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ESSERE DONNA
“La grande differenza della donna fotografa è che sa guardarsi dentro prima di iniziare a
guardarsi fuori”.
Giuliana Traverso

E’ fuorviante generalizzare dentro un mondo, quello della fotografia, che in realtà è una
costellazione di forti individualità, tuttavia mi sono fatto un’idea, guardando da sempre con
vivissimo interesse la produzione di alcune grandi autrici. A voler essere molto sintetici,
l’impressione che mi trasmettono rivela spesso una capacità di approfondimento superiore
rispetto a molti loro colleghi uomini.
Meno preoccupate dagli aspetti tecnici, meno narcisiste nel fare foto destinate a stupire, hanno in
genere una maggiore capacità di “empatia fotografica”, intesa come istintiva inclinazione ad
occuparsi intimamente ed emotivamente degli altri, dei loro soggetti.
Nel lavoro The Julie project – per esempio – la fotografa americana Darcy Padilla documenta le
drammatiche vicende umane di Julie dal 1993 al 2010, e solo alla morte della ragazza ritiene
concluso il lavoro. La storia e la vita della povera Julie s’intersecano indissolubilmente con la
storia la vita della fotografa. La parola che meglio racconta l’approccio fotografico di una donna
è compassione, nel suo senso più alto.
Empatia e compassione si celano spesso (come nel caso appena citato) dietro la facciata di foto
dure o durissime, perché talvolta lo sguardo femminile sulla realtà e sulla società è duro, come
dura può essere la vita. Duro non significa cinico. Duro, in questo caso, significa vero, onesto,
magari anche politicamente scorretto. Ma sempre etico.
Quanto coinvolgimento nelle foto di Diane Arbus, Donna Ferrato, Mary Ellen Mark, Graciela
Iturbide, Francesca Woodman, Nan Goldin, Carla Cerati, Flor Garduno (solo per citare qualche
nome, di varie nazionalità e di varie epoche).
Alcune, schiacciate forse dal peso caricato su di sé nel costante confronto con i lati oscuri
dell’esistenza (propria o altrui), di cui è impossibile stabilire se la pratica fotografica è causa o
sintomo, hanno chiuso anzitempo il loro cammino con un gesto estremo (Arbus e Woodman).
In altre continua, ossessivo, l’eco interiore delle urla di dolore registrate nelle fotografie fatte anche
molti anni prima, con una grande difficoltà a prenderne le distanze per rivedere nuove luci, come
ammette una grande donna prima ancora che grande fotografa, Letizia Battaglia. Ella tenta di
rimarginare le ferite ancora aperte rivisitando, oggi, il senso delle sue foto sociali in una Palermo
insanguinata (tra cui le intense e tragiche foto di mafia che l’hanno resa famosa), ricollocandole nel
tempo e nello spazio in dialogo con nuove recenti foto che parlano di bellezza, di femminilità, di
armonia. Una sorta di necessaria terapia visiva.
Guardare il mondo, la vita, i fatti e le persone con occhi di donna significa fotografare con l’urgenza
di mettere in un rettangolo l’esito emotivo e la sintesi intima di tale visione. Così, più che per la
composizione o l’originalità, le immagini di molte fotografe s’impongono a noi per la densità.
Potessimo pesarle con un’ipotetica bilancia, risulterebbero dotate di un enorme peso specifico.
Per il resto, ognuna elabora uno stile proprio, aree d’interessi specifici, linguaggi diversi, né più né
meno di ciò che fa ogni fotografo, senza distinzioni possibili legate all’identità.
Molte fotografe sembrano avere una tendenza naturale a creare immagini pulsanti, calde
grondanti. Foto che hanno quasi una febbre, un’ansia interna.
Se dunque la fotografia è, e dovrebbe sempre essere, anzitutto una grande passione, forse al
femminile può avere davvero una marcia in più.

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