File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Ricerca PDF Assistenza Contattaci



PROF. CINQUEGRANA BREVI PENSIERI CHE FANNO PENSARE .pdf



Nome del file originale: PROF. CINQUEGRANA BREVI PENSIERI CHE FANNO PENSARE.pdf
Autore: umberto cinquegrana

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Office Word 2007, ed è stato inviato su file-pdf.it il 21/02/2017 alle 10:34, dall'indirizzo IP 87.11.x.x. La pagina di download del file è stata vista 2762 volte.
Dimensione del file: 1 KB (131 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


1

UMBERTO CINQUEGRANA

BREVI PENSIERI
CHE FANNO PENSARE
SOMMARIO
PARTE PRIMA
PENSIERI – RIFLESSIONI - MEDITAZIONI

A chi bussa sarà aperto……………………………………..........
Tutti saranno ammaestrati da Dio…………………………....
Oltre lo spazio e il tempo, oltre la morte…………………..
L’amore e l’odio……………………………………………...............
Perdonare è conveniente…………………………………..
I sogni non sono pura fantasia……………………………..
Tutto e tutti siamo un sogno di Dio………………………...
La vita dei sogni, la vita da svegli………………………….
La scelta onesta……………………………………………..
La perfetta letizia…………………………………………...
Tutto è vita………………………………………………….
L’uomo è cieco…………………………………………….
L’uomo è sordo……………………………………………
Lo spirito vede e sente……………………………………
Il superbo………………………………………………….
L’umile…………………………………………………….
L’infelicità………………………………………………….
Il rimedio all’infelicità….……………………………….
Il tempo è eterno……………………………………………
L’invidioso………………………………………………..
Il non invidioso……………………………………………
Un puro di cuore: Francesco d’Assisi………………
Chi crede in me, ha la vita eterna………………………
Omaggio a Immanuel Kant…………………………………
Uno strano pensiero fugace……………………………….

4
5
6
8
10
11
13
15
18
20
22
23
26
29
31
33
34
35
37
39
40
41
43
45
46

2

La fantasia nella fantasia di una bimba…………………
Una stranezza della logica…………………………………
L’inferno esiste, l’inferno non esiste……………………
Giuda Iscariota, diavolo o santo?………………………….
Gloria e miseria del corpo fisico…………………………..
Dalle stelle alle stelle……………………………………...
La violenza della morte ……….………………………….
L’ateismo, negazione delle negazioni di Dio………
Un buco nero nel cuore di Dio…………………………….
La morte, un camuffamento della vita……………………
Oltre il tutto è Dio: i limiti del panteismo………………….
Andavano, un dì, Giuseppe Maria e il Bambinello………
La gratitudine e l’ingratitudine……………………………
La vita è maestra di vita…………………………………….
Tutti saranno ammaestrati da Dio......................
Brevi lampeggiamenti interiori…………………………….
Proverbi, motti, sentenze, aneddoti, curiosità………

48
49
51
55
58
60
63
65
67
70
73
76
78
80
81
82
87

PARTE SECONDA
PICCOLI FIORI RACCOLTI LUNGO LA VIA

Francesco d’Assisi, il poeta di Dio e delle sue creature
Il dolore……………………………………………………
Dal letto di morte…………………………………………
Messaggi dalla tomba…………………………………...
Cristo algebrico………………………………………....
Non più latino classico, non ancora italiano perfetto...
La morte incorruttibile…………………………………..
La morte ineluttabile……………………………………
Il tempo scandito…………………………………………..
Il tempo ha i suoi tempi……………………………………
Sigle cristiane, più note e meno note…………………...
Oltre, sempre oltre............................................
Pensieri in rime………………………………………….
Son parole di Cristo……………………………………….

98
99
103
105
107
108
113
114
115
117
119
122
123
125

3

PARTE PRIMA

PENSIERI – RIFLESSIONI - MEDITAZIONI

4

A chi bussa sarà aperto

Alcuni anni orsono, mi sono riproposto, con
determinazione, di abbattere la barriera che si frapponeva
fra me, che cercavo, e l’essere interiore, che a me ancora si
nascondeva. Sono stato tenace nel percuotere e nel
picchiettare, così come fa il pulcino, quando, giunto il
tempo opportuno, tenta di rompere il guscio dell’uovo nel
quale è racchiuso, colpendolo ripetutamente e
insistentemente con il suo beccuccio, ansioso di uscire e di
poter respirare. Anch’io mi sentivo soffocare nella non
visione chiara dell’essere interiore, che desse un senso
compiuto alla mia esistenza. La mia tenacia e la caparbietà
della ricerca furono premiate dal risultato: son diventato il
figliuol prodigo della parabola evangelica, ho camminato a
lungo e con fatica, ho raccontato in un lavoro scritto
l’esperienza vissuta. Credo di averlo sfondato il muro, e di
avere compreso il senso dell’esistenza umana, il significato
del cammino. Ritengo di avere intravisto la meta ultima, il
traguardo.

5

Tutti saranno ammaestrati da Dio

Gv. 6, 45: Tutti saranno ammaestrati da Dio. E’ la parola del
profeta, che Cristo ripete, fa sua, e ripropone al mondo.
Tutti siamo, di fatto, ammaestrati da Dio: la vita è una
lezione ininterrotta di Dio agli uomini, a ciascuno di noi. Noi
possiamo anche essere pessimi allievi, e imparare male,
fino ad essere bocciati, e a ripetere l’anno. Ma Dio, che è Il
Maestro, Egli non può fallire, e il traguardo finale ce lo fa
conseguire, in un modo o nell’altro, in ogni caso.
***
Ripetere, per avanzare: queste sono le reincarnazioni,
queste sono le varie vite vissute. Ma, siccome Il Grande
Maestro è sempre e soltanto Dio, alla fine saremo tutti
promossi: questo è il nostro destino, il fato per noi è
questo. La promozione finale coincide con l’ultima
incarnazione, e si conclude con l’ultima morte. Oltre, c’è
solo l’eternità; oltre, c’è il Paradiso di Dio.

6

Oltre lo spazio e il tempo
Oltre la morte

Lo spirito, emanato da Dio, si tuffa nel mondo infinito delle
energie materiali. Il percorrimento di questa
incommensurabilmente grande realtà materiale è un
cammino immenso, che si snoda lungo due coordinate
fondamentali del mondo della materia, lo spazio e il
tempo. L’avventura dello spirito individuale inizia con il
tuffo nell’universo materiale, perché prima di quello non si
può parlare né di cominciamento, né di fine, né di percorsi
intermedi, in quanto prima dell’immissione nel mondo
materiale non c’è, per lo spirito, né tempo né spazio, come
anche dopo che si è concluso il cammino.
***
Percorrere il mondo delle energie materiali significa
esperire: è una lunga, e fondamentalmente penosa,
esperienza, è un cammino di evoluzione.
***
Lo spirito individuale è come un seme, che, per poter
germogliare, deve prima esperire la morte, causata
dall’aggressione da parte degli elementi chimici e
biochimici della terra, nel quale è seminato. Come il
terreno uccide il seme – ma questo risorge sotto la forma di
germoglio, che poi muore come germoglio per diventare
pianticella, per giungere, tra continue morti e resurrezioni,
alla pianta adulta – così è, analogicamente, per lo spirito
individuale.
***

7

Costui, proiettato, o proiettatosi, nel mondo materiale,
esperimenta le energie materiali, vivendole tutte, a partire
dalle più semplici ed elementari, alle più complesse. Esso si
riveste di forme materiali, che organizza di volta in volta,
secondo un istinto interiore, che lo porta a costruirsi
tutt’attorno, di volta in volta, questa forma o quell’altra.
***
Tutto si svolge secondo un programma preordinato; le
varie forme individuali che esso assume sono l’espressione
fenomenica come di un DNA spirituale, che costituisce la
struttura essenziale di ogni singolo spirito. Il programma ha
il carattere di necessità: esso non può non realizzarsi. La
determinazione con la quale esso tende a svolgere il suo
programma è superiore a tutti gli ostacoli che incontra
lungo il cammino.
***
Niente e nessuno può fermarlo, neppure la morte: la morte
lo spirito l’attraversa, egli va oltre ad essa, il suo andare in
avanti è inarrestabile. La sua meta è il superamento dello
spazio e del tempo, il suo traguardo è l’eternità.

