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Ciao Roberto che lavoro fai .pdf


Nome del file originale: Ciao Roberto che lavoro fai_.pdf
Titolo: Microsoft Word - Ciao Roberto che lavoro fai_.docx

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Anteprima del documento


Ciao Roberto che lavoro fai ? Mi occupo di Comunicazione pubblicitaria in TIM, Telecom.
Che bello, lo spot del ballerino impazza da mesi, complimenti, ottimo lavoro avete fatto. E’ allora che io
sorrido, tentando di non chiudermi ancora una volta in me stesso e annuisco non aprendo più
bocca , perché per quanto io tenti ancora di darmi una spiegazione plausibile, una risposta, quello
non è più il mio lavoro da quel maledetto pomeriggio del 23 novembre scorso ma io ancora a
stento riesco a dirlo a chi non mi conosce e non perché abbia qualcosa da nascondere, l’ho urlato
a mezzo mondo infatti, ma ancora e soprattutto a causa di quel senso di profondo pudore misto a
quell’altrettanto senso di impotenza che mi assale ogni santo giorno da mesi e che rischia di
annientarti.
Perdere un lavoro che ami perché qualcuno te lo strappa senza ritegno è specchio dei nostri tempi
in cui la logica della cattiveria e della violenza cancella ogni parvenza di residua umanità.
La mia è una storia ordinaria , come ne capiteranno a migliaia in questo paese disgraziato, fatta di
pressioni psicologiche, di vessazioni continue subite piccole o grandi, poco importa , condite da
mie esternazioni e appelli continui raccolti da chi doveva recepirli ma poi inascoltati, perché è più
facile punire chi denuncia un disagio piuttosto che i responsabili. Una vicenda fatta di piccolezze , di
strumentalizzazione quotidiana, cosa comune negli uffici, niente di nuovo, ma nel mio gruppo di
lavoro praticamente tutto al femminile, eccezion fatta per poche persone, quel “giardino delle
vergini suicide”, cosi venivano chiamate da altri colleghi passati sotto le loro spire, questo era, è
purtroppo il pane quotidiano sapientemente cucinato da abili donne e da cape che ben indossano
gli abiti delle carnefici, perché le donne sanno essere spesso peggiori di tanti uomini in un contesto
lavorativo in cui tra l’altro l’unico uomo del mio capo era più attento al suo posto dorato che al
reale ambiente tossico di lavoro in cui io respiravo da troppo tempo CO2 e non più Ossigeno.
E’ stata una storia misera di continua sofferenza e insofferenza, di battutine omofobe sottobanco,
si sono gay , di finta amicizia di parvenza da parte loro , una volta eri nel cerchio magico, la volta
dopo ti tiravano fuori compattandosi una con l’altra, pur odiandosi tra di loro. E poi c’è il finale più
rocambolesco e tragico che mai e in meno di quattro giorni nella più folle delle situazioni ecco il
mio licenziamento improvviso , all’età di 42 anni ad un mese esatto o quasi dallo scorso Natale
( che bel Natale, e che bella Pasqua e quanti altri bei giorni, vero? ).
Ho potuto realizzato a mie spese e a caro prezzo che esistevano grandi aziende come Telecom
Italia ora TIM a cui ho donato la mia essenza di persona, il mio entusiasmo, il mio impegno civile
per i diritti dei “differenti” , la mia forza, il coraggio delle idee e il mio spirito anche critico ma
sempre onesto e vitale, quelle companies che da paladine del welfare, dei diritti umani e civili,
attente ai bisogni della propria forza lavoro, cambiano improvvisamente pelle e come nei peggiori
incubi mutano inesorabilmente verso una deriva ottocentesca che ricorda alla memoria lo spettro
della Restaurazione che fa emergere il terrore sopra ogni cosa, leit motiv del nuovo deal.
Volti nuovi tra i top manager messi lì appositamente per il controllo delle menti e delle libertà di
fatto ridotte al lumicino e per risparmiare milioni di Euro solo dai portafogli dei dipendenti, solito
vecchio adagio italiano. Una grande azienda come TIM che vende la sua anima a le diable francese e
che camaleonticamente diventa solo una azienda grande ma unicamente per il numero dei suoi
dipendenti. Viene meno la sua essenza, la sua anima che, seppure tra mille contraddizioni e infinita
lentezza e burocrazia smodata, tipica degli ex carrozzoni pubblici, ha sempre contraddistinto la
vecchia e cara mamma Telecom, che ha sostenuto e profuso i nobili valori di Adriano Olivetti per
decenni. A posto di quei principi altissimi e nobili, ecco arrivare di corsa un nuovo management
che parla francese ma che è italiano e che tinteggia tutto di nero vestendosi di disumanità, via
l’illuminato capo del personale Di Loreto, proveniente da Barilla, via le regole del benessere
umano, via quel senso di libertà e di cura delle persone, si stralcia tutto in nome del Dio denaro,
corre il bavaglio alle liberalità e ai fondamenti essenziali del diritto di espressione ,viene cancellato
il diritto di critica prima ammesso e ora sanzionato, addirittura si mette mano chirurgicamente alle
attività di svago extra-lavorative dei social network, che vengono messi sotto controllo, come
fatto nel mio caso e vilmente e che, come nelle peggiori dittature di sempre, diventano non più
strumenti di evasione e di spensieratezza del singolo ma mezzi per minacciare la propria forza

