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ITALIA STORIA E VIZI .pdf



Nome del file originale: ITALIA -STORIA E VIZI.pdf
Titolo: Microsoft Word - Storia Bani Q 1
Autore: Roberto

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Volevo vedere le vite degli uomini. Capire il grandioso fenomeno in cui
Homo sapiens si è impegnato e che travolge il pianeta e lui stesso.
Guardando ai grandi eventi e personaggi sul piano concreto e sul piano
ideale, a strutture sociali e culture fino alla storia come evento globale.
Usando il metodo della classificazione proprio delle scienze naturali:
analizzare i dati, comparare, sistemare, intravedere le regole e giungere
al modello congruente ai dati che ci fa capire cosa e perché accade, quale
fenomeno globale sta accadendo e in cui siamo tutti inseriti.
NUDA STORIA perché capire la storia è capire noi stessi.

Libro 2

NUDA STORIA MODERNA
Il Divario Socio-Culturale in Europa
Dal medioevo matura l’evo moderno con grandi personaggi e popoli
immersi in vasti mutamenti socioculturali: da contadino-nobiliare a
mercantile, da assolutismi a democrazie, dal papismo al rinascimento
alla riforma alla scienza, producendo le nazioni attuali.
Abbi il coraggio di usare la tua propria intelligenza
Immanuel Kant

In copertina
Primavera di Sandro Botticelli – Elizabeth I Tudor di George Gower

Indice
MENTE idee

< > parole < > dialoghi CULTURA

PSICHE motivazioni < > azioni < > relazioni SOCIETÀ

5. Il Divario Socioculturale in Europa
Medioevo

Medioevo e Crociate
Medioevo in Italia
Venezia
Firenze
Papato e Riforma

Evo Moderno Europa
Inghilterra
Francia
Russia
Portogallo
Spagna
Germania
Italia

Rinascimento
Papismo
Teocrazia
Riforma
Controriforma
Sovranità, Commento
Illuminismo, Commento

Vizi e Vizi

Sunto 6: Sistema Privatista Moderno
Può restare utile consultare gli schemi in fondo al libro:
S4, S5: Regimi Politici

Italia
STORIA
Savoia
Non c’è storia d'Italia senza il casato che la unificò. Emerge
dalla Savoia, regione oggi in Francia a fine primo millennio
parte del regno di Borgogna che va sgretolandosi per cui il reggente
Umberto Biancamano (980-1048) si affida all’imperatore germanico
ricevendo il titolo di conte. Per matrimoni coi feudatari di Torino la
contea si allarga nel Piemonte, Amedeo VI (1334-1383) detto il Conte
Verde conquista varie terre tra cui Biella e Cuneo; suo figlio Amedeo
VII (1360-1391) il Conte Rosso acquista Nizza ottenendo lo sbocco sul
mare. Il figlio Amedeo VIII (1383-1451) è figura particolare: elevato a
duca da grande impulso a letteratura, architettura, arte, toglie terre al
Saluzzo e Monferrato per poi ritirarsi in convento; nel 1439 eletto
antipapa rinuncia poi al titolo. Saranno deboli i successori favorendo il
controllo francese finché nel 1536 Francesco I occupa il ducato.
Emanuele Filiberto è ormai solo duca nominale di Savoia poiché
la sua terra è sotto i francesi quando al comando di un corpo ispanopiemontese mirabilmente li sbaraglia nella battaglia di San Quintino.
Semplicemente l’armata francese sta affluendo nella zona ed è pigramente occupata a mettere su l’accampamento, sistemare tende e cibarie
quando il duca spunta con la cavalleria gettando scompiglio e scempio
sul nemico. Tanto disarmante la vittoria che la pace di Cateau-Cambrésis
del 1559 ripristina l’autonomia del ducato. Il lungimirante duca capiva
sarebbe comunque rimasto sotto le mire del potente vicino per cui portò
capitale a Torino che dotò di notevoli fortificazioni e creò un organizzato
sistema militare fondato non più su mercenari ma sui cittadini addestrati.
Carlo Emanuele I suo figlio, colto, versatile, abile, estende il
ducato sul Monferrato e Saluzzo tentando addirittura d'impadronirsi di
Ginevra, all’epoca unico principe italiano in grado di tenere testa alle
grandi potenze europee. Dopo di lui nel 1655 le truppe ducali assaltano
nelle valli vicine i protestanti Valdesi fino alla pace. Carlo Emanuele II

migliora l’esercito, fonda la scuola pubblica, promuove l'espansione
urbanistica di Torino in stile barocco, porta la corte alla reggia di
Venaria Reale per imitare i fasti di Versailles.
Vittorio Amedeo II (1666-1732) suo figlio viene coinvolto nella
guerra di successione spagnola per cui il ducato è devastato dalle truppe
francesi che giungono a assediare Torino nel 1706. È tra l’altro famoso
l’episodio del geniere Pietro Micca che nei sotterranei si accorge
dell’arrivo dei francesi che hanno scoperto quel passaggio che porta
nella città, ma dando fuoco al deposito di polvere da sparo lo fa
esplodere e muore ma con l’eroico sacrificio uccide i francesi e
soprattutto fa crollare e ostruire il passaggio. Prima che l’assedio sia
completo il duca esce con 6000 cavalieri e si è poi riunito al cugino
Eugenio condottiero delle armate austriache giunte in soccorso: a lungo
osservano l’assedio della città da sopra il colle di Superga fino a vedere
un punto dove l’accampamento francese si assottigliava e risulta punto
di debolezza. Amedeo si ritira nella chiesetta sommitale a pregare e fa
voto di innalzare li una splendida chiesa se avessero vinto; Eugenio resta
a guardare il panorama militare e quando va verso il cugino è certo della
vittoria. L’attacco avviene sul punto debole, di sorpresa e coadiuvato
dagli assediati: tutti si riversano sui francesi che confusi scappano
ovunque, dispersi e in rotta fin oltre le alpi. Torino e il Piemonte sono
liberati e la bella chiesa di Superga innalzata in onore di Dio e dei
Savoia. Che terminata la guerra nel 1713 ottengono pure la Sicilia e
Vittorio Amedeo il titolo di Re; però nel 1720 l’isola viene scambiata
con la più vicina Sardegna e da quel momento la nuova entità statale sarà
Regno di Sardegna.
1796, Napoleone Bonaparte annienta l’esercito del Piemonte e lo
occupa. Nelle campagne devastate si spande il caos: i contadini lamentano le pessime condizioni di vita, tasse esose e angherie dando vita a
bande armate che saccheggiano e proclamano effimere repubbliche. Re
Vittorio Amedeo III muore solo e derelitto nel castello di Moncalieri.
Nel 1815 tutto si ribalta col Congresso di Vienna che ripristina il Regno
di Sardegna a cui da pure le terre di Genova; ma il clima è ormai
radicalmente cambiato e i moti liberali del 1821 spingono Vittorio
Emanuele I a abdicare in favore di Carlo Felice che, senza figli, lascia il
trono al ramo dei Savoia-Carignano con Carlo Alberto.

Patrioti
Se la conquista francese aveva dato effimera unità, e la restaurazione
divise per riporre sui troni i vari sovrani, pure aveva sparso la coscienza
dell’arretrata spartizione in staterelli da superare con una nazione e degli
assolutismi da ribaltare con forme parlamentari di governo. Idee nuove
che subito crebbero e si fortificarono in ideali patriottici che danno prima
la Carboneria come aggregati di adepti però occasionali e dispersi, poi
la Giovine Italia a coordinare i tanti volenterosi, fondata nel 1831 da
Giuseppe Mazzini. Tra i primi patrioti c’è Ciro Menotti, entrato nella
carboneria a 19 anni nel 1817 e anima della fallita sollevazione di
Modena del 1831 per cui viene giustiziato. Molti lo seguirono, persone
che avrebbero vissuto una serena esistenza, anonima e silenziosa se non
avessero creduto e tentato l’audace impresa di fare l’Italia: tanti
scivoleranno anonimi nella morte e non ne sapremo nemmeno il nome.
Non potendo dire tutte le vite spezzate al sommo ideale ricordiamo i più
famosi ma valgano a memoria di tutti. I fratelli Bandiera, nobili ufficiali
della marina austriaca dalla quale disertano per sbarcare con altri in
Calabria e far sollevare il popolo che non si muove: è il 1854, Attilio 34
anni e Emilio 25 anni sono fucilati. Carlo Pisacane, altro nobile idealista,
nel 1849 partecipa alla Repubblica Romana, 1857 lui e 24 patrioti
sequestrano una nave con cui giungono a Ponza dove liberano i detenuti
dal carcere che a loro si uniscono; sono trecento e sbarcano a Sapri dove
si scontrano coi gendarmi borbonici quindi fuggono verso Sansa. Alba
del 2 luglio, il parroco suona le campane per chiamare il popolo contro
coloro che reputano briganti: davanti alla folla di contadini ignoranti e
rabbiosi Pisacane ordina di non sparare. Finiranno massacrati a colpi di
roncole, forconi, falci.
Giuseppe Mazzini (1805-1872) nel 1833 fomenta rivolte in Piemonte,
nel 1834 progetta addirittura un’invasione dalla Svizzera ma il capo
militare, generale Ramorino, si è giocato i soldi raccolti e così rimanda
all’infinito finché il progetto naufraga. Eterno fuggiasco, crea nel 1831
la Giovine Italia e promuove moti e rivolte per l’Italia una, libera,
repubblicana; sarà triunviro della Repubblica Romana del 1849. Col
tempo e i fallimenti sarà chiaro che solo uno stato organizzato e interessato, quello sabaudo, e un abile politico come Cavour saranno in grado

