File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



PROF. CINQUEGRANA IL DESTINO DELL'UOMO IN PARABOLA .pdf



Nome del file originale: PROF. CINQUEGRANA IL DESTINO DELL'UOMO IN PARABOLA.pdf
Autore: umberto cinquegrana

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Office Word 2007, ed è stato inviato su file-pdf.it il 21/02/2017 alle 10:23, dall'indirizzo IP 87.11.x.x. La pagina di download del file è stata vista 2229 volte.
Dimensione del file: 1.3 MB (153 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


1

UMBERTO CINQUEGRANA

IL DESTINO DELL’UOMO
IN PARABOLA
INDICE GENERALE
PARTE PRIMA

Premessa...........................................................................5
La parabola della piccola grande sintesi
9
Il protagonista...................................................................12
Lo scenario.........................................................................12
La trama.............................................................................13
Il figliuolo errante...............................................................13
L’esperienza fondamentale.................................................16
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.......................17
Le tappe del ritorno.............................................................19
Il figliuol prodigo, l’errante, non il peccatore.......................20
Il talento sotterrato..............................................................22
Il dolore, perché?..................................................................24
Il figliuol prodigo, l’ex-sistens................................................26
Il pendolare dell’universo fisico.............................................27
La resurrezione......................................................................30
La nascita del tempo e dello spazio........................................31
La gerarchia dell’esistente......................................................33
Questo mondo, l’altro mondo.................................................34
L’uomo, emozione dello spirito...............................................36
Il figliuol prodigo, l’odisseo cristiano.......................................38
Il libero arbitrio, il dramma delle scelte...................................40
Le vie del dolore, perché?........................................................43
Tribolazione ed evoluzione nei fioretti.....................................44
La via più lunga, la scelta dell’inferno.......................................48
La via più breve, la retta via......................................................51
Intanto, il Padre dov’è?.............................................................54

2

I maestri, e la mappa del tesoro................................................56
I maestri li avete tra voi, ascoltateli...........................................58
Tra voi e noi c’è un abisso: i due mondi.....................................62
Una sola porta grande, mille e una porte piccole......................64
La preghiera del viandante.........................................................67

PARTE SECONDA

Una sola ex-sistentia, tante vite, tanti ruoli................................71
Una vita o più vite, il problema dov’è?.......................................75
Più di una vita, lo dice anche il vangelo......................................77
Tutti gli spiriti, un solo spirito.....................................................80
Oltre la morte, la vita.................................................................83
Vai pure, figlio mio: un padre snaturato?...................................85
Ciò che semini, raccoglierai........................................................88
Il sole è tramontato, ma il sole è tutto lì.....................................95
Il figliuol prodigo vive le situazioni cosmiche..............................99
L’homo erectus conta e racconta le stelle...................................102
Come nasce il mondo fisico.........................................................107
Come nasce il tempo...................................................................110
L’ateismo del figliuol prodigo......................................................112
La cosiddetta possessione diabolica……………..............
113
Il primo Adamo e il secondo Adamo…………………….....................117
Due fratelli gemelli, l’uno santo, l’altro diavolo…………...............120
La piramide dell’evoluzione………………………………........................125
La tolleranza..…………………………………………….................................128
La corretta visione delle cose........................................................131
La parabola continua: anche il fratello maggiore…………..............139
Veni sancte spiritus ……………………………………….............................141
Padre nostro che sei nei cieli………………………………........................144
CONCLUSIONE

Il rientro……………………………….........................................................149

3

PARTE PRIMA

PREMESSA

La parabola è un seme, la parabola è una spora. Il seme e la spora sono dei
contenitori di vita, contenitori speciali, adatti a contenere un programma
di vita. Lo tengono ben protetto, custodito gelosamente, perché possa
sopravvivere in ambiente ostile, in attesa delle condizioni favorevoli allo
sviluppo della vita. Questi contenitori hanno una chiusura ermetica, che si
apre solo in presenza di una parola d’ordine ben precisa, e rispondono
esclusivamente al richiamo di questa, restando sordi a tutte le altre voci,
anche a quelle ammalianti delle sirene.
Ma, quando giunge la parola d’ordine, quella giusta, quella specifica, il
seme si apre, e si sviluppa nel germoglio. La spora si dischiude, e germina
la nuova vita. Quando giunge la primavera, la parabola si spoglia della
veste mitologica, abbandona il rivestimento favolistico, butta giù la
maschera, e si presenta nella sua genuinità. Manifesta la sua bellezza
primitiva, comunica senza veli il suo messaggio. Quando è giunta la
stagione opportuna, la parabola può esprimere il suo vero volto, perché
non corre più il pericolo di essere distrutta dalle forze avverse delle altre
stagioni, che l’avrebbero certamente annientata, se non fosse passata
attraverso di esse travestita da innocua ed ingenua favoletta.
Il cuore di una parabola con la ‘p’ maiuscola, la sua anima, l’essere che si
nasconde nelle profondità di essa, il senso vero che si trova al di là della
veste espressiva, sono costituiti da un messaggio di natura ontologica, che
dice, cioè, come veramente stanno le cose, quale è l’essere reale delle cose
tutte, come sono fatti il cielo e la terra – natura anche cosmologica della
parabola – chi è l’uomo nella sua essenza, quale è il destino dell’uomo, a
partire dalle sue origini, a finire con il suo traguardo ultimo e definitivo –
aspetto antropologico ed escatologico della parabola, degna di questo

4

nome. E questa è precisamente la natura della parabola cosiddetta del
figliuol prodigo.
Almeno per come la vedo io, la leggo io, la interpreto io. Non è, certo,
questa parabola, un racconto che ha, come intento, la deduzione della
classica morale della favola, nel senso che essa abbia lo scopo precipuo di
trasmettere e comunicare un insegnamento di tipo moralistico, che indichi
all’uomo quello che egli debba fare piuttosto che ciò che egli sia.
Tutt’altro. Lasciamo ad Esopo, a Fedro, ad altre parabole evangeliche o
laiche questa funzione – peraltro importantissima – della trasmissione di
messaggi etici e comportamentali attraverso una veste espressiva di tipo
favolistico: la mia tesi, la mia affermazione, la mia convinzione sono che la
parabola del figliuol prodigo ha un preciso, fondamentale, essenziale
carattere rivelativo ontologico, e che non è affatto una favoletta
moralistica e pietistica, come troppo spesso viene interpretata e proposta.
Ma, forse, è stato un bene che questa parabola di Gesù sia stata sempre
intesa come la parabola del peccato e del perdono, come la parabola della
misericordia del Padre verso il figlio peccatore e pentito, come la parabola
della presa di coscienza dei propri peccati da parte del fratello minore,
della richiesta del perdono, e dell’ottenimento dello stesso. Anzi, è stato
sicuramente un bene, perché forse proprio questa lettura tradizionale e
convenzionale della parabola ha salvato questa da una possibile sua
cancellazione dal testo evangelico da parte della rigida censura della
chiesa dei primi secoli.
Cristo ha detto ai discepoli, ai quali consegnava il suo insegnamento il più
profondo sotto forma di parabole, di non scoraggiarsi se, al momento,
risultava ad essi incomprensibile il messaggio affidato loro sotto quella
strana veste, perché avrebbe, in seguito, mandato loro l’interprete, il
traduttore, il chiarificatore del senso vero di quanto ad essi affidato. ‘Vi
manderò lo spirito consolatore, che vi dirà, con linguaggio chiaro e
comprensibile, quello che io vi sto dicendo ora con linguaggio nascosto.
Quello che oggi non capite, un giorno lo capirete, e lo griderete al mondo
intero, senza paura, dai tetti, mentre che io tutto ciò lo dico solo a voi, e lo
sussurro appena alle vostre orecchie’.

5

Quand’ero piccolo, la parabola è giunta a me, bene accolta, come favoletta
piacevole, e come storiella a lieto fine. L’ho meditata nella mia giovinezza,
l’ho rimossa per un certo tempo, ma senza mai dimenticarla. Intanto, essa
lavorava nel subconscio, ove s’incrociava con tant’altra vita di pensiero e di
meditazione, che andava ad accumularsi in me attraverso l’esperienza.
D’un tratto, è venuta fuori come germoglio da seme, e poi pianta
rigogliosa e robusta, rivestita di luce, e nella forma di un lungo pensiero
logico e convincente.
Essa mi è apparsa come una rivelazione. Mi sono fatto, allora, io stesso
figliuol prodigo, ed ho ripercorso la parabola: un percorrimento interiore
che mi ha confermato la giustezza della visione intuita. Naturalmente, la
mia è solo una testimonianza, la testimonianza ragionata e scritta di una
esperienza che non può essere sottoposta alla verifica sperimentale del
protocollo scientifico. Quello che si avverte dentro quando si vede con una
visione interiore, è qualcosa di incomunicabile agli altri, in quanto è un
evento tutto soggettivo ed indimostrabile.
Ecco perché, nella mia lettura della parabola del figliuol prodigo, io
affermo, non dimostro. Non è, questa, presunzione: è solo il racconto di
quanto ritengo rispondente a verità, essendo io convinto che Cristo abbia
inteso dire, con questa parabola, le cose che io descrivo nella presente
breve trattazione. Non dico che Gesù ha detto queste cose, ma che io
ritengo che egli abbia inteso tramandare a noi questo messaggio che io
propongo al lettore, utilizzando questa determinata parabola; né
tantomeno dico che io ho ricevuto una rivelazione divina, ma che
l’intuizione interiore da me avvertita della particolare lettura della
parabola è stata per me come una rivelazione.
Una lettura che mi ha convinto, perché risponde a tanti gravi problemi
esistenziali che mi sono posto da sempre, senza trovarne mai, prima,
adeguata e soddisfacente risposta. Soprattutto, una lettura che mi
rasserena, che mi dà pace – e, spero, la dia anche al lettore – perché
ripete, con dolce insistenza, il ritornello del rientro nella casa del Padre
come evento necessario, in quanto costituente il destino ultimo del
figliuolo in cammino nella ingarbugliata selva della vita, senza l’eccezione

6

di nessuno dei figliuoli in cammino, siano essi quelli del passato, o quelli di
oggi, o quelli del futuro.
Nel silenzio di una da me forzata, ma necessaria solitudine interiore, ho
ascoltato la voce dell’angelo che mi dettava la lettura della parabola nella
chiave interpretativa ontologica e cosmologica nella quale io l’ho qui
descritta. Questa stessa lettura io propongo al lettore come ipotesi di
lavoro da leggere, meditare, approfondire, interiorizzare, perché, in un
secondo momento, sia accolta, oppure sia respinta. Ho camminato tra i
fratelli con passo felpato, quasi a non voler far notare la mia presenza; e,
forse, soprattutto perché gli altri non mi distraessero dalla mia
meditazione sul senso delle cose e della vita.
Ma, quando arriva il momento di produrre - e, quindi, di esporsi, rendendo
noto agli altri il proprio pensiero, e, di conseguenza, il proprio mondo
interiore - si esce allo scoperto, potendo, così, diventare facile bersaglio di
eventuali, e non improbabili, cecchini. Ciò si avverte come una necessità
che preme da dentro: quello che ho udito nel segreto del lavorio interiore
del mio io pensante ho il dovere di gridarlo agli altri, senza preoccuparmi
più di tanto di quello che sortirà dalla esposizione di alcuni momenti del
mio essere interiore. Se son rose fioriranno. Ma a me non importa di
vedere se una fioritura ci sarà o meno, memore come sono della parola di
Cristo, che c’è chi semina e c’è chi raccoglie. Io ho raccolto da altri, che
hanno seminato prima di me; altri, spero, raccoglieranno, dopo di me, i
frutti del piccolo seme del presente lavoro.

