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PROF. CINQUEGRANA PENSIERI DI UN METAFISICO .pdf



Nome del file originale: PROF. CINQUEGRANA PENSIERI DI UN METAFISICO.pdf
Autore: umberto cinquegrana

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1
SAGGIO FILOSOFICO
UMBERTO CINQUEGRANA

PENSIERI DI UN METAFISICO
(EXTRAVAGANTIA METAPHYSICI)

SOMMARIO
INTRODUZIONE:

Quale metafisico?..........................................................................2
PARTE PRIMA

SULL’ESSERE DELLE COSE
Essere e divenire, tempo ed eternità ……………………......................6
Eternità ed immutabilità del creato…………………………………….15
L’illusione non è una chimera………………………………………….18
La realtà virtuale, la realtà reale……………………………………….23
Oggettività dei mondi della fantasia……………….…………………28
L’amore e l’odio nel processo evolutivo………………………………34
I piccoli sogni della notte, il grande sogno della vita…………………38
Il divino mondo dei sogni………………………………………………44
Le cose viste di lassù…………………………………………………….48
Lo spirito, la materia, l’uomo…..……………………………………..51
Spirito-Uomo, Spirito-Anima Umana, Spirito-Spirito………………54
PARTE SECONDA

DEL RETTO OPERARE
Il libero arbitrio, il bene e il male……..………………………………63
Avete occhi per vedere e non vedete………………………………….72
La legge del perdono…………………………………………………..79
Ad ogni passo un segnapassi………………………………………….84
La scelta onesta…………………………………….…….…………….89
Il punto di vista, superbia e umiltà…………………………………...94
Radici di infelicità……………………………………….……………..98
La perfetta letizia………………………………………………………106
CONCLUSIONE

Un inno alla vita..................................................................................109

2

INTRODUZIONE
QUALE METAFISICO?

In questo libro sono esposti i pensieri di un metafisico. Ma, ci chiediamo, che
cosa sono i pensieri di un metafisico, e chi è un metafisico? La risposta che mi
vien di dare a questi non facili quesiti la espongo qui di seguito.
***
I pensieri di un metafisico non sono pensieri comuni, perché il metafisico è un
essere umano che comunica con gli angeli: angeli senza ali, naturalmente, non
iconografie del passato, ma messaggeri invisibili, pure voci, che parlano, nel
silenzio, all’essere interiore. Egli ha un udito speciale: sente la voce dei maestri
invisibili, e la distingue perfettamente da tutte le altre, anche nel caos più
caotico della vita quotidiana. Il metafisico afferma, senza dimostrare, perché
quel che egli dice non si può provare con i metodi sperimentali della scienza.
Egli parla dell’essere e dell’essenza, due realtà che non si possono quantizzare,
né misurare. L’eternità è il tempo del metafisico, la divinità è, per lui, l’essenza
delle cose, l’uomo è l’epifenomeno dello spirito. Il metafisico è onesto, non è
menzognero: dice sempre e solo la verità, fosse, questa, anche solo la sua verità.
Quel che vede con il suo occhio speciale, descrive, e racconta agli altri uomini;
quello in cui egli crede, testimonia.
Angeli senz’ali, discesi dal cielo, parlano al metafisico; le loro parole risvegliano
la verità, che giace – sopita, ma non defunta – nelle profondità del suo animo.
Le voci che provengono dall’alto dei cieli, e la voce della sua interiorità, il
metafisico le sente dapprima confuse, poi sempre più chiare e distinte, ma, sin
dal primo momento, le avverte come qualcosa di stranamente e
straordinariamente familiare. Sente amici i maestri invisibili che comunicano
con lui, e poi fratelli. La visione che quegli angeli speciali hanno delle cose tutte
– del cielo e della terra, degli uomini e di Dio – diventa la sua visione; le loro
certezze sono, ora, le sue certezze, il loro respiro si confonde con il respiro del
metafisico. Costui è, come il profeta, messaggero di Dio, per quello che del
pensiero di Dio può essere il traduttore un uomo.
Il metafisico afferma, mentre comunica e traduce agli uomini i pensieri di Dio
relativi all’essere vero delle cose, ed all’eternità, così come li ha sentiti
raccontare dalle voci dei maestri. Ma tutto riferisce con umiltà, cioè con
l’onesta consapevolezza di riportare la traduzione delle verità di Dio, operata
dagli angeli, e di offrire agli uomini la sua traduzione della traduzione degli
angeli comunicanti. Il metafisico propone all’uomo teorie che sa che sono
straordinarie, perché provengono dall’alto dei cieli e dalle profondità
dell’essere interiore, ma sa bene anche che la verità è sempre oltre se stessa,
perché procede all’infinito, lungo le infinite coordinate di Dio. L’infinito è la

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categoria mentale del metafisico: il finito gli si para davanti solo quando egli
volesse cogliere l’infinito con la potenza inefficace dell’immaginazione.
L’infinito il metafisico lo pone, non lo impone, e a nessuno chiede di
comprenderlo, perché comprendere l’infinito è impossibile.
***
Il metafisico racconta una sua passione, che può essere definita una teomania:
essa è l’eroico furore di Bruno, l’amore di Platone verso le idee universali, è il
movimento incessante del pensiero umano nella direzione segnata dal pensiero
divino, su un orizzonte che si dilata sempre più, ogni volta che ad esso ci si
avvicina. E’, il suo, un inseguimento appassionato della divinità, che si
manifesta per intermittenti lampeggiamenti interiori. Il metafisico racconta le
sue visioni e i suoi pensieri, sapendo bene di essere, in ogni caso, egli stesso
soltanto una voce, alla pari delle voci che a lui parlano: egli è ben consapevole
di essere la voce di uno che grida, nel deserto, la sua passione.
Non si deve pensare che sia un gesto folle ed un non senso la scelta di urlare in
un deserto, e non in mezzo alla folla, la propria esperienza interiore, perché, in
realtà, è, questa, una decisione saggia e opportuna. Difatti, la voce nel deserto
suona e risuona meglio, perché è l’unica nel silenzio della solitudine, laddove la
folla è solo frastuono, schiamazzo, intreccio disordinato di mille caotiche voci;
e, poi, se qualcuno, eventualmente, si trova a passare nel deserto, e raccoglie il
messaggio del metafisico, che ivi parla ed espone il suo pensiero, questo
qualcuno sarà un amante della solitudine al pari del metafisico, al pari di questi
sensibile alle voci che parlano di Dio, e certamente un ottimo ascoltatore della
voce del silenzio.
Ma il metafisico sa essere una voce nel deserto anche in mezzo alle folle, e nel
caos delle frenesie di tutti i giorni: egli può tanto, perché è capace di volare così
in alto con lo spirito, quanto il suo essere fisico è ben piantato sulla terra, in
mezzo alla gente, nel rumore del trantran quotidiano. Il volo dell’anima gli
consente di potere ascoltare le voci degli angeli che intendono conversare con
lui; plana, quindi, di nuovo verso il basso, si ricongiunge alla terra, e tenta di
raccontare le cose divine, utilizzando la lingua degli uomini. Anche se, poi, si
ritrova a parlare di Dio usando le parole degli angeli, e consapevole che, alla
fine, quello che egli dice, molto probabilmente, non sarà capito: e sarà, di
nuovo, una voce che grida nel deserto, anche se la sua parola è rivolta alla folla.
Ma, se in mezzo alla folla sta muovendo il suo passo uno spirito evoluto e
sensibile, sarà quello colui che raccoglierà la sua voce, e vibrerà nel profondo
del suo essere: il metafisico, allora, potrà ben dire di avere fatto centro.
***
Il metafisico è povero, a lui non appartengono i beni della terra. Di questo
soffre, come ne soffrì Dante, quando dovette imparare, sulla propria pelle,

4

‘come sa di sal lo pane altrui, e com’è duro calle lo scender e il salir l’altrui
scale’. Ma, di tanto non si dispera, il metafisico, ricco com’è di una
incomparabile ricchezza interiore, ben consapevole che i tesori dello spirito non
li corrode la ruggine, né li intacca la tignola, e che saranno il suo patrimonio
anche oltre la morte fisica. Egli, povero della terra, nutre, con la sua sapienza, i
ricchi della terra, che sono poveri in spirito. Il metafisico scuote i dormienti, e li
risveglia, dice al loro spirito di risorgere. Diventa stella polare, e faro nella
notte, per quanti vanno a tentoni – con il buio nell’anima e la cecità nella mente
– lungo le vie del mondo, e per gli intricati sentieri della vita.
Né chiamatelo presuntuoso un tale metafisico, perché egli non conosce la
superbia: l’umiltà è il suo vanto, l’amore del prossimo il suo pane quotidiano,
Dio la sua passione. Il dolore degli altri è il suo dolore, come è sua la gioia degli
altri. Per quello che egli si autodefinisce, giudicatelo come volete, ma è certo che
è onesto quando si propone a voi in quel modo. Nelle pagine che seguiranno, il
metafisico dirà i suoi pensieri, esporrà la sua visione delle cose, manifesterà le
sue convinzioni: non per convincere il lettore, ma solo per dire la sua. Con
umiltà, con semplicità, con coraggio: con il coraggio del metafisico. Anche se un
metafisico così fatto e così presentato apparirà essere più un mistico che un
filosofo tradizionale, tutto questo non importa: non conta ciò che egli potrà
sembrare, conta solo quello che egli è, e quello che egli dice.

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PARTE PRIMA

SULL’ESSERE DELLE COSE

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CAPITOLO I
ESSERE E DIVENIRE - TEMPO ED ETERNITÀ
in natura
ex nihilo nihil, nihil in nihilum
sed omnia entia ac fluentia
in natura
dal nulla nulla viene, nulla cade nel nulla
ma tutte le cose, nello stesso tempo, sono e divengono
PARTE PRIMA

Il segreto profondo dell’espressione in natura nulla si crea e nulla si distrugge,
ma tutto si trasforma – nota un po’ a tutti, e che a me piace tradurre in latino in
questo modo: in natura, ex nihilo nihil, nihil in nihilum, sed omnia entia ac
fluentia – risiede nella giusta lettura interpretativa del verbo trasforma, che
tipizza il soggetto tutto, cioè tutta la realtà, le cose tutte, il cielo e la terra, e tutti
gli esseri di tutti i cosmi e di tutti gli universi. Tutto si trasforma significa che la
realtà da noi esperita è vista come qualcosa che ora ha una forma, ma, più o
meno subito dopo, ha un’altra forma. La vera lettura di questa esperienza
conoscitiva – accompagnata o meno da una variabilissima carica emotiva,
tipica dell’automatico e ineliminabile coinvolgimento psichico dell’individuo
che esperisce – è la seguente: la trans-formazione, cioè il passaggio da una
forma all’altra, da un modo di essere ad un altro, è uno spostarsi, da parte
dell’individuo che conosce, da una scena, da una forma, da un modo di essere
della realtà, alla scena, al modo di essere, alla forma immediatamente
successivi.
La realtà è costituita da un numero innumerabile di scene, o di forme, o di
modi di essere. Essa è, cioè, l’insieme di tante rappresentazioni, che stanno lì,
da sempre, in una dinamica staticità eterna, in una eterna immutabilità, le une
accanto alle altre, in un rapporto tale tra loro da costituire una serie di
successioni logiche, come a formare tanti moduli di esistenza, ciascuno con un
preciso senso definito: un numero infinito di rappresentazioni. A mo’ di
esempio, e per tentare di capirci qualcosa, prendiamo in esame una sola
successione modulare: consideriamo una pianta che si sviluppa e cresce.
Osserviamo la pianticella da quando è un germoglio a quando diventa una
pianta robusta, capace di accogliere gli uccelli tra i suoi rami, e di resistere alla
violenza dei venti.
Normalmente, noi diremmo che quella tenera pianticella è la stessa che ora si
staglia maestosa dinanzi a noi, e che, semplicemente, essa ha subito un processo
di trasformazione, passando da una forma all’altra, fino a giungere alla forma
attuale. Noi crediamo, normalmente, che l’unica forma sopravvissuta sia quella

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che ora sta davanti a noi, e che tutte le innumeri forme precedenti l’attuale non
esistano più. In realtà, le cose non stanno così: tutte le forme della pianta che
hanno preceduto quella forma che noi stiamo osservando in questo momento,
tutte quante sono ancora esistenti, inalterate, immobili, viventi nella loro
staticità – che è, poi, sempre dinamicità di una energia imperitura, e che si agita
ininterrottamente.
Anche se il numero delle forme precedenti l’attuale è indubbiamente enorme, e
sicuramente non esprimibile con le formule matematiche abituali, esse sono
tutte esistenti, tutte quante, senza l’esclusione di nessuna. Tuttavia, una transformazione effettiva e reale c’è stata nel passaggio dal germoglio alla pianta
adulta, ma è stato il passaggio che abbiamo operato noi, in quanto osservatori,
distogliendo lo sguardo, di volta in volta, dalla forma posta dinanzi a noi, per
focalizzare la nostra attenzione sulla forma che segue quella immediatamente
precedente. Per cui, di forma in forma, in un inarrestabile percorrimento in
una direzione obbligata – quella del tempo, che procede sempre verso quel
punto che noi chiamiamo il futuro – non giungiamo alla osservazione della
forma adulta della pianta.
***
Questo è il divenire, questo è Eraclito. Ma è, questo, anche Parmenide. I due
filosofi possono darsi la mano in questa visione delle cose, in questa lettura della
trasformazione, intesa come categoria che domina tutti gli eventi naturali. E’
reale il divenire, è vera, nel contempo, l’immobilità dell’essere: sono nel giusto
tanto Eraclito, quanto Parmenide. C’è solo da precisare che la transformazione consiste nel muoversi dell’osservatore da una forma all’altra, e non
è la riduzione al nulla di una forma per dare il passo alla nuova forma. Le scene
sono lì, ferme ed immobili, ma l’osservatore le vede muoversi, le vede passare al
non essere di sé, perché scompaiono dalla vista, e par che svaniscano nel nulla,
per dare il posto ad altre scene, che pare emergano dal nulla di sé, per poi
svanire anch’esse, più o meno subito dopo.
L’osservatore crede di stare fermo e di vedere scivolare le immagini davanti a
sé; è l’illusione che vive il viaggiatore di un treno in corsa, quando gli pare che
il treno sia fermo, e che il mondo esterno al treno – e, quindi, all’osservatore –
corra velocemente da un punto all’altro, apparendo all’improvviso, e
all’improvviso scomparendo. Ma, come nell’esempio del treno le cose stanno
precisamente all’incontrario di come l’illusione ce le presenta e ce le vuol far
credere, così è nel rapporto tra l’individuo vivente, che esperisce, e la realtà
intorno, che viene esperita. Nessuna scena cade nel nulla di sé, perché ogni
singola scena, ogni forma dell’essere resta se stessa, per sempre: nell’eternità.
L’eternità è la categoria che tipizza la realtà delle cose tutte, e non il tempo.
Quest’ultimo ha la sua esistenza non nelle cose, nelle scene, nelle forme
obiettive, ma esso nasce solo nell’individuo che percorre, con la sua emozione,

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con la sua esperienza, la realtà che è davanti a lui, e nella quale egli si tuffa con
la sua sensibilità. Il tempo è l’esperienza di entrare in una scena, in una
situazione, per poi lasciarla dietro di sé, ed entrare nella scena successiva. Il
tempo è l’immagine mobile dell’eternità: è questa la definizione suggestiva del
tempo fatta da Platone, magistralmente, intuitivamente, e, aggiungo io, molto
probabilmente, per ispirazione. L’eternità si fa tempo quando io mi muovo da
una scena all’altra, da una forma all’altra.
Quando, in me, misuro questo passaggio, nasce, in me, la sensazione di un
tempo, quello, cioè, impiegato da me per passare da una forma all’altra, dalla
focalizzazione di una scena alla focalizzazione della scena successiva. Io pongo
in essere il tempo, il quale, altrimenti, non esisterebbe, essendo la realtà
oggettiva solo eterna, immobile, sempre identica a se stessa. La realtà oggettiva
è situata nello spazio, ma non nel tempo: le singole forme, nelle quali è
frantumata la realtà tutta, sono le une accanto alle altre, non le une prima e le
altre dopo, nel senso del tempo. Esse diventano anteriori o posteriori soltanto in
relazione a me che mi calo in esse: il prima e il dopo sono in rapporto alla
posizione che assumo io quando mi confronto con le singole forme, con le scene
che sono davanti a me.
Io strappo le situazioni, le cose, le scene, la realtà oggettiva, alla loro
inalienabile eternità statico-dinamica quando le vivo, calandomi in esse:
vivendo prima una scena, e poi un’altra, io dico che è trascorso un certo tempo.
In realtà, il tempo è solo la mia soggettiva sensazione, è la misurazione del mio
passaggio da una scena all’altra: parlando di tempo trascorso, io intendo dire
che la mia attenzione attuale è tutta quanta dentro la scena nella quale sono
entrato or ora, e nella quale vivo in questo preciso momento, mentre la scena
nella quale vivevo un attimo fa appartiene oramai al passato. Ma questo passato
non significa affatto reductio rei ad nihilum, annichilimento, cioè, di tutte le
situazioni da me vissute: si tratta semplicemente dell’abbandono di queste
situazioni già vissute, si tratta della fuoriuscita da esse da parte mia, per
entrare in altre situazioni.
Le situazioni pregresse non cadono nel nulla, le situazioni nelle quali entro non
vengono all’esistenza a partire dal nulla di se stesse: le situazioni future sono
tutte quante là, anch’esse, come le passate e le presenti, esistenti ab aeterno et
in aeternum. L’individuo umano si muove lungo una realtà eterna ed immobile,
la quale resta tale anche quando viene attraversata dall’individuo vivente
umano. L’eternità resta eternità in se stessa anche quando l’individuo la vive
secondo un prima e un dopo, i quali nascono dal fatto che costui la percorre a
piccoli tratti, un poco per volta, seguendo il criterio del mordi e fuggi, secondo
una direzione obbligata a senso unico, quale è il movimento verso il cosiddetto
futuro.
L’attimo nel quale l’individuo vive una determinata scena, o situazione, o
forma particolare della realtà, è un presente reale e oggettivo, che coincide con
l’eternità, perché è, in se stesso, un non movimento in quel preciso momento, è

