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Gier Kerstin Red .pdf



Nome del file originale: Gier Kerstin - Red.pdf
Autore: Abyssinian

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Word 2010, ed è stato inviato su file-pdf.it il 02/03/2017 alle 18:53, dall'indirizzo IP 93.151.x.x. La pagina di download del file è stata vista 7538 volte.
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Anteprima del documento


Per l’amica Leslie, Gwendolyn è una ragazza fortunata: quanti
possono dire di abitare in un palazzo antico nel cuore di Londra,
pieno di saloni, quadri e passaggi segreti? E quanti, fra gli studenti
della Saint Lennox High School, possono vantare una famiglia
altrettanto speciale, che da una generazione all’altra si tramanda
poteri misteriosi? Eppure Gwen non ne è affatto convinta. Da
quando, a causa della morte del padre, si è trasferita con la mamma
e i fratelli in quella casa, la sua vita le sembra sensibilmente
peggiorata. La nonna, Lady Arisa, comanda tutti a bacchetta con
piglio da nobildonna e con l’aiuto dell’inquietante maggiordomo Mr
Bernhard, e zia Glenda considera lei, Gwen, una ragazzina
superficiale e certamente non all’altezza del nome dei Montrose. E
poi c’è Charlotte, sua cugina: rossa di capelli, aggraziata, bravissima a
scuola e con un sorriso da Monna Lisa. È lei la prescelta, colei che
dalla nascita è stata addestrata per il grande giorno in cui compirà il
primo salto nel passato. Charlotte si dà un sacco di arie, ma Gwen
proprio non la invidia: sa bene che si tratta di una missione
pericolosissima non solo per la sua famiglia ma per l’umanità intera,
e da cui potrebbe non esserci ritorno. E non importa se Charlotte
non viaggerà sola ma sarà accompagnata da un altro prescelto,
Gideon de Villiers, occhi verdi e sorriso sprezzante… Gwen non
vorrebbe davvero trovarsi al suo posto. Per nulla al mondo…

Kerstin Gier è nata nel 1966 e vive con marito e figlio vicino a
Bergisch Gladbach, in Westfalia. Alla sua attività di insegnante ha
affiancato dal 1995 quella di scrittrice. I suoi romanzi, come Männer
und andere Katastrophen, da cui è stato tratto un film, Für jede
Lösung ein Problem eDie Mütter-Mafia sono rimasti per mesi in vetta
alle classifiche tedesche dei libri più venduti, ma è con Red che
Kerstin Gier ha raggiunto il successo mondiale. Un successo da
600.000 copie e diritti venduti in 15 Paesi.

www.redillibro.it
www.corbaccio.it

Kerstin Gier

RED
Romanzo
Traduzione di Alessandra Petrelli

VOLUME 097

Titolo originale: Rubinrot. Liebe geht durch alle Zeiten
Traduzione dall’originale tedesco
di Alessandra Petrelli
In copertina: immagine © Burak Gökhan ÜLKER
khimaereus@gmail.com
www.khimaereus.deviantart.com
Grafica Rumore Bianco
Visita www.InfiniteStorie.it
Il grande portale del romanzo
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Copyright © 2009 Arena Verlag GmbH, Würzburg, Germany
through Giuliana Bernardi Literary Agency
www.arena-verlag.de
© 2011 Casa Editrice Corbaccio s.r.l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
www.corbaccio.it
ISBN 978-88-6380-235-1
Prima edizione 2011
Quest´opera è protetta dalla Legge sul diritto d´autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Per alce, delfino e gufo,
che mi hanno accompagnato fedelmente mentre scrivevo,
e per un piccolo autobus rosso a due piani,
che mi ha dato la felicità
proprio al momento giusto

Prologo
Hyde Park, Londra
8 aprile 1912

Mentre lei si buttava in ginocchio e scoppiava a piangere, lui
cominciò a guardarsi intorno. Come aveva previsto, il parco a
quell’ora era deserto. Il jogging non era ancora di moda e per i
barboni che dormivano sulle panchine coperti solo da un giornale
faceva ancora troppo freddo.
Avvolse con cura il cronografo nel panno e lo infilò nello zaino.
Lei stava rannicchiata su un tappeto di crochi fioriti accanto a un
albero sulla riva settentrionale del lago Serpentine.
I singhiozzi le scuotevano le spalle e sembravano i versi disperati
di un animale ferito. Lui non lo sopportava. Ma sapeva per
esperienza che era meglio lasciarla tranquilla, perciò le si sedette
accanto sull’erba bagnata di rugiada e aspettò fissando la superficie
immobile dell’acqua.
Aspettò che il suo dolore si placasse, pur sapendo che non
l’avrebbe mai abbandonata.
Provava la stessa emozione, ma cercava di dominarsi. Non voleva
che, oltre a tutto il resto, lei stesse in ansia anche per lui.
«I fazzoletti di carta sono già stati inventati?» chiese lei tirando su
col naso e girando verso di lui il volto rigato di lacrime.
«Non ne ho idea», le rispose. «Però ho un fazzoletto di stoffa con
tanto di monogramma.»
«G.M. Non l’avrai mica rubato a Grace?»
«Me lo ha dato lei. Puoi usarlo senza problemi, principessa. »
Lei fece un sorrisino storto mentre gli restituiva il fazzoletto. «Ora
è da buttare, mi dispiace.»
«Ma che dici! Di questi tempi lo si stende ad asciugare al sole e lo

si utilizza ancora», replicò lui. «L’importante è che tu abbia smesso di
piangere.»
Queste parole le fecero subito spuntare nuove lacrime agli occhi.
«Non avremmo dovuto abbandonarla così. Lei ha bisogno di noi!
Non sappiamo se il nostro bluff funzionerà, e non abbiamo nessuna
possibilità di scoprirlo.»
Lui provò una stretta al cuore. «Da morti saremmo stati ancora
più inutili.»
«Se solo fossimo riusciti a nasconderci con lei, da qualche parte
all’estero, sotto falso nome, almeno fino a quando fosse stata
abbastanza grande...»
Lui la interruppe scrollando il capo. «Ci avrebbero trovati
dovunque, ne abbiamo già parlato tantissime volte. Non l’abbiamo
abbandonata, abbiamo fatto l’unica cosa giusta: le abbiamo
assicurato una vita protetta. Almeno per i prossimi sedici anni.»
Lei rimase qualche istante in silenzio. In lontananza giunse fino a
loro il nitrito di un cavallo, mentre dal West Carriage Drive si
avvicinavano delle voci, sebbene fosse ancora buio.
«So che hai ragione tu», gli disse infine, «ma l’idea di non rivederla
mai più mi angoscia.» Si passò una mano sugli occhi gonfi di pianto.
«Se non altro non ci annoieremo. Prima o poi ci scoveranno anche
qui e ci troveremo i Guardiani alle costole. Lui non rinuncerà certo al
cronografo e ai suoi progetti.»
Il giovane sorrise soddisfatto, alla vista del lampo di entusiasmo
che si accese negli occhi di lei, e comprese che la crisi per il momento
era superata. «Forse siamo stati più furbi di lui, o magari l’altro affare
alla fine non funzionerà. E allora rimarrà fregato.»
«Già, sarebbe bello. Ma, in ogni caso, noi siamo gli unici in grado
di intralciare i suoi piani.»
«Proprio per questo abbiamo fatto la cosa giusta.» Si alzò e si tolse
la polvere dai jeans. «Ora alzati! L’erba è bagnata e ti devi
riguardare. Non voglio che ti ammali.»
Lei si lasciò sollevare e baciare da lui. «Ora che cosa facciamo?
Cerchiamo un nascondiglio per il cronografo? »

Lanciò un’occhiata indecisa al ponte che divideva Hyde Park dai
Kensington Gardens.
«Sì. Ma per prima cosa svuotiamo le casse dei Guardiani e ci
riempiamo le tasche di soldi. Poi prenderemo il treno per
Southampton. Il Titanic salperà mercoledì per il suo viaggio
inaugurale.»
Lei rise. «È questa la tua idea per farmi riguardare? Comunque ci
sto.»
Lui era così felice di vederla ridere di nuovo che la baciò un’altra
volta. «Stavo pensando... sai che il comandante di una nave in alto
mare ha il potere di celebrare i matrimoni, vero, principessa?»
«Mi vuoi sposare? Sul Titanic? Sei matto?»
«Sarebbe molto romantico.»
«Certo, iceberg a parte.» Gli posò la testa sul petto e nascose il
volto nella giacca. «Ti amo tanto», mormorò.
«Mi vuoi sposare?»
«Sì», rispose con la faccia sempre premuta contro il suo petto. «Ma
solo se sbarcheremo al più tardi a Queen-stown. »
«Pronta per la prossima avventura, principessa?»
«Quando vuoi», sussurrò lei.

Un viaggio incontrollato nel tempo si preannuncia
in genere con alcuni minuti, a volte ore o persino
giorni di anticipo, con giramenti di testa, mancamenti
allo stomaco e/o alle gambe.
Molti gene-portatori riferiscono anche dolori
al capo simili a emicranie.
Il primo salto nel tempo – denominato anche
salto iniziatico – avviene tra il sedicesimo
e il diciassettesimo anno di vita del gene-portatore.
Dalle Cronache dei Guardiani,
volume 2, Regole generali

