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3 Jennifer L. Armentrout Opal (2012) .pdf



Nome del file originale: 3-Jennifer L. Armentrout - Opal (2012).pdf
Titolo: Opal
Autore: Jennifer L. Armentrout

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Jennifer L. Armentrout

Opal
Traduzione di
Sara Reggiani

Le Ombre
della Rete 360

Firmato digitalmente da Le Ombre della
Rete 360
ND: cn=Le Ombre della Rete 360, o=Le
Ombre della Rete 360, ou=http://
www.netshadows.it/forum/,
email=leombredellarete@netshadows.it,
c=IT
Data: 2014.11.15 00:38:27 +01'00'

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Presentazione

Il libro

Opal
Daemon e Katy, Katy e Daemon... Ostacolato da tutti, represso, negato, il legame proibito tra la timida studentessa e il
misterioso alieno è ogni giorno più potente, inscindibile e rischioso. Il Dipartimento della Difesa li spia di continuo,
mentre il famigerato “Dedalo”, il gruppo che studia e tortura gli ibridi, tiene ancora in pugno qualcuno che amano.
Dawson, il gemello di Daemon sfuggito miracolosamente alla prigionia, non sembra più lo stesso e in mente ha un
unico obiettivo: tornare in quel luogo orribile per salvare la sua amata Beth. Daemon e Katy non possono certo
abbandonarlo, e per combattere “Dedalo” sono pronti a tutto, anche se questo significa fidarsi di un vecchio nemico…
Riusciranno a ottenere giustizia e ad annientare le oscure minacce che incombono su di loro? Daemon e Katy non
sono disposti a fermarsi, forti dell’amore impossibile che li lega e che nessuno riesce a spezzare: nemmeno se la lotta
dovesse travolgere i loro mondi in maniera devastante. Sempre più sensuale, intrigante e ricco di colpi di scena: il
nuovo episodio della saga è già un fenomeno del web.

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L’autrice

Jennifer L. Armentrout
Jennifer L. Armentrout vive nel West Virginia e ha scalato le classifiche internazionali grazie alla serie “Lux”,
pubblicata in Italia da Giunti con grande successo. Oltre a Opal sono già usciti Obsidian, il prequel Shadows e, nel
2014, Onyx. Giunti pubblicherà anche gli episodi finali della saga, Origin e Opposition.

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RINGRAZIAMENTI!
Un doveroso ringraziamento ad un utente del forum delle Ombre che ci ha procurato questo eBook :)
THANKS!

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Recensione - Opal di Jennifer L.Armentrout
T itolo: Opal (Lux #3) - Uscito in Italia il 12 Nov em bre 2014
Autore: Jennifer L.Armentrout
Editore: Entangled Select
Pagine: 452
Prezzo: 8,49
Data pubblicazione: 27 /1 2/201 2

Trama:
Nessuno è come Daemon Black. Quando si è finalmente deciso a dimostrare i suoi sentimenti per me,
non stava certo scherzando. Dubitare di lui non è qualcosa che rifarei, e ora che siamo riusciti a
oltrepassare i momenti difficili, beh...Ci sono un sacco di cose spontanee in corso. Ma nemmeno lui
può proteggere la sua famiglia dal pericolo di liberare coloro che amano. Dopo tutto ciò che è
successo, non sono più la stessa Katy di prima. Sono diversa...E non sono sicura di cosa questo
potrà significare. Quando ogni piccolo passo in avanti che facciamo ci porta a scoprire la verità
sull'organizzazione segreta responsabile di torture e test sugli ibridi, capisco che non c'è una fine a
ciò di cui posso essere capace. La morte di una persona vicina permane, l'aiuto arriva dalle più
impensabili fonti, e gli amici diventeranno i più mortali nemici, ma noi non ci arrenderemo. Anche se il
risultato manderà in frantumi i nostri mondi per sempre, insieme siamo più forti...e loro lo sanno.

La Recensione
La serie dell'autrice, ormai famosissima, Jennifer L.Arm entrout continua in questo terzo capitolo dal titolo "Opal". Ogni
libro una pietra, dal prim o intitolato "Obsidian" al secondo "Ony x ", pietre con i propri poteri o m alefici, pietre
tutte da scoprire e spesso protagonisti dietro le quinte.
In Obsidian abbiamo conosciuto il tormentoso rapporto tra i protagonisti Daemon e Katy
con un ev olv ersi crescendo di emozioni già a partire dal secondo v olume della serie. Nel
terzo, il rapporto che li lega è ancora più forte e spontaneo. Non più una quasi costretta
v icinanza per il fatto che Katy è stata guarita da Daemon, portandoli ad essere in stretto
contatto per precauzione, per paura sia del Dipartimento della difesa di scoprirlo, sia degli
Arum sempre in agguato. Non più, una scusa per v edersi e stuzzicarsi. Ma un forte
sentim ento finalm ente condiv iso apertam ente senza paure, lasciando da
parte il forte ego e l'orgoglio, perché l'attrazione che li lega è forte e
insorm ontabile, im possibile trattenerla ancora.
Dawson, il fratello gemello di Daemon scomparso, è tornato: cupo, dallo sguardo perso
e triste. E' tornato facendo finalmente tirare un sospiro di solliev o ai compagni Lux en di
una v ita, alla famiglia. E' tornato dopo essere creduto morto per anni, è tornato con tanti
segreti e torture. E' tornato senza Beth, la sua anim a gem ella um ana. Con l'animo
sv uotato è disposto a tutto pur di liberarla e riportarla al suo fianco, perfino mettere in
pericolo i suoi fratelli e i suoi amici.
Kathy inizia finalmente a controllare la sua mutazione. Dopo che è stata guarita da Daemon
sono successe div erse cose, dallo spostare oggetti con la mente ad un familiare luccichio
negli occhi. Ora è un ibrida, un'um ana trasform ata in m età Lux en. Com'è stato
possibile? Una v erità fa' finalmente capolino, i Lux en possono guarire gli um ani in
pericolo di m orte, salv andoli m a trasferendogli anche la parte aliena dentro loro. Solo se la guarigione è realmente

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v oluta, questa resisterà senza autodistruggere l'umano per il troppo potere. E una v olta guariti...Lux en e um ano saranno
collegati per sem pre com e una cosa sola. Vita per la v ita e m orte per m orte.
E' proprio questo che v iene scoperto dal ritorno di Dawson, un'organizzazione segreta fa continui test sui Lux en
catturati, torturandoli e obbligandoli a trasformare gli umani in ibridi, per studiare l'intero processo. Beth è ancora lì, tra le mani
dell'organizzazione e nonostante il pericolo sono tutti pronti a correre il rischio pur di salv arla.
Protagonisti cam biati, crescite interiori ed un forte m ix di em ozioni che trav olgono com e un fium e in piena. Tra
il solliev o di un ritorno alla tortura di sentir raccontata una triste v erità. La scoperta di un punto debole per queste forme aliene
quasi indistruttibili, tante morti e tante battaglie. Amicizie che si sgretolano con parole taglienti ma un legame di gruppo
indistruttibile, come una v era famiglia. I morti a v olte ritornano e Jennifer L.Armentrout ha saputo mantenere v iv o l'interesse per
questa serie dai personaggi incredibili. E il finale di Opal...preparatev i a rim anere con il fiato sospeso, l'attesa di Origin
potrebbe risultare straziante.

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Questo libro è dedicato alla squadra “Daemon Invasion”.
Ragazze siete il massimo!
Janalou Cruz
Nikki
Ria
Beth
Jessica Baker
Beverley
Jessica Jillings
Shaaista G
Paulina Zimnoch
Rachel

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Non sapevo cosa mi avesse svegliato. Il vento impetuoso della prima, vera tempesta di neve dell’anno si era calmato la
scorsa notte e la mia stanza era silenziosa, tranquilla. Mi girai su un fianco e mi stropicciai le palpebre.
Occhi del colore delle foglie bagnate dalla rugiada mi fissavano. Occhi stranamente familiari, ma spenti in
confronto a quelli che amavo.
Dawson.
Stringendomi le lenzuola al petto, mi misi lentamente a sedere e mi scostai i capelli spettinati dal viso. Forse stavo
ancora dormendo, perché non avevo la minima idea del perché Dawson, il fratello gemello del ragazzo di cui ero
follemente, totalmente e contro ogni logica innamorata, fosse seduto sul bordo del mio letto.
«Ehm, va… va tutto bene?» Avevo la gola secca e sembrava che avessi la voce sexy, ma non era affatto così. Era
passata una settimana da quando ero stata rinchiusa in quella gabbia dal signor Michaels, il fidanzato pazzo di mia
madre, ma la mia voce ne risentiva ancora.
Dawson abbassò lo sguardo. Il suo viso dai tratti decisi e gli zigomi alti era più pallido di quanto avrebbe dovuto
essere. Era evidente che stava soffrendo.
Guardai l’orologio. Quasi le sei di mattina. «Come hai fatto a entrare?»
«Sono semplicemente entrato. Tua madre non c’è.»
Se si fosse trattato di chiunque altro sarei morta di infarto, ma di Dawson non avevo paura. «È rimasta bloccata a
Winchester per via della neve.»
«Non riuscivo a dormire. In pratica non ho chiuso occhio.»
«Per niente?»
«No. E Dee e Daemon ne pagano le conseguenze.» Mi fissava come se mi volesse comunicare qualcosa senza usare
le parole.
I tre gemelli – sì, tutti e tre – erano rintanati in casa, in attesa che si presentasse il Dipartimento della Difesa dopo
che Dawson era scappato dalla prigione Lux. Dee stava ancora facendo i conti con la morte del fidanzato Adam e la
ricomparsa del suo amato fratello. Daemon cercava di essere di sostegno e di vegliare su entrambi. E sebbene ancora
non si fosse visto nessuno, eravamo sull’orlo di una crisi di nervi.
Sembrava tutto troppo facile e di solito non andava a finire bene.
A volte, solo a volte, avevo la sensazione che stessimo correndo incontro a una trappola.
«Che hai fatto, allora?» chiesi.
«Ho corso» disse, gettando un’occhiata fuori dalla finestra. «Non pensavo che sarei mai tornato.»
Quello che aveva dovuto passare era talmente orribile che faceva male solo a pensarci. Mi si strinse il cuore. Cercai
di scacciare il pensiero, perché se mi soffermavo, mi rendevo conto che anche Daemon ci era passato e non potevo
sopportarlo.
Ma Dawson… lui aveva bisogno di un amico. Alzai una mano per stringere fra le dita il mio ciondolo di ossidiana.
«Ti va di parlarne?»
Scosse la testa, ciocche di capelli ribelli gli caddero sugli occhi. Erano più lunghi di quelli di Daemon – più ricci
anche – e forse avrebbe dovuto tagliarseli un po’. Dawson e Daemon erano identici, ma in quel momento non

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sembravano affatto fratelli, e non per colpa dei capelli. «Tu mi ricordi lei… Beth.»
Non sapevo cosa dire. Se l’aveva amata anche solo la metà di quanto io amavo Daemon… «Io so che è viva. L’ho
vista.»
Incrociò il mio sguardo. Nelle profondità di quegli occhi si nascondeva una tristezza segreta. «Lo so, ma non è più la
stessa.» Abbassò il capo. «Tu… ami mio fratello?»
Era come se sapesse che non avrebbe mai più potuto amare davvero, che non ne sarebbe più stato capace. Mi sentii
morire. «Sì» risposi.
«Mi dispiace.»
Lo guardai stranita e mi cadde di mano il lembo del lenzuolo. «Cosa vuoi dire?»
Dawson mi fissò, abbandonandosi a un sospiro stanco. Poi, le sue dita, veloci come un fulmine, mi sfiorarono i
polsi, lì dove ancora si vedevano i segni rossi delle catene.
Li detestavo, non vedevo l’ora che sparissero. Ogni volta che li guardavo, mi tornava in mente il dolore che l’onice, a
contatto con la pelle, era stata in grado di procurarmi. Avevo avuto già serie difficoltà a spiegare a mia madre perché
avessi quella voce, per non parlare poi dell’improvvisa ricomparsa di Dawson. La faccia che aveva fatto quando l’aveva
visto insieme a Daemon prima della nevicata era stata quasi comica. A ogni modo sembrava felice che il fratello
«fuggiasco» fosse tornato a casa. Dovevo nascondere i segni sotto le maniche lunghe. Non sarebbe stato un problema,
d’inverno, ma d’estate non sapevo proprio come avrei fatto.
«Beth aveva lividi del genere quando l’ho vista» disse Dawson piano, ritirando la mano. «Era diventata brava a
scappare, ma la ricatturavano sempre e ogni volta aveva sempre più segni. Intorno al collo, però.»
Mi si contorse lo stomaco mentre deglutivo. Intorno al collo? «La… la vedevi spesso?» Sapevo che avevano avuto il
permesso di vedersi almeno una volta mentre erano rinchiusi nella struttura del Dipartimento della Difesa.
«Avevo perso la cognizione del tempo. All’inizio tenevo il conto dei giorni basandomi sugli umani che mi portavano
perché li guarissi. Se sopravvivevano, venivo risparmiato, finché tutto non è andato a monte. Quattro giorni.» Tornò a
guardare fuori dalla finestra. Attraverso le tende tirate, non vedevo altro che il cielo notturno e i rami carichi di neve.
«Quando è scoppiato il putiferio erano furiosi.»
Il Dipartimento della Difesa – o meglio il Dedalo, un gruppo interno al dipartimento – si era prefissato lo scopo di
usare i Luxen per far mutare gli umani. A volte funzionava.
A volte no.
Guardavo Dawson, cercando di ricordare quello che avevano detto su di lui Daemon e Dee. Dawson era il buono,
quello divertente e affabile, l’equivalente maschile di Dee. L’esatto contrario del fratello.
Questo Dawson, però, era diverso: cupo e distante. Non aveva fatto parola con nessuno di quello che gli era stato
fatto, neanche con Daemon. Matthew, che di fatto era il loro guardiano, diceva che era meglio non assillarlo.
Dawson non aveva rivelato nemmeno come era riuscito a scappare. Sospettavo che il dottor Michaels – quel
bugiardo schifoso – ci avesse ingannato per guadagnare tempo e andarsene da Dodge, e solo dopo «liberare» Dawson.
Era l’unica cosa che avesse senso.
L’alternativa era ben più inquietante e pericolosa.
Dawson si guardò le mani. «E Daemon… ti ama?»
Lo osservai, ancora presa dai miei pensieri. «Sì. Credo di sì.»
«Te l’ha detto?»
Non a parole. «Non me l’ha proprio detto. Ma so che è così.»
«Dovrebbe dirtelo. Ogni giorno.» Dawson abbandonò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. «Era così tanto che non
vedevo la neve» disse, assorto.
Sbadigliando lanciai uno sguardo fuori dalla finestra. La tempesta che tutti avevano previsto aveva deciso di
abbattersi su questo minuscolo fazzoletto di mondo imperversando su Grant County per tutto il fine settimana. La
scuola era rimasta chiusa lunedì e oggi; al telegiornale avevano detto che saremmo potuti uscire dai nostri rifugi entro
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il fine settimana. La tempesta non avrebbe potuto scegliere momento migliore. Se non altro avevamo tutta la settimana
per decidere cosa fare con Dawson.
Non poteva di certo presentarsi a scuola come se nulla fosse.
«Mai visto cadere tanta neve» dissi. Ero originaria del nord della Florida e ne avevo viste di nevicate, ma mai come
quella.
Un sorrisetto triste gli comparve sulle labbra. «Quando farà giorno sarà bellissimo, vedrai.»
Non avevo dubbi. Una città di ghiaccio.
Dawson si alzò e un istante dopo riapparve dall’altra parte della stanza. Sentii un formicolio caldo alla nuca e mi
balzò il cuore in gola. Lui mi guardò. «Mio fratello sta arrivando.»
Nemmeno dieci secondi dopo, Daemon era in piedi sulla soglia della mia camera. I capelli arruffati dal sonno, i
pantaloni del pigiama sgualciti. Niente maglietta. Erano caduti metri di neve e lui ancora se ne andava in giro mezzo
nudo.
Avrei voluto alzare gli occhi al cielo, ma ero ipnotizzata dal suo petto… doveva assolutamente imparare a vestirsi di
più.
Il suo sguardo scivolò dal fratello a me e di nuovo al fratello. «Pigiama party? E non mi avete invitato?»
Dawson gli passò accanto senza dire una parola e scomparve in corridoio. Pochi istanti dopo, sentii la porta
d’ingresso chiudersi.
«Ecco» sospirò Daemon. «Questa è stata la mia vita negli ultimi due giorni.»
Mi sentii male per lui. «Mi dispiace.»
Si avvicinò lentamente al mio letto, la testa piegata di lato. «Devo chiedermi cosa ci facesse in camera tua?»
«Non riusciva a dormire.» Lo guardai chinarsi e tirare le coperte. Senza accorgermene, me le ero strette al petto.
Daemon tirò di nuovo, e le lasciai senza riflettere un secondo. «Non voleva dare fastidio a te e Dee.»
Daemon scivolò tra le lenzuola e si distese rivolto verso di me. «Dawson non ci dà fastidio.»
Il materasso sembrava troppo piccolo con lui. Sette mesi prima sarei scoppiata a ridere se qualcuno mi avesse detto
che presto mi sarei ritrovata nel letto il ragazzo più figo della scuola. Ma da allora tante cose erano cambiate. Sette
mesi prima non credevo nemmeno agli alieni.
«Lo so» dissi girandomi anch’io su un fianco. Indugiai sulle sue labbra carnose, su quegli occhi verdi. Era bello, ma
era pungente come un cactus. Ci avevamo messo tanto ad arrivare a questo punto, cioè a stare nella stessa stanza senza
scannarci. Daemon aveva dovuto dimostrarmi cosa provava per me e alla fine… l’aveva fatto. All’inizio non era stato
troppo gentile e doveva rimediare. «Mi ha detto che gli ricordo Beth.»
Daemon alzò le sopracciglia. Lo guardai male. «Non nel senso che pensi.»
«Guarda, per quanto adori mio fratello, non so se mi va tanto a genio che si aggiri in camera tua.» Mi scostò una
ciocca di capelli dalla guancia e la sistemò dietro l’orecchio. Rabbrividii a quel tocco e sorrisi. «Dovrò marcare il
territorio.»
«Ma sta’ zitto.»
«Mi piace quando mi dai ordini. È sexy.»
«Sei incorreggibile.»
Daemon si avvicinò premendo la coscia contro la mia. «Sono contento che tua madre sia rimasta bloccata.»
Alzai un sopracciglio. «Perché?»
«Perché dubito che approverebbe questa situazione.»
«Eh no.»
I nostri corpi si toccavano quasi. Il calore che emanava mi avvolse. «Ha detto niente di Will?»
Mi paralizzai. La realtà, spaventosa, imprevedibile, dove niente era come sembrava fece capolino. Will, ovvero il
dottor Michaels. «Solo quello che ha detto la scorsa settimana: che andava fuori città per una conferenza e per fare
visita ai parenti, ma noi sappiamo che si tratta di una bugia spudorata.»
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«Si era preparato, così nessuno si sarebbe interrogato sulla sua assenza.»
Doveva sparire, perché se la mutazione avesse avuto luogo, non avrebbe potuto mostrarsi in giro per un po’. «Pensi
che tornerà?»
Accarezzandomi il collo, rispose: «Sarebbe una follia».
Non direi, pensai chiudendo gli occhi. Daemon non voleva guarirlo ma era stato costretto. Tuttavia non era arrivato
al punto di caricarlo a livello cellulare, e la ferita di Will non era fatale, perciò la mutazione poteva avvenire come no.
In tal caso, sarebbe tornato. Ci avrei scommesso. Per quanto avesse cospirato contro il Dipartimento della Difesa per
un suo tornaconto, il fatto che sapesse che era stato Daemon a farmi mutare costituiva un’informazione interessante
anche per loro. Perciò sarebbero stati costretti a riammetterlo. E questo era un problema, un grosso problema.
Così, aspettavamo… aspettavamo che una cosa o l’altra accadesse.
Aprii gli occhi e mi accorsi che Daemon mi fissava ancora. «Quanto a Dawson…»
«Non so cosa fare» ammise, facendomi scivolare la mano sulla gola, poi sul petto. Trattenni il respiro. «Non mi
parla e non si confida con Dee. Se ne sta sempre chiuso in camera sua o vaga nel bosco. Lo seguo, e lui lo sa.» Fermò
la mano sul mio fianco. «Ma…»
«Gli serve tempo, vero?» Lo baciai sulla punta del naso. «Ne ha passate tante, Daemon.»
Mi strinse un po’ più forte. «Lo so. Comunque…» Un attimo dopo mi ritrovai distesa sulla schiena e lui sopra di me,
il mio viso fra le sue mani. «Ho questioni molto più urgenti a cui badare.»
E in un lampo tutte le preoccupazioni, i timori e le domande rimaste sospese scivolarono via. Daemon aveva quel
potere. Lo guardavo e a malapena riuscivo a respirare. Non ero certa di aver capito a quali questioni si riferisse, anche
se una vaga idea ce l’avevo.
«È tanto che non passo del tempo da solo con te.» Mi baciò prima una tempia, poi l’altra. «Non significa che non ti
abbia pensata.»
Mi ritrovai il cuore in gola. «Hai avuto da fare, lo so.»
«Lo sai?» Le sue labbra mi sfiorarono la fronte. Si appoggiò a un gomito. Mi prese il mento con la mano libera e lo
sollevò per guardarmi negli occhi. «Come stai?»
Con tutte le forze cercai di concentrarmi su quello che mi stava dicendo. «Sto bene. Non ti preoccupare per me.»
Non sembrava convinto. «La tua voce…»
La schiarii di nuovo. «Sta migliorando.»
Il suo sguardo si incupì mentre faceva correre il pollice lungo la mia guancia. «Peccato, iniziava a piacermi.»
«Ah sì?» Sorrisi.
Daemon annuì e premette le labbra sulle mie. Fu un bacio dolce, morbido e mi assorbì completamente. «È sexy.» Mi
baciò ancora, con più passione. «Ma vorrei…»
«Zitto.» Gli accarezzai le guance. «Sto bene. Abbiamo già abbastanza problemi, ci manca solo che ti preoccupi per la
mia voce.»
Wow, che ragazza matura ero diventata. Lui mi guardò sorpreso e scoppiai a ridere, rovinando tutto. «Mi sei
mancato» confessai.
«Lo so. Non puoi vivere senza di me.»
«Non esageriamo.»
«Confessalo e basta.»
«Eccolo di nuovo, l’ego grande come una casa» lo presi in giro.
«Ti dispiace?» fece lui continuando a baciarmi.
«Preferirei…»
Sbuffò. «Guarda che non è l’unica cosa grande che…»
«Smettila!» Mi baciò il collo e un brivido mi percorse la schiena.
Non glielo avrei mai detto, ma a parte quell’aspetto del suo carattere un po’ irritante che veniva fuori di tanto in
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tanto, per me lui era la perfezione.
Con un sorriso complice che mi sciolse, mi fece scivolare la mano sul braccio, poi sulla vita e mi afferrò la coscia
mettendosela intorno al fianco. «Sei tu che sei maliziosa. Io stavo solo dicendo che ho anche un grande acume…»
Ridendo gli misi le braccia intorno al collo. «Sì, come no. Fai l’innocente.»
«Be’, innocente, non direi…» Si premette contro di me, togliendomi il fiato. «Più…»
«Furbo?» Nascosi il viso contro il suo collo e feci un respiro profondo. Aveva sempre un profumo come di foglie e
di terra. «Sì, ma sei anche dolce… ed è per questo che ti amo.»
Qualcosa cambiò e lo sentii paralizzarsi. Un istante dopo si girò su un fianco e mi strinse a sé talmente forte che mi
mancava l’aria.
«Daemon?»
«È tutto okay.» Aveva la voce rotta, mi baciò sulla fronte. «Sto bene. È… ancora presto. Niente scuola, niente
mamma che urla il tuo nome in fondo alle scale. Per un po’ possiamo far finta che non sia accaduto niente. Possiamo
starcene qui a poltrire, come la gente normale.»
Come la gente normale. «Mi piace.»
«Anche a me.»
«A me di più» mormorai stringendolo forte. Sentivo il suo cuore che batteva all’unisono col mio. Era questo che ci
serviva… qualche momento di normalità. Solo lui e io…
La finestra che dava sull’ingresso si infranse di colpo e qualcosa di bianco e voluminoso piombò nella stanza sotto
una pioggia di vetro e ghiaccio.
Non feci in tempo a gridare che Daemon era già in piedi, sotto forma di essere di luce. Splendeva tanto che non
riuscivo a guardarlo.
Oh merda, disse Daemon nella mia mente.
Sentendo che esitava mi alzai anch’io.
«Oh merda» ripetei a voce alta.
La nostra normalità era stata mandata in mille pezzi da un corpo che ora giaceva sul pavimento della mia camera.

