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Nome del file originale: 1-irragiungibile-ag.pdf
Titolo: Irraggiungibile (Italian Edition)
Autore: Glines, Abbi

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Il libro

Rush Finlay ha ventiquattro anni, è sexy e arrogante, e nessuno riesce a dirgli di no. Blaire Wynn ha
solo diciannove anni, è splendida, innocente e off limits: è figlia del nuovo patrigno di Rush. Quando
Blaire, alla morte della madre, lascia la sua fattoria in Alabama e si trasferisce in Florida dal padre che
non vede ormai da anni, trova ad attenderla solo Rush, il fratellastro fascinoso e inaffidabile, con cui
dovrà trascorrere l’estate. Blaire non è preparata a quel mondo pieno di lusso e tentazioni, e
soprattutto a quella potente attrazione, impossibile da contenere, che la trascina verso Rush… Perché la
felicità sembra sempre così irraggiungibile?

L’autore

Le piacerebbe passare i weekend su yacht di lusso, a sciare oppure a fare surf. E invece li trascorre
in Alabama, sotto le coperte, con un Mac e usa la sua fervida immaginazione nei romanzi che scrive.
Per Mondadori ha pubblicato The Vincent Boys e The Vincent Brothers.

abbi glines

IRRAGGIUNGIBILE
traduzione di Manuela Carozzi

CAPITOLO UNO

Di solito quando c’era una festa vedevo parcheggiati solo pick-up con le gomme sporche
di fango. Non ero proprio abituata alle macchine di lusso, e in quel momento ce n’erano
almeno venti ai due lati del vialetto d’ingresso. Non volevo bloccare il passaggio a
nessuno, perciò sistemai la Ford di mia madre, che aveva quindici anni buoni, sui ciuffi
d’erba che spuntavano in mezzo alla sabbia.
Papà non mi aveva detto che quella sera ci sarebbe stata una festa. Non mi aveva
detto granché su nessun argomento, a dire il vero.
Non si era nemmeno fatto vedere al funerale di mia madre. Se non avessi avuto
bisogno di un posto dove vivere, non sarei certo andata a casa sua. Ero stata costretta a
vendere la casetta ereditata dalla nonna per pagare le ultime spese mediche. In pratica
mi erano rimasti soltanto i vestiti e il pick-up. Nei tre anni in cui la mamma aveva lottato
contro il cancro mio padre non si era fatto vivo neanche una volta, quindi chiamarlo era
stato difficile. D’altronde era pur sempre l’ultimo pezzo di famiglia che mi restava.
Alzai gli occhi sull’imponente edificio di tre piani che sorgeva direttamente sulla sabbia
candida di Rosemary Beach, in Florida. La nuova casa di mio padre. La sua nuova
famiglia. Non potevo farcela.
Di colpo qualcuno mi spalancò la portiera. D’istinto, infilai una mano sotto il sedile,
presi la mia nove millimetri e la puntai dritta contro l’intruso, pronta a premere il grilletto.
— Ehi! Ehi! Volevo solo dirti che avevi sbagliato posto, ma ti dico tutto quello che vuoi
tu se metti via quell’affare. — Dall’altra parte della mia pistola c’era un ragazzo moro, con
i capelli arruffati tirati dietro le orecchie ed entrambe le mani alzate. Aveva lo sguardo
sbigottito.
Inarcai un sopracciglio e tenni la pistola salda con entrambe le mani. Ancora non
sapevo chi fosse quel tizio. Ma doveva capire al volo che vedermi spalancare la portiera
da uno sconosciuto non era un benvenuto di mio gradimento.
— No, non ho sbagliato posto. Questa non è la casa di Abraham Wynn?
Il ragazzo deglutì, nervoso. — Senti, non riesco a pensare con quell’arnese puntato in
faccia, mi fai paura. Puoi metterlo via, prima che capiti uno spiacevole incidente?
Uno spiacevole incidente? Quel tizio cominciava a darmi sui nervi.
— Non ti conosco — gli dissi. — È buio e sono in un posto che non ho mai visto prima,
da sola. Perciò scusami tanto, ma al momento non mi sento esattamente tranquilla. E
credimi se ti dico che a me incidenti non ne capitano. Sono capace di usare un’arma.
Bene, anche.
Era chiaro che il tipo non mi credeva, ma osservandolo meglio non mi sembrava una

vera minaccia. In ogni caso non ero ancora pronta ad abbassare la pistola.
— Abraham? — ripeté lentamente il ragazzo iniziando a scuotere la testa, ma poi si
interruppe. — Ah, sì, un attimo: Abe è il nuovo patrigno di Rush. L’ho conosciuto prima
che andasse a Parigi con Georgianna.
Parigi? Rush? Eh? Non avevo capito niente, ma il ragazzo continuava a fissare la pistola
con il fiato sospeso e non si spiegava. Senza staccargli gli occhi di dosso, abbassai la mia
arma da difesa e feci attenzione a rimettere la sicura prima di infilarla di nuovo sotto il
sedile. Forse, senza quella davanti, il tizio sarebbe riuscito a concentrarsi e si sarebbe
spiegato meglio.
— Almeno ce l’hai il porto d’armi? — mi chiese, incredulo.
Non ero dell’umore giusto per parlare del mio diritto o meno a girare armata. Mi
servivano risposte.
— Abraham è a Parigi? — chiesi, in cerca di una conferma. Sapevo che doveva tornare
quel giorno. Ne avevamo parlato la settimana prima, dopo che avevo venduto la casa.
Il ragazzo annuì lentamente e cominciò a rilassarsi. — Lo conosci?
Non proprio. Da quando, cinque anni prima, aveva abbandonato me e mia madre,
l’avevo rivisto due volte in tutto. Ricordavo il papà che veniva alle mie partite di calcio e
grigliava gli hamburger per le cene fra vicini di casa. Il papà che avevo avuto fino al
giorno in cui Valerie, la mia sorella gemella, era morta in un incidente stradale. C’era lui
alla guida. E da quel giorno non era stato più lo stesso. L’uomo che non mi chiamava per
sapere come stavo mentre accudivo mia madre malata, quello no, non lo conoscevo. Per
niente.
— Sono sua figlia, Blaire.
Il ragazzo spalancò gli occhi, buttò la testa all’indietro e scoppiò a ridere. Cosa c’era di
divertente? Mentre aspettavo di capire, lui mi porse una mano. — Vieni, Blaire, ti
presento una persona. Sarà felicissima di conoscerti.
Gli fissai la mano e intanto presi la borsetta.
— Ne tieni una anche lì dentro? Devo avvertire tutti di non darti fastidio? — Il tono
scherzoso della sua voce mi impedì di rispondere con una parolaccia.
— Mi hai aperto la portiera senza preavviso. Mi sono spaventata.
— E la tua prima reazione a uno spavento è puntare una pistola? Si può sapere da
dove vieni? La maggior parte delle ragazze che conosco io si sarebbe messa a urlare!
La maggior parte delle ragazze che conosceva lui non era stata costretta a proteggersi
costantemente negli ultimi tre anni. Avevo mia madre di cui preoccuparmi, ma nessuno
che si preoccupasse di me. — Vengo dall’Alabama — risposi ignorando la mano tesa e
scendendo dal pick-up da sola.
La brezza marina mi schiaffeggiò il viso. L’odore salato della spiaggia era
inconfondibile. In realtà non avevo mai visto una vera spiaggia, per lo meno non dal vivo.
In fotografia o nei film, sì. Ma l’odore era esattamente quello che mi sarei aspettata.
— Allora è vero quello che dicono sulle ragazze di quelle parti — commentò il tipo, e io
tornai a rivolgere l’attenzione su di lui.
— Vale a dire?
Mi squadrò dall’alto in basso, poi si soffermò di nuovo sul mio viso. Le sue labbra si

distesero in un sorriso lento. — Jeans stretti, canottiera e pistola. Merda, vivo nello Stato
sbagliato!
Alzai gli occhi al cielo e raggiunsi il retro del pick-up. Avevo una valigia e diverse
scatole da portare al centro di raccolta per i poveri.
— Lascia, faccio io — mi disse superandomi e prendendo la grossa valigia che mia
madre aveva tenuto nell’armadio per quella “vacanza itinerante” che non eravamo mai
riuscite a fare. Diceva sempre che un giorno avremmo fatto la traversata coast to coast in
macchina, da est a ovest. Ma poi si era ammalata.
Mi scrollai di dosso i ricordi e cercai di tornare al presente. — Grazie… Ehm,
scusa,credo di non aver capito come ti chiami.
Il ragazzo mise a terra la valigia e poi si girò verso di me.
— Ma come! Ti sei dimenticata di chiedermelo mentre mi puntavi in faccia una nove
millimetri?
Sospirai. Ok, forse avevo un po’ esagerato con la pistola, ma lui mi aveva spaventata
sul serio.
— Piacere, Grant. Sono un amico di Rush — si presentò.
— Rush? — Di nuovo quel nome. Chi era questo Rush?
Il sorriso di Grant si allargò di nuovo. — Non sai chi è Rush? — Aveva un’espressione
molto divertita. — Aaah! Come sono felice di essere venuto qui, stasera!
Indicò la casa con un cenno della testa. — Vieni, te lo presento.
Lo seguii a ruota mentre mi conduceva verso l’elegante edificio. Più ci avvicinavamo,
più il volume della musica aumentava. Se mio padre era in viaggio, allora di chi era la
festa? Sapevo che Georgianna era la sua nuova moglie, ma le informazioni finivano lì. Si
trattava dei suoi figli? Quanti anni avevano? Perché lei aveva dei figli, giusto? Non
ricordavo, mio padre era stato vago in proposito. Aveva detto che la mia nuova famiglia
mi sarebbe piaciuta, ma non aveva specificato altro.
— Così questo Rush vive qui?
— Sì, per lo meno d’estate. Si trasferisce in una delle sue tante case in base alla
stagione.
— In una delle sue tante case?
Grant soffocò una risata. — Tu non sai niente della famiglia con cui tuo padre si è
imparentato, vero, Blaire?
Infatti: niente di niente. Feci no con la testa.
— E allora lezione lampo prima di buttarci in questa gabbia di matti — mi disse
fermandosi sul pianerottolo della scala che portava all’ingresso. Mi guardò. — Dunque,
ricapitoliamo: Rush Finlay è il tuo fratellastro, figlio unico di Dean Finlay, famoso
batterista degli Slacker Demon. I suoi genitori non si sono mai sposati. Ai tempi, sua
madre Georgianna era una groupie. Questa casa è di Rush, che per gentile concessione
ospita anche la madre. — Si interruppe per voltarsi a guardare la porta, che si stava
aprendo bruscamente. — E questi sono tutti i suoi amici.
Mi ritrovai davanti una ragazza con i capelli biondo ramato, alta e slanciata, che
indossava un vestitino corto blu acceso e un paio di tacchi così vertiginosi che se avessi
cercato di portarli io mi sarei spezzata l’osso del collo. Notai subito il disgusto emanato

dal suo broncio. Non sapevo molto della gente come lei, eppure non avevo dubbi sul fatto
che il mio abbigliamento da grande magazzino a buon mercato non incontrasse la sua
approvazione. Quello, oppure c’era un enorme insetto che mi stava strisciando addosso.
— Oh, Nanette. Ciao — fece Grant in tono sorpreso.
— Chi è quella? — chiese la bionda spostando lo sguardo da me a lui.
— Un’amica. E togliti quella smorfia dalla faccia, Nan, non ti dona proprio — fu la
riposta di Grant prima di prendermi per mano e tirarmi dentro casa con sé.
La stanza non era affollata come avevo immaginato superando l’ampio ingresso senza
porte e passando sotto l’arco che dava su quello che doveva essere il salotto. Era più
grande di tutta la mia casa, o meglio della mia ex casa. Due porte a vetri, aperte,
offrivano una vista mozzafiato sull’oceano, e mi facevano venire voglia di godermela da
più vicino.
— Da questa parte — disse Grant facendosi strada verso un… bar? Ma dai? Una casa
con un bar all’interno?
Mi guardai intorno, mentre passavamo in mezzo alla gente. Tutti si interrompevano
per darmi una rapida occhiata. Probabilmente ero così diversa da loro che non potevano
evitare di notarmi.
— Rush, lei è Blaire. Credo che sia roba tua. L’ho trovata qui fuori, mi sembrava un po’
persa — disse Grant, e io staccai lo sguardo dai curiosi per vedere chi fosse quel ragazzo.
Oh.
Mio. Dio.
— Tu dici? — rispose Rush in tono annoiato, chinandosi in avanti dal divano bianco
dove un secondo prima era sdraiato comodo con una birra in mano. — Carina, ma
giovane. Non direi che è roba mia.
— Invece sì, visto che il suo paparino se l’è svignata a Parigi con mammina e ci resterà
per settimane. Comunque, se proprio non te ne vuoi occupare tu, io sarei felice di offrirle
una stanza a casa mia. Ovviamente se promette di lasciare la sua arma letale in
macchina.
Rush socchiuse gli occhi e mi studiò con attenzione. Aveva le iridi di un colore strano,
sorprendente. Né castane né verdi, ma di una tonalità calda, screziata d’argento. Mai
visto niente di simile. Che fossero lenti a contatto?
— Perfetto, quindi non è roba mia — sentenziò prima di stravaccarsi come prima sul
divano.
Grant si schiarì la gola. — Stai scherzando, vero?
Rush non rispose e bevve un sorso dalla bottiglia a collo lungo che teneva in mano. Il
suo sguardo si era fissato in quello di Grant, e avvertivo un senso di minaccia in quegli
occhi. Mi avrebbero chiesto di andarmene. E non sarebbe stato bello, perché in borsa
avevo esattamente venti dollari e nel serbatoio restavano le ultime gocce di benzina.
Avevo già venduto tutti gli oggetti di valore che possedevo. Quando avevo telefonato a
mio padre, gli avevo semplicemente spiegato che mi serviva un posto dove stare per un
po’, per avere il tempo di trovarmi un lavoro e guadagnare abbastanza da andare a
vivere per conto mio. Lui aveva detto subito sì e mi aveva dato l’indirizzo, aggiungendo
che sarebbe stato molto felice di ospitarmi.

L’attenzione di Rush si era spostata di nuovo su di me. Era in attesa della mia mossa.
Cosa si aspettava che dicessi? Un sorrisetto gli sfiorò le labbra, poi mi fece anche
l’occhiolino.
— Stasera ho la casa piena di ospiti e il mio letto è già al completo. — Guardò Grant.
— Credo che sia meglio mandarla a cercarsi un albergo, finché non riesco a contattare il
suo paparino.
La repulsione sulla sua lingua quando pronunciò la parola “paparino” era
inequivocabile. Mio padre non gli piaceva. E non potevo dargli torto. Non era colpa di
Rush se ero lì, era stato lui a dirmi di raggiungerlo. Avevo speso quasi tutti i soldi per la
benzina e per mangiare durante il viaggio… Perché mi ero fidata di quell’uomo?!
Afferrai il manico della valigia che Grant stringeva ancora in mano. — Ha ragione. È
meglio se me ne vado. Venire qui è stata una pessima idea — tagliai corto, senza
guardarlo negli occhi. Diedi uno strattone e lui, senza troppo entusiasmo, lasciò andare il
bagaglio.
Le lacrime mi pungevano gli occhi: stavo per diventare una senzatetto. E non riuscivo a
guardare quei due in faccia.
Voltai le spalle e, con lo sguardo basso, puntai dritta verso la porta. Sentii Grant
discutere con Rush, ma feci finta di niente. Non volevo sapere che cosa stava dicendo su
di me quel ragazzo stupendo. Non gli piacevo, si vedeva. Inoltre, a quanto pareva,
nemmeno mio padre era ben accetto in famiglia.
— Già te ne vai? — chiese una voce che mi fece subito pensare alla melassa. Alzai lo
sguardo e vidi il sorriso compiaciuto della ragazza che poco prima mi aveva aperto la
porta.
Neanche lei mi voleva. Ma facevo così schifo a quella gente? Riabbassai subito lo
sguardo a terra e aprii la porta. Ero troppo orgogliosa per dare a quella stronza la
soddisfazione di vedermi piangere.
Una volta fuori, al sicuro, mi lasciai scappare un singhiozzo e raggiunsi il mio pick-up.
Se non avessi avuto con me la valigia, mi sarei messa a correre. Mi serviva il senso di
protezione che il mio furgone sapeva regalarmi. Io appartenevo a lui, non a quella
ridicola casa piena di stronzi snob. Mi mancava casa mia. Mi mancava mia madre.
Quando un altro singhiozzo mi esplose nel petto, richiusi la portiera e abbassai la sicura.