Capitolo 1
Lo percepii per la prima volta il lunedì mattina alla mensa della
scuola. Per un istante provai un senso di vertigine, come quando
l’ottovolante precipita dal punto più alto. Durò solo due secondi,
ma fu sufficiente perché mi rovesciassi un piatto di purè con la salsa
sull’uniforme scolastica. Le posate caddero a terra tintinnando, ma
per fortuna riuscii a salvare almeno il piatto.
«È lo stesso, tanto questa schifezza ha un sapore come se fosse
stata raccolta da terra», osservò la mia amica Leslie, mentre cercavo
di rimediare al disastro. Naturalmente tutti mi stavano guardando.
«Se vuoi, posso spiaccicarti sulla camicia anche la mia porzione. Lo
faccio volentieri. »
«No, grazie.» La camicetta dell’uniforme della Saint Lennox era
dello stesso colore del purè di patate, ciò nonostante la macchia
purtroppo risaltava fin troppo bene. Provai ad abbottonarci sopra la
giacca blu.
«Guarda, guarda: la piccola Gwenny ha ricominciato a giocare col
cibo», disse Cynthia Dale. «Non provare a sederti vicino a me,
imbranata.»
«Non ci penso nemmeno, Cyn.» Purtroppo mi capitava spesso di
combinare pasticci alla mensa. Giusto la settimana prima il mio
budino di gelatina verde era saltato fuori dall’involucro d’alluminio
e dopo un volo di due metri era atterrato nel piatto di spaghetti alla
carbonara di un ragazzo di quinta. La settimana precedente avevo
versato del succo di ciliegia sul tavolo, schizzando tutti quelli che ci
stavano seduti. Sembrava che avessero il morbillo. Per non parlare
poi delle volte in cui la stupida cravatta dell’uniforme mi finiva nel
sugo, nel succo o nel latte.
L’unica differenza era che prima d’ora non mi ero mai sentita
svenire.
Era molto probabile che me lo fossi solo immaginato, però.
Ultimamente a casa nostra non si parlava d’altro che di mancamenti.
Certo, non riferiti a me, bensì a mia cugina Charlotte, che adesso,

radiosa come il sole e impeccabile come sempre, era seduta accanto
a Cynthia e mangiava con eleganza cucchiaiate di purè.
Tutta la famiglia si aspettava che Charlotte si sentisse svenire. Certi
giorni Lady Arisa – mia nonna – le chiedeva ogni dieci minuti se
provasse qualcosa. Mia zia Glenda, la madre di Charlotte,
approfittava dell’intervallo di tempo per chiederle esattamente la
stessa cosa.
E tutte le volte, quando Charlotte negava, Lady Arisa corrugava le
labbra e zia Glenda sospirava. A volte capitava il contrario.
Tutti gli altri – mia madre, mia sorella Caroline, mio fratello Nick
e la prozia Maddy – alzavano gli occhi al cielo. Certo, era eccitante
avere in famiglia un portatore del gene dei viaggi nel tempo, ma col
passare degli anni l’esaltazione era scemata. A volte eravamo
proprio stufi di tutto quel teatro intorno a Charlotte.
Da parte sua Charlotte aveva l’abitudine di nascondere le proprie
emozioni dietro un misterioso sorriso da Monna Lisa. Al suo posto
non avrei saputo nemmeno io se sentirmi felice oppure irritata per
l’assenza di mancamenti. Be’, a essere sinceri, probabilmente me ne
sarei rallegrata. Ero un tipo piuttosto pauroso. Preferivo starmene in
pace.
«Prima o poi succederà», ripeteva Lady Arisa ogni giorno.
«Dobbiamo essere pronti.»
In effetti andò proprio così, dopo pranzo, durante l’ora di storia
con Mr Whitman. Ero uscita dalla mensa affamata. Come se non
bastasse, nel dessert – composta di uva spina con budino di vaniglia
– avevo trovato un capello nero che non sapevo se appartenesse a
me o a una delle cuoche. E così mi era passato l’appetito.
Mr Whitman ci restituì il compito di storia che avevamo fatto la
settimana precedente. «Vedo che vi eravate preparate bene. In
particolare Charlotte. Ti sei meritata un dieci.»
Charlotte si scostò dal viso una ciocca dei suoi capelli rossi e lucidi
e disse: «Oh», come se quel voto per lei fosse una sorpresa. Invece
prendeva sempre i voti migliori in tutte le materie.
Comunque stavolta anch’io e Leslie potevamo essere contente.
Avevamo preso entrambe un nove al dieci, anche se la nostra

«buona preparazione» era consistita nel guardare i DVD dei film su
Elisabetta con Cate Blanchett, mangiando patatine e gelato. In ogni
caso eravamo sempre state attente durante la lezione, cosa che
purtroppo non capitava invece con le altre materie.
Il fatto era che le lezioni di Mr Whitman erano così interessanti
che non si poteva fare a meno di ascoltarlo. Mr Whitman stesso era
un tipo molto interessante. La maggior parte delle ragazze era
innamorata di lui, in segreto o no. Come del resto Mrs Counter, la
nostra professoressa di geografia. Tutte le volte che Mr Whitman le
passava davanti, arrossiva come un peperone. Certo era di una
bellezza inaudita, su questo concordavano tutte. Tutte a parte Leslie.
Secondo lei Mr Whitman somigliava allo scoiattolo di un cartone
animato.
«Tutte le volte che mi guarda con quei suoi occhioni marroni, mi
viene voglia di dargli una noce», diceva. Era arrivata addirittura al
punto di soprannominare «Mr Whitman» gli invadenti scoiattoli che
vivevano nel parco. Non so perché, ma era una cosa contagiosa al
punto che ormai anch’io dicevo: «Guarda laggiù, com’è tenero quel
piccolo Mr Whitman grassoccio!» quando uno scoiattolo saltellava
verso di noi.
A causa di questa storia degli scoiattoli, io e Leslie eravamo le
uniche ragazze della classe a non sbavare dietro Mr Whitman. Io
ogni tanto ci provavo (se non altro perché i ragazzi della nostra
classe erano tutti un disastro), ma non c’era verso: il paragone con
uno scoiattolo mi si era impresso nella mente in maniera indelebile.
E uno scoiattolo non ha niente di romantico!
Cynthia aveva sparso la voce che ai tempi dell’università Mr
Whitman avesse lavorato come fotomodello. A riprova di questo
aveva portato in classe una pagina ritagliata da una rivista patinata
con la pubblicità di un uomo, abbastanza somigliante a Mr
Whitman, che si insaponava con il bagnoschiuma.
A parte Cynthia, però, nessun altro credeva che l’uomo del
bagnoschiuma fosse Mr Whitman. Quello infatti aveva una fossetta
sul mento che a Mr Whitman mancava.
I ragazzi della nostra classe non lo trovavano altrettanto
affascinante. In particolare Gordon Gelderman non poteva proprio

sopportarlo. Prima dell’arrivo di Mr Whitman nella nostra scuola,
infatti, Gordon era stato oggetto delle attenzioni di tutte le ragazze.
Anch’io devo confessare a malincuore che mi ero innamorata di lui,
ma avevo solo undici anni e Gordon era ancora abbastanza tenero.
Ora che di anni ne aveva sedici, era soltanto stupido. Inoltre, erano
due anni che aveva cominciato a cambiare la voce e ancora non si
era stabilizzata. Purtroppo l’alternanza di timbro da stridulo a
baritonale non gli impediva di dire solenni idiozie.
Se la prese da morire per il cinque nel compito di storia. «Non è
giusto, professore. Mi meritavo almeno un otto. Non può darmi un
brutto voto solo perché sono un ragazzo.»
Mr Whitman tolse il compito di mano a Gordon e lesse ad alta
voce. «Elisabetta I era così orribile che non trovò mai marito. Per
questo era chiamata da tutti l’orribile vergine. »
La classe ridacchiò.
«Sì, e allora? È così», si difese Gordon. «Senta, quegli occhi a palla,
la bocca minuscola e soprattutto quell’impossibile pettinatura.»
Ci era toccato esaminare a fondo i ritratti dei Tudor alla National
Portrait Gallery, e in effetti l’Elisabetta I dei quadri non somigliava
affatto a Cate Blanchett. Ma forse all’epoca labbra sottili e naso
grosso erano considerati il massimo della bellezza e comunque gli
abiti erano sensazionali. Inoltre, pur non avendo un marito,
Elisabetta I aveva numerosi amanti, persino Sir... come si chiamava?
Nel film era interpretato da Clive Owen.
«Lei stessa si definiva la regina vergine», spiegò Mr Whitman a
Gordon. «In quanto...» si interruppe. «Non ti senti bene, Charlotte?
Ti fa male la testa?»
Tutti si girarono verso Charlotte che si reggeva il capo. «È solo che
mi sento... mancare», rispose guardando verso di me. «Mi gira tutto.»
Io feci un profondo respiro. C’eravamo. La nonna sarebbe stata
entusiasta. Per non parlare di zia Glenda.
«Oh, forte», bisbigliò Leslie accanto a me. «Che fa, adesso
diventa trasparente?» Sebbene Lady Arisa ci avesse inculcato fin da
piccoli l’assoluto divieto di parlare con chicchessia delle faccende
della nostra famiglia, con Leslie avevo deciso di ignorare tale regola.

Dopo tutto era la mia migliore amica e le amiche del cuore non
hanno segreti.
Per la prima volta da che la conoscevo (ovvero da quando ero
nata), Charlotte mi fece davvero pena. Comunque sapevo che cosa
dovevo fare. Zia Glenda me l’aveva ripetuto fino alla nausea.
«Accompagno a casa Charlotte», dissi a Mr Whitman alzandomi.
«Se per lei va bene.»
Mr Whitman continuava a fissare mia cugina. «Ottima idea,
Gwendolyn», disse. «Mi raccomando, Charlotte, vedi di guarire.»
«Grazie», rispose Charlotte. Mentre si dirigeva verso la porta,
barcollò leggermente. «Vieni, Gwenny?»
Io mi affrettai a prenderla sottobraccio. Per la prima volta in vita
mia mi sentivo un po’ importante in presenza di Charlotte. Era bello
sentirsi utili tanto per cambiare.
«Chiamami assolutamente e raccontami tutto», mi bisbigliò Leslie.

Arrivate alla porta, la vulnerabilità di Charlotte era già scomparsa.
Disse che voleva prendere le sue cose dall’armadietto.
Io la trattenni per la manica. «Non c’è tempo, Charlotte!
Dobbiamo arrivare a casa il prima possibile. Lady Arisa ha detto...»
«È già passato», disse Charlotte.
«E allora? Potrebbe accadere in qualsiasi momento.» Charlotte si
lasciò trascinare da me nella direzione opposta. «Dove ho messo il
gesso?» Mentre camminavo, mi frugai nella tasca della giacca. «Ah,
eccolo. E il cellulare. Vuoi che chiami a casa? Hai paura? Oh, che
domanda stupida, scusami. Sono così agitata.»
«Non importa. È tutto a posto.»
La osservai di soppiatto, per valutare se stesse dicendo la verità.
Aveva stampato in faccia il suo sorrisetto di superiorità da Monna
Lisa, che rendeva impossibile capire che cosa provasse.
«Devo chiamare a casa?»
«A che cosa servirebbe?» replicò Charlotte.

