File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



2Lauren Kate Torment (Fallen 02) by Abyssinian .pdf



Nome del file originale: 2Lauren Kate - Torment (Fallen 02)_by Abyssinian.pdf
Titolo: Lauren Kate - Torment
Autore: Abyssinian

Questo documento in formato PDF 1.6 è stato generato da Microsoft® Word 2010, ed è stato inviato su file-pdf.it il 03/03/2017 alle 14:55, dall'indirizzo IP 93.151.x.x. La pagina di download del file è stata vista 2912 volte.
Dimensione del file: 1.4 MB (326 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Quante vite bisogna vivere prima di incontrare qualcuno per cui
valga la pena morire?
Dopo la terribile battaglia tra le forze angeliche di cui la scuola
Sword & Cross è stata teatro, Daniel ha nascosto Luce in un luogo
sicuro, una scuola piena di Nephilim, la progenie nata dagli incroci
tra angeli caduti ed esseri umani. Qui la ragazza scopre che cosa
sono davvero le Ombre che la perseguitano da sempre, ma anche
come sfruttarle per spiare nelle sue passate incarnazioni. E studiando
le infinite versioni di se stessa, Luce capisce che è proprio nel passato
che si nasconde la chiave per decifrare il suo futuro... ma anche che
Daniel nasconde dei segreti.
E se le avesse mentito?
Se il destino di Luce fosse amare non lui, ma qualcun altro?

LAUREN KATE è cresciuta a Dallas, è andata a scuola ad Atlanta e ha
cominciato a scrivere a New York. Laureata in scrittura creativa, vive
a Los Angeles con il marito. Fallen, il primo volume della storia di
Luce e Daniel, è stato un successo internazionale, pubblicato in
trentacinque Paesi, e diventerà un film.

In copertina:
Illustrazione di © 2009 Fernanda Brussi Gonçalves
Progetto grafico degli interni Angela Carlino
ISBN 978-88-58-61768-7

LAUREN KATE

Traduzione di SERENA DANIELE

Titolo originale: TORMENT
© 2010 Tinderbox Books, LLC e Lauren Kate
Proprietà letteraria riservata
© 2010 RCS Libri S.p.A., Milano
ISBN 978-88-58-61768-7
Pubblicato negli Stati Uniti nel 2010 da Delacorte Press,
un marchio di Random House Children?s Books, una divisione di
Random House, Inc., New York
Seconda edizione Rizzoli Narrativa novembre 2010
Tutti i diritti riservati

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi
narrati
sono il frutto della fantasia dell’autrice o sono usati in maniera
fittizia.
Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, eventi o
luoghi esistenti è da ritenersi puramente casuale.

www.rizzoli.eu

VOLUME 068

A Elizabeth, Irdy, Anne e Vic:
sono stata così fortunata ad avervi con me.

RINGRAZIAMENTI

Prima di tutto, un grazie indescrivibile ai miei lettori per il loro
sostegno generoso e pieno di calore. Per voi potrei continuare a
scrivere per sempre.
A Wendy Loggia, la cui fiducia in questi romanzi è stata un grande
dono: è grazie a lui se la serie è diventata ciò che lei per prima
sognava di essere. A Beverly Horowitz, per il discorso
d’incoraggiamento più partecipato che abbia mai ricevuto, e per il
dolce che mi hai infilato nella borsa. A Krista Vitola, le cui buone
notizie via e-mail hanno allietato le mie giornate. Ad Angela Carlino
e lo staff grafico, per la copertina che farebbe invidia agli dei. Ai miei
compagni di viaggio Noreen Marchisi, Roshan Nozari e gli altri del
formidabile gruppo marketing della Random House. Siete dei maghi.
A Michael Stearns e Ted Malawer, geni instancabili. Il vostro ingegno
e incoraggiamento rende quasi troppo divertente il lavoro insieme.
Ai miei amici, che mi mantengono equilibrata e ispirata. Alla mia
famiglia in Texas, Arkansas, Baltimora e Florida, per l’esuberanza e
l’amore. E a Jason, per ogni singolo giorno.

Se sulla tua ala innesto la mia
L’afflizione darà maggior slancio al mio volo.

— George Herbert, Easter Wings

PROLOGO

ACQUE EXTRATERRITORIALI
Daniel guardò la baia. I suoi occhi erano grigi come la fitta nebbia
che avvolgeva la battigia di Sausalito, come l’acqua increspata che
lambiva la spiaggia di ciottoli su cui posava i piedi. Nei suoi occhi
adesso non c’era traccia di viola, lo sentiva. Lei era troppo lontana.
Dall’acqua soffiava un forte vento sferzante. Daniel sapeva che
stringersi di più nel giaccone nero non sarebbe servito a nulla. La
caccia gli faceva sempre venire freddo.
Una cosa sola avrebbe potuto scaldarlo quel giorno, ma
raggiungerla era impossibile. Gli mancava la sommità del suo capo,
quel punto così perfetto su cui posare le labbra. Immaginò le proprie
braccia colme del corpo di lei, mentre si chinava a baciarle il collo.
Ma era un bene che lei adesso non ci fosse. Si sarebbe trovata di
fronte cose che l’avrebbero terrorizzata.
Alle sue spalle, il richiamo del branco di leoni marini che
arrancavano sulla riva sud di Angel Island pareva riflettere
esattamente il modo in cui si sentiva in quel momento:
disperatamente solo, senza nessuno ad ascoltarlo.
Nessuno a parte Cam.
Accovacciato di fronte a Daniel, Cam stava legando un’ancora
arrugginita intorno al cadavere fradicio e gonfio ai loro piedi. Anche
se era intento in qualcosa di tanto sinistro, Cam era bello. Aveva i
capelli neri corti e gli occhi verdi lucenti. Era la tregua: accendeva le
guance degli angeli di un colorito più intenso, i loro capelli di una
lucentezza più viva e delineava in maniera più nitida i loro corpi
muscolosi e perfetti. I giorni di tregua erano per gli angeli

l’equivalente di una vacanza al mare per gli esseri umani.
Così, anche se Daniel soffriva ogni volta che doveva mettere fine
a una vita umana, a chiunque altro sarebbe apparso come se fosse
appena tornato da una settimana alle Hawaii: fresco, riposato e con
una bella abbronzatura.
Stringendo uno dei suoi nodi complicati, Cam disse: «Un classico
di Daniel. Si tira sempre indietro e lascia a me il lavoro sporco.»
«Cosa stai dicendo? Sono stato io ucciderlo.» Daniel guardò il
morto, i grigi capelli crespi incollati alla fronte, le mani nodose e gli
stivali di gomma da poco prezzo, il taglio rosso cupo che gli
attraversava il petto. Si sentì di nuovo pervadere dal freddo. Se
uccidere non fosse stato necessario per garantire la sicurezza di Luce,
la sua salvezza, Daniel non avrebbe mai più brandito un’arma. Non
avrebbe mai combattuto un’altra battaglia.
E poi c’era che non quadrava nell’omicidio di quell’uomo. Daniel
provava la vaga, inquietante sensazione che fosse profondamente
sbagliato.
«Ucciderli è la parte divertente.» Cam avvolse la corda intorno al
petto dell’uomo e la strinse sotto le braccia. «Il lavoro sporco è
buttarli in mare.»
Daniel teneva ancora in mano il ramo insanguinato. Cam aveva
riso di quella scelta, ma per lui non aveva importanza ciò che usava.
Poteva uccidere con qualsiasi cosa.
«Sbrigati» ringhiò, nauseato per l’evidente piacere che Cam traeva
dallo spargere sangue umano. «Stai perdendo tempo. Tra poco la
marea comincerà a calare.»
«E se non facciamo come dico io, domani l’alta marea riporterà a
riva l’Assassino. Sei troppo impulsivo, Daniel, lo sei sempre stato. Ti
capita mai di pensare oltre il tuo naso?»
Daniel incrociò le braccia e guardò verso le creste bianche delle
onde. Un catamarano di turisti stava scivolando verso di loro dalla
banchina di San Francisco. Un tempo la visione della barca gli
avrebbe suscitato un flusso di ricordi. Migliaia di gite felici con Luce
attraverso i mari di mille vite. Ma ora – ora che lei poteva morire e
non ritornare, in questa vita in cui tutto era diverso e a cui non

sarebbero seguite altre reincarnazioni – Daniel si rendeva conto fin
troppo bene di quante lacune ci fossero nei ricordi di Luce. Questa
era l’ultima possibilità. Per entrambi. Per tutti, in realtà. Quindi
erano i ricordi di Luce a contare, non quelli di Daniel e, per la
sopravvivenza di lei, era necessario far risalire delicatamente in
superficie tantissime verità sconvolgenti. Al pensiero di ciò che Luce
poteva venire a sapere Daniel sentì tendersi l’intero corpo.
Cam sbagliava a credere che lui non stesse pensando oltre il suo
naso.
«Sono ancora qui per un solo motivo, e tu lo sai» disse Daniel.
«Dobbiamo parlare di lei.»
Cam rise. «Era quello che stavo facendo.» Con un grugnito, issò in
spalla il cadavere fradicio. Il completo blu del morto si arrotolò
intorno alla corda annodata da Cam. La pesante ancora riposava sul
petto insanguinato.
«Era un po’ molliccio, no?» chiese Cam. «È quasi un insulto che gli
Anziani non abbiano mandato un killer più impegnativo.»
Poi – come un lanciatore di pesi olimpionico – Cam fletté le
ginocchia, girò tre volte su se stesso per prendere lo slancio e scagliò
il morto a trenta metri d’altezza verso il mare.
Per alcuni interminabili secondi il corpo fluttuò sulla baia. Poi il
peso dell’ancora lo tirò giù... giù... giù.
Un gran tonfo nel profondo blu. E affondò all’istante.
Cam si asciugò le mani. «Credo di avere stabilito un record.»
Si somigliavano in molte cose. Ma Cam era peggiore: era un
demone, e ciò lo rendeva capace di azioni ignobili senza alcun
rimorso. Daniel invece era tormentato dal rimorso. E ora era
tormentato anche dall’amore.
«Prendi con troppa leggerezza la morte umana» disse Daniel.
«Questo qui se lo meritava» replicò Cam. «Non riesci proprio a
vederci il lato divertente?»
Daniel accostò il viso a quello di Cam e ringhiò: «Lei non è un
gioco per me.»