CAPITOLO DUE

Mi asciugai gli occhi, sforzandomi di fare un bel respiro profondo. Non potevo cedere
proprio ora. Non l’avevo fatto quando stringevo la mano di mia madre mentre lei
chiudeva gli occhi per sempre. Non l’avevo fatto quando l’avevano sepolta al freddo,
sottoterra. Non l’avevo fatto nemmeno quando ero stata costretta a vendere l’unico posto
che mi restava per vivere. Perciò non l’avrei fatto nemmeno adesso: dovevo tenere duro.
Non avevo abbastanza soldi per permettermi una camera d’albergo, ma avevo pur
sempre il mio pick-up. Potevo vivere lì. L’unico problema sarebbe stato trovare un posto
sicuro dove parcheggiarlo di notte. Quella cittadina mi sembrava tranquilla, ma ero sicura
che il vecchio carrozzone avrebbe attirato l’attenzione, specialmente la sera. I poliziotti
sarebbero venuti a bussarmi contro il finestrino prima che riuscissi ad addormentarmi.
Avrei dovuto investire i miei ultimi venti dollari in benzina, e guidare fino a una città più
grande, dove la mia macchina non avrebbe dato nell’occhio.
Magari avrei potuto appostarmi sul retro di un ristorante e trovare un lavoro… Così non
avrei avuto bisogno della benzina per fare avanti e indietro. Il mio stomacò iniziò a
brontolare, ricordandomi che dalla mattina non avevo messo più niente sotto i denti. Un
paio di dollari mi sarebbero serviti per il cibo. Sì, dovevo trovare un lavoro al più presto.
Sarebbe andato tutto bene. Voltai la testa prima di innestare la retro e mi presi un
colpo. Due occhi d’argento mi stavano fissando.
Mi lasciai sfuggire un gridolino prima di rendermi conto che era Rush. Che cosa ci
faceva in piedi dietro al mio pick-up? Era uscito per accertarsi che lasciassi la sua
proprietà? Non avevo la minima voglia di parlare di nuovo con lui. Feci per distogliere lo
sguardo e andarmene da quel posto, ma mi accorsi che lui aveva sollevato un
sopracciglio. Che cosa voleva dire quella faccia?
Non mi interessava. No, nemmeno se con quell’espressione era tremendamente sexy.
Misi in moto il motore. Invece del consueto rombo, sentii prima un colpo secco e poi
silenzio. Oh, no. Non adesso. Ti prego, no.
Girai più volte la chiave nel cruscotto e pregai che non fosse ciò che temevo. Sapevo
che la lancetta della riserva era rotta, ma avevo tenuto sotto controllo i chilometri
percorsi. Non potevo aver finito la benzina, un po’ di autonomia mi restava ancora. Per
forza!
Picchiai la mano aperta contro il volante e apostrofai il pick-up con una serie di
simpatici appellativi, ma ovviamente non servì a nulla. Ero bloccata. Rush avrebbe
chiamato la polizia? Aveva talmente voglia di buttarmi fuori da casa sua che era uscito
per controllare che me ne andassi sul serio. E adesso che ero ferma lì, mi avrebbe fatta

arrestare? O peggio, avrebbe chiamato il carro attrezzi? Se l’avesse fatto, non avrei
potuto pagarlo. Però forse, in prigione, mi avrebbero dato da mangiare e un letto…
Cercando di cacciare giù il nodo che mi stringeva la gola, aprii la portiera del pick-up e
incrociai le dita.
— Problemi? — mi chiese.
Avrei voluto mettermi a gridare a squarciagola, tanto ero disperata. Per fortuna riuscii
a fare almeno un cenno con la testa. — Sono rimasta a secco.
Rush sospirò. Io non parlai: avevo deciso che in quella situazione la cosa migliore
sarebbe stata attendere paziente un verdetto. Avrei sempre potuto implorarlo e
supplicarlo in un secondo momento.
— Quanti anni hai?
Eh? Mi stava davvero chiedendo quanti anni avevo? Ero bloccata sul vialetto di casa
sua, voleva che me ne andassi e, invece di discutere sul da farsi, voleva sapere quanti
anni avevo?
Che tipo.
— Diciannove — risposi.
Rush sollevò entrambe le sopracciglia. — Davvero?
Mi stavo sforzando all’inverosimile per non perdere la calma. Dovevo fargli pena, non
c’era dubbio. Ricacciando in gola il commento acido che mi era affiorato sulla punta della
lingua, riposi: — Sì, davvero.
Rush fece un sorrisetto e scrollò le spalle. — Scusa, è solo che sembri più piccola. —
Tacque e, con gli occhi, scese lungo il mio corpo per poi risalire lentamente al viso. Il
calore improvviso che mi salì alle guance era imbarazzante. — Anzi, no. Rimangio quello
che ho detto… Ogni centimetro del tuo corpo conferma che hai diciannove anni. Mi ha
ingannato quel faccino così giovane e fresco. Non ti trucchi?
Era una domanda? Ma cosa aveva in mente quel tipo? Io volevo sapere cosa mi
aspettava nell’immediato futuro, non discutere del fatto che il trucco fosse un lusso che
non potevo permettermi. Inoltre Cain, il mio ex ragazzo e ora migliore amico, diceva
sempre che andavo bene così come ero. Qualsiasi cosa volesse dire.
— Ho finito la benzina. In tasca ho venti dollari. Mio padre se l’è svignata e mi ha
mollata qui dopo aver promesso che mi avrebbe aiutata a rimettermi in piedi. E fidati che
lui era l’ultima, ma proprio l’ultima persona a cui avrei voluto rivolgermi. No, non mi
trucco. Ho problemi più gravi che sforzarmi di sembrare carina. E adesso, tanto per
sapere, chiami la polizia o il carro attrezzi? Se posso scegliere, preferisco la polizia. —
Serrai la bocca di scatto e posi fine al mio sfogo. Mi aveva innervosito e non ero riuscita a
tenere a freno la lingua. Così gli avevo anche fatto venire l’idea del carro attrezzi! Ma che
cretina!
Rush piegò la testa di lato e mi fissò. Il suo silenzio era quasi insopportabile. Avevo
appena condiviso un po’ troppe informazioni con quel ragazzo; se ora ne avesse avuto
voglia, avrebbe potuto rendermi la vita difficile.
— Non mi piace tuo padre, ma dal modo in cui ne parli ho capito che non piace
nemmeno a te — commentò, pensieroso. — Stasera c’è una stanza vuota. Lo resterà
finché mia madre non torna. Quando lei va in vacanza, non voglio avere intorno la sua

domestica, Henrietta. La faccio venire soltanto una volta la settimana. Puoi usare camera
sua, nel sottoscala. È piccola, ma un letto c’è.
Mi stava offrendo un posto dove stare. Non sarei scoppiata in lacrime, no, quello avrei
potuto farlo più tardi. Niente prigione, grazie al cielo!
Rush corrugò la fronte solo per un istante, poi si rilassò e sul viso gli tornò un sorriso
disinvolto. — Dove hai messo la valigia?
Chiusi la portiera del pick-up e scesi per prelevare il mio bagaglio dal retro.
Prima ancora di poterci riuscire, sentii la vicinanza di un corpo caldo che emanava un
odore sconosciuto e invitante. Rimasi impietrita. Rush afferrò la valigia e la posò a terra.
Mi girai per guardarlo e lui mi fece l’occhiolino. — Posso portartela io. Non sono così
stronzo!
— Gra-grazie — balbettai, incapace di distogliere i miei occhi dai suoi. Erano pazzeschi.
Sembravano truccati con l’eyeliner, tanto erano nere le ciglia che li circondavano. Invece
si trattava di una splendida cornice naturale. Che ingiustizia! Io avevo le ciglia bionde.
Cos’avrei dato per averle come le sue!
— Ah, meno male che l’hai fermata. Ti stavo dando cinque minuti, poi sarei venuto qui
a vedere se l’avevi fatta scappare a gambe levate. — La voce familiare di Grant mi
riscosse dallo stupore. Mi girai, felice che ci fosse stata un’interruzione. Stavo fissando
Rush come una vera idiota: strano che non avesse già cambiato idea sul fatto di
ospitarmi.
— Dorme nella stanza di Henrietta finché non riesco a mettermi in contatto con suo
padre e a inventarmi qualcosa. — Il tono era scocciato. Mi oltrepassò e piazzò la mia
valigia in mano a Grant. — To’, portala in camera sua. C’è qualcuno che mi aspetta.
Rush si allontanò senza voltarsi, e io dovetti mettercela davvero tutta per non seguirlo
con lo sguardo. Anche da dietro, con quei jeans, offriva uno spettacolo notevole. Ma non
doveva diventare l’oggetto delle mie attenzioni.
— È un coglione lunatico — mi disse Grant, scuotendo la testa. Non potevo dargli torto.
— Fermo! Non devi portarmi di nuovo la valigia — protestai cercando di togliergliela di
mano, ma lui mi allontanò per non lasciarmela prendere. — Sono il fratello gentile. Non
ho intenzione di farti portare questa valigia quando ci sono a disposizione due braccia
muscolose, per non dire impressionanti, che possono sollevarla per te.
Avrei sorriso, se solo mi fosse sfuggita una parola che invece mi aveva fatto trasalire.
— Fratello? — ripetei.
Grant sorrise, ma soltanto con le labbra. — Ops, mi sono dimenticato di dire che sono il
figlio del marito numero due di Giorgianna. È rimasta sposata con lui da quando io avevo
tre anni e Rush quattro fino ai miei quindici. A quel punto eravamo ormai fratelli. Il fatto
che poi mio padre abbia lasciato sua madre non ha cambiato niente. Siamo andati
insieme al college, abbiamo persino fatto parte della stessa confraternita.
Oh. Ok. Non me l’aspettavo.
— Ma quanti mariti ha avuto Georgianna?
Grant fece una risatina secca e sarcastica, poi andò verso la porta d’ingresso. — Tuo
padre è il numero quattro.
Mio padre era un cretino. A quanto pareva quella donna cambiava i mariti con la

frequenza delle mutande. Tra quanto si sarebbe stancata anche di lui e avrebbe voluto
iniziare una nuova vita?
Grant salì i gradini e non disse più nulla finché non fummo di nuovo in casa, diretti
verso la cucina. Era una stanza enorme, con piani di marmo nero e una valanga di
elettrodomestici molto sofisticati. Sembrava una di quelle cucine da rivista di
arredamento. Grant aprì una porta che dava su una specie di grande locale dispensa.
Perplessa, mi guardai intorno e poi lo seguii all’interno. In fondo, un’altra porta. La aprì.
C’era giusto lo spazio per entrare e appoggiare la valigia sul materasso. Mi sporsi e
vidi, dietro Grant, un letto matrimoniale distante dalla porta solo pochi centimetri. A quel
punto era fuor di dubbio che mi trovavo nel sottoscala. Dall’altro lato, incastrato
perfettamente fra il letto e la parete, un minuscolo comodino. Nient’altro.
— Non chiedermi dove puoi mettere la valigia… Che camera minuscola! In realtà non
ero mai stato qui sotto — ammise Grant scuotendo la testa, poi sospirò. — Senti, se ti va
puoi venire a casa mia. Almeno ti do una stanza in cui ci si può girare.
Per quanto Grant fosse gentile, non avrei accettato la sua offerta. Non gli serviva
un’ospite indesiderata che gli occupasse una stanza. In quel bugigattolo avrei potuto
starmene nascosta senza dare fastidio, nessuno mi avrebbe visto. Inoltre avrei potuto
fare un po’ di pulizie in casa e trovarmi un lavoro da qualche parte. Forse Rush mi
avrebbe lasciato dormire in quella stanzetta finché non mi fossi procurata abbastanza
soldi da potermene andare… Lì dentro non mi sentivo troppo di disturbo. Il giorno dopo
avrei trovato un minimarket e avrei usato i miei venti dollari per fare la spesa: con un po’
di pane e burro d’arachidi avrei tirato avanti più o meno per una settimana.
— Qui va benissimo, così non sto fra i piedi a nessuno. E poi domani Rush chiama mio
padre e scopre quando ha intenzione di tornare a casa. Può darsi che abbia già in mente
un piano, non so. Comunque grazie per l’offerta, sei gentile.
Grant si guardò intorno ancora una volta in quello stanzino e aggrottò le sopracciglia.
Si vedeva che non gli piaceva per niente, ma io mi sentivo già sollevata. Che carino, però,
a preoccuparsi per me.
— Non mi va di lasciarti qui sotto. Non è giusto… — Mi fissò, questa volta con un tono
supplichevole nella voce.
— Guarda che invece è perfetto! Molto meglio che stare sul pick-up.
Grant rimase stupito. — Pick-up? Perché, avevi intenzione di dormire in macchina?
— In mancanza di meglio… Così invece avrò un po’ più di tempo per capire quale dovrà
essere la mia prossima mossa.
Grant si passò una mano fra i capelli arruffati. — Mi prometti una cosa? — chiese.
Non ero una da promesse: se c’era una cosa di cui ero sicura, era che troppo spesso
non venivano mantenute. Alzai le spalle: era il massimo che potevo fare.
— Se Rush ti manda via, chiamami.
Feci per dirgli sì, ma mi resi conto che non avevo neanche il suo numero.
— Dammi il tuo telefono, così ti inserisco il mio numero. — Ci era arrivato prima lui.
Ecco, stavo per sembrare ancora più patetica… — Non ho il cellulare — confessai.
Grant rimase a bocca aperta. — Non hai il cellulare? Ah, ecco perché te ne vai in giro
con una cavolo di pistola! — Si infilò una mano in tasca e ne estrasse quello che

sembrava uno scontrino. — Hai una penna?
Aprii la borsa, presi una penna e gliela porsi.
Scrisse in fretta il suo numero e poi mi restituì penna e scontrino. — Chiamami. Dico
sul serio.
Non l’avrei mai chiamato, ma era carino da parte sua chiedermelo. Annuii. Non gli
avevo promesso niente.
— Spero che riuscirai a dormire bene qui dentro — concluse osservando la stanzetta
con lo sguardo pieno di preoccupazione. Avrei dormito a meraviglia.
— Tranquillo — lo rassicurai.
Grant mi salutò con un cenno e uscì dalla stanza richiudendosi la porta alle spalle.
Rimasi ferma finché non lo sentii chiudere anche la porta della dispensa, poi mi sedetti
sul letto, accanto alla valigia. Ero felice. Potevo farcela.