8

L’amore e l’odio

Il comandamento dell’evoluzione è ‘ama Dio con tutte le
tue forze’, dal quale deriva il corollario ‘ama il prossimo tuo
come te stesso’. L’amore è la verità, l’odio è la bugia,
Satana è il gran bugiardo. L’amore è la scorciatoia che
conduce alla casa del Padre per breviorem viam: l’odio è
una deviazione, è un by-pass, è la via più lunga. L’amore fa
procedere lo spirito individuale lungo sentieri di luce, e il
cammino di chi ama è illuminato dalla luce di Dio, perché
dove è amore, lì è Dio; l’odio è un sentiero tenebroso, è un
tunnel buio, è la via dell’inferno.
***
Di queste due forze, quella destinata a rimanere attiva e
operante anche dopo che lo spirito avrà bussato alla janua
caeli, cioè alla porta che introduce nella casa del Padre – la
quale è collocata al di là dello spazio e del tempo, e che si
trova in quel punto, dove finisce il cammino evolutivo dello
spirito lungo i sentieri del mondo delle energie materiali –
di queste due forze, solo l’amore resterà.
***
L’odio, quand’anche si esprimesse al massimo delle sue
potenzialità, fino a condurre lo spirito nel regno di satana,
nel budello infernale, è lì che sarebbe destinato a
stazionare per sempre, perché, in ogni caso, lo spirito che
ha odiato tanto fortemente da finire all’inferno, è lì che
lascia l’odio - e definitivamente! – per uscire dal tetro
luogo. Capace, ora, di amare solamente.
***

9

Noi abbiamo un solo diritto di odiare, ed è quello di odiare
l’odio, il male, la cattiveria, la disonestà. L’odio genera
sempre e soltanto l’odio, e l’odio è male, l’odio è
inevoluzione, l’odio è involuzione. La porta del cielo, quella
che introduce nella casa del Padre, si apre soltanto quando
l’input parte dall’amore: ma solo da quell’amore di cui è
capace il santo, cioè lo spirito individuale che è giunto al
termine del suo immane cammino evolutivo.
***
E’, questo, un amore immenso; è, questo, l’amore di Cristo:
‘chi non è capace di amare con l’amore di cui sono capace
io, non ha la vita eterna’. Perché, in questo caso, il suo
amore non ha quella intensità, che, sola, riesce a far
spalancare la janua caeli, la porta del cielo. E si resta, così,
fuori della porta, ancora immersi nello spazio e nel tempo,
ancora costretti a camminare lungo le dolorose viae crucis
della vita, così come questa la conosciamo, la viviamo, e la
soffriamo, con la nostra esperienza quotidiana.
***
E’ opportuno che impariamo ad amare senza riserve, con
l’intensità e con l’assolutezza dell’amore testimoniato da
Cristo, e da lui predicato. E’ cosa buona che impariamo a
non essere mai più capaci di odiare. E’ lodevole se
diventiamo noi stessi l’amore.

10

Perdonare è conveniente

Se rimettiamo i debiti ai nostri debitori, se perdoniamo ai
nostri fratelli, non siamo né stupidi, né deboli, ma siamo
semplicemente persone sagge, dotate del buon senso: di
quel buon senso che ci fa ragionare, e scegliere per quella
che è la cosa migliore da fare. Ora, ragionando appunto con
il buon senso, se è vero, come è vero, perché è parola di
Dio, che saremo giudicati secondo le regole che siamo noi a
stabilire, non è profondamente buono per noi che
consacriamo la regola del perdono a tutti i costi, e per
qualsiasi debito, di qualsiasi natura, contratto dai nostri
fratelli nei nostri riguardi, dal momento che sarà questa
stessa la regola che il Padre adotterà, in quel giorno, e dal
momento che sarà, allora, sicuramente enorme il cumulo
dei debiti a nostro carico?
***
Pensate un po’: se io vivessi 70 anni - fossi pure il più
giusto, peccherei 7 volte al giorno - avrei accumulato per il
giorno della mia morte la cifra rispettabilissima di più di
centoventiseimila peccati - 126.000! - ipotizzando di aver
cominciato a peccare all’età di 20 anni, e non prima. Ecco
perché devo perdonare molto e devo perdonare sempre,
nel tentativo di pareggiare i conti; ecco perché Cristo disse
‘non devi perdonare 7 volte, ma settanta volte sette’, cioè
sempre e comunque.

11

I sogni non sono pura fantasia

Se è vero, come è vero – ed è logico che sia così – che tutti i
pensieri di Dio sono necessariamente concreti – cioè, non
possono non essere concreti - perché non dovrebbero
essere concreti e reali anche i nostri sogni, dal momento
che nessuno dei nostri pensieri e nessuna nostra fantasia nemmeno quella che produce i sogni - possono essere
pensieri e fantasia indipendenti dai pensieri e dalla fantasia
di Dio?
Mi spiego meglio: i nostri sogni possono essere sognati da
noi senza che prima non li abbia già sognati Dio?
Certamente no! Noi non possiamo fare né immaginare
nessunissima cosa che non sia stata già pensata prima da
Dio: perché, nel caso contrario, si verificherebbe una
assurdità logica e ontologica, nel senso che noi saremmo
stati allora capaci di pensare dei pensieri al di fuori del
controllo di Dio, e che, in ogni caso, Dio, invece, non è stato
capace di pensare, nonostante tutta la sua
incommensurabile fantasia divina.
Ora, se i sogni che abbiamo sognato fino ad ora, e quelli
che faremo in seguito, sono, innanzitutto e primariamente,
sogni fatti da Dio, essi non possono non essere concreti,
reali, consistenti - costituiti, cioè, della consistenza di Dio,
come lo sono tutte le cose che da lui procedono. E, quindi,
il mondo dei sogni è reale e concreto, e non pura fantasia.

12

O meglio, è pure fantasia, ma non primariamente fantasia
degli uomini, ma fantasia di Dio, e, quindi, realtà reale.
***
Questo suggeriscono la logica e il buonsenso, se noi che
ragioniamo siamo individui che ammettono, senza
discutere e senza ombra alcuna di dubbio, l’esistenza di
Dio, e di un Dio assoluto, perfetto, infinito, come che non
può non essere l’ente che definiamo Dio. Noi siamo
pensieri di Dio, i nostri sogni sono sogni di Dio, risognati da
noi, visitati da noi, vissuti da noi per l’attimo, o il
brevissimo tempo, che possono durare i sogni. Noi siamo
parte del mondo dei sogni di Dio, i nostri sogni sono parte
del mondo dei sogni di Dio. Quando noi sogniamo, noi
sogniamo i sogni che popolano e affollano il mondo dei
sogni di Dio.

