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3DLB147 Lauren Kate Passion(Fallen 03) by Cherry .pdf



Nome del file originale: 3DLB147 - Lauren Kate - Passion(Fallen 03)_by Cherry.pdf
Autore: Abyssinian

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Anteprima del documento


Luce morirebbe per Daniel: lo ha già fatto decine di
volte. Insieme hanno vissuto tante vite, in luoghi e
tempi diversi, ma la fine è stata sempre la stessa: lei
consumata dalle fiamme e lui con il cuore infranto.
Forse però è possibile spezzare la maledizione che li
perseguita. Per scoprirlo, Luce viaggia a ritroso nel
tempo e ritrova le sue incarnazioni passate: in
Inghilterra, in Cina, in Egitto… Daniel la insegue, e
non è l’unico a farlo. Perché se Luce riscrivesse la
storia, tutto potrebbe cambiare.

VOLUME 147

Ebook by Cherry
Editing by Aby

LAUREN KATE

è cresciuta a Dallas, è andata a
scuola ad Atlanta e ha cominciato a scrivere a New York.
Oggi vive a Los Angeles con il marito. La fortunata
tetralogia di Fallen, venduta in trentacinque Paesi, include
Torment, Passion e Rapture, che sarà pubblicato nel 2012.
Fallen diventerà un film Disney.

PER CONOSCERE MEGLIO L’AUTRICE E I SUOI LIBRI VISITA I SITI:
www.fallensaga.it
LAURENKATEBOOKS.NET
www.rizzoli.eu

IN COPERTINA
ILLUSTRAZIONE DI
© 2011 FERNANDA BRUSSI GONCALVES E REBECCA ROESKE
PROGETTO GRAFICO DI ANGELA CARLINO

Titolo originale: PASSION
© 2011 Underbox Books, LLC e Lauren Kate
Progetto grafico degli interni di Angela Carlino
Tutti i diritti riservati
Pubblicato negli Stati Uniti nel 2011 da Delacorte Press,
un marchio di Random House Children’s Books,
una divisione di Random House, Inc., New York
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi
narrati sono il frutto della fantasia dell’autrice o sono usati in
maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o
defunte, eventi o luoghi esistenti è da ritenersi puramente casuale.
© 2011 RCS Libri S.p.A., Milano
Terza edizione Rizzoli Narrativa luglio 2011
ISBN 978-88-17-04914-6
Realizzazione editoriale: Studio Editoriale Littera, Rescaldina (MI)

PER M E T
CONSIGLIERI MANDATI DAL CIELO

RINGRAZIAMENTI

Calorosi ringraziamenti a Wendy Loggia che è riuscita a
immaginare questo pazzo libro e la cui fiducia continua a sostenere
la serie. A Beverly Horowitz per la sua saggezza e il suo stile. A
Michael Stearns e Ted Malawer per averci fatto spiccare il volo. A
Noreen Herits e Roshan Nosari, la mia gratitudine per tutto ciò che
fate cresce a ogni libro. Un grazie speciale a Krista Vitola, Barbara
Perris, Angela Carlino, Judith Haut (ci vediamo al Cheese Dip
Festival di Little Rock), e Chip Gibson: la trasmissione della sua
Chipnomia spiega il motivo per cui tutti sono così in gamba alla
Random House.
Agli amici che mi sono fatta in giro per il mondo: Becky
Stradwick e Lauren Bennet (come Lauren Kate!) in Gran Bretagna, a
Rino Balatbat e gli altri del National Book Store nelle Filippine, a
tutta l’entusiastica squadra di Random House Australia, ai blogger
vicini e lontani. È un onore lavorare con tutti voi.
Alla mia adorata e stupenda famiglia, con un cenno particolare a
Jordan, Hailey e David Franklin. Ad Anna Carey per le camminate
e altro. All’OLBC. E a Jason, la mia musa, il mio mondo, perché
ogni giorno è meglio di quello prima.

Se al principio non mi trovi, insisti,
se non sono in un posto, cerca in un altro,
io mi fermo da qualche parte ad aspettarti.
WALT WHITMAN, Canto di me stesso

PROLOGO

L’OUTSIDER
LOUISVILLE, KENTUCKY
27 NOVEMBRE 2009

Risuonò uno sparo. Il grande cancello si spalancò. Lo scalpitio
degli zoccoli dei cavalli riecheggiò sulla pista come un rombo di
tuono. «Partiti!»
Sophia Bliss si sistemò l’ampia falda del cappello piumato di un
tenue color malva, ornato da un impalpabile velo di chiffon. Aveva
un diametro di settanta centimetri: largo abbastanza da darle l’aria
di un’appassionata di concorsi ippici, ma non così appariscente da
attirare l’attenzione.
Tre cappelli erano stati appositamente ordinati dalla stessa
modista di Hilton Head per la competizione di quel giorno. La
cuffietta giallo pastello copriva la candida testa di Lyrica Crisp che,
seduta alla sinistra di Miss Sophia, addentava un sandwich al
manzo salato. Il cappello di paglia verde mare con un largo nastro
di satin a pois coronava la chioma corvina di Vivina Sole, seduta
alla destra di Miss Sophia in un atteggiamento di falsa modestia, le
mani guantate di bianco posate in grembo.
«Giornata splendida per una corsa» disse Lyrica. Con i suoi
centotrentasei anni era la più giovane degli Anziani di Zhsmaelim.
Si asciugò una goccia di senape dall’angolo della bocca. «È la mia
prima volta alle corse, sapete?»
«Sssh» sibilò Sophia. Lyrica era così stupida. L’evento del giorno
non erano le corse dei cavalli, ma l’incontro clandestino di menti

eccelse. Poco importava se le altre menti eccelse non si erano ancora
fatte vedere. Sarebbero arrivate. In quel luogo perfetto e neutrale
indicato sull’invito stampato a caratteri dorati che Sophia aveva
ricevuto da un ignoto mittente. Sarebbero arrivate, si sarebbero fatte
riconoscere e avrebbero escogitato un piano d’attacco collettivo. Da
un momento all’altro, ormai. O almeno così sperava.
«Splendida giornata per uno splendido sport» fu il commento
distaccato di Vivina. «Peccato che il nostro cavallo in questa gara
non sia docile come quelle puledre laggiù. Non è vero, Sophia?
Difficile scommettere su come finirà quella purosangue di
Lucinda.»
«Ho detto sssh» mormorò Sophia. «Tieni a freno quella tua
linguaccia. Ci sono spie dappertutto.»
«Sei fissata» disse Vivina, suscitando una risatina da parte di
Lyrica.
«Sono tutto ciò che rimane» ribatté Sophia.
Un tempo erano così tanti: ben ventiquattro Anziani al massimo
dello splendore degli Zhsmaelim. Un gruppo di mortali, di
immortali e qualche transeterno come la stessa Sophia, una
coalizione di sapere, di passione e di fede con un unico scopo
comune: riportare il mondo al suo stato primordiale, quel breve,
glorioso momento prima della Caduta degli Angeli. Nel bene o nel
male.
Era scritto a chiare lettere nel codice che avevano redatto e
firmato insieme: nel Bene o nel Male.
Perché poteva davvero finire in un modo o nell’altro.
Ogni moneta ha due facce. Testa e croce. Luce e tenebra. Bene
e…
Be’, se gli altri Anziani non si erano preparati per entrambe le
opzioni non era colpa di Sophia. E tuttavia era la croce che doveva
portare da quando le erano arrivati, uno dopo l’altro, gli avvisi del
loro ritiro: “I vostri obiettivi sono diventati troppo oscuri”, oppure
“I criteri guida dell’organizzazione sono crollati” o anche “Gli

Anziani si sono allontanati troppo dal codice originale”. La prima
ondata di lettere era arrivata, com’era prevedibile, una settimana
dopo l’incidente con quella ragazza, Pennyweather. Non potevano
tollerare, sostenevano, la morte di una ragazzina insignificante. Era
bastato un momento di distrazione con un pugnale e all’improvviso
gli Anziani si erano fatti prendere dal panico, temendo l’ira della
Bilancia.
Codardi.
Sophia non aveva paura della Bilancia. Il loro compito era di
sorvegliare i Caduti, non i Giusti. Angeli inesperti come Roland
Sparks e Arriane Alter. Purché non si disertasse dal Paradiso, si era
liberi di compiere qualche deviazione. In situazioni di emergenza
era praticamente indispensabile. Sophia si era consumata gli occhi a
furia di leggere le pavide scuse degli altri Anziani. Ma se anche
avesse voluto farli rientrare nei ranghi – cosa che non desiderava
affatto – non c’era niente che si potesse fare.
Sophia Bliss, la bibliotecaria della scuola che un tempo aveva
svolto mansioni di semplice segretaria del collegio di Zhsmaelim,
adesso ricopriva il grado più alto degli Anziani rimasti. Erano
appena dodici, e tra questi di nove non ci si poteva fidare.
Quel giorno erano soltanto in tre all’ippodromo, con i loro
enormi cappelli dai colori pastello, a puntare per telefono sui
cavalli. E ad aspettare. Patetico quanto fossero caduti in basso.
La corsa terminò. Un altoparlante tutto scariche elettrostatiche
annunciò i vincitori e le quotazioni per la corsa successiva. I
riccastri e gli ubriaconi che le circondavano esultarono o si
accasciarono avviliti sui sedili.
Una ragazza sui diciannove anni, con i capelli biondo platino
raccolti in una coda, un trench marrone e un paio di occhiali da sole
dalle lenti spesse e scure, cominciò a risalire adagio i gradini di
alluminio, diretta verso le Anziane.
Sophia si irrigidì. Perché si trovava lì?
Era impossibile stabilire in quale direzione stesse guardando la
ragazza, e Sophia si sforzò di non fissarla. Non che avesse qualche