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non tempo, è coincidenza con la realtà, con la quale si è tutt’uno: si è, perciò,
come quella, pura eternità.
***
Quindi, nulla muore veramente, perché nulla cade nel nulla di sé; nulla nasce
ex novo, perché tutto è già lì, bell’e fatto, da sempre. Tutto è, e basta. Il tempo
esiste, ma solo nell’individuo e per l’individuo, che vive la vita nel mondo delle
cose; l’eternità, invece, è realtà oggettiva, è in sé e per sé, perché è, anche se non
esistesse alcun individuo vivente e cosciente a viverla e a percorrerla. L’eternità
è il modo di essere di tutta la realtà esistente: essa diventa tempo, essa diventa
immagine mobile – e non più res immobilis – solo per l’istante in cui è vissuta
come emozione dall’individuo vivente, che si cala nelle cose e nella realtà, e che
vede il tutto solo per piccoli segmenti, i quali sono l’uno accanto all’altro, e
chiama questa esperienza tempo.
L’uomo pone in essere il tempo, e vive nel tempo che egli stesso ha generato:
l’uomo è il padre del tempo, il tempo diventa il padrone dell’uomo. Quando
l’uomo lascia il corpo fisico, finisce il tempo dell’uomo, ma inizia il tempo
dell’individuo disincarnato. Questo tempo è diverso dal tempo dell’individuo
che vive nella carne, sulla terra, o in un altro sistema materiale, perché diverso
è il modo di percorrere le forme, le situazioni, le scene, nelle quali si manifesta
la realtà in quella dimensione nella quale vivono i trapassati: ma è, esso, pur
sempre tempo. Solo Dio non ha tempo, solo in Dio non v’è tempo, perché Dio
non percorre la realtà a piccoli o grandi segmenti, entrando in una scena,
uscendovi, per entrare in un’altra delle scene nelle quali è rappresentata la
realtà tutta.
Dio è onnipresente, Egli è in tutta la realtà, sempre e comunque, da sempre e
per sempre: laddove non si operi un passaggio da una forma all’altra, da una
situazione all’altra, da una scena all’altra, non c’è un prima e un poi – prima
ero lì, ora sono qui, poi sarò là – non c’è movimento, non c’è misurazione di
spostamenti, non c’è tempo. Noi abbiamo il tempo, Dio il tempo non ce l’ha:
sembra quasi che noi abbiamo qualcosa che Dio non ha. Ma, naturalmente,
questo non è vero, perché, se resta pur vero che in Dio vi è solo eternità, non si
può escludere che in Lui non vi sia anche il tempo. Perché mai questo?
Semplicemente perché tutto ciò che, in un senso o in un altro, esiste – e il tempo
esiste, anche se esso è generato, volta per volta, dall’uomo – non può non essere
anche in Dio.
E poi perché Dio, che vive nell’uomo e con l’uomo – e in esso e con esso vive
tutto ciò che l’uomo vive – fa, attraverso l’uomo, l’esperienza del tempo. Anzi, a
rigor di logica, essendo Dio il creatore di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che
partecipa dell’essere – e dell’essere a qualunque titolo – Egli vive anche in tutto
ciò che ha creato, Egli vive tutto ciò che procede da Lui: quindi, Dio vive anche
il tempo, e nel tempo, perché, se è vero che è l’uomo che genera il tempo, Dio ha

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creato l’uomo e tutto quello che dall’uomo è generato, e, perciò, anche il tempo.
E tutto questo è opera di Dio che si svolge nell’eternità, come è vero per tutto
l’operare di Dio, in qualunque direzione e sotto qualsivoglia aspetto.
Ciò significa pure che, quindi, il tempo è eterno, perché, in Dio, tutto è eterno:
nell’uomo, il tempo è vissuto come qualcosa che si svolge nel tempo, ma, questo
stesso tempo, visto come un quid che ha la sua realtà, il suo essere, anche, e
soprattutto, in Dio, è un tempo eterno, che si svolge, esso stesso, ab aeterno et in
aeternum, come tutte le cose esistenti, senza l’eccezione di alcuna di esse.
Sembra un rompicapo, carico di affermazioni contraddittorie: Dio è eterno, ma
vive nel tempo che egli stesso ha generato, avendo creato l’uomo capace di
generare il tempo; il tempo è eterno, perché è in Dio, e, come tutte le altre realtà
esistenti in Dio, non può non essere eterno. Come è possibile tutto questo? Non
è, tutto ciò, contraddittorio e illogico?
Certamente sì, ma solo per l’uomo. Perché costui, quando osserva le singole
parti della realtà, non essendo capace di vedere il tutto tutto assieme, costretto
com’è a confrontare tra loro le singole parti, prese in se stesse e separatamente,
le vede in contraddizione tra loro. In Dio, invece, tutte le contraddizioni si
risolvono, essendo Dio uno: la contraddizione presuppone la molteplicità,
perché è l’incompatibilità di almeno due termini, posti a confronto tra loro. Dio
è armonia, che non può ammettere contrapposizioni di contrari o di diversi. Dio
è Dio, perciò può permettersi anche questo, di essere, cioè, un eterno, che è
capace di vivere anche il tempo, senza perdere l’eternità. Ed è anche per questo
che Dio è Dio, perché è capace di tanto; è anche per questo che l’uomo non è
Dio, perché di tanto non è, né può essere capace.
RIASSUMENDO LA PARTE PRIMA

La realtà tutta è tutta quanta esistente, posta lì da sempre e per sempre, vivente
di una sua vita propria, apparentemente statica, ma dinamica nella sua essenza.
Essa è posta lì, secondo forme diverse, ciascuna completa in sé, immutabile,
eterna, e tutte poste le une in relazione alle altre, secondo un principio di ordine
modulare, che dà alle scene, poste in relazione tra loro, un senso compiuto in sé,
proprio come succede in un modulo.
Le singole scene non divengono, mai: nessuna di esse nasce, per poi morire,
nessuna passa nell’altra, ciascuna resta al posto suo, inalterata e inalterabile.
Tuttavia, questa realtà, costituita da tutte queste scene, appare a noi come il
morire di una forma e il nascere di un’altra forma; questa, poi, sembra quella
di prima, diventata, però, un’altra. Tutto ci appare come una grande, continua
e inarrestabile trasformazione.
E, in effetti, la trasformazione c’è, ma essa consiste nel fatto che io –
osservatore che mi confronto con la realtà, costituita da tutte queste forme, o
scene, o rappresentazioni – passo da una scena all’altra, mi calo in una scena,

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poi la mollo, ed entro in un’altra scena: sono io che genero il divenire, sono io
che opero l’illusione di una trasformazione oggettiva della realtà. Sono io che
trans-formo, che mi muovo, cioè, lungo le forme, e passo da una forma all’altra:
ma queste non si muovono, e non divengono.
Il tempo nasce perché io lo genero quando misuro il mio spostamento da una
scena all’altra, da una forma all’altra, da una rappresentazione all’altra. Non
c’è un tempo oggettivo, esistente per conto suo, indipendentemente da me, che
osservo, misuro, e, con la mia sensibilità, vivo la realtà, secondo un prima e un
poi.
Solo l’eternità è oggettiva, in quanto esiste in sé e per sé, a prescindere da me, e
da ogni altro singolo individuo vivente.
PARTE SECONDA
L’uomo genera il tempo, lo fa nascere in se stesso, perché, muovendosi più o
meno velocemente lungo le scene singole della realtà che sono davanti a lui,
rende mobili, in se stesso, pone in movimento, dentro di sé, quelle stesse scene;
le quali, tuttavia, nella loro esistenza obiettiva, continuano ad essere immobili
ed eterne. E’ in questo modo che l’eternità, la quale è in sé e per sé immobile,
diventa una immagine mobile, e nasce, quindi, il tempo. Ma chi è questo
individuo che si muove lungo le scene nelle quali si rappresenta l’essere delle
cose? E’ l’uomo? Forse sì, ma forse anche no. E se non è l’uomo, o, almeno, non
tutto l’uomo, chi sarà mai costui?
L’uomo è una realtà composita, è un essere complesso. Volendo schematizzare
al massimo, esso è composto perlomeno di due parti: il corpo e lo spirito - non
volendo, al momento, prendere in considerazione l’anima, che è fatta di una
energia intermedia. Ma, mentre lo spirito è di natura semplice, e la sua
struttura è indivisibile, il corpo dell’uomo – se parliamo di un individuo umano
vivente – è una realtà pure essa composita, le cui parti fondamentali sono una
struttura materiale propriamente corporea – il corpo vero e proprio – e una
struttura psichica, anch’essa di natura materiale, ma fatta di una energia
materiale molto più sottile di quella che costituisce il corpo fisico.
Ora, nella realtà descritta sopra, nella visione delle cose, secondo la quale le
forme, le rappresentazioni, le scene sono tutte lì, già bell’e fatte, immobili nella
loro eterna dinamicità, dobbiamo collocare l’individuo umano, già esistente in
una sua completezza di singola unità psicofisica. Gli uomini tutti, cioè, di tutte
le umanità che noi diciamo che si sono succedute sulla terra, e quelli delle
umanità che noi ipotizziamo che popoleranno il nostro pianeta, sono tutti
esistenti, in un eterno presente, come uomini completi, ciascuno collocato in una
determinata scena, e agitantisi tutti in quelle rappresentazioni.

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Essi diventano soggetti coscienti di vivere in quelle scene secondo un
percorrimento unidirezionale – che genera, così, la sensazione del prima e del
dopo, e che determina, quindi, la nascita del tempo – quando lo spirito si cala in
essi, e, in essi, vive quelle scene. In altre parole, e volendo fare un esempio che
tutti possiamo comprendere, di me che scrivo, e di voi lettori che leggete, esiste
– per ciascuno di noi, presi singolarmente – una serie successiva enorme di
individui umani, posti in situazioni, in scene particolari, in determinate
rappresentazioni, da sempre e per sempre.
Ora, lo spirito mio individuale e lo spirito individuale di ciascuno di voi ha
percorso, dalla vita intrauterina fino a questo momento, tutta la serie di
individui umani che siamo stati ciascuno di noi fino a tutt’oggi, vivendo,
attraverso gli individui umani inabitati, gli eventi che, tutti assieme,
costituiscono la vita individuale di ciascuno di noi. Tutti gli individui umani,
inclusi quelli che siamo stati anche noi fino ad ora, vivono tuttora nella loro
integrità psicofisica, anche se, al momento, non più abitati dal nostro spirito, il
quale li ha abbandonati a se stessi dopo di averli vissuti, come emozione, nelle
scene nelle quali essi erano collocati.
Davanti a noi, nella linea del tempo, in quella dimensione che noi definiamo il
nostro futuro, tante altre unità psicofisiche, tanti altri individui umani
completi, sono in attesa di essere, un giorno, inabitati dal nostro spirito, e da
esso vissuti, per diventare anch’essi una emozione dello spirito. E’ attraverso
tutti questi individui umani – in sé completi, perché costituiti da un corpo e da
una psiche ben strutturati – che il nostro spirito fa l’esperienza del mondo
fisico. Il nostro spirito vede, ama, soffre, piange, ride, accarezza, tocca, calpesta,
in poche parole vive il mondo esterno materiale attraverso gli individui umani,
che già sono collocati in quelle scene particolari nelle quali è rappresentata,
parcellizzata, la realtà fisica tutta.
Entrando in uno degli individui umani di una serie unitaria e modulare – la
quale rappresenta un singolo individuo umano che nasce, che cresce, che vive,
che muore – e uscendo da esso, per entrare nell’individuo che ad esso succede
immediatamente, uscendo, poi, da questo, per entrare in un altro, e così di
seguito, lo spirito si muove lungo le scene, avvertendo, vivendo, sperimentando
un prima e un dopo, cioè il tempo, che è una realtà a lui estranea, essendo egli
eterno, perché è, nella sua essenza, di natura divina. E’ in questo modo che,
vivendo nell’uomo e attraverso l’uomo, l’eternità dello spirito si fa tempo.
Esso diventa qualcosa che si muove lungo le scene che gli sono davanti: lo
spirito - che è, di per sé, immobile, nel senso che non diviene - si fa, ora, mobile,
perché di-viene, cioè de-venit, in quanto pro-viene da una scena, ed entra – da
intra-ire – in un’altra scena. E’ in questo modo che si può rileggere la
definizione platonica del tempo quale immagine mobile dell’eternità. E’, certo,
un mistero grande assai la vita di un uomo intesa come un incessante e

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ininterrotto muoversi di uno spirito individuale lungo una inimmaginabile serie
di entità psicofisiche, poste in successione logica l’una rispetto all’altra.
Immaginiamo la pellicola di un film che racconta la storia di un singolo
individuo, rappresentandone le varie fasi di sviluppo, dalla nascita alla morte,
attraverso singoli fotogrammi, posti l’uno accanto all’altro, ciascuno dei quali
esprime un momento particolare dello sviluppo della storia di quell’individuo;
immaginiamo, poi, che, invece della serie dei fotogrammi, ci siano degli
individui singoli, reali e completi, esistenti là da sempre e per sempre, posti in
successione a raccontare le fasi di sviluppo di quell’individuo.
Ebbene, le cose stanno proprio così, per ciascuno di noi: la vita di ognuno di noi
è il percorrimento, ad uno ad uno, di quegli individui umani - posti lì, bell’e
pronti – da parte del nostro essere interiore individuale, attraverso un
continuo, incessante, inarrestabile, e mirabilmente misterioso, processo di
incarnazione-disincarnazione-reincarnazione. E così via, all’infinito: fino
all’ultimo respiro, quando lo spirito individuale abbandona l’ultimo individuo
umano vivente e oggettivo. Il quale, perciò, e appunto per questo, viene allora
definito un uomo morto, un uomo che non è più. Mistero grande e
incomprensibile, davanti al quale o si china il capo e si prega, o si fugge,
convincendosi di avere fantasticato uno strano sogno, fatto quasi in uno stato di
delirio.
Già quando solo si propone la teoria della reincarnazione - intesa come
necessità per lo spirito di scendere sulla terra più di una volta a vivere come
uomo la vita degli uomini - già solo a sentire questo, si può avvertire meraviglia,
mista ad un rifiuto istintivo e immediato dell’idea di vivere più di una vita sulla
terra come individui diversi, in individui totalmente estranei l’uno all’altro;
figuriamoci, poi, a voler fare accettare l’idea di un numero immenso,
incommensurabile, enorme, di subitanee, continue, e umanamente
inimmaginabili re-incarnazioni, per come ho provato ad esporre sopra.
***
Davanti a tanto mistero, una sosta si impone, e si impone la necessità di
concludere il discorso. Questi concetti portano con sé affanno, per cui è
necessario un giusto riposo. Chi può dirci che le cose stiano proprio così? La
fantasia umana, anche la più sfrenata e la più esagerata, non riesce a stare
dietro ai fantasmi evocati dalla teoria esposta. Anche un solo modulo
esistenziale, proprio uno solo – ad esempio, la serie di scene nelle quali è
rappresentata la vita di un solo singolo individuo umano – mette in ginocchio la
potenza immaginifica dell’uomo, anche la più geniale.
Eppure, sono la logica e il buonsenso che possono condurre il pensatore alla
visione delle cose, descritta in queste pagine. Perché mai? Semplicemente
perché Dio è infinito, ed è infinita anche la realtà che procede da Dio;

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semplicemente perché Dio non può permettere che le cose da Lui create, o
emanate da Lui, cadano nel nulla; semplicemente perché Dio ha pensato – e,
quindi, ha creato – le cose tutte in una volta, e una volta per tutte. Se le cose
divenissero, se, cioè, le cose passassero dall’essere al nulla, o sorgessero dal
nulla ex-novo, ciò esprimerebbe un ri-pensamento, e continuo anche, da parte di
Dio sulle cose da Lui fatte. Ma Dio pensa una volta sola, e una volta per tutte.
Ecco, quindi, perché tutte le cose sono perfette in sé, e sono tutte immobili nella
loro eternità. Ecco perché, in natura, ex nihilo nihil, nihil in nihilum, sed omnia
entia ac fluentia – e cioè: dal nulla nulla è generato, nulla cade nel nulla; tutta
la realtà è costituita da enti che sono in sé e per sé immobili, mentre che
appaiono cangianti, fluenti, divenienti. Né una tale visione delle cose deve
disorientare il lettore o l’ascoltatore, perché la realtà tutta è strutturata
secondo un ordine perfetto, e perfetti in sé e completi sono i moduli tutti
secondo i quali sono disposte le forme, le rappresentazioni, le scene.
Ciascun individuo umano, cioè ciascuna struttura psicofisica che costituisce
ogni singolo uomo, è un modulo unico e unitario, formato da un numero
enorme di rappresentazioni singole in successione, quante ne occorrono per
raccontare la vita di un uomo. Così è per ciascuno di noi. Mistero grande,
mistero divino, che coinvolge tutto e tutti, e che noi possiamo solo vivere e
contemplare, pur senza comprendere.
***
Quello che ho esposto sopra, fosse anche non realmente reale, fosse anche solo
un puro gioco della fantasia, resterebbe pur tuttavia una visione capace di
convincere il pensatore che si interroghi sul grosso problema del rapporto tra
l’essere e il divenire delle cose tutte. Il movimento che lo spirito individuale
compie attraversando - mentre vive nell’uomo vivente, che egli inabita - le
scene nelle quali la realtà tutta si rappresenta, si pone e si pro-pone, può
spiegare la nascita del tempo, senza togliere, all’essere delle cose, il carattere
dell’eternità. Una teoria capace di mettere assieme, senza contraddittorietà,
eternità e tempo, fosse anche non vera, resterebbe altamente fascinosa.
E pare che la visione, di cui sopra, a tanto riesca. Molto probabilmente, sul
piano operativo della vita quotidiana, questo discorso metafisico sulle cose non
servirà a nulla, perché tutto, in noi e attorno a noi, continuerà a scorrere,
almeno apparentemente, come prima; o, forse, anche un po’ peggio di prima,
perché potremmo rimanere sconcertati da teorie così insolite e strane. Ma, per
un momento, abbiamo attivato la parte migliore di noi, quella funzione, cioè,
che Aristotele definisce il pensiero del pensiero.
E, se è vero, come dice il vangelo, che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni
parola che esce dalla bocca di Dio, chi ci dice che questa teoria – la quale
concilia così elegantemente tempo ed eternità, essere e divenire, immobilità e
cambiamento – non sia fluita direttamente dalla bocca di Dio, e non sia stata,

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poi, raccolta da orecchi attenti, sensibili, capaci di captare i soffi divini, anche, e
soprattutto, quelli soffiati in un deserto il più deserto? Chi ha orecchi per
intendere, intenderà!

