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1fallen .pdf



Nome del file originale: 1fallen.pdf
Autore: Aya

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Basta un istante per sconvolgere un'esistenza. A cambiare quella di
Lucinda, diciassette anni, è stato l'incidente in cui è morto un suo
caro amico. E lei ha visto addensarsi di nuovo le ombre scure che la
perseguitano da quando è bambina. Guardata con sospetto dalla
polizia e da chi la ritiene responsabile della morte dell'amico, Luce così la chiamano tutti - è costretta a entrare in un istituto
correzionale. Nessun contatto con il mondo esterno, telecamere di
sorveglianza, ragazzi e ragazze dal passato oscuro e disturbato sono
tutto ciò che trova alla scuola Sword & Cross.
E poi appare Daniel. Il cuore di Luce le dice di averlo già
incontrato, ma nella sua mente si accendono solo rari lampi di
ricordi troppo brevi per essere veri. Soltanto quando rischia di
perderla, Daniel decide di uscire allo scoperto: i loro cuori si
conoscono da sempre, da tutte le vite che Luce non ricorda ancora
di aver vissuto.

LAUREN KATE è cresciuta a Dallas, è andata a scuola ad Atlanta e
ha cominciato a scrivere a New York. Laureata in scrittura creativa,
vive a Los Angeles con il marito.

In copertina
illustrazione di © 2009 Fernanda Brussi Goncalves
Progetto grafico di Angela Carlino
ISBN 978-88-17-04099-0

LAUREN KATE

Traduzione di SERENA DANIELE

Titolo originale: FALLEN
© 2009 Tìnderbox Books, LLC e Lauren Kate
Progetto grafico degli interni di Angela Carlino
Tutti i diritti riservati
Pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 da Delacorte Press, un marchio
di Random House Children's Books, una divisione di Random
House, Inc., New York
Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi
narrati sono il frutto della fantasia dell'autrice o sono usati in
maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o
defunte, eventi o luoghi esistenti è da ritenersi puramente casuale.
© 2010 RCS Libri S.p.A., Milano
II edizione Rizzoli Narrativa giugno 2010
ISBN 978-88-17-04099-0

VOLUME 034

ALLA MIA FAMIGLIA,
CON GRATITUDINE E AMORE

RINGRAZIAMENTI
Un grazie enorme a tutta la Random House e la Delacorte Press,
per aver fatto così tanto, così in fretta e così bene. A Wendy Loggia,
che mi ha spronato sin dall'inizio con la sua grande generosità e il
suo entusiasmo. A Krista Vitola, per il lavoro dietro le quinte
immensamente utile. A Brenda Schildgen della UC Davies, per i
consigli sull'ambientazione. A Nadia Cornier, per aver aiutato il
progetto a decollare. A Ted Malawer, per la sua guida editoriale
acuta, leggiadra e divertente. A Michael Stearns, ex boss, ora fidato
collega e amico. Sei un genio, punto e basta.
Ai miei genitori; ai miei nonni; a Robby, Kim e Jordan; e alla mia
nuova famiglia in Arkansas. Non ci sono parole sufficienti per
descrivere il vostro incrollabile sostegno. Vi voglio bene.
E a Jason, che mi parla dei personaggi come se fossero veri, finché
non riesco a comprenderli. Tu mi ispiri, mi sfidi, mi fai ridere ogni
giorno. Il mio cuore è tuo.

Ma il paradiso e chiuso e sbarrato...
Dobbiamo viaggiare intorno al mondo
Per vedere se un uscio è rimasto aperto.

—HEINRICH VON KLEIST, Sul teatro di

marionette

IN PRINCIPIO

HELSTON, INGHILTERRA,
SETTEMBRE 1854
Verso mezzanotte, infine, gli occhi presero forma. Lo sguardo era
felino, determinato e incerto allo stesso tempo... prometteva guai.
Sì, erano proprio i suoi occhi. Si aprivano sotto la bella fronte
aggraziata, a pochi centimetri dalla scura cascata dei capelli.
Tenne il foglio davanti a sé, per valutare i progressi. Era difficile
lavorare senza di lei, ma non avrebbe mai potuto disegnarla in sua
presenza. Da quando era arrivata da Londra - no, da quando l'aveva
vista per la prima volta - aveva dovuto preoccuparsi di tenerla
sempre a distanza.
La sentiva ogni giorno più vicina, e ogni giorno era più difficile
del precedente. Ecco perché sarebbe partito il mattino dopo.
Americhe, India... non lo sapeva e non gli importava. Dovunque
fosse finito, sarebbe stato più facile che restare lì.
Si chinò di nuovo sul disegno. Corresse con il pollice la sbavatura
del carboncino sulle labbra carnose, sospirando. Quel foglio
inanimato, impostore crudele, era l'unico modo che aveva per
portarla con sé.
Poi, raddrizzandosi sulla sedia di pelle della biblioteca, lo sentì.
Quel lieve calore sulla nuca.

Lei.
La sua sola vicinanza gli dava una sensazione insolita, simile al
calore emanato dal legno che si sfalda in cenere in un fuoco. Lo
sapeva senza voltarsi: Lei era lì. Appoggiò il ritratto a faccia in giù sui
libri che aveva in grembo, ma non poteva sfuggirle.

Lo sguardo gli cadde sul divano color avorio del salotto, dove
poche ore prima lei era apparsa inaspettatamente, quando i suoi
amici ormai erano già arrivati, in un abito di seta rosa, per
applaudire la bella esibizione al clavicembalo della figlia maggiore
del padrone di casa. Scoccò un'occhiata alla stanza, e poi alla
veranda oltre la finestra, dove il giorno prima lei gli si era avvicinata
furtiva, reggendo un mazzolino di peonie selvatiche bianche. Era
ancora convinta che l'attrazione per lui fosse innocente, che i loro
frequenti incontri nel gazebo fossero solo... liete coincidenze.
Quanto era ingenua! Non le avrebbe mai raccontato la verità: quello
era il suo segreto.
Si alzò e si voltò, lasciando i disegni sulla sedia. Ed eccola lì,
vestita di bianco, appoggiata alla tenda di velluto rossa. Le nere
trecce erano sciolte. Aveva lo stesso sguardo che lui aveva disegnato
così tante volte. Le sue guance erano accese. Era arrabbiata?
Imbarazzata? Desiderava saperlo, ma non poteva permettersi di
chiederlo.
«Cosa ci fate qui?» Sentì l'acredine nella propria voce, e si pentì di
tanta asprezza, sapendo che lei non avrebbe mai capito.
«Non... non riuscivo a dormire» balbettò lei, avvicinandosi al
fuoco e alla sua sedia. «Ho visto la luce accesa nella vostra stanza e
poi...» tacque, guardandosi le mani «... il vostro baule fuori dalla
porta. Siete in partenza?»
«Ve l'avrei detto...» e s'interruppe. Non doveva mentire: non
aveva mai avuto intenzione di metterla a parte dei suoi piani.
Avrebbe solo reso le cose più difficili. Si era già spinto troppo oltre,
nella speranza che quella volta sarebbe stato diverso.
Lei si avvicinò, e il suo sguardo si posò sull'album. «Mi stavate
facendo un ritratto?»
La sorpresa nella sua voce gli ricordò l'abisso di conoscenza che li
divideva. Dopo tutto il tempo trascorso insieme nelle ultime
settimane, lei non aveva la più vaga idea di che cosa si nascondesse
dietro quell'attrazione.
Era un bene, o, quantomeno, era meglio così. Negli ultimi giorni,
da quando lui aveva deciso di partire, aveva fatto di tutto per

tenersi lontano da lei. Riuscirci aveva richiesto un tale sforzo che,
non appena si era ritrovato da solo, aveva dovuto cedere al
desiderio represso di ritrarla. Aveva riempito l'album di bozzetti del
suo collo arcuato, della sua clavicola marmorea, del nero abisso dei
suoi capelli.
Ora riguardava i disegni. Ciò che provava non era vergogna per
essere stato sorpreso a ritrarla, ma qualcosa di molto peggio. Un
brivido gelido lo pervase al pensiero che quella scoperta - la
manifestazione fisica di ciò che lui provava - l'avrebbe distrutta.
Avrebbe dovuto essere più cauto. Cominciava sempre allo stesso
modo.
«Latte caldo con un cucchiaio di melassa» mormorò, continuando
a darle le spalle. Poi aggiunse, triste: «Vi aiuterà a dormire.»
«Come fate a saperlo? E' proprio quello che mia madre...»
«Lo so» disse lui, voltandosi verso di lei. Non era sorpreso dallo
stupore nella voce di lei, eppure non poteva spiegarle perché, o dirle
quante volte in passato, al calar delle tenebre, le aveva preparato la
medesima bevanda, o l'aveva tenuta fra le braccia finché non si era
addormentata.
Sentì il tocco di lei come fuoco attraverso la camicia, sentì la sua
mano leggera sulla spalla, e trattenne il respiro. Non si erano ancora
toccati in questa vita, e il primo contatto lo lasciava sempre senza
fiato.
«Rispondetemi» sussurrò lei. «State partendo?»
«Sì.»
«Allora portatemi con voi» disse, precipitosa. E in quel momento,
lui la vide trarre un profondo respiro, come se si fosse pentita del
suo appello. Dal corrucciarsi della fronte riusciva a cogliere le
emozioni che si susseguivano in lei: prima l'impeto, poi lo sconcerto,
infine la vergogna per la propria sfrontatezza. Era sempre così, e
troppe volte in passato lui aveva commesso l'errore di consolarla in
quel preciso momento.
«No» sussurrò allora, ricordando... ricordando sempre... «Salperò
domani. Se tenete a me, non dite un'altra parola.»

