File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



4Lauren Kate Rapture .pdf



Nome del file originale: 4Lauren Kate - Rapture.pdf
Titolo: Rapture (Italian Edition)
Autore: Kate, Lauren

Questo documento in formato PDF 1.3 è stato inviato su file-pdf.it il 03/03/2017 alle 14:56, dall'indirizzo IP 93.151.x.x. La pagina di download del file è stata vista 3870 volte.
Dimensione del file: 1.7 MB (252 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Luce e il suo grande amore, l’angelo caduto Daniel, sono a un passo dalla salvezza. O dall’abisso.
Tutto dipende da Lucifero, che vuole cancellare la storia e riscriverla per avere il mondo in
pugno. Un modo per impedirglielo ci sarebbe: occorre riunire tre reliquie che si trovano a
Venezia, Vienna e Avignone. In questa strenua impresa Luce e Daniel non sono soli. Al loro anco
hanno gli amici di sempre, gli angeli Roland, Cam, Gabbe, Arianne, oltre ai Nephilim, nati
dall’unione di un angelo e un mortale.
C’è poi la s da dell’amore, e in quella anche gli amici più cari non possono niente. Il sentimento
assoluto che lega Luce e Daniel ha attraversato il tempo, ma è ancora avvolto in troppi misteri. E
non si può amare fino in fondo senza conoscersi davvero.

Lauren Kate è cresciuta a Dallas, è andata a scuola ad Atlanta e ha cominciato a scrivere a New
York. Vive con il marito a Los Angeles. Rapture è l’ultimo capitolo della fortunata saga cominciata
con Fallen, che comprende Torment, Passion e Fallen in love. I suoi libri sono stati pubblicati in
più di trenta Paesi. Per conocere meglio l’autrice e i suoi libri visita i siti:
www.fallensaga.it
laurenkatebooks.net

RAPTURE

LAUREN KATE

RAPTURE
Traduzione di
M ARIA C ONCETTA
SCOTTO DI SANTILLO
in collaborazione con
M ICHELA PROIETTI

Titolo originale: Rapture
© 2012 Tinderbox Books, LLC e Lauren Kate
Progetto grafico degli interni di Angela Carlino
Tutti i diritti riservati
Pubblicato negli Stati Uniti nel 2012 da Delacorte Press,
un marchio di Random House Children’s Books,
una divisione di Random House, Inc., New York
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati
sono il frutto della fantasia dell’autrice o sono usati in maniera fittizia.
Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte,
eventi o luoghi esistenti è da ritenersi puramente casuale.
© 2012 RCS Libri S.p.A., Milano
Prima edizione digitale 2012 da edizione Rizzoli Narrativa giugno 2012
ISBN 978-88-58-63103-4
In copertina
illustrazione di © 2012 Fernanda Brussi Gonçalves
e Amber Lynn Jackson di Beyond The Sea Arts
e Isobel Eksteen
progetto grafico di Angela Carlino
www.rizzoli.eu
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

PER JASON
SENZA IL TUO AMORE, NIENTE È POSSIBILE

RINGRAZIAMENTI
È magni co vedere che i ringraziamenti crescono a ogni libro. Sono grata a
Michael Stearns e Ted Malawer per aver creduto in me, avermi assecondata e
avermi fatta lavorare sodo. A Wendy Loggia, Beverly Horowitz, Krista Vitola, e
l’ottima squadra di Delacorte: avete fatto crescere Fallen dall’inizio alla ne. A
Angela Carlino, Barbara Perris, Chip Gibson, Judith Haut, Noreen Herits (mi
manchi già!), Roshan Nozari e Dominique Cimina per la perizia con cui avete
trasformato la mia storia in un libro.
A Sandra Van Mook e i miei amici in Olanda; a Gabriella Ambrosini e Beatrice
Masini in Italia; a Shirley Ng e la squadra di MPH a Kuala Lumpur; a Rino
Balatbat, Karla, Chad, la fantastica famiglia Ramos e i miei splendidi fan lippini;
a Dorothy Tonkin, Justin Ractli e e il brillante gruppo di Random House
Australia; a Rebecca Simpson in Nuova Zelanda; a Ana Lima e Cecilia Brandi e alla
Record per lo splendido soggiorno in Brasile; a Lauren Kate Bennett e le deliziose
ragazze di RHUK; a Amy Fisher e Iris Barazani per l’ispirazione a Gerusalemme.
Che anno stupendo ho passato con tutti voi: speriamo ce ne siano altri così!
Ai miei lettori, che mi hanno mostrato il lato più luminoso della vita ogni
singolo giorno. Grazie.
Alla mia famiglia, per la vostra pazienza e ducia e senso dell’umorismo. Ai
miei amici, che sanno stanarmi dal mio antro di scrittura. E, sempre, a Jason, che
ha il coraggio di a rontare l’antro quando non posso essere stanata. Sono felice di
avere tutti voi nella mia vita.

Ogni altra cosa si trascina verso la distruzione,
solo il nostro amore non conosce decadenza…

—JOHN DONNE, L’Anniversario

PROLOGO
LA CADUTA
In principio fu il silenzio…
Fra il Paradiso e la Caduta, nelle viscere di una distanza incalcolabile, ci fu un
momento in cui il mormorio celestiale del Paradiso cessò e fu sostituito da un
silenzio così abissale che l’anima di Daniel si sforzò di cogliere il minimo rumore.
Poi giunse la sensazione di precipitare: una caduta inarrestabile da cui nemmeno
le ali potevano salvarlo, come se il Trono le avesse appesantite attaccandovi delle
lune. Non battevano quasi e, quando lo facevano, non alteravano di un so o la
sua traiettoria.
Dove stava andando? Non c’era niente davanti a lui, e niente dietro. Niente
sopra e niente sotto. Soltanto una tta tenebra e la sagoma indistinta di quel che
restava dell’anima di Daniel.
In assenza di rumori, la sua mente prese il sopravvento e risuonò di
qualcos’altro, qualcosa di ineluttabile: le terribili parole della maledizione di Luce.
Lei morirà… Non supererà mai l’adolescenza… e morirà ogni volta, nel preciso
istante in cui ricorderà la tua scelta.
Così che non possiate mai stare veramente insieme.
Era stata la crudele invettiva di Lucifero, la sua aggiunta velenosa alla condanna
del Trono nella Radura celeste. E adesso per la sua amata stava per arrivare la
morte. Daniel poteva fermarla? Sarebbe stato capace di riconoscerla?
Gli angeli non sapevano niente della morte. Daniel l’aveva vista cogliere alcune
delle nuove creature mortali chiamate umani, ma la morte non riguardava gli
angeli.
Morte e adolescenza: due assoluti nella maledizione di Lucifero che non avevano
alcun signi cato per Daniel. Tutto quello che sapeva era che la separazione da
Lucinda era una punizione intollerabile. Dovevano stare insieme.

«Lucinda!» gridò.
Pensare a lei avrebbe dovuto confortare la sua anima, ma avvertiva soltanto
un’assenza dolorosa.
Daniel avrebbe dovuto percepire i suoi fratelli intorno a sé: quelli che avevano
scelto la parte sbagliata e quelli che non avevano fatto nessuna scelta ed erano stati
esclusi per la loro indecisione. Sapeva di non essere davvero solo: oltre cento
milioni di loro erano precipitati quando il suolo celeste si era spalancato nel
vuoto.
Ma non riusciva a vedere o a percepire nessun altro.
Prima di allora non era mai stato solo. Aveva la sensazione di essere l’ultimo
angelo di tutti i mondi.
Non pensarci. Ti perderai.
Si sforzò di resistere. Lucinda, la conta, Lucinda, la scelta… ma mentre cadeva,
diventava sempre più di cile ricordare. Quali erano state, per esempio, le ultime
parole che aveva sentito pronunciare dal Trono?
I Cancelli del Cielo…
I Cancelli del Cielo sono…
Non riusciva a ricordare cosa fosse stato detto dopo: aveva soltanto una vaga
reminiscenza della luce immensa che si spegneva e del freddo micidiale che aveva
spazzato la Radura; gli alberi del Frutteto erano crollati l’uno sull’altro, generando
furiose onde sismiche che si erano propagate per tutto il cosmo, uno tsunami di
nuvole che avevano accecato gli angeli ed eclissato la loro gloria. C’era stato
qualcos’altro, qualcosa comparso appena prima che la Radura si annientasse, un…
Gemello.
Un audace angelo luminoso era apparso durante la conta, a ermando di essere
il Daniel che veniva dal futuro. La profonda tristezza nei suoi occhi lo aveva fatto
sembrare molto vecchio. Quell’angelo, quella… versione dell’anima di Daniel,
aveva davvero sofferto tanto?
E Lucinda?
Daniel fremette di collera. Avrebbe trovato Lucifero, l’angelo che viveva
annidato nell’angolo morto di tutte le idee. Daniel non aveva paura del traditore
che era stato la Stella del Mattino. In qualunque luogo, in qualunque tempo
avessero raggiunto la ne di questo oblio, Daniel si sarebbe vendicato. Ma prima
doveva trovare Lucinda, perché senza di lei niente aveva importanza. Senza il suo
amore, niente era possibile.
Il loro era un amore che rendeva inconcepibile la scelta fra Lucifero e il Trono.
L’unica parte che Daniel avrebbe mai potuto scegliere era lei. E adesso avrebbe
pagato per questa scelta, ma non sapeva ancora quale forma avrebbe assunto la
sua punizione. Sapeva solo che lei era scomparsa dal luogo dove avrebbe dovuto
essere: al suo fianco.

essere: al suo fianco.
Il dolore della separazione dalla sua amata lo pervase, aspro, acutissimo. Lanciò
un gemito muto, la sua mente si annebbiò e, all’improvviso, terrorizzato, non fu
più in grado di ricordare perché.
Continuò a precipitare attraverso la tenebra sempre più fitta.
Non riusciva a capire né a sentire né a rammentare come fosse nito lì, a
vorticare nel nulla… verso dove? Per quanto tempo?
La sua memoria vacillò e si spense. Era sempre più di cile ricordare le parole
pronunciate nella Radura dall’angelo tanto simile a…
A chi assomigliava l’angelo? E cosa aveva detto di così importante?
Daniel non lo sapeva, non sapeva più niente.
Sapeva solo che stava precipitando nel vuoto.
Con la sensazione impellente di dover trovare qualcosa… qualcuno.
L’urgenza di sentirsi di nuovo integro…
Ma c’era soltanto tenebra dentro altra tenebra…
Il silenzio gli offuscava i pensieri.
Un niente che era tutto.
Daniel cadde.

UNO
IL LIBRO DEI VEGLIANTI
«Buongiorno.»
Una mano calda accarezzò la guancia di Luce e le ravviò una ciocca di capelli
dietro l’orecchio.
Luce si voltò su un anco, sbadigliò e aprì gli occhi, risvegliandosi dal sonno
profondo in cui aveva sognato Daniel.
«Oh» trasalì, toccandosi la guancia. Era lui.
Daniel era seduto accanto a lei. Indossava un maglione nero e la stessa sciarpa
rossa che portava annodata al collo la prima volta che lo aveva visto alla Sword &
Cross. Era più bello di qualsiasi sogno.
Il suo peso piegava il bordo della branda e Luce avvicinò le gambe al petto per
raggomitolarsi contro di lui.
«Non sei un sogno» mormorò.
Gli occhi di Daniel erano più chiari del solito, e scintillarono violetti non
appena lui la guardò, studiando ogni dettaglio del suo viso come fosse nuovo. Si
chinò su di lei e premette le labbra sulle sue.
Luce gli cinse il collo con le braccia, felice di ricambiare il bacio. Non le
importava di non essersi lavata i denti o di avere i capelli schiacciati dal cuscino.
Non le importava niente di niente, se non di quel bacio. Erano insieme adesso e
non riuscivano a smettere di sorridere.
Poi tutto riaffiorò nella sua memoria…
Artigli a lati e occhi rossi. Odore nauseabondo di morte e putrefazione.
Tenebre ovunque, così assolute nella loro condanna da far sembrare la luce e
l’amore e tutto il bene del mondo come qualcosa di esausto e spezzato e morto.
Che Lucifero un tempo fosse stato qualcos’altro per lei – Bill, la stizzosa
gargouille di pietra che aveva creduto un amico – era impossibile. Lo aveva

gargouille di pietra che aveva creduto un amico – era impossibile. Lo aveva
lasciato avvicinare troppo e poiché non aveva fatto quello che voleva lui,
ri utando di uccidere la propria anima nell’antico Egitto, lui aveva deciso di fare
tabula rasa.
Di cancellare tutto dal momento della Caduta.
Ogni vita, ogni amore, ogni istante vissuto da mortali e anime angeliche sarebbe
stato annullato, spazzato via da un gesto sprezzante di Lucifero. Come se l’universo
fosse una gigantesca scacchiera e lui un bambino capriccioso che interrompe il
gioco non appena comincia a perdere. Ma di cosa volesse vincere, Luce non aveva
idea.
Sentì la pelle scottare al ricordo della sua ira. Lui aveva voluto che lei vedesse,
che tremasse nella sua mano quando l’aveva riportata al tempo della Caduta.
Poi l’aveva spinta da parte, per lanciare un Annunziatore come un’enorme rete
allo scopo di catturare tutti gli angeli che erano caduti dal Paradiso.
E nel momento in cui Daniel l’aveva a errata in quel non-luogo stellato,
Lucifero era sparito dall’esistenza, e l’intero ciclo era ricominciato daccapo. Adesso
si trovava tra gli angeli che cadevano, compresa la versione passata di sé.
Come tutti loro, era precipitato in un isolamento impotente, con i suoi fratelli
ma divisi, insieme ma da soli.
Millenni prima, ci erano voluti nove giorni agli angeli per cadere dal Paradiso
sulla Terra. Dal momento che la seconda caduta di Lucifero avrebbe seguito la
stessa traiettoria, Luce, Daniel e gli altri avevano solo nove giorni per fermarlo.
Se non ci fossero riusciti, quando Lucifero e il suo Annunziatore pieno di angeli
avessero toccato terra, ci sarebbe stato come un singhiozzo nel tempo, e tutto
sarebbe ripartito da zero. Come se i settemila anni fra allora e adesso non fossero
mai esistiti.
Come se Luce non avesse finalmente cominciato a capire la maledizione.
L’intero mondo correva il rischio di scomparire, a meno che Luce, sette angeli e
due Nephilim non fossero riusciti a fermare Lucifero. Avevano solo nove giorni, e
nessuna idea su dove cominciare.
Luce era così stanca la sera prima che non ricordava nemmeno di essersi sdraiata
sulla branda, rannicchiandosi sotto la sottile coperta azzurra. C’erano delle
ragnatele fra le travi del so tto del piccolo capanno, un tavolo pieghevole
ingombro di tazze ancora mezze piene di cioccolata calda che Gabbe aveva
preparato per tutti la sera prima, ma a Luce sembrava tutto un sogno. Il suo volo
dall’Annunziatore no all’isoletta al largo di Tybee, quel rifugio sicuro per gli
angeli, era stato offuscato da una stanchezza immane.
Si era addormentata mentre gli altri ancora parlavano, lasciando che la voce di
Daniel la cullasse nel sonno. Ora il capanno era silenzioso, e dalla nestra che
incorniciava il pro lo di Daniel, vide che il cielo era so uso del grigiore che
precede l’alba.