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2

L’uomo inerte davanti a noi sembrava uscito dalle truppe dei ribelli del pianeta Hoth. Ci misi un po’ a individuarne i
contorni perché si mimetizzava benissimo con la neve, a parte i rivoli di sangue che gli colavano dalla testa…
Mi venne un colpo. «Daemon…»
Lui si voltò verso di me, tornando umano, e mi mise un braccio intorno alla vita per allontanarmi.
«È un Agente» balbettai dimenandomi per liberarmi. «È con…»
All’improvviso Dawson comparve sulla soglia, gli occhi fiammeggianti come quelli del fratello. Due accecanti luci
bianche, come diamanti puri. «Si aggirava al limitare del bosco.»
Daemon si rilassò. «Sei… sei stato tu?»
Quell’essere, perché di umano non aveva proprio nulla, giaceva come un ammasso informe. «Teneva d’occhio la
casa… scattava fotografie.» Dawson ci mostrò una fotocamera semi-disciolta. «L’ho fermato.»
Buttandomelo in camera.
Daemon mi lasciò andare e si avvicinò al corpo, poi si inginocchiò e scostò la giacca bianca di tessuto isolante.
C’era un punto carbonizzato sul petto da cui usciva del fumo. L’odore di carne bruciata si sparse nell’aria.
Mi avvicinai con una mano premuta sulla bocca per impedirmi di urlare. Avevo visto Daemon scagliare la Fonte, il
loro potere di luce, contro un umano riducendolo in cenere. Questo però aveva solo un buco nel petto.
«Non hai più la mira di una volta, fratello.» Daemon lasciò il lembo della giacca, i muscoli della schiena
visibilmente tesi. «Dovevi proprio scagliarlo contro la finestra?»
Dawson distolse lo sguardo. «Sono fuori allenamento.»
Fuori allenamento? A me non sembrava proprio. Invece di incenerirlo, l’aveva solo lanciato quassù. Ammazzandolo.
«Mia madre mi uccide» dissi, incredula. «Mi uccide.»
Di tutte le cose, andavo a preoccuparmi proprio di questo.
Daemon si alzò lentamente, lo sguardo duro mentre fissava il fratello. Mi girai a guardarlo anch’io e per la prima
volta, mi fece paura.
Dopo una visitina al bagno e un rapido cambio di abiti, mi ritrovai in soggiorno, circondata da alieni come non mi
capitava da diversi giorni. La capacità di materializzarsi ovunque in un battibaleno era uno dei vantaggi di essere fatti di
luce, immaginai.
Dalla morte di Adam, tutti si erano tenuti alla larga da me, così non sapevo cosa aspettarmi. Probabilmente il
linciaggio, cioè quello che avrei voluto io per chiunque fosse il responsabile della morte di qualcuno che amavo.
Le mani infilate in tasca, Dawson appoggiò la fronte alla finestra là dove un tempo c’era l’albero di Natale, dandoci
le spalle. Non aveva detto neanche una parola da quando il segnale era stato inviato e tutti gli alieni erano accorsi.
Dee era appollaiata sul divano, gli occhi fissi sulla schiena del fratello. Sembrava a disagio, le guance rosse di
rabbia. Immaginai che non le piacesse trovarsi lì. O vicino a me. Non avevamo avuto modo di parlare dopo… tutto
quello che era successo.
Feci scivolare lo sguardo sugli altri presenti. I gemelli cattivi, Ash e Andrew, erano seduti accanto a Dee, lo sguardo
incollato sul punto in cui Adam si era seduto l’ultima volta… lo stesso in cui era morto.
Da un lato avrei volentieri evitato di stare in soggiorno, perché mi ricordava il giorno in cui Blake aveva finalmente
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rivelato i suoi veri propositi. Ogni volta che entravo, e non capitava spesso dato che avevo portato via tutti i miei libri,
mi cadeva subito l’occhio sulla sinistra del tappeto, sotto il tavolino. Il legno del parquet era liscio e pulito, ora, ma
riuscivo ancora a intravedere la macchia bluastra che avevo strofinato via insieme a Matthew la sera di Capodanno.
Mi strinsi le braccia al petto per soffocare un brivido.
Si udì il rumore di passi che scendevano le scale e Daemon e il suo guardiano, Matthew, apparvero nella stanza. Si
erano sbarazzati dell’essere, l’avevano portato nei boschi dopo un sopralluogo e l’avevano incenerito.
Avvicinandosi a me, Daemon mi scostò il cappuccio. «Tutto a posto.»
Lui e Matthew erano saliti al piano di sopra appena dieci minuti prima con una tela cerata, un martello e dei chiodi.
«Grazie.»
Daemon annuì e guardò il fratello. «Qualcuno ha visto delle macchine in giro?»
«C’era una Expedition vicino al vialetto» disse Andrew. «L’ho incendiata.»
Matthew si mise a sedere sul bordo della poltrona con la faccia di chi ha bisogno di un goccio. «Va bene, ma non va
bene.»
«Taci» sbottò Ash. A guardarla meglio, non era la principessa di ghiaccio di sempre. I capelli le ricadevano spenti ai
lati del viso e indossava una tuta. Non l’avevo mai vista con la tuta. «Un altro agente morto. Con questo fanno…?
Quanti, due?»
Veramente erano quattro, ma preferii non precisare.
Ash si spostò i capelli dal viso, le unghie tutte mangiate che premevano contro le guance. «Si chiederanno che fine
abbiano fatto. La gente non scompare così.»
«La gente scompare di continuo» disse Dawson tranquillamente, senza girarsi, creando un silenzio carico di
tensione.
Gli occhi blu zaffiro di Ash si spostarono su di lui. A dire il vero tutti lo stavano guardando, dato che fino a quel
momento non aveva aperto bocca. Ash scosse la testa, ma saggiamente rimase in silenzio.
«E la macchina fotografica?» chiese Matthew.
Raccolsi l’oggetto metallico praticamente fuso e me lo rigirai fra le mani. Emanava ancora calore. «Se conteneva
delle foto, ormai saranno rovinate.»
Dawson si girò. «Teneva d’occhio questa casa.»
«Abbiamo capito» disse Daemon, avvicinandosi a me.
Il fratello inclinò la testa e quando parlò la sua voce era vuota. «Che importa cosa c’era nella macchina fotografica?
L’unica cosa che conta è che stanno tenendo d’occhio voi… lei. Tutti noi.»
Un altro brivido mi percorse la schiena. Era il suo tono ad angosciarmi.
«Magari la prossima volta è meglio se… proviamo a parlare con le persone, prima di gettarle in casa d’altri?»
Daemon si mise a braccia conserte. «Che dici?»
«E permettere a chiunque di farla franca?» disse Dee, con la voce che le tremava mentre gli occhi le diventavano più
scuri, pieni di rancore. «Perché è questo che sarebbe successo. Quell’agente avrebbe potuto uccidere uno di noi e tu
l’avresti lasciato tranquillamente andare?»
Oh no, pensai. Non si preannunciava niente di buono.
«Dee» disse Daemon facendo un passo avanti. «Lo so che…»
«Non ci provare.» Le tremava il labbro inferiore. «Tu hai lasciato andare Blake.» Spostò lo sguardo su di me e fu
come ricevere un pugno allo stomaco. «E anche tu.»
Daemon scosse la testa abbandonando le braccia lungo i fianchi. «Dee, quella sera c’erano già state troppe vittime.
Troppi morti.»
Dee reagì come se Daemon l’avesse colpita e si strinse le braccia alla vita per proteggersi.
«Adam non l’avrebbe voluto» disse Ash piano, rilassandosi contro lo schienale del divano. «Non avrebbe voluto altri
morti. Lui era per la pace.»
15

«Peccato che ora non possiamo più chiedere il suo parere, eh?» Dee avrebbe voluto dire ben altro ma parve
mordersi la lingua. «Ormai è morto.»
Stavo per pronunciare le mie scuse ufficiali, ma Andrew mi anticipò. «Non solo non avete fermato Blake, ci avete
anche mentito. Da lei» mi indicò «non mi aspetto lealtà. Ma da voi… Daemon, tu ci hai nascosto la verità. E Adam ne
ha pagato le conseguenze.»
Mi voltai di scatto. «Non è colpa di Daemon. Non scaricare tutto su di lui.»
«Kat…»
«E allora di chi sarebbe?» Dee mi inchiodò con lo sguardo. «Tua?»
Trattenni il respiro. «Sì, esatto.»
Sentii Daemon irrigidirsi al mio fianco, poi, come sempre, Matthew intervenne per riportare la calma. «Okay,
ragazzi, basta così. Litigare e incolparsi a vicenda non serve a niente.»
«Ma ci fa sentire meglio» borbottò Ash, chiudendo gli occhi.
Trattenni le lacrime e mi sedetti sul bordo del tavolo. Non volevo piangere, non ne avevo il diritto, diversamente da
loro. Sospirai, mortificata.
«Ora come ora dobbiamo restare uniti» proseguì Matthew. «Abbiamo già perso molto.»
Ci fu una pausa e poi: «Io vado a cercare Beth».
Tutti si girarono verso Dawson. Era impassibile. Non mostrava emozioni. Niente. Ricominciarono a parlare
contemporaneamente.
La voce di Daemon tuonava sopra le altre. «Non se ne parla, Dawson. Scordatelo.»
«È troppo pericoloso.» Dee si alzò giungendo le mani. «Se ti catturano, non sopravvivrò. Non di nuovo.»
Dawson rimase imperturbabile. Niente di ciò che i fratelli e gli amici dicevano sembrava scalfirlo. «Devo salvarla.
Scusate.»
Ash era incredula almeno quanto me. «Ma è da pazzi» sussurrò. «Da pazzi.»
Dawson scrollò le spalle.
Matthew si piegò in avanti. «Dawson, lo so, lo sappiamo tutti che Beth conta molto per te, ma non c’è modo di
arrivare a lei. Non finché non sapremo con chi abbiamo a che fare.»
Gli occhi di Dawson divennero di un verde profondo. Rabbia, pensai. La prima emozione che tradiva. «So quello
che faccio. E so cosa stanno facendo a lei.»
Daemon gli si piazzò davanti, gambe divaricate, braccia conserte, pronto a fermarlo. Era come vedere un’immagine
riflessa, anche se Dawson era più esile e trasandato.
«Non posso permettertelo» disse Daemon a voce così bassa che lo udii a malapena. «So che non ti piacerà, ma non
ho intenzione di lasciarti andare.»
Dawson non vacillò. «Non ho bisogno del tuo permesso. Mai avuto.»
Se non altro stavano parlando. Era un bene, no? Eppure non era molto confortante. Sia Daemon che Dee sapevano
che Dawson non sarebbe più stato lo stesso.
Con la coda dell’occhio vidi Dee avvicinarsi a loro, ma Andrew la trattenne per la mano.
«Non ti sto controllando, Dawson. Non l’ho mai fatto. È solo che hai appena passato un inferno. Ti abbiamo appena
salvato.»
«Sono ancora all’inferno» rispose lui. «E se ti metti sul mio cammino, ti trascinerò con me.»
Daemon sembrò accusare. «Dawson…»
Alla sua reazione saltai in piedi senza pensare. Qualcosa mi disse di farlo. Forse era l’amore, che mi faceva
detestare di vederlo soffrire. Finalmente capivo perché mia madre tirava sempre fuori gli artigli quando mi vedeva
minacciata o arrabbiata.
Una folata di vento attraversò la stanza sollevando le tende e voltando le pagine delle riviste della mamma. Mi sentii
addosso gli occhi delle ragazze, ma cercai di non farci caso.
16

«Okay, il livello di testosterone alieno mi sembra un po’ altino. Ci manca solo che iniziate a prendervi a pugni in
soggiorno, dopo avermi rotto la finestra lanciandoci contro un uomo.» Presi fiato. «Se non la piantate, vi prendo
entrambi a calci.»
Mi fissavano tutti adesso. «Che c’è?» chiesi arrossendo.
Sulle labbra di Daemon apparve un sorrisetto incredulo. «Però, che artigli, gattina.»
«Te la do io la gattina, deficiente» dissi seccata.
Lui alzò le sopracciglia ma tornò a concentrarsi sul fratello.
Accanto a lui, Dawson era… divertito. O arrabbiato, non si capiva. Ma d’improvviso, senza dire una parola, si
precipitò fuori dal soggiorno e un attimo dopo la porta d’ingresso si chiuse sbattendo.
Daemon mi fulminò con lo sguardo. Sospirando rumorosamente, partì all’inseguimento del gemello perché non
c’era modo di sapere cosa avesse in mente di fare o dove fosse diretto.
La riunione si sciolse. Li accompagnai tutti alla porta, tenendo d’occhio Dee. Dovevamo assolutamente parlare:
prima di tutto, dovevo scusarmi per un sacco di cose, poi dovevo provare a spiegarle. Non mi aspettavo il suo perdono,
ma dovevo comunque tentare.
Strinsi la maniglia così forte che le nocche sbiancarono. «Dee…?»
Sotto il portico lei si fermò senza voltarsi, la schiena rigida. «Non sono pronta.»
E con questo, la porta si liberò dalla mia presa e mi sbatté in faccia.