«Se tengo a voi» ripetè lei, come parlando a se stessa, «io... io vi
amo...»
«No.»
«Devo dirvelo. Io... io vi amo, ne sono certa, e se voi partite...»
«Se parto, vi salverò la vita.» Parlò lentamente, cercando di
raggiungere la parte di lei in grado di ricordare. Se anche ci fosse
stata, dov'era sepolta? «Certe cose sono più importanti dell'amore.
Non capirete, ma dovete fidarvi di me.»
Gli occhi di lei lo trafissero. Fece un passo indietro, incrociò le
braccia sul petto. Anche di questo lui era responsabile: quando le
elargiva le proprie verità dall'alto riusciva sempre a scatenare il suo
lato sprezzante.
«Intendete dire che ci sono cose più importanti di questo?» lo
sfidò lei, afferrandogli le mani e portandosele al cuore.
Oh, poter essere lei e non sapere che cosa stava per succedere! O
almeno essere più forti di così, e riuscire a fermarla. Se non l'avesse
fermata, lei non avrebbe mai capito, e il passato si sarebbe ripetuto
ancora, torturandoli senza fine.
A quel tocco, al calore familiare della sua pelle, lui gettò indietro
il capo e gemette. Cercava di ignorare quanto fosse vicina, quanto
conoscesse bene la sensazione delle sue labbra sulle proprie, quanto
fosse amara la consapevolezza che tutto questo dovesse finire. Ma le
dita di lei cercavano le sue con tanta leggerezza... Riusciva a sentire il
cuore di lei battere tumultuoso sotto l'abito.
Aveva ragione. Non c'era niente di più importante.
Non c'era mai stato. Stava per arrendersi e prenderla tra le
braccia, quando colse il lampo nei suoi occhi. Come se avesse visto
un fantasma.
Fu lei a ritrarsi, portandosi una mano alla fronte.
«Ho una sensazione stranissima» sussurrò.
No... Era già troppo tardi?
Lei socchiuse gli occhi come nel ritratto; si avvicinò di nuovo, e gli
mise le mani sul petto, le labbra in attesa. «Penserete che sono pazza,

ma sarei pronta a giurare che sono già stata qui...»
Allora era davvero troppo tardi. Guardò in alto con un brivido:
riusciva quasi a sentire l'oscurità discendere su di loro. Colse l'ultima
occasione di afferrarla, di stringerla come aveva desiderato
ardentemente per settimane.
Non appena le loro labbra si fusero, entrambi rimasero indifesi. Il
sapore di caprifoglio sulla bocca di lei gli diede le vertigini. Più lei gli
si stringeva, più lui sentiva contrarsi le viscere per l'emozione e
l'angoscia di ciò che stava accadendo. La lingua di lei trovò la sua, e
il fuoco tra loro divampò, più luminoso, più ardente, più feroce a
ogni nuovo tocco, a ogni nuova esplorazione. Eppure niente di tutto
questo era nuovo.
La stanza tremò. Un'aura prese a brillare attorno a loro.
Lei non si accorse di nulla, inconsapevole, ignara di tutto al di
fuori di quel bacio.
Lui soltanto sapeva che cosa stava per accadere, quali oscuri
guardiani stavano per precipitarsi sulla loro unione. Anche se ancora
una volta non poteva modificare il corso degli eventi, lo sapeva.
Le ombre vorticarono sopra di loro, così vicine che lui avrebbe
potuto toccarle. Così vicine che si chiese se anche lei riuscisse a
sentire ciò che sussurravano.
Osservò la nuvola passare sul volto di lei. Vide, per un istante,
una scintilla di comprensione brillare nei suoi occhi.
Poi non ci fu più nulla.

UNO

PERFETTI SCONOSCIUTI
Luce irruppe nell'atrio illuminato al neon della Sword & Cross
School dieci minuti più tardi del dovuto. Un custode dall'ampio
torace, guance rosse e un blocco per appunti stretto sotto un bicipite
di ferro stava impartendo ordini, quindi Luce era già rimasta
indietro.
«Allora ricordate: pillole, letti e spie» abbaiò il custode a tre
studenti di cui Luce non riusciva a vedere il viso, perché le davano le
spalle. «Ricordatevi le regole di base, e nessuno si farà male.»
Luce si infilò rapida nel gruppetto. Stava ancora cercando di
capire se aveva compilato nel modo giusto la gigantesca pila di
documenti, se quella guida dalla testa rasata era un uomo o una
donna, se qualcuno poteva aiutarla a portare l'enorme sacca da
viaggio, se i suoi genitori, dopo averla mollata lì, si sarebbero disfatti
della sua amata Plymouth Fury non appena tornati a casa. Avevano
minacciato di vendere la macchina per tutta l'estate, e ora avevano
un motivo che nemmeno Luce poteva contestare: nella nuova scuola
nessuno poteva tenere un'auto. Nel nuovo istituto correzionale, per
l'esattezza.
Doveva ancora abituarsi a quella formula.
«Potrebbe, ehm, potrebbe ripetere?» domandò al custode.
«Cos'era, pillole...?»
«Guarda un po' cosa ci porta il vento» ribatté la guida a voce alta.

Poi proseguì, scandendo piano: «Pillole. Se sei uno studente in
terapia, qui è dove venire a prendere quello che ti serve per
drogarti, restare sano di mente, respirare o quant'altro.»

Donna, si disse Luce, studiandola. Nessun uomo sarebbe stato

tanto malizioso da usare un tono così dolciastro.
«Capito.» A Luce venne la nausea. «Pillole.»

Non era più sotto farmaci da anni. Dopo l'incidente di quell'estate
il dottor Sanford - il suo analista a Hopkinton, nonché il motivo per
cui i suoi genitori l'avevano spedita a scuola nel New Hampshire aveva preso in considerazione di sottoporla nuovamente alla terapia
farmacologica. Nonostante alla fine lei l'avesse convinto di essere
quasi stabile, c'era voluto un mese in più di analisi per liberarsi di
quegli orrendi psicofarmaci.
Ed ecco perché si era iscritta alla Sword & Cross con un mese di
ritardo rispetto all'inizio dell'anno accademico. Essere quella nuova
era già abbastanza brutto, ma questa volta c'era stata anche l'ansia di
piombare nel bel mezzo di corsi in cui tutti gli altri si erano già
ambientati. A giudicare dalla visita guidata della scuola, però, Luce
non doveva essere l'unica appena arrivata.
Scoccò un'occhiata furtiva agli altri tre, in semicerchio attorno a
lei. Nell'ultima scuola, Dover Prep, aveva conosciuto così la sua
migliore amica, Callie. Tutti gli altri studenti in pratica erano cresciuti
insieme, e a loro era bastato essere le uniche a non avere genitori o
fratelli che avessero studiato lì. Ma poco dopo avevano scoperto di
condividere la stessa passione per gli stessi vecchi film, soprattutto
quelli con Albert Finney. Quando poi, sempre durante il primo anno
(mentre guardavano Due per la strada), avevano scoperto che
nessuna delle due riusciva a preparare i popcorn senza far scattare
l'allarme antincendio, Callie e Luce erano diventate inseparabili.
Finché... finché non erano state costrette a dividersi.
Accanto a Luce quel giorno c'erano due ragazzi e una ragazza. La
ragazza sembrava facile da inquadrare: bionda e carina come in una
pubblicità della Neutrogena, con unghie rosa pastello in tinta con la
cartellina di plastica.
«Mi chiamo Gabbe» disse strascicando le parole, abbagliandola

con un gran sorriso che svanì con la stessa rapidità con cui era
apparso, prima ancora che Luce potesse presentarsi. Più che la
ragazza tipo che si aspettava di trovare alla Sword & Cross,
quell'interesse passeggero le sembrò una versione del Sud delle
ragazze di Dover. Luce non sapeva dire se fosse consolante o no, e
nemmeno riuscì a immaginare che cosa ci facesse in un correzionale
una ragazza del genere.
Alla destra di Luce c'era un ragazzo con i capelli corti castani,
occhi castani e una spruzzata di lentiggini sul naso. Dal modo in cui
evitava di guardarla, limitandosi a tormentarsi una pellicina del
pollice, Luce capì che probabilmente era stordito e imbarazzato
quanto lei.
Il ragazzo alla sua sinistra, invece, combaciava fin troppo bene
con l'idea che Luce si era fatta di quel posto. Era alto e magro, con
una borsa da DJ appesa alla spalla, capelli neri arruffati e occhi verdi,
grandi e profondi. Aveva le labbra piene, di un rosa per cui molte
ragazze avrebbero dato qualsiasi cosa. Dal bordo della maglietta
nera, sulla nuca, spuntava il tatuaggio di un sole che sulla pelle chiara
pareva quasi risplendere.
A differenza degli altri due, quando si voltò a guardarla, il
ragazzo non distolse gli occhi. Il sorriso era forzato, ma lo sguardo
era caldo e vivace. La fissò, immobile come una statua, e anche Luce
si sentì inchiodata al suolo. Trattenne il respiro. Quegli occhi erano
intensi, seducenti e be', disarmanti.
Schiarendosi rumorosamente la gola, la custode strappò il ragazzo
al suo sguardo trasognato. Luce arrossì e finse di essere molto
occupata a grattarsi la testa.
«Quelli di voi che sanno già tutto sono liberi di andare dopo aver
buttato via gli oggetti vietati.» La custode indicò una grossa scatola di
cartone sotto un cartello che diceva a grandi lettere nere OGGETTI
PROIBITI. «E quando dico liberi, Todd» calò una mano sulla spalla
del ragazzo con le lentiggini, facendolo sussultare «intendo obbligati
a incontrare le vostre guide.» Puntò il dito contro Luce. «Tu, via la
roba vietata e rimani con me.»
I quattro si avvicinarono alla scatola e Luce vide, sconcertata, che
i ragazzi cominciavano a svuotarsi le tasche. La ragazza estrasse un

coltellino svizzero rosa da dieci centimetri. Il tipo dagli occhi verdi si
separò con una certa riluttanza da una bomboletta di vernice spray e
un taglierino. Perfino il povero Todd lasciò cadere nello scatolone
parecchie confezioni di fiammiferi e una piccola bomboletta di gas
per accendini. Luce si sentì quasi stupida a non avere niente di
pericoloso con sé, ma quando vide gli altri frugare nelle tasche e
buttare i cellulari nella scatola, rimase a bocca aperta.
Chinandosi in avanti per leggere più da vicino la scritta OGGETTI
PROIBITI, notò che cellulari, cercapersone e ogni altro apparecchio
di trasmissione e ricezione erano severamente proibiti. Come se non
fosse già abbastanza brutto non avere un'auto! Luce strinse con la
mano sudata il telefono che teneva in tasca, il suo unico
collegamento con il mondo esterno. La custode colse il suo sguardo,
e la schiaffeggiò leggermente sulla guancia. «Non svenirmi addosso,
piccola, non mi pagano abbastanza per resuscitarti. E poi, ti spetta
una telefonata alla settimana nell'atrio principale.» Una telefonata...
alla settimana? Ma... Guardò il cellulare un'ultima volta e si accorse
che le erano arrivati due messaggi. Sembrava impossibile che fossero
gli ultimi. Il primo era di Callie.

Chiama subito! Ti aspetto vicino al tel tutta la notte quindi
preparati a vuotare il sacco. E ricorda il mantra che ti ho dato: Ce la
farai! Cmq, per quello che importa, mi sa che tutti si sono
dimenticati...
Tipico di Callie: il messaggio era così lungo che quello schifo di
telefono aveva tagliato le ultime righe. In un certo senso, Luce ne fu
quasi sollevata. Non voleva leggere che tutti alla sua vecchia scuola
avevano già dimenticato ciò che le era successo, ciò che aveva fatto
per approdare in quel posto.
Sospirò e passò al secondo sms. Era di sua madre, che aveva la
mania dei messaggi solo da poche settimane, e di sicuro non era al
corrente della telefonata settimanale, o non avrebbe mai
abbandonato sua figlia lì. Giusto?