di creare l’Italia una e libera: nel 1870 l’ormai anziano Mazzini rientrerà
in patria ma sarà monarchica. Di casato benestante e con un’impresa di
tessuti, Orso Teobaldo Felice Orsini (1819-1858) era comunque un
irrequieto e con un omicidio giovanile per rivalità amorose; amico di
Mazzini era di continuo a tentare rivolte per cui è arrestato dagli
austriaci ma evade. A Londra vive da benestante ma ha deciso di punire
Napoleone III per aver represso la Repubblica Romana e va a Parigi.
Prepara delle bombe micidiali piene di ferri e chiodi che, con dei
complici, la sera del 14 gennaio 1858 getta sulla carrozza del sovrano
che è però corazzata e regge: la strada si copre di dodici morti e oltre
cento feriti ma l’imperatore è salvo. Proprio a lui Orsini scrive dal
carcere una lettera in cui non chiede la grazia ma invoca la liberazione
d’Italia, lettera che farà gran clamore e aiuterà Cavour nel convincere il
capo della Francia. Poi il personaggio, più che patriota un sanguinario
terrorista preludio ai successivi assassini anarchici e estremisti, terminerà
la sua particolare vicenda umana alla ghigliottina.
Giuseppe Garibaldi nato a Nizza nel 1807, a 8 anni
salva una lavandaia caduta in acqua, a 16 s’imbarca
come mozzo, per tre anni abita a Istanbul. Incontra
molta gente e tutto lo convince che il mondo è pervaso
da un gran bisogno di libertà. Lo colpisce la frase di
Emile Barrault: Un uomo che, facendosi cosmopolita,
adotta l'umanità come patria e va ad offrire la spada e il sangue a ogni
popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe. 1833,
incontra Giuseppe Mazzini; 1834, marinaio della marina piemontese
prepara un ammutinamento che fallisce per cui fugge in Francia. 1835,
s’imbarca per il Sudamerica e giunge nella Repubblica del Rio Grande in
lotta di liberazione dal Brasile, su una lancia che chiama Mazzini compie
azioni di pirateria finché la potente marina nemica distrugge la piccola
flotta. Prosegue la lotta su terraferma e alla resa della repubblica passa in
Uruguay a combattere l’Argentina.
Ana Maria de Jesus Ribeiro vede nel cannocchiale
dalla prua della barca e sceso a terra la corteggia: è il
1839, lei ha 18 anni ed è sposata ma vive sola; Anita e
Giuseppe si piacciono e si sposano nel 1842. 1848,
vengono in Italia dov’è nominato generale dei volontari

e nella prima guerra d’indipendenza si scontra con gli austriaci ma deve
fuggire, poi va a difendere la Repubblica Romana contro le truppe
francesi giunte in difesa di papa Pio IX. Il 30 aprile 1849 lo scontro sul
Gianicolo è cruento e l’eroe viene ferito, col successivo attacco di
16.000 soldati francesi i 6.000 patrioti italiani cedono e fuggono dalla
città. Pochi giorni prima era giunta Anita incinta e decide di seguirlo nel
drammatico viaggio per portare aiuto alla Repubblica di Venezia. Divide
la cavalleria in piccoli drappelli che si muovono ovunque per sembrare
molti, il 31 luglio è accolto dalla Repubblica di San Marino dove
scioglie la schiera per fuggire di notte con 200 uomini. A Cesenatico
sequestrano 13 barche da pesca e partono per Venezia ma sono attaccati
da un brigantino austriaco che cattura 160 uomini: Garibaldi con Anita
in braccio guada il tratto di mare e giunge sulla riva dove si separa dai
superstiti che comunque saranno catturati e fucilati. È presso
Comacchio, Anita è malata ma il 4 agosto ripartono per fermarsi in una
fattoria dove lei muore: non c’è tempo e sua tomba sarà una buca nel
terreno incolto. Infine l’eroe trova una barca che lo porta in salvo.
Tornato a casa affida i figli ai parenti e s’imbarca per altri viaggi
toccando Tangeri, Gibilterra, Liverpool, New York, Perù, Cina,
Filippine, Australia e infine a Boston; sarà ospite di Antonio Meucci e
lavorerà nella sua fabbrica di candele. 1855, compra l’isola di Caprera e
vi costruisce la casa: per un po’ vive tra capitano di nave e contadino.
1859, al comando dei Cacciatori delle Alpi batte gli austriaci a
Varese e a San Fermo: è tanto l’entusiasmo che i volontari rapidamente
passano da 3000 a 12000. 1860, scocca l’ora della mitica spedizione dei
mille terminata la quale torna a Caprera. Ma sogna Roma e nel 1862
sbarca in Calabria con duemila uomini; sul massiccio dell'Aspromonte i
bersaglieri aprono il fuoco, Garibaldi ordina di non rispondere e per far
cessare il fuoco si alza e viene ferito, allora lo scontro cessa. Arrestato è
presto liberato dal re. 1867, pur tenuto a Caprera sotto sorveglianza ci
riprova: si fa sostituire da un sosia e fugge, con 8.000 volontari si dirige
su Roma ma la città non si ribella e i francesi muniti di moderni fucili a
retrocarica fanno strage dei suoi uomini a Mentana. È di nuovo arrestato,
si dimette da deputato. 1866, nella terza guerra d’indipendenza batte gli
austriaci ma è stata fatta la pace: al telegramma con l’ordine di abbandonare le zone occupate risponde col famoso Obbedisco. 1870, combatte
per i francesi ed è l’unico a battere i prussiani.

Favorevole a scuola pubblica e suffragio universale, aveva un
pensiero schiettamente laico. Siccome negli ultimi momenti della
creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova
il moribondo e della confusione che sovente succede, s'inoltra, e
mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga coll'impostura in
cui è maestro affinché, pentendosi delle credenze passate, torni ai doveri
di cattolico: in conseguenza io dichiaro, trovandomi in piena ragione
oggi, che non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso,
disprezzevole e scellerato d'un prete, che considero atroce nemico del
genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o
di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad
un discendente di Torquemada.
1882, muore a Caprera a 75 anni: negli ultimi giorni si faceva
portare fuori casa e a lungo guardava il mare.
Camillo Benso conte di Cavour nato nel 1810 da
madre calvinista, a 24 anni prende a viaggiare in
Francia e Inghilterra dove s’interessa allo sviluppo
industriale maturando la fede nel progresso fondato
su proprietà e libero scambio ma pure intellettuale e
morale. Progresso come crescita di creatività e di
dignità perciò utile a tutti i ceti sociali. Così governa
le sue terre ottenendo notevoli migliorie nell’allevamento, concimazione
e macchine agricole. Eletto deputato e fatto ministro toglie privilegi al
clero, sviluppa l’economia e ferrovie; pone la ques-tione italiana a livello
europeo. Con Napoleone III giunge ai patti di Plombières del luglio
1858: se l’Austria attacca il Piemonte la Francia interverrà fino a liberare
il Lombardo-Veneto che cederà al Piemonte da cui riceverà in compenso
la Savoia e Nizza. Però l’11 luglio 1859 a Villafranca il francese da solo
firma l’armistizio con l'Austria che cede la sola Lombardia; Cavour
deluso e amareggiato si getta in accese critiche contro Napoleone e
Vittorio Emanuele, quindi si dimette da capo del governo.
Ma politica è sempre politica: l’anno seguente il re lo richiama per
seguire la spedizione dei Mille che dalle autorità piemontesi è desiderata
e insieme temuta; quando le nazioni europee protestano Cavour fa
inviare dal re all’eroe una lettera con cui intima di non superare lo stretto
di Messina però unita a missiva personale in cui lo stesso re smentisce la

lettera ufficiale. Fa bloccare la spedizione militare di Mazzini contro lo
Stato Pontificio ma tenta di precedere l’entrata di Garibaldi a Napoli con
una rivolta antiborbonica che però non avviene; fa invadere dalle truppe
piemontesi Umbria e Marche con la scusa di fermare i garibaldini prima
che puntino su Roma. In realtà lo statista di libera chiesa in libero stato
lo pensava proprio che il pontefice lasciasse potere temporale e terre al
neonato regno, e certo papa Pio IX era di tutt’altro avviso. Il 17 marzo
1861 c’è la proclamazione del Regno d’Italia e a aprile il famoso scontro
con Garibaldi in parlamento: Cavour non vuole integrare ma sciogliere
l’esercito garibaldino ma in sua difesa l’eroe pronuncia un vigoroso
discorso a cui il conte reagisce. Non ci sarà rappacificazione. Dopo
pochi mesi, il 6 giugno Cavour muore per l’acuirsi della malaria di cui
soffriva: i funerali videro straordinaria partecipazione di popolo.
Morirono a migliaia. Pur se devo limitarmi ai più famosi. Tutti quei
patrioti, quei garibaldini, piemontesi e di tutte le regioni, spesso giovani,
votati alla causa, a inseguire l’ideale come terra promessa che allora si
riassumeva nella parola Italia. Tanti i meno famosi cui si dedica il nome
di una via o piazza, tantissimi gli ignoti che mai nessuna traccia di
memoria avranno. Eppure tutti, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e
gli altri, ognuno a modo suo, emersero dal loro contesto cercando di
essere nuovi, di sgusciare al futuro, di produrre il nuovo che nelle
intenzioni doveva essere bello per tutti. Grandi e piccoli, ricchi e poveri,
condottieri e seguaci, anche i senza nome, gli ignoti, chi morì in
battaglia o al capestro e che nessuno mai ricorderà: per tutti ci doveva
essere il domani, il tempo migliore. E quando noi oggi italiani
guardiamo il nome di una via o una immagine retorica e sbiadita,
dobbiamo chiederci se poi valeva la pena pensare Italia, una, libera, se
stessa. Apice della sua cultura, culmine cui bramavano i secoli, le città,
le chiese, i castelli, borghesi e contadini. Quanta gente morì! Quante vite
stroncate per un nome, un’idea che pareva sublime, e, al fondo della più
lucida coscienza, chiederci: valeva la pena?
Monarchia
Un sogno aleggiava sulla penisola, ideale levitava e la voleva unita e
libera dallo straniero, ideale vissuto con speranza e passione da parte di