13

Tutto e tutti siamo un sogno di Dio

Tutta la realtà è un sogno di Dio, che parte ab aeterno e si
svolge in aeternum, che va, cioè, da una eternità all’altra.
Siamo, tutti noi, un sogno di Dio, e sogno di Dio sono i
nostri sogni; sono sogni di Dio gli eventi della storia
dell’uomo, e quelli della natura.
***
Ma, come dei sogni sognati da noi alcuni sono belli e altri
sono brutti, alcuni sono sogni che vorremmo risognare,
altri invece sono incubi che ci incutono paura e ci fanno
ringraziare l’alba, che, risvegliandoci, li mette in fuga, e li
disperde come nebbia al vento, così sono i sogni di Dio, nei
quali noi uomini viviamo da protagonisti, nella storia.
***
Alcuni di questi sogni sono veri e propri incubi: incubi sono
le guerre, le atrocità, le crudeltà, gli stermini, le
persecuzioni, i crocifissi, gli arsi sul rogo, le torture, la fame
nel mondo, i genocidi, i dolori del mondo. Incubi per
l’uomo, un lungo incubo sognato da Dio: perché tutto è
sogno di Dio, e prodotto della sua fantasia.
***
Ma Dio ha anche, e soprattutto, i suoi sogni belli e
meravigliosi. Sogno di Dio sono i cieli tutti, le stelle del
firmamento, la luna piena in una notte serena, un
tramonto rosso, gli occhi di un bambino, il mare calmo e
l’oceano in tempesta; le foglie mosse dal vento, le
laboriose formiche, i pachidermi, i cuccioli, gli uccelli del
cielo, i fiori dei campi, l’armonia del creato.

14

***
Ma il sogno di Dio più bello è stato Cristo, quel Gesù che
parla dell’amore alla belva umana, il predicatore delle
beatitudini, la sintesi del cosmo tutto in un solo individuo.
Sono un sogno di Dio i cieli nuovi e le terre nuove dei
profeti, è un sogno reale di Dio la casa del Padre, che
attende tutti noi, i figliuoli prodighi di tutti i tempi e di
tutte le generazioni.
***
Anche tu, lettore, sei un sogno eterno di Dio. E, se talvolta
Dio ti sogna sofferente, e tu piangi, sappi che questo del
tuo dolore è solo un sogno fugace, che presto svanirà, per
lasciare il posto al sogno successivo, che è quello del
ritorno alla casa del Padre. Sogna questo secondo sogno: te
ne verrà la pace, e vivrai in perfetta letizia.

15

La vita dei sogni, la vita da svegli

La differenza della vita vissuta nei sogni e la vita vissuta
nello stato di veglia, di quando non dormiamo, è
fondamentalmente questa: i sogni non hanno continuità,
gli eventi onirici sono, almeno apparentemente, scollegati
tra di loro, e sembrano, ciascuno, come chiuso e concluso
in se stesso; mentre la vita fuori del sonno è vissuta come
un tutto continuo, che si svolge in ambienti precisi e
definiti, con altri individui, che non hanno l’evanescenza e
la provvisorietà delle persone-ombre che incontriamo nei
sogni. Il sonno e i sogni interrompono solo
provvisoriamente la continuità della coscienza dell’io dello
stato di veglia, una continuità che si ricompone ogni volta
che ci svegliamo.
Ma, in compenso, la vita dei sogni non è così carica
d’affanni, di fatica, e di fondamentale sofferenza, come lo è
la vita degli stati di veglia; anzi, essa si svolge mentre il
corpo riposa, e cade, di norma, continuamente nell’oblio,
sicché sembra che non interferisca con la nostra vita dello
stato di veglia. Almeno apparentemente. Ogni vicenda o
avventura onirica dura pochissimo, e pare che non lasci
traccia alcuna nell’individuo che l’ha vissuta, gioita o
sofferta. Durante lo stato di veglia, l’io psichico è come
legato all’unico ambiente, costituito dal cosmo fisico nel
quale siamo immersi, che si impone alla nostra coscienza,
giungendo ad essa e bombardandola di continuo attraverso
gli stimoli nervosi trasportati alla corteccia cerebrale dalle

16

innnumeri vie nervose della sensibilità periferica, sia
somatica che viscerale.
Quando giunge il sonno, tutte le sensazioni raccolte e
trasportate dal sensorio vengono bloccate, irretite nel
sistema nervoso reticolare, che ha sede nel tronco
cerebrale, sicché non possono raggiungere la corteccia
cerebrale, nella quale soltanto avviene l’insorgenza della
coscienza, quando è opportunamente stimolata. L’io
psichico, allora, non incatenato al mondo fisico, circostante
il nostro corpo - perché non stimolato dalle sensazioni
periferiche, bloccate nel tronco cerebrale - è libero di
viaggiare come vuole, e come a caso, nello sterminato
mondo dei sogni. Esso viene ricollegato al nostro mondo
fisico, quello di tutti i giorni, quando il sistema reticolare
allenta la sua funzione di blocco, allarga le sue maglie, e fa
passare liberamente le stimolazioni e le sensazioni raccolte
dal sensorio nel contatto fisiologico del nostro corpo con il
mondo nel quale siamo immersi.
Il mondo fisico nel quale viviamo lo stato di veglia ha una
sua unicità e una sua precisa omologazione, anche se le
situazioni che in esso possiamo vivere, dire che sono
tantissime è dire poco. Ma c’è la continuità, c’è la costanza
di questo ambiente, che alla fine, si presenta come sempre
lo stesso, anche nella straordinaria varietà delle singole
situazioni vissute. Non così si presenta il mondo dei sogni.
O meglio, dovremo qui parlare di mondi dei sogni, che si
succedono l’uno all’altro, cancellandosi, sovrapponendosi,
sostituendosi con velocità variabilissime e sorprendenti, in
modo tale che par che nessuno d’essi sia mai esistito

17

veramente. In altre parole, potremmo dire che il mondo
fisico dei nostri stati di veglia è un sogno unico, continuo,
costante, pur nella straordinarietà delle situazioni che
presenta, mentre nel caso degli stati di sogno non si può
parlare di un mondo unico, ma si deve parlare di un mondo
di mondi, tutti fugaci, fuggevoli, evanescenti, quasi mai
vissuti veramente e realmente.

18

La scelta onesta

Quando hai davanti a te la scena dell’onestà e
dell’altruismo da una parte, e la scena della disonestà e
dell’egoismo dall’altra, non esitare, ma entra
immediatamente nella prima scena.
Se puoi essere gentile o scorretto, sii gentile; dài la
precedenza, quando ne hai l’occasione, e non immetterti
sul sentiero della prepotenza. Hai la possibilità di rubare?
Non farlo, anche se quel furto ti sembra che possa
cambiare in meglio la tua esistenza.
Quel povero, il negro, l’extracomunitario, l’emarginato,
stanno sul marciapiede sul quale stai andando anche tu?
Non passare frettolosamente sull’altro marciapiede, ma, se
ne hai la possibilità, dà loro anche qualcosa, ed un sorriso
affettuoso e discreto.
Se ti si chiede aiuto, non rifiutarti, ma aiuta sempre e
chiunque, nei limiti delle tue reali possibilità: non
immetterti nella scena di chi rifiuta, o finge di non vedere.
Dài un consiglio sempre onesto e senza riserve a chi te lo
chiede, senza domandarti se da ciò a te ne verrà qualche
tornaconto: non sappia la tua destra quello che fa la
sinistra.

19

Se non avrai dato il consiglio onesto nel momento
opportuno, ti sarai reso responsabile di tutte le
conseguenze negative che l’altro dovrà subire in seguito a
quel mancato consiglio onesto da parte tua.
Compi il tuo dovere con amore e con precisione, anche
quando nessuno ti vede: non metterti nella scena di colui
che fa il suo dovere solo quando è sotto i riflettori, e solo
quando è gratificato dagli altri.
***
Perché devo scegliere di vivere all’interno delle situazioni
oneste e altruiste, ed evitare le azioni disoneste e ispirate
all’egoismo? Semplicemente perché mi conviene, in quanto
è questa la via che conduce al conseguimento, in me, del
regno dei cieli.
E’, questo, obbedire al comando di Gesù: ‘Voi perseguite il
regno dei cieli, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù’:
cioè, seguite per – ossia, sempre e tenacemente - i sentieri,
le vie, le azioni, le scene, le situazioni, che vi conducono
verso e dentro la dimensione del regno dei cieli.
E non datevi pensiero più di tanto per tutte le altre cose,
perché tutte le altre cose verranno date a voi
automaticamente, anche se, forse - ma sempre
apparentemente - non nei tempi e nei modi che voi, in un
primo momento, avreste desiderato. E’ parola di Dio,
pronunciata per bocca del suo profeta, e figlio prediletto.