«Ecco perché perderai di sicuro.»
Daniel lo afferrò per il bavero dell’impermeabile grigio ferro.
Prese in considerazione l’ipotesi di lanciare Cam nell’acqua proprio
come lui aveva appena lanciato il predatore.
Una nuvola scivolò davanti al sole, oscurando i loro volti.
«Calma» disse Cam allontanando le mani di Daniel. «Hai tanti
nemici, ma in questo momento io non sono uno di loro. Ricordati la
tregua.»
«Che tregua?» ribatté Daniel. «Diciotto giorni in cui altri
cercheranno di ammazzarla.»
«Diciotto giorni in cui io e te li abbatteremo» corresse Cam.
Era tradizione angelica che una tregua durasse diciotto giorni.
In Paradiso, il diciotto è il numero fortunato e divino per
eccellenza: la somma vivificatrice dei due sette (gli arcangeli e le virtù
cardinali), bilanciata dal monito dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
In certe lingue dei mortali, il diciotto simboleggiava la vita stessa,
anche se, in questo caso, per Luce poteva semplicemente significare
morte.
Cam aveva ragione. Appena la notizia della sua mortalità si fosse
diffusa tra le gerarchie celesti, le fila dei suoi nemici sarebbero
cresciute in modo esponenziale. Miss Sophia e le sue coorti, i
Ventiquattro Anziani di Zhsmaelin, stavano ancora cercando Luce.
Daniel aveva intravvisto gli Anziani nelle ombre degli Annunziatori
proprio quella mattina. E aveva scorto anche qualcos’altro: una
seconda oscurità, profondamente astuta, che non aveva riconosciuto
subito.
Un raggio di sole squarciò le nuvole, e con la coda dell’occhio
Daniel vide brillare qualcosa sulla spiaggia. Si voltò e si inginocchiò:
c’era una freccia conficcata nella sabbia bagnata. Era più sottile di
una freccia normale, di color argento opaco, ornata di incisioni a
spirale. Era tiepida.
Daniel rimase senza fiato. Erano eoni che non vedeva una
stellasaetta. Quando la estrasse delicatamente dalla sabbia, evitando
con cura di toccare la micidiale estremità smussata, gli tremavano le

dita.
Adesso Daniel sapeva da dove era arrivata la seconda oscurità tra
gli Annunziatori di quella mattina. Le cose andavano peggio di
quanto avesse temuto. Si voltò verso Cam, tenendo la freccia leggera
come una piuma in equilibrio sulla mano. «Quello non lavorava da
solo.»
Appena vide la stellasaetta, Cam si irrigidì. Si avvicinò quasi con
reverenza, sporgendosi per toccarla come aveva fatto Daniel.
«Un’arma troppo preziosa per essere abbandonata. L’Escluso doveva
proprio avere fretta di scappare.»
Gli Esclusi: una setta di angeli pusillanimi, maldestri, evitati dal
Paradiso come dall’Inferno. L’unica loro grande forza era l’angelo
solitario Azazel, il solo ancora in grado di forgiare le stelle, che
conosceva l’arte di produrre le stellasaetta. Scagliata da un arco
d’argento su un mortale, la stellasaetta non procurava niente più di
un livido. Per angeli e demoni, invece, era la più micidiale delle
armi.
Tutti le volevano, ma nessuno era disposto ad allearsi con gli
Esclusi, così il traffico di stellesaetta avveniva clandestinamente,
attraverso alcuni mediatori. Quindi l’uomo che Daniel aveva ucciso
non era un killer mandato dagli Anziani, ma solo un mediatore.
L’Escluso, il nemico vero, era volato via, probabilmente appena
aveva visto Daniel e Cam. Daniel rabbrividì: non era una buona
notizia.
«Abbiamo ammazzato l’uomo sbagliato.»
«In che senso ―sbagliato‖?» lo liquidò Cam. «Il mondo non starà
meglio con un predatore in meno? E Luce anche.» Guardò Daniel e il
mare. «L’unico problema è...»
«Gli Esclusi.»
Cam annuì. «E così la vogliono anche loro.»
Daniel sentì rizzarsi le punte delle ali sotto il golf di cachemire e il
giaccone pesante, un prurito intenso che lo fece trasalire. Rimase
immobile con gli occhi chiusi e le braccia abbandonate lungo i
fianchi, sforzandosi di mantenere la calma, prima che le ali
schizzassero fuori come le vele di una nave che si spiegano di colpo,

portandolo verso l’alto, via dall’isola, sopra la baia. Dritto da lei.
Chiuse gli occhi cercando di immaginare Luce. Aveva dovuto
letteralmente strapparsi dalla capanna dove dormiva in pace sulla
minuscola isola a est di Tybee. Ora laggiù era sera. Si era svegliata,
adesso? Aveva fame?
La battaglia alla Sword & Cross, le rivelazioni e la morte
dell’amica l’avevano sfinita. Secondo gli angeli avrebbe dormito
tutto il giorno e tutta la notte. Ma entro la mattina seguente, lui
doveva aver pronto un piano.
Questa era la prima volta che Daniel proponeva una tregua.
Fissare insieme a Cam i parametri, stabilire le regole e prevedere un
sistema di conseguenze se una delle parti avesse trasgredito sarebbe
stata una grandissima responsabilità. Ma lo avrebbe fatto,
ovviamente. Per lei avrebbe fatto qualunque cosa... voleva solo
essere certo di farlo bene.
«Dobbiamo nasconderla in un posto sicuro» disse. «C’è una scuola
su al nord, vicino a Fort Bragg...»
«La Shoreline School.» Cam annuì. «Anche i miei ci hanno dato
un’occhiata. Là sarà felice. Verrà educata in modo da non correre
rischi. E, cosa più importante, sarà protetta.»
Gabbe aveva già spiegato a Daniel il tipo di copertura che la
Shoreline avrebbe garantito. Presto si sarebbe sparsa la voce che Luce
era nascosta laggiù, ma almeno per qualche tempo sarebbe stata
quasi invisibile. Tra le sue mura, Francesca, l’angelo più vicino a
Gabbe, si sarebbe presa cura di lei. Fuori, Daniel e Cam avrebbero
dato la caccia e ucciso chiunque avesse avuto l’ardire di avvicinarsi
alla scuola.
Chi aveva parlato a Cam della Shoreline? A Daniel non piaceva
l’idea che la loro parte ne sapesse più della sua. Si stava già
maledicendo per non aver visitato la Shoreline prima di fare la scelta
definitiva, ma era già stato abbastanza difficile lasciare Luce.
«Può cominciare già domattina. Ammesso…» gli occhi di Cam
scrutarono il viso dell’altro «… ammesso che tu dica di sì.»
Daniel premette la mano sul taschino della camicia, dove teneva
una foto recente. Luce sul lago alla Sword & Cross. I capelli bagnati e

brillanti. Un raro sorriso sul volto. Di solito in una vita aveva appena
il tempo di fotografarla, che la perdeva di nuovo. Questa volta
invece era ancora lì con lui.
«Dai, Daniel» disse Cam. «Sappiamo che cosa le serve. La
iscriviamo, e poi la lasciamo stare. Per accelerare questa fase, la cosa
migliore è lasciarla sola. Non possiamo far altro.»
«Non posso abbandonarla così a lungo.» Daniel aveva parlato
troppo in fretta. Guardò la freccia nelle sue mani e si sentì male.
Avrebbe voluto lanciarla nell’oceano, ma non poteva.
«Così» Cam socchiuse gli occhi «non gliel’hai detto.» Daniel rimase
immobile. «Non posso dirle niente, rischieremmo di perderla.»
«Tu rischi di perderla» ringhiò Cam.
«Sai benissimo cosa intendo» replicò rigido Daniel. «È troppo
pericoloso presumere che elabori tutto senza...»
Chiuse gli occhi per scacciare l’immagine della fiammata
incandescente, dell’agonia. Ma lei continuava ad ardere nel
profondo della sua mente e minacciava di propagarsi come un
incendio indomabile. Se lui le avesse detto la verità e l’avesse uccisa,
questa volta sarebbe scomparsa per davvero. E sarebbe stata colpa
sua. Daniel non poteva fare niente - non poteva esistere - senza di
lei. Sentiva le ali scottare al solo pensiero. Meglio proteggerla ancora
per un po’.
«Molto comodo» borbottò Cam, sarcastico. «Spero solo che a lei
non dispiaccia.»
Daniel ignorò la sua frecciata. «Credi davvero che riuscirà a
imparare in quella scuola?»
«Certo che sì» rispose Cam piano. «Se partiamo dal presupposto
che non abbia nessuna distrazione esterna. Il che significa: niente
Daniel e niente Cam. Questa è la regola.»
Non vederla per diciotto giorni? Daniel non riusciva nemmeno a
immaginare una prospettiva del genere, né riusciva a immaginare
che Luce avrebbe accettato. Si erano appena ritrovati in questa vita e
finalmente avevano la possibilità di stare insieme. Però, come
sempre, la spiegazione dei particolari rischiava di ucciderla. Lei non

poteva venire a conoscere delle sue vite precedenti dalla bocca di un
angelo. Luce non lo sapeva ancora, ma ben presto avrebbe scoperto
tutto da sola.
La verità sepolta – in particolare ciò che Luce ne avrebbe pensato
– terrorizzava Daniel. Ma lasciare che lei la scoprisse per conto suo
era l’unico modo per spezzare quell’orrendo circolo vizioso. Ecco
perché l’esperienza alla Shoreline sarebbe stata cruciale. Per diciotto
giorni Daniel avrebbe ucciso ogni Escluso che gli fosse capitato a tiro.
Ma, finita la tregua, tutto sarebbe tornato nelle mani di Luce.
Soltanto nelle sue mani.
Il sole tramontava sul monte Tamalpais e la nebbia della sera
cominciava a salire.
«Lascia che la porti io a Shoreline» disse Daniel. Sarebbe stata
l’ultima possibilità di vederla. Cam lo guardò perplesso,
domandandosi se concederglielo. Per la seconda volta, Daniel
dovette obbligare le ali indolenzite a rientrare sotto la pelle.
«D’accordo» rispose Cam alla fine. «In cambio della stellasaetta.»
Daniel gli porse l’arma e Cam la infilò nel giaccone.
«Portala alla scuola e poi vieni a cercarmi. Non fare casini, ti terrò
d’occhio.»
«E poi?»
«Dobbiamo andare a caccia.»
Daniel annuì e spiegò le ali, provando un piacere intenso lungo
tutto il corpo. Rimase in piedi un istante raccogliendo le energie,
sentendo la resistenza rude del vento. Era ora di fuggire da quello
scenario orrendo e maledetto, lasciare che le ali lo riportassero là
dove avrebbe potuto veramente essere se stesso.
Da Luce.
E alla menzogna con cui avrebbe dovuto convivere ancora per
qualche tempo.
«La tregua inizierà domani a mezzanotte» gridò Daniel,
sollevando un grande schizzo di sabbia dalla spiaggia, mentre
spiccava il volo e s’innalzava veloce nel cielo.

UNO

DICIOTTO GIORNI
Luce si ripropose di tenere gli occhi chiusi per tutte le sei ore del
volo transcontinentale dalla Georgia alla California, finché le ruote
dell’aereo avessero toccato terra a San Francisco. Da mezza
addormentata, le sembrava molto più facile fingere di essersi già
riunita a Daniel.
Erano trascorsi solo un paio di giorni dall’ultima volta che l’aveva
visto, eppure pareva una vita.
Da quando si erano salutati venerdì mattina alla Sword & Cross,
Luce si sentiva stremata. L’assenza della sua voce, del suo calore, del
tocco delle sue ali le era entrata nelle ossa come una strana malattia.
Un braccio sfiorò il suo e Luce aprì gli occhi. Si trovò faccia a
faccia con un ragazzo dall’aria sorpresa e i capelli castani, di qualche
anno più grande di lei.
«Scusa» dissero all’unisono, mentre si ritraevano entrambi di
qualche centimetro.
Il panorama che si godeva dal finestrino era da mozzare il fiato.
L’aereo scendeva verso San Francisco, e Luce non aveva mai visto
niente del genere. Mentre sorvolavano la costa meridionale della
baia, un azzurro, sinuoso corso d’acqua sembrava fendere la terra
verso il mare, dividendo un campo verde brillante da una spirale
bianca e rosso acceso. Luce premette la fronte sul finestrino per
tentare di vedere meglio.
«Che cos’è?» si chiese ad alta voce.
«Sale» rispose il ragazzo, indicando la distesa bianca. Si sporse un
po’ di più verso di lei. «Lo estraggono dal Pacifico.»