una classe umana, i patrioti che erano nobili e borghesi e contadini che
comunque a lei si rivolsero. Tale massa dispersa sulla penisola va avanti
per fasi: prima è la Carboneria in disorganizzazione perché dispersa su
tanti gruppuscoli locali, occasionali e scoordinati. Mazzini le da forma
ideale di Giovine Italia che sollecita e coordina i vari patrioti e gruppi,
ma è ideale: non ha la dote organizzativa, fattiva, concreta di uno stato.
E possibile candidato tra gli staterelli si erge il Regno Sabaudo: quando
re Carlo Alberto il 4 marzo 1848 promulga lo Statuto Albertino e pone il
Piemonte a guida ideale dei patrioti, e quando il 23, cioè appena dopo,
dichiara guerra all’Austria-Ungheria campeggia come colui che può
concretamente farlo.
Prima Guerra d'Indipendenza è preceduta da molte rivolte: la
Sicilia caccia i Borboni, cinque giornate di Milano, Parma, Modena,
Bologna, in Cadore; Toscana, Roma, Venezia formano repubbliche,
infine le dieci giornate di Brescia detta leonessa d’Italia per la strenua
resistenza agli austriaci. Comune è il desiderio di libertà e un diffuso
sentimento di patria, ciò convince Carlo Alberto che a marzo 1848
invade la Lombardia, a Pastrengo e Peschiera batte le forze del
maresciallo Josef Radetzky. Intanto tramonta l’idealismo riformatore di
papa Pio IX, timoroso di perdere la cattolica Austria, e di Ferdinando II
che teme lo spandersi della rivolta di Sicilia: ritirano le loro milizie
lasciando il Piemonte solo contro il gigante Austro-Ungarico. Il
sacrificio dei volontari toscani e napoletani ferma gli austriaci a
Curtatone e Montanara consentendo la vittoria di Goito, ma Carlo
Alberto, preso da troppe incertezze, non ha saputo sfruttare il vantaggio
iniziale e gli ormai logorati piemontesi vengono sconfitti a Custoza.
Dopo pochi mesi di armistizio la guerra riprende ma Radetzky
prontamente invade il Piemonte e vince a Novara, il re si arrende e
abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II.
Seconda Guerra d'Indipendenza del 1859 è frutto del notevole
impegno del grande politico Camillo Benso conte di Cavour, che
modernizza il regno e si allea con Francia e Inghilterra inviando nel
1855 un corpo di bersaglieri in Crimea contro la Russia, ciò gli consente
di porre la questione italiana a livello europeo. 1858, per accordo segreto
Napoleone III sosterrà il Piemonte se attaccato ottenendo in cambio
Savoia e Nizza: se la trattativa è fugacemente turbata dall’attentato di
Felice Orsini, per contrappasso notevole deve essere stato il peso della

contessa di Castiglioni, bella cugina di Cavour che la spinge all’impegno
patriottico diventando amante dell’imperatore. Si può pensarla una
forma elevata di prostituzione, la patria a compenso della grazia,
comunque tutto si fa per l’ideale. 10 gennaio 1859, con in mente il
trattato Vittorio Emanuele afferma in parlamento: non siamo insensibili
al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi; poi con
adeguate provocazioni Cavour riesce a farsi dichiarare guerra. Con gli
scontri di Palestro e Magenta si occupa la Lombardia, poi le dure
sofferte vittorie di San Martino e Solferino i cui molti caduti inducono
Napoleone a trattare la pace di Villafranca a luglio con l’Austria
all’insaputa dell’alleato. Ottiene solo la Lombardia che cede in cambio
di Nizza e Savoia. Si è creato un effetto domino: cacciati i loro sovrani,
Emilia, Romagna e Toscana chiedono l’annessione allo stato sabaudo.
Spedizione dei Mille sogno di Giuseppe Garibaldi, ben visto da
Vittorio Emanuele e mal visto da Camillo Cavour che teme le potenze
europee. Sotto l’occhio vigile delle autorità piemontesi i garibaldini si
concentrano e la sera del 5 maggio 1860 viene simulato il furto delle
navi necessarie, il Piemonte e il Lombardo: Nino Bixio con un drappello
ne prende possesso, quindi tutti salgono e si parte. Garibaldi veste la
camicia rossa, la cui leggenda è nata dal mucchio di panni rossi destinati
ai macellai argentini e acquistati perché a basso costo, ma la maggior
parte veste abiti comuni. Sono 1162 in gran parte del centro nord ma ci
sono pure stranieri, tra loro 250 avvocati, 100 medici, 50 ingegneri e una
donna, moglie di Francesco Crispi inviato dal re per mantenere i contatti,
in realtà per controllare. Partono da Quarto, presso Genova, hanno
vecchi fucili ma non le munizioni per cui il 7 si fermano a Talamone in
Toscana dove si riforniscono poi salpano per Marsala; giungono l’11
maggio, due piroscafi borbonici prendono a bombardarli ma in ritardo
per cui sbarcano poi lasciano la città. Calatafimi è il primo decisivo
scontro: i mille garibaldini affiancati da 500 picciotti attaccano i 4000
soldati del generale Francesco Landi; sono sulla collina quando dal
basso corrono i patrioti in un temerario assalto alla baionetta che sfonda
lo schieramento e mette in fuga il nemico. Se prima di attaccare al
dubbioso Nino Bixio l’eroe pronuncia la famosa frase: qui si fa l’Italia o
si muore, dopo fa curare pure i soldati nemici feriti e li visita
nell’edificio che li ospita. Quindi si muove, finge di dirigersi a Corleone
ingannando in tal modo altri eserciti borbonici ma piomba su Palermo: il

26 è a Porta Termini, lo scontro dura diversi giorni e si unisce
l’insurrezione di popolo, il 6 giugno il generale Landi lascia la città. 20
luglio a Milazzo il nuovo scontro, il 27 occupa Messina e qui riceve la
lettera di Vittorio Emanuele che chiede di non superare lo stretto, e la
seconda che smentisce tale ordine: sulle ali della vittoria Garibaldi
risponde di no. 4 agosto, i braccianti di Bronte e altri paesi insorgono
contro i possidenti e ne uccidono alcuni; il console inglese s’interessa e
Bixio è inviato in quella che definirà missione maledetta: arresta 300
persone e ne fucila 5. Su due navi giunte dalla Sardegna Garibaldi
sbarca a Reggio e batte i borbonici, poi
rapida marcia e il 7 settembre entra
trionfale a Napoli abbandonata da re
Francesco. 1 ottobre lo scontro finale sul
Volturno, 26 incontro a Teano con
Vittorio Emanuele II a cui dona la
sovranità sul regno delle Due Sicilie.
Terza Guerra d'Indipendenza 1866, dall’Austria subisce le
cocenti sconfitte di Custoza per terra e di Lissa sul mare; gli unici
successi sono quelli di Garibaldi che però viene fermato. Ma è alleata
alla Prussia che vince gli austriaci a Sadowa, e l'Italia avrà il Veneto.
Regno d'Italia proclamato il 17 marzo 1861 unisce varie regioni,
la capitale da Torino si sposta a Firenze e infine a Roma che per due
volte Garibaldi tenta di conquistare, fermato nel 1862 dalle truppe
italiane e nel 1867 dai francesi. Però la vittoria prussiana su Napoleone
III neutralizza la Francia e lascia senza protettore il Papato che diventa
facile preda dall’esercito italiano che entra il 20 settembre 1870 in Roma
attraverso la breccia di Porta Pia. La chiesa, privata del potere temporale,
è in totale rottura con lo stato laico e vieta ai cattolici di parteciparvi,
rottura sanata solo nel 1929 coi Patti Lateranensi. Subito sorgono
problemi nel meridione: brigantaggio, analfabetismo, povertà, ostilità
della chiesa. Il governo della Destra storica, alta borghesia e proprietari
terrieri, s’impegna a costruire uno stato centralista ma nel 1876 è
deposto e inizia l'era della Sinistra storica che porta riforme sociali e
scuola pubblica; dal 1901 il governo di Giovanni Giolitti attenua
l’autoritarismo statale e tollera proteste e scioperi, delibera il suffragio
universale maschile, sviluppa strade e industrie, nazionalizza le ferrovie.
Il giovane stato vuole imitare le potenze europee e tenta di colonizzare il

Corno d'Africa ma subisce la disfatta di Adua del 1896, mentre nel 1911
la guerra con la Turchia porta Libia e Dodecaneso.
Prima guerra mondiale dapprima neutrale, il paese entra nel
1915 a fianco di Francia e Inghilterra, col solito italiano voltafaccia
rispetto a Austria e Germania con le quali aveva pattuito la Triplice
Alleanza. Con sciocca imprevidenza l’Alto Comando da tempo agli
austriaci di arroccarsi nelle migliori posizioni sulle Alpi, col generale
Luigi Cadorna sarà guerra di trincea di estremo logoramento e masse di
soldati gettati al macello contro reticolati spinati e mitragliatrici del
nemico. Poi alla disfatta di Caporetto l’intero fronte crolla dando la
totale ritirata che perlomeno porta alla destituzione dell’inetto Cadorna.
Tanto pessima la conduzione degli alti comandi da causare nella truppa
notevole malcontento, disordini e ammutinamenti troppo spesso finiti in
spicce fucilazioni. Però sul Piave gli austriaci sono fermati e il nuovo
comandante maresciallo Armando Diaz sa con molta umanità rincuorare i combattenti e esaltare le reclute, quei ragazzi del 99 che avevano
solo 19 anni. Davanti alla nuova offensiva le linee italiane ressero e a
Vittorio Veneto il 23 ottobre 1918 si colse la vittoria finale.
Tempo macina obsolete certezze. La guerra che incendiò l’Europa
era partita classicamente come sfida tra sovrani ma si era svelata scontro
logorante di masse umane gettate al massacro. I sovrani si opacizzarono,
molti persero il trono e qualcuno la vita; il millenario sistema della
nobiltà che dominava le nazioni e muoveva armate di soldatini, e
vivendo di latifondi si vezzeggiava in ville e giardini, era tramontato. La
grande guerra aveva inghiottito il crepuscolare bagliore del potere
nobiliare, sorto addirittura dai barbari e da smembramenti feudali, dove
al feudo era succeduto il latifondo ma sempre viveva di rendita della
terra. Il millenario sistema di nobiltà e monarchi assoluti nutrito dal
mondo contadino era obsoleto e fu il vero perdente. Seppure, dopo il
tramonto, se ne possono ancora vedere come ultimi guizzi le dittature
fascista e nazista, violenti balzi ideologici nel passato come reazioni a
radicalismo e dittature comuniste: tutti regimi monocratici a vezzeggiare
gli uni i grandi proprietari nobili e borghesi, gli altri le masse di operai e
contadini. Cresceranno dal primo dopoguerra e si scontreranno uscendone tutti perdenti col sistema capitalistico di origine anglofila vincente,
vantaggioso per il dinamismo economico, la libertà e la democrazia.