20

E’ scientificamente vero che la scelta dell’onestà e
dell’altruismo è la scelta giusta, la più opportuna, la
migliore, e sempre la più vantaggiosa.

La perfetta letizia

La perfetta letizia è il risultato di una visione delle cose non
come poste a caso, ma come tutte rispondenti ad una
ferrea logica divina, mirante allo sviluppo e alla
realizzazione del programma dell’evoluzione dello spirito, il
quale, inabitando nell’uomo, va errando per le vie
dell’infinito cosmo fisico. Anche, e soprattutto, gli eventi
dolorosi - quelli che fanno versare lacrime amare - anche
quelli sono segnapassi divini, che hanno lo scopo di
scuotere il viandante stanco, e di fargli riprendere la
marcia secondo il ritmo giusto.
E’ quello che Francesco d’Assisi cercò di far capire a frate
Leone, allorché ebbe a dirgli che ‘allora è perfetta letizia,
quando le cose vanno precisamente all’incontrario di come
l’uomo se l’aspetta; allora è perfetta letizia, quando io,
Francesco, il fondatore dell’ordine francescano, vengo
bastonato e malmenato proprio da un frate del mio ordine,
e vengo buttato fuori, nella neve, a trascorrere la notte
all’addiaccio’.

21

Quando i pensieri dell’uomo, e i suoi desideri, le sue
aspettative, non coincidono con i pensieri di Dio - con
quello, cioè, che Dio ha deciso che avvenga - anche se
questo è fonte di dolore e di sofferenza per l’uomo, questa
stessa cosa deve essere all’origine di una perfetta letizia
dello spirito.
***
Ed è giusto e logico che sia così, perché, anche se quegli
accadimenti dolorosi hanno il sapore amaro delle lacrime,
essi rispondono alla logica del pensiero del grande
architetto, il quale solo può sapere quali sono gli eventi
giusti per noi, e quali gli inopportuni, perché solo lui
conosce perfettamente quale deve essere il posto che noi,
in qualità di tessere del mosaico universale, dobbiamo
occupare, perché possiamo far parte della grande armonia,
dalla quale soltanto viene la grande pace, e profonda, dello
spirito.

22

Tutto è vita

Tutto è vita, e tutto è lezione di vita. E’ vita l’azione, ma lo
è anche il riposo; lo scalpello, che colpisce il marmo e lo
scolpisce, trasformandolo in un’opera d’arte, è vita quanto
lo è la rozza zappa del contadino che rivolta la terra, o che
appoggia il letame accanto alle radici, nutrimento alle
piante. E’ vita il sole di un tramonto rosso, che commuove
l’animo del poeta e dona pace, ma è vita anche il sole del
deserto, inesorabile e crudele verso il beduino assetato.
E’ vita il santo, che intorno distribuisce luce e calore, amore
e carità, ma è vita anche il crudele persecutore, che la vita
la toglie: tutto quello che è esistente è vita, anche se, tante
volte, porta la maschera della morte. E’ vita la roccia tanto
quanto lo è il pensiero dell’uomo. Le lettere dell’alfabeto
della vita sono tutte sempre vita, sia che si dispongano a
formare l’invocazione o Dio!, o che formino l’opposto di
essa, odio!.
La vita è vita sia quando è una danza gioiosa, o che sia un
canto funebre, carico di lacrime e di dolore: la vita è vita,
ma anche la morte è vita. E’ vita la delusione, così come lo
sono la gloria, la buona salute e la malattia, la gioia e il
dolore: anche il cancro è vita, mentre genera sofferenza e
lacrime. Sono vita gli uccelli del cielo, i pesci del mare, i
viventi tutti della terra, i cieli che narrano la gloria di Dio, le
stalattiti e le stalagmiti, ma anche tutte le cavità buie della

23

terra, abitate dai soli pipistrelli. E’ vita la ricchezza dei
ricchi, è vita la povertà dei poveri.

L’uomo è cieco

L’uomo è, fondamentalmente, cieco. Egli ha una vista
ridottissima anche sul piano fisico, tant’è vero che, senza
l’ausilio di strumenti scientifici, non è capace di vedere le
singole cellule che costituiscono il suo stesso organismo, e
tantomeno le molecole e gli atomi. La luce di una sola stella
- il nostro sole - è sufficiente per accecare talmente l’uomo,
da renderlo incapace di vedere le altre stelle durante il
giorno. Di sera, poi, diciamo di vedere le stelle del cielo,
ma, delle stelle esistenti nell’universo – l’astronomia ne ha
contate, fino ad ora, più di duecento miliardi di miliardi! –
l’occhio nudo riesce a vederne solo un tremila per ciascun
emisfero, se il cielo è sereno e la vista è buona.
Se guardiamo una montagna, ne vediamo e ammiriamo a
malapena la forma più o meno geometrica, ci colpisce il
colore dominante del suo mantello boschivo, e qualche
altro particolare macroscopico; ma nulla vediamo del
sottobosco, della miriade di animaletti che popolano la
montagna, che lottano quotidianamente per la
sopravvivenza, urlano, cantano, tacciono, corrono,
dormono, nascono, muoiono. Il massimo che sappiamo dire

24

è quant’è alto questo monte, quant’è bello e maestoso, o
altre cose del genere.
Altrettanto dicasi di quando davanti a noi si stende il mare:
ne vediamo solo la massa enorme d’acqua, e qualche
pesciolino che di tanto in tanto guizza sopra le onde, ma ci
sfugge l’immensa meraviglia degli abitanti delle acque
profonde. Per noi che guardiamo la superficie, il mare non
è il grande acquario che è, né è il regno palpitante del dio
Nettuno; e, se anche ci immergessimo nelle sue profondità,
non riusciremmo ad ammirare che soltanto un po’ di
briciole del tutto.
***
Noi siamo ciechi anche nei confronti del nostro stesso io:
noi non vediamo la nostra anima, noi non conosciamo il
nostro essere interiore. Poche volte vediamo i nostri sogni:
che poi non si capisce bene come possiamo vedere noi
stessi nei sogni, dal momento che stiamo dentro ai sogni
mentre sogniamo. I sogni sono tantissimi, ma vengono tutti
azzerati dall’oblio del risveglio, al mattino.
Noi non vediamo i sentimenti altrui, nel mentre che ci
affanna il tentativo di cogliere i nostri. E i pensieri, anche
solo i nostri, chi li può vedere? Essi corrono veloci, e sono
mutevoli; gli uni cancellano gli altri, sicchè, per
immortalarne qualcuno, dobbiamo ricorrere al diario delle
nostre memorie. Ma, pure questo fatto è relativo, perché
nella memoria scritta fissiamo un pensiero presente che
ripercorre un pensiero che già non è più.

25

Le onde elettromagnetiche noi non le vediamo, eppure in
esse siamo immersi, esse sono attorno a noi e trasportano
per il mondo tanti momenti della vita dell’uomo. Noi non
vediamo i raggi gamma, né vediamo i raggi x; non sono
visibili per noi i raggi infrarossi, né quelli ultravioletti, per
cui sono invisibili a noi e inesistenti per i nostri occhi gli
oggetti che riflettono queste onde. La parte visibile
dell’universo fisico è meno dell’uno per cento: più del 99%
del cosmo fisico nel quale siamo esistenti è invisibile per
noi.
***
Ma allora, quando diciamo ‘io vedo il mondo’, che cosa è
quel che noi diciamo di vedere? In realtà noi vediamo la
superficie delle cose, cioè la facies quae est super, e che,
nel fondo, nasconde l’essere vero, l’essere intimo, l’essere
interiore delle cose, quello che è la sub-stantia, cioè il
complesso di tutto ciò che stat sub, al disotto della
superficie, nell’anima delle cose. Quando gli altri vedono la
mia persona, quando io vedo la persona degli altri, io vedo,
e gli altri vedono, la persona secondo la sua etimologia
latina: noi vediamo, cioè, la maschera di noi stessi, mentre
ci sfugge quasi totalmente la profondità dell’essere che è
dietro la maschera-persona.