importanza: la ragazza non poteva vederla. Era cieca. Eppure…
L’Esclusa le fece un cenno con la testa. Già: quelle insulse
creature erano capaci di scorgere il bagliore dell’anima di una
persona. Era fievole, ma la forza vitale di Sophia doveva essere
ancora visibile.
La ragazza sedette nella fila vuota davanti alle Anziane, il viso
rivolto alla pista, sfogliando un bollettino delle corse da cinque
dollari che i suoi occhi ciechi non potevano leggere.
«Ciao.» La voce dell’Esclusa era monocorde. Non si voltò.
«Non so proprio perché sei qui» disse Miss Sophia. Era
un’umida giornata di novembre nel Kentucky, ma a un tratto un
velo di sudore le aveva imperlato la fronte. «La nostra
collaborazione si è conclusa quando le vostre schiere non sono
riuscite a recuperare la ragazza. Le scuse farneticanti di quello che
si fa chiamare Phillip non serviranno a farci cambiare idea.» Sophia
si protese verso la ragazza e arricciò il naso. «Tutti sanno che degli
Esclusi non ci si può fidare…»
«Non siamo qui per fare affari con voi» ribatté l’Esclusa, fissando
dritto davanti a sé. «Voi non eravate altro che un mezzo per
avvicinarci a Lucinda. Collaborare con voi non ci interessa.»
«A nessuno importa più niente della vostra organizzazione, di
questi tempi.» Altri passi risuonarono sugli spalti.
Il ragazzo era alto e snello, con la testa rasata e un trench uguale
a quello della ragazza. I suoi occhiali da sole di plastica erano del
tipo che si trova sugli espositori dei grandi magazzini, vicino alle
pile.
Phillip scivolò sul sedile accanto a Lyrica Crisp. Come l’altra
Esclusa, anche lui non si volse verso di loro quando parlò.
«Non sono sorpreso di trovarti qui, Sophia.» Si calò gli occhiali
sul naso, rivelando gli occhi bianchi e vuoti. «Soltanto deluso che tu
non abbia sentito il bisogno d’informarmi che eri stata invitata.»
Lyrica trasalì nel vedere quegli orribili occhi bianchi dietro le
lenti. Persino Vivina perse il suo contegno distaccato e irrigidì la

schiena. Sophia si sentiva ribollire dentro.
L’Esclusa le mostrò un biglietto dorato simile a quello che aveva
ricevuto Sophia, tenendolo fra l’indice e il medio. «Noi abbiamo
ricevuto questo.» Solo che il loro cartoncino era scritto in Braille.
Sophia allungò una mano per sincerarsi che fosse lo stesso invito,
ma con un movimento fulmineo il biglietto scomparve nella tasca
del trench della ragazza.
«Sentite, pivelli che non siete altro. Ho marchiato le vostre
stellesaette con l’emblema degli Anziani. Voi lavorate per me…»
«Sbagliato» la interruppe Phillip. «Gli Esclusi non lavorano che
per se stessi.»
Sophia lo vide tendere il collo per fingere di seguire un cavallo in
pista. Aveva sempre considerato inquietante il modo in cui gli
Esclusi davano l’impressione di poter vedere. Quando tutti
sapevano che lui li aveva accecati con un semplice schiocco di dita.
«Peccato che non siate stati troppo bravi nel catturarla.» Sophia
si accorse di aver alzato la voce più del dovuto, attirando lo
sguardo di una coppia attempata dall’altro lato della tribuna.
«Avremmo dovuto lavorare insieme per rintracciarla» sibilò, «e
voi… voi avete fallito.»
«In un modo o nell’altro non avrebbe fatto differenza.»
«Che vuoi dire?»
«Lei sarebbe comunque perduta nel tempo. È sempre stato il suo
destino, E gli Anziani sarebbero ancora appesi a un filo. Che è il
vostro, di destino.»
Sophia avrebbe voluto avventarsi su di lui, strangolarlo fino a
fargli schizzare quegli occhi bianchi dalle orbite. Aveva la
sensazione che il suo pugnale volesse aprirsi un varco nella borsetta
di vitellino che teneva in grembo. Se solo fosse stato una
stellasaetta. Sophia fece per alzarsi quando una voce risuonò alle
loro spalle.
«Seduta, prego» tuonò. «Vi richiamo all’ordine.»
Quella voce, Sophia capì subito a chi apparteneva. Calma e

autoritaria. Imperiosa e umiliante. Fece tremare gli spalti.
I mortali seduti lì intorno non si accorsero di nulla, ma una
vampata di calore raggiunse la nuca di Sophia. Le avvolse tutto il
corpo, annebbiandole i sensi. La sua non era una paura normale.
Era un terrore che la annichiliva, le stringeva lo stomaco. Avrebbe
osato voltarsi?
Un timido sguardo le rivelò un uomo in completo nero di taglio
sartoriale. I capelli scuri e corti spuntavano da sotto il cappello nero.
Il viso, per quanto dolce e attraente, non era di quelli da restare
impressi nella memoria: rasato con cura, il naso diritto e gli occhi
nocciola che avevano un che di familiare. Miss Sophia non lo aveva
mai visto. Ma sapeva perfettamente chi era, lo sapeva con ogni fibra
del suo essere.
«Dov’è Cam?» chiese la voce dietro di loto. «Anche lui ha
ricevuto l’invito.»
«Probabilmente sta giocando a fare Dio dentro gli Annunziato.
Come gli altri, del resto» sbottò Lyrica. Sophia le diede una
gomitata.
«Giocare a fare Dio, hai detto?»
Sophia si lambiccò in cerca delle parole giuste per rimediare alla
gaffe. «Molti di loro hanno seguito Lucinda indietro nel tempo»
disse alla fine. «Compresi due Nephilim. Non sappiamo con
sicurezza quanti siano.»
«Posso permettermi di chiedere» disse la voce, a un tratto
glaciale «perché nessuno di voi ha deciso di seguirla?»
Sophia deglutì a fatica, incapace di respirare. Anche i gesti più
naturali erano ottenebrati dal panico. «Non possiamo, be’… non
abbiamo ancora le capacità per…»
L’Esclusa la interruppe bruscamente. «Gli Esclusi sono in
procinto di…»
«Silenzio» intimò la voce. «Risparmiatemi le vostre scuse. Non
hanno più alcuna importanza, come voi, del resto.»
Il gruppo tacque a lungo. Era terribile non sapere come

compiacerlo. Quando alla fine parlò, la sua voce suonò più
flemmatica, ma non per questo meno letale. «La posta in gioco è
troppo alta. Non posso lasciare nient’altro al caso.»
Una pausa.
Poi, sempre in tono pacato, aggiunse: «E’ arrivato il momento
che prenda in mano io la situazione.»
Sophia si morse il labbro per nascondere il terrore, incapace di
controllare i brividi. Un suo coinvolgimento diretto? Era la
prospettiva più agghiacciante. Non riusciva a immaginare di
lavorare con lui per…
«Gli altri ne stiano fuori» disse l’uomo. «Questo è quanto.»
«Ma…» Fu un errore, però la parola sfuggì dalle labbra di Sophia
prima che riuscisse a fermarla. Tutti quei decenni di lavoro. Tutti i
suoi piani. I suoi piani!
Quello che seguì fu un ruggito lungo, da squassare la terra.
Echeggiò fra gli spalti, allargandosi come un’onda d’urto fino
alla pista in una frazione di secondo.
Sophia si fece piccola piccola. Il boato le riverberò sotto la pelle,
dentro le ossa, fino al cuore, che parve sul punto di andare in
frantumi.
Lyrica e Vivina si strinsero a lei, con gli occhi chiusi. Perfino gli
Esclusi tremarono.
Poi, proprio mentre Sophia pensava che quel suono non sarebbe
mai cessato e che avrebbe decretato la sua morte, il ruggito si
spense in un silenzio improvviso.
Per un momento.
Il tempo di guardarsi intorno e vedere che gli altri spettatori non
avevano udito nulla.
Si sentì sussurrare all’orecchio: «Il tuo tempo in questa missione
è scaduto. Non osare intralciarmi.»
Dal basso salì un altro sparo. Il grande cancello si spalancò di
nuovo. Solo che questa volta lo scalpitio degli zoccoli sul terreno

risuonò fievole e distante come una pioggerella sottile sulle chiome
degli alberi.
Prima che i cavalli tagliassero la linea di partenza, la figura alle
loro spalle era svanita, lasciando soltanto una serie di impronte
caprine bruciacchiate sulle assi di legno della tribuna.