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3

Dato che con mia madre camminavo già sulle uova, decisi di non fare cenno alla finestra rotta quando chiamò per
sentire come me la cavavo. Speravo e pregavo che le strade fossero abbastanza sgombre da poter chiamare qualcuno a
montare il vetro nuovo prima che tornasse.
Non mi piaceva mentirle, però ultimamente non facevo altro. Eppure sentivo che avrei dovuto raccontarle tutto,
specialmente quello che sapevo sul suo ipotetico fidanzato Will. Ma come affrontare una conversazione simile? A
proposito, mamma, i vicini sono alieni. Uno mi ha trasformata per sbaglio e Will è un pazzo furioso. Domande?
Sì, come no.
Prima di salutarci, riattaccò con la solita storia che dovevo andare a farmi vedere da un dottore per questa voce. La
scusa del raffreddore funzionava, per ora, ma fra un paio di settimane? Speravo con tutto il cuore che la voce
migliorasse, anche se dentro di me sapevo che non sarebbe successo. Un altro bel ricordino del guaio in cui mi ero
ficcata.
Dovevo dirle la verità.
Recuperai una busta di maccheroni al formaggio dal freezer e feci per aprire il microonde, ma ci ripensai. Mi
guardai le dita. Chissà se anche le mie mani emanavano onde come quelle di Dee e Daemon? Avevo troppa fame per
rischiare.
Quei poteri non facevano per me. Quando Blake mi allenava a padroneggiare la Fonte cercando di insegnarmi a
creare calore, finivo sempre col darmi fuoco alle mani.
Mentre attendevo che il mio pasto fosse pronto, guardai fuori dalla finestra sopra il lavello. Dawson aveva ragione.
Era davvero stupendo fuori, ora che c’era il sole. La neve ricopriva il terreno e i rami da cui pendevano ghiaccioli
luccicanti. Persino ora che il sole era tramontato, era una vista mozzafiato. Mi sarebbe piaciuto uscire a giocare.
Il microonde suonò e consumai la mia cenetta salutare in piedi, dicendomi che così almeno avrei bruciato qualche
caloria. Da quando Daemon mi aveva trasformata in una specie di mutante, il mio appetito era esploso. In casa non
c’era quasi più niente di commestibile.
Dopo mangiato, presi il portatile e andai a sedermi al tavolo della cucina. Ero stata distratta nell’ultima settimana, e
volevo controllare una cosa prima di scordarmene di nuovo.
Aprii Google e digitai Dedalo. Il primo link era di Wikipedia e, visto che non mi aspettavo un sito ufficiale (Dedalo,
organo governativo segreto, vi dà il benvenuto!), ci cliccai sopra.
Imparai tutto quello che c’era da sapere sul mito greco.
Dedalo era considerato un innovatore, aveva costruito il labirinto in cui viveva il Minotauro e tra le altre cose era
anche il padre di Icaro, il tizio che era volato troppo vicino al sole usando le ali disegnate da Dedalo, per poi cadere in
mare morendo annegato. Icaro si era divertito a volare e, conoscendo gli dèi, la sua morte era una punizione per averli
sfidati. E una punizione per il padre che gli aveva dato quel dono.
Bella lezione, ma a che mi serviva? Perché mai il governo doveva chiamare un organo adibito al controllo della
mutazione umana come uno che…
Di colpo capii.
Dedalo aveva creato cose che avevano migliorato l’uomo, quindi in un certo senso era come i Luxen che

18

trasformando gli umani ne potenziavano le capacità. Era un po’ macchinoso, ma chissà quanto dovevano essere fieri al
dipartimento di avere un organo il cui nome derivava dalla mitologia greca.
Chiusi il portatile, mi alzai, presi la giacca e uscii di casa. Non sapevo perché, e non sapevo nemmeno se ci fossero
altri agenti nelle vicinanze. La mia fervidissima immaginazione materializzò un cecchino nascosto in un albero e un
puntino rosso sulla mia fronte.
Sospirando, tirai fuori un paio di guanti dalle tasche della giacca e me li infilai. Avevo bisogno di fare qualcosa di
fisico, così formai una palla di neve e cominciai a farla rotolare in giardino. Tutto era cambiato nell’arco di pochi mesi
e di nuovo nel giro di pochi istanti. Dalla secchiona di turno mi ero trasformata in un mezzo alieno. Ero cambiata a
livello cellulare: non vedevo più il mondo bianco o nero e la mia percezione di ciò che era giusto era profondamente
cambiata.
Per esempio, il comandamento «non uccidere» aveva assunto tutto un altro significato.
Per qualche ragione, uccidere due Arum, gli alieni malvagi, non mi aveva gettato nella disperazione, cosa che invece
sarebbe successa di certo se avessi ucciso un uomo. Non mi sentivo in colpa, anche se, come diceva Daemon, una vita
era sempre una vita, ma diciamo che non l’avrei messo nella descrizione del profilo sul mio blog.
Quando finii con la prima palla avevo i guanti completamente bagnati, ma passai comunque a farne una seconda.
L’esercizio fisico non faceva altro che arrossarmi le guance. Che fallimento.
Alla fine, il mio pupazzo di neve risultò formato da tre parti, ma non aveva né braccia né un volto. Era un riflesso
perfetto di come mi sentivo. Avevo un corpo, ma mi mancava la maggior parte dei pezzi fondamentali.
Non sapevo più chi ero.
Facendo un passo indietro mi passai una manica sulla fronte e sospirai tremante. Mi faceva male tutto, ma rimasi lì
finché la luna non fece capolino da dietro le nuvole, gettando una falce argentata sulla mia creazione incompleta.
Solo poche ore prima c’era un morto sul pavimento di camera mia.
Mi sedetti al centro del giardino, sopra un mucchio di neve. Un altro cadavere, come quello di Vaughn, caduto vicino
al vialetto, come Adam nel soggiorno. Un nuovo pensiero che avevo finora soffocato si fece largo nella mia mente:
Adam era morto cercando di proteggermi.
L’aria fredda mi faceva bruciare gli occhi.
Se fossi stata sincera con Dee, se le avessi detto sin dall’inizio che cosa era accaduto veramente nella radura, la
notte che avevamo combattuto contro Baruck, lei e Adam sarebbero stati più cauti. Avrebbero saputo di Blake, che era
come me, ovvero capace di contrastarli e di vincerli.
Avrei dovuto ascoltare Daemon. E invece no, volevo dimostrare quanto valevo. Volevo credere che Blake avesse
buone intenzioni, mentre Daemon aveva già capito tutto. Avrei dovuto capire che era impazzito: era stato sul punto di
accoltellarmi e mi aveva lasciata sola con un Arum.
Ma era davvero impazzito? Non credevo. Era disperato, questo sì, voleva a tutti i costi tenere l’amico Chris in vita,
intrappolato in ciò che era diventato. Blake avrebbe fatto qualunque cosa per proteggere Chris, non perché avesse un
legame coi Luxen, ma perché teneva al suo amico. Forse era per quello che non lo avevo ucciso, perché perfino in
quei momenti di puro caos, mi ero rivista in Blake.
Avrei volentieri ucciso suo zio per difendere i miei amici.
E Blake aveva ucciso un mio amico per difendere il suo.
Chi aveva ragione?
Ero talmente presa dai miei pensieri che non feci caso al calore alla nuca. Sussultai al sentire la voce di Daemon.
«Kitty, che stai facendo?»
Mi voltai e alzai lo sguardo. Era proprio davanti a me, in maglione e jeans. Gli brillavano gli occhi.
«Un pupazzo di neve.»
Guardò oltre me. «Mmm. Sbaglio o manca qualcosa?»
«Sì» dissi io colpevole.
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«Questo non spiega perché te ne stai qui seduta sulla neve. Avrai i jeans fradici.» Parve rendersi conto di qualcosa.
«Aspetta. Meglio per me, che potrò dare una sbirciatina al tuo sedere.»
Scoppiai a ridere. Sdrammatizzare era il suo forte.
Mi si avvicinò senza fatica, come se la neve si sciogliesse al suo passaggio, e si mise seduto al mio fianco a gambe
incrociate. Nessuno dei due disse nulla per un po’, poi lui si piegò di lato dandomi una spintarella con la spalla.
«Dài, che stai facendo?» chiese.
Non ero mai riuscita a nascondergli niente, ma non ero proprio pronta a dirgli la verità. «Cos’è successo con
Dawson? È scappato?»
Daemon mi guardò come se volesse sorvolare sulla domanda, poi però rispose: «Non ancora, oggi gli sono rimasto
attaccato come una baby-sitter. Stavo pensando di mettergli un sonaglio al collo.»
Ridacchiai. «Mi sa che non gli piacerebbe.»
«Non m’importa.» Una punta di rabbia trapelò dalla sua voce. «Correre da Beth non è una buona idea. Non finirebbe
bene e lo sappiamo tutti.»
Su questo non c’erano dubbi. «Daemon…»
«Cosa?»
Era difficile dirlo a parole, perché una volta pronunciate diventava tutto reale. «Perché non sono venuti a prenderlo?
Sapranno di sicuro dov’è. E ci hanno spiato.» Feci cenno verso la mia casa. «Perché non sono venuti a prenderci?»
Daemon rivolse lo sguardo al pupazzo di neve e rimase in silenzio per qualche istante. «Non lo so. Be’, ho i miei
sospetti, naturalmente.»
Cercai di soffocare la paura che mi aveva afferrato la gola. «Cioè?»
«Sicura di volerli sentire?» Feci cenno di sì e lui riprese a fissare il pupazzo. «Credo che il governo fosse al
corrente dei piani di Will, sapesse che avrebbe liberato Dawson. E che gliel’abbia lasciato fare.»
Raccolsi una manciata di neve sospirando. «È quello che penso anch’io.»
Lui mi guardò. «La vera domanda è perché.»
«Non può essere niente di buono.» Lasciai cadere la neve fra le dita. «È una trappola. Deve esserlo.»
«Saremo pronti» disse. «Non preoccuparti, Kat.»
«Non sono preoccupata.» Che bugiarda, ma che altro potevo dire? «Dobbiamo prevedere le loro mosse, tutto qui.»
«Esatto.» Daemon allungò le gambe. Il retro dei jeans era diventato blu scuro. «Hai presente come facciamo con gli
umani?»
«Sì, vi fate odiare e ve ne state sempre fra voi» dissi facendogli un sorrisetto.
«Ah ah. No. Fingiamo. Fingiamo costantemente di non essere diversi e che sia tutto normale.»
«Non ti seguo.»
Si distese sulla neve, i capelli corvini risaltavano su quella distesa candida. «Se ci comportiamo come se non
avessimo sospetti, fingendo che per noi sia normale che Dawson sia stato rilasciato o di non sapere che loro sono a
conoscenza delle nostre capacità, potremmo guadagnare tempo per capire come muoverci.»
«Credi che ci cascheranno?»
«Non lo so. Non ci scommetterei, ma ci dà comunque un margine. È il massimo a cui possiamo aspirare al
momento.»
E questo era il massimo?
Sorridendo come se non avesse una sola preoccupazione al mondo, cominciò a spazzare la neve con le braccia, e
altrettanto fece con le gambe, muovendole come tergicristalli. Tergicristalli molto belli.
Scoppiai a ridere, il cuore gonfio d’amore. Mai nella vita avrei pensato di vederlo fare l’angelo della neve. E non so
perché la cosa mi intenerì tantissimo.
«Dovresti provare» mi esortò con gli occhi chiusi. «Ti fa vedere le cose in prospettiva.»
Ne dubitavo, ma mi distesi accanto a lui e lo imitai. «Ho cercato Dedalo su Google.»
20

«Ah sì? E cos’hai scoperto?»
Gli parlai del mito greco e dei miei sospetti e lui sorrise amaramente. «Non mi sorprenderebbe… vanesi come
sono.»
«Senti chi parla.»
«Ah ah.»
Sorrisi. «Cos’è che dovrei capire facendo l’angelo?»
Lui sghignazzò. «Aspetta un po’.»
Lo feci e lui si mise a sedere, allungò una mano e mi afferrò tirandomi su. Ci scrollammo la neve di dosso a
vicenda. Daemon si soffermò un po’ più del necessario su certe zone. Poi ci voltammo ad ammirare i nostri angeli.
Il mio era molto più piccolo e meno definito del suo, che era perfetto. Ovviamente. Mi strinsi la giacca addosso.
«Sto ancora aspettando di capire.»
«Non c’era niente da capire.» Mi mise un braccio pesante sulla spalla, si chinò e mi diede un bacio sulla guancia.
Aveva labbra così calde. «Ma ci siamo divertiti, no? Ora…» Mi girò verso il pupazzo di neve. «Finiamo questo. Non
possiamo lasciarlo così. Non se ci sono io con te.»
Il mio cuore mancò un battito. A volte mi domandavo se mi leggesse nel pensiero. Sapeva sempre quello che mi
passava per la testa. Mi appoggiai alla sua spalla, chiedendomi come fosse possibile che da cretino patentato si fosse
trasformato in un ragazzo… che continuava a farmi infuriare, ma continuava sempre a sorprendermi.
E di cui mi ero pazzamente innamorata.

21

4

Quando gli spazzaneve uscirono e aprirono un varco attraverso la città e lungo le strade secondarie, Matthew fece
arrivare un’impresa di riparazione vetri in un baleno. La mamma tornò venerdì, esattamente pochi minuti dopo che se
ne furono andati, con l’aria di chi aveva mangiato, dormito e salvato delle vite, con indosso il suo camice a pois.
Mi gettò le braccia al collo facendomi quasi ribaltare. «Ah, quanto mi sei mancata, tesoro!»
Restituii l’abbraccio con altrettanto trasporto. «Anche tu. Io…» La lasciai cercando di trattenere le lacrime.
Distogliendo lo sguardo, mi schiarii la voce. «Sei riuscita a farti almeno una doccia in una settimana?»
«No.» Provò ad avvicinarsi ancora, ma feci un balzo indietro. Lei si mise a ridere e intravidi una punta di tristezza nei
suoi occhi, un attimo prima che si voltasse verso la cucina. «Scherzavo. In ospedale ci sono le docce, tesoro. Sono
assolutamente pulita, giuro.»
La seguii e mi aspettai il peggio quando la vidi dirigersi verso il frigo razziato. Aprì lo sportello e fece un passo
indietro, guardandomi da sopra la spalla. Alcune ciocche di capelli le caddero dallo chignon.
Le belle sopracciglia si alzarono e arricciò il naso. «Katy…?»
«Scusa.» Mi strinsi nelle spalle. «Ero bloccata in casa. E mi è venuta fame. Molta fame.»
«Vedo.» Chiuse lo sportello. «Fa niente. Più tardi faccio un salto a comprare qualcosa. Le strade non sono male,
ora.» Si fermò, strofinandosi la fronte. «Be’, a dire il vero per andare giù in città mi ci vorrebbe un gatto delle nevi, ma
me la caverò.»
Il che significava che lunedì la scuola avrebbe riaperto. Buuuu. «Vengo con te.»
«Mi piacerebbe, tesoro. Basta che non cominci a buttare roba nel carrello e poi piangi se te la tolgo.»
La guardai sconcertata. «Non ho mica due anni.»
Il suo bel sorriso si piegò in uno sbadiglio. «Ho a malapena appoggiato la testa sul cuscino, in questi giorni. Molte
infermiere non sono riuscite ad arrivare. Ho dovuto dividermi tra il pronto soccorso, il reparto prenatale e il mio
preferito,» disse prendendo una bottiglia d’acqua «il reparto disintossicazione.»
«Accidenti.» La seguivo ovunque andava, come una bambina.
«Non hai idea.» Bevve un sorso fermandosi in fondo alle scale. «Mi hanno sanguinato, fatto pipì e vomitato addosso.
A volte in questo ordine, altre no.»
«Oh, che schifo» dissi. Appunto personale: «infermiera» va dritto nella lista dei mestieri assolutamente da non fare.
«Oh!» Aveva cominciato a salire le scale, ma si voltò. Oddio. «Prima che mi dimentichi, la prossima settimana mi
cambiano turni. Invece di lavorare al Grant il weekend, sarò al Winchester. Là c’è più da fare ma tanto Will lavora
sempre nel fine settimana, quindi meglio così.»
Questo significava che avrebbe trascorso ancora meno tempo in casa. Mi sentii come se stessi precipitando.
«Cosa?»
La mamma aggrottò le sopracciglia. «Tesoro, la tua voce… Voglio assolutamente che tu ti faccia vedere, okay?
Oppure possiamo chiedere a Will di dare un’occhiata. Non gli dispiacerà.»
Rimasi di sasso. «Hai.. hai notizie di Will?»
«Sì, ci siamo sentiti al telefono mentre era a una conferenza di medicina interna.» Sorrise lentamente. «Tutto bene?»
No. Affatto.