lavoro, per sanzionarla e anche per licenziarla come avvenuto nel mio caso, unico in tutta TIM da
quando esiste da cinquant’anni a questa parte o da quando ci sono i social network.
E a me di tutta questa follia ben orchestrata da altri, con la coscienza a posto , la mia, e con l’unico
rimpianto di essermi fidato di persone ignobili, cosa resta, trattato come un assassino, giustiziato
senza neppure un contraddittorio, per aver difeso la mia libertà, la mia dignità, la mia salute
psicofisica ? Nulla, niente, se non notti di pianto e giornate di rabbia e di disperazione.
Azzerati dieci anni di onesto lavoro, di attaccamento e di dedizione al brand TIM in poche ore e
tramite una gelida lettera, cacciato anche perché omosessuale, single e senza una famiglia, epurato
senza un briciolo di umanità, senza un minimo scrupolo con una iniezione letale diretta, non un
confronto, non un incontro chiarificatore, dopo i tanti avvenuti, dopo le infinite promesse da parte
dei vari Uffici per una migliore ricollocazione all’interno dell’azienda per garantire la mia tutela e la
mia tranquillità. Il condannato a morte ha un nome e cognome , il mio, unico ma vero esempio per
tutti in Telecom Italia, il capro espiatorio di uomo licenziato perché vessato e umiliato e non per
altro, nonostante tutti sapessero e fino agli alti vertici.
Papa Francesco ha detto e puoi crederci se hai fede o non se non ne hai :
“Chi licenzia fa peccato ”.
Io aggiungo : “Chi licenzia in maniera premeditata e senza pietà fa peccato mortale”.
E se a 42 anni ora 43 sei senza più un lavoro che hai amato in una azienda a cui hai voluto bene e
che ha saputo riconoscertelo sino al cambio di rotta che ha intrapreso allora dico a voi , Cattaneo
e Micheli , rispettivamente A.D. e Capo del Personale di TIM, di tornare a essere umani e di
riconsiderare al di là del giudizio di un Tribunale, quanto mi avete comminato.
Far conoscere la verità è per definizione innocente e mai colpevole.
Rivoglio e la riotterrò la mia vita, il mio lavoro , la spensieratezza che a quest’età adulta è
fondamentale per sopravvivere in questa nazione tormentata, e con essi i miei compagni di tante
belle avventure in TIM oggi come ieri in Telecom Italia.
Roberto Valentini




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