CAPITOLO UNO

SOTTO ASSEDIO
MOSCA, RUSSIA

15 OTTOBRE 1941
Lucinda!
Le voci la raggiunsero in quella viscida tenebra.
Torna indietro!
Aspetta!
Le ignorò, continuando ad avanzare. Gli echi del suo nome
rimbalzavano sulle pareti buie dell’Annunziatore, increspandole la
pelle di brividi caldi. Era la voce di Daniel o di Cam? Quella di
Arriane o di Gabbe? Era Roland che la implorava di tornare
indietro, oppure era Miles?
I richiami si fecero sempre più confusi finché non riuscì più a
distinguerli: i buoni dai cattivi, gli amici dai nemici. Avrebbe
dovuto essere facile riconoscerli, ma ormai non c’era più niente di
facile. Tutto quello che un tempo era stato o bianco o nero adesso
era un’unica mescolanza di grigio.
Comunque le due fazioni erano concordi su una cosa: ognuno di
loro voleva farla uscire dall’Annunziatore. Per la sua sicurezza,
avrebbero detto.
No, grazie.
Non adesso.
Non dopo che avevano distrutto il giardino dei suoi genitori,

trasformandolo in un altro dei loro polverosi campi di battaglia.
Non riusciva a pensare ai volti dei suoi senza provare il desiderio di
tornare indietro. Non che sapesse come si fa a tornare indietro
all’interno di un Annunziatore. E poi era troppo tardi. Cam aveva
cercato di ucciderla. O se non altro di uccidere quella che pensava
fosse lei. E Miles l’aveva salvata, ma anche questo non era così
semplice. Era stato capace di proiettare la sua immagine specchio
solo perché teneva moltissimo a lei.
E Daniel? Lui ci teneva abbastanza? Non era in grado di dirlo.
Alla fine, quando l’Esclusa le si era avvicinata, Daniel e gli altri
avevano guardato Luce come fosse lei quella che doveva loro
qualcosa.
Sei il nostro ingresso per il Paradiso, le aveva detto l’Esclusa. Il
prezzo da pagare. Che cos’aveva voluto dire? Fino a un paio di
settimane prima non sapeva nemmeno dell’esistenza degli Esclusi.
Eppure loro volevano qualcosa da lei, così disperatamente da
combattere Daniel per ottenerlo. Doveva avere un nesso con la
maledizione, quella che costringeva Luce a reincarnarsi una vita
dopo l’altra. Ma che cosa pensavano che potesse fare lei?
La risposta era forse sepolta lì da qualche parte?
Provò una fitta alla bocca dello stomaco mentre precipitava nelle
viscere gelide e oscure dell’Annunziatore.
Luce…
Le voci cominciarono ad affievolirsi fino a ridursi a un sussurro.
Sembrava quasi che si fossero arrese. Finché…
Ripresero a farsi più forti. Più forti e più chiare.
Luce…
No. Serrò le palpebre per scacciarle.
Lucinda…
Lucy…
Lucia…
Luschka…

Aveva freddo, era stanca e non voleva ascoltarle. Voleva solo
essere lasciata in pace.
Luschka! Luschka! Luschka!
I suoi piedi calpestarono qualcosa con un tonfo sordo.
Qualcosa di freddo, molto freddo.
Era su un terreno solido. Non annaspava più alla cieca, lo
sentiva, anche se non riusciva ancora a scorgere niente davanti a sé
se non un muro di tenebra. Poi abbassò lo sguardo sulle Converse
che portava ai piedi.
E trasalì.
Erano scomparse in uno strato di neve che le arrivava quasi a
metà polpaccio. La tenebra umida a cui era abituata – il tunnel buio
attraverso il quale aveva viaggiato dal cortile di casa sua al passato
– stava lasciando il posto a qualcos’altro. Qualcosa di ventoso e
gelido.
La prima volta che Luce era uscita da un Annunziatore –
passando dalla sua stanza della Shoreline alla città di Las Vegas –
era stato in compagnia dei suoi amici Shelby e Miles. Alla fine del
tunnel avevano incontrato una barriera: una cortina scura e
nebbiosa fra loro e la città. Poiché Miles era l’unico ad aver letto le
informazioni sul valico, aveva cominciato a strofinare
l’Annunziatore con un movimento circolare finché la viscida ombra
nera non si era sfaldata. Fino a quel momento Luce non sapeva che
lui fosse un esperto.
Questa volta però non c’erano barriere. Forse perché stava
viaggiando da sola attraverso un Annunziatore evocato dalla sua
stessa feroce determinazione. L’uscita fu facile, fin troppo facile. Il
velo di tenebra semplicemente si aprì.
Una folata di gelo la investì, paralizzandole le ginocchia e
mozzandole il respiro. Gli occhi le lacrimarono per le raffiche di
vento pungente.
Dov’era finita?
Luce si era già pentita del suo balzo nel tempo dettato dal

panico. Sì, aveva bisogno di fuggire, e sì, voleva ricostruire il
passato per salvare le sue precedenti sé da tutto quel dolore, per
capire che genere di amore aveva condiviso con Daniel nelle altre
vite. Non le bastava sentirglielo raccontare, voleva provarlo. Voleva
capire – per poi tentare di porvi rimedio – che genere di
maledizione era stata inflitta a lei e a Daniel.
Ma non così. Non in quel gelo, non sola e del tutto impreparata
al luogo e all’epoca in cui era finita.
Vide una strada coperta di neve, un cielo plumbeo che
incombeva sugli edifici bianchi. Si sentiva una specie di rombo
continuo in lontananza, ma non voleva pensare a che cosa potesse
significare.
«Aspetta» disse all’Annunziatore.
L’ombra si librò pigra a una trentina di centimetri dalle sue dita.
Lei provò a prenderla, ma l’Annunziatore la schivò,
indietreggiando. Luce balzò in avanti e ne afferrò un lembo umido
e sottile fra le dita.
In un attimo l’Annunziatore si disintegrò in minuscoli frammenti
neri sulla neve, che sbiadirono e subito dopo scomparvero.
«Fantastico» mormorò. «E adesso?»
In lontananza la strada curvava a sinistra per terminare in un
incrocio immerso nella penombra. I marciapiedi erano ingombri di
mucchi di neve spalata, addossati a due lunghe file di edifici di
pietra bianca. Erano affascinanti, diversi da qualsiasi altra cosa Luce
avesse mai visto, alti appena un paio di piani e con le facciate
ornate da una serie di archi intervallati da elaborate colonne.
Tutte le finestre erano buie. Luce ebbe la sensazione che l’intera
città fosse al buio. L’unica fonte di illuminazione era un solitario
lampione a gas. Se la luna c’era, era coperta da un fitto banco di
nubi. Di nuovo un rombo nel cielo. Un tuono?
Luce si strinse le braccia intorno al corpo. Stava gelando.
«Luschka!»
Una voce di donna. Aspra e rauca, di persona abituata da una

vita a latrare ordini. Ma era anche tremante.
«Luschka, stupida. Dove sei?»
La voce era più vicina adesso. Stava parlando con lei? Luce notò
qualcos’altro in quella voce, qualcosa di strano, che però non
riusciva a identificare.
Quando dall’angolo della strada imbiancata comparve una
figura incerta, Luce fissò la donna cercando di inquadrarla. Era
molto bassa, con le spalle curve, più vicina ai settanta che ai
sessanta. Gli indumenti pesanti che indossava le andavano larghi e
aveva la testa coperta da uno scialle nero. Nel vedere Luce il suo
volto si raggrinzì in una strana smorfia.
«Dove ti eri cacciata?»
Luce si guardò attorno. Era l’unica altra persona sulla strada. La
vecchia si era rivolta proprio a lei.
«Ero qui» si sentì dire. In russo.
Si coprì la bocca con la mano. Ecco che cosa le era sembrato
strano nella voce della vecchia: parlava una lingua che lei non
aveva mai imparato. Eppure capiva ogni parola, ed era anche in
grado di rispondere.
«Potrei ucciderti» disse la donna, ansimando forte mentre
avanzava a passi esitanti verso Luce per gettarle le braccia al collo.
Per una donna dall’aspetto così gracile, il suo abbraccio era forte.
Il calore di un altro corpo stretto al suo, dopo tutto quel freddo, le
fece quasi venir voglia di piangere. Ricambiò l’abbraccio con foga.
«Nonna?» sussurrò all’orecchio della vecchia, sapendo chissà
come chi era.
«Proprio stasera torno dal lavoro e scopro che sei sparita» disse
la donna. «Che cosa ti è venuto in mente? Vagare così, per la strada,
come una demente. Almeno sei stata al lavoro oggi? Dov’è tua
sorella?»
Il cielo fu squarciato da un altro rimbombo. Sembrava un furioso
temporale in rapido avvicinamento. Luce rabbrividì e scosse la
testa. Non lo sapeva.

«Ah-ah» fece la donna. «Adesso non fai più tanto la spavalda.»
Socchiuse gli occhi, poi la allontanò da sé per studiarla meglio. «Dio
mio, ma come ti sei vestita?»
Luce esitò, a disagio, mentre la nonna di una sua vita passata
fissava sbalordita i jeans e faceva scorrere le dita nodose sui bottoni
della camicia di flanella. La vecchia le sfiorò una ciocca di capelli
sfuggita dalla piccola coda aggrovigliata. «A volte penso che sei
pazza come tuo padre, pace all’anima sua.»
«È solo che…» farfugliò Luce battendo i denti. «Non sapevo che
avrebbe fatto così freddo.»
La donna sputò sulla neve per dimostrare il suo disappunto. Si
tolse il cappotto. «Mettiti questo, o ti congelerai.» La strinse nel
cappotto e Luce faticò ad abbottonarlo con le dita intorpidite dal
gelo. Poi la nonna si tolse lo scialle e glielo avvolse intorno alla
testa.
Un forte boato nel cielo le fece trasalire. A quel punto Luce capì
che non si trattava di tuoni. «Cos’è?» mormorò.
La vecchia la fissò sconcertata. «La guerra» borbottò. «Hai perso
il senno, oltre ai vestiti? Coraggio. Dobbiamo andare.»
Mentre camminavano lungo la strada lastricata solcata dalle
rotaie del tram, Luce si accorse che la città non era deserta. Accanto
al marciapiede erano parcheggiate alcune automobili, ma di tanto
in tanto dalle traverse celate da un’oscurità lattiginosa provenivano
i nitriti dei cavalli da tiro in attesa di ordini; il loro fiato formava
nuvolette di condensa nell’aria gelida. Sui tetti si intravedevano
figure appostate. In un vicolo, un uomo dal cappotto logoro aiutò
tre ragazzini a infilarsi nella botola di un seminterrato.
In fondo, la strada sbucava in un grande viale alberato che
forniva un’ampia visuale della città. Le uniche auto parcheggiate lì
erano veicoli militari. Avevano l’aria antica, vagamente assurda, da
reperti di un museo di guerra: jeep dal tettuccio di stoffa con i
paraurti enormi e le ruote sottili, e gli sportelli con l’emblema
sovietico della falce e martello. Ma, a parte Luce e sua nonna, in
quel viale non c’era nessuno. Regnava un silenzio irreale, spettrale,

