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tesi scritto 2017 .pdf



Nome del file originale: tesi scritto 2017.pdf
Autore: Irene Gittarelli

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A mio padre.

1

IL MOTIVO DI TUTTO

Vorrei spingervi a ragionare se esiste un modo particolare di fotografare, se le donne possiedano o
no una sensibilità particolare, e se è vero che detestano la tecnica e devono faticare più degli uomini
per farsi strada in campo fotografico. Il bello di questi problemi è che non prevedono risposte
definitive e servono quindi solo a discutere e a confrontarsi, a costruire idee che sembrano solide
quando le si pensa ma risultano fragili di fronte alle tante obiezioni che suscitano. D'altra parte
questa non è una tesi teorica e nemmeno un saggio storico o una mappatura scientifica della
fotografia italiana sotto i trent'anni dal punto di vista emotivo. E' e vuole essere un insieme di
testimonianze, una serie di flash capaci di rivelare mondi personali, un indagine interessata più alla
psicologia delle persone che al profilo personale delle fotografe, ognuno leggerà interpretando come
più desidera.
Eppure proprio per queste ragioni la stesura è stata ancora più interessante e credo che lo sarà per
tutti quelli che vorranno sporgersi su queste righe e trarne la serie di idee e frammenti di vita,
emozioni percepite e trasmesse. Sfogliate questa tesi come volete, dalla prima pagina all'ultima o
cercando personali analogie, aprirla a caso per vedere cosa succede, leggere chi si conoscere o
ascoltare chi ancora si ignora.
Due sono le motivazioni di questo lavoro, capire il significato che ha per ognuno di noi il
fotografare e conoscere più da vicino forme di emotività da cui mi sento toccata. Mi interessava
suggerire, conoscere la persona e il lavoro fotografico, convinta che come dice Nietzsche: “I grandi
pensieri vengono dal cuore, invece quelli che grandi non sono nascono dalla ragione”. Mi sono
trovata così con loro a camminare su fragilissimi fili e a condividere insieme i pesi del vivere una
passione forte e solitaria, qualche volta trattenuta o negata.
Ho ascoltato il coraggio di farcela a tutti i costi e rinunce o inversioni di rotta. Premesso che il
punto di partenza è il comune amore per la fotografia, per scegliere i soggetti di questa tesi mi sono
lasciata guidare dalla curiosità dell'osservare i progetti di mie coetanee e confrontarli con quelli di
un cinquant'anni fa e poterne accogliere aspetti particolari della vita femminile. La motivazione a
scegliere la fotografia come tramite espressivo per liberare energia e la tenacia e la determinazione
ad individuarsi rispetto a un compagno affermato nel lavoro, il bisogno imperioso di raggiungere
un'equilibrio tra vita professionale e vita privata, il ribaltamento dell'ordine dei valori che determina
la presenza di un figlio, la tranquillità nella navigazione che nasce quando la donna si sente
riconosciuta. L'impegno in lei spesso diventa vera passione a testimoniare, valore di verbo quando
si tratta di comunicare ingiustizie e dare emozioni.
Noi fotografe appartenenti a generazioni giovani mettiamo davanti a noi una realtà diversa, abbiamo
solide preparazioni culturali, non ci sentiamo svantaggiate rispetto ai maschi e come loro
investiamo molte energie per costruire il nostro futuro professionale spesso in solitudine.
Oggi la donna impegnata nella fotografia sa bene che quello che prima era un mestiere con una
certa stabilità ora non lo è più, va continuamente conquistato, quindi con ancora più incertezza,
oltretutto anche il venir meno di organismi che prima davano protezione e promozione, grandi studi
agenzie e cambiamenti nei rapporti con i giornali. Alcune fotografe hanno imparato ad adattarsi
sfruttando il web e i mezzi tecnologici altre sufficientemente sicure tentano la strada della moda o
elaborano progetti con photoeditor, filosofi e scrittori.
Così alcune rare giovani artiste che cercando un modo di crescere meno legato a mestiere e
committenze, si gettano nel mare grande e insidioso dell'arte contemporanea.
2

Concepiscono i loro progetti, portandoli avanti con determinazione da sole e una volta realizzati li
propongono per la pubblicazione.
Sono artiste o artigiane?
Le fotografe giovani si definiscono facilmente artiste mentre le professioniste di trent'anni fa si
definiscono orgogliosamente artigiane, ma è il linguaggio ad essere cambiato e ormai l'artista è
semplicemente chi manda avanti un progetto artistico personale.
Al centro di tutto quindi linguaggio visivo e ricerca di uno stile, per rivelare inquietudini e gioie,
sentimenti e passioni, per ognuno un distinto codice interpretativo e un distinto modo di guardare,
affinchè uscisse un po' di se stessa.

LA RICERCA DEL SOGGETTO
Con quest'impostazione mentale di intendere la fotografia, possiamo facilmente comprendere che
capita raramente di scattare senza aver inquadrato un idea in testa da realizzare, la conseguenza di
ciò è stata la maturazione di un processo creativo che antepone allo scatto la formazione di un opera
creata da più immagini.
Questo non era all'epoca un modo di fare molto diffuso infatti, nelle opere degli anni '60 '70
primeggia la fotografia singola, le pubblicazioni e le mostre a parte alcuni pochi grandi autori sono
formate principalmente da opere singole scelte tra le migliori realizzate senza preoccuparsi della
coerenza tematica e poetica, specialmente su una serie di belle immagini da intendere una ad una.
In quegli anni inizia in Italia la vicenda dell'arte concettuale, una corrente artistica che, tout court,
nell'opera d'arte toglie il primato alla forma per attribuirlo al concetto. L'arte concettuale applicata
alla fotografia fa maturare nei fotografi quell'idea di opera propria nel mondo artistico, quindi una
serie di immagini che trattengono tra loro una tale coerenza tematica e poetica nel renderle efficaci
nel comunicare un'unica idea centrale.
L'opera è compiuta dunque in un lasso di tempo limitato, le forze del fotografo sono concentrate
verso l'approfondimento del tema le sue interpretazioni secondo cosa il titolo annuncia, è pertanto
un esperienza di profondità nella quale egli acquisisce una nuova conoscenza che evolve nella sua
identità artistica, infine nell'opera compiuta troviamo la forza e la fragilità dell'autore.
In questi termini essa è un umanissimo atto d'amore che produce il segno concreto del proprio Sè.

3

ESSERE DONNA
“La grande differenza della donna fotografa è che sa guardarsi dentro prima di iniziare a
guardarsi fuori”.
Giuliana Traverso

E’ fuorviante generalizzare dentro un mondo, quello della fotografia, che in realtà è una
costellazione di forti individualità, tuttavia mi sono fatto un’idea, guardando da sempre con
vivissimo interesse la produzione di alcune grandi autrici. A voler essere molto sintetici,
l’impressione che mi trasmettono rivela spesso una capacità di approfondimento superiore
rispetto a molti loro colleghi uomini.
Meno preoccupate dagli aspetti tecnici, meno narcisiste nel fare foto destinate a stupire, hanno in
genere una maggiore capacità di “empatia fotografica”, intesa come istintiva inclinazione ad
occuparsi intimamente ed emotivamente degli altri, dei loro soggetti.
Nel lavoro The Julie project – per esempio – la fotografa americana Darcy Padilla documenta le
drammatiche vicende umane di Julie dal 1993 al 2010, e solo alla morte della ragazza ritiene
concluso il lavoro. La storia e la vita della povera Julie s’intersecano indissolubilmente con la
storia la vita della fotografa. La parola che meglio racconta l’approccio fotografico di una donna
è compassione, nel suo senso più alto.
Empatia e compassione si celano spesso (come nel caso appena citato) dietro la facciata di foto
dure o durissime, perché talvolta lo sguardo femminile sulla realtà e sulla società è duro, come
dura può essere la vita. Duro non significa cinico. Duro, in questo caso, significa vero, onesto,
magari anche politicamente scorretto. Ma sempre etico.
Quanto coinvolgimento nelle foto di Diane Arbus, Donna Ferrato, Mary Ellen Mark, Graciela
Iturbide, Francesca Woodman, Nan Goldin, Carla Cerati, Flor Garduno (solo per citare qualche
nome, di varie nazionalità e di varie epoche).
Alcune, schiacciate forse dal peso caricato su di sé nel costante confronto con i lati oscuri
dell’esistenza (propria o altrui), di cui è impossibile stabilire se la pratica fotografica è causa o
sintomo, hanno chiuso anzitempo il loro cammino con un gesto estremo (Arbus e Woodman).
In altre continua, ossessivo, l’eco interiore delle urla di dolore registrate nelle fotografie fatte anche
molti anni prima, con una grande difficoltà a prenderne le distanze per rivedere nuove luci, come
ammette una grande donna prima ancora che grande fotografa, Letizia Battaglia. Ella tenta di
rimarginare le ferite ancora aperte rivisitando, oggi, il senso delle sue foto sociali in una Palermo
insanguinata (tra cui le intense e tragiche foto di mafia che l’hanno resa famosa), ricollocandole nel
tempo e nello spazio in dialogo con nuove recenti foto che parlano di bellezza, di femminilità, di
armonia. Una sorta di necessaria terapia visiva.
Guardare il mondo, la vita, i fatti e le persone con occhi di donna significa fotografare con l’urgenza
di mettere in un rettangolo l’esito emotivo e la sintesi intima di tale visione. Così, più che per la
composizione o l’originalità, le immagini di molte fotografe s’impongono a noi per la densità.
Potessimo pesarle con un’ipotetica bilancia, risulterebbero dotate di un enorme peso specifico.
Per il resto, ognuna elabora uno stile proprio, aree d’interessi specifici, linguaggi diversi, né più né
meno di ciò che fa ogni fotografo, senza distinzioni possibili legate all’identità.
Molte fotografe sembrano avere una tendenza naturale a creare immagini pulsanti, calde
grondanti. Foto che hanno quasi una febbre, un’ansia interna.
Se dunque la fotografia è, e dovrebbe sempre essere, anzitutto una grande passione, forse al
femminile può avere davvero una marcia in più.