«Pensavo che...»
«Lascia che sia io a pensare, non preoccuparti», disse.
Scendemmo la scalinata di pietra l’una di fianco all’altra, e
raggiungemmo la nicchia dove era solito starsene seduto James. Si
alzò subito non appena ci vide, ma io mi limitai a sorridergli. Il
problema con James era che, a parte me, non lo vedeva né sentiva
nessuno.
James era un fantasma. Per questo evitavo di parlargli se ero con
altri. Facevo eccezione solo con Leslie. Lei non aveva dubitato
neppure per un istante dell’esistenza di James. Leslie credeva a tutto
ciò che le dicevo ed era questo tra l’altro a fare di lei la mia migliore
amica. Era molto dispiaciuta di non riuscire a vedere o sentire James.
Io invece ne ero molto contenta, perché la prima cosa che James
disse alla vista di Leslie fu: «Santissimo Iddio! Questa povera bambina
ha più lentiggini delle stelle in cielo! Se non comincia al più presto a
utilizzare una buona lozione sbiancante, non troverà mai marito».
«Chiedigli se magari ha sepolto un tesoro da qualche parte»,
furono invece le prime parole di Leslie quando feci le presentazioni.
Purtroppo James non aveva proprio alcun tesoro da nessuna
parte. Rimase molto offeso che Leslie gli attribuisse qualcosa del
genere. Inoltre si offendeva sempre quando fingevo di non vederlo.
Era un tipo davvero molto permaloso.
«È trasparente?» aveva voluto sapere Leslie al primo incontro.
«Oppure solo bianco e nero?»
No, in realtà James aveva un aspetto del tutto normale.
Abbigliamento a parte, certo.
«Riesci a vedere attraverso di lui?»
«Non saprei, non ci ho mai provato.»
«Allora provaci adesso», aveva ribattuto Leslie.
Ma James non mi permise di guardare attraverso il suo corpo.
«Come sarebbe a dire, fantasma? Un James August Peregrin
Pimplebottom, erede del quattordicesimo conte di Hardsdale non si
lascia offendere, neppure da due ragazzine. »

Come capita a tanti fantasmi, neppure lui voleva accettare il fatto
di non essere più umano. Per quanto si sforzasse, non riusciva
proprio a ricordare di essere morto. Ormai lo conoscevamo da
cinque anni, dal mio primo giorno di scuola alla Saint Lennox High
School, ma James sembrava convinto che fossero passati solo pochi
giorni da quando sedeva al club con i suoi amici e giocava a carte
disquisendo di cavalli, nei posticci e parrucche. (Sfoggiava entrambi,
neo posticcio e parrucca, e in realtà era molto meglio di quanto
potesse sembrare.) Preferiva ignorare bellamente il fatto che da
quando c’eravamo conosciuti io fossi cresciuta di venti centimetri, mi
fossi messa e poi tolta l’apparecchio ai denti e mi fossero cresciute le
tette. Allo stesso modo fingeva di non sapere che la dimora cittadina
di suo padre era stata trasformata da tempo in una scuola privata
con acqua corrente, luce elettrica e riscaldamento centralizzato.
L’unico particolare che sembrava registrare di tanto in tanto era la
lunghezza della gonna della nostra uniforme. Alla sua epoca, infatti,
la vista di polpacci e ginocchia femminili era ancora assai rara.
«Non è educato da parte di una dama non salutare un
gentiluomo d’alto rango, Miss Gwendolyn», mi gridò dietro adesso,
piccato dal fatto che non lo avessi degnato di uno sguardo.
«Scusa, siamo di fretta», replicai.
«Se posso essere di qualche aiuto, sono a disposizione. » James si
sistemò i polsini di pizzo della camicia.
«Ti ringrazio, ma non serve. Dobbiamo tornare a casa il più in
fretta possibile.» Figurarsi se James avrebbe potuto esserci di qualche
aiuto! Non era in grado neppure di aprire una porta. «Charlotte non
si sente bene.»
«Oh, mi rincresce molto», disse James che aveva un debole per
mia cugina. Contrariamente alla «lentigginosa maleducata», come
chiamava Leslie, trovava Charlotte molto «leggiadra e di incantevole
grazia». Anche quel giorno non mancò di esprimere i suoi untuosi
complimenti. «Ti prego di porgerle i miei più vivi auguri. E dille che
oggi è più affascinante che mai. Forse un po’ pallida, ma
meravigliosa come un’elfa.»
«Riferirò.»

«Smettila di parlare con quel tuo amico immaginario», mi disse
Charlotte. «Altrimenti finirai in manicomio.»
Okay, meglio non riferirle niente. Tanto era già fissata di suo.
«James non è immaginario, è visibile. C’è una bella differenza! »
«Se lo dici tu.» Charlotte e zia Glenda erano convinte che James e
gli altri fantasmi fossero solo una mia invenzione, un modo per
darmi importanza. Mi pentivo di avergliene parlato. Da bambina,
tuttavia, mi era stato impossibile tacere sull’esistenza di doccioni
animati, che all’improvviso si mettevano a volteggiare e a farmi
smorfie dalle facciate delle case. Avevo impiegato qualche anno per
capire che gli spiriti non possono fare niente ai vivi. L’unica loro
abilità è quella di fare paura.
James, naturalmente, era un’eccezione. Lui era del tutto innocuo.
«Secondo Leslie forse è stato un bene che James sia morto da
giovane. Con quel cognome, Pimplebottom, di sicuro non avrebbe
trovato moglie», commentai, dopo essermi assicurata che James non
potesse
sentirci.
«Voglio
dire,
chi
accetterebbe
di
chiamarsi Chiappabrufolosa?»
Charlotte alzò gli occhi al cielo.
«Guarda che non è per niente brutto», proseguii. «Ed è pure
straricco, a sentir lui. L’unica sua mania poco maschile è quella di
avvicinarsi continuamente al naso un fazzoletto di pizzo profumato.»
«Peccato che nessuno possa vederlo a parte te», osservò Charlotte.
Ero d’accordo con lei.
«E peccato che tu debba parlare delle tue bislacche fissazioni al di
fuori della famiglia», aggiunse.
Questo era un tipico colpo basso alla Charlotte. L’aveva detto per
umiliarmi, e purtroppo ci era riuscita.
«Non sono bislacca!»
«Invece sì!»
«Senti chi parla, gene-portatrice!»
«Almeno io non vado a spiattellarlo in giro», ribatté Charlotte.
«Tu, invece, sei come la prozia Maddy-la-matta. Quella racconta le

sue visioni persino al lattaio.»
«Sei cattiva.»
«E tu sei scema.»
Attraversammo l’atrio della scuola bisticciando, superammo la
guardiola a vetri del portiere e uscimmo nel cortile. Tirava vento e il
cielo minacciava pioggia. Rimpiansi di non aver preso le nostre cose
dall’armadietto. Un cappotto adesso avrebbe fatto comodo.
«Mi spiace averti paragonata alla prozia Maddy», disse Charlotte
un po’ pentita. «Sono ancora sottosopra.»
Io rimasi allibita. Lei di solito non si scusava mai.
«Posso capire», mi affrettai a dire. Volevo farle notare quanto
prendessi sul serio le sue scuse. In realtà non si poteva parlare di
comprensione. Al suo posto io mi sarei messa a tremare di paura. Mi
sarei sentita anch’io sottosopra, certo, ma come quando si va dal
dentista. «Comunque, la prozia Maddy mi è simpatica.» Questo era
vero. Forse era un po’ logorroica e aveva la tendenza a ripetere le
cose almeno quattro volte, ma preferivo di gran lunga questo suo
modo di fare rispetto al confabulare cospiratorio degli altri. Inoltre
la prozia Maddy ci regalava sempre tantissime caramelle al limone.
Ma, certo, Charlotte ovviamente non se ne faceva niente delle
caramelle al limone.
Attraversammo la strada e proseguimmo a passo spedito sul
marciapiede.
«Non mi guardare così di sottecchi», disse Charlotte. «Tanto se
dovessi sparire te ne accorgeresti. In quel caso disegnerai quel
maledetto cerchio di gesso e correrai a casa. Ma oggi non succederà.
Ne sono sicura.»
«Come fai a dirlo? Sei emozionata al pensiero del luogo dove ti
ritroverai? Volevo dire del tempo?»
«Certo», confermò Charlotte.
«Spero che non sia proprio durante il grande incendio del 1664.»
«Il grande incendio di Londra fu nel 1666», mi corresse Charlotte.
«È una data facile da ricordare. Inoltre questa zona della città

all’epoca non era molto sviluppata, perciò qui non si incendiò
niente.»
Ve l’avevo già detto che i soprannomi di Charlotte sono
«guastafeste» e «secchiona»?
Non me la presi. Forse era cattivo da parte mia, ma volevo
toglierle dalla faccia almeno per qualche secondo quel sorrisetto
idiota. «Probabilmente queste uniformi prendono fuoco in un
attimo», osservai distrattamente.
«Comunque saprei che cosa fare», ribatté Charlotte laconica senza
smettere di sorridere.
Non potei fare a meno di ammirarla per il suo sangue freddo. A
me l’idea di ritrovarmi di colpo nel passato metteva una gran paura.
Di qualsiasi epoca si trattasse, il passato era comunque
spaventoso. C’erano sempre guerre, epidemie e peste e bastava dire
una parola sbagliata per finire sul rogo accusata di essere una strega.
Inoltre esistevano solo le latrine e tutti avevano i pidocchi e al
mattino rovesciavano il contenuto dei vasi da notte dalla finestra,
senza curarsi se in quel momento passava qualcuno per strada.
Charlotte aveva ricevuto fin da piccola un’adeguata preparazione
in modo da trovarsi a proprio agio nel passato. Non aveva mai
avuto tempo di giocare, di stare con le amiche, di andare per negozi,
al cinema o con i ragazzi. Invece di queste cose aveva ricevuto
lezioni di ballo, scherma ed equitazione, di lingue e di storia. Da
circa un anno, inoltre, il mercoledì pomeriggio usciva con Lady Arisa
e zia Glenda e tornava sempre a tarda ora. Loro le definivano
«lezioni di mistero». Nessuno però voleva darci spiegazioni circa il
tipo di misteri che affrontavano, men che meno Charlotte.
«È un segreto» era stata forse la prima frase di senso compiuto che
aveva imparato a dire. E subito dopo: «Non vi riguarda».
Leslie ripeteva sempre che la nostra famiglia molto probabilmente
aveva più segreti dei servizi segreti e dell’MI6 messi insieme. E forse
aveva ragione.
In genere prendevamo l’autobus per andare a scuola e per
tornare; la linea 8 fermava a Berkeley Square, a poca distanza da
casa nostra. Quel giorno preferimmo farla a piedi come ci aveva

ordinato zia Glenda. Per tutto il tempo strinsi tra le dita il gessetto,
ma Charlotte rimase al mio fianco.
Quando raggiungemmo i gradini d’ingresso, ero quasi delusa. Qui
si concludeva la mia parte nella storia. D’ora in poi la nonna
avrebbe assunto il controllo della cosa.
lì.»