La risposta era così semplice, così… umana. Quasi una novità
dopo tutto il tempo trascorso con Daniel e gli altri… angeli e
demoni. Aveva ancora qualche difficoltà a usare quei termini nel
loro senso letterale. Luce fece correre lo sguardo sull’acqua blu scuro,
che sembrava estendersi senza fine verso ovest. Per lei, cresciuta sulla
costa Atlantica, il sole sul mare aveva sempre significato mattina. Ma
là fuori era quasi sera.
«Non sei di queste parti, vero?» chiese il ragazzo.
Luce scosse la testa, ma tenne a freno la lingua. Continuò a
guardare fuori. Prima di lasciare la Georgia quella mattina, Mr. Cole
le aveva dato istruzioni: non attirare l’attenzione. Agli altri
insegnanti era stato detto che Luce sarebbe stata trasferita per
desiderio dei genitori. Era una bugia. Per quel che ne sapevano sua
madre, suo padre, Callie e tutti gli altri, lei era ancora iscritta alla
Sword & Cross.
Poche settimane prima una cosa del genere l’avrebbe fatta
infuriare. Ma dopo ciò che era successo negli ultimi giorni alla Sword
& Cross, Luce prendeva il mondo molto seriamente. Aveva
intravvisto un’istantanea di un’altra vita, una delle tante che in
passato aveva condiviso con Daniel. Aveva scoperto un amore più
profondo di quanto avesse mai ritenuto persino possibile. E poi
aveva visto tutto finire sotto la minaccia di una vecchia pazza armata
di pugnale, una pazza di cui si era fidata.
Luce sapeva che là fuori c’erano altri come Miss Sophia. Ma
nessuno le aveva detto come riconoscerli. Miss Sophia era parsa
normale fino alla fine. Gli altri avrebbero potuto sembrare innocenti
come… come il ragazzo bruno che le sedeva accanto? Luce deglutì,
intrecciò le mani in grembo e cercò di pensare a Daniel.
Daniel la stava portando in un luogo sicuro.
Luce lo immaginò seduto ad aspettarla su una di quelle seggiole di
plastica grigie da aeroporto, con i gomiti sulle ginocchia, la testa
bionda incassata tra le spalle. Se lo figurò mentre si dondolava avanti
e indietro, nelle Converse nere, per poi magari alzarsi di quando in
quando e andare a gironzolare attorno al nastro trasportatore dei
bagagli.

L’aereo atterrò con un sobbalzo. Tutto d’un tratto, Luce si scoprì
nervosa. Non vedeva l’ora di vedere Daniel, ma lui sarebbe stato
altrettanto felice di rincontrarla?
Si concentrò sul motivo marrone e beige del sedile di fronte.
Aveva il collo irrigidito dal lungo volo e i vestiti sapevano di aereo.
Fuori dal finestrino, l’equipaggio di terra nelle uniformi blu scuro
sembrava impiegare un tempo infinito per portare il velivolo al
punto di sbarco. Le ballavano le ginocchia per l’impazienza.
«E così te ne starai in California per un po’…» Il ragazzo rivolse a
Luce un sorriso pigro, che la rese ancora più ansiosa di alzarsi.
«Cosa te lo fa pensare?» chiese in fretta.
Il ragazzo ammiccò. «Quell’enorme sacca rossa...»
Luce si ritrasse. Non si era accorta di lui fino a due minuti prima,
quando l’aveva urtata e svegliata. Come faceva a sapere del suo
bagaglio?
«Ehi, niente paura.» Le lanciò una strana occhiata. «Ero in fila
dietro di te al check in.»
Luce sorrise goffamente. «Ho il ragazzo» si sentì dire. E subito
arrossì.
L’altro tossicchiò. «Capito.»
Luce fece una smorfia. Non sapeva perché l’avesse detto. Non
voleva essere maleducata, ma il segnale di cinture allacciate si era
spento, e adesso l’unica cosa che desiderava era passare davanti al
ragazzo e precipitarsi fuori dall’aereo. Probabilmente il ragazzo
dovette intuirlo, perché si fece indietro e agitò la mano. Nel modo
più educato possibile, Luce gli passò davanti e marciò verso l’uscita.
La fuga durò poco, però, perché si ritrovò imbottigliata nel
corridoio in una fila tormentosamente lenta. Maledicendo tra sé tutti
i californiani distratti che strascicavano i piedi davanti a lei, Luce si
alzò sulle punte, avanzando a piccoli passi. Quando entrò nel
terminal, era quasi fuori di sé dall’impazienza.
Finalmente poteva muoversi. Scivolò tra la folla con destrezza e si
dimenticò del vicino di posto appena conosciuto. Dimenticò di
essere tesa perché non era mai stata in California in vita sua: in

realtà, non era mai andata più a ovest di Branson, Missouri, quando
i genitori l’avevano trascinata a uno spettacolo di Yakov Smirnoff. E,
per la prima volta dopo giorni, per un attimo dimenticò anche gli
orrori a cui aveva assistito alla Sword & Cross. Andava incontro
all’unica cosa al mondo che avesse il potere di farla stare meglio. La
sola in grado di farle sentire che era davvero valsa la pensa di
sopravvivere a tutta l’angoscia sopportata fino ad allora, alle ombre,
alla battaglia irreale nel cimitero e, cosa peggiore di tutte, allo strazio
della morte di Penn.
Ed eccolo là.
Era seduto proprio come Luce l’aveva immaginato, sull’ultima
delle squallide seggiole grigie, vicino a una porta automatica che
continuava ad aprirsi e chiudersi alle sue spalle. Per un istante Luce
rimase immobile, solo per poterlo guardare.
Daniel portava delle infradito, un paio di jeans scuri che non gli
aveva mai visto e una T-shirt rossa slabbrata, con uno strappo vicino
al taschino. Sembrava sempre lo stesso, eppure in lui qualcosa di
diverso c’era. Sembrava più riposato di quando si erano salutati il
giorno prima. Era perché Luce aveva sentito tanto la sua mancanza,
oppure la sua pelle era ancora più radiosa di quanto lei ricordasse?
Daniel si guardò intorno e finalmente la vide. Il suo sorriso
splendette.
Gli corse incontro. In un attimo le braccia di Daniel l’avvolsero,
Luce affondò il viso nel suo petto con un lungo, profondo sospiro.
Le loro bocche si incontrarono e sprofondarono in un bacio. Luce si
rilassò, felice tra le sue braccia.
Non se ne era resa conto sino a quel momento, ma una parte di
lei si era chiesta se l’avrebbe mai rivisto, se tutta quella storia non
fosse solo un sogno. L’amore che provava e che lui ricambiava con
la stessa intensità sembrava del tutto irreale.
Ancora persa nel bacio, Luce gli pizzicò delicatamente il bicipite.
Non era un sogno. Per la prima volta da chissà quanto tempo, si
sentiva a casa.
«Sei qui» le bisbigliò Daniel all’orecchio.
«Tu sei qui.»

«Siamo qui tutti e due.»
Risero, senza smettere di baciarsi, divorando ogni frammento
della goffa dolcezza che accompagna il ritrovarsi. Ma proprio
quando Luce meno se lo aspettava, la risata si trasformò in un
singhiozzo. Voleva dirgli quanto fossero stati duri gli ultimi giorni –
senza di lui, senza nessuno, semiaddormentata e intorpidita nella
consapevolezza che tutto era cambiato – ma ora, tra le braccia di
Daniel, non riusciva a trovare le parole.
«Lo so» disse lui. «Prendiamo la sacca e usciamo di qui.»
Luce si avviò verso il ritiro bagagli, e si trovò di fronte il ragazzo
seduto vicino a lei in aereo. Reggeva la sua borsa rossa con tutte e
due le mani. «L’ho vista passare» disse lui con un sorriso forzato,
come se volesse dimostrare a tutti i costi le sue buone intenzioni. «È
tua, no?»
Prima che Luce avesse modo di rispondere Daniel, con una mano
sola, liberò il ragazzo dallo scomodo peso. «Grazie, amico. Da
adesso ci penso io» disse perentorio, per chiudere la conversazione.
Il ragazzo dell’aereo rimase a guardare Daniel che faceva scivolare
l’altra mano intorno alla vita di Luce e la portava via. Questa era la
prima volta dai tempi della Sword & Cross che Luce riusciva a vedere
Daniel come lo vedevano tutti, la sua prima occasione per capire se
anche gli altri notassero, a prima vista, che c’era in lui qualcosa di
straordinario.
Quando oltrepassarono le porte scorrevoli, Luce respirò la prima
vera aria della West Coast. La serata d’inizio novembre era fresca,
frizzante e salutare, non umida e fredda come quella di Savannah nel
pomeriggio, al decollo dell’aereo. Il cielo era di un azzurro brillante,
senza una nuvola all’orizzonte. Tutto sembrava nuovo di zecca e
pulito; perfino le automobili in fila nel parcheggio erano lavate di
recente. Una catena di montagne brune, punteggiate dal verde degli
alberi, incorniciava il panorama; le colline s’inanellavano a perdita
d’occhio.
Non era più in Georgia.
«Non so se esserne stupito» scherzò Daniel. «Ti ho fatta uscire da
sotto la mia ala per due giorni e già un altro ti è piombato addosso.»

Luce alzò gli occhi al cielo. «Ma dai. Non abbiamo neanche quasi
parlato. A dir la verità ho dormito per tutto il volo.» Gli diede un
colpetto con il gomito. «Ti ho sognato.»
Daniel passò dal broncio al sorriso e le dette un bacio sulla
sommità del capo. Luce non si mosse – ne voleva ancora – e non si
accorse che Daniel si era fermato davanti a un’auto. Non un’auto
qualunque.
Un’Alfa Romeo nera.
Luce rimase a bocca aperta quando Daniel aprì la portiera dal lato
del passeggero.
«Que-questa...» balbettò. «Questa è... lo sapevi che questa è in
assoluto la macchina dei miei sogni?»
«Di più» rise Daniel. «Un tempo è stata la tua macchina.»
Rise vedendola trasalire alle sue parole. Luce si stava ancora
abituando alla faccenda della reincarnazione. Era così ingiusto.
Un’auto di cui non ricordava nulla. Vite intere che non riusciva a
richiamare alla memoria.
E Luce voleva disperatamente ricordare: le sembrava quasi che
tutte quelle altre se stesse fossero sorelle da cui era stata separata alla
nascita. Posò la mano sul parabrezza cercando una qualche
reminiscenza, un déjà-vu.
Niente.
«È stato il regalo dei tuoi genitori per i sedici anni, un paio di vite
fa.» Daniel abbassò gli occhi, come se stesse cercando di decidere
quanto dirle. Come se sapesse che lei era affamata di dettagli, ma
anche che forse non sarebbe riuscita a inghiottirne troppi in una
volta. «L’ho appena comprata da un tipo a Reno. Che l’aveva
comprata a sua volta dopo che tu, ehm… Insomma, dopo che…»