7

LA PARABOLA DELLA PICCOLA GRANDE SINTESI

Gesù disse ancora:
Un uomo aveva due figli. Ora, il più giovane disse al padre: Padre, dammi
la parte dei beni che mi spetta. E il padre divise tra i figli i suoi beni. Pochi
giorni dopo, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, se ne partì per
un paese lontano, e là scialacquò tutto il suo patrimonio, vivendo
dissolutamente.
Quando ebbe dato fondo ad ogni cosa, venne in quella regione una
tremenda carestia, ed egli cominciò a sentire la miseria. Allora se ne andò,
e si mise al servizio di un uomo di quel paese, il quale lo mandò nei suoi
campi a guardare i porci. Avrebbe voluto riempirsi il ventre delle carrube
che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in se
stesso, disse: quanti mercenari di mio padre hanno pane in abbondanza,
ed io qui muoio di fame! Mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre,
ho peccato contro il cielo e contro di te! Non sono più degno di essere
chiamato tuo figlio: trattami come uno dei tuoi mercenari.
E, alzatosi, andò da suo padre. Lo vide il padre, mentre era ancora
lontano, e ne ebbe pietà. Allora, correndogli incontro, gli si gettò al collo, e
teneramente lo baciò. E il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e
contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre
ordinò ai servi: portate subito la veste più bella, e rivestitelo; mettetegli un
anello al dito e i calzari ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, Si
banchetti e si faccia festa; perché questo mio figlio era morto ed è tornato
in vita, era perduto, e si è ritrovato. E incominciarono a far festa.
Ora, il figlio maggiore era nei campi; mentre tornava, quando fu vicino a
casa, sentì musica e canti, e, chiamato uno dei servi, gli domandò che
cos’era tutto quello. Il servo gli rispose: è ritornato tuo fratello, e tuo
padre ha ammazzato il vitello grasso, perché l’ha potuto riavere sano e
salvo. Egli allora si adirò, e non voleva entrare. Sicché il padre uscì fuori e
cominciò a pregarlo.
Ma egli si rivolse al padre, dicendo: ecco, son tanti anni che io ti servo,
senz’aver mai trasgredito uno solo dei tuoi ordini, e tu non mi hai dato mai
nemmeno un capretto per far festa con i miei amici. E ora che è tornato

8

questo tuo figlio che ha consumato tutti i suoi beni con delle meretrici, tu
gli hai ucciso il vitello grasso. Figlio, gli rispose il padre, tu sei sempre con
me, e tutto quello che io ho è tuo; ma era ben giusto far festa e darsi alla
gioia, perché questo tuo fratello era morto, ed è ritornato in vita, era
perduto e si è ritrovato. (Lc. 15, 11-32) (Edizioni Paoline, Anno 1962)
Ait autem: Homo quidam habuit duos filios, et dixit adulescentior ex illis
patri: Pater, da mihi portionem substantiae, quae me contingit. Et divisit
illis substantiam. Et non post multos dies, congregatis omnibus,
adulescentior filius peregre profectus est in regionem longinquam et ibi
dissipavit substantiam suam vivendo luxuriose. Et postquam omnia
consumasset, facta est fames valida in regione illa, et ipse coepit egere. Et
abiit et adhaesit uni civium regionis illius. Et misit illum in villam suam, ut
pasceret porcos. Et cupiebat implere ventrem suum de siliquis, quas porci
manducabant; et nemo illi dabat.
In se autem reversus dixit: Quanti mercennarii in domo patris mei
abundant panibus, ego autem hic fame pereo. Surgam et ibo ad patrem
meum et dicam ei: Pater, peccavi in coelum et coram te; iam non sum
dignus vocari filius tuus, fac me sicut unum de mercennariis tuis. Et
surgens venit ad patrem suum. Cum adhuc longe esset, vidit illum pater
ipsius et misericordia motus est et accurrens cecidit super collum eius et
osculatus est eum. Dixitque ei filius: Pater, peccavi in coelum et coram te,
iam non sum dignus vocari filius tuus. Dixit autem pater ad servos suos:
Cito proferte stolam primam et induite illum et date anulum in manum
eius et calceamenta in pedes eius et adducite vitulum saginatum et
occidite, et manducemus et epulemur; quia hic filius meus mortuus erat et
revixit, perierat et inventus est. Et coeperunt epulari.
Erat autem filius eius senior in agro, et cum veniret et appropinquaret
domui, audivit symphoniam et chorum et vocavit unum de servis et
interrogavit quid haec essent. Isque dixit illi: Frater tuus venit, et occidit
pater tuus vitulum saginatum, quia salvum illum recepit. Indignatus est
autem et nolebat introire. Pater ergo illius egressus coepit rogare illum. At
ille respondens dixit patri suo: Ecce tot annis servio tibi et numquam
mandatum tuum praeterivi, et numquam dedisti mihi haedum ut cum
amicis meis epularer. Sed postquam filius tuus hic, qui devoravit
substantiam suam cum meretricibus, venit, occidisti illi vitulum saginatum.

9

At ipse dixit illi: Fili, tu semper mecum es, et omnia mea tua sunt; opulari
autem et gaudere oportebat, quia frater tuus hic mortuus erat et revixit,
perierat et inventus est.
(Novum Testamentum graece et latine, Augustinus Merk S.J., Romae, 1964)

Questa parabola va letta in ginocchio. In ginocchio vanno scritte queste
brevi e semplici riflessioni. Solo un angelo di Dio, come Cristo, venuto da
tanto lontano, poteva consegnare all’uomo una visione così universale e
sintetica - riguardante il cielo, la terra, gli spiriti, gli uomini tutti - sotto la
forma semplice e favolistica della parabola del figliuol prodigo. Scrivo le
riflessioni che seguono in un silenzio religioso.
Sia, l’ascolto, silenzioso, discreto, umile, religioso.

10

IL PROTAGONISTA

Il protagonista della parabola è il fratello minore, il quale simboleggia
quegli spiriti che scelgono di evolvere attraverso il percorrimento della via
dei processi incarnativi. Costoro scelgono di immergersi nel cosmo fisico, e
di vivere l’esperienza del mondo materiale, nell’uomo, e attraverso
l’uomo.

LO SCENARIO

La casa del Padre
La casa del Padre simboleggia il mondo spirituale, la dimensione degli
spiriti puri. Essa è l’altro mondo, qualcosa, cioè, di essenzialmente e
totalmente altro rispetto alla dimensione nella quale viviamo noi.
L’ambiente esterno alla casa del Padre
Esso rappresenta l’altra faccia delle due parti, di cui è costituita tutta
quanta la creazione di Dio. Dio ha creato gli spiriti - che costituiscono, nel
loro insieme, il mondo spirituale - e l’universo materiale, il mondo della
materia, costituito da diverse forme di energie materiali: il cosmo fisico,
quello che sperimentiamo mentre viviamo nel corpo fisico, ma anche tutto
quel mondo che sperimentiamo, fuori del corpo, dopo la morte fisica, in
attesa di re-immergerci nel cosmo fisico, e che, impropriamente, noi siamo
soliti chiamare l’altro mondo. Il vero altro mondo è la dimensione dei puri
spiriti, alla quale approderemo solo dopo l’ultima morte fisica, e che
coincide con il paradiso delle religioni.

11

LA TRAMA

Alcuni spiriti – simboleggiati dal fratello maggiore – decidono, almeno
apparentemente, di vivere la propria esistenza in una dimensione self,
all’interno della casa del Padre. Essi si trovano da sempre nel paradiso, e
scelgono di non sperimentare il diverso, l’inferno del non-self. Essi, almeno
apparentemente, non sentono curiosità per tutto quello che esiste al di
fuori della comoda casa del Padre.
***
Gli altri spiriti – simboleggiati dal fratello minore - sentono la necessità di
sperimentare l’esistenza del mondo esterno alla casa del Padre, spinti da
un desiderio che li domina, e, quasi, li costringe a tanto. Essi amano
l’avventura, e si immergono coraggiosamente in una realtà che è, almeno
apparentemente, il contrario del mondo spirituale. Inizia l’odissea, la
quale, dopo mille peripezie, si concluderà con il ritorno alla casa del Padre.

IL FIGLIUOLO ERRANTE

Una volta uscito dalla casa del Padre, lo spirito si immerge totalmente
nell’infinito mondo delle energie materiali; di esse si riveste; si identifica,
volta per volta, con alcuni degli infiniti aspetti del cosmo materiale.
L’esperienza somma la vive quando giunge ad identificarsi con la forma
uomo, che è al vertice della piramide del cosmo fisico, al sommo della
scala evolutiva. Identificatosi con l’uomo, egli erra, è errante per
definizione, sia nel senso di uno che va di qua e di là, sia nel senso di uno
che sbaglia sentiero continuamente, nel labirinto della vita, mentre è alla
ricerca affannosa della retta via, quella più breve, quella che porta all’
uscita dal dedalo, perché possa dire ‘e quinci uscimmo a riveder le stelle’.
L’uomo - e, con lui, lo spirito che lo inabita - va di qua e di là per le vie del
mondo, nel senso orizzontale, nel corso dell’esistenza terrena. Lo spirito,
poi, continua ad errare, nel senso di andare di qua e di là, in cerca di
esperienze, anche quando ha lasciato il corpo fisico. Egli vive, allora, in una
dimensione ancora materiale, anche se non più fisica nel senso di

12

terrestre. E’, questa, una vita ultraterrena, ma non una dimensione
spirituale pura, perché ancora non è il ritorno alla casa del Padre.
Il figliuolo errante ritorna, quindi, sulla terra. Va ancora di qua e di là per il
mondo. Si agita, vive, piange, gioisce. Errando, discitur. La sua esperienza
si arricchisce, e lo arricchisce. La conoscenza della dimensione materiale si
approfondisce. Egli evolve. In questo modo, egli contatta i multiformi
aspetti del cosmo fisico; l’incontro e lo scontro con gli altri spiriti erranti lo
scuotono, lo destano. Lentamente, lo spirito incarnato emerge dalle
profondità dell’uomo, cioè dell’humus, con il quale si era identificato, e
ingigantisce.
La forma umana diventa una maglia sempre più stretta, che mortifica lo
spirito che in essa inabita. Un poco alla volta, ma inesorabilmente, l’evento
iniziale, quello della identificazione dello spirito con l’uomo  - inverte la rotta, fino a giungere all’evento
opposto: L'uomo, cioè, ridiventa uno spirito
puro A questo punto, il figliuolo errante sta già bussando alla casa del
Padre.
Nel suo errare nell’ambiente esterno alla casa del Padre, lo spirito vive da
pendolare. Egli va e viene, in un andirivieni continuo tra il mondo della
terra e quello ultraterreno, dove vi soggiorna da trapassato, da
disincarnato. In questa dimensione, egli esperimenta il purgatorio, o l’
inferno, o il paradiso: ma tutto in un modo provvisorio, fino a quando,
cioè, non ritorna nuovamente nel mondo della terra. E’un po’ come
l’esperienza della scuola: andiamo a scuola, segue un periodo di vacanza;
si ritorna a scuola, si rivà in vacanza. E così via. Allorquando si è diventati
maturi, e si è raggiunto il fine per il quale si è andati a scuola tante e tante
volte, allora, e solo allora, a scuola non si ritorna più.
Il figliuol prodigo della parabola solo ad un certo momento della sua vita
fuori della casa del Padre si ricorda di avere un Padre ed una casa lontani.
Allora, comincia a sospirare il ritorno, sente profondo il richiamo della
patria perduta, non avverte più né il bisogno, né la necessità di continuare
ad errare qua e là per gli infiniti sentieri della dimensione materiale. E,

13

deciso, si pone sulla retta via, su quel percorso, cioè, che collega, nei tempi
più brevi, due punti distanti fra loro. Lo spirito, a questo livello, è l’uomo
retto, è l’uomo giusto, è il santo di Dio.
Il protagonista della parabola è lo spirito, che ha scelto di sperimentare
l’ambiente esterno alla casa del Padre. L’uomo è l’humus, il terreno il più
favorevole perché lo spirito possa conseguire lo scopo di conoscere la
dimensione materiale della creazione divina. L’uomo sta al vertice della
scala dell’evoluzione del cosmo fisico, e costituisce, quindi, il terreno più
adatto allo spirito per le sue esperienze. Purtroppo, il cammino dello
spirito fuori della casa del Padre è tutta una via crucis, è una via dolorosa.
Ma, chi piange è l’uomo, non lo spirito, che sta semplicemente realizzando
il suo progetto originario.
O, almeno, l’uomo piange, se non vede la sua propria funzionalità rispetto
allo spirito, se non riesce a cogliere l’eternità di quel lungo momento nel
quale è tutt’uno con lo spirito, nella fase dell’incarnazione In altre parole,
se l’uomo non vedesse se stesso soltanto come involucro psicofisico dello
spirito, ma riuscisse a vedersi come uno spirito rivestito di humus, egli non
piangerebbe: egli gioirebbe della gioia dello spirito, che non si disgrega,
non muore, e ritorna alla casa del Padre.
Ecco la buona novella per l’uomo di tutti i tempi e di tutte le generazioni:
‘Ricordati, uomo, che tu, nella tua essenza, non sei humus–terra, destinato
al dissolvimento, ma sei il figliuol prodigo, spirito in cammino, che non
muore mai. Questo tu sei, o uomo. Perciò, gioisci, e più non piangere’

14

L’ESPERIENZA FONDAMENTALE

‘Questo tuo fratello era morto, ed è tornato in vita’
Finché lo spirito vive all’interno della casa del Padre, nel suo ambiente
naturale, nella dimensione spirituale, egli non sa che cos’è la morte, non
sa che, in qualche parte dell’universo, può esistere l’evento disgregazione.
Lo spirito è fatto della stessa stoffa primaria di Dio. Esso non è composto,
e, quindi, non può andare soggetto alla disgregazione, alla
decomposizione, al dissolvimento. Al di fuori della casa del Padre, lo
spirito viene a trovarsi in un ambiente che costituisce, per lui, un altro
mondo, nel senso di un mondo altro, diverso, opposto al mondo dello
spirito – ma, in realtà, solo apparentemente, e nei termini chiariti nel
capitolo. ‘come nasce il mondo fisico’, alle pp. XX-XX.
Il nostro mondo, al cui vertice è l’uomo - parliamo di quella parte del
cosmo infinito dove viviamo noi - è materiale, soggetto, quindi, a processi
continui di aggregazione e di disgregazione. Come sinteticamente espresso
nella frase latina ‘vita et mors duello mirando inter se confligunt’: la vita e
la morte, cioè, sono l’una contro l’altra, in una mirabile e interminabile
contrapposizione conflittuale. Lo spirito, immergendosi nel nostro mondo che comprende sia la dimensione degli incarnati che quella dei
disincarnati, sia l’aldiqua che l’aldilà - si identifica talmente con la
esistenza terrena e con quella ultraterrena, che egli nasce, vive, muore;
vive nell’aldilà, ritorna nell’aldiqua; qui ri-vive, ri-muore,va di nuovo
nell’aldilà. E così via.
Tutto questo egli esperimenta lontano dalla casa del Padre. Egli vive
queste esperienze talmente intensamente, da dimenticare le sue origini e
la sua vera essenza. Egli si sente, volta per volta, questo o quell’altro
individuo, e non ricorda di essere il figlio minore di quel Padre lontano.
D’altra parte, è solo in questo modo che egli riesce a vivere intensamente,
e ad assimilare, l’esperienza della morte: solo morendo, solo sentendosi
morire, solo credendo di morire veramente - in quanto spirito egli non può
morire - impara che cos’è la morte, che significa morire.

