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1 Cancella Il Giorno Che Mi Hai Incontrato .pdf



Nome del file originale: 1 Cancella Il Giorno Che Mi Hai Incontrato.pdf
Titolo: Cancella il giorno che mi hai incontrato (Narrativa) (Italian Edition)
Autore: Leisa Rayven

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Anteprima del documento


Cassandra e Ethan. Quando sono sul palco insieme, a nessuno sfugge l’attrazione e la potente alchimia che si sprigiona tra
loro appena si sfiorano o si guardano negli occhi. Una passione che toglie il respiro, davanti alla quale è impossibile restare
indifferenti. Tanto che all’Accademia d’Arte di New York vengono scelti come protagonisti per lo spettacolo di fine anno,
Romeo e Giulietta, la storia d’amore più famosa di tutti i tempi.
Però, una volta calato il sipario e smessi gli abiti di scena, il rapporto tra Ethan e Cassandra si rivela complicato e ingestibile.
Lei è la classica brava studentessa, timida, ingenua e sempre pronta ad assecondare il prossimo pur di farsi accettare.
Ethan invece è bello e dannato, con un volto da angelo ribelle a cui nessuna ragazza può resistere. Lasciarsi sembra l’unica
soluzione per continuare a sopravvivere, anche se il dolore è devastante, soprattutto per Cassandra. Rimasta sola a New
York deve ricominciare da zero partendo proprio da se stessa e dal suo cuore tradito. Mentre Ethan, baciato dal successo,
è in tournée in giro per l’Europa.
Anni dopo, scritturati di nuovo per interpretare una coppia di amanti, Cassandra e Ethan si ritrovano sul palco ad affrontare
i demoni del loro passato e il fuoco di quella passione che, nonostante il tempo, non ha mai smesso di ardere. Ma può un
amore così intenso e lacerante finire davvero?

LEISA RAYVEN, australiana, ha cominciato a pubblicare Cancella il giorno che mi hai incontrato sulla piattaforma Wattpad.
Il romanzo è stato scaricato 2 milioni di volte prima di essere notato e conteso all’asta dagli editori americani ed essere
venduto in 8 Paesi. Incoraggiata dalle lettrici ha scritto anche il seguito, Puoi fidarti di me, di prossima pubblicazione.

Leisa Rayven

Cancella il giorno
che mi hai incontrato
Traduzione di Anita Taroni

Proprietà letteraria riservata
Copyright © 2014 by Leisa Rayven
© 2015 RCS Libri S.p.A., Milano
ISBN 978-88-65-97404-9
Titolo originale dell’opera: Bad Romeo
Prima edizione digitale 2015 da edizione Fabbri Editori: febbraio 2015

Le citazioni sono tratte da: William Shakespeare, Tragedie, traduzione di Gabriele Baldini, Rizzoli-Bur, Milano 2006.
Questo libro è il prodotto dell’immaginazione dell’Autore. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono fittizi. Ogni riferimento
a fatti o a persone reali è puramente casuale.

In copertina: fotografia: © Adam Weiss / Getty Images
Art Director: Francesca Leoneschi
Graphic Designer: Luigi Altomare / theWorldofDOT
www.fabbrieditori.eu
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Cancella il giorno
che mi hai incontrato

O natura, che hai tu da fare nell’inferno,
se accogli lo spirito d’un demonio
nel paradiso mortale d’una carne tanto soave?
Si diede mai che un libro dal contenuto così miserabile e
impuro menasse vanto d’una legatura tanto preziosa?
William Shakespeare, Romeo e Giulietta

1
Di nuovo insieme, troppo presto

Oggi
Grauman Theater, New York
Primo giorno di prove
Accelero il passo sul marciapiede affollato, sudando per la tensione.
In testa sento la voce di mia madre: Una vera signora non suda, Cassie. Luccica.
In tal caso, mamma, in questo momento «luccico» come un maiale.
E, comunque, non ho mai preteso di essere una signora.
Mi ripeto che «luccico» solo perché sono in ritardo e sto correndo. Non per lui.
Tristan, il mio coinquilino/life coach, è convinto che non mi sia ancora passata.
Cazzate.
Certo che mi è passata.
Mi è passata da un sacco di tempo.
Attraverso la strada di fretta, schivando il traffico incessante di New York. I tassisti mi
insultano in tante lingue diverse e io rispondo allegramente alzando il dito medio: sono
abbastanza sicura che significhi «vaffanculo» in tutto il mondo.
Entro in teatro e vado diritta in sala prove guardando l’orologio.
Merda.
Sono in ritardo.
Immagino l’espressione divertita sulla faccia di quello stronzo. Già prima di mettere
piede nella stanza ho una gran voglia di prenderlo a schiaffi.
Mi fermo davanti alla porta.
Ce la posso fare. Riuscirò a vederlo senza crollare.
Ce la faccio.
Sospiro e appoggio la fronte al muro.
Ma chi credo di prendere in giro?
Sì, certo, sarò in grado di interpretare una storia d’amore con il mio ex, che mi ha
spezzato il cuore non una volta, ma due. Nessun problema.
Batto la testa contro la parete.
Se esistesse il Regno degli Stupidi, io ne sarei la regina.
Inspiro a fondo ed espiro piano.
Il giorno in cui la mia agente mi ha chiamato per comunicarmi che avrei esordito a
Broadway, dovevo aspettarmi una fregatura. Era entusiasta del coprotagonista, Ethan
Holt, la nuova star del teatro. Continuava a ripetermi quanto è bravo, quanti premi ha

vinto, quante fan lo adorano. E quanto è affascinante.
Ovviamente lei non sa della nostra relazione. Perché dovrebbe? Non parlo mai di lui.
Anzi, se solo sento pronunciare il suo nome me ne vado. Quando stava dall’altra parte del
mondo era più facile, tuttavia ora che è tornato e che la sua presenza minaccia il lavoro
dei miei sogni…
Tipico.
Stronzo.
Non sarà semplice sfoggiare la mia solita faccia impassibile, ma devo farlo.
Tiro fuori lo specchietto e mi guardo.
Merda, sono più lucida del Chrysler Building.
Mi tampono con la cipria e ritocco il gloss. Chissà se mi troverà cambiata dopo tutti
questi anni. I capelli, che al college mi arrivavano fino a metà schiena, adesso sfiorano le
spalle, sono scalati e leggermente ondulati. Ho il viso un po’ più scavato, però direi che
sono rimasta più o meno uguale. Labbra medie. Corpo okay. Occhi né castani né verdi,
ma uno strano mix dei due colori. Più oliva che nocciola.
Rimetto lo specchietto nella borsa. Che palle, mi sto di nuovo facendo bella per lui. Non
ho imparato niente?
Ripenso a tutti i modi in cui mi ha ferito. Alle sue stupide spiegazioni. Alle sue scuse del
cazzo.
Sento montare l’amarezza. È un ottimo rimedio: fa salire la rabbia in superficie. Mi ci
avvolgo come fosse una corazza di ferro e trovo conforto nell’aggressività che ribolle. Tiro
un sospiro di sollievo.
Ce la posso fare.
Apro la porta ed entro in sala prove con passo deciso.
Avverto il suo sguardo su di me ancora prima di vederlo. Resisto alla tentazione di
cercarlo: se c’è una cosa che ho imparato è che con Ethan Holt devo tenere a bada
l’istinto. Quando non l’ho fatto, tra noi è andato tutto a rotoli. Era l’istinto a dirmi che lui
poteva darmi qualcosa, mentre invece non era affatto così.
Vado subito al tavolo della produzione, dove il regista, Mark Fiori, sta discutendo con i
produttori, Ava e Saul Weinstein. Accanto a loro c’è un volto familiare. Elissa, la direttrice
di scena, nonché sorella di Ethan.
Ethan ed Elissa si muovono in coppia: lui fa scrivere sul contratto che lei deve lavorare
in ogni suo spettacolo. È una cosa che mi lascia piuttosto perplessa, visto che litigano
come cane e gatto.
È come se lei fosse la sua coperta di Linus, ma perché dovrebbe averne bisogno? Lui
non ha mai bisogno di niente e di nessuno. È indistruttibile. Tipo il Teflon.
Elissa indica il modello in scala del set che useremo per le prove e parla della
meccanica di scena.
I produttori ascoltano e annuiscono.
Non mi crea il minimo problema. È bravissima nel suo lavoro, e abbiamo già avuto
occasione di collaborare in passato. Anzi, un milione di anni fa eravamo buone amiche,
quando ancora pensavo che suo fratello fosse un essere umano, e non un mostro senza
cuore.

Alzano tutti lo sguardo mentre mi avvicino.
«Lo so, lo so» dico, appoggiando la borsa su una sedia. «Scusate il ritardo.»
«Non preoccuparti, cara» risponde Mark. «Stiamo ancora discutendo alcuni dettagli di
produzione. Rilassati, prenditi un caffè. Cominciamo tra poco.»
«Ottimo.» Frugo nella borsa in cerca di ciò che potrebbe servirmi per le prove.
«Ehi, ciao» mi saluta Elissa con un sorriso caloroso.
«Ciao, Lissa.»
Un’ondata di nostalgia stempera la rabbia per un istante e mi rendo conto di quanto mi
sia mancata. È molto diversa dal fratello. Lei è bassa e lui alto; lei è rotonda e lui
spigoloso. Persino i colori sono in contrasto: bionda e liscia lei, moro e arruffato lui. Ma
quando la rivedo mi torna in mente il motivo per cui non ci parliamo da anni. È che la
associo sempre a lui. Troppi brutti ricordi.
Tiro fuori la bottiglia d’acqua e la borsa cade per terra con un tonfo. Mi fissano tutti.
Sento una risatina sommessa e digrigno i denti.
Vaffanculo, Ethan. Non ti guardo nemmeno.
Rimetto la borsa sulla sedia.
Di nuovo quella risatina. Giuro al dio degli Omicidi per Giusta Causa che lo ammazzerò
con le mie stesse mani.
Anche se è dall’altra parte della stanza, è come se mi fosse accanto: la sua voce si
insinua in me fino al midollo.
Devo fumare.
Lancio un’occhiata a Mark, splendido con il suo foulard mentre parla entusiasta della
commedia. È tutta colpa sua. È stato lui a volere Holt e me per questo progetto. Mi sono
autoconvinta che sarà un grande passo avanti per la mia carriera e invece sarà il mio
ultimo spettacolo, perché se quell’idiota non la smette di ridere scatenerò la mia furia
omicida e sarò bandita per sempre dai teatri.
Grazie al cielo la risata si spegne, eppure sento ancora il suo sguardo scorticarmi la
pelle.
Lo ignoro e riprendo a frugare nella borsa. Sigarette trovate, accendino disperso. Devo
assolutamente pulire questo letamaio. Dio, che cosa non ho qui dentro… Chewing gum,
fazzoletti, trucco, aspirina, vecchi biglietti del cinema, una boccetta di profumo,
assorbenti, chiavi, il pupazzetto di un lottatore di wrestling senza una gamba…
«Mi scusi, signorina Taylor?»
Alzo la testa e un ragazzo afroamericano molto carino mi porge una tazza. Riconosco la
bevanda dal profumo.
«La vedo un po’ stressata» dice. Il suo tono preoccupato mi trattiene dallo strappargli
le orecchie a morsi. «Piacere, sono Cody, lo stagista di produzione. Caffè?»
«Ciao, Cody, dammi pure del tu» rispondo, sbirciando nella tazza. «Che cos’è?»
«Doppio caffè verde macchiato con cioccolato e panna.»
Annuisco, colpita. «Come pensavo. È il mio preferito.»
«Lo so. Ho cercato di imparare tutto ciò che piace e non piace a lei e al signor Holt,
così da prevedere le vostre necessità e creare un clima piacevole durante le prove.»
Un clima piacevole durante le prove? Con me e Holt? Oh, povero piccolo illuso.

Accetto la bevanda e ne assaporo l’aroma mentre continuo a scavare in questo
ammasso di cianfrusaglie. «Ah, sì?»
Dove cazzo è l’accendino?
«Sissignora.» Cody tira fuori un accendino dalla tasca e me lo allunga con un sorriso
tenerissimo.
Sospiro e piego la testa all’indietro. Questo ragazzo è un dono del cielo.
Afferro l’accendino e resisto alla tentazione di abbracciare Cody. Secondo Tristan, sono
un po’ troppo appiccicosa. In realtà, lui dice «molesta», l’ho corretto io per sentirmi
meglio.
Decido di limitarmi a un sorriso. «Spero che non mi fraintenderai, so che ci siamo
appena conosciuti, ma… credo di essermi innamorata di te.»
Lui ride e abbassa lo sguardo.
«Se vuoi prendere una boccata d’aria, ti avverto io quando sono pronti per cominciare.»
Se non dimostrasse sedici anni probabilmente lo bacerei. Con la lingua.
«Sei un mito, Cody.»
Con la coda dell’occhio vedo un’ombra stravaccata su una sedia nell’angolo opposto
della stanza. Raddrizzo le spalle e avanzo impettita. Non me ne frega niente.
Il calore del suo sguardo mi segue finché non raggiungo le scale, poi divento insensibile
a tutto.
Quel calore non mi è mancato. Proprio no.
Le scale sono ripide e buie, e affacciano su un vicolo dietro il teatro. Accendo la
sigaretta senza nemmeno aspettare che la porta si chiuda. Do un tiro e mi appoggio al
muro freddo guardando la sottile striscia di cielo tra gli edifici. La nicotina non basta a
calmarmi i nervi: oggi è uno di quei giorni in cui mi servirebbe una dose di sedativi.
Finisco di fumare e faccio per tornare dentro ma, prima ancora che afferri la maniglia,
la porta si apre. Ecco la scintilla di tutte le mie peggiori incazzature. So che non dovrei
notarlo, però indossa un paio di jeans scuri che aderiscono al suo corpo in modo
spettacolare.
I suoi occhi sono esattamente come li ricordo: azzurro chiaro, ipnotici, con ciglia lunghe
e nere. Intensi fino a bruciare.
E il resto…
Me n’ero dimenticata. Ho voluto dimenticare.
È sempre il ragazzo più bello del mondo. No, non è vero. «Bello» non gli rende
giustizia. Gli attori delle soap opera sono belli, ma di una bellezza banale, insipida. Holt
invece è… ammaliante. Come una pantera, rara ed esotica. Un mix perfetto di bellezza e
forza. Enigmatico senza nemmeno volerlo.
Il suo fascino è insopportabile. Ha sopracciglia folte sempre aggrottate. Lineamenti
sottili. Labbra piene e delicate, che però sul suo viso sono molto virili. I capelli sono più
corti dell’ultima volta che l’ho incontrato: lo fanno sembrare più maturo. E più alto, se
possibile.
Accanto a me è sempre sembrato un colosso: uno e novanta contro il mio misero metro
e sessantacinque. Stando alla larghezza delle spalle, dopo il college deve aver continuato
ad allenarsi. Non è grosso, eppure sotto la T-shirt scura vedo chiaramente i muscoli