interrotto soltanto da quei terribili boati nel cielo.
In lontananza Luce scorse un fiume e, sull’altra sponda, un
edificio imponente. Le guglie ornate e le variopinte cupole a cipolla
si stagliavano nell’oscurità. Avevano un’aria esotica e familiare al
tempo stesso. Luce ci mise qualche istante per capire, e si sentì
pervadere da un brivido di terrore.
Si trovava a Mosca.
E la città era sotto assedio.
Nel cielo grigio si levavano colonne di fumo nero a indicare le
zone già colpite: a sinistra del Cremlino, alle sue spalle e anche più
lontano sulla destra. Non c’erano tracce di scontri per le strade,
nessun segno che i soldati nemici avessero già invaso la città. Ma le
fiamme che ancora lambivano gli edifici anneriti, l’odore pungente
del fumo e la minaccia incombente di altri bombardamenti erano
ancora peggio.
Era di gran lunga la situazione più difficile in cui Luce si fosse
mai cacciata in vita sua, probabilmente in tutte le sue vite. I suoi
genitori l’avrebbero uccisa se avessero saputo dov’era finita. Daniel
non le avrebbe più rivolto la parola.
D’altro canto forse non avrebbero mai più avuto l’occasione di
arrabbiarsi con lei. E se fosse morta in quella città assediata?
Perché si era messa in quella situazione?
Perché doveva. Era difficile recuperare quel poco di orgoglio
sepolto sotto la pesante cappa di panico, ma doveva essere lì da
qualche parte.
Aveva attraversato il valico. Da sola. Per giungere in un luogo
distante e in un’epoca remota, in un passato che aveva bisogno di
comprendere. Era quello che aveva voluto. Per troppo tempo era
stata manovrata come una pedina su una scacchiera.
Ma adesso che doveva fare?
Affrettò il passo per seguire la nonna, stringendole forte la mano.
Era sorprendente come quella donna non avesse idea di che cosa
stesse passando Luce, di chi fòsse in realtà, eppure la sua stretta

coriacea era l’unica cosa che spingeva Luce a muoversi.
«Dove stiamo andando?» chiese Luce, mentre la nonna la
conduceva in un’altra strada buia. Le lastre di pietra lasciarono il
posto a uno sterrato scivoloso. La neve aveva inzuppato la stoffa
delle scarpe da tennis di Luce e le dita dei piedi le dolevano per il
freddo.
«A prendere tua sorella Kristina.» La vecchia aggrottò la fronte.
«Quella che di notte scava trincee a mani nude perché tu possa
dormire in santa pace. Te la ricordi?»
Quando si fermarono, non c’erano lampioni a illuminare la
strada. Luce batté le palpebre un paio di volte per abituare gli occhi
all’oscurità. Si trovavano davanti a quella che sembrava una lunga
buca scavata nel cuore della città.
Dovevano esserci un centinaio di persone, tutte infagottate fino
alle orecchie. Alcune erano in ginocchio, intente a scavare con
piccole zappe o a mani nude. Altre erano in piedi, immobili, a
fissare il cielo. Alcuni soldati spingevano carriole malandate e
vecchi carretti agricoli carichi di terra e pietre per rinforzare la
barricata eretta in fondo alla strada. Indossavano pesanti cappotti
militari di lana che svolazzavano intorno alle gambe, ma sotto gli
elmetti di acciaio i loro volti erano emaciati e sofferenti come quelli
dei civili. Luce capì che lavoravano tutti assieme, gli uomini in
uniforme con le donne e i bambini, per trasformare la città in una
fortezza, facendo il possibile fino all’ultimo minuto per impedire
l’ingresso dei carri armati nemici.
«Kristina» chiamò la nonna, con la stessa voce traboccante di
amore e di panico che aveva usato quando chiamava lei.
Una ragazza comparve subito al suo fianco. «Perché ci avete
messo tanto?»
Alta e magra, con ciocche di capelli scuri che le sfuggivano dal
cappello di feltro, Kristina era così bella che Luce sentì un groppo in
gola. La riconobbe subito come sangue del suo sangue.
Kristina le fece tornare in mente Vera, la sorella di Un’altra vita
passata. Luce doveva aver avuto un centinaio di sorelle nel corso

del tempo. Un migliaio, forse. E tutte avevano vissuto la stessa
tragedia. Sorelle, fratelli, genitori e amici che Luce aveva amato e
poi perduto. Nessuno di loro sapeva cosa sarebbe successo. E tutti
erano stati lasciati a piangere la sua morte.
Forse c’era un modo per cambiare le cose, per renderle più facili
per le persone che l’avevano amata. Forse era una delle cose che
Luce poteva fare viaggiando nelle sue vite passate.
Il fragore assordante di un’esplosione riverberò per tutta la città.
Era stata abbastanza vicina da far tremare terreno sotto i piedi e
Luce temette di aver perduto il timpano destro. All’angolo della
strada cominciarono a ululare le sirene dell’allarme aereo.
«Baba.» Kristina afferrò il braccio della nonna. Era sull’orlo delle
lacrime. «I nazisti… sono arrivati, non è vero?» ‘
I tedeschi. Il suo primo salto nel tempo da sola, e si era ritrovata
nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale. «Stanno attaccando
Mosca?» La sua voce tremava. «Stanotte?»
«Avremmo dovuto abbandonare la città insieme agli altri» disse
Kristina sconsolata. «Adesso è troppo tardi.»
«E abbandonare anche tua madre e tuo padre e tuo nonno?»
Baba scosse la testa. «Lasciarli da soli nelle loro tombe?»
«Allora è meglio raggiungerli al cimitero?» ribatté Kristina. Tese
una mano e strinse il braccio di Luce. «Tu sapevi dell’incursione
aerea? Tu e quel tuo amico kulak? È per questo che stamattina non
sei venuta a lavorare? Eri con lui, non è vero?»
Come faceva sua sorella a pensare che lei ne sapesse qualcosa? E
con chi era stata?
Chi se non Daniel?
Ma certo. Luschka doveva essere con lui in quel momento. E se
sua sorella e sua nonna erano state capaci di confondere quella
Luschka con lei…
Luce si sentì stringere il petto in una morsa. Quanto tempo le
restava prima di morire? E se Luce fosse riuscita a trovare Luschka
prima che accadesse?

La sorella e la nonna la fissavano interdette.
«Ma che le prende stasera?» chiese Kristina.
«Andiamo.» Baba si accigliò. «Non penserete che i Moschovith
terranno aperto il loro rifugio sotterraneo per sempre?»
Dall’alto provenne il cupo ronzio delle eliche di un caccia. Era
abbastanza vicino perché Luce, nell’alzare lo sguardo, vedesse la
svastica nera dipinta sulla parte inferiore delle ali. Rabbrividì. Poi
un altro boato squassò la città e l’aria si riempì di acre fumo nero.
Avevano colpito qualcosa nelle vicinanze. Altre due potenti
esplosioni fecero tremare il terreno.
La strada precipitò nel caos. Le persone che scavavano la trincea
si dileguarono in ogni direzione, imboccando una dozzina di vicoli
diversi, Alcune s’infilarono giù per le scale della stazione della
metropolitana per aspettare le fine del bombardamento; altre
scomparvero dentro i portoni delle case.
A un isolato di distanza Luce scorse qualcuno che correva: una
ragazza più o meno della sua età, con un berretto rosso e un lungo
cappotto di lana. Girò la testa per un secondo prima di rimettersi a
correre, ma quel secondo bastò a Luce per riconoscerla.
Era lei.
Luschka.
Luce si liberò dal braccio di Baba. «Scusa. Devo andare»
Trasse un profondo respiro e si mise a correre lungo la strada,
verso le colonne di fumo, verso i bombardamenti.
«Sei impazzita?» le gridò Kristina. Ma né lei né la nonna la
seguirono. Sarebbero state pazze anche loro a farlo.
Un edificio che prendeva metà dell’isolato davanti a lei era stato
colpito. La pietra bianca era striata di cenere nera. Un incendio
divampava all’interno del cratere aperto su un lato del palazzo.
L’esplosione aveva sparso cumuli di detriti irriconoscibili. La
neve era venata di rosso. Luce fu colta da un’ondata di nausea
finché non si accorse che le macchie non erano di sangue, ma
brandelli di seta rossa. Doveva essere la bottega di un sarto. Mucchi