15

Il figlio maggiore non sa, né saprà mai, che significa vivere, per poi morire,
per sentirsi, poi, di nuovo vivere, ecc. Di lui, il Padre non potrà mai dire
‘questo mio figlio era morto ed è tornato in vita’, perché non può tornare
in vita chi non si è mai immerso nella morte. D’altra parte, costui non
saprà mai quale gioia si può provare quando si passa dalle tenebre della
morte alla luce della vita riconquistata. Una riflessione più approfondita
sul figlio maggiore della parabola si trova nelle pp. XX-XX.

LASCIA CHE I MORTI SEPPELLISCANO I LORO MORTI

‘sine ut mortui sepeliant mortuos suos’
(Mt. 8, 21-22)

Siamo tutti morti? Siamo tutti viventi? Siamo tutti dei morti viventi?
Siccome siamo tutti spiriti, usciti dalla casa del Padre - siamo il figliuol
prodigo - per tuffarci nell’universo materiale, di tutti noi il Padre può dire
‘questo mio figlio è morto’. Siamo tutti immersi nella morte, ma a diversi
livelli. Come il figlio minore della parabola, siamo tutti destinati a tornare
alla casa del Padre: il Padre dirà di ciascuno di noi ‘è tornato in vita’,
quando saremo tornati a lui. Quindi, ciascuno di noi è più morto, o più
vivo, a seconda che è più distante, o meno distante, dalla casa paterna.
Il figliuolo della parabola non pensa alla casa del Padre, né pensa
minimamente di tornarvi, quando è all’inizio del suo viaggio nel nostro
mondo. E’ solo ad un certo momento che si ricorda della casa paterna,
decide di tornarvi, e si mette in moto. Potremmo dire, schematicamente,
che egli è morto-morto nelle prime fasi della sua esperienza nel mondo
materiale; è mezzo-morto quando inizia il cammino verso la casa del
Padre; è vivo quando il cammino verso la casa del Padre è tale che
nessuno e niente potrà fermarlo. In verità, più che il termine morto

16

dovremmo usare il termine addormentato, perché lo spirito, essendo
eternamente vivo, non potrà mai essere veramente morto, neppure per un
istante: ‘la fanciulla non è morta, essa dorme’.
Per cui, l’espressione di Cristo ‘lascia che i morti seppelliscano i loro morti’,
potrebbe essere così riletta: ‘Tu che ti sei ridestato, tu figliuolo del Padre,
che ti sei ricordato della casa paterna, e chiedi a me la scorciatoia per
giungervi nel più breve tempo possibile, perché senti dentro di te che il tuo
cammino fuori della casa del Padre è giunto a termine, tu segui me, che
conosco la via più breve. Intanto, però, lascia che gli altri spiriti incarnati
percorrano il loro cammino - ancora non percorso - al momento non desti,
identificati come sono nel ruolo che stanno vivendo, ignari di essere spiriti
in cammino, lungo i sentieri del cosmo infinito, che s’agita al di fuori della
casa del Padre’.
Da questo punto di vista, sono morti - nel senso di ancora non desti,
sonnecchianti, sonnambuli - tanto il padre del giovane che interloquisce
con Cristo - un padre morto da poco - quanto quelli che accompagneranno
al cimitero il corpo, abbandonato da colui che è morto di recente. Sono, gli
uni e l’altro, morti, perché ancora totalmente immersi nel mondo
materiale, che costituisce l’ambiente esterno alla casa del Padre - e che
sono destinati a rimanervi, alternativamente, gli uni nell’aldiqua, l’altro, e
tanti altri trapassati, nell’aldilà - per un tempo indeterminato. Fino a
quando in essi non si ridesti lo spirito, al momento come addormentato, e
non senta prepotente il richiamo della casa paterna, tanto simile al
richiamo della foresta, o alla nostalgia per Itaca dell’Odisseo di tutti tempi,
immagine pagana del cristiano figliuol prodigo.

17

LE TAPPE DEL RITORNO

Quando esce dalla casa del Padre, lo spirito si immerge totalmente e
profondamente nel mondo della materia. Egli è il seme seminato nella
terra: ‘Se il seme non cade nella terra, e non muore, non produce frutto’.
Al principio, il seme è tutto quanto sottoterra, è totalmente sepolto nella
terra, è tutto morto, è inumato completamente, dalla testa ai piedi: è la
fase del letargo, dell’incoscienza sia delle proprie origini divine, sia del
ritorno alla casa del Padre. E’ la preistoria dello spirito, anche se siamo già
nella piena storia dell’uomo. Anzi, a questo stadio, l’uomo è tutto uomo,
perché è tutt’uno con la terra: egli è homo-humus, vive la terra come sua
origine, e come sua patria. La morte è vissuta come evento naturale di
completamento di un ciclo: l’essere polvere, humus, per ritornare alla
polvere, in humum reverti, non è un dramma esistenziale, ma è
un’esperienza vissuta con naturalezza.
È, questa, la prima fase del cammino dello spirito nell’ambiente fuori della
casa del Padre. Esistenza umana, che si discosta di poco da quella degli
animali, essa è, tuttavia, nell’uomo, preludio ad una vita di coscienza,
tipica del risveglio dello spirito. L’inizio della seconda tappa è
caratterizzata da un senso di disorientamento, che pervade tutto quanto
l’individuo umano: ‘nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per
una selva oscura, ché la dritta via era smarrita’. Lo spirito, nell’uomo, si sta
svegliando. Sente veramente il richiamo della patria lontana, s’accorge di
stare in cammino, e avverte un profondo senso di smarrimento.
L’uomo, in questa fase, perde la sua pace; non accetta più la morte come
evento naturale, diventa l’uomo delle crisi
esistenziali. Sente
profondamente la problematica della vita, s’accorge di sedere su un
mucchio di letame, si vede guardiano dei porci, ridotto a rubare a questi le
ghiande. Ricorda la casa del Padre, la vede e non la vede. Gliene parlano i
profeti, le religioni, gli uomini di Dio. E, lentamente, l’immagine del Padre
si fa nitida, e, con essa, il ricordo della casa paterna. In questa fase, il seme
è diventato germoglio, è uscito fuori della terra. Alza la testa, e vede le
stelle del cielo.

18

Terza fase: ‘andrò alla casa del padre mio’. A questo punto, il figliuol
prodigo si mette in cammino: egli ha dato fondo a tutte le sue risorse, è
stato prodigo al cento per cento, non ha più niente da dividere con la
terra, si scrolla di dosso anche la polvere. E si mette in cammino. Il suo è il
cammino del mistico, del santo, dell’uomo di Dio: nemmeno il dovere
umano di seppellire il padre terreno riesce a fermarlo. Il figliuolo sulla via
del ritorno è l’afflitto, il mite, colui che ha fame e sete di giustizia, il
misericordioso, il retto di cuore, il fondatore di pace, il perseguitato,
l’oltraggiato, il calunniato. Egli è il beato delle beatitudini del vangelo.
Ed ora, niente e nessuno lo può fermare. Egli è già passato per l’inferno
della terra, e forse anche per quello dell’aldilà. E’ passato
abbondantemente attraverso la morte, il seme è stato sufficientemente
ucciso dalla terra, nella quale era sepolto. Ora è germogliato, e sulla sua
testa c’è soltanto il cielo. ‘Questo mio figlio era morto, è tornato in vita, e
più non morirà’: l’abbraccio del Padre, che gli è andato incontro, è totale e
definitivo.

IL FIGLIUOL PRODIGO, L’ERRANTE, NON IL PECCATORE

‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te’. Così il figliuolo. Ma il
Padre non lo perdona, perché non ha niente da perdonare al figlio. Il Padre
gioisce, e ordina di gioire: questo suo figlio non è, per lui, un peccatore, ma
soltanto un figlio lontano, come morto, perduto a lungo, smarrito, ed ora
ritrovato, recuperato, ritornato alla casa paterna. A lungo atteso,
pazientemente: mai condannato. Ed è, questa attesa, sofferta e dolorosa.
Mentre il figliuol prodigo soffre la sua via crucis nei meandri della selva
oscura dell’ambiente esterno alla casa del Padre, il Padre soffre l’attesa. Se
non era sofferta la lontananza del figlio, non poteva verificarsi l’esplosione
di gioia alla vista del figlio che ritorna.
Ogni spirito vivente, sia esso nella carne o fuori di essa, qualunque ruolo
stia giocando sulla terra, a qualunque popolo o razza appartenga; sia esso
angelo o diavolo, santo o bestemmiatore, ateo o credente, nobile o

19

plebeo, giusto o ingiusto, criminale, povero, emarginato, o ricco e
perbene; sia esso un trapassato che riposa in pace, o che invoca la pace nel
purgatorio della sua intimità, o che non vede ancora alcuna luce divina nel
buio dell’inferno della ricerca disperata di un senso della vita e
dell’esistenza; sia esso all’inizio, o al mezzo del cammino, o stia egli per
bussare alla casa del Padre; ogni spirito vivente che sta errando per le vie
di questo, o dell’altro mondo, e sta dando fondo alla parte dei beni
ricevuta dal Padre, a qualunque livello si trovi, a qualunque stadio sia, egli
è il figliuolo atteso dal Padre. E sempre amato.
‘Il Padre mio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, sui buoni e sui cattivi’.
Solo nel mondo degli uomini, incarnati o disincarnati, solo nell’ambiente
che si trova al di fuori della casa del Padre, solo sulla scena della storia,
che si svolge nel tempo e nello spazio, esistono i buoni e i cattivi, i giusti e
gli ingiusti, i santi e i peccatori. Dal punto di vista dell’altro mondo,
guardando, con l’occhio del Padre, dalla casa paterna, ci sono solo i figli,
tanti figli, tutti in cammino.
L’unica differenza tra loro è la diversa distanza: c’è solo chi è più lontano e
chi è più vicino alla casa del Padre. Ma sono tutti uguali, sono tutti figli, e
tutti ugualmente e necessariamente destinati a riabbracciare il Padre: sia
che procedano a zig-zag, o che vadano per la retta via, la più breve. La casa
è lì che li attende tutti, ad uno ad uno. Quando saranno arrivati tutti,
l’inferno chiuderà i battenti. Per sempre.

