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DNA Barbarico e Non in Padania .pdf



Nome del file originale: DNA_Barbarico_e_Non_in_Padania.pdf
Titolo: TI65-2013

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GENETICA

DNA barbarico (e non) in Padania
DI

STEFANO SPAGOCCI

Alcuni aplogruppi prodotti dalle mutazioni del cromosoma Y, come R1b e R1a, mostrano
frequenze coerenti con lo stanziamento celtico e germanico in Europa e in Valpadana.

Negli ultimi due decenni, ai più tradizionali strumenti della ricerca archeologica si è aggiun-

Aplogruppi. Ricordiamo [6] che il DNA di un individuo è suddiviso in cromosomi. Il cromosoma Y è ereditato solo per via paterna, per cui lo studio delle mutazioni del cromosoma Y
fornisce informazioni sulla via ereditaria paterna. Il codice genetico è espresso tramite un alfabeto di quattro “lettere”, i cosiddetti nucleotidi A, T, G, C, consistendo in una lunga sequenza degli stessi. Quando il DNA si riproduce, si possono avere mutazioni genetiche casuali o indotte da fattori esterni, per le quali un nucloeotide è sostituito da un altro per errore.
Gruppi genealogici che condividono un antenato comune, che ha conferito loro una certa mutazione genetica, seguita di solito nel tempo da una catena di altre, sono detti aplogruppi [5-6]. In questo lavoro vogliamo appunto trattare di alcuni aplogruppi particolarmente rilevanti per l'area padano-alpina, soprattutto per quanto riguarda l'eredità “barbarica”
(ma anche quella greco-etrusca, in ristrette zone).
Quanto segue si basa principalmente sul rif. [6]. Al
fine di non appesantire le trattazione, salvo diverso avviso, le varie affermazioni riportate nell'articolo hanno come fonte tale riferimento bibliografico.
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Peter Connolly © National Museum of Wales

to lo studio del DNA di popolazioni antiche e moderne. L'analisi dell'area geografica italiana
e dell'intera Europa ha permesso di stabilire come la mappa genetica di tali aree sia sostanzialmente congelata all'epoca preromana. Questi studi hanno portato ad individuare un'impronta genetica celtica in Padania e in Europa (per un'introduzione si vedano i riff.[1-4]).
Gli studi di cui sopra prendevano in considerazione il comportamento complessivo di molti
geni, attraverso il cosiddetto metodo delle componenti principali[2]. Negli ultimi anni, però, tali
indagini si sono estese alla presenza di singole mutazioni nel patrimonio genetico di individui
appartenenti ad una data etnia (si veda il rif. [5] e relativa appendice). Tali studi, complementari
a quelli globali, basati sulle componenti principali, permettono di mappare le migrazioni di
vari gruppi etnici a partire, in teoria, dall'individuo generatore della mutazione stessa.

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Distribuzione dell’aplogruppo R1b.

Il DNA celtico. Occupiamoci ora dell'aplogruppo R1. Questo aplogruppo si pensava fosse derivante dal ripopolamento dell'Europa dopo l'ultima era glaciale, partito dalla Penisola
Iberica. A sostegno di tale tesi stava il fatto che le maggiori densità di R1 si trovano in Europa
occidentale. Oggi si pensa tuttavia che R1 quantifichi il popolamento indoeuropeo dell'Eurasia. A sostegno di tale tesi sta il fatto che la maggior diversità genetica, nel caso di R1, si
trovi proprio nelle aree caucasiche di origine del popolamento indoeuropeo stesso.
R1 è suddiviso in due rami (subcladi): R1a e R1b. R1a si pensa corrispondere agli Indoeuropei orientali (asiatici ed est-europei), R1b (che qui ci interessa) si pensa corrispondere agli
Indoeuropei occidentali. In Europa occidentale R1b raggiunge percentuali fino all'80% nelle
Isole britanniche. È interessante osservare che in Padania (o meglio, ci sembra, nella Padania
maggiormente soggetta all'invasione celtica) R1b raggiunge percentuali del 60%, pari a quella
dell'Inghilterra (le percentuali sono comunque del 40% nelle altre aree padano-alpine).
Tali dati sono interpretati come derivanti dal fatto che in Europa occidentale, a differenza
che nel resto dell'Eurasia indoeuropea, gli Indoeuropei avrebbero trovato civiltà più “deboli”,
sostituendosi di fatto ad esse. Questo non richiede necessariamente una schiacciante superiorità numerica: una casta dominante ha comunque maggior successo riproduttivo ed anche un
lieve vantaggio a proposito può portare, in capo a poche generazioni, ad una virtuale sostituzione di popolazioni. R1b si sarebbe diffuso in Europa occidentale attraverso le civiltà del Vaso
campaniforme (per quanto gli autori considerino tale civiltà come solo influenzata dagli
Indoeuropei, posizione che, seguendo Kruta [7], non condividiamo), di Unetice, dei Tumuli,
dei Campi d'Urne ed infine di Halstatt (e, aggiungiamo noi, di La Tène).
Sottolineiamo la coincidenza dell'area di maggior diffusione padano-alpina di R1b con l'area approssimativamente corrispondente alla cultura di Golasecca, cultura celtica autoctona [7],
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ad ulteriore conferma della profondità
dell'eredità celtica in Padania.
Facciamo anche notare che il marker
U152 [8-10] è parte dell'aplogruppo R1 e
corrisponde all'eredità genetica della
celticità alpina. Esso è associato alla cultura di Golasecca [10] e a quella dei Campi d'Urne. Evidenziamo infine come la
maggior diversità genetica associata a
R1b si situi proprio in area alpina, compresa l'area padano-alpina. Gli autori
Distribuzione dell’aplogruppo I1.
in [6] suppongono quindi un popolamento indoeuropeo occidentale partito proprio dall'area alpina. Questo, a nostro parere, potrebbe indicare che la celticità stessa si sia irradiata da un'area che comprende la Padania stessa.