Avevo preso fuoco, pensò Luce, completando l’amara verità che

Daniel non osava dire. Questo era l’unico punto in comune di tutte
le sue vite passate: la fine cambiava di rado.
Ma forse questa volta non sarebbe andata così. Questa volta
potevano tenersi per mano, baciarsi e… non Luce sapeva cos’altro.
Ma moriva dalla voglia di scoprirlo. Si trattenne dal dirlo ad alta

voce. Dovevano fare attenzione. Diciassette anni non bastavano, e
Luce era determinatissima a rimanere in questa vita, per vedere come
fosse stare davvero con Daniel.
Lui si schiarì la voce e accarezzò il cofano nero scintillante. «Fila
ancora come un razzo. L’unico problema è…» Guardò il minuscolo
bagagliaio della decappottabile, poi la sacca da viaggio, e di nuovo il
bagagliaio.
Sì, riempire troppo la valigia era sempre stata una pessima
abitudine di Luce, e lei era la prima a riconoscerlo. Ma per una volta
tanto non era colpa sua. Arriane e Gabbe avevano raccolto tutto
quello che avevano trovato nella sua stanza alla Sword & Cross,
anche gli abiti – neri o meno – che lei non era nemmeno riuscita a
mettersi. Era stata troppo occupata a dire addio a Daniel e Penn per
pensare ai bagagli. Luce si lasciò sfuggire una smorfia di dolore: si
sentiva in colpa per essere in California con Daniel, tanto lontano
dalla tomba dell’amica. Non le sembrava giusto. Mr. Cole le aveva
assicurato che Miss Sophia sarebbe stata giudicata per quello che
aveva fatto a Penn, ma quando Luce aveva chiesto che cosa volesse
dire esattamente, lui si era tormentato i baffi e aveva taciuto.
Daniel osservò tutto il parcheggio con aria sospettosa. Aprì il
portabagagli, tenendo in mano il borsone. Pareva impossibile che ci
stesse ma poi, con un lieve rumore di risucchio, la sacca cominciò a
rimpiccolire. Un attimo dopo Daniel chiuse il bagagliaio con un
colpo secco.
Luce batté le palpebre. «Rifallo!»
Daniel non rise. Sembrava nervoso. Scivolò al posto di guida e
mise in moto. Vedere il suo viso apparentemente sereno e
conoscerlo abbastanza bene da percepire che c’era qualcosa sotto
quella superficie era cosa strana per Luce, totalmente nuova.
«Cosa c’è che non va?» chiese.
«Mr. Cole ti ha detto che non devi attirare l’attenzione, giusto?»
Luce annuì.
Daniel fece marcia indietro e uscì dal parcheggio, poi svoltò verso
l’uscita, facendo scivolare una carta di credito nella colonnina per
alzare la sbarra. «È stato stupido. Avrei dovuto pensarci…»

«E cosa vuoi che sia?» Luce si sistemò i capelli scuri dietro le
orecchie mentre l’auto prendeva velocità. «Credi che attirerai
l’attenzione di Cam ficcando una sacca dentro un bagagliaio?»
Daniel scosse la testa con sguardo assente. «No, non Cam.» Dopo
un istante, le strinse un ginocchio. «Dimentica tutto quello che ho
detto. Ho solo... Dobbiamo essere più prudenti, tutti e due.»
Luce sentì quelle parole ma era troppo sopraffatta per badarci
davvero. Adorava guardare Daniel muovere con disinvoltura la leva
del cambio e imboccare la rampa per l’autostrada, sfrecciando nel
traffico; adorava sentire il vento che fischiava sulla macchina mentre
filavano a tutta velocità verso il profilo torreggiante di San Francisco;
adorava – più di tutto – stare con Daniel.
In città, la strada si fece più ripida. Ogni volta che raggiungevano
la cima di una collina e tornavano giù, Luce coglieva uno squarcio
diverso della città. Sembrava vecchia e nuova allo stesso tempo:
grattacieli con le vetrate a specchio addossati a ristoranti e bar vecchi
di un secolo. Per la strada c’erano un sacco di minuscole automobili
parcheggiate con un’inclinazione che sfidava la gravità. Cani e
passanti ovunque. Lo scintillio dell’acqua azzurra tutt’intorno. E in
lontananza un primo scorcio color mela rossa candita del Golden
Gate Bridge.
Il suo sguardo guizzava per non lasciarsi sfuggire nessun
particolare. E, nonostante avesse passato la maggior parte degli
ultimi giorni a dormire, si sentì di colpo sfinita.
Daniel la cinse con un braccio e le guidò la testa verso la propria
spalla. «Cosa poco nota degli angeli: siamo ottimi cuscini.»
Luce rise e gli baciò una guancia. «Non riuscirei a dormire» disse
strofinandogli il naso sul collo.
Sul Golden Gate Bridge, una massa di pedoni, ciclisti in tuta e
persone che facevano jogging sfilavano di fianco alle auto. Più giù la
baia scintillava, punteggiata di bianche barche a vela e delle note
iniziali di un tramonto violaceo. «Non ci vediamo da giorni. Voglio
recuperare» disse Luce. «Raccontami cosa hai fatto. Raccontami
tutto.»
Per un istante, credette di aver visto le mani di Daniel serrarsi sul

volante. «Se non hai intenzione di dormire» disse lui con un sorriso
forzato, «allora non conviene approfondire le minuzie delle otto ore
di riunione del Concilio degli Angeli che mi ha tenuto bloccato ieri
per tutto il giorno. Vedi, la direzione si è riunita per discutere un
emendamento alla proposta 362B, che definiva la già approvata
struttura della partecipazione cherubinica al terzo cielo...»
«Ma dai.» Gli dette un colpetto. Daniel scherzava, ma era un
nuovo, strano modo di scherzare. Adesso diceva apertamente di
essere un angelo, cosa che le piaceva, o almeno che le sarebbe
piaciuta, non appena avesse avuto un po’ di tempo per elaborarla. Il
cuore e il cervello di Luce faticavano ancora ad accettare i
cambiamenti avvenuti nella sua vita.
Ma erano di nuovo insieme, per sempre, e ogni cosa era
infinitamente più semplice. Non avevano più nulla da nascondersi. Si
infilò sotto il suo braccio. «Dimmi almeno dove andiamo.»
Daniel si ritrasse, e Luce sentì un nodo di gelo attanagliarle il
petto. Fece per posare una mano sulla sua, ma Daniel la scostò per
scalare di marcia.
«A una scuola a Fort Bragg che si chiama Shoreline. Le lezioni
cominciano domani.»
«Ci iscriviamo a un’altra scuola?» chiese Luce. «Perché?» Sembrava
una sistemazione definitiva. Ma quella avrebbe dovuto essere solo
una gita. I suoi genitori non sapevano nemmeno che avesse lasciato
la Georgia.
«La Shoreline ti piacerà. È molto progressista, infinitamente meglio
della Sword & Cross. Credo che lì potrai... evolvere. E non correrai
alcun pericolo. La scuola ha una qualità speciale, protettiva. Come
uno scudo mimetico.»
«Non capisco. Perché avrei bisogno di uno scudo? Pensavo che
bastasse venire qui, lontano da Miss Sophia.»
«Non c’è solo Miss Sophia» ribatté Daniel a bassa voce. «Ce ne
sono altri.»
«Chi? Tu mi puoi proteggere da Cam, da Molly o da chiunque.»
Luce rise, ma la sensazione di gelo le stava prendendo anche le
viscere.

«Non si tratta né di Cam né di Molly. Luce, non ne posso
parlare.»
«Chi altri conosceremo lì? Altri angeli?»
«In effetti ce ne sono, di angeli. Nessuno che tu conosca, ma sono
certo che andrai d’accordo con loro. C’è un’altra cosa.» Daniel
guardava dritto davanti a sé e parlava con voce piatta. «Io non mi
iscrivo.» Gli occhi non si staccarono una sola volta dalla strada. «Solo
tu. E solo per poco tempo.»
«Quanto poco?»
«Poche... settimane.»
Se Luce fosse stata alla guida, avrebbe frenato di botto.
«Poche settimane?»
«Se potessi rimanere lì con te, lo farei.» La voce di Daniel era così
inespressiva, così ferma, che Luce ne fu ancora più sconvolta. «Hai
visto cosa è appena successo con la sacca nel bagagliaio. È stato
come sparare in cielo un razzo di segnalazione per far sapere a tutti
dove siamo. Per mettere in allerta tutti quelli che cercano me.
Ovvero te. Sono troppo facile da trovare, troppo facile da
rintracciare. E quel trucco è niente al confronto di quello che faccio
ogni giorno e che potrebbe attirare l’attenzione di...» Scosse la testa
con decisione. «Non ti metterò in pericolo, Luce, mai.»
«Allora non farlo.»
Dal volto di Daniel traspariva il suo dolore. «È complicato.»
«E fammi indovinare: non mi puoi dare spiegazioni.»
«Vorrei tanto.»
Luce si portò le ginocchia al petto e si appoggiò alla portiera,
lontano da lui. Era sotto l’enorme cielo azzurro della California,
eppure provava lo stesso un gran senso di claustrofobia.

Per una mezz’ora, viaggiarono entrambi in silenzio. Dentro e

fuori dai banchi di nebbia, su e giù per il terreno arido e roccioso.
Passarono davanti al bivio per Sonoma e mentre l’auto s’infilava tra i
vigneti lussureggianti, Daniel disse: «Mancano ancora tre ore a Fort
Bragg. Terrai il broncio per tutto il tempo?»
Luce lo ignorò. Pensò ma si rifiutò di dare voce alle centinaia di
domande, frustrazioni, rimproveri e infine scuse per quelle scene da
bambina viziata. All’uscita di Anderson Valley, Daniel svoltò a ovest
e cercò di riprenderle la mano. «Mi perdonerai in tempo per goderci
i nostri ultimi minuti insieme?»
Luce voleva farlo. Voleva davvero non litigare con Daniel in quel
momento. Però sentirsi dire ―i nostri ultimi minuti insieme‖, essere
abbandonata per motivi che lei non poteva capire e che lui aveva
sempre rifiutato di spiegare la innervosiva e la terrorizzava allo
stesso tempo. Nel mare tempestoso di un nuovo Stato, una nuova
scuola e nuovi pericoli, Daniel era l’unica roccia alla quale potesse
aggrapparsi. E lui stava per lasciarla sola. Non aveva forse sofferto
abbastanza? Non avevano superato abbastanza prove insieme?
Soltanto dopo aver oltrepassato le sequoie ed essere usciti allo
scoperto in una sera stellata dal cielo blu elettrico, Daniel disse una
cosa che vinse le sue resistenze. Avevano appena superato il cartello
BENVENUTI A MENDOCINO, e Luce stava guardando verso ovest.
La luna piena brillava su un gruppo di edifici: un faro, parecchi
serbatoi di rame per l’acqua e file di vecchie case di legno ben
conservate. Da qualche parte, al di là dell’abitato, c’era l’oceano che
Luce riusciva a sentire, ma non a vedere.
Daniel si diresse a est, in una buia foresta di sequoie e aceri. «Vedi
quel campeggio là davanti?»
Se lui non glielo avesse indicato, Luce non lo avrebbe mai notato.
Strizzò gli occhi e vide un’entrata stretta dove un cartello di legno
incrostato di calce diceva a lettere bianche CASE MOBILI
MENDOCINO.
«Una volta abitavi qui.»
«Cosa?» Luce inspirò così bruscamente, che prese a tossire. Era un
posto triste e abbandonato: una brutta fila di scatole basse tutte
uguali sistemate lungo un sentiero di ghiaia. «Che orrore.»