20

IL TALENTO SOTTERRATO

‘Vivere aude’. Abbi, cioè, il coraggio di vivere la vita, intensamente. Una
volta che il figliuolo minore ha deciso di inoltrarsi nell’ambiente che si
trova al di là della casa del Padre, egli deve essere coerente. E’ uscito per
fare delle esperienze che il fratello maggiore non farà mai, perché ha
scelto di rimanere nella pace e nella tranquillità della dimora del Padre.
Noi tutti siamo il fratello più piccolo, ci siamo messi in viaggio, stiamo
percorrendo il cammino. Ognuno di noi ha ricevuto la parte di eredità,
adeguata e sufficiente, per affrontare l’avventura. A seconda della
individualità singola e irripetibile, c’è chi ha ricevuto cinque talenti, chi ne
ha, invece, ricevuti tre, e chi ne ha avuto uno solamente: tutto secondo
una ineccepibile e impeccabile, per quanto sommamente misteriosa,
divina giustizia distributiva.
Chi ha ricevuto cinque talenti, non ha ricevuto più parte di eredità degli
altri due: ciascuno riceve quello che è giusto e opportuno. L’importante è
non sotterrare il proprio, o i propri talenti. Sotterrare il talento, o i talenti,
equivale a rifiutare l’esperienza, per pigrizia, o per paura di sbagliare
l’investimento. Questo è un fatto deleterio, ed estremamente negativo.
Bisogna essere prodighi, non avari! La vita fuori della comoda casa del
Padre deve essere vissuta tutta quanta, senza rinunciare a nessuna delle
esperienze che il destino ci offre nel corso del nostro cammino lungo le vie
del cosmo materiale: soprattutto mentre siamo nell’aldiqua, rivestiti di
carne, totalmente immersi in essa, per vivere la vita degli uomini, con gli
uomini completamente identificati.
L’individuo che si chiude alle esperienze, non vive le esperienze: il suo
spirito non viene sollecitato, non è scosso, non evolve. E’ vero che le
esperienze che la vita ci propone sono tanto spesso dolorose, e che,
quindi, viene la voglia di rifuggirle, sotterrando il talento, isolando lo
spirito, schermandolo e rinchiudendolo in un bunker inaccessibile; ma è
vero anche che, se il seme non si espone all’aggressione, anche violenta,
dell’ambiente biochimico nel quale è immerso, esso non muore,
naturalmente, ma neppure germoglia, e mai diventa pianta. Se il figliuolo

21

della parabola non avesse dato fondo a tutte le sue risorse, spendendo
tutta la parte di eredità, non sarebbe finito sul mucchio di letame, e non si
sarebbe rammentato della casa del Padre, e del Padre lontano.
‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’: se lo spirito
diventa povero, perché ha dato fondo a tutta l’eredità ricevuta dal Padre,
egli è pronto per ritornare alla casa paterna, la sua odissea è terminata.
Per diventare ‘poveri in spirito’, bisogna essere prodighi, non si deve
sotterrare il talento ricevuto. I poveri in spirito sono gli spiriti usciti dalla
casa del Padre, e diventati poveri, perché sono stati prodighi, perché
hanno vissuto, hanno sperimentato, hanno compreso. ‘Vita magistra
vitae’: non è la storia studiata a scuola che è maestra di vita, ma è la vita,
sofferta e vissuta tutta quanta intensamente, ad insegnare, a far
comprendere, a realizzare lo scopo per il quale si vive nella carne, o fuori
della carne, ma sempre nel mondo delle energie materiali.
‘Vieni, servo buono e fedele’: le braccia del Padre si aprono, le porte della
casa paterna si spalancano, per accogliere lo spirito che è stato coraggioso,
ardito, intraprendente. ‘Vai lontano, servo infingardo’, che non hai osato
vivere, che hai avuto paura, che sei stato pigro: le porte per te si apriranno
solo quando avrai imparato la lezione, e avrai imparato a vivere. Solo chi
vive intensamente è vivo, e, quindi, non è più morto. E il Padre potrà dire
di lui: ‘questo mio figlio era morto, ma ora è vivo, e più morire non potrà’.

22

IL DOLORE, PERCHÉ?

Gesù, a gran voce, gridò: ‘Lazzaro, vieni fuori’. Lazzaro, che era morto, si
scosse, si svegliò, ritornò in vita. Il dolore ha la funzione di scuotere lo
spirito, che, seminato profondamente nell’humus – nella terra, cioè, quale
è l’uomo - è come morto, è come addormentato, come stesse in letargo.
Per svegliarlo, è necessario gridare, ad alta voce, e con insistenza. Il dolore
questo lo sa fare. E come! Esso morde e fugge; ritorna quindi alla carica;
aggredisce, lacera, affonda le unghie nella carne. Senza pietà. E’ inutile che
l’uomo pianga, si disperi, bestemmi: quello che farebbe il seme, se
potesse, quando è aggredito, sotto terra, dalle forze biochimiche che lo
dilaniano, ne lacerano l’integrità, lo fanno lentamente morire. Ma, solo
così, solo se le forze della morte si scatenano contro il seme con ferocia
assassina, il seme muore, e dal suo seno emerge il germoglio, che
attraversa la terra che è sul suo capo, ed esce fuori a contemplare il cielo.
Il dolore lo subisce il seme, il dolore lo soffre l’homo-humus. Lo spirito ne
trae solo giovamento, si scuote dal sonno profondo, si risveglia, acquista
potenza, e vive: ‘questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita’. La morte
del corpo attraverso il dolore sembra un fatto crudele ed impietoso, ma, a
ben pensarci, non è esattamente così. In fin dei conti, il corpo è un insieme
di particelle materiali, che si aggregano in un certo modo, riarrangiano
continuamente il loro stare insieme, vanno e vengono. Difatti, il corpo non
è mai lo stesso, cambiando esso senza sosta, fino a quando non giunge la
disgregazione definitiva, che inizia con la morte fisica.
Chi soffre la sofferenza, chi avverte il dolore, non è l’homo–humus in
quanto humus, ma è l’io psichico, è l’anima. Il corpo fisico è un
concentrato del cosmo materiale, utile per accogliere lo spirito, quando
questi esce dalla casa del Padre, e viene a trovarsi in quello che per lui è
l’altro mondo. Esso è un po’ come lo scafandro del sub, o la tuta spaziale
dell’astronauta. Senza il corpo, lo spirito non potrebbe sperimentare
l’ambiente che lo circonda, una volta uscito dalla casa paterna. Esso è,
quindi, funzionale allo spirito. Il quale, poi, lo molla come una vecchia
ciabatta, quando non gli serve più.

23

Quando l’ambiente fisico grida allo spirito, perché si risvegli, questo grido
passa attraverso l’involucro psicofisico, che avvolge e protegge, come in
una incubatrice, lo spirito, che giace nelle profondità dell’essere umano.
Questo grido, che intende scuotere lo spirito, sono gli eventi dolorosi della
vita. Questi sono dolorosi perché così sono sofferti dall’apparato
psicofisico dell’uomo, e perché essi giungono, talvolta, fino a lacerare l’io
fisico e quello psichico, pur di giungere a toccare lo spirito, per ridestarlo.
Questo è il dolore dell’homo-humus, questo è il dolore dell’anima. Il
dolore dell’homo–humus cessa con la morte fisica, con l’abbandono del
corpo. La possibilità di sofferenza per l’anima, invece, continua anche
dopo la morte fisica, quando il figliuol prodigo continua il suo peregrinare
nell’ambiente che si trova pur sempre ancora all’esterno della casa del
Padre.
Una volta uscito dalla casa paterna, il suo cammino è lungo, molto lungo.
Nel corpo, nell’humus, egli è tutti noi che stiamo vivendo da questa parte;
rivestito dell’anima, poi, egli è tutti i trapassati, e vive, gioisce, e soffre
l’altra vita. Esaurita l’esperienza provvisoria dell’altra vita, egli è di nuovo
da questa parte, a vivere la gioia e il dolore sotto altre spoglie. Trapassa e
ritorna, eterno pendolare, fino a quando non è diventato povero in spirito:
cioè uno spirito povero, perché ha dato fondo a tutta la parte di eredità
che ha ricevuto dal Padre.
In questo suo lungo peregrinare, il figliuol prodigo è accompagnato dal
dolore, che di tanto in tanto bussa alla sua porta, perché non s’addormenti
lungo il cammino, o perché si ridesti e si rimetta in cammino, una volta che
si sia addormentato per la stanchezza. E’ per questo che i santi parlano di
fratello dolore e di sorella sofferenza: chi dorme non sente la voce della
patria lontana, e rischia di non riuscire a ritrovare più la via d’uscita dalla
selva oscura della vita di tutti i giorni. Il dolore, martellando senza pietà, ci
tiene desti, o ci risveglia dal sonno.
Se vediamo il dolore secondo questa ottica, se guardiamo ad esso da
questo punto di vista del suo essere funzionale allo spirito, comprendiamo
il senso dell’espressione per crucem ad lucem: il dolore non è più cieco
destino, ma diventa provvida sventura.

24

Esso è paragonabile all’azione dello scultore, che, impietosamente,
colpisce il marmo, per estrarne la figura, e portarla alla luce del sole. Se il
marmo potesse, soffrirebbe. Ma la sofferenza, provocata dallo scultore,
non è gratuita: essa è finalizzata alla nascita di una creatura meravigliosa.
A questo punto, vista così la cosa, il marmo dovrebbe rendere grazie allo
scultore, che, attraverso la sua azione impietosa, lo ha trasformato, da
massa informe, in immagine di luce. Se Michelangelo avesse avuto pietà
de La Pietà, che implorava pietà mentre egli la colpiva e la scolpiva
impietosamente durante la faticosa emergenza dal marmo senza forme, La
Pietà non sarebbe mai nata!

IL FIGLIUOL PRODIGO, L’EX-SISTENS

L’esistenzialismo ha colto nel segno quando descrive il dolore, la
sofferenza, l’angoscia, la disperazione dell’uomo, visto nella sua solitudine.
Esso ha fotografato il figliuol prodigo nel momento clou della sua parabola
nell’ambiente cosmico al di fuori della casa del Padre, quando il mondo
intorno non gli dice più niente, ed è solo, seduto in mestizia su un mucchio
di letame, circondato dai porci. Il mondo che ha sperimentato, che è ormai
alle sue spalle, non lo alletta più, ma ancora non vede niente davanti a sé:
si sente solo, come in una selva oscura, con la sola vaga coscienza di avere
smarrito la dritta via.
E’, questo, il merito fondamentale dell’esistenzialismo, quello di aver ben
descritto e messo a fuoco l’individuo umano, mentre che, solo e pensoso,
il mondo intorno, con occhio smarrito, va rimirando. Tanti figliuoli prodighi
si rivedono e si riconoscono in questa scena di sofferta solitudine. L’uomo
coglie se stesso nell’atto di prendere coscienza della sua ex-sistentia, di
essere, cioè, fuori posto, di essere un individuo ex-sistens, qui ex-sistit: che
è collocato, cioè, in un posto che egli sente come non suo, come
vagamente estraneo, come non-self. Intanto che, purtroppo, ancora non
vede la casa paterna, e non si rende conto che è lì che tende, perché da lì,

25

un tempo molto lontano, è fuoriuscito. E’ da quella casa che, al momento,
ex-sistit.
Quando il figliuol prodigo si ricorda del Padre e della casa paterna, e
decide di tornare là, da dove si era allontanato, si mette in movimento.
Finisce, giorno dopo giorno, il suo status di ex–sistens, fino a quando non
riabbraccia il Padre, e non si spalancano le porte della casa d’origine. E’,
questo, il lieto fine che propone all’ex-sistens il padre storico
dell’esistenzialismo, il filosofo e teologo Kierkegaard. Il quale, a parere
mio, non ha fatto altro che riproporre, in termini filosofici, la parabola del
figliuol prodigo. Gli altri filosofi esistenzialisti, non vedendo ancora, essi
stessi, la prospettiva di un ritorno, perché per essi non esiste una casa
paterna, una patria lontana da raggiungere, hanno lasciato fuori, nella sua
ex-sistentia, e nella sua desolante solitudine, il figliuol prodigo.

IL PENDOLARE DELL’UNIVERSO FISICO

Noi siamo il figliuolo più piccolo della parabola, e siamo nomadi. Il nostro
fratello maggiore è uno stanziale, e noi non sappiamo come egli svolge la
sua giornata, mentre siamo fuori della casa paterna. Né ci interessa, al
momento, più di tanto. Una volta fuoriuscito dalla casa del Padre,
ciascuno di noi, singolarmente, diventa un piccolo grande pendolare
dell’universo, di quell’universo costituito dall’ambiente esterno alla casa
paterna. L’individuo compie un grande e unico movimento pendolare di
andata e ritorno, di fuoriuscita e rientro. All’interno, poi, di questo enorme
unico ed immenso tic-tac, consistente nell’uscita dalla casa del Padre e nel
ritorno ad essa, c’è un numero variabile di pendolarità all’interno
dell’ambiente materiale, che il figliuolo minore ha scelto coraggiosamente
di esplorare. Queste pendolarità sono le immersioni dello spirito nella
carne, e le fuoriuscite da essa, una volta esaurita ogni singola vita sulla
terra.