Fascismo
La guerra è vinta ma lascia il paese spossato: dal fronte tornano i reduci
spesso menomati, la produzione agraria è crollata, i beni sono scarsi e i
prezzi crescono, la miseria diffonde. Si unisce il sentimento della vittoria
mutilata perché gli alleati non concedono talune terre richieste; ne
scaturisce la marcia su Fiume dove la folla di legionari guidati da
Gabriele d’Annunzio invade e conquista la città istriana che poi l’Italia
otterrà. Nel clima di disagi e delusioni si fronteggiano i ceti sociali,
crescono opposte ideologie, si scontrano le fazioni.
Biennio Rosso scaturisce dalle ormai diffuse teorie di Karl Marx
che mostrano la storia come lotta tra classi sociali e inseguono la
speranza di una società più giusta e un mondo migliore, istigando al
mutamento sulla via moderata del riformismo o su quella estrema della
rivoluzione. Così la rivoluzione bolscevica del 1917 portava il nuovo
regime che doveva essere egualitario e socialista e in cui molti speravano; subito la Russia Sovietica si fece propaganda nel mondo e divenne
modello per la sinistra, motivo di preoccupazione della destra. Europa
del 1919-1920 spossata dalla guerra è percorsa da ondate di agitazioni e
scioperi operai che reclamano aumenti salariali e giornata lavorativa di 8
ore. Proprio l’ideologia marxista-leninista spinge le lotte a travalicare le
sole rivendicazioni sindacali, a imitazione dei soviet russi nascono i
consigli operai che occupano le fabbriche come i contadini occupano le
terre, e si propongono come guide per l’imminente società comunista.
Effetto collaterale è l'odio nei confronti dei reduci che sono spesso
insultati. Il Partito Socialista vince le elezioni nazionali e comunali e
permette ai sindacati di appropriarsi della gestione del lavoro, imporre i
prezzi con proprie cooperative e dare ai loro iscritti posti e proprietà nei
comuni. Il mancato rinnovo del contratto di lavoro porta a occupare le
fabbriche a Torino, Milano, Genova, gruppi armati detti Guardie Rosse
compiono su proprietari e impiegati atti di violenza e alcuni omicidi.
Però gli operai si rivelano incapaci di gestire le fabbriche, il movimento
fallisce e si giunge all’accordo: l'occupazione termina a settembre 1920
lasciando 227 morti.
Rispetto alla rivoluzione sorgono due posizioni: i massimalisti la
ritengono inevitabile e semplicemente attendono mentre l'estrema
sinistra, imitando l'esempio sovietico, s’impegna perché avvenga. Ciò

lacera all’interno il Partito Socialista Italiano e durante il congresso del
15 gennaio 1921 a Livorno si ha la scissione del Partito Comunista
d'Italia, tra i fondatori Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Il sogno
rivoluzionario del Biennio Rosso coi suoi scioperi, militanti, parole
d’ordine, bandiere, soprusi e omicidi si è rivelato fatuo, breve parentesi
di passioni, speranze e fanatici eccessi come altre volte avverrà nella
storia. Così sintetizzò il capo di governo Giovanni Giolitti: Ho voluto
che gli operai facessero da sé la loro esperienza, perché comprendessero che è un puro sogno voler far funzionare le officine senza l'apporto di
capitali, senza tecnici e crediti bancari. Faranno la prova, vedranno che
è un sogno, e ciò li guarirà da pericolose illusioni. Ma guardando l’Italia
ancor oggi è incapace d’imparare, ancora troppi inseguono sogni
inattuabili. Allora il terrore dei tumulti germinò la svolta autoritaria.
Benito Mussolini nasce a Predappio il 29 luglio 1883, il padre
Alessandro è fabbro e socialista, la madre Rosa Maltoni maestra
elementare. 1900 si iscrive al Partito Socialista, 1902 in Svizzera è
muratore e giornalista ma pure agitatore politico per cui viene espulso:
all’epoca è avverso alla chiesa, a governo e riformismo. 1909, tornato a
Forlì diventa segretario socialista e dirige la rivista lotta di classe,
diventa direttore del Avanti! giornale del Partito Socialista; convive con
Rachele Guidi da cui avrà quattro figli. Inizialmente contrario
all’interventismo in seguito aderisce per cui viene espulso dal partito;
gennaio 1915 a Milano partecipa alla fondazione dei Fasci di Azione
Rivoluzionaria, poi va in guerra dove resta ferito.
23 marzo 1919 a Milano con cinquanta partecipanti fonda i Fasci
di Combattimento come squadre armate destinate a intimidire gli
oppositori: il 15 aprile devastano la sede dell'Avanti! Siamo al biennio
rosso, il governo di Francesco Saverio Nitti appare debole e Mussolini
s’impegna ampiamente in complotti. La sua posizione è sempre doppia:
da un lato cerca accordi con altri partiti ma dall’altro manovra lo
squadrismo; le camicie nere compiono migliaia di episodi di violenze
fisiche e verbali contro i popolari, socialisti, comunisti, un turbolento
vivaio di facinorosi che arriva a contestarlo quando lo vede troppo
morbido. 7 settembre 1921, il congresso di Roma vira i Fasci di
Combattimento nel Partito Nazionale Fascista, il 24 ottobre 1922 a
Napoli davanti a 40.000 camicie nere Mussolini afferma il diritto del
fascismo a governare. 27 ottobre, la rivoluzione fascista vede migliaia di

camicie nere nella marcia su Roma sfilare dietro i quadrumviri cioè Italo
Balbo, Emilio De Bono, Michele Bianchi, Cesare De Vecchi. Il grande
orchestratore è rimasto a Milano, timoroso della reazione dello stato e
pronto a fuggire in Svizzera: solo quando viene a sapere del buon esito
dell'azione va a Roma.
Il biennio rosso si è sgonfiato ma la paura di sussulti e sovvertimenti di sinistra permane: si teme in Italia il possibile regime comunista.
Perciò la borghesia appoggia il fascismo, i suoi giovani che vestiti di
camicie nere e cantando giovinezza volentieri terrorizzano tutti;
Mussolini li manovra a suo piacimento, ne avalla le violenze e si
propone da uomo forte che riporterà ordine nel paese quando è lui stesso
che alimenta il disordine. Il re è dubbio vivente, e preso dal tornare alle
amate battute di caccia non segue il consiglio del primo ministro Facta e
del generale Badoglio, non proclama lo stato d'assedio che avrebbe
facilmente sbaragliato i fascisti; vede anzi in Mussolini la soluzione e
compie il passo fatale di affidargli il governo. Con ampie manovre vince
le elezioni del 6 aprile 1924, con abusi, brogli e violenze denunciate il
30 maggio dal deputato socialista Giacomo Matteotti con duro discorso
alla Camera; 10 giugno è rapito e ucciso da squadristi che saranno
condannati ma il mandante è Mussolini. Che premuto dai fascisti più
radicali e nella passività del re inizia la repressione di ogni tumulto, il
controllo della stampa e pure dei dirigenti del fascio. A Bologna forse gli
sparò un ragazzo quindicenne, prontamente ucciso dai fascisti al seguito
per cui non poté parlare, ma l’attentato fu ottimo pretesto per emanare le
leggi fascistissime del 1926 con soppressione dei partiti e giornali
antifascisti, istituzione di polizia segreta OVRA, tribunale speciale e
confino. La dittatura da tempo strisciante è ora formalizzata.
Ma Mussolini è pure vanitoso e vuole porsi sull’altare d’Italia.
Perciò ovunque ostenterà la sua immagine: alla guida di auto potenti, in
tenuta d’aviatore, variopinte pose da uomo potente e roboanti parole,
statue, busti, manifesti, cinegiornali tempestano l’Italia. La modesta casa
natale sarà ed è tuttora meta di pellegrinaggi, diventa santuario del
regime e i soliti cortigiani erigono uno scalone trionfale per accedervi.
Coi patti lateranensi con la chiesa del 11 febbraio 1929 acquista il
plauso e il sostegno di gran parte dei cattolici che lo definiscono uomo
della provvidenza. Quindi interventi migliorativi come la battaglia del
grano per aumentare la produzione agricola, la bonifica delle paludi

dell’agro pontino, che deprime la malaria, invio del prefetto di ferro
Cesare Mori in Sicilia contro la mafia, le cui cosche comunque
premeranno su Roma fino a ottenerne la rimozione dimostrando fin da
allora la collusione tra stato e mafia.
Nel 1935 c’è la guerra d'Etiopia. Stranamente gli inglesi che si
oppongono non bloccano il canale di Suez da cui passano le navi
italiane. Molte le nefandezze: uso ripetuto di armi chimiche proibite
dalla Convenzione di Ginevra, distruzione di ben 17 ospedali nemici,
non rispetto della croce rossa, massacro di civili, prigionieri e perfino di
monaci cristiano-copti. Ma sulle ignominie, tenute nascoste, il duce ha
creato l’impero e re Vittorio Emanuele diventa imperatore; in quel
momento storico duce e fascismo hanno il massimo consenso dal popolo
italiano. D’accordo con Hitler invia militari in Spagna a sostegno di
Francisco Franco, il cui golpe nel luglio 1936 scatena la guerra civile.
Con l’asse Roma-Berlino si accetta l’annessione o anschluss dell'Austria
da parte della Germania, nel maggio 1938 è trionfale la visita di Hitler in
un’Italia colma di bandiere, folle, plausi per i due dittatori ormai amici.
Il 30 settembre la Conferenza di Monaco riconosce l’occupazione
tedesca dei Sudeti e Mussolini è festeggiato come salvatore della pace
per aver scongiurato la guerra. Aprile 1939 il duce ordina l'annessione
dell'Albania, forse per mostrare all'alleato tedesco la propria forza.
Seconda Guerra Mondiale
dal 1 settembre 1939, inizio facile
con invasione della Polonia da parte
della Germania per cui Francia e
Inghilterra le dichiarano guerra: per
alcuni mesi nessuno si muove poi la
potente macchina da guerra tedesca
rapidamente conquista Danimarca,
Norvegia, Olanda, Belgio quindi
travolge la Francia. Il duce vede l’amico alleato cavalcare alla conquista
d’Europa e ciò azzera tutte le pressioni di pace che gli giungono da Pio
XII, Roosevelt e Churchill che addirittura garantisce le richieste italiane
su Nizza e Tunisia, e all’interno da Ciano, Grandi, Badoglio; guarda, si
rode e compie il fatale passo che rovinerà l’impero, l’Italia, il fascismo e
lui stesso. Fu facile parlare dal balcone di piazza Venezia, declamare alla
folla: Combattenti di terra, di mare e dell'aria!.... la dichiarazione di

guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di
Francia ... la parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per
tutti … vincere! E’ il 10 giugno 1940, si sente sicuro sopratutto della
potenza militare tedesca e della rapida conclusione del conflitto in cui
entra seguendo quell’opportuni-smo politico che sempre lo guida. Mi
serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative
dice in privato al genero Galeazzo Ciano; si è proprio illuso e non
sembra rendersi conto che sarà ben diverso.
La furba guerra concepita dal duce, ormai preso dall’emulare il
potente alleato, per con poco impegno ottenere grossi utili, rivela presto
l'impreparazione, disorganizzazione e pure la svogliatezza dell'esercito
italiano. Si guarda alla Francia ma c’è riluttanza ad attaccare i cugini
d'oltralpe; solo le bombe sganciate da aerei inglesi su Torino e Genova
spingono a agire, e nei pochi scontri è addirittura l’esercito francese che
vince. Però i tedeschi prendono Parigi e al tavolo della pace a Monaco di
Baviera il duce mostra un’altro suo talento: chiede tanto per quel poco
che ha fatto; pretende infatti Corsica e Tunisia, il territorio fino al
Rodano, flotta e aviazione da guerra francesi; Hitler vincitore concede
solo delle briciole. Ordina agli eserciti in Africa di attaccare ma le
iniziali avanzate si rivelano presto effimere: la vigorosa controffensiva
già a dicembre 1940 porta gli inglesi alla totale conquista dell'Africa
Orientale Italiana e entrare in Libia. In seguito solo gli Afrikakorps,
formazioni tedesche di carri armati al comando di Erwin Rommel,
portano all’asse una fugace vittoria fino alla finale disfatta di El
Alamein. Ancora il duce decide che spezzeremo le reni alla Grecia e il
28 ottobre 1940 inizia l'attacco che scivola in disastro: montagne, gelo e
equipaggiamento inadeguato portano alla sconfitta; l'esercito greco si
rivela fiero, combattivo e ben organizzato, inseguirà gli italiani fino in
terra albanese. I troppi insistenti fallimenti veicolano Mussolini nelle
braccia di Hitler, che solleva l’amico inviando le sue truppe; di nuovo
incredibile la pretesa: nonostante la conquista sia dovuta alle forze
tedesche, il duce chiede e ottiene di occupare gran parte della Grecia.
Gli italiani amano farsi illudere finché le sberle li disilludono. Così
quelle batoste su tutti i fronti convincono i più a disingannarsi e vedere
in Mussolini colui che li sta portando al disastro: ci sono scioperi,
crollano i consensi, ci si rivolge al re perché lo allontani e cerchi la pace.
Il 7 aprile 1943 un Mussolini depresso e pessimista sul futuro della

guerra incontra Hitler a Salisburgo ma non lo convince ad un armistizio
coi sovietici; nel successivo incontro saprà solo stare in silenzio. Il 10
luglio gli anglo-americani sbarcano in Sicilia poi risalgono la penisola, il
13 alcuni gerarchi guidati da Dino Grandi chiedono la riunione del Gran
Consiglio del Fascismo che da anni non si svolge: quel sabato 24 luglio
si conclude approvando l' Ordine del Giorno Grandi che toglie a
Mussolini ogni incarico di governo. Il giorno seguente Vittorio
Emanuele lo informa della sostituzione con Pietro Badoglio: duecento
carabinieri intorno all'edificio, il duce è inviato sul Gran Sasso dove sarà
liberato dai tedeschi.
Badoglio in gran segreto tratta con gli anglo-americani un
armistizio che i pavidi titubanti vertici del potere italiano tardano a
proclamare, finché gli alleati forzano la mano rendendolo noto. È l’8
settembre. Subito il re con familiari, Badoglio e aiutanti fuggono
vigliaccamente lasciando le forze armate senza direttive e il paese nel
caos di cui approfittano i tedeschi che già sapevano e invadono. La gente
si spacca tra chi sta coi tedeschi e chi con gli alleati, Mussolini liberato e
sollecitato da Hitler fonda la Repubblica Sociale Italiana, uno stato
fantoccio i cui militi si accaniranno sui partigiani. Gennaio 1944 si
svolge il processo di Verona ai gerarchi che hanno destituito il duce, e fu
probabilmente per la pesante ingerenza tedesca che non volle salvare la
vita a Galeazzo Ciano marito di sua figlia Edda; nella guerra, tra i tanti,
si svolse pure questo dramma familiare. 20 luglio, giorno dell’attentato
fatto da von Stauffenberg, ultimo incontro con Hitler; 16 dicembre 1944
ultimo patetico discorso a Milano; aprile 1945 cede la linea gotica e la
milizia tedesca è in rotta: i fascisti vaneggiano di resistere nel ridotto
della Valtellina. Mussolini con Claretta Petacci e alcuni gerarchi partono
da Milano su delle auto che presso il lago di Como s’inseriscono in una
colonna della contraerea tedesca in ritirata. A una strettoia della strada è
fermata dai partigiani che, dopo trattative, consentono ai tedeschi di
proseguire però dopo perquisizione. Gli ufficiali convincono il duce
d’Italia a vestirsi di un cappotto da sottufficiale e un elmetto e
nascondersi in un camion, dopo pochi chilometri la colonna viene
fermata a Dongo e durante l'ispezione Mussolini è riconosciuto e
arrestato; nella notte lo raggiunge Claretta. Il Comitato di Liberazione
Nazionale informato invia un gruppo comandato da Walter Audisio che
il 28 aprile 1945 preleva Benito e Claretta per portarli davanti al muro di

una villa e ucciderli a mitragliate. L’urgenza dell'esecuzione fu certo
dettata dalla volontà di evitare ogni interferenza da parte degli alleati che
intendevano catturarlo per processarlo loro. Secondo una diversa
versione l’esecuzione avvenne sempre per disposizione del CNL ma
eseguito da alti dirigenti politici come Luigi Longo futuro segretario del
P.C.I. a cui Walter Audisio avrebbe dato utile copertura.
Poco dopo un’unità di partigiani delle Brigate Garibaldi fucila a
Dongo i gerarchi al seguito di Mussolini, tra loro Alessandro Pavolini
segretario del Partito Fascista, Nicola Bombacci ex comunista ora repubblichino, e Marcello Petacci che si era unito alla colonna nel tentativo di
dissuadere la sorella Claretta. Strana storia quella di Nicola Bombacci,
dirigente socialista e fondatore del Partito Comunista d'Italia che negli
anni trenta si avvicina al fascismo e spesso scrive a Mussolini da cui
viene aiutato. Fonda La Verità rivista del regime e dal 1944 è consigliere
del duce di cui segue le sorti fino alla fucilazione a Dongo e viene con
lui appeso a piazzale Loreto. Negli ultimi mesi di guerra non smise di
propagandare la causa fascista come unica vera rivoluzione per il trionfo
del lavoro. I corpi sono portati a Milano in piazzale Loreto, nello stesso
luogo dove il 10 agosto 1944 erano stati fucilati e lasciati esposti al
pubblico quindici partigiani. La gente insulta i cadaveri, infierisce su
loro con sputi e calci, allora i partigiani appendono i corpi a testa in giù
alla pensilina di un distributore di benzina; è aggiunto il corpo di Achille
Starace, segretario del PNF ormai caduto in disgrazia, fermato per le
strade di Milano mentre fa jogging e fucilato. Il brutto spettacolo di
esporre i corpi al pubblico ludibrio durò poche ore e fu fortemente
criticato anche da esponenti della resistenza tra cui Parri e Pertini.
Consenso e Caduta
Consenso al fascismo venne dalla delusione del trattato di pace che dopo
tanti morti e sacrifici era ritenuto svantaggioso: Gabriele D'Annunzio
parlò di Vittoria mutilata. Molto di più pesò la vicina rivoluzione
bolscevica e il suo affacciarsi col biennio rosso. Ma dal groviglio di
moti, gruppuscoli e fazioni che colora il dopoguerra il consenso emerge
soprattutto per l’abilità di Benito Mussolini di sviluppare la sua azione e
la sua immagine.

Azione di Mussolini nello sfruttare il malcontento e la paura del
pericolo sovietico che si vide incombere col biennio rosso: per terrorizzare socialisti e popolari seppe sguinzagliare squadracce di picchiatori
per poi ritirarle quando fu accettato come portatore di ordine e pace.
Attuò interventi economici, previdenziali, sanitari e pure la politica di
potenza fu ben vista dalla popolazione: tanta gente comune andò in
africa con l’idea di mettere su una fattoria sfruttando la manodopera
locale. Voleva un paese temuto e rispettato coi fasti dell'impero romano,
creando l’italiano nuovo, nazionalista e eroico. Era visto dai seguaci
come ribelle, trasgressivo e rivoluzionario, emblematico il motto me ne
frego contro il perbenismo liberale; ed era ovvio dargli il potere totale:
per forgiare il popolo non poteva che essere antidemocratico. Tutto ciò
era apprezzato e gli portò la quasi totale accettazione del popolo italiano
ma pure la stima di molti capi di stato e di intellettuali: Hitler lo
considerò suo maestro, Churchill un grande legislatore, papa Pio XI
uomo della provvidenza.
Immagine di Mussolini perché
molto venne dal generare forte consenso
sulla propria figura fino a renderla
oggetto di vero e proprio culto. A tal fine
s’impegnò nel meticoloso controllo della
cultura e della stampa, represse ogni
dissenso che potesse preoccuparlo con la
polizia segreta OVRA, tribunale speciale
e confino politico, volle finemente
tollerare innocui contestatori come
Croce, Salvemini e Bombacci proprio
per nutrire l’immagine di uomo forte ma
non di tiranno. Aveva carisma e notevole abilità oratoria come mostrano
i discorsi tenuti a folle oceaniche che seppe irreggimentare facendole di
continuo partecipare a manifestazioni civili o paramilitari. Sfruttò
sapientemente i nuovi mezzi di comunicazione di massa radio e cinema,
i primati sportivi, aeronautici, navali come il transatlantico Rex.
Descritto come figura divina, amata e rispettata, con caterve di busti,
ritratti, elogi, giornali e cinegiornali che spesso lo ritraevano in pose
militari e lo sguardo corrucciato: immagine che passava era di uomo
forte e efficiente nel gestire le attività dello stato, dalle più importanti