Tirai Charlotte per la manica. «Guarda! L’uomo nero è di nuovo

«E allora?» Charlotte non si girò neppure. L’uomo era in piedi
sull’altro lato della strada, davanti al numero civico 18. Come
sempre portava un impermeabile nero e un cappello calcato sulla
fronte. Sulle prime l’avevo preso per un fantasma, ma poi mi ero
resa conto che anche i miei fratelli e Leslie riuscivano a vederlo.
Erano mesi che teneva d’occhio casa nostra. Forse erano più
d’uno, che si davano il cambio e avevano tutti lo stesso aspetto.
Non riuscivamo a stabilire se si trattasse di un ladro che ci spiava, un
detective privato oppure un mago cattivo. Quest’ultima ipotesi era
caldeggiata da mia sorellina Caroline. Aveva nove anni ed era
appassionata di storie con maghi cattivi e fate buone. Mio fratello
Nick aveva dodici anni e trovava stupide le storie con maghi e fate,
quindi propendeva per l’ipotesi del ladro-spia. Io e Leslie optavamo
per il detective privato.
Quando però attraversavamo la strada per osservarlo più da
vicino, l’uomo scompariva dentro la casa, oppure saliva su una
Bentley nera parcheggiata sul ciglio della strada e si allontanava.
«È una macchina stregata», sosteneva Caroline. «Quando nessuno
la vede, si trasforma in un corvo. E il mago diventa un omino
minuscolo che vola sulle sue ali.»
Nick si era annotato il numero di targa della Bentley, per ogni
evenienza. «Tanto sono sicuro che dopo il furto la carrozzeria è stata
riverniciata e la targa cambiata», diceva.
Gli adulti sembravano non trovare niente di sospetto nel fatto di
essere osservati giorno e notte da un uomo con il cappello vestito di
nero.
Lo stesso valeva per Charlotte. «Si può sapere che cosa avete
contro quel poveraccio? Se ne sta lì a fumare una sigaretta,

nient’altro.»
«Come no!» Piuttosto preferivo credere alla versione del corvo
incantato.
Cominciò a piovere proprio in quel momento.
«Almeno ti senti di nuovo mancare?» mi informai, mentre
aspettavamo che ci aprissero la porta. Nessuna delle due aveva le
chiavi.
«Non essere tanto nervosa», disse Charlotte. «Quando sarà il
momento, succederà.»
Mr Bernhard ci aprì la porta. Secondo Leslie, Mr Bernhard era il
nostro maggiordomo e la prova definitiva del fatto che fossimo
ricchi almeno quasi quanto la regina o Madonna. Io non sapevo con
precisione chi o che cosa fosse Mr Bernhard. La mamma lo definiva
«il factotum della nonna», e la nonna da parte sua lo chiamava «un
vecchio amico di famiglia». Per me e i miei fratelli era semplicemente
«l’inquietante cameriere di Lady Arisa».
Vedendoci, corrugò le sopracciglia.
«Buongiorno, Mr Bernhard», dissi. «Un tempo orribile, vero?»
«Proprio orribile.» Con il suo naso adunco e gli occhi scuri dietro
gli occhialini rotondi con la montatura dorata, Mr Bernhard mi
faceva sempre pensare a una civetta, o più precisamente a un gufo.
«Non si può uscire senza cappotto con un tempo simile.»
«Hmm, eh già, proprio così», dissi.
«Dov’è Lady Arisa?» domandò Charlotte. Non era mai molto
gentile con Mr Bernhard. Forse perché, al contrario di noi, fin da
piccola non aveva mai nutrito rispetto per lui. E pensare che aveva
la stupefacente abilità di apparire dal nulla in qualsiasi punto della
casa e di muoversi silenzioso come un gatto. Non sembrava sfuggirgli
nulla e, qualunque ora fosse, Mr Bernhard era sempre a disposizione.
Abitava in casa nostra fin da prima della mia nascita e la mamma
diceva che c’era anche quando lei era piccola. Di conseguenza Mr
Bernhard doveva essere quasi coetaneo di Lady Arisa, anche se non
sembrava così vecchio. Occupava un appartamento al secondo
piano, che si raggiungeva da un corridoio separato al quale si

accedeva da una scala. A noi era proibito persino mettere piede nel
corridoio.
Mio fratello sosteneva che Mr Bernhard avesse fatto costruire
trappole e trabocchetti per tenere lontani i visitatori indesiderati,
tuttavia non era in grado di dimostrare la sua tesi. Nessuno di noi
aveva mai osato avvicinarsi a quel corridoio.
«Mr Bernhard ha bisogno della sua sfera privata», ripeteva Lady
Arisa.
«Sì, sì, certo», diceva allora mia madre. «Ne avremmo bisogno
tutti.» Ma lo diceva a bassa voce, per non farsi sentire dalla nonna.
«Lady Arisa è nella stanza da musica», annunciò ora Mr Bernhard
a Charlotte.
«Grazie.» Charlotte ci lasciò nell’ingresso e salì le scale. La stanza
da musica era al primo piano, e nessuno sapeva perché avesse quel
nome. Dentro non c’era neppure un pianoforte.
Era la stanza preferita da Lady Arisa e dalla prozia Maddy.
All’interno c’era profumo di violetta e l’odore dei cigarillos di Lady
Arisa. L’aria veniva cambiata di rado. A restarci troppo ci si sentiva
soffocare.
Mr Bernhard richiuse la porta d’ingresso. Io lanciai un’ultima
occhiata fugace al lato opposto della strada. L’uomo misterioso era
sempre lì. Mi sbagliavo, o stava alzando la mano, come se salutasse
qualcuno? Forse Mr Bernhard, o addirittura me?
La porta si richiuse e io non ebbi modo di rifletterci più a lungo,
perché di nuovo fui assalita improvvisamente da quella sensazione di
vertigine. La vista mi si appannò. Mi sentii mancare le ginocchia e fui
costretta ad appoggiarmi al muro per non cadere.
Tutto passò in un secondo.
Il cuore mi batteva forte. C’era qualcosa che non andava in me.
Non era possibile sentirsi mancare due volte nel giro di due ore
senza andare sull’ottovolante.
A meno che... ah, sciocchezze! Probabilmente stavo crescendo
troppo in fretta. Oppure magari avevo... mmm... un tumore al
cervello? O forse era solo fame.

Sì, doveva essere fame. Dopo colazione non avevo più mangiato
niente. Il pranzo era finito sulla camicia. Tirai un sospiro di sollievo.
Solo in quel momento mi accorsi dello sguardo attento con cui mi
fissavano gli occhi da gufo di Mr Bernhard.
«Oplà», disse decisamente in ritardo.
Io mi sentii arrossire. «Adesso vado... a fare i compiti», mormorai.
Mr Bernhard mi rivolse un cenno d’assenso con espressione
indifferente. Ma, mentre salivo le scale, percepii il suo sguardo alle
mie spalle.

Dagli Annali dei Guardiani
10 ottobre 1994

Sono tornato da Durham, dove ho fatto visita
alla figlia minore di Lord Montrose, Grace Shepherd,
che l’altro ieri, inaspettatamente, ha dato alla luce
una bambina. Siamo tutti felici per la nascita di

Gwendolyn Sophie Elizabeth Shepherd
2460 grammi, 52 centimetri.

Madre e figlia godono di ottima salute.
Rivolgiamo al nostro Gran Maestro i nostri
più fervidi auguri per l’arrivo del suo quinto nipote.

Autore: Thomas George, cerchia interna

Capitolo 2
Leslie aveva definito la nostra casa «un rispettabile palazzo» per
via delle numerose stanze, i quadri, i pannelli in legno e le antichità
che la riempivano. Immaginava che dietro ogni parete ci fosse un
passaggio segreto e in ogni armadio quantomeno uno scomparto
nascosto. Da piccole ci piaceva avventurarci in esplorazioni ogni
volta che veniva a trovarmi. Il fatto poi che fosse severamente
proibito ficcanasare in giro rendeva la cosa ancora più eccitante.
Sviluppammo strategie sempre più raffinate per non farci scoprire.
Negli anni individuammo effettivamente diversi scomparti segreti e
addirittura una porta segreta. Si trovava nel sottoscala, dietro un
dipinto a olio che ritraeva un cavaliere grasso e barbuto con la spada
sguainata e lo sguardo torvo.
Secondo le informazioni forniteci dalla prozia Maddy,
quell’omaccione feroce era il mio pro-pro-pro-prozio Hugh,
immortalato con la sua giumenta saura di nome Fat Annie. Oltre la
porta dietro il dipinto in realtà c’erano alcuni gradini che portavano
in una stanza da bagno, ma comunque era lo stesso qualcosa di
segreto.
«Hai davvero una fortuna sfacciata a poter vivere in un posto del
genere!» ripeteva sempre Leslie.
Da parte mia trovavo invece che quella fortunata fosse lei.
Abitava con i genitori e un cane peloso di nome Bertie in
un’accogliente villetta a schiera di North Kensington. A casa sua non
c’erano segreti, né sinistri servitori né irritanti parenti.
Un tempo anche noi avevamo vissuto in una casetta del genere,
mamma, papà, mio fratello, mia sorella e io, a Durham,
nell’Inghilterra settentrionale. Ma poi papà era morto. Mia sorella
aveva solo sei mesi e la mamma si era trasferita a Londra portandoci
con sé, probabilmente per la solitudine. Forse però non ce la faceva
a tirare avanti da sola.
La mamma era cresciuta in questa casa, insieme alla sorella Glenda
e al fratello Harry. Zio Harry era l’unico che non vivesse a Londra.

Abitava con la moglie nel Gloucestershire.
All’inizio questa casa era sembrata anche a me un vero palazzo,
proprio come a Leslie. Ma, quando si è costretti a condividere un
palazzo con una famiglia numerosa, dopo un po’ non sembra più
così grande. Visto che per di più era pieno di stanze inutili, come la
sala da ballo che occupava tutto il pianterreno.
Sarebbe stato un posto ideale per pattinare, ma era proibito. Era
un ambiente bellissimo, con le grandi finestre, i soffitti stuccati e i
lampadari di cristallo, ma da quando ero qui non vi si era mai
tenuto neppure un ballo, né un ricevimento né una festa.
Le sole attività che si svolgevano nella sala da ballo erano le
lezioni di ballo e di scherma di Charlotte. Il palco per l’orchestra,
raggiungibile dalla scala nell’ingresso, era del tutto inutile. Tranne
per Caroline e le sue amiche, che usavano gli angoli bui sotto i
gradini come rifugio quando giocavano a nascondino.
Al piano superiore si trovava la già citata stanza da musica
insieme agli alloggi di Lady Arisa e della prozia Maddy, un bagno
(quello con la porta segreta) e la sala da pranzo dove la famiglia
doveva riunirsi tutte le sere alle sette e mezzo per cenare. La sala da
pranzo e la cucina, che si trovava esattamente sotto, erano collegate
da un antiquato montavivande che a volte Nick e Caroline si
divertivano a usare per calarsi e issarsi a vicenda, anche se, manco a
dirlo, era severamente proibito. Da piccole lo avevamo fatto anch’io
e Leslie, ma ora purtroppo eravamo cresciute troppo e non ci
entravamo più.
Al secondo piano si trovavano l’appartamento di Mr Bernhard, lo
studio del mio defunto nonno – Lord Montrose – e una vastissima
biblioteca. Inoltre c’erano la camera di Charlotte, d’angolo e con un
bovindo di cui andava molto fiera, e le stanze occupate da sua
madre: un salotto e una camera con le finestre affacciate sulla strada.
Zia Glenda era divorziata e il padre di Charlotte viveva da
qualche parte nel Kent con la nuova compagna. In casa quindi c’era
una sola presenza maschile, Mr Bernhard, a meno di non contare
anche mio fratello. Nessun animale domestico, per quanto li
desiderassimo ardentemente. Lady Arisa non amava gli animali e zia
Glenda era allergica a qualunque cosa avesse del pelo.