CAPITOLO II
ETERNITÀ ED IMMUTABILITÀ DEL CREATO

viditque Deus cuncta quae fecerat
et erant valde bona
riguardò Dio le cose tutte che aveva creato
e vide che erano perfette
(Gn. 1, 31)

Al termine dei sei giorni della creazione, Dio rivisita e revisiona tutte le cose
create, e conclude che tutto quello che ha creato è buono e perfetto. Le cose che
Dio rivisita e giudica perfette sono cuncta, sono, cioè, tutte quante: non gli
sfugge niente, e nessuna cosa risulta, alla fine, non fatta bene. Egli può
concludere che nihil est sine ratione, nel senso che tutto quello che ha creato ha
la sua precisa ragion d’essere, e non poteva non essere creato: se ci fosse stato
qualcosa da aggiustare, da riparare o da rifare, Dio l’avrebbe fatto, la Genesi
l’avrebbe detto. Invece, la rivisitazione porta alla conclusione che il lavoro
compiuto è stato ottimo, il risultato di tanta fatica è stato perfetto; quindi,
assolutamente nessun ritocco, nessun ripensamento, nessuna modifica.
Cosa fatta, capo ha: Dio ha lavorato bene nei sei giorni, e può ben dire che quel
che è fatto è fatto. Mirabile sintesi questa pagina con la quale inizia la Bibbia:
pochi righi, apparentemente ingenui nella loro veste favolistica, sono sufficienti
a descrivere uno scenario di proporzioni cosmiche, ed ultra-cosmiche.
L’ispirato di Dio, che scrive questo prologo, racconta l’evento della creazione
del tutto, che, a ben riflettere, dice molto di più di quanto par di leggere ad una
prima frettolosa lettura. L’idea di fondo, che mi vien di cogliere, guardando al
di là della forma semplicistica della descrizione, è questa: Dio ha creato, in una
volta sola, in un momento unico, che si situa nel non tempo – perché in Dio il
tempo non è, perché Dio non ha tempo – tutte le cose, le passate, le presenti e le
future, e tutte una volta per tutte.

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Queste cose, quelle che sono state, quelle che sono, e quelle che saranno, Dio le
ha create immobili ed immutabili, perché, quando le ha create, esse sono uscite
dalle sue mani già perfette e definitive: erant cuncta valde bona. La mutazione,
il divenire, il passaggio delle cose da un modo di essere ad un altro modo di
essere, si impongono solo nel caso che sia necessario riparare un errore, o
migliorare qualcosa che sia suscettibile di miglioramento. Ma, se cuncta erant
bona, cioè se tutte le cose fatte sono risultate buone, nel senso di fatte bene,
perché mai si dovrebbe sottoporle ad un divenire, il quale consiste sempre in
una modifica dell’essere delle cose, o del loro modo di essere e di apparire?
La rimanipolazione non è necessaria, e, in ogni caso, l’avrebbe dovuta fare
l’autore stesso delle cose, cioè Dio. Ma il Creatore ha concluso che nessuna delle
sue opere è risultata difettosa. Quindi, tutte le cose restano, e resteranno,
inalterate, immodificate, immutate ed immutabili. Questa conclusione della
intoccabilità delle cose vale anche per quelle che noi diciamo future, perché,
nelle cose tutte create da Dio, in quelle cuncta quae fecerat, sono incluse,
naturalmente, anche le cose e gli eventi futuri. L’eterno presente della realtà
tutta, e l’immutabilità delle cose: ecco il messaggio della prima pagina della
Genesi.
Dio ha creato le cose tutte tutte assieme, in una volta sola, e una volta per tutte:
se Dio provasse a modificare le cose, affermerebbe di essersi sbagliato in
qualcosa, con la conseguente necessità di dover correggere i difetti notati.
Ammetterebbe di essersi distratto, mentre operava la creazione;
riconoscerebbe che qualcosa gli è sfuggito, per cui ora deve rimediare. No, Dio
non può avere ripensamenti, non è, Egli, un uomo. Egli è perfetto, e le cose o le
fa per bene e senza difetti, o non le fa affatto. Questo significa essere Dio, questo
implica, logicamente e necessariamente, il concetto di perfezione.
***
Al concetto di immutabilità delle cose tutte, conseguenza logica della
inammissibilità dei ripensamenti da parte di Dio nei confronti delle cose da Lui
create, è collegato quello dell’eternità delle cose, nel senso della non esistenza
reale ed oggettiva del tempo. Il tempo è la misurazione dei mutamenti, del
divenire, del cambiamento, del passaggio delle cose da un modo di essere ad un
altro modo di essere: ora, se il mutamento non esiste – perché non se ne pone la
necessità, in quanto, come abbiamo detto più di una volta, il collaudo di Dio,
relativo a tutte le cose create, ha concluso che tutto ciò che è stato creato non
presenta imperfezioni – non esiste neppure il tempo, e tutta la realtà esistente si
colloca nell’eternità.
D’altra parte, però, la nostra vita e la nostra esistenza sono fatte di tempo; noi
sperimentiamo il tempo, misuriamo noi stessi, e le cose tutte, in base al tempo.
Ora, è possibile mai che siamo immersi totalmente in una illusione, che sarebbe,
poi, una pura illusione, solo una illusione, costituita da un tempo che ci
condiziona in tutti i momenti della nostra vita, e che ci accompagna dalla

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nascita alla morte, lasciandoci liberi solo nei momenti di incoscienza? Se il
tempo non esiste oggettivamente, come si spiega che noi lo viviamo e lo
sperimentiamo come una realtà reale? La cosiddetta teoria dei fotogrammi è
stata proposta per tentare di comprendere il concetto dell’eterno presente della
realtà che sia compatibile con l’esperienza che abbiamo del tempo.
Essa afferma che le cose tutte create, di cui la descrizione nella mirabile pagina
della Genesi, esistono, nella loro oggettività eterna e nella loro immutabilità,
come fotogrammi in successione, e in stretto collegamento tra di loro: questi
fotogrammi sono, praticamente, in numero infinito, come è infinito Dio, che li
ha posti in essere. Un qualcosa che noi definiamo in divenire, che noi, cioè,
diciamo che diviene, è, in realtà, la successione di un numero immenso di
fotogrammi, logicamente legati gli uni agli altri come a costituire un modulo
unico e ben definito. Ciascuno di questi fotogrammi rappresenta una scena a sé
stante, in sé completa e perfetta.
La sensazione, l’impressione, l’esperienza del movimento, nascono in noi
quando noi, con il nostro apparato psicofisico, con il nostro sensorio, con i
nostri dispositivi conoscitivi, ci muoviamo, più o meno velocemente, lungo la
teoria, cioè lungo la successione logica delle scene, dei fotogrammi. Non si sono
mossi i singoli fotogrammi, ma ci siamo mossi noi, e abbiamo percorso quelli, in
successione. Così, se noi diciamo di avere visto che una pianta è cresciuta, che è
diventata alta e robusta, da piccola che era, noi, in realtà, abbiamo percorso
una serie enorme di fotogrammi, in ciascuno dei quali era, la pianta
dell’esempio, rappresentata esistente – e tale era realmente e oggettivamente secondo grandezze sempre crescenti.
Quando noi giungiamo al fotogramma nel quale la pianta è raffigurata adulta,
le altre scene, i fotogrammi di prima, non sono scomparsi, ma noi li abbiamo
semplicemente superati, e ora abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla
scena della pianta adulta. Quindi, il movimento è reale, è vero, è concreto, ma è
costituito dalla visitazione e dalla rivisitazione, incessanti e ineludibili, che il
nostro io compie nei confronti delle cose che formano l’ambiente che noi,
ininterrottamente, sperimentiamo. Le cose tutte stanno lì, ab aeterno et in
aeternum, cioè da sempre e per sempre, in attesa che noi le viviamo; le scene
sono tutte lì, belle e fatte, perfette e immutabili, pronte per essere vissute da noi,
pronte per essere da noi gioite o sofferte.
La nostra visitazione non muta le scene per quello che esse sono in se stesse, ma
le trasforma in una emozione, nell’emozione palpitante del visitatore. Possiamo,
allora, immaginare il sussulto e il palpito vissuti dalle creature tutte, quando
sono state visitate dal creatore in persona – come ci racconta la Genesi – ed
hanno avuto la sua approvazione e la sua lode. Avranno fremuto di una
profonda commozione le cose tutte, quando su di esse si è posato lo sguardo di
Dio. Avranno gioito di una gioia indicibile le cose create, nel momento in cui le
ha percorse il Signore del cielo e della terra.

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Il palpito delle creature, poi, è il palpito stesso di quel Dio che le ha create; la
loro emozione è l’emozione stessa di Dio; la loro gioia e il loro canto sono lode al
Signore, ma sono, nello stesso tempo, il canto di Dio e la sua stessa gioia.

CAPITOLO III
L’ILLUSIONE NON È UNA CHIMERA
Al termine della lunga riflessione, dal titolo ‘Essere e Divenire, Tempo ed
Eternità’, portata avanti con notevole coraggio, e con il rischio, non tanto
remoto, di essere preso per un visionario e fanatico, o, forse, anche per un
tantino esibizionista – naturalmente, in buona fede, e inconsapevole di tanta
esagerazione – bene, dopo sì lunga teoria di pensiero, alla fine della descritta, e
perlomeno inusitata, Weltanschauung, o visione del mondo, si può comprendere
il senso profondo, e il più vero, dell’espressione classica la vita è una illusione.
Nel contesto di quanto detto fino ad ora, possiamo capire quant’è vero che la
vita di ognuno di noi – di noi, naturalmente, che viviamo nel corpo, su questa
terra, qui ed ora, nella dimensione dello spazio e del tempo – è realmente,
effettivamente, essenzialmente tutta quanta una continua, ininterrotta, e
inarrestabile illusione.
Il termine illusione è un sostantivo che deriva dal verbo latino ludere – ludo,
ludis, lusi, lusum, ludere – integrato dalla particella in, che voglio interpretare
come delimitante e circoscrivente i confini dell’azione espressa dal verbo ludere.
In-ludere è ludere in, cioè muoversi, vivere, agitarsi, giocare all’interno di un
ambito, di un contesto, di un ambiente che è tutt’intorno. Colui che ludit in è
l’individuo vivente, è ciascuno di noi: quindi, è ognuno di noi che genera una
illusione – in-lusio – già per il solo fatto di essere immerso all’interno del mondo
che gli sta attorno, e di agitarsi in esso. Il fatto stesso di vivere – dove per vivere
si intende ludere in – è, di per sé, una illusione. Cioè, io vivo equivale a ego inludo, ego ludo in: io vivo è, quindi, io mi illudo, ego ludo meipsum in.
Resta salva l’immutabilità della realtà che è tutt’attorno all’individuo che vive,
perché le cose tutte, nel contesto delle quali l’individuo ludit, non vengono
alterate dal gioco, dalla vita, dall’agitazione più o meno frenetica di colui che, in
esse e tra esse, ludit. E’ vero anche che il mondo nel quale l’uomo vivente si
agita subisce una trasformazione, ma questa, in realtà, avviene nell’individuo
qui ludit, nel senso che il mondo che è tutt’attorno ad esso passa dall’essere non
vissuto a vissuto da parte dell’individuo vivente. Tuttavia, questo passaggio è

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indolore per il mondo delle cose, perché l’emozione è qualcosa che interessa
solamente il mondo psichico dell’individuo umano, e non certo le cose del
mondo, che sono tutt’attorno ad esso – almeno così sembra, apparentemente.
L’illusione – cioè il gioco dell’individuo che vive le situazioni nelle quali è
immerso, per il fatto stesso che si sposta di continuo da una scena all’altra, da
un contesto all’altro, nei quali è rappresentata, oggettivamente, la realtà tutta –
genera, automaticamente, la sensazione del tempo. L’individuo, che vive la sua
illusione – che, cioè, semplicemente vive - dice di continuo a se stesso: prima io
vivevo in quella scena, ora vivo nella scena successiva, dopo vivrò in un’altra
delle scene della realtà che mi circonda, nella quale mi sono tuffato.
***
Nasce, così, il tempo. Questo, poi, non appartiene minimamente alle cose del
mondo, nel quale vive l’individuo, né al mondo delle cose. Difatti, la realtà
oggettiva, costituita dalle infinite, singole, complete, e perfette in sé,
rappresentazioni o scene o forme dell’essere, stava lì, tutta quanta, prima che
l’individuo la visitasse; sta tutta lì, identica a se stessa e inalterata, quando
l’individuo la vive; resta immutata, dopo che l’essere umano l’ha abbandonata.
Il tempo, quindi, è reale, ma solo come esperienza dell’individuo che vive nel
mondo, che vive il mondo, che rende il mondo una sua emozione.
Come è pure reale l’illusione. Ma con questa precisazione essenziale: non sono
illusorie le cose del mondo, non è illusoria la realtà che è intorno a noi – le cose
non si agitano, non si muovono, non divengono, non ludunt, perché sono, e
basta – ma è illusoria la vita dell’individuo, che vive nel mondo delle cose.
La vita stessa si identifica con l’illusione, la vita è tutta un gioco, è un ludere in,
è una in-lusio, ininterrotta, senza sosta, fino alla cessazione funzionale
dell’apparato psicofisico – almeno per quella che è la vita dell’uomo sulla terra.
Il termine illusione perde, così, il suo significato più comune, quello con il quale
si intende dire che l’illusione equivale a qualcosa di chimerico, ad un puro gioco
dei sensi, ad una vuota negatività, ingannevole per l’individuo che la
sperimenta. Al contrario, l’illusione, presa nella nuova accezione, è altamente
positiva, perché funzionale ai fini dello sviluppo interiore dell’individuo che
gioca all’interno del mondo delle cose.
Difatti, l’interazione tra l’individuo che si illude, qui ludit seipsum in, che si
agita, correndo qua e là per il mondo e per l’ambiente circostante - vivo, e
altamente dinamico, pur nella sua apparente staticità - questa interazione, che
costituisce l’essenza della illusione e del gioco della vita, stimola
ininterrottamente la interiorità dell’individuo che vive questa esperienza. E’
così che l’essere interiore – che è lo spirito dell’uomo, con la sua potenzialità
intima, e che tende, per sua natura, ad uno sviluppo di sé all’infinito – viene
scosso, perché porti le sue virtualità all’attualità, perché esprima sempre più e
sempre meglio la sua grandezza, le sue capacità nascoste.

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***
Mens agitat molem, afferma Virgilio: una mente intelligente, un progetto
preciso, una volontà che sa quello che vuole – mens – giace nelle profondità
dell’uomo, e spinge e costringe – agitat – l’apparato psicofisico dell’individuo
umano – molem – a muoversi, a darsi da fare, a impegnarsi nel mondo nel quale
è situato, nel quale è immerso con tutto se stesso. Così sollecitato, l’uomo ludit
seipsum in, si impegna, si pone in gioco, vive la vita in, cioè immerso, e
immergendosi anche coscientemente, nel mondo delle cose, nel cosmo fisico. E’
lo spirito che, alla fine, spinge l’uomo ad illudersi, alla illusione, alla messa in
gioco di se stesso, nel senso di proiettare se stesso in medias res,
coraggiosamente, e senza riserve.
In questa illusione, in questa interazione con le cose del mondo, l’individuo
umano – in quanto apparato psicofisico, in quanto macchina vivente – consuma
se stesso, perché una tale in-lusio, un siffatto gioco continuo, incessante,
ininterrotto, costituisce un attrito con il mondo fisico, un attrito che usura la
struttura psicofisica, e inesorabilmente la porta al suo totale disfacimento: una
tale in-lusio conduce l’uomo alla morte. L’illusione della vita, e la vita in quanto
illusione – nel senso proposto sopra – sono, alla fine dei conti, un bene per
l’essere interiore, un male per l’uomo, per l’apparato psicofisico: lo spirito
utilizza la macchina umana per esperire, per portare all’attualità alcune delle
sue infinite potenzialità.
Sembra, questo, un profondo egoismo dello spirito, e cinismo verso l’uomo, ma,
in fondo, non lo è. E spiego perché. Non è lo spirito che fa nascere l’uomo, che
lo fa vivere, e poi lo fa morire: l’uomo è fatto così, egli è un essere che vive
secondo il modulo nascita-vita-morte, anche a prescindere dalla eventuale
inabitazione di esso da parte dello spirito. Ogni singolo uomo è una esistenza
umana, è una storia individuale, costituita da una serie enorme di
rappresentazioni oggettive, che sono legate le une alle altre in modo tale da
formare e da raccontare l’esistenza, la vita di un uomo.
L’uomo è, sostanzialmente, una teoria, cioè una successione logica, di immagini
individuali, non astratte, ma concrete, che stanno lì, da sempre e per sempre,
viventi di una vita propria, singolare e individuale. Ciascuna di queste, però, è
scollegata dalle altre immagini. E, quindi, è senza la coscienza di quel legame,
di quel rapporto che collega tutte le rappresentazioni, così da costituire una
teoria unica, un modulo. Cioè l’esistenza, la vita completa – che va dalla nascita
alla morte – di un singolo individuo umano. Lo spirito, quando usa le singole
unità rappresentative – che sono in successione logica le une alle altre, sì da
formare una rappresentazione unica, che è detta, poi, la vita di un uomo – ha il
merito di far palpitare, del palpito della coscienza di sé, le singole unità
psicofisiche, e dà loro la coscienza del collegamento logico e modulare delle une
con le altre, che le tiene assieme.