Cara, ti pensiamo sempre. Fai la brava e cerca di mangiare
abbastanza proteine. Parleremo appena possibile.
Baci, mamma e papà
Luce sospirò. I suoi genitori lo sapevano. Come spiegare altrimenti
le loro facce tese quando li aveva salutati fuori da scuola quella
mattina, sacca da viaggio in mano? A colazione, aveva cercato di
scherzare sul fatto che avrebbe finalmente perso quel tremendo
accento del New England che aveva preso alla Dover, ma i suoi non
le avevano rivolto nemmeno l'accenno di un sorriso. Luce aveva
pensato che fossero ancora arrabbiati. Non strillavano mai, e
quando lei perdeva il controllo si limitavano a rispondere con un
muro di silenzio. Ora capiva la ragione del loro comportamento: i
suoi stavano già soffrendo della perdita di contatti con la loro unica
figlia.
«Manca ancora qualcuno...» cantilenò la custode. «Chissà chi è.»
Luce riportò di scatto l'attenzione sulla scatola, ora piena fino all'orlo
di oggetti che non riusciva nemmeno a riconoscere. Sentiva su di sé
gli occhi verdi del ragazzo dai capelli scuri, ma poi si accorse che la
stavano fissando tutti. Toccava a lei. Chiuse gli occhi e aprì
lentamente la mano: il cellulare cadde sul mucchio con un tonfo
triste. Il rumore della solitudine.
Todd e la bambola di plastica Gabbe si avviarono verso la porta
riservando a Luce appena un'occhiata, ma il terzo ragazzo si voltò
verso la custode.
«Posso informarla io» disse, indicando Luce con un cenno.
«Non fa parte degli accordi» rispose automaticamente la donna,
come se si fosse aspettata quello scambio di battute. «Sei uno nuovo,
adesso: vuol dire che hai le stesse restrizioni dei nuovi. Sei tornato al
via. Se non ti piace, avresti dovuto pensarci due volte prima di
infrangere la tua promessa.»
Il ragazzo rimase immobile, inespressivo, mentre la custode
spingeva Luce - che si era irrigidita alla parola "promessa" - verso un
atrio ingiallito.
«Muoversi» aggiunse, come se nulla fosse. «Letti.» Indicò la finestra

esposta a ovest di un edificio color cenere. Gabbe e Todd iniziarono
a camminare strascicando i piedi in quella direzione, e il terzo
ragazzo li seguì lentamente, come se raggiungerli fosse l'ultima delle
cose che aveva in programma di fare.
Il dormitorio degli studenti era un edificio grigio imponente e
squadrato, con porte massicce che non lasciavano trapelare
all'esterno alcun segno di vita. C'era una grande targa di pietra in
mezzo al prato: Luce l'aveva vista sul sito web della scuola, e
ricordava che sopra c'era scritto PAULINE DORMITORY. Al pallido
sole del mattino sembrava perfino più brutta di quanto lo fosse nella
piatta fotografia in bianco e nero.
La facciata era coperta di muffa nera, visibile perfino da quella
distanza. Tutte le finestre erano chiuse da file di spesse sbarre
d'acciaio. Luce strizzò gli occhi. Era filo spinato quello in cima al
recinto che circondava l'edificio?
La custode consultò una tabella, sfogliando la pratica di Luce.
«Stanza 63. Metti la borsa nel mio ufficio insieme a quelle degli altri,
per ora. Potrai disfarla nel pomeriggio.»
Luce trascinò la sacca da viaggio rossa verso tre anonimi bauli
neri, poi d'istinto cercò il telefono dove in genere si appuntava le
cose da ricordare. Ma dopo aver frugato nella tasca vuota, sospirò e
cercò di imparare a memoria il numero della stanza.
Continuava a non capire perché non potesse semplicemente stare
dai suoi; la casa di Thunderbolt era a meno di mezz'ora dalla Sword
& Cross. Era stato così bello tornare a Savannah, dove, come diceva
sempre sua madre, perfino il vento soffiava pigro. I ritmi dolci e lenti
della Georgia le erano molto più congeniali del New England.
La Sword & Cross non somigliava affatto a Savannah, però. Non
somigliava a niente, tranne che a un posto senza vita e senza colore
dove era stata mandata per decisione del tribunale. Aveva ascoltato
di nascosto suo padre parlare al telefono con il preside, annuendo in
quel suo modo svanito da professore di biologia, per poi dire: "Sì, sì,
forse la cosa migliore per lei è essere costantemente sorvegliata. No,
no, non intendiamo interferire con il vostro metodo."
Era chiaro che suo padre non sapeva come sarebbe stata

sorvegliata la sua unica figlia. Quel posto sembrava un carcere di
massima sicurezza.
«E cosa diceva di quelle... come le ha chiamate? Spie?» chiese Luce
alla custode, già pronta a concludere il giro.
«Spie» ripetè l'altra, indicando con un cenno un piccolo dispositivo
appeso al soffitto: un obbiettivo con una lucina rossa intermittente.
All'inizio Luce non l'aveva notato, ma non appena lo vide, si accorse
che ce n'erano ovunque.
«Telecamere?»
«Molto brava» rispose la custode, con la voce piena di
condiscendenza. «Ve le segnaliamo per avvertirvi. Vi tengono
d'occhio sempre, dappertutto. Quindi non andare fuori di testa... se
ci riesci.»
Ogni volta che qualcuno le parlava come se fosse una psicopatica,
Luce si convinceva sempre un po' di più di esserlo davvero.
I ricordi l'avevano tormentata per tutta l'estate, in sogno e nei rari
momenti in cui i suoi genitori la lasciavano sola. Era successo
qualcosa in quel bungalow, e tutti (lei compresa) morivano dalla
voglia di sapere che cosa. La polizia, il giudice, l'assistente sociale...
tutti avevano cercato di cavarle fuori la verità, ma Luce ne sapeva
quanto loro. Lei e Trevor si erano divertiti per tutta la sera,
inseguendosi fino alla fila di casette in riva al lago, lontani dagli altri
invitati alla festa. Luce aveva cercato di spiegare che era stata una
delle più belle serate della sua vita, finché non si era trasformata
nella peggiore.
Aveva rivissuto quella serata ancora e ancora - la risata di Trevor
nelle orecchie, le sue mani che le cingevano la vita - cercando di
conciliare i ricordi con il fatto che il suo istinto le diceva di essere
innocente.
Ma ora, tutte le regole della Sword & Cross parevano andare
contro quella convinzione, sembravano suggerire che lei era davvero
pericolosa e che aveva davvero bisogno di essere tenuta sotto
controllo.
Luce sentì una stretta salda sulla spalla.

«Ascolta» disse la custode. «Se può farti sentire meglio, ci sono casi
ben peggiori, qui.»
Era il primo gesto di umanità che mostrava nei suoi confronti, e
Luce era certa che fosse dettato da buone intenzioni. Ma... l'avevano
mandata laggiù a causa della morte sospetta del ragazzo di cui era
innamorata e comunque c'erano "casi ben peggiori"? Luce si chiese
con che cosa avessero a che fare di preciso alla Sword & Cross.
«Okay, fine dell'orientamento» disse la custode. «Ora devi
cavartela da sola. Ecco una mappa per trovare qualunque cosa ti
serva.» Le consegnò la fotocopia di una rozza cartina disegnata a
mano, poi diede un'occhiata all'orologio. «Manca ancora un'ora alla
tua prima lezione, ma ho già abbastanza gatte da pelare, quindi»
agitò la mano «sparisci. E non dimenticare» aggiunse, indicando le
telecamere un'ultima volta, «le spie ti tengono d'occhio.»
Prima che Luce potesse ribattere, comparve una ragazza magra e
bruna, che le agitò le lunghe dita davanti al viso.
«Ooooooh» cantilenò cupa, danzando in cerchio intorno a Luce.
«Le spie ti tengono d'ooooocchio!»
«Vattene, Arriane, o ti faccio lobotomizzare» replicò la custode,
lasciandosi però sfuggire un sorriso fugace ma sincero, dal quale si
capiva che per quella ragazza nutriva una sorta di ruvido affetto.
E si capiva anche che Arriane non lo ricambiava. Le fece un gesto
osceno, poi fissò Luce con aria di sfida.
«E con questo» ribatté la custode, scribacchiando furiosa sul suo
taccuino, «ti sei appena guadagnata il compito di portare a spasso
Miss Sorriso oggi.»
Indicò Luce che, vestita di nero da capo a piedi, tutto sembrava
tranne che sorridente. Nella sezione "Norme per l'abbigliamento" il
sito della scuola assicurava che, fino a quando si fossero comportati
bene, gli studenti erano liberi di vestirsi come volevano, con solo
due piccole limitazioni: stile sobrio e colore nero. E la chiamavano
libertà...
La maglia a lupetto troppo grande che sua madre le aveva
imposto quella mattina le nascondeva le forme, e perfino la sua cosa
più bella era scomparsa: i folti capelli neri, di solito lunghi fino alla

vita, erano stati rasati. L'incendio della casetta le aveva bruciacchiato
i capelli fino alla radice in alcuni punti, e dopo il lungo, silenzioso
viaggio di ritorno a casa da Dover, sua madre l'aveva messa nella
vasca da bagno, aveva preso il rasoio elettrico del marito e l'aveva
rasata senza dire una parola. Durante l'estate i capelli le erano
ricresciuti un po', ma quelle che una volta erano onde invidiabili
spuntavano ora in bizzarri ciuffetti appena sotto le orecchie.
Arriane la esaminò, tamburellandosi con un dito le labbra pallide.
«Perfetto» disse, prendendo Luce sottobraccio. «Avevo proprio
bisogno di una schiava nuova.»
La porta dell'atrio si aprì, ed entrò il ragazzo dagli occhi verdi.
Scosse il capo e disse a Luce: «Qui non si fanno problemi a
perquisirti. Quindi, se hai altra roba» alzò un sopracciglio e buttò una
manciata di oggetti disparati nella scatola, «risparmiati il fastidio.»
Alle spalle di Luce, Arriane ridacchiò. Il ragazzo alzò la testa di
scatto, e quando vide Arriane aprì la bocca, ma poi la richiuse,
incerto.
«Arriane» disse in tono neutro.
«Cam» replicò lei.
«Lo conosci?» sussurrò Luce, chiedendosi se anche negli istituti
correzionali si formassero lo stesso tipo di gruppetti che c'erano nelle
prep school come Dover.
«Non ricordarmelo» rispose Arriane trascinando Luce nel mattino
grigio e nebbioso.
Sul retro, l'edificio principale dava su un marciapiede malmesso
che costeggiava un campo incolto. L'erba era così alta da farlo
sembrare più un terreno in vendita che uno spazio comune, ma un
tabellone sbiadito e una serie di tribune di legno lasciavano
intendere il contrario.
Oltre il prato c'erano quattro edifici dall'aria severa: il palazzo
color cenere del dormitorio all'estrema sinistra, un'enorme, brutta
chiesa all'estrema destra e nel mezzo due costruzioni massicce che, si
disse Luce, dovevano essere le aule.
Ecco tutto. Il suo mondo era ridotto a quel triste panorama.