La mamma, mio fratello, mia sorella e io alloggiavamo al terzo
piano, nel sottotetto, dove c’erano molti soffitti obliqui ma anche
due balconcini. Avevamo ciascuno la propria stanza e Charlotte era
invidiosa del nostro grande bagno, perché quello al secondo piano
non aveva finestre, mentre il nostro ne aveva addirittura due. A me
piaceva abitare lassù anche perché lì potevamo stare per conto
nostro, vantaggio non irrilevante in una casa di matti come questa.
L’unico aspetto negativo era che eravamo maledettamente
lontani dalla cucina, cosa che notai ancora una volta con rammarico
mentre salivo. Mi sarei dovuta portare dietro quantomeno una
mela. Invece così dovevo accontentarmi dei biscotti secchi che la
mamma teneva di scorta nell’armadio.
Per paura che mi potesse tornare quella strana vertigine, mangiai
undici biscotti uno dietro l’altro. Mi sfilai le scarpe e la giacca, mi
lasciai cadere sul divano della stanza da cucito e mi stirai a lungo.
Oggi era una giornata strana. Voglio dire, più strana del solito.
Erano soltanto le due del pomeriggio. Dovevo aspettare ancora
almeno due ore e mezzo prima di poter telefonare a Leslie e
sfogarmi dei miei problemi con lei. Nick e Caroline non sarebbero
tornati da scuola prima delle quattro e la mamma finiva di lavorare
sempre verso le cinque. In genere mi piaceva avere tutta la casa per
me. Potevo farmi un bagno in santa pace, senza che nessuno bussasse
alla porta perché aveva un bisogno impellente. Potevo alzare il
volume della musica e cantare a squarciagola senza che nessuno mi
prendesse in giro. E potevo guardare quello che volevo alla tv, senza
che nessuno si mettesse a piagnucolare: «Adesso però è l’ora di
Spongebob».
Oggi però non avevo voglia di fare nessuna di queste cose. Non
mi andava neppure di schiacciare un pisolino. Al contrario, il divano
– solitamente un luogo di insuperabile comodità – mi sembrava
come una zattera che ondeggiava trascinata dalla corrente di un
fiume. Temevo che potesse essere strappata via, e io con essa, se
avessi chiuso gli occhi.
Per distrarmi, mi alzai e cominciai a riordinare la stanza del cucito.
Era un po’ come il nostro salotto informale, perché fortunatamente
né le zie né la nonna amavano cucire e quindi salivano di rado fino

al terzo piano. Nella stanza non c’era neppure una macchina da
cucire, però c’era una stretta scaletta che portava sul tetto. Era
destinata allo spazzacamino, ma io e Leslie avevamo scelto il tetto
come uno dei nostri rifugi prediletti. Da lassù si godeva di un
panorama magnifico e non c’era posto migliore per parlare di cose
da ragazze. (Per esempio di ragazzi e del fatto che non ne
conoscessimo nessuno di cui valesse la pena innamorarsi.)
Ovviamente era un po’ pericoloso, perché non c’era balaustra,
soltanto una ringhiera decorativa alta fino al ginocchio. Ma del resto
nessuno diceva che dovessimo esercitarci nel salto in lungo o ballare
sul ciglio dell’abisso. La chiave per aprire la porticina sul tetto era
conservata nella credenza in una zuccheriera con un disegno a rose.
Nessuno della mia famiglia era al corrente del fatto che conoscessi il
nascondiglio, altrimenti sarebbe sicuramente scoppiato l’inferno. Per
questo stavo sempre molto attenta a che nessuno mi vedesse quando
salivo di nascosto sul tetto. Lassù ci si poteva anche abbronzare, fare
un picnic, oppure semplicemente nascondersi se si voleva un po’ di
pace. Cosa che, come ho già detto, desideravo spesso, ma non oggi.
Ripiegai il plaid, spazzolai le briciole di biscotto dal divano,
sprimacciai i cuscini e rimisi al loro posto i pezzi della scacchiera
rimasti in giro. Annaffiai persino l’azalea sistemata in un vaso sullo
scrittoio nell’angolo, e pulii con uno straccio il tavolino davanti al
divano. Poi mi guardai intorno perplessa nella stanza ora
perfettamente ordinata. Erano passati soltanto dieci minuti e il mio
desiderio di avere compagnia era più smisurato di prima.
Chissà se Charlotte si era sentita di nuovo mancare di sotto nella
stanza da musica? Che cosa succedeva in realtà se si balzava dal
primo piano di una casa di Mayfair del XXI secolo nella Mayfair del,
diciamo, XV secolo, quando in questo luogo sorgeva al massimo
qualche baracca? Ci si ritrovava sospesi per aria e si precipitava per
sette metri fino a terra? Magari dritti in un formicaio? Povera
Charlotte. Ma forse nelle sue misteriose lezioni di misteri aveva
imparato a volare.
A proposito di misteri: all’improvviso mi venne in mente qualcosa
con cui avrei potuto distrarmi. Andai in camera della mamma e
guardai fuori dalla finestra verso la strada. L’uomo nero era sempre

fermo davanti al portone del numero 18. Gli vedevo le gambe e
l’orlo dell’impermeabile. Non mi ero mai accorta di quanto fossero
alti i tre piani di casa nostra. Per divertimento provai a calcolare
quale distanza ci fosse fino a terra.
Si poteva sopravvivere a un salto di quattordici metri? Forse sì, se
si aveva la fortuna di atterrare su un terreno morbido. Come quello
di una palude. A quanto pare tutta Londra un tempo era un unico
grande acquitrino, almeno era ciò che affermava Mrs Counter, la
nostra prof di geografia. La palude poteva andar bene, se non altro
si atterrava sul morbido. Ma soltanto per poi annegare nel fango.
Deglutii. Questi pensieri mi davano la nausea. Per non essere
costretta a stare da sola più a lungo, decisi di andare a fare visita al
mio parentado nella stanza da musica, anche a costo di essere
cacciata via a causa di conciliaboli strettamente riservati.
Quando entrai, la prozia Maddy era seduta sulla sua poltrona
preferita accanto alla finestra e Charlotte era in piedi accanto all’altra
finestra, con il fondoschiena appoggiato allo scrittoio Luigi XIV,
anche se normalmente ci era assolutamente vietato sfiorarne il piano
laccato e dorato con qualunque parte del corpo. (Era inconcepibile
che un oggetto tanto orribile come questo scrittoio fosse così
prezioso come affermava sempre Lady Arisa. Non aveva nemmeno
uno scomparto segreto, come avevamo appurato io e Leslie già da
molti anni.) Charlotte si era cambiata e indossava un abito blu scuro
che sembrava un incrocio tra una camicia da notte, un accappatoio e
una tonaca da suora.
«Come vedi sono ancora qui», disse.
«Mi... mi fa piacere», risposi cercando di evitare di fissare troppo il
suo sconvolgente vestito.
«È intollerabile», dichiarò zia Glenda, che camminava ansiosa tra
le due finestre. Era alta e slanciata come Charlotte e aveva gli stessi
riccioli rosso carota. Anche la mamma aveva gli stessi capelli e da
giovane pure la nonna era stata fulva. Il colore rosso acceso era stato
ereditato persino da Caroline e Nick. Soltanto io ero mora, e liscia
come mio padre.

Da piccola avrei dato qualunque cosa per avere i capelli fulvi, ma
Leslie mi aveva persuaso che la mia chioma nera creava un
incantevole contrasto con gli occhi azzurri e l’incarnato chiaro. Leslie
mi aveva anche convinta che la voglia a forma di mezzaluna che
avevo sulla tempia – zia Glenda la chiamava «buffa banana» – era un
segno distintivo misterioso e originale. Ormai anch’io avevo
cominciato a trovarmi carina, non da ultimo grazie all’apparecchio
che aveva domato i miei incisivi sporgenti togliendomi l’aria da
coniglietto. Naturalmente non potevo in alcun modo competere con
il fascino «leggiadro e di incantevole grazia» di Charlotte, per usare le
parole di James. Ah, quanto mi sarebbe piaciuto che la vedesse con
indosso quel sacco informe.
«Gwendolyn, tesoro, vuoi una caramella al limone?» La prozia
Maddy indicò con la mano lo sgabello accanto a lei. «Vieni a sederti
vicino a me per distrarmi un po’. Glenda mi rende terribilmente
nervosa a forza di camminare su e giù.»
«Tu non puoi neppure immaginare i sentimenti di una madre, zia
Maddy», dichiarò zia Glenda.
«È vero, hai ragione», sospirò la prozia. Era la sorella del nonno e
non si era mai sposata. Era una donnina tonda e minuta con limpidi
occhi azzurri e capelli biondo dorati dove non di rado dimenticava
qualche bigodino.
«Dov’è Lady Arisa?» domandai mentre prendevo una caramella.
«Sta telefonando di là», rispose la prozia Maddy. «Ma parla così
piano che non si capisce nemmeno una parola. A proposito, questa è
l’ultima scatola di caramelle. Per caso non avresti tempo di fare un
salto da Selfridges per comprarne un’altra?»
«Ma certo», risposi.
Charlotte si dondolò sulle gambe, attirando all’istante su di sé lo
sguardo di zia Glenda.
«Charlotte?»
«No, niente», rispose lei.
Zia Glenda strinse le labbra.
«Non sarebbe meglio se aspettassi a pianterreno?» suggerii a