definiti.
Sento il sangue salire alle guance e vorrei darmi uno schiaffo per la mia reazione.
Figuriamoci se non si presentava più fico che mai.
«Ciao» dice, come se non avessi passato gli ultimi tre anni a sognare di prendere a
pugni quella sua stupenda faccia da stronzo.
«Ciao, Ethan.»
Mi fissa, e come al solito emana una vibrazione che mi scuote fino alle ossa.
«Ti trovo bene, Cassie.»
«Anch’io.»
«Ti sei tagliata i capelli.»
«Anche tu.»
Avanza di un passo. Odio il modo in cui mi sta osservando. Mi esamina e approva. Ha
uno sguardo famelico che mi attira verso di lui contro la mia volontà, come carta
moschicida; dentro di me, è come se sbattessi le ali per liberarmi.
«È passato tanto tempo.»
«Ah, sì? Non me n’ero accorta.» Tento di sembrare indifferente. Non voglio che capisca
le emozioni che mi provoca. Non se lo merita. E, soprattutto, non lo merito io.
«Come stai?»
«Bene.» Risposta automatica, non significa niente. Ma di sicuro non sto bene.
Lui non la smette di scrutarmi e io desidero essere altrove. È proprio com’era una volta
e ricordare fa male.
«E tu?» chiedo educata, anche se sto serrando la mascella. «Come va?»
«Io… okay.»
C’è una sfumatura nel suo tono. Mi sta nascondendo qualcosa e ha fatto in modo che
trapelasse appena per incuriosirmi, ma non indago, perché è esattamente quello che
vuole lui.
«Wow, mi fa piacere» rispondo allegra per infastidirlo. «Perfetto.»
Holt abbassa lo sguardo e si passa una mano tra i capelli. Si irrigidisce e si trasforma
nel solito imbecille che conosco fin troppo bene.
«Tutto qui? Tre anni ed è l’unica cosa che hai da dirmi? Ovvio, certo.»
Mi si rivolta lo stomaco.
No, brutto stronzo, non è l’unica cosa che avrei da dirti, ma cosa vuoi da me? Ci siamo
già detti tutto e non mi piace dare aria alla bocca.
«Eh, sì, tutto qui» replico, e me ne vado superandolo con una spallata.
Apro la porta e corro giù per le scale ignorando il formicolio nel punto in cui ci siamo
sfiorati.
Un «’fanculo» soffocato, poi capisco che è dietro di me. Provo a seminarlo, però mi
prende per un braccio prima che riesca ad arrivare in fondo.
«Cassie, aspetta.»
Mi obbliga a voltarmi. Mi aspetto che mi attiri a sé. Che mi avvolga con il suo profumo
e con il tocco della sua pelle come ha fatto un sacco di volte. Invece niente.
Resta immobile, e nella tromba delle scale, stretta e buia, l’aria diventa densa come
ovatta. Ho un momento di claustrofobia, ma non lo darò a vedere.

Mai mostrarsi deboli.
Me l’ha insegnato lui.
«Senti, Cassie…»
Non sopporto che mi sia mancato così tanto sentirlo pronunciare il mio nome.
«Credi che potremmo lasciarci alle spalle le cazzate e ricominciare da zero? Mi
piacerebbe molto. E anche a te, immagino.»
La sua espressione è sincera, però ci sono già cascata in passato. Ogni volta che mi
sono fidata, mi sono ritrovata con il cuore a brandelli.
«Ricominciare da zero?» ripeto. «Sì, nessun problema. Perché non ci ho pensato
prima?»
«Dài, non fare così.»
Sta insinuando che il mio comportamento è irragionevole. Se non fossi arrabbiata,
scoppierei a ridere.
«E cosa dovrei fare, eh? Come dovrebbe essere tra noi?» chiedo. Le mie parole sono
acido puro. «Spiegamelo, perché io non ci arrivo. In fin dei conti, hai sempre deciso tutto
tu riguardo a noi due. Questa volta cosa vorresti che fossimo? Amici? Scopamici? Nemici?
Ah, no, ecco, lo so. Facciamo che tu sei il pezzo di merda che mi ha ferito e io quella che
non vuole avere niente a che fare con te fuori dalla sala prove? Okay?»
Ethan contrae la mascella. È arrabbiato.
Bene.
So gestire la sua rabbia.
Si sfrega gli occhi e sospira. Mi aspetto che si metta a urlare, invece mi dice a bassa
voce: «Le e-mail che ti ho scritto non significano niente per te, vero? Pensavo che almeno
avremmo potuto parlare di quello che è successo. Ma tu non le hai neanche lette, eh?».
«Sì che le ho lette. Solo che non credo a una parola. Non posso ingoiare stronzate
all’infinito senza sentirne il saporaccio. Puoi fregarmi una volta, ma due…»
«Non ti sto prendendo in giro, stavolta. Né tantomeno me stesso. In passato ho fatto
quello che dovevo, per il bene di entrambi.»
«Stai scherzando? Ti aspetti davvero che ti ringrazi?»
«No» replica, e la sua voce è piena di frustrazione. «Certo che no. Vorrei solo…»
«Vorresti un’altra possibilità per massacrarmi? Credi che sia così stupida?»
Scuote il capo. «Vorrei che le cose fossero diverse. Se vuoi che ti chieda scusa, lo farò
fino a perdere la voce. Voglio soltanto che tra noi vada bene. Parlami. Aiutami a
rimediare.»
«Non puoi.»
«Cassie…»
«No, Ethan! Questa volta no. Basta.»
Si avvicina a me. Troppo. Il profumo è il solito, e non riesco a pensare. Vorrei spingerlo
via per schiarirmi le idee. Oppure picchiarlo finché non capirà che la mia infelicità degli
ultimi anni è colpa sua. Vorrei fare tante cose, ma resto immobile. Non sopporto che sia
ancora capace di farmi sentire impotente.
Ha il respiro affannato quanto il mio. Il corpo teso quanto il mio. Nonostante ciò che
abbiamo passato, l’attrazione reciproca ci divora. Proprio come ai vecchi tempi.

Grazie a Dio la porta in fondo alle scale si apre. Mi volto. Cody ci sta osservando,
confuso.
«Signor Holt, signorina Taylor? Va tutto bene?»
Ethan si allontana da me e si passa di nuovo le dita tra i capelli.
«Sì, tutto okay» rispondo, con il fiato corto.
«Ottimo. Volevo solo avvertirvi che stiamo per cominciare.»
Cody scompare, e restiamo solo io e Ethan. E il peso che ci portiamo dietro.
«Siamo qui per fare un lavoro» dico, in tono duro. «Cerchiamo di portarlo a termine.»
Holt si acciglia e stringe i denti; per un secondo penso che non lascerà perdere. Invece
risponde: «Se è quello che vuoi».
Reprimo un vago senso di delusione. «Sì.»
Lui annuisce, e senza aggiungere altro scende le scale e torna dentro.
Mi prendo un momento per ricompormi. Ho il volto in fiamme, il cuore mi batte
fortissimo e per poco non scoppio a ridere: è già riuscito a sconvolgermi e non abbiamo
nemmeno cominciato le prove.
Il mese prossimo mi succhierà più energia di un buco nero.
Raddrizzo la schiena e rientro in sala.
Al tavolo della produzione afferro il copione e l’acqua, ma c’è solo una sedia libera,
naturalmente accanto a Holt. La allontano il più possibile da lui e mi siedo.
«Tutto a posto?» Mark alza le sopracciglia.
«Sì, certo» rispondo con un sorriso. È come al primo anno della scuola di recitazione,
quando dicevo sempre quello che gli altri volevano sentire, per farli felici anche se io non
lo ero.
Recito la mia parte.
«Allora partiamo dall’inizio, va bene?» propone Mark.
Tutti aprono il copione e si sente un gran fruscio di fogli.
Che bella idea. Ogni storia deve avere un inizio.
Perché questa dovrebbe essere diversa?

2
Come tutto è cominciato

Oggi
New York
Diario di Cassandra Taylor
Caro Diario,
Tristan mi ha consigliato di ripercorrere insieme a te gli eventi che mi hanno
trasformata nella disadattata che sono oggi. Vuole che analizzi le relazioni malsane che
ho avuto e che mi hanno reso lunatica e anaffettiva, così ho pensato di cominciare dalla
causa di tutti i miei mali: Ethan Holt.
La prima volta che l’ho visto stavo fingendo di fare sesso con uno che avevo appena
conosciuto.
Wow, così non suona bene.
Mi spiego meglio.
Avevo un’audizione per entrare al Grove Institute of Creative Arts, un college privato in
cui ci sono corsi di danza, musica e arti visive e che ospita una delle più prestigiose
scuole di recitazione degli Stati Uniti. Sorge sui resti di un vecchio frutteto, a Westchester,
nello Stato di New York; ci hanno studiato alcune delle più grandi stelle del teatro e del
cinema americano.
Ho sempre sognato di frequentarlo, così, all’ultimo anno di liceo, mentre tutti i miei
amici compilavano la domanda di ammissione per diventare medici, avvocati, ingegneri e
giornalisti, io presentavo la richiesta al Grove per diventare attrice.
Era la mia prima scelta per tanti motivi, non ultimo il fatto che era dall’altra parte del
Paese rispetto ai miei genitori.
Non che non volessi bene a mio padre e a mia madre, anzi. Solo che avevano le idee
molto chiare su come avrei dovuto vivere la mia vita. Siccome sono figlia unica, e dunque
programmata per fare qualsiasi cosa pur di ottenere la loro approvazione, mi sono
sempre attenuta strettamente ai loro ideali poco realistici.
Ero arrivata all’ultimo anno di superiori senza avere mai bevuto né fumato, mangiando
solo le schifezze vegetariane di mia madre Judy, sane ma insapori, e senza essere mai
andata a letto con un ragazzo. Tornavo a casa all’orario concordato, anche se i miei non
c’erano, anche se mi avrebbero ignorato o li avrei trovati a litigare.
Mia madre è una di quelle che ha sempre una soluzione per tutto. Il suo unico obiettivo
è migliorare se stessa. O me. Ero goffa, e mi ha mandato a danza classica. Ero
cicciottella, e ha iniziato a controllare cosa mangiavo. Ero timida, e mi ha iscritto a un

corso di teatro.
Odiavo quegli obblighi, tranne la recitazione. La recitazione mi è piaciuta subito. Saltò
fuori che ero anche abbastanza portata. Fingere di essere qualcun altro per un po’ era il
massimo.
Il principale contributo di Leo, mio padre, alla mia educazione è stato impartirmi rigide
regole sui posti in cui potevo andare, le persone che potevo frequentare e le cose che
potevo fare. Per il resto era come se non ci fossi, a meno che non combinassi qualcosa di
molto giusto o molto sbagliato. Ho imparato in fretta che se mi comportavo bene nessuno
mi sgridava né mi puniva. Leo era felice se prendevo bei voti. O se vincevo dei premi.
Così mi impegnavo un casino, più di quanto dovrebbe fare una figlia per conquistare
l’attenzione del padre. Credo che le mie fisse di dover per forza piacere a tutti vengano
da lui.
Ovviamente i miei genitori non erano per nulla contenti che volessi iscrivermi a una
scuola di recitazione. Se non ricordo male, Leo pronunciò queste esatte parole: «Col
cavolo!». Che recitassi per hobby non era un problema, ma con la mia media avrei potuto
scegliere qualsiasi università e aspirare a un lavoro ben più redditizio. Non capivano
perché stessi buttando tutto all’aria per un lavoro in un mondo in cui il novanta per cento
dei laureati resta disoccupato a vita.
Per avere il permesso di presentarmi all’audizione per il Grove, dissi che avrei fatto
domanda anche alla scuola di legge della Washington State. Contrattando, ottenni un
biglietto di andata e ritorno per New York e la flebile speranza di lasciarmi alle spalle il
mio costante bisogno di approvazione.
Anche se sapevo di avere poche possibilità di entrare, dovevo provarci. Avrei potuto
iscrivermi in altre scuole, però volevo il meglio. E il Grove lo era.
Sei anni prima
Grove Institute, Westchester
Audizioni
Ho la gamba che vibra.
Non trema.
Non oscilla.
Vibra. In modo incontrollabile.
Ho un nodo allo stomaco. Devo vomitare. Di nuovo.
Sono seduta per terra con la schiena appoggiata al muro. Invisibile.
Io qui non c’entro niente. Non sono come loro.
Loro sono aggressivi, stravaganti e non hanno problemi a usare quella parola che inizia
per C. Fumano una sigaretta dietro l’altra e si palpeggiano a vicenda, anche se molti si
sono appena conosciuti. Se la tirano elencando gli spettacoli teatrali e i film cui hanno
partecipato o i nomi delle persone famose che hanno visto. Io resto seduta e mi faccio
più piccola ogni secondo che passa: l’unica cosa che riuscirò a dimostrare oggi è la mia
inadeguatezza.