21

In questo modo, il modulo umano individuale, inabitato dallo spirito – cioè da
un essere spirituale anch’esso individuale – diventa una lunga emozione
cosciente, una emozione dello spirito, un uomo vivente, una vita vissuta. Ora,
perciò, ciascuna delle singole rappresentazioni è in grado di dire non solo io
sono – perché questo ciascuna di esse lo può dire anche senza essere inabitata
dallo spirito – ma anche io ero e io sarò, perché ha la coscienza, adesso, di
essere, ciascuna, come una perla non più isolata dalle altre perle, ma come
facente parte di una serie più o meno lunga di perle, che, tutte assieme,
formano una sola e unica collana. Nasce, quindi, la coscienza di essere un uomo
completo, cioè una esistenza intera, un individuo umano che ha una storia tutta
sua, che si svolge secondo un prima e un poi, rispetto ad un ora, che si ripete ad
ogni momento.
***
L’illusione, quindi, è una esperienza reale, vissuta dallo spirito, quando si cala
in quel modulo, più o meno lungo, che costituisce, nel suo insieme, la vita di un
uomo. Tale modulo è formato dalla successione logica, e predeterminata, di un
numero enorme di tante individualità umane, di tanti apparati psicosomatici, di
per sé completi, collegati l’uno all’altro, come le perle che costituiscono tutte
assieme una unica collana. Lo spirito attraversa ciascuno di questi apparati
umani individuali, e diventa, di volta in volta, una cosa sola con ognuno di essi,
e un solo ed unico individuo, un solo ed unico essere umano individuale, nel
percorrimento di tutta quanta la serie delle singole individualità umane.
Identificandosi con il modulo umano, che costituisce la vita di un singolo uomo,
lo spirito vive la vita di quell’uomo individuale, e potrà dire, di volta in volta, io
sono quest’uomo, che vive questa vita. In questo modo, si svolge e si realizza la
illusione dello spirito sulla terra, nella storia dell’uomo, degli uomini,
dell’umanità, delle umanità, proprio attraverso la sua identificazione, di volta
in volta, con questo individuo, o con quell’altro, o con l’altro ancora. Il singolo
individuo umano, nel quale e attraverso il quale lo spirito esperisce la vita
dell’uomo, è inserito dinamicamente in situazioni predeterminate, le quali
costituiscono il suo ambiente naturale: queste situazioni, queste realtà
oggettive, che stanno lì da sempre e per sempre, lo spirito le vive nell’individuo,
attraverso l’individuo umano.
Costui, poi, è, esso pure, da sempre e per sempre, uno degli elementi che
costituiscono quelle determinate situazioni. Lo spirito si sposta da individuo a
individuo – naturalmente, quegli individui che costituiscono il modulo unico,
che forma la vita di un uomo – e, quindi, da scena a scena, da situazione a
situazione: è, questo, il gioco della vita; è, questo, un ludere in; è, questa, la
grande in-lusio. La vita di ciascun singolo individuo umano è un più o meno
lungo agitarsi dello spirito nella realtà cosmica oggettiva, nella quale è
dinamicamente inserito l’uomo singolo, con il quale lo spirito si identifica,
mediante il più che misterioso processo incarnativo.

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Questo gioco della vita è un ludus, è una lusio. O, meglio, una lusio in, un
agitarsi, cioè, tra le varie situazioni cosmiche oggettive. La vita, quindi, che è
questo gioco, può, perciò, ben essere definita una grande illusione dello spirito,
una illusione vera e reale, e non un semplice fantasma della mente.
***
Forse è illusione, nel senso di pura fantasia, la visione della vita e delle cose,
descritta in queste pagine. O, forse, no. Può darsi pure che le cose stiano così,
come ho detto sopra. Può darsi che illusi siano quelli che ritengono che la
illusione della vita sia una vera illusione, cioè soltanto una illusione, e non un
gioco reale dello spirito, nell’uomo e attraverso l’uomo, all’interno di una realtà
cosmica oggettiva: una illusione tanto valida ed efficace, da essere finalizzata
all’evoluzione dello spirito, attraverso l’esperienza diretta del mondo materiale.
Si illude, in verità, chi crede che la vita di tutti i giorni sia una illusionechimera, una mera illusione, una impressione del reale, senza una realtà reale
corrispondente ad essa.
Chi vede così le cose, anche non si impegna più di tanto nella vita: se tutto è
nulla, se tutto è mera apparenza del reale, perché prendere sul serio la vita? Se,
invece, l’illusione è la messa in gioco di me stesso, nel senso che la vita è il porre
di continuo il mio essere interiore nelle situazioni cosmiche ed esistenziali che
sono intorno a me, e nel senso che da questo ludus ininterrotto dipendono
l’esperienza, lo sviluppo e l’evoluzione del mio spirito, io prendo sul serio
l’illusione della vita, la mia illusione, la mia esistenza, il mio piangere o gioire,
tutti i miei momenti di vita. L’errore che eventualmente si può commettere è
proprio quello di non vivere la vita come illusione.
Mi spiego. La vita, per essere positiva ai fini dell’evoluzione dello spirito, deve
essere uno spostamento continuo ed incessante tra le innumeri situazioni
cosmiche ed esistenziali, che stanno lì, in attesa di essere visitate e vissute: se io,
essere interiore, invece di ludere in – cioè di agitarmi di continuo tra le scene,
entrando in esse e da esse uscendo, visitandole e mollandole, facendo come
l’ape, che sugge e vola via, per andare di fiore in fiore – se, invece di agire in
questo modo, mi incollo ad una situazione e non intendo più abbandonarla, io
mi staticizzo, perdo la mia dinamicità, non evolvo. E-volvere è volgere le spalle
alla situazione già vissuta, per indirizzarsi alla nuova situazione, che mi si para
avanti come possibile: è questo il senso del vivere aude – abbi, cioè, il coraggio
di vivere la vita intensamente.
La cristallizzazione - che nel regno minerale è evoluzione nei confronti degli
elementi chimici presi isolatamente – è involuzione per lo spirito, quando
significhi paralisi dell’essere interiore, inattività, cessazione della in-lusione nel
mondo delle situazioni cosmiche. Vivere dinamicamente l’illusione della vita,
intensamente, e nel senso spiegato, significa anche rispetto del mondo, è dare

23

onore alla realtà tutta, nella quale siamo immersi. E’ far conseguire alle cose
tutte, che costituiscono l’ambiente a noi circostante, lo scopo, la finalità per cui
sono lì, ab aeterno et in aeternum, in attesa. Il momento in cui noi viviamo
profondamente il rapporto tra noi e le cose, la realtà da noi vissuta diventa un
palpito, una emozione, un sussulto.
Caeli narrant gloriam Dei, i cieli ci parlano di Dio, e essere ascoltati è la loro
gioia. Dio ha posto il mondo delle cose – cioè i cieli del salmista – lì, davanti a
noi, perché noi lo vivessimo con intensità, perché solo da un rapporto vissuto in
un coinvolgimento totale il nostro essere interiore può trarre il vantaggio
dell’evoluzione, che consiste nello scuotimento delle potenzialità insite nella sua
struttura, con il conseguente passaggio dalla potenzialità all’attualità di alcuni
degli aspetti infiniti, che costituiscono il patrimonio del nostro io profondo.
Tutto ci parla di Dio. Nostro dovere è, e deve essere, saper ascoltare. Quando
tutto dovesse sembrarci un grande e profondo silenzio, non è che le cose
abbiano smesso di dire, ma è che noi siamo diventati sordi.

CAPITOLO IV
LA REALTÀ VIRTUALE - LA REALTÀ REALE

Dire che la realtà è infinita equivale a dire che la realtà esiste, è, in modi di
essere infiniti. Una cosa inimmaginabile per noi: la nostra fantasia non è in
grado di concepire un fatto del genere, perché il concetto di infinito può essere
solo pronunciato, o scritto, come parola che esprime un qualcosa che non
finisce mai, ma resta sempre un pensiero decisamente incomprensibile.
Riprendiamo, tuttavia, il concetto di infinito, nel senso espresso sopra, di una
realtà che si manifesta, o, meglio, è esistente in modi di essere infiniti. In ogni
istante del nostro essere, o del nostro divenire, in ogni momento del nostro
esistere – in qualunque modo questo nostro essere o divenire si esprima – noi
siamo, o ci poniamo, in una scena universale già esistente, la quale diventa
dinamica e vivente per noi quando noi entriamo in essa con la nostra sensibilità
e con il nostro essere.
Se crediamo di avere l’idea di che cosa sia, o di che cosa possa essere un
universo, diremmo allora che la realtà è fatta di un numero infinito di universi,
e che ciascuno di questi universi corrisponde ad una, e ad una sola, delle scene
infinite che costituiscono la realtà tutta: in ciascuna di queste scene-universo
noi siamo, o ci poniamo – e, quindi, viviamo – in ogni attimo del nostro esistere.
Questo vuole dire che qualunque movimento io faccia, anche minimo –
prendiamo, ad esempio, i piccoli gesti che io compio mentre scrivo ogni singola
lettera della riflessione che sto buttando giù in questo momento – ciascuno di

24

questi movimenti, ognuno di essi, si colloca, e mi colloca, in una scena
universale, in un preciso universo, completo in sé e in sé perfetto, ciascuno
diverso da tutti gli altri universi nei quali non mi sono collocato, e che sono
reali, ed esistenti in un numero infinito.
Quando io compio un gesto qualsiasi, questa mia azione è precisa, è particolare,
è singolare, se viene presa e considerata in se stessa. La scelta, che io ho fatto, di
compiere quel determinato movimento, comporta automaticamente l’esclusione
di tutti gli altri movimenti che non ho eseguito, e che pure potevo eseguire. Ad
esempio, io alzo una mano, mentre la potevo abbassare, o la potevo portare in
un’altra direzione dello spazio. La domanda che pongo a me stesso – e al
lettore, naturalmente – è questa: le scene che io ho escluso dalle mie scelte,
perché sono entrato in una sola determinata e precisa scena, che fine hanno
fatto? Esse erano possibili, ma io le ho lasciate tali, senza farle passare dalla
possibilità alla realtà: ora, devo concludere che esse non esistono, che non sono
reali?
No, le cose stanno diversamente da come ci verrebbe spontaneo pensare. Le
scene da me escluse sono tutte esistenti e reali, stanno lì, nella loro oggettività e
concretezza, ma esse sono virtuali nei confronti di me individuo, nel senso che
io non le vivo, ma le posso vivere. Finché io non entro, con la mia sensibilità, in
una scena-universo, questa rimane nella sua virtualità; quando, poi, questa
stessa scena io la vivessi con la mia sensibilità, essa diventerebbe attuale per me,
perché sarebbe vissuta da me come reale. Sono io, quindi, che decido e
determino il passaggio di una realtà da realtà virtuale a realtà reale. E’, questo,
un processo di evocazione, nel senso di provocare l’attualità di una scenauniverso, che se ne stava nella sua realtà completa, concreta, e oggettiva, ma in
uno stato di pura virtualità nei confronti dell’individuo-soggetto, vivente e
pensante.
***
Noi non riusciamo ad ammettere l’esistenza di infiniti universi paralleli – e
coesistenti con quello in cui noi sentiamo di essere viventi, e che riteniamo
l’unico in assoluto – perché tutti questi universi noi non li vediamo, non ne
abbiamo esperienza. Essi, per noi, veramente non esistono, neppure come
universi possibili e virtuali, perché sono, per noi, inimmaginabili. Quando, poi,
con il nostro vivere, in ogni attimo della nostra esistenza – stessimo fermi o ci
agitassimo nel fare qualcosa – ci collochiamo in qualcuno di questi universi –
infiniti di numero – la scena-universo nella quale ci immettiamo diventa
esistente per noi, e noi definiamo reale quel determinato universo. Per noi,
allora, è concreto solo quello nel quale ci siamo collocati, mentre l’universo di
prima non è più, e gli altri infiniti universi possibili e virtuali noi non riusciamo
neppure ad immaginarli.
Processo di evocazione di una scena-universo non è, quindi, un processo
creativo nel senso di productio rei ex nihilo sui et subiecti, cioè nel senso di porre

25

in essere qualcosa che prima era nel nulla assoluto, un qualcosa di non esistente
sotto tutti i punti di vista. E’ un processo ugualmente creativo, ma nel senso di
un qualcosa che è esistente in sé e per sé, ma non per me, mentre poi, appunto
attraverso il processo evocativo – consistente nel pormi, con la mia capacità
percettiva, con la mia coscienza, con la mia attenzione, nella scena-universo
nella quale non stavo prima – diventa una scena-universo reale e concreta anche
per me. Visione delle cose, questa, perlomeno sconcertante, che vede ciascuno
di noi protagonista di evocazione di un numero innumerabile di scene-universo,
di continuo, senza sosta, e, almeno apparentemente, senza affanno e senza
fatica.
Tutto procede con naturalezza, con la naturalezza con la quale viviamo
ciascuno dei momenti della nostra esistenza quotidiana. Compiamo la maggior
parte dei nostri movimenti distrattamente, il nostro agire è una routine,
l’emozione per i piccoli eventi e per le piccole cose la vive e la esprime solo il
poeta. Eppure, secondo la visione su esposta, ogni attimo della nostra vita è
l’esperienza di un universo. E gli universi da noi esperiti, anche se siamo
distratti e superficiali, sono tanti, ma tanti, e, poi, tanti ancora. Sembra, questa,
una favola, partorita da una mente perlomeno poco normale: eppure, le cose
stanno proprio così, e la loro realtà di esistenza concreta ritrova e riconosce le
sue radici in Dio, nella mente di Dio. In Dio si colloca l’infinità delle sceneuniverso, perché solo Dio è capace di accogliere scene infinite, in un numero
infinito, in quanto solo Dio è infinito. Egli soltanto è in grado di comprenderle,
egli solo ha braccia tanto grandi da potere abbracciare, tutte assieme, e tutte
nello stesso tempo, le infinite scene-universo. Diremmo che solo in Dio c’è tanto
spazio quanto ne occorre per contenere un numero infinito di universi.
In Dio, la realtà non si distingue in virtuale e reale, perché, in Lui, essa è sempre
e solo attuale: è, questo, il concetto di eterno presente. Dio non esce da una
scena-universo per entrare in un contiguo e virtuale universo parallelo, perché,
in Dio, non c’è il divenire, ma è, Egli, solo essere. In Dio non c’è tempo, perché
questo sarebbe solo nel caso che esistesse uno spostamento di Dio da un
universo all’altro. Dove non c’è movimento, non c’è tempo, perché il tempo è
sempre e solo misurazione di un passaggio da un punto all’altro, da un luogo
all’altro, da una scena all’altra. A Dio soltanto è dato di comprendere la realtà
infinita: noi possiamo appena provare a portare la nostra immaginazione ai
limiti estremi delle sue reali potenzialità, per tentare, così, almeno di lambire
tanto mistero. Mentre che poi, di fatto, noi questo stesso mistero lo viviamo in
ogni istante, siamo in esso, di esso siamo parte integrante: tanto mistero noi lo
respiriamo ad ogni momento.
***
Grandezza di Dio, grandezza dell’uomo: grandezza di Dio nell’uomo, e
dell’uomo in Dio! Non è cosa da poco che l’uomo – meno che un puntino nello
sterminato oceano stellare – sia capace di aprire e chiudere scenari universali

26

attraverso il suo porsi di continuo in una situazione cosmica o in un’altra. E’
meraviglioso, ed anche sicuramente sconcertante, pensare che tanto miracolo
possa aver luogo in ogni istante della nostra vita, e per qualsiasi movimento
operiamo. Compiamo noi un piccolo ed insignificante gesto, o sia il nostro
operare un’azione eroica, siamo coloro che fanno passare dalla virtualità alla
realtà, dalla potenzialità all’attualità, sempre uno scenario nuovo ed universale.
Attiviamo una situazione cosmica, poniamo in essere un universo, il quale,
prima di questo nostro gesto, se ne stava lì, nella sua oggettività, non percepito
da noi, e, quindi, per noi come inesistente.
Questo perlomeno per quanto attiene la nostra attenzione, la nostra sensibilità
soggettiva, la nostra percettività. Gli infiniti universi di Dio, tutti contigui e
paralleli a quello, o a quelli, che stiamo esperendo in questi momenti in cui
stiamo vivendo la presente riflessione, sono tutti quanti già esistenti: esistenti in
Dio, ab aeterno et in aeternum, viventi di una vita propria, immersi nell’essere
di Dio. Essi sono senza fine, come numero; senza confini, come spazio. Ma essi
sono, per noi, come non esistenti, e da noi neppure immaginabili: diventano
reali ed esistenti quando noi entriamo in essi attraverso le scelte che operiamo.
Li scegliamo ad uno ad uno, operando una selezione tra essi sulla base della
nostra sensibilità individuale. Gli universi fisici che viviamo nello stato di
veglia, essendo tutti contigui l’uno all’altro, siccome li percorriamo secondo un
movimento interiore che procede seguendo il principio della continuità, questi
universi fisici ci sembrano un solo e unico universo, nel quale siamo immersi, e
nel quale conduciamo l’esperienza della nostra esistenza.
Pensare che l’universo fisico nel quale viviamo la nostra vita in realtà non è uno
solo, che cambia, ma che esso è il risultato della somma di un numero infinito di
universi fisici, che noi visitiamo l’uno dopo l’altro, dando a questa successione
ininterrotta e velocissima la definizione di un solo e unico universo in fieri, il
concepire così le cose può farci girare la testa. Sapere che il senso della unicità
del cosmo fisico è solo una illusione, molto simile a quella che abbiamo quando
davanti a noi scorrono le immagini di un film in proiezione – laddove noi non
vediamo la successione di un numero considerevole di fotogrammi,
oggettivamente distinti e staccati l’uno dall’altro, ma vediamo una storia unica
che si snoda, percepiamo un solo ed unico film – tutto questo ci può
sconcertare.
A meno che il nostro spirito non si mette in ginocchio, contempla tanta fantasia
creatrice di Dio, e tace, e prega, senza rompere la sacralità di un umile e
religioso silenzio.
Stravaganze di un metafisico?
Pura fantasia?
Immaginazione esasperata di un visionario?