Charlotte. «Così non rischieresti di cadere da tanto in alto.»
«Non sarebbe meglio se tenessi chiusa la bocca invece di parlare di
cose che non sai?» ribatté Charlotte.
«Sul serio, l’ultima cosa di cui Charlotte ha bisogno al momento
sono consigli assurdi», sentenziò zia Glenda.
Cominciavo a pentirmi di essere scesa.
«Durante il primo salto nel passato il gene-portatore non torna
indietro mai più di centocinquant’ anni», mi spiegò la prozia Maddy
comprensiva. «Questa casa fu costruita nel 1781, quindi Charlotte è
perfettamente al sicuro qui nella stanza da musica. Al massimo
potrebbe mettere paura a qualche dama mentre suona.»
«Vestita così è sicuro», osservai sottovoce. Solo la prozia Maddy
mi sentì e ridacchiò piano.
La porta si spalancò e Lady Arisa fece il suo ingresso. Come
sempre camminava come se avesse inghiottito un bastone. Anzi, più
d’uno. Uno per le braccia, uno per le gambe e uno che teneva
insieme il tutto. Aveva i capelli bianchi pettinati all’indietro e raccolti
in una crocchia sulla nuca, come un’insegnante di danza con cui non
era consigliabile fraternizzare. «Sta arrivando una macchina. I de
Villiers ci aspettano a Temple. In questo modo Charlotte potrà essere
iscritta nel cronografo subito dopo il suo ritorno.»
Io non ci capivo niente.
«E se non succedesse oggi?» domandò Charlotte.
«Charlotte, tesoro, ti sei sentita mancare già tre volte»,
puntualizzò zia Glenda.
«Prima o poi succederà», disse Lady Arisa. «Ora vieni, l’auto sarà
qui a momenti.»
Zia Glenda prese Charlotte per un braccio e uscì dalla stanza
insieme a Lady Arisa. Quando la porta si fu richiusa dietro di loro, io
e la prozia Maddy ci scambiammo un’occhiata.
«A volte si ha l’impressione di essere considerati invisibili, non
trovi?» disse la prozia. «Quantomeno un arrivederci oppure
un ciao sarebbero stati carini. O magari anche qualcosa di più
intelligente, del tipo: Cara Maddy, hai forse avuto una visione che

possa esserci d’aiuto?»
«L’hai avuta?»
«No», rispose la prozia. «Grazie al cielo no. Dopo le visioni mi
viene una gran fame e sono già troppo grassa.»
«Chi sono i de Villiers?» domandai.
«Un branco di snob arroganti, se vuoi saperlo», mi spiegò Maddy.
«Tutti avvocati e banchieri. Sono proprietari della banca privata de
Villiers nella City. Teniamo i nostri conti lì da loro.»
La cosa decisamente non aveva niente di mistico.
«Che cosa c’entrano quelle persone con Charlotte?»
«Mettiamola così, anche loro hanno problemi analoghi ai nostri.»
«Quali problemi?» Anche loro dovevano vivere sotto lo stesso
tetto con una nonna tirannica, una zia impossibile e una cugina
presuntuosa?
«Il gene dei viaggi nel tempo», rispose la prozia Maddy. «Nei de
Villiers si eredita in linea maschile.»
«Significa che anche loro hanno una Charlotte in casa? »
«Il corrispettivo maschile. Si chiama Gideon, a quanto ne so.»
«Anche lui sta aspettando di sentirsi svenire?»
«È già successo. Ha due anni più di Charlotte.»
«Significa che da due anni saltella allegramente nel tempo?»
«Presumo di sì.»
Cercai di aggiungere queste nuove informazioni a quel poco che
sapevo già. Siccome oggi la prozia Maddy era così provvida di
notizie, mi concedetti solo qualche secondo per farlo. «Che cos’è un
croni... un crono...»
«Cronografo!» La prozia Maddy rivolse al cielo i suoi occhi azzurri
da cerbiatta. «Si tratta di un aggeggio con cui i gene-portatori – e
loro soltanto! – possono essere spediti in una determinata epoca. Ha
a che fare con il sangue. »
«Una macchina del tempo?» Alimentata a sangue? Santo cielo!
La prozia Maddy scrollò le spalle. «Non ho idea di come funzioni

quel coso. Non dimenticare che anch’io so solo quello che sento
mentre sto seduta qui facendo finta di niente. È una faccenda molto
segreta.»
«Già. E molto complicata», aggiunsi io. «Come fanno a sapere che
Charlotte possiede questo gene? Perché ce l’ha proprio lei e non per
esempio... mmm... tu?»
«Io non posso averlo, grazie al cielo», rispose lei. «Noi Montrose
siamo sempre stati tipi bizzarri, ma il gene è entrato nella nostra
famiglia grazie a tua nonna. Per colpa di mio fratello che volle
sposarla per forza.» Zia Maddy sogghignò. Era la sorella del mio
defunto nonno Lucas. Non essendo sposata, si era trasferita a vivere
da lui per occuparsi della casa. «Sentii parlare di questo gene per la
prima volta dopo il matrimonio di Lucas e Lady Arisa. L’ultima geneportatrice prima di Charlotte fu una signora che si chiamava Margret
Tilney, che a sua volta era la nonna di tua nonna Arisa.»
«Charlotte ha ereditato il gene da questa Margret?»
«No, prima c’è stata la povera Lucy. Che disgrazia.»
«Lucy chi?»
«Tua cugina, la primogenita di Harry.»
«Ah! Quella Lucy.» Mio zio Harry, quello del Gloucestershire, era
molto più grande di Glenda e di mia madre. I suoi tre figli erano già
adulti. David, il più giovane, aveva ventotto anni e faceva il pilota
per la British Airways. Questo purtroppo non significava che noi
avessimo diritto a uno sconto sui biglietti aerei. Janet, quella di
mezzo, aveva già dei figli suoi, due piccole pesti di nome Poppy e
Daisy. Lucy, la primogenita, non l’avevo mai conosciuta. Non
sapevo molto di lei. La famiglia non ne parlava mai. Era la pecora
nera dei Montrose. Era scappata di casa a diciassette anni e da allora
non aveva più dato sue notizie.
«Lucy è una gene-portatrice?»
«Esatto», confermò zia Maddy. «Qui scoppiò l’inferno quando
scomparve. Tua nonna rischiò di farsi venire un infarto. Fu uno
scandalo inaudito.» Scrollò energicamente il capo, tanto che i boccoli
dorati le si scompigliarono tutti.

«Ci credo.» Potevo immaginare benissimo che cosa sarebbe
successo se Charlotte avesse fatto le valigie e se ne fosse andata.
«Non puoi nemmeno immaginarlo. Non sai in quali drammatiche
circostanze scomparve, e tutto per colpa di quel ragazzo...
Gwendolyn! Togliti il dito dalla bocca! È un’abitudine disdicevole!»
«Scusa.» Non mi ero accorta di aver cominciato a mordicchiarmi
un’unghia. «È colpa del nervosismo. Ci sono così tante cose che non
capisco...»
«Per me è lo stesso», mi assicurò la prozia. «E ascolto queste
assurdità da quando avevo quindici anni. Del resto possiedo una
specie di talento naturale per i misteri. Tutti i Montrose hanno un
debole per i segreti. È sempre stato così. Se vuoi saperlo, è proprio
per questo che quel disgraziato di mio fratello sposò tua nonna. Di
sicuro non fu per il suo fascino irresistibile, dato che non ne aveva
nemmeno un briciolo.» Infilò la mano nella scatola di caramelle e
sospirò trovandola vuota. «Accipicchia, temo di essere diventata
dipendente da questi cosi.»
«Faccio un salto da Selfridges a comprarne una scatola», dissi.
«Come sempre sei il mio angelo preferito. Dammi un bacio e
mettiti il cappotto, ché piove. E non morderti più le unghie, capito?»
Siccome il cappotto era rimasto nell’armadietto a scuola, infilai
l’impermeabile a fiori della mamma tirandomi il cappuccio sulla testa
prima di uscire di casa. L’uomo davanti al portone del numero 18 si
stava accendendo una sigaretta. Seguendo un impulso improvviso,
gli rivolsi un cenno di saluto mentre scendevo di corsa i gradini.
Lui non mi rispose. Ovviamente.
«Stupido.» Mi incamminai a passo svelto verso Oxford Street.
Pioveva a dirotto. Oltre all’impermeabile mi sarei dovuta mettere
anche gli stivali di gomma. La mia magnolia preferita all’angolo se
ne stava lì tutta triste con i fiori penzolanti. Prima di raggiungerla,
ero già finita dentro tre pozzanghere. Mentre cercavo di schivare la
quarta, mi sentii strattonare in aria all’improvviso. Avevo lo stomaco
sottosopra. La strada si trasformò in un fiume grigio davanti ai miei
occhi.

Ex hoc momento pendet aeternitas.

(L’eternità è appesa a questo momento.)

Iscrizione su una meridiana, Middle Temple, Londra

Capitolo 3
Quando tornai a vedere chiaramente, scorsi un’auto d’epoca che
girava l’angolo mentre io ero inginocchiata sul marciapiede e
tremavo di paura.
C’era qualcosa che non andava nella via. Era diversa dal solito.
Come se tutto fosse cambiato di colpo.
Aveva smesso di piovere, ma soffiava un vento gelido ed era
molto più buio di prima, quasi notte. La magnolia non aveva né fiori
né foglie. Non ero neppure sicura che si trattasse proprio di una
magnolia.
Le punte dell’inferriata che la circondavano erano pitturate d’oro.
Avrei giurato che sino a ieri fossero state nere.
Un’altra auto d’epoca sbucò dalla curva. Era un automezzo
bizzarro, con le ruote alte con i raggi chiari. Guardai il marciapiede:
le pozzanghere erano scomparse. E anche i cartelli stradali. Il selciato
era irregolare e pieno di buche e i lampioni avevano un aspetto
diverso, la loro luce giallastra lambiva appena il portone più vicino.
Dentro di me si agitava un brutto presentimento, ma non ero
ancora pronta a far affiorare del tutto l’idea.
Mi costrinsi a fare un respiro profondo. Poi mi guardai intorno
un’altra volta, con più attenzione.
Okay, a essere precisi l’ambiente intorno a me non era poi tanto
diverso. La maggior parte delle case era come sempre. Tuttavia... la
drogheria più avanti, dove la mamma comprava i deliziosi biscotti
Prince of Wales, era scomparsa, e la casa d’angolo con le grandi
colonne sul davanti non l’avevo mai vista prima.
Un uomo col cappello e un cappotto nero mi lanciò un’occhiata
spazientita passandomi accanto, senza tuttavia dar segno di volermi
parlare né tantomeno aiutare ad alzarmi. Lo feci da sola e mi scrollai
la polvere dalle ginocchia.
Il presentimento che mi aveva assalito si andava trasformando
lentamente ma irrevocabilmente in un’agghiacciante sicurezza.