CAPITOLO TRE

Anche senza finestre a dirmi se il sole fosse sorto oppure no, sapevo di aver dormito fino
a tardi. Dopo un viaggio in macchina di otto ore e il rumore dei passi su e giù per le scale
che mi aveva impedito di prendere sonno per una marea di tempo, ero letteralmente
esausta e alla fine ero crollata.
Mi stiracchiai e mi allungai per far scattare l’interruttore sul muro. Una piccola
lampadina illuminò la stanza e io mi sporsi sotto il letto per estrarre la valigia che avevo
cacciato lì sotto la sera precedente.
Avevo assolutamente bisogno di una doccia e di usare il bagno. Magari dormivano
ancora tutti e io sarei potuta sgattaiolare dentro e fuori la casa senza farmi notare da
nessuno…
Quando mi aveva accompagnato, Grant si era dimenticato di mostrarmi dov’era il
bagno. Mi era stata offerta solo la stanza, ma non pensavo che una doccia veloce fosse
un gesto troppo invadente.
Presi un paio di slip puliti, pantaloncini neri e una maglietta bianca senza maniche. Con
un po’ di fortuna sarei riuscita a entrare e uscire dalla doccia asciugando tutto prima che
Rush scendesse al piano di sotto.
Aprii la porta che dava sulla dispensa e passai accanto a scaffali che contenevano più
cibo di quanto un comune mortale avrebbe mai potuto avere bisogno. Girai lentamente il
pomello della porta e la socchiusi. In cucina la luce era spenta, ma dalle enormi finestre
che davano sull’oceano entrava la luce di un sole intenso. Se non avessi avuto una
disperata urgenza di fare pipì, sarei rimasta lì a godermi lo spettacolo. Ma la natura
chiamava e io dovevo rispondere. La casa era immersa nel silenzio. Disseminati qua e là,
bicchieri vuoti, resti di cibo e vestiti. Avrei potuto rimettere io tutto in ordine: se mi fossi
dimostrata utile, forse mi avrebbero permesso di restare fino all’arrivo della mia prima
paga, o magari addirittura della seconda.
Aprii con cautela la prima porta che mi trovai davanti, nel timore che potesse trattarsi
di una camera da letto. No, era una cabina armadio. La richiusi e attraversai il corridoio
verso le scale. Se i bagni erano tutti contigui alle camere da letto, ero fregata. A meno
che… Forse un bagno all’esterno, da usare dopo una lunga giornata passata in spiaggia,
c’era. In fondo anche Henrietta doveva fare la doccia e usare i servizi! Tornai verso la
cucina, uscendo dalle due porte a vetri che la sera prima erano aperte. Mi guardai intorno
e vidi dei gradini che scendevano sotto la casa. Li seguii.
In fondo c’erano due porte: ne aprii una e mi trovai di fronte mucchi di giubbotti
salvagente, tavole da surf e galleggianti. Richiusi tutto e provai con l’altra. Tombola!

Da una parte il wc, dall’altra la doccia. Accanto, un seggiolino con shampoo, balsamo,
sapone, oltre a un asciugamano piccolo e uno grande. Perfetto!
Dopo essermi lavata e rivestita, appesi gli asciugamani al tubo di sostegno della tenda
della doccia. Si vedeva che quel bagno non veniva usato spesso. Avrei potuto usare le
stesse salviette tutta la settimana e lavarle durante il weekend. Sempre che mi fossi
fermata così a lungo.
Chiusi la porta e risalii le scale. L’aria dell’oceano aveva un profumo meraviglioso.
Arrivata in cima, mi sporsi dalla ringhiera e guardai lontano, all’orizzonte. Le onde si
frangevano sulla sabbia bianca della spiaggia… Era lo spettacolo più bello che avessi mai
visto.
Io e la mamma avevamo parlato tante volte di andare insieme a vedere l’oceano, un
giorno. Lei l’aveva visto, da piccola, e possedeva solo qualche ricordo sfocato, eppure
aveva continuato a parlarmene per tutta la vita. Ogni inverno, quando fuori faceva
freddo, ce ne stavamo in casa sedute davanti al camino e programmavamo il nostro
viaggio estivo in spiaggia. Non eravamo mai riuscite a realizzare il nostro sogno: prima
non c’erano i soldi, poi lei stava troppo male. Ma non avevamo mai smesso di fare
progetti, convinte che pensare in grande facesse sempre bene.
E invece eccomi lì, in piedi davanti a onde che un tempo avevo solo sognato. Non era
la vacanza perfetta che avevamo pianificato insieme, ma per lo meno potevo ammirare
quel panorama un po’ per tutte e due.
— Un panorama che non invecchia mai. — La voce profonda di Rush mi fece trasalire.
Mi girai di scatto e lo vidi, appoggiato contro la porta aperta, a torso nudo. Oh. Mio. Dio.
Non ero in grado di articolare suoni. L’unico petto nudo che ricordavo di avere mai
visto era quello di Cain, e per farlo dovevo tornare indietro ai tempi in cui mia madre non
era malata e io avevo tempo per uscire a divertirmi. In ogni caso, il fisico da sedicenne di
Cain non aveva niente a che vedere con i possenti muscoli che mi trovavo di fronte in
quel momento. Rush aveva gli addominali letteralmente scolpiti. Da paura.
— Ti stai godendo lo spettacolo? — Non mi sfuggì il tono ironico. Sbattei le palpebre e
distolsi lo sguardo dal suo fisico impeccabile, per trovarmi davanti il sorrisetto che gli
increspava le labbra. Accidenti. Mi aveva beccato in pieno a sbavare sui suoi muscoli.
— Continua pure, non volevo interromperti. Me lo stavo godendo anch’io… — riprese,
prima di bere un sorso di caffè dalla tazza che teneva in mano.
Di colpo sentii caldo al viso: come minimo avevo le guance di tre tonalità di rosso. Mi
girai verso l’oceano e guardai di nuovo le onde. Che vergogna! Il mio scopo era cercare di
farmi ospitare per un po’ senza dare fastidio, ma avevo sicuramente sbagliato mossa.
Sentire alle mie spalle una risata soffocata non fece che peggiorare le cose. Rideva di
me! Fantastico.
— Eccoti qui… Stamattina mi sei mancato, a letto. — Era la voce suadente di una
donna. Mi lasciai vincere dalla curiosità e voltai la testa. Una ragazza in reggiseno e
mutandine era avvinghiata al fianco di Rush e gli stava facendo scorrere sul petto
un’unghia lunga e laccata di rosa. Non potevo biasimarla, se aveva voglia di toccarlo.
L’avrei fatto anch’io, se avessi potuto.

— È ora di andare — le disse lui allontanando la sua mano della ragazza dal petto e
rientrando in casa. Io lo seguii con lo sguardo.
— Cosa?! Ehi! — gli gridò dietro lei. L’espressione sorpresa sul viso di quella ragazza
lasciava intendere che non si aspettava un commento del genere.
— Hai avuto quello per cui sei venuta, tesoro, ovvero il sottoscritto infilato tra le tue
gambe. Fatto, finito.
Il tono freddo e distaccato della voce di Rush mi fece sobbalzare. Parlava sul serio?
— Ma tu stai scherzando! — ribatté la ragazza pestando un piede a terra.
Rush fece no con la testa e bevve un altro sorso di caffè.
— Non puoi fare così. La scorsa notte è stato stupendo, e lo sai anche tu! — esclamò
lei, tentando di prenderlo per un braccio, ma riuscendo solo a farlo allontanare di più.
— Quando sei venuta da me supplicandomi e togliendoti i vestiti, ieri sera, io ti ho
avvisato subito che sarebbe stata solo una notte di sesso. Niente di più.
Mi concentrai sulla ragazza, che aveva il viso contratto in una smorfia rabbiosa; aprì la
bocca per controbattere, ma la richiuse un attimo dopo. Pestò ancora una volta il piede a
terra e se ne andò come una furia.
Non potevo credere a ciò che avevo appena visto. Era così che si comportava certa
gente? L’unica esperienza di relazione che avevo fatto era stata quella con Cain. Anche se
non avevamo mai dormito insieme, lui con me si era sempre dimostrato dolce e
affettuoso. Quello spettacolo invece era odioso e crudele.
— Allora, hai dormito bene? — mi chiese Rush, come se niente fosse. Staccai gli occhi
dalla porta che la ragazza aveva appena imboccato e li puntai su di lui per studiarlo. Che
cos’aveva spinto quella tizia a dormire con uno che le aveva esplicitamente detto di
aspettarsi soltanto sesso? Certo, quel qualcuno aveva un corpo da far invidia ai modelli di
biancheria intima e due occhi che facevano girare la testa, però… Era crudele, davvero.
— Lo fai spesso? — gli chiesi prima di riuscire a trattenermi.
Rush mi guardò incuriosito. — Cosa? Chiedere alla gente se ha dormito bene?
Sapeva benissimo a cosa mi riferivo, ma preferiva evitare l’argomento. Non erano
affari miei. Dovevo starmene buona e tranquilla in disparte, così avrebbe continuato a
ospitarmi. Aprire il becco per rimproverarlo non era una buona idea.
— Fare sesso con una donna e poi buttarla via come se fosse spazzatura. — Richiusi la
bocca di scatto, inorridita dalle parole appena pronunciate e che già mi riecheggiavano in
testa. Ma cosa cavolo stavo facendo? Avevo deciso di farmi buttare in mezzo a una
strada?
Rush appoggiò la tazza sul tavolino che avevo accanto e si sedette. Distese le gambe
slanciate davanti a sé, si mise comodo con la schiena e mi guardò. — Ma tu ficchi sempre
il naso nelle cose che non ti riguardano?
Avrei voluto sbranarlo. Ma non potevo: aveva ragione. Chi ero io per criticare? Non lo
conoscevo nemmeno!
— No, di solito no. Scusami — dissi prima di correre in casa. Non volevo dargli la
possibilità di buttare fuori anche me. Avrei avuto bisogno di quel letto nel sottoscala
almeno per un paio di settimane.
Per non restare con le mani in mano, cominciai a raccogliere i bicchieri e le bottiglie di

birra vuoti. Quel posto aveva bisogno di una ripulita e potevo pensarci io, prima di uscire
a cercarmi un lavoro. Dentro di me speravo che Rush non organizzasse feste simili tutte
le sere, ma, anche se così fosse stato, non avrei potuto lamentarmi. Chissà, magari nel
giro di poco tempo mi sarei pure abituata a dormire in mezzo a tutto quel casino.
— Lascia stare. Domani viene Henrietta.
Buttai le bottiglie nella spazzatura e poi alzai lo sguardo su Rush. Era in piedi sulla
porta che mi osservava.
— Volevo solo dare una mano.
Mi sorrise. — Guarda che la donna delle pulizie ce l’ho già. E non ho intenzione di
assumerne un’altra, se è quello a cui stai pensando.
Scossi la testa. — No, quello lo so. Stavo soltanto cercando di rendermi utile. Ieri sera
mi hai permesso di dormire in casa tua.
Rush si avvicinò e si appoggiò al bancone della cucina incrociando le braccia davanti al
petto. — Appunto. Dobbiamo parlarne.
Merda. Eccoci. Una notte e niente più!
— Certo — risposi.
Mi guardò con aria preoccupata e io sentii il mio cuore battere sempre più forte.
Sicuramente non stavano per arrivare buone notizie.
— A me tuo padre non piace. È un parassita. Mia madre ha il vizio di trovarsi sempre
tipi come lui, è un’esperta. Però credo che tu te ne sia già accorta, no? Ed è questo che
mi incuriosisce: perché sei venuta a chiedere aiuto a lui, se sai com’è fatto?
Mi sarebbe piaciuto rispondergli che non erano affari suoi, ma il fatto che mi servisse il
suo supporto gli dava il diritto di sapere. Non potevo pretendere che mi lasciasse dormire
in casa sua senza dargli una minima spiegazione. Dovevo raccontargli perché mio padre
si era offerto di aiutarmi. Non volevo fargli credere che fossi una parassita anch’io.
— Mia madre è morta da poco. Aveva un tumore. Tre anni di cure. L’unica nostra
proprietà era la casa che ci aveva lasciato mia nonna, ma ho dovuto venderla, mobili
compresi, per saldare le spese mediche. Non vedo mio padre da quando ci ha piantate,
cinque anni fa, ma è l’unico parente che mi è rimasto. Non ho nessun altro a cui chiedere
aiuto. Mi serve un posto dove stare finché non trovo un lavoro e metto da parte qualche
soldo, poi cercherò un buco tutto mio, non voglio fermarmi a lungo. Lo sapevo che mio
padre non mi voleva — dissi con una risata che non sentivo mia — ma non mi sarei mai
aspettata che se ne sarebbe andato prima ancora di vedermi arrivare.
Lo sguardo di Rush era fisso su di me. Gli avevo appena confidato cose che avrei
preferito non condividere con nessuno. Una volta era con Cain che parlavo dell’abbandono
di mio padre e di quanto facesse male. Perdere un genitore e una sorella in una botta
sola era stato devastante per me quanto lo era stato per mia madre perdere marito e
figlia. Parlarne aiutava, ma poi a Cain tutto questo non era più bastato, e io non potevo
essere la persona di cui lui aveva bisogno. Avevo una madre malata a cui pensare. Avevo
preferito lasciarlo libero, perché potesse frequentare altre ragazze e divertirsi con loro.
Per lui ero diventata solo una palla al piede. L’amicizia fra noi era rimasta intatta, ma mi
rendevo conto che il ragazzo di cui una volta pensavo di essere innamorata era stato
soltanto il bersaglio di un’emozione infantile.

— Mi dispiace per tua madre — disse infine Rush. — Deve essere stata dura. Hai detto
che è stata malata per tre anni, quindi da quando tu ne avevi sedici?
Feci sì con la testa, senza sapere bene cos’altro aggiungere. Non cercavo compassione.
Soltanto un posto dove dormire.
— E così hai in programma di trovarti un lavoro e un posto dove stare. — Non era una
domanda. Stava rielaborando quello che gli avevo detto, perciò non parlai.
— La stanza nel sottoscala è tua per un mese. Dovrebbe bastarti per trovare un
lavoretto e procurarti i soldi per affittare qualcosa. Non siamo molto lontani da Destin, e lì
vivere costa meno. Se i nostri genitori tornano prima, mi aspetto che tuo padre sia in
grado di darti una mano.
Sospirai di sollievo, e mandai giù il nodo che avevo in gola. — Grazie.
Rush lanciò uno sguardo in direzione della dispensa che portava alla stanza in cui
dormivo, poi guardò di nuovo me. — Adesso ho delle cose da fare. In bocca al lupo per il
lavoro — mi disse prima di staccarsi dal bancone della cucina e andarsene.
Non avevo benzina nel pick-up, ma un letto sì. Avevo anche venti dollari. Corsi in
camera per prendere borsa e chiavi: dovevo trovarmi un lavoro il più in fretta possibile.