22

«Dài» disse. «Vieni su, ti guardo la gola…»
«Quando… ci hai parlato?»
Sul viso di mia madre si dipinse una certa confusione. «Un paio di giorni fa. Tesoro, hai davvero una voce…»
«Lascia stare la mia voce!» esclamai, rauca. La mamma mi guardò come se le avessi appena detto che stava per
diventare nonna. Era l’occasione giusta per dirle la verità.
Salii uno scalino e mi fermai. Tutte le parole erano incastrate da qualche parte tra le mie corde vocali e le labbra.
Non avevo preannunciato a nessuno che avrei detto la verità a mia madre. Mi avrebbe creduto? Ma la cosa peggiore era
che la mamma… amava Will. Ne ero sicura.
Mi sforzai di non andare nel panico. «Quando viene a casa Will?»
Lei mi guardò attentamente, le labbra tese in una linea. «Il prossimo fine settimana, ma Katy… sicura che sia questo
che volevi dire?»
Sarebbe davvero tornato? E se aveva parlato con la mamma, significava che la mutazione era riuscita e io e Daemon
ora avevamo un legame indissolubile con lui? Che fosse ancora umano, invece?
Dovevo parlare con Daemon, e subito.
Avevo la bocca talmente asciutta che non riuscivo a deglutire. «Sì. Scusami. Devo andare…»
«E dove?» mi chiese.
«Da Daemon.» Indietreggiai tentando di raggiungere i miei stivali.
«Katy.» Attese che mi fermassi. «Will me l’ha detto.»
Mi si gelò il sangue nelle vene e lentamente mi voltai. «Ti ha detto cosa?»
«Di te e Daemon… che avete iniziato a frequentarvi.» Mi fece quel genere di sguardo da mamma che significava
chiaramente: mi hai profondamente delusa. «Dice che ti sei confidata e, tesoro, avrei tanto voluto che l’avessi fatto
con me, prima. Venire a sapere da un altro che mia figlia ha il ragazzo non era quello che volevo.»
Rimasi pietrificata.
Aggiunse qualcos’altro e annuii, almeno credo. Avrebbe potuto dirmi che Thor e Loki se le stavano dando di santa
ragione in fondo alla via, per quanto ne so. Non ascoltavo più. Che cosa aveva in mente Will?
Quando la mamma finalmente rinunciò ad avere una conversazione con me, mi precipitai a mettere gli stivali e corsi
a casa di Daemon. La porta si aprì e già sapevo che non era lui. Il nostro legame e il calore che percepivo alla nuca mi
dicevano quando era vicino.
Tuttavia non mi aspettavo nemmeno gli occhi azzurro oceano di Andrew.
«Tu» disse con la voce carica di disprezzo.
Lo guardai perplessa. «Io?»
Si mise a braccia conserte. «Sì, tu… ibrido.»
«Ehm… okay… devo vedere Daemon.» Feci per entrare, ma lui mi bloccò in fretta la strada. «Andrew.»
«Daemon non c’è.» Sorrise ma senza calore.
Incrociando le braccia, mi rifiutai di arretrare. Andrew non gradiva la mia presenza. Né quella di altre persone. O di
animali. O di qualsiasi altra cosa. «E dov’è?»
Andrew mise un piede fuori, chiudendosi la porta alle spalle. Era così vicino che le punte dei nostri stivali si
toccavano. «Daemon è partito stamattina. È andato a cercare Rain Man, immagino.»
Sentii la rabbia montare. «Dawson non ha niente che non vada.»
«Ah no?» fece sollevando un sopracciglio. «Dirà sì e no tre frasi sensate al giorno, ultimamente.»
Strinsi i pugni lungo i fianchi. Una brezza leggera mi scompigliò i capelli, sparpagliandoli sulle spalle. Avrei tanto
voluto dargli un pugno. «Ne ha passate di tutti i colori. Potresti mostrare un briciolo di comprensione, idiota. E
comunque non so proprio perché me ne sto qui a parlare con te. Dov’è Dee?»
Il sorrisetto lasciò il posto a uno sguardo di puro, gelido odio. «In casa.»
Attesi che mi desse qualche altro dettaglio. «Okay, e?» Ero pronta a mostrargli di cosa era capace un ibrido. «Perché
23

sei qui?»
«Perché sono stato invitato.» Si chinò su di me così vicino che non ebbi altra scelta che fare un passo indietro, o mi
avrebbe baciata. Lui mi seguì. «E tu no.»
Colpita. Continuai a indietreggiare finché non finii contro la balaustra. Ero in trappola e Andrew non sembrava
intenzionato a lasciarmi stare. Sentii la Fonte pervadermi come elettricità, l’energia pura che io, come i Luxen, potevo
evocare: se solo avessi voluto, avrei potuto allontanarlo.
Andrew parve vedere qualcosa nei miei occhi ed esitò. «Non ci pensare nemmeno, perché se mi spingi, poi spingo
anch’io e non ti conviene.»
Lottare contro la voglia di dargli il fatto suo fu la cosa più difficile. Il mio lato umano e l’altro, qualunque cosa
fosse, volevano attingere a quel potere e usarlo fino all’ultima goccia. Era come muovere un muscolo rimasto a lungo
inattivo. Il potere ti cresceva dentro ed era un sollievo rilasciarlo.
Mi piaceva quella sensazione e allo stesso tempo mi spaventava a morte.
Era un bene per Andrew che la paura che covavo dentro mi togliesse il respiro. «Perché mi odi?» chiesi.
Andrew piegò la testa di lato. «Per lo stesso motivo per cui odiavo Beth. Andava tutto bene finché non è arrivata lei.
Abbiamo perso Dawson e sai quanto me che anche se è tornato non è più lui. E ora sta succedendo lo stesso a
Daemon, con l’unica differenza che nel frattempo Adam non c’è più.»
Per la prima volta, dai suoi occhi limpidi vidi trapelare qualcosa di diverso dalla solita arroganza. Dolore, ecco
cos’era, una sofferenza che conoscevo. Lo stesso sguardo che avevo io dopo la morte di mio padre.
«Non sarà l’unico che perderemo» proseguì Andrew, la voce roca. «Tu questo lo sai, ma ti importa? No. Gli umani
sono le creature più egoiste che ci siano. E non fingere di essere diversa. Se lo fossi, saresti stata alla larga da Dee fin
dall’inizio. Non saresti mai stata attaccata e Daemon non ti avrebbe mai guarita. Niente di tutto questo sarebbe
successo. È colpa tua. Tutta colpa tua.»
Il resto della giornata fu un completo disastro. Mi chiedevo cosa avesse fatto Dawson per spingere Daemon a
corrergli dietro tutto il giorno e temevo che il Dipartimento della Difesa ci portasse tutti via. Come se non bastasse,
stavo impazzendo nel tentativo di immaginare cosa avesse in serbo Will, e dopo la conversazione con Andrew non
desideravo altro che rintanarmi sotto le coperte.
E lo feci per circa un’ora. L’autocommiserazione con me aveva sempre poca fortuna, non mi piaceva piangermi
addosso.
Aprii il portatile e iniziai a preparare qualche recensione. Da quando ero rimasta bloccata in casa e Daemon aveva da
fare con Dawson, avevo letto quattro libri. Non il mio record, ma comunque una buona performance, considerato che
ero lenta come una lumaca a fare le recensioni.
Mi era sempre piaciuto scrivere dei libri che adoravo e non mi risparmiavo in metafore bizzarre per rendere l’idea.
Premere «Pubblica post» mi strappò un sorriso.
Meno una. Ne mancavano tre.
Passai il resto della giornata a completare le recensioni e a controllare alcuni dei miei blog preferiti. Uno aveva una
grafica per la quale avrei potuto uccidere. Il web design non era proprio il mio forte, il che spiegava lo sfondo patetico
della mia pagina.
Dopo un salto all’alimentari con la mamma e la cena, ero già pronta a iniziare una caccia all’uomo per trovare
Daemon quando sentii un formicolio alla nuca.
Uscii come una furia dalla cucina e per poco non buttai giù la mamma. Spalancai la porta un attimo dopo che
Daemon ebbe bussato e mi gettai fra le sue braccia.
Impreparato, lui barcollò all’indietro. Poi però scoppiò a ridere e mi strinse a sua volta. Sentivo il suo cuore
palpitare come il mio.
«Kitty» mormorò. «Non sai quanto mi piace essere accolto così.»
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Col viso premuto contro la sua spalla, borbottai qualcosa di incomprensibile.
Daemon mi sollevò da terra. «Eri preoccupata, eh?»
«Mmm, mmm.» Eccome se lo ero. Ero quasi morta di paura. Mi allontanai di un passo e lo colpii forte sul petto.
«Ahi!» Sorrise massaggiandosi. «E questo per cos’era?»
Incrociai le braccia e cercai di mantenere il tono di voce basso. «Mai sentito parlare dei cellulari?»
«Be’, sì, mi pare che siano quegli aggeggi colorati…»
«E perché non ce l’avevi con te, oggi?» lo interruppi.
Si chinò mi sfiorò una guancia con le labbra facendomi rabbrividire. Che scorretto. «Se passo continuamente da una
forma all’altra gli oggetti elettronici impazziscono.»
Oh, be’, non ci avevo pensato. «Potevi avvertire, però. Credevo…»
«Cosa?»
Lo guardai come a dire Devo davvero spiegartelo?
Il luccichio nei suoi occhi svanì. Mi prese il viso fra le mani e mi baciò dolcemente. Poi disse piano: «Kitty, non mi
accadrà niente di male. Sono l’ultimo di cui ti devi preoccupare».
Chiusi gli occhi respirando il suo caldo profumo. «Questa è la cosa più stupida che tu abbia mai detto.»
«Ah sì? Ne dico tante di stupidaggini.»
«Lo so. Quindi fai un po’ tu.» Feci un bel respiro. «Non voglio fare la ragazza ossessiva, ma la questione, qui… è un
po’ diversa.»
Mi guardò poi mi fece un gran sorriso. «Hai ragione.»
A questo punto mi aspettavo di veder passare un asino in volo. «Prego?»
«Hai ragione. Avrei dovuto chiamare. Scusa.»
Non sapevo cosa dire. Di solito aveva sempre ragione lui. Facevamo progressi.
«Sei a corto di parole.» Ridacchiò. «Questa è nuova. Mi piace. E mi piace anche il tuo nuovo lato aggressivo. Vuoi
colpirmi ancora?»
Scoppiai a ridere. «Sei un…»
La mamma aprì la porta e si schiarì la voce dicendo: «Capisco che abbiate un debole per le verande, ma entrate, qui
fuori si gela».
Paonazza in viso, non feci in tempo a fermare Daemon che entrò baldanzoso in casa senza farselo ripetere due volte
e cominciò subito a incantare la mamma, fino a ridurla a un invertebrato.
Adorava il suo nuovo tagli di capelli. Se li era tagliati, giusto? In effetti sembrava diversa. Magari se li era soltanto
lavati. Daemon proseguì dicendo che aveva orecchini bellissimi. Anche lo zerbino era molto bello. E quel sentore di
avanzi della cena – ancora dovevo capire cosa mi aveva cucinato – divino. Ammirava tanto gli infermieri per quello che
facevano. Non resistetti e alzai gli occhi al cielo, a quel punto.
Daemon era un ruffiano.
Lo presi per un braccio e cominciai a trascinarlo verso le scale. «Okay, okay, è stato piacevole ma…»
La mamma mi fermò. «Katy, che ti ho detto a proposito della stanza?»
Più paonazza di così non potevo diventare. «Mamma…» Diedi un altro strattone a Daemon che non si mosse di un
centimetro.
La mamma continuava a fissarmi.
«Mica ci mettiamo a fare sesso con te in casa» dissi sospirando.
«Mi fa piacere sapere che lo fate solo quando non ci sono.»
Daemon tossì un po’. «Possiamo restare…»
Fulminandolo con lo sguardo, riuscii a fargli salire un gradino. «Mammaaa.» Era ora di cominciare a fare la lagna.
Finalmente cedette. «Tieni la porta aperta.»
«Grazie!» esclamai raggiante, mi voltai e trascinai Daemon in camera mia prima che la tramutasse in una sua
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ammiratrice sfegatata. Spingendolo dentro, scossi la testa. «Sei tremendo.»
«E tu sei cattiva.» Arretrò con un sorriso da un orecchio all’altro. «Mi pare che abbia detto di lasciare la porta
aperta.»
«È aperta, infatti» dissi facendo cenno dietro di me. «Di poco, ma è aperta.»
«Sottigliezze» rispose sedendosi sul letto e intrecciando le dita alle mie. «Dài… vieni qui.»
Non mi mossi. «Non ti ho portato quassù per fare le cosacce.»
«Peccato.» Lasciò cadere la mano.
Mi sforzai di restare seria per non incoraggiarlo. E andai dritta al punto. «Dobbiamo parlare.» Mi avvicinai al letto
badando bene di parlare piano. «Will ha contattato mia madre.»
Lui si fece serio. «Dettagli.»
Mi sedetti accanto a lui con le ginocchia al petto. Mentre gli raccontavo quello che mi aveva detto la mamma, vidi
che si irrigidiva. Non era una bella notizia, non avevamo modo di sapere se la mutazione fosse avvenuta né cosa avesse
in mente Will.
«Non è tornato» dissi massaggiandomi le tempie. «Se la mutazione non è andata in porto, sa che lo ucciderai. Se
invece…»
«Ha un vantaggio» ammise Daemon.
Mi abbandonai all’indietro. «Che disastro… un disastro di proporzioni epiche.» Avremmo sbagliato in ogni caso.
«Se torna, non posso permettere che si avvicini a mia madre. Devo dirle la verità.»
Daemon tacque e si sistemò sul letto appoggiando la schiena alla testiera. «Non voglio che tu glielo dica.»
Cercai i suoi occhi, perplessa. «Ma devo. È in pericolo.»
«Lo sarà di più se glielo dici.» Incrociò le braccia. «Capisco perché vorresti farlo, ma se sapesse la verità sarebbe
ancora peggio.»
Lo capivo, qualunque umano a conoscenza dei fatti sarebbe stato a rischio. «Ma non si può tenerla all’oscuro di
tutto, Daemon.» Mi misi in ginocchio rivolta verso di lui. «Will è un pazzo. Se tornasse per finire quello che ha
iniziato?» Non volevo neanche pensarci. «Non posso permetterlo.»
Daemon mi passò una mano nei capelli e la maglietta si ritirò un po’ sul suo braccio muscoloso. Fece un sospiro
lungo e cupo. «Prima di tutto dobbiamo scoprire se Will ha davvero intenzione di tornare.»
«E come proporresti di farlo?» chiesi un po’ seccata.
«Questo ancora non lo so» disse con un sorriso. «Ma ci penserò.»
Mi sedetti, frustrata. Avevamo un po’ di tempo. Non tutto quello che avremmo voluto – si parlava al massimo di una
settimana, ma era pur sempre qualcosa. Però, l’idea di non poter mettere in guardia la mamma non mi faceva
impazzire.
«Cos’hai fatto tutto il giorno? Hai seguito Dawson?» chiesi, lasciando cadere l’argomento. Lui annuì. «Che faceva?»
«Niente, vagava qua e là, ma si vedeva che voleva seminarmi. Voleva tornare in quell’edificio e se non l’avessi
seguito l’avrebbe fatto senz’altro. L’unico motivo per cui in questo momento sono qui è perché Dee l’ha messo con le
spalle al muro.» Si voltò dall’altra parte. Era come se un grosso peso gli fosse crollato sulle spalle. «Dawson… Vuole
farsi catturare di nuovo.»

26

5

Immaginate la mia sorpresa quando Daemon si presentò alla mia porta, sabato sera, chiedendomi di uscire. Al diavolo
la neve, avremmo fatto qualcosa di normale: un appuntamento vero e proprio. Come se avessimo potuto permetterci
questo lusso. E io non potei fare a meno di ripensare a quello che mi aveva detto quando ero nel suo letto, pronta a
dargli il via libera.
Voleva fare le cose per bene. Uscire a cena. Cinema.
Dee stava tenendo Dawson sotto stretta sorveglianza e Daemon si sentiva abbastanza sicuro da lasciarla sola con lui.
Ripescai dall’armadio un paio di jeans scuri e un dolcevita rosso. Mi truccai con più cura del solito e scesi di sotto.
Impiegai una cosa come mezz’ora per strapparlo alle grinfie di mia madre.
Forse non dovevo preoccuparmi che uscisse con Will, ma che mi rubasse Daemon! Ah ah.
Una volta saliti sul suo SUV, accese il riscaldamento e mi sorrise. «Okay. Ho qualche regola.»
Lo guardai sorpresa. «Sarebbe a dire?»
Fece manovra e uscì dal vialetto, attento a evitare le spesse lastre di ghiaccio. «Regola numero uno: non si parla di
niente che riguardi il Dipartimento della Difesa.»
«Okay.» Mi morsi un labbro.
Lui mi guardò di sbieco, come se sapesse che cercavo con tutte le forze di reprimere uno dei miei soliti sorrisi
stupidi da malata d’amore. «Regola numero due: non si parla né di Dawson né di Will. E tre, avrai occhi solo per me.»
Non riuscii a trattenermi e sfoderai un sorriso accecante. «Credo di potercela fare.»
«Ti conviene. Per chi sbaglia, c’è una punizione.»
«E che tipo di punizione sarebbe?»
Sghignazzò. «Del tipo che dovrebbe piacerti.»
Mi sentii pervadere dal calore. Decisi di non rispondere. Allungai una mano verso la radio nello stesso momento in
cui lo faceva anche Daemon. Le nostre dita si sfiorarono e mi trasmise una scossa elettrica. Ritrassi la mano e lui rise
di nuovo, ma in un modo che fece sembrare troppo piccolo lo spazioso abitacolo della sua macchina.
Daemon selezionò una stazione che trasmetteva musica rock, tenendo il volume basso. Il tragitto fu tranquillo, ma
divertente… proprio perché non accadde nulla di assurdo. Daemon scelse un ristorante italiano e ci accomodammo a
un tavolino. Mi guardai intorno: solo noi avevamo la candela. Gli altri tavoli erano ricoperti da una tovaglia a scacchi
bianchi e rossi, mentre sul nostro c’erano due bicchieri d’acqua e tovaglioli di vero cotone.
Non sapevo proprio cosa dire. «Sei stato tu…?»
Appoggiò i gomiti sul tavolo e si sporse verso di me. Con quella luce fioca il suo viso era ancora più bello. «A fare
cosa?»
«A organizzare tutto questo.» Feci un cenno verso le candele.
«Forse…» fece lui.
«Grazie. È molto…» dissi sorridendo.
«Da me?»
Risi. «Romantico… è molto romantico. E da te, sì.»
«Allora ne è valsa la pena.» Arrivò in quel momento la cameriera. Sulla targhetta si leggeva RHONDA.