Arriane svoltò subito a destra e guidò Luce verso il campo,
facendola sedere su uno degli spalti fradici.
A Dover nello spazio comune c'erano sempre studenti della Ivy
League alle prese con gli allenamenti, e Luce aveva sistematicamente
evitato di andarci. Ma quel campo vuoto, con i pali delle mete
arrugginiti e deformati, raccontava una storia molto diversa, che
Luce faceva fatica a immaginare. Tre avvoltoi collorosso scesero in
picchiata, e un vento triste agitò i rami nudi delle querce. Luce
rabbrividì e infilò il mento nel collo del lupetto.
«Allooooora» disse Arriane. «Hai conosciuto Randy.»
«Avevo capito che si chiamasse Cam.»
«Non stiamo parlando di lui» ribatté Arriane, brusca. «Ma della
cosa là dentro.» Arriane indicò con un cenno l'ufficio dove avevano
lasciato la custode, davanti alla tivù. «Allora, maschio o femmina?»
«Ehm, femmina?» azzardò Luce. «È un test?»
Arriane sorrise. «Il primo di una lunga serie. E tu l'hai passato.
Almeno credo. Il sesso della maggior parte del corpo insegnante è
materia di dibattito in tutta la scuola. Non preoccuparti, entrerai
anche tu nel giro.»
Luce pensò che Arriane stesse scherzando... il che era fantastico.
Ma lì era tutto così diverso dalla Dover. Nella sua vecchia scuola, i
futuri senatori, con le loro cravatte verdi e i capelli lisciati con il gel,
in pratica scivolavano lungo i corridoi in quel signorile silenzio con
cui il denaro sembra ammantare ogni cosa.
Molto spesso gli altri studenti di Dover le scoccavano occhiate del
tipo "non toccare le pareti con quelle mani". Cercò di immaginare
Arriane nella sua vecchia scuola: a perdere tempo sugli spalti,
facendo battute volgari con la sua voce acuta. Cercò di immaginare
che cosa avrebbe pensato Callie di lei. Non c'era nessuno come
Arriane alla Dover Prep.
«Okay, sputa il rospo» ordinò Arriane. Si lasciò cadere sul sedile
più alto, fece cenno a Luce di seguirla e chiese: «Cos'hai fatto per
finire qui?»
L'aveva detto in tono scherzoso, ma Luce d'improvviso sentì che

doveva sedersi. Era assurdo, ma aveva quasi sperato di superare il
primo giorno di scuola senza che il passato l'aggredisse, strappandole
via il suo fragile strato di calma. Ovviamente, però, gli altri volevano
sapere.
Sentiva il sangue pulsare nelle tempie. Succedeva ogni volta che
provava a ripensarci, a ripensare davvero a quella notte. Non aveva
mai smesso di sentirsi in colpa per quello che era successo a Trevor,
ma aveva anche cercato con tutte le forze di non farsi risucchiare
dalle ombre, l'unica cosa che per il momento ricordava
dell'incidente. Quelle sagome oscure e indefinibili di cui non avrebbe
mai parlato con nessuno.
Aveva cominciato a raccontare a Trevor della strana presenza che
sentiva, delle ombre informi che incombevano su di loro,
minacciando di rovinare la loro serata perfetta. Ma ormai a quel
punto era troppo tardi. Trevor era morto, il suo corpo ustionato a
tal punto da non essere più riconoscibile, e Luce era... era...
colpevole?
Nessuno sapeva delle sagome che vedeva a volte nelle tenebre.
Venivano sempre da lei. Andavano e venivano da così tanto tempo
che Luce non riusciva più a ricordarsi la prima volta in cui le aveva
viste. Si ricordava però di quando aveva capito che le ombre non
venivano per tutti, ma solo per lei.
Aveva sette anni, ed era andata in vacanza con i suoi a Hilton
Head. Sua madre e suo padre l'avevano portata a fare una gita in
barca. Era quasi il tramonto quando le ombre avevano cominciato a
riversarsi sull'acqua; lei si era voltata verso suo padre e aveva detto:
"Cosa fai quando arrivano, papà? Come fai a non aver paura dei
mostri?"
Non c'era nessun mostro, le avevano assicurato i genitori, ma
Luce aveva continuato a insistere che sentiva una presenza oscura e
indefinita, guadagnandosi così diverse visite dall'oculista e un paio di
occhiali,
a
cui
si
aggiunsero
alcuni
appuntamenti
dall'otorinolaringoiatra quando commise l'errore di descrivere il roco
sibilo che a volte producevano le ombre, e infine la psicoterapia,
ancora psicoterapia e gli psicofarmaci.
Ma niente era mai riuscito a scacciarle.

Quando compì quattordici anni, Luce si rifiutò di prendere le
medicine. Fu allora che trovarono il dottor Sanford, e anche la
Dover School. Volarono nel New Hampshire, e suo padre guidò
l'auto a noleggio lungo una strada piena di curve fino a Shady
Hollows, una tenuta in cima a una collina. Luce si ritrovò davanti a
un uomo in camice da laboratorio e si sentì chiedere se aveva ancora
le sue "visioni". I suoi le tenevano la mano: avevano i palmi sudati, e
le fronti corrucciate per la paura che la loro piccola avesse qualcosa
che non andava.
Nessuno le aveva spiegato che, se non diceva al dottor Sanford
ciò che tutti volevano sentire, avrebbe rivisto Shady Hollows ancora
molte volte. Mentì e si comportò normalmente; le fu permesso di
iscriversi alla Dover e di vedere il dottor Sanford solo due volte al
mese.
Luce ebbe il via libera a smettere di prendere quelle orribili pillole
non appena cominciò a fingere di non vedere più le ombre. Ma non
aveva il potere di non farle più apparire. Si limitò a evitare a tutti i
costi i luoghi dove in passato erano venute per lei: fitte foreste,
acque oscure. Sapeva che il loro arrivo era accompagnato da un
freddo intenso sotto pelle, una sensazione nauseante che non
somigliava a nessun'altra.
Luce si mise a cavalcioni sugli spalti e si strinse le tempie con il
pollice e il medio. Se voleva uscire indenne da quel primo giorno
doveva relegare il passato nei recessi della sua mente. Lei per prima
non sopportava di scandagliare i ricordi di quella notte, e quindi per
niente al mondo avrebbe spifferato i particolari macabri a una
sconosciuta stramba e fuori di testa.
Invece di rispondere si volse verso Arriane, che se ne stava stesa
sulla gradinata, con un enorme paio di occhiali scuri a coprirle buona
parte del viso. Luce non poteva esserne certa, ma pensò che anche
Arriane doveva averla fissata, perché dopo un secondo si alzò di
scatto e le sorrise.
«Tagliami i capelli come i tuoi» disse.
«Cosa?» reagì Luce. «I tuoi capelli sono bellissimi!»
Era vero: Arriane aveva le ciocche lunghe e folte di cui Luce

sentiva disperatamente la mancanza. I suoi riccioli neri scintillavano
al sole, appena screziati di rosso. Luce si sistemò i capelli dietro le
orecchie, anche se non erano ancora abbastanza da lunghi e
ricadevano sempre davanti.
«E chi se ne frega» ribatté Arriane. «I tuoi sono sexy, aggressivi. E li
voglio così anch'io.»
«Oh, ehm, okay» disse Luce. Era un complimento? Non sapeva se
sentirsi lusingata o irritata da come Arriane sembrava dare per
scontato di poter avere tutto ciò che voleva, anche se apparteneva a
qualcun altro. «Dove prendiamo...»
«Ta-da!» Arriane cercò nella borsa e tirò fuori il coltello svizzero
rosa che Gabbe aveva buttato nella scatola degli Oggetti Proibiti.
«Be'?» fece, guardando Luce. «Io metto sempre le mani sugli scarti dei
nuovi studenti. È l'unica cosa che mi fa sopportare l'internamento...
cioè... il campo estivo.»
«Tu hai passato tutta l'estate... qui?» disse Luce con un sussulto.
«Ah! Una vera novellina. Magari ti aspettavi anche qualche giorno
di vacanza in primavera.» Tirò a Luce il coltello svizzero. «Non ce ne
andiamo da questo inferno. Mai. Ora taglia.»
«E le spie?» domandò Luce guardandosi intorno con il coltello in
mano. Probabilmente c'erano telecamere anche lì fuori.
Arriane scosse il capo. «Mi rifiuto di essere amica di una
mammoletta. Ce la fai o no?»
Luce annuì.
«E non dirmi che non hai mai tagliato i capelli a nessuno prima
d'ora.» Arriane riprese il coltellino svizzero, estrasse le forbici e glielo
porse di nuovo. «E la prossima cosa che voglio sentirti dire è: "Stai
benissimo".»
Dopo averla fatta sedere nella vasca da bagno come se fosse il
salone di un parrucchiere, la madre di Luce aveva raccolto ciò che
restava dei suoi lunghi capelli in una coda disordinata, che poi aveva
tagliato. Luce era certa che dovesse esserci un metodo migliore, ma
avendo sempre evitato di tagliarsi i capelli conosceva solo il metodo
della coda mozzata. Raccolse i capelli di Arriane, li legò con un

elastico di quelli che portava al polso, impugnò con forza le forbici e
cominciò.
La coda cadde ai suoi piedi. Arriane trattenne il fiato e si voltò di
scatto. La raccolse e la guardò contro sole. A Luce si strinse il cuore:
soffriva ancora al pensiero dei capelli perduti, e di tutte le altre
perdite che essi rappresentavano. Ma un lieve sorriso affiorò sulle
labbra di Arriane. La ragazza passò le dita nella coda, una volta sola,
poi la mise in borsa.
«Pazzesco» disse. «Va' avanti.»
«Arriane» sussurrò Luce, prima di riuscire a trattenersi. «Hai il collo
tutto...»
«... pieno di cicatrici?» completò Arriane. «Puoi dirlo forte.»
La pelle del collo di Arriane, dall'orecchio sinistro fino alla
clavicola, era segnata, a chiazze, lucida. Luce ripensò a Trevor, e a
quelle orribili fotografie. Perfino i suoi genitori avevano evitato il
suo sguardo dopo averle viste. E adesso le costava molta fatica
guardare Arriane.
La ragazza prese la mano di Luce e se la premette sul collo. Era
caldo e freddo allo stesso tempo. Morbido e ruvido.
«Non mi fa paura» disse. «A te sì?»
«No» rispose Luce, anche se desiderava soltanto che Arriane
togliesse la mano per poter allontanare la sua. Era stata così, la pelle
di Trevor? Il pensiero bastò a farle torcere lo stomaco.
«Hai paura di chi sei veramente, Luce?»
«No» rispose di nuovo lei, d'impulso. Doveva essere evidente che
stava mentendo. Chiuse gli occhi. Luce voleva solo poter
ricominciare da capo, voleva un posto dove la gente non la
guardasse come la stava guardando Arriane in quel momento. Ai
cancelli della scuola quella mattina, quando suo padre le aveva
sussurrato all'orecchio il motto della famiglia Price - "I Price non
crollano mai" - le era sembrato possibile, ma adesso si sentiva
abbattuta, scoperta. Tolse la mano. «Com'è successo?» domandò, con
lo sguardo rivolto verso il basso.
«Quando ti sei chiusa a riccio sul perché ti trovi qui io non ti sono