CAPITOLO QUATTRO

C’era un biglietto infilato sotto il tergicristallo del pick-up. Lo presi e lessi: Serbatoio
pieno. Grant.
Grant era andato a fare benzina per me? All’improvviso sentii un calore nel petto. Che
gentile da parte sua. Un attimo dopo, nelle orecchie mi riecheggiava già quella parola
usata da Rush, “parassita”. Avrei dovuto ridare i soldi a Grant il prima possibile: non
volevo che pensassero di me ciò che già pensavano di mio padre.
Salii a bordo, misi in moto senza difficoltà e uscii dal vialetto di casa. C’erano ancora
molte macchine parcheggiate, anche se non tante come la sera prima. Erano sempre lì?
Quel mattino non avevo visto nessuno, a parte Rush e la ragazza che se n’era andata.
Pur non essendo gentile, Rush era una persona tutto sommato corretta, dovevo
concederglielo. Ed era anche sexy da morire, ma avrei imparato a non farci caso. Non
sarebbe stato difficile, visto che non ci saremmo incrociati tanto spesso. Era evidente che
non gli piaceva avermi intorno.
Avevo deciso che, per risparmiare sulla benzina, avrei cercato lavoro a Rosemary; il
passo successivo sarebbe stato quello di levare finalmente le tende. In camera avevo
evidenziato sulle pagine del quotidiano locale diversi annunci di offerte di lavoro che
potevano fare al caso mio: due cercavano una cameriera in ristoranti della zona, perciò ci
andai e mi presentai di persona. Avevo la sensazione che almeno un locale su due, se
non entrambi, mi avrebbe richiamata, ma non ero così sicura di voler lavorare da loro.
Certo, in mancanza d’altro avrei accettato, ma a dirla tutta non sembravano posti dove le
mance potessero fioccare, mentre con un lavoro simile le mance sono fondamentali. Mi
fermai in farmacia per propormi come cassiera, ma nel frattempo avevano già trovato
un’altra persona. Andai anche nell’ambulatorio del pediatra, che cercava una segretaria,
ma era richiesta una certa esperienza e io purtroppo non ne avevo.
C’era un ultimo annuncio di lavoro che avevo cerchiato, ma subito accantonato perché
mi sembrava troppo ambizioso: cameriera al country club. La paga era sette dollari l’ora
in più rispetto agli altri posti, e anche le mance sarebbero state molto più cospicue.
L’indipendenza sarebbe stata più vicina. E poi offrivano dei bonus importanti come
l’assicurazione sanitaria.
L’annuncio spiegava di presentarsi nell’ufficio centrale, dietro la clubhouse del campo
da golf. Seguii le indicazioni e parcheggiai accanto a una lussuosa Volvo. Regolai lo
specchietto retrovisore per guardarmi: in farmacia avevo preso un tubetto di mascara, e
usarne anche solo un filo mi avrebbe fatto sembrare più grande. Mi ravviai i capelli
biondo chiaro e pregai in silenzio di riuscire ad aggiudicarmi quel posto.

Quando ero tornata in camera a prendere la borsa, mi ero anche cambiata. Via
pantaloncini e maglietta smanicata: con un vestitino estivo elegante avrei avuto più
possibilità di fare buona impressione. Rush aveva detto che sembravo una bambina, ma
io volevo essere un’adulta. Mascara e vestito di sicuro aiutavano.
Non chiusi nemmeno la macchina: lì non me l’avrebbero rubata di certo. La maggior
parte delle auto parcheggiate costava sicuramente più di sessantamila dollari. Pochi
gradini mi separavano dalla porta d’ingresso dell’ufficio: feci un respiro profondo, la aprii
ed entrai.
Vidi subito una donna minuta, con un caschetto castano corto e gli occhiali con la
montatura sottile di metallo, che attraversava la reception. Mi guardò distrattamente
senza rallentare la sua corsa verso uno degli uffici, ma quando si accorse davvero della
mia presenza si fermò.
Mi diede una rapida occhiata dalla testa ai piedi e poi mi fece un cenno con la testa.
— Sei qui per lavorare? — Aveva un tono perentorio.
Annuii. — Sì, signora. Vorrei propormi come cameriera.
Mi rivolse un sorriso a denti stretti. — Bene, hai l’aspetto giusto. Con un viso come il
tuo, i membri del club non baderanno troppo agli errori. Sei capace di guidare un golf cart
e di aprire una bottiglia di birra con l’apribottiglie?
Feci sì con la testa.
— Allora sei assunta. Mi serve una persona sul campo subito, perciò seguimi, ti
consegno la divisa.
Non osai controbattere. Quando la donna si girò e cominciò a camminare a passo
deciso verso un’altra stanza, la seguii in silenzio. Era troppo determinata per essere
interrotta. Aprì la porta di uno spogliatoio ed entrammo insieme nella stanza.
— Dunque, per i pantaloncini ti andrà bene una S. Sopra invece sei più abbondante.
Meglio! Gli uomini ne saranno felici, a loro piacciono i petti floridi. Vediamo un po’… — Mi
aveva squadrato il seno. Che imbarazzo! Prese dallo scaffale un paio di short bianchi, poi
una polo azzurra e me li mise entrambi in mano. — Ti ho dato una maglietta piccola,
perché devi portarla aderente. Siamo un posto di classe, ma anche ai nostri clienti piace
rifarsi gli occhi. Pantaloncini bianchi e polo azzurra, starai benissimo. Ah, non preoccuparti
della burocrazia, ti faccio firmare tutto alla fine del turno. Per una settimana fai questo
lavoro, ti comporti bene, poi vediamo se è il caso di spostarti in sala da pranzo. Anche lì
siamo a corto di personale. Non è facile trovare facce come la tua, perciò adesso cambiati
e fatti trovare qui fuori, ti spiego come funziona il cart.
Due ore più tardi avevo già fatto tappa due volte in tutte le diciotto buche del campo,
esaurendo l’intera scorta di bibite che avevo a bordo. Tutti i giocatori volevano sapere se
ero nuova e mi facevano i complimenti per il servizio eccellente. Non ero un’idiota, lo
vedevo con che occhi mi squadravano gli uomini più maturi, ma nel complesso
sembravano tutti molto attenti a non superare il limite.
Infine la signora che mi aveva assunto era riuscita a trovare il tempo di dirmi come si
chiamava, dopo avermi praticamente spinta sul cart e spronata a partire all’istante. Si
chiamava Darla Lowry, responsabile del personale nonché trottola impazzita. Mi aveva

ordinato di tornare alla base dopo quattro ore o una volta finiti i drink. Dopo due ore ero
già da lei.
Entrai in ufficio e Darla sbucò con la testa da una delle stanze. — Sei già qui?! — mi
chiese venendomi incontro con le mani poggiate sui fianchi.
— Sì, signora. Ho finito tutto.
Mi guardò allibita. — Tutto?
Annuii. — Sì, tutto.
Sul viso normalmente austero si accese un sorriso compiaciuto che sfociò in una calda
risata. — Accidenti a me… Ero sicura che saresti piaciuta, ma quei porci hanno comprato
tutto quello che avevi solo per farti rimanere il più a lungo possibile!
Non ero così sicura che avesse ragione. Là fuori faceva veramente caldo, e ogni volta
che mi fermavo i giocatori sembravano sollevati di poter bere.
— Vieni, ti faccio vedere dove puoi rifare le scorte. Devi continuare il servizio fino al
tramonto, poi torni qui e compiliamo i documenti insieme.
Quando tornai a casa di Rush ormai faceva buio. Ero stata fuori un giorno intero. Le
macchine parcheggiate in giardino non c’erano più, il garage triplo era chiuso e davanti
c’era solo una cabrio rossa. Feci in modo di lasciare il mio furgone in un punto dove non
desse fastidio a nessuno; magari Rush avrebbe invitato altri amici e io non volevo creare
problemi. Ero stanca morta, l’unica cosa a cui pensavo era il letto.
Arrivata all’ingresso mi chiesi se dovevo bussare o semplicemente entrare. Rush aveva
detto che potevo fermarmi un mese… Di sicuro significava anche che non si aspettava
che mi facessi aprire ogni volta che rincasavo.
Girai la maniglia ed entrai. L’ingresso era deserto e sorprendentemente pulito.
Qualcuno era già passato a riordinare tutto: persino il pavimento di marmo era stato
tirato a lucido. Dall’enorme salotto che avevo attraversato la sera prima, sentivo
provenire il suono di un televisore acceso, ma nessun altro rumore. Andai in cucina. C’era
un letto che mi aspettava. Avrei tanto voluto fare una doccia, però non avevo ancora
chiesto a Rush quale bagno avrei potuto usare ufficialmente, e non mi andava di
disturbarlo in quel momento. La mattina sarei sgattaiolata di nuovo nello stesso bagno di
servizio che avevo già usato.
Appena misi piede in cucina fui investita da un aroma di aglio e di formaggio. Il mio
stomaco reagì all’istante, mettendosi a brontolare. In borsa avevo un pacchetto di cracker
al burro d’arachidi e un cartoncino di latte comprati al chiosco di un benzinaio sulla strada
del ritorno. Quel giorno avevo raccolto diverse mance, ma ancora non potevo
permettermi di sprecarle con il cibo. Dovevo risparmiare il più possibile.
La pentola sul fornello era chiusa da un coperchio e sul bancone c’era una bottiglia di
vino bianco aperta. Due piatti che fino a poco prima contenevano l’appetitosa pasta
responsabile di quel profumino delizioso giacevano, vuoti, sul tavolo. Rush aveva
compagnia.
Da fuori sentii un gemito, seguito da un verso strano.
Mi avvicinai alla finestra, ma non appena vidi il chiarore della luna illuminare il sedere
nudo di Rush restai paralizzata. Era un bel sedere. Un gran, gran bel sedere, sì. Anche se
in realtà era la prima volta che vedevo il lato B di un uomo nudo. Salii con lo sguardo

sulla sua schiena e i tatuaggi che la coprivano mi sorpresero. Non capivo bene cosa
rappresentassero; non c’era abbastanza luce, e poi Rush non era fermo.
Muoveva il bacino avanti e indietro, e finalmente mi accorsi delle due lunghe gambe
che gli stringevano i fianchi. Il forte gemito che avevo sentito prima si ripeté, e Rush
cominciò a muoversi più in fretta. Mi portai una mano alla bocca e feci un passo indietro:
Rush stava facendo sesso. All’aperto. Nella veranda di casa sua.
Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo. Lo vidi stringere con le mani le gambe che
lo cingevano e spingerle verso l’esterno per divaricarle. Un potente grido femminile mi
fece trasalire. Due mani comparvero ai lati della schiena di Rush e delle lunghe unghie gli
si conficcarono nei tatuaggi disegnati sulla pelle abbronzata.
Non avrei dovuto guardare. Scossi la testa come per cancellare quello spettacolo dalla
mente e corsi nella dispensa, da cui raggiunsi la mia stanzetta nascosta. Non potevo
pensare a Rush in quel senso: già era sexy, se poi lo avessi guardato anche mentre
faceva sesso, il mio cuore avrebbe cominciato a fare strane cose. Di certo non avrei mai
voluto essere una di quelle ragazze che lui usava e poi buttava via, ma vedere il suo
corpo nudo e ascoltare quello che stava facendo provare a quella sconosciuta mi rendeva
un po’ gelosa. Era roba che non conoscevo, quella. Diciannove anni e ancora vergine…
Che pena. Cain diceva di amarmi, ma quando avevo avuto più bisogno della sua presenza
lui aveva preferito una ragazza con cui uscire e fare sesso senza il problema incombente
di una madre malata. Era in cerca di una normale esperienza fra ragazzi delle superiori:
io rappresentavo un ostacolo, perciò l’avevo lasciato andare.
Quando il giorno prima ero partita per venire in Florida, lui mi aveva supplicato di
restare. Aveva detto che mi amava. Che non mi aveva mai dimenticata. Che le altre
erano soltanto misere sostitute. Io non avevo creduto a nessuna delle sue storie: troppe
erano state le notti passate a piangere a casa, da sola, impaurita. Notti in cui avrei avuto
bisogno di qualcuno che mi stringesse. Lui non c’era mai stato, in quelle notti. Non capiva
cos’era l’amore.
Chiusi la porta della mia stanza e collassai sul letto. Non tirai nemmeno indietro le
coperte. Avevo bisogno di dormire, il giorno dopo dovevo attaccare alle nove. Sorrisi:
avevo un tetto, un letto, e un lavoro.

CAPITOLO CINQUE

Faceva un caldo pazzesco, ma Darla non voleva che mi facessi la coda. Secondo lei agli
uomini piacevo con i capelli sciolti… Stavo soffocando, perciò aprii il congelatore, presi un
cubetto di ghiaccio e me lo passai sul collo, facendolo scivolare sotto la polo. Ero quasi
alla quindicesima buca per la terza volta, quel giorno.
Da quando ero uscita da camera mia per andare al lavoro non avevo incontrato
nessuno. Probabilmente dormivano tutti. I piatti vuoti erano ancora sul tavolo, perciò
avevo sparecchiato e gettato via la pasta rimasta nella pentola. Che sofferenza vedere
tutto quello spreco! Con l’odorino così invitante della sera prima, per giunta.
Avevo buttato anche la bottiglia di vino vuota e riportato in casa i bicchieri trovati
fuori, sul tavolino accanto a dove avevo sorpreso Rush mentre si dava da fare con la
sconosciuta. Caricata la lavastoviglie, l’avevo accesa e nel frattempo mi ero messa a
pulire bancone e fornelli.
Probabilmente Rush non si sarebbe neanche accorto del mio lavoro, ma pulire mi
faceva stare meglio, considerata l’ospitalità a cui l’avevo costretto. Accostai accanto a un
gruppo di golfisti alla quindicesima buca. Erano piuttosto giovani, li avevo già notati
quando erano alla terza. Avevano comprato un mucchio di bibite e mi avevano anche
lasciato delle belle mance, motivo per cui ero riuscita a tollerare le loro battutine galanti.
Figuriamoci se gente come quella si metteva a frequentare con intenzioni serie l’addetta
al rinfresco del campo da golf! Non ero mica scema.
— Eccola qui! — esclamò uno di loro mentre mi avvicinavo sorridendo.
— Aah, ecco la mia ragazza preferita. Oggi fa caldissimo, si schiatta! Dammi una birra
ghiacciata. Anzi magari due.
Parcheggiai il cart e scesi per prendere le ordinazioni.
— Un’altra Miller? — chiesi al ragazzo, fiera di me stessa per essermi ricordata la sua
ultima ordinazione.
— Sì, bellissima — rispose lui strizzandomi l’occhio e riducendo la distanza che ci
separava, mettendomi un po’ a disagio.
— Ehi, Jace! Anch’io voglio qualcosa. Giù le zampe — disse un altro ragazzo. Io non
smisi di sorridere mentre davo all’altro la sua birra e lui mi consegnava una banconota da
venti dollari. — Tieni il resto.
— Grazie — risposi infilandomela in tasca. Alzai gli occhi sugli altri giocatori. — A chi
tocca?
— A me — rispose un ragazzo, con i capelli biondi mossi e due intensi occhi azzurri,
che faceva sventolare a sua volta una banconota.