precede l’alba.
Allungò una mano per s orargli una guancia. Lui voltò la testa e le baciò il
palmo. Luce strizzò gli occhi per frenare le lacrime. Perché, dopo tutto quello che
avevano passato, Luce e Daniel dovevano scon ggere il diavolo prima di essere
liberi di amarsi?
«Daniel.» La voce di Roland risuonò dalla porta del capanno. Aveva le mani
in late nelle tasche del giaccone da marinaio e un berretto di lana grigia calcato
sui dread. Rivolse a Luce un sorriso stanco. «È ora.»
«Ora per cosa?» Luce si sollevò sui gomiti. «Stiamo partendo? Di già? E i miei
genitori? Ormai saranno nel panico.»
«Pensavo di portarti da loro adesso» disse Daniel, «per salutarli.»
«Ma come faccio a spiegargli la mia scomparsa dopo la cena del
Ringraziamento?»
Ricordava le ultime parole di Daniel la sera prima: anche se aveva l’impressione
che fossero stati negli Annunziatori per un’eternità, nel tempo reale erano passate
appena due ore.
D’altro canto, a Harry e Doreen Price due ore di misteriosa assenza della glia
dovevano essere parse davvero un’eternità.
Daniel e Roland si scambiarono un’occhiata complice. «Ci abbiamo pensato noi»
rispose Roland, porgendo a Daniel le chiavi di un’automobile.
«E in che modo?» chiese Luce. «Una volta papà ha chiamato la polizia quando
avevo solo mezz’ora di ritardo da scuola…»
«Non preoccuparti, ragazzina» disse Roland. «Ti abbiamo coperta. Hai bisogno
solo di un rapido cambio di abiti.» Indicò uno zaino sulla sedia a dondolo accanto
alla porta. «Gabbe ti ha portato le tue cose.»
«Uhm, grazie» disse lei, confusa. Dov’era Gabbe? Dov’erano tutti gli altri? Il
capanno era a ollato la sera prima, l’atmosfera era calda e accogliente per il
fulgore delle ali angeliche e l’aroma della cioccolata calda con la cannella. Il
ricordo di quella sensazione piacevole, unito alla prospettiva di salutare i suoi
genitori senza sapere dove stava andando, all’improvviso le fecero sembrare quel
mattino grigio e freddo.
Posò i piedi nudi sul pavimento di legno grezzo. Abbassò lo sguardo e si accorse
di indossare ancora la semplice tunica bianca che aveva in Egitto, l’ultima vita che
aveva visitato attraverso gli Annunziatori. Gliel’aveva procurata Bill.
No, non Bill. Lucifero. Le aveva sorriso compiaciuto mentre lei si in lava la
stellasaetta nella veste, pronta a uccidere la sua anima come lui le aveva
consigliato.
Mai, mai, mai. Luce aveva tanto per cui vivere.
Dentro il vecchio zaino verde che un tempo usava per il campeggio estivo, Luce
trovò il suo pigiama preferito, quello di anella a righe bianche e rosse,

trovò il suo pigiama preferito, quello di anella a righe bianche e rosse,
perfettamente piegato, con sotto le pantofole bianche abbinate. «Ma è mattina»
disse. «A cosa mi serve il pigiama?»
Daniel e Roland si scambiarono un’altra occhiata, ma questa volta Luce avrebbe
giurato che si stavano sforzando di non ridere.
«Tu fidati e basta» tagliò corto Roland.
Dopo essersi cambiata, Luce seguì Daniel fuori del capanno e si riparò dal vento
dietro le sue spalle ampie, mentre camminavano lungo la spiaggia di ciottoli no
al mare.
L’isoletta al largo di Tybee si trovava a un miglio dalla costa di Savannah.
Roland aveva assicurato che sulla terraferma c’era un’auto ad attenderli.
Le ali di Daniel erano nascoste, ma lui doveva aver percepito lo sguardo di Luce
sso sul punto dell’attaccatura. «Quando avremo sistemato questa faccenda,
voleremo ovunque sarà necessario per fermare Lucifero. Fino a quel momento,
sarà meglio restare coi piedi per terra.»
«Okay» annuì Luce.
«Facciamo una gara a chi arriva primo a nuoto?»
Il respiro di lei formò una nuvoletta di condensa nell’aria fredda. «Lo sai che ti
batterei.»
«Vero.» Lui le cinse la vita con un braccio per riscaldarla. «Allora sarà meglio
prendere la barca. Per preservare il mio famoso orgoglio.»
Lei lo guardò mentre slegava la cima che teneva ormeggiata una barchetta a
remi con lo scafo di metallo in una piccola darsena. La evole luce che si ri etteva
sull’acqua le fece venire in mente il giorno in cui avevano nuotato nel lago segreto
della Sword & Cross. La pelle di lui brillava di goccioline quando si erano issati
sulla roccia piatta al centro del laghetto per riprendere ato; poi si erano sdraiati
sul masso riscaldato dal sole per asciugarsi. All’epoca lei conosceva appena Daniel
– non sapeva che fosse un angelo – ma era già pericolosamente innamorata di lui.
«Avevamo l’abitudine di nuotare insieme nella mia vita a Tahiti, sai?» disse lei,
sorpresa di ricordare un’altra epoca in cui aveva visto i capelli di Daniel scintillare
d’acqua.
Daniel la ssò e lei capì quanto signi cava per lui poter nalmente condividere
alcuni ricordi del loro passato. Parve così commosso che Luce pensò fosse sul
punto di piangere.
Invece le diede un tenero bacio sulla fronte e commentò: «E mi battevi sempre
anche allora, Lulu.»
Non parlarono molto mentre Daniel remava. A Luce bastava guardare come i
suoi muscoli si tendevano e si ettevano a ogni colpo di remi, sentire i ton
nell’acqua fredda, respirare l’aria salmastra dell’oceano. Il sole che stava sorgendo
alle sue spalle le riscaldava la nuca, ma mentre si avvicinavano alla terraferma,

alle sue spalle le riscaldava la nuca, ma mentre si avvicinavano alla terraferma,
notò qualcosa che le fece correre un brivido lungo la schiena.
Una macchina. Riconobbe la Taurus bianca all’istante.
«Qualcosa non va?» Daniel vide Luce irrigidirsi quando la barca toccò la
spiaggia. «Oh. Quella.» La sua voce pareva tranquilla mentre saltava a terra e
porgeva una mano a Luce. La spiaggia era coperta da cumuli di alghe secche che
mandavano un odore intenso. Le ricordò la sua infanzia.
«Non è come pensi» le spiegò Daniel. «Quando Sophia è fuggita dalla Sword &
Cross dopo…» Luce fece una smor a, sperando che Daniel non dicesse: Dopo aver
ucciso Penn. «Dopo che abbiamo scoperto chi fosse in realtà, gli angeli le hanno
confiscato l’auto.» Il suo volto si indurì. «Ci deve questo, e molto altro.»
Luce pensò al viso di Penn che impallidiva, sempre più esangue. «Dov’è Sophia
adesso?»
Daniel scrollò la testa. «Non lo so, ma purtroppo lo scopriremo presto. Ho il
presentimento che si ritaglierà un ruolo tutto suo nei nostri piani.» Prese le chiavi
della macchina dalla tasca e ne in lò una nella portiera dal lato del passeggero.
«Ma non è di questo che dovresti preoccuparti al momento.»
«Okay.» Luce lo ssò mentre sprofondava nel sedile di tessuto grigio. «Quindi c’è
qualcos’altro di cui dovrei preoccuparmi al momento?»
Daniel girò la chiave dell’accensione e l’auto si mise in moto. L’ultima volta che
era stata su quel sedile, Luce era tesa perché si trovava in macchina da sola con lui.
Era la prima sera in cui si erano baciati – per quanto ne sapeva lei all’epoca, per
lo meno. Strattonò la cintura di sicurezza che non voleva saperne di allacciarsi,
quando sentì le dita di lui sulle sue. «Ricordi?» mormorò lui, chinandosi per
aiutarla e lasciando la mano sulla sua ancora per qualche istante. «C’è il trucco.»
Le diede un dolce bacio sulla guancia, poi ingranò la marcia e fece uscire l’auto
dalla sterpaglia bagnata per immettersi nella stretta strada asfaltata a due corsie.
Erano soli.
«Daniel?» chiese Luce di nuovo. «Di cos’altro dovrei preoccuparmi?»
Lui scoccò un’occhiata al pigiama. «Quanto sei brava a fingerti malata?»
La Taurus bianca aspettava nel vicolo dietro la casa dei genitori di Luce, mentre lei
sgattaiolava furtiva sotto i tre alberi di azalea di anco alla nestra della sua
camera da letto. D’estate c’erano piante di pomodori, con i tralci che si
arrampicavano dal terreno scuro, ma d’inverno il piccolo cortile laterale era
spoglio e triste, e non aveva nulla di familiare. Non riusciva a ricordare l’ultima
volta che era stata lì, davanti a quella nestra. Era sgusciata fuori da tre diversi
collegi, ma mai dalla casa dei genitori. Ora stava per sgusciare dentro e non sapeva
nemmeno come funzionava la nestra. Si guardò intorno, scrutando il quartiere

nemmeno come funzionava la nestra. Si guardò intorno, scrutando il quartiere
addormentato, il giornale del mattino chiuso nel sacchetto di plastica sul bordo del
prato, il vecchio canestro senza rete nel vialetto dei Johnson dall’altro lato della
strada. Non era cambiato niente da quando se n’era andata. Niente, tranne lei
stessa. Se Bill fosse riuscito nel suo intento, anche quel quartiere sarebbe svanito?
Salutò un’ultima volta Daniel in auto, trasse un profondo respiro e fece forza con
i pollici per sollevare la parte inferiore della nestra a ghigliottina dal davanzale
scrostato dipinto di blu.
Il vetro scivolò verso l’alto senza fare troppa resistenza. Qualcuno all’interno
aveva già sollevato la zanzariera. Luce si fermò, allibita, quando le tendine di
mussola bianca si aprirono e al centro comparve la testa mezza bionda e mezza
nera della sua nemica di un tempo, Molly Zane.
«Datti una mossa, Polpettone.»
Luce si irritò per il soprannome che si era vista appioppare il primo giorno alla
Sword & Cross. Era questo che intendevano Daniel e Roland quando avevano detto
che a casa ci avevano pensato loro?
«Che cosa ci fai qui, Molly?»
«Sbrigati. Non mordo mica.» Molly le tese una mano. Aveva le unghie verde
smeraldo rosicchiate.
Luce accettò la mano di Molly, abbassò la testa e scavalcò la finestra.
La sua camera da letto sembrava piccola e antiquata, come una capsula del
tempo lasciata dalla Luce di un’epoca remota. C’era il poster incorniciato della
Torre Ei el sul retro della porta. La bacheca piena di nastri vinti alle gare di nuoto
ai tempi delle elementari a Thunderbolt. E lì, sotto la coperta stampata a disegni
hawaiani gialli e verdi, c’era la sua migliore amica Callie.
Callie gettò per aria le coperte, fece il giro del letto e corse ad abbracciare Luce.
«Continuavano a ripetermi che stavi bene, ma sai, puzzava tanto di bugia, tipo:
Siamo talmente terrorizzati che non ti diremo una parola. Ma ti rendi conto della
paura che mi hai fatto prendere? È stato come se fossi sicamente scomparsa dalla
faccia della Terra…»
Luce ricambiò l’abbraccio. Per quanto ne sapeva Callie, Luce era stata via solo
quella notte.
«Okay, voi due» borbottò Molly, separandole. «Potete fare le vostre facce stranite
più tardi. Non sono stata in quel letto tutta la notte, con questa orrida parrucca di
poliestere, a ngere di essere Luce con il mal di pancia perché voi ragazze adesso
mandiate tutto in malora.» Alzò gli occhi al cielo. «Dilettanti.»
«Un momento. Hai fatto cosa?» chiese Luce.
«Dopo che sei… scomparsa» spiegò Callie senza ato, «sapevamo che non
saremmo mai riusciti a spiegarlo ai tuoi genitori. Voglio dire, io non riuscivo a
crederci anche se l’avevo visto con i miei occhi. Così gli ho detto che ti eri sentita
male ed eri andata a letto e Molly ha fatto finta di essere te e…»

male ed eri andata a letto e Molly ha fatto finta di essere te e…»
«Per fortuna ho trovato questa nell’armadio.» Molly indicò una parrucca nera di
capelli ondulati. «Un ricordo di Halloween?»
«Wonder Woman.» Luce storse la bocca, vergognandosi del suo costume di
Halloween delle medie, e non per la prima volta.
«Be’, ha funzionato.»
Era strano vedere Molly – schierata con Lucifero – che l’aiutava. Ma persino
Molly, come Cam e Roland, non voleva cadere di nuovo. Quindi erano uniti,
formavano una squadra.
«Mi hai coperta? Non so cosa dire. Grazie.»
«Figurati.» Molly alzò il mento in direzione di Callie, restia ad accettare la
gratitudine di Luce. «È stata lei il vero diavolo dalla lingua lunga. Ringraziala.»
Passò una gamba oltre la nestra aperta, poi si girò un’ultima volta. «Pensate di
riuscire a cavarvela qui? Mi aspettano a una riunione da Waffle House.»
Luce rivolse a Molly i pollici alzati, poi si lasciò cadere sul letto.
«Oh, Luce» mormorò Callie. «Quando te ne sei andata, il cortile era tutto coperto
di quella polvere grigia. E la bionda, Gabbe, ha fatto un gesto con la mano e l’ha
fatta sparire. Poi abbiamo raccontato la storia che stavi male, che tutti gli altri
erano tornati a casa, e ci siamo messi a lavare i piatti con i tuoi genitori. Sai, prima
pensavo che Molly fosse una carogna, invece è proprio in gamba.» Socchiuse gli
occhi. «Ma tu dove sei andata? Cosa ti è successo? Mi hai spaventata a morte.»
«Non so nemmeno da dove cominciare» disse Luce. «Mi dispiace.»
In quel momento qualcuno bussò, e si udì lo scricchiolio familiare della porta
che si apriva.
La madre di Luce comparve sulla soglia, i capelli scompigliati trattenuti da un
fermaglio giallo, il viso struccato ma sempre bello. Aveva in mano un vassoio di
vimini con due bicchieri di succo d’arancia, due piatti con dei toast imburrati e una
scatola di Alka-Seltzer. «A quanto pare, qualcuno si sente meglio.»
Luce aspettò che la mamma posasse il vassoio sul comodino; poi le gettò le
braccia intorno alla vita e seppellì la faccia nell’accappatoio di spugna rosa. Le
lacrime le pizzicavano gli occhi. Tirò su col naso.
«Bambina mia» disse la madre, toccandole la fronte e le guance per sentire se
aveva la febbre. Non usava quel tono dolce e carezzevole con Luce da secoli, ed
era bello sentirlo.
«Ti voglio bene, mamma.»
«Non ditemi che starà troppo male per il primo shopping natalizio.» Il padre di
Luce aveva fatto capolino dalla porta, con un anna atoio di plastica verde in
mano. Sorrideva, ma dietro le lenti senza montatura i suoi occhi mostravano una
certa apprensione.
«Mi sento meglio» lo rassicurò Luce, «però…»