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Può darsi che sì, o può darsi anche che no. A me piace di vedere le cose così. E,
ponendo Dio esistente, non mi pare che quanto affermato sopra sia poi qualcosa
di così illogico e contraddittorio. Anzi, a me sembra che logica e buonsenso,
applicati all’idea di un Dio infinito, possano benissimo approdare alle strane
affermazioni fatte, senza peraltro cadere in contraddizioni, o in assurdità, e in
illogicità inammissibili. A un Dio che è stato capace di essere l’ideatore e il
creatore di una realtà fisica che, pure se la conosciamo solo parzialmente, e
molto superficialmente, già così ci stupisce, ci sbalordisce, e – se approfondiamo
la conoscenza e la ricerca – anche ci atterrisce, a un tale Dio non possiamo
porre dei limiti. Non dobbiamo attribuire a Lui le nostre gravi e insuperabili
limitazioni, non abbiamo il diritto di limitare la sua fantasia creatrice.
Se Dio è stato capace di immaginare, e, immaginando, è stato capace di porre in
essere e di dare concretezza ed esistenza al cosmo fisico – costituito dallo
sterminato oceano stellare; al nostro piccolo, ma tanto stupendo pianeta terra,
ai suoi abitanti, alle meraviglie in esso contenute, agli uccelli del cielo, ai pesci
del mare, ai microcosmi cellulari degli organismi viventi, al pensiero dell’uomo
e al suo cuore, ai fiori dei campi, ai bimbi, agli animali della terra, al sole e alla
luna, al giorno e alla notte; se Dio è stato capace di tanto, fino a creare un
universo le cui stelle, contate dai matematici del cielo sino ad oggi, sono
perlomeno duecento miliardi di miliardi – una cifra da ascoltare con il capo
chino e con un animo umile e commosso; se Dio è stato capace di tutto questo,
perché non avrebbe potuto pensare tutte le altre cose che io ho affermato che
Egli ha immaginato, e, quindi, creato, in un atto eterno, e posto tutto in un
eterno presente?
Dio può tutto. Quindi, può anche questo. Ed io sostengo che non solo lo può, ma
che anche l’ha fatto. D’altra parte, se pure le cose non stessero proprio così, a
me piace immaginare Dio, e la realtà tutta, come ho detto sopra. Mi piace
pensare, credere e vedere che tutto è già lì, bell’e fatto, vivente di una sua vita
propria, in un eterno presente; mi piace pensare, credere e vedere che tutta la
realtà è costituita da un numero infinito di scene-universo, delle quali noi
consideriamo reali, in atto, esistenti e vere solo quelle nelle quali siamo situati
con la nostra sensibilità e con la nostra percettività, mentre consideriamo solo
immaginarie, immaginabili, virtuali, potenziali, ma non esistenti, tutte le altre
scene-universo, quelle nelle quali ancora non siamo attivi, viventi ed operanti,
con la nostra sensibilità e percettività. Questi universi, invece, sono esistenti, da
sempre e per sempre, solo che noi non siamo ancora in essi, o in essi già siamo
stati, nel nostro passato: sta a noi evocarli, collocandoci in essi, e vivendoli. E’
in questo modo che essi passano, per noi, dalla virtualità alla realtà.
***
Di quale potenza evocatrice siamo stati dotati dal Buon Dio: dalla nostra
volontà, dalle decisioni che prendiamo, dipende la evocazione di tale universo, o
di tal altro. Perché, allora, non impariamo ad usare la nostra potenza

28

evocatrice nella maniera la più opportuna? Se possiamo evocare – e, quindi, far
passare dalla virtualità all’attualità – qualunque universo vogliamo, perché,
invece di far divenire reale l’inferno, non evochiamo il paradiso? Se il pianeta
terra è una specie d’inferno, è perché gli uomini si comportano da diavoli:
diventiamo, allora, angeli di Dio, e la terra sarà un paradiso. Evochiamo il
paradiso, ed esso sarà reale. Entriamo nella scena-universo della pace, e la pace
sarà sulla terra. Immaginiamo, e desideriamo, un mondo migliore, un mondo
perfetto, ed esso sarà tale. E tutto questo semplicemente e soltanto se noi lo
vogliamo.

CAPITOLO V
OGGETTIVITÀ DEI MONDI DELLA FANTASIA

Proviamo a fare pensieri di fantasia, siano essi pensieri di fantasia comune,
come quelli legati alla favolistica, tipica dell’infanzia – che ancora sopravvive in
noi adulti – siano essi pensieri di una fantasia sfrenata, quella che fa
rabbrividire, o quella che fa sorridere, perché, caso mai, è più ingenua delle
favolette per bambini. Ebbene, quando provassimo a fare questo, non avremmo
fatto altro che far passare dalla potenzialità all’attualità pensieri di fantasia che
già erano in noi, ma allo stato di latenza e di virtualità, dal momento che ex
nihilo nihil fit – dal nulla, cioè, nulla viene fuori. Difatti, noi non potremmo
pensare alcun pensiero se non fossimo già prima capaci di pensare quel
pensiero, se quel pensiero, cioè, non fosse già in noi, anche se solo in potenza, e
non in atto.
Tutto è in noi
Nel senso che ciascuno di noi è, nella sua essenza profonda, un infinito tale, che
comprende in sé tutte le cose, le cose del cielo e quelle della terra, del mare, del
firmamento, del cosmo, e degli universi tutti. Non solo: in noi, nel nostro essere
essenziale, nella nostra individualità spirituale, è tutto, anche intendendo per
tutto il pensabile e l’impensabile, l’immaginabile e l’inimmaginabile, il logico e
l’illogico, il bello e il brutto, l’ordine e il caos, il paradiso e l’inferno. Ed anche
l’assurdo. Questo, semplicemente perché la nostra vera essenza è lo spirito, e lo
spirito è di natura divina; e ciò che è di natura divina, poi, è tutto, un tutto
indivisibile, che tutto ha in sé, come Dio, pur non essendo Dio. Il quale, però, è,
naturalmente, sempre oltre, anche oltre il tutto, perché Dio è tutto, ma non il
tutto – quello che noi definiamo il tutto – è Dio.
Torniamo, ora, alle fantasie, all’attività fantastica del nostro pensiero, quando
pensa cose che noi definiamo fantastiche. In realtà, tutte le fantasie esistono già

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in noi: la nostra attività fantastica non fa altro che portare al livello della
coscienza le fantasie che giacciono nel nostro profondo. Quando operiamo
questo passaggio, noi non abbiamo creato nessuna fantasia, ma, semplicemente,
viviamo la fantasia pensata, ed eventualmente la facciamo vivere agli altri.
Dopo questo atto di pensiero che pensa la fantasia che giaceva nel nostro
mondo interiore, questa fantasia prende consistenza nel mondo della nostra
coscienza, e lo popola, diventando, allo stesso tempo, operativa e attiva nei
riguardi del nostro comportamento e del pensiero cosciente, abitato, ora, anche
da questa fantasia evocata.
In questo consiste l’opera dei favolisti e degli scrittori di storie di fantascienza,
di altre fantasie, o di qualsiasi fantasticheria. Quelli di noi che vengono a
contatto con le favole che ci sono narrate e proposte, si trovano ad avere il
mondo della coscienza popolato da queste, per un processo di evocazione delle
stesse – operato dal contatto della nostra coscienza con esse – dalla profondità
del nostro essere, dove giacevano nel silenzio della virtualità pura e della pura
potenzialità. Tutte le fantasie, come pure tutti i pensieri - pensieri e fantasie si
equivalgono in questa mia riflessione – non possono non essere già in noi, e
l’attività fantastica non può non consistere in un semplice passaggio delle
fantasie dalla potenzialità e dalla virtualità all’attualità, perché, se non fosse
così, se a produrre ex novo le fantasie fossimo noi, noi saremmo dei creatori.
Ma noi, creatori nel vero senso della parola, non siamo, mai, e di nulla. Noi
possiamo usare – relativamente al nostro operare in generale – il verbo creare solo in
un senso molto lato, nel suo significato poetico, e/o del linguaggio comune e
corrente, ma mai nel senso stretto di ‘productio rei ex nihilo sui et subiecti’ - che è
la definizione, nel senso più stretto e filosoficamente più corretto, dell’atto creativo
vero e proprio, intendendo, con essa, la produzione di un qualcosa dal nulla assoluto
– quando parliamo del nostro pensare e del nostro operare di uomini. Se fossimo
capaci di pensare anche una sola fantasia, producendola ex nihilo sui et subiecti, nel
senso detto sopra, cioè dal nulla assoluto, saremmo creatori alla pari di Dio, almeno
per l’attimo di questa produzione, anche se si tratta di una semplice produzione
fantastica. Avremmo creato, cioè, un qualcosa che Dio non aveva già creato, un
qualcosa a cui Dio non aveva affatto pensato: nel qual caso, avremmo potuto dire di
essere stati più grandi di Dio almeno in questo, per averlo superato, cioè, perlomeno
in questo atto fantastico.
Il che, naturalmente, non è ammissibile, non è pensabile, non è concepibile, quando,
ovviamente, si ammetta l’esistenza di Dio. E l’esistenza di Dio, certa, indiscussa e
indiscutibile, io pongo alla base di questo mio ragionare sugli infiniti mondi
della fantasia e sulla fantasia dei mondi infiniti della realtà.
Difatti, il mio ragionamento procede secondo queste direttive logiche
La fantasia di Dio, cioè la capacità di pensare di Dio, non conosce limiti, in
nessuna direzione.

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Essa è una fantasia che è sempre e soltanto in atto, mai virtuale o potenziale.
La fantasia di Dio è sempre reale e concreta, esistente di una esistenza così
consistente, come noi diciamo che sono reali, consistenti e veri la nostra realtà
individuale e il mondo che ci circonda.
Questa fantasia infinita Dio l’ha trasferita, ab aeterno, sic et simpliciter, in
ciascuno degli spiriti infiniti esistenti, i quali, essendo di natura divina, hanno
ricevuto in eredità tutta la divinità del Dio che li ha generati.
Unica differenza: i mondi infiniti dell’infinita fantasia di Dio, ereditati da ogni
singolo spirito, esistono, nello spirito, allo stato potenziale e virtuale, e vengono
portati all’attualità quando vengono pensati e immaginati.
Questi mondi di fantasia, tutti, esistono in noi virtuali e potenziali, ma non
astratti, nel senso di inconsistenti: essi sono reali in noi, nel nostro essere
profondo, così come lo sono in Dio: la loro virtualità, la loro potenzialità sono
tali solo in riferimento alla nostra individualità e soggettività, per le quali i
mondi di fantasia sono virtuali e potenziali fino a quando noi non li pensiamo,
portandoli alla coscienza.
***
L’affermazione della infinità dei mondi della fantasia e della loro realtà reale e
consistente non è altro che la conseguenza logica della infinità della realtà
emanata ed emanante da Dio: infinito è Dio, infinita è la realtà. La fantasia, per
comprendere e afferrare una siffatta realtà infinita, dovrebbe essere
necessariamente infinita: solo un atto infinito di pensiero può cogliere una
realtà infinita. Per cui, fantasticassimo noi senza fine, non faremmo altro che
inseguire la realtà nella sua infinitezza. Perciò, il problema vero non è quello di
non dover esagerare nella nostra attività fantastica, ma è quello di non riuscire
ad esagerare tanto, da cogliere la realtà tutta, perché questa è sempre più
fantastica di ogni nostra fantasia.
Soltanto Dio può cogliere, con la sua fantasia infinita, la realtà tutta. L’uomo,
quando fantasticasse al massimo delle sue capacità, non riuscirebbe mai a
cogliere, nella sua globalità, i mondi infiniti pensati – e, quindi, posti
automaticamente in essere – dalla fantasia senza limiti di Dio. I colpi d’ala della
fantasia dei grandi poeti, le fantasie dei romanzieri, le immaginazioni dei
creatori delle fantascienze, tutte le bizzarrie dei pensatori i più bizzarri, le
fantasticherie dei fanciulli, le allucinazioni degli alienati, sono balbettii
claudicanti, se confrontati con la realtà dei mondi creati dalla fantasia di Dio.
Esiste l’inferno di Dante, come esistono gli inferni inventati da tutte le religioni.
Sono reali gli extraterrestri, Polifemo e i Ciclopi, gli dei della mitologia greca, i
protagonisti e i personaggi delle favole di tutti i tempi, gli gnomi e i puffi, gli

31

eroi dei cartoni animati e dei videogames. Queste cose sono fantasie fantastiche
e inconsistenti, se giudicate dal nostro punto di vista, di uomini che si pongono
come metro assoluto della realtà. Ma sono cose reali e consistenti, concrete e
vere, se collocate in seno alla fantasia di Dio, laddove tutto è reale, perché
sempre reale, consistente e vero è il pensiero di Dio, in qualunque direzione esso
pensi. Fosse anche una pura fantasticheria questa mia strana riflessione, anche
questa fantasia ha la sua realtà, in Dio, il quale ha pensato – e quindi creata,
resa reale ed esistente – questa mia fantasia prima di me, ab aeterno.
***
I mondi di fantasia sono tutti dentro di noi, nel nostro essere profondo, nel
magma dell’inconscio. Essi emergono, di volta in volta, sulla base della nostra
attività fantastica, giungono al livello della coscienza, e popolano il mondo del
pensiero, affollano la nostra mente, agiscono sulla nostra psiche. La loro
emergenza è involontaria e incontrollata durante l’attività onirica della fase
REM del sonno. Nei riguardi della produzione dei sogni, noi non possiamo fare
molto. Al massimo, possiamo allenarci a vivere i nostri sogni, tentando di
strappare al mondo onirico immagini ed eventi, per portarli al livello della
coscienza, ed eventualmente analizzarli. Ma i mondi di fantasia che possiamo
evocare con la nostra volontà durante la fase di veglia sono quelli che noi
decidiamo di rendere oggetto del nostro pensiero, della nostra attenzione, della
riflessione nostra.
Ora, siccome questi mondi evocati agiscono sul nostro io, e condizionano il
nostro umore e il nostro agire, occorre essere egoisticamente saggi ed oculati: è
opportuno far emergere alla coscienza soltanto quelle fantasie che avranno, poi,
un’influenza positiva su di noi. In altre parole, siccome siamo noi i padroni del
nostro mondo di pensieri, dal momento che possiamo, almeno in parte, decidere
quali fantasie devono passare dalla virtualità all’attualità affinchè popolino il
nostro io psichico, perché, seguendo quello che suggerisce anche il buosenso,
non operiamo una selezione, per far passare soltanto, o, perlomeno, soprattutto,
i pensieri buoni, quelli, cioè, che fanno bene? Le fantasie tenebrose e tristi
deprimono, abbattono il buonumore, rabbuiano il nostro orizzonte, intristiscono la
nostra anima e la nostra visione del mondo e della vita.
I bei pensieri, invece, producono effetti positivi sulla nostra psiche,
determinando buonumore, serenità, pace. Dal che ne può derivare anche una
buona salute fisica, per l’azione benefica degli influssi corticali sulla regione
limbica e sull’ipotalamo, e, di qui, a cascata, sull’ipofisi, e su tutte le ghiandole
endocrine del nostro organismo. Una attività endocrina fisiologicamente
armonica è premessa indispensabile per un buono stato di salute sia fisica che
psichica: i pensieri buoni, le produzioni fantastiche ottimistiche, una visione
luminosa della vita e delle prospettive esistenziali, possono garantire una
normofunzionalità della complessa attività endocrina.
***

32

Ma il problema è, ora, questo:
Quali sono i pensieri buoni, quelli, cioè, che fanno bene?
Abbiamo detto che le fantasie o i pensieri che possiamo evocare sono,
praticamente, illimitati, perché infinita, nelle sue potenzialità, è la capacità che
abbiamo di produrre, cioè di evocare dalle profondità del nostro essere pensieri
e/o fantasie di ogni genere e di ogni natura. Fare, perciò, una selezione non è
cosa facile. Ma è, in ogni caso, una cosa da fare, se non vogliamo perderci, e
perdere l’orientamento, nella folla caotica di pensieri, di idee, di fantasie, di
visioni del mondo e della vita, che popola la nostra coscienza, e, soprattutto, il
nostro inconscio.
E’ indispensabile operare una cernita severa e un taglio drastico, per cogliere
l’idea guida, il pensiero pilota, il concetto chiave, la visione essenziale della vita
e del mondo. Dobbiamo, cioè, inchiodare lì, nel nostro mondo del pensiero, in
maniera indelebile, quella idea centrale, unica, colta nella sua essenzialità:
l’idea semplice, universale, assoluta, che sia la nostra stella polare lungo il
cammino più o meno burrascoso della vita. Questa idea centrale e assoluta
esiste in noi allo stato virtuale, rannicchiata, ab aeterno, in un cantuccio del
nostro io profondo, ed attende solo di essere evocata, per fissarsi, come stella
polare, nella nostra coscienza, passando dalla potenzialità all’attualità.
Essa è il pensiero il più fantastico di Dio, impresso, quale destino ineluttabile,
nel DNA dello spirito, all’atto della sua creazione da parte di Dio, e cioè da
sempre, dall’eternità. Dio non poteva avere una fantasia più bella di questa
idea-progetto, di questa idea-destino per ciascun singolo spirito, e, quindi,
anche per ciascuno di noi. Quella stella polare, che noi possiamo far brillare
nella nostra coscienza, tirandola fuori da quell’angolino nel quale è ancora
relegata, è

L’idea
programma-progetto-destino
dell’
evoluzione sine die.
Questa evoluzione spirituale, che ha il suo principio nel non-tempo, ha le
seguenti caratteristiche:
Essa è anteriore all’evoluzione biologica.
Accompagna l’evoluzione biologica in tutte le sue fasi, e la vive.
Fa, cioè, di questa, una esperienza vissuta.
Va ben oltre l’evoluzione biologica.