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Parlare di donne protagoniste della fotografia, e non oggetti, non deve far pensare ad atteggiamenti
di rivendicazioni femministe. L’arte non ha sesso. Sottolineare ‘le differenze’, supposte, sarebbe
mortificante proprio per le donne che hanno lasciato, e continuano a lasciare, impronte indelebili
nell’evoluzione della fotografia come arte autonoma.
Il secondo sesso, scritto nel 1949 da Simone de Beauvoir, l’autrice dichiara che donne non si
nasce ma si diventa, proprio a causa delle pressioni provenienti dal contesto sociale, che definiscono
la donna come “l’altro” rispetto al soggetto maschile. Attraverso un discorso che affronta la
biologia, la storia e la cultura, Simone de Beauvoir sostiene la possibilità per le donne di sottrarsi a
tale subordinazione, liberandosi da quello che non deve essere considerato un destino
inevitabile, per affermarsi come individui capaci di andare oltre la propria condizione.
Molti anni sono trascorsi dalle teorizzazioni di Simone de Beauvoir e molte volte sono cambiati
gli orizzonti e mutate le tensioni; il corpo e il genere sono stati i veicoli privilegiati che hanno
introdotto un nuovo secolo e le grandi autrici della storia sono soggetti agenti, tutte hanno scelto di
“stare al mondo”, scrutando, riprendendo e guardando cosa costantemente del mondo cambia: un
vero e proprio itinerario di visioni, orizzonti, scorci.
Hanno scelto la fotografia come territorio identitario, simbolico, erotico, politico e poetico, non
per rappresentare e indagare le loro storie personali, ma per dare voce ad alcune delle più potenti
tensioni del contemporaneo: l’identità, la relazione, la violenza, la differenza.
Uno sguardo sul mondo a partire dal proprio senso di responsabilità. Un idea che rimarca come
la fotografia negli ultimi anni abbia scelto di divenire una sorta di coscienza del mondo, facendosi
testimone anche di quello che spesso viene occultato. Gemelli monozigoti, bambini già
adulti, ambiguità sessuale, ma anche il ritratto di un poeta e le immagini della morte violenta,
e la bellezza di avventure epiche e il manifesto di una rivendicazione di genere e altri immaginari e
nuove tribù e i conflitti familiari e gli strumenti legali della pena di morte.
Ogni opera diventa la provocazione di un dialogo profondo e intimo tra i soggetti delle fotografie e
lo spettatore, raccontando uno scorcio indefinito della comune condizione umana, un “invito alla
consapevolezza” dell’esistenza di mondi differenti e spesso estranei uno all’altro ma sempre e tutte
scegliendo, in controtendenza, il pensare all’opera come qualche cosa che vive e si sviluppa nella
dimensione reale dei rapporti umani, e delle dimensioni vincolate dalla fisicità dello spazio e del
corpo: un’opera di interazione tra persone che non lavorano su un prodotto spettacolare, bensì su
un’esperienza umana, a volte legata al dolore fisico, alla sofferenza e alla morte, ma anche alla
possibilità di scegliere, di cambiare, di diventare altro. Freak, mostri, prostitute, animali, stranieri.
Michel Foucault pone la questione della posizione del soggetto all’interno della società: “Come
nella nostra cultura gli esseri umani vengono resi soggetti?”.
L’oggettivazione del soggetto, per Foucault, si sdoppia in due momenti precisi: il primo riguarda
le metodologie e le strutturazioni del sociale che si danno lo statuto di scienze, il caso del soggetto
che lavora, inserito nella più vasta analisi della ricchezza o dell’economia, ne è un esempio
chiaro. Il secondo momento si identifica con quello che Foucault chiama ‘pratiche di divisione’:
“Il soggetto è diviso al suo interno o è diviso dagli altri. Questo processo lo oggettiva “. E qui si
affiancano le categorie di pazzo o normale, del malato e del sano, e dall’opposizione dell’uno nei
confronti dell’altro si definisce l’identità del soggetto, la figura di un ‘preciso’ soggetto, e, dunque
della sua collocazione.
La caratteristica principale è l’assoluta centralità del dialogo con il reale, una centralità che
stabilisce un vincolo stretto con le forme del mondo, nel recupero di materiali di vita. Che si tratti di
uomini o donne, che si tratti di una stanza o di un letto, che si veda una panchina o una sedia
elettrica, il modo di comporre le opere non è mai in riferimento a un reportage, al gusto
dell’istantanea, ma si percepisce fortemente la capacità di inventare e costruire le storie a partire da
un pensiero poetico, da un’idea di ciò che potrebbe accadere e spesso accade.
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L’obiettivo, ambizioso e doveroso, è di tracciare una guida di ‘appunti’ per mettere in risalto un
patrimonio di cultura e creatività che traspare dalla storia della fotografia internazionale, fin dagli
albori e che, per quasi centosettant’anni, ha imposto un modo spesso assolutamente insolito di
vedere.
Una storia della fotografia, osservata da angolature diverse, che non mancherà di stupire per
genialità e sensibilità, per innovativi atteggiamenti e libertà espressiva.
Le donne in fotografia sono state tante e bravissime, ed oggi sono protagoniste delle più rilucenti
sfaccettature di un diamante purissimo, la fotografia nelle arti visuali, che sta regalando galattiche
avventure nell’universo dell’immagine.
Il percorso, assai complesso, tocca i punti focali dei generi in fotografia e attraversa le epoche e le
diverse culture d’Europa e Americhe, e del nascente impegno in Africa, Asia, Australia, in spazi
pubblici e gallerie private.
Le frontiere non esistono, nemmeno i confini alla creatività, miracolo della fotografia.
Un’affascinante ‘giro del mondo’ a bordo della macchina del tempo che, dal 1860 alle ricerche
contemporanee, plana in tantissimi Paesi e si sofferma a mettere in luce genialità incomparabili con
immagini indimenticabili.
“L’anatomia è il destino” suppose Sigmund Freud, condannando drasticamente l’umanità in gabbie
di ruolo ben definite: maschio e femmina.
Una sua discepola, Karen Horney, già nel 1923 cominciò a confutare questa dottrina e argomentò
che è la cultura e non la biologia ad incidere in modo determinante e primario sulla personalità.
E in riferimento ad un’altra perniciosa teoria freudiana, l’invidia che le donne proverebbero nei
confronti del sesso maschile, in ‘New Ways in Psychoanalysis’, del 1939, scrisse: “ Il desiderio di
essere un uomo...potrebbe essere l’espressione del desiderio per tutte quelle qualità o privilegi che
la nostra cultura considera maschili come la forza, il coraggio, l’indipendenza, il successo, la
libertà sessuale e il diritto di scegliere il proprio partner.” Ozioso sottolineare che la Horney ebbe
un padre terribilmente autoritario e che la sua volontà di famiglia perché professione disdicevole per
la buona società del tempo.
‘The Women’s Eye’, pubblicato nel 1973, è forse il primo libro che prende in considerazione la
fotografia
al femminile: Gertrude Käsebir, Frances Benjamin Johnston, Margaret Bourke-White, Dorothea
Lange,
Berenice Abbott, Barbara Morgan, Diane Arbus, Alisa Wells, Judy Dater, Bea Nettles, riunite
insieme e non hanno nulla a vedere fra loro, se non il sesso. Anne Tucker apre il testo della
prefazione con:
“È l’anatomia un destino? Siamo molto lontani da rispondere a questa domanda. Tutti i dati al
momento disponibili riflettono le differenze fra donne e uomini imposte dalla società patriarcale
nella quale viviamo.
Fino a che le divisioni saranno così rigidamente definite ed imposte, sarà impossibile sapere se le
differenze sono naturali, e se lo sono, in ogni caso forzano le relazioni ai tradizionali stereotipi.
Certe sensibilità sono esclusive del femminile? Si possono decifrare tali sensibilità in particolare
nell’arte di un individuo?L’arte può e potrebbe essere distinta come femminile o maschile?
...Esiste di fatto un’arte femminile? O, ponendo la questione in altro modo, si può identificare il
sesso
dell’artista attraverso la sua arte?...La gente spesso presume certe distinzioni fra arte maschile e
femminile. Trova delle differenze nelle attitudini e descrive queste differenze usando gli stessi
aggettivi
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con i quali abitualmente si descrivono i comportamenti. Gli uomini sono ritenuti più distaccati
dai loro soggetti, clinici, piuttosto che compassionevoli nell’osservazione. Arguti, le donne prive di
senso dell’umorismo. Le donne realizzano morbide, delicate immagini. Non sono dure, ostili, o
crudeli.”
La Tucker toccava anche argomenti spinosi: la dipendenza economica, l’educazione impartita, lo
scudo che la società frapponeva alle donne artiste, ed altri problemi che in trent’anni sono stati, in
parte, superati. Sottolineava, inoltre, che quegli aggettivi d’identificazione maschile e femminile, in
molti casi, sono del tutto capziosi.
Sono perfettamente d’accordo e, aggiungo che è impossibile stabilire ‘il sesso’ dell’immagine.
Vi sono donne che usano la macchina fotografica come un bastone da baseball piantato nello
stomaco ed uomini di una delicatezza così leggera da commuovere il cuore di pietra.
Eugene W. Smith, insuperabile fotogiornalista per
impegno morale e superba qualità d’immagine,
era
talmente coinvolto in ciò che vedeva, e
fotografava, da compenetrarsi in un solo essere
con i suoi tragici
soggetti. Sembra che dalle sue fotografie
sgorghino le lacrime che non sapeva trattenere.
Cinico?
Distante?
EU Smith – Suora all'arrivo dell'Andrea Doria

Mentre, Margaret Bourke-White, inenarrabili, non distogliere lo sguardo e riprendere per la
memoria eterna. Dolci e delicate le sue fotografie dei campi di concentramento nazisti?
La Bourke-White, bella e di grande fascino, è stata fra le più ‘maschili’, per adeguarci alla
terminologia cara agli anatomisti, delle fotografe.
Dalla Otis Steel Company, acciaio, tanto
per smentire le attitudini romantiche,
viene assunta in qualità di fotografa
industriale. È l’inizio della sua clamorosa
carriera, 1928.
Nel 1935, durante la Depressione, la
rivista Fortune la incarica di documentare
la situazione negli stati del sud, la
accompagna Erskine Caldwell, il grande
scrittore che diventerà il suo secondo
marito. Sofisticata dama, il suo studio di
New York è l’esaltazione dell’Art Deco,
con un gentile animale da compagnia: un
Bread Line during Louisville flood, Kentucky 1937
Margaret Bourke-White

alligatore in una vasca. La realtà con la quale si confronta la sconvolge a tal punto che racconta di
aver avuto un terribile incubo: veniva inseguita dalle rilucenti Buick che aveva fotografatoper la
pubblicità. Le automobili cercavano di travolgerla, di inghiottirla.
7

Fortune non pubblicherà il servizio, troppo crudo per una rivista patinata.
Le immagini saranno raccolte due anni dopo nel libro ‘You Have Seen Their Faces’ (Avete visto i
loro volti) con i testi di Caldwell. Dura, volitiva, coraggiosa, e di intensa sensibilità. Le sue
fotografie non lasciano alcuno spazio all’immaginazione, rigorose, prive di sbavature, testimoniano
ciò che è.
Esemplare la ripresa ‘Bread Line during Louisville flood, Kentucky 1937’ della Bourke-White che
coglie una scena paradossale: povera gente, nella maggior parte nera, in fila per ricevere del cibo,
sovrastata daun enorme manifesto che glorifica ‘Il più alto standard mondiale di vita’ degli Stati
Uniti con l’immagine di una famiglia felice a bordo di un’automobile.
È una fotografia tremenda, l’ironia è caustica e colpevolizzante. Rappresenta la sintesi spietata delle
reali condizioni di un Paese spaccato a metà, ‘How the Other Half Lives’ è il libro di immagini che
Jacob Riis aveva mandato alle stampe nel lontano 1890.
Mancano, le donne, di umorismo?
Lisette Model ne è stata maestra con tutta l’abilità di chi sa cogliere con un sorriso, senza offendere
e
calcare...l’obiettivo. “ Non si deve mai riprendere un’immagine se non si è appassionatamente
interessati a quel soggetto.”
Era la filosofia che guidava la sua coscienza di che cosa fosse la fotografia.
La serie sulla Costa Azzurra, del 1937, è esilarante, questi personaggi sembrano essere gli interpreti
diuna commedia buffa, grotteschi al limite della verosimiglianza rappresentano la decadenza
europea, inconsapevoli di quali dure prove dovranno sostenere da lì a un paio di annicon la II guerra
mondiale.
L’attitudine della Model a cogliere la naturale comicità si paleserà anche negli Stati Uniti, dove si
trasferirà nel 1937, affascinata dalla vivacità e dalla singolarità di New York.
Karen Horney contrastava la teoria de ‘ L’anatomia è il destino’ con la cultura e Lisette Model ne è
l’ideale modello. Ricca, di padre italo-austriaco e di madre francese, venne educata privatamente,
amante della musica, negli anni giovanili, il suo maestro fu il compositore Arnold Schoenberg,
possedeva tutti gli strumenti intellettuali per osservare l’umanità con disincanto.
La sua allieva, Diane Arbus apparteneva anch’essa ad
una ricca famiglia ed aveva ricevuto un’educazione
raffinata, eppure questi privilegi furono da lei sfruttati
in senso opposto a quello di Lisette.
Il suo non è più umorismo o sobria ironia, ma aspro
sarcasmo. Riusciva ad esasperare le caratteristiche
degradanti degli individui quando riprendeva gente
comune, ad esempio ne ‘Il bambino con in mano una
granata giocattolo’ sembra che abbia atteso, o forse
provocato, l’espressione più degenerata; così ferma la
giovane coppia per strada e ne restituisce un ritratto di
squallida parodia.

,

Diane Arbus,
Child with a hand toy grenade
New York, 1962

Prova un sadico piacere nel sottolineare la diversità delle persone emarginate e sfortunate, e
nell’inasprire le apparenze patetiche fino a trasformarle in caricature sadiche.
Non aveva alcun rispetto per gli altri, e non è vero, come alcuni sostengono, che è stata la pioniera
8

di un nuovo stile documentario. La crudeltà non è uno stile ed è stata la più cattiva in assoluto
nell’intera storia della fotografia, uomini compresi.
Priva di compassione, di senso della solidarietà, di amore, si è suicidata, e come può un essere
umano continuare a vivere se considera i suoi simili solo nei lati oscuri?
A qualcuno verrà in mente Joel Peter Witkin per riabilitare la Arbus, credendo che egli sia andato
ben oltre. Il lavoro di Witkin può far rabbrividire, ma si regge su un concetto agli antipodi:
riscattare gli innocenti che il Cielo ha punito con le malformazioni più crudeli e renderli
protagonisti della vita, in elaboratissime messe in scena, restituendo loro dignità e bellezza.
L’espressione creativa non ha sesso.

9

ESSERE DONNA NELLA STORIA DELLA FOTOGRAFIA
Le donne in fotografia, comunque, hanno subito pressioni psicologiche, ostracismi e isterici rifiuti.
La determinazione, la chiarezza della volontà sono da sempre le leve che le hanno spinte nel
perseguire
un cammino non facile, anche per le più privilegiate.
Esempio è Julia Margaret Cameron , la prima grande autrice che si è inserita nella storia della
fotografia.
Julia Margaret Cameron
autoritratto, 1850

Signora della buona società inglese, colta, cosmopolita, appassionata
ed eccentrica, inizia a dedicarsi alla fotografia a quarantotto anni,
quando oramai le donne dell’epoca erano in assoluto declino.
È nell’isola di Wight che avviene il miracolo, un’isola che deve
emanare particolari onde magiche: vi viveva Alfred Tennyson e la
Cameron, andandolo a trovare, decise di acquistare due cottages dove
fissare la propria residenza. Oscar Gustav Rejlander, nel 1863, si
recò da Tennyson per riprenderne il ritratto. L’incontro fu fatale, la
Cameron già ammirava il celebre fotografo, il primo che compose un’allegoria complessa con ben
trenta negativi diversi e pare che fu proprio lui a fornirle i primi insegnamenti del processo al
collodio umido.
“Trasformai la carbonaia in camera oscura e il pollaio con le vetrate nella
mia ‘casa a vetri’. La società delle oche e dei polli cambiò subito in quella dei poeti, profeti, pittori
e deliziose dame, che hanno resoimmortale l’umile costruzione contadina.”
In quello studio, la dama inglese obbligava a posare davanti al suo apparecchio a lastre ogni vicino,
conoscente, amico, membro della famiglia e, persino, fermava i passanti per la strada. Un furore
creativo che ebbe dei risultati unici. I suoi ritratti, soffusi da una malinconia sottile; le sue immagini
simboliche così ben studiate nella composizione equilibrata sono dei capolavori di altissima classe.
Fu criticata, dai fotografi professionisti contemporanei, per la mancanza di messa a fuoco
precisa, un elemento che definiva all’epoca la perizia tecnica. Infatti, le fotografie della Cameron
sono sempre ‘morbide’, dai contorni sfumati e dai dettagli incerti. Elementi di grande fascino
visuale che precorrono lo stile pittorialista.
Smise nel 1875, quando raggiunse il marito a Ceylon dove possedevano vaste piantagioni di tè,
poco più di dieci anni di attività feconda e ricchissima.
Lo sfumato, i contorni labili, la vaghezza dei segni saranno, appunto, le virtù stilistiche del
movimento pittorialista che, nato in Europa, sarà negli Stati Uniti la liberazione dalle convenzioni
obsolete della fotografia professionale, per dar vita alla liberacreatività. Il pittorialismo venne
importato da Alfred Stieglitz, che per undici anni aveva studiato in Germania e Austria, venendo a
contatto con le punte più avanzate della fotografia del tempo.
Le donne compresero rapidamente la grande rivoluzione stilistica e concettuale della fotografia
pittorialista, divenendo presto le più sensibili interpreti, apprezzate da Stieglitz che espose le loro
opere alla galleria 291 e le pubblicò nell’insuperata rivista Camera Work. Anne Brigman, Alice
Boughton, Gertrude Käsebir, Ema Spencer, Eva Watson-Schütze rappresentano la grande arte della
fotografia nei primi decenni del Novecento negli Stati Uniti.
Naturalmente, non sono nemmeno menzionate nei saggi di storia della fotografia che hanno
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dominato la cultura fino ad oggi: Beaumont Newhall e Helmut Gernsheim, o sorvolate a volo
d’uccello nellepubblicazioni più recenti e monumentali.
Perdute nell’oblio della cancellazione di identità, come tirare un tratto di penna o meglio, in termini
contemporanei, pressare il tasto canc del computer e frantumarle nell’hard disk.
Erano donne e avevano seguito uno stile altamente disprezzato dai
guru teorici che vedevano la fotografia secondo dei parametri
diretti/straight, cioè quel tipo di fotografia teorizzato da Stieglitz e
che diventerà l’ossessiva cecità della produzione americana, fino alla
rivolta negli anni Ottanta.