— Tu eri quello della Corona, giusto? — gli chiesi infilando una mano nel congelatore
ed estraendone la stessa birra che il biondo aveva preso l’ultima volta.
— Io credo di essermi innamorato. È stupenda e si ricorda anche di che birra bevo! Me
la apre, persino! — Mi mise in mano la banconota e prese la sua birra, senza mai
smettere di guardarmi con un’espressione da furbo. — Il resto è per te, meraviglia.
Mettendomi i soldi in tasca, mi accorsi che erano ben cinquanta dollari. Quei tizi se ne
fregavano altamente del denaro, spendevano come se niente fosse. Quella mancia era
assurda! D’istinto sentii il bisogno di dire a quel ragazzo che non doveva, ma mi trattenni.
Probabilmente mance del genere erano all’ordine del giorno, in quel posto.
— Come ti chiami? — mi chiese uno di loro. Mi voltai verso di lui e vidi un ragazzo con i
capelli neri e la carnagione scura a cui non avevo ancora preso l’ordinazione. Aspettava la
mia risposta.
— Blaire — dissi prendendo dal congelatore la birra più cara che c’era, di cui non
sapevo nemmeno pronunciare il nome, e porgendogliela già stappata.
— Ce l’hai il fidanzato, Blaire? — domandò prendendo la bottiglia dalla mia mano e
approfittandone per accarezzarmi con un dito.
— Ehm… no — risposi, pensando se non sarebbe stato meglio, in quella situazione,
dire una bugia.
Il ragazzo fece un passo verso di me e mi porse la mano con i soldi della birra e della
mancia. — Io sono Woods, ciao — disse.
— Piacere… Piacere di conoscerti, Woods — balbettai. Quel suo sguardo scuro e
intenso mi metteva in agitazione. Poteva essere pericoloso, ma era circondato da un’aura
di ricchezza. Tutto, in lui, diceva “cresciuto nella bambagia”. Faceva parte del bel mondo
e ne era perfettamente consapevole: perché perdeva tempo a provarci con una come
me?
— Non è giusto, Woods. Fatti da parte. Ce la stai mettendo tutta, eh? Anche se tuo
papà ha tutta la torta, non vuol dire che ti puoi servire per primo! — esclamò il biondo, e
io non capii bene cosa volesse dire.
Woods ignorò l’amico e continuò a tenere gli occhi su di me. — A che ora finisci di
lavorare?
Oh-oh. C’ero arrivata. Il padre di Woods era il mio capo supremo! No, non avevo
nessuna intenzione di andarmene in giro con il figlio del proprietario del country club,
sarebbe stato ridicolo.
— Lavoro fino alla chiusura — risposi porgendo anche all’ultimo dei quattro ragazzi la
sua birra e intascando i soldi.
— Cosa ne dici se passo a prenderti e ti porto fuori a mangiare qualcosa? — propose.
Si era avvicinato ancora di più. Se mi fossi girata, saremmo stati distanti lo spazio di un
respiro.
— C’è troppo sole e sono già stanchissima. Sinceramente ho voglia solo di una doccia e
di crollare sul letto.
Un alito caldo mi solleticò l’orecchio e mi vennero i brividi quando sentii delle perle di
sudore rotolarmi giù per la schiena. — Ti faccio paura? No, eh! Guarda che sono innocuo.
Non sapevo nemmeno io come mi stavo comportando con quel ragazzo. Non ero brava

a flirtare, cosa che senza dubbio lui stava invece facendo con me. Erano anni che nessuno
ci provava. Dopo essermi lasciata con Cain, nelle mie giornate c’era stato tempo solo per
la scuola e per mia madre, nient’altro. I ragazzi non mi consideravano neanche.
— Non è che mi fai paura, è soltanto che… Non sono abituata a questo genere di cose
— risposi in tono di scuse. Non sapevo cos’altro dire.
— Quali cose? — mi chiese lui, incuriosito, e finalmente mi voltai per guardarlo.
— Gli uomini. E il corteggiamento. Perché è questo che sta succedendo, no? — Che
risposta da deficiente! Il sorriso che lentamente si accese sul viso di Woods mi fece
venire voglia di strisciare sotto il golf cart e nascondermi. Ero un pesce fuor d’acqua.
— Hai ragione, ci sto provando. Ma com’è che una ragazza incredibile come te non è
abituata a questo genere di cose?
A quelle parole mi irrigidii e scossi la testa. Dovevo raggiungere la sedicesima buca. —
È che negli ultimi due anni ho avuto molto da fare. Quindi… Ecco, se non vi serve altro io
andrei, perché ormai i signori alla sedicesima mi staranno certamente odiando.
Woods annuì e fece un passo indietro. — Non ho ancora finito con te. Per niente. Ma
per il momento ti lascio tornare al lavoro…
Mi rimisi subito al volante e partii. Alla buca successiva c’erano solo pensionati. Mai,
nella mia vita, ero stata così felice al pensiero di essere squadrata dalla testa ai piedi da
un gruppo di anziani: almeno loro non ci avrebbero provato.
Quando quella sera uscii per tornare alla macchina, fui felice di non incrociare di nuovo
Woods. Si era semplicemente divertito a prendere un po’ in giro una del personale, avrei
potuto arrivarci prima. Quel giorno le mance erano state generose, ben duecento dollari,
perciò decisi che era ora di concedersi un vero pasto. Imboccai la corsia di un McDrive e
ordinai un cheeseburger con patatine, per poi mangiarmi tutto, felice, sulla strada del
ritorno verso casa di Rush. Quella sera non c’erano macchine parcheggiate in vista.
Non l’avrei sorpreso a fare sesso. O forse sì, perché si era portato a casa qualcuno
usando la propria auto. Entrai e mi soffermai nell’ingresso. Televisore spento. Non volava
una mosca. Eppure la porta era aperta… Non avevo avuto bisogno di usare la chiave
nascosta a cui lui mi aveva accennato.
Quel giorno avevo sudato come una matta: non potevo andare a letto senza farmi una
doccia. Entrai in cucina e diedi un’occhiata alla veranda per controllare che non ci fossero
altre scene a luci rosse. Via libera, non avrei avuto problemi.
Mi infilai in camera per prendere il vecchio paio di boxer di Cain e la canottiera che
usavo per dormire. Cain mi aveva fatto quel regalo anni prima, quando eravamo piccoli e
stupidi. Voleva che dormissi con qualcosa di suo addosso. Da allora non avevo mai
smesso di usare i suoi boxer, nonostante ora mi stessero molto più stretti. Rispetto a
quando avevo quindici anni, ero diventata più formosa.
Appena uscita, presi una profonda boccata dell’aria dell’oceano. Era la mia terza notte in
quella casa e ancora non avevo sfiorato l’acqua. Arrivavo a casa così stanca che non
avevo più energie per spingermi fino alla riva. Scesi le scale, in bagno mi tolsi le scarpe
da tennis.

La sabbia era ancora calda, viste le temperature di quella giornata. Ci camminai sopra
al buio finché le onde non salirono a darmi il benvenuto. Il freddo mi fece sussultare ma,
trattenendo il fiato, lasciai che l’acqua salata mi coprisse completamente i piedi.
Mi venne in mente, all’improvviso, il sorriso di mia madre quando mi aveva raccontato
di aver giocato nell’oceano. Alzai la testa al cielo e sorrisi anch’io. Finalmente ero lì. Ero lì,
per tutte e due.
Un suono proveniente da sinistra fece irruzione tra i miei pensieri. Mi girai per guardare
lungo la spiaggia e, in quel momento, la luna fece capolino tra le nuvole. Illuminato dal
suo chiarore, Rush mi correva incontro.
Anche quella sera era a torso nudo. Aveva indosso dei pantaloncini che gli poggiavano
bassi sui fianchi stretti e il modo in cui il suo corpo si muoveva nel venire verso di me mi
lasciò senza fiato. Non sapevo se muovermi o se aspettarlo. Rallentò il passo e si fermò
accanto a me. Il sudore gli brillava sul petto a ogni raggio di debole luce. Era assurdo, ma
mi faceva venire voglia di toccarlo.
— Sei tornata — disse tra i respiri affannati.
— Sì, ho appena staccato dal lavoro — risposi sforzandomi più che potevo di guardargli
il viso e non il petto.
— Allora hai trovato un lavoro?
— Sì, ieri.
— Dove?
Non sapevo cosa rispondere, avevo paura di dirgli troppo. In fondo non era un amico.
Così come era ovvio che non l’avrei mai e poi mai considerato parte della mia famiglia. I
nostri genitori erano sposati, certo, ma Rush non dava il minimo segno di voler avere a
che fare con mio padre o con me.
— Kerrington Country Club — risposi.
Le sopracciglia di Rush schizzarono verso l’alto. Fece un passo verso di me, mi mise
una mano sotto il mento e mi sollevò il viso. — Ti sei messa il mascara — disse
studiandomi attentamente.
— Sì — ammisi liberandomi dalla sua presa. Mi lasciava dormire in casa sua, ma
questo non significava che mi piacesse farmi toccare da lui. O forse sì, ed era quello il
problema. Non volevo che mi piacesse sentire il suo calore sulla pelle.
— Così sì che dimostri un po’ di più la tua età… — Fece qualche passo indietro ed
esaminò il modo in cui ero vestita.
— Guidi il cart con le bibite al campo da golf — concluse, tornando a guardarmi in viso.
— E tu come fai a saperlo?
Mi indicò con la mano. — L’abbigliamento. Pantaloncini aderenti bianchi e polo azzurra.
È la loro divisa.
Per fortuna era buio. Avevo la certezza matematica di essere arrossita.
— Li stai stendendo tutti, vero? — domandò in tono divertito.
Avevo guadagnato oltre cinquecento dollari di mance in due giorni. Forse per lui non
era una grande cifra, ma per me era enorme. Quindi sì, li avevo stesi tutti.
Feci spallucce. — Sarai felice di sapere che me ne andrò da qui tra meno di un mese.
Non rispose subito. Probabilmente la cosa migliore da parte mia sarebbe stata andare

a fare la doccia. Invece feci per bofonchiare ancora qualcosa, e lui si avvicinò. —
Probabilmente sì, dovrei esserlo. Felice, intendo. Felicissimo. Invece non lo sono. No,
Blaire. — Tacque e si chinò per sussurrarmi all’orecchio: — Mi dici tu perché?
Avrei voluto allungare le mie braccia e aggrapparmi alle sue per evitare di cadere a
terra, ridotta in poltiglia. Ma resistetti.
— Stai alla larga da me, Blaire. Dico sul serio, è meglio se tieni le distanze. L’altra
notte… — deglutì forte. — Io non faccio che pensare all’altra notte. So che mi stavi
guardando, e questa cosa mi fa impazzire. Quindi va’ via, stammi lontana. Anch’io mi sto
impegnando per fare lo stesso. — Detto ciò, si girò e tornò di corsa verso casa, mentre io
rimasi lì imbambolata a lottare per non trasformarmi in pozzanghera sulla sabbia.
Che cosa aveva voluto dire? Come aveva fatto ad accorgersi che li stavo guardando?
Quando vidi la porta aprirsi e chiudersi alle sue spalle, anch’io tornai verso la casa e mi
feci la doccia. Le sue parole mi avrebbero tenuta sveglia per ore.

CAPITOLO SEI

Tenermi alla larga da Rush non era una passeggiata, considerato che abitavamo sotto lo
stesso tetto. Anche se lui cercava di mantenere le distanze, di fatto continuavamo a
incrociarci. Evitava persino di guardarmi negli occhi, ma il suo atteggiamento aveva come
unico risultato quello di farmi subire ancora di più il suo fascino.
Due giorni dopo aver parlato sulla spiaggia, appena finito di mangiare un panino con il
burro d’arachidi, andai in cucina. E mi trovai davanti l’ennesima ragazza mezza nuda.
Aveva i capelli tutti arruffati, ma anche così spettinata era molto bella. Quanto odiavo
quelle come lei!
Si girò per guardarmi. La sua espressione passò dallo stupore al fastidio in pochi
secondi. Batté le lunghe ciglia castane e poi si mise una mano sul fianco. — Scusa, ma tu
sei appena uscita dalla dispensa?
— Sì. E tu sei appena uscita dal letto di Rush? — ribattei. Era stato più forte di me, non
avevo potuto resistere. Rush mi aveva già informato del fatto che la sua vita sessuale
non era affar mio: dovevo imparare a tacere e basta.
La ragazza inarcò le sopracciglia perfettamente disegnate finché sul viso non le
comparve un sorrisetto divertito. — No. Non che non mi infilerei nel suo letto, se solo mi
lasciasse entrare, ma tu non dirlo a Grant! — Fece un gesto con la mano come per
scacciare una mosca. — Ma sì, non importa. Probabilmente lo sa già.
Non capivo. — E così sei appena uscita dal letto di Grant? — le chiesi mentre intuivo
che nemmeno quelli erano affari miei. Però Grant non viveva in quella casa, perciò ero
curiosa!
La ragazza si passò una mano in mezzo al groviglio di riccioli neri e fece un sospiro.
— Sì. O per lo meno dal suo vecchio letto.
— Dal suo vecchio letto?
Un fruscio sulla porta catturò la mia attenzione e in un attimo i miei occhi furono fissi
su quelli di Rush. Mi stava guardando con le labbra atteggiate a un sorrisetto beffardo. Mi
aveva sentito mentre mi impicciavo, fantastico! Avrei voluto distogliere lo sguardo e
fingere di non aver chiesto niente a quella ragazza, ma la scintilla di chi la sapeva lunga
nei suoi occhi mi diceva che sarebbe stato inutile.
— Prego, Blaire, fai finta che io non ci sia. Continua a fare il terzo grado all’ospite di
Grant. Sono sicuro che a lui non dispiacerebbe — mi disse con la sua voce roca. Incrociò
le braccia davanti al petto e si appoggiò contro lo stipite della porta con l’aria di chi
voleva mettersi comodo a osservare.
A testa bassa, camminai spedita verso il bidone della spazzatura per ripulirmi dalle

briciole che avevo sulle dita. Nel frattempo cercai di riprendere lucidità. Non volevo
proseguire la conversazione in presenza di Rush! Sarei sembrata troppo interessata a lui.
E lui non gradiva, giusto?
— Buongiorno, Rush! Grazie per averci lasciato dormire qui, ieri notte. Grant aveva
bevuto veramente troppo per guidare fino a casa sua — disse la ragazza.
Ah. Ecco come erano andate le cose. Merda! Perché mi ero lasciata vincere dalla
curiosità?
— Grant sa che, se gli serve, una stanza ce l’ha — rispose Rush. Lo vedevo con la coda
dell’occhio che si staccava dalla porta e camminava verso il bancone. Aveva lo sguardo
puntato su di me. Perché non lasciava perdere? Me ne sarei andata senza fare storie.
— Be’… Allora… Io me ne tornerei di sopra — annunciò la ragazza in tono incerto.
Rush non aprì bocca e io non guardai né l’uno né l’altra. La ragazza lo interpretò come
un segnale di congedo e io aspettai di sentire i suoi passi in cima alle scale prima di osare
rivolgere lo sguardo in direzione di Rush.
— La gattina curiosa ci ha lasciato lo zampino, mia dolce Blaire? — mi sussurrò lui,
avvicinandosi. — Pensavi fosse un’altra delle mie conquiste, eh? Stavi cercando di capire
se aveva passato la notte nel mio letto?
Deglutii, ma non dissi una parola.
— Non sono affari tuoi con chi dormo. Non abbiamo già affrontato l’argomento?
Riuscii a fare sì con la testa. Se mi avesse lasciata andare, non avrei mai più osato
rivolgere la parola a chiunque avesse messo piede in quella casa.
Rush si sporse in avanti e si avvolse sul dito una mia ciocca di capelli. — Tu non vuoi
conoscermi. Forse ora sei convinta di sì, ma ti sbagli. Sono pronto a giurarlo.
Se non fosse stato così maledettamente bello e così pericolosamente vicino, credergli
sarebbe stato più semplice. Ma più mi allontanava, più ero attratta da lui.
— Non sei quella che pensavo. Avrei preferito di sì, sarebbe stato tutto più facile —
commentò con voce seria e profonda. Liberò la ciocca di capelli e poi se ne andò. Quando
la porta che dava sulla veranda si chiuse, finalmente lasciai andare il respiro che avevo
trattenuto per tutto quel tempo.
Che cos’aveva voluto dire? Che cos’aveva pensato?
Quella sera, quando tornai dal lavoro, Rush non c’era.
Aprii gli occhi e mi voltai per guardare la piccola sveglia appoggiata sul comodino. Erano
le nove del mattino passate. Avevo dormito veramente un sacco… Mi stiracchiai, mi misi
seduta e accesi la luce. La sera prima avevo fatto la doccia, perciò ero già pulita. In una
sola settimana avevo guadagnato più di mille dollari: quel giorno avrei già potuto
cominciare a cercare un appartamento. Un’altra settimana al massimo e mi sarei
trasferita in un posto tutto mio!
Mi passai una mano fra i capelli e cercai di rendermi presentabile prima di guardarmi
allo specchio. Avevo intenzione di passare un po’ di tempo in spiaggia, non me l’ero
ancora goduta per niente. Sarebbe stata una giornata all’insegna del sole e dell’oceano!
Presi la valigia da sotto il letto e cercai il bikini bianco e rosa. Era il mio unico costume,
ma l’avevo sempre trattato bene. Anzi, a essere onesti l’avevo usato pochissimo. Il