26

Questo andirivieni si determina tra le due dimensioni fondamentali, delle
quali è costituito l’ambiente materiale, esterno alla casa del Padre: il
mondo dell’aldiqua, della terra, degli spiriti incarnati; il mondo dell’aldilà,
l’altro mondo, il mondo dei trapassati, dei cosiddetti morti, dei
disincarnati. Perché, quello che la religione chiama l’altro mondo, si trova
anch’esso da questa parte rispetto alla patria del pendolare dell’universo,
la casa del Padre, l’ultima e definitiva stazione dell’errante. Quindi, un
grande atto respiratorio dello spirito, fatto di una profonda inspirazione al momento di immergersi, al pari di un sub, nell’ambiente materiale, per
lui irrespirabile – e di una successiva profonda espirazione, che inizia
quando lo spirito si sente quasi soffocare, e corre verso la respirabile casa
paterna, dopo che ha esaurito la scorta di ossigeno della fase inspiratoria.
Scorta costituita dalla parte di eredità ricevuta dal Padre, nella parabola,
prima del tuffo nell’ambiente materiale.
E’ un unico grande atto respiratorio, che dura tutto il tempo dell’andata e
del ritorno, rispetto alla casa paterna, e comprende tutti gli atti respiratori
intermedi, costituiti dalle andate e dai ritorni dal cosiddetto da noi altro
mondo. La grande immersione in apnea dà segni di esaurimento quasi
totale delle riserve di ossigeno nei mistici, i quali sentono impellente il
bisogno di andare, di tanto in tanto, ad ossigenarsi, volando verso la casa
del Padre, per uno spazio di tempo brevissimo, ma, in genere, sufficiente
per ricaricarsi, e per potere, quindi, ridiscendere nello stato di apnea. ‘Io
sono un esule in terra, e ricerco disperatamente la mia gente e la mia
patria lontana’: ecco quello che potrebbe gridare lo spirito che soffre
profondamente lo stato di apnea, e che sta percorrendo, presumibilmente,
l’ultimo tratto di strada, che ancora lo separa dalla casa del Padre.
Questo grande, unico respiro di ogni singolo spirito, sembra assomigliare
al respiro di Brahma degli orientali, e al concetto della espansione e della
contrazione dell’universo della scienza contemporanea. Un immenso
grande respiro, che lo spirito sta vivendo anche in questo momento, e la
cui fase di ritorno alle origini, alla casa del Padre, è certa, sicura, garantita.
Un ritorno che è scritto nel DNA di ogni spirito. E’ un programma, per
nostra buona sorte, fatalisticamente segnato, ineludibile. Questo avrà,
forse, inteso Cristo, quando ha detto ‘vedo satana precipitare dal cielo, nel

27

nulla di sé’. La grande pendolarità dell’uscita e del ritorno rispetto alla casa
del Padre è patrimonio di tutti gli spiriti, di ogni singolo figliuol prodigo:
agli occhi del Padre non ci possono essere figli e figliastri. Lo spirito, che è
in noi, e che siamo noi, grida costantemente ‘Abbà, Padre’, anche se sono
tanti gli uomini ancora sordi, incapaci, al momento, di udire tanto grido.
L’immenso cammino del figliuol prodigo fuori della casa del Padre non
procede in modo lineare – il che potrebbe anche risultare monotono – ma
è un avanzare secondo grossi movimenti pendolari, come a zig-zag. Questo
avanzare consiste nei periodici eventi incarnativi e disincarnativi.
Ininterrottamente, veniamo quaggiù, ritorniamo lassù, ridiscendiamo sulla
terra, usciamo di scena, ricompariamo sulla scena. E così via, senza sosta,
l’eterno pendolare va e viene, fino a quando non giunge all’ultima
stazione. Nascere e morire, andare di qua e di là; errare, ed errando
discere, imparare, apprendere. Non è andare a zonzo, non è bighellonare,
ma è sempre un avanzare: a piccoli passi, o a passi da gigante, poco
importa. E’ procedere, in ogni caso, in un avvicinamento progressivo ed
inarrestabile alla casa del Padre.
All’interno del grande movimento pendolare di andata e ritorno da e verso
la casa del Padre, il figliuol prodigo vive la sua divina commedia. Egli
esperimenta, di volta in volta, l’inferno, il purgatorio, il paradiso. E questo,
sia mentre procede lungo il cammino situato da questa parte, quando vive
la vita degli uomini, sia mentre è nell’aldilà, a vivere la vita dei trapassati.
L’inferno, il purgatorio, e il paradiso dello spirito errante, sono
atteggiamenti interiori, sono stati d’animo, sono il modo in cui lo spirito
vive i vari stadi del suo cammino evolutivo. E sono pur sempre soltanto
momenti del suo andare all’interno dell’universo materiale, momenti
dotati tutti del carattere della provvisorietà, brevi o lunghi che essi
possano sembrare.
Passa il figliuol prodigo. E, con lui, passano, e vanno via, tutte le sue
esperienze vissute lungo il percorso. Lo spirito oltrepassa la soglia della
casa paterna tutto solo. Con lui va l’esperienza, nei limiti in cui è stata da
lui interiorizzata ed assimilata.

28

LA RESURREZIONE

Solo chi muore veramente può veramente risorgere. E il figliuol prodigo
risorge una volta sola, e definitivamente, quando riabbraccia il Padre, al
termine del suo lungo viaggio. E’ il Padre che parla di resurrezione: ‘questo
mio figlio era morto, ed è tornato in vita’. Solo Cristo, tra i figli il figlio
prediletto, nel quale il Padre si è compiaciuto, ha, sotto certi aspetti,
sperimentato e testimoniato la resurrezione mentre che ancora era in
itinere, situato al di qua, e non ancora al di là della casa del Padre.
Noi tutti, che siamo spiriti in cammino, più lontani o meno lontani dalla
meta, quale è la casa del Padre, mentre da una parte siamo morti, come il
figliuol prodigo prima che riabbracci il Padre, dall’altra parte non possiamo
risorgere, perché, in realtà, nel nostro andare lungo le vie dell’universo
materiale, noi non moriamo mai veramente, perché il nostro morire è
soltanto un andare da una parte all’altra delle due dimensioni
fondamentali, di cui è costituito l’ambiente esterno alla casa del Padre.
Come il figliuol prodigo della parabola, anche noi risorgeremo, ma una
volta sola unica e definitiva. La nostra resurrezione coinciderà con il nostro
rientro, in quanto spiriti, nella casa paterna, dalla quale siamo fuoriusciti
non sappiamo quando e come. Non ci sono resurrezioni intermedie, perché
non ci sono morti reali intermedie. Quello che noi abitualmente definiamo
morire non è altro che un trans-passare, un andare trans, un andare, cioè,
da quell’altra parte dell’universo materiale, dove lo spirito prosegue il
cammino evolutivo, ma non più rivestito dell’involucro fisico. Nascere o
morire è solo un andare da una parte o dall’altra di quel mondo che
costituisce l’ambiente esterno alla casa del Padre. L’individuo che nasce
qui da noi, sulla terra, è lo spirito che abbandona il mondo dei trapassati,
per avventurarsi nel nostro mondo. Il suo morire sarà un passare
nuovamente dall’altra parte dell’universo materiale.
Non è un vero nascere e morire, ma è un andirivieni, è uno spostarsi da
una parte all’altra, è un continuo movimento pendolare tra questo e l’altro
mondo. Partire è un po’ morire, ma non è un morire veramente. ‘Come

29

Cristo è risorto, anche noi risorgeremo’, significa, quindi, che, come Cristo,
anche noi torneremo a riabbracciare il Padre. La resurrezione è l’evento
ultimo, l’ultimo atto del dramma umano dello spirito, l’ultima stazione del
suo cammino evolutivo nell’ambiente altro dalla casa del Padre. Per noi
tutti che stiamo da questa parte, la resurrezione è una prospettiva, una
meta da raggiungere, la certezza di un evento futuro. Il figliuol prodigo è
destinato al rientro. Il ritorno è nel suo programma intimo e incancellabile,
è il momento ultimo dello sviluppo e della manifestazione del suo DNA: è
il destino dello spirito, di tutti gli spiriti, indistintamente. Esso è l’ amen
dello spirito.

LA NASCITA DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

Nel momento in cui lo spirito mette il piede fuori della casa del Padre, egli
comincia a percorrere gli spazi che costituiscono l’ambiente esterno alla
casa paterna. La misura degli spazi attraversati e vissuti fa nascere, nello
spirito, il senso del tempo. Potremmo quasi dire che il tempo e i tempi
sono i tempi di percorrenza, la misurazione - che opera lo spirito - delle
esperienze vissute nel corso del lungo viaggio fuori della casa paterna. Il
fratello maggiore probabilmente non sa, e, forse, non saprà mai, che cos’è
il tempo. Il figliuol prodigo impara che cos’è il tempo, perché si tuffa nello
spazio situato fuori la casa del Padre, e lo percorre.
L’esperienza dell’universo materiale nel quale si è tuffato, lo spirito la fa
attraverso gli involucri dei quali si riveste, volta per volta, per potere
effettuare i contatti con l’ambiente non-self, nel quale si trova a vivere,
una volta uscito fuori della casa del Padre: la quale noi potremmo definire
il luogo della spiritualità pura. Quando lo spirito si fa uomo, egli vive il
tempo degli uomini. Di volta in volta, subisce la storia, o ne è il
protagonista; vive la commedia umana in quello spazio e in quel tempo
che egli vede ed esperimenta attraverso quel complesso psicofisico

30

straordinario che è l’humus-homo. Quando, poi, diventa un trapassato - si
trova, cioè, dall’altra parte, dopo di avere abbandonato il corpo fisico cambiano spazio e tempo, in quanto lo spirito, disincarnato, vive queste
due dimensioni attraverso il solo involucro anima. Il viaggiatore
dell’universo materiale cambia tuta di volta in volta, a seconda che si
muove, e vive, nell’aldiqua o nell’aldilà.
Gli uomini e le cose, i viventi da questa parte e quelli viventi da quell’altra
parte dell’universo materiale, tutto e tutti sono ritmati dal tempo, anche
se a cadenze differenti. Nulla sfugge ad esso, neppure l’inferno. Il quale,
essendo situato nell’ambiente esterno alla casa del Padre, ha, anch’esso,
una delimitazione spazio-temporale ben definita: è l’uomo che, incapace
di vederne i confini, lo definisce eterno. La dimensione dell’eternità è una
prerogativa esclusiva di quell’ambiente, che, nella parabola, è definito la
casa del Padre. Lo spirito è eterno, e possiede l’eternità, perché è, nella
sua essenza, della stessa natura di Dio. Se l’eternità è anche nell’ambiente
esterno alla casa del Padre, potremmo dire che essa è ivi in quanto
trasportata dagli spiriti che lo attraversano, e lo vivono, nel corso del loro
viaggio di andata e ritorno dalla casa del Padre, e per la casa del Padre.
O meglio, per essere più precisi, c’è anche una eternità di tutte le cose che
costituiscono l’ambiente esterno alla casa del Padre, ma è, precisamente,
quella di cui si parla ampiamente nel capitolo intitolato ‘Il sole è
tramontato, ma il tramonto è tutto quanto lì’. Ad esso si rimanda il lettore,
per l’approfondimento dell’argomento.

31

LA GERARCHIA DELL’ESISTENTE

Tutte le cose – il cielo, la terra, il mare, e quanto vi è in essi: tutta quanta la
realtà, quella che, nella parabola, va a costituire l’ambiente esterno alla
casa del Padre - tutto è funzionale all’uomo, perché possa respirare e
vivere. La grande macchina dell’universo fisico costituisce la casa
dell’uomo, è il suo habitat: l’uomo vive in esso e per esso. L’uomo è, esso
stesso, la sintesi dell’affanno di vita di tutte le cose, le quali nell’uomo
convergono, e lo rendono il re dell’universo. Di quello fisico, naturalmente.
Il creato è il tempio nel quale inabita l’uomo, il creato è tutti i cieli: questi
cieli narrano la gloria di Dio. Un mistico laico del Novecento, Pietro Ubaldi
– La grande sintesi, Edizioni Mediterranee - dotato di una sensibilità
eccezionale, ha saputo ascoltare il meraviglioso racconto narrato dai cieli,
e, mirabilmente, con il linguaggio degli angeli, l’ha tradotto agli uomini
sotto la forma di una grande sintesi. E’ come se avesse compiuto un volo
tanto in alto, da riuscire a vedere l’universo nel suo insieme presente,
nelle sue origini remotissime, nelle sue proiezioni verso il futuro. Il tutto
visto come una immensa danza cosmica, con il sottofondo di un coro,
come di angeli.
Egli mi sembra uno dei figliuoli prodighi che, giunto a due passi dalla casa
del Padre e dall’abbraccio del Padre, volge lo sguardo indietro, e coglie, in
un colpo d’occhio, nel suo insieme, tutto quanto l’ambiente esterno alla
casa del Padre, già percorso nelle sue linee essenziali, e giacente tutto
quanto lì, alle sue spalle, vivo di un incessante dinamismo, attraversato in
tutte le direzioni dagli altri fratelli ancora erranti per il mondo.
Tutto il creato è finalizzato all’uomo, consacrato dal Creatore, nella Genesi,
re delle cose tutte, e degli animali della terra, del cielo, del mare. L’uomo è,
a sua volta, funzionale allo spirito. Costui, vivendo la sua vita nell’uomo,
attraverso l’uomo, facendosi uomo, esperimenta il creato fisico tutto
quanto in quel complesso psicofisico, che costituisce il prodotto dinamico
finale dell’agitarsi eterno di quell’energia materiale, che costituisce
l’essenza dell’ambiente esterno alla casa del Padre, di cui nella parabola. Il

32

creato è il tempio dell’uomo, l’uomo è il tempio dello spirito. L’uomo è il
vertice di tutte le cose: ma il vertice dell’uomo è lo spirito.
La piramide si completa ponendo, al vertice dei vertici, il Padre. Cristo si
pone alla testa degli spiriti che stanno percorrendo, a diversi livelli e a
differenti stadi, il mondo materiale: egli è la via, la luce, il faro, per i
figliuoli prodighi che avvertono il senso di smarrimento e di
disorientamento nella oscura selva dei sentieri della vita. Il cammino, il
sentiero, la dritta via, egli li conosce bene, perché ne possiede la mappa
precisa.