di abiti bruciacchiati erano disseminati ovunque. Un manichino in
fiamme giaceva sul fianco in un fossato. Luce dovette coprirsi la
bocca con lo scialle di sua nonna per non respirare il fumo
soffocante. Stava prestando attenzione a ogni passo nella neve
cosparsa di vetri infranti e mattoni rotti.
La logica le suggeriva di tornare indietro da sua nonna e sua
sorella, che l’avrebbero aiutata a cercare riparo, ma non poteva.
Doveva trovare Luschka. Non era mai stata così vicina a una sua sé
del passato prima di allora. Luschka avrebbe potuto aiutarla a
capire perché la vita presente di Luce era diversa dalle precedenti.
Perché Cam aveva scagliato addosso alla sua immagine specchio
una stellasaetta, pensando che fosse lei, dicendo a Daniel: “Per lei
era meglio finire così.” Meglio di cosa?
Si guardò intorno lentamente, cercando di individuare il berretto
rosso nell’oscurità.
Lo vide.
La ragazza correva verso il fiume. Luce si lanciò al suo
inseguimento.
Correvano esattamente con lo stesso passo. Quando Luce si
chinò al fragore di uno scoppio, anche Luschka abbassò la testa, in
una bizzarra imitazione dei suoi movimenti. E quando raggiunsero
l’argine del fiume e la città si aprì davanti ai loro occhi, Luschka
s’impietrì nella stessa rigida posizione di Luce.
A una cinquantina di metri da lei, la sua immagine speculare
cominciò a singhiozzare.
Mosca era in fiamme. Molte case erano state rase al suolo. Luce
cercò di calcolare quante altre vite erano state distrutte quella notte,
ma le sembravano distanti e irraggiungibili, come qualcosa che
aveva letto sui libri di storia.
La ragazza riprese a correre. Era così veloce che Luce non
avrebbe potuto raggiungerla nemmeno se avesse voluto.
Aggirarono giganteschi crateri aperti nella strada lastricata.
Oltrepassarono edifici che bruciavano e crepitavano con quel
rumore orribile che produce un incendio quando si propaga verso

un nuovo bersaglio. Superarono camion militari distrutti e
rovesciati, con braccia annerite che penzolavano dai finestrini.
All’improvviso Luschka svoltò a sinistra in un vicolo e Luce non
la vide più.
Fu pervasa da una scarica di adrenalina. Accelerò la corsa, i piedi
che calpestavano sempre più forte, sempre più veloce il selciato
zuppo di neve. Una persona corre in quel modo solo quando è
disperata. Quando è qualcosa di più forte di lei a spronarla.
Luschka poteva correre in quel modo soltanto verso una cosa.
«Luschka…»
La voce di Daniel.
Dov’era? Per un istante Luce dimenticò la sua sé passata,
dimenticò la ragazza russa la cui vita poteva finire da un momento
all’altro, dimenticò che quel Daniel non era il suo Daniel.
Invece sì.
Lui non moriva mai. Lui c’era sempre stato. Da sempre lui
apparteneva a lei, e lei a lui. Voleva soltanto trovarlo per
sprofondare fra le sue braccia. Lui avrebbe saputo che cosa fare,
l’avrebbe aiutata. Perché aveva dubitato di lui?
Continuò a correre verso la sua voce. Ma Luce non riusciva a
vederlo da nessuna parte, e nemmeno Luschka. A un isolato di
distanza dal fiume, al centro di un incrocio deserto, Luce si fermò.
Il respiro le usciva spezzato dai polmoni congelati. Un dolore
pulsante le trapanava le orecchie, e aveva i piedi trafitti da mille
punture di spillo che le rendevano impossibile stare ferma.
Da che parte doveva andare?
Davanti a lei c’era un vasto appezzamento di terra ingombro di
macerie, separato dalla strada da alcuni ponteggi e da una
cancellata di ferro. Nonostante il buio, Luce capì che si trattava di
un edificio demolito in precedenza, non distrutto dalle bombe dei
raid aerei.
Non si capiva bene che cosa fosse, sembrava soltanto un orribile

cumulo di rovine abbandonate. Non sapeva perché si era fermata lì
davanti. Perché aveva smesso di inseguire la voce di Daniel.
Finché non afferrò le sbarre della cancellata, batté le palpebre e
scorse un lampo di qualcosa di lucente.
Una chiesa. Una maestosa chiesa bianca che riempiva quel vuoto
desolante. Un enorme trittico di archi marmorei decorava la facciata.
Cinque guglie dorate svettavano nel cielo. E all’interno, file e file di banchi
di legno tirati a lucido. Una serie di gradini bianchi che portavano
all’altare. E le pareti e i soffitti a volta coperti di affreschi meravigliosi.
Angeli dappertutto.
La chiesa del Cristo Salvatore.
Come faceva Luce a saperlo? Perché ogni fibra del suo essere le
diceva che in quel nulla un tempo sorgeva una magnifica chiesa
bianca?
Perché lei era stata lì qualche istante prima. Abbassò lo sguardo e
vide impronte di mani sulla cenere che copriva il metallo della
cancellata: anche Luschka si era fermata lì, aveva contemplato le
rovine della chiesa e aveva provato qualcosa.
Luce strinse con forza le sbarre della cancellata e batté di nuovo
le palpebre. Rivide se stessa – o Luschka – più giovane.
Era seduta in uno dei banchi, avvolta in un abito di merletto bianco.
Nell’aria risuonavano le note dell’organo mentre i fedeli prendevano posto
in attesa della funzione. L’uomo di bell’aspetto alla sua sinistra doveva
essere suo padre, e la donna accanto a lui sua madre. C’era anche la nonna
che Luce aveva appena incontrato, e Kristina. Entrambe sembravano più
giovani e ben nutrite. Luce rammentò che la nonna aveva detto che i suoi
genitori erano morti. Ma in quel momento sembravano così pieni di vita.
Conoscevano tutti e si scambiavano saluti cordialicon le altre famiglie che
passavano davanti al loro banco. Luce studiò la sua sé del passato che
osservava suo padre stringere la mano di un bel giovanotto biondo. Il
giovane si sporse sul banco e le sorrise. Aveva gli occhi viòla più belli del
mondo.
Luce batté ancora le palpebre e la visione scomparve. Davanti a
lei non c’era altro che il terreno ingombro di macerie. Stava

gelando. Ed era sola. Un’altra bomba esplose al di là del fiume e la
deflagrazione la fece cadere in ginocchio. Si coprì il volto con le
mani.
Udì un pianto sommesso. Alzò il capo, aguzzò la vista nel buio
delle rovine e lo vide.
«Daniel» mormorò. Era sempre lo stesso. Irradiava una sorta di
alone luminoso nonostante la gelida tenebra. I capelli biondi dove
Luce non si sarebbe mai stancata d’infilare le dita, gli occhi viola
che sembravano fatti apposta per incontrare i suoi, quel volto
adorabile, quegli zigomi alti, quelle labbra. Il cuore le martellava nel
petto mentre stringeva più forte le sbarre di ferro per impedirsi di
correre verso di lui.
Perché non era solo.
Era con Luschka. La stava consolando, le accarezzava i capelli e
baciava le lacrime che le rigavano il viso. Erano abbracciati, con i
volti incollati in un bacio senza fine. Erano così presi l’uno dall’altra
che parvero non accorgersi della forte scossa provocata da un’altra
esplosione. Era come se al mondo non esistessero che loro due.
Non c’era spazio fra i loro corpi ed era troppo buio per
distinguere dove cominciava uno e finiva l’altra.
Lucinda si alzò e a testa bassa avanzò furtiva fra i cumuli di
macerie, consumata dal desiderio di essergli più Vicina.
«Credevo che non ti avrei mai trovato» Luce sentì dire alla sua
vecchia sé.
«Ci troveremo sempre» rispose Daniel, sollevandola da terra per
stringerla più forte. «Sempre.»
«Ehi, voi due!» gridò una voce dal portone di un edificio accanto.
«Venite o no?»
Dall’altro lato dello spiazzo, uno sparuto gruppetto di gente
veniva incitato a entrare in un solido palazzo di pietra da un
ragazzo che Luce non riusciva a vedere in faccia. Era lì che erano
diretti Luschka e Daniel. Doveva essere stato quello il loro piano:
trovare rifugio dalle bombe insieme.

«Sì» rispose Luschka agli altri. Guardò Daniel. «Andiamo con
loro.»
«No.» La voce di lui risuonò aspra. Nervosa. Luce conosceva fin
troppo bene quel tono.
«Saremo più al sicuro lontani dalla strada. Non è per questo che
ci siamo messi d’accordo per incontrarci qui?»
Daniel si volse per guardarsi alle spalle. I suoi occhi superarono
il punto dove Luce era nascosta. Quando il cielo fu illuminato da
un’altra serie di esplosioni rossastre, Luschka gridò e seppellì il viso
nel petto di Daniel. Così Luce fu l’unica a vedere la sua espressione.
C’era qualcosa che lo opprimeva. Un fardello più pesante del
timore delle bombe.
Oh, no.
«Daniel!» Il ragazzo davanti all’edificio continuava a tenere
aperta la porta del rifugio. «Luschka! Daniel!»
Gli altri erano già tutti dentro.
E fu allora che Daniel fece voltare Luschka e le avvicinò le labbra
all’orecchio. Nascosta dietro un cumulo di macerie, Luce avrebbe
dato qualsiasi cosa per sapere che cosa le stava sussurrando. Se era
una di quelle cose che Daniel le diceva quando era turbata o
disperata. Avrebbe voluto correre da loro, spingere via quella
Luschka… ma non poteva. Qualcosa dentro di lei la trattenne.
Studiò il volto di Luschka come se la sua intera vita dipendesse
da quella espressione.
Forse era proprio così.
Luschka annuì mentre Daniel parlava, e il suo viso terrorizzato si
distese facendosi sereno, quasi pacifico. Chiuse gli occhi. Annuì
ancora una volta. Poi reclinò il capo all’indietro e un dolce sorriso le
affiorò sulle labbra.
Un sorriso?
Perché? Come? Sembrava che sapesse che cosa stava per
succedere.