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Quando si girò per prendere l’ordine di Daemon, vidi che se lo mangiava con gli occhi. «Cosa ti porto, dolcezza?»
«Spaghetti e polpette» esordì chiudendo il menù e restituendoglielo.
Rhonda guardò Daemon e mi parve di sentirla sospirare. «Vi porto subito i crostini.»
Quando restammo soli, gli sorrisi. «Doppia porzione di polpette per noi, stasera.»
Daemon si mise a ridere. «Almeno in qualcosa sono bravo.»
«Sei bravo in un sacco di cose.» Non appena finii di dirlo, arrossii. Infiniti doppi sensi potevano venire in mente.
Ma Daemon lasciò correre e cominciò a prendermi in giro per un libro che aveva visto in camera mia. Era un
romanzo rosa con il classico bellimbusto a torso nudo in copertina. Quando arrivò una montagna di crostini, l’avevo
quasi convinto che sarebbe stato perfetto per quell’immagine.
«Io non porto pantaloni di pelle» disse.
Un grosso peccato, pensai. «Sì, ma sei il tipo adatto.»
Sbuffò. «Stai con me solo per il mio corpo. Confessalo.»
«Be’, sai com’è…»
Mi guardò con gli occhi che brillavano come diamanti. «Mi sento usato.»
Scoppiai a ridere, ma poi lui mi fece una domanda che non mi aspettavo. «Che cosa pensi di fare col college?»
Rimasi interdetta. Il college? Rilassandomi contro lo schienale della sedia, lasciai scivolare lo sguardo sulla piccola
fiamma della candela. «Non lo so. Di certo non è un progetto realizzabile, a meno che non ne trovi uno costruito sopra
una montagna di quarzo…»
«Hai appena infranto una regola» mi ricordò, sorridendo leggermente.
Lo guardai storto. «E tu? Che pensi di fare?»
Si strinse nelle spalle. «Non ho ancora deciso.»
«Il tempo sta scadendo» dissi e per un attimo mi parve di sentire Carissa, che amava ricordarmelo ogni volta che
parlavamo.
«A dire il vero sta scadendo per entrambi, a meno che non presentiamo una domanda posticipata.»
«Okay. Regole a parte, come si fa? Prendiamo lezioni on-line?» Lui scrollò di nuovo le spalle, facendomi venire
voglia di schiaffeggiarlo. «Oppure… sai di qualche college dalla mentalità, diciamo… aperta?»
I nostri piatti arrivarono e ci zittimmo mentre la cameriera grattava formaggio su quello di Daemon. Solo dopo un
po’ ne offrì anche a me. Appena se ne andò, ripresi: «Allora, lo conosci?».
Forchetta e coltello alla mano, tagliò un pezzo di lasagna enorme. «Le Flatirons.»
«Le che?»
«Le Flatirons sono delle montagne appena fuori Boulder, Colorado.» Tagliuzzò la lasagna in tanti piccoli pezzi.
Daemon aveva maniere così delicate, mentre io ingurgitavo spaghetti senza neanche masticare. «Sono piene di
quarzite. Non è un giacimento conosciuto o ben visibile come in altri posti, ma c’è, nascosto sotto diversi metri di
sedimento.»
«Okay.» Cercai di mangiare con più grazia. «E questo che c’entra?»
Alzò lo sguardo. «L’università del Colorado è a circa due miglia da lì.»
«Oh.» Masticai lentamente e all’improvviso mi passò l’appetito. «È… è lì che vuoi andare?»
Di nuovo una scrollatina di spalle. «Il Colorado non è un brutto posto. Secondo me ti piacerebbe.»
Lo fissai, dimenticandomi completamente del cibo. Dove voleva arrivare? Avevo paura di chiedere e temevo di
saltare a conclusioni affrettate, perché quella frase poteva significare che mi sarebbe piaciuto visitare… ma anche
vivere lì… insieme a lui. Mal interpretare sarebbe stato fatale.
Le mani gelate, posai la forchetta. E se Daemon se ne fosse andato? Non so perché avevo dato per scontato che non
l’avrebbe fatto. Mai. E avevo accettato a livello inconscio che nemmeno io l’avrei fatto, soprattutto perché non
conoscevo un altro posto che fosse al sicuro dagli Arum.
Mi cadde lo sguardo sul piatto. Avevo deciso di restare per Daemon? Se sì, era giusto? Non ti ha mai detto ti amo,
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sussurrò una vocina malefica e fastidiosa dentro di me. Nemmeno quando gliel’hai detto tu.
La stupida vocina non aveva tutti i torti.
All’improvviso un pezzo di pane mi colpì sulla punta del naso. Guardai su. Pioggia di briciole all’aglio.
Daemon stava tenendo il crostino con due dita e mi guardava. «A che pensavi?»
Spazzai via le briciole. Avevo un nodo in gola, ma mi sforzai di sorridere. «Ehm… il Colorado sembra perfetto.»
Bugiarda, disse con gli occhi, ma continuò a mangiare. Un silenzio teso calò fra noi, il che era quasi un miracolo.
Provai a godermi il cibo e accadde una cosa incredibile. Con lui che mi prendeva in giro e la conversazione che
toccava una gran varietà di argomenti, come la sua ossessione per tutto ciò che aveva a che fare coi fantasmi, mi resi
conto di divertirmi di nuovo.
«Quindi tu credi nei fantasmi?» chiesi, cercando di acchiappare l’ultimo spaghetto.
Daemon pulì il piatto, si appoggiò allo schienale e bevve un sorso d’acqua. «Secondo me esistono, sì.»
Ne rimasi sorpresa. «Davvero? Credevo che guardassi tutti quei programmi così, per divertimento.»
«Infatti. Mi piacciono quelli in cui si prende uno spavento ogni due secondi.» Sorrise quando scoppiai a ridere.
«Comunque, seriamente, non è del tutto impossibile. Sono in troppi ad aver assistito a eventi inspiegabili.»
«Come quelli che dicono di aver visto un alieno o un UFO.»
«Esatto.» Posò il bicchiere. «Peccato che gli UFO siano una bufala. Gli oggetti volanti non identificati sono roba da
governo.»
Rimasi a bocca aperta. Perché mi meravigliavo tanto?
Rhonda comparve col conto, ma io non volevo andarmene. Il nostro momento di normalità era passato troppo in
fretta. Mentre ci avviavamo verso l’uscita, avrei voluto prendergli la mano e intrecciare le mie dita alle sue, ma mi
trattenni. Daemon faceva un sacco di pazzie in pubblico, però tenersi per mano… mi sembrava chiedere troppo.
Accanto alla porta c’erano seduti dei ragazzi della scuola. Quando ci videro, sgranarono gli occhi dallo stupore.
Visto come ci comportavamo a scuola, non potevo biasimarli.
Aveva iniziato a nevicare mentre eravamo ancora nel locale, e sulle macchine nel parcheggio si era formato un
sottile strato bianco. Arrivati alla macchina, buttai indietro la testa e aprii la bocca, catturando un fiocco di neve con la
punta della lingua.
Daemon mi guardava in modo strano e mi sentii contorcere lo stomaco. Avrei voluto saltargli addosso, ma non mi
mossi. Avevo i piedi incollati a terra.
«Che c’è?» chiesi piano.
«Stavo pensando a un cinema» propose.
«Okay.» Avevo caldo nonostante la neve. «E?»
«Ma hai infranto le regole, Kitty. Più di una volta. Ti tocca la punizione.»
Il cuore mi saltò in gola. «Sono una fuorilegge.»
Alzò un angolo della bocca. «Già.»
Alla velocità della luce Daemon mi comparve davanti e, senza che potessi dire una parola, mi prese il viso fra le
mani e si chinò per baciarmi. Il primo tocco fu leggero come una piuma, delicato. Poi le nostre labbra si dischiusero e
mi abbandonai.
Non mi dispiaceva affatto questa punizione.
Daemon fece scivolare le mani sui miei fianchi e mi tirò a sé mentre arretravamo verso la macchina. Mi augurai che
fosse la sua, non sarebbe stato carino farlo contro la macchina di altri.
Ci stavamo divorando di baci, non c’era un millimetro di spazio fra noi. Gli sfiorai il collo infilando le dita fra i
riccioli bagnati dalla neve.
«Film» mormorò lui continuando a baciarmi. «E poi cosa, Kitty?»
Non riuscivo a pensare con le sue dita che mi scivolavano sotto il dolcevita, accarezzandomi la pelle nuda. Volevo
spogliarmi completamente, da sola con lui, solo lui. Sapevo dove stavamo andando a parare. Volevamo fare le cose per
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bene… ma, cavolo, meglio di così.
Dato che non riuscivo a staccarmi da lui, decisi di passare all’azione e feci scivolare le mani sui suoi fianchi.
Infilando i pollici nei passanti della cinta lo tirai verso di me.
Daemon mugugnò di piacere e il mio battito accelerò. C’eravamo. La sua mano continuò a salire, sfiorò il pizzo e…
Il suo cellulare cominciò a squillare nella tasca, più forte di un allarme antincendio. Per un attimo pensai che
l’avrebbe ignorato, ma si staccò, il respiro pesante. «Un secondo» disse.
Mi diede un altro piccolo bacio, lasciando una mano dov’era e tirando fuori il telefono con l’altra. Nascosi il viso
sul suo petto, affannata. Ero ufficialmente fuori controllo.
Daemon rispose con voce roca. «Fa’ che sia importante…»
Lo sentii irrigidirsi, il cuore che accelerava, e capii all’istante che era capitato qualcosa di brutto. Mi staccai e lo
guardai in faccia. «Cosa?»
«Va bene» disse lui al telefono, le pupille che brillavano. «Tranquilla, Dee. Ci penso io. Promesso.»
La paura mi gelò il sangue. Mentre abbassava il cellulare e lo infilava nella tasca, tremavo. «Cosa?» chiesi di nuovo.
Lui mi guardò serio. «Dawson è scappato.»

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6

Lo fissavo pregando di aver capito male, ma la disperazione mista a rabbia che gli vidi negli occhi mi disse che non era
così.
«Mi dispiace» mormorò.
«No. Capisco.» Mi scostai i capelli dal viso. «Che posso fare?»
«Devo andare» disse tirando fuori le chiavi dalla tasca e mettendomele in mano. «E alla svelta, anche. Tu va’ a casa e
restaci.» Mi diede anche il suo cellulare. «Tienilo in macchina. Torno appena possibile.»
«Ma, Daemon, io posso aiutarti. Potrei…»
«Per favore.» Mi prese di nuovo il viso fra le mani, così calde rispetto alle mie guance. Mi baciò, pieno di desiderio
e rabbia. «Va’ a casa.»
E un attimo dopo non c’era più. Rimasi lì qualche istante. Avevamo avuto un’ora, forse due, solo per noi? Strinsi
forte le chiavi, che mi lasciarono un’impronta sulla carne.
Un appuntamento rovinato era l’ultimo dei miei problemi.
«Accidenti.» Mi voltai e feci il giro del SUV. Mi sistemai al volante, avvicinando il sedile per arrivare ai pedali.
Va’ a casa.
Due erano i luoghi che Dawson doveva controllare. Daemon aveva detto che avrebbe cercato di tornare nell’edificio
dove era stato tenuto prigioniero. Era il primo posto in cui andare.
Va’ a casa e restaci.
Uscii dal parcheggio, stringendo forte il volante. Avrei potuto rintanarmi in casa, sedermi sul divano a leggere un
libro. Scrivere una recensione e magari fare dei popcorn. E quando Daemon fosse tornato, sempre che nel frattempo
non accadesse nulla di terribile, mi sarei buttata di nuovo fra le sue braccia.
Mi feci una bella risata mentre svoltavo a sinistra invece che a destra. Col cavolo che sarei andata a casa. Non erano
mica gli anni Cinquanta. Non ero una ragazzina indifesa, e di sicuro non ero più la Katy che Daemon aveva conosciuto
all’inizio. Doveva farsene una ragione, volente o nolente.
Accelerai sperando che gli sbirri avessero di meglio da fare che monitorare il traffico notturno. Non ce l’avrei mai
fatta prima di Daemon, ma avrei potuto comunque essere d’aiuto in caso si fossero trovati in difficoltà. Avrei potuto
fare qualcosa.
A metà strada, intravidi un lampo bianco con la coda dell’occhio, proprio fra gli alberi che costeggiavano la strada.
Poi di nuovo… una luce bianca con una punta di rosso.
Inchiodai, girando il volante a destra e finendo in testacoda sul ciglio della strada. Spaventata, misi le quattro frecce
e aprii la portiera. Attraversai di corsa la strada e per poco non scivolai. Attingendo alla Fonte e ogni altra energia che
avevo, accelerai il passo. Correvo così veloce che a malapena i piedi toccavano terra.
I rami bassi si impigliavano tra i miei capelli. Strati di neve caddero mentre mi inoltravo nel fitto del bosco,
violando la natura incontaminata. Alla mia sinistra vidi qualcosa, come una macchia marrone, che si allontanava. Forse
un cervo o, conoscendo la mia fortuna, un chupacabra.
Una luce bluastra tremolava davanti a me, come un fulmine orizzontale. Veniva da un Luxen, ma non era Daemon,
che solitamente emanava una luce rossastra. Doveva trattarsi di Dawson oppure…