QUESTO MONDO, L’ALTRO MONDO

L’ambiente esterno alla casa del Padre è posto lì, da Dio, perché il fratello
minore, percorrendolo in tutti i sensi e in tutte le direzioni, acquisti
esperienza, e sviluppi alcune delle potenzialità incise nel suo DNA. Questo
ambiente è l’universo delle energie materiali, esso è il creato. Il mondo
della terra, il mondo degli uomini, i pianeti abitati e i loro abitanti,
costituiscono quello che noi abitualmente chiamiamo questo mondo.
Accanto a questo, c’è l’altro mondo, abitato dai trapassati, che sarà abitato
anche da noi, dopo che avremo abbandonato il nostro attuale corpo fisico.
Questo mondo e l’altro mondo costituiscono, assieme, l’ambiente esterno
alla casa del Padre: quella casa che noi, in quanto spiriti, un dì molto
lontano, a noi ignoto, che si perde nell’eternità, abbiamo lasciato alle
nostre spalle, per la lunga avventura, attualmente ancora in corso, che si
svolge, secondo un andamento altalenante, tra l’aldiqua e l’aldilà, ma pur
sempre da questa parte, rispetto alla casa del Padre.
Quando il figliuolo più piccolo ha messo il piede fuori della casa paterna,
quel mondo, che egli ha cominciato ad esplorare, stava già tutto quanto lì,
dispiegato in tutta la sua immensità, da sempre. Per lo spirito, tanto

33

l’aldiqua nostro, quanto il nostro aldilà, costituiscono ambedue un mondo
estraneo, non-self, perché non spirituale, ma materiale. Le tute che
rendono questi ambienti abitabili per lo spirito, sono costituite dall’
apparato psicofisico, cioè dall’uomo vivente, quando lo spirito si trova
nell’aldiqua, e dall’anima, quando lo spirito si trova nella dimensione che
noi uomini siamo soliti definire l’aldilà.
Quando il figliuol prodigo avrà varcato definitivamente la casa del Padre,
al termine del suo lungo viaggio fuori di essa, allora lascerà fuori della
casa, per sempre, gli involucri, che ha utilizzato precedentemente, perché,
ora che sta di nuovo nell’ambiente a lui connaturale, non ha più bisogno
delle tute per respirare. Qui, nella casa del Padre, c’è la sua aria. Questa
casa è la sua patria, essa costituisce il suo habitat naturale. Ora che è di
nuovo vivo, può riprendere a respirare a pieni polmoni.

34

L’UOMO, EMOZIONE DELLO SPIRITO

L’apparato di rivestimento dello spirito – sia esso inteso come complesso
anima-corpo, mentre lo spirito è sulla terra, sia esso costituito di psicheanima, quando lo spirito vive la vita dei trapassati – è vero che,
tecnicamente considerato, è una tuta per lo spirito - perché questi possa
percorrere l’ambiente ostile, e altrimenti irrespirabile, nel quale si è
tuffato, quando è uscito dalla casa del Padre, e che sarà, alla fine, buttato
via, quando non servirà più, come si fa per tutte le cose usa e getta - ma è
pur vero che, non tecnicamente inteso, quell’apparato è l’uomo. E, allora,
le cose cambiano.
L’uomo è una emozione dello spirito, una lunga emozione, che dura tutto il
tempo del cammino del figliuol prodigo attraverso i tanti sentieri
dell’ambiente esterno alla casa del Padre. Lo spirito non semplicemente si
riveste dell’uomo come di una tuta: egli diventa l’uomo, egli diventa il
figlio dell’uomo.
O, meglio ancora, egli è l’uomo, il re dell’universo, il protagonista della
storia. Anzi, diventa tanto tutto uomo, da dimenticare completamente di
essere uno spirito: non ricorda affatto la casa del Padre, la sua patria è,
ora, la terra, i suoi fratelli gli altri uomini. Ignora il Padre stesso, e il fratello
lontano. Il fratello minore è uscito dalla casa paterna per sperimentare il
mondo, che è altro rispetto a quello suo proprio, costituito dalla casa del
Padre. Questo è il programma, questo è lo scopo primo e ultimo del
sofferto abbandono del comodo habitat paterno; questo spinge lo spirito
ad affrontare l’avventura, diventando, così, il figliuol prodigo.
La maniera migliore per conseguire l’obiettivo dell’assimilazione dell’idea
del diverso da sé, è quella di diventare quella realtà:
‘’. La  è il complesso psicofisico, la 
è l’uomo. Essa è l’humus, la terra plasmata dall’evoluzione, fino a
diventare un individuo vivente, capace di intendere e volere, di piangere,
di ridere, di soffrire, di gioire, di creare e di abbattere; di fare la storia, di
essere il protagonista della commedia e della tragedia umana. E’, l’uomo,

35

tutto questo. Ma è anche lo spirito tutto questo, nel momento in cui
inabita l’uomo; anche mentre costui ancora non lo sa, e crede di essere
soltanto, e tutto quanto, humus.
Con l’inabitazione da parte dello spirito, l’uomo diventa un’emozione,
l’emozione dello spirito. Quello che l’animale non è, né può essere,
incapace com’è – ancor esso, tuttavia, amata creatura di Dio – di incantarsi
davanti ad un tramonto rosso, che egli neppure vede. Solo se la mens
agitat molem – la mens è lo spirito individuale, la moles è l’uomo - solo se
lo spirito diventa tutt’uno con quell’apparato psicofisico che è l’individuo
uomo, questi è capace di vibrare, di commuoversi, di vivere un’emozione,
di diventare, esso stesso, un’emozione.
L’uomo è un microcosmo, è tutto il cosmo in miniatura, è il prodotto finale
di tutta la fatica dell’universo materiale, che costituisce l’ambiente esterno
alla casa del Padre. E’, questo, sia l’uomo di questo mondo, fatto di anima
e di corpo, sia l’uomo dell’altro mondo, costituito della sola anima. Lo
spirito diventa tutt’uno con questo microcosmo, lo vive dall’interno, lo
conosce, lo comprende, ne assimila l’essenza. Esplorando dall’interno
l’uomo mediante la identificazione temporanea con esso, lo spirito vive il
microcosmo, lo spirito vive la sintesi del cosmo tutto.
Quando il processo di conoscenza del cosmo materiale è giunto a
conclusione - perché lo spirito ha vissuto l’uomo tutto quanto, sia nel bene
che nel male, e ne ha versato tutte le lacrime, di gioia e di dolore - la fase
esplorativa dell’universo materiale è finita. E’ l’ora del rientro. Seduto sul
mucchio di letame, il figliuol prodigo si ricorda di nuovo della casa del
Padre, e della patria lontana. L’uomo cessa di essere l’emozione dello
spirito, perché lo spirito è, esso, ora, un’emozione. Egli è l’emozione per la
casa del Padre. A questo punto, il figliuol prodigo si alza, e si mette in
cammino.

36

IL FIGLIUOL PRODIGO, L’ODISSEO CRISTIANO

Ulisse parte da Itaca in qualità di , anonimo re-pastore. Al
rientro in patria, siede sul trono in qualità di eroe dei mari, esploratore del
mondo, temprato dalle avventure vissute, e dai pericoli affrontati e
superati. Simbolo dell’uomo che si agita nel labirinto della vita, diventa un
gigante, perché è passato varie volte attraverso il pericolo della morte,
senza mai demordere, e senza tirarsi indietro. Il fato gli impone il
cammino, gli crea intorno le situazioni, lo spinge, e lo costringe,
all’avventura; lo fa crescere, lo tempra - apparentemente, senza pietà anche quando supplica gli dei perché gli risparmino certe esperienze
dolorose.
Per i Proci e per il popolo, Ulisse era sicuramente già morto. Penelope sa,
invece, che egli tornerà. E l’aspetta. Sente che il suo uomo sta vivendo la
sua parabola, e che la parabola prevede il rientro, così come ha previsto e
programmato la partenza. Fa e disfa la tela, per tenere a bada i
pretendenti. Ma il tempo che passa non cancella dal suo cuore la certezza
che la persona amata prima o poi busserà di nuovo alla sua casa, e si
prepara, ogni giorno, a riabbracciare il suo uomo, che tutti ritengono
morto e perduto.
Quando Ulisse, eliminato l’ultimo nemico, butta giù la maschera, si rivela,
e riabbraccia la sposa, mi par di vedere Penelope gridare ai servi, al pari
del Padre della parabola del figliuol prodigo: ‘preparate il vitello grasso per
un gran festino, perché il mio uomo era morto ed è tornato in vita, era
perduto ed è stato ritrovato’. Come per il figliuol prodigo il ritorno alla casa
del Padre è nel programma - anche se egli non lo sa, ma lo sa bene il Padre
che sta lì, sulla porta, ad aspettarlo, per andargli incontro appena lo
intravvede in lontananza – anche per Ulisse il rientro è nel programma: il
fato lo vuole, e nulla possono né gli dei del cielo, né gli uomini della terra,
né gli eventi avversi della natura. Anche per la parabola laica del figliuol
prodigo, il ritorno alla patria lontana è un evento ineluttabile.

37

Ulisse non l’ha fermato la maga Circe con le sue lusinghe e le sue illusioni.
Tanto non ha potuto il mare, né il vento contrario, o Scilla e Cariddi con i
loro turbini. Perde, Polifemo, il suo unico occhio, quando tenta di fermare
il fato: quello che è segnato, quello sarà. E Ulisse rivedrà la sua Itaca. Il
figliuol prodigo deve tornare alla casa del Padre, è scritto nel suo
programma, è il suo destino: nulla e nessuno potrà fermarlo. Neppure
l’oblio, che pure lo accompagna per quasi tutto il cammino lungo le vie
dell’universo materiale. Ci prova la morte. Ma egli muore all’aldiqua, per
rinascere nell’aldilà; muore nell’aldilà, per rinascere nell’aldiqua: in un
continuo nascere e morire, senza tuttavia mai perire del tutto, e/o per
sempre.
Interviene, allora, satana, con il suo esercito di demoni e il suo inferno. Ma
il richiamo della patria lontana spezza le catene di satana. Anche le porte
dell’inferno si spalancano verso l’uscita: il figliuolo lascia alla sue spalle
pure questa esperienza delle tenebre. L’eternità dell’inferno si è rivelata
una illusione; l’invincibilità di satana una menzogna. ‘Ho visto satana
precipitare dal cielo’. D’un tratto, il figliuol prodigo si ricorda della casa
lontana. Risoluto, si mette in cammino. La parabola sta per concludersi.
Ancora una volta, e per tutti i fratelli minori, a lieto fine, perché così è
scritto nel programma.

38

IL LIBERO ARBITRIO, IL DRAMMA DELLE SCELTE

Per risolvere questo non facile problema, dobbiamo partire da molto
lontano, seguendo lo spirito fin dal momento in cui lascia la casa del
Padre, e si tuffa profondamente nell’universo materiale, per conoscerlo
attraverso l’esperienza diretta di esso. In un primo tempo – un tempo per
noi uomini lunghissimo, non quantizzabile, perché non misurabile – lo
spirito è tutto intento ad organizzare per sé l’involucro, fatto di sottilissima
energia materiale, che lo renderà capace di mettersi in contatto di
esperienza con l’ambiente non suo, nel quale si è immerso.
Lavoro immane, paziente, continuo, che prepara lo spirito a vivere l’uomo,
a farsi uomo, a divenire emozione umana. In questa prima fase
dell’evoluzione dello spirito, in questi lunghissimi momenti del cammino
dello spirito per i sentieri del mondo delle energie materiali, lo spirito vive
la sua preistoria. La sua storia vera e propria lo spirito inizia a viverla
quando inabita l’uomo. E’ da questo momento che lo spirito prende a
sperimentare, ad esperire in se stesso, l’universo materiale, e nasce in lui il
senso del tempo, quale misurazione degli eventi vissuti – in quanto uomo
– coscientemente. Prima di allora, quando lo spirito vive la preistoria
dell’evento uomo, non si può parlare di tempo, perché lo spirito non ha
coscienza di quello che sta pur vivendo in questa primissima fase del suo
lungo andare fuori della casa del Padre.
Una volta iniziato il cammino nell’universo materiale, davanti allo spirito
c’è un percorso che prevede l’andata e il ritorno, perché la parabola sia
tutta vissuta, e possa concludersi. Lungo è il cammino, e faticoso: perché è
un andare muovendosi in un ambiente non-self, fatto di energie materiali,
e non spirituali, più o meno sottili, più o meno compatibili con lo spirito,
ma sempre materiali. Ostili, quindi, per natura, all’azione dello spirito. Ma
lo spirito ha scelto di vivere l’avventura, e, una volta che si è tuffato, deve
anche imparare a nuotare. Paradossalmente, la prima parte dell’avventura
dello spirito, invece di essere la più sofferta e la più faticosa, è vissuta
dallo spirito quasi senza affanno, perché pare che lo spirito trascorra
effettivamente questa fase senza la coscienza di essa.