alle più futili. Retorica colma di frasi pompose e aggressive spesso in
totale contrasto con la realtà come spezzeremo le reni, vincere e
vinceremo, il discorso del bagnasciuga; con opportuna mimica facciale
dello strabuzzar d'occhi, smorfie e volitiva mascella. Definito uomo
della provvidenza, uomo della nazione, ampliatore della patria, latore di
benessere e civiltà, se si fosse fermato al 1936 per il duce d’Italia
sarebbe andata bene: era sugli altari e sarebbe rimasto desiderato e
osannato fino a morte naturale.
Caduta è ancora parte della parabola dell’uomo che volle lasciare
la modesta casa e il mondo anarchico di Predappio per uscire da miseria
e inquietudini con una rapida rampante carriera nazionale, dove il colore
politico e ideologico non contavano, infatti li mutò, se non per
l’affermazione personale. Movimento e regime fascista sono uniti
all’uomo che li creò, li diresse e ne provocò la caduta. Come il
partecipare alla guerra fu nuda verifica dell’uomo Mussolini, del Partito
Nazionale Fascista e del sistema Italia voluto e coltivato in quei venti
anni: fu la prova dei fatti a cui si vollero sottoporre il duce e il popolo
ammaestrato e che li vide rapidamente bruciare.
Caduta celere, terrificante, si compie per rapide sconfitte dalla
perdita dell’impero fino allo sbarco alleato in Sicilia, dovuta a inadeguatezza militare ma ancor prima a cecità e al grave errore di entrare in
guerra a fianco della Germania nazista. Ha origine dal sentimento che
presto pervade l’animo del duce che non si vede più sommitale nella sua
solitaria superbia, e tale decisivo vizio è invidia, invidia verso Hitler:
questo suo discepolo dichiarato ha in breve tempo sviluppato il potente
apparato militare tedesco, e si ostenta più megalomane e alto nel
prospiciente dominio del mondo. Ciò che sorge nel frequentarlo è il
vedere come costui sa essere più gelidamente determinato, di una
chiacchiera che travolge e ammutolisce il duce che negli incontri tardivi
starà normalmente in silenzio solo subendo le sue allucinate decisioni,
tornandosene a Roma con le pive nel sacco, incapace di porre freno e
separare l’Italia dal baratro del Fuhrer. Che non è cartonesco ma
convintamente malvagio, implacabile nel delirio di dominio del mondo;
ciò che il duce non ha saputo e non saprà essere, mai, ma che cova ed è
all’inizio tanto ipnotizzato da imitare. Il tragico inseguimento iniziato
nel 1938 con le leggi razziste conduce al fatale scivolamento in guerra.
Ma dietro il tronfio dittatore c’era soltanto il nulla.

Repubblica
Il dopo guerra è desolante: città ridotte in macerie, ferrovie e strade
interrotte, l'area triestina occupata dai partigiani jugoslavi che massacrano gli italiani gettandoli nelle foibe carsiche. Col referendum del 2
giugno 1946, in cui per la prima volta votano le donne, alla monarchia
compromessa col fascismo è preferita la repubblica; una Assemblea
Costituente scrive la nuova costituzione e grazie agli aiuti economici
degli Stati Uniti col piano Marshall inizia la ricostruzione. Segue il
miracolo economico: il basso costo della manodopera, che abbonda per
il flusso migratorio dalle campagne alle città e dal sud al nord, unita alla
creatività e intraprendenza degli imprenditori produce forte crescita di
tutti i settori e il boom della industria. Aiuta la nascita del Mercato
Europeo Comune (MEC) che apre le frontiere ai commerci con
conseguente aumento delle esportazioni. Il boom economico migliora la
condizione generale di vita che però favorisce il diffondersi di una
cultura di protesta con movimenti radicali spesso marxisti di giovani e
operai che culminano nel 1968 portando profondi mutamenti nel modo
di pensare e nella vita sociale. Inseguendo ideologie facilone e populiste
si opera il degrado della scuola, molti movimenti politici si estremizzano
e degenerano nel terrorismo delle brigate rosse e dei gruppi neofascisti
dando gli anni di piombo, con stragi, scandali e declino di partecipazione
politica. Decisiva nel pensare comune è la caduta del Muro di Berlino
nel 1989 con cui crolla ogni reale e ideale alternativa al capitalismo.
Si usciva dalla guerra, si usciva da scelte notevoli e drastiche,
volendo la repubblica e non la monarchia, la Democrazia Cristiana o
partito di Cristo e non il Partito Comunista Italiano amico di Stalin: per
decenni miniaturizzano in Italia lo scontro titanico della guerra fredda tra
i due blocchi politici e ben di più tra due modi di concepire la storia e la
vita. Arrivano i soldi americani del piano Marshall ma sopratutto coi
soldati arriva dalla grande nazione la cultura fatta di cinema di
Hollywood, di musica che sarà il Rock and Roll, Blues, Country, ci
plasmeranno le idee a stelle e strisce, attrici, politici, turisti e l’amore nei
loro occhi per i nostri ruderi. Cultura dinamica, un pensare nuove forme
e frizzante, intraprendente, personalizzato nei sentimenti, che sovvertirà
la nostra cultura fissista, i quattro secoli di mummificato pensare.
Ancora ci saranno i preti a bacchettare ma le gonne si alzeranno, e i

maschi italiani finalmente vedranno qualche limitato nudo di donna
senza dover aspettare la prima notte di nozze. Entrano soldi, si mettono
su imprese, gli italiani si scoprono originali, personali, creativi, in forma
di letterati, attori, registi, cantanti si sentono finalmente importanti per la
loro individualità, coltivano la propria soggettività che ha successo così
spargendo neorealismo e cinema di qualità, boom industriale e voglia di
cantare, voglia di mare, di sole, di vacanze, di godersi la vita. Si esce
dall’imperitura cultura cattolica, da ossequi a parroci, vespri e
processioni, dal voto al partito incensato dalla chiesa. Tutto perché gli
alleati hanno vinto sul fascismo, retriva forma dell’Italia tronfia,
reazionaria e fideista: gli americani ci hanno invaso!! Per fortuna perché
malasorte toccò ai paesi dell’est soggiogati al socialismo.
Così circa metà popolo italiano lasciò i campi per le fabbriche.
Lasciarono i terreni sui monti, pendenti e sassosi, case e stalle fatte di
pietre raccolte e murate con argilla, i poveri arnesi, i buoi al giogo e gli
asini ai carretti con cui portavano le verdure al mercato per raggranellare
qualche lira. Vita povera in millenaria cultura semplice e schietta, fatta
di sussistenza, di diffusa felicità e radicata saggezza: un mondo intero se
ne andava; si lasciava per il nuovo che era città, posto e stipendio sicuri,
un mondo luccicante che appariva tutto bene. Avevano voglia di nuovo,
avevano voglia di lavorare, credevano nel sistema che si ostentava allettante con le promesse di soldi, auto, canzoni e vacanze; avevano fiducia
nel sistema e quindi negli altri, nel comune sforzo per condividere il
prossimo abbondante benessere, prevaleva la sincerità sulla bugia, la
collaborazione sulla rivalità, il riconoscere i meriti e sostenerne i
portatori. Era sparsa una collettiva fiducia nel futuro luminoso e
fruttuoso, foriero di quei beni che a tutti avrebbe elargito, non solo soldi
e fama a attori e cantanti e imprenditori ma anche benessere per l’ultimo
operaio o negoziante. La speranza durò forse due decenni.
Poi venne il 68. Venne da fuori, annunciato dai ritmi del Rock e
dei Beatles, prima americano di studenti che contestavano la guerra in
Vietnam, poi francese, infine scese da noi, e lo tingemmo di ben altro
colore. Al pacifismo che contestava le scelte del potere ma mai avrebbe
abbattuto il sistema e il sogno americano noi sostituimmo l’oltranzismo,
la faziosità fanatica e sanfedista: siamo stati parziali e fanatici contro il
sistema, divisi tra estremismo di sinistra o di destra, tra brigate rosse e
ordine nuovo. Sigle, partiti e sindacati, sette e movimenti diversi, tanti si

sono colorati di faziosità, del dogmatismo di avere la verità assoluta per
cui tutto potevano muovere, dalle folle alle armi, pur di abbattere il
sistema. Questa spinta globale di ogni parte contro le altre, destra contro
sinistra, operai contro padroni, laici contro clericali, marxisti e
antimarxisti, maoisti e antimaoisti e chi più ne ha più ne metta, questa
lotta contro tutti ha condotto all’anarchia del sistema. Troppi confusi
valori, discorsi, analisi, prassi: il sistema affonda, fa acqua da tutte le
parti e non funziona.
CULTURA  VIZI E VIZI
C’erano le premesse, i primi segnali, ma non sono stati di monito. Era
nata la democrazia, ma la forma non basta. La ruffianocrazia si celava
sotto la meritocrazia, il servilismo sotto la dignità, già i caporali si
muovevano tra gli uomini (siamo uomini o caporali - Totò), le bustarelle
e una burocrazia incline a corruzione, i partiti boriosi e i preti che dietro
ostentato buonismo convalidano soltanto la chiesa. Corruzione c’era ma
si celava sotto la buona fisiologia del mercato, sotto boom e progresso
che portavano soldi premiando l’imprenditore, l’operaio, il funzionario
onesti. La discesa è avvenuta per prima cosa perché il sistema non si è
capito: i nostri intellettuali e docenti universitari che studiano i peli sul
culo delle vespe o il berretto di Garibaldi non hanno capito la storia e le
sue dinamiche, non sanno chiarire e indicare come gestire i fenomeni
che tutti noi travolgono.
Il condursi di un sistema non avviene a caso. Niente di fisico segue
il caso e nemmeno l’evolversi di una sociocultura si ha senza che ci
siano spiegazioni. Così se l’Italia è oggi piena di problemi economici,
politici, sociali non è un caso ma il risultato attuale di una serie di scelte
sbagliate fatte dagli italiani le cui origini vanno capite. Parte del comune
modo di pensare, di una cultura diffusa e presente in ogni mente e psiche
che indirizza globalmente il sistema fin nella sua economia e politica.
Ogni cultura tende a essere unitaria e pesca nello spirituale: se il senso
dell’assoluto è sentimento sommo per cui la gente partecipa e vive la
religione, così questa più d’ogni altro fattore la condiziona. E poiché il
cattolicesimo da secoli permea e impronta i popoli latinofili in lui vanno
rintracciati i loro difetti. Ma quali sono i vizi italiani e cattolici?
Formalismo cioè superficialità, badare alle forme, scarna interiorità per assenza di riflessione interna e di autocoscienza; produce il