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Superai un ammasso di rocce mentre qualche ghiacciolo si staccava dai rami, infrangendosi intorno a me. Continuai
a correre nel labirinto di alberi, finché non svoltai bruscamente a destra… ed eccoli, due Luxen in tutto il loro
splendore… Ma che diavolo? Mi fermai di colpo, ansimante.
Uno era alto, dai contorni fulvi. L’altro più esile e tendente al blu. Il primo, che immaginai essere Daemon, serrava il
braccio intorno al collo del secondo che davo per scontato fosse Dawson. Sebbene si difendesse ostinatamente,
dimenandosi e scalciando, Daemon lo afferrò meglio e lo sbatté con violenza a terra scuotendo la neve dai rami degli
alberi.
La luce di Dawson pulsava e scie blu rimbalzavano fra i tronchi, colpendoli o mancandoli di poco. Cercò di far
cadere Daemon a terra – o almeno così mi sembrò – senza successo.
Mi misi a braccia conserte, rabbrividendo. «Mi prendete in giro.» I due alieni si fermarono di colpo e avrei tanto
voluto avvicinarmi e prenderli a calci in quel posto. Le luci si affievolirono. Gli occhi ancora incandescenti di
Daemon fissarono i miei.
«Mi sembrava di averti detto di andare a casa e restarci» disse con voce alterata.
«E a me non sembra che tu abbia il diritto di dirmi cosa fare.» Feci un passo avanti ignorando i suoi occhi sempre
più luminosi. «Senti, ero preoccupata. Ho pensato di venire a dare una mano.»
«E in che modo avresti aiutato?» chiese seccato.
«Facendovi smettere, idioti.»
Lui mi guardò per un po’ senza dire niente. Avremmo fatto i conti più tardi e questa volta la punizione non sarebbe
stata piacevole.
«Fammi alzare, fratello.»
Daemon guardò giù. «Sì, così ti rimetti a correre e mi tocca inseguirti.»
«Non puoi fermarmi» disse Dawson, stranamente inespressivo.
«Posso eccome, e lo farò. Non ti permetterò di fare una cosa simile. Non…»
«Cosa? Non ne vale la pena, per lei?»
«Non vorrebbe che lo facessi» ribatté Daemon. «E nemmeno tu lo vorresti, se la situazione fosse ribaltata.»
Dawson arretrò e riuscì a mettere fra loro spazio a sufficienza per alzarsi in piedi. «Se avessero preso Katy…»
«Lascia stare.» Daemon strinse i pugni.
Il fratello continuò imperterrito: «Se avessero preso lei, tu faresti la stessa cosa. Non mentire».
Daemon aprì la bocca, ma non disse nulla. Tutti sapevamo cosa avrebbe fatto e nessuno avrebbe potuto fermarlo.
Che diritto avevamo, allora, di fermare Dawson? Nessuno.
Capii che anche Daemon se ne stava rendendo conto. Indietreggiò e si mise le mani fra i capelli sferzati dal vento,
combattuto su cosa fosse meglio fare.
Mi feci avanti e sentii tutto il peso che Daemon aveva sulle spalle ricadere anche sulle mie. «Non possiamo
fermarti. Hai ragione.»
Dawson si girò verso di me con gli occhi che brillavano. «E allora lasciatemi andare.»
«Ma non possiamo fare neanche questo.» Osai lanciare un’occhiata a Daemon, ma non trapelò niente dalla sua
espressione. «Per un anno intero Dee e tuo fratello sono stati convinti che tu fossi morto. Non hai idea di quanto
siano stati male.»
«Tu non sai quello che ho passato.» Abbassò lo sguardo. «Okay, forse sì… allora pensa che quello che hanno fatto a
te è stato fatto a Beth, migliaia di volte. Non posso semplicemente dimenticarmi di lei, anche se amo i miei fratelli.»
Daemon fece un respiro profondo. Era la prima volta dal suo ritorno che Dawson esprimeva i propri sentimenti per
la famiglia. Presi la palla al balzo. «Ma loro lo sanno. Lo sanno. Nessuno si aspetta che ti dimentichi di lei, ma farti
catturare di nuovo non aiuterebbe nessuno.»
Da quando in qua ero la voce della ragione?
«Quali sono le alternative?» domandò Dawson, inclinando la testa di lato proprio come faceva sempre il gemello.
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Era questo il problema. Dawson non si sarebbe arreso. Dentro di sé, Daemon lo sapeva e capiva perché, e avrebbe
fatto lo stesso: era da ipocriti chiedergli di fare diversamente. Dovevano trovare un compromesso.
E uno c’era. «Lascia che ti aiutiamo.»
«Cosa?» fece Daemon.
Lo ignorai. «Sai benissimo che consegnarti al governo non servirà. Dobbiamo scoprire dove si trova Beth, se è
ancora qui, e poi escogitare un piano per portarla via. Un piano a prova di bomba.»
I due fratelli mi guardarono. Trattenni il respiro. Avevo detto la verità: Daemon non poteva continuare a tenerlo
d’occhio per sempre e non era nemmeno giusto che lo facesse.
Dawson si girò dall’altra parte, la schiena dritta. Il vento ululava fra i rami creando vortici di neve. «Non posso
sopportare che la tengano prigioniera. Il solo pensiero mi fa star male.»
«Lo so» sussurrai.
I raggi di luna filtravano tra i rami, proiettando triangoli di luce sul volto di Daemon. Si era zittito, ma la rabbia
ribolliva sotto la superficie. Credeva davvero di poter controllare Dawson? Se sì, era pazzo.
Alla fine Dawson annuì. «Okay.»
Il sollievo mi pervase, rendendomi le gambe molli. «Ma devi promettere di lasciarci un po’ di tempo. Non puoi
perdere la pazienza e andartene per i fatti tuoi. Giura.»
Lui mi guardò negli occhi, teso, le braccia abbandonate lungo i fianchi. «Giuro. Aiutatemi e farò come dite.»
«Allora siamo d’accordo.»
Calò il silenzio, come se la natura intorno a noi avesse udito la sua promessa, consegnando il nostro patto alla
memoria. Poi andammo tutti e tre al SUV, l’atmosfera era tesa e io, con le dita congelate, consegnavo le chiavi a
Daemon.
Dawson salì dietro, appoggiando la testa contro lo schienale, gli occhi chiusi. Io continuavo a guardare Daemon,
aspettando che dicesse qualcosa, qualsiasi cosa, ma rimase concentrato sulla strada, chiuso in un silenzio di tomba.
Mi voltai e mi accorsi che Dawson stava fissando il fratello con gli occhi socchiusi. «Ehi. Dawson…»
Guardò me. «Sì?»
«Non ti va di tornare a scuola?» La scuola l’avrebbe tenuto impegnato mentre noi pensavamo a come diavolo fare
per salvare Beth. L’idea calzava bene col piano di Daemon, che voleva far credere al governo che tutto fosse tornato
normale, e gli avrebbe permesso di tenere d’occhio Dawson in caso avesse all’improvviso cambiato idea e si fosse
rimangiato la parola data. «Secondo me dovresti. Puoi dire a tutti che eri scappato. Capita.»
«Lo credono morto» disse Daemon.
«Lo stesso si può dire di quasi tutti i fuggitivi del paese» ragionai.
Dawson sembrò pensarci su. «Che cosa dirò di Beth?»
«Buona domanda» disse Daemon in tono di sfida.
Smisi di mangiarmi la pellicina su cui mi ero accanita. «Che eravate scappati insieme, ma che tu alla fine hai deciso
di tornare. E lei no.»
Sporgendosi in avanti, Dawson appoggiò il mento alle mani. «Sempre meglio che starmene chiuso in casa a
rimuginare.»
Esatto. Sarebbe impazzito se l’avesse fatto.
«Dovrà iscriversi di nuovo» disse Daemon stritolando il volante. «Parlerò con Matthew. Vediamo che si può fare.»
Felice che Daemon si fosse rassegnato all’idea, mi rilassai contro lo schienale e sorrisi. Se solo avessi potuto
risolvere così facilmente anche tutto il resto.
Quando arrivammo Dee ci stava aspettando in veranda con Andrew al suo fianco come una sentinella. Dawson scese
subito e le andò incontro. Scambiarono qualche parola che non riuscii a sentire, poi si abbracciarono.
Era un bellissimo tipo di affetto, diverso da quello che c’era tra i miei genitori, ma comunque forte e incrollabile
indipendentemente da tutto.
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«Ti avevo chiesto di andare a casa.»
Non mi ero resa conto di sorridere finché non smisi quando sentii la voce di Daemon. Lo guardai e mi sentii
morire: era tempo di fare i conti. «Dovevo aiutare.»
Guardò fuori. «Cosa sarebbe successo, se al posto di Dawson ci fosse stato uno del Dipartimento della Difesa o di
quel gruppo, come diavolo si chiama?»
«Dedalo» dissi. «Avrei comunque aiutato.»
«Già, ed è proprio questo che non mi va giù.» Scese dal SUV, lasciandomi lì.
Sospirando esasperata scesi anch’io. Era appoggiato al paraurti, le braccia conserte. Non mi guardò quando mi
fermai vicino a lui. «Lo so che sei arrabbiato perché ti preoccupi per me, ma non farò la parte di quella che se ne sta a
casa ad aspettare che il suo eroe sconfigga i cattivi.»
«Questo non è uno dei tuoi romanzi» fece lui stizzito.
«Be’…»
«No. Tu non capisci.» Si girò a guardarmi, furioso. «Non siamo in un fantasy o come diavolo si chiamano quei libri
che leggi. Non abbiamo idea di cosa accadrà. Non conosciamo i nostri nemici. E il lieto fine non è garantito…» Si
chinò per guardarmi dritto negli occhi. «Non sei un supereroe, non importa quello che fai.»
Di sicuro si era fatto un giro sul mio blog, ma gli sfuggiva il punto. «Lo so, Daemon, non sono stupida.»
«Ah no?» Rise amaramente. «Perché è proprio da stupidi venirmi dietro.»
«Lo stesso vale per te!» Ora ero arrabbiata quanto lui. «Sei corso dietro a Dawson senza sapere a cosa andavi
incontro.»
«Figuriamoci. Io so controllare la Fonte, so di cosa sono capace. Tu no.»
«Invece sì.»
«Davvero?» Era rosso di rabbia. «Se fossi stato circondato da agenti umani, li avresti abbattuti? Senza il minimo
senso di colpa?»
Quando ero sola, il fatto di essere disposta a togliere la vita a un umano era la cosa che mi assillava di più.
«Sono preparata» dissi con un filo di voce.
Fece un passo indietro, scuotendo la testa. «Accidenti, Kat, non voglio che tu lo faccia.» Gli si leggeva la
disperazione in faccia. «Uccidere non è difficile. Il brutto viene dopo… il rimorso. Non voglio che tu provi una cosa
simile. Non capisci? Non voglio che tu faccia questa vita.»
«La faccio già. Tutte le speranze, tutti i desideri e le buone intenzioni del mondo non possono certo cambiare la
realtà.»
La verità parve farlo infuriare ancora di più. «A parte questo, la promessa che hai fatto a Dawson è assurda.»
«Perché?» Mi caddero le braccia.
«Aiutarlo a trovare Beth? E come diavolo dovremmo fare?»
Scattai nervosa. «Non lo so, ma in qualche modo faremo.»
«Oh, perfetto, Kat. Non abbiamo idea di come fare, ma lo aiuteremo. Piano geniale.»
La rabbia esplose. «Sei solo un ipocrita! Proprio ieri mi hai detto che avremmo scoperto cos’ha in mente Will,
senza sapere come fare. E lo stesso vale per Dedalo!» Daemon fece per ribattere, ma sapevo di aver colto nel segno.
«E non hai saputo rispondere quando Dawson ti ha chiesto cosa avresti fatto se ci fossi stata io al posto di Beth. A
quanto pare non sei l’unico a prendere decisioni stupide.»
Questo gli chiuse la bocca. «Non è questo il punto.»
Alzai un sopracciglio. «Io dico proprio di sì.»
Daemon mi si avvicinò bruscamente. «Non avevi il diritto di fare promesse a Dawson. Lui è mio fratello.»
Ricevere uno schiaffo avrebbe fatto meno male. Per come la vedevo io, avevo trascinato via Dawson dall’orlo del
baratro. Promettergli che avremmo aiutato Beth non era stata un gran mossa, certo, ma era sempre meglio che stare a
guardare mentre si rovinava con le sue mani.
34

Cercai di imbrigliare la rabbia e la delusione, perché capivo come mai Daemon stesse reagendo così: non voleva che
mi mettessi in pericolo e si preoccupava per il fratello, ma il suo desiderio ossessivo di proteggerlo non giustificava
quell’arroganza.
«Dawson è anche un mio problema, se lo è per te» dissi. «Ci siamo dentro insieme.»
Daemon mi guardò negli occhi. «Non in tutto, Kat. Mi dispiace, ma è così.»
Mi veniva da piangere, ma mi rifiutavo di farlo davanti a lui. «Se non siamo uniti in questo, mi vuoi dire come
possiamo esserlo nella vita?» Mi si ruppe la voce. «Perché io proprio non lo capisco.»
Sgranò gli occhi. «Kat…»
Scossi la testa, consapevole della piega che stava prendendo la conversazione. Se continuava a trattarmi come una
creatura fragile e indifesa, eravamo spacciati.
Allontanarmi da lui fu la cosa più difficile che avessi mai fatto e a peggiorare le cose, Daemon non tentò di
fermarmi, perché non era il tipo. Nel profondo del cuore, dove si annidava la verità, me lo aspettavo, anche se
desideravo tanto che lo facesse. Ne avevo bisogno.
Ma rimasi delusa.

35

7

Come previsto, la scuola riprese lunedì e non c’era niente di peggio che tornare dopo una vacanza inaspettata e
ritrovarsi davanti dei professori angosciati per il tempo perso. Si aggiunga il fatto che io e Daemon non avevamo
ancora fatto pace ed ecco il tipico lunedì da schifo.
Crollai a sedere al mio posto e tirai fuori il gigantesco libro di trigonometria.
Carissa mi spiò da sopra gli occhiali dalla montatura arancione scuro. Li aveva cambiati di nuovo. «Sembri proprio
entusiasta.»
«Lo sono, non si vede?» dissi inespressiva.
Mi mostrò un minimo di comprensione. «Come… sta Dee? Ho provato a chiamarla un paio di volte, ma non mi ha
mai richiamata.»
«Nemmeno a me» disse Lisa sedendosi davanti a Carissa.
Lisa e Carissa non avevano idea che Adam in realtà non era morto in un incidente d’auto, e non dovevano saperlo.
«Non ha voglia di parlare con nessuno.» A parte Andrew, per quanto fosse assurdo.
Carissa sospirò. «Sarebbe stato bello se il funerale fosse stato celebrato qui. Avrei voluto salutarlo per l’ultima
volta.»
A quanto pareva, i funerali non usavano fra i Luxen; così avevamo trovato la scusa che si sarebbero svolti fuori città,
solo per i familiari.
«Peccato» proseguì guardando Lisa. «Avevamo pensato di portarla al cinema dopo la scuola questa settimana. Sai,
per distrarla un po’.»
Annuii. Era una bella idea, ma dubitavo che l’avrebbero convinta. Dovevamo anche sbrigarci a escogitare un piano
per reintrodurre Dawson nella società. Anche se al momento suo fratello non mi poteva vedere, Dawson era
comunque passato a casa mia il giorno prima per dirmi che Matthew ci avrebbe retto il gioco. Non ci saremmo mossi
prima di metà settimana, ma era comunque deciso.
«Forse questa settimana è meglio lasciarla stare» dissi.
«Perché?» fece Lisa con gli occhi scuri che sprizzavano curiosità. La adoravo, ma era una gran pettegola. Che era
esattamente quello che mi serviva.
«Non ci crederete, ma… Dawson è tornato a casa.»
Carissa sbiancò e Lisa esclamò qualcosa di molto simile a porca paletta. Avevo mantenuto un tono di voce basso,
ma la loro reazione attirò l’attenzione di molti. «Sì, pare che sia vivo. Prima è scappato poi è tornato sui suoi passi.»
«Non mi dire…» fece Carissa, con gli occhi grandi quanto le lenti degli occhiali. «Non ci posso credere. Cioè, è
fantastico, ma tutti credevano… sì, insomma.»
Lisa era altrettanto sconvolta. «Che fosse morto.»
Mi strinsi nelle spalle. «Be’, non lo è.»
«Però…» Lisa si scostò i riccioli dal viso. «Non me ne capacito proprio.»
Carissa formulò la domanda che tutti, probabilmente, si stavano facendo. «È tornata anche Beth?»
Cercando di restare seria, scossi la testa. «Erano scappati insieme, ma Dawson è voluto tornare a casa, mentre lei
no. Non sa dove sia.»

36

Carissa mi fissava mentre Lisa giocherellava coi capelli. «Che… strano.» Rivolse l’attenzione al suo quaderno. Uno
strano sguardo, indecifrabile, le comparve sul viso, ma del resto erano davvero notizie incredibili. «Magari è in
Nevada. Non era di quelle parti? I suoi erano tornati a vivere lì, mi pare.»
«Forse» mormorai chiedendomi cosa diavolo avremmo fatto se fossimo riusciti davvero a liberare Beth. Non
potevamo farla restare qui. Aveva diciotto anni, ormai era maggiorenne, ma i suoi erano troppo lontani.
Sentii un calore al collo e alzai lo sguardo. Pochi istanti dopo, Daemon fece ingresso nella classe. Mi venne un
nodo allo stomaco e cercai di non abbassare la testa. Se sostenevo di saper gestire le situazioni difficili, non potevo
nascondermi dal mio ragazzo ogni volta che litigavamo.
Daemon mi passò accanto sollevando un sopracciglio e prese posto dietro di me. Prima che le mie amiche lo
attaccassero con mille domande su Dawson, mi girai.
«Ehi» dissi e arrossii subito, perché mi sentivo proprio una sfigata ad averlo salutato in quel modo.
Anche lui forse la pensava così, perché accennò uno dei suoi tipici sorrisetti sexy assolutamente detestabili. Mi
chiesi cosa avrebbe detto. Mi avrebbe urlato di nuovo in faccia? Si sarebbe scusato? Perché se solo ci avesse provato,
sarei corsa a sedermi sulle sue gambe anche davanti a tutta la classe. Oppure mi avrebbe parlato in privato? Era un
esibizionista, ma io sapevo che ciò che mostrava al mondo non era il vero Daemon e che se avesse voluto davvero
aprirsi con me, non l’avrebbe di certo fatto in pubblico.
«Mi piace come ti stanno i capelli» rispose.
Okay. Questa non me l’aspettavo. D’istinto iniziai a lisciarmeli. Li portavo con la divisa nel mezzo, quel giorno, tutto
qui. «Mmm, grazie…»
Il sorrisetto restò mentre ci fissavamo e più i secondi passavano più mi montava il nervoso. Stava scherzando?
«Nient’altro?» chiesi.
Facendo scivolare i gomiti sul tavolo, si piegò in avanti. I nostri visi erano vicinissimi. «C’è qualcosa che vorresti
sentirmi dire?»
Feci un bel respiro. «Ce ne sono diverse…»
«Immaginavo» ribatté sornione.
Stava flirtando? «Anch’io vorrei che dicessi qualcosa, tipo “scusa per sabato scorso”.»
Avrei voluto picchiarlo, invece lo fulminai con lo sguardo e mi girai dall’altra parte. Lo ignorai per il resto della
lezione e me ne andai senza dire una parola.
Neanche a dirlo, in corridoio me lo ritrovai dietro. Mi formicolava la nuca tanto era intenso il suo sguardo e, se lo
conoscevo bene, si stava divertendo da pazzi.
La mattinata si trascinò lentamente. A biologia fu un po’ strano, perché ora il posto accanto al mio era vuoto. Lisa lo
notò. «Non vedo Blake da prima delle vacanze di Natale.»
Scrollai le spalle osservando con fin troppo interesse il proiettore che Matthew stava tirando giù. «Non so.»
I suoi sospetti erano del tutto comprensibili. Petersburg era una specie di Triangolo delle Bermuda per adolescenti.
Sparivano magicamente. Qualcuno per sempre, qualcun altro rispuntava fuori. Non ne potevo più, tutti quei segreti mi
stavano uccidendo.
«Aveva detto che sarebbe andato a trovare i suoi in California, però non ne ho idea. Forse ha deciso di restare.»
Stavo diventando proprio brava a mentire. «Petersburg è una noia mortale.»
«Su questo non ci piove.» Rifletté. «Ma non ti ha detto se sarebbe tornato?»
Mi morsi il labbro. «Be’, dato che avevo iniziato a vedermi con Daemon, non abbiamo più parlato tanto.»
«Ah.» Mi guardò con un ghigno compiaciuto. «Daemon sembra proprio il classico tipo geloso. Non credo che gli
andrebbe giù se uno facesse il simpatico con te.»
Mi sentii avvampare. «Ma no, non ha niente da ridire se parlo con altri ragazzi…» Tranne quelli che gli uccidono gli
amici. Mi massaggiai la fronte, sospirando. «Comunque, come sta Chad?»
«Il mio giocattolino?» Sghignazzò. «È perfetto.»
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Non so come, riuscii a mantenere vivo l’interesse su Chad e ascoltai interessata i racconti di quanto ci erano andati
vicino. Ovviamente Lisa volle sapere di me e Daemon, ma mi rifiutai di parlarne, con suo grande disappunto. Ammise
di desiderare con tutta se stessa di essere me.
Dopo la lezione di bio, mi fermai all’armadietto come sempre per fare il cambio dei libri. Dubitavo che Dee avrebbe
voluto vedermi. In mensa non sarebbe stata una situazione facile considerando che tenevo ancora il muso a Daemon.
Quando finii, il corridoio era ormai vuoto, si udiva solo un mormorio distante.
Misi il lucchetto all’armadietto e mi girai chiudendo la borsa che la mamma mi aveva regalato per Natale. Qualcosa
si mosse in fondo al corridoio deserto. Era spuntato dal nulla. Una figura alta e sottile, con un berretto da baseball
calzato in testa, il che mi sembrò strano perché violava il codice di abbigliamento della scuola. Portava scritto
VAGABONDO in caratteri neri e sullo sfondo un ovale che assomigliava tanto a una tavola da surf.
Il mio battito accelerò e feci un passo indietro. Il ragazzo era sparito, ma la porta sulla sinistra si stava chiudendo,
oscillando piano.
No… non poteva essere. Sarebbe stato un pazzo a tornare qui ma… Premendo la borsa contro il fianco, cominciai
prima a camminare, poi a correre. Mi fiondai verso la porta e la spalancai. Precipitandomi alla ringhiera diedi
un’occhiata giù: il ragazzo misterioso era al piano terra, come se mi stesse aspettando.
Ora vedevo meglio il berretto. Era sicuramente una tavola da surf.
Blake era un surfista sfegatato, quando viveva in California.
Poi una mano abbronzata strinse la maniglia di metallo e mi si drizzarono i peli sulle braccia.
Accidenti.
Una parte del mio cervello si spense. Scesi le scale tre alla volta, il respiro pesante. L’atrio al primo piano era
ancora pieno di gente che andava in mensa. Sentii Carissa che mi chiamava, ma ero troppo concentrata sul berretto che
si dirigeva verso la palestra e l’uscita sul retro che conduceva al parcheggio.
Schivai una coppia, passai in mezzo a un gruppo di gente e per un attimo lo persi di vista. Maledizione. Mi stavano
tutti fra i piedi. Finii addosso a qualcuno e borbottai le mie scuse senza neanche fermarmi. Quando arrivai in fondo al
corridoio, capii che doveva per forza essere uscito. Non ci pensai due volte. Spingendo le pesanti doppie porte, uscii
all’aperto. Il cielo coperto rendeva tutto più inquietante e freddo. Mi guardai freneticamente intorno, ma se n’era
andato.
Solo due cose in questo mondo si muovevano così velocemente: alieni e umani mutati.
Ero sicurissima di aver visto Blake. E sapevo che lui l’aveva fatto di proposito.