«Allora a un certo punto il regista mi fa: “Zoe, il pubblico vuole vedere le tette. Dici che
il lavoro è la cosa più importante per te, eppure permetti che a decidere sia il tuo falso
senso del pudore”.» Una biondina vivace tiene banco raccontando aneddoti sul mondo del
teatro. Le si è raccolta intorno un po’ di gente, e sono tutti incantati.
Non vorrei ascoltare, ma parla a voce altissima e non posso evitarlo.
«Oddio, Zoe, e tu cos’hai fatto?!» chiede una rossa carina con una smorfia esagerata.
«Indovina» ribatte Zoe con un sospiro. «Gli ho fatto un pompino e gli ho detto che la
maglietta non l’avrei tolta. Era l’unico modo per restare fedele ai miei princìpi.»
Gli altri ridono; qualcuno applaude. Questi siparietti sono cominciati ancora prima che
entrassimo.
Appoggio la testa al muro e chiudo gli occhi, nel tentativo di calmarmi.
Ripeto in silenzio i monologhi che ho portato. Parola per parola. Ho sezionato ogni
sillaba, ho analizzato i personaggi, il sottotesto e ogni possibile sfumatura nelle emozioni,
però mi sento ancora impreparata.
«E tu di dove sei?»
È Zoe. Provo a isolarmi.
«Ehi, dico a te, ragazza contro il muro.»
Apro gli occhi. Mi sta guardando. Tutti mi stanno guardando.
«Eh? Cosa?» Mi schiarisco la voce e mi sforzo di non apparire terrorizzata.
«Di dove sei?» domanda di nuovo, come se fossi ritardata. «Si vede che non sei di New
York.»
Lo so che il suo sorriso sprezzante è dovuto ai miei jeans da grande magazzino,
all’anonimo maglione grigio, ai miei noiosissimi capelli castani e al viso struccato. Sono
diversa dalle altre ragazze che ci sono qui, con i loro colori sgargianti, la bigiotteria
vistosa e le facce imbrattate di make-up. Loro sembrano favolosi uccelli tropicali; io, una
macchia di unto.
«Ehm… Di Aberdeen.»
Zoe fa un’espressione disgustata. «E dove cazzo è?»
«Nello Stato di Washington. È una piccola città.»
«Mai sentita» risponde lei, liquidandomi con un gesto. Ha uno smalto appariscente.
«Almeno ce l’avete, un teatro?»
«No.»
«Quindi non hai nessuna esperienza di recitazione?»
«Ho partecipato ad alcuni spettacoli amatoriali a Seattle.»
Un lampo le attraversa lo sguardo. Fiuta una preda facile. «Spettacoli amatoriali? Oh,
capisco.» E trattiene una risata.
Interviene il mio istinto di autoconservazione. «Certo, le cose fantastiche che
raccontate voi, io non le ho fatte. Insomma, un film… wow! Davvero fico.»
Il luccichio negli occhi di Zoe si affievolisce. Le ho leccato il culo, e questo smorza
l’odore del sangue.
«Fichissimo» replica lei, sorridendo come un barracuda con il rossetto. «Forse iscrivermi
a questa scuola è solo una perdita di tempo, tanto firmerò per una grande produzione
prima di finire il corso. Ma almeno nel frattempo mi tengo occupata.»

Sorrido e le dico che ha ragione. Coccolo il suo ego.
È facile. Sono brava.
Il gruppo mi risucchia al suo interno e mi ritrovo a lanciare qualche commento qua e là.
Ogni mezza verità che mi esce dalla bocca mi rende sempre più simile a loro. Mi aiuta a
integrarmi.
Presto anch’io rido sguaiata insieme alle altre scimmie. Un ragazzo gay mi fa alzare in
piedi; sta raccontando non so cosa e finge di essere a un rave. Si mette dietro di me e mi
si struscia contro. Lo assecondo, anche se mi fa schifo. Sto al gioco, tutti mi trovano
divertentissima, così ignoro l’imbarazzo e continuo. Qui posso decidere di essere disinibita
e benvoluta. La loro approvazione è una droga e ne voglio sempre di più.
Mi sto ancora esibendo quando sollevo lo sguardo e lo vedo. È a qualche metro da me:
alto, spalle larghe, capelli scuri mossi e spettinati. Ha un’espressione impassibile, ma il
disprezzo nei suoi occhi è evidente. Netto e spietato.
La mia risata fasulla si spegne.
Con quell’aria intensa e i tratti eterei sembra un angelo vendicatore. Ha la pelle liscia e
chiara e indossa degli abiti scuri.
Ha uno di quei volti su cui ti soffermi mentre sfogli un giornale. Non è una bellezza
classica, direi piuttosto ipnotica. Simile alla copertina di un libro che ti spinge ad aprirlo e
a perderti nella storia.
Sotto il suo sguardo il mio finto coraggio pesa come piombo e scivola via come acqua
sporca. Smetto di ridere.
Il ragazzo gay mi allontana e si dedica a qualcun altro.
Il tipo alto si volta e si siede con la schiena contro il muro. Tira fuori da una tasca un
libro tutto rovinato. Riesco a leggere il titolo: I ragazzi della 56a strada. Uno dei miei
romanzi preferiti.
Mi giro verso il gruppo dei casinisti, ma si sono spostati.
Sono combattuta tra il desiderio di tentare di riguadagnare la mia posizione tra di loro
e la voglia di scoprire qualcosa di più sul Ragazzo con il Libro.
Qualcun altro decide per me: una porta si apre e compare una donna. È statuaria, con i
capelli neri corti e labbra rossissime. Ci esamina uno per uno con la precisione di un
raggio laser. Mi ricorda Betty Boop. Se Betty Boop ti facesse pisciare sotto dalla paura e
tenesse in mano una cartellina di pelle lucida.
«Okay, ascoltatemi bene.»
Nel pollaio cala il silenzio.
«Se chiamo il vostro nome, entrate.»
Spara nomi a raffica con voce chiara e sicura.
Appena urla: «Holt, Ethan», il ragazzo alto scatta in piedi. Mi guarda per un istante
passandomi davanti, e io vorrei andargli dietro. Mi sento a disagio senza di lui.
La donna continua a elencare nomi. Conto una sessantina di persone, compresa
«Stevens, Zoe», che strilla ed entra avanzando impettita. Sussulto quando sento:
«Taylor, Cassandra».
Mentre recupero lo zaino, quella donna minacciosa dice: «Con questo gruppo abbiamo
finito. Aspettate che gli insegnanti vengano a chiamare gli altri».

Mi segue all’interno e chiude la porta.
Siamo in una grande aula buia. Sulla parete opposta alla porta c’è una lunga fila di
panche. Quasi tutti si sono seduti lì e parlano a bassa voce.
Mi siedo anch’io. In mezzo a questo mare di ragazzi con molta più esperienza di me, io
mi sento un’incapace. La gamba ricomincia a vibrare.
L’insegnante si mette di fronte a noi. «Sono Erika Eden, la responsabile del
dipartimento di recitazione. Questa mattina lavoreremo un po’ sulla caratterizzazione dei
personaggi e sull’improvvisazione. Alla fine di ogni esercizio, vi comunicherò chi può
restare. Ho bene in mente quel che cerco nei miei allievi: se non ce l’avete, siete fuori.
Non vi sto rompendo le scatole solo per il gusto di farlo: qui funziona così. Non serve che
vi dica che il Grove accetta i trenta candidati migliori tra i duecento che fanno l’audizione,
quindi date il massimo. Le solite pose teatrali e le emozioni finte non mi interessano.
Datemi qualcosa di vero o tornatevene a casa.»
La paura di fallire mi sussurra che dovrei andarmene, ma non posso.
Devo restare, ne ho bisogno.
Nella mezz’ora successiva eseguiamo una serie di esercizi di concentrazione. Tutti si
sforzano di non apparire disperati; alcuni ci riescono meglio di altri.
Zoe è energica e sicura di sé, quasi avesse già l’ammissione in tasca. Probabilmente è
così. «Holt, Ethan» è intenso. Incredibilmente intenso. È come se interagendo con gli altri
trattenesse la sua energia: è una centrale nucleare usata per accendere una sola
lampadina.
Io cerco di essere il più naturale e sincera possibile, e più o meno me la cavo.
Alla fine di ciascun esercizio qualcuno viene mandato via. Certi la prendono bene, altri
piantano un casino. Sembra un campo di battaglia.
Il gruppo si riduce in breve. Erika è veloce ed efficiente; ogni volta che si avvicina a me
immagino che sia la fine. Invece sopravvivo.
Durante la pausa pranzo nessuno parla. Nemmeno Zoe. Ci sediamo in circolo; le nostre
menti incespicano sui monologhi e proviamo a non pensare al fatto che la metà di noi
domani non tornerà. Di tanto in tanto sento il viso in fiamme: quando alzo gli occhi,
«Holt, Ethan» mi sta fissando, ma distoglie subito lo sguardo e si acciglia. Chissà perché
ha quella faccia arrabbiata.
Rientriamo nell’aula e veniamo divisi a coppie. A me tocca un ragazzo di nome Jordan,
con l’acne e un difetto di pronuncia sulla S.
A ogni coppia è assegnata una scena diversa, mentre gli altri guardano. È un
combattimento all’ultimo sangue: ognuno spera che gli altri facciano una cavolata per
avere una possibilità in più.
Zoe si ritrova con «Holt, Ethan». Devono impersonare due sconosciuti alla stazione.
Parlano, flirtano, Zoe giocherella con i capelli. Non capisco se sta cercando di far colpo su
Erika o su di lui.
Io e Jordan siamo fratelli. Sono figlia unica, quindi è un esercizio divertente. Ci
prendiamo in giro, ridiamo. Devo ammetterlo, siamo proprio bravi. Erika si complimenta
con noi e il gruppo applaude a denti stretti.
Alla fine del round altri vengono scartati; qualcuno piange. Tiro un sospiro di sollievo:

siamo rimasti una trentina, le probabilità aumentano.
Si cambiano le coppie. Capito con «Holt, Ethan». Lui non sembra molto contento. Si
siede accanto a me e continua a contrarre i muscoli della mascella. Non avevo mai notato
la mascella in un ragazzo: la sua è incredibile.
Si gira e mi sorprende a fissarlo. La sua espressione accigliata dice: «Ti ammazzo e poi
ti strappo la pelle dalle ossa».
Wow. Faremo schifo, ne sono sicura.
Erika cammina di fronte a noi. «Per quest’ultima prova, avrete tutti lo stesso tema:
“Allo specchio”.»
Facile.
«Non sarà facile.»
Cavolo.
«È un esercizio sulla fiducia, la sincerità. Dovrete stabilire un feeling con chi avete
davanti. Niente trucchi. Niente imbarazzi. Tra voi deve passare un flusso di energia pura,
grezza. Non c’è uno che conduce mentre l’altro segue. Bisogna anticipare i movimenti del
partner. Chiaro?»
Annuiamo tutti, ma io non ho la più pallida idea di cosa significhi. Holt si sfrega gli
occhi e brontola. A quanto pare, neanche lui ha capito.
«Bene, iniziamo.»
La prima coppia, Zoe e Jordan, si mette in posizione. Si prendono qualche minuto per
prepararsi, poi cominciano a muoversi. È ovvio che è Zoe a condurre. Muovono le mani e
basta. A un certo punto Jordan ridacchia ed Erika scarabocchia qualcosa sulla cartellina.
Ha appena fatto una grandissima cavolata. Sorrido. Anche Holt.
Fuori un altro.
Si esibiscono le altre coppie; Erika gira intorno a loro come un’aquila, analizzando ogni
minimo movimento. Sta decidendo chi verrà richiamato domani. Tanti cedono alla
pressione. Sono terrorizzata.
Io e Holt siamo gli ultimi. Ci mettiamo davanti agli altri. Holt dondola una gamba, tiene
le mani in tasca e le spalle curve. Non mi dà molta sicurezza. Dovrei fare pipì e mi viene
da vomitare. Siccome non posso, sposto il peso da un piede all’altro e prego la mia
vescica di resistere.
Erika ci osserva per qualche istante.
Sia io sia Holt stiamo trattenendo il respiro.
«Bene» dice Erika. «È la vostra ultima possibilità di stupirmi.»
Holt mi fissa: in lui vedo riflessa la mia disperazione. Desidera farcela almeno quanto
me.
Erika mi si avvicina e abbassa la voce: «Quando si muove lui, ti muovi anche tu, Taylor.
Capito? Devi respirare insieme a lui. Trovare il feeling». Poi guarda Holt. «Lasciala
entrare, Ethan. Non riflettere, fallo e basta. Al terzo strike sei eliminato, ricordi?»
Lui annuisce.
«Vi do tre minuti per prepararvi.»
Si allontana. Io e Holt ci spostiamo in fondo alla stanza; lui è vicino a me, ha un buon
profumo. Non dovrei pensarci adesso, ma il mio cervello sta cercando qualcosa per

distrarsi dalla tensione.
«Senti» mi dice, allungandosi verso di me. «Devo farcela, okay? Non mandare tutto a
puttane.»
Arrossisco, arrabbiata. «Come, scusa? E se fossi tu a rovinare tutto? Perché Erika ti ha
detto: “Al terzo strike sei eliminato”?»
Holt si avvicina ancora di più, però non mi guarda. «È il terzo anno che mi presento
all’audizione. Se non entro stavolta, è finita. Non potrò più riprovare. Mi toccherà un
enorme “te l’avevo detto” da mio padre e dovrò iscrivermi a medicina. Ho lavorato duro.
Devo entrare.»
Sono confusa. È tutto il giorno che lo osservo: sono ciechi qui dentro?
«Come mai non ti hanno ancora ammesso? Sei molto bravo.» In modo inquietante.
Per un istante la sua espressione si addolcisce. «Per me è difficile… trovare l’armonia
con gli altri attori. A quanto pare, per Erika è una dote importante.»
«Non mi sembra che tu abbia avuto problemi con Zoe.»
Sorride. «Non c’era nessun feeling tra noi. Non ho sentito niente, come al solito. Ed
Erika se n’è accorta.»
Lancio un’occhiata verso l’insegnante. Ci sta guardando. «C’era sempre lei alle tue
audizioni?»
Holt annuisce. «Tutti gli anni. Vorrebbe darmi un posto, ma non gratis. Ho sempre fatto
schifo in questo esercizio: se non le dimostro di esserne capace, sono fuori.»
«Ancora un minuto!» grida Erika.
Il mio cuore batte all’impazzata. «Senti, fai quello che vuoi, ma trova questo feeling
con me, okay? Perché se non vengo ammessa dovrò tornare dai miei genitori
iperprotettivi e sinceramente non mi va, cavoli. Forse ti sorprenderà, però non sei l’unico
che ha messo in gioco tutto per questa cosa.»
Holt aggrotta la fronte. «Hai detto “cavoli”?»
L’imbarazzo mi serra la gola. Mi sta prendendo in giro solo perché mi rifiuto di dire
parolacce come tutta questa gente del cavolo?
«Zitto.»
Il suo sorrisetto si allarga. «Hai davvero detto “cavoli”?»
«Piantala! Stai sprecando tempo prezioso.»
Holt smette di ridere e sospira. Sembra più rilassato, probabilmente perché ha
trasferito la sua ansia su di me.
«Senti, Taylor…»
«Mi chiamo Cassie.»
«È uguale. Sta’ tranquilla, okay? Ci riusciremo. Guardami negli occhi e… Oh, non lo so…
trasmettimi un’emozione. Non perdere la concentrazione: gli altri hanno sbagliato perché
si sono distratti. Concentrati su di me e io mi concentrerò su di te. Va bene?»
«Va bene.»
«E non dire più “cavoli” o mi viene da ridere.»
Espiro e cerco di concentrarmi. In testa ho un gran casino. Devo calmarmi.
«Ehi» continua Holt, toccandomi il braccio. Così non mi aiuta per niente. «Ce la faremo.
Guardami.»