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E, quindi, ben oltre l’uomo,
per procedere all’infinito, su un sentiero che,
almeno allo stato attuale dell’umanità,
è impensabile e inimmaginabile per l’uomo,
anche volendo usare la fantasia la più fantastica possibile.
***
Evoluzione da infinito ad infinito, ab aeterno in aeternum.
L’uomo si trova, rispetto a questa fantasia-progetto di Dio – fantasticata da
Dio, non da una mente qualsiasi, e, quindi, fatale, ineluttabile, e certa – come a
mezzo del proprio cammino: a quel punto, cioè, del suo andare, che coincide
con la dantesca selva oscura, che opprime l’animo umano, proprio perché
oscura. Ora, questa idea può fungere da stella polare in tanta notte oscura, e
può far superare all’uomo il senso di smarrimento, di oppressione, di
depressione.
Perché mai, e in che modo?
Perché il progetto-evoluzione – impresso da Dio nell’uomo, inciso
indelebilmente nell’essere interiore, in quell’essere che inabita ciascun singolo
individuo umano, e che a ciascuno di essi sopravvive – prevede il superamento
della fase umana del cammino dello spirito, il superamento, cioè, di quello che è
ciascuno di noi nella sua essenzialità intima e profonda, per vivere, in direzione
dell’eternità, senza il carico di affanni, tipico, necessario e imprescindibile, del
cammino che lo spirito sta percorrendo attualmente nell’uomo, e come uomo.
In altre parole, il cammino della vita, che stiamo percorrendo tutti noi – io che
scrivo e voi che leggete – è, in realtà, una autentica e sofferta via crucis. Ora, se
noi evochiamo dal nostro essere profondo l’idea di evoluzione spirituale, quella
che prevede il superamento – necessario e fatale, perché voluto da Dio e dalla
sua fantasia creatrice – della fase dolorosa del cammino, quella vissuta e
sofferta dallo spirito con l’uomo e nell’uomo, non può non derivarne un
profondo senso di pace interiore, la quale è buona, perché fa bene. L’idea che
dobbiamo evocare dalla nostra interiorità, e che deve dominare tutti gli altri
pensieri che affollano e disorientano la nostra mente, deve essere questa:
In tua voluntade, o Dio, è nostra pace!
Cioè, è nella tua volontà, o Dio, la nostra pace. Nel senso che noi troviamo la
nostra pace interiore, che nessuno potrà mai più toglierci, quando avremo
compreso l’idea centrale di quello che tu vuoi sia il nostro destino, consistente
nel progetto tuo, nei nostri riguardi, del superamento, garantito e certo, di
questa fase dolorosa, che sta attualmente vivendo il nostro spirito in noi, per
continuare il nostro cammino, da spiriti, oltre la fase umana, senza mai più il
carico della croce e del dolore.

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CAPITOLO VI
L’AMORE E L’ODIO NEL PROCESSO EVOLUTIVO

Lo spirito, emanato da Dio, si tuffa nel mondo infinito delle energie materiali. Il
percorrimento di questa incommensurabilmente grande realtà materiale è un
cammino immenso, che si snoda lungo due coordinate fondamentali del mondo
della materia, lo spazio e il tempo. L’avventura dello spirito individuale inizia
con il tuffo nell’universo materiale, perché prima di quello non si può parlare
né di cominciamento, né di fine, né di percorsi intermedi, in quanto prima
dell’immissione nel mondo materiale non c’è, per lo spirito, né tempo né spazio,
come anche dopo che si è concluso il cammino. Percorrere il mondo delle
energie materiali significa esperire: è una lunga, e, fondamentalmente, penosa
esperienza, è un cammino di evoluzione.
Lo spirito individuale è come un seme, che, per poter germogliare, deve prima
esperire la morte, causata dall’aggressione da parte degli elementi chimici e
biochimici della terra, nel quale è seminato. Come il terreno uccide il seme – ma
questo risorge sotto la forma di germoglio, che poi muore come germoglio per
diventare pianticella, per giungere, tra continue morti e resurrezioni, alla
pianta adulta – così è, analogicamente, per lo spirito individuale. Costui,
proiettato, o proiettatosi, nel mondo materiale, esperimenta le energie
materiali, vivendole tutte, a partire dalle più semplici ed elementari, alle più
complesse. Esso si riveste di forme materiali, che organizza di volta in volta,
secondo un istinto interiore, che lo porta a costruirsi tutt’attorno, di volta in
volta, questa forma o quell’altra.
Tutto si svolge secondo un programma preordinato.
Le varie forme individuali che esso assume sono l’espressione fenomenica come
di un DNA spirituale, che costituisce la struttura essenziale di ogni singolo
spirito. Il programma ha il carattere di necessità, esso non può non realizzarsi:
la determinazione con la quale esso tende a svolgere il suo programma è
superiore a tutti gli ostacoli che incontra lungo il cammino. Niente e nessuno
può fermarlo, neppure la morte: la morte lo spirito l’attraversa, egli va oltre ad
essa, il suo andare in avanti è inarrestabile. La sua meta è il superamento dello
spazio e del tempo, il suo traguardo è l’eternità. Seguiamolo, mentre procede
lungo i sentieri del mondo delle energie materiali, ricordando che il suo
cammino è sempre e soltanto evolutivo, e, solo apparentemente, qua e là
involutivo.
***
Osserviamo, allora, che due forze fondamentali costituiscono i motori
propulsori della esperienza evolutiva dello spirito, e lo spingono in avanti,

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sempre in avanti, mai all’indietro: queste due forze – sostanzialmente inconsce,
fondamentalmente non avvertite dalla coscienza dell’uomo, e che spingono lo
spirito a realizzare in sé la legge dell’evoluzione – sono l’amore e l’odio.
L’amore è essenziale al processo evolutivo, ma lo è, alla pari, anche l’odio.
Perlomeno nel senso che dirò adesso. L’amore è la tendenza dello spirito ad
acquisire una determinata forma, è la necessità interiore di rivestirsi di un
certo qual apparato materiale, per viverlo dal di dentro, ed esperire, così, di
forma in forma, il mondo materiale. La forma acquisita lo spirito la vive, ed
assimila l’esperienza che ne deriva. La lezione appresa dalla forma vissuta
diventa patrimonio dello spirito, che, così, si arricchisce, ed evolve.
Ma, una volta che il processo di acquisizione e di assimilazione dell’esperienza
di quella determinata forma si è completato, insorge come un senso di sazietà,
accompagnato da una sensazione di fastidio, che poi diventa intolleranza, non
accettazione, rifiuto di quella forma. Lo spirito, allora, vuol passare ad una
forma successiva, verso la quale lo sospinge il suo istinto di evoluzione. Il suo
DNA non permette la stasi, esso è un programma di crescita e di sviluppo, e non
tollera che ci si fermi ad un modo di essere determinato, come fosse il definitivo.
La legge di evoluzione impone il superamento, per cui l’insistenza nel voler
rimanere legati ad una sola forma viene sentita, dallo spirito, come reato di lesa
evoluzione.
La resistenza verso la legge del superamento comporta l’insorgenza,
nell’individuo, di una insofferenza più o meno larvata, che può giungere fino
all’odio, cioè ad una avversione profonda e viscerale verso quel modo di essere
che non vuole farsi da parte, per cedere il posto ad un modo di essere nuovo. Un
esempio macroscopico del valore, funzionale all’evoluzione, dell’insorgenza del
sentimento dell’odio nei riguardi di un modo di essere dell’individuo che non
vuol cedere il posto ad una nuova forma, ad una ulteriore esperienza,
necessaria all’evoluzione, è la violenza della morte che uccide una esistenza
individuale. La morte è la distruzione di una vita, è l’annullamento di un
individuo, è la parola fine, posta su una storia vissuta e sofferta: generatrice di
lacrime e di sofferenze per quelli che restano, per quanti assistono, impotenti,
alla scomparsa di una persona cara.
Cristo stesso non seppe trattenere le lacrime – et lacrimatus est Iesus - davanti
alla morte accertata dell’amico Lazzaro. La morte uccide l’individuo, e
costringe a nascondere nella terra, o a ridurre in cenere, l’amato corpo fisico, e
le sembianze. Tutto porta via la morte, bellezza e deformità, ricchezza e
povertà, miseria e nobiltà. Con odio verso la vita, perché solo un odio può
togliere una vita: l’amore ha costruito una esistenza, l’odio la porta via. Ma, se
non ci fosse un odio tanto forte, nella sua volontà di distruzione, da
controbilanciare e da neutralizzare l’amore per la vita – quell’amore che
mantiene in vita una esistenza individuale – questo modo di essere particolare
conserverebbe se stesso, inalterato, per sempre: e non si avrebbe cambiamento,
non si attuerebbe il processo evolutivo.

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Quando, invece, la morte, con il suo odio verso la vita, distrugge un modo di
essere individuale, questa forma di vita e di essere cade nel nulla di sé in quanto
tale, ma l’individuo si ritrova a continuare il suo cammino di vita secondo un
nuovo, e sicuramente più avanzato modo di essere, nella cosiddetta dimensione
dei trapassati. In questo modo, la morte, mentre distrugge una vita, genera una
vita: l’odio per una vita, fa nascere una vita. L’amore per una vita ulteriore ha
determinato l’insorgenza dell’odio per una vita passata e da superare: l’odio di
una vita è derivato dall’amore per una vita. L’odio è, quindi, figlio dell’amore,
dell’amore verso l’evoluzione, la quale è essa che genera l’odio per la stasi e per
l’involuzione. L’odio è, allora, l’espressione dell’amore verso l’avanzamento.
L’amore, perciò, è un Giano Bifronte: la faccia bellicosa guarda dietro di sé,
genera la guerra, esprime odio verso il passato, diventa forza che butta giù, con
odio e con violenza, le forme esistenti. La faccia serena guarda in avanti, genera
la pace, promuove la costruzione di forme nuove, è il volto dell’evoluzione. Ma,
il volto che è proteso in avanti, che mira alla costruzione di un mondo di pace,
una volta che ha visto questo progetto realizzato e assestato, si proietta verso
l’ulteriorità, nel senso di sognare una forma futura, una forma nuova, che
costituisca un momento evolutivo più avanzato nel cammino dell’individuo e
dell’umanità. Si impone, quindi, la necessità del superamento, per cui Giano
volta le spalle alla raggiunta pace, e mostra il suo volto bellicoso, diventando
volontà di guerra, odio verso la forma pregressa - e un tempo amata divenendo necessità della sua distruzione, per poter costruire, sulle sue rovine,
una nuova forma, che sia la realizzazione di un ulteriore sogno sognato.
***
Un odio così concepito è una forza di natura ontologica, cosmologica,
metafisica, e può ben essere inteso come l’altra faccia dell’amore. E, quindi, con
una connotazione essenzialmente positiva, essendo un quid funzionale
all’evoluzione, alla pari della forza dell’amore. Solo l’insorgenza dell’odio può
far sì che si metta in moto una forza capace di distruggere una forma, un modo
di essere, un qualcosa, che è stato il prodotto di un amore intenso, che,
precedentemente, ha amato fortemente, e posto in essere, quel qualcosa. La
morte di una forma sorpassata dell’essere sgombra il terreno per la costruzione
di una forma nuova, ulteriore, più evoluta, dell’essere. Odio, distruzione, morte,
violenza devastatrice, sono tutte forze positive sul piano della vita, considerata
dal punto di vista dell’essere, vista sotto l’aspetto ontologico, cosmologico,
metafisico, come ho detto sopra.
Questa è la danza della vita.
Talvolta danza lieta e delicata, talvolta danza macabra e orrida. Questo è il
divenire delle cose tutte, di quelle che vanno e di quelle che vengono. Questa è
l’azione combinata dei contrari, l’apparente lotta continua tra il bene e il male,

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la complicità della vita e della morte. Questo è il mistero della funzione d’amore
della forza dell’odio.
Ma, quando dal piano metafisico dell’essere si passa al piano dei rapporti
umani, quando l’amore e l’odio vengono considerati come sentimenti emergenti
dalle profondità del cuore degli uomini, l’amore resta amore, e l’odio è sempre
e soltanto odio. Se, poi, parliamo di Dio, e vogliamo considerarlo capace di
sentimenti, l’odio cade nel nulla, perché in Dio non trova posto, essendo Dio
incapace di avere sentimenti di odio. Per definizione, Dio è sommo bene, e il
bene è amore, e l’amore è esclusione di odio.
Sul piano dei valori, l’odio è sempre un male, l’odio è inevoluzione, l’odio
genera solo odio e negatività. Mentre sul piano del processo evolutivo – inteso,
questo, come il passaggio dell’essere, della realtà tutta, da un modo di essere ad
un altro ulteriore – l’odio è una forza necessaria e funzionale all’evoluzione, sul
piano dell’evoluzione dell’essere individuale, sotto l’aspetto del processo
evolutivo dei singoli spiriti in cammino nella vita, e attraverso la vita, l’odio, in
quanto sentimento di avversione, e volontà di distruzione degli altri individui,
rappresenta sempre e inevitabilmente un momento di impasse. E, se persiste, è
pure involuzione – anche se solo transitoria – cioè arretramento, ricaduta
all’indietro, rallentamento dell’evoluzione. L’unica forza evolutiva è l’amore, il
quale, se, per definizione, è un quid che deve sempre amare, tuttavia non è
autorizzato ad amare l’odio. E, se pure è vero che non può odiare, perché è
amore, la sola eccezione che gli è consentita è di odiare l’odio.
Il comandamento dell’evoluzione è ‘ama Dio con tutte le tue forze’, dal quale
deriva il corollario ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. L’amore è la verità,
l’odio è la bugia, satana è il gran bugiardo. L’amore è la scorciatoia che
conduce alla casa del Padre per breviorem viam: l’odio è una deviazione, è un
by-pass, è la via più lunga. L’amore fa procedere lo spirito individuale lungo
sentieri di luce, e il cammino di chi ama è illuminato dalla luce di Dio, perché
dove è amore, lì è Dio. L’odio è un sentiero tenebroso, è un tunnel buio, è la via
dell’inferno. Di queste due forze, quella destinata a rimanere attiva e operante
anche dopo che lo spirito avrà bussato alla janua caeli, cioè alla porta che
introduce nella casa del Padre – la quale è collocata al di là dello spazio e del
tempo, e che si trova in quel punto, dove finisce il cammino evolutivo dello
spirito lungo i sentieri del mondo delle energie materiali – di queste due forze,
solo l’amore resterà.
L’odio, quand’anche si esprimesse al massimo delle sue potenzialità, fino a
condurre lo spirito nel regno di satana, nel budello infernale, è lì che sarebbe
destinato a stazionare per sempre, perché, in ogni caso, lo spirito, che ha odiato
tanto fortemente da finire all’inferno, è lì che lascia l’odio - e definitivamente! –
per uscire dal tetro luogo, capace, ora, di amare solamente. Noi abbiamo un
solo diritto di odiare, ed è quello di odiare l’odio, il male, la cattiveria, la
disonestà. L’odio genera sempre e soltanto l’odio, e l’odio è male, l’odio è

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inevoluzione, l’odio è involuzione. La porta del cielo, quella che introduce nella
casa del Padre, si apre soltanto quando l’input parte dall’amore. Ma solo da
quell’amore di cui è capace il santo, cioè lo spirito individuale che è giunto al
termine del suo immane cammino evolutivo.
E’, questo, un amore immenso. E’, questo, l’amore di Cristo. ‘Chi non è capace
di amare con l’amore di cui sono capace io, non ha la vita eterna’. Perché un tale
amore non ha quella intensità, che, sola, riesce a far spalancare la janua caeli. E
si resta, così, fuori della porta, ancora immersi nello spazio e nel tempo, ancora
costretti a camminare lungo le dolorose viae crucis della vita, così come la
conosciamo, la viviamo, e la soffriamo, con la nostra esperienza quotidiana. E’
opportuno che impariamo ad amare senza riserve, con l’intensità e con
l’assolutezza dell’amore testimoniato da Cristo, e da lui predicato. E’ cosa
buona che impariamo a non essere mai più capaci di odiare. E’ lodevole se
diventiamo noi stessi l’amore.

CAPITOLO VII
I PICCOLI SOGNI DELLA NOTTE
IL GRANDE SOGNO DELLA VITA

Alcuni anni orsono mi riproposi, con determinazione, di abbattere la barriera
che si frapponeva fra me, che cercavo, e l’essere interiore, che a me ancora si
nascondeva. Fui tenace nel percuotere e nel picchiettare, così come fa il pulcino,
quando, giunto il tempo opportuno, tenta di rompere il guscio dell’uovo, nel
quale è racchiuso, colpendolo ripetutamente e insistentemente con il suo
beccuccio, ansioso di uscire, e di poter respirare. Anch’io mi sentivo soffocare
nella non visione chiara dell’essere interiore, che desse un senso finito alla mia
esistenza. La mia tenacia e la caparbietà della ricerca furono premiate dal
risultato. Son diventato il figliuol prodigo della parabola evangelica, ho
camminato a lungo e con fatica, ho raccontato in un libro l’esperienza vissuta.
Credo di averlo sfondato il muro, e di avere compreso il senso dell’esistenza
umana, il significato del cammino. Ritengo di avere intravisto la meta ultima, il
traguardo.

