trésor).
Il v. 21 indica che Giustiniano vede le verità
di fede chiaramente, come Dante vede che
in un giudizio contraddittorio una frase è
falsa e una è vera (è il principio aristotelico
di «non contraddizione»: se si dice che
Socrate o è vivo o è morto, vuol dire che
una delle due frasi è vera, l'altra per forza
falsa, in quanto tertium non datur). La
parola «fede» è ripetuta tre volte da
Giustiniano, ai vv. 15, 17, 19.
Nella lunga digressione sull'Impero (vv. 3496) il soggetto è quasi sempre l'aquila,
simbolo dell'autorità imperiale.
Il v. 39 allude alla leggenda degli Orazi e
dei Curiazi, che secondo il racconto di Livio
(Ab Urbe condita, I, 24 ss.) lottarono a tre
a tre per decidere le sorti della guerra tra
Roma e Alba Longa.
I vv. 43-45 accennano alla guerra di Roma
contro i Galli di Brenno (387 a.C.), contro
Pirro (282-272 a.C.) e contro altri monarchi
e repubbliche dell'Italia centrale.
Torquato e Quinzio (v. 46) sono
rispettivamente T. Manlio Torquato,
vincitore di Galli e Latini, e L. Quinzio
Cincinnato, vincitore degli Equi, così
chiamato perché era ricciuto e non per la
chioma arruffata (cirro negletto); l'errore,
presente anche in Petrarca, nasce forse da
una chiosa errata di Uguccione da Pisa.
Al v. 49 i Cartaginesi di Annibale sono detti
anacronisticamente Aràbi, come i genitori di
Virgilio erano detti Lombardi (Inf., I, 68).
Il colle citato al v. 53 è Fiesole, distrutta
secondo la leggenda dai Romani (fra cui si
pensava fosse anche Pompeo, che in realtà
era in Oriente) dopo la guerra con Catilina.
I fiumi citati ai vv. 58-60 sono tutti della
Gallia e videro le imprese di Cesare: Varo e
Reno costituiscono i confini occidentale e

settentrionale, l'Isara è l'Isère, l'Era è prob.
la Loira (ma potrebbe essere la Saône,
detta Arar in latino).
I vv. 67-39 alludono alla deviazione che
Cesare avrebbe fatto nella Troade per
visitare il sepolcro di Ettore, mentre
inseguiva Pompeo in Egitto: Antandro e
Simeonta (Simoenta nella grafia latina)
sono rispettivamente il porto della Frigia da
cui salpò Enea e il fiume che scorreva
accanto a Troia.
Al v. 73 bàiulo indica «portatore» ed è
latinismo.
Il lito rubro (v. 79) è il Mar Rosso, con cui si
allude alla conquista da parte di Ottaviano
dell'Egitto.
Il terzo Cesare (v. 86) è Tiberio, che per
Dante era il terzo imperatore (dopo Cesare
e Augusto).
I vv. 91-93 alludono alla distruzione del
Tempio di Gerusalemme operata da Tito nel
70 d.C., giusta punizione secondo la
dottrina medievale per la crocifissione di
Cristo: in realtà Tito non era ancora
succeduto al padre Vespasiano.
Al v. 106 Carlo novello è Carlo II d'Angiò,
figlio e successiore di Carlo I.
I vv. 109-110 non sono chiarissimi, poiché
Dante apprezzava i figli di Carlo II (specie
Carlo Martello, che fu suo amico) e non
sembra verosimile che qui profetizzi le loro
sventure come punizione divina del padre;
forse la massima è generale.
Al v. 118 gaggi vuol dire «premi»,
«riconoscimenti» (è francesismo).
Le quattro figlie (v. 133) di Raimondo
Berengario IV furono Margherita, moglie di
Luigi IX il Santo re di Francia; Eleonora,
moglie di Enrico III d'Inghilterra; Sancia,
moglie di Riccardo conte di Cornovaglia e re
dei Romani nel 1257; Beatrice, moglie di
Carlo I d'Angiò. Secondo la tradizione cui si
rifà Dante, questi quattro matrimoni regali
furono tutti organizzati da Romeo di
Villanova.
L'espressione a frusto a frusto (v. 141)
significa «a tozzo a tozzo» e allude al fatto
che Romeo dovette mendicare il pane.

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