stata addosso» rispose Arriane, aggrottando le sopracciglia.
Luce annuì.
Arriane indicò le forbici. «Aggiustali dietro, okay? Fammi bella.
Fammi uguale a te.»
Anche con lo stesso taglio Arriane somigliava comunque a una
versione denutrita di Luce. Mentre lei cercava di sistemare la prima
acconciatura che avesse mai fatto in vita sua, Arriane si immerse nelle
complessità della vita alla Sword & Cross.
«Quel palazzo laggiù è l'Augustine. È dove si tengono i cosiddetti
Eventi del mercoledì sera. E le lezioni.» Indicò una costruzione color
denti ingialliti, due edifici più a destra del dormitorio. Sembrava
progettato dallo stesso sadico che aveva costruito il Pauline. Era
tetro e squadrato, una specie di fortezza, protetto dallo stesso filo
spinato e dalle stesse sbarre alle finestre. Una nebbia grigia innaturale
avvolgeva le mura come muschio: era impossibile anche solo intuire
se lì ci fosse qualcuno.
«Ti avverto» proseguì Arriane. «Odierai le lezioni. Non saresti
umana altrimenti.»
«Perché? Cos'hanno che non va?» domandò Luce. Forse Arriane
non amava la scuola in generale. Con le unghie smaltate di nero, la
matita nera sugli occhi e la borsa nera che sembrava grande
abbastanza solo per il coltellino svizzero, non aveva proprio l'aria
della secchiona.
«Sono senz'anima» rispose Arriane. «Peggio, ti strappano via la
tua. Degli ottanta ragazzi che sono qui, direi che sono rimaste solo
tre anime.» Alzò gli occhi al cielo. «Ben nascoste, comunque...»
Non era una bella prospettiva. Ma fu qualcos'altro a colpire Luce.
«Aspetta, ci sono solo ottanta ragazzi in tutta la scuola?» L'estate
prima di andare a Dover, Luce aveva studiato il voluminoso
manuale per i nuovi iscritti, imparando a memoria le statistiche. Ma
tutto quello che aveva scoperto finora sulla Sword & Cross
dimostrava che lei era arrivata del tutto impreparata al primo
incontro con l'istituto correzionale.
Arriane annuì, e Luce tagliò per errore una ciocca di troppo. Per
fortuna Arriane non se ne sarebbe accorta... o forse avrebbe pensato

che faceva tendenza.
«Otto classi, dieci ragazzi per classe. Vieni subito a sapere il peggio
di tutti» disse. «E viceversa.»
«Immagino» commentò Luce mordendosi il labbro. Arriane
scherzava, ma Luce si domandò se la sua nuova amica sarebbe
rimasta lì seduta con quel sorrisetto compiaciuto se avesse conosciuto
il suo passato. Più a lungo lo teneva nascosto, meglio era.
«E ti consiglio di stare alla larga dai casi gravi.»
«Casi gravi?»
«Quelli con il braccialetto elettronico» rispose Arriane. «Più o
meno un terzo degli studenti.»
«Sarebbero quelli che...»
«Non ti ci immischiare. Fidati.»
«Be', ma cosa fanno?»
Luce voleva tener segreto il suo passato, ma non le piaceva che
Arriane la trattasse come una sempliciotta. In fondo, quello che
aveva fatto, almeno a sentire che cosa raccontavano alla Dover, era
senza dubbio peggio di qualsiasi cosa potevano aver combinato i
ragazzi della Sword & Cross. Ma se non fosse stato così? Dopotutto,
non sapeva quasi niente di quelle persone e di quel posto. La
possibilità che ci fossero studenti con un passato più oscuro del suo
le smosse una paura fredda e grigia in fondo allo stomaco.
«Oh, le solite cose» cantilenò Arriane. «Istigazione e complicità in
atti di terrorismo. Genitori fatti a pezzi e cucinati allo spiedo.» Si
voltò e le strizzò l'occhio.
«Piantala» ribatté Luce.
«Non sto scherzando. I fuori di testa vengono sottoposti a
restrizioni più severe di noi sfigati. Li chiamiamo gli ingabbiati.»
Luce scoppiò a ridere per il tono teatrale che aveva usato Arriane.
«Finito» disse, aggiustandole i capelli con le dita per dar loro più
volume. Le stavano davvero bene.
«Cara» ribatté Arriane. Si voltò verso Luce e quando si passò le
dita fra i capelli le maniche del pullover ricaddero mostrando per un

attimo una fascia nera con file di borchie argentate, e sull'altro polso
un braccialetto dall'aria più... meccanica. Arriane si accorse che Luce
l'aveva visto e alzò le sopracciglia con aria diabolica.
«Te l'avevo detto» sibilò. «Pazzi maledetti.» Sorrise. «Dai, finiamo il
giro.»
Luce non aveva molta scelta. Scese dagli spalti e seguì Arriane,
chinandosi quando uno degli avvoltoi collorosso si abbassò
pericolosamente. Arriane parve non accorgersene, e indicò una
chiesa coperta da licheni sulla destra del prato.
«Da quella parte, potete ammirare la nostra modernissima
palestra» disse, con voce impostata da guida turistica. «Certo, a un
occhio distratto può sembrare una chiesa. E infatti lo era. Qui alla
Sword & Cross ci troviamo in una specie di Inferno architettonico di
seconda mano. Qualche anno fa uno strizzacervelli malato di
aerobica è venuto qui a pontificare su quanto i giovani
ipermedicalizzati rovinino la società. Ha donato alla scuola una
montagna di soldi perché trasformassero la chiesa in una palestra.
Ora le Potenze del cielo ritengono che possiamo risolvere le nostre
"frustrazioni" in un "modo più naturale e produttivo".»
Luce grugnì. Aveva sempre detestato fare ginnastica.
«Oh, mia compagna di sventura» la compatì Arriane. «Diante,
l'insegnante di educazione fisica, è il Male.»
Luce si mise a correre per tenere il passo di Arriane, e intanto si
diede un'occhiata intorno. A Dover il parco era tenuto in modo
splendido, ben curato e con gli alberi potati alla perfezione. Quello
della Sword & Cross sembrava una palude. C'erano salici piangenti
con rami lunghi fino a terra, tutti aggrovigliati, il kudzu cresceva sulle
mura, e ogni tre passi si finiva in una pozzanghera.
E non era solo quello che si vedeva. L'umidità si attaccava ai
polmoni a ogni respiro. Alla Sword & Cross respirare era come
affondare nelle sabbie mobili.
«Pare che gli architetti non siano riusciti a mettersi d'accordo
mentre discutevano su come attualizzare lo stile delle vecchie
accademie militari. Il risultato è una scuola a metà tra un
penitenziario e una sala delle torture medioevale. E senza

giardiniere.» Arriane scrollò un po' di melma dagli anfibi.
«Disgustoso. Ah, ecco il cimitero.»
Luce guardò nella direzione che Arriane le indicava, verso
l'estrema sinistra del parco, subito dopo il dormitorio. Un manto di
nebbia ancora più spesso incombeva su una zona cintata da mura.
Era circondata su tre lati da un fitto bosco di querce. Non si riusciva
a vedere oltre perché il cimitero sembrava quasi sprofondare nel
terreno, ma c'era puzza di marcio e si sentivano le cicale frinire fra gli
alberi. Per un attimo Luce credette di vedere il guizzo oscuro delle
ombre... ma quando batté le palpebre, erano già scomparse.
«Quello è un cimitero?»
«Già. Ai tempi della Guerra Civile questa era un'accademia
militare, e là seppellivano i morti. Fa davvero venire i brividi. E
Osannai» continuò Arriane, calcando in modo esagerato un finto
accento del sud. «La puzza arriva fino all'alto dei Cieli.» Le strizzò
l'occhio. «Ci passiamo un sacco di tempo da quelle parti.»
Luce la guardò per capire se stava scherzando. Arriane si limitò a
scrollare le spalle.
«Okay, è successo un'unica volta. E solo dopo un festino a base di
pasticche.»
Festini a base di pasticche... anche Luce poteva dire di averne visti
un paio.
«Ah! » Arriane scoppiò a ridere. «Ho visto una luce! Allora c'è
qualcuno in casa. Be', mia cara, sarai anche andata alle superfeste del
liceo, ma non hai mai visto quelle dei ragazzi di un correzionale.»
«Che differenza c'è?» domandò Luce sorvolando sul fatto che a
Dover non era mai stata a una "superfesta".
«Vedrai.» Arriane tacque e si voltò verso Luce. «Verrai da me
stasera, vero? Verrai a trovarmi?» A sorpresa, prese la mano di Luce.
«Promesso?»
«Ma non mi avevi detto di stare lontana dai casi gravi?» scherzò
lei.
«Regola numero due: non starmi a sentire!» Arriane scoppiò a
ridere scuotendo la testa. «Sono una pazza patentata!»

Ricominciò a correre, con Luce alle calcagna.
«Aspetta, ma qual era la regola numero uno?»
«Tieni il passo!»

Girato l'angolo dell'edificio color cenere, Arriane si fermò.
«Sangue freddo» disse.
«Sangue freddo» ripetè Luce.
Tutti gli studenti erano assiepati attorno agli alberi divorati dal
kudzu fuori dal padiglione Augustine. Nessuno pareva proprio felice
di star lì fuori, ma allo stesso tempo nessuno sembrava pronto a
entrare.
A Dover non c'era un codice d'abbigliamento, quindi Luce non
era abituata all'effetto uniforme. Eppure, sebbene tutti i ragazzi
indossassero gli stessi jeans neri, lupetto nero e maglione nero sulle
spalle o legato in vita, ognuno li indossava in modo diverso.
Un gruppetto di ragazze tatuate stavano in circolo a braccia
conserte. Avevano braccialetti fino al gomito e bandane nere che a
Luce ricordarono un film su una banda di motocicliste che aveva
visto una volta. L'aveva affittato perché si era chiesta: cosa c'è di
meglio di una banda di motocicliste? Una delle ragazze la fissò a sua
volta, e lo sguardo che le scoccò con gli occhi da gatto truccati di
nero bastò a Luce per distogliere subito il suo.
Un ragazzo e una ragazza che si tenevano per mano avevano un
teschio di paillettes con le ossa incrociate cucito sui maglioni neri. A
ogni momento uno dei due attirava a sé l'altro per baciarlo sulla
tempia, sull'orecchio, sull'occhio. Quando si abbracciarono Luce vide
che avevano tutti e due al polso il braccialetto elettronico di
sorveglianza. Avevano l'aria un po' rozza, ma era evidente che si
amavano molto. Ogni volta che vedeva scintillare i piercing alla
lingua, Luce si sentiva stringere il cuore di solitudine.
Dietro gli innamorati, c'era un gruppo di ragazzi biondi,

appoggiati contro il muro. Nonostante il caldo, indossavano tutti il
pullover, con sotto candide camicie oxford con il colletto alzato. I
pantaloni neri cadevano perfettamente sulle scarpe lucide. Di tutti gli
studenti erano quelli che più somigliavano ai suoi ex compagni di
Dover, ma a uno sguardo più attento si capiva che erano molto
diversi dai ragazzi che lei aveva conosciuto, i ragazzi come Trevor.
Solo per il fatto di essere in gruppo, trasmettevano una sorta di
durezza, che si rifletteva nel loro sguardo. Era difficile da spiegare,
ma d'un tratto Luce si rese conto che in quella scuola tutti avevano
un passato, proprio come lei. Tutti avevano segreti che non
volevano condividere. Non riusciva a capire, però, se questa
consapevolezza la faceva sentire più o meno isolata.
Arriane si accorse che Luce stava osservando gli altri ragazzi.
«Facciamo tutti quello che possiamo per arrivare alla fine della
giornata» disse scrollando le spalle. «Ma in caso non ti fossi accorta
degli avvoltoi che volano in circolo, questo posto puzza di morte.»
Si sedette su una panchina sotto un salice e batté con la mano
accanto a sé per invitare Luce a fare altrettanto.
Luce spazzò dalla panchina una manciata di foglie umide e marce,
e si sedette. Fu allora che notò un'altra violazione al codice
dell'abbigliamento.
Una violazione molto attraente.
Portava una sciarpa rosso acceso. Fuori non faceva affatto freddo,
eppure indossava un giubbotto nero di pelle da motociclista sul
pullover nero. Forse era perché la sua era l'unica macchia di colore in
tutto il parco, ma Luce non riusciva a distogliere lo sguardo. Al
confronto tutto il resto impallidiva talmente che per un lungo istante
Luce dimenticò dove si trovava.
Contemplò i suoi capelli color oro intenso e l'abbronzatura; gli
zigomi alti, gli occhiali neri, le labbra morbide. In tutti i film che Luce
aveva visto, in tutti i libri che aveva letto l'oggetto dell'amore era di
una bellezza sconvolgente... tranne che per un piccolo difetto. Il
dente spezzato, i capelli ribelli, una voglia sulla guancia sinistra. Lei
sapeva il perché: se l'eroe è troppo perfetto, rischia di essere
inavvicinabile. Avvicinabile o meno, Luce aveva sempre avuto un