Ma chi volevo prendere in giro?
Non ero certo finita in mezzo a un raduno d’auto d’epoca, né era
possibile che la magnolia di colpo avesse perso tutte le foglie. Avrei
dato qualunque cosa per veder spuntare all’improvviso Nicole
Kidman dietro l’angolo, ma sapevo che non si trattava del set di un
film tratto da un racconto di Henry James.
Sapevo benissimo che cos’era successo. Lo sapevo e basta. E
sapevo anche che doveva esserci stato un errore.
Ero finita in un’altra epoca.
Non era successo a Charlotte. Era successo a me. Qualcuno
doveva aver commesso un errore madornale.
Cominciai a battere i denti, non solo per l’agitazione, ma anche
per il freddo. Stavo gelando.
«Io saprei che cosa fare.» Le parole di Charlotte mi risuonarono
nelle orecchie.
Chiaro, Charlotte avrebbe saputo che cosa fare. A me invece non
l’aveva insegnato nessuno.
Rimasi ferma all’angolo della strada, tutta tremante, mentre i
passanti mi lanciavano occhiate perplesse. Non c’era molta gente per
strada. Vidi avvicinarsi una ragazza con un cappotto fino al
ginocchio e un cestino al braccio. Dietro di lei veniva un uomo con il
cappello e il bavero rialzato.
«Mi scusi», chiesi, «mi saprebbe dire in che anno siamo? »
La donna fece finta di non avermi sentito e affrettò il passo.
L’uomo scrollò il capo. «Che vergogna», borbottò.
Sospirai. Non potevo certo dire di aver ottenuto informazioni
utili finora. In realtà non aveva molta importanza che fossimo nel
1899 oppure nel 1923.
Se non altro sapevo dove mi trovavo. Casa mia era a meno di
cento metri da qui. Che cosa c’era di più facile che tornare a casa?
Qualcosa dovevo pur fare.
La via appariva tranquilla e silenziosa alla luce del tramonto,
mentre tornavo indietro lentamente guardandomi intorno. Che cosa

c’era di diverso, che cosa era rimasto uguale? Anche da vicino le case
somigliavano molto a quelle della mia epoca. È vero, c’erano molti
particolari che mi sembrava di vedere per la prima volta, ma forse
dipendeva dal fatto che finora non ci avevo mai fatto caso. Il mio
sguardo andò automaticamente al portone del numero 18, ma era
vuoto, non c’era nessun uomo nero di guardia.
Mi fermai.
Casa nostra era identica a quella dove abitavo. Le finestre al
pianterreno e al primo piano erano illuminate, anche in camera della
mamma in soffitta c’era la luce accesa. Alzando gli occhi provai
un’ondata di nostalgia. L’acqua gelata formava dei ghiaccioli che
pendevano dagli abbaini.
«Saprei che cosa fare.»
Già, che cosa avrebbe fatto Charlotte? Ben presto sarebbe scesa la
notte e faceva un gran freddo. Dove sarebbe andata Charlotte per
non morire congelata? A casa?
Osservai le finestre. Forse il nonno era ancora vivo. Forse mi
avrebbe riconosciuta subito. In fondo mi aveva tenuto a cavalluccio
sulle ginocchia quand’ero piccola... ah, che assurdità.
Anche ammettendo che fosse nato, era difficile che ricordasse di
avermi tenuto sulle ginocchia da vecchio.
Il freddo mi entrava sotto l’impermeabile. Okay, avrei suonato il
campanello e chiesto ricovero per la notte.
L’unico dubbio era come formulare la richiesta.
«Salve, mi chiamo Gwendolyn e sono la nipote di Lord Lucas
Montrose, che molto probabilmente non è ancora nato.»
Non potevo certo dare per scontato che mi credessero. Certo
sarei finita in manicomio prima ancora di accorgermene. Sicuramente
all’epoca doveva trattarsi di luoghi deprimenti dai quali, una volta
entrati, non si usciva più.
D’altro canto non avevo molte alternative. Entro breve sarebbe
diventato buio pesto e dovevo pur trovare un posto dove passare la
notte senza morire congelata. E senza essere scoperta da Jack lo
Squartatore. Iddio santissimo! Quando aveva commesso le sue

atrocità? E dove? C’era solo da sperare che non fosse lì nell’elegante
Mayfair!
Se fossi riuscita a parlare con uno dei miei antenati, forse sarei
riuscita a convincerlo di conoscere più particolari della famiglia e
della casa di quanto fosse possibile a una sconosciuta. Per esempio,
chi oltre a me poteva sapere così su due piedi che il cavallo del propro-pro-prozio Hugh si chiamava Fat Annie? Era decisamente
un’informazione riservata.
Una raffica di vento mi fece trasalire. Che freddo faceva. Non mi
sarei sorpresa se avesse cominciato a nevicare.
«Salve, sono Gwendolyn e vengo dal futuro. Per dimostrarlo le
faccio vedere questa chiusura lampo. Scommetto che non è stata
ancora inventata, giusto? Così come i jumbojet, i televisori e i
frigoriferi. . .»
Avrei potuto almeno tentare. Feci un profondo respiro e mi
avvicinai alla porta di casa.
I gradini mi risultavano stranamente familiari e nel contempo
estranei. Con la mano tastai il muro alla ricerca del campanello. Ma
non c’era. Evidentemente nemmeno i campanelli elettrici erano stati
ancora inventati. Purtroppo nemmeno questo mi dava un indizio
sicuro sull’anno in cui mi trovavo. Non sapevo nemmeno a quando
risalisse l’invenzione dell’elettricità. Era stato prima o dopo le navi a
vapore? Lo avevamo studiato a scuola? Se sì, purtroppo non lo
ricordavo.
Trovai un pomello appeso a una catena, molto simile
all’antiquato sciacquone a casa di Leslie. Lo tirai con forza e udii il
trillo di un campanello dietro la porta.
Oh, mio Dio.
Probabilmente sarebbe venuto ad aprire qualcuno della servitù.
Che cosa avrei dovuto dire per farmi ricevere da uno dei membri
della famiglia? Forse il pro-pro-pro-prozio Hugh era ancora vivo?
Oppure era appena nato? Che importava. Avrei chiesto di lui.
Oppure di Fat Annie.
Sentii dei passi che si avvicinavano e raccolsi tutto il mio coraggio.
Ma non potei vedere chi mi apriva la porta, perché fui travolta di

nuovo da quella sensazione di essere sollevata bruscamente da terra,
catapultata nel tempo e nello spazio e risputata fuori.
Mi ritrovai sullo zerbino di casa nostra, balzai in piedi e mi
guardai intorno. Tutto era come prima, quand’ero uscita a comprare
le caramelle a zia Maddy. Le case, le auto in sosta, persino la
pioggia.
L’uomo nero davanti al portone del numero 18 mi fissava.
«Che credi, non sei l’unico a essere sorpreso», mormorai.
Quanto tempo ero stata via? L’uomo nero mi aveva visto sparire
dietro l’angolo e poi riapparire di colpo sullo zerbino? Di sicuro non
credeva ai suoi occhi. Gli stava bene. Così adesso si rendeva conto
che cosa si provava a trovarsi davanti un mistero da risolvere.
Suonai precipitosamente. Mr Bernhard aprì la porta.
«Siamo di fretta?» domandò.
«Lei forse no, io però sì!»
Mr Bernhard alzò le sopracciglia.
«Mi scusi, ho dimenticato qualcosa d’importante.» Lo superai di
slancio e corsi su per le scale salendo i gradini due alla volta.
La prozia Maddy alzò lo sguardo stupefatta quando mi precipitai
nella stanza. «Pensavo che fossi già uscita, angelo mio.»
Ansimando guardai l’orologio appeso al muro. Erano passati venti
minuti da quando ero uscita dalla stanza.
«Comunque mi fa piacere che tu sia tornata. Mi ero dimenticata
di dirti che da Selfridges hanno anche le stesse caramelle senza
zucchero e la confezione è identica! Non ti sbagliare, perché quelle
senza zucchero fanno venire... ecco, la diarrea!»
«Zia Maddy, perché sono tutti così sicuri che sia Charlotte ad
avere il gene?»
«Perché... non puoi farmi una domanda più facile?» La prozia
Maddy aveva l’aria un po’ perplessa.
«Le hanno fatto degli esami del sangue? È possibile che qualcun
altro abbia il gene?» Il respiro pian piano mi si stava calmando.

«Charlotte è sicuramente una gene-portatrice.»
«Perché le hanno analizzato il DNA?»
«Tesoro, stai chiedendo alla persona sbagliata. Sono sempre stata
una frana in biologia, non so nemmeno che cosa sia questo DNA.
Credo che la cosa non riguardi tanto la biologia, quanto l’alta
matematica. Purtroppo anche in matematica prendevo pessimi voti.
Quando si tratta di numeri e formule mi tappavo letteralmente le
orecchie. Posso dirti soltanto che Charlotte è venuta al mondo
proprio il giorno definito per lei e calcolato da secoli.»
«È la data di nascita dunque a determinare se una persona
possiede il gene oppure no?» Mi morsi il labbro inferiore. Charlotte
era nata il 7 ottobre, io l’8. Tra di noi c’era solo un giorno di
differenza.
«Piuttosto direi il contrario», disse zia Maddy. «È il gene a
determinare il momento della nascita. È stato tutto calcolato con
precisione.»
«Se si fossero sbagliati?»

Di un giorno! Semplice. C’era stato uno scambio. Non era

Charlotte a possedere quel maledetto gene, bensì io. Oppure ce
l’avevamo entrambe. Ma... mi lasciai cadere sullo sgabello.
La prozia Maddy scrollò il capo. «Non si sono sbagliati, tesoro. Se
esiste una cosa che queste persone sanno fare proprio bene è
calcolare.»
Ma chi erano poi «queste persone»?
«A tutti può succedere di sbagliare almeno una volta», obiettai.
Zia Maddy sorrise. «A Isaac Newton temo di no.»
«È stato Newton a calcolare la data di nascita di Charlotte? »
«Mia cara, capisco la tua curiosità. Quando avevo la tua età, ero
come te. Ma, tanto per cominciare, a volte è meglio restare
all’oscuro e, secondariamente, vorrei davvero tanto avere le mie
caramelle al limone.»
«Ma non ha senso», dissi.
«Solo in apparenza.» La prozia Maddy mi accarezzò la mano.

«Anche se ne sai esattamente quanto prima, questa conversazione
deve restare tra di noi. Se tua nonna venisse a sapere tutto quello
che ti ho raccontato, si arrabbierebbe tantissimo. E quando si
arrabbia diventa persino più terribile del solito.»
«Stai tranquilla che non ti tradirò, zia Maddy. Ora vado a
prenderti le caramelle.»
«Sei davvero una brava bambina.»
«Vorrei farti ancora una domanda: quanto tempo passa dopo il
primo salto nel tempo prima che succeda di nuovo?»
La prozia sospirò.
«Ti prego», la implorai.
«Non credo che esista una regola», rispose. «Ogni gene-portatore
è un caso a sé. Ma nessuno è in grado di governare da solo i viaggi
nel tempo. Il fenomeno avviene tutti i giorni, in maniera
incontrollata, spesso persino più volte al giorno. Per questo il
cronografo è tanto importante. A quanto ho potuto capire, grazie al
suo aiuto Charlotte non finirà sballottata in su e in giù nel tempo,
ma potrà essere spedita con grande precisione in epoche sicure, dove
non potrà accaderle niente. Perciò non devi preoccuparti per lei.»
A dire la verità, ero molto più preoccupata per me.
«Per quanto tempo si scompare dal presente quando si rimane nel
passato?» domandai trafelata. «Ed è possibile che la seconda volta si
finisca indietro fino all’epoca dei dinosauri, dove qui c’era soltanto
una grande palude?»
La prozia mi zittì con un imperioso gesto della mano. «Ora basta,
Gwendolyn. Non so proprio niente di tutte queste cose!»
Ritrovai il mio contegno. «Ti ringrazio comunque per tutte le
risposte che mi hai dato», dissi. «Mi sei stata molto utile.»
«Non ne sono troppo convinta. Mi sento molto in colpa. In realtà
non avrei dovuto alimentare il tuo interesse, dal momento che io
stessa non dovrei saperne niente. Quando in passato chiedevo a mio
fratello – tuo nonno – lumi sull’argomento, ottenevo da lui sempre
la stessa risposta. Mi diceva: meno ne sai tanto è meglio per te.
Adesso vai a comprarmi le caramelle? Mi raccomando, non ti

sbagliare: quelle con lo zucchero.»
La prozia Maddy mi congedò con una strizzata d’occhi.
Com’era possibile che dei segreti potessero nuocere alla salute? E
quanto ne sapeva mio nonno di tutta questa faccenda?