Daniel le cinse la vita con un braccio e la rovesciò all’indietro,
baciandola con passione, mentre l’altra mano le accarezzava i
capelli per poi scorrere lungo il suo corpo, assaporando ogni
centimetro di lei.
Fu un bacio così intenso che Luce arrossì, così intimo da toglierle
il fiato, così struggente da non poter distogliere lo sguardo.
Nemmeno per un secondo.
Nemmeno quando Luschka gridò.
E fu avvolta da una colonna di fuoco abbacinante.
Il vortice di fiamme aveva un che di ultraterreno, terribile eppure
fluido ed elegante come una lunga sciarpa di seta che le avvolgeva
il pallido corpo. Inghiottì Luschka, illuminando lo spettacolo delle
sue membra che bruciavano, si contorcevano e si contorcevano,
finché smise di muoversi. Daniel non la lasciò andare, nemmeno
quando il fuoco gli strinò i vestiti, nemmeno quando dovette
sostenere tutto il peso del suo corpo inerte, nemmeno quando le
fiamme le divorarono la carne con un orribile sibilo acido,
nemmeno quando la sua pelle cominciò ad annerirsi e a raggrinzire.
Soltanto quando si dissipò l’ultimo filo di fumo – sottile ed
evanescente come quando si smorza una candela – e non rimase più
niente da sorreggere, nient’altro che un mucchietto di cenere,
Daniel lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi.
In tutte le sue più sfrenate fantasticherie su come sarebbe stato
tornare indietro nel tempo e visitare le sue vite passate Luce non
aveva mai immaginato di assistere a una cosa del genere: la sua
morte. La realtà era più orribile del più orribile degli incubi. Rimase
rannicchiata nella neve, paralizzata da quella visione, il corpo
incapace di muoversi.
Daniel indietreggiò barcollando dalla massa annerita sulla neve e
si mise a piangere. Le lacrime che gli rigavano le guance lasciavano
una scia chiara sulla fuliggine nera che gli copriva il volto. I suoi
lineamenti si contrassero. Le mani tremarono. Luce le vedeva così
nude e grandi e vuote, come se – malgrado il pensiero le facesse
provare una fitta di gelosia – quelle mani fossero fatte soltanto per il

corpo di Luschka, i suoi capelli, le sue guance. A cosa potevano mai
servire le mani, quando l’unica cosa che desideravano stringere era
finita in quel modo improvviso e raccapricciante? Una ragazza, una
vita… scomparse.
La sofferenza dipinta sul volto di lui le strinse il cuore in una
morsa. Il suo tormento si sommò al dolore e alla confusione che
provava lei.
Era questo che Daniel sentiva in ogni vita.
A ogni morte.
Ancora e ancora e ancora.
Luce si era sbagliata a pensare che Daniel fosse egoista. Non era
vero che lui non teneva a lei. Anzi, ci teneva così tanto che quel
sentimento lo annichiliva. Luce continuava a detestare quel suo
atteggiamento, ma capiva la sua amarezza e la sua reticenza. Miles
poteva anche amarla, ma il suo amore non era nulla in confronto a
quello di Daniel.
Non avrebbe mai potuto competere.
«Daniel!» esclamò, lasciando il nascondiglio per corrergli
incontro.
Voleva ricambiare i baci e gli abbracci che gli aveva appena visto
offrire alla sua sé del passato. Sapeva che era sbagliato, che era tutto
sbagliato.
Daniel spalancò gli occhi. Un’espressione di orrore assoluto gli
deformò il viso.
«Che cosa succede?» disse piano. In tono accusatorio. Come se
non fosse stato lui ad aver appena lasciato morire Luschka. Come se
la presenza di Luce in quel luogo fosse peggio che assistere alla
morte di Luschka. «Cosa significa?»
Fu una sofferenza atroce per Luce sentire quel tono, quelle
parole. Si fermò di colpo e si asciugò una lacrima.
«Rispondigli» disse una voce da lontano. «Come sei arrivata
qui?»

Luce avrebbe riconosciuto quella voce arrogante fra mille. Non le
serviva voltarsi per sapere che era Cam: stava uscendo dalla porta
del rifugio antiaereo.
Con uno schiocco leggero e un fruscio simile a quello di
un’enorme bandiera che si dispiega, Cam aprì le ali possenti. Si
distesero alle sue spalle facendolo apparire più maestoso e
minaccioso che mai. Luce non poté fare a meno di fissarlo
trasognata. Le ali emanavano un bagliore dorato nel buio della
strada.
Luce strizzò gli occhi, cercando di dare un senso alla scena
davanti a lei. Altre figure affiorarono dalle ombre.
Gabbe. Roland. Molly. Arriane.
C’erano tutti. E tutti con le ali protese in avanti. Un mare
scintillante d’oro e d’argento che illuminava a giorno la strada buia.
Erano tesi. Le punte delle loro ali vibravano, come fossero pronti
alla battaglia.
Per una volta Luce non si sentì intimidita dallo splendore delle
loro ali o dall’intensità dei loro sguardi. Era disgustata.
«E voi state a guardare ogni volta?» chiese.
«Luschka» disse Gabbe in tono piatto. «Dicci solo cosa sta
succedendo.»
E poi Daniel afferrò Luce per le spalle e la scrollò.
«Luschka!»
«Non sono Luschka!» strillò Luce, liberandosi con uno strattone
e indietreggiando di qualche passo.
Era inorridita. Come potevano convivere con se stessi? Come
potevano assistere impassibili alla sua morte?
Era troppo. Non era pronta.
«Perché mi guardi così?» le chiese Daniel.
«Lei non è chi pensi, Daniel» disse Gabbe. «Luschka è morta.
Questa è… è…»
«Che cos’è?» esclamò Daniel. «E come mai è qui? Quando…»

«Guarda i suoi vestiti. È ovvio che si tratta di…»
«Chiudi il becco, Cam. Potrebbe non esserlo» intervenne Arriane,
ma aveva l’aria spaventata, come se Luce potesse davvero essere
quello che Cam stava per dire. Un altro sibilo prolungato squarciò
l’aria della notte e una pioggia di granate si riversò sugli edifici
dall’altro lato della strada, assordando Luce e incendiando un
magazzino di legno. Gli angeli non si curavano della guerra che
imperversava tutt’intorno; la loro attenzione era concentrata
soltanto su Luce. Fra lei e gli angeli c’erano appena una decina di
passi, e loro sembravano diffidare di lei almeno quanto lei di loro.
Nessuno si fece avanti.
Il bagliore proveniente dal magazzino in fiamme proiettò sul
terreno la lunga ombra di Daniel. Avrebbe funzionato?
Con gli occhi ridotti a fessure e i muscoli tesi, Luce si concentrò
per richiamarla a sé, ma era ancora piuttosto maldestra e non
sapeva come fare per indurre l’ombra a scivolarle fra le mani.
Quando i contorni scuri cominciarono a sfarfallare, Luce balzò in
avanti e afferrò l’ombra con entrambe le mani; prese a manipolare
la massa nera per formare una palla, proprio come aveva visto fare
ai suoi insegnanti, Steven e Francesca, durante uno dei suoi primi
giorni di scuola alla Shoreline. Gli Annunziato appena evocati
erano sempre amorfi e confusi. Bisognava dar loro un contorno
preciso. Soltanto allora si potevano tirare e allungare per ottenere
una superficie più grande e piatta. A quel punto l’Annunziatore si
trasformava in una specie di schermo dove poter guardare scorci di
passato, o in un portale da attraversare.
Quell’Annunziatore era denso e viscoso, ma lei riuscì a
distenderlo e a dargli una forma. Infilò una mano dentro di lui e
aprì il portale.
Non poteva più restare lì. Adesso aveva una missione: trovare se
stessa viva in un’altra epoca e capire qual era il prezzo di cui
avevano parlato gli Esclusi. Infine rintracciare l’origine della
maledizione che incombeva su lei e Daniel.
E spezzarla.

Gli angeli trattennero il fiato mentre Luce manipolava
l’Annunziatore.
«Quando hai imparato a farlo?» mormorò Daniel.
Luce scosse la testa. La sua spiegazione non avrebbe fatto altro
che confonderlo ancora di più.
«Lucinda!» L’ultima cosa che udì fu la voce di lui che la
chiamava col suo vero nome.
Strano: lei lo stava guardando, ma non lo vide muovere le labbra.
La mente le stava giocando brutti scherzi.
«Lucinda!» gridò lui ancora una volta, la voce rotta dal panico,
un istante prima che Luce si tuffasse a capofitto nella tenebra che
l’attendeva.