debole per il sublime. E il ragazzo davanti a lei lo era al cento per
cento.
Si appoggiò contro il muro, a braccia incrociate. E per un istante
Luce ebbe la visione di se stessa avvolta da quelle braccia. Scosse la
testa, ma la visione rimase così chiara che per poco non si alzò per
raggiungerlo.
No. Era assurdo. Era un impulso folle perfino in una scuola di
matti, si disse Luce. E poi, non lo conosceva nemmeno.
Stava parlando con un ragazzo più basso con i dread e un sorriso
a trentadue denti. Ridevano tutti e due tanto forte e di gusto che
Luce provò una strana gelosia. Cercò di ricordarsi da quanto tempo
non rideva così, da quanto tempo non rideva davvero.
«Quello è Daniel Grigori» disse Arriane chinandosi verso di lei,
come se le avesse letto nel pensiero. «Mi sa che ha attirato
l'attenzione di qualcuno...»
«"Attirato l'attenzione" è dire poco» convenne Luce, pensando con
imbarazzo alla figura che doveva avere appena fatto con Arriane.
«Be', se ti piace il genere.»
«E come potrebbe non piacere?» ribatté Luce, senza riuscire a
trattenersi.
«Il suo amico si chiama Roland» continuò Arriane, indicando con
un cenno il ragazzo con i dread. «È forte. È uno di quelli che sa
procurarsi le cose, mi spiego?»

Mica tanto, pensò Luce mordendosi il labbro. «Cose di che tipo?»
Arriane scrollò le spalle, e tagliò via un filo che pendeva da uno
strappo nei jeans con il coltellino svizzero. «Cose e basta. Del tipo
chiedi-e-ti-sarà-dato.»
«E Daniel?» domandò Luce. «Come è finito qui?»
«Oh, sei una che non molla, eh?» Arriane scoppiò a ridere, poi si
schiarì la voce. «Nessuno la sa. Daniel coltiva alla perfezione la sua
immagine di uomo del mistero. Potrebbe essere il tipico stronzo da
correzionale.»
«Ne so qualcosa di stronzi» ribatté Luce, ma si pentì subito di

averlo detto. Dopo quello che era capitato a Trevor - qualunque
cosa fosse - lei era l'ultima a poter giudicare. Ma soprattutto, le rare
volte in cui aveva anche solo accennato a quella notte, la coltre
cangiante delle ombre era tornata da lei quasi come se fosse ancora
in riva al lago.
Guardò di nuovo Daniel. Lui si tolse gli occhiali e li infilò nel
giubbotto, poi si voltò verso di lei.
I loro sguardi si incrociarono. Luce lo vide spalancare gli occhi e
poi socchiuderli, come se fosse sorpreso. Ma no, era qualcosa di più
della semplice sorpresa. Quando gli occhi di Daniel catturarono i
suoi, Luce rimase senza fiato. Era sicura di averlo già visto da qualche
parte, anche se non sapeva dire dove.
Eppure, era impossibile. Era impossibile che si fosse dimenticata di
aver conosciuto un ragazzo così. Era impossibile che si fosse
dimenticata di essersi sentita tanto scossa quanto lo era adesso.
Daniel le sorrise, e solo allora Luce si rese conto che non avevano
mai smesso di guardarsi. Un fiotto di calore la attraversò e la ragazza
dovette aggrapparsi alla panchina per sostenersi. Sentì le sue labbra
scattare a loro volta in un sorriso, ma poi Daniel alzò una mano.
E le mostrò il medio.
Luce rimase senza fiato e abbassò lo sguardo.
«Che c'è?» chiese Arriane, che evidentemente non si era accorta di
niente. «Non importa, non c'è tempo. Ecco la campanella.»
La campanella suonò come al suo comando, e tutti gli studenti si
avviarono lenti verso l'edificio. Arriane la trascinò per un braccio
senza smettere di darle indicazioni su dove incontrarsi, e quando.
Ma Luce era ancora sotto shock per essere stata mandata a farsi
fottere da un perfetto sconosciuto. Il suo delirio momentaneo su
Daniel era svanito e l'unica cosa che voleva sapere era: che problemi
aveva quel tizio?
Appena prima di immergersi nella sua prima lezione trovò il
coraggio di voltarsi. Il viso di Daniel non tradiva alcuna espressione,
ma non c'erano dubbi: la stava seguendo con lo sguardo.

DUE

PERFETTO PER ESSERE LEGATO
Luce aveva un foglietto con l'orario, un quaderno mezzo vuoto
che aveva cominciato l'anno prima al corso di Storia dell'Europa, due
matite numero due, la sua gomma da cancellare preferita e la
sgradevole sensazione che Arriane avesse ragione a proposito delle
lezioni alla Sword & Cross.
L'insegnante doveva ancora materializzarsi, i banchi sgangherati
erano disposti a casaccio, e l'armadietto della cancelleria era bloccato
da pile e pile di scatole impolverate.
Ma la cosa peggiore era che nessuno degli altri ragazzi sembrava
fare caso al disordine. In effetti, nessuno sembrava essersi accorto di
essere in un'aula. Erano tutti riuniti vicino alle finestre, chi a tirare
l'ultima boccata di sigaretta, chi a sistemarsi le spille da balia
extralarge sulla maglietta. Solo Todd era seduto al banco, su cui
incideva qualcosa di complicato con la penna. I nuovi arrivati
sembravano aver già trovato il proprio posto: Cam era circondato
dai ragazzi stile Dover. Dovevano essere amici dai tempi della prima
volta in cui era stato alla Sword & Cross. Gabbe stringeva la mano
della ragazza con il piercing alla lingua che fino a poco prima aveva
pomiciato con il ragazzo con il piercing alla lingua. Luce si senti
stupidamente invidiosa. Non riuscì a trovar di meglio che sedersi
accanto all'inoffensivo Todd.
Arriane volteggiò in mezzo agli altri, sussurrando cose che Luce
non capì, come una specie di principessa dark. Quando passò
accanto a Cam, lui le arruffò i capelli corti.

«Bel ciuffo, Arriane.» Ammiccò, tirandole una ciocca sulla nuca.
«Complimenti allo stylist.»
Arriane gli allontanò la mano. «Giù le mani, Cam. Che è come
dire: levatelo dalla testa.» Indicò Luce con un cenno del capo. «E
puoi fare i complimenti alla mia nuova amichetta, laggiù.»
Cam si voltò verso Luce, con gli occhi smeraldini che scintillavano.
Luce si irrigidì. «Penso proprio che lo farò» ribatté lui e le si avvicinò.
Le sorrise. Luce sedeva composta, le caviglie incrociate sotto la
sedia, le mani intrecciate sopra il banco, quasi tutto ricoperto di
graffiti.
«Noi novellini dobbiamo restare uniti» disse.
«Ma io avevo capito che tu eri già stato qui.»
«Non devi credere a tutto quello che ti dice Arriane.» Si voltò per
scoccarle un'occhiata, e lei lo guardò sospettosa dalla sua postazione
accanto alla finestra.
«Oh no, lei non mi ha detto niente di te» ribatté subito Luce,
cercando di ricordare se era vero o no. Era chiaro che Cam e Arriane
non si piacevano, e anche se Luce era grata ad Arriane per averla
accompagnata in giro quella mattina, non era ancora pronta a
schierarsi.
«Ricordo quando ero un novellino... la prima volta.» Rise tra sé.
«La band in cui suonavo si era appena sciolta e mi sentivo perso.
Non conoscevo nessuno. Mi sarebbe piaciuto avere qualcuno a farmi
da guida senza secondi fini.» Scoccò un'altra occhiata ad Arriane.
«Davvero? E tu non hai secondi fini?» ribatté Luce, sorpresa lei per
prima dal tocco di malizia che venava la sua voce.
Sul viso di Cam si allargò un ampio sorriso. Alzò un sopracciglio e
rispose: «E pensare che non volevo tornare qui.»
Luce arrossì. In genere i tipi rock non le interessavano, ma in
effetti nessuno di loro aveva mai spostato il banco così vicino al suo,
né si era mai seduto accanto a lei, guardandola con occhi così verdi.
Cam si frugò in tasca e ne recuperò un plettro verde con impresso
sopra il numero 44.
«È il numero della mia stanza. Passa quando vuoi.»

Il verde del plettro non era tanto diverso da quello dei suoi occhi,
e Luce si domandò come e quando l'avesse fatto fare, ma prima che
potesse rispondersi - e chissà che cosa si sarebbe risposta - Arriane
strinse con forza la mano sulla spalla di Cam. «Scusami, forse non mi
sono spiegata. Questa me la sono già accaparrata io.»
Cam grugnì, e fissando Luce diritto negli occhi disse: «Ma guarda,
e io che credevo che esistesse ancora il libero arbitrio. Forse la tua
amichetta ha già in mente che strada prendere.»
Luce aprì la bocca per dire che sì, lei aveva in mente eccome la
strada da prendere, ma era il suo primo giorno, e stava ancora
cercando di orientarsi. Era appena riuscita a formulare le parole nella
propria testa che la campanella suonò di nuovo, e il gruppetto
davanti al banco di Luce si sciolse.
Gli altri ragazzi occuparono i banchi attorno al suo. Luce, seduta
composta al proprio posto, sbirciava la porta. In cerca di Daniel.
Con la coda dell'occhio vide che Cam la guardava furtivo. Era
lusingata. E nervosa, in collera con se stessa. Daniel? Cam? Da
quanto era in quella scuola, quarantacinque minuti? E già
fantasticava su due ragazzi diversi. Se era finita in quella scuola, era
proprio perché la storia con l'ultimo ragazzo che le era piaciuto
aveva portato a una catastrofe. Doveva assolutamente evitare di
prendersi una cotta (anzi due!) il primo giorno di scuola.
Guardò Cam, che le strizzò l'occhio e si passò la mano tra i capelli
scuri. A parte la bellezza sconcertante, sembrava davvero un tipo
utile da conoscere. Come lei, doveva ambientarsi, ma aveva già
frequentato la Sword & Cross in passato. Ed era gentile. Luce ripensò
al plettro verde con il numero della stanza, sperando che non lo
distribuisse allegramente a tutti. Forse potevano diventare... amici.
Forse non aveva bisogno d'altro. Forse con accanto un tipo come
Cam avrebbe smesso di sentirsi così fuori posto alla Sword & Cross.
Forse sarebbe riuscita a sorvolare sul fatto che l'unica finestra
dell'aula era grande come una busta formato A4, impastata di calce,
e dava su un enorme mausoleo nel cimitero.
Forse sarebbe riuscita a dimenticare il pungente odore di acqua
ossigenata che proveniva dai capelli della ragazza punk seduta