motivo di pizzo bianco e il profilo rosa si adattavano perfettamente alla mia carnagione.
Quando indossai il due pezzi, mi accorsi che era più stretto di quanto ricordassi.
Oppure era il mio corpo a essere cambiato, dall’ultima volta. Mi infilai una canottiera
pulita e mi armai di crema solare, comprata dopo il primo giorno di lavoro: stando tutto il
tempo sui campi da golf, non potevo assolutamente farne a meno.
Spensi la luce, attraversai la dispensa e sbucai in cucina. — Porca vacca. E questa chi
è?! — esclamò un ragazzo piuttosto giovane fissandomi, a bocca aperta, mentre uscivo
alla luce. Spostai lo sguardo da quello sconosciuto seduto al bancone con aria inebetita a
Grant, che mi sorrideva in piedi davanti al frigorifero.
— Salti fuori vestita così dalla dispensa tutte le mattine? — mi chiese.
Non mi aspettavo di incontrare nessuno. — Ehm, no. Di solito esco in divisa da lavoro
— risposi mentre il giovane sconosciuto emetteva un lieve fischio. Non poteva avere più
di sedici anni.
— Ignora l’idiota in tempesta ormonale seduto qui. Si chiama Will, sua madre e
Georgianna sono sorelle; quindi, in qualche strana maniera, lui è mio cugino più piccolo.
Si è presentato qui ieri notte dopo essere scappato di casa per la centesima volta e Rush
mi ha chiamato dicendomi di prenderlo di peso e riportarlo da dove è venuto.
Rush. Perché anche solo sentire il suono del suo nome mi faceva battere il cuore a
mille? Perché lui era ingiustamente perfetto, ecco perché! Scossi la testa come per
liberarmi da quei folli pensieri su di lui. — Piacere di conoscerti, Will. Mi chiamo Blaire,
Rush mi ospita per compassione finché non trovo un altro posto.
— Ehi, ma puoi venire a casa mia! Non ti faccio dormire nel sottoscala, tranquilla —
propose Will.
Non potei fare a meno di sorridere. Quello era il genere di galanterie innocenti che non
mi disturbava.
— Grazie, ma non credo che tua madre apprezzerebbe. Nel sottoscala non si sta male!
Il letto è comodo e poi non devo dormire con la pistola.
Grant soffocò una risata e Will spalancò gli occhi. — Tu hai una pistola? — chiese il
ragazzino con voce ammirata.
— Ecco, guarda che cosa hai combinato. È meglio se lo porto via prima che si innamori
ancora di più! — esclamò Grant prendendo la tazza che aveva appena riempito di caffè e
andando verso la porta. — Seguimi, Will, se no poi Rush si sveglia e te la devi vedere con
il suo caratterino dolce.
Il ragazzino guardò prima Grant e poi me, come se ci fosse rimasto male. Era carino.
— Adesso, Will! — lo spronò il cugino in tono categorico.
— Ehi, Grant — gridai prima che i due lasciassero la cucina. Lui si girò a guardarmi.
— Sì?
— Grazie per la benzina. Appena mi pagano ti restituisco i soldi.
Grant fece no con la testa. — Ma figuriamoci, mi offenderesti. Comunque prego! — Mi
fece l’occhiolino e, prima di andarsene, lanciò a Will un’occhiataccia di avvertimento. Io lo
salutai con un gesto della mano. Avrei pensato più tardi a come risarcire Grant senza
offenderlo. Un modo ci doveva pur essere. Ora però avevo altri programmi: attraversai le
porte a vetri che davano all’esterno e mi concentrai sul fatto di avere davanti a me la mia

prima vera giornata di spiaggia.
Mi sdraiai sul telo di spugna preso in prestito dal bagno. Quella sera avrei dovuto lavarlo:
era l’unico che avevo per asciugarmi dopo la doccia e ora lo stavo riempiendo di sabbia.
Ma quanto ne valeva la pena!
In spiaggia regnava il silenzio. La casa era isolata dal resto del vicinato, perciò su quel
tratto di costa non c’era nessuno. Mi sentivo a mio agio, e così sfilai la canottiera e la
appallottolai per infilarmela sotto la testa a mo’ di cuscino. Chiusi gli occhi, lasciando che
il rumore delle onde che si frangevano sulla sabbia mi trasportasse nel mondo dei sogni.
— Ti prego, dimmi che ti sei messa la crema solare. — Una voce intensa e vibrante mi
travolse e io le andai incontro. Quel profumo maschile così fresco e pulito era irresistibile:
dovevo avvicinarmi. — Cazzo, resisterti è un’impresa — disse ancora la voce prima che la
sensazione di calore mi lasciasse.
Aprii gli occhi, battei le palpebre per difendermi dal sole accecante e, facendomi
schermo con una mano, vidi che seduto accanto a me c’era Rush. Mi stava squadrando. Il
calore o l’ironia che pensavo di aver avvertito nella sua voce erano spariti.
— Ti sei messa la crema, giusto?
Riuscii a fare sì con la testa e a raddrizzarmi per mettermi in posizione seduta.
— Bene. Non sopporterei di vedere quella pelle liscia e vellutata diventare rossa e
incandescente.
Trovava la mia pelle liscia e vellutata. Aveva tutta l’aria di essere un complimento, ma
non sapevo se un “grazie” sarebbe stato appropriato.
— Ah, sì… Sì, ne ho messa un po’ prima di uscire.
Continuava a fissarmi. Mi ero sognata la frase: «Cazzo, resisterti è un’impresa»?!
Perché quel ragazzo non aveva la faccia di uno interessato a dire una cosa del genere a
una come me. Il ragazzo che faceva sesso fuori, in veranda, forse lui sì. Ma quello che
avevo davanti in quel momento no, era diverso. O ero io a esserlo?
— Oggi non lavori?
Feci no con la testa. — Giorno libero.
— Stasera c’è una festa. È il compleanno di mia sorella Nan, le organizzo sempre
qualcosa. Magari l’ambiente non ti farà impazzire, ma se ti fa piacere, ritieniti invitata.
Sua sorella? Aveva una sorella? Pensavo fosse figlio unico. E poi Nan non era quella
ragazza che si era dimostrata così antipatica con me la sera del mio arrivo?
— Hai una sorella?
Rush scrollò le spalle. — Già.
Perché Grant aveva detto che era figlio unico? Aspettai di ricevere qualche
spiegazione, che però non arrivò. Decisi di indagare.
— Grant mi aveva detto che eri figlio unico.
A quella frase, Rush si irrigidì. Poi scosse la testa e si girò per guardare l’oceano. —
Grant non ha diritto di venirti a raccontare gli affari miei. Indipendentemente da quanto
voglia infilarsi nelle tue mutande. — Si alzò in piedi e, senza più guardarmi, tornò verso
casa.
Intorno a questa Nan c’era qualcosa di misterioso, di intoccabile. Non avevo idea di

cosa fosse, ma sicuramente era un argomento tabù. Be’, io avrei dovuto smetterla di
ficcanasare a quel modo. Mi alzai e mi diressi verso l’acqua. Era calda e mi sarebbe
servita per togliermi dalla mente Rush. Ogni volta che abbassavo un pochino la guardia
nei suoi confronti, lui mi ricordava immancabilmente perché avrei dovuto invece tenerla
saldamente al suo posto. Quel ragazzo era strano. Bello, sensuale, attraente ma strano.
Seduta sul letto, ascoltavo le risate e la musica che riempivano tutta la casa. Quel giorno
avevo cambiato idea almeno mille volte sul fatto di partecipare o no alla festa. L’ultima in
cui avevo deciso di sì mi ero anche provata il solo bel vestito che mi rimaneva: rosso, mi
stringeva il petto e i fianchi, poi scendeva fino a metà coscia terminando con un orlo in
stile baby-doll. L’avevo comprato quando Cain mi aveva invitata al ballo di fine anno. Poi
però lui era stato eletto re e Grace Anne Henry regina. Lei ci teneva a presentarsi con lui,
e Cain mi aveva chiamato per dirmi se a me stava bene che andassero insieme. Gli avevo
detto di sì e avevo chiuso il vestito nell’armadio. Quella sera ricordo di aver noleggiato
due film, commedie romantiche, e cucinato biscotti al cioccolato. Io e mia madre ci
eravamo rimpinzate come tacchini. Fu una delle ultime volte in cui la chemio non l’aveva
fatta stare così male da toglierle del tutto la voglia di mangiare dolci.
Quella sera avevo tolto il vestito dalla valigia. Non era un capo costoso, per gli
standard di quella gente. In effetti era molto semplice, di morbido chiffon rosso. Abbassai
gli occhi sui tacchi d’argento che erano stati di mia madre: erano le sue scarpe da sposa.
Mi avevano sempre fatto impazzire. Lei non se le era più messe dal giorno delle nozze,
ma le aveva avvolte nella carta velina e riposte con cura in una scatola.
Le possibilità di andare là fuori e sentirmi umiliata erano parecchie. Io con quella gente
non c’entravo niente. A dire il vero, anche con quelli della scuola non avevo mai avuto
molto da spartire. Tutta la mia vita era un unico, grande momento di imbarazzo. Dovevo
imparare a integrarmi. Ad allontanarmi da quella ragazza goffa che in classe si sentiva
un’estranea perché aveva problemi ben più grandi.
Mi alzai e lisciai le pieghe formatesi nel tessuto stando seduta a rimuginare sul da
farsi. Sarei andata là fuori. Forse mi sarei anche servita da bere, e avrei aspettato di
vedere se qualcuno mi avrebbe rivolto la parola. Se il risultato fosse stato un disastro
totale, potevo sempre tornare in camera, mettermi il pigiama e rannicchiarmi sotto le
coperte. Stavo per compiere un piccolo passo, in fondo, ma per me era importante.
Aprii la porta della dispensa e uscii in cucina, felice di trovarla deserta. Essere sorpresa
a sbucare fuori di lì sarebbe stato un po’ difficile da spiegare. Sentivo Grant che rideva
forte mentre chiacchierava con qualcuno in salotto. Sì, lui con me ci avrebbe parlato.
Grant mi avrebbe aiutata a sentirmi a mio agio. Feci un bel respiro profondo e uscii dalla
cucina, affrontando il corridoio che dava sull’ingresso. C’erano rose bianche e fiocchi
argentati ovunque: più che una festa di compleanno, sembrava una cerimonia nuziale. La
porta d’ingresso si aprì di colpo, facendomi spaventare. Mi fermai e vidi un paio di occhi
nero carbone puntare dritti sui miei. Sentii le guance accendersi di rosso mentre Woods
mi osservava ammirato, percorrendomi lentamente con lo sguardo dalla testa ai piedi.
— Blaire — disse quando finalmente tornò a guardarmi in faccia. — Non pensavo
potessi essere ancora più sexy. Invece mi sbagliavo.

— Puoi dirlo forte. Stai da dio, Blaire! — Il ragazzo con i capelli biondi mossi e gli occhi
azzurri mi sorrise. Non riuscivo a ricordare il suo nome. Me l’aveva detto, poi?
— Grazie — riuscii a gracchiare. Ecco che saltava fuori di nuovo la ragazza impacciata.
Se avessi continuato così, non sarei mai riuscita a integrarmi nel gruppo. Dovevo
mettercela tutta.
— Non sapevo che Rush avesse ricominciato a giocare a golf. Oppure sei venuta qui
con qualcun altro? — Confusa, mi ci volle un attimo per capire a cosa si riferisse Woods.
Quando mi resi conto che pensava che fossi lì con un ragazzo incontrato al lavoro, mi
venne da sorridere.
— Non sono qui con nessuno. Rush è… Dunque, la madre di Rush è… sposata con mio
padre. — Quella frase spiegava tutto.
Woods si avvicinò, distendendo lentamente il suo sorriso sornione. — Ah, sì? E lui
lascia lavorare la sua sorellastra al country club? Ahi, ahi, ahi. Quel ragazzo ha bisogno di
imparare le buone maniere. Se avessi io una sorella come te, la terrei chiusa a chiave in
camera… tutto il tempo — disse prima di interrompersi per farmi scorrere un pollice sul
collo. — E ovviamente starei lì con te. Giusto per non farti soffrire la solitudine.
Ci stava provando, non c’era dubbio. Pesantemente, anche. Mi sentivo del tutto a
disagio con uno come lui, aveva troppa esperienza. Dovevo prendere subito le distanze.
— Con le gambe che ti ritrovi avresti bisogno di un cartello d’avvertimento. È
impossibile non volerle toccare… — commentò, abbassando la voce di un tono.
Guardandogli dietro le spalle, mi accorsi che il biondino ci aveva lasciati soli.
— Sei… amico di Rush o mmm… di Nanette? — gli chiesi ricordandomi il nome che
Grant aveva usato per presentarmela la prima sera.
Woods fece spallucce. — Fra me e Nan c’è… un’amicizia complicata. Con Rush, be’, ci
conosciamo da una vita. — Mi fece scivolare una mano dietro la schiena. — Eppure sono
pronto a scommettere che Nan non è una tua fan, mi sbaglio?
Non avrei saputo rispondere. Dopo la prima sera, non avevamo più avuto a che fare
l’una con l’altra. — In realtà non ci conosciamo molto bene.
Woods corrugò la fronte. — Sul serio? Che strano.
— Woods! Sei arrivato! — strillò una ragazza precipitandosi verso di noi. Quando
Woods si voltò, vide andargli incontro una rossa con una criniera di ricci e indosso un
vestitino nero di raso che copriva a stento le abbondanti curve. Cominciai ad allontanarmi
di soppiatto per tornare verso la cucina. Il mio momento di coraggio era svanito.
Woods però non mi aveva ancora tolto la mano dalla schiena, anzi, mi aveva preso per
un fianco tenendomi immobile al mio posto. — Laney — fu l’unica reazione di Woods al
caloroso benvenuto della ragazza, che un attimo dopo spostò i suoi grandi occhi castani
da lui a me. Rimasi a guardarla impotente mentre notava la mano di Woods implacabile
sul mio fianco. Non era ciò che avrei voluto. Io dovevo farmi accettare da tutti!
— E lei chi è? — scattò la ragazza, che nel frattempo mi stava riducendo in cenere con
lo sguardo.
— Blaire. La nuova sorella di Rush — le rispose Woods in tono annoiato.
Lei strinse gli occhi a fessura e poi fece una risata arcigna. — Ma figurati! Ha addosso
uno straccio e un paio di scarpe che sono pure peggio. Chiunque sia, sappi che ti sta

raccontando balle. Anche se quando si tratta di musetti carini tu non capisci più niente,
vero, Woods?
Sì. Sarei dovuta restare in camera. Decisamente.