CAPITOLO DUE

PIOVUTO DAL CIELO
MOSCA, RUSSIA

15 OTTOBRE 1941
«Lucinda!» gridò di nuovo Daniel, ma era troppo tardi. Lei era
già sparita. Lui era emerso in quello scenario bianco e desolato e
aveva avvertito un lampo di luce e il calore di una fiamma, ma non
aveva visto altro che Luce. Corse verso di lei in quel buio angolo di
strada. Sembrava così piccola, avvolta nel cappotto sdrucito di
qualcun’altra. Aveva l’aria spaventata. L’aveva vista aprire
un’ombra, e poi…
«No!»
Un razzo colpì un edificio alle sue spalle. Il terreno tremò, la
strada ondeggiò e si spaccò, e una fontana di vetri, acciaio e
cemento si levò in aria per poi ricadere a terra.
La strada piombò in un silenzio irreale. Daniel quasi non se ne
accorse; rimase immobile e incredulo fra i detriti.
«È andata più indietro» mormorò, spazzolandosi la polvere dalle
spalle.
«È andata più indietro» disse qualcuno.
Quella voce. La sua voce. Un’eco?
No, era troppo vicina per essere un’eco. E troppo chiara per
venire da dentro la sua testa.
«Chi ha parlato?» Corse verso
un’impalcatura, dove aveva visto Luce.

la

foresta

di

pali

di

Due sussulti.
Daniel si ritrovò faccia a faccia con se stesso. O meglio, non
proprio se stesso, ma una sua versione precedente, un po’ meno
cinica. Ma di quale epoca? E dove?
«Non toccatevi!» gridò Cam a tutti e due. Indossava un paio di
pantaloni mimetici, gli anfibi e un pastrano nero. Nel vedere Daniel
i suoi occhi sprizzarono scintille.
I due Daniel si erano istintivamente avvicinati l’uno all’altro,
muovendosi in cerchio, cauti. A quelle parole indietreggiarono.
«Sta’ lontano da me» disse a Daniel il suo se stesso di un tempo.
«È pericoloso.»
«Lo so» disse Daniel di rimando. «Credi che non lo sappia?»
Quella vicinanza gli dava il voltastomaco. «Sono già stato qui. Io
sono te.»
«Che cosa vuoi?»
«Io…» Daniel si guardò intorno nel tentativo di capire dove fosse
finito. Dopo migliaia di anni passati a vivere, ad amare Luce e a
perderla, il tessuto della memoria aveva cominciato a sfilacciarsi. La
ripetizione gli rendeva difficile ricordare il passato. Ma quel luogo
non era molto lontano nel tempo, gli rammentava…
Una città desolata. La neve per le strade. Il fuoco nel cielo.
Avrebbe potuto essere una qualsiasi delle centinaia di guerre.
Ma lì…
Il punto in cui la neve si era sciolta, Il cratere nero in un mare di
bianco, Daniel cadde in ginocchio e sfiorò l’anello di ceneri nere che
macchiava il candore del terreno. Chiuse gli occhi, E ricordò in ogni
dettaglio il modo in cui lei era morta fra le sue braccia.
Mosca. 1941.
Ecco cosa stava facendo Luce: viaggiava nelle sue vite passate,
nel tentativo di capire.
Il fatto era che non c’era un motivo preciso o logico per le sue
ripetute morti. E Daniel, più di chiunque altro, lo sapeva.

C’erano state vite in cui lui aveva tentato di spiegare, nella
speranza di un cambiamento. Qualche volta si era illuso di tenerla
in vita più a lungo, ma non aveva mai funzionato. A volte – come in
quel momento, durante l’assedio di Mosca – aveva scelto di farla
procedere più in fretta nel suo cammino. Per risparmiarla. Perché il
suo bacio fosse l’ultima cosa che lei avrebbe sentito in quella vita.
E quelle erano le vite che gettavano le ombre più inquietanti nel
corso dei secoli. Le vite che attiravano Luce come una calamita
mentre lei attraversava alla cieca gli Annunziatori. Le vite in cui lui
le aveva rivelato quel che c’era da sapere, pur consapevole del fatto
che così l’avrebbe distrutta.
Come la sua morte a Mosca. La ricordava perfettamente, e si
sentì uno stupido. Le parole temerarie che le aveva sussurrato
all’orecchio, il bacio appassionato che le aveva dato. Il lampo di
comprensione che aveva illuminato il volto di lei. Non era cambiato
niente. La sua fine era stata identica a tutte le altre.
E anche Daniel, dopo, era sempre lo stesso: svuotato, stremato,
annichilito, inconsolabile.
Gabbe si fece avanti per gettare con i piedi un po’ di neve
sull’anello di cenere dove Luschka era morta. Le piume delle sue ali
rilucevano nella notte e il suo corpo era circondato da un alone
scintillante. Stava piangendo.
Anche gli altri si avvicinarono: Cam, Roland, Molly e Arriane.
Daniel, il Daniel di quell’epoca, si tenne in disparte.
«Se sei qui per avvertirci di qualcosa» disse Arriane, «allora fallo
e poi levati di torno.» Le sue ali iridescenti si piegarono in avanti, in
un gesto quasi protettivo. Si parò davanti a Daniel, che aveva il
volto di un pallore livido.
Per gli angeli era contro la legge e contro natura avere relazioni
con i propri sé precedenti. Daniel si sentiva fiacco e stordito: se
perché aveva appena rivissuto la morte di Luce o perché si trovava
vicinissimo al suo sé precedente, non avrebbe saputo dirlo.
«Avvertirci?» disse Molly a denti stretti, tracciando un lento

circolo intorno a Daniel. «Perché mai Daniel Grigori dovrebbe
prendersi la briga di dirci qualcosa?» Si fermò davanti a lui,
solleticandolo con le punte delle ali ramate. «No, ricordo bene quali
sono le sue intenzioni… Sono secoli che vaga nel passato. Sempre in
cerca di qualcosa. Sempre troppo tardi.»
«No» mormorò Daniel. Non poteva essere. Aveva deciso di
raggiungerla, e l’avrebbe fatto.
«Quello che lei vuole sapere da te» intervenne Roland «è che
cosa ti ha spinto a venire qui. Da qualunque epoca arrivi.»
«Me n’ero quasi dimenticato» disse Cam, massaggiandosi le
tempie. «Sta inseguendo Lucinda. È uscita dal tempo.» Si rivolse a
Daniel e inarcò un sopracciglio. «Magari adesso metterai da parte il
tuo orgoglio per chiedere il nostro aiuto.»
«Non mi serve.»
«Si direbbe il contrario» ribatté Cam con un ghigno sprezzante.
«Stanne fuori» sibilò Daniel. «Già ci darai abbastanza problemi
in futuro.»
«Ah, davvero?» Cam applaudì. «Splendido. Non vedo l’ora.»
«È pericoloso il gioco che stai giocando, Daniel» disse Roland.
«Lo so.»
Cam proruppe in una risata sinistra. «Bene. Eccoci arrivati alla
fine della partita, giusto?»
Gabbe deglutì. «Allora… è cambiato qualcosa?»
«Lei sta cominciando a capire!» esclamò Arriane. «Sta usando gli
Annunziatori per attraversare il tempo, ed è ancora viva!»
Gli occhi di Daniel sprizzarono lampi viola. Voltò le spalle al
gruppo per posare lo sguardo sulle rovine della chiesa, il luogo
dove aveva incontrato Luschka per la prima volta. «Non posso
restare. Devo raggiungerla.»
«Be’, se non ricordo male» disse Cam in tono pacato, «non ce la
farai mai. Il passato è già scritto, fratello.»
«Il tuo passato, forse. Ma non il mio futuro.» Daniel non riusciva

a pensare lucidamente. Le ali racchiuse sul suo corpo smaniavano
per aprirsi. Lei se n’era andata. La strada era deserta. Nessun altro
di cui preoccuparsi.
Gettò indietro le spalle e liberò le ali con un fruscio. Finalmente.
Quella leggerezza. Quel profondo senso di libertà. Adesso poteva
pensare a mente lucida. Gli serviva soltanto un momento di
solitudine. Stare con se stesso. Scoccò un’occhiata all’altro Daniel e
spiccò il volo.
Qualche istante dopo udì un rumore identico: lo stesso frullo
d’ali spiegate, il suono di un altro paio d’ali, più giovani, che
battevano per sollevarsi da terra.
Il Daniel precedente lo raggiunse nel cielo. «Dove?»
Senza scambiarsi altre parole si posarono sul cornicione del tetto
di un palazzo di tre piani vicino allo Stagno del Patriarca, di fronte
alla finestra di Luce, da dove erano soliti guardarla dormire. Il
ricordo era più fresco per la mente di Daniel, ma l’immagine
sfuocata di Luce che sognava sotto le coperte trasmise un fremito di
calore anche alle ali di Daniel.
Avevano entrambi un’espressione solenne e pensierosa. Nella
città bombardata era triste e ironico che quel palazzo fosse stato
risparmiato e lei invece no. Rimasero in silenzio nel freddo della
notte, attenti a trattenere le ali per non toccarsi.
«Come sono le cose per lei nel futuro?»
Daniel sospirò. «La buona notizia è che in questa vita c’è
qualcosa di diverso. In qualche modo la maledizione è stata…
alterata.»
«Come?» Daniel alzò lo sguardo e la speranza che gli illuminava
gli occhi si affievolì. «Vuoi dire che nella sua vita attuale non ha
ancora stretto un’alleanza?»
«Pensiamo di no. Ma questa è soltanto una parte. A quanto pare
dev’essersi aperta una scappatoia che le consente di vivere oltre il
suo tempo consueto…»
«Ma è troppo pericoloso.» Daniel parlava in maniera concitata,