«Mi sento meglio» lo rassicurò Luce, «però…»
«Oh, Harry» intervenne la madre. «Lo sai che poteva stare con noi soltanto un
giorno. Anzi, dovrebbe essere già tornata a scuola.» Si rivolse alla glia. «Daniel ha
chiamato poco fa, tesoro. Ha detto che può passare lui a prenderti per
riaccompagnarti a scuola. Gli ho risposto che tuo padre e io saremmo stati felici di
farlo noi, ma…»
«No» la interruppe Luce, ricordandosi il piano che Daniel le aveva illustrato in
macchina. «Voi godetevi pure lo shopping natalizio insieme. È una tradizione della
famiglia Price.»
Così decisero che Luce sarebbe andata con Daniel, mentre i suoi genitori
avrebbero accompagnato Callie all’aeroporto. Mentre le ragazze facevano
colazione, i genitori di Luce sedettero sul bordo del letto e parlarono della festa
del Ringraziamento («Gabbe ha lustrato tutta la porcellana… che angelo!»).
Quando in ne passarono all’argomento o erte speciali per Natale («Tuo padre
vuole solo attrezzi per il bricolage»), Luce si rese conto di non aver praticamente
aperto bocca se non per qualche «Ah-ah» e «Ma davvero?» di circostanza.
Poi, mentre i genitori si alzavano per portare i piatti in cucina e Callie
cominciava a fare i bagagli, Luce andò in bagno e chiuse la porta.
Era sola per la prima volta da quello che le pareva un milione di anni. Sedette
sullo sgabello e si guardò allo specchio.
Era sempre lei, eppure diversa. C’era sempre Lucinda Price che ricambiava il suo
sguardo dallo specchio. Ma anche…
C’era Layla dalle labbra carnose, Lulu con i folti capelli ondulati, Lu Xin dagli
intensi occhi nocciola, Lucia con le fossette sulle guance e il sorriso sbarazzino. No.
Non era sola. Forse non sarebbe più stata sola. Lì nello specchio c’era ogni
incarnazione di Lucinda che la ssava domandandosi: Cosa ne sarà di noi? Della
nostra storia e del nostro amore?
Luce fece la doccia e indossò un paio di jeans puliti, stivali neri e un lungo
maglione bianco. Sedette sulla valigia di Callie mentre l’amica si a annava a
chiudere la cerniera. Il silenzio fra loro pesava come un macigno.
«Sei la mia migliore amica, Callie» disse Luce dopo un po’. «Sto vivendo una
cosa che nemmeno io sono in grado di capire. Ma non riguarda te. Mi dispiace di
non poter essere più precisa, comunque mi sei mancata. Moltissimo.»
Le spalle di Callie si irrigidirono. «Un tempo mi dicevi tutto.» Ma lo sguardo che
si scambiarono fu eloquente: sapevano bene tutte e due che non sarebbe stato più
possibile.
Fuori, si sentì sbattere la portiera di un’auto.
Attraverso le tende aperte, Luce scorse Daniel avvicinarsi sul vialetto di casa. E
anche se era passata meno di un’ora da quando lui l’aveva lasciata lì, Luce si sentì
avvampare le guance nel vederlo. Camminava lento, come uttuando, la sciarpa

avvampare le guance nel vederlo. Camminava lento, come uttuando, la sciarpa
rossa che svolazzava nel vento. Perfino Callie lo fissava a bocca aperta.
Luce trovò i genitori ad aspettarla nell’ingresso. Li abbracciò uno per uno, prima
il papà, poi la mamma e infine Callie, che la strinse forte e le sussurrò all’orecchio:
«Quello che ti ho visto fare ieri notte è stato grandioso. Volevo solo che lo sapessi.»
Luce si sentì di nuovo pizzicare gli occhi. Ricambiò la stretta e le disse Grazie
muovendo solo le labbra.
Poi si avviò lungo il vialetto verso Daniel, e verso il destino che li stava
aspettando.
«Ecco che arrivano i piccioncini, con gli occhioni a cuoricini» canticchiò Arriane,
facendo capolino da dietro un lungo sca ale di libri. Era seduta a gambe incrociate
su una panca di legno della biblioteca e giocherellava con due palline da footbag.
Indossava una salopette, un paio di an bi, e aveva i capelli scuri raccolti in tante
treccine.
Luce non era a atto entusiasta di essere tornata nella biblioteca della Sword &
Cross. Era stata ristrutturata dopo l’incendio che l’aveva distrutta, ma aleggiava
ancora un odore sgradevole, come se lì dentro fosse bruciato qualcosa di enorme e
orrendo. Il corpo docente aveva liquidato l’incendio come uno sfortunato
incidente, ma qualcuno era rimasto ucciso: Todd, uno studente taciturno e
tranquillo che Luce conosceva solo di sfuggita. Eppure Luce sapeva che c’era
qualcosa di molto più inquietante sotto quella spiegazione super ciale. La colpa
era stata sua. Del resto le ricordava troppo Trevor, un ragazzo che conosceva un
tempo ed era morto bruciato in un altro inspiegabile rogo.
Ora, mentre lei e Daniel svoltavano l’angolo di una corsia piena di libri, diretti
verso l’area di studio, Luce si accorse che Arriane non era sola. C’erano tutti:
Gabbe, Roland, Cam, Molly, Annabelle – l’angelo dalle gambe lunghe e i capelli
rosa –, per no Miles e Shelby, che li salutarono eccitati agitando le mani. Sebbene
molto diversi dagli angeli, erano anche molto diversi dagli adolescenti mortali.
Un momento… Miles e Shelby si stavano tenendo per mano? Ma quando Luce
guardò di nuovo, le loro mani erano scomparse sotto il tavolo dove erano tutti
seduti. Miles abbassò la visiera del cappellino. Shelby si schiarì la gola e chinò la
testa su un libro.
«Il tuo libro» disse Luce a Daniel non appena vide lo spesso dorso con la colla
scura che si staccava a pezzi dal bordo. Sulla copertina scolorita c’era scritto I
Veglianti: il mito nell’Europa medievale di Daniel Grigori.
Allungò istintivamente una mano verso la copertina grigio chiaro. Chiuse gli
occhi perché le ricordava Penn, che non sarebbe dovuta morire; e perché la
fotogra a incollata all’interno della copertina era stata il primo elemento a
convincerla che quello che Daniel le aveva rivelato della loro storia fosse vero.

convincerla che quello che Daniel le aveva rivelato della loro storia fosse vero.
Era una fotogra a scattata in un’altra vita, quella di Helston in Inghilterra. E
anche se avrebbe dovuto essere impossibile, non c’erano dubbi al riguardo: la
giovane donna della foto era Lucinda Price.
«Dove l’hai trovato?» domandò Luce.
La sua voce doveva aver tradito l’emozione, perché Shelby disse: «Be’, che c’è di
tanto speciale in questo vecchio coso ammuffito?»
«È prezioso. Ed è l’unica chiave che abbiamo» rispose Gabbe. «Sophia ha già
cercato di bruciarlo una volta.»
«Sophia?» ripeté Luce portandosi una mano al cuore. «Miss Sophia ha cercato…
l’incendio della biblioteca? È stata lei?» Gli altri annuirono. «Ha ucciso Todd»
mormorò Luce sgomenta.
Quindi non era stata colpa sua. Un’altra morte da imputare a Sophia.
«Le è venuto un colpo la sera che gliel’hai mostrato» aggiunse Roland. «A dire il
vero siamo rimasti tutti scioccati, soprattutto quando ce ne hai parlato.»
«Abbiamo parlato del fatto che Daniel mi aveva baciata» rammentò Luce,
arrossendo. «E del fatto che ero sopravvissuta. È stato questo a spaventare Miss
Sophia?»
«In parte» rispose Roland. «Ma ci sono molte altre cose in quel libro che Sophia
non voleva sapessi.»
«Alla faccia della brava insegnante, eh?» commentò sarcastico Cam.
«Cosa non voleva che sapessi?»
Tutti gli angeli si volsero a guardare Daniel.
«Ieri sera ti abbiamo detto che nessuno degli angeli ricorda dove siamo atterrati
dopo la Caduta» esordì lui.
«Già, a proposito. Com’è possibile?» chiese Shelby. «Voglio dire, una cosa del
genere dovrebbe lasciare una traccia nel vecchio memorizzatore, no?» Si toccò una
tempia.
Cam avvampò. «Prova tu a cadere per nove giorni in dimensioni multiple e per
trilioni di miglia, atterrare di faccia, spezzarti le ali, rotolarti traumatizzato per
chissà quanto tempo, vagare nel deserto per decenni in cerca di un qualsiasi
indizio che ti dica chi o cosa o dove sei… altro che vecchio memorizzatore.»
«Okay, hai dei problemi» cercò di ironizzare Shelby, usando il suo tono da
strizzacervelli. «Se dovessi fare una diagnosi…»
«Be’, almeno ti ricordi che c’era un deserto» intervenne Miles diplomatico,
suscitando una risatina di Shelby.
Daniel si rivolse a Luce. «Ho scritto questo libro dopo averti persa in Tibet… ma
prima di incontrarti in Prussia. So che hai visitato quella vita in Tibet perché ti ho
seguita n lì, perciò adesso forse riesci a capire come perderti mi abbia spinto ad

seguita n lì, perciò adesso forse riesci a capire come perderti mi abbia spinto ad
anni di ricerche e studi per trovare un modo di sfuggire alla maledizione.»
Luce abbassò lo sguardo. Quella morte aveva spinto Daniel a gettarsi da una
rupe. Temeva che potesse succedere di nuovo.
«Cam ha ragione» proseguì Daniel. «Nessuno di noi ricorda dove siamo atterrati.
Abbiamo vagato per il deserto nché non c’è stato più nessun deserto, e allora
abbiamo errato per le pianure e le valli e i mari nché non si sono trasformati in
deserti. È stato solo quando ci siamo ritrovati, uno dopo l’altro, e abbiamo
cominciato a mettere insieme i pezzi della storia, che ci siamo ricordati di essere
angeli.
«Ma c’erano tracce della nostra Caduta, testimonianze che il genere umano ha
scoperto e conservato come tesori, doni… di un dio che non capiscono, così
credono. Per lungo tempo queste reliquie rimasero sepolte in un tempio di
Gerusalemme, ma durante le Crociate furono trafugate e disperse in vari luoghi.
Nessuno di noi sa dove.
«Nel corso delle mie indagini, mi sono concentrato sull’epoca medievale,
studiando quante più fonti potevo, in una specie di caccia al tesoro teologica. Il
succo è che se riusciamo a trovare questi tre reperti e riunirli sul monte Sinai…»
«Perché il monte Sinai?» chiese Shelby.
«I canali di comunicazione fra il Trono e la Terra sono vicinissimi a quel luogo»
spiegò Gabbe, ravviandosi i capelli. «È lì che Mosè ricevette le tavole dei Dieci
Comandamenti, ed è da lì che gli angeli passano quando devono consegnare
messaggi dal Trono.»
«Consideralo un po’ come l’ascensore di Dio» aggiunse Arriane, lanciando in aria
una pallina che andò a urtare la lampada appesa al soffitto.
«Prima che ce lo domandi» intervenne Cam, scoccando un’occhiata eloquente a
Shelby, «il monte Sinai non è il sito originario della Caduta.»
«Sarebbe stato troppo facile» commentò Annabelle.
«Se tutte le reliquie verranno riunite sul monte Sinai» disse Daniel, «allora, in
teoria, l’esatta ubicazione della Caduta sarà rivelata.»
«In teoria» puntualizzò Cam in tono acido. «Bisogna ammettere che ci sono
dubbi sulla validità delle ricerche di Daniel…»
Daniel serrò i denti. «Hai un’idea migliore?»
«Non credi» Cam alzò la voce «che la tua teoria si fondi un po’ troppo su queste
ipotetiche reliquie? Chi può avere la garanzia che siano capaci di fare quanto si
dice?»
Luce studiò il gruppo di angeli e demoni, i suoi unici alleati nella ricerca per
salvare se stessa e Daniel… e il mondo. «Perciò è in questo luogo sconosciuto che
dobbiamo trovarci fra nove giorni a partire da adesso…»
«Meno di nove giorni» precisò Daniel. «Tra nove giorni sarebbe troppo tardi.