feticismo cioè oggetti, idoli, riti falsamente pensati di totale valore, santi,
perciò idolatrati. Se totale fu la lotta alle immagini dei pagani politeisti e
idolatri, i cristiani non sono da meno: non si prega quasi mai il Dio unico
ma quasi sempre le figure storiche di Gesù, di Maria, dei santi maggiori
e la miriade di santi minori di cui i luoghi di culto sono colmi. Il lettore
sostituisca a santo il termine semidio e vedrà che ricco politeismo, in
grado di fare invidia agli induisti! Il cattolicesimo è terribilmente politeista: si autoconvalida con caterve di statuette, immagini e reperti, ossa e
cose di santi; tante reliquie tempestano l’Italia a darci l’immagine di un
paese idolatra e feticista. Tale ridondante cultura non coltiva l’interiore
sentimento di Dio ma il formalismo, esaurisce la religiosità recitando il
rosario o la forma del rito o comprando la statuetta o altro nell’infinita
caterva di oggetti tinti di santità elargiti come biglietti a buon prezzo per
il paradiso. Il cattolicesimo coltiva la partecipazione formale, rituale,
finta e così tarpa la profondità del pensiero e di coscienza, del giudizio,
radicata abitudine che poi si trasla un po’ ovunque nei rapporti sociali
come nel concepire e vivere la democrazia.
Monocultura perché tutto si è fatto per avvolgere la persona. Si
nasce cattolici e si è imbevuti di quest’ideologia, della dottrina, parole,
riti, tanti da coprire l’intera esistenza dal battesimo al matrimonio alla
estrema unzione; ti riempiono gli occhi, gli orecchi e la mente di
ridondanti forme e paludamenti, di modelli tipici di parroco, fedele,
papa. Tante parole, scritture, abiti, santuari, adunate ti circondano, ti
riempiono, catturano, ti plagiano. Non è previsto, non dovresti mettere il
capo fuori, e per evitare contaminazioni dall’esterno, dubbi e idee
alternative, tutto l’impianto vivente cattolico è stato costruito per
l’esclusiva, per l’avvolgente plasmare le menti ai suoi tanti dogmi.
Dottrinarismo / Non Oggettività. Da osservazione e analisi della
realtà viene la sua comprensione con valutazioni e applicazioni che ne
seguono. Però l’italiano acquisisce ciò che piace non ciò che è: della
realtà, della nuda verità delle cose vede e vuol sapere solo ciò che
desidera e sopratutto ciò che non incide sulle certezze personali. Di essa
accetta poco e in modo occasionale e distorto; anche quando la dura
realtà gli sbatte sul viso e peggiora la sua vita lui continua in astrusità e
pregiudizi e non vuol vedere: nel suo pensare, nel giudizio sulle cose,
conta ciò che piace non ciò che è. Fisso nell’ideologia, cattolica, fascista,
marxista, non importa, è spinto ad aderire a un pensare assoluto e

indiscusso cioè dottrinario, settario, astratto, non certo mistico ma certo
fuori dal reale. Deserto di oggettività e realismo, l’italiano resta superficiale perché solo così non turba le sue certezze, la fede nel suo pensare.
D’altronde chi pensa diverso sparge dubbi ed è pericoloso, sarà eretico
perseguitato e cacciato. Qualsiasi partito o religione o setta che vuole
essere monolitico deve fare così: il pensiero diverso è eresia, la libertà è
pericolosa, il ribelle da contrastare e espellere. Tale inclinazione socioculturale è particolarmente accentuata nel credo cattolico il cui intero
costrutto teologico dogmatico è monocultura, monopolio di cultura
trasmessa senza dare spazio a altro pensare, altri valori e certezze che
non siano i suoi. È una grande fiaba, costrutto compiacente alle umane
speranze che usa la propria valanga di segnali formali per convincere e
trascinare; fideismo che vive di dogmi e esclude l’oggettività, eclissa
l’evidenza: la penuria di realismo fisico nel pensare spiega perché la
scienza resti indietro nei paesi cattolici.
Narcisismo / Non Comprensione. Oltre che personale, sapere è
fatto sociale: con agli altri si assimila il reale, insieme si accettano i dati
e se ne fa cultura. Ma noi troppo vediamo noi stessi. Seguiamo i nostri
sentimenti, valori, pensieri mentre ben poco siamo inclini agli altri: le
nostre certezze sono misura di ogni cosa e non vogliamo metterle in
dubbio. Oltre che superficiali siamo gonfi di sicumera: amiamo e ci
crogioliamo nel nostro pensare e solo in modo effimero si accettano idee
altrui. Deriva dal vizio precedente: siamo repellenti alla realtà come agli
altri perché turbano il nostro narcisismo. Ne deriva pure il gran bisogno
di stare sulla scena, del parlare gonfio di magniloquenza, di ostentarsi
vanitosi agli altri con le nostre bravure. Vizio egemone è l’incapacità di
ogni parte politica o sindacale o religiosa di capire le altre, di capirne i
motivi e le ragioni anche quando sono vistosi e validi. Si legge al proprio
libro coi paraocchi, ottusità, cocciutaggine; non è coerenza ma fissazione, immutabilità d’idee che immobilizza. Ogni fazione sociale, ogni
individuo, troppi non riflettono, non sono flessibili nei loro contenuti
mentali; nascono in famiglie preformate che nelle teste gli stampano la
croce e saranno cattolici, falce e martello e possono abbattere mille muri
di Berlino ma restano comunisti, e la destra agogna sempre un duce. Il
narcisismo è tipico del papismo che da duemila anni si riempie solo di
sé, si è infarcito di dogmi sempre escludendo altre visioni: non conosce
dialettica, non dialoga, come rimarcò il concilio di Trento.

Demagogia / Non Dialetticità. Piace propinare ciò che piace e non
ciò che è: analisi superficiali, finte verità, frasi a effetto, sparlare e
ostentarsi servono a suggestionare, sedurre, acquisire prestigio, fare
proseliti. È demagogia: discorsi nella sostanza vuoti ma zeppi di
lusinghe offrono terra e cielo pur di attrarre, convincere, avere un
seguito, essere eletti e finire in uffici dai lauti stipendi; promesse di
eguaglianza, giustizia e beni per tutti però sostenendo l’imbonitore,
capopopolo, giustiziere, uomo della provvidenza. Beato chi ha dignità e
imparzialità da non farsi illudere, beato il popolo che rifiuta i
demagoghi. D’altronde anche questo vizio è traslato da ogni fede quando
governa le folle con promesse di salvezza e paradiso.
Partigianeria / Non Comunanza. Il narcisista ben volentieri si
accomuna con chi la pensa come lui per avversare, criticare, contra-stare
chi è di altra setta, sindacato, partito; ed è opposizione totale: si lotta per
la propria fazione con pregiudizi e fanatismo, senza scrupoli perché il
partito o setta ha sempre ragione, pure quando sbaglia. Per fede si lotta
in modo totale, indubbio, fanatico: piace agli italiani il sanfedismo, dai
guelfi e ghibellini ai democristiani e comunisti al guazzabuglio dei
partiti attuali. Pure questa propensione viene dal cattolico integralista
che si sente unito alla chiesa ben più che allo stato, come avversa chi non
accetta la sua certezza.
Monocrazia / Non Democrazia. Piacciono quindi: fede totale,
dottrinarismo non oggettivo, narcisismo compiacente, demagogia
parolaia, faziosità. Ma piacciono di più se suggellate da una figura
carismatica che domina il campo sociale e protegge chi la sostiene: il
capo piace, ancor più se deciso, potente, privo di dubbi, totale. Non solo
Garibaldi, Mussolini, De Gasperi e Togliatti furono grandi trascinatori
ma pure i partiti che si formano sono per i sostenitori come chiese
politiche dai leader sommi: Forza Italia con Silvio Berlusconi, Radicali
con Marco Pannella, Lega Nord con Umberto Bossi, Comunisti con
Bertinotti, Sinistra Ecologia Libertà con Niki Vendola, Movimento
Cinque Stelle con Beppe Grillo. Palesemente la propensione a capi
assoluti e carismatici è traslata dal papismo.
Servilismo / Non Dignità. È ruolo complementare: dal
dogmatismo e faziosità si passa alla cortigianeria, allo scodinzolare sotto
un capo, a lodarne ogni scelta, parola, azione, e per lui lottare da
talebani, soldatini fedeli e fanatici.

In sintesi. Tutto inizia dall’asse portante teologico di cui si è
parlato: Dio Cristo (inviato) Pontefice (vicario) che da duemila anni
supporta il potere dei papi. Nucleo teologico e teocratico in se fragile e
ampiamente contestato, si veda il ripetersi degli scismi, perciò la
tradizione cattolica si è impegnata a puntellarlo con la profusione di
santi, icone, riti, santuari, dogmi: valanga di segnali per convogliare i
fedeli alla chiesa. L’impalcatura cattolica è grandiosa ma fragile, perciò
si è dovuta rinforzare all’interno perseguendo l’ineludibile imperativo
narcisismo di sentirsi vicario di Cristo, fuori col massiccio involucro di
formalismo che emettendo suadenti segnali ne cela la fragilità. Castello
di carte che al dubbio crolla, e i dubbi vengono da fuori, dal confronto
con culture diverse, e a difesa della propria integrità da secoli coltiva la
monocultura, dottrinarismo, partigianeria. Quindi piramide gerarchica e investitura divina autorizzano la monocrazia papale che per
complemento richiede obbedienza fino al servilismo.
Per uscire dalla crisi di valori e credibilità tardo medioevale e per
reazione alla riforma la chiesa si è irrigidita arroccandosi su tali qualità.
La controriforma è calata come pietra tombale a rendere chiuso e
provinciale questo paese che per secoli ha lasciato rovinare le radici
laiche come il Colosseo, che senza turbarsi i romani demolivano per
farne calce. E si saranno stupiti che a tedeschi, francesi, inglesi piaceva
e spendevano per visitare l’Italia, per mangiare spaghetti e dormire in vie
romantiche. Se non ci fosse stato l’opportunismo, la convenienza di
ritirare su quelle vecchie pietre, il Colosseo e la radice laica d’Italia non
ci sarebbero più. Se non c’erano gli stranieri a meravigliati guardare le
nostre antiche pietre, a portarci soldi col loro amore per il nostro passato,
tutte quelle vestigia non ci sarebbero più, sarebbero crollate, pietre per
case, calce. Noi non lo avremmo capito, e forse nemmeno ora visto che
Pompei crolla sotto l’ignavia.
Da secoli molti paesi vivono di papismo, ne sono plasmati e i vizi
assimilati traslati diventano costume sociale e quindi psicologia, modo di
essere e di funzionare che passa a altri enti, sette, movimenti, partiti. La
super coltivata monocrazia papale è cresciuta e permeata di sentimenti
primariamente gerarchici, motivo per cui questi passano in altre vesti,
ideologie, simboli, persone. In sostanza la fede egemone perpetua una
data psicologia che i sottoposti ripetono quando passano in ben diverse
forme come le comuniste o fasciste o di altri movimenti. Se assolutismo