«Isaac Newton?» ripeté Leslie perplessa. «Non era quello della forza
di gravità?»
«Esatto. Ma a quanto sembra è stato anche quello che ha
calcolato la data di nascita di Charlotte.»
Ero nel reparto latticini di Selfridges, davanti allo scaffale degli
yogurt, e con la mano destra mi tenevo il cellulare premuto
all’orecchio, mentre con la sinistra mi tappavo quell’altro.
«Purtroppo però nessuno crede che possa essersi sbagliato. Certo, del
resto chi ci crederebbe con uno come Newton! Ma deve per
forza aver commesso un errore, Leslie. Io sono nata un giorno dopo
Charlotte e ho fatto un salto nel tempo al posto suo.»
«Di sicuro è un mistero. Uffa, questo catorcio ci mette un secolo
per accendersi. Avanti, sbrigati, scemo!» esclamò Leslie rivolta al suo
computer.
«Oh, Leslie, è stato così... strano! Sono stata a un passo dal parlare
con i miei antenati! Sai, magari potevo incontrare quel grassone del
ritratto davanti alla porta segreta, il pro-pro-pro-prozio Hugh.
Sempre ammesso che fosse la sua epoca e non un’altra. Ho corso il
rischio di finire rinchiusa in manicomio.»
«Chissà che altro poteva capitarti!» osservò Leslie. «Continuo a
non capire. Sono tanti anni che fanno tutte quelle storie per
Charlotte, e poi guarda che cosa è successo! Devi raccontarlo subito
a tua madre. Anzi, devi tornare subito a casa. Potrebbe ricapitarti in
qualsiasi momento. »
«È spaventoso, vero?»
«Assolutamente sì. Okay, finalmente sono collegata. Per prima
cosa cerco Newton. E tu intanto torna a casa, forza! Per caso sai da
quanto tempo esiste Selfridges? Chissà, magari prima era una buca e

tu precipiti per una dozzina di metri!»
«La nonna darà fuori di matto, quando verrà a saperlo », dissi.
«Già, e la povera Charlotte... prova a pensare, per anni ha dovuto
rinunciare a tutto, e adesso non gliene viene neppure niente. Ecco, ci
sono. Newton. Nato a Woolsthorpe – e dov’è? – nel 1643, morto a
Londra nel 1727. Eccetera, eccetera. Qui non dice niente di viaggi nel
tempo, parla solo del calcolo infinitesimale. Mai sentito, tu? La
trascendenza di tutte le spirali... Quadratix, ottica, meccanica celeste,
bla-bla-bla, ah, ecco la legge gravitazionale... vabbe’, quella cosa
della trascendenza delle spirali mi sembra la più vicina ai viaggi nel
tempo, non trovi anche tu?»
«In tutta sincerità, no», risposi.
Accanto a me una coppia discuteva animatamente della marca di
yogurt da comperare.
«Ma sei sempre da Selfridges?» esclamò Leslie. «Vedi di tornare
subito a casa!»
«Mi sto muovendo», dissi, andando verso l’uscita con il sacchetto
di carta gialla con dentro le caramelle della prozia Maddy. «Leslie, a
casa non posso raccontare niente. Mi prenderebbero per pazza.»
Leslie sbuffò al telefono. «Gwen! Tutte le altre famiglie ti
sottoporrebbero a un consulto psichiatrico, ma non la tua! Non
fanno altro che parlare di viaggi nel tempo e cronometri e lezioni di
mistero.»
«Cronografi», la corressi. «È un aggeggio che funziona con il
sangue. Non lo trovi disgustoso?»
«Cro-no-gra-fo. Ce l’ho!»
Avanzai faticosamente tra la folla di Oxford Street e mi fermai a
un semaforo. «Zia Glenda dirà che mi sono inventata tutto per darmi
delle arie e rubare la scena a Charlotte. »
«E allora? Quando sparirai la prossima volta, si renderà conto
dell’errore.»
«E se non dovesse più capitare? Se si fosse trattato solo di una cosa
momentanea? Come un raffreddore.»

«Non ci credi nemmeno tu. Okay, un cronografo è un banalissimo
orologio da polso. Se ne trovano a quintali su eBay, a partire da 10
sterline.
Merda...
aspetta,
provo
a
cercare
Isaac
Newton e cronografo e viaggio nel tempo e sangue.»
«Allora?»
«Niente di niente.» Leslie sospirò. «Peccato non aver pensato
prima a fare queste ricerche. Vedrò di procurarmi per prima cosa dei
testi sull’argomento. Tutto quello che riesco a trovare sui viaggi nel
tempo. Altrimenti, che cosa me ne faccio di quella stupida tessera
della biblioteca? Dove sei?»
«Sto attraversando Oxford Street verso Duke Street.» Fui assalita
da un irrefrenabile risolino. «Me lo chiedi perché vuoi venire qui e
fare un cerchio con il gesso nel caso la comunicazione
s’interrompesse all’improvviso? Mi sono sempre chiesta a che cavolo
servisse il cerchio di gesso nel caso di Charlotte.»
«Mah, forse volevano spedirle dietro quell’altro viaggiatore del
tempo. Com’è che si chiama?»
«Gideon de Villiers.»
«Che nome figo. Provo a cercare anche questo. Gideon de Villiers.
Come si scrive?»
«E come faccio a saperlo io? Per tornare al gesso: ammesso che
fosse come dici tu, dove avrebbero spedito questo Gideon? Voglio
dire, in quale epoca? Charlotte avrebbe potuto essere ovunque. In
qualsiasi minuto, ora, anno e secolo. No, la storia del cerchio di
gesso non ha senso.»
Leslie cacciò un urlo così stridulo nel mio orecchio che rischiai di
lasciar cadere per terra il cellulare. «Gideon de Villiers. Ne ho trovato
uno.»
«Sul serio?»
«Già. Qui dice: la squadra di polo del Vincent College di

Greenwich si è aggiudicata anche quest’anno il campionato scolastico
nazionale di polo. Nella foto vediamo la squadra che festeggia la
vittoria. Da sinistra a destra, il direttore William Henderson,
l’allenatore John Carpenter, il capitano Gideon de Villiers... eccetera,

eccetera. Uau, è pure capitano. Peccato che la foto sia troppo
piccola e non si riesca a distinguere tra cavalli e persone. Gwen,
dove sei adesso?»
«Sempre in Duke Street. Corrisponde: collegio a Greenwich, polo,
è lui di sicuro. C’è scritto pure che di tanto in tanto gli piace
scomparire? Magari direttamente da cavallo?»
«Aspetta, l’articolo è di tre anni fa. Nel frattempo forse ha già
finito la scuola. Ti senti per caso mancare?»
«Finora no.»
«Dove sei esattamente?»
«Leslie! Sempre in Duke Street. Sto camminando più in fretta
possibile.»
«Okay, restiamo al telefono finché arrivi alla porta di casa e, non
appena entri, parli con tua mamma.»
Diedi un’occhiata all’orologio. «A quest’ora non è ancora tornata
dal lavoro.»
«Allora aspetti finché non sarà a casa, ma poi le parli, capito? Lei
saprà che cosa bisogna fare perché non ti succeda niente. Gwen? Sei
sempre lì? Mi hai capito?»
«Sì. Ho capito. Leslie?»
«Sì?»
«Sono contenta di avere te. Sei la migliore amica del mondo.»
«Anche tu non sei male come amica», disse Leslie. «Voglio dire, la
prossima volta mi potresti portare qualcosa di ganzo dal passato.
Quale amica potrebbe farlo? E la prossima volta che dobbiamo
studiare per uno stupido compito di storia potrai fare ricerche
direttamente sul posto. »
«Se non ci fossi tu, non saprei che cosa fare.» Mi rendevo conto io
stessa di sembrare un po’ lagnosa. Ma, santo cielo, mi sentivo
lagnosa.
«È possibile portare via degli oggetti dal passato?» domandò
Leslie.
«Non ne ho idea. Davvero, neppure lontanamente. La prossima

volta ci proverò. A proposito, ho raggiunto Grosvernor Square.»
«Ce l’hai quasi fatta, allora», esclamò Leslie sollevata. «A parte
questa storia del polo, Google non riporta altro su un Gideon de
Villiers. Però ci sono moltissimi link a una banca privata de Villiers e
uno studio legale de Villiers a Temple.»
«Sì, devono essere loro.»
«Ti senti mancare?»
«No, ma grazie di averlo chiesto.»
Leslie si schiarì la gola. «So che hai paura, ma per certi versi è
davvero tosto. Voglio dire, è un’avventura bell’e buona, Gwen. E tu
ci sei finita proprio in mezzo!»
Già. C’ero finita proprio in mezzo.
Che sfiga.
Leslie aveva ragione: non c’era motivo per supporre che mia madre
non mi avrebbe creduto. In effetti ascoltava da sempre con
commovente serietà le mie «storie di fantasmi». Potevo sempre
contare su di lei, se avevo qualche problema.
Quando abitavamo ancora a Durham, ero stata perseguitata per
mesi dal fantasma di un demone che in realtà avrebbe dovuto
svolgere la sua funzione di doccione in pietra sul tetto della
cattedrale. Si chiamava Asrael ed era un misto tra una persona, un
gatto e un’aquila. Quando si era accorto che riuscivo a vederlo, era
stato così entusiasta di poter finalmente parlare con qualcuno che mi
seguiva dovunque, correndo o svolazzando, mi tormentava e di
notte pretendeva persino di dormire nel mio letto. Dopo aver
superato l’iniziale paura – al pari di tutti i doccioni Asrael era
corredato da un grugno decisamente spaventoso – , pian piano
eravamo diventati amici. Purtroppo non si era potuto trasferire con
me a Londra e ne sentivo ancora la mancanza. I pochi demonidoccioni che avevo visto qui a Londra erano piuttosto antipatici,
quantomeno finora non avevo incontrato nessuno che fosse
all’altezza di Asrael.
Siccome la mamma aveva creduto all’esistenza di Asrael, di sicuro



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