«Hai vissuto qui prima che diventasse un campeggio» disse Daniel
fermando l’auto a bordo strada.
«Prima delle roulotte. Tuo padre, in quella vita, si era trasferito
qui con la famiglia dall’Illinois durante la corsa all’oro.» Pareva
guardare chissà dove dentro di sé. Scosse tristemente la testa. «Una
volta era veramente un bel posto.»
Luce osservò un uomo panciuto e calvo che trascinava al
guinzaglio un cane rossiccio spelacchiato. L’uomo portava una
canottiera bianca e un paio di boxer di flanella. Luce non riusciva
proprio a immaginarsi in quel posto.
Eppure, nei ricordi di Daniel quella scena era chiarissima.
«Avevate una casetta di legno e tua madre era una cuoca tremenda,
e tutto puzzava sempre di cavolo. C’erano delle tende di cotone a
quadretti bianchi e blu che scostavo per entrare dalla tua finestra di
notte, quando i tuoi dormivano.»
Il motore dell’auto girava al minimo. Luce chiuse gli occhi e cercò
di ricacciare indietro le stupide lacrime già pronte a rigarle le guance.
Ascoltare la loro storia da Daniel la rendeva possibile e impossibile
allo stesso tempo. E faceva sentire Luce terribilmente in colpa. Era
rimasto con lei così a lungo, per così tante vite. Luce aveva
dimenticato quanto lui la conoscesse bene. Molto meglio di quanto
si conoscesse lei stessa. Daniel sapeva ciò a cui stava pensando in
quel momento? Luce si chiese se, in qualche modo, non fosse più
facile essere se stessa e non avere memoria, piuttosto che essere lui e
rivivere ogni volta gli stessi avvenimenti.
Se Daniel diceva di dover andare via per qualche settimana e non
poteva spiegare il perché… doveva fidarsi di lui.
«Come è stato il nostro primo incontro?» chiese.
Daniel sorrise. «All’epoca facevo il taglialegna in cambio dei pasti.
Una sera, verso l’ora di cena, stavo passando accanto alla tua casa.
Tua madre aveva il cavolo sul fuoco e puzzava così tanto che stavo
quasi per proseguire. Poi ti ho vista dalla finestra. Stavi cucendo e
non riuscivo a distogliere gli occhi dalle tue mani.»
Luce si guardò le mani, le dita pallide e affusolate e i piccoli palmi
quadrati. Si chiese se avessero sempre avuto lo stesso aspetto. Daniel

le prese fra le proprie. «Sono morbide adesso come allora.»
Luce scosse la testa. Le piaceva quella storia, voleva sentirne altre
mille, ma non era quello che aveva inteso dire. «Io voglio sapere
della prima volta che ci siamo incontrati» disse. «La primissima.
Com’è stata?»
Dopo una lunga pausa, lui finalmente rispose: «Si sta facendo
tardi. Alla Shoreline ti aspettano entro mezzanotte.» Premette
sull’acceleratore, svoltando a sinistra verso il centro di Mendocino.
Dallo specchietto Luce vide il campeggio diventare sempre più
piccolo e buio, fino a scomparire del tutto. Ma poco dopo, Daniel
parcheggiò l’auto di fronte a una tavola calda aperta tutta la notte,
dai muri gialli e grandi vetrate lungo la facciata.
L’isolato era pieno di edifici strambi e vecchiotti che ricordavano
a Luce una versione meno imbalsamata della costa del New England,
vicino alla Dover, la sua vecchia scuola nel New Hampshire. La
strada era lastricata di pietre sconnesse che riflettevano la luce gialla
dei lampioni. In lontananza, sembrava che finisse dritta nell’oceano.
Si sentì pervadere dal freddo. Doveva ignorare la sua istintiva paura
del buio. Daniel le aveva spiegato che le ombre non erano cose di
cui avere paura, ma soltanto messaggeri. E questo avrebbe dovuto
rassicurarla, se non avesse implicato il fatto, difficile da ignorare, che
c’era ben altro di cui avere paura.
«Perché non me lo dici?» Non poteva farne a meno. Non sapeva
perché, ma sentiva che era importante chiederlo. Se doveva fidarsi di
Daniel quando diceva di doverla abbandonare dopo aver cercato di
ritrovarla per tutta la vita di lei, be’, forse, voleva capire le origini di
quella fiducia. Sapere come e quando era iniziata.
«Conosci il significato del mio cognome?» ribatté lui a sorpresa.
Luce si mordicchiò il labbro cercando di ripensare alla ricerca che
aveva fatto con Penn. «Ricordo che Miss Sophia mi ha parlato dei
Veglianti. Ma non so cosa significhi, né se devo crederle.» Le sue dita
corsero al collo, là dove Miss Sophia aveva puntato il coltello.
«Aveva ragione. I Grigori sono un clan. Il loro nome deriva dal
mio, in effetti. Perché osservano e imparano da ciò che è successo
quando… quando ero ancora il benvenuto in Paradiso. Quando

eri... be’, è successo tanto tempo fa, Luce. Per me è difficile ricordare
proprio tutto.»
«Dove? Dov’ero io?» insistette lei. «Miss Sophia ha detto che i
Grigori si univano a donne mortali, o qualcosa del genere. È questo
che è successo? E tu…?»
Daniel si voltò verso di lei. Qualcosa era cambiato nel suo viso, e
nella fioca luce lunare Luce non riuscì a capirne il senso. Ma Daniel
pareva sollevato che lei avesse capito da sola ciò che poteva essere
successo, così da non doverlo spiegare.
«La primissima volta che ti ho vista» continuò «non è stata diversa
da tutte le altre a seguire. Il mondo era più nuovo, ma tu eri sempre
uguale. Era...»
«Amore a prima vista.» Quella parte la sapeva.
Daniel annuì. «Come sempre. L’unica differenza è che all’inizio eri
proibita. Ero in punizione, mi ero innamorato di te nel momento
peggiore. C’era parecchia violenza in Paradiso. Per colpa di ciò
che… sono... io ero tenuto a starti lontano. Eri una distrazione.
Bisognava concentrarsi per vincere la guerra. È la stessa guerra che
continua ancora adesso.» Sospirò. «E se per caso non te ne sei
accorta, sono ancora molto distratto.»
«Quindi eri un angelo molto importante» mormorò Luce.
«Già.» Daniel tacque con aria avvilita, e quando riprese a parlare
parve quasi sibilare tra i denti: «È stata una caduta da uno dei
piedistalli più alti.»
Naturalmente. Daniel doveva essere stato un’autorità in Paradiso,
per aver causato una frattura così grande. Perché il suo amore per
una ragazza mortale fosse così proibito.
«Hai lasciato tutto? Per me?»
Daniel le toccò la fronte con la propria. «Dovessi tornare indietro,
rifarei tutto.»
«Ma io non ero nessuno» disse Luce. Si sentiva pesante, come se
stesse trascinando Daniel giù, verso il fondo. «Hai dovuto rinunciare
a così tanto!» Le venne la nausea. «E ora sei dannato per l’eternità.»
Daniel spense il motore e le rivolse un sorriso triste. «Potrebbe

non essere per sempre.»
«Che vuoi dire?»
«Dai» replicò lui uscendo dall’auto, per poi aprirle la portiera.
«Facciamo due passi.»
Camminarono sino in fondo alla strada. Non finiva in un vicolo
cieco, ma dava su una ripida scalinata rocciosa che scendeva fino al
mare. L’aria era fresca e umida per gli spruzzi di acqua salmastra.
Sulla sinistra si snodava un sentiero. Daniel le prese la mano e
cominciò a camminare sul ciglio del dirupo.
«Dove stiamo andando?» chiese Luce.
Daniel le sorrise e, raddrizzando le spalle, dispiegò le ali.
Si distesero piano piano, con una serie di schiocchi e scricchiolii
ovattati, quasi impercettibili. E quando furono del tutto spiegate,
produssero un dolce, fioccoso fruscio, come un piumone che viene
disteso su un letto.
Per la prima volta Luce notò il dorso della T-shirt di Daniel.
C’erano due minuscole fessure, quasi invisibili, che si aprivano per far
uscire le ali. Chissà se tutti i vestiti di Daniel avevano quelle angeliche
modifiche, o se invece portava abiti particolari quando intendeva
volare…
In ogni caso, le ali non mancavano mai di lasciarla senza parole.
Erano enormi, alte tre volte più di Daniel, e si stagliavano contro
il cielo spuntando da dietro di lui come enormi vele bianche. La loro
apertura catturava la luce delle stelle per rifletterla ancora più
intensamente, così da splendere di un bagliore iridescente. Vicino al
corpo diventavano più scure, sfumando sino a un ricco e terroso
color crema nel punto in cui si univano ai muscoli delle spalle.
Invece lungo i bordi si assottigliavano e brillavano, diventando quasi
traslucide sulle punte.
Luce le fissava rapita, cercando di ricordare la linea di ogni penna
maestosa, di trattenerla dentro di sé per quando lui fosse andato via.
Splendeva così luminoso che avrebbe potuto prestare luce al sole. Il
sorriso nei suoi occhi viola le rivelava quanto fosse felice di spiegare
le ali. Proprio quanto lo era Luce quando vi era avvolta.

«Vola con me» sussurrò.
«Cosa?»
«Non ti vedrò per un po’. Ti devo lasciare qualcosa che ti ricordi
di me.»
Luce lo baciò prima che potesse dire altro, intrecciando le dita
intorno al suo collo, stringendolo più forte che poteva, sperando di
dargli a sua volta qualcosa per ricordarla.
Con la schiena di lei contro il petto, la testa sulla spalla di Luce,
Daniel tracciò una linea di baci lungo il suo collo. La ragazza
trattenne il respiro, in attesa. Poi lui fletté le gambe e con grazia si
staccò dal bordo della scogliera.
Stavano volando.
Via dalla sponda rocciosa della costa, al di sopra delle onde
argentee che si frangevano, inarcandosi verso il cielo come per
raggiungere la luna. L’abbraccio di Daniel la difendeva da ogni
brusca folata di vento, da ogni sferzata di aria fredda dell’oceano. Il
silenzio della notte era assoluto. Come se loro due fossero le uniche
persone rimaste al mondo.
«È il Paradiso, questo, vero?» chiese Luce.
Daniel rise. «Vorrei che lo fosse. Forse un giorno, presto.»
Quando ebbero volato abbastanza lontano da non scorgere più la
terraferma, Daniel virò dolcemente verso nord e scesero in un lungo
arco oltre la città di Mendocino, che brillava all’orizzonte coi suoi
colori intensi. Erano molto al di sopra del più alto edificio della città
e si muovevano a una velocità incredibile. Ma Luce non si era mai
sentita così al sicuro e innamorata in vita sua.
E poi, troppo presto, stavano scendendo, e si avvicinavano
gradualmente al bordo di una scogliera diversa. Il rumore
dell’oceano divenne di nuovo più forte. Una strada scura a una sola
corsia si allontanava serpeggiando dall’autostrada. Quando i loro
piedi si posarono con delicatezza su una macchia d’erba fresca e
folta, Luce sospirò.
«Dove siamo?» chiese, benché lo sapesse già.
La Shoreline School. Intravvedeva un grande edificio, ma da