26

L’uomo è sordo

Non se la cava meglio il nostro udito. Quanti di noi sono
capaci di udire la favola meravigliosa che il creato ci
racconta con dolce prepotenza e senza sosta, come ci
ricorda il cantore di Dio: ‘coeli narrant gloriam Dei’, i cieli,
cioè, narrano la gloria di Dio? ‘Ho suonato il flauto sulla
piazza del mercato, ma nessuno ha voluto danzare’,
lamenta il salmista, deluso; probabilmente, nessuno ha
corrisposto all’invito, perché nessuno ha realmente udito il
suono del flauto. La voce del profeta che grida ‘raddrizzate
le vie, dirigetele verso il Signore’ è una vox clamantis in
deserto, è la voce di uno che grida nel deserto, è un appello
accorato rivolto a sordi.
Noi non riusciamo a sentire neppure la voce del nostro
essere interiore, del nostro spirito, che giace tra le pieghe
più profonde del nostro io, anche quando egli urla talvolta
il grido ‘Abbà, Padre’. E quante volte riusciamo ad udire la
voce della nostra coscienza, quella voce che sola –
unitamente alla voce del cielo stellato – commuoveva
profondamente l’animo sensibile di Immanuel Kant?
Il genio musicale è capace di ascoltare le armonie divine e
le traduce in note musicali, il poeta sente parlare la natura
e ne trasmette i messaggi in versi, l’artista coglie l’eternità
delle immagini in fuga; Michelangelo ha udito, in uno dei
massi marmorei di Carrara, il gemito de la Pietà mentre
chiedeva di essere portata alla luce del sole, il filosofo

27

raccoglie i brandelli di assoluto, che, staccatisi dalla verità
universale, vagano qua e là nelle profondità del pensiero, e
prova a rimetterli assieme.
***
Solo il mistico riesce a sentire la voce degli angeli che
parlano di Dio, e l’armonia dei cieli, di quegli stessi cieli nei
quali siamo immersi tutti noi, e che anche a noi parlano di
continuo. Le onde radio, quelle della tivù e le onde della
telefonia, lambiscono di continuo i nostri orecchi, cariche di
messaggi e di immagini di svariatissima natura, ma noi non
le udiamo e non le vediamo senza la mediazione delle
antenne e dei transduttori. Tutti gli atomi del cosmo fisico
vibrano, i loro elettroni corrono come impazziti attorno ai
nuclei, tutto è movimento, un grande immenso maestoso
movimento, e incessante: chi è in grado di ascoltare
l’armonia universale che ne deriva?
La terra ha il suo respiro di ogni sei ore, che si esprime
attraverso il ritmo alternato delle maree: è il suo, un
immenso respiro. Ma neppure i marinai che navigano in
alto mare riescono a sentirlo. Chi, poi, sarà mai in grado di
udire il respiro di Brahma, quello che gli scienziati
descrivono in termini di espansioni e contrazioni ritmiche
dell’universo, se non siamo capaci nemmeno di udire il
nostro stesso respiro, che ci accompagna per tutta la vita, e
di questa segna l’inizio e la fine?
***

28

Cellule nascono, cellule muoiono, cellule vivono nel nostro
organismo: esse sono miliardi. Ciascuna di esse ha un suo
proprio metabolismo, mirante alla propria conservazione;
molecole in esse vanno in tutte le direzioni, altre ristanno.
Una centrale, sita nel nucleo, regola senza sosta tutti i
movimenti. Le cellule si organizzano in organi, questi si
collegano tra loro in apparati; una circolazione ininterrotta
di unità cellulari e molecolari va su vie fluviali o lungo
percorsi bioelettrici: è tutto un viavai, un tran-tran
incessante. Batte il cuore, e mai s’interrompe; il fegato, la
fabbrica principale del metabolismo digerente, non chiude
mai i battenti, i reni filtrano di continuo il sangue, vigilando
senza sosta sulla sua purezza.
Ma, chi di noi sente, di tanta immensa vita, almeno l’eco?
Ogni organismo vivente è un cosmo, anche se micro,
confrontato con il cosmo fisico, e ogni cosmo ha la sua
voce. Ma, questa voce, chi di noi la sente? E quante grida che talvolta sono vere urla - lancia il nostro pensiero, senza
profferir parola: quale orecchio percepisce queste voci, pur
tanto reali e tanto sofferte nel loro essere silenziose,
perché mai pronunciate, ma solo pensate? Il sordo che non
sente per sordità è solo di poco più sordo dell’uomo che
dice di sentire.

29

Lo spirito vede e sente

L’uomo ha occhi per vedere, ma, sostanzialmente, non
vede; ha orecchi per udire, ma, fondamentalmente, non
sente: come si può uscire da tanta cecità e vincere tanta
sordità? L’uomo in quanto uomo, così come è strutturato,
per quanto affini al massimo delle possibilità umane i suoi
sensori visivi ed acustici, resterà ancor sempre un piccolo
grande cieco e un piccolo grande sordo, pur nella
complessità del suo essere una straordinaria macchina
psicofisica.
Egli è fatto così. E, per il principio universale espresso nella
formula omnis agens natura sui agit – cioè, ogni essere
agisce in conformità alla sua natura - per quanto si sforzerà,
non riuscirà a superare la sua cecità e la sua sordità più di
tanto. Questi i limiti dell’uomo in quanto humus. Ma, per
nostra buona sorte, l’uomo è anche, e soprattutto, tempio
dello spirito, è esso stesso uno spirito che vive da uomo:
egli è, sostanzialmente, una lunga emozione dello spirito.
Lo spirito, che è nell’uomo, è fatto di stoffa divina, i suoi
occhi sono la vista del Padre, i suoi orecchi sono l’udito di
Dio: capaci, gli uni, di vedere, gli altri di udire, laddove
l’uomo è cieco e sordo. Se questo spirito in noi sonnecchia,
se è relegato in un cantuccio, se non è il protagonista delle
azioni della storia e della vita dell’individuo che egli inabita,
allora è l’uomo che guarda attorno a sé con i suoi propri
occhi, allora è l’uomo che ascolta le voci d’intorno, e siamo

30

nelle tenebre della cecità e nel silenzio della sordità: i cieli
manifestano e raccontano la gloria di Dio, ma l’uomo non
vede, l’uomo non sente.
***
Se lo spirito, che è nell’uomo, si risveglia e vive l’uomo, non
è più l’uomo che guarda o che sente, ma è lo spirito che
osserva e ascolta: allora si aprono i cieli e si manifesta la
gloria di Dio. L’individuo che è più spirito che homo-humus,
viene rapito nell’estasi della contemplazione, e vede
ascolta e comprende i cieli che parlano di Dio, sente il
respiro del cosmo e quello delle singole cellule, avverte la
danza delle molecole e degli atomi; per lui le tenebre
diventano luce, il silenzio delle cose tutte si trasforma in
una immensa dolce sinfonia.
Quando lo spirito si ridesta, vede. Allora, tutto si anima di
una animazione divina, il sole diventa fratello sole, e la luna
è, ora, nostra sorella. Tutte le cose vengono viste nella loro
essenza più intima e più profonda, tutto diventa Dio,
perché tutto è Dio; la stessa materia è intuita e sentita
quale manifestazione dello spirito, anche se limitata al solo
aspetto della materialità.
Se è lo spirito a guardare, l’orizzonte delle cose tutte si
amplia a dismisura, e si allarga sempre di più, in un
crescendo inarrestabile, nell’inseguimento di un traguardo
ideale, praticamente irraggiungibile, ma che funge da
stimolo ininterrotto, e straordinariamente efficace, per lo
spirito che si è destato alla coscienza della coincidenza –

31

almeno virtuale e potenziale - del proprio orizzonte visivo e
uditivo con quello di Dio.