convulsa, sulla falsariga del discorso che Daniel andava ripetendosi
dall’ultima sera alla Sword & Cross, quando si era reso conto che
stavolta era diverso. «Potrebbe morire e non tornare più. E questa
sarebbe la fine. Adesso ogni cosa è in equilibrio instabile.»
«Lo so.»
Daniel ritrovò il controllo. «Scusa. Certo che lo sai. Ma… la
domanda è: lei sa perché questa vita è diversa?»
Daniel si guardò le mani vuote. «Una degli Anziani di
Zhsmaelim l’ha catturata e interrogata prima che Luce fosse a
conoscenza della situazione. Lucinda sa che tutti sono concentrati
sul fatto che non è stata battezzata… ma ci sono tante altre cose che
non sa.»
Daniel si sporse dal cornicione e guardò la finestra buia della sua
stanza. «E la cattiva notizia quale sarebbe?»
«Temo che ci siano tante altre cose che io non so. Non sono in
grado di prevedere le conseguenze della sua fuga nel passato se
non riesco a trovarla e a fermarla prima che sia troppo tardi.»
Risuonò l’ululato di un’altra sirena, segno che l’allarme aereo era
cessato. Ben presto i russi si sarebbero riversati in strada in cerca dei
sopravvissuti.
Daniel frugò nei brandelli della sua memoria. Luce stava
andando ancora più indietro nel tempo… ma in quale vita? Si volse
per guardare negli occhi il suo sé precedente. «Anche tu ricordi,
vero?»
«Che… sta viaggiando indietro nel tempo?»
«Sì. Ma quanto indietro?» Parlarono all’unisono, fissando la
strada immersa nel buio.
«E dove si fermerà?» proseguì Daniel, allontanandosi dal bordo.
Chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. «Adesso Luce è
diversa. Lei è…» Poteva quasi sentirne l’odore. Puro, luminoso,
come quello di una giornata di sole. «Qualcosa di fondamentale è
cambiato. Finalmente abbiamo una vera occasione. E io… io non mi
sono mai sentito più euforico… e neanche più terrorizzato.» Aprì

gli occhi e si stupì nel vedere Daniel che annuiva.
«Daniel?»
«Sì?»
«Cosa aspetti?» chiese Daniel con un sorriso. «Vai a prenderla.»
A quelle parole Daniel aprì un’ombra lungo il cornicione del
tetto – un Annunziatore – e vi si infilò.

CAPITOLO TRE

GLI SCIOCCHI SONO IMPRUDENTI
MILANO, ITALIA
25 MAGGIO 1918

Luce uscì barcollante dall’Annunziatore nel fragore di una serie
di esplosioni. Si abbassò di scatto e si coprì le orecchie.
Gli scoppi violenti facevano tremare il terreno, un boato dopo
l’altro, ognuno più spettacolare e spaventoso del precedente, a
intervalli sempre più ravvicinati finché tutto non piombò in un caos
senza soluzione di continuità e senza via di scampo.
Luce si rannicchiò in quella tenebra assordante per proteggersi il
corpo. Le esplosioni le rimbombavano nel petto, schizzi di terra le
finivano negli occhi e nella bocca.
E tutto questo ancora prima che avesse modo di capire dov’era
finita. La breve luce prodotta da ogni esplosione le permise di
scorgere dei campi coltivati, solcati da canali di irrigazione e
disseminati di recinti divelti. Ma il lampo durava solo un istante e
lei ripiombava nel buio.
Bombe. Piovevano ancora bombe.
Qualcosa era andato storto. L’intenzione di Luce era stata quella
di fuggire da Mosca e dalla guerra, ma doveva essere tornata nel
punto esatto da cui era partita. Roland l’aveva avvertita dei pericoli
dei viaggi negli Annunziatori, ma lei era stata troppo ostinata per
dargli ascolto.
Nel buio pesto Luce inciampò in qualcosa e cadde col viso a

terra.
Qualcuno si lamentò. Qualcuno su cui Luce era caduta.
Trasalì e strisciò via carponi, provando una fitta lancinante al
fianco che aveva urtato. Ma quando vide l’uomo riverso a terra, si
dimenticò del dolore.
Era giovane, aveva più o meno la sua età. Minuto, con i
lineamenti delicati e timidi occhi nocciola. Il suo volto era pallido e
il respiro gli usciva in rantoli spezzati. La mano con cui si premeva
la pancia era incrostata di sudiciume nero. E sotto la mano, i
pantaloni erano intrisi di sangue scuro.
Luce non riusciva a distogliere lo sguardo dalia ferita. «Non
dovrei essere qui» mormorò fra sé.
Le labbra del ragazzo fremettero. La mano insanguinata tremò
mentre si disegnava sul petto il segno della croce. «Oh, sono morto»
disse, fissandola con gli occhi sgranati. «Tu sei un angelo. Sono
morto e sono finito in… sono in Paradiso?»
Allungò la mano tremante verso di lei. Luce provò l’impulso di
gridare o di vomitare; invece gli prese le mani e gliele premette di
nuovo sull’orribile squarcio nelle viscere, coprendole con le sue. Un
altro boato scosse la terra e la vibrazione si propagò nel corpo del
ragazzo, che riversò un fiotto di sangue fresco fra le dita di Luce.
«Mi chiamo Giovanni» mormorò lui, chiudendo gli occhi. «Ti
prego. Aiutami. Ti prego.»
Fu allora che Luce capì di non trovarsi più a Mosca. Il terreno
sotto di lei era tiepido, non più coperto di neve, ma da un manto
erboso in cui si aprivano qua e là squarci di fertile terriccio scuro.
L’aria era secca e polverosa. Il ragazzo le aveva parlato in italiano e,
proprio come era successo a Mosca, lei lo aveva capito.
I suoi occhi si abituarono all’oscurità. In lontananza, le colline
tinte di viola erano spazzate dai fasci di potenti riflettori. Il cielo era
punteggiato di stelle. Luce abbassò lo sguardo. Non poteva vedere
le stelle senza pensare a Daniel, e non poteva pensare a Daniel in
quel momento. Non mentre teneva le mani premute sul ventre di

quel ragazzo che stava per morire.
Se non altro, non era ancora morto.
Ma lui pensava di esserlo.
E non si poteva dargli torto. Probabilmente era sotto shock per
via del colpo ricevuto. E forse l’aveva vista arrivare
dall’Annunziatore, un varco nero che si era aperto nell’aria davanti
a lui. Doveva essere terrorizzato.
«Presto starai meglio» gli disse nel perfetto italiano che avrebbe
sempre voluto parlare. Si sorprese di come le scorreva con agio e
naturalezza sulla lingua, Anche la sua voce era più morbida e calda;
Luce si domandò chi fosse in questa vita.
Una raffica di colpi assordanti la fece sobbalzare. Una
mitragliatrice. Il cielo s’illuminò di proiettili traccianti che
sibilavano in rapida successione, bianche linee che riempirono il
suo campo visivo seguite da grida in italiano. Passi pesanti sul
terreno. In avvicinamento.
«Ci stiamo ritirando» mormorò il ragazzo. «Non è una bella
cosa.»
Luce volse lo sguardo verso il rumore dei soldati che si
avvicinavano di corsa e per la prima volta si accorse che lei e il
ragazzo ferito non erano soli. Almeno una decina di altri feriti
giacevano lì intorno: gemevano, si agitavano e il loro sangue
inzuppava il terreno scuro. Avevano gli abiti bruciacchiati e
stracciati a causa della mina antiuomo che doveva averli sorpresi.
L’aria era satura del fetore di sangue, sudore, marciume. Era tutto
così orribile che Luce dovette mordersi un labbro per non urlare.
Un uomo in uniforme da ufficiale le passò accanto di corsa, poi si
fermò di colpo. «Che ci fa quella qui? Questa è zona di guerra, non
è posto da infermiere. Senti, ragazza, da morta non ci servi a niente.
Almeno renditi utile. Bisogna caricare i feriti.»
Si allontanò di gran carriera prima che Luce potesse rispondere.
Nel frattempo le palpebre del ragazzo cominciarono a chiudersi, il
suo corpo fu scosso da tremiti convulsi. Luce si guardò intorno

disperata in cerca di aiuto.
A meno di un chilometro di distanza c’era una stradina sterrata
con due autocarri dall’aria antiquata e due piccole ambulanze
parcheggiate su un lato.
«Torno subito» disse al ragazzo, sistemandogli meglio le mani
sul ventre per arrestare l’emorragia. Il giovane lanciò un gemito
quando lei si allontanò.
Luce corse verso gli autocarri, inciampando quando la terra
tremò per lo scoppio di una granata alle sue spalle.
Dietro uno dei camion era radunato un gruppetto di donne in
uniforme bianca. Infermiere. Loro avrebbero saputo cosa fare, come
prestare soccorso. Ma quando Luce si avvicinò abbastanza da
vederle in viso, fu colta dallo sconforto. Erano ragazze
giovanissime. Alcune non potevano avere più di quattordici anni.
Le loro uniformi sembravano maschere di Carnevale.
Studiò i loro volti, cercando se stessa in una di loro. Doveva
esserci una ragione per cui era finita in quell’inferno. Ma nessun
volto le era familiare. Rimase stupita nel vedere le loro espressioni
tranquille. Nessuna di loro mostrava il terrore che Luce sapeva di
avere stampato sul viso. Forse ne avevano già viste tante da essersi
abituate agli orrori della guerra.
«Acqua.» La voce di una donna adulta risuonò dall’interno
dell’autocarro. «Bende. Garze.»
La donna distribuiva generi di pronto soccorso alle ragazze che,
una volta ricevuto il pacco, si davano da fare per improvvisare un
ospedale da campo a lato della strada. Molti feriti erano già stati
allineati dietro il camion per ricevere le prime cure, e altri ne
arrivavano. Luce si mise in fila.
Era buio e nessuno le rivolse la parola. Adesso la tensione delle
giovani infermiere era palpabile. Dovevano essere state addestrate a
restare calme per tranquillizzare i soldati, ma quando la ragazza in
coda davanti a lei tese le braccia per prendere i medicamenti, Luce
vide che le tremavano le mani.


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