,

Alfred Stieglitz,
The Steerage
1907

Queste donne erano tutte professioniste di successo, con studi ben
avviati e non semplici amatrici che per diletto borghese, anziché ricamare, riprendevano scenette
familiari. Sublimi nell’espressione creativa, sensibili alle tendenze culturali, abili nella padronanza
delle tecniche anche più impegnative come la stampa al platino, le loro immagini sono, inoltre, la
testimonianza vivida dell’epoca. Il patrimonio che hanno lasciato è un’eredità fondamentale per
apprezzare appieno quanto la fotografia può essere sublime coinvolgimento.
In quegli stessi anni, in Europa la coscienza collettiva aveva subito il duro trauma di una guerra, la I
mondiale. Nulla poteva essere come prima e la fotografia, strumento principe per indagare non solo
la realtà oggettuale, soprattutto la realtà interiore, abbandona la visione romantica per assumere
ruoli diversi.
Dopo quel lontano 1873, si sono susseguite, negli Stati Uniti soprattutto, mostre e saggi dedicati
alle donne fotografe.
Che gli Stati Uniti abbiamo rivolto attenzione a tale argomento piuttosto che l’Europa, e non
parliamo di Asia e Africa, è naturale: là la genealogia della fotografia al femminile risale alla
dagherrotipia, La prima professionista, Julia Shannon, pubblica un annuncio come dagherrotipista e
levatrice già nel 1850, in California.
Racconta Peter E. Palmquist nella sua ricerca presso il Women in Photography International
Archive della Beinecke Library all’Università di Yale:
“ In California vi è una ricca ed unica storia delle donne fotografe...Questa storia ha inizio
probabilmente addirittura prima della corsa all’oro, quando una giovane donna (di circa 12-14
anni) Epifania Gertrudis ‘Fanny’ Vallejo ritrasse probabilmente la madre in un dagherrotipo, fu
montato in un anello che portò il padre Generale Vallejo.”
Temo che Palmquist si sia lasciato trasportare dall’eccessivo entusiasmo, e patriottismo.
Improbabile che una ragazzina riuscisse a mettere a punto tutte le complesse operazioni del
processo di dagherrotipia, e poi un dagherrotipo tanto piccolo da essere incastonato in un anello
lascia perplessi.
La corsa all’oro ha inizio nel 1848, a quell’epoca, la California apparteneva ancora al Messico
(soltanto nel 1850 l’alta California diventerà uno stato USA).
Un aneddoto con tante ombre che tuttavia affascina e permette una riflessione.
In molti Paesi dell’America Latina le donne sono state e sono le migliori fotografe, spesso le più
importanti.

11

In Messico, il 1927 è l'anno dell'iscrizione al Partito Comunista Messicano
e l'inizio della fase più intensa del suo attivismo politico. In quel periodo le
sue fotografie vennero pubblicate su numerosi giornali di sinistra, tra cui
l'organo ufficiale del PCM, El Machete.
Si pensa che Modotti sia stata introdotta alla fotografia quando era ancora
in Italia, dove suo zio Pietro gestiva uno studio fotografico. Anni dopo,
negli USA, suo padre aprì uno studio simile a San Francisco, accrescendo il
suo interesse per questa forma d'arte. Comunque fu la sua relazione con
Weston che le permise di praticare e migliorare le sue capacità, fino a
divenire un'artista di fama internazionale. Tina Modotti ha tracciato la via a
Manuel Alvarez Bravo, seguito dalle sue discepole che hanno dimostrato
intelligenza indipendente e creatività originale, egli suddivise la carriera
della Modotti in
Tina Modotti
Ritratto

due periodi: quello romantico e quello rivoluzionario. Il primo include il periodo trascorso con
Weston come assistente in camera oscura, poi come contabile e infine come assistente creativo.
Insieme aprirono uno studio di ritrattistica a Città del Messico e ricevettero l'incarico di viaggiare
per il Messico per fare fotografie da pubblicare nel libro Idols Behind Altars, di Anita Brenner. In
questo periodo venne scelta come "fotografa ufficiale" del movimento muralista messicano,
immortalando i lavori di Orozco e di Diego Rivera. Molte delle foto dedicate ai fiori sono state
scattate in quel periodo.
Nel dicembre del 1929 una sua mostra venne pubblicizzata come "La prima mostra fotografica
rivoluzionaria in Messico": fu l'apice della sua carriera di fotografa. All'incirca un anno dopo fu
costretta a lasciare la macchina fotografica dopo l'espulsione dal Messico e, a parte poche eccezioni,
non scattò più fotografie nei dodici anni che le rimanevano da vivere.

Falce , martello e sombrero
1927
Tina Modotti

L’Argentina vanta un solo autore/autrice di prestigio internazionale: Annemarie Heinrich. La dolce
Annemarie, nel 1926, a quattordici anni, dalla Germania emigra con la famiglia a Buenos Aires.
Nemmeno ventenne apre il suo primo studio, ritratto, nudo, teatro. Per la sua origine tedesca,
durante la II guerra mondiale soffrì di emarginazione, non poteva acquistare pellicole ed utilizzò
quelle
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cinematografiche. Lo raccontava con serenità, e grande dolore, unito alla cupa disperazione di
essere la mancata suocera di un desaparecido: il giovane fidanzato della figlia Alicia che aspettava
un bambino.
Annemarie è il mito della fotografia argentina, ed esemplare autrice di un’epoca, per la
compostezza delle sue inquadrature, la bravura nel modulare le luci che plasmano le forme e le
linee. Ogni artista di teatro (attori, musicisti, ballerini) che andava a Buenos Aires si recava nello
studio di Annemarie per un ritratto, come tutta l’alta società.
Le Americhe ‘parlano’ al femminile in fotografia e ne sono coscienti, anche se negli Stati Uniti la
prepotenza maschilista ha tenuto spesso le donne in sotto tono.
Per questo motivo, negli ultimi due decenni si sono moltiplicate le organizzazioni e gli eventi al
femminile, a volte di esasperata rivendicazione femminista, in genere di pacata volontà a correggere
le vistose ‘dimenticanze’ ed attribuire le corrette collocazioni all’interno della storia della
fotografia.
Il ‘Women in Photography International’ è stato fondato nel 1981 con l’intento di: ‘ comunicare
idee,opportunità e la passione per la fotografia’. Ogni anno il WPI lancia un concorso, suddiviso in
diverse categorie, ma è beffardo che della giuria facciano parte anche degli uomini. Dal 1985, onora
con il Distinguished Photographers Award le donne che hanno contribuito in modo significativo
all’evoluzione della fotografia. A Ruth Bernhard, per il suo centesimo compleanno, è stato
riservato uno speciale riconoscimento.
In quell’occasione, la Bernhard ha rilasciato una sorta di testamento morale:
“ Ogni volta che realizzo una fotografia celebro la vita che amo e la bellezza che conosco e la
felicità che ho provato. Tutte le mie fotografie rispondono alla mia intuizione...Dopo così tanti
anni, sono ancora motivata dallo splendore che la luce crea nel trasformare un oggetto in qualcosa
di magico. Ciò che gli occhi vedono è un’illusione del reale. L’immagine in bianco e nero è ancora
un’altra trasformazione. Ciò che davvero esiste, non potremo saperlo mai.”
Sorge la grande scuola della Bauhaus, emerge la volontà di sperimentare, di osservare il mondo e
scomporlo in nuove avventurose esperienze.
Lucia Moholy, che spinge il marito Làzslò Moholy-Nagy ad interessarsi alla fotografia, è
attivissima in molti progetti della Bauhaus, dal 1923 al 1928.
Il suo strumento è la fotografia, riprende i ritratti dei docenti della scuola - i più grandi artisti
dell’avanguardia storica - l’architettura e gli spettacoli del teatro all’interno della Bauhaus,
interpretando appieno la pulizia severa dell’arte modernista. Il suo esempio è stato determinante per
l’evoluzione in fotografia della Bauhaus.
Il suo lavoro è di recente riscoperta e valutazione, ovviamente. Fino a pochi anni fa era, ben di rado,
menzionata solo come moglie del grande genio. Nel 1919, si iscrive al laboratorio di ceramica, la
giovane Toni von Haken , conosce Eberhard Schrammen, a capo dei laboratori dei metalli e della
pietra, che già aveva contribuito alla creazione della Bauhaus stessa.
Nel 1929, si trasferiscono a Gildenhall, una comunità d’artisti appena fondata. Inventano una
tecnica che denomineranno Foto-Grafik, complessa sintesi di fotogramma (la fotografia senza l’uso
della macchina fotografica che risale addirittura agli albori dell’invenzione della fotografia con i
disegni fotogenici di Henry Fox Talbot, e quasi un secolo più tardi, ‘riscoperta’ da Man Ray,
(delizia di dada e surrealisti) e découpage (l’arte di ritagliare frammenti d’immagine per creare
nuove composizioni, ritornato tanto alla moda oggi). Al fotogramma/découpage si dedicò anche
Picasso assieme ad André Villers, con risultati, a dire il vero, inverecondi.
La Von Haken sceglie come tema fondamentale del suo lavoro il mondo infantile: i giochi,
l’apprendimento e le meravigliose scoperte del Creato (i piccoli animaletti del bosco, l’aquario, i
fiori). È un’immagine sintetica di grande estensione narrativa, è un’invenzione sperimentale che
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non ha avuto
seguaci per l’estrema difficoltà di realizzazione.
La Germania, e l’area tedesca, la Francia degli anni Venti e Trenta sono il fecondo territorio dove si
esprimeranno genialità al femminile di prodigiosa forza: Ilse Bing, Lotte Jacobi e Trude
Fleischman,
quest’ultima è una riscoperta recentissima, malgrado sia stata una professionista affermata con
studio a
Vienna, dove le giovani speranze della fotografia internazionale approdavano in cerca di consigli.
In
seguito, si rifugiò negli Stati Uniti per continuare il proprio
lavoro.
Negli anni Novanta, si affaccia timidamente la scoperta di Claude
Cahun e nell’attuale impeto di
esplorazioni che sta scavando le falde profonde della fotografia
come una sonda perforatrice ne saltano
fuori di recuperi belli, e disutili, per la gioia degli autentici cultori,
e
degli smaliziati galleristi.
Lucy Schwob, francese, adotta uno pseudonimo e sceglie ‘Claude’
come primo nome che è sia
maschile che femminile. Di nuovo la volontà evidente di annullare
le identità anagrafiche. È il 1917 e rifiuta il ruolo di donna che la
società le impone, ma lo interpreta, nei più diversificati
personaggi, in autoritratti, forse un pò ingenui, di certo
interessanti per meglio definire le frange meno note del
surrealismo.
Claude Cahun. Self-portrait. 1929

‘L 'anatomia non è il destino’ perchè modificabile, anche senza ricorrere al bisturi, e ogni individuo
è libero di scegliere l’aspetto esteriore che più si accorda al proprio sentire.
In sintonia con questa coscienza recuperata, il giapponese Yasumasa Morimura cancella il ruolo che
l’anagrafe gli ha imposto e incarna, in una finzione/desiderio, personaggi della più squisita
femminilità: dive del cinema, desiderate ardentemente dagli uomini, icone dell’arte europea e
l’immaginario ossessivo di Frida Kahlo, la più ambigua e sfuggevole delle artiste moderne, in
un’identificazione così cosciente da lasciare le tracce della sua appartenenza culturale.
Il ritratto è uno dei territori tradizionali dove le donne hanno espresso le loro capacità professionali,
spesso imponendosi in concorrenza con gli altri studi.
Dorothy Wilding, la più stimata e corteggiata fra i fotografi di ritratto in Gran Bretagna, e in seguito
a New York dove aprì un altro studio nel 1937, frequentato dalla migliore società. Nello stesso
anno, in occasione dell’incoronazione di Giorgio VI, fu nominata Fotografo Reale, la prima donna a
ricevere questo onore.
Talento naturale nel modulare la luce, i suoi ritratti sono un capolavoro di perfezione compositiva e
di armonia. Il suo archivio è conservato con rispetto ed ogni precauzione nella British Royal
Collection. La stessa sorte non è toccata a Ghitta Carell nome piuttosto noto in Italia, è stata la
regina indiscussa dei ritrattisti, anche se troppo spesso liquidata, da una furia revisionista che si può
applicare all’arte, con etichette stupide ‘ritrattista di regime’ e dei ‘signori d’Italia’. È vero, nel suo
studio hanno posato tutti i personaggi che contavano fra gli anni Trenta e Quaranta: aristocrazia,
alta borghesia, politica, finanza. Abilissima negli artifici tecnici (luci e ritocchi), è, comunque,
riuscita a realizzare una galleria di ritratti di forte potere narrativo, e spesso di grande suggestione. È
stata vittima anche di un disgustoso delitto: nel 1969 si trasferisce in Israele e affida tutte le sue
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lastre alla 3M che incarica un allora imperversante personaggio, tuttora vivente, della fotografia di
organizzare l’archivio.
Marie-José di Savoia
Ghitta Carell

Questo personaggio, che ha procurato più danni alla
fotografia in Italia di quanti ‘infiniti dolori inflisse agli Achei’,
consigliò di stampare tutte le lastre, riprodurle in negativi,
operazione che eseguì personalmente a fronte di congrua
retribuzione, e distruggerle. La carta utilizzata non era adatta a
restituire i soffici passaggi tonali della Carell , tantomeno la
pellicola negativa 35 mm. troppo dura. Le lastre sono finite nella
discarica, le fotografie originali della Carnell sono rare preziosità e
ciò che ci rimane di un patrimonio sono delle impossibili
riproduzioni.
L’accesso alle donne in fotografia si un po’ dischiuso, anche in
Paesi che il mondo occidentale ritiene
serrato in insormontabili muraglie.