«Meno di nove giorni» precisò Daniel. «Tra nove giorni sarebbe troppo tardi.
Lucifero e la schiera di angeli esclusi dal Paradiso saranno già arrivati.»
«Ma se riusciamo a battere sul tempo Lucifero e arriviamo prima» disse Luce,
«allora cosa succederà?»
Daniel scosse la testa. «In realtà non lo sappiamo. Non ho mai raccontato a
nessuno di questo libro perché non sapevo se potesse essere utile, e senza te qui a
svolgere il tuo ruolo…»
«Il mio ruolo?» si stupì Luce.
«Che ancora non abbiamo capito del tutto…»
Gabbe ri lò una gomitata a Daniel. «Quello che sta cercando di dire è che tutto
sarà rivelato a suo tempo.»
Molly si diede un colpetto sulla fronte. «Davvero? “Tutto sarà rivelato”? Non
sapete altro? È questo che volevi dire?»
«Voleva anche sottolineare la tua importanza» intervenne Cam rivolto a Luce.
«Tu sei il pezzo della scacchiera per cui stiamo combattendo.»
«Cosa?» mormorò lei.
«Sta’ zitto» lo ammonì Daniel, poi tornò a guardare Luce. «Non starlo a sentire.»
Cam sbu ò, ma nessuno gli diede retta. Il suo sdegno si limitò ad aleggiare nella
sala come un ospite indesiderato. Gli angeli e i demoni rimasero in silenzio.
Nessuno sembrava intenzionato a lasciar trapelare altro sul ruolo che Luce avrebbe
avuto nel fermare la Caduta.
«Quindi tutte queste informazioni, questa caccia al tesoro» riprese lei, «sono in
quel libro?»
«Più o meno» rispose Daniel. «Mi serve un po’ di tempo per concentrarmi sul
testo e scoprire da dove cominciare.»
Gli altri si spostarono per fargli spazio intorno al tavolo. Luce sentì la mano di
Miles che le s orava il braccio. Si erano scambiati solo poche parole da quando lei
era emersa dall’Annunziatore.
«Posso parlarti un minuto?» le domandò Miles sottovoce. «Luce?»
L’espressione tesa del suo volto le fece tornare in mente gli ultimi istanti nel
giardino dei suoi genitori, quando Miles aveva evocato la sua immagine specchio.
Non avevano mai parlato del bacio che si erano dati sul tetto della sua stanza
alla Shoreline. Di certo Miles sapeva che era stato uno sbaglio, ma perché Luce
aveva la sensazione di incoraggiarlo ogni volta che era gentile con lui?
«Luce.» Era Gabbe, che si era a ancata a Miles. «Volevo dirti che…» scoccò
un’occhiata a Miles «se vuoi andare a trovare Penn, questo è il momento giusto.»
«Buona idea.» Luce annuì. «Grazie.» Rivolse a Miles uno sguardo di scuse, ma lui
si tirò il cappellino da baseball sugli occhi e si voltò per sussurrare qualcosa a
Shelby.
«Ehm!» Shelby diede un colpetto di tosse indignato. Era in piedi dietro Daniel, e

«Ehm!» Shelby diede un colpetto di tosse indignato. Era in piedi dietro Daniel, e
cercava di leggere il libro da sopra le spalle di lui. «Io e Miles che fine facciamo?»
«Voi tornate alla Shoreline» disse Gabbe, usando più che mai il tono tipico degli
insegnanti della Shoreline. «Dovete avvertire Steven e Francesca. Potrebbe servirci
il loro aiuto… e anche il vostro. Dite loro…» trasse un profondo respiro «dite loro
cosa sta succedendo. Che a breve ci sarà una resa dei conti, ma non come ci
aspettavamo. Raccontate tutto. Loro sapranno cosa fare.»
«D’accordo» annuì Shelby, con la fronte aggrottata. «Il capo sei tu.»
«Jolalà-hi-hù.» Arriane si portò le mani a imbuto intorno alla bocca. «Se, uhm,
Luce vuole uscire, qualcuno dovrà aiutarla a calarsi dalla nestra.» Tamburellò con
le dita sul tavolo, con aria imbarazzata. «Ho costruito una specie di barricata di
libri davanti all’ingresso, nel caso a qualcuno della Sword & Cross venisse in mente
di disturbarci.»
«A me l’onore.» Cam aveva già in lato il suo braccio nell’incavo del gomito di
Luce. Lei fece per protestare, ma nessun altro parve contrario. Daniel non se n’era
nemmeno accorto.
Davanti alla porta secondaria, Shelby e Miles le rivolsero un tacito Sta’ attenta,
ciascuno con una diversa espressione di ferocia.
Cam la accompagnò alla nestra, il suo sorriso era caldo e rassicurante. Sollevò
il vetro e insieme contemplarono il campus dove si erano conosciuti, dove si erano
avvicinati, dove lui l’aveva indotta a baciarlo con un trucco. Non erano tutti brutti
ricordi…
Lui scavalcò per primo, atterrando lieve sul cornicione, e le tese la mano.
«Milady.»
La sua stretta salda e sicura la fece sentire piccola e leggera mentre si lanciava
dal cornicione, scendendo di due piani in due secondi. Cam aveva le ali nascoste,
ma si muoveva con la stessa grazia di quando volava. Atterrarono morbidamente
sull’erba umida di rugiada.
«Lo capisco se non gradisci la mia compagnia» mormorò lui. «Al cimitero, sai,
non… in generale.»
«Giusto. No, grazie.»
Lui distolse lo sguardo e si frugò in tasca, estraendo una campanella d’argento.
Sembrava molto antica e sulla super cie c’erano delle scritte in ebraico. Gliela
porse. «Basta che la suoni, quando vuoi una mano per risalire.»
«Cam» disse Luce. «Qual è il mio ruolo in tutto questo?»
Lui allungò una mano come se volesse accarezzarle la guancia, poi ci ripensò.
Rimase con le dita sospese a mezz’aria. «Daniel ha ragione. Non è compito nostro
rivelartelo.»
Non aspettò la reazione di Luce. Fletté le ginocchia e spiccò un balzo in aria,
senza nemmeno gettarsi un’ultima occhiata alle spalle.

senza nemmeno gettarsi un’ultima occhiata alle spalle.
Luce studiò il campus per un momento, lasciando che la familiare umidità della
Sword & Cross le si appiccicasse alla pelle. Non avrebbe saputo dire se quella
squallida scuola, con i suoi enormi, cupi edi ci in stile neogotico e il paesaggio
desolato, sembrasse diversa o la stessa.
S’incamminò con passo lento nel campus, attraversando l’erba immobile del
prato comune, oltrepassò gli alloggi deprimenti e si fermò al cancello di ferro
battuto del cimitero, sentendo che le veniva la pelle d’oca.
Il cimitero aveva sempre la stessa aria e lo stesso odore. La cenere della battaglia
degli angeli era stata ripulita. Era mattino presto e la maggior parte degli studenti
stava ancora dormendo; a ogni modo, c’erano scarse probabilità che qualcuno di
loro si aggirasse per il cimitero, a meno che non fosse in punizione. Riprese a
camminare fra le lapidi inclinate e le tombe fangose.
Nell’angolo in fondo a est c’era il luogo dell’eterno riposo di Penn. Luce sedette
ai piedi della tomba dell’amica. Non aveva portato ori e non conosceva nessuna
preghiera adatta, così posò le mani sull’erba fredda e bagnata, chiuse gli occhi e
inviò il suo messaggio silenzioso a Penn, domandandosi se le sarebbe mai arrivato.
Luce tornò alla nestra della biblioteca con un senso di irritazione. Non aveva
bisogno di Cam o di suonare la campanella per farsi aiutare. Poteva benissimo
cavarsela da sola e arrampicarsi sul cornicione.
Fu abbastanza facile raggiungere la falda del tetto spiovente, e da lì si inerpicò
no al cornicione che correva sotto le nestre. Mentre strisciava sul bordo largo
mezzo metro, le giunsero le voci alterate di Cam e Daniel.
«E se uno di noi venisse intercettato?» stava dicendo Cam in tono accorato, quasi
implorante. «Lo sai che uniti siamo più forti, Daniel.»
«Se non arriviamo in tempo, la nostra forza non avrà alcuna importanza. Saremo
tutti cancellati.»
Luce riusciva a immaginarli dall’altra parte del muro: Cam con i pugni serrati e
gli occhi verdi lampeggianti. Daniel immobile e risoluto, le braccia conserte sul
petto.
«Non mi fido, finirai per fare qualcosa di testa tua.» La voce di Cam era aspra.
«Non c’è niente da discutere.» Daniel pareva molto deciso. «Dividerci è l’unica
scelta che abbiamo.»
Gli altri tacevano: probabilmente la pensavano come Luce. Cam e Daniel si
comportavano troppo come fratelli litigiosi perché qualcuno osasse mettersi in
mezzo. Raggiunse la nestra e vide che i due angeli si confrontavano, faccia a
faccia.

Luce si a errò al davanzale. Provò una punta di orgoglio, che non avrebbe mai
confessato, nell’essere riuscita a tornare in biblioteca senza aiuto. Forse gli angeli
non lo avrebbero nemmeno notato. Sospirò e scavalcò la nestra con una gamba.
Fu allora che tutto cominciò a tremare.
Il vetro tintinnava nell’intelaiatura e il davanzale di pietra sussultò così forte
sotto le sue mani che Luce per poco non cadde dal cornicione. Ra orzò la presa,
sentendo la vibrazione dentro di sé, come se anche il suo cuore e la sua anima
stessero tremando.
«Il terremoto» mormorò. Il piede le scivolò all’indietro sul cornicione proprio
mentre perdeva l’appiglio sul davanzale.
«Lucinda!»
Daniel corse alla finestra. Le afferrò i polsi. Arrivò anche Cam, una mano sotto le
scapole di Luce, l’altra dietro la nuca. Gli sca ali della biblioteca ondeggiarono e
le luci della sala sfarfallarono mentre i due angeli la tiravano dentro, un attimo
prima che il vetro esplodesse in una miriade di schegge taglienti.
Luce lanciò a Daniel uno sguardo interrogativo. Lui le teneva ancora i polsi, ma i
suoi occhi erano lontani, rivolti fuori. Guardava il cielo, che si era fatto grigio e
minaccioso.
La cosa peggiore era la vibrazione che Luce continuava a sentire dentro di sé,
come se le avessero dato una scossa elettrica. Sembrò durare un’eternità, anche se
in realtà non passarono più di cinque, dieci secondi; abbastanza comunque perché
Luce, Cam e Daniel cadessero sul parquet polveroso della biblioteca con un tonfo.
Poi il tremore cessò e il mondo piombò in un silenzio mortale.
«Ma che cavolo…?» Arriane si alzò dal pavimento. «Per caso non mi sono
accorta che siamo arrivati in California? Non sapevo ci fossero delle linee di faglia
in Georgia!»
Cam si estrasse una lunga scheggia di vetro dal braccio. Luce trasalì nel vedere
un rivolo di sangue colargli dal gomito, ma il viso di lui restò impassibile. «Non è
stato un terremoto. È stato uno spostamento sismico nel tempo.»
«Un cosa?» chiese Luce.
«Il primo di molti.» Daniel guardò oltre la nestra danneggiata, ssando un
enorme cumulonembo bianco che passava nel cielo ora azzurro. «Più Lucifero si
avvicina, più forti diventeranno.» Lanciò un’occhiata a Cam, che annuì.
«Tic-tac, tic-tac, ragazzi» disse Cam. «Il tempo vola. E dobbiamo farlo anche noi.»

DUE
SEPARAZIONE
Gabbe fece un passo avanti. «Cam ha ragione. Ho già sentito la Bilancia parlare di
questi spostamenti.» Continuava a tirare le maniche del cardigan di cashmere
giallo come se non riuscisse proprio a scaldarsi. «Si chiamano tempomoti. Sono
oscillazioni nella nostra realtà.»
«Più lui si avvicina» aggiunse Roland con la consueta pacatezza, «e più noi siamo
vicini al termine della sua Caduta, più intensi e frequenti diventeranno questi
tempomoti. Il tempo vacilla per prepararsi a riscrivere se stesso.»
«Come quando il computer si impalla sempre più spesso prima che il disco
rigido vada in crash e cancelli le venti pagine di tesina che avevi scritto per
l’esame?» disse Miles. Tutti gli rivolsero un’occhiata perplessa. «Cosa c’è?» chiese
lui. «Gli angeli e i demoni non fanno i compiti?»
Luce si accasciò su una sedia di legno davanti a un tavolo sgombro. Si sentiva
svuotata, come se il tempomoto le avesse sottratto qualcosa d’importante che non
avrebbe mai più riavuto. Le voci nervose degli angeli le rimbombavano nella testa
senza dirle niente di utile. Dovevano fermare Lucifero, ma era chiaro che nessuno
di loro sapeva esattamente come.
«Venezia. Vienna. E Avignone.» La voce di Daniel risuonò forte e chiara nel
brusio generale. Sedette accanto a lei e appoggiò un braccio sul dorso della sua
sedia. Le sue dita le s orarono la spalla. Quando mostrò agli altri il Libro dei
Veglianti, tutti tacquero e si concentrarono.
Daniel indicò un paragrafo del testo. Fino a quel momento Luce non si era
accorta che era scritto in latino. Riconobbe qualche parola grazie agli anni di
studio di quella lingua che aveva fatto quando andava a scuola a Dover. Daniel
aveva sottolineato e cerchiato molte parole, e aveva aggiunto qualche nota a
margine, ma il tempo e l’uso avevano reso le pagine quasi illeggibili.
Arriane si protese sopra di lui. «Queste sì che sono zampe di gallina!»

Arriane si protese sopra di lui. «Queste sì che sono zampe di gallina!»
Daniel la ignorò e scribacchiò qualche altra annotazione con la sua gra a precisa
ed elegante; Luce provò una sensazione familiare e rassicurante nel rendersi conto
di averla già vista. Si godeva ogni dettaglio che le ricordasse quanto lunga e
appassionata fosse stata la sua storia d’amore con Daniel, anche quando il dettaglio
era di poco conto, come quella scrittura uida che aveva ribadito per secoli che
Daniel le apparteneva.
«Una cronaca dei primi giorni dopo la Caduta fu elaborata dalla schiera celeste
degli angeli che non si erano alleati ed erano stati scacciati dal Paradiso» spiegò lui
lentamente. «Ma è una storia troppo frammentata.»
«Una storia?» ripeté Miles. «Quindi ci basterà trovare qualche libro e leggerlo
per scoprire dove dobbiamo andare?»
«Non è così semplice» rispose Daniel. «Non si tratta di libri nel vero senso della
parola. Ricorda che eravamo all’inizio dei tempi. Perciò la nostra storia e le nostre
vicende furono archiviate con altri mezzi.»
Arriane sorrise. «E qui la faccenda si complica, giusto?»
«La storia fu custodita in molte reliquie nel corso dei millenni. Ma tre in
particolare sembrano fondamentali ai ni della nostra ricerca, perché potrebbero
darci indicazioni preziose sul luogo della Caduta degli angeli sulla Terra.
«Non sappiamo cosa siano queste reliquie, ma conosciamo i luoghi in cui sono
state viste l’ultima volta: Venezia, Vienna e Avignone. Si trovavano in queste tre
città all’epoca della ricerca e della stesura del libro. Purtroppo da allora è passato
molto tempo e in ogni caso non abbiamo la certezza che questi oggetti siano
ancora lì.»
«Fantastico» commentò Cam con un sospiro. «Così tutto si riduce a una caccia al
tesoro divina, in cui sprecheremo tempo per cercare oggetti misteriosi che
potrebbero dirci quello che ci serve, ma forse no, in luoghi dove potrebbero essere
rimasti nascosti per secoli, ma forse no.»
Daniel si strinse nelle spalle. «In poche parole è così.»
«Tre reliquie. Nove giorni.» Annabelle alzò gli occhi dal libro. «Non c’è molto
tempo.»
«Daniel aveva ragione.» Lo sguardo di Gabbe guizzò fra i due angeli. «Dobbiamo
dividerci.»
Era proprio quello l’argomento dell’accesa discussione fra Cam e Daniel poco
prima che la stanza cominciasse a tremare: se fosse il caso di separarsi per avere
maggiori probabilità di trovare tutte le reliquie in tempo.
Gabbe aspettò che Cam annuisse suo malgrado, prima di sentenziare: «Allora è
deciso. Daniel e Luce, voi vi occuperete della prima città.» Sbirciò le annotazioni
di Daniel, poi rivolse un sorriso rassicurante a Luce. «Venezia. Andrete a Venezia
per trovare la prima reliquia.»
«Ma qual è la prima reliquia? Almeno questo lo sappiamo?» Luce si chinò sul