Obbedisco. Ha delle ciglia incredibili.
Mentre mi fissa, sento una stretta allo stomaco. Deve aver provato qualcosa anche lui,
perché apre la bocca e inspira. «Cazzo.» Batte le palpebre ma non distoglie lo sguardo.
Tra noi scorre un’energia fortissima. Chiudo gli occhi e prendo fiato.
«Taylor?»
«Cassie!»
«Cassie» sussurra Holt con voce dolce e piena di disperazione. «Restami vicino, ti
prego. Non posso farcela senza di te.»
Annuisco. Erika ci chiama e torniamo al centro dell’aula. Ci mettiamo l’uno di fronte
all’altra, a meno di un metro di distanza.
Holt è molto più alto di me, così gli fisso il petto, che si alza e si abbassa. Sta tentando
di calmarsi.
«Pronta?» bisbiglia.
Vorrei gridare: «Oddio, no, ti prego! Non sono pronta, cavoli!», e invece rispondo: «Sì,
certo». Come se non fosse una questione di vita o di morte, un punto di non ritorno.
Respiro a fondo, poi sollevo lo sguardo. Ha un’espressione meno disperata, ed è come
se lo vedessi – come se lo vedessi realmente – per la prima volta. La sua energia lo
avvolge, simile a un’onda di calore. Restiamo immobili per qualche secondo; mentre ci
guardiamo negli occhi, l’aria tra noi si solidifica, legandoci come parti di un unico corpo.
Holt tira su una mano e io lo imito, fingendo che le nostre braccia siano unite da tanti
piccoli fili che le spingono ad allinearsi. Mi muovo insieme a lui, respiro insieme a lui, alla
stessa velocità.
Un altro gesto e i nostri corpi sono all’unisono. È molto naturale. Più di quanto mi sia
mai capitato.
Ci avviciniamo. Lui si allunga in avanti e io mi piego indietro. Mi inclino da una parte e
lui fa lo stesso. I fili invisibili si accorciano sempre di più. Ci muoviamo più in fretta,
eppure ogni gesto è perfetto, preciso. È una complicata coreografia che non abbiamo mai
provato, ma che in qualche modo i nostri muscoli ricordano.
È una sensazione incredibile.
Siamo in quello stato magico in cui a volte gli attori riescono a entrare, quando
l’energia scorre liberamente e apre il cuore, la mente e il corpo. Mi è già capitato, però
mai con un’altra persona.
Fantastico.
Sorridiamo. Holt è bellissimo quando sorride.
Alziamo le braccia sopra la testa e, nell’istante in cui le abbassiamo, i nostri palmi si
toccano. Le sue mani sono grandi e calde; al contatto la pelle mi pizzica. Lo fisso negli
occhi. Non stiamo più respirando e non so perché.
Un istante dopo sul viso di Holt compare il panico. È teso. Batte le palpebre e distoglie
lo sguardo, e d’improvviso è come se tutta quella forza si fosse esaurita. L’energia che si
era creata tra noi crolla a terra e si spegne.
Lui indietreggia di un passo ed espira, poi fissa Erika. «Abbiamo finito? Nessun altro ha
resistito così tanto. Abbiamo finito, vero?»
Erika inclina il capo e lo osserva. Holt è teso, la sua postura aggressiva.

Ho le mani fredde e le appoggio sui fianchi. Il cuore mi batte forte e in modo irregolare.
«Abbiamo finito o no?» insiste Holt. Tutte le cose belle che ho sentito in lui svaniscono
di fronte alla sua maleducazione.
«Sì, Holt» risponde Erika lentamente. «Tu e Taylor avete completato l’esercizio. Ottimo
lavoro. Tra voi c’è un’interessante alchimia.»
Lui la trafigge con un’occhiata e lei ribatte con un sorriso.
«Sedetevi. E voialtri fate un bell’applauso.»
Il gruppo obbedisce. Siamo stati davvero bravi e ne sono tutti sorpresi.
Ma mai quanto me.
Holt torna verso le panche e si siede. Zoe gli è subito addosso e gli sfiora i bicipiti.
Sarebbe meno sfrontata se si strappasse la camicetta e gli chiedesse di palpeggiarla. Lui
la ignora e mette i gomiti sulle ginocchia.
Mi sforzo di non fissarlo.
Il resto del pomeriggio scorre confuso. Alcuni vengono mandati via, e le coppie
mescolate di nuovo per altri esercizi.
Alla fine della giornata Erika ci saluta e ci spostiamo fuori ad aspettare l’elenco degli
ammessi alla fase successiva.
Abbiamo i nervi a fior di pelle. Nessuno sa se ha fatto abbastanza per riuscire a
passare. Persino Zoe. Cammina avanti e indietro mordicchiandosi la guancia.
Io mi mangio le pellicine intorno alle unghie e mormoro: «Ti prego, ti prego, ti prego»,
come una cantilena, come se implorare l’universo potesse davvero aiutarmi.
Holt si è seduto per terra in fondo al corridoio, la schiena contro il muro e le gambe
piegate al petto. Sembra tristissimo.
Nonostante il suo comportamento maleducato, mi dispiace. Siamo tutti nervosi, però
Holt sta proprio male.
Vado da lui. È appoggiato alla parete e tiene gli occhi chiusi. Gli tocco la spalla e lui
sussulta come se gli avessi dato la scossa.
«Che cazzo vuoi?» Mi lancia un’occhiataccia, tuttavia è così verde in faccia che non fa
paura a nessuno. Potrebbe trovare un ingaggio con i Muppet.
«Tutto okay?»
Piega la testa e sospira. «Sto bene, vattene.»
«Lo sai che sei un cretino?»
«Sì, lo so.»
«Volevo solo ricordartelo.»
Faccio per andarmene, ma lui mi ferma prendendomi per un braccio. «Taylor, senti…»
«Mi chiamo Cassie.»
«Cassie…»
Il modo in cui pronuncia il mio nome… ecco, mi trasmette una strana sensazione. Forse
è meglio se continua a chiamarmi Taylor.
Mi fa segno di sedere. «Il punto è che… non saremo mai amici, quindi non vale la pena
sprecare energie. Sei d’accordo?»
Batto le palpebre. «Uh… okay.»
«Okay? E basta?»

Sembra deluso, ma non capisco perché.
«È la prima volta che mi capita di avere una conversazione del genere e non so bene
come ci si comporta in questi casi. Dovrei ringraziarti per aver messo le cose in chiaro
oppure…?»
Si strofina la faccia e geme.
«Che c’è?» chiedo. «Non capisco cosa vuoi che dica. Non volevo diventare tua amica.»
«Bene» ribatte, e continua a sfregarsi il viso.
Inspiro e mi sforzo di non arrabbiarmi. «Ma che problema hai? Ti ho salvato e mi tratti
da schifo.»
«Sì.» Ha le spalle tese. «Perché sei così…»
«Così come? Fastidiosa? Irritante?»
«Bipolare.»
Questa non me l’aspettavo. «Oh. Io… Eh?»
Sospira e scuote la testa. «Ti ho vista prima mentre fingevi di essere come loro. Gli hai
dato quello che volevano, ed è assurdo visto che sono degli schifosi leccaculo, finti come
una banconota da tre dollari. Però con me sei irrequieta, permalosa e ingenua da non
crederci. Cos’è, non ti piaccio abbastanza da recitare anche con me?»
Non me n’ero accorta, eppure ha ragione. Non ho mai parlato a nessuno come con lui.
Con gli altri non mi mostro mai seccata o impaziente. Io vado d’accordo con tutti. Se a
qualcuno non sto simpatica, gli faccio cambiare idea. Mi viene naturale.
Ma con lui è diverso.
«E tu? Cosa mi dici di te?» chiedo.
Lui scrolla le spalle. «Non è difficile decifrarmi: sono uno stronzo.»
«Questo l’avevo capito.»
«No, non hai capito proprio niente.»
«E invece sì. È tutto il pomeriggio che mi tratti come una lebbrosa. Ho capito benissimo
come sei.»
Annuisce. «Bene. Allora avrai capito pure che devi starmi lontano.»
«Tranquillo, dopo che Erika avrà pubblicato l’elenco degli ammessi, non ci vedremo mai
più. Problema risolto.»
«Perché?»
«Perché tu domani tornerai e io no, quindi…»
Holt abbassa lo sguardo e gioca con i lacci delle scarpe. «Non esserne così sicura. Oggi
sei stata brava. Anzi, bravissima.»
Mi ci vuole un po’ per rendermi conto che mi ha fatto un complimento. «Be’, grazie.
Anche tu lo sei stato.»
Mi osserva e abbozza un sorriso. «Davvero?»
Alzo gli occhi al cielo. «Per favore… Sei stato grande. E lo sai.»
«Sì, è vero» conferma, e annuisce.
«Sei molto modesto.»
«E anche molto bello. È proprio un peccato non essere me.»
Scuoto la testa. «Mi hai detto che sono tre anni che provi a entrare qui. Tra
un’audizione e l’altra cos’hai fatto?»

Holt fissa il fondo del corridoio. «Ho lavorato per un’impresa edile di Hoboken che
costruisce scenografie per Broadway. Ho pensato che, se non potevo stare sul palco,
avrei potuto lavorare dietro le quinte.»
«Quindi è per questo che hai le mani così ruvide…»
Lui mi guarda accigliato.
«Durante l’esercizio dello specchio ho sentito che avevi dei calli.»
Holt si osserva le mani. «Preferisco definirle segnate. Sposto pezzi di scenografia che
pesano tonnellate… Almeno, faccio allenamento.»
«È così che ti sono venuti i muscoli?» Indico le spalle e le braccia.
Sorride. «Già. E ho messo anche da parte i soldi per pagare due anni di retta, se
entrerò.»
«Quando entrerai» lo correggo.
Mi scruta per un secondo, quasi fosse impossibile aver trovato qualcuno che crede in
lui. «Se lo dici tu, Taylor.»
Decido di smetterla di chiedergli di chiamarmi per nome. Forse è meglio, visto che non
saremo mai amici.
Ma è come se lo fossimo già.
Restiamo zitti per un po’, poi compare Erika con un foglio di carta. Scattiamo in piedi.
Cala il silenzio, si sente solo un mormorio trepidante.
«A quelli che troveranno il loro nome sulla lista, congratulazioni, ci vediamo domani per
la seconda sessione di audizioni. Per gli altri, mi dispiace. Ma potrete riprovare l’anno
prossimo. Grazie del vostro tempo.» Attacca il foglio alla porta e scompare di nuovo
dentro.
Ci buttiamo tutti insieme sulla lista. Mi faccio largo; il cuore mi batte fortissimo e si
prepara alla delusione.
Guadagno la prima fila e trattengo il fiato.
Ci sono soltanto tre nomi.
Ethan Holt.
Zoe Stevens.
E… Cassandra Taylor.
Tutti gli altri sono fuori.
Sono sconvolta. Ce l’ho fatta.
Cavoli, sì!
Holt, dietro di me, legge il proprio nome e tira un sospiro di sollievo. «Cazzo, per
fortuna.»
Mi volto proprio mentre lui china la testa.
Sembra un condannato a morte cui hanno concesso un rinvio dell’esecuzione.
«Oh, come sei dolce a essere felice per me» dico. «Avevi qualche dubbio?»
«Su di te? Nessuno. Congratulazioni.»
«Congratulazioni anche a te. Il mondo della medicina è al sicuro dalla tua sfolgorante
sensibilità per i pazienti. Almeno per un altro giorno.»
«Immagino di sì.» Holt mi guarda e mi si stringe lo stomaco.
Sento di dover aggiungere qualcosa, tuttavia ho il cervello annebbiato e non dico

niente.
Resta in silenzio anche lui. Mi fissa. È bello in modo irritante.
«Bene!» esclamo, dopo una pausa di una lunghezza imbarazzante. «A domani, allora.»
«Sì, certo. A domani, Taylor.» Prende il borsone e si allontana.
Ci vedremo domattina. Un po’ non vedo l’ora, un po’ sono terrorizzata.
Mai avuta una reazione simile di fronte a un ragazzo.
E sono abbastanza convinta che non sia un bene.

3
Ritorno al passato

Oggi
New York
Diario di Cassandra Taylor
Caro Diario,
l’ultimo round di audizioni al Grove fu massacrante.
La parte peggiore furono i colloqui. La commissione, seduta a un tavolo lunghissimo,
mise ogni candidato sotto torchio chiedendogli della sua vita, della sua famiglia, dei suoi
gusti.
Da me si aspettavano che fossi me stessa. Una faticaccia.
Verso la fine Erika mi chiese: «Cassandra, sei una ragazza brillante e potresti fare
qualsiasi cosa. Perché hai scelto proprio la recitazione?».
Sapevo di dover parlare della mia passione per il teatro, dell’importanza della cultura in
un mondo di ideali usa e getta e reality show. Ma Erika mi guardava in un modo tale che
non riuscii a trovare una risposta abbastanza intelligente da ingannarla, e così risposi
senza pensare.
«Voglio recitare perché non so chi sono. Poter essere ogni volta una persona diversa mi
fa stare meglio.»
Lei sostenne il mio sguardo per un po’, quindi annuì e prese un appunto. Probabilmente
scrisse: «Adolescente disfunzionale con problemi di autostima. Non fare movimenti
bruschi».
Me ne andai con la sensazione di aver lasciato tanti pezzettini di me sparsi sul
pavimento.
E invece qualcosa di buono l’avevo fatto, perché due mesi dopo ricevetti la lettera con
cui mi comunicavano che ero stata ammessa.
Urlai talmente forte che spaventai il cane dei vicini.
Mamma e papà non erano per nulla entusiasti all’idea che mi trasferissi dall’altra parte
del Paese, però sapevano che recitare era la mia passione. E poi entrare al Grove era
davvero una gran cosa. Aver vinto una borsa di studio che avrebbe coperto metà della
retta e l’alloggio all’interno del campus fu un ottimo incentivo: non eravamo certo i
Vanderbilt.
Speravo che anche Holt fosse stato preso. Almeno, pensavo, conoscevo già una
persona del mio anno. Una persona insopportabile ma comunque interessante.