Giuseppe Rava © E.M.I.

Il DNA germanico. Per quanto riguarda il contributo germanico, facciamo prima di
tutto notare come il marker U106, parte dell'aplogruppo R1b, abbia particolare intensità in Padania, come in tutte le aree interessate dalle invasioni germaniche. Tale marker è
associato, in Padania, al contributo longobardo.
In realtà, R1b viene esplicitamente definito come un aplogruppo celto-germanico. U106
sembra essersi originato in Austria e potrebbe quindi rappresentare, riteniamo, il contributo “celtico” alle invasioni germaniche. Associato all'etnicità vichinga è poi l'aplogruppo I1. Ovviamente una particolare densità dello
stesso si trova in Scandinavia. In ampie aree padano-alpine la sua percentuale è
al 5%. Una tale percentuale può sembrare bassa ma, prima di tutto, nella stessa
Scandinavia non si supera il 40% (e il 10-15% in Germania).
In secondo luogo, la percentuale del 5% si ritrova anche
nella Francia orientale, più interessata all'invasione franca.
Nella Francia occidentale, U106 è, sorprendentemente, presente all'1% il che, però, sembra ancora una volta in accordo
con i dati sul popolamento franco [11].
Ribadito che la presenza germanica è quantificata anche da
U106, le percentuali di I1 ben si accordano, qualitativamente,
con la consistenza numerica dell'invasione longobarda [12].
Il DNA greco/etrusco. L'aplogruppo J2, presente in tutta Europa, è di chiara origine neolitica e mediorientale. Fenici, Etruschi, Greci
e da ultimo Romani (e, a nostro parere, anche i Bizantini), contribuirono a diffonderlo in Europa, fermo restando il fondo derivante
dall'invasione neolitica. I confini della maggior diffusione di J2 presentano una notevole somiglianza con quelli dell'Impero romano, in accordo
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con quanto detto in precedenza. Tuttavia, per quanto riguarda la Padania,
la sua presenza è piuttosto messa in
relazione con l'influenza etrusca.
Un esame della distribuzione di J2
mostra come tale aplogruppo, in Padania, abbia una consistenza relativamente alta solo in una ristretta fascia
attorno alla costa adriatica. Nel resto
della Padania le percentuali sono paragonabili a quelle dell'area centroeuDistribuzione dell’aplogruppo J2.
ropea (ad est) ed iberica (ad ovest).
Il pensiero, a nostro parere, non può non andare alle colonie greco-etrusche di Adria e
Spina ed anche all'influenza bizantina a Venezia. Ricordiamo che già gli studi di Cavalli
Sforza avevano messo in luce una (minoritaria) influenza greca nelle zone considerate [1-4].
Ci sembra quindi che J2, in Padania, derivi principalmente dal fondo neolitico e, sulla
costa adriatica, dal ben noto contributo greco ed etrusco (e bizantino).
Alcune conclusioni. Abbiamo visto che in Padania sussiste una notevolissima eredità
genetica indoeuropea, e in particolare celtica. Notevole è anche l'influsso germanico,
almeno in proporzione alla consistenza numerica delle invasioni germaniche stesse. Il
contributo celtico, che gli autori stessi preferiscono definire celto-germanico, è in Padania largamente maggioritario e fondamentale. Infine, i dati da noi esaminati concordano col ben noto fatto per cui l'invasione romana non abbia sostanzialmente modificato
la struttura genetica delle popolazioni europee [1-4].
Bibliografia
L. Cavalli Sforza e F. Cavalli Sforza, Chi siamo, Mondadori, Milano, 1993.
L. Cavalli Sforza, P. Menozzi e A. Piazza, Storia e geografia dei geni umani (trad. it.), Adelphi, Milano, 1997
[3]
A. Piazza, “L’eredità genetica dell’Italia antica”, Le Scienze, 278 (1991), 62.
[4]
A. Piazza et al., “The Genetic History of Italy”, Annals of Human Genetics, 52 (1988), 203.
[5]
S. Oppenheimer, The Origins of the British, Constable and Robinson, London, 2007.
[6]
“Geographic Spread and Ethnic Origins of European Haplogroups”, haplogroups.eu, 2011.
[7]
V. Kruta, La Grande Storia dei Celti (trad. it.), Newton & Compton, Roma, 2003.
[8]
D.K. Faux, “A Genetic Signal of Central European Celtic Ancestry: Preliminary Research Concerning
Y-Chromosome Marker U152”, part 1, www.davidkfaux.org, 2008.
[9]
D.K. Faux, “A Genetic Signal of Central European Celtic Ancestry: Preliminary Research Concerning
Y-Chromosome Marker U152”, part 2, www.davidkfaux.org, 2008.
[10]
“Celtic Italy and U152”, www.u152.org, 2011.
[11]
S. Gasparri, Prima delle Nazioni, Carocci, Roma, 2000.
[12]
J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Einaudi, Torino, 2002.
[1]
[2]

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DNA_Barbarico_e_Non_in_Padania.pdf - pagina 2/4
DNA_Barbarico_e_Non_in_Padania.pdf - pagina 3/4
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