Il superbo

La superbia, vizio capitale che si contrappone all’umiltà, è
generata dal non riconoscimento della relatività del punto
di vista. Il superbo – sia esso un uomo, o una qualsiasi
individualità pensante collocata fuori del corpo – è
intollerante, nel senso che non accetta il punto di vista
delle cose avanzato dagli altri. Il superbo, cioè, identifica il
suo punto di vista e di osservazione delle cose e del mondo
con il punto di vista di Dio, e ritiene, la sua, una verità
assoluta, come fosse la verità di Dio.
Egli dimentica il monito dell’arcangelo Michele ‘quis ut
Deus?’, chi come Dio? Egli dimentica le sue radici – peraltro
anche filologiche – di homo=humus, cioè terra, polvere,
complesso di puri elementi chimici, anche se altamente
organizzati e strutturati. Ed è intollerante, è persecutore, è
Caino.
Quanta cecità nel suo punto di vista, dal momento che, dal
suo punto di vista, non riesce a vedere neppure che il suo
punto di osservazione è un punto di vista ben determinato,

32

collocato lì, e proprio lì, in quel piccolo spazio fisico,
geografico, sociale, psicologico, storico. Geometricamente,
il punto di vista del superbo potrebbe anche essere
raffigurato come un angolo acuto, sì, ma pur sempre di un
individuo ottuso, laddove il punto di vista dell’umile e del
saggio è un angolo di 360 gradi, di un individuo capace di
com-prendere i punti di vista di tutti quelli che vengono a
contatto con lui.
***
Il superbo cammina a testa alta, ma non vede il cielo, e, di
notte, non s’accorge delle stelle. Nella realtà concreta, il
suo punto di vista è un punto di cecità, perché tutto
guarda, ma nulla vede, se non il suo piccolo, meschino,
insignificante punto di vista. La sua è presunzione, è la
presunzione del ciuccio presuntuoso, di colui, cioè, che
presume di sapere e di essere, ma non sa di non sapere, e
non sa che il suo è l’essere di un pallone gonfiato, pieno
d’aria e di vuotezza.
Il superbo non arricchisce il suo essere, perché, essendo
chiuso in se stesso, ritenendosi egli il tutto, non si apre al
confronto: il suo punto di vista non vede – o, se vede, non
accetta – gli altri punti di vista, i punti di vista degli altri. Il
suo mondo è quello che egli riesce a vedere dal suo punto
di vista e di osservazione, e non sente la necessità di
guardare al mondo e alle cose dal punto di osservazione
degli altri; e, quindi, non si arricchisce della conoscenza di
quella realtà che gli altri vedono dalla loro posizione
individuale, particolare e insostituibile, e, cioè, dal loro
punto di vista.

33

L’umile

L’umile, è colui che sa di non sapere: egli è cosciente della
immensità della realtà, e, soprattutto sa bene di essere
solo un punto di vista e di osservazione. Per questo è
pronto ad ascoltare quello che gli altri punti di vista, cioè gli
altri osservatori, dicono di vedere: in questo modo, egli ha
la possibilità di potere osservare, attraverso quelli, gli
aspetti del reale che non potrebbe vedere osservando le
cose dal punto di vista nel quale è collocato.
***
S’arricchisce, così, l’umile. S’impoverisce il meschino
superbo.
***
Il superbo crede di essere il punto di vista, l’unico, il vero;
l’umile sa di essere un punto di vista, piccolo piccolo, e uno
soltanto, nella miriade sterminata dei punti di vista,
costituiti dagli infiniti individui pensanti che popolano la
sconfinata realtà, emanata ed emanante da Dio. Un punto,
un puntino, ma luminoso più di una stella.

34

L’infelicità

La radice primaria dell’infelicità dell’essere umano è la non
accettazione di quello che si è, del proprio stato
esistenziale; la radice di tutti i mali dell’uomo è il rifiuto del
mondo nel quale siamo stati collocati dalla vita; la radice di
ogni sofferenza è la intolleranza nei confronti della vita, per
quello che la vita ha programmato per noi; la radice del
dolore dell’uomo è il non vedere che la situazione
esistenziale, nella quale siamo stati posti dalla vita, è
l’unica la più adatta e la più funzionale al nostro bene.
***
La ribellione è la radice dell’infelicità: la ribellione, che è
generata dalla non comprensione della profonda bontà
insita nel destino, il quale ci ha fatto nascere qui e non
altrove, con questo corpo e non con un altro, con tutto
quello che determina che noi siamo quello che siamo, e
non siamo quello che, forse, avremmo voluto essere.
***
La radice dell’infelicità è l’insipienza, che ci fa desiderare di
essere altro da quello che siamo, perché crediamo che
quello che siamo sia una cosa fatta male: è, questa,
insipienza, perché è da insipienti credere che noi siamo
capaci di progettare, per noi stessi, qualcosa di migliore e di
più perfetto di quello che, per noi, ha programmato la vita.

35

Il rimedio all’infelicità

Quando l’uomo si ribella contro la vita e contro il destino,
soffre, perché - per nostra buona sorte - la vita e il destino
sono irremovibili: essi sono come una parete rocciosa.
L’uomo, con la sua ribellione, urta violentemente contro
questa parete rocciosa, e l’urto genera il dolore, sempre, e
inevitabilmente.
***
Colui che non si ribella, colui che accetta il destino, colui
che ama il suo stato esistenziale – riconoscendo, in tutto
ciò, il piano d’amore di Dio, la legge dell’evoluzione dello
spirito – si lascia guidare dalla vita, nella vita, verso la vita.
Evolve, così, e trova pace. La sua vita si svolge senza attrito:
il destino non è visto come nemico da combattere e da
evitare, gli eventi diventano il luogo il più opportuno per lo
sviluppo dell’essere interiore.
***
La situazione esistenziale nella quale si è collocati, è, per il
sapiente, una costruzione elaborata dalla mente di Dio, sin
nei minimi particolari, è il terreno il più adatto per
l’evoluzione, cioè per il bene vero dell’individuo. ‘In tua
voluntade è nostra pace, o Signore’: è questo il credo del
saggio, dei puri di cuore, di quelli che vedono Dio.
***
Nulla chiedo alla vita, perché tutto mi ha dato: questo
spero di poter dire non solo oggi, ma in ogni momento
della mia esistenza terrena: è difficile e duro dire una frase
tanto luminosa e serena, quando si è in pena, quando si è

36

afflitti, quando si è stanchi, e l’affanno della vita assilla, e
toglie le forze.
***
Tanto non riuscì a dire Cristo nell’orto degli ulivi, né lungo
la via crucis, o quand’era pendente sulla croce: nell’ora
delle tenebre non v’è luce, e dal petto non può venir fuori
un canto di lode e di ringraziamento, ma, al massimo, se
non si è capaci di profferir bestemmia, il cuore tace.
***
Alla vita non chiedo nulla, perché so che, anche se il mio
essere individuale è, nell’immensità del creato, men che un
puntino, e meno che un granello di sabbia in un deserto
sconfinato, esso è, tuttavia, pur sempre una scintilla divina,
fatta di sostanza divina; ed è, quindi, quanto Dio,
perlomeno imperituro ed eterno.
***
La radice profonda del mio essere interiore – chiamiamolo,
per convenzione comunemente accettata, spirito
individuale – affonda in Dio, e si alimenta dell’energia
divina, da sempre e per sempre. Io sono uno spirito in
cammino, questo cammino è vita, questo andare coincide
con la vita: la vita del mio essere profondo è questo.
***
Tutto ciò che mi serve per affrontare il viaggio della vita è
patrimonio mio inalienabile: è come se, nel momento in cui
il mio spirito è stato emanato da Dio, ad esso sia pure stato
dato tutto il necessario per vivere la vita, per percorrere il
cammino. Tutto è in noi, disponibile, pronto all’uso, da
sempre e per sempre.