38

8

Trovare Daemon non fu per niente difficile. Se ne stava appoggiato con aria noncurante all’immagine della mascotte
della scuola dipinta su un muro della mensa e parlava con Billy Crump, uno del nostro corso di trigonometria. Un
cartoncino di latte in una mano e una fetta di pizza nell’altra. Una combinazione da vomito.
«Dobbiamo parlare» dissi interrompendo il loro idillio.
Daemon diede un morso alla pizza e l’altro si limitò ad abbassare lo sguardo su di me. Qualcosa nei miei occhi
dovette spaventarlo perché subito smise di sorridere e alzò le mani arretrando lentamente.
«Okay, be’, ci si vede più tardi, Daemon.»
Daemon annuì, gli occhi fissi su di me. «Che c’è, Kitty? Sei venuta a scusarti?»
Gli rivolsi uno sguardo omicida e per un attimo presi in considerazione l’idea di tirargli un pugno sul naso. «No,
caro, non sono venuta per scusarmi. Sei tu a dovermi delle scuse, semmai.»
«E per cosa?» Bevve un sorso di latte, guardandomi con sincera curiosità.
«Be’, tanto per cominciare, io non sono una cretina. Cretino sarai tu.»
Lui guardò altrove, sbottando: «Questa è buona».
«E poi ho convinto Dawson.» Sorrisi trionfante quando si fece serio. «E… va be’, lascia stare. Tanto fai sempre
così.»
«Così come?» Mi guardò dritto negli occhi e nel suo sguardo non c’era traccia di rabbia. Era più malizioso, voleva…
qualcosa che di certo non si poteva fare in mensa.
«Mi distrai con inutili frivolezze. Oh, nel caso non sapessi cosa vuol dire “frivolezze”, significa stupidaggini… mi
distrai sempre dicendo stupidaggini.»
Finì la pizza. «Lo so cosa significa.»
«Incredibile» ribattei.
Mi guardò col ghigno del gatto che sta per mangiarsi il topo. «Be’, evidentemente sono bravo, perché ancora non mi
hai detto quello che eri venuta a dirmi.»
Accidenti. Aveva ragione, che rabbia! Feci un respiro profondo e mi concentrai. «Ho visto…»
Daemon mi prese per un gomito e mi guidò verso il corridoio. «Andiamo in un posto meno affollato.»
Cercai di liberarmi. Lo odiavo quando mi dava ordini. «Lasciami, Daemon. So camminare da sola.»
Fece come se non avessi detto niente e continuò a trascinarmi, fermandosi solo davanti alla palestra. Mi prese il
viso fra le mani e si chinò su di me. «Posso dirti una cosa?»
Annuii.
«Quando ti arrabbi, giuro che mi fai impazzire.» Mi sfiorò la tempia con le labbra. «Lo so che non sono normale. Ma
mi piace.»
Sapevo esattamente di cosa stava parlando.
La sua vicinanza era una tentazione insopportabile, il suo respiro caldo sulle labbra. Cercai di darmi un contegno e
gli posai le mani sul petto per spingerlo dolcemente via. «Concentrati» dissi, forse più a me che a lui. «Devo dirti una
cosa importante.»
Sorrise. «Okay, allora dimmi, cos’è che hai visto? Sono concentrato. Spara.»

39

Risi piano, ma tornai subito seria. Daemon non avrebbe reagito bene a quello che avevo da dirgli. «Sono sicura di
aver visto Blake oggi.»
Daemon inclinò la testa di lato. «Come scusa?»
«Credo di aver visto Blake, pochi minuti fa.»
«Sei sicura? L’hai visto in faccia?» Ora avevo tutta la sua attenzione, lo sguardo acuto come quello di un falco.
«Sì…» A dire il vero, no, non l’avevo visto in faccia. Mordendomi un labbro, abbassai lo sguardo. I ragazzi si stavano
riversando in mensa spintonandosi e ridendo. Deglutii. «Non l’ho visto in faccia.»
Daemon fece un gran sospiro. «Okay. Cos’hai visto allora?»
«Un berretto… da baseball.» Questo sì che rendeva tutto più semplice. «Con una tavola da surf disegnata. E ho visto
la sua mano…» Di male in peggio.
Mi guardò perplesso. «Dunque, fammi capire. Hai visto un berretto e… una mano?»
«Sì.» Sospirai scrollando le spalle.
Daemon si rasserenò e mi mise una mano sulla schiena. «Sicura che fosse lui? Perché altrimenti fa niente, davvero.
È stato un periodo pesante.»
Arricciai il naso. «Questa l’ho già sentita. Me lo dicevi quando cercavi di nascondermi la tua vera natura.»
«Kitty, lo sai che questo è diverso.» Mi massaggiò un po’ le spalle. «Ne sei sicura? Non voglio allarmare nessuno,
per questo te lo chiedo.»
Avevo avuto più l’impressione che la certezza di averlo visto. Tanti se ne fregavano del codice di abbigliamento e si
mettevano dei berretti da baseball, dopotutto. Non potevo essere certa che fosse proprio lui.
Guardai Daemon negli occhi e mi sentii avvampare. Non mi stava giudicando: mi capiva e credeva che stessi
cedendo sotto tutta questa pressione. Forse mi ero immaginata tutto.
«Non ne sono sicura» dissi alla fine distogliendo lo sguardo.
E mi bruciò pronunciare quelle parole.
Più tardi, Daemon e io ci occupammo di Dawson. Anche se aveva promesso di non gettarsi a capofitto in un’impresa
suicida, sapevo che Daemon non si sentiva sicuro a lasciarlo solo e Dee voleva uscire, andare al cinema o fare qualche
altra cosa.
Io non ero stata invitata.
Me ne stavo seduta tra Daemon e Dawson, pronta per una maratona di film di Romero, con una ciotola di popcorn
sulle gambe e un quaderno stretto al petto. Avevamo provato a buttare giù un piano per cercare Beth, ma eravamo
riusciti solo a scrivere due posti in cui controllare e avevamo deciso di sorvegliarli nel fine settimana per capire che
misure di sicurezza avessero preso. La terra dei morti viventi era appena iniziata e gli zombi erano più brutti e
famelici che mai.
Mi stavo proprio divertendo.
«Non ti facevo una fan di film di zombi.» Daemon prese una manciata di popcorn. «Cosa ti attira di più, sangue e
budella o critica sociale sottintesa?»
Scoppiai a ridere. «Sangue e budella, lo confesso.»
«Sei proprio un maschiaccio» commentò Daemon aggrottando le sopracciglia mentre uno zombi cercava di buttare
giù un muro a colpi di mannaia. «Oddio. Quanti film dobbiamo sorbirci ancora?»
Dawson alzò una mano stringendo due DVD. «Ci mancano Le cronache dei morti viventi e L’isola dei
sopravvissuti.»
«Fantastico» borbottò Daemon.
«Mmm… che noioso che sei» commentai alzando gli occhi al cielo.
Per tutta risposta mi fece ribaltare un po’ di popcorn sul quaderno con una gomitata. Sospirai. «Serve una mano?»
chiese.
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Lo guardai di sbieco, raccolsi i popcorn e glieli tirai in faccia.
«Il mio feticismo per gli zombi ti tornerà utile quando arriverà la fine del mondo e saprai come difenderti.»
Non sembrava molto convinto. «Esistono altri tipi di feticismo là fuori, Kitty, se vuoi te ne mostro qualcuno.»
«Mmm, no, grazie» dissi arrossendo. All’improvviso mi attraversò la mente tutta una serie di immagini scabrose.
«L’ideale in caso di attacco di zombi è rifugiarsi in un grande magazzino» continuò Dawson, riappoggiando i DVD sul
tavolino.
Daemon si girò lentamente verso il fratello, l’espressione incredula. «E tu come lo sai?»
Dawson scrollò le spalle. «C’è scritto nel Manuale per sopravvivere agli zombi.»
«Vero.» Annuii vigorosamente. «Lì c’è tutto quello che serve… mura spesse, cibo e roba di tutti i tipi. Persino armi
e munizioni. Puoi restarci rintanato per anni mentre gli zombi mangiano cervelli altrui.»
Daemon ci guardò sconvolto.
«Che c’è?» Sorrisi. «Dovranno pur nutrirsi.»
«Vada per i grandi magazzini.» Dawson prese un popcorn e se lo lanciò in bocca. «Oppure potremmo semplicemente
fare strage di zombi e via. Ce la dovremmo cavare.»
«Anche questo è vero.» Frugai nella ciotola per trovare un popcorn mezzo scoppiato, erano i miei preferiti.
«Sono circondato da pazzi» disse Daemon, scuotendo la testa, ma sapevo che sotto sotto si stava divertendo.
Tanto per dirne una, era completamente rilassato sul divano ed era da tanto che anche Dawson non si comportava in
maniera… normale. Parlare di zombi forse non era il massimo, ma aiutava.
Sullo schermo un morto vivente staccò a un poveretto un bel pezzo di braccio. «Ma che cavolo…» protestò
Daemon. «Quell’idiota se ne stava lì fermo… pronto? Ci sono mostri ovunque. Guardati le spalle, cretino.»
Sghignazzai.
«Per questo mi sembra inverosimile» proseguì. «D’accordo, mettiamo che il mondo finisca e spuntino gli zombi.
L’ultima cosa che uno con un minimo di testa farebbe è starsene impalato in mezzo alla strada ad aspettare di essere
morso.»
Dawson sorrise.
«Ma sta’ zitto e guarda» dissi.
Mi ignorò. «Quindi credi che sopravvivresti in una situazione del genere?»
«Sissignore» risposi. «E ti salverei anche la pelle.»
«Ah davvero?» Daemon si girò verso la TV e all’improvviso svanì… rimpiazzato da qualcos’altro.
Lanciai un urlo e mi buttai su Dawson. «Oddio…»
La pelle di Daemon era grigia e dei brandelli pendevano dalla faccia. Alcuni punti erano in putrefazione. Gli restava
solo un occhio. L’altro era biancastro e appannato. Sulla testa gli spuntavano alcuni ciuffi di capelli.
Mi rivolse un sorriso marcio. «Davvero? Io non credo proprio.»
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso.
Dawson era piegato dal ridere. Non sapevo cosa fosse peggio.
Lo zombi svanì e tornò Daemon, bello, scolpito nel marmo e dalla chioma fluente. Grazie al cielo. «Saresti una
schiappa» disse.
«Tu… tu sei malato» mormorai, tornando al mio posto.
Con un sorriso compiaciuto, fece per pescare dei popcorn, ma non trovò nulla. Erano finiti tutti per terra. Eppure
sentivo gli occhi di Dawson addosso, così mi girai.
Ci stava guardando, ma non si capiva se ci vedesse davvero. Sembrava stesse pensando a qualcosa, qualcosa di triste.
Ma nei suoi occhi c’era anche… determinazione, forse. Si erano fatti più verdi, non erano più spenti e vuoti come
prima. Era talmente uguale a Daemon che mi tolse il respiro.
Di colpo scrollò la testa e distolse lo sguardo.
Lanciai un’occhiata a Daemon, che si strinse nelle spalle. «Qualcuno vuole degli altri popcorn?» chiese. «Abbiamo
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il colorante, posso farteli rossi.»
«Sì, ma senza colorante, grazie.» Lui prese la ciotola e si alzò guardando con la coda dell’occhio il fratello.
Sembrava sollevato. «Vuoi che metta in pausa il film?»
Dalla faccia pareva proprio di no e mi strappò un sorriso. Daemon fece per uscire dalla stanza, ma si fermò sulla
soglia quando gli zombi iniziarono ad affiorare dall’acqua. Allora si diresse in cucina scrollando la testa. Non mi
capiva.
«Secondo me sotto sotto gli piacciono» disse Dawson guardandomi.
Gli sorrisi. «Stavo pensando la stessa cosa. Se gli piacciono i programmi di fantasmi…»
Dawson annuì. «Tempo fa li registravamo e poi ce li guardavamo per tutto il sabato. Un po’ da sfigati, lo so, ma era
divertente.» Tacque e tornò con lo sguardo alla TV. «Mi manca.»
Mi si strinse il cuore. «Potete farlo ancora» dissi guardando lo schermo.
Non rispose.
Mi chiesi se il problema fosse che Dawson non si sentiva più a suo agio col fratello. Ne erano successe parecchie
fra loro, ultimamente. «Sarebbe bello guardarli questo sabato prima di andare a perlustrare la zona.»
Dawson rimase in silenzio e incrociò le gambe all’altezza delle caviglie. Ero quasi sicura che non avrebbe risposto e
mi stava bene. Un passo alla volta.
Ma poi aggiunse: «Sì, si può fare. Mi… piacerebbe.»
La sorpresa fu tanta che mi girai di scatto. «Davvero?»
«Sì.» Mi sorrise, seppur debolmente.
Ero contenta. Annuii e rivolsi di nuovo l’attenzione al film. In quel momento vidi con la coda dell’occhio Daemon in
piedi dietro la soglia. Mi si fermò il cuore.
Aveva sentito tutto.
La sua espressione emanava sollievo e gratitudine. Non doveva dire niente. Mi ringraziava con gli occhi e stringeva
forte la ciotola di popcorn. Entrò e si mise a sedere posandomela in grembo. Poi mi prese la mano e non la lasciò per
tutto il resto della serata.
Nel giro di un paio di giorni, capii che forse lunedì avevo un po’ esagerato. Non avvistai più berretti né altro e giovedì
avevo praticamente dimenticato l’accaduto.
Dawson era tornato a scuola.
«L’ho visto stamattina» disse Lisa a trigonometria. Non stava più nella pelle. «O almeno mi è sembrato. Magari era
Daemon, però era più magro.»
Solo io ormai li distinguevo senza problemi. «Era Dawson.»
«Strano.» Un po’ del suo entusiasmo si smorzò. «Io e Dawson non siamo migliori amici, ma è sempre stato carino
con me. Oggi invece mi sono avvicinata, ma lui ha continuato per la sua strada come se non mi avesse vista. E io sono
un tipo che si fa notare. Ho una personalità che spumeggiante è dire poco.»
Scoppiai a ridere. «Non sai quant’è vero.»
Lisa sorrise furbetta. «Però sì insomma… c’era qualcosa che non andava in lui.»
«Cioè?» Il mio cuore accelerò il battito. C’era qualcosa in Dawson che gli umani riuscivano a vedere? «Cosa vuoi
dire?»
«Non lo so.» Guardò davanti a sé, gli occhi che vagavano sulle formule scritte alla lavagna, i riccioli come una
cascata sulle spalle. «È difficile da spiegare.»
Non ci fu il tempo di approfondire. Arrivò Carissa e subito dopo Daemon che mi posò un bicchiere di caffellatte sul
banco. Nell’aria si diffuse un profumo di cannella.
«Grazie.» Presi il bicchiere. «E il tuo dov’è?»
«Oggi non mi va» disse, rigirandosi la penna fra le dita. Guardò oltre la mia spalla. «Ciao, Lisa.»
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Lisa sospirò. «Ah, quanto mi ci vorrebbe un Daemon…»
Mi voltai verso di lei, incapace di trattenere un sorriso smagliante. «Hai già un Chad.»
Lei arricciò il naso. «Ma non mi porta il caffellatte la mattina.»
Daemon ridacchiò. «Io sono unico.»
Questa volta fui io ad arricciare il naso. «Ehm, Daemon, abbassa la cresta.»
Dall’altra parte del corridoio, Carissa si sistemò gli occhiali sul naso, lo sguardo serio puntato su Daemon. «Volevo
dirti che sono felice che Dawson sia tornato e stia bene.» Arrossii violentemente. «Deve essere un bel sollievo.»
Daemon annuì. «Lo è.»
L’argomento Dawson cadde immediatamente. Carissa si girò e, per quanto insolito, anche Lisa non proseguì la
conversazione. Finita l’ora, tuttavia, mentre passavamo in corridoio, tutti si congelavano alla vista di Daemon e lo
fissavano bisbigliando fra loro. Alcuni cercavano di essere discreti, altri non ci provavano neanche.
«Hai visto?»
«Ora ne girano di nuovo due…»
«Strano che sia tornato senza Beth però…»
«Dov’è Beth?»
«Forse è tornato per via di Adam…»
Eravamo materiale da gossip.
Bevvi un sorso del mio caffellatte ancora caldo e spiai Daemon. Era teso. «Mmm, forse non è stata una buona idea.»
Mi posò la mano sulla schiena aprendomi la porta che dava sulle scale. «Cosa te lo fa pensare?»
Ignorai il sarcasmo. «Ma se non fosse tornato, cosa avrebbe dovuto fare?»
Daemon restò al mio fianco e salimmo al secondo piano. I ragazzi si addossavano al muro al nostro passaggio. Non
capivo perché mi stesse accompagnando dato che aveva lezione al piano di sotto.
Daemon si sporse su di me e disse a bassa voce: «Io dico che è stata una buona pensata. Doveva pur rientrare prima o
poi. Sarà poco piacevole, ma ne varrà la pena».
Annuii. Aveva ragione: davanti alla mia classe di letteratura, mi rubò un sorso di caffè e me lo restituì.
«Ci vediamo a pranzo» disse baciandomi velocemente prima di girarsi. Rimasi a guardarlo col suo sapore ancora
sulle labbra finché non scomparve, poi entrai. Era dura concentrarsi con tutto quello che stava succedendo, così
quando la prof a un certo punto mi chiamò, non la sentii. Tutti si girarono a guardarmi.
Venne fuori che Dawson era in classe con me a biologia e gli occhi stavolta erano tutti per lui. Era seduto vicino a
Kimmy quando gli passai accanto. Mi fece un cenno del capo e si rimise a sfogliare il libro. La sua compagna di banco
lo guardava con gli occhi sgranati.
Non importava se era rimasto indietro: i Luxen imparavano molto più in fretta degli umani per cui aver perso un
anno di scuola non significava niente per lui.
«Visto?» Lisa si girò non appena mi sedetti dietro di lei.
«Cosa?»
«Dawson,» bisbigliò «non è quello che conoscevo. Prima parlava e rideva sempre. E di sicuro non sfogliava il libro
di biologia.»
Scrollai le spalle. «Deve averne passate tante.» Questo almeno era vero. «E non dev’essere bello sentirsi gli occhi di
tutti addosso.» Vero anche questo.
«Mmm.» Tirò su lo zaino lanciando un’altra occhiata a Dawson. «Ora è più strano di Daemon.»
«Daemon non è strano» sbottai un po’ seccata.
«Be’, non è proprio un tipo alla mano, diciamo. Se ne stava sulle sue all’inizio.» Non aveva tutti i torti. «Oh, a
proposito! Com’è che Dee adesso gira con gli stronzetti?»
«Gli stronzetti» era il nome in codice con cui Lisa si era sempre riferita ad Ash e Andrew. Un tempo credevo che
anche Daemon ne facesse parte.
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«Mah» feci, improvvisamente interessata al mio libro. Ogni volta che pensavo a Dee, mi veniva da piangere. La
nostra amicizia era andata a farsi benedire. «Non saprei. È diversa da quando… Adam…»
«E ci credo.» Lisa scosse la testa. «Però è strana, come reazione al dolore. Ho provato ad attaccare bottone ieri
davanti all’armadietto, ma lei mi ha guardato, senza dire niente, e se n’è andata.»
«Ahia.»
«Eh sì, mi sono sentita ferita.»
«A me è successa più o meno la stessa cosa…»
La porta della classe si aprì mentre suonava la campanella e la prima cosa che vidi fu una vecchia maglietta della
Nintendo tutta consumata sopra una grigia a maniche lunghe. Adoravo quelle magliette vintage. Poi i capelli color
bronzo, gli occhi nocciola.
Il mio cuore si fermò e le orecchie iniziarono a ronzarmi. La stanza sembrava all’improvviso sotto vuoto. Mi
aspettavo di veder tornare Will, ma non… lui.
«Ehi, guarda un po’ chi c’è» fece Lisa, passando una mano sul quaderno: «Blake».