«Ma qual è la prima reliquia? Almeno questo lo sappiamo?» Luce si chinò sul
libro e vide uno schizzo a penna sul margine. Aveva l’aria di un vassoio, del tipo
che sua madre cercava sempre nei negozi di antiquariato.
Anche Daniel lo esaminò, scuotendo piano la testa davanti al disegno che aveva
abbozzato secoli prima. «È quello che sono riuscito a ricavare dai miei studi sui
libri pseudoepigrafi, i testi apocrifi risalenti agli albori della Chiesa.»
Era di forma ovale con il fondo di vetro, che Daniel aveva sapientemente
ra gurato disegnando il pavimento al di là della base trasparente. Il vassoio, o
qualunque cosa fosse la reliquia, aveva quelli che sembravano piccoli manici
scheggiati sui lati. Sotto il disegno Daniel aveva per no annotato la scala e,
secondo i calcoli, il manufatto doveva essere piuttosto grande, all’incirca un metro
per ottanta centimetri.
«Ricordo a malapena di aver fatto questo disegno» commentò Daniel avvilito.
«Non ne so più di voi.»
«Sono sicura che una volta arrivati a Venezia riuscirete a scoprire di cosa si
tratta» disse Gabbe, sforzandosi di assumere un tono incoraggiante.
«Sì» annuì Luce. «Anch’io ne sono sicura.»
Gabbe le fece l’occhiolino, sorrise e proseguì. «Roland, Annabelle e Arriane, voi
tre andrete a Vienna. Il che signi ca…» Si interruppe, facendo una smor a nel
rendersi conto di quello che stava per dire, poi riprese un contegno. «Molly, Cam e
io andremo ad Avignone.»
Cam ruotò le spalle e liberò le sue straordinarie ali dorate con un potente
fruscio. Con la punta dell’ala destra urtò il viso di Molly, che perse l’equilibrio e
finì sul pavimento.
«Fallo di nuovo e ti distruggo» sibilò Molly, massaggiandosi un gomito
dolorante. «Anzi…» Si rialzò agitando un pugno minaccioso contro Cam, ma Gabbe
intervenne.
Si frappose tra Cam e Molly, e sospirò esasperata. «A proposito di distruggere,
preferirei non dover distruggere il prossimo di voi che provocherà l’altro» disse
con un sorriso a abile ai due demoni, «ma se necessario lo farò. Saranno nove
giorni molto lunghi.»
«Speriamo che lo siano» borbottò Daniel fra i denti.
Luce si volse verso di lui. La Venezia che aveva in mente era una città da guida
turistica: immagini da cartolina di canali solcati da barche di ogni forma e
dimensione, eleganti campanili illuminati dai raggi del tramonto e ragazze dai
capelli scuri intente a gustare un gelato. Non era quello il tipo di viaggio che erano
in procinto di fare. Non con la ne del mondo che incombeva su di loro con i suoi
artigli affilati.
«E una volta recuperate tutte e tre le reliquie?» chiese Luce.
«Ci incontreremo sul monte Sinai» spiegò Daniel, «lì riuniremo le reliquie…»

«Ci incontreremo sul monte Sinai» spiegò Daniel, «lì riuniremo le reliquie…»
«E diremo una preghierina perché ci indichino il luogo dove siamo atterrati al
momento della Caduta» mugugnò Cam, massaggiandosi la fronte. «A quel punto,
non ci resterà che da convincere quel cerbero psicopatico che stringe tra le fauci le
nostre vite ad abbandonare il suo stupido piano per dominare l’universo. Niente di
più facile, vero? Direi che abbiamo tutti i motivi per essere ottimisti.»
Daniel lanciò uno sguardo alla nestra. Il sole stava passando sugli alloggi degli
studenti; Luce dovette strizzare gli occhi per guardare fuori. «Dobbiamo partire il
prima possibile.»
«Okay» disse Luce. «Allora devo tornare a casa, fare i bagagli, prendere il
passaporto…» La sua mente vorticava in cento direzioni diverse mentre cominciava
a stilare un elenco delle cose da fare. I suoi genitori sarebbero rimasti al centro
commerciale per almeno altre due ore, su cienti per correre a casa e prendere le
sue cose…
«Che tenera» rise Annabelle, svolazzando no a loro con i piedi a pochi
centimetri dal pavimento. Le sue ali muscolose e color argento brunito come nubi
temporalesche sbucavano dalle invisibili fessure della T-shirt rosa. «Scusa se
m’intrometto ma… non hai mai viaggiato con un angelo?»
Altroché. La sensazione delle ali di Daniel che sollevavano il suo corpo nell’aria
era ormai qualcosa di naturale per lei. Per quanto brevi, i loro voli insieme erano
stati indimenticabili; era il momento in cui Luce si sentiva più vicina a lui: le sue
braccia che le cingevano la vita, i loro cuori che battevano all’unisono, le ali
bianche che la proteggevano trasmettendole un amore incondizionato e
impossibile.
Aveva volato con Daniel decine di volte in sogno, ma soltanto in tre occasioni
nella realtà: una volta sul laghetto nascosto nei pressi della Sword & Cross, un’altra
lungo la costa della Shoreline, e l’ultima proprio quella notte, quando erano scesi
dalle nuvole fino al capanno.
«Sì, ma non abbiamo mai volato così lontano insieme» rispose alla fine.
«Anche solo conquistare la prima base sembra complicato per voi due.» Cam
non poté impedirsi di dirlo.
Daniel lo ignorò. «In circostanze normali sono sicuro che il viaggio ti
piacerebbe.» La sua espressione si incupì. «Ma non ci sarà spazio per la normalità
nei prossimi nove giorni.»
Luce sentì la mano di lui che le s orava le spalle e le sollevava i capelli. Daniel
la baciò appena sopra il bordo del maglione e le cinse la vita con le braccia. Luce
chiuse gli occhi, consapevole di quanto stava per accadere. Sentì il rumore più
dolce del mondo, l’elegante fruscio prodotto dalle candide ali del suo amore che si
schiudevano.
Oltre le palpebre chiuse Luce vide il mondo oscurarsi all’ombra delle ali di
Daniel, e si sentì pervadere il cuore da un’ondata di calore. Quando riaprì gli occhi

Daniel, e si sentì pervadere il cuore da un’ondata di calore. Quando riaprì gli occhi
le vide, magni che più che mai. Appoggiò la schiena al suo torace mentre Daniel
si voltava verso la finestra.
«Questa è solo una separazione temporanea» annunciò Daniel agli altri. «Buona
fortuna e vento alle ali!»
A ogni lungo battito delle ali di Daniel, salivano di una trentina di metri. L’aria,
prima fresca e carica di umidità della Georgia, divenne gelida e rarefatta a mano a
mano che prendevano quota. Il vento schiava nelle orecchie di Luce. Gli occhi
cominciarono a lacrimarle. Il terreno sotto di loro si allontanava sempre di più, e
il mondo divenne una confusa tavolozza dalle diverse sfumature di verde. La
Sword & Cross aveva le dimensioni di un polpastrello, poi scomparve.
Il primo scorcio di oceano le fece girare la testa, mentre volavano con il sole alle
spalle verso le tenebre all’orizzonte.
Volare con Daniel era più eccitante, più emozionante di quanto ricordava,
eppure qualcosa era cambiato: Luce si era abituata. Si sentiva a proprio agio, in
sincronia con Daniel, rilassata fra le sue braccia. Teneva le caviglie incrociate, le
punte degli stivali che toccavano le scarpe di lui. I loro corpi uttuavano
all’unisono, rispondendo al movimento delle ali che si inarcavano alte sulle loro
teste nascondendo il sole per poi abbassarsi e completare un altro possente battito.
S’in larono nella coltre di nuvole e furono avvolti dalla nebbia. Non c’era niente
intorno a loro tranne il biancore lattiginoso e la carezza impalpabile dell’umidità.
Un altro battito d’ali. Un altro sbalzo di quota. Luce non si so ermò a domandarsi
come sarebbe riuscita a respirare lassù, ai con ni dell’atmosfera. Era con Daniel.
Era al sicuro. Insieme, avrebbero cercato di salvare il mondo.
Ora Daniel procedeva a una quota regolare, come un uccello incredibilmente
potente, senza però rallentare mai. Anzi, se possibile la loro velocità aumentò, ma
con i corpi paralleli al suolo il ruggito del vento si attenuò; il mondo si accese di
un candore abbagliante e divenne silenzioso, paci co come fosse appena stato
creato e non esistessero ancora i suoni.
«Stai bene?» La voce di Daniel l’avvolse in un bozzolo di sicurezza, dandole
l’impressione che se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, sarebbe bastato
il suo amore a sistemare tutto.
Voltò la testa a sinistra per guardarlo. Il suo viso era calmo, le labbra appena
increspate da un sorriso. I suoi occhi emanavano una luce violetta così intensa che
sarebbe bastata quella a tenerla sospesa.
«Stai gelando» le mormorò lui nell’orecchio, massaggiandole le dita intirizzite.
Ondate di calore si propagarono nel corpo di Luce.
«Ora va meglio» disse lei.

«Ora va meglio» disse lei.
Uscirono dal banco di nubi: fu come quando, su un aereo, la vista dal nestrino
ovale passa dal grigiore monotono a un’in nita distesa di colori. La di erenza era
che il nestrino e l’aereo non esistevano, e non c’era niente fra la sua pelle e i rosa
opalescenti delle nuvole serali a est, e lo sgargiante indaco del cielo d’alta quota.
Il panorama di nuvole, alieno e straordinario, la colse come sempre
impreparata. Questo era un altro mondo che lei e Daniel abitavano da soli, un
mondo sublime, la sommità dei più alti minareti dell’amore.
Quale mortale non l’aveva mai sognato? Quante volte Luce aveva desiderato di
trovarsi dall’altra parte del nestrino di un aereo? Di uttuare nel pallido oro di
una nuvola carica di pioggia baciata dal sole? Ora che il sogno era divenuto realtà,
si sentì sopraffatta dalla bellezza di quel mondo distante che percepiva sulla pelle.
Ma Luce e Daniel non potevano fermarsi. Non si sarebbero fermati un solo
istante per i prossimi nove giorni, altrimenti tutto il resto si sarebbe fermato.
«Quando arriveremo a Venezia?» s’informò lei.
«Non dovremmo metterci molto» le sussurrò Daniel all’orecchio.
«Sembri quasi un pilota che ha ricevuto l’ordine di volare in circolo per un’ora
prima di atterrare e dice ai passeggeri “ancora dieci minuti” per la quinta volta» lo
canzonò Luce.
Daniel non rispose, e lei alzò il viso per guardarlo. Aveva l’espressione confusa.
Quella metafora era incomprensibile per lui.
«Certo, non sei mai stato su un aereo» disse lei. «D’altro canto perché avresti
dovuto, visto quello che sei capace di fare?» Indicò le sue magni che ali spiegate.
«Le attese e le coincidenze probabilmente ti farebbero impazzire.»
«Mi piacerebbe volare in aereo con te. Magari un giorno faremo un viaggio alle
Bahamas. La gente ci va in aereo, giusto?»
«Sì.» Luce deglutì. «Ci andremo.» Non poté fare a meno di pensare a quante cose
impossibili sarebbero dovute accadere nella giusta e precisa sequenza perché
potessero viaggiare come una coppia normale. Era troppo di cile pensare al
futuro, quando la posta in gioco era così alta. Il futuro era confuso e distante come
la terra sotto di loro, e Luce sperò altrettanto bello.
«Sul serio, quanto ci vorrà?»
«Quattro, cinque ore al massimo a questa velocità.»
«Ma non hai bisogno di riposare? Di… ricaricarti?» Luce si strinse nelle spalle,
imbarazzata per la propria ignoranza su come funzionava il corpo di Daniel. «Non
ti si stancano le braccia?»
Daniel ridacchiò.
«Cosa?»
«Sono appena sceso in volo dal Paradiso e, ragazzi, se ho le braccia stanche.»
Daniel le strizzò la vita scherzosamente. «L’idea di stancarmi mentre ti stringo fra

Daniel le strizzò la vita scherzosamente. «L’idea di stancarmi mentre ti stringo fra
le braccia è assurda.»
E per dimostrarlo Daniel inarcò la schiena, sollevando le ali sopra le spalle per
batterle piano una sola volta. Mentre i loro corpi si libravano eleganti verso l’alto,
aggirando una nuvola, lui allontanò un braccio dalla sua vita per mostrarle che
poteva reggerla facilmente anche con una mano sola. Allungò il braccio libero in
avanti e le premette le dita sulle labbra, in attesa di un suo bacio. Lei rispose
all’invito, e lui le riportò il braccio intorno alla vita e allontanò l’altro, con una
brusca sbandata a sinistra. Lei baciò anche quella mano. Daniel curvò le spalle
intorno alle sue, stringendola in un abbraccio così forte che poté liberare entrambe
le mani, e in qualche modo lei continuò a restare sospesa. La sensazione di gioia e
libertà era così meravigliosa che Luce cominciò a ridere. Daniel tracciò un ampio
cerchio nell’aria. I capelli le piovvero sul viso. Non aveva paura. Stava volando.
Non appena le braccia di Daniel le cinsero di nuovo la vita, lei gli prese le mani.
«È come se fossimo nati per questo» commentò.
«Già.»
Daniel continuò a volare senza posa. Sfrecciarono tra le nuvole e nel cielo
limpido, attraverso brevi scrosci di pioggia scintillante per poi asciugarsi nel vento
un istante dopo. Sorpassarono gli aerei sulla rotta transatlantica a una velocità tale
che Luce immaginò che i passeggeri all’interno non si fossero accorti di nulla,
tranne forse di un lampo argenteo improvviso e abbagliante, e magari di una lieve
turbolenza che aveva prodotto piccole onde concentriche nelle loro bevande.
Le nuvole si diradarono mentre sorvolavano l’oceano. Luce sentì l’odore degli
abissi n lassù, ma sembrava il profumo del mare di un altro pianeta, non gessoso
come quello della Shoreline, né salmastro come quello di casa. L’ombra maestosa
delle ali di Daniel sulla super cie increspata delle onde era una vista in qualche
modo rassicurante, anche se le risultava difficile credere di farne parte anche lei.
«Luce?» la chiamò Daniel.
«Sì?»
«Come ti sei sentita stamattina quando hai rivisto i tuoi genitori?»
Luce scorse un paio di isole solitarie nell’immensa distesa liquida sotto di loro.
Si domandò vagamente quanto fossero lontani da casa.
«È stata dura» ammise. «Immagino di aver provato la stessa sensazione che tu hai
vissuto milioni di volte. Sentirsi distante da coloro che ami perché non puoi essere
sincero con loro.»
«Lo temevo.»
«In un certo senso è più facile stare con te e con gli altri angeli che non con i
miei genitori e la mia migliore amica.»
Daniel ri etté un momento. «Non volevo che accadesse. Non dovrebbe essere
così. L’unica cosa che ho mai voluto è amarti.»