Sei anni prima
Grove Institute, Westchester
Prima settimana di lezioni
Osservo l’appartamento con un sorrisone sulla faccia.
Ci sono due camere da letto separate da un bagno angusto, un salotto/sala da pranzo
e un cucinotto. I mobili sono vecchi e rovinati, il tappeto è orrendo e pieno di macchie di
non voglio sapere cosa, e credo che il tizio del piano di sopra balli nudo alla luce della
luna sacrificando piccoli animali, perché è davvero fuori. Eppure, nonostante tutto, questa
casa è perfetta, bellissima. Ed è mia.
Va bene, la divido con Ruby, una studentessa di tecnica dello spettacolo, però…
Qui posso fare quello che voglio. Mangiare quello che voglio. Andare a dormire quando
voglio. Niente genitori a sorvegliare ogni mio movimento.
Posso fare talmente tante cose che sono quasi frastornata.
«Mi devi trenta dollari per la spesa» dice la mia coinquilina guardando lo scontrino.
«No, aspetta, trentaquattro. Gli assorbenti sono tuoi.»
È strano vivere con una sconosciuta, ma io e Ruby ci troviamo bene insieme,
soprattutto visto che siamo l’una l’opposto dell’altra. Io ho i capelli di un banale castano
chiaro e lei rosso acceso; io sono nella media e lei è di una bellezza spettacolare. Io
tendo a compiacere gli altri, mentre lei è di una sincerità brutale.
Si butta sull’orribile divano in finta pelle e si accende una sigaretta. Mi porge il
pacchetto e ne prendo una.
Ah, già, adesso fumo.
Ecco, non proprio, ma quando Ruby mi ha detto che fuma ho finto di farlo anch’io. È un
modo per legare. E poi alle audizioni fumavano praticamente tutti: mi è sembrato che
fosse giusto così. In più, se mia madre lo sapesse, si arrabbierebbe tantissimo.
Tutte ottime ragioni per diventare una fumatrice.
Ruby mi accende la sigaretta; inspiro piano e tossisco. Lei scuote la testa. Sono la
peggior apprendista fumatrice del mondo.
«Allora» dice, buttando fuori una boccata, «purtroppo tocca a te cucinare.»
«Ehi! Pensavo che la cena dell’altra sera ti fosse piaciuta. Era la prima volta che mi
mettevo ai fornelli.»
«Ragazza» replica lei con un sospiro, «i maccheroni al formaggio facevano vomitare. Se
sbagli una cazzata così, non sopravvivremo mai fino alla fine del college.»
«Grazie a Dio che ci sei tu a insegnarmi.» La tiro giù dal divano e la spingo in cucina,
poi prendo dal frigo delle bistecche e un po’ di verdura.
Il punto è che nemmeno Ruby è una chef stellata. E infatti la carne viene dura come il
marmo, il purè pieno di grumi e i fagiolini talmente mollicci che potrei lavorarli a maglia
per farci una sciarpa.
«Scriverò una lettera di lamentele a Cooking Channel» dice, spostando il cibo nel
piatto. «A vedere quelle stronze, cucinare sembra semplice. Voglio denunciarle per
pubblicità ingannevole.»
Dopo cena stringiamo un patto: d’ora in poi solo surgelati. È l’unico modo per non

morire di fame.
Oggi iniziano le lezioni. Io e Ruby andiamo all’università a piedi, è vicinissima a casa.
Nei tre giorni successivi al nostro arrivo abbiamo esplorato la scuola. Il campus non è
enorme, i vari edifici sono facilmente raggiungibili e creano un bel mix di classico e
contemporaneo.
Al centro sorge l’Hub, un palazzo di quattro piani che ospita la biblioteca, la mensa, la
sala studenti e alcune aule molto grandi. Attorno, disposti come i petali di un fiore, ci
sono i diversi dipartimenti, uno per ogni disciplina: danza, spettacolo, musica e arti visive.
Io e Ruby siamo dirette all’Hub per il discorso di benvenuto del rettore.
Entriamo nell’aula magna: ci saranno almeno duecento matricole.
Tutti si presentano ai nuovi compagni e si studiano a vicenda.
Odio questi momenti.
Tutte queste facce che non conosco. Tutte queste aspettative da soddisfare.
Sono sopraffatta.
Identifico subito i vari gruppetti dall’abbigliamento. I ballerini sono tutti Lycra e strati
su strati di vestiti; i musicisti hanno una vaga aria da sfigati d’altri tempi; gli artisti
sembrano sopravvissuti allo scoppio di una bomba di vernice mentre fregavano roba in un
negozio di seconda mano.
Quelli odiosi che parlano a voce altissima, invece, sono gli studenti di recitazione.
Sono tesa: spero di riuscire ad ambientarmi meglio che alle superiori.
Non è che non avessi amici, anzi. È solo che stavo sempre molto attenta a
corrispondere all’immagine che pensavo gli altri avessero di me: una tipa allegra, alla
mano, inoffensiva. Intelligente, ma non abbastanza da costituire una minaccia. Carina ma
non desiderata. Quella che faceva da intermediaria quando a un’amica piaceva un
ragazzo, ma mai quella di cui i ragazzi si innamoravano.
Inspiro a fondo ed espiro lentamente. Scuola nuova, persone nuove, regole nuove.
Magari incontrerò qualcuno che riuscirà a vedere sotto le mie tante maschere.
«Dài, cerchiamo un posto» dice Ruby, «così non dobbiamo parlare con questi coglioni.»
In quell’istante sento di amarla.
Raggiungiamo il centro dell’aula e ci sediamo. Qualche minuto dopo scorgo una faccia
familiare venirci incontro.
«Ciao, Cassie.»
«Connor! Ciao.»
Ho conosciuto Connor il secondo giorno di audizioni. Abbiamo lavorato in coppia a un
esercizio e, anche se non abbiamo raggiunto la stessa folle intensità che ho avuto con
Holt, tra di noi si è creata una buona alchimia. È piuttosto carino e, da quel poco che ho
visto, sembra una persona normale, una rarità tra gli attori.
Indica il posto accanto a me. «Posso?»
«Certo.»
Gli presento Ruby, che ha l’aria annoiata.
Connor si siede e gli sorrido. Capelli biondo sabbia, occhi castani, viso aperto.
Decisamente carino.

«Sono contento che ti abbiano ammessa» dice. «Almeno conosco già qualcuno.»
«Sì. Io non ho visto ancora nessuno.»
«Ho incrociato un paio di facce note.» Connor si guarda intorno. «Ma faccio schifo con i
nomi. Sai quella ragazza bionda che parla un sacco…»
«Zoe?»
«Esatto. E il tizio alto con quel bel taglio di capelli.»
«Holt?»
«Sì. È laggiù.»
Connor fa un cenno verso la parte opposta dell’aula e scorgo la figura allampanata di
Holt stravaccata sulla sedia. Ha appoggiato i piedi sullo schienale di fronte e sta leggendo
lo stesso libro che aveva alle audizioni, I ragazzi della 56a strada. Deve piacergli proprio
tanto.
Lo osservo e avverto uno strano formicolio allo stomaco. Sono felice che ce l’abbia
fatta. Entrare era importante per lui, e tralasciando i suoi disturbi di personalità ha molto
talento.
«È un tipo solitario» continua Connor, che intanto ha allungato il braccio dietro le mie
spalle. «Però è bravo, cazzo. L’ho visto fare Mercuzio l’anno scorso al Tribeca
Shakespeare Festival. Fenomenale.»
«Non ne dubito.» Davanti agli occhi ho l’immagine nitida di Holt nei panni di un
Mercuzio moderno, tutto pelle, jeans scuri e sguardo arrabbiato.
Holt solleva la testa mentre lo sto fissando. Alza un angolo della bocca e stacca una
mano dal libro, come se stesse per sorridermi e salutarmi. Poi nota Connor e nel giro di
un secondo si rituffa nella lettura. Finge di non avermi visto.
«Uh, ho fatto qualcosa di male? Sembrava che volesse uccidermi» commenta Connor,
sorpreso.
«Non preoccuparti» rispondo con un sospiro. «È così con tutti.»
Poco dopo, il rettore sale sul palco e ci dà il benvenuto. Dice che dobbiamo essere
orgogliosi di essere stati ammessi in una delle più prestigiose università di discipline dello
spettacolo del Paese. Anche se probabilmente ripete le stesse cose ogni anno, io sono
entusiasta. Per la prima volta nella mia vita ho l’impressione di aver fatto qualcosa per
me e non per i miei genitori. È una bella sensazione.
Finito il discorso, l’aula si svuota in fretta e ci precipitiamo fuori.
Ruby ci saluta e si avvia alla lezione di Direzione di scena. Connor mi mette un braccio
intorno alle spalle e insieme andiamo alla prima lezione di Recitazione. È strano che sia
così a suo agio a invadere il mio spazio vitale dato che ci conosciamo appena, eppure non
mi dispiace. È insolito che un ragazzo mi abbracci, ma potrei abituarmi.
Entriamo in una grande stanza vuota con le pareti di mattoni e una stuoia sul
pavimento. Seguiamo l’esempio degli altri e lasciamo le borse contro il muro, poi ci
sediamo per terra. Il mio patetico bisogno di compiacere si risveglia. Ho la fronte bagnata
di un sudore malsano.
«Stai bene?» chiede Connor, tenendomi una mano sulla schiena.
«Sì, sono solo un po’ nervosa.»
«Ti aiuto io a rilassarti.»

Si sposta dietro di me e inizia a massaggiarmi le spalle. Per poco non mi scappa un
gridolino.
Ci sa fare, però ho capito il suo gioco. Vuole apparire protettivo e premuroso. Perfetto,
io ho bisogno di essere protetta. Ci guadagniamo entrambi.
Gli studenti chiacchierano e ridono; riconosco soltanto qualche faccia. A poca distanza
da me ci sono Zoe e una ragazza con i capelli rossicci che ho già incrociato alle audizioni.
Credo si chiami Phoebe. Fedeli al loro personaggio, parlano a voce altissima e ripetono in
continuazione: «Oh-mio-Dio». In un angolo vedo Troy e Mariska: sono fratello e sorella,
strambi e silenziosi.
Noto anche Miranda, una ragazza con i capelli corti e dritti che sono quasi sicura ci
abbia provato con me, e un tipo molto dark con la giacca di pelle di nome Lucas. È seduto
accanto a Jack, un buffone riccio che fa morire tutti dalle risate. Sta imitando le voci dei
personaggi Disney: Lucas è piegato in due dal ridere.
Holt arriva mentre mi guardo intorno. Appena si accorge che Connor mi sta
massaggiando le spalle, alza gli occhi al cielo e si siede il più lontano possibile.
Chi se ne frega.
Di solito mi bastano pochi minuti per intuire che cosa gli altri si aspettano da me. Ma
con lui non ci riesco.
Vuoi che rida alle tue battute? Okay.
Oh, ti prego, raccontami i tuoi sogni e le tue speranze! Mi piacerebbe tanto!
Una spalla su cui piangere? No problem.
Ma con lui… È come se volesse che non esistessi. In questo caso, non so proprio come
accontentarlo.
Dovrei sentirmi offesa dal suo comportamento, invece no. È una specie di grande
enigma, lunatico e con un profumo buonissimo, che voglio assolutamente risolvere.
Poco dopo entra Erika e cala il silenzio.
«Okay. Questo è il corso avanzato di recitazione, altrimenti detto “lasciate le vostre
cazzate fuori da quest’aula o vi prendo a calci nel culo”. Non m’interessa se siete stanchi,
spaventati, sbronzi o fatti. Da voi mi aspetto il massimo, dovete sempre dare il cento per
cento. Se pensate di non esserne capaci, state a casa. Non voglio avere niente a che fare
con voi.»
Qualcuno si guarda intorno nervoso, me compresa.
«Siete qui perché in voi abbiamo visto qualcosa. Siete qui per crescere, non per essere
viziati e coccolati. Se credete che le mie lezioni saranno una passeggiata perché siete in
grado di ripetere qualche battuta aggiungendo un pizzico di emozione, ripensateci. Con
me scoprirete i vostri punti deboli. Vi spoglierò fino al midollo e poi vi ricostruirò da capo,
strato dopo strato. Se vi sembra troppo faticoso, be’… bravi. Avete ragione. Ma alla fine
arriverete a conoscere le persone dentro questa stanza meglio della vostra famiglia. E,
soprattutto, conoscerete voi stessi.»
Mi osserva mentre pronuncia quest’ultima frase e io sento un improvviso e irrazionale
impulso di scappare per non tornare mai più.
«Bene, in piedi. È tempo di presentazioni.»
Ci divide in due file.