Gli Stati Uniti ignoreranno le esperienze della fotografia sperimentale e tutta l’arte dell’avanguardia
storica, con un notevole ritardo nell’evoluzione che sarà recuperato soltanto negli anni Sessanta con
l’invenzione autoctona della Pop Art.
Nei primi decenni del secolo, pertanto, alla corrente pittorialista si contrappone una visione
razionalista che sarà dominante, almeno nella stesura dei saggi sulla storia della fotografia
pubblicati in epoca posteriore.
Berenice Abbott è un inconsueto prodigio di oggettività, sempre che si possa applicare tale
termine alla fotografia che oggettiva non lo è mai. Durante il suo soggiorno a Parigi, comprende la
straordinarietà delle escursioni e vagabondaggi fotografici di Eugène Atget, un altro che ha ricevuto
la benedizione di imbattersi in un ‘contesto’ made in USA, altrimenti sarebbe stato polverizzato in
una qualche nebulosa.
Rientrata a New York, viene incaricata di un progetto imponente: testimoniare la città. ‘Changing
New York’ uscirà nel 1939, dopo dieci anni di lavoro. Nel 1958, inizia una serie di fotografie per
illustrare i fenomeni della fisica.
Tutte le immagini della
Abbott, a primo sguardo
sembrano,
pure/dirette/straight,
secondo la
terminologia e la teoria
tanto adorata dalla
storiografia critica
statunitense, ed è stata la
fortuna
della Abbott , una delle
rarissime autrici che
viene menzionata nei
testi.

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Pike and Henry Street
Berenice Abbott
1936

Di fatto, la sua visione è così sottilmente di astratta, e personalissima, interpretazione, e così
avveniristica, da aver ingannato i noiosissimi obsoleti censori della libertà creativa.
Francesca Woodman
Autoritratto 1975

Francesca Woodman con la macchina fotografica
ritrasse nudi femminili in bianco e nero, talvolta
con il volto oscurato, ottenendo effetti sfocati grazie
al movimento ed al lungo periodo di esposizione,
che conferiscono l'effetto di una fusione dei corpi
con l'ambiente circostante. I critici riscontrano nelle
sue immagini l'influenza del surrealismo poiché è
manifesto in esse il desiderio di spezzare il codice
delle apparenze; inoltre l'artista manifestò
l'adesione alla tradizione surrealista attraverso la
volontà di non fornire spiegazioni sulle proprie
opere.

Con gli anni Ottanta, finalmente, la fotografia negli Stati Uniti si risveglia dal lungo e pernicioso
letargo che l’ha esclusa dalle eccitanti avventure dell’Europa.
E sono proprio le donne in prima linea con la fantasia delle costruzioni di Sandy Skoglund che
mette alla berlina, in surrealistiche ed attualissime realizzazioni, la classe media e le irresponsabili
azioni della società contemporanea. Tutto sembra gioioso e ludico nelle sue immagini, eppure là è
palesato il pericolo, e l’alienazione collettiva.
Cindy Sherman, in un continuo trasformismo, ha fatto di se
stessa soggetto e interprete. Tutti gli stereotipi femminili,
come sono vissuti nella mente degli uomini, sono riprodotti
in autoritratti, con un’ironia mordace. Un repertorio di
impersonificazioni che, con il passare degli anni, ha investito
altri territori con rocambolesca fantasia.
Negli Untitled Film Stills Cindy Sherman, vuole presentare i
vari aspetti della donna tramite alcuni scatti. Le immagini che
propone, forzano lo spettatore a "spezzare" l'immagine e
Cindy Shermann
Untitled Film Stills

l'identità che le donne sperimentano ogni volta. Ogni immagine avvicina lo spettatore a costruire la
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natura della donna, ma allo stesso tempo, avvicinandosi così tanto all'identità femminile,
indebolisce questo tipo di costruzione. C'è una dualità nelle opere della Sherman: da una parte, il
fantasticare su ciò che mostra l'immagine, dall'altra la rappresentazione stessa della fotografia.
Cindy Sherman, mostrando i tipi di donna e di femminilità, ci offre lo stile di visualizzazione e
simultaneamente il tipo di femminilità: questi due aspetti sono inscindibili. L'osservatore non vede
la rappresentazione della donna, ma la donna stessa, in quanto l'immagine diviene surrogato della
realtà. Ogni posa ed espressione facciale sembrano esprimere un'immisurabile interiorità e una
totale identità femminile. I frame congelano i momenti della performance e il senso della
personalità è intrappolato nell'immagine stessa; l'espressione facciale è quasi un'impressione della
situazione, ed il volto registra una data reazione.
Anche Orlan è la protagonista diretta delle proprie opere. Qui, però, ci scontriamo con un fenomeno
di metamorfosi non fittizia: Orlan, a partire dagli anni Novanta, si è sottoposta a dolorosissime ed
interminabili operazione chirurgiche per trasformarsi fisicamente. Chirurgia estetica che è la
negazione del costume corrente, e dei condizionamenti di una società che celebra la giovinezza e la
bellezza ad ogni costo. Sorpresa da come i canoni di bellezza varino nelle diverse culture e civiltà,
ha dapprima studiato a fondo l’iconografia delle etnie precolombiane per creare la prima serie ‘SelfHybridation’, elaborata al computer, che proseguirà, in anni successivi, rivolgendosi all’Africa ed
agli indiani americani. Era molto bella Orlan, secondo i criteri occidentali, e dimostra, oggi, che
certi concetti sono privi di significato, piuttosto presentano variabili infinite.
Da pochissimi anni si è dischiuso un nuovo mondo, sorprendente, la Cina che, non avendo
tradizioni in fotografia da rispettare o seguire, si sta inventando tutto con un anticonformismo
strabiliante.
Cui Xiuwen è esplosa alla ribalta internazionale a metà degli anni Novanta, a circa venticinque
anni. Le sue bambine, i soggetti delle opere, sono innocenti tramite di metafore complesse.
L’abbigliamento -divisa scolastica, sempre con la camicetta bianca e il fazzoletto rosso al collo- non
è scelta estetica, ma ‘segnaletica’ per veicolare il messaggio: bianco purezza, rosso patriottismo,
secondo gli stereotipi degli anni Cinquanta in Cina.
Le bambine, la bambina, rappresenta se stessa, o meglio ogni donna cinese, confusa e smarrita,
consapevole e volitiva, sognante e realistica, in un coacervo di sentimenti e pulsioni che dal passato
politico riemergono nel presente, così diverso ed inaspettato.
Paese, invece, di grande tradizione è il Giappone, dove però le donne artiste si contano ancora in
piccolissimi numeri.
Shinako Sato è un’esplosione di inventiva che risolve con i mezzi più disparati: fotografie, disegni,
piccoli adesivi, sculture, collages, ricami e murales. Il tema ricorrente è, ancora una volta, la donna,
sia pure analizzata in espressioni diverse, le sue fantasie e candore, la malizia e gli
impulsi.
“Vi sono stati pregiudizi storici contro le donne nella pittura e nella scultura. Siccome la fotografia
è una forma d’arte più recente vi è più apertura e accettazione. Hanno avuto più opportunità, e
sempre ci sono state buone donne fotografe quanti uomini.
Nel Ventesimo secolo, Imogen Cunningham, Margaret Bourke-White e Dorothea Lange hanno
dimostrato la continuità delle grandi donne fotografe nella storia.
Non significa che abbiamo avuto una vita facile. Fino a circa un decennio fa, secondo le persone
del settore, le donne difficilmente trovavano un impiego nella fotografia commerciale o nel
fotogiornalismo, e pertanto erano forzate a lavorare per conto loro.”
È la sintetica analisi di Joan Harrison, co-curatrice della mostra ‘Photojournalism in 80’s’.
In quella stessa occasione, Carnell Capa, allora direttore dell’International Center of Photography di
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New York, espresse il proprio punto di vista: “Credo che sono state tenute fuori da attitudini
maschiliste. Ma, in qualche punto, lungo il percorso, la diga si è rotta. Le donne posseggono
entusiasmo ed energia ed obiettivi.”
E vita facile, le donne, continuano a non averne, se Annie Leibowitz è stata incaricata del
calendario
Pirelli nel 2000, preceduta da soltanto altre due: Sarah Moon. La prima, nel 1972 e, a distanza di
diciassette anni, nel 1989, Joyce Tennyson, in una tradizione annuale che prende le mosse nel 1964,
quarantadue anni fa.
Non per questo si danno vinte, la scelta espressiva della Beecroft è stata quella di pensare e
realizzare performance, utilizzare il corpo di giovani donne più o meno nude, mosse secondo
precise coreografie, con opportuni commenti musicali o con il variare delle luci. Ciascuna delle
partecipanti deve attenersi a una serie di norme che Beecroft stabilisce prima di ciascuna azione,
con l'obiettivo di comporre "quadri viventi", esponendo in gallerie e musei di arte contemporanea.
Beecroft pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del mondo
della moda.

Vanessa Beecroft

La produzione artistica di Sam Taylor-Johnson si incentra sempre sul conflitto tra essere e apparire,
su quella linea di confine in cui il senso dell’identità si divide tra l’interno e l’esterno, tra le
esigenze sociali e quelle personali.

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L’intento è evidente nella struttura compositiva delle immagini, ispirata alla tradizione della
predella rinascimentale: un personaggio, solitamente Cristo, la Vergine o un Santo, già ritratto nel
pannello

Sam Taylor Johnson/ Wood
Wrecked, 1996

principale, compariva nuovamente nei riquadri sottostanti, in cui venivano rappresentati episodi
della sua vita. Sam Taylor-Johnson sostituisce ai personaggi biblici della tradizione cristiana uomini
dell’era contemporanea e nella porzione inferiore dell’immagine concretizza, attraverso immagini
panoramiche, i desideri più reconditi dei protagonisti. Si tratta di visioni oniriche, criptiche,
traduzione d’immagini mentali che sottolineano la fondamentale soggettività della percezione
umana. L’osservatore non può che carpire significati parziali e sfuggenti di ciò che osserva, non può
innestare un senso definitivo sulla scena cui assiste. Allo stesso tempo, però, egli proietta la propria
soggettività sulle immagini, trasformando così l’immaginario privato dei protagonisti in qualcosa
che è a loro estraneo.
Chi siamo veramente, al di là di ciò che diciamo di essere, e chi sono gli altri? Stalker,
spogliarellista, dormiente, spia: tutte le sue opere cercano di ricostruire l’intimità dall’esterno,
attraverso minimi dettagli, e tramite queste opere Sophie Calle tenta di appropriarsi delle esperienze
degli altri. Nei suoi lavori la linea di confine tra la vita e l’arte è confusa. All’interno del panorama
delle arti visive, Calle è uno dei casi più interessanti dell’intreccio tra dimensione letteraria e
fotografia, nel quale si può realizzare un’interessante reversibilità dei ruoli.

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Sophie Calle
Statues Ennemies

Le immagini di Yelena Yemchuk sono immediatamente riconoscibili, indipendentemente dal
soggetto che fotografa. La sua è una visione che ibrida una fantasia surreale e un romanticismo
dark. Nella serie Untitled Project Yelena sembra scattare istintivamente, in bianco e nero,
creando immagini che riguardano una forma di rappresentazione del sé: una sorta di “messa in
posa” che il soggetto sceglie per se stesso, facendo diventare le fotografie quasi un’esperienza
intima. Lo spirito malinconico dei suoi ritratti è tangibile in queste opere, in cui la fotografia
viene scelta come metodo per comprendere la vita. La Yemchuk sceglie persone che la coinvolgono
emotivamente, creando così immagini che evocano un mondo di interconnessioni, frontali,
dichiarate, dirette.