quella distanza era del tutto buio, solo una sagoma all’orizzonte.
Daniel la teneva stretta a sé come fossero ancora in volo. Luce volse
il capo per guardargli il viso: Daniel aveva gli occhi umidi.
«Coloro che mi hanno condannato ci stanno ancora sorvegliando,
Luce. Lo fanno da millenni. E non vogliono che stiamo insieme.
Faranno tutto ciò che è in loro potere per fermarci. Per questo non
sarei al sicuro se rimanessi.»
Luce annuì, con gli occhi che le bruciavano. «Ma perché io sono
qui?»
«Perché farò tutto ciò che posso per tenerti al sicuro, e questo è il
posto migliore per te adesso. Ti amo, Luce. Più di qualunque cosa.
Tornerò da te prima possibile.»
Luce avrebbe voluto protestare, ma tacque. Daniel aveva
rinunciato a tutto per lei. Quando si sciolse dall’abbraccio, aprì una
mano e una piccola forma rossa prese a crescere nel suo palmo. La
sua sacca. L’aveva presa dal bagagliaio senza che lei se accorgesse, e
l’aveva tenuta in mano per tutto il tragitto. In pochi secondi, era
cresciuta fino a tornare alle dimensioni originali. Se non fosse stata
tanto disperata per ciò che quel gesto implicava, la ragazza avrebbe
adorato quel trucco.
Una luce solitaria si accese nell’edificio. Una figura apparve nel
vano della porta.
«Non sarà per molto. Tornerò da te non appena la situazione sarà
più sicura.»
La mano calda di Daniel le afferrò il polso e, prima di
accorgersene, Luce era già avvolta nel suo abbraccio, attratta dalle
sue labbra. Lasciò che tutto il resto svanisse e che il cuore
traboccasse. Forse non poteva ricordare le vite precedenti, ma
quando Daniel la baciò, si sentì più vicina al passato. E al futuro.
La sagoma sulla porta, una donna con un vestito corto bianco,
s’incamminò verso di lei.
Il bacio, troppo dolce per essere così breve, la lasciò senza fiato
come tutti i loro baci.
«Non andartene» sussurrò con gli occhi chiusi. Stava succedendo

tutto troppo in fretta. Non voleva lasciare Daniel. Non ancora. Mai.
Sentì una sferzata d’aria, segno che lui aveva già spiccato il volo.
Ma col cuore lo inseguì: e quando un istante dopo aprì gli occhi,
colse l’ultima traccia delle sue ali che sparivano dentro una nuvola,
nella notte scura.

DUE

DICIASSETTE GIORNI
Stoc.
Luce trasalì e si strofinò il viso. Le pizzicava il naso.

Stoc. Stoc.
Adesso erano gli zigomi, a pizzicarle. Luce aprì lentamente gli
occhi e quasi subito si lasciò sfuggire una smorfia di sorpresa. China
su di lei c’era una ragazza grassottella dai capelli biondo slavato, le
sopracciglia folte e un’espressione torva sulle labbra. Aveva la
chioma raccolta disordinatamente in cima alla testa. Indossava
pantaloni da yoga e un top mimetico a coste, che si intonavano con
gli occhi nocciola screziati di verde. Teneva tra le dita una pallina da
ping pong e stava per tirarla.
Luce scattò indietro e si coprì il viso con le mani. Le faceva
abbastanza male il cuore per l’assenza di Daniel, non aveva bisogno
di altro dolore. Guardò in basso, sempre cercando di orientarsi e
d’un tratto iniziò a ricordare: la notte prima aveva scelto un po’ a
casaccio un letto su cui poter crollare.
La donna in bianco che era apparsa sulla scia di Daniel aveva
detto di essere Francesca, una degli insegnanti della Shoreline. Pur
stupita dagli ultimi avvenimenti, Luce si era resa conto che la donna
era bellissima. Sui trentacinque anni, capelli biondi lunghi fino alle
spalle, zigomi arrotondati e lineamenti morbidi.
Angelo, aveva stabilito Luce quasi all’istante.
Francesca non le aveva fatto domande mentre l’accompagnava
alla sua stanza. Dovevano averle detto che Luce sarebbe arrivata
solo a notte fonda, e di certo non le era sfuggito quanto fosse sfinita

la ragazza.
E ora quell’estranea che la costringeva a tornare in sé a colpi di
pallina era pronta a un altro lancio. «Bene, sei sveglia» le disse con
voce profonda.
«Chi sei?» chiese Luce, assonnata.
«Chi sei tu, semmai. A parte una sconosciuta che occupa
abusivamente la mia stanza, voglio dire. O una ragazzina che
disturba il mio mantra mattutino blaterando orrendamente nel
sonno. Io sono Shelby. Enchantée.»
Questa di sicuro non è un angelo, stabilì Luce. Solo una ragazza

californiana con un forte senso della proprietà.

Luce sedette sul letto e si guardò intorno. La stanza era un po’
angusta ma arredata in modo grazioso, con pavimenti di parquet
chiaro, un camino funzionante, un forno a microonde, due scrivanie
larghe e profonde, e scaffali che fungevano allo stesso tempo da
libreria e – Luce se ne rese conto in quel momento – da scaletta per il
letto di sopra.
Al di là di una porta scorrevole di legno c’era un bagno. E – Luce
dovette battere più volte le palpebre per esserne sicura – la finestra
dava sull’oceano. Non male per una ragazza che aveva passato
l’ultimo mese in una stanza più consona a un ospedale che a una
scuola, con vista su un cimitero vecchio e orribile. Ma per lo meno la
stanza e il cimitero volevano dire che era con Daniel. Aveva appena
cominciato a sentirsi a suo agio alla Sword & Cross e ora doveva
ricominciare tutto daccapo.
«Francesca non mi ha detto che avrei avuto una compagna di
stanza» si lasciò sfuggire Luce, ma dall’espressione di Shelby, capì
all’istante di aver detto la Cosa Sbagliata.
Così lanciò un’occhiata all’arredamento di Shelby. Luce non si era
mai fidata del suo istinto in fatto di design, o forse non aveva mai
avuto la possibilità di dedicarvisi. Non era rimasta abbastanza a
lungo alla Sword & Cross da impegnarsi nell’arredo ma, anche
prima, la sua stanza alla Dover era spoglia, con le pareti vuote.
Callie una volta l’aveva definita sterilmente chic.
D’altra parte, questa camera aveva qualcosa di stranamente…

accogliente. Una varietà di piante in vaso che non aveva mai visto
era allineata sul davanzale, e dal soffitto pendevano bandiere da
preghiera buddhiste. Una trapunta patchwork dai colori tenui stava
per scivolare dal letto di sopra, coprendo in parte un calendario
astrologico attaccato allo specchio con il nastro adesivo.
«Cosa credevi? Che smantellassero gli appartamenti del preside
solo perché sei Lucinda Price?»
«Ehm, non volevo affatto dire questo.» Luce scosse la testa.
«Aspetta, come sai il mio nome?»
«Così sei Lucinda Price?» Gli occhi screziati di verde della ragazza
sembravano fissare il pigiama grigio topo di Luce. «Che fortuna.»
Luce era senza parole.
«Scusa.» Shelby espirò e cambiò tono, sistemandosi sul bordo del
letto di Luce. «Sono figlia unica. Leon – il mio terapeuta – sta
cercando di farmi diventare meno scortese con le persone che
incontro per la prima volta.»
«E funziona?» Anche Luce era figlia unica, ma non era maleducata
con gli sconosciuti.
«Quello che volevo dire...» Shelby cambiò posizione, a disagio. «È
che non sono abituata a condividere...» Scosse la testa.
«Ricominciamo da capo?»
«Buona idea.»
«Okay.» Shelby prese un profondo respiro. «Ieri sera Frankie non
ti ha detto che avresti avuto una compagna di stanza, perché sarebbe
stata costretta ad ammettere – e se lo avesse ammesso avrebbe
dovuto riferirlo – che non ero a letto quando sei arrivata. Sono
entrata da quella finestra» disse indicandola «verso le tre.»
Luce si voltò: c’era un largo cornicione collegato a una parte di
tetto. Immaginò l’altra sfrecciare lungo un’intera rete di cornicioni
per ritornare lì, nel cuore della notte.
Shelby si esibì in un vistoso sbadiglio. «Vedi, quando si tratta di
ragazzi Nephilim alla Shoreline, l’unica cosa in cui gli insegnanti sono
rigidi è l’apparenza. La disciplina in sé non conta molto. Anche se,
naturalmente, Frankie non avrebbe mai pubblicizzato la cosa con

una nuova. Soprattutto non con Lucinda Price.»
Ed eccola di nuovo, quell’inflessione tagliente nella voce quando
pronunciava il suo nome. Luce voleva sapere cosa significasse. E
dove fosse stata Shelby fino alle tre. E come fosse riuscita a entrare
dalla finestra al buio senza far cadere neppure una pianta. E chi
erano i ragazzi Nephilim?
Luce ricordò vividamente le acrobazie mentali a cui l’aveva
sottoposta Arriane appena si erano conosciute. La durezza esteriore
della sua compagna di stanza alla Shoreline assomigliava a quella di
Arriane, e Luce ripensò alla sensazione di ―come faremo a diventare
amiche‖ provata il primo giorno alla Sword & Cross.
Ma anche se Arriane le era parsa aggressiva e perfino pericolosa,
fin dall’inizio c’era in lei qualcosa di incantevolmente squilibrato.
Invece questa nuova compagna di stanza sembrava solo irritante.
Shelby saltò giù dal letto e si precipitò in bagno a lavarsi i denti.
Dopo aver frugato nella sacca per trovare lo spazzolino, Luce la
seguì e indicò timidamente il dentifricio.
«Ho dimenticato il mio.»
«Non c’è dubbio che l’abbagliante celebrità ti renda cieca verso le
piccole necessità della vita» replicò Shelby, ma prese il tubetto e
glielo porse.
Si lavarono i denti in silenzio per dieci secondi, finché Luce non lo
sopportò più. Sputò un fiotto di schiuma. «Shelby?»
«Eh?» chiese Shelby sputando a sua volta con la testa nel
lavandino.
Invece di fare le domande che le frullavano in testa fino a un
minuto prima, Luce si sorprese a chiedere: «Cosa ho detto nel
sonno?»
Era la prima mattina – dopo un mese di nitidi, complicati e
tormentati sogni su Daniel – in cui Luce si era svegliata senza
ricordare assolutamente niente.
Assolutamente niente. Nemmeno il fruscio dell’ala di un angelo.
Nemmeno uno dei suoi baci.
Studiò nello specchio l’espressione burbera di Shelby. Luce aveva