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Dopo una breve sosta, dopo un giusto riposo, per un momento ho sentito il
bisogno di rimettermi in cammino, di affrontare una nuova avventura, di
vivere – quasi fosse un gioco che val la pena di giocare – l’esperienza interiore
che racconto qui di seguito. Ho avvertito dentro di me la necessità di percorrere
il sentiero che conduce alla esplorazione del mondo dei sogni. Mi sono, quindi,
determinato ad abbattere la porta che introduce nella realtà onirica, nella
dimensione dei sogni: in questo universo così fascinoso e misterioso, nel quale
pur tuttavia entriamo di continuo mille e mille volte, ma dal quale, poi, riusciamo, come se non vi fossimo mai entrati. E’ proprio questo che non mi
pareva giusto accettare. Dentro di noi è il mondo immenso dei sogni, esso è
nostro patrimonio, lo percorriamo in tutte le direzioni, ma non lo conosciamo.
E, a tanto, normalmente, ci rassegniamo. Questo non ho trovato giusto. Ed ho
deciso di avventurarmi, da esploratore coraggioso ed ostinato, nel misterioso
regno delle ombre oniriche e dei suoi immensi paesaggi.
Ma, quasi subito, mi sono posto il problema che, se volere esplorare è lodevole,
e avventurarsi in terre ignote è ammirevole, essere dei don Chisciotte non è
accettabile. Il viaggio attraverso sentieri inesplorati è rischioso, e il rischio va
sempre calcolato, quando si è persone ragionevoli. Il pericolo non è
rappresentato dal sognare, dall’attività onirica considerata in se stessa:
sappiamo bene che il sognare è un evento fisiologico, benefico, necessario, che
fa parte integrante della vita, e che è indispensabile per l’equilibrio psicofisico
di ogni singolo individuo. Rischi e pericoli si corrono quando si volesse fare
quello che vorrei tentare io, e cioè di entrare nei sogni, percorrerli e viverli,
sapendo che si sta facendo questo viaggio, quest’esperienza onirica, mentre il
proprio corpo è addormentato; sapendo che ci si trova in un sogno, ma che il
corpo è sprofondato nel sonno. E’ come se si volesse trasportare nel mondo dei
sogni l’io vigile dello stato di veglia.
Riconoscerete che non è cosa da poco, non è impresa facile. Ma non è neppure
un’avventura impossibile. Occorre coraggio, determinazione, prudenza.
Coraggio non significa temerarietà. E’ necessario entrare nel mondo dei sogni,
avventurarsi in esso, e percorrerlo, con l’attenzione di chi sa che sta
camminando in terra straniera, anche se questa terra straniera è patrimonio
nostro, e nostra proprietà. E’ un po’ come muoversi in un campo minato. O,
forse, non è proprio così. O meglio, non è nell’entrare nel mondo dei sogni e nel
percorrerlo che risiede un pericolo reale, perché tutto questo è un fatto
fisiologico naturale, che avviene quotidianamente, e in tutti gli individui, in
quelli avveduti e in quelli sprovveduti. Piuttosto, si deve stare attenti quando ci
si propone di vivere i sogni con quella coscienza che è tipica dello stato di veglia,
ben sapendo che si sta vivendo un sogno.
Questa è una forzatura, è un rompere le leggi proprie dell’evento onirico
fisiologico, che non prevede la compresenza della coscienza dello stato di veglia
mentre si vive un sogno. Normalmente, il protagonista di un episodio onirico
crede di vivere quella determinata esperienza, non sapendo che è tutta una

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vicenda sognata: egli non sa che sta sognando quell’evento, e non vive quella
storia con il distacco di chi sa che è tutto un sogno. E, probabilmente, sta
proprio in questo la potenza di efficacia degli eventi onirici: credendo di vivere
una storia vera, una storia reale, c’è il coinvolgimento psichico dell’io che sta
sognando, per cui, se la partecipazione dell’individuo alla vicenda sognata,
vissuta come vera, raggiunge la tensione critica, quella giusta e opportuna, può
aversi anche l’interessamento dell’io profondo, e lo scuotimento di questo, tale
che può esserci la sensibilizzazione anche dell’io spirituale, con concomitante
inevitabile evoluzione.
Tutto è finalizzato all’evoluzione dell’essere profondo, dell’io spirituale,
laddove per evoluzione non si intende acquisizione di qualcosa che non si ha,
ma semplicemente provocazione opportuna, e sensibilizzazione, dell’essere
spirituale, perché quello che è solo virtuale diventi attuale, il possibile diventi
reale, nel senso di vissuto, di passaggio dall’inconscio alla coscienza, dalla
potenza all’atto. Mirabile sapienza divina! Quant’è vero che nihil est sine
ratione: anche i sogni, pur nella loro evanescenza, nonostante che sfuggano
quasi tutti alla nostra coscienza, anche essi hanno una loro funzione precisa, in
quanto sono finalizzati ad accelerare la nostra evoluzione, il nostro
arricchimento, il processo della nostra maturità interiore. Evanescenti, sì, ma
straordinariamente efficaci.
La differenza tra la vita vissuta nei sogni e la vita vissuta nello stato di veglia, di
quando non dormiamo, è fondamentalmente questa: i sogni non hanno
continuità, gli eventi onirici sono, almeno apparentemente – e, quasi
sicuramente, solo apparentemente! - scollegati tra di loro, e sembrano,
ciascuno, come chiuso e concluso in se stesso; mentre la vita fuori del sonno è
vissuta come un tutto continuo, che si svolge in ambienti precisi e definiti, con
altri individui, che non hanno l’evanescenza e la provvisorietà delle personeombre che incontriamo nei sogni. Il sonno e i sogni interrompono solo
provvisoriamente la continuità della coscienza dell’io dello stato di veglia, una
continuità che si ricompone ogni volta che ci svegliamo.
Ma, in compenso, la vita dei sogni non è così carica d’affanni, di fatica, e di
fondamentale sofferenza, come lo è la vita degli stati di veglia. Anzi, essa si
svolge mentre il corpo riposa, e cade, di norma, continuamente nell’oblio,
sicché sembra che non interferisca con la nostra vita dello stato di veglia.
Almeno apparentemente. E, anzi, sicuramente, solo apparentemente! Ogni
vicenda o avventura onirica dura pochissimo, e pare che non lasci traccia
alcuna nell’individuo che l’ha vissuta, gioita, o sofferta. Durante lo stato di
veglia, l’io psichico è come legato all’unico ambiente, costituito dal cosmo fisico
nel quale siamo immersi, che si impone alla nostra coscienza, giungendo ad
essa, e bombardandola di continuo attraverso gli stimoli nervosi, trasportati
alla corteccia cerebrale dalle innnumeri vie nervose della sensibilità periferica,
sia somatica che viscerale.

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Quando giunge il sonno, tutte le sensazioni raccolte e trasportate dal sensorio
vengono bloccate, irretite nel sistema nervoso reticolare, che ha sede nel tronco
cerebrale, sicché non possono raggiungere la corteccia cerebrale, nella quale
soltanto avviene l’insorgenza della coscienza, quando è opportunamente
stimolata. L’io psichico, allora, non incatenato al mondo fisico, circostante il
nostro corpo - perché non stimolato dalle sensazioni periferiche, bloccate nel
tronco cerebrale - è libero di viaggiare come vuole, e come a caso, nello
sterminato mondo dei sogni. Esso viene ricollegato al nostro mondo fisico,
quello di tutti i giorni, quando il sistema reticolare allenta la sua funzione di
blocco, allarga le sue maglie, e fa passare liberamente le stimolazioni e le
sensazioni, raccolte dal sensorio nel contatto fisiologico del nostro corpo con il
mondo nel quale siamo immersi.
Il mondo fisico, nel quale viviamo lo stato di veglia, ha una sua unicità e una
sua precisa omologazione, anche se le situazioni che in esso possiamo vivere
dire che sono tantissime è dire poco. Ma c’è la continuità, c’è la costanza di
questo ambiente, che, alla fine, si presenta come sempre lo stesso, anche nella
straordinaria varietà delle singole situazioni vissute. Non così si presenta il
mondo dei sogni. O meglio, dovremo qui parlare di mondi dei sogni, che si
succedono l’uno all’altro, cancellandosi, sovrapponendosi, sostituendosi con
velocità variabilissime e sorprendenti, in modo tale che par che nessuno d’essi
sia mai esistito veramente. In altre parole, potremmo dire che il mondo fisico
dei nostri stati di veglia è un sogno unico, continuo, costante, pur nella
straordinarietà delle situazioni che presenta, mentre nel caso degli stati di
sogno non si può parlare di un mondo unico, ma si deve parlare di un mondo di
mondi, tutti fugaci, fuggevoli, evanescenti, quasi mai vissuti veramente e
realmente.
***
Trovandomi davanti a questi due mondi, a queste due possibilità di esperienza,
mi posso domandare se devo operare qualche scelta, se devo intervenire
operativamente, per tentare di modificare in qualche modo le cose. Per la
verità, all’inizio della presente riflessione sul rapporto tra il mio io individuale e
il vasto e misterioso mondo dei sogni, sono partito con una volontà ben
determinata di intervenire nel meccanismo fisiologico dei sogni, tentando di
entrare nella dimensione onirica, conservando, nello stesso tempo, la coscienza
del mio corpo addormentato, e consapevole di stare vivendo una o più
avventure sognate. Ora, però, che ho riflettuto un poco di più e un poco meglio
su questa strana, vasta e interessante problematica – la riflessione che ho qui
esposto - cambia il mio atteggiamento. Mi pare sia più giusto e più logico
lasciare le cose così come sono, così come procedono per natura, così come
l’uomo di tutte le generazioni le ha sempre vissute.
Tiro questa conclusione provvisoria – e sottolineo la provvisorietà di questa
conclusione! - per due motivi fondamentali. La prima ragione è di natura

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prudenziale. La fisiologia del bioritmo nictemerale del meccanismo vegliasonno è estremamente delicata, molto complessa, e, quindi, sicuramente
vulnerabile. Essa prevede che, così come naturalmente si entra nel mondo dei
sogni e nei suoi innumerevoli labirinti, così naturalmente si esca da esso, per
rientrare nel mondo dello stato di veglia, abbandonando la dimensione dei
sogni. Ci sono precisi e sofisticati dispositivi fisiologici che regolano il flusso tra
le due dimensioni, l’ingresso nel mondo dei somnia parva – cioè dei piccoli sogni
– quale è il mondo onirico, e il ritorno al somnium magnum, cioè al grande
sogno, quale è lo stato di veglia. Ora, chi mi assicura che, se io entro in una
maniera anomala nel mondo dei sogni, e vivo in esso con una coscienza
abnorme, conservando, cioè, la consapevolezza di essere un dormiente che
viaggia nell’universo dei sogni, io non resti intrappolato in questo, e non riesca
più a ritrovare la via del ritorno nel mondo fisico, nel somnium magnum, quello
della coscienza quotidiana? La forzatura della normale fisiologia non potrebbe
spezzare il filo di Arianna, lasciandomi intrappolato nel labirinto dei somnia
parva? Meglio, quindi, evitare il rischio, non tentando più di tanto.
Una seconda considerazione fondamentale mi consiglia di desistere dal
proposito iniziale, ed è questa. Il principio, sinteticamente enunciato
nell’espressione latina nihil est sine ratione – cioè, ogni cosa ha la sua ragion
d’essere - è, secondo me, valido in assoluto: quindi, neppure la fisiologia
secondo la quale funzionano la veglia e il sonno, con tutto il corteo dei sogni, è
sine ratione, cioè senza ragione. Se i somnia parva, quelli dello stato di sonno,
sono tanti, così caotici e passeggeri, se essi vengono tanto facilmente cancellati
dall’oblio quando ci svegliamo, è perché essi non devono interferire più di tanto
nel mondo delle esperienze dello stato di veglia. Essi sono tanto più numerosi e
stravaganti del somnium magnum, cioè del grande e unico sogno che è la vita
umana dello stato di veglia, ma sono, nello stesso tempo, estremamente labili e
fugaci: una loro visitazione, condotta da me alla maniera del proposito espresso
sopra, rischierebbe di farmi catturare molti di quei sogni, e di portarli con me
nella dimensione dello stato di veglia, con il rischio di vederli mischiare e
confondere qua e là con il grande sogno della vita quotidiana, quella vissuta
fuori dello stato di sonno, e già di per sé superaffollata da tantissimi piccoli e
grandi eventi-problemi. E proprio non so se questo sia un bene.
***
Perciò, almeno per adesso, lasciamo che le cose continuino ad essere quali sono
sempre state. Ciò non toglie che il problema della visitazione più attenta e più
sentita del mondo dei sogni non debba essere tenuto in giusta considerazione,
come degno di essere approfondito. Conoscere se stessi è anche indagare con
attenzione, con interesse, con passione, sulla produzione fantastica dell’attività
onirica. Durante il sonno, e mentre si sogna, è sempre il nostro io ad operare;
solo che la sua attività psichica, essendo sganciata dal sensorio dello stato di
veglia, si svolge secondo modalità che non sono quelle dello stato vigile della
quotidianità, di quando siamo svegli. E’, quindi, oltre che legittimo, anche

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opportuno e lodevole lo studio approfondito dell’attività onirica, purchè sia
condotto secondo le regole della prudenza, dettate dal buonsenso e dalla non
temerarietà.
D’altra parte, se proprio vogliamo inseguire i sogni, possiamo esplorare
innanzitutto il mondo costituito dal somnium magnum, il mondo, cioè, già di per
sé sufficientemente complesso e complicato, della nostra vita quotidiana dello
stato di veglia. E’, questo, il grande sogno al quale siamo inchiodati dalla
struttura psicofisica del nostro essere di uomini. Impresa grande, e grande sfida
all’uomo, è vivere il sogno dello stato di veglia con la giusta intensità di
partecipazione, con quella tensione interiore che fa vibrare il nostro essere
profondo. Vivere intensamente ognuna delle singole infinite scene che
costituiscono il grande sogno, imparando a saper piangere nelle scene di
tristezza e di dolore, e a saper gioire nelle scene serene e luminose, così da poter
portare con noi un bagaglio notevole di esperienze in quella dimensione nella
quale il nostro io verrà a trovarsi, quando avrà abbandonato la struttura
somatica del corpo fisico.
Questa dimensione nella quale si collocherà il nostro io, dopo l’abbandono del
corpo attraverso la morte fisica, è, in effetti – almeno in parte, e secondo certi
aspetti - il mondo che noi visitiamo abitualmente durante il sonno, e durante
l’attività onirica.
Con la differenza che segue
Quando percorriamo il mondo dei sogni mentre il nostro corpo fisico dorme, la
visitazione della dimensione onirica è provvisoria e fugace, e quasi non vissuta,
essendo lo stato di coscienza nella dimensione dei sogni non perfettamente
funzionante. E poi, durante la visitazione del mondo dei sogni, il nostro io è
sempre collegato al corpo che dorme, mediante un cordone fluidico, che funge
da cordone ombelicale, e da filo di Arianna, per effettuare il rientro nel corpo
senza pericolo. Dopo la morte, invece, il nostro io psichico non visita, ma abita il
mondo dei sogni, l’altra dimensione. E il filo di Arianna non vi è più.
Ecco, quindi, un altro buon motivo per demordere dal proposito iniziale: dopo
il trapasso ne avremo di tempo sufficiente per esplorare, per visitare, e per
vivere, il mondo dei sogni. E’ opportuno, perciò, dedicarci ora, di più, e meglio,
al sogno della vita fisica nel corpo, e soprattutto al sogno costituito dalle vicende
dello stato di veglia, almeno fino a quando non ci sentiamo sufficientemente
preparati a diventare esploratori abituali, e ben cautelati anche, del mondo
onirico dei somnia parva, dei sogni della notte.

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CAPITOLO VIII
IL DIVINO MONDO DEI SOGNI

Mi piace di immaginarmelo così il mondo dei sogni, come un mondo che esiste
veramente, che ha la sua oggettività, che sta lì, nella sua incommensurabile
vastità e varietà, nell’attesa di essere visitato dai navigatori della notte, quali
siamo noi quando sogniamo. Esiste, cioè - così voglio immaginare io che stiano
le cose - una dimensione della realtà, che è intermedia, che si trova , cioè, di
mezzo tra la dimensione del reale - nella quale viviamo noi, mentre siamo spiriti
incarnati - e la dimensione dei cosiddetti trapassati - gli spiriti, cioè, che vivono
nell’aldilà. Tra l’aldilà e l’aldiqua mi piace di credere ci sia, di mezzo, il mondo
dei sogni. Durante il sonno – forse proprio in coincidenza della fase REM, in
quella fase del sonno, cioè, che i fisiologi dicono che coincide con l’attività
onirica - il nostro io effettua i suoi viaggi nella terra dei sogni.
Qui egli può incontrare o altri viaggiatori provenienti dal nostro mondo dei
viventi, o anche viaggiatori e visitatori occasionali, appartenenti al mondo di
coloro che vivono nell’aldilà. In questo modo, potremmo spiegarci alcuni dei
nostri sogni, quelli che lasciano il segno, quelli che noi sentiamo, nel profondo,
che sono stati incontri reali con persone viventi che conosciamo, o con
trapassati a noi più o meno cari. La concezione di un mondo dei sogni
realmente esistente può ben sconcertare, dal momento che già normalmente la
realtà immensa e sconfinata del mondo fisico nostro è, di per sé, più che
sufficiente per disorientarci. Difatti, anche la fantasia la più fantasiosa non è
capace di inseguire la straordinaria fantasiosità secondo la quale è realmente
esistente il mondo fisico nel quale viviamo, e di cui siamo parte integrante.
Perciò, non è facile accettare ancora un altro mondo, quello dei sogni, che ci
appare più fantastico del nostro mondo.
Ciò non toglie, tuttavia, che un mondo dei sogni reale, oggettivo, concreto,
anche se nella sua evanescenza onirica, non possa esistere veramente, ed essere
un qualcosa che sta lì, in attesa delle nostre visitazioni. E sta lì, come stanno lì
tutti i mondi celesti che costituiscono l’incommensurabile oceano stellare. Tutta
la realtà esistente è fantasia di Dio: chi può osare mettere dei paletti attorno
alla potenza di fantasia creatrice di Dio? Io certamente no. E chi osa, non sa
quello che fa. O meglio, colui che crede di potere limitare Dio, mettendogli
attorno dei paletti, come a volere dire a Dio che non deve oltrepassare quei
determinati confini, costui lavora veramente di fantasia. Ma di una fantasia
distorta e contraddittoria di un individuo mal-pensante, che cioè pensa male,
credendo – senza naturalmente rendersene conto – di essere più grande di Dio.
Difatti, chi volesse de-finire, limitare, circoscrivere Dio, dovrebbe essere un
super-Dio, un Dio superiore, capace cioè di girare attorno a Dio, per potergli
fissare tutt’intorno i paletti.