«Le regole sono semplici. Quelli più vicini alla finestra faranno una domanda al
compagno che hanno di fronte, che risponderà con sincerità. Poi vi scambiate di posto e
passate al compagno successivo. Continuate finché non ve lo dico io. L’obiettivo
dell’esercizio è conoscere più cose possibili dell’altra persona in un tempo limitato. E non
sto parlando di nomi, età e colore preferito. Dopo, dovrete raccontarmi un particolare
intimo e interessante di tutti quelli che sono in questa stanza. Cominciate.»
Guardo la ragazza davanti a me, Mariska. Ha capelli molto lisci e neri che le ricadono
sul viso. Anche gli occhi sono scuri. Mi fissa, in attesa.
Ah, già. La domanda. È difficile farsi venire in mente qualcosa. Lei è un po’ scostante.
«Uh… Cosa ti piace fare?»
«Tagliarmi. E a te?»
Batto le palpebre per cinque secondi prima di assimilare la risposta. «Ehm… leggo.
Perché ti tagli?»
«Mi piace il dolore. E tu perché leggi?»
«Ecco… be’… mi piacciono le parole.»
Nei due minuti e mezzo successivi parliamo di libri e film, ma io sono ancora ferma a
quel: «Mi piace il dolore». Finito il tempo, sono felice di procedere.
Imparo un sacco di cose sui miei nuovi compagni. Miranda ha capito di essere lesbica a
otto anni e pensa che io abbia un seno bellissimo. Lucas è stato arrestato a sedici anni
per rapina a mano armata perché si faceva di crack, ma adesso ha chiuso con le droghe
pesanti e fuma solo canne. Aiyah, una ragazza alta con la pelle color ebano, è emigrata
negli Stati Uniti dall’Algeria con la famiglia quando aveva dodici anni, dopo che i nonni e
due zii erano stati massacrati nel loro villaggio. Zoe ha conosciuto Robert De Niro in un
ristorante due anni fa ed è sicura che ci abbia provato con lei. Connor ha due fratelli
nell’esercito: pensano che sia finocchio perché vuole fare l’attore e lo picchiano a ogni
riunione di famiglia.
Io mi sento un’idiota. Un inutile e noioso spreco di spazio.
Prima di oggi non avevo mai conosciuto una lesbica. Né un tossico. Né qualcuno che ha
perso metà della sua famiglia. Ero troppo occupata a starmene tranquilla e al sicuro nella
mia piccola città, convinta che la mia vita fosse difficile solo perché i miei genitori
avevano troppe aspettative nei miei confronti.
Dio, quanto sono patetica.
Quando arrivo di fronte a Holt, mi scoppia la testa grazie a questo complesso di
inferiorità nuovo di zecca. Alzo gli occhi: è accigliato. Forse siamo in due ad avere
l’emicrania.
«Hai mal di testa?» gli chiedo con un sospiro.
«No. Tu?»
«Sì. Perché con te parlo a ruota libera?»
«Non ne ho idea, ma se vuoi puoi anche smetterla. Stai impazzendo perché in
confronto agli altri ti senti una mocciosa viziata?»
«Uh… sì, esatto. L’hai espresso alla perfezione, grazie. Si vede molto?»
Abbozza un sorriso. «No, però mi sento allo stesso modo. E speravo di trovare qualcun
altro come me.»

Per un momento siamo uniti nella nostra bizzarra normalità. Nella nostra straordinaria
ordinarietà.
«Nessun sordido segreto che vorresti condividere con me?» mi domanda lui.
«No. A parte il furto accidentale di un temperino di Winnie Pooh, sono di una banalità
disarmante. Non te ne sei accorto?»
«No.»
Di nuovo quello sguardo intenso e irritante.
«Una cosa particolare di te l’ho notata, però.»
Aggrotto la fronte. «Davvero? E sarebbe?»
Mi prende la mano e appoggia il palmo contro il mio, allineando le dita.
Subito si accende lo stesso calore che ho sentito alle audizioni, e per un istante penso
che dirà qualcosa a proposito dell’incredibile alchimia tra noi.
«Hai le mani da uomo. Sono enormi.»
Come, scusa?!
«Non ho le mani da uomo!»
«Invece sì. Me ne sono reso conto quando abbiamo fatto l’esercizio dello specchio.
Guarda.»
Osservo i nostri palmi accostati: le sue dita sono poco più lunghe delle mie. Il che
significa che se si mette le dita nel naso potrebbe farsi una lobotomia.
«E se fossi tu ad avere le mani da femmina?» ribatto.
«Taylor, sono alto più di uno e novanta, porto il quarantasette di scarpe e la tua mano
è grande quasi quanto la mia. Non venirmi a dire che non è bizzarro.»
Scosto la mano di scatto e lo fulmino con un’occhiata. «Be’, grazie per averlo
sottolineato. D’ora in poi mi vergognerò un casino delle mie mani da mutante.»
«Non devi. Alcuni ragazzi potrebbero trovarle sexy. Certo, più che altro ragazzi gay,
sono mani molto virili…»
«Piantala!»
«Okay, okay, non ne parlo più. Proverò a non fissarle, però non ti prometto niente.
Diciamo che attirano l’attenzione.»
Crede di essere simpatico. Ma non lo è per niente.
«Perché mi odi?» domando.
Lui mi guarda per un istante con quei suoi occhi bellissimi.
«Io non ti odio, Taylor. Cosa te lo fa pensare?»
«Oh, non lo so. Forse il fatto che, se non mi stai prendendo in giro, mi ignori o hai il
muso? Alle audizioni mi hai detto che non saremo mai amici. Perché?»
Holt sospira. «Perché non lo siamo. Vorresti che lo fossimo?»
«Non ci tengo particolarmente. Tra l’altro è strano, perché di solito faccio qualsiasi cosa
per essere amica di tutti.»
«Me ne sono accorto.»
«E questo cosa dovrebbe significare?»
Mi liquida con un gesto. A questo punto sarei autorizzata a dargli un pugno nello
stomaco. «Niente, lascia perdere. A chi tocca la domanda?»
«No, non lascio perdere. Cosa intendevi con quella frase?»

«Credo sia il mio turno» continua lui, facendo finta di nulla. «Allora, esci con Connor?»
Mi ha colto alla sprovvista. «Cosa?»
«Non hai capito? Esci con lui?»
«Nel senso di…?»
«Dio, Taylor… Nel senso di frequentarlo fuori di qui. Vederlo nudo. Scopartelo.»
«Che?!» Sono così furiosa che non riesco a respirare.
«L’esercizio prevede che alle domande si risponda» ribatte lui, calmissimo. «Sii sincera,
per favore.»
«Non sono affari tuoi!»
Si avvicina e abbassa la voce. «Devo chiamare Erika e dirle che ti rifiuti di fare
l’esercizio? Vuole che condividiamo le nostre esperienze, ricordi?»
Al solo pensiero che Erika possa avere una brutta opinione di me mi viene da vomitare.
Su Holt.
«Sei un grandissimo imbecille.»
«E tu sei evasiva. Rispondi.»
«Che…» Vorrei sorprenderlo usando la parola che inizia per C, ma proprio non riesco a
pronunciarla. «Che cosa ti importa se esco con lui?»
«Niente, ero solo curioso. Prima sembravate molto intimi. Anzi, pareva proprio che ti
stesse per saltare addosso.»
«Fai schifo.»
«Rispondi.»
«No!»
«“No”, non esci con lui, o “no”, non vuoi rispondere?»
«Entrambe.»
«Impossibile. Se rispondi no alla prima, è automaticamente un sì alla seconda.»
«Chiudi quella bocca.» Ho il viso in fiamme.
«Dunque la risposta alla mia prima domanda è “no”?»
«No.»
«No?»
«No!» Cavolo, adesso non so più a cosa sto rispondendo.
Sono rossa fino al collo. Mi viene quasi da ridere all’idea che Holt abbia pensato che io
«esca» con qualcuno, oltretutto con un tipo carino e intelligente come Connor.
Al liceo ho baciato dei ragazzi a qualche festa, e la mia esperienza in materia si
conclude qui. Tutte quelle bocche disordinate e quel frugare di lingue non mi hanno mai
fatto venire voglia di andare oltre.
Se il sesso fosse una partita di baseball, io sarei ancora in panchina. E, comunque, se
ho realizzato qualche punto, è stato soltanto grazie alle mie mani curiose, ma di sicuro
non ho battuto nessun fuoricampo.
Ovviamente, però, Holt non può saperlo.
Sto per dirgli che cavalco Connor come un cavallo selvaggio a un rodeo, tuttavia il suo
sguardo mi blocca. Nonostante la sua aggressività e le occhiate gelide, scorgo qualcosa di
fragile in lui, e sto zitta per qualche secondo.
Sospiro. «No, non esco con lui.»

Il viso di Holt si distende. «Bene, allora stagli lontana. Non mi piace come ti guarda.»
Mi viene in mente mio padre che mi ripete la stessa cosa ogni volta che un ragazzo mi
lancia un’occhiata e d’improvviso non mi sento più così libera.
«Magari a me invece piace come mi guarda» ribatto, e alzo il mento. «E, se dovessi
decidere di frequentarlo, di certo non chiederò a te il permesso. Non sei mio fratello, non
sei mio padre, e hai messo in chiaro che non sarai nemmeno mio amico, quindi scusami,
ma non verrò a discuterne con te. Connor è carino. Potrei fare ben di peggio che uscirci.»
Il viso di Holt è attraversato da un’ondata di rabbia. Si ricompone in fretta. «Bene. Puoi
andare a letto con tutta la scuola, per quello che me ne frega.»
Prima che possa aggiungere qualcosa, Erika grida di passare al compagno successivo.
Holt se ne va.
Vorrei sfogarmi ancora un po’ con lui, ma davanti a me c’è Phoebe, che vuole parlare
solo di Holt. Di quanto è bello. Di quanto è alto. Di quanto è intenso. Di quanto vorrebbe
«uscirci» insieme.
La odio all’istante.
Dopo la lezione ci fermiamo tutti a chiacchierare. Holt è dall’altra parte della stanza,
eppure mi accorgo che mi sta fissando.
Credo di non aver mai compreso davvero il significato dell’espressione «inimicarsi
qualcuno» prima di conoscere lui. Adesso lo so, eccome. Mai nessuno mi ha preso per il
verso sbagliato come lui, e in un modo così violento.
Però, a essere sincera, mi piace questo attrito tra di noi.
Gli lancio un’occhiata per essere sicura che mi stia ancora guardando, poi, in una delle
mie migliori interpretazioni di Zoe la smorfiosa, afferro Connor per un braccio e gli chiedo
di accompagnarmi alla lezione successiva.
Holt non mi rivolge la parola per il resto della settimana.

4
Fare la prima mossa

Oggi
New York
Diario di Cassandra Taylor
Caro Diario,
più tempo passo con lui, più infesta i miei sogni. Non vorrei ricordare: è lui che mi
spinge a farlo.
Lui è qui, tra le mie mani. Le sue labbra sono sulla mia pelle. È un istante perfetto, che
scalda il cuore. Mi ripeto che stavolta non se ne andrà.
Lo stringo a me e scaccio la paura, lo obbligo a perdersi in me. A restare. Anche se per
colpa sua finirà in tragedia, voglio fargli cambiare idea.
Poi è dentro di me.
Ed è perfetto.
Gli do la parte di me che non darei a nessun altro. Mi dice che è preziosa, che non la
merita.
Dopo mi abbraccia come se non volesse lasciarmi mai più.
Mi convinco che così resterà. Che quello che è successo non cambierà le cose.
E invece cambiano.
Si riveste, e con i vestiti addosso non lo vedo più. Vedo soltanto il dolore che lascia
dietro di sé.
Incolpo lui, ma sono io la responsabile. Sono io la stupida, io quella romantica,
ingenua.
Ho visto solo ciò che volevo vedere. Ho sentito solo quello che volevo sentire. Lui ha
recitato la sua parte.
A volte è nei miei occhi pieni di lacrime, ed è la cosa più bella che abbia mai visto.
Ma era una recita.
E lui sa recitare.
Molto, molto bene.
Sei anni prima
Grove Institute, Westchester
Seconda settimana di lezioni

Esco dall’aula di storia del teatro con il cervello che fuma per tutte le nozioni sugli
anfiteatri romani e finisco diritta contro il petto di un tipo molto alto e molto immobile.
I miei appunti volano ovunque.
«Cavolo!»
Il tizio alto ridacchia e mi saltano i nervi.
Sollevo gli occhi e riconosco il sorrisetto indisponente di Holt. Devo avere uno sguardo
assassino, perché il suo sorriso scompare più velocemente degli slip di Zoe Stevens il
sabato sera.
Quando mi chino per raccogliere i fogli, me lo ritrovo di fianco. Vorrei schiaffeggiargli le
dita per allontanarlo: è dall’esercizio di presentazione che non mi rivolge la parola. Non ci
si comporta così.
«Lascia stare» dico, mentre lui riordina gli appunti.
Me li porge e io glieli strappo di mano senza alzare la testa.
Ricaccio indietro un «grazie»: visto il modo in cui mi ha trattato, non se lo merita.
«Grazie» borbotto, involontariamente.
«Prego» risponde con quel suo stupido tono calmo.
Gli do una spinta e mi precipito giù dalle scale, diretta all’Hub. Pochi secondi dopo, Holt
mi cammina accanto come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Settimana tosta, eh?» esclama. «Pensavo che Erika avrebbe sbattuto fuori Lucas
quando si è presentato a lezione strafatto. Invece mi sa che ha capito che recita meglio
se è su di giri.»
Mi fermo e mi volto verso di lui. «Holt, non puoi ignorarmi per una settimana e poi
metterti a chiacchierare come se niente fosse.»
«Non ti ho ignorata.»
«Oh, sì.»
«No, ignorarti vorrebbe dire fingere che tu non esista. E invece ti ho notata. Ho solo
deciso di non parlare con te.»
«Ed è meglio o peggio che ignorarmi del tutto?»
«Appena un po’ meglio.»
«Ah, bene, allora non mi offendo.»
«Buon per te.»
«Ero ironica, cretino.»
«Taylor, sei sempre così scontrosa o ti devono venire le tue cose?»
«Che?! Io ho… che?! Le mie cose? Sei un grandissimo… Dio! Piantala!»
Mi allontano, ma lui tiene il mio passo. Sto davvero aspettando il ciclo, quindi sono
furiosa e ho voglia anche di piangere.
«Perché mi stai seguendo?»
«Non ti sto seguendo. Ti cammino di fianco.»
Gesù, dammi la forza!
«Cosa vuoi?» Accanto a lui mi sento un cagnolino ringhioso.
Holt sospira e si guarda i piedi enormi. «Niente. Vai alla festa di Jack stasera?»
«Perché me lo chiedi?»
Si passa una mano sugli occhi. «Non lo so neanch’io.»