davanti a lei.
Forse sarebbe riuscita a prestare attenzione al rigido insegnante
con i baffi che entrò nell'aula, ordinò alla classe di sedersi composti e
chiuse bene la porta.
Un pizzico di delusione le strinse il cuore. Le ci volle un attimo
per capire il perché: finché la porta era rimasta aperta, aveva nutrito
una mezza speranza che alla sua prima lezione ci sarebbe stato anche
Daniel.
Che cosa c'era all'ora successiva, francese? Luce guardò l'orario per
controllare in che aula fosse. In quel momento, un aeroplanino di
carta planò sotto i suoi occhi, superò il banco e atterrò sul
pavimento accanto alla sua borsa. Controllò se qualcuno se ne fosse
accorto, ma l'insegnante era occupato a maciullare un gessetto
scrivendo alla lavagna.
Luce guardò nervosa alla sua sinistra. Cam le strizzò l'occhio e fece
un gesto malizioso che la fece irrigidire. Ebbe però l'impressione che
lui non c'entrasse nulla con l'aeroplanino e che non l'avesse
nemmeno notato.
«Pssst» sussurrò qualcuno dietro di lui. Arriane accennò con il
mento all'aeroplanino. Luce si chinò per raccoglierlo e vide il suo
nome scritto in piccolo sull'ala. Il suo primo bigliettino!

Hai già voglia di uscire?
Non è un buon segno.
Staremo in questo girone infernale fino all'ora di pranzo.
Doveva essere uno scherzo. Luce ricontrollò l'orario e si accorse

con orrore che tutt'e tre le lezioni si sarebbero tenute nella stessa
aula, la 1... e per tutt'e tre ci sarebbe stato lo stesso insegnante, Mr.
Cole.
Mr. Cole si allontanò dalla lavagna e cominciò a camminare tra i
banchi. Non si presentò ai nuovi arrivati, e Luce non capì se esserne
contenta o no. L'insegnante si limitò a gettare un fascio di fogli
graffettati sul suo banco e su quello degli altri tre. Luce si chinò a

C'era scritto Storia del mondo. Evitare la rovina
dell'umanità. Mmm. Storia era sempre stata la sua materia preferita...
ma evitare la rovina?
leggere.

Bastò un'occhiata più accurata per capire che cosa intendesse
Arriane con "girone infernale": un impossibile carico di letture,
COMPITO IN CLASSE scritto in grosse lettere nere ogni tre lezioni, e
un tema di trenta pagine su - incredibile! - un tiranno deposto a
scelta. Spesse parentesi nere evidenziavano i compiti delle prime
settimane che Luce aveva perso. A margine, Mr. Cole aveva scritto
Assegnare ricerca. Se c'era un altro modo di spremere via l'anima,
pensò Luce, meglio non scoprirlo.
Almeno c'era Arriane seduta nella fila accanto. Luce era contenta
che la pratica-bigliettini fosse già stata inaugurata: lei e Callie si
mandavano messaggini di nascosto in continuazione, ma per riuscirci
anche alla Sword & Cross, Luce aveva assolutamente bisogno di
imparare a fare un aeroplanino di carta. Strappò un foglio dal
quaderno e cercò di copiare quello di Arriane.
Era impegnata da qualche minuto a piegare la carta senza
successo, quando un altro aeroplanino atterrò sul suo banco. Si voltò
verso Arriane, che scosse la testa e alzò gli occhi come a dire: "Hai
ancora un sacco da imparare."
Luce fece un gesto di scuse e recuperò il secondo bigliettino:

Ah, e finché non sei sicura del fatto tuo, non spedire nessun
messaggio Daniel-centrico dalla mia parte. Il tipo alle tue spalle è un
celebre intercettatore, anche sul campo da football.
Buono a sapersi. Non l'aveva nemmeno visto entrare, quel
Roland amico di Daniel. Si girò appena finché non intravvide i
dread, lanciò un'occhiata sul suo banco e lesse il nome completo sul
quaderno. Roland Sparks.
«Niente bigliettini» tuonò Mr. Cole, e lei si voltò di scatto. «Non si
copia e non si sbircia il compito degli altri. Non ho fatto il dottorato
per stare qui con un branco di studenti distratti.»

Luce annuì in perfetta sincronia con gli altri, proprio mentre un
terzo aeroplanino atterrava sul suo banco.

Solo 172 minuti alla fine!

Centosettantatré minuti di tortura più tardi, Arriane stava
accompagnando Luce in mensa. «Allora?» domandò.
«Avevi ragione» rispose Luce, intontita dopo tre ore parecchio
lugubri. «Perché insegnare una materia così deprimente?»
«Oh, Cole si rilasserà presto. Ha messo su la faccia "niente-scherzi"
come fa sempre quando ci sono i nuovi. E comunque» Arriane le
diede di gomito, «poteva andare peggio. Potevi rimanere incastrata
con Ms. Tross.»
Luce guardò l'orario. «Quella di biologia. Ce l'ho oggi
pomeriggio» disse Luce, con un senso di vuoto allo stomaco.
Mentre Arriane scoppiava a ridere, Luce si sentì urtare da dietro.
Era Cam, che, diretto anche lui in mensa, aveva cercato di superarle.
Luce barcollò, lui tese il braccio e l'afferrò.
«Presa.» Le rivolse un breve sorriso e Luce si chiese se non l'avesse
fatto apposta. Ma non sembrava così infantile. Guardò Arriane per
vedere se anche lei l'aveva notato: Arriane alzò le sopracciglia come
per invitarla a parlare, ma nessuna delle due disse niente.
Mentre attraversavano le polverose porte a vetri che separavano
il lugubre corridoio dalla lugubre mensa, Arriane prese Luce per il
gomito.
«Evita a tutti i costi il petto di pollo fritto» le suggerì, seguendo la
folla nel frastuono della sala. «La pizza è buona, il chili pure e anche
il borscht non è male. Ti piace il polpettone al sugo?»
«Sono vegetariana» rispose Luce. Scoccò un'occhiata ai tavoli, alla
ricerca di due persone in particolare. Daniel e Cam. Sapendo

dov'erano, si sarebbe sentita più a suo agio, perché così poteva
mangiare fingendo di non vedere né l'uno né l'altro. Ma per il
momento, nessuno dei due era in vista...
«Vegetariana, eh?» Arriane strinse le labbra. «Genitori hippie o è
un tuo timido atto di ribellione?»
«Ehm, né l'uno né l'altro, è solo che...»
«... non ti piace la carne?» Arriane la afferrò per le spalle e la fece
voltare in modo che vedesse Daniel, seduto dall'altra parte della sala.
Luce espirò lentamente. «Tutta la carne?» cantilenò Arriane a voce
alta. «Vuoi dirmi che a quello lì un morso non glielo daresti?»
Luce la trascinò verso la fila. Arriane rideva a crepapelle, Luce,
invece, era arrossita con violenza, e sotto le luci al neon si notava in
maniera spaventosa.
«Sta' zitta, ti ha sentito di sicuro» le sussurrò.
Una parte di lei era felice di poter scherzare sui ragazzi con
un'amica. Sempre che Arriane si potesse definire tale.
Si sentiva ancora sottosopra per l'incidente-Daniel di quella
mattina. Non capiva da dove venisse quell'attrazione verso di lui,
ma di sicuro la avvertiva di nuovo. Si costrinse a staccare gli occhi da
quei capelli biondi, dalla linea morbida della mascella. Non voleva
farsi sorprendere a guardarlo. Non voleva dargli un'altra possibilità
di mandarla a farsi fottere.
«Ma figurati» la canzonò Arriane. «È così preso da quell'hamburger
che non sentirebbe arrivare il diavolo in persona.» Con un cenno
indicò Daniel, che in effetti sembrava concentratissimo sul cibo. O
meglio, sembrava che stesse fingendo di essere concentratissimo sul
cibo.
Con la coda dell'occhio, Luce notò che seduto al tavolo con
Daniel c'era Roland. E che in quel momento lui la stava fissando.
Quando i loro sguardi si incrociarono, Roland mosse le sopracciglia
in un modo che Luce non capì, ma che la spaventò un po'.
Luce si voltò di nuovo verso Arriane. «Ma perché in questa scuola
tutti fanno venire i brividi?» le chiese.
«Cercherò di non offendermi» rispose Arriane, poi prese un

vassoio di plastica per sé e ne allungò uno a
Luce. «Ti spiegherò l'arte raffinata della scelta del posto qui in
mensa. Dammi retta, meglio evitare come il fuoco di sederti vicino
a... Luce, attenta!»
Luce aveva fatto solo un passo indietro, ma all'improvviso sentì
due mani che le davano un violento spintone. In un attimo realizzò
che stava per cadere. D'istinto tese le mani in cerca di un sostegno,
ma riuscì ad aggrapparsi solo al vassoio pieno di un altro studente. Il
cui contenuto ovviamente rovinò a terra insieme a lei. Cadde con un
tonfo, e una scodella di borscht le si rovesciò in faccia.
Non appena riuscì a togliersi dagli occhi quella roba molle, Luce
levò lo sguardo. Su di lei incombeva la fatina più furiosa del mondo.
Aveva capelli ossigenati, da punk, almeno dieci piercing sul viso e
uno sguardo omicida. Mostrò i denti e sibilò: «Se la tua faccia non mi
avesse fatto passare la fame, ti obbligherei a pagarmi il pranzo.»
Luce balbettò una scusa. Cercò di alzarsi, ma la ragazza le piantò il
tacco a spillo sul piede. Il dolore le saettò su per la gamba, e Luce
dovette mordersi le labbra per non urlare.
«Fammi un buono per la prossima volta» disse la ragazza.
«Basta, Molly» disse fredda Arriane. Aiutò Luce a rimettersi in
piedi.
Luce sussultò. Il tacco a spillo le avrebbe di sicuro lasciato un
livido.
Molly si piantò davanti ad Arriane. Luce pensò che non doveva
essere la prima volta che si scontravano.
«Già amica dei novellini, vedo» ringhiò. «Molto male, A. Non eri
in libertà vigilata?»
Luce rimase senza parole. Arriane non aveva mai detto di essere
in libertà vigilata, e non aveva senso che quella restrizione le
impedisse di farsi degli amici. Ma ad Arriane bastò sentire quelle due
parole per scattare, serrare la mano e tirare un pugno a Molly diritto
sull'occhio.
Molly indietreggiò, ma fu Arriane ad attirare l'attenzione di Luce.
All'improvviso fu scossa dalle convulsioni, e alzò le braccia,