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9

Forse stavo sognando perché non poteva essere vero. Era proprio impossibile che fosse Blake il ragazzo appena
entrato in classe come se nulla fosse. E Matthew per di più non sembrava sorpreso. Lanciai un’occhiata a Dawson, ma
mi resi conto che non poteva capire: non aveva mai visto Blake.
«Stai bene, Katy? Mi sembri un po’ scossa» disse Lisa.
Mi girai verso di lei con sguardo febbrile. «Io…»
Un istante dopo Blake stava prendendo posto come al solito accanto a me. La classe cominciò a sfocarsi. Non me
ne capacitavo.
Posò il libro sul banco e si appoggiò allo schienale della sedia, le braccia conserte. Mi guardò di sbieco e mi fece
l’occhiolino.
Che razza di storia era questa?
Rinunciando ad aspettare che finissi la mia frase, Lisa si girò, scuotendo la testa. «Ho amiche strane» borbottò.
Blake rimase in silenzio mentre Matthew radunava i suoi fogli. Mi batteva così forte il cuore che pensavo mi
sarebbe venuto un infarto.
Gli altri mi fissavano, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo da Blake. Alla fine, trovai la voce. «Che… ci fai tu
qui?»
Lui mi guardò, un pozzo di segreti senza fondo negli occhi screziati di verde. «Mmm, imparo?»
«Ma tu…» Non c’erano parole. Quando la sorpresa lasciò il posto alla rabbia sentii quasi una scossa sulla pelle.
«I tuoi occhi» sussurrò Blake, un ghigno sulle labbra «si stanno illuminando.»
Li chiusi, sforzandomi di tenere a bada le emozioni. Solo quando fui quasi certa che non mi sarei avventata su di lui
come una scimmia rabbiosa spezzandogli il collo, li riaprii. «Non dovresti essere qui.»
«Ma lo sono.»
Non era proprio il caso di dare risposte evasive. Guardai verso la lavagna e vidi che Matthew stava scrivendo
qualcosa, il viso pallido. Parlava, ma non riuscivo a sentire niente.
Mi sistemai una ciocca di capelli dietro l’orecchio e lasciai lì la mano. Dovevo tenerla occupata per non picchiare
Blake, perché la tentazione era grande. «Ti abbiamo dato una possibilità» bisbigliai. «Non lo rifaremo.»
«Oh, invece credo proprio di sì.» Si sporse verso di me e sentii un formicolio alle mani. «Dopo che avrete sentito
cosa ho da offrire.»
Trattenni una risata mentre tenevo gli occhi fissi su Matthew. «Sei morto.»
Lisa si voltò con sguardo interrogativo. Mi sforzai di sorriderle.
«A proposito di morti» mormorò lui mentre la mia amica si girava dall’altra parte. «Ho visto che l’adorato fratellino
è tornato.» Prese la penna e cominciò a scrivere. «Chissà quant’è contento Daemon. Hai presente quello che ti ha
trasformata?»
Strinsi il pugno. Un bagliore bianco prese a danzare intorno alle mie nocche, tremolando come il cuore di una
fiammella. Era pericolosissimo che sapesse chi mi aveva trasformato. A parte le complicazioni che Daemon avrebbe
avuto con gli altri Luxen se la cosa fosse venuta fuori, il governo avrebbe potuto usarlo contro di noi, proprio come
aveva fatto con Dawson e Bethany.

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«Attenta» disse. «Vedo che hai ancora un po’ di lavoro da fare con la gestione della rabbia.»
Gli rivolsi uno sguardo pieno di odio e promessa di vendetta. «Perché sei qui? Dimmelo.»
Si premette l’indice contro le labbra. «Shhh. Ora devo imparare qualcosa su…» Guardò la lavagna, fingendo
concentrazione. «Altri tipi di organismi. Che barba.»
Dovetti fare appello a tutte le mie forze per arrivare in fondo all’ora. Perfino Matthew sembrava avere qualche
problema, dato che si dimenticava di cosa stava parlando ogni due secondi. Una volta sorpresi Dawson a fissarmi e
avrei voluto tanto parlargli…
Un attimo. Potevo comunicare con Daemon? In fin dei conti l’avevamo già fatto, ma sempre quando lui era in forma
di Luxen. Sospirando, abbassai lo sguardo sulle righe sfocate del mio quaderno e mi concentrai al massimo.
Daemon?
Mi ronzava forte la testa. Era come energia statica ad alto voltaggio. Daemon? Attesi, ma non udii risposta.
Sbuffai, infastidita. Dovevo assolutamente fargli sapere che Blake era tornato davvero. Potevo farglielo dire da
Dawson, ma non avevo idea di come avrebbe reagito se lo avessi chiamato in bagno per dirgli che quello accanto a me
era Blake.
Lo guardai. Non c’era dubbio che fosse bello: era il classico surfista dalla pelle dorata e la chioma fluente, ma
dietro quel sorriso si nascondeva un assassino.
Appena suonò la campanella, radunai la mia roba e mi precipitati verso l’uscita, lanciando un’occhiata a Matthew.
Sembrava che mi avesse letto nel pensiero perché stava trattenendo Dawson, o almeno speravo che ci riuscisse, e così
facendo avrebbe evitato la strage, una volta saputo chi era Blake. Era pausa pranzo, ma tirai fuori il cellulare dalla
borsa senza andare alla mensa.
Avevo fatto sì e no tre passi, quando il mio compagno di banco mi raggiunse in corridoio prendendomi per il
gomito. «Dobbiamo parlare» esordì.
Cercai di liberare il braccio. «E tu devi lasciarmi.»
«Altrimenti? Vuoi ribellarti?» Mi arrivò un leggero sentore del suo dopobarba. «Non penso proprio, dato che
conosci i rischi.»
Strinsi forte i denti. «Che cosa vuoi?»
«Soltanto parlare.» Mi trascinò verso un’aula vuota. Una volta entrati, mi divincolai dalle sue grinfie e lui chiuse la
porta a chiave. «Senti…»
D’istinto, posai la borsa sul pavimento ed evocai la Fonte. Dalle mie braccia scaturì una luce bianca e rossa che
iniziò a risplendere nell’aria. Una sfera di luce delle dimensioni di una palla da baseball prese corpo sul palmo della
mia mano.
Blake aveva l’aria annoiata. «Katy, voglio solo parlare. Non c’è bisogno…»
Rilasciai energia. La sfera attraversò la stanza in un lampo. Lui la schivò e la luce si infranse contro la lavagna. Era
talmente intensa che disciolse il rivestimento verde e un odore di bruciato si diffuse nell’aria.
L’energia prese ad accumularsi di nuovo dentro di me e questa volta sapevo che non avrei mancato il bersaglio.
Mentre scorreva lungo le mie braccia fino alla punta delle dita non avevo idea di che genere di danni avrebbe potuto
causare. O forse sì, solo che non volevo ammetterlo.
Correndo a ripararsi dietro un grosso tavolo di quercia, Blake alzò una mano e tutte le sedie alla mia sinistra si
abbatterono su di me. Persi concentrazione e la mia sfera d’energia cominciò a vorticare, finendo per colpire
l’orologio sopra la lavagna, che esplose in una pioggia di plastica e vetro…
I frammenti si bloccarono a mezz’aria, come attaccati a fili invisibili. Blake si rialzò con gli occhi luminescenti.
«Merda» mormorai, lanciando uno sguardo alla porta: non potevo arrivarci. Se aveva congelato i frammenti, forse
anche tutto il resto lo era: la porta e le persone fuori dalla classe.
«Hai finito?» La voce di Blake era stridula nelle mie orecchie. «Perché ti farò stancare molto presto.»
Aveva ragione. Gli umani mutati non avevano la stessa riserva di energia dei Luxen: quando usavano i loro poteri, si
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esaurivano presto. Quando avevo lottato contro Blake, la sera che era scoppiato l’inferno, io e Daemon avevamo
continuato ad alimentarci reciprocamente.
In ogni caso, non significava che sarei rimasta a guardare mentre lui faceva i comodi suoi.
Balzai in avanti e le sedie si radunarono in sua difesa. Schizzarono in aria e ricaddero una sull’altra intorno a me,
formando un cerchio alto fino al soffitto.
Alzando le mani, mi concentrai sui banchi che volavano in ogni direzione. Muovere oggetti ora mi riusciva facile,
quindi in teoria avrei potuto scaraventarli addosso a Blake come proiettili. Iniziarono a tremare e si mossero verso di
lui.
Blake li respinse e il muro di sedie vacillò senza crollare. Continuai a restare concentrata sull’immagine dei banchi
che si allontanavano, finché l’energia non raggiunse la massima potenza e le tempie presero a pulsarmi violentemente.
Il dolore crebbe e mi cedettero le braccia. Mi guardavo intorno, il cuore in gola, e mi sentivo in trappola, prigioniera
in una tomba di sedie.
«Di’ la verità, non ti sei esercitata tanto…» Lo vidi avvicinarsi tra gli oggetti vorticanti. «Non voglio farti del male.»
Facevo respiri profondi mentre le gambe mi diventavano sempre più molli, la pelle secca, bruciata. «Hai ucciso
Adam.»
«Non era mia intenzione. Devi credermi se ti dico che l’ultima cosa che volevo era che qualcuno ci rimettesse la
pelle.»
Rimasi a bocca aperta. «Ma se stavi per uccidermi, Blake!»
«Lo so. E non sai quanto soffrivo.» Mi seguì dall’altra parte del muro. «Adam era un bravo ragazzo…»
«Non nominarlo nemmeno!» Mi fermai, stringendo debolmente i pugni. «Non dovevi tornare.»
Blake mi guardò come incuriosito. «E perché? Perché Daemon mi ucciderà?»
«Perché io ti ucciderò.»
Alzò un sopracciglio. «Hai già avuto la tua occasione, Katy. Uccidere non è nella tua natura.»
«È nella tua, però, giusto?» Arretrai, lanciando un’occhiata alle sedie, che tremarono leggermente. Blake forse aveva
più esperienza, ma anche lui si stava stancando. «Qualsiasi cosa per un amico, eh?»
Lui respirò profondamente. «Sì.»
«Be’, io farò altrettanto per proteggere il mio.»
Ci fu una pausa e nel silenzio i frammenti di vetro e plastica crollarono di colpo a terra. Una piccola vittoria. «Sei
cambiata» disse alla fine.
Avrei voluto ridere, ma non ci riuscii. «Non sai quanto.»
Allontanandosi dalle sedie, si passò una mano tra i capelli spettinati. «Bene, così adesso forse capirai l’importanza
di quello che sto per offrirti.»
Lo scrutai con sospetto. «Non voglio niente da te.»
Mi guardò con un sorriso strano. Un tempo avevo baciato quelle labbra, ma adesso sentii la rabbia ribollirmi dentro.
«Vi osservo tutti da giorni. All’inizio non ero l’unico, ma questo già lo sai. Di sicuro lo sa la finestra di camera tua.»
Incrociò le braccia quando si rese conto di avere tutta la mia attenzione. «So che Dawson cerca Beth, ma non sa da
dove iniziare. Io sì. La tengono con Chris.»
Mi fermai di colpo. «E dove?»
Blake si mise a ridere. «E pensi che te lo dica così? È l’unica cosa che mi tiene in vita. Se accetterete di aiutarmi a
liberare Chris, farò in modo che Dawson arrivi a Beth. Non voglio altro.»
Senza parole, rimasi a guardarlo come inebetita. Stava davvero chiedendo il nostro aiuto dopo tutto quello che era
successo? Una risata folle mi scaturì dalla gola. «Tu sei pazzo.»
Si fece scuro in volto. «Il Dipartimento della Difesa mi crede il suo piccolo ibrido. Ho chiesto di rimanere qui per
tenere d’occhio la comunità Luxen ed eventuali mutazioni. Sono il loro infiltrato. E posso farvi entrare dove volete.
So dove li tengono, a che piano e in quale cella. E, soprattutto, conosco le loro debolezze.»
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Non poteva dire sul serio. Le sedie in cima al mucchio ondeggiarono e capii di essere a un passo dal restare sepolta
sotto il loro peso.
«Senza di me, non la troverete mai e finirete dritti tra le grinfie di Dedalo.» Fece un altro passo indietro. Dal calore,
l’aria tremolava intorno a lui. Era molto potente…
«Avete bisogno di me» aggiunse. «E io di voi. Non posso arrivare a Chris da solo.»
Era serio. «E perché mai dovremmo fidarci di te?»
«Perché non avete scelta.» Si schiarì la voce e le sedie scricchiolarono. Abbassai lo sguardo e vidi le gambe di
quelle sotto la pila inclinarsi verso di lui. «Senza di me non la troverete mai e Dawson alla fine farà qualcosa di molto
stupido.»
«Correremo il rischio.»
«Temevo che l’avresti detto.» Blake raccolse la mia borsa e la posò sulla cattedra. «Allora facciamo così, o mi
aiutate o racconterò a Nancy Husher quanto sei potente.» Al sentirla nominare, mi venne un colpo. Nancy lavorava per
il Dipartimento della Difesa e, molto probabilmente, per Dedalo. «Io non ho mai detto niente e, dato che Vaughn
lavorava con Will Michaels, nemmeno lui» proseguì. «Nancy è convinta che la tua mutazione non si sia compiuta. Se
le dessi questa informazione potrei salvarmi. O forse no, ma loro verrebbero comunque a cercarti. E se pensi che
sbarazzarvi di me sistemerà tutto, ti sbagli. Se mi succede qualcosa, le verrà recapitato un messaggio in cui racconto di
cosa sei capace e indica Daemon come responsabile della tua mutazione.»
La rabbia mi montò dentro e le sedie cominciarono a tremare pericolosamente. Entro pochi secondi, mi avrebbe
strappato quel po’ di potere che avevo in corpo, lasciandomi inerme. «Brutto bastardo…»
«Mi dispiace.» Era sulla soglia e sembrava maledettamente serio. «Non volevo che finisse così, ma mi capisci,
vero? L’hai detto tu stessa. Anche tu faresti di tutto per salvare i tuoi amici. Non siamo così diversi, dopotutto.»
Aprì la porta e scomparve. Il muro di sedie crollò sul pavimento, proprio come la mia vita mi stava crollando
addosso.

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10

Stordita, uscii dall’aula devastata e mi incamminai in corridoio. La porta delle scale si spalancò di colpo e comparve
Daemon.
I suoi occhi brillarono di un verde accecante quando si posarono su di me. Mi venne incontro e mi afferrò per le
spalle. Dietro di lui arrivarono Matthew e Dawson, uno con l’aria allarmata, l’altro piuttosto confuso, ma Daemon…
non l’avevo mai visto così furioso.
«Ti abbiamo cercata ovunque» sbottò.
Matthew comparve al nostro fianco. «Hai visto dov’è andato? Blake, intendo.»
Come se ci fosse bisogno di specificare. Poi però mi accorsi che loro non sapevano che ero stata con lui fino a
poco prima. Quanto tempo eravamo rimasti in quella stanza? Ore, o forse solo qualche minuto. E se Blake avesse
congelato tutti al di fuori dell’aula, i Luxen lo avrebbero saputo perché su di loro non aveva effetto. Blake doveva aver
agito discretamente.
Deglutii, sapendo che la reazione di Daemon sarebbe stata pessima. «Ehm… voleva parlarmi.»
Daemon si irrigidì. «Di cosa?»
Lanciai un’occhiata nervosa a Matthew. Era sereno in confronto a lui. «Ci stava tenendo d’occhio. Non credo che se
ne sia mai andato.»
Daemon lasciò ricadere le braccia e arretrò di un passo. «Non posso crederci, è qui. Quello vuole morire.»
La confusione cedette il posto alla curiosità mentre si avvicinava al fratello. «Perché ci teneva d’occhio?»
Ora arriva il bello, pensai. «Vuole il nostro aiuto per liberare Chris.»
Daemon si voltò di scatto. «Come, prego?»
Raccontai più in fretta possibile quello che mi aveva detto Blake, tralasciando il dettaglio che aveva minacciato di
consegnare me e Daemon a Nancy. Meglio rivelarglielo in privato, mi dissi. E avevo ragione, perché Daemon era già
sul punto di trasformarsi lì, in mezzo al corridoio della scuola.
Matthew scosse la testa. «Come può pensare che ci fideremo di lui?»
«Non credo gli importi molto di cosa facciamo» risposi scostandomi i capelli dal viso. Volevo solo sedermi e
mangiare una scatola intera di biscotti, tanto ero stanca.
«Ma sa davvero dove tengono Beth?» Daemon aveva uno sguardo febbricitante.
«Non lo so.» Mi appoggiai a un armadietto. «Non si può mai sapere, con lui.»
Dawson mi arrivò a un centimetro dal viso in un attimo. «Ha detto qualcosa… qualsiasi cosa che possa aiutarci a
capire dov’è?»
Alzai le sopracciglia meravigliata da quell’improvvisa reazione. «No, no…»
«Rifletti,» mi ordinò con la testa bassa «deve pur aver detto qualcosa, Katy.»
Daemon lo prese per la spalla e lo fece girare. «Stai indietro, Dawson. Dico sul serio.»
Dawson si liberò dalla presa, il corpo un fascio di nervi.
«Se sa…»
«Smettila» lo interruppe Daemon. «È stato mandato qui dal governo per capire se Kat sia una fonte affidabile. Per
fare a lei quello che hanno fatto a Beth. Blake ha ucciso Adam, Dawson. Non siamo alle prese con…»

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