«Tu ci vai?»
«Probabilmente no.»
«Allora io ci vado di sicuro.»
Mi osserva ancora per un istante e aggrotta la fronte come se stesse calcolando quante
angurie ci stanno in un camper. Poi, senza aggiungere altro, si volta e se ne va.
«Ah, okay, quindi abbiamo finito?» dico rivolta alla sua schiena. «Grazie di esserti
sforzato di parlarmi. Chiacchierare con te è sempre molto stimolante!»
Per fortuna inizia il week-end e non lo vedrò per due giorni.
Mi trascino fino a casa. Appena metto un piede dentro, la voglia di andare alla festa
svanisce completamente. Desidero solo fare un bagno lunghissimo, mangiare una
quantità di gelato pari al mio peso e infilarmi a letto.
Ruby è di tutt’altra idea.
«Alzati.»
«Non voglio» rispondo. Sembro una bambina di due anni.
«Tu ci vieni.»
«Ruby…»
«Con me non attacca, Cassie. È la nostra prima festa del college e tu ci verrai, a costo
di trascinarti fin lì per i capelli. A giudicare dalla faccia che avevi prima, hai proprio
bisogno di una bella scopata.»
Alzo gli occhi al cielo. Mi piacerebbe molto essere una di quelle ragazze che riescono a
risolvere i loro problemi con un po’ di sano sesso. Ma considerando che sono ancora
iscritta al Club della Verginità e flirtare non è il mio forte, posso solo sperare che la serata
non sia uno schifo totale.
«L’unica a rimorchiare stasera sarai tu, Ruby.»
«Cassie, sei fantastica, potresti avere tutti i ragazzi che vuoi se solo avessi un briciolo
di autostima.»
«Sì, come no.»
«Promettimi che alla festa ci proverai con qualcuno. Fai tu la prima mossa.»
Scoppio a ridere. «Mi sa che non hai capito niente di me. Io non faccio mai la prima
mossa. Anzi, non mi muovo proprio. Sono immobile. La mia esistenza è priva di
movimento.»
Dall’espressione di Ruby capisco che con lei non la spunterò mai. «Devo ricordarti che
sei un’attrice? Recita, fingi di avere tutto sotto controllo. E ora alza il culo e mettiti
qualcosa di sexy.»
Non ho niente di sexy, così infilo i jeans più stretti che possiedo e una maglia scollata
che mi fa un seno da paura. Addirittura mi trucco e pettino. Ruby approva con una
scrollata di spalle.
Mezz’ora dopo, il taxi accosta davanti a una villa enorme che sorge su un ampio viale.
«Wow, chi ci vive qui?» chiede lei chiudendo la portiera.
«Jack Avery, insieme ad altri due del mio corso, Lucas e Connor.»
«Connor?» ripete Ruby, incuriosita. «Il tipo che mi hai presentato il primo giorno?»
«Sì.»
«Carino. C’è qualcosa tra voi?»

Sorrido pensando a quanto è stato premuroso con me. «Mi abbraccia un casino.»
«Perfetto, lanciati» risponde Ruby, come se fosse la soluzione a tutti i miei problemi.
«Provaci con lui.»
Connor mi piace, ma non so se in quel senso.
«Senti» riprende Ruby, «non ti sto dicendo che te lo devi sposare e farci tanti bei
bambini. Divertiti, bacialo. Non è che muori.»
«Non dovrebbero essere i ragazzi a fare la prima mossa?»
«Smettila di essere così fifona! Ascolta, ti propongo un patto. Se stasera tiri fuori le
palle e ci provi con qualcuno, ti lavo il bucato per un mese.»
La cosa diventa interessante. Nel nostro palazzo c’è solo una vecchia lavatrice che
impiega più di un’ora per un ciclo completo: il bucato richiede un sacco di tempo.
«Affare fatto. Però non posso prometterti che non farò figuracce.»
Ruby sorride e mi spinge verso l’ingresso. Dalla porta arriva un gran baccano.
«D’accordo.»
Sul prato davanti alla casa c’è un po’ di gente che chiacchiera e ride. Sembra che siano
venute quasi tutte le matricole.
Mi preparo a recitare il mio personaggio.
«Vieni» dice Ruby tirandomi nella calca, «devi bere.»
«Io non bevo.»
«Da stasera sì.» Prende due provette verdi da un vassoio. «Due o tre di queste e
strapperai i vestiti ai ragazzi.»
Sono piuttosto scettica, ma quarantacinque minuti e tre provette dopo sono appoggiata
al muro e rido come una scema. Muovo la testa al ritmo della musica, mentre Ruby balla
con un gruppo di ragazzi che fanno di tutto per essere notati. Lei flirta un po’ in giro,
dedicando però un’attenzione particolare a un tipo alto e ben piazzato che studia tecniche
di scena. Le sussurra qualcosa all’orecchio. Lei mi guarda e alza le sopracciglia, poi gli
afferra la mano ed escono in terrazzo.
A vedere lei sembra semplicissimo.
Okay, va bene. Ce la posso fare. Trova un ragazzo carino. Parla con lui. Tenta di essere
affascinante. Mettigli la lingua in bocca.
Mi prende il panico.
Mi infilo in corridoio in cerca del bagno, il rifugio più sicuro a una festa e l’unico luogo in
cui è concesso essere soli. Prima che riesca a trovarlo, adocchio Holt sulla porta della
cucina.
Che cavolo ci fa qui?
Sta parlando con una tizia carina.
Ha la ragazza?
Certo che sì. Uno bello come lui avrà decine di donne che si buttano ai suoi stupidi,
enormi piedi da clown.
Arrossisco molto e in fretta, e non mi piace.
L’alcol mi rallenta i riflessi e non faccio in tempo a fingere di non averlo notato: sta già
camminando verso di me, tenendo una mano sul fianco della ragazza. Lei sorride come se
mi conoscesse.

«Ciao, Cassie» mi saluta. Ha un volto familiare, ma in questo momento ho una gran
confusione in testa. «Sono Elissa, una compagna di corso di Ruby.»
«Ah, certo. Ciao, Elissa.» Parlava con Ruby l’altro giorno a lezione di Semiotica. Bel
viso. Occhi da cerbiatta.
Lancio un’occhiata a Holt e vedo che mi sta fissando le tette. Divento paonazza e lui
distoglie lo sguardo, poi si schiarisce la gola.
«Taylor» dice, e annuisce.
«Holt.» Mi sforzo di non accorgermi di quanto gli donino i jeans scuri e la camicia
azzurra con le maniche arrotolate. Avambracci niente male. «Pensavo che non saresti
venuto.»
«Be’, ho saputo che quelli fichi c’erano tutti. Non potevo mancare.»
Elissa fissa lui, poi me. Chissà se si è resa conto che il suo ragazzo mi dà sui nervi.
«Allora, Cassie, tu e Ethan frequentate lo stesso corso di recitazione?»
«Già, ma non abbiamo ancora recitato molto.»
«È passata solo una settimana» risponde lei, sorridendo. «Presto inizieranno le
audizioni per lo spettacolo di fine anno. Gira voce che si farà Romeo e Giulietta. Magari i
due amanti tormentati sarete proprio voi due.»
Io e Holt scoppiamo a ridere neanche fosse la battuta più divertente del mondo. Elissa
ci guarda come se fossimo matti.
«Okay» dice, battendo le mani. «Vado a sbronzarmi. A dopo.»
Mi passa accanto e si allontana.
«Mi fermo altre due ore!» le urla dietro Holt. «Se vuoi un cazzo di passaggio, fatti
trovare prima, altrimenti torni a casa a piedi.»
Wow. Mi piacerebbe proprio avere un fidanzato così gentile.
Scuoto la testa, disgustata.
«Cosa c’è?» chiede lui.
«Tu.»
«Io cosa?»
«Le parli sempre in questo modo?»
«Sì.»
«Perché?»
«Perché non dovrei?»
«Perché è da maleducati.»
Lui mi rivolge un sorriso sghembo e scrolla le spalle. «E non ci sono neppure andato giù
pesante. A casa le dico di peggio.»
«A casa?»
«Sì.»
«Vivete insieme?»
«Preferirei di no, ma non riesco a sbarazzarmene. Una volta l’ho chiusa fuori, però è
molto ingegnosa ed è riuscita ad aprire la serratura con una foglia e una graffetta.»
«Dio, Holt, sei… sei… Grrr! Come ha fatto a mettersi con te? Sei ufficialmente il
fidanzato peggiore dell’universo.»
Lui sgrana gli occhi. Poi ride. «Elissa non è la mia ragazza. È mia sorella!»

Adesso sono io a essere sorpresa. «Tua sorella?»
«Sì.»
Il sollievo non è mai stato tanto odioso.
«Tranquilla, Taylor» sussurra. «Sono single. Non essere gelosa.»
Rido. «Non sono gelosa. Sono solo felice che tu non stia infliggendo la tua personalità
malata a una povera ragazza.»
Nei suoi occhi passa un’ombra scura e abbassa la testa. Mi sa che ho detto qualcosa di
sbagliato. Sto per provare a capire cosa, quando compare Connor e mi mette una mano
sulla schiena.
«Ciao, Cassie, ti stavo cercando. Sono contento che tu ce l’abbia fatta.»
Mi abbraccia. Holt ci sta fissando.
«Non potevo perdermi la festa» rispondo, e ricambio l’abbraccio.
«Ciao, Ethan» dice Connor, e gli dà una pacca. «Grazie di essere qui.»
Holt sorride, ma è un sorriso forzato. «Figurati.»
«Allora» riprende Connor, «sotto c’è una gara di bevute. Venite?»
«Certo» dico.
Holt scrolla le spalle.
Connor ci fa strada. Al piano inferiore troviamo una ventina di nostri compagni di corso
seduti in cerchio; sul pavimento sono sparse varie bottiglie, lattine di birra e bicchierini da
shot.
«Eccone altri due» annuncia Connor, facendoci entrare nel circolo. Sono tutti sbronzi e
ci salutano con una specie di ruggito.
Zoe agguanta immediatamente Holt e lo fa sedere accanto a lei, poi gli allunga un
bicchiere. Connor si mette vicino a me. Jack serve a tutti uno shot di un liquido scuro.
Holt lo svuota d’un fiato, ma rifiuta un secondo giro borbottando che deve guidare. È uno
dei pochi qui dentro ad avere ventun anni ed è l’unico che non beve. Ironico.
Bevo anch’io e tossisco: è come mandare giù dell’acido.
Ridono tutti e comincia il gioco.
Provo a concentrarmi, però non conosco le regole. Finisce che bevo un sacco. Troppo.
Dopo un po’ è tutto divertentissimo. Sono tutti bellissimi. Vorrei abbracciarli e baciarli
tutti, perché sono belli, carini e simpatici.
Poi c’è la musica. Forte e martellante.
Qualcuno mi fa alzare in piedi.
Connor.
Mi abbraccia e anch’io lo stringo; tento di ballare, ma trascino i piedi e basta. A lui non
importa. È caldo e mi sfiora il collo con il naso.
«Che buon profumo hai, Cassie.»
Sorrido perché mi fa il solletico. Perché è dolce. Perché mi piace come mi abbraccia. Mi
aggrappo a lui per non cadere e sorrido ancora; il mio corpo è diventato pesantissimo.
Sento la sua bocca sulla pelle e ho un brivido. C’è qualcosa che non va.
La stanza inizia a girare. Mi scosto da lui. Mi convinco che non sto cercando Holt, invece
è proprio così.
Gli altri ballano e ridono. Si baciano.

Holt è dall’altra parte della stanza, seduto sul divano a bere una Coca. Zoe gli parla e
lo tocca con una faccia che urla: «Puoi farmi tutto quello che vuoi». Però lui non la
ascolta. Sta guardando me. Un brivido ancora più forte.
Ma non voglio provare queste cose, così mi volto di nuovo verso Connor. Mi sta
accarezzando la schiena. Mi piace.
Il suo viso è molto vicino al mio e con gli occhi mi sta dicendo che mi desidera.
È una vita che sogno che un ragazzo mi guardi in questo modo. E adesso che sta
succedendo non riesco a pensare ad altro che a quella faccia imbronciata dall’altra parte
del soggiorno.
«Cassie, ho voglia di baciarti.»
Connor scruta il mio volto in cerca di una risposta. Vorrei essere baciata, anche se
credo sia colpa dell’alcol.
Sento la voce di Ruby che mi ripete di smetterla e di lasciarmi andare.
Connor mi fissa le labbra e si avvicina sempre di più. Sono troppo eccitata e troppo
ubriaca.
Mi sta baciando. Una parte di me vorrebbe ricambiare, eppure non ci riesco.
Mi tiro indietro. «Connor…»
Lui sorride e abbassa la testa.
«Scusami» mormoro. Penso proprio di avere qualcosa che non va: lui è bello e dolce.
Scuote il capo. «Non preoccuparti.»
«Vorrei tanto, davvero…» biascico, e sono sincera.
«Sì, ma ho la sensazione che preferiresti baciare un altro.»
Mi sfiora la guancia. Non faccio in tempo a dirgli che si sbaglia che lui sta già salendo le
scale.
La musica cambia e il pavimento inizia a girare. Devo sedermi.
Barcollo fino al divano. Sembra lontanissimo.
Qualcuno mi prende per un braccio e mi aiuta. Anche senza guardare so che è Holt.
Jack compare al mio fianco e ride. «Taylor, sei fuooorissimo!»
Risatine da iena intorno.
Delle mani calde cercano di farmi sedere, però Jack mi dà una bottiglia: sarebbe
scortese non bere. Scaccio le mani che mi sorreggono e la afferro.
Bevo e faccio una smorfia. Mi sto comportando da stupida ma mi piace.
Ridono tutti, allora rido anch’io. Troppo forte. La Cassie Ubriaca ha una risata stridula.
«Okay, fine, ha bevuto abbastanza.»
È la voce di Holt. Roca. Mi ricorda mio padre.
«Nessuno la sta obbligando. È adulta.»
«Passa la bottiglia a qualcun altro, Avery. Subito.»
Inciampo e ridono di nuovo.
Ovvio, la Cassie Ubriaca fa morire dalle risate.
La stanza è una macchia confusa. Sto battendo le palpebre troppo in fretta. Barcollo e
sento di nuovo due mani calde su di me.
«Dio, Taylor, vuoi sederti?»
Tono irritato. A lui la Cassie Ubriaca non piace.