agitandole.
Era il braccialetto elettronico, intuì Luce, orripilata. Stava
trasmettendo impulsi elettrici al corpo di Arriane. Incredibile. Era una
punizione crudele, inaccettabile. Le si torse lo stomaco nel vedere
come le scosse facevano sussultare l'amica. Scattò in avanti per
afferrarla prima che cadesse a terra.
«Arriane» bisbigliò. «Tutto bene?»
«Da dio.» Gli occhi scuri di Arriane si aprirono, poi si richiusero.
Luce trattenne il respiro. Poi Arriane aprì di nuovo un occhio.
«Paura, eh? Ah, che dolce che sei. Non preoccuparti, le scariche non
mi ammazzano» sussurrò. «Mi rendono più forte. E comunque, ne
valeva la pena per fare un occhio nero a quella stronza, no?»
«Okay, fermi tutti, fermi tutti» tuonò dietro di loro una voce roca.
Randy apparve sulla soglia, con la faccia rossa e il fiatone. Ormai
è tutto finito, pensò Luce, ma poi Molly marciò verso di loro, i
tacchi a spillo che ticchettavano sul linoleum. Quella ragazza era
sfrontata. Avrebbe davvero preso Arriane a calci davanti a Randy?
Per fortuna, Randy afferrò per il polso Molly, che cercò di
divincolarsi e cominciò a strillare.
«Chi sa qualcosa, parli» abbaiò Randy. «Anzi no, vi sbatto tutte e
tre in punizione. Domani. Al cimitero. All'alba.» Guardò Molly. «Ti
sei data una calmata?»
Molly annuì, rigida, e la guardiana la lasciò andare; poi si chinò
accanto a Luce, che sosteneva Arriane, con le braccia incrociate sul
petto. All'inizio parve offesa, come un cane feroce con un collare
stretto, ma poi percepì una scossa e capì che Arriane era ancora in
balia del braccialetto elettronico.
«Avanti» disse Randy, più dolcemente. «Andiamo a spegnerti.»
Tese la mano ad Arriane e l'aiutò ad alzarsi nonostante i sussulti.
Sulla porta si voltò per ripetere gli ordini a Luce e Molly.
«All'alba!»
«Non vedo l'ora» cinguettò Molly, e poi si chinò a prendere il
piatto caduto dal vassoio.

Lo tenne un attimo sopra la testa di Luce, poi lo girò e le spiaccicò
ben bene in testa tutto il polpettone. Luce si sentì sprofondare dalla
vergogna. Tutta la Sword & Cross guardava la nuova arrivata
ricoperta di sugo.
«Impagabile» commentò Molly, estraendo una sottilissima
macchina fotografica argentata dalla tasca di dietro dei pantaloni.
«Di'... polpettone» cantilenò scattando un paio di primi piani.
«Queste foto staranno benissimo sul mio blog.»
«Bel cappello» sghignazzò qualcuno dall'altra parte della mensa.
Poi, con trepidazione, Luce si voltò verso Daniel, pregando che per
chissà quale ragione avesse perso l'intera scena. Ma ovviamente non
era così. Scuoteva la testa con aria seccata.
Fino a quel momento Luce aveva pensato di andare avanti e
scrollarsi di dosso - letteralmente - l'incidente. Ma la reazione di
Daniel la mandò in pezzi.

Non avrebbe pianto di fronte a nessuno di quei mostri. Deglutì, si

rialzò e uscì. Corse verso la porta più vicina, ansiosa di sentire un
soffio d'aria fresca sul viso.

Invece, appena fu all'aperto, l'umidità settembrina l'avvolse,
soffocandola. Il cielo era di un colore innaturale, un ocra grigiastro
così opprimente e spento da nascondere perfino il sole. Luce
rallentò, ma si fermò solo quando arrivò in fondo al parcheggio.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere la sua vecchia macchina
posteggiata lì, e sprofondare nel suo sedile consumato, accendere il
motore, mettere lo stereo a palla e andarsene a razzo da
quell'inferno. E invece, ferma in mezzo a quella gettata di asfalto
nero bollente, guardò in faccia alla realtà: era bloccata lì, e due
enormi cancelli la separavano dal mondo esterno. Per non parlare
del fatto che, perfino se avesse avuto modo di uscire... dove sarebbe
andata?
Il senso di nausea che le strinse lo stomaco parlava chiaro: era
arrivata al capolinea, e non aveva via d'uscita.
La Sword & Cross era tutto ciò che le rimaneva: poteva essere
deprimente, ma era così.
Affondò il viso tra le mani, consapevole di dover tornare

indietro. Ma quando rialzò la testa, le dita unte le ricordarono che
era ancora imbrattata di polpettone. Prima tappa: il bagno più
vicino.
Tornata dentro, Luce si infilò nel bagno delle ragazze proprio
mentre qualcuno ne usciva. Gabbe, che sembrava ancora più bionda
e impeccabile ora che Luce pareva reduce da un tuffo nel camion
dell'immondizia, la superò.
«Ooops, scusa, cara» disse. La sua voce cantilenante era dolce, ma
non appena vide Luce fece una smorfia. «Oh cielo, hai un'aria
orribile. Che ti è successo?»
Che le era successo? Come se l'intera scuola non lo sapesse già.
Con ogni probabilità quella tizia faceva la finta tonta solo per farle
rivivere tutta quanta la sua umiliazione.
«Se aspetti cinque minuti sono sicura che le voci si spargeranno
come un virus» rispose, con voce più tagliente del dovuto.
«Vuoi un po' di trucco?» chiese Gabbe offrendole un astuccio
azzurro pastello. «Non ti sei ancora guardata allo specchio, ma...»
«Grazie, no» tagliò corto Luce, entrando in bagno. Senza guardarsi
allo specchio aprì il rubinetto, si gettò in faccia l'acqua fredda e
finalmente si lasciò andare. Il viso inondato dalle lacrime, Luce
premette il beccuccio del dispenser e con un po' di sapone rosa
acceso si lavò via il polpettone. Ma il problema erano i capelli, e i
vestiti, che senz'altro avevano avuto un aspetto e un odore migliore.
Non che dovesse più preoccuparsi di fare una buona impressione.
La porta del bagno si aprì e Luce si addossò al muro come un
animale in trappola. Entrò una ragazza che non aveva mai visto, e
Luce si irrigidì, già pronta al peggio.
Era tarchiata, e sembrava ancora più grossa per via dell'incredibile
quantità di vestiti che si era infilata uno sull'altro. La faccia larga era
incorniciata da scuri capelli ricci, e gli occhiali viola acceso si
muovevano ogni volta che tirava su col naso. Aveva un'aria dimessa,
ma talvolta le apparenze ingannano. Nascondeva le mani dietro la
schiena, il che, visto com'era andata la mattinata, non prometteva
niente di buono.
«Non puoi stare qui senza un pass, sai?» disse la ragazza in tono

piatto, da inserviente.
«Sì.» Lo sguardo della ragazza confermò il sospetto di Luce: era
impossibile avere tregua in quel posto. Sospirò, rassegnata. «Volevo
solo...»
«Scherzavo.» La ragazza scoppiò a ridere, alzò gli occhi al cielo, si
rilassò. «Ho fregato un po' di shampoo dagli spogliatoi per te»
aggiunse, rivelando due innocui flaconi di shampoo e balsamo. Poi
prese una vecchia sedia pieghevole. «Dai, vediamo di darti una
ripulita. Siediti.»
Luce si lasciò sfuggire un verso a metà tra un gemito e una risata.
Immaginò che fosse sollievo. La ragazza era gentile con lei. Non
correzionale-gentile, ma normalmente-gentile! E senza un motivo
apparente. Un vero shock. «Grazie...» disse, esitante, ancora sulla
difensiva.
«Oh, e direi che hai bisogno di un cambio» proseguì la ragazza
sfilandosi il pullover nero; sotto ne aveva uno identico. «Be'?» fece,
quando vide l'espressione stupita di Luce. «Ho un sistema
immunitario che fa schifo. Devo mettermi un sacco di strati.»
«Ah, ehm, e sei sicura che puoi togliertene uno?» si costrinse a
chiederle Luce, anche se avrebbe fatto qualunque cosa pur di levarsi
il polpettone di dosso.
«Ma certo» rispose la ragazza, agitando una mano. «Ne ho altri tre
sotto! E un altro paio nell'armadietto. Offro io. Mi fa star male
vedere una vegetariana coperta di carne. Sono molto empatica.»
Luce si chiese come facesse quella ragazza a conoscere le sue
preferenze alimentari, ma c'era una domanda che le premeva di più
in quel momento. «Ehm, perché sei così gentile?»
La ragazza rise, sospirò e scosse il capo. «Non tutti alla Sword &
Cross sono Lordi e Truci.» «Eh?»
«Sword & Cross... Lordi e Truci. Uno dei giochetti di parole mosci
che si sono inventati in città su questa scuola. Ti risparmierò gli altri,
quelli per niente mosci.»
Luce scoppiò a ridere.
«Volevo dire che non tutti qui sono stronzi galattici.»

«Solo la maggior parte?» chiese Luce, odiandosi per essere già così
negativa. Ma era stata una mattinata lunghissima, ne aveva passate
troppe e forse quella ragazza le avrebbe perdonato un po' di
malumore.
Con suo grande stupore, l'altra sorrise. «Esatto. E sono sicura che
ci avranno affibbiato nomignoli anche peggiori.» Le tese la mano.
«Sono Pennyweather Van Syckle - Lockwood. Chiamami Penn.»
«D'accordo» disse Luce, ancora troppo scossa per notare che in
una vita precedente avrebbe dovuto trattenersi dal ridere di fronte a
quel nome, che sembrava saltato fuori da un romanzo di Dickens. E
a maggior ragione, la persona che con un nome del genere riusciva a
presentarsi senza battere ciglio era certamente degna di fiducia.
«Lucinda Price.»
«Ma tutti ti chiamano Luce» aggiunse Penn. «E ti sei trasferita qui
da Dover Prep nel New Hampshire.»
«E tu come lo sai?» chiese Luce quasi scandendo le parole.
«Ho tirato a indovinare.» Penn si strinse nelle spalle. «Scherzo. Ho
letto il tuo fascicolo. È il mio hobby.»
Luce era senza parole. Forse il giudizio positivo era stato un po'
affrettato. Come aveva fatto Penn a leggere il suo fascicolo?
Intanto, la ragazza aprì il rubinetto. Quando l'acqua fu calda fece
cenno a Luce di mettere la testa nel lavandino.
«Vedi, io non sono pazza» spiegò Penn. Le sollevò la testa. «Senza
offesa.» La fece chinare all'indietro. «Sono l'unica a non essere in
questa scuola per mandato del tribunale. E forse non ci crederai, ma
essere certificata sana di mente ha i suoi vantaggi. Per esempio, sono
l'unica di cui si fidano per il lavoro d'ufficio. Il che è stupido da parte
loro, perché mi dà accesso a un sacco di roba riservata.»
«Ma se non devi stare qui...»
«Quando tuo padre è il giardiniere della scuola, in qualche modo
devono tenerti gratis. E quindi...» La voce di Penn si affievolì.
Il padre di Penn era il giardiniere della scuola? A guardarsi
intorno, non le era minimamente passato per la testa che ci fosse un
giardiniere.



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