37

Il tempo è eterno

A rigor di logica, essendo Dio il creatore di tutto ciò che
esiste, di tutto ciò che partecipa dell’essere – e dell’essere a
qualunque titolo – Egli vive anche in tutto ciò che ha
creato, Egli vive tutto ciò che procede da Lui: quindi, Dio
vive anche il tempo, e nel tempo, perché, se è vero che è
l’uomo che genera il tempo, Dio ha creato l’uomo, e tutto
quello che dall’uomo è generato, e, perciò, anche il tempo.
***
E tutto questo è opera di Dio che si svolge nell’eternità,
come è vero per tutto l’operare di Dio, in qualunque
direzione, e sotto qualsivoglia aspetto. Ciò significa pure
che, quindi, il tempo è eterno, perché, in Dio, tutto è
eterno. Nell’uomo, il tempo è vissuto come qualcosa che si
svolge nel tempo, ma, questo stesso tempo, visto come un
quid che ha la sua realtà, il suo essere, anche, e
soprattutto, in Dio, è un tempo eterno, che si svolge, esso
stesso, ab aeterno et in aeternum, come tutte le cose
esistenti, senza l’eccezione di alcuna di esse.
***
Sembra un rompicapo, carico di affermazioni
contraddittorie: Dio è eterno, ma vive nel tempo che egli
stesso ha generato, avendo creato l’uomo capace di
generare il tempo; il tempo è eterno, perché è in Dio, e,
come tutte le altre realtà esistenti in Dio, non può non
essere eterno. Come è possibile tutto questo? Non è, tutto
ciò, contraddittorio e illogico?
***

38

Certamente sì, ma solo per l’uomo, perché costui, quando
osserva le singole parti della realtà, non essendo capace di
vedere il tutto tutto assieme, costretto com’è a confrontare
tra loro le singole parti, prese in se stesse e separatamente,
le vede in contraddizione tra loro. In Dio, invece, tutte le
contraddizioni si risolvono, essendo Dio uno: la
contraddizione presuppone la molteplicità, perché è
l’incompatibilità di almeno due termini, posti a confronto
tra loro.
***
Dio è armonia, che non può ammettere contrapposizioni di
contrari o di diversi. Dio è Dio, perciò può permettersi
anche questo, di essere, cioè, un eterno, che è capace di
vivere anche il tempo, senza perdere l’eternità. Ed è anche
per questo che Dio è Dio, perché è capace di tanto; è anche
per questo che l’uomo non è Dio, perché di tanto non è, né
può essere, capace.

39

L’invidioso

L’invidioso è infelice, perché ha tutto, ma questo non lo
vede, e crede di non avere niente. Ha la vita, e di tanto non
s’accorge. Respira, si muove, pensa, poggia il piede sulla
terra, ha le stelle sul proprio capo, il sole lo riscalda, il letto
gli dà il riposo, e vive: ma non ha la gioia per tutto ciò,
perché tutto questo egli non lo vede.
Il suo occhio in-videt, cioè vede male, e distorta è la sua
visione. Quello che ha, non lo vede, mentre guarda, invece,
intensamente - cioè in-videt - solamente quello che non ha.
E, nel vedere quello che non ha e che desidera
intensamente, soffre, il suo cuore piange, il suo animo
bestemmia. L’invidioso non vede Dio; o, perlomeno, ne ha
perso la memoria.
Egli è come il fratello minore della parabola del figliuol
prodigo, che, partito dalla casa del Padre con la parte di
eredità che gli spettava, a motivo della evoluzione non
ancora raggiunta non vede la parte di eredità assegnatagli
dalla somma giustizia del Padre e dal suo sconfinato amore,
e in-videt – cioè, vede solamente - la parte di eredità
ricevuta dagli altri figliuoli in cammino.
Gli basterebbe videre – cioè vedere le cose secondo una
corretta visione - e non più in-videre, per trovare la sua
pace, e sradicare, per sempre, dal suo intimo, una delle
principali radici di infelicità.

40

Il non invidioso

Il non invidioso ha la pace in se stesso. Egli sa che tutto è di
tutti, e che quello che ciascuno ha è un semplice usufrutto,
non una proprietà. Nihil habentes, at omnia possidentes:
non abbiamo nulla, ma siamo i padroni di tutto! Questo
dovremmo capire, questo dovremmo essere capaci di
ripetere in ogni momento della nostra esistenza. Ciascuno
di noi è il padrone del cielo e della terra, e di tutte le cose
che in essi vi sono.
Noi siamo i figli di Dio, e tutto ciò che appartiene al Padre è
proprietà certa dei figli tutti. La parte di eredità che il Padre
assegna a ciascuno di noi è l’uso, il diritto all’uso, di quelle
parti del tutto che sono necessarie e sufficienti perché noi
possiamo vivere tutte quelle esperienze che sono
indispensabili per la nostra evoluzione.
Le cose affidate dal Padre in usufrutto ai nostri fratelli non
sono né necessarie, né indispensabili per noi, e sono,
perciò, superflue: invidere queste cose è follia, e fonte di
infelicità. Quello che noi invidiamo negli altri, è, in effetti,
anche nostra proprietà, perché tutto è di tutti; quello che
non ci è concesso è semplicemente l’usufrutto di quelle
stesse cose, che stanno, invece, sperimentando e vivendo
gli altri.

41

Unicuique suum, a ciascuno il suo: comprendere questo è
saggezza, ed è fonte di felicità e di pace.
Chi ha la fides, cioè la visione corretta delle cose così come
esse sono, ha la gioia, ha la pace: colui che è in-fidus, privo,
cioè, della fides-visione corretta, si rode in se stesso, e si
tormenta.

Un puro di cuore
Francesco d’Assisi

Nulla volle per sé, perché tutto aveva, il poverello d’Assisi.
Egli s’accorgeva della luna, e la sentiva sorella, chiamava
fratello il sole, che illumina e riscalda le cose tutte; porge la
mano al lupo, vede un’anima in tutte le cose della natura,
che diventano, nel suo Cantico, creature di Dio. Parla agli
uccelli del cielo, ascolta il chiacchierio delle acque sorgive e
dei ruscelli, e sente persino la voce del silenzio, ed il
messaggio.
***
Questo è videre, vedere, cioè, le cose nella maniera
corretta, secondo una visione non distorta; questo è non invidere, non vedere più le cose in una maniera non corretta.
Questa è la visione delle cose che ha colui che ha l’occhio
puro, limpido, trasparente, come nella parola di Cristo
‘beati i puri di cuore, perché vedranno Dio’.
***
Se a Francesco, a tanto ricco poverello, chiedessimo di
rivolgere a noi la sua parola, egli, forse, in qualità di alter
Christus, ci parlerebbe così:

42

Aprite bene i vostri occhi
E guardate attentamente!
Tutto è Dio, Dio è tutto
Voi siete in Dio, Dio è in voi
Perciò, gioite, e non invidiate
Avete tutto, nulla vi manca
Avete la vita, vivete la vita!
Alzate più spesso la testa al cielo
Guardate gli uccelli del cielo
Ammirate i gigli dei campi
Ascoltate i messaggi del vento e delle nuvole
Il sorriso di un vivo tramonto
Il mugugnare tonante di un cielo tempestoso
Diventate i poeti della natura
Siate quelli che sanno leggere l’essenza delle cose
Al di là delle forme le più svariate
Che all’occhio disattento del profano
Sanno solo di apparenza e di superficialità.