CAPITOLO SETTE

— Perché non torni di là a cercare qualche idiota su cui mettere le grinfie, Laney?
Woods si spostò verso la porta, più vicino a dove cominciava la festa, senza mai
togliermi la mano dal fianco e incoraggiandomi a seguirlo.
— Senti, è meglio se torno in camera mia. Stasera non sarei dovuta venire qui — dissi
cercando di impedire il nostro ingresso tra la folla. Non c’era bisogno di buttarsi nella
mischia fianco a fianco con Woods. Qualcosa mi diceva che sarebbe stata una pessima
idea.
— E allora perché non mi fai vedere dove dormi? Anch’io avrei voglia di starmene un
po’ in disparte.
Feci no con la testa. — Non c’è abbastanza posto per tutti e due.
Woods rise e si chinò per sussurrarmi qualcosa all’orecchio, e nel frattempo io tenni lo
sguardo fisso negli occhi color argento di Rush, che mi stava osservando attentamente.
Non sembrava felice. Mi aveva invitato solo per gentilezza? In realtà non mi voleva lì, e io
avevo frainteso tutto?
— Me ne devo andare. Credo che Rush non mi voglia qui — annunciai a Woods
liberandomi finalmente dal suo abbraccio.
— Figuriamoci. È fin troppo concentrato su cosa stai facendo, ne sono sicuro. E poi
perché non dovrebbe volerti alla festa dell’altra sua sorella?
Riecco la storia della sorella. Ma allora perché Grant mi aveva detto che Rush era figlio
unico? Nan era sua sorella, non c’erano dubbi.
— Io… Ecco, lui non mi considera esattamente parte della famiglia. Sono solo la
parente indesiderata del nuovo marito di sua madre. Comunque mi fermerò soltanto per
un paio di settimane ancora, finché non potrò trasferirmi per conto mio. Diciamo che in
questa casa non sono un’ospite gradita. — Mi sforzai di sorridere, nella speranza che
Woods capisse e mi lasciasse andare.
— In una come te non può esserci niente di sgradito. Nemmeno Rush può essere così
cieco, cavolo! — disse tentando di riavvicinarsi, mentre io indietreggiavo.
— Blaire, vieni qui. — La voce decisa di Rush mi raggiunse da dietro mentre una mano
grande e possente mi scivolava intorno al braccio tirandomi verso di sé. — Non pensavo
che stasera saresti venuta. — Il tono stupito con cui mi parlò era la prova che avevo
frainteso tutto. L’invito era stato un gesto formale, lui non mi voleva veramente.
— Scusami. Pensavo di aver capito che potevo venire… — sussurrai, ancora più
imbarazzata per il fatto che Woods ci stava sentendo. E che altri ci stavano guardando.
Per una volta che decidevo di essere coraggiosa e uscire dal guscio, ecco cosa

succedeva…
— Non mi aspettavo di vederti arrivare vestita così — rispose Rush con calma
imperturbabile. Continuava a tenere gli occhi su Woods. Che cosa aveva di sbagliato il
mio vestito? Mia madre aveva fatto un sacco di sacrifici per comprarmelo e io non avevo
mai avuto l’occasione di indossarlo. Per noi sessanta dollari, questo il prezzo, erano tanti
soldi. Mi ero stancata di quel mucchio di mocciosi viziati che si comportavano come se
avessi addosso chissà quale sottoprodotto della moda. Io adoravo quel vestito e adoravo
le scarpe. I miei genitori erano stati felici e innamorati, un tempo. Quelle scarpe facevano
parte di quel periodo. Perciò… che se ne andassero tutti all’inferno.
Con uno strattone mi liberai da Rush, feci dietrofront e tornai in cucina. Se non voleva
che i suoi amici mi vedessero e ridessero di me, allora avrebbe dovuto dirmelo
chiaramente. Invece mi aveva fatto sentire una cretina.
— Ma che cazzo ti è preso, Rush? — gli chiese Woods, arrabbiato. Non mi voltai a
guardare. Speravo che si prendessero a botte. Speravo che Woods rompesse il naso così
fastidiosamente perfetto di Rush. Sapevo che non avrebbe avuto la meglio, perché di tutti
quei fighetti Rush sembrava il più tosto, però…
— Aspetta, Blaire! — Era Grant. Avrei voluto ignorarlo, ma in quel preciso momento
era quanto di più simile avessi a un amico. Rallentai quando raggiunsi il corridoio al riparo
da ogni sguardo indiscreto e lì mi lasciai raggiungere.
— Prima non parlavi sul serio, vero? — mi disse avvicinandosi. Avrei voluto sorridere.
Era veramente cieco quando si trattava di suo fratello.
— Non importa. Non sarei dovuta venire. Avrei dovuto immaginare cosa intendeva
veramente con quell’invito. Certo poteva essere più chiaro, dirmi di starmene chiusa nel
sottoscala perché era quello che voleva. Non sono brava con l’ironia e i doppi sensi —
ribattei, velenosa, attraversando la cucina a grandi passi. Andai dritta verso la dispensa.
— Ha dei problemi. Ma sono pronto a scommettere che, a modo suo, ti stava
proteggendo. Un modo assurdo e contorto, lo so — mi disse mentre avevo già appoggiato
la mano sul freddo ottone della maniglia.
— Continua ad avere la massima fiducia in lui, Grant. È così che fanno i bravi fratelli —
risposi aprendo di scatto la porta e richiudendomela alle spalle. Dopo qualche respiro
profondo per attenuare il dolore che mi stringeva il petto, mi tuffai sul materasso.
Non ero tipo da feste, io. Questa era stata la seconda in assoluto a cui partecipavo e
anche la prima non era andata molto meglio. Anzi, addirittura peggio! Mi ero presentata
da Cain per fargli una sorpresa, invece la sorpresa l’aveva fatta lui a me. L’avevo trovato
in camera di Jamie Kirkman. Con un suo capezzolo in bocca. Non stavano facendo sesso,
ma di sicuro ci stavano andando molto vicini. Mi ero richiusa in silenzio la porta dietro le
spalle ed ero corsa via passando dal retro. Qualcuno mi aveva visto e aveva capito tutto;
un’ora dopo Cain si era presentato a casa mia buttandosi in ginocchio e supplicandomi in
lacrime di perdonarlo.
Io lo amavo da quando avevo tredici anni, era stato lui a darmi il mio primo bacio. Non
potevo odiarlo. L’avevo lasciato libero e basta. Fu la fine della nostra relazione. Gli
alleggerii la coscienza e restammo amici. A volte crollava, diceva che mi amava e mi
voleva ancora, ma per la maggior parte del tempo ospitava sui sedili della sua Mustang

una ragazza diversa ogni weekend. Io ero semplicemente un ricordo d’infanzia.
Quella sera nessuno mi aveva tradito. Ero stata soltanto umiliata. Mi chinai per togliere
le scarpe di mia madre e riporle nella scatola in cui lei le aveva sempre conservate. Le
rimisi in valigia. Non avrei dovuto indossarle, quella sera. In futuro le avrei messe
soltanto per un’occasione davvero speciale. Per qualcuno di speciale.
Lo stesso valeva per il vestito: l’avrei rimesso soltanto per qualcuno che mi avesse
amata e mi avesse trovata bellissima. Il prezzo non avrebbe contato. Misi una mano
dietro la schiena per aprire la zip, ma in quel momento la porta si aprì. L’intera sua
cornice era riempita dalla sagoma imponente di Rush. Un Rush molto, molto arrabbiato.
Non disse una parola e io lasciai ricadere le mani lungo i fianchi. Non mi sarei tolta il
vestito proprio in quel momento. Entrò e chiuse la porta dietro di sé. Era troppo grande
per quello spazio angusto: dovetti indietreggiare e sedermi sul letto, altrimenti sarebbe
stato impossibile evitare di sfiorarci.
— E tu come fai a conoscere Woods? — ringhiò.
Stupita, alzai lo sguardo sul suo viso e mi chiesi per quale motivo la cosa gli desse
fastidio. Non erano amici, loro due? Allora era quello il motivo? Non mi voleva intorno ai
suoi amici. — Suo padre è il proprietario del country club. Lui gioca a golf, io gli servo da
bere.
— E perché ti sei messa quel vestito? — mi chiese, ancora in tono aggressivo.
Basta, non ce la facevo più. Mi alzai e mi misi in punta di piedi per poterlo guardare
dritto in faccia. — Perché me l’aveva comprato mia madre, ma poi quella sera mi hanno
dato buca e io non ho più avuto occasione di metterlo. Oggi tu mi hai invitata e io volevo
essere all’altezza. Ho indossato la cosa più bella che avevo, ma mi scuso se vi è sembrata
ridicola. Anzi, sai cosa ti dico? Che non me ne frega un cazzo. Tu e quei deficienti dei tuoi
amici snob avete tutti un gran bisogno di ripigliarvi.
Gli premetti un dito contro il petto e lo fulminai con lo sguardo, sfidandolo a
pronunciare anche solo un’altra parola sul mio vestito.
Sulle prime Rush fece per dire qualcosa, ma poi strinse forte gli occhi e fece no con la
testa. — ’Fanculo! — ringhiò. In un attimo i suoi occhi furono di nuovo aperti, le sue mani
fra i miei capelli e la sua bocca sulla mia. Non sapevo come reagire. Le sue labbra erano
morbide, vogliose, e leccavano e mordevano il mio labbro inferiore con insistenza. A un
tratto passò a quello superiore, mettendoselo in bocca e cominciando a succhiarlo con
delicatezza. — È da quando sei entrata in casa mia che muoio dalla voglia di assaggiare
questa bocca carnosa — mi sussurrò prima di scivolarmi dentro con la lingua, lasciandomi
senza fiato. Sapeva di menta e di qualcos’altro di buono. Mi tremarono le ginocchia, tanto
che per non perdere l’equilibrio dovetti aggrapparmi alle sue spalle. La sua lingua
accarezzava la mia come per chiedermi di unirmi a lui. La assaporai lentamente e poi gli
morsi piano il labbro inferiore. Dalla gola gli salì un gemito profondo, e un attimo dopo mi
stava rovesciando sul letto.
Il corpo di Rush si abbassò sul mio, premendomi fra le gambe quella che ero certa
fosse un’erezione. Socchiusi le palpebre e gli occhi mi fluttuarono all’indietro, mentre
dalla mia bocca sentivo uscire un gemito irrefrenabile.
— Bella, troppo bella — mormorò Rush contro le mie labbra prima di girarsi sul fianco e

staccare il suo corpo dal mio. Focalizzò lo sguardo sul vestito rosso, che ormai era salito
sopra i fianchi e lasciava scoperti gli slip. — Porca puttana… — imprecò, poi tirò un pugno
al muro. Si alzò in piedi, aprì di scatto la porta e corse fuori come se lo stessero
inseguendo.
La porta si richiuse con tanta forza che le pareti tremarono. Non mi mossi. Non potevo.
Il cuore mi batteva all’impazzata, e fra le gambe sentivo una tensione familiare. Mi era
già capitato di eccitarmi, vedendo qualche scena di sesso in televisione, ma mai fino a
quel punto. Gli ero stata così vicina… Non voleva, ma gli era piaciuto. L’avevo sentito su
di me, però l’avevo anche visto mentre faceva sesso con un’altra ragazza, e sapevo che la
sera prima era stato con un’altra e poi l’aveva mandata via. Dunque eccitarlo non doveva
poi essere una grande impresa. Non avevo compiuto nessun miracolo. Rush era
arrabbiato semplicemente perché, quella volta, a eccitarlo ero stata io.
Faceva male. Sapere che mi disprezzava al punto da non voler accettare che fossi
attraente. Il calore che mi pulsava fra le gambe scomparve lentamente, lasciando il posto
alla realtà. Rush non avrebbe mai voluto toccarmi. Ed era furibondo perché l’aveva fatto.
E per quanto fosse eccitato, era riuscito ad allontanarsi. Sentivo di appartenere a una
minoranza: quasi tutte le ragazze che lo desideravano potevano averlo. Io… Be’, Rush
proprio non riusciva a costringersi a divertirsi con me. Ero la ragazza dei bassifondi, quella
con cui doveva necessariamente avere a che fare finché non avesse potuto levare le
tende.
Rotolai su me stessa e mi raggomitolai. Probabilmente non avrei mai più rimesso quel
vestito: a quel punto portava con sé altri ricordi spiacevoli. Era arrivato il momento di
impacchettarlo per sempre.
Quella notte, però… Quella notte me lo sarei tenuto addosso. Sarebbe stato il mio
addio a un sogno. Quello in cui un ragazzo pensava che io fossi tutto ciò che si poteva
desiderare.

CAPITOLO OTTO

Quando mi svegliai, il mattino dopo, la casa era di nuovo ridotta a un campo di battaglia.
Decisi di fregarmene e correre subito al lavoro; non volevo arrivare tardi, quel posto mi
serviva come non mai. Mio padre non aveva ancora chiamato per sapere come stavo e io
ero abbastanza sicura che nemmeno Rush avesse parlato con lui o con sua madre,
altrimenti me l’avrebbe detto. Non volevo chiederglielo, per timore che la rabbia nei
confronti di mio padre si rovesciasse su di me.
La probabilità che Rush mi chiedesse di lasciare casa sua quella sera stessa, al ritorno
dal lavoro, era particolarmente alta. Quando la notte prima si era precipitato fuori dalla
mia stanza, non aveva l’aria felice. E io avevo risposto al suo bacio succhiandogli il
labbro… Dio mio, ma cosa mi era passato per la testa? Probabilmente niente, vuoto
assoluto! Era quello il problema. Rush aveva un profumo troppo buono, un sapore troppo
dolce. Non ero riuscita a mantenere il controllo. E ora rischiavo di trovarmi la valigia sulla
porta da un momento all’altro… Meno male che almeno avevo i soldi per pagarmi un
albergo.
Con indosso i soliti pantaloncini e la polo, salii i gradini che conducevano alla porta del
country club. Dovevo timbrare il cartellino e recuperare una chiave per il cart con le
bibite.
Darla era già arrivata. In realtà cominciavo a pensare che il club fosse casa sua: la
lasciavo lì quando me ne andavo la sera e la ritrovavo sempre lì quando arrivavo la
mattina. La sua personalità travolgente metteva un po’ di soggezione, tanto che se
ordinava di fare qualcosa veniva quasi automatico risponderle con il saluto militare. In
quel momento stava facendo una ramanzina a una ragazza che non avevo mai visto. Le
puntava un dito contro e quasi urlava.
— Non puoi frequentare i soci. È la regola numero uno. Hai firmato dei documenti,
Bethann, lo sai come funziona. Stamattina il signor Woods è venuto qui a dire che suo
padre non è per niente felice di questa situazione. Io ho soltanto tre ragazze da mettere
sui cart. Se non posso fidarmi del fatto che la pianterai di andare a letto con i soci, allora
te ne devi andare. È l’ultimo avvertimento, ci siamo capite?
La ragazza annuì. — Sì, zia Darla. Mi dispiace — mormorò. Aveva i capelli lunghi e neri
raccolti in una coda di cavallo, e sfoggiava un décolleté molto generoso. A lei la polo
azzurra stava ancora più aderente che a me. Per non parlare delle lunghe gambe
abbronzate e del sedere rotondo. E poi era la nipote di Darla, interessante!
Lo sguardo inferocito di Darla si spostò su di me. La vidi sospirare di sollievo. — Blaire!
Meno male che sei qui. Forse puoi darmi tu una mano con mia nipote. È in prova perché,

a quanto pare, le costa troppo sforzo evitare di accoppiarsi con i soci del club durante
l’orario lavorativo. Ma questo non è un bordello! È un country club! La settimana prossima
la metto sul tuo cart, così la tieni d’occhio. Le darai il buon esempio. Il signor Woods non
fa che tessere le tue lodi! È molto contento del lavoro che stai facendo e mi ha chiesto di
passarti alla sala da pranzo a partire dalla settimana prossima, almeno due volte la
settimana. Ora sto cercando un’altra ragazza per il cart, quindi non posso permettermi di
licenziare Bethann. — Aveva pronunciato il nome di sua nipote quasi ringhiando, e si era
anche girata per rifilarle un’occhiataccia.
La ragazza se ne stava a testa bassa, mortificata. Mi spiaceva per lei. La sola idea di
far arrabbiare Darla mi terrorizzava, non potevo neanche immaginare di essere io a
ricevere una ramanzina del genere.
— Sì, signora — risposi, mentre mi porgeva le chiavi del cart. Le presi e aspettai che
Bethann mi seguisse.
— Adesso vai con lei, ragazza. Non startene qui in piedi con il broncio. Dovrei chiamare
tuo padre e dirgli cosa stai combinando, ma non me la sento di spezzare il cuore a mio
fratello, perciò vai e usa la testa! — Darla puntò il dito verso la porta e io non persi
tempo: mi precipitai fuori e corsi giù dalle scale. Avrei preparato il cart con le bibite e
avrei aspettato Bethann a bordo.
— Ehi, un attimo — mi chiamò lei. Mi fermai e mi voltai per guardarla mentre mi
raggiungeva. — Scusa per la scena un po’ brutale. Avrei preferito che non fossi costretta a
sentire tutto…
Era… simpatica. — Non ti preoccupare — la rassicurai.
— Comunque io sono Bethy, non Bethann. Solo mio padre mi chiama così, quindi mia
zia Darla fa lo stesso. E così tu sei la famigerata Blaire Wynn, di cui ho sentito tanto
parlare… — Il tono amichevole della sua voce mi faceva capire che era sincera.
— A me dispiace che tua zia ti abbia costretto a sentir parlare di me! — Le lanciai uno
sguardo e vidi che un sorriso le aveva incurvato le labbra rosse e carnose.
— Oh, ma non mi stavo riferendo a mia zia. Parlavo dei ragazzi. Woods, in particolare,
ha un debole per te. Ho saputo che ieri sera, alla festa di compleanno per quella stronza
di Nan, hai sollevato un bel polverone… Mi sarebbe piaciuto esserci, ma gli aiutanti non
vengono invitati a quel genere di eventi.
Caricai il cart sotto lo sguardo attento di Bethy, che si arrotolava una ciocca di lunghi
capelli castani intorno al dito e mi sorrideva. — Quindi tu sei la mia unica testimone
oculare. Dai, racconta!
Non c’era molto da raccontare. Feci spallucce e girai intorno al cart rifornito di bottiglie
per salire sul sedile del passeggero. — Ho partecipato a quella festa perché dormo nel
sottoscala di Rush. Sto aspettando di mettere da parte abbastanza soldi per poter andare
a vivere per conto mio, e non mi manca molto. È stato un grosso sbaglio, lui non era
contento di vedermi. Fine del racconto.
Bethy si lasciò cadere sul sedile accanto al mio e accavallò le gambe. — La tua
versione non corrisponde per niente a quello che ho sentito io. Jace ha raccontato che
Rush ha beccato Woods mentre ti toccava ed è uscito fuori di testa.
— Jace ha capito male, fidati. Rush se ne frega di chi mi tocca.