C' è qualcuno che intanto in Italia nel 1974 documenta l’inizio degli anni di piombo nella sua città,
scattando foto dei delitti di mafia. Letizia Battaglia non è, ad ogni modo, solo la fotografa della
mafia, le sue foto, spesso in
bianco e nero, raccontano Palermo nella sua miseria e nel suo splendore: i suoi morti di mafia
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ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di bambini e donne, i quartieri, le strade, le feste e i lutti,
la vita quotidiana e i volti del potere di una città contraddittoria. Dal 1974 Battaglia fotografa
dunque, giorno dopo giorno, i delitti
mafiosi, documentando l’incedere
della violenza. «Solo allora ho
sentito che con le foto stavo
documentando qualcosa di storico.
Era una specie di guerra
civile, pian piano è diventato tutto
molto violento. Ci ho messo tutto
l’impegno e la serietà possibile,
perché sentivo di dover rispondere
sia alle istanze del giornale che alle
mie. Non bastava
fotografare, bisognava farlo con
rispetto, con partecipazione». Con
le
sue opere non solo ci mette di fronte all’orrore della morte, ma dà anche un volto al dolore di chi
rimane: sguardi di donne.
Sguardi di madri, mogli, figlie, sorelle di uomini uccisi dalla guerra di mafia. Dopo le stragi
del 1992 Letizia Battaglia decide però di smettere di fotografare morti: «Per anni ho fotografato
cadaveri ma mai gli assassini. Non si conoscevano mai. Se si trattava di un omicidio normale, il
killer veniva scoperto subito, ma nei delitti di mafia mai. Ci sentivamo umiliati, un popolo umi
liato e schiacciato da questa tragedia»
Dovremmo anche parlare di paesi assolutamente insospettabili si stanno svegliando con un impeto
inatteso, e con finalità mirabili.
A Kabul, in Afghanistan, si è inaugurata una mostra, la prima in assoluto nella storia del Paese, di
quaranta donne, appena istruite alla fotografia in un corso di dieci giorni, finanziato dall’United
Nations Population Fund.
Dieci giorni sembrano pochi, però queste donne sono in stato di estrema necessità. Durante le tre
decadi di guerra civile, soltanto a Kabul si contano 30.000 vedove, circa due milioni e mezzo fra
vedove e prive di risorse economiche nell’intero Paese. Il programma, che sarà esteso ad altre
province, le educherà ad un mestiere che permetterà loro di sopravvivere, stimolerà l’autostima e, di
conseguenza, migliorerà la loro posizione sociale.
Altri problemi di miseria e malattia, deve affrontare la Repubblica Democratica del Congo e chiede
il contributo delle donne, ancora.
“Grazie alle mie fotografie, desidero rendere più consapevoli le persone sull’AIDS, mostrare loro
le conseguenze della malattia e consigliarle. Ma, desidero anche dimostrare la speranza che ho
ancora in vita, malgrado la mia malattia .”
La dichiarazione di Julie, una delle quindici donne che la Fondation Femmes Plus di Kinshasa ha
istruito alla fotografia, in un programma del Christian Aid. Rimasta sola, dopo la morte del marito,
della piccola bambina e dei genitori, emarginata dalla comunità a causa della sieropositività, come
altre donne nelle sue condizioni, viveva per strada. Una storia ricorrente per tutte, con pochissime
insignificanti varianti.
Alessandra Sanguinetti mentre lavora alla serie On the Sixth Day, incentrata sull’interazione tra gli
allevatori e gli animali destinati al macello, l’artista conosce due ragazzine che vivono nella zona: si
tratta delle cugine Guille e Belinda, protagoniste del suo più noto progetto a lungo termine, che
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ritrae le due ragazze in diverse fasi della vita. L’opera in mostra, Sweet Expectations, è una serie
realizzata tra il 1992 e il 1997, in tempi e luoghi diversi, tra cui Brooklyn, Buenos Aires e Città del
Messico:
una scelta che rispecchia e ripercorre la vita stessa di Alessandra Sanguinetti, cresciuta tra
l’emisfero nord e quello sud del continente americano. I protagonisti delle foto – tutte in bianco
e nero – sono bambini ritratti in versione adulta, con abiti, atteggiamenti ed espressioni che
contrastano con la loro giovane età. L’artista fa così convivere due tempi contrastanti all’interno
delle sue fotografie: il tempo presente (quello dello scatto) e il futuro a cui alludono gli sguardi
pensierosi e pieni di aspettative dei bambini.
Donna Ferrato inizia la sua carriera fotografando la
liberazione sessuale delle donne all’inizio degli
anni ottanta e si ritrova poco dopo a documentare scene di
violenza domestica. Nel 1982, mentre
sta lavorando a un progetto sulle ricche coppie delle aree
suburbane, Donna Ferrato diventa una
testimone involontaria: un uomo, sotto l’effetto di droga,
picchia la moglie. L’evento dà inizio alla sua
missione di documentare gli abusi contro le donne e i
bambini all’interno delle pareti domestiche.
Ferrato non era, per sua stessa ammissione, una fotografa
impegnata, ma assistere a quella scena
le cambia la vita, indirizzandola verso la scoperta del “non
detto” delle donne, quel non detto che
si manifesta nelle sale d’aspetto di ospedali, consultori e
stazioni di polizia. Nel 1991, dal progetto,
nasce il libro Living with the Enemy, il suo libro simbolo,
che ha tre ristampe e vende oltre 40mila
Donna Ferrato
Ruth, My First Unbeatable Woman, 1983

copie in tutto il mondo. Il complicato tema della violenza domestica la porta a tenere lezioni nelle
università americane e a interagire con avvocati, giudici, poliziotti, studenti e sindaci.
Nan Goldin osserva la parte trasgressiva e nascosta della vita della città con un approccio intimo e
personale. I ricordi privati divengono opere d'arte solo dopo la decisione di esporli. Ritrae amici e
conoscenti, ma anche se stessa come nel celebre Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata. Il
suo stile diventa un'icona della sua generazione difficile ed esso assume un'ulteriore svolta dopo la
diffusione dell'AIDS che mette in discussione la sua fiducia nel potere delle immagini rendendole
chiaro che esse le mostravano solo coloro che aveva perso.
Kissing Gilles
Nan Goldin
1993

Intende le foto che documentavano
la vita quotidiana dei suoi amici
sieropositivi in funzione di valenza
sociale e politica, e come attivista di
Act Up organizza la prima grande
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mostra sull'AIDS a New York nell'89.
Donne intelligenti, capaci di apprendere una nuova tecnica e forti abbastanza da documentare la
loro vita quotidiana, le visite in ospedale e la tragica esperienza di questo flagello sociale.
Fin dall’inizio del corso, hanno incominciato a sentirsi meglio fisicamente e a curare il loro aspetto
(igiene personale, abiti, pettinatura e un filo di civetteria femminile). Alcune hanno gia ricevuto
commissioni per servizi fotografici. La fotografia come sistema taumaturgico.
Nel 2014, dopo undici anni di silenzio, pubblica Eden and After, una raccolta di fotografie dedicata
al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui non vigono le restrizioni di genere e di
comportamento promulgate dalla società. Il suo ritratto con un occhio nero, lo sguardo fisso sul
partner con la testa affondata nel cuscino, dichiara guerra agli stereotipi: non c’è coraggio senza
fragilità.
Il lavoro di Bettina Rheims ammicca all’universo e ai codici della moda, pur riguardando temi
spesso ampiamente dibattuti nella società. La serie che la rende famosa, dedicata al mondo
degli acrobati e dello striptease, nel 1981 le vale una
mostra monografica al Centre Pompidou.
Al centro della sua ricerca sta il corpo femminile,
raccontato sempre con accenti sensuali, erotici ed
emotivi; nelle sue immagini «la sensualità è legata al
piacere e non al dolore, come spesso
accade in arte». Altro ambito d’indagine nel lavoro di
Bettina Rheims è l’identità: è del 1989-90
la serie Modern Lovers, ritratti in bianco e nero che
raccontano il corpo umano nelle sue forme
androgine e femminili. L’opera in mostra, Gender
Bettina Rheims
Gender Studies

Studies (2011), riprende la linea di ricerca avviata da Modern Lovers, portandola però a uno step
successivo: i protagonisti sono, questa volta, uomini e donne transessuali, o che hanno deciso di
vivere sulla linea di confine tra i due generi sessuali. I modelli sono ingaggiati con un procedimento
inconsueto per l’artista, che crea un profilo Facebook in cui, diffondendo immagini della prima
serie fotografica, invita chi «si sente diverso» a contattarla. Nonostante la sua iniziale diffidenza
verso i social network, Rheims ne scopre il potere di comunicazione e aggregazione: persone
apparentemente solitarie, che non hanno mai lasciato le proprie città, hanno milioni di amici virtuali
nel mondo.
A volte, purtroppo, le notizie che danno speranza vengono annullate da episodi barbari.
Reporters Senza Frontiere oggi hanno fermamente condannato i maltrattamenti fisici, incluse
percosse ed abusi sessuali, che hanno subito tre donne fotografe straniere dalla polizia di Città del
Messico, quando sono state arrestate durante un pesante attacco ad una manifestazione pacifica in
un sobborgo di San Salvador Ateneo, il 4 maggio. Le vittime sono María Sostres, spagnola,
Samantha Dietmar, studentessa tedesca di fotografia e Valentina Palma Novoa, studentessa cilena di
antropologia e cinema.

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María Sostres, Samantha Dietmar
2005

La polizia ha confiscato
anche macchine fotografiche, pellicole, registratori e
libretti di appunti. In un’intervista a WRadio, Sostres
ha dichiarato: “I poliziotti ci hanno schiaffeggiato,
fotografate e filmate, ci hanno spinto in una
camionetta, chiuso le tende e picchiate. C’era
sangue, ci hanno violentato e spogliate.”
Si direbbe un’infame storia di tempi remoti e tirannici,
avvenuta in una qualche contrada dalle sopraffazioni
sovrane. Quel 4 maggio è del 2006.

Shirin Neshat e la serie Women of Allah (1993-97) di
Shirin Neshat è composta da una serie di fotografie che
ritraggono immagini di donne musulmane velate, tatuate,
a volte armate. Neshat inizia la sua carriera artistica
proprio con questa serie, in cui esplora il concetto di
femminilità in relazione all’autorità maschile e al
fondamentalismo islamico nel suo paese d’origine. I
ritratti, in cui
la pelle appare coperta da calligrafia persiana, sembrano
voler indagare le forze sociali complesse che modellano
l’identità delle donne musulmane. Un lavoro, quello di
Shirin Neshat,
condotto sul proprio corpo ma anche all’interno della
cultura islamica, la quale impone che il
corpo femminile sia visibile per frammenti, selezionati
dalla rivoluzione khomeinista: gli occhi,
le mani, i piedi; mentre tutto il resto è coperto dall’hijab,
dal chador, o da una veste larga che
come un mantello nasconde e sottrae alla vista. Neshat usa per le sue immagini l’abbigliamento
tradizionale iraniano e la scrittura parsi; la calligrafia che ricopre volti, mani e piedi trascrive
frammenti di poesie persiane riguardanti temi come l’esilio, l’identità, la femminilità e il marti
rio.
Una delle tante rivelazioni è la giovane, solo ventiquattro anni, molto bella, determinata e preparata
Alia Al-Shamsi, la prima fotogiornalista professionista degli Emirati Arabi, lavora per due
quotidiani del Dubai, unica donna.
Alia, sotto certi profili, non sfugge alla biografia di molti fotografi, il padre è un appassionato e
regala alla figlia la sua prima macchina fotografica quando ha solo sette anni. Apertura mentale sì,
ma quando Alia esprime il desiderio di essere fotografa, il buon senso paterno interviene e cerca di
dissuaderla. Ha perso, e ha vinto un talento naturale.

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Jodie Cobb
Geisha

E qui si può porre la domanda
dell’inizio, sia pure in termini
diversi: il talento è parte del DNA di
un
individuo?
Credo proprio di sì, gli studi costanti
sono il terreno sul quale sviluppare
idee ed evolversi, ma se non
esistono i presupposti di base, si
rimane confinati nella mediocrità.
E il fatto che delle fotografe - donne
anche loro, e non a caso - abbiano
sentito l’esigenza di raccontare le
loro storie.
Gli scatti che hanno realizzato, attraversando le strade del mondo animate dalla necessità di capire,
documentare, denunciare, raccontare e, in molti casi, sollevare veli e tabù di genere,
racconta Cobb, «nelle fotografie del National Geographic le donne avevano una funzione
puramente decorativa: gli uomini erano sempre mostrati in azione, mentre l’unico compito delle
donne sembrava quello di “essere carine”. La mia ambizione diventò allora mostrare le donne
all’opera nelle loro missioni quotidiane: contadine, soldato, in miniera».
Jodi Cobb, prima a varcare la soglia di molti contesti negati allo sguardo dei fotografi, ha svelato il
volto e la vita quotidiana delle donne saudite dietro la coltre nera dell’abaya e quello delle geishe
giapponesi dietro ai pesanti strati bianchi di polvere di riso, confrontandosi con culture e tradizioni
molto differenti nell’assegnazione dei ruoli di genere:
«Nonostante questo, le donne che ho incontrato volevano tutte le stesse cose: identità, sicurezza,
amore, rispetto. Un’istruzione e la possibilità di rendere migliore la propria vita e quella degli
altri. In molte culture la subalternità femminile ha radici in tradizioni secolari, ma la loro
condizione è destinata a cambiare via via che diventano più istruite e ottengono più credito per il
loro lavoro».
La sfida ai pregiudizi è una pratica a cui queste fotografe sono rimaste fedeli negli scopi che si sono
poste, nei rischi che hanno corso e nei soggetti che hanno scelto, perché, come ricorda un’altra di
loro, Carolyn Drake, «il genere al quale apparteniamo ha un ruolo determinante nel nostro modo
di guardare il mondo: le cose che mi interessano e la possibilità di avere accesso a quelle cose
dipende molto dal mio essere donna».«a una giovane donna che entrasse nello staff di una rivista
come il National Geographic darei un suggerimento molto diverso: sii te stessa, vai dove gli uomini
non possono andare, non pensarti mai diversa o inferiore.
E sii un fotografo, non una “fotografa donna”, perché questa è un’etichetta imposta dagli altri».