così. L’unica cosa che ho mai voluto è amarti.»
«Anch’io. È tutto quello che voglio.» Ma mentre lo diceva, guardando il cielo che
scoloriva a oriente, Luce non poté fare a meno di rivivere gli ultimi momenti a
casa, col desiderio struggente di aver fatto le cose in modo diverso. Avrebbe dovuto
abbracciare suo padre più forte, ascoltare con più attenzione le parole della
mamma mentre usciva di casa, passare più tempo con la sua migliore amica per
domandarle della sua vita a Dover. Non avrebbe dovuto essere così egoista e
frettolosa. Ogni secondo che passava la portava più lontano da Thunderbolt e dai
suoi genitori e da Callie, e a ogni secondo lottava contro la sensazione crescente
che avrebbe potuto non rivederli più.
Luce credeva con tutto il cuore a quello che lei e Daniel e gli altri angeli stavano
facendo, ma questa non era la prima volta che abbandonava le persone a lei più
care per Daniel. Ripensò al funerale cui aveva assistito in Prussia, ai cappotti di
lana scura e agli occhi rossi e umidi di pianto dei suoi cari, sopra atti dal dolore
per la sua improvvisa e precoce morte. Ripensò alla sua bellissima mamma
nell’Inghilterra medievale, dove aveva trascorso un memorabile San Valentino; a
sua sorella Helen, e alle sue buone amiche Laura e Eleanor. Quella era stata l’unica
esistenza che aveva visitato in cui non aveva vissuto la propria morte, ma aveva
visto abbastanza da sapere che c’erano persone di buon cuore che sarebbero state
annientate dall’inevitabile scomparsa di Lucinda. Quel pensiero le fece venire un
crampo allo stomaco. E poi ripensò a Lucia, la ragazza incontrata in Italia, che
aveva perso tutta la famiglia in guerra e non aveva nessuno tranne Daniel, e la cui
vita, per quanto breve, era valsa la pena di essere vissuta grazie all’amore di lui.
Quando si strinse più forte al petto di Daniel, lui le in lò le mani dentro le
maniche del maglione e prese a tracciarle dei cerchi sulle braccia, come se le stesse
disegnando piccole aureole sulla pelle. «Parlami della parte migliore di tutte le tue
vite.»
Luce avrebbe voluto rispondere: Quando ti trovavo, sempre. Ma non era così
semplice. Faceva fatica persino a distinguerle. Le sue vite passate cominciarono a
vorticare e a sovrapporsi come frammenti colorati di un caleidoscopio. C’era quel
momento meraviglioso a Tahiti quando Lulu aveva tatuato il petto di Daniel. E
quando avevano abbandonato una battaglia nell’antica Cina perché il loro amore
era molto più importante di qualsiasi guerra. Luce avrebbe potuto elencare decine
di momenti rubati, decine di baci travolgenti dal sapore agrodolce. Ma sapeva che
non erano quelle le parti migliori.
La parte migliore era adesso. Era questo che avrebbe portato con sé dai suoi
viaggi attraverso i secoli: lui rappresentava tutto per lei, e lei per lui. E l’unico
modo per vivere appieno quell’amore era entrare in ogni nuovo momento
insieme, come se il tempo fosse fatto di nuvole. Pensando a quei nove giorni, Luce
sapeva che lei e Daniel avrebbero rischiato tutto per il loro amore.
«È stato istruttivo» disse lei alla ne. «La prima volta che mi sono imbattuta in
una mia versione del passato, ero già decisa a spezzare la maledizione. Ma ero

una mia versione del passato, ero già decisa a spezzare la maledizione. Ma ero
turbata e confusa, nché non ho cominciato a capire che ogni vita che visitavo mi
insegnava qualcosa d’importante su me stessa.»
«Per esempio?» Volavano talmente in alto che si vedeva la curvatura della Terra
ai margini del cielo sempre più buio.
«Ho imparato che non era baciarti a farmi morire. No. Aveva più a che fare con
la consapevolezza di quel momento, con quanto di me stessa e della mia storia
riuscivo a comprendere.»
Luce sentì che Daniel annuiva dietro di lei. «Questo è stato sempre l’enigma più
grande per me.»
«Ho imparato che le mie incarnazioni del passato non sempre erano brave
persone, ma tu amavi comunque l’anima racchiusa in loro. E grazie al tuo
esempio, ho imparato a riconoscere la tua anima. Tu possiedi… un fulgore
speciale, una radiosità, perciò anche quando non avevi lo stesso aspetto esteriore,
potevo riconoscerti. Vedevo la tua anima al di là dell’aspetto che avevi in ciascuna
vita. Tu potevi essere la tua sconosciuta incarnazione egiziana e il Daniel che
voglio e che amo.»
Daniel inclinò la testa per baciarle la tempia. «Probabilmente non te ne sei resa
conto, ma hai sempre avuto il potere di riconoscere la mia anima.»
«No, non potevo, non ero abituata…»
«Invece sì, solo che non lo sapevi. Credevi di essere pazza. Hai visto gli
Annunziatori e li hai chiamati ombre. Credevi che ti stessero perseguitando da
tutta la vita. Quando mi hai guardato per la prima volta alla Sword & Cross, o
magari quando hai capito per la prima volta di sentirti attratta da me, per caso
non hai notato qualcos’altro che non riuscivi a spiegarti, qualcosa che cercavi di
negare?»
Luce strizzò gli occhi, per ricordare. «Lasciavi sempre una specie di scia violetta
quando passavi. Ma appena battevo le ciglia scompariva.»
Daniel sorrise. «Non lo sapevo.»
«Cosa significa? Hai appena detto che…»
«Immaginavo che avessi visto qualcosa, ma non sapevo cosa. L’attrazione che
riconoscevi in me, nella mia anima, si manifestava in maniera diversa a seconda
del bisogno che avevi di vederla.» Sorrise di nuovo. «È così che la tua anima
reagisce alla mia. Un alone violetto… mi piace. Sono contento che fosse così.»
«La mia anima come ti appare?»
«Non potrei descriverla a parole nemmeno se volessi, ma la sua bellezza è
incomparabile.»
Incomparabile era lo stesso aggettivo che Luce avrebbe usato per descrivere quel
volo dall’altra parte del mondo con Daniel. Le stelle brillavano nelle vaste galassie
intorno a loro. La luna era enorme e crivellata di crateri, per metà nascosta da una
pallida nuvola grigia. Luce si sentiva protetta e al sicuro fra le braccia dell’angelo

pallida nuvola grigia. Luce si sentiva protetta e al sicuro fra le braccia dell’angelo
che amava, una sensazione deliziosa che le era mancata tanto durante la sua ricerca
negli Annunziatori. Sospirò e chiuse gli occhi…
E vide Bill.
L’immagine le invase la mente, aggressiva, anche se non era la ripugnante bestia
infernale che lui era diventato l’ultima volta che l’aveva incontrato. Era soltanto
Bill, la gargouille di pietra, che le tendeva la mano per aiutarla a scendere
dall’albero maestro del relitto su cui era nita uscendo dall’Annunziatore a Tahiti.
Perché quel ricordo le fosse venuto in mente mentre era fra le braccia di Daniel,
non riusciva a spiegarselo. Ma sentiva ancora la forma della piccola mano di pietra
nella sua. Rammentò che la sua forza e la sua grazia l’avevano colpita. Rammentò
di essersi sentita al sicuro con lui.
Le formicolò la pelle per il ribrezzo e si strinse ancora più forte al petto di
Daniel.
«Cosa c’è?»
«Bill.» La parola le lasciò in bocca un gusto amaro.
«Lucifero.»
«Lo so che è Lucifero. Lo so. Ma per qualche tempo, mentre eravamo insieme, è
stato anche qualcos’altro per me. In un certo senso lo consideravo un amico. Mi
sento male se penso a quanto gli ho permesso di avvicinarsi. Mi vergogno.»
«Non farlo.» Daniel l’abbracciò forte. «C’era un motivo se lo chiamavano Stella
del Mattino. Lucifero era bellissimo. Alcuni sostengono fosse il più bello di tutti.»
Luce ebbe l’impressione di cogliere una punta di gelosia nella voce di Daniel. «Ed
era anche il più amato, non solo dal Trono, ma dalla maggior parte degli angeli.
Pensa all’in uenza che esercita sui mortali. Il suo potere viene dalla stessa fonte.»
La sua voce tentennò, poi riprese forza. «Non devi vergognarti se ti sei data di lui,
Luce…» Daniel s’interruppe di colpo, anche se dal tono si intuiva che aveva molto
altro da dire.
«C’erano tensioni tra di noi» ammise lei, «ma non avrei mai immaginato che si
sarebbe trasformato in un mostro simile.»
«Non esiste tenebra più oscura di una grande luce corrotta. Guarda.» Daniel
cambiò angolazione delle ali e volarono all’indietro tracciando un ampio arco
intorno a un cumulonembo torreggiante. Da una parte era rosa screziato d’oro,
illuminato dagli ultimi raggi del sole morente. Dall’altra, Luce notò che era nero e
gon o di pioggia. «Splendore e tenebra danzano avvinti, entrambi necessari a fare
di questa nuvola ciò che è. Lo stesso vale per Lucifero.»
«Anche per Cam?» domandò Luce mentre Daniel completava il cerchio per
riprendere la rotta.
«So che non ti di di lui, ma ti invito a farlo. Io mi do. La tenebra di Cam è
leggendaria, ma è soltanto un aspetto della sua personalità.»

leggendaria, ma è soltanto un aspetto della sua personalità.»
«Allora perché si sarebbe schierato con Lucifero? Perché lo hanno fatto anche
altri angeli?»
«Cam non l’ha fatto» rispose Daniel. «Non al principio, comunque. Era un’epoca
molto instabile. Inimmaginabile. Senza precedenti. Al tempo della Caduta, ci
furono degli angeli che si schierarono subito dalla parte di Lucifero, ma altri, come
Cam, furono scacciati dal Trono per non aver scelto abbastanza in fretta. Il resto
della storia è stato un lento schierarsi, con angeli tornati al gregge celeste o fra i
ranghi dell’Inferno, finché non sono rimasti che pochi caduti non schierati.»
«E siamo in questa situazione adesso?» chiese Luce, anche se sapeva che a Daniel
non piaceva parlare del fatto di non aver ancora scelto da quale parte stare.
«Un tempo Cam ti piaceva» disse Daniel eludendo la domanda. «Nel corso di
parecchie vite sulla Terra, noi tre eravamo molto uniti. Fu soltanto molto tempo
dopo, quando Cam ebbe il cuore spezzato, che passò dall’altra parte e si schierò
con Lucifero.»
«Cosa? Lei chi era?»
«A nessuno di noi piace parlare di lei. Non dovrai mai farti sfuggire che lo sai»
la ammonì Daniel. «Ho disapprovato la sua scelta, ma non posso dire di non
averlo capito. Se mai ti perdessi per davvero, non so cosa farei. Il mondo per me
non avrebbe più senso.»
«Non succederà» si a rettò a dire Luce. Sapeva che questa vita era la sua ultima
occasione. Se fosse morta adesso, non sarebbe mai più tornata.
Aveva mille domande che le frullavano nella mente, sull’amore che Cam aveva
perduto, sullo strano tremolio nella voce di Daniel quando aveva parlato del
fascino di Lucifero, su dove era lei mentre lui cadeva. Ma si sentì le palpebre
pesanti, il corpo debole per la stanchezza.
«Riposati» le sussurrò Daniel all’orecchio. «Ti sveglio quando stiamo per
atterrare a Venezia.»
Il suo dolce invito fu quanto le serviva per lasciarsi andare al sonno. Chiuse gli
occhi alle onde fosforescenti che spumeggiavano migliaia di metri più sotto e volò
in un mondo di sogni dove nove giorni non avevano signi cato, dove poteva
tu arsi e riemergere e bearsi nella gloria delle nuvole, dove poteva volare libera
nell’infinito, senza una sola possibilità di cadere.

TRE
IL SANTUARIO SOMMERSO
Daniel stava bussando alla porta di legno consunto nel cuore della notte da quella
che a Luce sembrava almeno mezz’ora. Il palazzetto veneziano a due piani
apparteneva a un vecchio professore, ma Daniel era sicuro che l’uomo li avrebbe
accolti volentieri, malgrado l’ora, perché erano stati grandi amici “anni fa”, una
de nizione che secondo i criteri di Daniel poteva abbracciare un notevole periodo
di tempo.
«Deve avere il sonno pesante.» Luce sbadigliò, lasciandosi cullare dai colpi alla
porta di Daniel. Oppure, pensò insonnolita, il professore era seduto in uno dei
tanti ca è bohémien aperti tutta la notte, a sorseggiare vino davanti a un libro
zeppo di termini incomprensibili.
Erano le tre del mattino. Il loro atterraggio fra l’argentea ragnatela di canali di
Venezia era stato accompagnato dai lontani rintocchi di un campanile, immerso
chissà dove nel buio della città. Distrutta dalla stanchezza, Luce si appoggiò alla
fredda cassetta di latta per la posta, che si staccò da uno dei chiodi con cui era
ssata al muro. La cassetta s’inclinò da un lato e Luce barcollò all’indietro: per
poco non andò a nire nell’acqua torbida del canale, che lambiva il gradino
melmoso del portico come una lingua d’inchiostro.
L’intera facciata sembrava decomporsi a strati: la vernice blu si sfaldava dal
legno dei davanzali, i mattoni rossi erano striati di mu a verdastra, la pietra umida
del portico si sbriciolava sotto i loro piedi. Per un momento Luce ebbe la netta
impressione di poter sentire la città che affondava.
«Dovrebbe essere in casa» borbottò Daniel, senza smettere di bussare.
Quando erano atterrati sul gradino del portico che a acciava sul canale, cui si
poteva accedere soltanto con le gondole, Daniel aveva promesso a Luce, scossa da
brividi di freddo, che dentro l’aspettavano un letto, qualcosa di caldo da bere e una
tregua dal vento umido in cui avevano volato per ore.