Alla Cassie Ubriaca non gliene frega un emerito cazzo.
Risatine.
Ho appena detto la parola che inizia per C. Nella mia testa.
Cattiva, Cassie Ubriaca.
Mi accascio sul divano. È morbido e ho un gran sonno.
Mi stendo sopra di lui. Il suo corpo è muscoloso e caldo. Ha un buon profumo.
Mi volto per sentirlo meglio. Camicia di cotone. Spalla. Afferra e annusa. Buono.
«Scopami.» Voce profonda. Sexy. Lo tiro per il colletto per avvicinarmi a lui. Oltre il
colletto c’è la pelle. Calda. Sento un formicolio sotto i polpastrelli.
«Dio, Taylor…» Non è più arrabbiato. Ha una voce diversa. Implorante. «Fermati.»
«No. Beeello. Prfumo buono» biascico.
Voglio sentire il suo calore e mi metto a cavalcioni su di lui. Affondo il naso nel suo
collo e gli passo le mani tra i capelli. Wow.
«Cazzo, no.» Holt mi allontana e metto il broncio.
Lo guardo: è bellissimo quando si innervosisce.
«Taylor, smettila. Sei ubriaca.»
Mi lascio cadere in avanti.
«Ti prego» mormoro, premendo il mio corpo contro il suo. «Solo un minuto. Dormire.»
Strofino di nuovo il naso sul suo collo. Assaporo il suo odore.
È teso, ma io sto comoda. Che profumo fantastico.
«Ehi, guardate!»
Sst, Jack, parla più piano.
«Finalmente Taylor ha scoperto come turbare l’imperturbabile Holt. Mi sa che è
arrossito!»
Altre risate.
Sussurro: «Sst». E con le labbra gli sfioro il collo. Lui geme. Voglio rifarlo.
«Avery, sei una testa di cazzo.» Holt non sta urlando, però la sua voce è comunque
molto forte. Provo a tappargli la bocca, ma lui mi sposta la mano. «Ha bevuto troppo e
adesso si sentirà male.»
«Sta benissimo, guarda come sorride. Fossi in te non mi lamenterei.»
Se solo la smettessero di parlare. Ho bisogno di dormire.
Mugolo e nascondo la testa nel collo di Holt. Lui si contorce sotto di me.
«Portale un bicchiere d’acqua, se non vuoi che ti prenda a calci nel culo.»
Mentre parla, il suo petto vibra contro il mio seno. Piacevole. Virile.
«Okay, okay, datti una calmata» risponde Avery.
Mi raggomitolo contro di lui. «Zitto. Fammi dormire.»
«Taylor.» La sua voce è più dolce, ora, meno roca. «Devi alzarti. Ti prego.»
«Non mi va. Si sta bene qui.» Gli infilo una mano sotto la camicia. Bei muscoli.
«Taylor, smettila, prima che faccia una grossissima cazzata.»
Mi appoggia le mani sui fianchi e cerca di spostarmi. Mi sposto, ma per premermi
ancora di più contro di lui.
Lo sento sotto di me.
Duro. Durissimo.

Lui geme di nuovo, affonda il viso nel mio collo. «Dio…»
Il mio corpo brucia. Mi fa male. Lo desidera.
Mi struscio contro di lui.
Holt impreca ed è molto sexy. Sento le sue labbra sul mio orecchio.
«Cassie, non così.» Mi prende per i fianchi e mi blocca. «Non da ubriaca. Domani non
ricorderesti niente. Smettila.»
Sono in fiamme, ma lui non mi permette di muovermi.
Crollo, sconfitta.
«Cassie, guardami.»
Occhi aperti. Oh, pessima idea.
Gira tutto.
Ho il mal di mare.
«Cassie?»
Il mondo oscilla. Lui mi osserva, preoccupato.
«Cassie?»
«Nonmisentotantobene.»
Mi alzo in piedi e per poco non cado. Due mani mi afferrano. Forti. Roventi.
«Merda, fai piano.»
«Sto bene.»
Mi scosto. Barcollo in corridoio.
Il bagno. Accosto la porta. Il water è troppo lontano. Striscio per raggiungerlo.
Lo stomaco si stringe, la bocca si spalanca e ne esce un liquido marrone con pezzi di
patatine al mais. Brucia esattamente come quando è andato giù. I conati continuano
finché non resta più niente da vomitare. Sono stanca. Esausta.
Chiudo gli occhi. Vedo vortici neri e grigi; sono su una barca in mezzo alla tempesta,
oscillo e mi piego.
Quando riapro gli occhi, Holt mi sta tirando fuori da una macchina. Ha le mie chiavi e
apre la porta; mi sfugge un lamento.
Poi mi ritrovo in bagno a vomitare. Lui mi tiene indietro i capelli e mi accarezza la
schiena. Piango mentre lui mi dice di stare calma e mi tampona il viso con un
asciugamano fresco.
Sono proprio uno schifo.
Mi mette a letto. I vortici neri si chiudono sopra di me e mi addormento.
Al risveglio, ho male dappertutto. C’è troppa luce. Dagli occhi parte una fitta lancinante
che si irradia al cervello. Ho la pancia indolenzita: mi sembra di aver fatto un migliaio di
addominali.
Con un gemito nascondo la testa sotto il cuscino, però due mani lo tirano via. Sollevo
una palpebra e vedo Holt accanto a me; mi porge un bicchiere d’acqua e un analgesico.
«Prendilo.» Parla a bassa voce, ma comunque troppo forte per la mia testa che
martella.
Provo a mettermi a sedere, non ci riesco. Rotolo su un fianco e inghiottisco la
compressa e tutto il bicchiere d’acqua. Non mi aiuta a eliminare il saporaccio che ho in

bocca. Crollo di nuovo sul cuscino.
Probabilmente mi sono riaddormentata, perché mi sveglio sentendo il profumo di bacon
e il rumore di qualcuno che si muove in cucina.
Barcollo fino in bagno e faccio la pipì più lunga della mia vita. Non resisto al richiamo
della doccia, così mi spoglio e resto sotto il getto d’acqua finché non torno più o meno
umana. Mi lavo i capelli e strofino ogni centimetro del mio corpo, poi mi avvolgo in un
asciugamano e mi spazzolo per bene i denti e la lingua. Due volte.
Sto un po’ meglio. La testa pulsa ancora e ho lo stomaco sottosopra, ma sono
abbastanza presentabile.
Apro la porta del bagno e mi ritrovo davanti Holt. Mi studia i capelli bagnati e il telo, e
solo dopo mi guarda in faccia.
Si schiarisce la voce. «Uh… ciao.»
«Ciao» dico. È molto strano vederlo in casa mia. Mi chiedo se non sono ancora ubriaca.
«Ehm… Ti ho… preparato qualcosa da mangiare» continua lui, e infila le mani in tasca.
«Non abbiamo niente in frigo.»
«Sono uscito a fare un po’ di spesa. Dovresti mettere qualcosa nello stomaco. Ti farà
bene.»
«Okay.»
Lui resta immobile sulla soglia, imponente, mi fissa e si mordicchia la guancia.
«Holt?»
«Sì?»
«Bisogna che ti sposti, così posso andare in camera mia a vestirmi.»
«Oh… certo.»
Si volta e torna in cucina.
Indosso un paio di pantaloni della tuta e mi pettino.
Poco dopo siamo seduti a tavola. Ha preparato uova, bacon e frittelle di patate. Di
fronte a me ci sono una tazza di caffè e un bicchiere di succo d’arancia. Bizzarro.
«Uh… wow» esclamo. «È… Hai fatto le frittelle di patate? Da solo?»
«Sì» risponde lui, prendendo una forchettata di uova. «Non è difficile.»
«Per te forse no. Io non so neanche far bollire l’acqua senza la ricetta.»
Mi osserva e mi sforzo di mangiare, anche se il mio stomaco è poco entusiasta all’idea.
«Mmm» borbotto, masticando bacon e frittelle. «Buonissimo.»
«Mia madre fa la chef a domicilio. Mi ha insegnato un po’ di cose.» Holt scrolla le spalle
e continua a mangiare. Ogni tanto mi guarda, ma i suoi occhi scuri sono imperscrutabili.
Finita la colazione, sparecchia e io bevo il caffè. Mentre lava i piatti, non posso non
fissargli il sedere.
Non dovrei, non ne verrà niente di buono.
Però Holt è stato così carino con me che decido di essere carina con il suo sedere e mi
concedo di notare quanto sta bene fasciato dai jeans.
Lui si volta e si appoggia al lavello: senza volerlo, ho lo sguardo puntato sul cavallo dei
pantaloni.
Se ne accorge. Prendo la tazza e bevo un lungo sorso di caffè, ma mi va di traverso e
tossisco.

«Tutto bene?»
«Sì.»
Non c’è da stupirsi se non ho mai avuto un fidanzato.
«Allora…» Holt indica il mio telefono sulla panca. «Ha chiamato la tua coinquilina per
sapere come stavi. Dice che torna più tardi.»
«Ah, sì?»
«Mi ha chiesto di domandarti se deve farti il bucato per tutto il mese.»
Sorrido.
Ecco, io e Holt non ci siamo baciati, però possiamo affermare che l’ho molestato
sessualmente. Magari per Ruby vale lo stesso.
Arrossisco mentre ci ripenso.
«Senti, Holt, a proposito di ieri sera…»
«Sì, esatto» mi interrompe, sfregandosi gli occhi. «Che cosa ti è saltato in testa di bere
così tanto? Potevi andare in coma etilico.»
«Volevo solo…» Essere quella che non sono. «… Divertirmi.»
«Ti sei divertita a vomitare l’anima? Bello, eh?»
Scuoto la testa. «Per un po’ è stato bello. Ridevano tutti.»
«Perché eri ubriaca fradicia e ti strusciavi addosso a chiunque.»
«Non a chiunque» ribatto, sulla difensiva. «Solo a Connor. E… a te.»
«Sì, be’, è sufficiente» borbotta. «E comunque cos’è successo con Connor? Prima lo baci
e un attimo dopo sei sopra di me.»
«Non ho baciato Connor. È stato lui a baciare me.»
«Dettagli.»
«E non lo definirei neanche un bacio.»
«Quindi eri ubriaca ed eccitata.»
«Non ero eccitata» replico, indignata.
Dio, ero eccitatissima.
«Da quello che ho visto, lo eri eccome.»
«Io… ecco… tu eri lì, e io ero… ehm…»
«Eccitata?»
«Ubriaca. Ecco perché è successo. Non c’è nessun altro motivo. Non mi comporterei mai
così in condizioni normali. Di sicuro non con te.»
«Perché mi odi.»
«Esatto.»
«Però mi vuoi.»
«Cosa?! No!»
«Sì.»
«Stai delirando.»
«Ehi, sei stata tu ad annusarmi, a baciarmi il collo e a strusciarti su… be’… su di me. Se
non fossi un gentiluomo, probabilmente l’avremmo fatto davanti a tutti.»
Sta dicendo delle assurdità, eppure il mio corpo non la pensa così: il formicolio che ho
provato ieri sera ritorna gridando vendetta.
«Holt, due persone che si odiano non…»

«Scopano?»
«Fanno sesso.»
«Invece sì. Succede spesso.»
«Non a me.»
«Poverina.»
Silenzio. Sorrido e scuoto la testa.
Holt si acciglia. «Cosa c’è?»
«Niente, è che proprio non riesco a decifrarti. Prima mi fai credere di essere un bad
boy, come se potesse cascare il mondo se sei gentile con me, e subito dopo sei il ragazzo
perfetto che mi riaccompagna a casa, fa la spesa e mi prepara la colazione. Perché?»
Si mangiucchia le unghie. «È tutta la notte che me lo domando anch’io.»
«E quale risposta ti sei dato?»
«Non ne ho la più pallida idea.»
«Un momento di debolezza?»
«Ovviamente.»
«Forse è perché sei un bravo ragazzo.»
Scoppia a ridere. «Taylor, io sono un sacco di cose, ma ti assicuro che non sono un
bravo ragazzo. Chiedi alle mie ex.»
Si rabbuia di colpo, come se avesse parlato troppo.
Prima che possa replicare, si alza in piedi e si spolvera le briciole di dosso. «Bene, me
ne vado. Avrai degli impegni.»
«Non ho niente in programma» rispondo. Lui si ferma e mi guarda. «Possiamo… fare
qualcosa insieme, se ti va.» Non mi sarei mai aspettata di desiderare la sua compagnia,
ma una parte di me la vuole. Un sacco.
«Io… uh…» Si osserva i piedi. «No, devo andare.»
Sono delusa e non mi piace.
«Oh. Okay. Allora, grazie per… insomma, per avermi tenuto indietro i capelli, per la
colazione e tutto il resto.»
«Figurati.»
Lo accompagno alla porta.
Lui esce e si volta. «Dunque ci vediamo lunedì.»
«Già.»
Avanza di un passo e gli dico: «La prossima settimana mi rivolgerai la parola o è stato
solo un momento di distrazione e sei ancora deciso a non voler essere mio amico?».
Di nuovo quel suo mezzo sorriso. «Taylor, per noi essere amici sarebbe… complicato.»
«Più complicato di adesso?»
«Sì.»
«Perché? Finisce il mondo se passiamo del tempo insieme?»
Lui mi fissa intensamente. «Sì. I mari si prosciugheranno, i cieli si oscureranno e i
vulcani esploderanno, causando l’estinzione della civiltà così come la conosciamo. Quindi,
per il bene dell’umanità, anzi, per il bene di tutto ciò che ti è più caro… stammi lontana.»
È talmente serio che mi viene da pensare che non stia scherzando.
«Ethan Holt, sei il ragazzo più strano che abbia mai conosciuto.»

Annuisce. «Lo prendo come un complimento.»
«E fai bene.»
Mi scruta per un istante di troppo, poi scuote la testa e si incammina verso la sua auto.
Lo seguo con lo sguardo finché i fari posteriori non scompaiono dietro l’angolo.
Chiudo la porta e batto in ritirata in camera mia. Mi infilo a letto e mentre sistemo il
cuscino mi chiedo quale Holt troverò lunedì: l’idiota che ce l’ha con il mondo intero e mi
dà sui nervi o il ragazzo dolce che mi ha preparato le frittelle di patate?
Una parte di me spera entrambi.


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