39

Tutto ciò è provvidenziale, essendo, questo, il tratto più difficile e più
laborioso del cammino dello spirito, del suo iter evolutivo, quello nel
quale lo spirito deve imparare a camminare nel mondo estraneo a lui,
fatto di tutt’altra essenza rispetto alla sua. Questa fase può essere
paragonata a quella che vive l’uomo nel periodo embrionale, e in quello in
cui è lattante, o muove i primissimi passi. Anche in questo caso,
provvidenzialmente, dato che è una fatica erculea quella che fa l’individuo,
soprattutto quando è embrione, allorquando, in un brevissimo lasso di
tempo, deve ripercorrere, velocissimamente, tutte le fasi dell’evoluzione,
da due cellule singole fino all’individuo umano completo.
Quando lo spirito diventa un individuo umano cosciente, egli è oramai il
figliuol prodigo della parabola, protagonista della storia: vive la vicenda
umana in prima persona, va con le prostitute, scialacqua tutti i suoi beni,
soffre la solitudine, si sovviene della casa del Padre, si avvia sul cammino
del ritorno. Egli è diventato adulto, ha superato la fase embrionale
dell’incoscienza di sé, e del mondo in cui vive. Ora deve affrontare l’ultima
fatica, quella di essere lui a dovere scegliere, coscientemente, le vie da
percorrere, per completare la sua evoluzione: è nata la possibilità, e la
necessità, di esercitare il libero arbitrio.
Con l’insorgenza della coscienza, quando lo spirito diventa un individuo
del creato, vivente sì, ma con la coscienza di sé, nasce il dramma dello
spirito: perché, d’ora in poi, è egli stesso il soggetto delle scelte, dovendo
scegliere tra i tanti sentieri percorribili, che si parano, tutti possibili,
davanti a lui. Perché dramma? Perché i sentieri possibili non hanno tutti la
medesima lunghezza: ci sono i più brevi, le scorciatoie, e le vie più lunghe.
Dopo la scelta, quando si è imboccato un sentiero, il percorso diventa
obbligatorio, fino al traguardo di quel sentiero. Come accade per i corridoi
di un labirinto: solo quando si giunge al muro, che è alla fine del percorso
imboccato, si può e si deve tornare indietro, per tentare un’altra direzione.
E si erra di qua e di là, per imboccare la via giusta.
Ma, ancora non si capisce bene dove sta il dramma, per il solo fatto che,
nell’uso del libero arbitrio, si può sbagliare corridoio. In fondo, si può
sempre tornare indietro, e imboccare un altro sentiero: alla fine dei conti,

40

abbiamo solo allungato il cammino, abbiamo perso del tempo, arriveremo
più tardi al traguardo, a quello giusto, alla casa del Padre. Il dramma,
allora, dov’è, se prima o poi alla meta giungeremo ugualmente, perché è,
la casa del Padre, il nostro destino certo ed ineluttabile? Ecco il punto
centrale della questione, è qui che dobbiamo cercare e trovare la risposta.
La quale mi pare possa essere la seguente.
Fino a quando lo spirito, uscito dalla casa del Padre, e postosi in cammino
nell’universo materiale, sta percorrendo il cammino tra continui ed
immani urti, anche oggettivamente dolorosi, con l’ambiente ostile nel
quale si muove, e tutto questo lo vive senza la coscienza che è tipica della
fase uomo e individuo cosciente, il percorso è indolore. Ecco il punto. Così
come è per l’individuo nella fase embrionale, in quella fetale, e in quella
neonatale. In queste fasi, l’individuo non soffre; o, perlomeno, non ha la
coscienza della sua eventuale sofferenza.
Quando lo spirito, invece, ha raggiunto la fase dell’individuo cosciente, ed
è, quindi, giunto all’ultima tappa del suo cammino evolutivo, purtroppo,
nel mentre che in lui si accende la coscienza dell’individuo più o meno
consapevole della propria individualità, nel contempo nasce anche la
coscienza del proprio dolore. Lo spirito comincia a soffrire. Egli si è
incamminato sulla via del dolore.
Il cammino dell’ultima fase dell’avventura dello spirito nell’ambiente
esterno alla casa del Padre è, tutto quanto, una via dolorosa. Prima di
questo momento, lo spirito penetra e compenetra il mondo materiale
senza soffrire; o, perlomeno, senza la coscienza della sofferenza. Dopo di
questo punto, lo spirito evolve nel dolore: egli ha intrapreso la via crucis, e
percorre il tratto più sofferto del suo lunghissimo iter evolutivo. E allora,
più lungo è questo cammino, più lunga è la sofferenza. Più breve è la
distanza che separa lo spirito dalla casa del Padre, meno si soffre. Ora si
capisce il perché del dramma della scelta, e/o delle scelte.

41

LE VIE DEL DOLORE, PERCHÉ?

Anche io, figliuol prodigo tra i figliuoli prodighi in cammino, mi sono
chiesto, alla pari dei miei fratelli erranti per il mondo, il perché delle vie
del dolore. Esse stanno lì, belle e pronte, e attendono che il viandante le
percorra: meno dolorose, più dolorose, brevi, lunghe, diritte o tortuose, in
salita o in discesa, ma tutte difficili a percorrersi. E nessuna senza dolore.
Perché? La risposta la più profonda, e la più valida per me – e che, alla
fine, è una risposta senza una spiegazione ragionata – è quella del poeta:
‘vuolsi così colà, dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare’.
Chi ha posto lì la via dolorosa, perché il fratello minore la percorra con
sofferenza - anche perché già stanco del cammino fatto, e per l’ansia che lo
prende sempre di più di giungere al più presto alla casa del Padre - è il
Pater Noster del vangelo. Quello stesso padre che l’attende sulla porta, e
che gli andrà incontro quando lo vedrà sfinito sulla dirittura d’arrivo. Le vie
del dolore, d’altra parte, si snodano tutte per quei sentieri che
attraversano i cieli meravigliosi, che narrano e cantano di continuo la
gloria di Dio, quasi a volere dare conforto al viandante stanco. Tanto a me
basta perché il mio cuore possa dire, dal profondo: ‘in tua voluntade è
nostra pace’.
Con me vanno, sulla via dolorosa, tutti i fratelli che, come me e come te
che leggi, hanno avuto l’ardire di uscire dalla comoda casa del Padre. Il
dolore dell’ultima tappa fa parte del programma. Ognuno porta la sua
croce, il suo carico d’affanni e di fatiche: chi bestemmiando ancora, chi
piangendo, chi lodando Dio nella preghiera e nel silenzio. E, accanto a
tutti, Cristo, cireneo sempre pronto a portare la croce di quei fratelli che,
sfiniti, crollano per la fatica, e cercano chi li consoli, e la Veronica, che
asciughi il loro sudore. ‘Venite a me voi tutti che siete stanchi ed affaticati,
ed io vi consolerò. Lasciate che pianga io per voi, io che so versare le
lacrime giuste. La mia gioia sia la vostra gioia, anche lungo le vie del
dolore’. Son parole di Cristo. E chi le ripete non è un bigotto.

42

TRIBOLAZIONE ED EVOLUZIONE NEI FIORETTI

l’aquila vola molto in alto
ma s’ella avesse leghato alcuno peso alle sue ali
ella non potrebbe volare molto in alto

Nel cap. XXV dei Fioretti di san Francesco, è descritta l’evoluzione
dell’uomo, quella spirituale, quella interiore: quella che compie il figliuol
prodigo attraverso l’immane fatica, in parte già descritta fin qui. Nei
Fioretti, questo cammino doloroso è narrato in forma immaginifica, e
straordinariamente efficace, nella semplicità massima della descrizione
del sogno di un frate. Tribolazioni ed evoluzione, che vanno a braccetto
lungo secoli di esperienza, ma, qui, descritti come un unico, lungo, e
sofferto sogno.

Un frate sogna che …
… e’ fu rapito e menato in ispirito in su uno monte altissimo al quale era
una ripa profondissima, et di qua et di là sassi spezzati et ischeggiosi, et
schogli disuguali, che uscivano fuori de’ i sassi: di che infra questa ripa era
pauroso aspetto a riguardare. Et l’Angelo, che menava questo frate, sì llo
sospinse, et gittollo giù per questa ripa: il quale traballando, percotendosi
di schoglio in ischoglio, et di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di
questa ripa tucto smembrato et sminuzzato, secondo che a lui pareva. Et
giacendosi così malconcio in terra, dice colui che ‘l menava: Levati su, che
ti convien fare ancor grande viaggio. Rispose il frate: Tu mi pari indiscreto
et crudele huomo; ché mi vedi per morire nella caduta, ché m’à così
spezzato, et dimi leva su. Et l’Angelo s’acosta a llui, et toccando gli saldò
perfectamente tutti i membri, et sanollo. Et poi gli mostra una grande
pianura piena di pietre aguzzate et taglienti, et di spine et di triboli; et
dice, che per tucto questo piano gli conviene passare a piedi ignudi insino
che giunge al fine, nel quale gli conveniva entrare. Abbiendo il frate
passato tutta quella pianura con grande angoscia et pena, l’Angelo gli

43

dice: entra in questa fornace, però che così ti conviene fare. Rispose costui:
Oimè, quanto mi se’ crudel guidatore! Ché mi vedi prosso che morto, per
questa angosciosa pianura, e ora per riposo mi di’, che io entri in questa
fornace ardente. E riguardando costui, e’ vide intorno alla fornace molti
dèmoni colle forche del ferro in mano, colle quali costui, perché indugiava
d’entrare, sì llo sospinsero dentro subitamente… l’Angelo che menava
questo, sì llo sospinse fuori della fornace e poi gli dixe: Apparecchiati a
fare uno orribile viaggio, il quale tu ài a passare. E costui
raccomandandosi, diceva: O durissimo conductore, il quale non m’ài niuna
compassione! Tu vedi, ch’io sono quasi tucto arso in questa fornace, et
anche mi vuo’ menare in viaggio pericoloso, et orribile: allora l’Angelo il
toccò, et facelo sano e forte. Et poi il menò ad uno ponte, il quale non si
poteva passare sanza grande pericolo; imperò ch’egli era molto sottile e
strecto, et molto sdrucciolante, et sanza sponde d’allato; et disotto
passava un fiume terribile, pieno di serpenti et di dragoni et scarpioni, et
gittavano grandissimo puzzo; et ditegli l’Angelo: passa questo ponte, che
al tutto si conviene passare. Risponde costui: et come il potrò io passare,
ch’io non caggia in questo pericoloso fiume? Dice l’Angelo: Vieni dopo me,
et poni il tuo piè dove tu vedrai che io porrò il mio e così passerai bene.
Passa questo frate dietro a l’Angelo e com’egli gli aveva insegnato, tanto
che giunge a mezzo il ponte; et essendo così in sul mezzo il ponte, l’Angelo
si volò via: et partendosi da llui, se n’andò in su uno monte altissimo, di là
assai da questo ponte. Consideroe bene il luogo dove era volato l’Angelo;
ma rimanendo egli sanza guidatore, et raguardando giù vedeva quegli
animali terribili stare co’ capi fuori dell’acqua, et colle bocche aperte,
apparecchiati a divorarlo se cadesse. Egli era in tanto tremore, che per
veruno modo egli non sapeva che si fare, né che si dire; però non poteva
tornare adietro, né andare inanzi. Onde veggendosi in tanta tribolazione,
che non aveva altro refugio che solo Idio, sì s’inchinò, e abbracciò il ponte,
et con tucto il cuore et co llagrime si raccomanda a Dio, che per sua
santissima misericordia il dovesse soccorrere. Et facta l’oratione gli parve
cominciare a mettere alie: di che egli con grande allegrezza aspettava
ch’elle crescessono, per potere volare di là dal ponte, là ove era volato
l’Angelo. Ma dopo alcuno tempo, per la grande voglia ch’egli aveva di
passare questo ponte, si misse a volare; et perché l’alie non erano tanto
grandi, e’ cadde in sul ponte, et lle penne gli cadono: di che costui da capo

44

abraccia il ponte, et come in prima recomandasi a Dio; et fatta l’orazione,
anca gli parve mettere alie; ma come prima, non aspettando che le
crescessono perfettamente: onde, mettendosi a volare inanzi tempo,
ricadde da capo in sul ponte, et le penne gli caddono. Per la qual cosa
veggiendo che per la fretta ch’egli avea di volare inanzi al tempo e’ cadea,
cominciò a dir così tra se medesimo: Per certo che s’io metterò alie la terza
volta, io aspetterò tanto, ch’elle saranno sì grandi, ch’io potrò volare
sanza ricadere. Et stando in questo pensiero e’ si vide la terza volta metere
alie et aspetta grande tempo, tanto che le erano bene grandi; et parevagli
per lo primo et per lo secondo e terzo mettere alie, avere aspettato bene
cuelli anni. Et infine si leva questa terza volta, con tutto il suo isforzo, a
volito et volò insino al luogo dove era l’Angelo; et bussando alla porta del
palagio, nel quale egli era volato…cominciò a guardare le mura
meravigliose di questo palagio; et queste mura parevano talmente di
tanta chiarità, che vedea chiaramente i cori de’ Sancti, et ciò che dentro si
faceva…Sé tosto come fu entrato dentro, sentì tanta dolcezza, che
dimenticò tutte le tribulatione c’egli aveva avute, come se mai non
fussono state….