tregua dal vento umido in cui avevano volato per ore.
Finalmente un rumore di passi pesanti che scendevano una scala catturò
l’attenzione di Luce. Daniel sospirò di sollievo e chiuse gli occhi, quando il
pomolo di ottone girò. I cardini emisero un lungo gemito mentre il portone si
apriva.
«Ma chi diavolo…» L’anziano professore fece capolino. Aveva la testa cinta da
una massa scompigliata di capelli candidi, sopracciglia cespugliose, ba folti e un
groviglio di peli bianchi che spuntava dallo scollo a V della vestaglia grigio scuro.
Luce vide Daniel battere le palpebre sorpreso, come se all’improvviso non fosse
sicuro dell’indirizzo, poi gli occhi nocciola del vecchio s’illuminarono. L’uomo si
slanciò verso Daniel, attirandolo in un abbraccio vigoroso.
«Cominciavo proprio a chiedermi se saresti tornato a trovarmi prima che tirassi
le cuoia» mormorò l’uomo con voce rotta. Il suo sguardo si spostò su Luce e
sorrise, come se non lo avessero tirato giù dal letto a notte fonda e li stesse
aspettando da mesi. «Dopo tutti questi anni, nalmente hai portato Lucinda. Quale
onore.»
Si chiamava professor Mazotta. Lui e Daniel avevano studiato storia insieme
all’università di Bologna. Non si mostrò spaventato né sorpreso vedendo che
Daniel non era invecchiato di un giorno da allora: sapeva tutto. Era soltanto felice
di rivedere un vecchio amico, una gioia accresciuta dalla presenza della ragazza
che lui amava.
Li condusse nel suo studio, decrepito come il resto della casa. Le mensole delle
librerie erano imbarcate al centro, la scrivania traboccava di documenti ingialliti, il
tappeto logoro e s lacciato era macchiato di ca è. Il professore si mise subito a
preparare una tazza di cioccolata calda per ciascuno – «una vecchia abitudine di un
vecchio signore» gracchiò a Luce con una strizzatina d’occhio. Daniel ne bevve
appena un sorso prima di spingere il suo libro fra le mani di Mazotta e aprirlo alla
descrizione della prima reliquia.
Il professore inforcò gli occhiali dalla sottile montatura di metallo ed esaminò la
pagina, borbottando fra sé in italiano. Si alzò, si avvicinò a uno sca ale, si grattò la
testa, tornò alla scrivania, misurò la stanza a grandi passi, bevve la cioccolata,
tornò alla libreria ed estrasse un grosso tomo rilegato in pelle. Luce represse uno
sbadiglio. Si sentiva le palpebre pesanti come se avesse una pietra legata a ogni
ciglio. Si sforzò di restare sveglia pizzicandosi il palmo della mano, ma le voci di
Daniel e del professor Mazotta, impegnati in una complessa discussione,
l’avvolgevano in una nebulosa di suoni indistinti.
«No, non è una nestra della chiesa di Sant’Ignazio.» Mazotta si torse le mani.
«Quelle sono esagonali, mentre questa illustrazione è decisamente ovale.»
«Ma perché ce ne stiamo qui?» esclamò Daniel all’improvviso, facendo tremare

«Ma perché ce ne stiamo qui?» esclamò Daniel all’improvviso, facendo tremare
il quadro di una barca a vela azzurra sulla parete. «È ovvio che dovremmo andare
alla biblioteca di Bologna. Hai ancora le chiavi per entrare? Nel tuo studio devi
per forza…»
«Sono diventato professore emerito tredici anni fa, Daniel. E non ho alcuna
intenzione di fare duecento chilometri nel cuore della notte per…» Fece una
pausa. «Guarda Lucinda. Sta dormendo in piedi come un cavallo!»
Luce fece una smor a assonnata. Aveva paura di scivolare in un sogno e di
incontrare Bill. Negli ultimi tempi aveva la tendenza a mostrarsi non appena
chiudeva gli occhi. Luce voleva restare sveglia, lontana da lui, partecipare alla
conversazione sulla reliquia che lei e Daniel avrebbero dovuto cercare il giorno
dopo. Ma il sonno era implacabile e non riusciva più a resistere.
Qualche secondo o qualche ora dopo, le braccia di Daniel la sollevarono e la
portarono su per una stretta e buia rampa di scale.
«Mi dispiace, Luce» le parve di sentirlo dire, ma aveva troppo sonno per
rispondere. «Avrei dovuto farti riposare prima. Ma ho tanta paura» mormorò lui.
«Paura di non fare in tempo.»
Luce batté le palpebre e si mise a sedere, sorpresa di trovarsi in un letto, e ancor
più sorpresa dalla solitaria peonia bianca in un piccolo vaso di vetro, con la
corolla penzolante sul cuscino.
Prese il ore dal vaso e se lo rigirò fra le mani; il gambo sgocciolò sulla trapunta
di broccato rosa. Il letto scricchiolò quando Luce sistemò il cuscino contro la
testiera di ottone per dare un’occhiata alla stanza.
Per un momento si sentì disorientata dall’ambiente sconosciuto, mentre vaghi
sogni di viaggi negli Annunziatori sbiadivano a mano a mano che si svegliava. Non
c’era più Bill a spiegarle dov’era nita. Era presente soltanto nei suoi sogni ormai,
e la notte prima le era apparso con le sembianze di Lucifero, un mostro, che
rideva all’idea che lei e Daniel fossero in grado di cambiare o fermare gli eventi.
Una busta bianca era poggiata contro il vaso sul comodino.
Daniel.
Rammentò un unico morbido bacio, le sue braccia che si ritraevano dopo averla
infilata sotto le coperte durante la notte, e la porta che si chiudeva.
Dov’era andato dopo?
Strappò la busta e s lò il cartoncino bianco all’interno. Sul biglietto c’erano
scritte due sole parole:
Sul balcone.
Con un sorriso Luce gettò via le coperte e si alzò. Attraversò la stanza con i piedi
a ondati nel morbido tappeto e la peonia fra le dita. Le nestre della camera

a ondati nel morbido tappeto e la peonia fra le dita. Le nestre della camera
erano strette e molto alte, no al so tto con le travi a vista. Dietro un pesante
tendaggio marrone scuro una porta a vetri conduceva a una terrazza. Luce sollevò
il gancio di metallo e uscì, aspettandosi di trovare Daniel e finire fra le sue braccia.
Ma il balcone a mezzaluna era deserto. Soltanto una balaustra di pietra separava
la terrazza dalle acque verdi del canale, un piano più sotto. In un angolo c’erano
un tavolino con il piano di vetro e una sdraio di tela rossa. La mattina era
splendida. L’aria odorava di fango, ma era frizzante. Sull’acqua scivolava lenta una
la di gondole nere, eleganti come cigni. Un paio di tordi screziati cinguettavano
sul lo da bucato teso un piano più sopra e, sull’altra sponda del canale, correva
una serie ininterrotta di case color pastello. Era una vista a ascinante, certo, la
Venezia dei sogni, ma Luce non era venuta per fare la turista. Lei e Daniel erano lì
per salvare la loro storia e quella del mondo. L’orologio ticchettava inesorabile. E
Daniel non c’era.
Poi notò una seconda busta bianca sul tavolino di vetro, appoggiata a un
bicchiere di plastica bianca e un sacchetto di carta. La aprì e trovò un altro
cartoncino con due parole:
Aspetta qui.
«Seccante ma romantico» commentò fra sé. Sedette sulla sdraio e sbirciò nel
sacchetto di carta. Una manciata di piccoli krapfen ripieni di marmellata e
spolverati di zucchero e cannella emanavano un aroma inebriante. Il sacchetto era
ancora caldo, con piccole chiazze scure d’olio all’esterno. Luce se ne ccò uno in
bocca e bevve un sorso dal bicchierino di plastica, che conteneva l’espresso più
intenso e squisito che avesse mai assaggiato.
«Ti piacciono i bomboloni?» chiamò Daniel dal basso.
Luce scattò in piedi e si sporse dalla balaustra. Daniel era in piedi a poppa di
una gondola dipinta con immagini di angeli. Indossava uno strano cappello piatto
di paglia con un nastro rosso intorno, e usava un grande remo di legno per
spingere l’imbarcazione verso di lei.
Ebbe un tu o al cuore, come le accadeva ogni volta che vedeva Daniel per la
prima volta in un’altra vita. Lui era lì. Era suo. Stava succedendo adesso.
«Inzuppali nell’espresso e poi dimmi se non è il Paradiso» disse Daniel con un
sorriso.
«Come faccio a scendere?» domandò lei.
Lui le indicò la scala a chiocciola più stretta che Luce avesse mai visto, oltre la
balaustra, sulla destra. A errò il ca è e il sacchetto di dolci, s’in lò la peonia
dietro l’orecchio e si affrettò verso la scala.
Si sentiva lo sguardo di Daniel addosso mentre scavalcava il parapetto e
scendeva i gradini. A ogni giro scorgeva un lampo divertito nei suoi occhi viola.
Quando arrivò in fondo, lui le tese la mano per aiutarla a salire sulla barca.

Quando arrivò in fondo, lui le tese la mano per aiutarla a salire sulla barca.
Avvertì quell’elettricità che desiderava da quando si era svegliata, la scintilla che
scoccava fra loro ogni volta che si toccavano. Daniel le cinse la vita con le braccia e
l’attirò a sé, baciandola a lungo e con passione nché non cominciò a girarle la
testa.
«Questa sì che è la maniera giusta di iniziare la giornata.» Le dita di Daniel
accarezzarono i petali della peonia dietro il suo orecchio.
All’improvviso Luce sentì qualcosa attorno al collo; cercò con le mani e trovò
una catenella sottile che le sue dita percorsero no a un ciondolo d’argento. Lo
sollevò e ammirò la rosa rossa incisa sul coperchio.
Il suo medaglione! Era quello che Daniel le aveva donato l’ultima sera alla
Sword & Cross. Lei lo aveva custodito dentro la copertina del Libro dei Veglianti
nel breve periodo che aveva trascorso da sola nel capanno, ma i dettagli di quei
giorni erano ormai confusi. Rammentava solo che dopo Mr. Cole l’aveva
accompagnata di corsa all’aeroporto per prendere il volo diretto in California.
Aveva dimenticato il medaglione e il libro nché non era arrivata alla Shoreline, e
a quel punto si era convinta di averli persi.
Daniel doveva averle messo la catenina mentre dormiva. I suoi occhi si
riempirono di lacrime, di gioia stavolta. «Dove l’hai…»
«Aprilo.» Daniel sorrise.
L’ultima volta che aveva aperto il medaglione, la foto di una Luce del passato e
di Daniel l’aveva turbata. Lui le aveva promesso che quando si fossero rivisti le
avrebbe rivelato in quale tempo era stata scattata la foto. Ma non lo aveva fatto. I
momenti rubati in California erano stati quasi sempre troppo tesi e fugaci, pieni di
stupidi battibecchi che adesso non riusciva più a immaginare di avere con Daniel.
Luce era contenta di aver aspettato, perché quando aprì il medaglione e vide la
piccola foto protetta dal vetro – Daniel con il farfallino e lei con i capelli corti –
capì subito in quale vita era stata scattata.
«Lucia» sussurrò. Era l’infermiera che Luce aveva conosciuto quando era uscita
dall’Annunziatore nella Milano della Prima guerra mondiale. La ragazza era molto
più giovane quando l’aveva incontrata, dolce e un po’ impertinente, ma così
schietta che l’aveva trovata subito simpatica.
Ora sorrise, ricordando che Lucia continuava a ssare il suo taglio di capelli
moderno, e che aveva scherzato sul fatto che tutti i soldati avessero una cotta per
lei. Rammentò che se fosse rimasta nell’ospedale italiano un po’ più a lungo e se
le circostanze fossero state… be’, del tutto diverse, loro due avrebbero potuto
diventare ottime amiche.
Guardò Daniel, raggiante, ma il sorriso le si spense sulle labbra. Lui la stava
fissando con una strana espressione.
«Cosa c’è?» Luce lasciò il medaglione e fece un passo avanti per cingergli il collo
con le braccia.

con le braccia.
Lui scrollò la testa, turbato. «È solo che non sono abituato a condividere questo
con te. L’espressione del tuo viso quando hai riconosciuto la foto… È la cosa più
bella che abbia mai visto.»
Luce arrossì e sorrise e sentì la lingua annodata e la voglia di mettersi a
piangere, tutto insieme. Capiva perfettamente Daniel.
«Mi dispiace di averti lasciata sola così» si scusò lui. «Dovevo andare a
controllare una cosa in uno dei libri di Mazotta a Bologna. Ho pensato che avessi
bisogno di riposare il più possibile, ed eri così bella mentre dormivi che non ho
avuto il coraggio di svegliarti.»
«Hai trovato quello che cercavi?» chiese Luce.
«Può darsi. Mazotta mi ha dato un indizio su una piazza di Venezia. È un grande
storico dell’arte, ma conosce la teologia meglio di qualunque altro mortale che
abbia mai incontrato.»
Luce si accomodò sulla bassa panca della gondola foderata di velluto rosso;
pareva un divanetto fatto apposta per le coppie, con un cuscino imbottito di pelle
nera e un alto schienale intagliato.
Daniel a ondò il remo nel canale e la barca scivolò avanti. L’acqua era di un
verde chiaro brillante e Luce vide tutta la città ri essa sulle ondulazioni della sua
superficie vitrea.
«La buona notizia» proseguì Daniel, guardandola da sotto il bordo della paglietta
«è che Mazotta pensa di sapere dove si trova la reliquia. Abbiamo discusso no
all’alba, ma alla ne abbiamo scoperto una vecchia foto che combacia col mio
disegno.»
«E…?»
«A quanto pare…» Daniel etté il polso e la gondola tracciò una curva
aggraziata intorno a un angolo stretto, poi s’in lò sotto la campata di un ponte di
pietra. «Il vassoio è un’aureola.»
«Un’aureola? Credevo che soltanto gli angeli sui bigliettini d’auguri avessero
l’aureola.» Luce inclinò la testa di lato e lo fissò. «Tu hai l’aureola?»
Daniel sorrise come se trovasse la domanda divertente. «Non del genere “cerchio
dorato”, direi di no. Per quanto ne sappiamo, le aureole sono ra gurazioni che i
mortali usano per descrivere in modo comprensibile il nostro fulgore. L’alone
violetto che hai visto intorno a me alla Sword & Cross, per esempio. Gabbe non ti
ha mai raccontato di quando posava per Leonardo da Vinci, vero?»
«Ha fatto cosa?» Luce per poco non si strozzò con un pezzo di bombolone.
«Lui non sapeva che lei fosse un angelo, è ovvio, ma Gabbe racconta che
Leonardo parlava sempre della luce che sembrava irradiare da lei. Ecco perché la
dipinse con un’aureola che le circondava la testa.»
«Wow.» Luce scrollò il capo, sbalordita, mentre passavano sotto un balcone dove