gerarchico, magistero, obbedienza, sorsero come tratti istituzionali
cattolici pure vengono traslati in altre forme e sette che se ne impregnano. Ovvero, la potente monocrazia crea costume psicosociale nutrendo il
formarsi di altre monocrazie. Spinge a cercare capi carismatici assoluti e
dittatoriali, e in democrazia quei capi di partito o di folle cui sottostare
senza discutere; e se sono più di uno proprio la faziosità li contrasta e
alimenta incomprensione, rivalità, discordia fino all’anarchia. Della
influenza della fede su strutture e vita sociale diremo nel sunto sette ma
già appare evidente come proprio il papismo possa spiegare l’instabilità
dei regimi democratici nei paesi latinofili. Viceversa la cultura calvinista
sembra donare ai paesi anglofili una particolare interessante stabilità.
Comunque l’Italia è passata da secolare sociocultura cattolica,
cristallizzata e immutabile come l’ha voluta la controriforma, alla
modernità prendendo forme anglofile da americani e inglesi quali
capitalismo, imprese, cultura, partiti e democrazia ma senza averne le
qualità, i sentimenti personali e collettivi. È passata dalla mentalità
moralistica a quella amorale, priva di valori ne rispetto ne regole; da
universo tradizionale sotto gerarchia cattolica a universo sciolto dove
ognuno è contro tutti per cui finisce globalmente in anarcoide. Pur
transitando e intrattenendoci nella nostra breve stagione creativa di
cinema e musica, tra La dolce vita di Federico Fellini e le canzoni di
Battisti e Mina, si è ben pensato di perdere il ragnateloso moralismo
cattolico per andare alla libertà mentale e psichica, ma non si è pensato,
e nessuno la voleva, che occorreva una nuova etica. Tra moralismo e
amoralità non si è maturata una morale.
Italia: vuoto d’identità collettiva. Non popolo, non sistema sociale
funzionante ma mucchio litigioso di fazioni indaffarate nella loro
faziosità. Cambino pure setta o partito o movimento ma il modo di
funzionare è lo stesso, si cambino stendardi, ideali, certezze, scritti di
riferimento e parole d’ordine ma il settarismo resta. Nel sistema ciò
produce incomprensione, discordia, anarchia d’idee e poi sociale, ci si
scontra per ideologie e non si collabora al Bene Comune. Manca la
lucida coscienza che vede e giudica ma non ha pregiudizi, si è fin troppo
inclini a non pensare e non prendersi responsabilità, da cui viene il
trovare un capo, una guida, un duce cui sottostare con cortigianeria. Si è
inclini a ogni ideologia e comizio di qualsiasi parte o colore purché tolga
il fardello della responsabilità personale.

Questo è paese delle faziosità che sgretolano il sistema sociale
produttivo e democratico. Resterà paese retrivo a meno che i vizi non
vengano al pettine della coscienza e finalmente ci si diano nuovi valori e
nuovo costume sociale.
SOCIETÀ
Descrizione piuttosto dettagliata per evidenziare come i fatti si relazionano su più livelli tra persone, casati, istituzioni, un po’ lunga su
quelli di maggior peso mentre tanti anonimi si sommano in moti, partiti,
aziende, folle che delegano, manifestano, si organizzano, lottano,
svaniscono. Ciclo s’interseca a ciclo, le vite si rapportano e il sommarsi
configura una sociocultura.
Così tra i grandi personaggi c’è Mazzini, salito a teorico della
patria per finire eclissato dagli eventi; Garibaldi il condottiero audace e
glorioso poi deluso dal paese compiuto; a fronte tanti martiri, i patrioti,
ma quanti! Presi dall’idea d’Italia vi si gettarono carbonari, mazziniani,
garibaldini, piemontesi e di tutte le regioni, i militi nella grande guerra e
i partigiani nella seconda: perché gli italiani sanno essere idealisti e sono
bravi a unirsi contro il nemico esterno. Come sono bravi a litigare. Poi
c’è Mussolini da anticlericale rivoltoso a primo attore dell’italietta
fascista finché scivola nel disastro suo e del paese. E fu forse per vicina
memoria di tanto dolore che Palmiro Togliatti nel 1948, dopo l’attentato
subito, non volle dare la stura ai suoi militanti che ex partigiani di armi
ne avevano, a sprofondare in nuova guerra civile. Ciclo suo e di tanti
capi e militanti del Partito Comunista Italiano, cresciuti nella speranza di
una società di uguali e senza padroni per poi crollare con lo stato guida
U.R.S.S. e il muro di Berlino. Pure taluni casati hanno avuto notevoli
peso e ciclo. I Savoia sono ascesi da conti a duchi a re di Sardegna e re
d’Italia fino al fugace impero del 1936: valenti condottieri e politici
crearono il loro potere e l’unità italiana, certo meritevoli della corona.
Fino alla sciocca ignavia di Vittorio Emanuele III, tanto miope da restare
avvinto al fascismo e da lui trainato in gravi errori per cui il casato ha
perso il regno.
Progresso da staterelli regionali a Italia unita.
Struttura nell’800 era ancora a latifondi d’origine feudale e da
grandi ricchezze e il vasto mondo contadino in poderi dalle valli ai
monti, fin dove sia possibile coltivare, che viveva di sue tradizioni, fiere

e modi di condursi ma sottoposto al ceto dei proprietari terrieri nobili o
alto borghesi. Monti popolati e città ancora limitate a poco più della
cerchia di vetuste mura medievali con artigiani, mercanti e funzionari,
piccola borghesia che, a parte gli abiti, non era diversa da quella dei
secoli trascorsi. Incalzate dai modelli europei nascono le prime fabbriche
e imprenditori sostenuti dallo stato, vecchio vizio italico, e operai
sempre più coscienti di sfruttamenti e ingiustizie, tra albori di mercato e
arroganza padronale. Tutto cambia radicalmente col miracolo economico
che induce metà italiani a passare dalla campagna alle nascenti
metropoli, facendo sparire il tradizionale mondo contadino in favore di
grandi periferie piene d’asfalto e cemento, industrie, supermercati,
quartieri dormitorio e anonimi concentrati umani.
Intanto il regime passa da monarchia costituzionale a dittatura
fascista quindi a repubblica parlamentare.
Ciclo dell’Italia appare doppio come un ripetersi.
Primo ciclo è in ascesa verso l’unità per irrequiete passioni che
trovano facile bersaglio nell’impero austriaco visto come ancien regime
da combattere e abbattere, e molti di tutti i ceti si gettarono a inseguire il
sogno di un mondo nuovo, italiano e insieme più umano, più giusto,
almeno così si pensava una volta cacciato lo straniero. Ma dal 1861, con
l’unità, i due valori di italiano e umano si scindono e vanno alla deriva.
La rigida burocrazia piemontese vorrebbe imitare la Francia ma riesce
solo a sfornare generali che perdono battaglie; porta comunque una
moderna laicità che però non penetra l’invulnerabile mondo cattolico:
all’Italia unita manca la cultura unitaria. La ridotta casta di nobili e
padroni s’impone con valori e scelte certo laiche e moderniste ma non ha
capito il paese e sparge solo incomprensione. Non convince il meridione
dove lotta col brigantaggio cui subentra la mafia, non convince il papa e
le masse cattoliche non partecipano a costruire il paese; nemmeno gli
operai e contadini resi consci dai valori socialisti e che si ribellano con
partiti e scioperi. La litigiosità tra il ceto borghese, attento ai soldi, e il
ceto operaio, che agitatori scaldano al fuoco della rivoluzione, produrrà
l’illusorio biennio rosso e il conservatore tronfio fascismo che il paese
preindustriale, cattolico e provinciale, affonderà nella guerra.
Secondo ciclo: si esce dalla dittatura e dai disastri della guerra con
una riconquistata dignità e volontà di rinascita. Si esce pure dal
cristallizzato sistema cattolico-contadino nel guardare e assimilare le

forme americane, il modello anglofilo di democrazia e capitalismo, e
inseguendo modernità e beni di consumo gli italiani si gettano nel
crescente sistema mercantile. Ma il miracolo economico è effimero
perché il nuovo sistema non supportato da coerente etica collettiva non
può essere stabile: la gente disperde idee, parole, azioni in teorie
inconsistenti e litigiose senza saper agire nei fatti. Se ascesa segue la
volontà di perdere miseria e ignoranza e avviarsi a benessere, soldi e
cultura, e in ciò c’era fiducia, cooperazione e sinergia. Si discende per
litigiosità, dottrine astruse, sterili discussioni faziose, assenza di realismo
e di senso della comunità da cui incomprensione, diffidenza, egoismo,
rivalità, avidità e corruzione, chiasso, anarchia.
Storia è maestra e capirla aiuta a meglio vivere. Certo richiede
umiltà di sapere, vedere, comprendere, per raggiungere la chiarezza delle
idee, capacità di giudizio e coscienziosità nelle scelte. Urge cambiare e
già le menti italiche pensano a rivoluzioni che poi daranno dittature. Ci
vuole riforma: un cambiamento nel pensare e nel sentimento che diventi
cultura; e certo l’abbandono del costume italiano per il costume
anglofilo sarà utile in un obbligato maturare.


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