Mi pare di leggere una parabola del figliuol prodigo secondo Francesco
d’Assisi, l’ alter Christus degli inizi del secondo millennio. E’ un racconto
mirabile nella sua essenzialità, semplice, facilmente comprensibile, il cui
significato profondo si intuisce senza alcuna fatica. Il frate, protagonista
delle avventure del sogno, è il figliuol prodigo, che vive le esperienze
dolorose del cammino fuori della casa del Padre: la meta ultima
dell’andare dei due è il meraviglioso palagio, ove delle pene patite non c’è
più ricordo – come se mai fussono state – perché c’è solo tanta dolcezza.
Il frate-figliuol-prodigo evolve con grande fatica, e l’angelo è inesorabile
nello spingerlo sempre in avanti: tu mi pari indiscreto et crudele
huomo;…oimè, quanto mi se’ crudel guidatore!; o durissimo conductore, il
quale non m’ài niuna compassione!. Quando si rivelerà necessario, si
attraverserà anche l’inferno, il quale manifesterà la sua fondamentale
fragilità, per il fatto che non riesce a trattenere l’ospite più dello stretto

45

necessario. Altro che inferno eterno: la legge, insita nelle profondità
genetiche del figliuol prodigo, e del suo equivalente, quale è il frate del
nostro fioretto, è legge di evoluzione, fino alla casa del Padre. L’inferno
può essere, al massimo, e nel peggiore dei casi, soltanto una stazione
intermedia, e niente di più che questo: l’Angelo che menava questo sì lo
sospinse fuori della fornace.
I tempi dell’evoluzione sono lunghi. E lo spirito deve avere la pazienza di
percorrere tutte le tappe, ad una ad una, senza saltarne nessuna, e senza
volere anticipare i tempi di percorrimento di ciascuna di esse. Questo, il
sogno-parabola lo esprime con la bellissima immagine delle ali, che
svilupperanno sempre e solo nei tempi previsti da una intima legge. Chi
volesse volare prima dei tempi previsti dal programma interiore, è
inesorabilmente condannato a cadere. Il cammino è lungo e doloroso, ma
c’è sempre l’angelo del Signore accanto al pellegrino che piange e soffre: è
solo nell’ultimo tratto del cammino che par che l’angelo voli via, e che sia,
così, più crudele e spietato delle altre volte.
Ma l’abbandono totale è, in questa fase, necessario, perché è il momento
di spiccare il volo verso la casa del Padre. E, per fare questo, il fratefigliuol-prodigo deve volare, perché la meta finale si trova molto in alto, e
non deve essere l’angelo a portarlo fin lì. E’ assolutamente indispensabile
che il frate metta le ali, e che queste siano tanto robuste, da essere capaci
di trasportarlo fino alle mura meravigliose del palagio. Perciò,
l’abbandono - peraltro solo apparente, perché l’angelo ancora segue il
frate, anche se solo da molto lontano – è funzionale all’evoluzione, e non
un evento gratuito e crudele.
Se guardiamo al frate nella prima parte del tribolato viaggio, lo vediamo,
ad un certo punto, tucto smembrato et sminuzzato, essendo caduto di
scoglio in ischoglio, et di sasso in sasso. Ma l’angelo si accosta a lui, gli
rimette a posto le membra smembrate, et sanollo. Un poco più avanti, il
frate incappa nella fornace ardente, e ne viene fuori quasi tucto arso, per
cui non è, ancora stavolta, in condizioni di continuare il viaggio. Ma di
nuovo l’angelo interviene, il toccò, et facelo sano e forte. A me pare di
leggere, in questa parte del racconto del sogno del frate, una chiara

46

allusione alla reincarnazione - cosa naturalmente impensata e impensabile
ai tempi di Francesco, e da Francesco stesso. Ma Francesco racconta il
sogno del frate, e basta. Noi, forse col senno di poi, osiamo leggere queste
immagini, e questa visione, in chiave incarnazionista. Né alcuno potrà
impedircelo, senza adeguata motivazione.

LA VIA PIÙ LUNGA: LA SCELTA DELL’INFERNO

Quando lo spirito, figliuol prodigo che esplora l’universo materiale, giunge
ad essere un individuo cosciente, capace di intendere e volere, deve
esercitare la possibilità di scelta. Quella possibilità che fino ad allora non
gli era concessa, guidato com’era soltanto dal programma, da una intima e
non cosciente istintualità. Giunto al livello evolutivo della coscienza di sé e
delle proprie azioni, le scelte le opererà esercitando il libero arbitrio,
consistente nella possibilità di imboccare l’uno o l’altro degli innumeri
sentieri che gli si parano davanti. Lo spirito evoluto, saggio, maturo,
sceglierà secondo il criterio che gli deriva dall’acquisito e conseguito dono
del discernimento. Che non è, poi, propriamente un dono, perché non è
dato allo spirito gratuitamente, ma è frutto di immense fatiche,
lungamente sofferte.
Ma, prima di giungere ad un tale livello, quanto cammino, e faticoso, deve
avere già percorso lo spirito: le fatiche di Ercole, l’odissea di Ulisse, le varie
prove del fuoco, sono il suo patrimonio di esperienze vissute. Dopodiché,
finalmente, lo spirito è saggio. Ha tanto errato, ha tanto vagabondato, per
comprendere: è solo errando che si giunge alla comprensione. E il
cammino è sempre doloroso. E’ un andare sofferto, quando si va per la
retta via; è un andare sofferto, quando si va di qua e di là, quando si erra,
e si procede sulla via più lunga, la più spaziosa. La via retta è la scorciatoia,

47

ma è la più stretta, la più difficile, la più faticosa. La via sbagliata, la via
della perdizione, apparentemente la più facile ed agevole, è la via larga.
Ma, al fondo di essa, c’è il muro. E bisogna tornare indietro.
Per nostra buona sorte, per noi che abbiamo la possibilità di scegliere - tra
le vie possibili che si parano davanti a noi - anche la via dell’inferno, anche
da questo si può tornare indietro, dopo di averlo percorso per tutta la sua
lunghezza. O meglio, mi par di vedere, sul fondo oscuro del buio tunnel
infernale, una porticina molto stretta, che lascia passare, ad uno ad uno, i
figliuoli prodighi che hanno voluto scegliere la via dell’inferno, perché
possano gridare, con Dante: ‘e quinci uscimmo a riveder le stelle’.
Il lettore perbene non storca il naso, non se l’abbia a male davanti alla fuga
dall’inferno dei fratelli che hanno scelto, nell’esercizio del loro libero
arbitrio, quella particolare via.
Né commetta l’errore, che già ha commesso il fratello maggiore della
parabola, di rimproverare il Padre che ordina la festa, e di uccidere il
vitello grasso, anche per ciascuno di questi figliuoli prodighi, fuoriusciti, ad
uno ad uno, dall’inferno. Ricordi, questo lettore, che attraversare l’inferno
non è come andare a nozze. Se il prototipo dei figliuoli erranti, il fratello
minore della parabola, viene festeggiato dal Padre - perché era morto ed è
tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato - la festa per il fratello che
ha attraversato l’inferno deve essere moltiplicata per due, perché costui
ha conosciuto anche la morte seconda. E, quindi, per due volte è morto,
per due volte è tornato in vita: ‘si fa più festa in cielo per un peccatore
pentito, che per cento fratelli maggiori che mai hanno attraversato il regno
della morte’.
Mi dispiace per i benpensanti, ma la logica questo suggerisce: chiunque
esce dalla casa del Padre parte col destino segnato del rientro. L’amore del
Padre, e il richiamo della patria lontana, vincono ogni ostacolo. Anche
l’inferno. Omnia vincit amor, l’amore vince sempre e comunque. Questa
legge il figliuolo minore se la porta dentro. Essa lo accompagna anche
mentre ha deciso di attraversare l’inferno, anche mentre lo domina l’oblio
della casa paterna e dell’amore del Padre. Tutti gli eventi che lo spirito vive

48

lungo le vie che si trovano al di fuori della casa del Padre sono segnati dal
sigillo del tempo: da quelli che durano il soffio d’un attimo fuggente, alle
esperienze che possono simulare l’eternità. Tutto viene e va, tutto nasce e
muore, tutto inizia e finisce. Anche l’inferno. Almeno nel senso che dirò
adesso.
Non intendo né Acheronta movere, scatenare, cioè, le forze dell’inferno,
né tantomeno Acheronta removere, cancellare l’inferno L’inferno, per
buona pace di tanti individui – pseudoreligiosi, sadici e masochisti - sta
sempre lì, nella sua tetra eternità, nell’attesa di essere attraversato, e
vissuto, da quei figliuoli prodighi che ne fanno la scelta. Ma, quello che
intendo dire, è che esso esiste, è vivente, è per davvero infernale, solo se è
attraversato, visitato, e vissuto, dagli spiriti che scelgono questa
esperienza. Il momento in cui non sarà più scelto quale esperienza
possibile, esso sarà, per sempre, soltanto l’inferno di se stesso.
E, in ogni caso, anche quando viene attraversato, vissuto e sofferto, resta
pur sempre - esso, il superbo inferno con il suo satana - un usa e getta.
Ogni figliuol prodigo che abbandona l’inferno, ripete, con Cristo: ‘ho visto
satana precipitare dal cielo’.

49

LA VIA PIÙ BREVE, LA RETTA VIA

La linea più breve che congiunge due punti distanti tra loro è la linea retta.
Chi deve percorrere la distanza che separa un ipotetico punto A da un
ipotetico punto B, se segue un percorso costituito da un linea retta, giunge
- a parità di velocità di spostamento - prima di colui che procede a zig-zag,
che si allontana di continuo dalla linea retta. Colui che va errando di qua e
di là giunge al traguardo più tardi di colui che va dritto per la via.
Ragionamento logico, che non fa una grinza. Apparentemente, quasi
banale. Carico, invece, di significato, e di profondità di pensiero.
Nella parabola, il figliuol prodigo, prima di ricordarsi della casa del Padre,
prima, quindi, di decidere di ritornare alla dimora dalla quale era partito,
non si pone il problema della via più breve. In questa fase, egli sceglie
quasi a caso tra i tanti sentieri che gli si parano avanti. Procede a zig-zag,
imbocca una via, la percorre fino in fondo. S’accorge che è un vicolo cieco,
torna indietro, si immette su un altro sentiero. Lo percorre fino in fondo,
torna indietro. E così, di errore in errore, lentamente, ma
progressivamente, errando, discitur. Andando di qua e di là, impara;
errando, apprende; soffrendo le conseguenze degli errori commessi, piano
piano comprende. Si risveglia in lui la coscienza del suo vero essere, della
sua natura intima, delle sue vere origini. Nasce la fretta del rientro, insorge
il bisogno di riflettere, prima di imboccare una via. Ora, egli ricerca non
una via qualsiasi, ma la via, la via del ritorno. Quella, poi, che sia la più
breve.
Stretta e difficile da percorrere è la via che conduce alla casa del Padre;
larghe e spaziose sono le vie che vanno nelle altre direzioni. Lo spirito che,
quale figliuol prodigo dell’universo materiale, sta muovendo i suoi primi
passi incerti di individuo umano cosciente di sé, e costretto, per questo, a
dovere scegliere il sentiero che ritiene più opportuno, imboccherà,
naturalmente, il sentiero più agevole, le vie più larghe e spaziose. Cade nel
vuoto l’indicazione della via retta, che gli è rivolta dal profeta, figliuol
prodigo evoluto che gli va incontro per insegnare a lui a camminare.
Quella del profeta, come quella di Cristo, è una voce che grida nel deserto,


Documenti correlati


Documento PDF prof cinquegrana il destino dell uomo in parabola
Documento PDF prof cinquegrana brevi pensieri che fanno pensare
Documento PDF prof cinquegrana non piangete i vostri morti
Documento PDF digiuno contro cancro ok
Documento PDF prof cinquegrana pensieri di un metafisico
Documento PDF ministero della giustizia


Parole chiave correlate