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FOTOGRAFIA AL FEMMINILE: LE LEZIONI APERTE DI SARA
MUNARI
Giulia Pacella, 15 Giugno 2011 - ELLE
D: Perché un incontro sulla fotografia al femminile?
R: La storia della fotografia, nella stesura di testi e monografie, ha spesso seguito le orme della
storia dell’arte e ha aggiudicato minor rilevanza alle donne, rispetto ai colleghi uomini. Sulle donne
fotografe esiste, in generale, poca documentazione e questo è il motivo della mia scelta.
D: In cosa lo sguardo e l’obbiettivo fotografico di una donna sono diversi rispetto a quello
maschile? Quali sono gli aspetti che meglio sa cogliere un occhio femminile?
R: Mi chiedo se il mio ruolo di narratrice/fotografa sia slegato dal fatto che io sia una donna.
Probabilmente fotografare non può essere neutro ma più facilmente, più in generale, senza sesso.
Esiste una manifestazione creativa che possa definirsi "donna"? La risposta è troppo difficile. Non
so se esista o meno una caratteristica o un elemento comune all’interno della produzione artistica
creata da donne, soprattutto se si agisce consapevolmente, in modo artistico.
D: Quali sono state le grandi fotografe del XIX e XX secolo e perché? Quale è stato il loro
contributo?
R: Sono state tantissime, bravissime, anticonvenzionali e innovative. La prima donna
(cronologicamente) che mi ha impressionato nella storia è stata Hannah Maynard. Lei apre uno
studio suo, a Victoria, nel Canada, dove si trasferisce nel 1862, differenti documenti dimostrano
anche che il suo studio è il primo ad aprire in città. Successivamente insegna il mestiere a suo
marito Richard. Solo due donne sono registrate come professioniste nel 1865 nel suo stato ed una è
Hannah. Utilizza esposizioni multiple e viene considerata fin dall’epoca un’ ottima artista.
D: Come vede il connubio donna e fotografia nel prossimo futuro? Quali sono le tendenze?
R: Il connubio lo vedo benissimo!! La fotografia è un mezzo espressivo eccezionale, lo dico in
merito alla mia esperienza, mi è impossibile credere ad un mio possibile futuro, senza fotografia. Le
tendenze della fotografia al femminile sono legate ad ogni genere fotografico che mi venga in
mente, ormai anche nel fotogiornalismo più “difficile” esistono grandi fotografe, che non hanno
nulla da invidiare ai più conosciuti colleghi uomini. Certo sono numericamente inferiori per scelte
legate alla famiglia, ai figli, ma potenzialmente non vedo differenze. Molte donne stanno ottenendo
risultati straordinari in tutti i settori fotografici. Ci sono fotografe che si esprimono nella moda e nel
ritratto a livelli sublimi, basti pensare ad Annie Leibovitz, Vanessa Winship, nel reportage la
nostra Letizia Battaglia, Donna Ferrato, Mary Ellen Mark, Cristina García Rodero, Nan
Goldin, nella ricerca Cindy Sherman, Vanessa Beecroft… insomma tantissime.

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GIOVANI FOTOGRAFE CONTEMPORANEE
Attualità ed Emotività

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VIVIENNE BELLINI
Nata nel 1980 e figlia di Nino Bellini, noto pittore del panorama italiano degli anni '60 - '80,
sviluppa sin da piccola un profondo amore per l'arte e l'estetica.
Nel 2006 amplia le sue conoscenze e si trasferisce all'estero. Vive e lavora a Cape Town in Sudafrica per 2 anni. In
seguito agli incontri professionali nello studio fotografico The Pixel Foundry con Bryan Trylor ( Director /
photographer at Locker 14 Films ) e Malcolm Dare, guru del FoodArt, si dedica esclusivamente alle tecniche di post
produzione digitale, al retouch professionale per modelle e alla manipolazione fotografica.
Torata in Italia, partecipa a “Tribute to Deborah Turbeville” ( Evento creato da Franca Sozzani – Direttore di Vogue
Italia Megazine e Erika Cavallini Fashion Design )
Nel 2014 Viene rappresentata da Modern Art Etc ( Los Angeles ).

1. Cos'hai studiato nella vita?
Liceo Classico, Corso di Moda ( Roma ), Corso di Fotografia e Psicologia dell' Immagine ( Venezia
), Corso in Tecniche Pos-Produzione ( Cape Town ), Didattica dell' Arte presso Accademia
Albertina di Belle Arti di Torino.
2. Dove vivi attualmente e dove hai vissuto prima?
Vivo attualmente a Torino da 6 anni. Sono nata e cresciuta a Roma ( 1980 ). Ho vissuto 2 anni a
Venezia, 1 a Verona, 2 Cape Town ( Sudafrica ).
3. Hai fatto altri lavori non legati alla fotografia?
Ho lavorato come commessa e cameriera.
4. Sei una persona sicura di te o hai bisogno di lavorare sulla tua autostima?
Ho bisogno di lavorare sulla mia autostima.
5. Definisciti con una parola
Emotiva
6. Critica te stessa per qualcosa
Faccio lavorare troppo il cervello....troppi sè e ma...
7. Che cos'è per te la fotografia?
La fotografia è una perfetta lastra a raggi x del nostro stato d'animo.

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8. Come hai cominciato a scattare?
Ho iniziato a scattare dopo aver visto in tv un documentario sul fotografo di moda Mario Testino.
9. In che modo la tua vita quotidiana influenza il tuo lavoro e viceversa?Nelle tue immagini
appare una forte componente emotiva, come mai questa scelta?
La mia vita e il quotidiano influenzano il mio modo di scattare per il motivo del punto7 ( vedi sopra
). Le mie foto parlano di me perchè sono parte di me, del mio percepire le cose.
10. Come scegli le tematiche che affronti e cosa ti lega ad esse?
Scelgo le mie tematiche in base ai ricordi del mio passato, e di come ho vissuto. Sono cresciuta in
una casetta in campagna, sul Lago di Bracciano. Immersa nella natura e nei fiori.

11. Come scegli i tuoi soggetti?
Scelgo i miei soggetti a livello inconscio. Tutte in realtà mi assomigliano. Le scelgo in base al luogo
dove voglio scattare. Devono sposarsi con l'ambiente e con il vestiario laddove sia presente. A volte
invece parto dalla scelta del soggetto e poi passo alla scelta della location....conforme a ciò che quel
viso mi comunica.
12. Ti è mai capitato di usare persone a te vicine come soggetti?
Sì, tutte sono una proiezione di me in qualche modo.
13. Che rapporto hai con la tua famiglia?
Con la mia famiglia ho un rapporto molto complicato.
14. Pensi che i tuoi rapporti familiari abbiano condizionato la tua arte?
Sì. Nelle mie foto c'è molto dell'arte di mio padre ( in pittura ).
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15. Pensi che le esperienze traumatiche nella vita di una persona possano condizionare il
modo di scattare?
Le esperienze traumatiche di una persona CONDIZIONANO il modo di scattare di una persona. A
volte quando si scatta accade però che l'incoscio non si ancora in grado di parlare di sè e quindi
rimane latente. I fatti traumatizzanti possono a volte rimanere nascosti nei meandri della spiche e
quindi non venire esternati col mezzo
fotografico
16. Qual'è la tua più grande paura?
La mia più grande paura è rimanere da
sola senza affetti.
17. Leggi spesso i giornali o segui
l'attualità?
Guardo ogni tanto il telegiornale.
Compro giornali moda, mensilmente.
18. Che rapporto hai con la politica?
La politica? cos'è? ahahahha
19. Che rapporto hai con il cinema?
Ne hai tratto ispirazione?
Amo molto il cinema. Ne traggo grande
ispirazione.
20. Quali fotografi ti hanno ispirata?
Non ci sono fotografi specifici da cui
traggo ispirazione. Guardo molte foto, di
fotografi del passato e del presente.
Traggo ispirazione da ciò che attrae la
mia attenzione
21. A quale periodo storico ti senti
legata?
Mi sento molto legata al Romanticismo.
22. Il nome di uno scrittore e di un libro a tua scelta?
Ho letto molti libri, classici e non. Avevo nel passato scelte piuttosto impegnative come scrittori e
libri. Ora è un periodo che non leggo romanzi. L'ultimo libro che davvero mi ha entusiasmato ed ho
letto in una sola serata è stato " Mi piaci da morire " di Francesca Bosco. Un libro molto molto
ironico e pungente.
23. Digitale o analogico? pro e contro?
Digitale perchè si possono fare infinite foto e vederne già il risultato. Si possono misurare e
calibrare molte cose. Analogico: non c'è paragone. È la vera fotografia.

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24. Postproduzione delle immagini,
favorevole o contraria?
Molto favorevole alla post-produzione
fotografica. Un processo molto creativo.
25. Preferisci scattare in solitudine con il
soggetto o preferisci avere uno staff alle
tue spalle?
Se posso scegliere preferisco scattare in
solitudine col soggetto; si crea più intimità.
Con lo staff, sicuramente ci sono altri
vantaggi.
26. Qual'è il progetto a cui sei più legata?
Il progetto a cui sono più legata è la serie
realizzata con gli alberi intitolata " Elogio
dei Sogni " di quasi due anni fa.
27. Qual'è la foto che ti rappresenta
meglio e perchè?
Mi rappresenta in quanto mio angolo
privato di emozioni. Ci sono sogni di
bambina, ma anche fragilità e paure.
28. Qual'è la foto che ha richiesto più
impegno e perchè?
Questa foto fa parte di uno shooting molto
sofferto. Avevo ancora le lacrime agli occhi.
Un'ora prima il mio matrimonio finì.
29. Qual'è la foto a cui sei più legata e perchè?
Sono legata a questa foto perchè è uno shooting completamente diverso da quelli che ho sempre
fatto. C'è molta luce, sembra un sogno di bambina.
30. Cosa ti aiuta di più a promuovere la tua arte?
Sicuramente i social. Facebook e Instagram.
31. Che rapporto hai con gli strumenti tecnologici?
Ho un rapporto molto buono.
32. L' utilizzo di una tua immagine senza consenso sul web lo vedi come ingiustizia o buona
pubblicità?
La vedo come una cosa che non si dovrebbe fare. Poi dipende dalla cosa. Se mi porta pubblicità va
bene.
33. Qual'è il tuo concetto di arte?
Arte è tutto ciò che facciamo con le nostre mani ed è frutto di una nostra idea
34. Qual'è il tuo concetto di artista?

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Tutti siamo artisti. Ci sono persone che
sono artisti di se stessi. Che si sanno
reinventare ogni giorno. Non mi
piacciono coloro che si definiscono artisti
solo perchè una loro opera ha avuto
consenso del pubblico. Dico questo
perchè spesso dietro questa loro
definizione di se stessi c'è solo un'
atteggiamento arrogante e presuntuoso,
che sono sentimenti negativi. L'arte è
sempre un'espressione positiva in se
stessa.
35. Quale periodo storico nell'arte
apprezzi di più e quali artisti?
Amo il Barocco ( Caravaggio e Tiziano )
i Preraffaelliti.

e

36. Quale potrebbe essere la
destinazione ottimale per questo tuo
lavoro? E perché?
La destinazione ottimale per il mio lavoro
sarebbe nel settore Moda, campagne
pubblicitarie.
37. Cosa pensi della fotografia italiana
contemporanea?
Penso che la fotografia italiana
contemporanea sia molto conservatrice.
38. E' ancora possibile fare carriera in
questo ambiente?
Sì, si può fare carriera in quest' ambiente. In Italia è molto difficile, ma credo che si possa fare.
39. Quali fotografi meriterebbero più attenzione?
Meriterebbero più attenzione i fotografi che hanno idee diverse e stili diversi dalla massa.
40. Quali aspirazioni hai per il futuro?
La mia aspirazione è poter firmare una campagna pubblicitaria per brand di Profumi e realizzare un
progetto personale artistico a fini umanitari.

1. Guardando le tue opere mi viene inevitabilmente di pensare al movimento
preraffaelita, ti senti vicina a questa corrente?
Sì, mi sento vicina ai preraffaelliti, ma le mie foto non vertono sul dettaglio. Sono vicina ai loro
temi, al loro modo di rappresentare la femminilità, inserita in un ambiente naturale.

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2. Come mai hai scelto di legarti all'ambiente della moda?
Da piccola sfogliavo sempre le riviste moda che mia madre comprava. Sono sempre rimasta
affascinata dalla pubblicità e anche dagli spot pubblicitari. Una cosa che amo.
3. I tuoi soggetti hanno un leggero senso di malinconia che rende la foto quasi fragile, è
una cosa fatta apposta?
In realtà nelle mie foto la malinconia è forse una sensualità repressa.
4. L'elemento natura è onnipresente nei tuoi lavori, parlami di questo legame
La natura fa parte dei miei lavori perchè ho voluto dar vita alla mia infanzia. Vissuta interamente
inmmersa nella natura più viva.
5. Nei tuoi lavori richiede più impegno lo scatto stesso o la postproduzione?
La preparazione dello scatto richiede più impegno da un punto di vista pratico. La post produzione investe più il lato emotivo.
6. Nelle tuo opere risalta l'estrema bellezza delle tue modelle, è determinante per il tuo
lavoro?
Nei miei lavori cerco di dare una storia al viso della persona ritratta. Cosa esso mi comunica. Se
nello scatto finale lei sempre vivere in quel preciso luogo ed appare nella sua più intima bellezza,
allora il mio lavoro ha un senso.
7. Fiori e tessuti sono elementi che ritornano spesso nei tuoi scatti, sono opera tua?
Quando collaboro con stilisti e fashion stylist, i tessuti ovviamente sono opera loro, ma vengono
scelti da me per essere inseriti nel progetto a cui voglio elaborare. Spesso cucio e creo
personalmente gli abiti che le modelle indossano. A volte sono abiti vintage ripresi e adattati.