bisogno di lei per stimolare la memoria. Doveva avere sognato
Daniel. Se non lo aveva fatto… cosa poteva voler dire?
«E che ne so?» disse Shelby alla fine. «Balbettavi cose senza senso.
La prossima volta cerca di scandire le parole.» Uscì dal bagno e si
infilò un paio di infradito arancioni. «È ora di colazione. Vieni o no?»
Luce sgambettò fuori dal bagno. «Cosa mi metto?» Era ancora in
pigiama. La sera prima Francesca non aveva accennato a un codice
di abbigliamento. Ma in effetti aveva anche dimenticato di parlare
della sua compagna di stanza.
Shelby si strinse nelle spalle. «Cosa sono, la polizia della moda?
Qualunque cosa richieda il minor tempo possibile. Ho fame.»
Luce si infilò in fretta un paio di jeans attillati e un golfino
scaldacuore nero. Le sarebbe piaciuto dedicare qualche minuto in più
al look del primo giorno di scuola, ma si limitò ad afferrare lo zaino
e a seguire Shelby fuori dalla porta.
Alla luce del giorno, il corridoio su cui si affacciavano le camere
da letto era diverso. Ovunque guardasse, c’erano luminosi finestroni
con vista sull’oceano, o librerie stipate di libri rilegati spessi e
colorati. I pavimenti, le pareti, i soffitti a volta e le scale ripide e
ricurve erano tutti dello stesso legno d’acero dei mobili della stanza
di Luce. Avrebbero dovuto dare all’intero ambiente la sensazione di
tepore di uno chalet, ma la struttura della scuola era tanto intricata e
bizzarra quanto il dormitorio della Sword & Cross era noioso ed
essenziale. Più volte, a distanza di pochi passi, il corridoio sembrava
dividersi in piccoli corridoi secondari, con scale a chiocciola che
portavano ancor più nel cuore del labirinto scarsamente illuminato.
Una volta salite due rampe di scale e varcata una specie di porta
segreta, Luce e Shelby attraversarono alcune portefinestre e uscirono
alla luce.
C’era un sole fantastico, ma l’aria era abbastanza frizzante perché
Luce fosse contenta di aver indossato il golfino. Odorava di oceano,
ma non proprio come a casa. Meno salata, più calcarea del litorale
della costa orientale.
«La colazione è servita in terrazza.» Shelby indicò un’ampia distesa
di terreno. Il prato era cintato su tre lati da folti cespugli di ortensie

e, sul quarto, da una ripida scarpata, a strapiombo sul mare. Luce
stentava a credere all’estrema bellezza di quello scenario. Non
riusciva a immaginare di poter stare chiusa in classe per un’intera
lezione.
Mentre si avvicinavano alla terrazza, Luce scorse un altro edificio,
una struttura lunga e rettangolare con tegole di legno e finestre
allegramente profilate di giallo. Sopra l’ingresso c’era appesa una
larga insegna incisa a mano: c’era scritto ―SALA MENSA‖ tra
virgolette, come se volesse essere ironica. Era di certo la mensa più
carina che Luce avesse mai visto.
La terrazza era piena di mobili da giardino di ferro battuto
dipinto di bianco e di un centinaio di studenti dall’aspetto
rilassatissimo. La maggior parte era scalza e faceva colazione con
piatti raffinati e i piedi sul tavolo. Pane tostato, bacon croccante,
uova in camicia, tutto nappato con salsa olandese, cialde ricoperte di
frutta, fette di una ricca quiche di pasta sfoglia punteggiata di spinaci.
Alcuni ragazzi leggevano il giornale, chiacchieravano al cellulare,
giocavano a croquet sul prato. Luce era abituata agli studenti ricchi
della Dover, ma sulla costa orientale i ricchi erano emaciati e
spocchiosi, non spensierati e baciati dal sole.
L’intera scena somigliava più a un primo giorno d’estate che a un
martedì di inizio novembre. Era tutto così piacevole che le era quasi
difficile invidiare le espressioni soddisfatte di quei ragazzi. Quasi.
Luce cercò di immaginare Arriane in quel posto, si chiese cosa
avrebbe pensato di Shelby o della colazione in riva all’oceano, ma
probabilmente la sua amica non avrebbe saputo da dove cominciare
a sfottere. Che bello sarebbe stato voltarsi e ritrovarsi Arriane con cui
chiacchierare. Che bello sarebbe stato poter ridere.
Guardandosi attorno, Luce incrociò per caso lo sguardo di un
paio di studenti. Una ragazza carina dalla pelle olivastra, un vestito a
pois e una sciarpa verde annodata sui lucenti capelli neri. Un tipo dai
capelli color sabbia e le spalle larghe, che stava affrontando
un’enorme pila di pancake.
L’istinto le suggeriva di distogliere lo sguardo non appena stabilito
il contatto visivo, dato che era sempre la scelta più sicura alla Sword
& Cross. Ma... nessuno di quei ragazzi la guardò male. La sorpresa

più grossa alla Shoreline non era lo splendore cristallino del sole, la
comoda colazione in terrazza o l’aura opulenta che vi aleggiava. Era
che lì gli studenti sorridevano.
Be’, la maggior parte, almeno. Appena raggiunsero un tavolo
libero, Shelby afferrò un cartoncino e lo gettò a terra. Luce si chinò
di lato e vi lesse la parola RISERVATO proprio mentre un ragazzo
della loro età, in divisa da cameriere e cravatta nera, veniva loro
incontro con un vassoio d’argento.
«Ehm, questo tavolo è ris...» iniziò, ma la voce gli si ruppe in
modo imbarazzante.
«Caffè, nero» disse Shelby, poi chiese bruscamente a Luce: «Tu che
vuoi?»
«Ehm, lo stesso» rispose Luce, a disagio. «Forse con un po’ di
latte.»
«Borsisti. Gli tocca fare gli schiavi per tirare avanti.» Shelby alzò gli
occhi mentre il cameriere filava a prendere i caffè. Afferrò il San
Francisco Chronicle ripiegato al centro del tavolo e lo spiegò con
uno sbadiglio.
Luce ne aveva abbastanza.
«Ehi.» Tirò giù il braccio di Shelby in modo da abbassare il
giornale e guardarla in faccia. Shelby inarcò le folte sopracciglia per
la sorpresa. «Anch’io sono stata una borsista» le disse Luce. «Non
nella mia ultima scuola, ma in quella prima...»
Shelby scrollò via la mano di Luce. «Dovrei farmi impressionare
anche da questa parte del tuo curriculum?»
Luce stava per chiederle cosa avesse sentito dire sul suo conto,
quando una mano calda le si posò sulla spalla.
Era Francesca, l’insegnante che l’aveva accolta la sera prima, e le
stava sorridendo. Era alta, e aveva un portamento imperioso unito a
uno stile che pareva naturale. I morbidi capelli biondi erano raccolti
di lato. Le labbra erano di un rosa lucido.
Indossava un elegante abito nero attillatissimo con una cintura blu
e scarpe coordinate, aperte in punta e con il tacco a spillo. Il tipo di
abbigliamento di fronte al quale chiunque si sarebbe sentito

trasandato. Luce rimpianse di non essersi messa almeno il mascara. E
di aver indossato le Converse incrostate di fango.
«Oh, bene, vi siete conosciute.» Francesca sorrise. «Lo sapevo che
sareste diventate subito amiche!»
Shelby rimase in silenzio, ma fece frusciare il giornale. Luce
tossicchiò.
«Ti sarà molto facile adattarti alla Shoreline, Luce. È pensata per
questo. Quasi tutti i nostri studenti dotati si inseriscono subito.»
Dotati? «Naturalmente puoi rivolgerti a me per qualsiasi domanda.
O semplicemente far riferimento a Shelby.»
Per la prima volta in tutta la mattina, Shelby rise. Aveva una risata
profonda e roca, del tipo che ci si aspetterebbe da un anziano
fumatore cronico, non da una teenager appassionata di yoga.
Luce si accigliò. L’ultima cosa che desiderava era ―ambientarsi‖
alla Shoreline. Non voleva far parte di un gruppo di ragazzi dotati e
viziati in cima a una scogliera a picco sull’oceano. Lei apparteneva
alla gente vera, persone con l’anima invece che con le racchette da
squash, che conoscevano la vita. Lei apparteneva a Daniel. Non
aveva idea di che cosa ci facesse lì, oltre a nascondersi
temporaneamente, mentre Daniel si occupava della sua... guerra.
Dopodiché lui l’avrebbe riportata a casa. O qualcosa del genere.
«Bene, ci vediamo in classe. Buona colazione!» esclamò Francesca
scivolando via. «Provate la quiche!» Fece segno con la mano al
cameriere di portarne un piatto alle due ragazze.
Quando se ne fu andata, Shelby bevve un gran sorso di caffè e si
asciugò la bocca con il dorso della mano.
«Ehm, Shelby...»
«Mai sentito parlare di mangiare in pace?»
Luce sbatté la tazza sul piattino e attese con impazienza che il
nervoso cameriere posasse le quiche e sparisse di nuovo. Una parte
di lei voleva trovare un altro tavolo. C’era un allegro brusio di
conversazioni tutto intorno. E anche se non poteva farne parte, stare
seduta da sola sarebbe già stato meglio di questo. Eppure le parole
di Francesca l’avevano confusa. Perché decantare Shelby come una

compagna di stanza fantastica, quando era ovvio che la ragazza era
una misantropa fatta e finita? Luce masticò un boccone di quiche,
sapendo che non sarebbe riuscita a mangiare finché non avesse
sputato il rospo.
«Okay, so di essere nuova qui, e che per qualche ragione questo ti
dà fastidio. Immagino che prima di me avevi una singola, non lo so.»
Shelby abbassò il giornale appena al di sotto degli occhi. Inarcò
un gigantesco sopracciglio.
«Ma non sono così male. Che problema c’è se faccio qualche
domanda? Scusa se non sono arrivata a scuola sapendo cosa diavolo
sono i Nepherman...»
«Nephilim.»
«Quel che è. Chi se ne importa. Non ho nessun interesse ad averti
come nemica... il che significa che una parte di questo» disse Luce
indicando lo spazio tra loro «viene da te. Perciò, cosa c’è che non
va?»
Un angolo della bocca di Shelby fremette. La ragazza piegò e
depose il giornale, poi si appoggiò allo schienale della sedia.
«Dovresti interessarti ai Nephilim. Saremo i tuoi compagni di
scuola.» Allargò il braccio per indicare con la mano tutta la terrazza.
«Guarda il grazioso, privilegiato corpo studentesco della Shoreline
School. La metà di questi cretini non la vedrai più, se non come
nostri zimbelli.»
«Nostri?»
«Sì, sei nel ―corso speciale‖ con i Nephilim. Ma non preoccuparti;
nel caso non fossi troppo brillante» Luce sbuffò «il corso per dotati
qui è soprattutto una copertura, un luogo per imbarcare
clandestinamente i Neph senza che qualcuno si insospettisca. Infatti,
la sola persona che abbia mai sospettato qualcosa è Beaker Brady.»
«Chi è Beaker Brady?» chiese Luce, sporgendosi in modo da non
dover gridare sopra il tempestoso rumore di fondo delle onde che si
frangevano sulla riva sottostante.
«Quel nerd da dieci e lode, due tavoli più in là.» Shelby accennò a
un ragazzo grassoccio con un completo a scacchi che aveva appena