«Wow.» Luce scrollò il capo, sbalordita, mentre passavano sotto un balcone dove
una coppia di innamorati, che indossavano entrambi un borsalino, si baciavano.
«E non soltanto lui. Gli artisti hanno sempre dipinto gli angeli in quel modo da
quando siamo caduti sulla Terra.»
«E l’aureola che dobbiamo trovare oggi?»
«L’opera di un altro artista.» Il volto di Daniel si fece serio. Gli ottoni di un
gracchiante disco jazz risuonarono da una nestra aperta e parvero riempire lo
spazio intorno alla gondola, facendo da colonna sonora al racconto di Daniel. «Si
tratta di una scultura che ra gura un angelo ed è molto antica, del periodo
preclassico, così vecchia che l’identità dell’artista è sconosciuta. Si sa solo che
proviene dall’Anatolia e, come le altre reliquie, fu rubata durante la Seconda
Crociata.»
«Quindi troviamo la statua in una chiesa o un museo o quello che è, stacchiamo
l’aureola dalla testa dell’angelo e voliamo sul monte Sinai?» chiese Luce.
Gli occhi di Daniel si rabbuiarono per una frazione di secondo. «Sì, al momento
l’idea è questa.»
«Sembra troppo facile» commentò Luce, ammirando le facciate degli edi ci
intorno a lei, le alte nestre ad arco di un palazzo, i ciu di erbe aromatiche che
ornavano il balcone di un altro. Tutto sembrava a ondare nella brillante acqua
verde con una sorta di serena rassegnazione.
Daniel guardò al di là di Luce, con il ri esso dell’acqua illuminata dal sole negli
occhi. «Lo scopriremo presto.»
Aguzzò lo sguardo in direzione di una bricola di legno, poi virò per portarsi al
centro del canale. La gondola ondeggiò quando Daniel la fermò contro un muro di
mattoni coperto di rampicanti. A errò una palina di ormeggio e vi legò la cima
della gondola. La barca gemette e oscillò.
«Questo è l’indirizzo che mi ha dato il professor Mazotta.» Daniel indicò un
antico ponte di pietra tra il romantico e il fatiscente. «Saliamo quei gradini e
proseguiamo verso il palazzo. Non dovrebbe essere lontano.»
Saltò dalla gondola sulla banchina e tese la mano a Luce per aiutarla. Insieme
attraversarono il ponte, mano nella mano. Mentre passavano davanti a una serie di
fornai e bancarelle che vendevano T-shirt di Venezia ai turisti, Luce non poté fare
a meno di osservare le altre coppie felici intorno a loro: sembrava che tutti si
scambiassero baci ed e usioni, ridendo. Prese la peonia dall’orecchio e la in lò
nella borsetta. Lei e Daniel erano in missione, non in luna di miele, e non ci
sarebbe mai più stato un incontro romantico se avessero fallito.
Accelerarono il passo quando svoltarono a sinistra in un vicoletto, poi a destra
per sbucare in un’ampia piazza.
Daniel si fermò di colpo.
«Dovrebbe essere qui. In questa piazza.» Controllò l’indirizzo e scrollò il capo,
incredulo.

incredulo.
«Qualcosa non va?»
«L’indirizzo che mi ha dato Mazotta è quello della chiesa. Non me l’aveva detto.»
Indicò l’imponente edi cio francescano con le sue grandi vetrate. La chiesa aveva
un aspetto austero ed elegante, con i muri esterni di un arancio tenue e
modanature bianche intorno alle nestre e alla grande cupola. «La statua…
l’aureola… dev’essere all’interno.»
«Okay.» Luce si strinse nelle spalle e fece un passo verso il portone. «Entriamo a
vedere.»
Daniel restò fermo, spostando il peso da una gamba all’altra. Il suo volto si era
fatto improvvisamente pallido. «Non posso, Luce.»
«Perché no?»
Daniel rimase immobile come se si fosse trasformato in una statua. Aveva le
braccia incollate lungo i anchi e la mascella così serrata da sembrare cucita col l
di ferro. Luce non era abituata a vederlo in quello stato. Uno strano
comportamento.
«Vuoi dire che non sai perché?» chiese lui.
Quando lei scosse la testa, Daniel sospirò.
«Credevo che alla Shoreline ti avessero spiegato… il fatto è che se un angelo
caduto entra in un santuario di Dio, la struttura e tutto quello che contiene va in
fiamme.»
Terminò in fretta la frase mentre un gruppo di studentesse tedesche con la gonna
a quadri li oltrepassava per mettersi in la davanti all’ingresso della chiesa. Luce
notò che alcune scoccavano a Daniel occhiate furtive, ridacchiavano e
mormoravano fra di loro, lisciandosi i capelli nel caso lui avesse guardato dalla
loro parte.
Ma lui non aveva occhi che per Luce. Sembrava ancora nervoso. «È uno dei tanti
dettagli poco noti della nostra punizione. Se un angelo caduto desidera rientrare
nella grazia di Dio, deve accostarsi al Trono direttamente. Non ci sono scorciatoie.»
«Stai dicendo che non hai mai messo piede in una chiesa? Nemmeno una volta
in migliaia di anni?»
Daniel scosse la testa. «Né in un tempio, né in una sinagoga, né in una moschea.
Mai. Il luogo più simile a un edi cio sacro in cui sia entrato è la piscina della
Sword & Cross. Quando la chiesa è stata sconsacrata e trasformata in piscina, il
tabù è venuto meno.» Chiuse gli occhi. «Una volta Arriane l’ha fatto, molto prima
di allearsi di nuovo col Paradiso. Non si rendeva conto di quello che avrebbe
scatenato. Il modo in cui lo descrive…»
«È così che si è procurata quelle cicatrici sul collo?» Luce si toccò istintivamente
la gola, ricordando la sua prima ora alla Sword & Cross: Arriane che le porgeva un
coltellino svizzero rubato chiedendole di tagliarle i capelli. Non era riuscita a

coltellino svizzero rubato chiedendole di tagliarle i capelli. Non era riuscita a
staccare gli occhi dalle sue strane cicatrici marmorizzate.
«No.» Daniel abbassò lo sguardo, a disagio. «Quella è un’altra storia.»
Un gruppo di turisti si era messo in posa con la guida davanti all’ingresso.
Mentre loro due parlavano, almeno una decina di persone erano entrate e uscite
dalla chiesa senza avere l’aria di apprezzare troppo la bellezza o l’imponenza
dell’edi cio di cui Daniel, Arriane e un’intera schiera di angeli non potevano
varcare le porte.
Ma Luce sì.
«Vado io. Riconoscerò l’aureola dal tuo disegno. Se è là dentro la troverò e…»
«È vero, tu puoi entrare.» Daniel annuì. «Non c’è altro modo.»
«Nessun problema.» Luce cercò di mostrarsi disinvolta.
«Io ti aspetto qui.» Daniel sembrava riluttante e sollevato al tempo stesso. Le
strinse la mano e sedette sul bordo rialzato di una fontana al centro della piazza,
poi le spiegò quale doveva essere l’aspetto dell’aureola e come staccarla. «Stai
attenta! Ha più di mille anni ed è molto delicata.» Dietro di lui, un cherubino
sputava un incessante otto d’acqua nella fontana. «Se sorge qualche problema,
Luce, se qualcosa ti sembra anche solo vagamente sospetta, molla tutto e torna da
me di corsa.»
La chiesa era buia e fredda, una struttura a croce con il so tto basso e l’aria
satura dell’aroma so ocante dell’incenso. Luce prese un opuscolo in inglese
all’ingresso, poi si rese conto che non conosceva il nome della scultura. Irritata con
se stessa per non essersi informata – Daniel doveva saperlo per forza –
s’incamminò lungo la stretta navata centrale ancheggiata da le di banchi,
seguendo con lo sguardo le stazioni della Via Crucis nelle vetrate.
Benché fuori la piazza brulicasse di gente, l’interno della chiesa sembrava
piuttosto tranquillo. Luce sentì l’eco dei propri stivali sul pavimento di marmo
mentre passava davanti alla statua di una Madonna in una piccola cappella
laterale protetta da una grata. Gli occhi di pietra della statua erano inespressivi e
inverosimilmente grandi, le dita inverosimilmente lunghe e sottili, unite in
preghiera.
Luce non vide nessuna aureola.
In fondo alla navata si fermò sotto la grande cupola orlata di nestre che
lasciavano ltrare i raggi del sole mattutino. Un uomo con un lungo mantello
grigio si inginocchiò davanti a un altare. Il volto pallido e le mani bianche, strette
sul cuore, erano le uniche parti del corpo esposte. Salmodiava in latino sottovoce.
Dies irae, dies illa. Luce riconobbe le parole ancora una volta grazie alle lezioni di
latino a Dover, ma non riusciva a ricordarne il significato.
Quando si avvicinò, l’uomo smise di colpo di cantilenare e alzò la testa, come se
la sua presenza lo avesse disturbato. Luce non aveva mai visto qualcuno con la
pelle più pallida; le labbra quasi esangui si piegarono all’ingiù in una smor a di

pelle più pallida; le labbra quasi esangui si piegarono all’ingiù in una smor a di
disappunto. Lei distolse lo sguardo e girò a sinistra nel transetto, la navata
trasversale e più corta che dava alla chiesa la caratteristica forma a croce, per
lasciare all’uomo il suo spazio…
E si ritrovò davanti a un angelo formidabile.
Era una statua di marmo rosa chiaro, liscissimo, del tutto diverso dagli angeli che
Luce aveva imparato a conoscere così bene. In lui non c’era niente della feroce
vitalità di Cam o dell’in nita complessità che amava in Daniel. Questa era una
statua creata da un ingenuo devoto per ingenui devoti. Agli occhi di Luce la statua
appariva vuota. L’angelo guardava in alto, verso il Paradiso, e il suo corpo levigato
riluceva tra le pieghe dei drappeggi sul petto e intorno alla vita. Il suo volto
levato, a tre metri da quello di Luce, era stato scolpito da mani sapienti con
delicata maestria, dal naso sottile ai boccoli dietro l’orecchio. Le mani indicavano
il cielo, come se chiedesse perdono a qualcuno in alto per un peccato commesso
tanto tempo prima.
«Buongiorno.» Una voce improvvisa la fece trasalire. Luce non si era accorta del
prete in abito talare che era appena emerso dalla porta di mogano intagliato della
sagrestia in fondo al transetto.
Aveva il naso lucido e orecchie dai lobi enormi, ed era alto abbastanza da
incombere su di lei, mettendola a disagio. Luce si costrinse a sorridere e fece un
passo indietro. Come avrebbe potuto rubare un oggetto da un luogo pubblico
come quello? Perché non ci aveva pensato prima, nella piazza? Non era nemmeno
in grado di parlare la lingua del posto…
Poi la folgorò il pensiero che sapeva parlare italiano. Lo aveva imparato non
appena era uscita dall’Annunziatore sul fronte di guerra nei pressi del Piave.
«È una statua magnifica» disse al prete.
Il suo italiano non era perfetto: sembrava una persona abituata a parlarlo molti
anni prima, ma un po’ arrugginita. A ogni modo il suo accento era più che
passabile e il prete la capì. «Magnifica davvero.»
«L’artista ha usato il… cesello» aggiunse lei, allargando le braccia come se stesse
esprimendo un giudizio critico sull’opera. «Sembra che abbia liberato l’angelo
dalla pietra.» Rivolse uno sguardo ammirato verso la statua, cercando di avere
l’aria più innocente possibile, e girò alle spalle dell’angelo. Come c’era da
aspettarsi, aveva la testa coronata da un’aureola di vetro e oro. Solo che non era
scheggiata come il disegno di Daniel suggeriva. Forse era stata restaurata.
Il prete annuì. «Nessun angelo è mai stato liberato dal peccato della Caduta.
L’occhio esperto riesce a vedere anche questo.»
Daniel le aveva spiegato il trucco per rimuovere l’aureola dalla testa dell’angelo:
doveva impugnarla come il volante di un’auto e farle fare due giri in senso
antiorario, con decisione ma altrettanta cautela. «Perché è fatta di vetro e oro»
aveva detto «ed è stata aggiunta alla statua in un secondo tempo. Perciò nel marmo

aveva detto «ed è stata aggiunta alla statua in un secondo tempo. Perciò nel marmo
è stato scolpito un sostegno e nell’aureola c’è un solco corrispondente. Basteranno
due giri, forti… ma non troppo.» In questo modo l’avrebbe svitata dal perno.
Luce alzò lo sguardo verso l’enorme statua torreggiante su di lei e sul sacerdote.
Bene.
Il prete le si avvicinò. «Questo è Raffaele, il Guaritore.»
Luce non conosceva nessun angelo di nome Ra aele. Si domandò se fosse un
angelo reale o un’invenzione della Chiesa. «Uhm, ho letto su una guida che la
statua risale a prima dell’epoca classica.» Lanciò un’occhiata al sottile sostegno di
marmo che collegava l’aureola alla testa dell’angelo. «Fu portata nella chiesa
durante le Crociate, giusto?»
Il prete agitò le mani e le ampie maniche dell’abito gli scivolarono no ai
gomiti. «Ti riferisci all’originale. Si trovava a sud di Dorsoduro, nella chiesa dei
Piccoli Miracoli sull’isola delle Foche, ma scomparve con l’edi cio e l’isola quando
entrambi, com’è noto, sprofondarono nel mare secoli fa.»
«No.» Luce deglutì a fatica. «Non lo sapevo.»
I tondi occhi castani dell’uomo la scrutarono con attenzione. «Devi essere nuova
di Venezia» le disse. «Alla ne qui tutto sprofonda nel mare. Ma non è una cosa
tanto negativa, sai? Altrimenti, come avremmo fatto a diventare così abili nelle
riproduzioni?» Il prete alzò lo sguardo verso l’angelo e fece scorrere le dita sul
piedistallo di marmo. «Questa è stata realizzata su commissione per appena
cinquantamila lire. Non è straordinario?»
Non era straordinario: era terribile. La vera aureola a ondata nel mare? Non
sarebbero mai riusciti a trovarla, non avrebbero mai potuto scoprire l’esatto luogo
della Caduta, non sarebbero mai stati in grado di impedire a Lucifero di
distruggerli. Avevano appena cominciato quel viaggio e già tutto sembrava
irrimediabilmente perduto.
Luce barcollò all’indietro, a malapena capace di trovare il ato per ringraziare il
prete. Col cuore pesante e la testa che le girava, per poco non inciampò nel
pallido uomo in preghiera che le scoccò un’occhiataccia, mentre si avviava
all’uscita.
Non appena varcò la soglia, si mise a correre. Daniel l’a errò per un gomito
davanti alla fontana. «Cosa è successo?»
La sua espressione doveva essere molto eloquente. Gli riferì quello che aveva
saputo, sempre più scoraggiata a ogni parola che diceva. Quando arrivò al punto
in cui il prete si era vantato dell’a are fatto con la riproduzione, una lacrima le
rigò la guancia.
«Sicura che abbia detto proprio chiesa dei Piccoli Miracoli?» le domandò Daniel,
voltandosi per controllare la piazza. «Sull’isola delle Foche?»
«Sicura, Daniel. È sepolta in fondo al mare…»


Documenti correlati


Documento PDF 4lauren kate rapture
Documento PDF 2lauren kate torment fallen 02 by abyssinian
Documento PDF 3dlb147 lauren kate passion fallen 03 by cherry
Documento PDF 1fallen
Documento PDF catalogue 2017 it2 eur 000 89 1206 te2 compressed


Parole chiave correlate