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8. Il bianco e nero è praticamente assente nei tuoi lavori, lo vedi distante dalle tue
opere?
ll'inizio del mio percorso fotografico, scattavo solo in bianco nero. Dopo il Sudafrica, mi risultò
quasi impossibile non comunicare il mio modo di sentire senza usare il colore. Ora vorrei
realizzare un progetto personale artistico in bianco nero.
9. Un tuo bellissimo progetto chiamato "marie antoniette" mette vicino uno scatto che
richama fluidi e fiori quasi a sembrare una texture accanto a una figura femminile, è
nato per un motivo preciso?
Questo progetto che amo molto è nato per caso. Le foto scattate alla modella fanno parte di un
Fashion Editorial con stilisti di Torino. Alla fine del servizio scattai delle foto non convenzionali
abbinando gli abiti che preferivo.
Nei giorni successivi volli realizzare dell foto still life con delle rose che stavano appassendo. Viste
poi in post produzione mi piacque abbinarle insieme. Non sempre le cose si studiano a tavolino, ma
il caso e le coincidenze rendono ancora più entusiasmanti le cose. Per questo amo anche la
fotografia. Mi sa sorprendere.
10.Pensi di aver raggiunto il tuo più grande traguardo o di poter ancora migliorare?
Sono sempre e in costante movimento. I traguardi non sono punti di arrivo, ma nuove
partenze.

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MARTA BEVACQUA
Nasce a Roma nel 1989. Inizia ad interessarsi alla fotografia durante la scuola; una volta diplomata nel 2008 si dedica
pienamente a questa passione, finché non diviene una professione. Dopo una mostra collettiva a Londra nel 2009, entra
in contatto con lo staff di Arcangel Images e inizia a collaborare per le copertine di libri, cui si dedica tuttora anche
freelance (fino a realizzare lo scatto per uno dei libri del premio Nobel Alice Munro -2014-) e attraverso altre due
agenzie, tra cui Trevillion Images. E’ solo dopo qualche anno che Marta inizia ad interessarsi alla fotografia di moda.
Dopo una pubblicità per Romeo Gigli Eyewear (2011) ed uno short course di Fashion Photography alla Central Saint
Martins School di Londra, comincia a realizzare diversi editoriali di moda, pubblicati su numerose riviste e campagne
pubblicitarie, come l’ultima per Generator Hostel Paris (2014). Nello stesso anno, partecipa anche a iniziative lanciate
da PhotoVogue (Vogue Italia), dopo essere stata selezionata più volte sul sito (esempio: PhotoVogue e Swatch, e nel
2015 al progetto The Desire of Excellence in collaborazione con Martini). Intanto realizza diverse mostre, numerose
collettive, ed una personale all’exEliografica di Perugia, durante l’Umbria Jazz Festival (2012) e un’altra a Bruxelles
nel 2015. Vincitrice di diversi concorsi, italiani e stranieri, e ottenuti menzioni e classifiche in concorsi come Px3 e
International Photography Awards,. Da gennaio 2014 vive a Parigi.

1. Cos'hai studiato nella vita?
Mi sono diplomata al liceo scientifico, durante il quale avevo iniziato a scattare quasi per
gioco. Finito il Liceo, mi sono ritrovata a pensare a cosa fare, e mi sono buttata a capofitto
nella fotografia. Non ho fatto nessun corso all'inizio, ma solo dopo 2-3 anni. Due corsi serali
a Roma, giusto per colmare qualche lacuna tecnica che da autodidatta avevo, e poi, quattro
anni dopo, uno short course di fashion photography alla Central Saint Martins school di
Londra.

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2. Dove vivi attualmente e dove hai vissuto prima?
Vivo a Parigi da un anno e mezzo, e prima ero a Roma, dove sono anche nata e cresciuta.
3. Hai fatto altri lavori non legati alla fotografia?
Moltissimi. Dalla cameriera, alla centralinista, alla commessa e anche la "contadina" a
vendemmie, raccolte di olive e tanto altro.
4. Sei una persona sicura di te o hai bisogno di lavorare sulla tua autostima?
Non ci ho mai pensato, ma credo di essere piuttosto sicura. So cosa fare e mi sono sempre creata da
sola il percorso da seguire.
5. Definisciti con una parola
Sognatrice.
6. Critica te stessa per qualcosa
Alcune volte mi lascio scivolare addosso alcune cose a cui invece dovrei dedicare più importanza e
attenzione. Alcune volte sono egoista.

7. Che cos'è per te la fotografia?
Prima avrei detto una passione, poi un lavoro. Ora è una droga. Sento sempre la necessità e
l'urgenza di continuare a creare. Per me prima di tutto, gli altri vengono dopo.

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8. Come hai cominciato a scattare?
Ho iniziato a 16 anni, e giocavo a vari giochi di ruolo fantasy, di cui uno online. Cercando una foto
o un disegno per rappresentare il mio personaggio, ho passato giorni a navigare su siti come
DeviantArt o Flickr. Una volta trovato ciò che cercavo, senza nemmeno rendermene conto, ho
continuato a navigare per ore, ogni giorno, su quelli e altri siti, sfogliando foto su foto, solo perchè
mi piaceva guardarle. A quel punto ho solo pensato che avrei potuto provarci anche io. Ho iniziato
con una compattina che si spegneva da sola, essendo rotta. Pur cominciando così, la passione è nata
subito, non ho più smesso.
9. In che modo la tua vita quotidiana influenza il tuo lavoro e viceversa?Nelle tue
immagini appare una forte componente emotiva, come mai questa scelta?
Il mio lavoro è molto influenzato dalla mia vita quotidiana. Passo periodi su scelte cromatiche di un
certo tipo, per poi cambiare completamente direzione (per fare un esempio). Non è tanto la vita
quotidiana in sè, ma come mi sento in certi periodi. Sono una persona abbastanza emotiva, mi lascio
trascinare da pensieri, emozioni e cose che mi succedono o che succedono intorno a me. Da lì
cambia continuamente il mio approccio al mio lavoro. Però, quando ho lavori pagati, in cui mi si
richiede un certo servizio, cerco sempre di fare un lavoro ben fatto in linea con il desiderio del
cliente, mettendo da parte il mio gusto personale.
10. Come scegli le tematiche che affronti e cosa ti lega ad esse?
Domanda difficile, non ci ho mai pensato. Non credo di aver mai "scelto" le mie tematiche. Seguo
principalmente l'istinto. Ed è forse questo quello che mi lega a queste tematiche.
11. Come scegli i tuoi soggetti?
Dipende tantissimo dal tipo di shooting che devo fare. Per la moda, scelgo tra varie modelle che le
agenzie mi propongono, e scelgo la ragazza che secondo me rappresenta meglio il concept o che
comunque possa dare più valore allo shooting in sè. Per il fine art, alcune volte costruisco "storie"
su volti scovati tra i pack delle agenzie o semplicemente su internet.
Altre volte ancora, lavorando appunto con le agenzie, sono loro a propormi delle ragazze e a
chiedermi di scattare con loro; in quel caso, decido cosa fare in base al viso che sto per scattare.
Scatto anche con amiche o con modelle amatoriali, e tante volte è solo per una particolarità, un
certo tipo di bellezza, o qualcosa che, in quelle ragazze, mi ispira al punto di decidere di lavorare
con loro.
12. Ti è mai capitato di usare persone a te vicine come soggetti?
Si. Quando ho iniziato a scattare, la mia modella migliore era mia sorella. Poi ho continuato con le
amiche, e solo quando ho iniziato a lavorare davvero ho iniziato con modelle professioniste. In
alcuni casi, ho stretto un'amicizia solida con ragazze conosciute per le foto, ragazze che ora sono
prima di tutto mie amiche, e solo dopo dei possibili soggetti.
13. Che rapporto hai con la tua famiglia?
Ho vissuto con mia madre e le mie due sorelle, e siamo tutte e quattro molto molto legate. Siamo
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una piccola famiglia, tutta al femminile, ma siamo unite. Anche mio padre però mi ha sempre
supportato tanto in tutte le mie scelte.

14.Pensi che i tuoi rapporti familiari abbiano condizionato la tua arte?
Non saprei, forse si. Sicuramente la cosa che più mi ha influenzato è stata la casa dove sono nata e
cresciuta, più che il rapporto con la mia famiglia. Una casa rossa nel bel mezzo della campagna,
dove ho coltivato la mia passione per la natura.
15. Pensi che le esperienze traumatiche nella vita di una persona possano condizionare
il modo di scattare?
Assolutamente si.
16. Qual'è la tua più grande paura?
Non avere più idee.
17. Leggi spesso i giornali o segui l'attualità?
Non quanto dovrei, purtroppo. Ma quando sento di alcune notizie, spesso e volentieri mi informo di
più e seguo tutto ciò che succede. Ma dovrei sicuramente farlo molto molto di più.
18. Che rapporto hai con la politica?
Effettivamente nessun tipo di rapporto. Non mi interessa, non la capisco, tante volte mi infastidisce,
mi fa paura oppure mi disgusta. La evito.

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19. Che rapporto hai con il cinema? Ne hai tratto ispirazione?
Tantissimo, e mi piace molto. Spesso mi ispiro ad atmosfere e a particolari colori o luci visti nei
film.
20. Quali fotografi ti hanno ispirata?
Paolo Roversi, Tim Walker, Ellen Von Unwerth, Annie Leibovitz, Zhang Jingna, e tantissimi altri.
21. A quale periodo storico ti senti legata?
Medioevo. L'atmosfera del Medioevo.
22.Il nome di uno scrittore e di un libro a tua scelta?
La Bussola d'oro di Philip Pullman
23. Digitale o analogico? pro e contro?
Non c'è da parlare molto di pro e contro secondo me. Siamo nel 2015, è l'era del digitale. Lavorare
con l'analogico è impossibile (per i costi, per i tempi, per la riproducibilità).
L'analogico ha ovviamente il suo fascino, e credo sia giusto avere anche un'esperienza sul campo
(io mi ero costruita , anni fa, una piccola camera oscura nel bagno di casa).
24. Postproduzione delle immagini, favorevole o contraria?
Assolutamente favorevole. Photoshop non è altro che la camera oscura digitale. Quando stampavo
in camera oscura, mi ero resa conto come il processo fosse simile, anzi, è quasi più facile stampare
a mano, piuttosto che lavorare al computer con una tavoletta grafica.
Chiaramente dipende dall'uso
che se ne fa. Io lavoro sui
contrasti, sui toni, la
saturazione, il colore; ma tutto
ciò che è nella foto, era presente
al momento dello scatto. Se si
utilizza la post produzione come
una vera e propria camera
oscura, si può capire quanto sia
assolutamente necessaria. La
foto digitale originale
corrisponde semplicemente al
negativo, quindi a un lavoro non
terminato.

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25. Preferisci scattare in solitudine con il soggetto o preferisci avere uno staff alle tue
spalle?
Dipende tantissimo dal tipo di shooting che sto facendo. Quando costruisco veri e propri set, è
importante avere un aiuto. Soprattutto quando mi dedico a lungo a un progetto è difficile, una volta
vederlo realizzato, capire se ci sono difetti o meno, se manca qualcosa, se funziona. Con altri occhi,
raggiungi livelli più alti.
Se però faccio ritratti semplici, preferisco essere da sola.
26. Qual'è il progetto a cui sei più legata?
Forse "through the glass" oppure "botanica". Entrambi mi hanno fatto capire che direzione prendere
da quando vivo a Parigi.
27. Qual'è la foto che ti rappresenta meglio e perchè?
28. Qual'è la foto che ha richiesto più impegno e perchè?
29. Qual'è la foto a cui sei più legata e perchè?
Riguardo questa, e le successive due domande, la foto sarebbe sempre una
Mi rappresenta appieno perchè io sono da sempre una grandissima lettrice. E quello è un
autoritratto, scattato nel 2010, in mezzo, appunto, a tantissimi libri, che ho letto quasi tutti. E' un
ritratto molto intimo, in qualche modo, in cui ho provato davvero a rappresentare me stessa, più che
al fare una bella foto. Inoltre, è una foto che ho scattato senza secondi fini, solo per me, e per questo
disperato bisogno di creare.
Ha richiesto tantissimo impegno perchè, come si può vedere, ho dovuto costruire il set interamente
di libri, e me ne sono serviti tantissimi. Ci ho impiegato 7 ore a montare e a rismontare, e ho fatto
tutto da sola, essendo per me molto importante.
Sono legata a quella foto perchè ha in qualche modo segnato una svolta nella mia vita privata ma
anche da fotografa. E' dopo quello scatto che posso dire di aver iniziato davvero a lavorare, e a
sentirmi sicura al cento per cento sulla mia scelta.
30. Cosa ti aiuta di più a promuovere la tua arte?
I social, sicuramente. Sono su molti siti di condivisione artistica e fotografica, e alcune volte è
difficile riuscire a gestirli tutti, e bene, ma trovo sia importante.
31. Che rapporto hai con gli strumenti tecnologici?
Pessimo, non ci capisco nulla. Anche sulla fotografia, alcune volte mi fanno domande tecniche su
un apparecchio o altro, e io rimango sempre imbarazzata, perchè spesso non ho idea di cosa stiano
parlando. Non mi interessa molto della tecnica nè dell'attrezzatura, mi interessa quello che c'è tra
me e quel fantomatico apparecchio tecnologico ^^'

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32. L' utilizzo di una tua immagine senza consenso sul web lo vedi come ingiustizia o
buona pubblicità?
Se viene scritto il mio nome, è una buona pubblicità.

33.Qual'è il tuo concetto di arte?
La bellezza, di quel genere che non deve scusarsi con nessuno e che può rappresentare qualsiasi
cosa. La bellezza nel senso del "dare emozione", non necessariamente una buona emozione, ma,
anche se negativa, che ti muove comunque qualcosa dentro.
34. Qual'è il tuo concetto di artista?
L'artista, secondo me, è quello che crea per se stesso, per un bisogno di creare, di esprimersi, di
sfogarsi, qualunque cosa, ma che lo fa per se stesso. Non per la fama, non per il denaro, non per
secondi fini, non per autostima. Che potrebbe creare anche sapendo che nessuno guarderà mai la
sua opera.
35. Quale periodo storico nell'arte apprezzi di più e quali artisti?
Domanda difficilissima! Mi piacciono tantissime cose di troppi periodi storici diversi!
Se devo per forza rispondere, direi il Rinascimento, con Michelangelo.