rovesciato dello yogurt sopra un imponente libro di testo. «I suoi
genitori non sopportano che non sia mai stato accettato nei corsi
speciali. Ogni semestre combattono la stessa battaglia. Porta il Q.I., i
risultati dei concorsi scientifici, i famosi premi Nobel su cui ha fatto
colpo, tutta la baracca. E ogni semestre, Francesca deve inventare
qualche insensato test insuperabile per tenerlo fuori.» Sbuffò. «Del
tipo, ―Ehi, Beaker, risolvi questo cubo di Rubik in meno di trenta
secondi‖.» Shelby fece schioccare la lingua contro i denti. «Solo che lo
scemo lo ha passato, quel test.»
«Ma se è una copertura» chiese Luce, sentendosi un po’ male per
Beaker, «che cosa sta coprendo?»
«La gente come me. Io sono una Nephilim. N-E-P-H-I-L-I-M. Che
vuol dire chiunque abbia dell’angelico nel DNA. Mortali, immortali,
transeterni. Cerchiamo di non fare discriminazioni.»
Così Shelby era una specie di angelo. Strano. Non sembrava, né si
comportava come tale. Non era bellissima come Daniel, Cam o
Francesca. Non possedeva il magnetismo di Roland o Arriane.
Sembrava soltanto grossolana e bisbetica.
«Quindi è un po’ come un liceo per angeli» disse Luce. «Ma a cosa
serve? Poi passi all’università degli angeli?»
«Dipende da ciò di cui il mondo ha bisogno. Molti ragazzi
prendono un anno sabbatico e partecipano a gruppi di volontariato
Nephilim. Ti permette di viaggiare, puoi farti una storia con uno
straniero, eccetera. Ma questo in tempi, be’, di relativa pace. Adesso,
ecco...»
«Adesso cosa?»
«Niente.» Sembrava che Shelby stesse centellinando le parole.
«Dipende solo da chi sei. Sai, qui ognuno ha diversi gradi di potere»
continuò come se leggesse nella mente di Luce «a seconda dell’albero
genealogico. Ma nel tuo caso...»
Luce sapeva dove Shelby voleva andare a parare. «Sono qui solo
per via di Daniel.»
Shelby gettò il tovagliolo nel piatto vuoto e si alzò.
«Gran modo di venderti, Luce. La ragazza col fidanzato pezzo

grosso, che ha tirato un po’ di fili.»
Era quello che tutti pensavano di lei, qui? Era questa... la verità?
Shelby si chinò in avanti e rubò l’ultimo pezzo di quiche dal
piatto di Luce. «Se vuoi un Lucinda Price fan club, qui lo troverai di
sicuro. Solo, lasciami fuori, okay?»
«Cosa stai dicendo?» Luce si alzò. Forse lei e Shelby dovevano
ricominciare daccapo. «Non voglio un fan club...»
«Vedi, te l’avevo detto» sentì dire da una voce acuta.
All’improvviso, la ragazza con la sciarpa verde le stava di fronte:
sorrideva e spingeva in avanti un’altra ragazza. Luce guardò da sopra
le loro spalle, ma Shelby era già lontana... e probabilmente non
valeva la pena di rincorrerla. Da vicino, la ragazza con la sciarpa
verde somigliava a Salma Hayek da adolescente, con labbra piene e
seno ancora più pieno. L’altra ragazza, con il suo colorito pallido,
occhi verdi screziati di marrone e i capelli corti neri, somigliava un
po’ a Luce.
«Aspetta, allora sei davvero Lucinda Price?» chiese la ragazza
pallida. Aveva denti molto bianchi e piccoli tra cui stringeva un paio
di fermagli di paillette mentre annodava alcune ciocche di capelli
scuri. «Come in Luce-e-Daniel? Come la ragazza appena arrivata da
quell’orrenda scuola in Alabama?»
«Georgia.» Luce annuì.
«È lo stesso. Ommioddio, com’era Cam? L’ho visto una volta a un
concerto death metal... certo, ero troppo agitata per presentarmi.
Non che a te interessi Cam, perché ovviamente... Daniel!» Emise una
risatina trillante. «Io sono Dawn, a proposito. Lei è Jasmine.»
«Ciao» disse Luce piano. Quella era una situazione del tutto nuova
per lei. «Ehm...»
«Non far caso a lei, ha appena bevuto più o meno undici caffè.»
Jasmine parlava quasi tre volte più lentamente di Dawn. «Vuole dire
che siamo entusiaste di conoscerti. Parliamo sempre di quanto tu e
Daniel siete, ecco, la più grande storia d’amore. Di sempre.»
«Davvero?» Luce fece scrocchiare le nocche.
«Stai scherzando?» chiese Dawn, anche se Luce continuava ad

aspettarsi che le stessero preparando qualche scherzo. «Tutto quel
morire di continuo… Senti, te lo fa desiderare ancora di più?
Scommetto di sì! E ohhh! Quando quel fuoco ti brucia...» Chiuse gli
occhi, si mise la mano sullo stomaco, poi la fece risalire lungo il
corpo, stringendola a pugno sul cuore. «Mia mamma mi raccontava
sempre la vostra storia quando ero bambina.»
Luce era sotto shock. Guardò la terrazza affollata, chiedendosi se
qualcuno avesse origliato. A proposito di incendiarsi, in quel
momento doveva aver le guance rosso barbabietola.
Una campana di ferro sul tetto della mensa batté per indicare che
la colazione era finita e Luce fu felice di vedere che gli studenti
avevano altre cose su cui concentrarsi. Tipo andare in classe.
«Che storia ti raccontava sempre tua mamma?» chiese Luce
lentamente. «Di me e di Daniel?»
«Soltanto i punti salienti» disse Dawn riaprendo gli occhi. «Come
ci si sente? È tipo le caldane della menopausa? Non che tu possa
saperlo, voglio dire, ma…»
Jasmine colpì Dawn sul braccio. «Hai paragonato la passione
sfrenata di Luce alle caldane?»
«Scusa.» Dawn ridacchiò. «Sono solo affascinata. È così
perdutamente romantico e incredibile. Ti invidio... in senso buono!»
«Mi invidi perché muoio ogni volta che cerco di stare con l’uomo
dei miei sogni?» Luce scrollò le spalle. «In realtà, è una maledizione.»
«Dillo alla ragazza che ha dato il suo finora unico bacio a Ira
Frank della Sindrome del Colon Irritabile» disse Jasmine con un
sorriso indicando Dawn.
Siccome Luce non parve cogliere la battuta, Dawn e Jasmine
riempirono il silenzio con un risolino rassicurante, come se
pensassero che fosse solo modesta. A Luce non era mai capitato
prima di essere l’oggetto di risolini di quel genere.
«Cos’ha detto di preciso tua madre?» chiese.
«Oh, sempre le solite cose: è scoppiata la guerra, è scoppiato lo
scandalo, e quando hanno tracciato il confine tra le nuvole, Daniel
era tutto un ―Nessuno potrà mai separarci‖, e questo ha fatto

incazzare parecchia gente. Questa è di sicuro la mia parte preferita
della storia. Così ora il vostro amore dovrà soffrire il castigo eterno
per cui vi desiderate l’un l’altra disperatamente ma non potete,
come dire… lo sai.»
«Ma in alcune vite possono.» Jasmine corresse Dawn, poi strizzò
l’occhio a Luce, che restò quasi paralizzata dallo shock.
«Niente affatto!» Dawn la liquidò con un gesto. «La verità è che
prende fuoco quando...» Vide l’orrore sul viso di Luce e trasalì.
«Scusa. Immagino che questa parte tu preferisca non sentirla.»
Jasmine si schiarì la voce e si sporse in avanti. «Mia sorella
maggiore mi raccontava questa storia del tuo passato, che ti giuro
sarebbe...»
«Oooh!» Dawn prese Luce sottobraccio, come se quel sapere – un
sapere a cui Luce non aveva avuto accesso – la rendesse un’amica più
desiderabile. C’era da impazzire. Luce era terribilmente a disagio. E,
sì, anche un po’ eccitata. E profondamente in dubbio che fosse vero.
Una cosa era certa: Luce all’improvviso era alquanto... famosa. Ma si
sentiva strana. Come se fosse una di quelle ochette anonime accanto
al Maschio Adolescente Star del Cinema, nella foto di un paparazzo.
«Cavolo!» Jasmine stava puntando con fare teatrale il dito
sull’orologio del cellulare. «Siamo in ritardissimo! Dobbiamo correre
in classe!»
Luce fece una smorfia, e raccolse in fretta lo zaino. Non aveva
idea di che lezione avesse, né dove si tenesse, o come interpretare
l’entusiasmo di Jasmine e Dawn. Non aveva visto dei sorrisi così
larghi, così eccitati da... be’, forse mai.
«Una di voi sa per caso come faccio a trovare la mia classe? Non
credo di avere l’orario.»
«Certo» disse Dawn. «Seguici. Siamo insieme, tutto il tempo. È così
divertente.»
Una da una parte, una dall’altra, le due ragazze la scortarono
lungo un percorso tortuoso tra i tavolini dei ragazzi che finivano di
fare colazione. Nonostante fossero ―in ritardassimo‖, Jasmine e
Dawn bighellonavano sull’erba tagliata di fresco.

Luce pensò di chiedere alle ragazze cosa avesse Shelby, ma non
voleva sembrare pettegola. Per di più, le ragazze erano gentili, ma
Luce non sentiva il bisogno di nuove amiche del cuore. Doveva
ricordarlo a se stessa in continuazione: questa era solo una
sistemazione temporanea.
Temporanea, ma pur sempre di una bellezza inebriante.
Camminarono lungo il sentiero delle ortensie, che girava intorno alla
sala mensa. Dawn continuava a chiacchierare, ma Luce non riusciva a
distogliere lo sguardo dall’impressionante strapiombo che
precipitava per centinaia di metri a picco sull’oceano scintillante. Le
onde scivolavano verso una piccola spiaggia fulva ai piedi della
scarpata con la stessa indolenza con cui gli studenti della Shoreline
scivolavano verso l’aula.
«Eccoci» disse Jasmine.
Un imponente chalet a due piani dal tetto spiovente si stagliava
solitario in fondo al viale. Era stato costruito in mezzo a un’ombrosa
macchia di sequoie, quindi il ripido tetto triangolare e il vasto prato
di fronte erano coperti da una coltre di aghi caduti. C’era un bello
spiazzo erboso con tavoli da picnic, ma la grande attrazione era lo
chalet: sembrava fatto più che altro di vetro, con larghe vetrate
fumé e porte scorrevoli spalancate. Quasi fosse stato progettato da
Frank Lloyd Wright. Parecchi studenti oziavano su una terrazza al
secondo piano che si affacciava sull’oceano e altri stavano salendo le
scalinate gemelle che si snodavano dal viale.
«Benvenuta al Nephi-chalet» disse Jasmine.
«È qui che fate lezione?» Luce era a bocca aperta. Più che un
edificio scolastico sembrava una casa per le vacanze.
Vicino a lei, Dawn squittì e strinse il polso di Luce.
«Buongiorno Steven!» gridò attraverso il prato, salutando con la
mano un uomo ai piedi delle scale. Aveva il viso scarno, occhiali
rettangolari molto chic, e folti capelli ondulati sale e pepe. «Mi fa
impazzire quando si mette il tre pezzi» sussurrò Dawn.
«’giorno, ragazze.» L’uomo sorrise e agitò la mano a sua volta.
Guardò Luce abbastanza a lungo da farla innervosire, ma non perse
il sorriso. «Ci vediamo tra un attimo» disse e cominciò a salire.


Documenti correlati


Documento PDF 2lauren kate torment fallen 02 by abyssinian
Documento PDF 3dlb147 lauren kate passion fallen 03 by cherry
Documento PDF 4lauren kate rapture
Documento PDF 1fallen
Documento PDF muso rosso preview
Documento PDF la grande pera


Parole chiave correlate