43

Chi crede in me, ha la vita eterna

‘Chi crede in me, ha la vita eterna’, afferma,
categoricamente, Cristo. Credere è aver fede, cioè avere la
visione chiara delle cose così come esse sono, al di là della
loro apparenza illusoria. Chi crede in me significa colui che
vede me per quello che io sono realmente, nella mia intima
essenza, al di là di quello che io appaio esternamente,
quale figlio di un falegname anonimo di un paesello
sperduto della immensa provincia romana.
***
Crede in me colui che mi vede quale maestro, nel senso
etimologico di magister- che è colui che sa magis ter, cioè
tre volte di più. Perché, non soltanto ne sa di più di tutti gli
altri intorno alla via che conduce, per breviorem, cioè
attraverso una scorciatoia, alla casa del Padre, ma è anche
talmente il maestro e la guida, da poter affermare - in
maniera inequivocabile, da ipse dixit, con autorità, cioè - io
sono la via; nel senso che, per effettuare il rientro alla casa
del Padre nel tempo più breve e nella maniera più sicura, è
necessario non percorrere la via, ma essere la via,
divenendo un alter Christus Ripercorrere il sentiero del
dolore usque ad mortem, mortem autem crucis – cioè, fino
alla morte, anzi, fino alla morte sulla croce - è essere un
altro Cristo.
***

44

Chi mi vede in questo modo, e mi segue, facendo
coincidere i suoi passi con i miei - divenendo, quindi, un
altro me stesso - ha la vita eterna, non nel senso che
ottiene la vita eterna, quale premio a tale eroica scelta, ma
nel senso che, in tanto ha la visione esatta, precisa e reale
di quello che io sono, e del cammino da percorrere per lo
sprint finale del rientro definitivo, in quanto egli già vive,
per evoluzione raggiunta, nella dimensione extratemporale
di una visione interiore del proprio essere e delle cose
tutte.

45

Omaggio a Immanuel Kant

Herder, scolaro di Immanuel Kant per dodici anni, così lo
ricorda,e così lo descrive:
Io ha avuto la felicità di conoscere un filosofo, che fu mio
maestro. Nei suoi anni giovanili, egli aveva la gaia vivacità
di un giovane, e questa, io credo, non lo abbandonò
neppure nella tarda vecchiaia. La sua fronte aperta,
costruita per il pensiero, era la sede di una imperturbabile
serenità e gioia; il discorso più ricco di pensiero fluiva dalle
sue labbra; aveva sempre pronto lo scherzo, l’arguzia e
l’umorismo, e la sua lezione erudita aveva l’andamento più
divertente. Nulla che fosse degno di essere conosciuto gli
era indifferente. Nessuna cabbala, nessuna setta, nessun
pregiudizio. Egli incoraggiava e costringeva dolcemente a
pensare da sé; il dispotismo era estraneo al suo spirito.
Una sincera e onesta riflessione di Kant
Di fronte ad un uomo di modesta condizione e di umile
stato che riveli rettitudine di carattere in misura superiore
a quella che vedo in me stesso, il mio spirito si inchina, che
io lo voglia o no, anche se cammino a testa alta per
ricordargli la mia superiorità.

46

Uno strano pensiero fugace

Il bestemmiatore, per profferire la sua bestemmia, deve
poter respirare. Ma, per respirare, occorre l’atmosfera.
Questa, poi, è tipica del pianeta terra, il quale ha il
privilegio di avere l’aria, perché è quel pianeta che è, quel
pianeta che occupa quella determinata posizione
all’interno del sistema solare, e rispetta una distanza dal
sole che è sì variabile, ma che varia sempre con regolarità
costante, e ciclicamente ripetitiva.
La terra è in equilibrio gravitazionale con il sole e con gli
altri pianeti del sistema solare. Questo, poi, è in equilibrio
gravitazionale con tutti gli altri sistemi solari della nostra
galassia, la cui posizione nell’oceano stellare, il cui
movimento, la cui vita, dipendono da un costante continuo
dinamico equilibrio gravitazionale con le galassie vicine. E,
naturalmente, di galassia in galassia, con tutto l’universo
stellare.
***
Se uno solo di questi anelli gravitazionali, correlati tra loro
e interdipendenti, si spezzasse, potrebbe seguirne uno
squilibrio tale, da determinare la cessazione dell’atmosfera
sulla terra. Questo potrebbe accadere per una serie
concatenata di reazioni, per cui lo squilibrio gravitazionale
verificatosi a carico di uno degli anelli si trasmetterebbe,

47

per contiguità e/o per continuità, da un sistema all’altro,
fino al nostro sole, ai nostri pianeti, e alla nostra terra.
Avremmo, quindi, la fine dell’equilibrio all’interno del
sistema solare, cesserebbe la produzione dell’aria, sicché il
nostro bestemmiatore non potrebbe respirare più, né
potrebbe più bestemmiare. Neppure mentalmente, perché
l’anossia fa cessare anche le funzioni cerebrali, e toglie via
lo stesso bestemmiatore dal novero dei viventi.
***
Quindi, in un certo senso, l’universo tutto è al servizio
anche del bestemmiatore. Quant’è vero che Dio è
misterioso e che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri!
Ma Gesù la stranezza dei pensieri del Padre già ce l’aveva
fatta intravvedere quando ai discepoli disse ‘il Padre mio fa
piovere sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti’.
E’ un mistero grande, ma è parola di Dio. Peccato solo che il
bestemmiatore utilizzi l’aria – che è il mirabile risultato
dell’immane fatica di tante forze cosmiche – per un evento
tanto meschino, quale è l’imprecazione. Con lo stesso flatus
vocis potrebbe lodare e pregare, ed essere, in questo
modo, simile agli angeli di Dio.

48

La fantasia nella fantasia di una bimba

La fantasia è come una casetta a testa in giù
Una spiga arcobaleno e tre stelle nel mar tirreno
La fantasia è nei bambini che mangiano i cioccolatini
Intanto i canarini volano accanto al sole
Che è grande grande come un melone
E già nei campi fioriti ci sono i canarini
Non più feriti

49

Una stranezza della logica

Se qualcosa è, in tanto è in quanto ha l’essere. L’essere,
cioè, è in esso. E, proprio per questo, quel qualcosa esiste.
Ma l’essere è Dio, perché l’essere con la e minuscola
coincide necessariamente con l’Essere con la e maiuscola.
Quindi, se qualcosa è, questo qualcosa è, perché in esso è
Dio. Ora, se l’inferno esiste, in tanto esiste, in quanto è, in
esso, l’Essere; ma l’Essere è Dio; quindi, se l’inferno esiste,
in esso è Dio. Dio è, perciò, nell’inferno e all’inferno.
***

Quindi, anche Dio all’inferno? A rigor di logica, sì. Difatti, il
catechismo di Pio X recita: ‘Dio è in cielo, in terra, e in ogni
luogo: Egli è l’Onnipresente’. Ora, se è onnipresente, Egli è
anche all’inferno. Anzi, sempre a rigor di logica, Dio è anche
l’inferno, perché Dio è tutte le cose: partecipare all’essere
di Dio significa far parte di Dio, e, quindi, essere parte di
Dio, essere indiviso da Dio, essere tutt’uno con Dio. In altre
parole, l’inferno è in Dio, Dio è nell’inferno.
***

Lo stesso dicasi di Satana e dei suoi diavoli: tutti sono in
Dio, Dio è in tutti, Dio è tutti, Dio è anche Satana, Dio è i
diavoli tutti. I dannati, anche se cattivi – e, per questo,
condannati – sono essi stessi parte di Dio, sono in Dio,
sono, quindi, Dio essi stessi. Per cui, Dio è il creatore
dell’inferno, ma ne è, allo stesso tempo, ospite: Egli ne è il
satana e i satanassi, ma è anche i dannati tutti, per cui è,
nel contempo, carnefice e vittima. E’ la logica che porta a
queste conclusioni.


Documenti correlati


Documento PDF prof cinquegrana brevi pensieri che fanno pensare
Documento PDF prof cinquegrana pensieri di un metafisico
Documento PDF prof cinquegrana non piangete i vostri morti
Documento PDF prof cinquegrana l amaro svedese conoscerlo prepararlo usarlo
Documento PDF digiuno contro cancro ok
Documento PDF prof cinquegrana il destino dell uomo in parabola


Parole chiave correlate