36. Quale potrebbe essere la destinazione ottimale per questo tuo lavoro? E perché?
Già Parigi è un'ottima destinazione. Il mercato della moda è forte, e anche quello dell'arte. Si dà
sempre spazio ai giovani e agli emergenti. Però vorrei provare anche negli Stati Uniti. In Europa
forse siamo troppi,
37. Cosa pensi della fotografia italiana contemporanea?
Purtroppo ora come ora la fotografia è talmente accessibile che ci si ritrova circondati da
"fotografi". I fotografi amatoriali, o chi lo fa per hobby o per passione, vengono continuamente
scambiati per dei professionisti, e questo non può che intaccare la "carriera" di altri che lo fanno
davvero per lavoro.
Se però guardo i grandi fotografi contemporanei italiani, ammetto che ci sono i migliori sul campo.
38. E' ancora possibile fare carriera in questo ambiente?
Mi ricollego alla risposta precedente. Si, è possibile, ma devi combattere con molti più ostacoli e
complicazioni. Farsi conoscere è difficile, e siamo talmente tanti che arrivare fino al proprio
obiettivo alcune volte sembra impossibile. Io però vedo come cresco di anno in anno, e sono
disposta ad impegnarmi sempre di più. Penso di si, o almeno spero, che si possa ancora fare carriera
(altrimenti mi chiedo che cosa sto facendo ahahaha)

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39. Quali fotografi meriterebbero più attenzione?
Ce ne sono tantissimi. Con l'ondata dei social, è più facile dare attenzione a chi acchiappa più like
su facebook o cose simili. Peccato che non è questo che rende "fotografi".

40. Quali aspirazioni hai per il futuro?
Mi piacerebbe riuscire a lavorare di più nella moda e dedicarmi con più dedizione a progetti che per
ora sono ancora un'idea. Mi piacerebbe spostarmi negli Stati Uniti per un po' e capire come potrei
lavorare lì. E anche viaggiare, fotografando.

1. Acqua, elemento dominante dei tuoi ultimi scatti, cosa rappresenta per te?
Ho sempre amato l'acqua, e fotograficamente parlando riesce sempre a rendere al suo massimo. La
cosa più incredibile è che si possono fare un milione di cose differenti con l'acqua, ed è impossibile
che non venga bene. E' sempre e soltanto un valore aggiunto a un ritratto o altri scatti fatti in
acqua.Cambia in continuazione rispetto alla luce, al luogo, o a come la fotografi. E' versatile e
sempre bella.
2. Ti senti più rappresentato dall'ambiente della moda o da quello della fine art?
Ora come ora fine art. Ho lavorato sui miei progetti artistici da quando ho iniziato, e solo negli
ultimi 3-4 anni mi sono concentrata davvero sulla moda. Mi piace molto la moda, ma anche con
essa provo sempre a dare un po' di fine art negli scatti.

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3. Un tuo progetto che ho amato è "Through the glass" come l'hai ideato?
In realtà l'idea è venuta un po' per caso. Ero a casa e fissavo incantata la finestra con i suoi riflessi e
l'idea di utilizzare i riflessi per le foto è arrivata subito (e non si può di certo dire che sia un'idea
originale). Da lì, come faccio sempre, ho iniziato a prendere appunti, e ho scritto parole, riflessioni,
qualsiasi cosa che mi ispirasse in quel momento pensando a una semplice finestra. Ci ho lavorato
molto, ho fatto una lunga lista, selezionando le idee più "potenti" e da lì ho iniziato la serie. I primi
scatti sono stati effettivamente effettuati sulla finestra di casa mia, per tanti altri ho solo usato un
vetro.
4. Vivi a parigi, cosasignifica per te questa città?
Possibilità, opportunità, movimento.
5. Mille piccole vite parallele i tuoi progetti che vivono un esistenza quasi surreale tra
pullman e librerie, parlami del tuo rapporto con l'ordinarietà.
Una cosa che mi piace fare con la fotografia è raccontare delle piccole storie. Storie che può
immaginare chiunque, come si vuole. E le storie migliori, e le più facili, sono proprio
nell'ordinarietà. Perchè alla fine c'è qualcosa di magico nell'andare in libreria e scegliere un libro
(un piccolo mondo personale che ti accompagna per un po') o viaggiare in autobus da soli (liberi di
pensare e guardare il mondo dal finestrino). Nelle cose ordinarie ci sono sempre piccoli momenti
personali, privati, e già solo per questo "magici"
6. Nelle tuo opere risalta l'estrema bellezza delle tue modelle, è determinante per il tuo
lavoro?
No. Tanti pensano che le ragazze con cui lavoro sono stupende, ma se le vedi dal vivo ti rendi conto
che, anzi, sarebbero potute essere le più bruttine della classe (ovviamente dipenda da ragazza a
ragazza). Tutte però risaltano attraverso l'obiettivo, con la luce giusta o il make up adatto, l'idea
azzeccata per loro o lo sguardo perfetto.
7. Considerazioni
libere su te stessa:
Sono un po' in
difficoltà, comunque
dirò quel che mi
viene da dire...
sono da sempre una
ragazza molto
riservata, e provo a
rappresentare mondi
nascosti, in cui
chiunque può
nascondersi.
provo a raccontare
storie immaginarie
44

con le foto.
8. in "sogno di una notte di mezza estate" hai realizzato degli scatti con persone nude
in una composizione più che incantevole, mi fa pensare un pò a vanessa beecroft, come
hai realizzato il tutto?
Era un lavoro per una compagnia teatrale in occasione di uno spettacolo molto particolare. Il mio
lavoro, così mi era stato detto, consisteva in "creare opere d'arte come e quando ti pare". Dovevo
realizzare qualche scatto con l'intera compagnia, e ho solo rappresentato ciò che "sogno di una notte
di mezza estate" mi ha fatto venire in mente. Ho pensato a come vedrei 12 persone nude in rapporto
a questo spettacolo di Shakespeare, e da lì l'idea. Non nego che è stato difficile realizzare gli scatti,
erano tanti, e nessuno abituato a stare di fronte all'obiettivo, ma sono super soddisfatta del risultato.
9. Hai realizzato veramente pochi lavori in studio, pensi sia limitativo per la tua arte da
preferire sempre luoghi esterni?
No. Scatto in pieno inverno, come in piena estate. Semplicemente prendo vari provvedimenti di
volta in volta per non uccidere le modelle :)
10. Hai realizzato foto bellissime anche a dettagli o paesaggi, ti senti rappresentata
anche da queste foto anche se prive di figure umane?
Molto meno. Lo facevo anni fa, quando sperimentavo su tutto. Mi piacciono molto e sono legata a
quegli scatti ma non credo che ora come ora mi rappresentino più di tanto.

45

ELENA ZANOTTI
CUNENE
Nata nel 1983 e laureata in psicologia, i suoi lavori
presentano un unione di fotografia, pittura e
fotomanipolazione digitale.
Nel 2013 partecipa alla collettiva “Il CuNeo Gotico” al
MIAAO di Torino, espone inoltre alla Flower Pepper
Gallery a Pasadena (California) e alla Pink Zeppelin
Gallery di Berlino.

1.Cos'hai studiato nella vita?
Dopo il liceo linguistico ho studiato
psicologia, un insieme di scelte
sbagliate ma necessarie, il liceo
artistico nella provincia era privato
2.dove vivi attualmente e dove hai
vissuto prima?
Vivo a Mede in provincia di Pavia, ho sempre
vissuto qui.
3.Hai fatto altri lavori non legati
alla fotografia?
Faccio attualmente un lavoro non legato alla
fotografia, sono educatrice scolastica e
domiciliare, assisto bambini disabili e con situazioni famigliari problematiche.
4.Sei una persona sicura di te o hai bisogno di lavorare sulla tua autostima?
Non sono affatto una persona sicura di sè e per prendere una decisione passano mesi, a volte evito
addirittura di farlo. Spesso non sono soddisfatta da ciò che creo, questo mi spinge a provare a
migliorarmi ma dovrei avere più fiducia nelle mie capacità.
5.Definisciti con una parola
Multitasking
6.Critica te stessa per qualcosa
Sono troppo critica con me stessa, non saprei da dove cominciare
7.Che cos'è per te la fotografia?
Espressione, soddisfazione all'impulso di creare qualcosa.
8.Come hai cominciato a scattare?
Per caso, creavo cappelli e gioielli, che creo ancora, e avevo bisogno di un'amica che li
indossasse per poterli mostrare a un pubblico online. Le prime foto le ho scattate con una
compatta, sono piaciute a più persone di quante immaginassi.
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9.In che modo la tua vita quotidiana
influenza il tuo lavoro e viceversa?
Nelle tue immagini appare una forte
componente emotiva, come mai questa
scelta?
Trovo impossibile per me scindere vita e
emozioni dalle immagini, si compenetrano.
10.Come scegli le tematiche che
affronti e cosa ti lega ad esse?
Sono schematica, trovo un concetto e per
svilupparlo associo parole e idee, faccio ricerca,
colleziono online immagini e dipinti che mi
possano ispirare. A volte non c'è un tema
prefissato, nasce tutto in post produzione.
11.Come scegli i tuoi soggetti?
Spesso sono loro a scegliere me, mi stupiscono
sempre, ogni persona che ha posato per me mi
ha mostrato un aspetto bellissimo si sè.
12.Ti è mai capitato di usare persone a
te vicine come soggetti?
Certo, è normale, specialmente all'inizio.
13.Che rapporto hai con la tua
famiglia?
Mi supportano ed è ciò che importa.
14.Pensi che i tuoi rapporti familiari abbiano condizionato la tua arte?
Credo di sì, come condizionano la mia vita.
15.Pensi che le esperienze traumatiche nella vita di una persona possano
condizionare il modo di scattare?
Penso di sì, se fosse stato tutto perfetto e sereno nella mia vita forse non avrei sentito il bisogno di
creare.
16.Qual è la tua più grande paura?
Ne ho troppe, ma dico alla gente solo quelle più stupide: i ragni, i robot e i dinosauri.
17.Leggi spesso i giornali o segui l'attualità?
Sì anche se ultimamente spesso mi manca il tempo.
18.Che rapporto hai con la politica?
Non concepisco la tifoseria e l'ingoranza.
19.Che rapporto hai con il cinema? Ne hai tratto ispirazione?
Sempre, guardo molti film, di diversi generi, tra i miei preferiti ci sono The fall di Tarsem Singh,
una favola cruda, e Blade Runner.
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20.Quali fotografi ti hanno ispirata?
Mi ispirano di più i pittori ma se proprio devo sceglierne alcuni nomino Recuenco, Erwin Olaf,
Tim Walker.
21.A quale periodo storico ti senti legata?
A tutti e a nessuno, credo che il nosto periodo storico sia il migliore in cui vivere, anche se
vestirei volentieri come dama ottocentesca.
22.Il nome di uno scrittore e di
un libro a tua scelta?
Stefano Benni " Il bar sotto il mare",
anche per quanto riguarda i libri ho gusti
svariati,potrei anche nominare Isaac
Asimov.
23.Digitale o analogico? pro e
contro?
Digitale, anche se l'analogico ha un'anima
tutta sua.
24.Postproduzione delle
immagini, favorevole o
contraria?
Ovviamente favorevole, non farei quello
che faccio altrimenti.
25.Preferisci scattare in
solitudine con il soggetto o
preferisci avere uno staff alle
tue spalle?
In solitudine, ma solo perchè mi è
difficile spiegare agli altri le mie idee.
26.Qual è il progetto a cui sei
più legata?
Forse Lamiae, è stato il primo progetto
completo da me ideato.
27.Qual è la foto che ti rappresenta meglio e perchè?
E' sui miei biglietti da visita, è una delle prime in cui il colore esce prepotente
28.Qual è la foto che ha richiesto più impegno e perchè?
Ho impiegato settimane per arrivare a questo risultato, c'è molta arte digitale. Poi è stato stampato
su tela e ho aggiunto dei particolari in acrilico. Ora è col suo proprietaro in California.
29.Qual è la foto a cui sei più legata e perchè?
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Non posso sceglierne una, metto me stessa in ognuna.
30.Cosa ti aiuta di più a promuovere la tua arte?
I social network sono un mezzo potentissimo, ma anche il passaparola e le mostre.
31.che rapporto hai con gli strumenti tecnologici?
Sono autodidatta, è divertente perchè scopro sempre qualcosa di nuovo.
32.L' utilizzo di una tua immagine senza consenso sul web lo vedi come ingiustizia o
buona pubblicità?
Metto sempre la firma, se un'immagine venisse modificata e usata per fini commerciali allora mi
urterebbe. Se viene condivisa ben venga.
33.Qual è il tuo concetto di arte?
Compulsione a creare.
34.Qual è il tuo concetto di artista?
Chi riesce a incanalare nel migliore dei modi la sua
pulsione, trasformandola in qualcosa di bello.
35.Quale periodo storico nell'arte apprezzi di
più e quali artisti?
Fine '800, amo gli impressionisti e i simbolisti.
36.Quale potrebbe essere la destinazione
ottimale per questo tuo lavoro? E perché?
Mi piace considerare i miei lavori come quadri, non a
caso partecipo a mostre collettive in cui la maggior parte
di artisti sono pittori.
37.Cosa pensi della fotografia italiana
contemporanea?
Non conosco molto l'ambiente.
38.è ancora possibile fare carriera in questo ambiente?
Probabile.
39.Quali fotografi meriterebbero più attenzione?
Non so dire un nome in particolare, chi è meritevole di attenzione finisce per essere apprezzato.
40.Quali aspirazioni hai per il futuro?
Prendo le cose come vengono, se si aprirà una strada in questa direzione la prenderò senza
remore.

1.Digital art, raccontami questo termine
Arricchire una foto copia precisa della realtà con qualcosa di magico.

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