45

E’, questa, una assurdità; è, questa, negazione della logica e del buonsenso. Se,
naturalmente, a fare un ragionamento come quello di prima, è un individuo che
afferma di credere in Dio. E’ più onesto e più corretto riconoscere, con umiltà,
che siamo incapaci di comprendere, di abbracciare nella sua totalità, di càpere –
cioè, di afferrare - la fantasia di Dio, per una impotenza conoscitiva che ha la
sua logica nel fatto che ciò che è finito non può comprendere ciò che è infinito, il
limitato non riesce ad abbracciare l’illimitato, il meno non può afferrare il più.
E, quindi, non è in grado di capirlo, né di carpirlo, ma può, al massimo, solo
lambirlo, e, forse, appena intuirlo.
Questo è quanto ci suggerisce il buon senso, senza necessariamente scomodare
le varie filosofie e le varie teologie. Basta guardare anche solo a quel
piccolissimo insetto alato che è ora davanti a me, più piccolo di un moscerino;
basta riflettere per un momento solo per poter concludere che è immensamente
più semplice, più agevole, e, forse, più onesto, tacere di Dio, anziché parlare di
lui, e che il silenzio è, spesso, il miglior canto di lode al creatore. A meno che
non si provi a parlare di Dio utilizzando la logica e il buon senso. E logica e
buon senso mi suggeriscono questa semplice riflessione: i pensieri di Dio non
possono essere astratti, mai. Nel senso che quello che Dio pensa è anche, perché i
pensieri di Dio sono sempre coincidenti con l’essere, sono carichi dell’essere, e
sono sempre reali.
Questo riguarda tutti i pensieri di Dio, nessuno escluso. Noi diciamo pure che,
invece, i nostri pensieri sono astratti, sono solo pensieri. O meglio, che alcuni
nostri pensieri sono concreti, perché ad essi corrisponde un qualcosa che esiste
veramente nella realtà, e che tantissimi altri nostri pensieri sono, invece, pura
fantasia, in quanto ad essi non corrisponde una realtà concreta. Ed anche
questo secondo ragionamento pare che abbia il consenso della logica e del
buonsenso. E, tra i pensieri dell’uomo che possiamo classificare tra i prodotti
della pura fantasia, viene spontaneo di includere anche il mondo dei sogni, che
noi siamo abituati a ritenere frutto della attività immaginifica inconscia del
nostro io.
Ma è qui che pare che qualcosa non quadri perfettamente. Io mi chiedo, e
chiedo al lettore: se tutti i pensieri di Dio sono necessariamente concreti - e cioè
non possono non essere concreti - perché non dovrebbero essere concreti e reali
anche i nostri sogni, dal momento che nessuno dei nostri pensieri e nessuna
nostra fantasia - nemmeno quella che produce i sogni - possono essere pensieri
e fantasia indipendenti dai pensieri e dalla fantasia di Dio? Mi spiego meglio: i
nostri sogni possono essere sognati da noi senza che prima non li abbia già
sognati Dio? Certamente no! Noi non possiamo fare, né immaginare,
nessunissima cosa che prima non sia stata pensata da Dio. Perché, nel caso
contrario, si verificherebbe una assurdità logica e ontologica, nel senso che noi
saremmo stati, allora, capaci di pensare dei pensieri al di fuori del controllo di
Dio, e che, in ogni caso, Dio invece non è stato capace di pensare, nonostante
tutta la sua incommensurabile fantasia divina.

46

Ora, se i sogni che abbiamo sognato fino ad ora, e quelli che faremo in seguito,
sono innanzitutto, e primariamente, sogni fatti da Dio, essi non possono non
essere concreti, reali, consistenti - costituiti, cioè, della consistenza di Dio, come
lo sono tutte le cose che da lui procedono. E, quindi, il mondo dei sogni è reale e
concreto, e non pura fantasia. O meglio, è pure fantasia, ma non primariamente
fantasia degli uomini, ma fantasia di Dio, e, quindi, realtà reale. Questo
suggeriscono la logica e il buonsenso, se noi che ragioniamo siamo individui che
ammettono, senza discutere e senza ombra alcuna di dubbio, l’esistenza di Dio,
e di un Dio assoluto, perfetto, infinito, come che non può non essere l’ente che
definiamo Dio. Noi siamo pensieri di Dio, i nostri sogni sono sogni di Dio,
risognati da noi, visitati da noi, vissuti da noi per l’attimo, o il brevissimo
tempo, che possono durare i sogni.
Noi siamo parte del mondo dei sogni di Dio, i nostri sogni sono parte del mondo
dei sogni di Dio. Quando noi sogniamo, noi sogniamo i sogni che popolano e
affollano il mondo dei sogni di Dio. Entriamo in un sogno, in una scena, in una
situazione: li visitiamo, li viviamo, ne ri-usciamo. E’ tutto così meraviglioso,
misterioso e magico. Eppure, noi viviamo tanto mistero senza porcene
minimamente il problema, senza chiedercene il perché. Generalmente, non
sappiamo goderci i sogni, né li sappiamo soffrire nella giusta intensità: pare
quasi che li vogliamo fuggire, pare che ci fanno paura. Eppure, viviamo di
continuo un grande miracolo, quale è quello di riuscire a venir fuori dai nostri
sogni ogni volta che vi siamo entrati: è, questo, un evento che si ripete
sistematicamente per tutti i sogni che facciamo.
Quanto è meraviglioso e quant’è perfetto il dispositivo che è in noi, che è capace
di aprirci la porta di ingresso in un sogno, ed è capace di introdurci, poi, nella
porta che ci conduce fuori dal sogno! Sage est l’homme qui s’étonne: è saggio
l’uomo che si meraviglia. E io mi domando come e a chi sia mai possibile non
meravigliarsi, almeno per un momento – ed essere quindi saggio almeno per un
attimo, sia pur fuggente – quando la mente prendesse a considerare il mondo
dei sogni di Dio, che comprende il nostro cielo, la nostra terra, e tutti i cieli e
tutte le terre dell’universo, ma, insieme, anche tutti i mondi sognati dagli
individui tutti che sono capaci di sognare. Quale calcolatore elettronico
potrebbe esprimere per intero il numero dei sogni di Dio sognati dagli uomini
tutti, e dagli abitanti degli altri pianeti dell’universo, sognatori al pari degli
uomini?
Se volessimo considerare i sogni sognati dagli uomini sulla nostra terra
nell’arco di tempo di un solo anno, ipotizzando, per difetto, un minimo di
cinque sogni per notte, ed essendo noi uomini abitanti di questo pianeta almeno
sei miliardi di individui che sognano, avremmo la rispettabilissima cifra di 2000
miliardi di siti, appartenenti al mondo dei sogni di Dio, visitati da noi. E
avremmo visitato solo una minima parte della dimensione dei sogni, e in un
tempo molto limitato della media della vita degli uomini. La nostra fantasia
barcolla già solo davanti a questa considerazione, che si è limitata alla nostra

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terra, e ad un momento minimo dell’attività onirica dell’uomo. Essa
collasserebbe, e andrebbe in tilt, se volessimo tentare di esplorare ulteriormente
questo campo di riflessione intorno al mondo dei sogni di Dio. E’ opportuno,
quindi, demordere, e pregare, dinanzi a tanto mistero.
Solo la fantasia di Dio è capace di inseguire i mondi prodotti dalla fantasia di
Dio. Tutta la realtà è un sogno di Dio, che parte ab aeterno e si svolge in
aeternum. Siamo, tutti noi, un sogno di Dio. E sogno di Dio sono i nostri sogni.
Sono sogni di Dio gli eventi della storia dell’uomo, e quelli della natura. Ma,
come dei sogni sognati da noi alcuni sono belli e altri sono brutti, alcuni sono
sogni che vorremmo risognare, altri invece sono incubi che ci incutono paura, e
ci fanno ringraziare l’alba, che, risvegliandoci, li mette in fuga, e li disperde
come nebbia al vento, così sono i sogni di Dio, nei quali noi uomini viviamo da
protagonisti, nella storia. Alcuni di questi sogni sono veri e propri incubi:
incubi sono le guerre, le atrocità, le crudeltà, gli stermini, le persecuzioni, i
crocifissi, gli arsi sul rogo, le torture, la fame nel mondo, i genocidi, i dolori del
mondo.
Incubi per l’uomo, un lungo incubo sognato da Dio: perché tutto è sogno di Dio,
e prodotto della sua fantasia. Anche l’inferno è un sogno-incubo sognato dalla
fantasia di Dio, se esso è esistente e reale. Ma Dio ha anche, e soprattutto, i suoi
sogni belli e meravigliosi. Sogno di Dio sono i cieli tutti, le stelle del firmamento,
la luna piena in una notte serena, un tramonto rosso, gli occhi di un bambino, il
mare calmo, e l’oceano in tempesta; le foglie mosse dal vento, le laboriose
formiche, i pachidermi, i cuccioli, gli uccelli del cielo, i fiori dei campi,
l’armonia del creato. Ma il sogno di Dio più bello è stato Cristo, quel Gesù che
parla dell’amore alla belva umana, il predicatore delle beatitudini, la sintesi del
cosmo tutto in un solo individuo.
Sono un sogno di Dio i cieli nuovi e le terre nuove dei profeti. E’ un sogno reale
di Dio la casa del Padre, che attende tutti noi, i figliuoli prodighi della parabola.
Ed è con questi sogni belli di Dio nella mente e davanti agli occhi che mi piace
di svegliarmi da questo mio breve sogno, sognato assieme al lettore nel breve
spazio della stesura di questa fugace riflessione sul mondo dei sogni: dei sogni
dell’uomo, dei sogni di Dio. Il risveglio mi porta alla dura realtà quotidiana, ma
mi sento rinfrancato e rinvigorito dal breve viaggio di fantasia nel mondo dei
sogni di Dio. E mi rincuora e mi dà forza l’idea di essere io stesso un sogno di
Dio. E i sogni di Dio, anche quelli che all’apparenza sembrano brutti, e che
simulano talvolta gli incubi della notte, sono sempre belli, perché divini.
Mi è dolce, perciò, il risveglio, perché, anche dopo il risveglio, resto pur sempre
un sogno di Dio. E tale sei anche tu, lettore, sogno eterno di Dio. E, se talvolta
Dio ti sogna sofferente, e tu piangi, sappi che questo del tuo dolore è solo un
sogno fugace, che presto svanirà, lasciando il posto al sogno successivo, che è
quello del ritorno alla casa del Padre. Sogna questo secondo sogno: te ne verrà
la pace, e vivrai in perfetta letizia.

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CAPITOLO IX
LE COSE VISTE DI LASSÙ
‘Solo e pensoso i più diserti campi vo’ rimirando’: questo faceva Petrarca, questo
faccio anche io, di tanto in tanto, quando mi si presenti l’occasione. I luoghi
solitari sono ricchi di piccoli formicai, attorno ai quali c’è un via vai incessante
di formiche di varia grandezza e forma. Il mio passo è distratto, perché il mio
occhio è intento a rimirare i campi, per cui calpesto e schiaccio, qua e là,
qualche formichina. Siccome il mio andare è come a caso, né io bado a dove
poggio il piede, sembra che sia solo casuale la morte di questa, o di tal altra
formichina, rispetto a tutte le altre. Ma, in realtà, non è così: muore questa
piccola formica, o l’altra più grande, e non le altre, che pur si muovono
tutt’attorno, perché è quella, o quell’altra, che deve morire, e non le altre. Le
quali pure moriranno, ma in tutt’altro modo, e nella maniera e nel tempo che è
segnato per esse.
Nulla avviene a caso:
Se un solo elemento, anche minimo, di tutta la realtà esistente, osasse, e
riuscisse, a sottrarsi al concatenamento con tutti gli altri elementi, crollerebbe il
tutto in quanto tutto, perché il tutto non sarebbe più il tutto, ma sarebbe il tutto
meno un elemento, e, quindi, non più tutto veramente. E’ un po’ come
nell’esempio del miliardo delle vecchie lire. Una lira, rispetto ad un miliardo di
lire, è, praticamente, quasi nulla. Ebbene, se questa sola ed unica lira si
allontana dal miliardo e si rende autonoma, distrugge il miliardo in quanto tale,
perché un miliardo che perde una lira, anche una sola, non è più un miliardo di
lire, ma è, ora, 999milioni999mila999lire! Ma, per nostra buona sorte, mentre è
possibilissimo che una lira si allontani dal miliardo – distruggendolo in quanto
miliardo: ma non sarebbe certamente la fine del mondo! - non è mai possibile,
in assoluto, che un solo elemento della realtà tutta si allontani dal tutto: è legge
di Dio!
Tutti gli avvenimenti del divenire universale, di un universo considerato in
tutta la sua immensità, anche se apparentemente sembrano costituire una
caotica incessante agitazione inarrestabile, in realtà sono le note di una grande
sinfonia, sono una armonia danzante, sono la manifestazione della divinità.
L’apparente caoticità è l’impressione che abbiamo noi quando osserviamo e
viviamo la realtà, ed è dovuta al fatto che noi non siamo nella condizione di
collocarci in quel punto di osservazione da dove la realtà può essere vista nella
sua totalità, e da dove le singole particelle, che si agitano, apparentemente, in
maniera caotica, sono osservate nella relazione armonica e sinfonica con tutte le
altre. Se noi andiamo nella bottega del creatore di mosaici, e ci guardiamo
intorno, possiamo vedere una o più masserelle caotiche di tessere, dalle forme
anche le più strane, che nessuna immagine par che suggeriscano.

49

Tornando dopo qualche giorno, ci è dato di gioire di un mosaico stupendo,
risultato della giustapposizione complementare di quelle stesse tessere, che a
noi erano parse essere senza alcun significato. Moltissimi eventi potranno
sembrarci figli del caos, se noi li prendiamo in considerazione come
avvenimenti isolati, visto, ciascuno di essi, come a sé stante. Ma se noi
guardiamo ad essi come ad elementi collegati gli uni agli altri, e come
muoventisi tutti verso la realizzazione di uno scopo preciso, allora scompare la
loro apparente caoticità, ed acquistano il senso di note di una grande sinfonia, o
di tasselli di un armonioso mosaico. Purtroppo, a noi sfugge il senso ultimo del
divenire, perché siamo noi stessi parte di questo divenire, in esso siamo
immersi, e in esso rotoliamo come le pietre in un torrente in piena.
Chi sta dentro agli eventi, non li può vedere nel loro insieme, e nella reciprocità
dei loro rapporti. Chi sta dentro agli eventi, vede di questi eventi quegli aspetti
che gli è dato di cogliere a partire dal punto preciso di osservazione nel quale è
situato. Per osservare gli eventi nel loro insieme, per poterne cogliere
l’eventuale armonia globale, occorrerebbe uscire fuori di essi, sollevarsi tanto
in alto, da poter vedere il tutto in un unico colpo d’occhio. Ma, d’altra parte, se
io esco fuori degli eventi, e mi innalzo tanto in alto da poterli osservare nella
loro interrelazione sinfonica, la scena che vedo è del tutto, è vero, ma senza la
mia presenza in esso; e, quindi, non posso vedere il senso di me in quella scena.
Ho fatto, in tal caso, un volo e un involo inutili.
La soluzione, perciò, deve essere un’altra. Devo essere capace di contemplare la
scena dall’alto, vedendo, nel contempo, anche me in quella scena. Questo è
possibile solamente con la meditazione ragionata, con la contemplazione, con la
preghiera. Questi momenti magici sono in grado di darmi il senso compiuto del
mio rotolare, apparentemente caotico, nel torrente della vita e degli eventi; essi
possono farmi vedere il senso del mio rotolare, ma anche del rotolare di tutti gli
altri esseri con me; essi possono farmi comprendere il perché dello
schiacciamento, da parte del mio piede distratto, di quelle formichine innocenti,
di quelle soltanto, e non delle altre dello stesso formicaio, pur tutte così intente
a lavorare e a vivere.
***
Chi è capace di tanto è solo l’essere interiore: soltanto lo spirito può avere la
visione dell’armonia, e vincere l’angosciante sensazione del caos e del non senso
di tutte le cose. L’occhio dello spirito è l’occhio di Dio, nel senso che, essendo lo
spirito di natura divina, egli sente la realtà alla maniera di Dio – fatta salva,
naturalmente, la precisazione che lo spirito non è Dio. L’uomo, in quanto uomo,
non può mai operare l’involo verso quelle altezze dalle quali quello che noi
definiamo caos è visto come armonia. All’uomo mancano le ali, ma non allo
spirito che è in lui, all’essere interiore, di cui egli è il tempio. La meditazione, la
contemplazione, la preghiera, creano quell’atmosfera magica, la tensione
interiore ottimale, affinché lo spirito possa realizzare un momentaneo salto


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