Bethy emise un sospiro. — È uno schifo fare sempre la parte di quelle povere, vero?
Quei gran pezzi di ragazzi non ci prendono mai sul serio. Per loro siamo un paio di tette e
basta!
Era davvero così che andavano le cose, per lei? Si era arresa a essere una ragazza usa
e getta? No, era troppo carina. A casa, da me, i ragazzi le avrebbero sbavato dietro.
Forse non avevano milioni in banca, ma erano comunque bravi ragazzi nati e cresciuti in
famiglie per bene.
— Ma da queste parti non ci sono uomini attraenti che non siano anche ricchi da fare
schifo? I membri di questo club non possono essere l’unica scelta disponibile! Di sicuro un
ragazzo che il mattino dopo non abbia voglia di buttarti via esiste, da qualche parte.
Bethy corrugò la fronte e scrollò le spalle. — Non lo so. In realtà ho sempre sognato di
“incastrare” un miliardario. Fare la bella vita, hai presente? Invece sto cominciando a
capire che non sarà il mio destino…
Mi diressi verso la prima buca. — Bethy, tu sei stupenda. Ti meriti più di quello che stai
ricevendo. Cerca altrove! Trovane uno che non ti voglia soltanto per il sesso. Uno che
voglia te. Te soltanto.
— Cavolo, adesso mi sono innamorata di te! — esclamò in tono ironico prima di
scoppiare in una risata e appoggiare i piedi sul cruscotto mentre io mi avvicinavo ai primi
golfisti della giornata.
Non c’erano giovani in vista. A quelli normalmente non piaceva alzarsi presto. Meglio
così: per un po’ non avrei dovuto preoccuparmi di evitare che Bethy si nascondesse a far
porcate nei cespugli o dovunque le facesse durante l’orario di lavoro.
Quattro ore più tardi, quando passammo per la terza volta dalla terza buca, riconobbi
Woods e compagnia bella. Bethy si raddrizzò contro lo schienale e l’espressione eccitata
che le si dipinse sul viso mi mise in allerta massima. Mi sembrava un cucciolo di cane in
trepidante attesa che qualcuno gli lanciasse un osso. Se non mi fosse piaciuta sin da
subito, non mi sarei presa la briga di aiutarla a tenersi il posto. In fondo farle da babysitter non rientrava fra le mie mansioni lavorative.
Quando accostammo di fianco a lui, Woods fece una smorfia. — Perché ti porti in giro
Bethy? — mi chiese non appena ci fummo fermate del tutto.
— Perché mi sta aiutando a evitare di scoparmi i tuoi amici e quindi farti incazzare. E
tu perché sei andato a dire tutto a zia Darla? — intervenne Bethy mettendo il broncio e
incrociando le braccia sul petto generoso. Non avevo dubbi che tutti gli occhi maschili
intorno a noi avessero già zoomato su quelle tettone.
— Non le ho chiesto io di farlo. Le ho detto di promuovere Blaire, non di affiancarla a
te — ribatté lui, acido, togliendo il cellulare dalla tasca. Che cosa stava facendo?
— Chi chiami? — gli chiese Bethy in tono allarmato, fissandolo con gli occhi spalancati.
— Darla — ringhiò lui.
— No, aspetta! — esclamammo io e Bethy all’unisono.
— Non chiamarla. Va tutto bene. Bethy mi piace, mi tiene compagnia — lo rassicurai.
Mi esaminò un istante, ma non chiuse la comunicazione.
— Darla? Sono Woods. Ho cambiato idea. Voglio Blaire dentro per quattro giorni la

settimana. Puoi usarla sui campi il venerdì e il sabato, perché c’è sempre tanta gente e
lei è la migliore fra quelle che hai, ma per il resto del tempo la voglio all’interno. — Non
rimase in attesa di ricevere una risposta. Riagganciò e fece scivolare il cellulare al suo
posto nella tasca dei pantaloni scozzesi inamidati. Su chiunque altro sarebbero potuti
sembrare ridicoli, ma un ragazzo come Woods poteva permetterseli. Anche la polo bianca
a cui li aveva abbinati era stirata alla perfezione. Non mi avrebbe sorpreso scoprire che
fosse nuova di zecca.
— Zia Darla si infurierà… Aveva messo Blaire a farmi da baby-sitter per le prossime
due settimane. Adesso chi mi terrà d’occhio? — chiese posando uno sguardo languido su
Jace.
— Dai, bello mio, se ti sto anche solo un pochino simpatico, gira la testa dall’altra
parte e lasciamela portare nella clubhouse per qualche minuto… Ti supplico! — disse Jace
mangiandosi con gli occhi Bethy, che nel frattempo se ne stava seduta con le gambe sul
cruscotto leggermente divaricate, in modo da mettere in bella vista l’inguine. Con una
posa del genere, i suoi short erano troppo corti e troppo aderenti per lasciare spazio
all’immaginazione.
— Fate quello che vi pare, a me non interessa. Hai voglia di scopartela? Fallo. Ma se
mio padre viene a saperlo un’altra volta, dovrò licenziarla. È stufo marcio di ricevere
lamentele.
Sapevo che, se l’avessero mandata via, Jace non l’avrebbe certo difesa. Sarebbe
rimasto a guardare e avrebbe voltato pagina. Nei suoi occhi non c’era amore, soltanto
puro desiderio sessuale.
— Bethy, no! — le dissi a bassa voce. — Quando avrò la mia prima serata libera, ce ne
andremo insieme da qualche parte e cercheremo un posto con dei ragazzi con cui valga la
pena passare il tempo. Ma adesso non giocarti il posto per uno così. — Parlavo talmente
piano che soltanto lei poteva sentirmi. Gli altri capivano che le stavo dicendo qualcosa,
ma non sapevano cosa.
Bethy girò lo sguardo verso di me e chiuse le ginocchia. — Davvero? Scelgo io?
Le feci sì con la testa e sulle sue labbra vidi comparire un sorriso. — Affare fatto. Sarà
caccia grossa! Spero che tu abbia almeno un paio di stivali, perché andremo in un locale
di musica country.
— Vengo dall’Alabama, carina. Ho gli stivali, i jeans stretti e la pistola — le risposi
facendole l’occhiolino.
Bethy ridacchiò e tolse i piedi dal cruscotto. — Ok, ragazzi. Cosa vi va di bere? C’è
un’altra buca che ci aspetta — annunciò scendendo dal cart e girando sul retro. La seguii,
distribuimmo insieme da bere e intascammo i soldi.
Jace cercò di toccarle il sedere un paio di volte e di bisbigliarle qualcosa all’orecchio. A
un certo punto, Bethy si voltò e gli sorrise. — Sono stanca di essere la tua trombamica.
Questo fine settimana esco con Blaire, andiamo a trovarci un paio di uomini veri. Di quelli
che non possiedono fondi fiduciari ma che hanno i calli sulle mani perché lavorano dalla
mattina alla sera! Qualcosa mi dice che loro sanno come far sentire davvero speciale una
ragazza.
Dovetti deglutire per soffocare la risata che mi stava gorgogliando nel petto: Jace

aveva una faccia! Risalii a bordo del cart e Bethy fece lo stesso.
— Aaah, è stato troppo bello! Ma dove sei stata per tutta la mia vita?! — mi chiese
battendo le mani mentre mi dirigevo verso la buca successiva e con la mano facevo ciao
ciao a Woods.
Una volta completato il giro del campo, ci fermammo a fare rifornimento. Fine dei
problemi. Sapevo che avremmo potuto incontrare di nuovo Woods e i suoi amici, ma
confidavo anche nel fatto che Bethy sarebbe stata al suo posto. Nel corso di quella
giornata aveva chiacchierato allegramente un po’ di ogni argomento, dal suo colore di
capelli all’ultimo presunto scandalo in città, una dipendente messa incinta da uno dei
membri.
Non stavo facendo caso ai ragazzi della prima buca. Guidavo e cercavo di non perdermi
nei meandri dell’infinito sproloquio di Bethy. A un tratto, il suo “merda” sussurrato a
mezza voce mi fece risvegliare.
Mi girai e seguii il suo sguardo, diretto verso una coppia di giocatori: riconobbi Rush
immediatamente. Faceva così strano vederlo con indosso quei pantaloncini marroni e la
polo celeste aderente… Non era l’abbigliamento più adatto ai tatuaggi che, come avevo
avuto modo di vedere, gli coprivano la schiena. Era il figlio di una rockstar e lo si vedeva
lontano un chilometro, persino con quei vestiti da golfista fighetto. Girò la testa e incrociò
gli occhi con i miei. Non sorrise e distolse lo sguardo come se non mi conoscesse. Nessun
cenno di avermi riconosciuto. Niente.
— Allarme zoccola — bisbigliò Bethy. Spostai lo sguardo da Rush alla ragazza in sua
compagnia. Era Nanette, o Nan, come l’aveva chiamata lui stesso. Sua sorella. Quella di
cui non gli piaceva parlare. Indossava una microgonna bianca più adatta a un campo da
tennis, una polo azzurra e una visiera anch’essa bianca che risaltava sui boccoli biondo
rame.
— Non sei una fan di Nanette? — chiesi a Bethy, immaginando già la risposta visto il
commento appena fatto.
Bethy reagì con una secca risata. — Uh, no! E tu nemmeno. Anzi, tu sei la sua nemica
numero uno!
Cosa voleva dire con quel commento? Ormai non potevo più chiederglielo, perché ci
eravamo fermate a neanche due metri dal duetto fratello e sorella.
Evitai di incrociare lo sguardo di Rush. Era evidente che non aveva voglia di perdersi in
chiacchiere di cortesia.
— Tu vuoi scherzare. È stata assunta da Woods?! — stava sibilando Nan.
— Piantala — ribatté Rush in tono minaccioso. Non capii se l’avesse fatto per
proteggermi o soltanto per cercare di evitare una scenata. In un caso o nell’altro, mi
aveva dato fastidio.
— Posso portarvi qualcosa da bere? — chiesi con lo stesso sorriso che rivolgevo a tutti
gli altri i membri del club.
— Almeno si sa comportare — commentò Nan in tono perfidamente ironico.
— Per me una Corona. Con una fetta di lime, grazie — chiese Rush.
Osai lanciare uno sguardo verso di lui e i suoi occhi si incrociarono con i miei per un

solo istante prima di tornare su Nan. — Prenditi qualcosa da bere. Fa caldo — le disse.
Lei mi fece un sorrisetto e si mise sul fianco una mano dalla manicure impeccabile. —
Dell’acqua frizzante. Però asciugala, per favore, perché odio prendere in mano la bottiglia
quando è tutta bagnata.
Bethy aprì il frigorifero e prese l’acqua. Probabilmente aveva paura che, se l’avessi
fatto io, la bottiglia sarebbe finita in testa a Nan. — È da un po’ che non ti si vede qui —
le disse, asciugandole la bottiglia con uno dei tovaglioli che ci fornivano proprio allo
scopo.
— Probabilmente perché, invece di lavorare, eri troppo occupata ad aprire le gambe
dietro tutti i cespugli del green — fu la risposta di Nan.
Serrai i denti e feci saltare il tappo della Corona. Morivo dalla voglia di buttarle la birra
in faccia e lavar via quel sorrisetto compiaciuto.
— Adesso basta, Nan — la rimproverò discretamente Rush. Ma cos’era, sua figlia? Si
comportava come se lei avesse cinque anni o giù di lì. Era adulta, accidenti!
Porsi a Rush la Corona evitando accuratamente di guardare Nan. Temevo di poter
cedere a un momento di debolezza. Il mio sguardo si posò invece su quello di lui che
afferrava la bottiglia.
— Grazie — disse facendomi scivolare una banconota in tasca. Non feci neanche in
tempo a reagire che lui se ne stava già andando, prendendo Nan per il gomito. — Vieni,
vediamo se sei ancora capace di stracciarmi! — le diceva in tono scherzoso.
Lei reagì dandogli una spallata affettuosa contro il braccio. — Sei finito. — Il tono di
sincero attaccamento con cui gli aveva parlato mi sorprese molto. Mi riusciva difficile
immaginare che una persona dall’aria cattiva come la sua potesse dimostrarsi gentile con
qualcuno.
— Andiamo — sibilò Bethy prendendomi per il braccio. Mi accorsi di essere rimasta in
piedi a guardarli, inebetita.
Feci sì con la testa e, sul punto di voltarmi, mi accorsi che Rush si era girato verso di
me. Sulle labbra gli affiorò l’accenno di un sorriso, ma un secondo dopo si stava
rivolgendo di nuovo a Nan per consigliarle quale mazza usare. Il nostro momento era già
finito. Sempre che fosse stato un momento.
Una volta fuori dalla portata di eventuali orecchie indiscrete, guardai Bethy e le feci
una domanda. — Perché prima hai detto che io sono la sua nemica numero uno?
Bethy, tutta compiaciuta, si dimenò sul sedile. — A essere sinceri, non saprei dirti il
motivo. Però Nan è molto possessiva nei confronti di Rush. Lo sanno tutti che… — Lasciò
la frase in sospeso ed evitò il mio sguardo. Sapeva qualcosa, ma cosa esattamente?
Quale pezzo mi mancava?

CAPITOLO NOVE

Quando tornai a casa di Rush, dopo il lavoro, trovai alcune auto parcheggiate in giardino.
Per lo meno non l’avrei sorpreso a fare sesso. Ora che sapevo come baciava bene e
com’era bello sentirsi le sue mani addosso, avrei faticato a sopportare di vederlo fare le
stesse cose con un’altra. Me ne rendevo conto, era assurdo. Ma vero.
Aprii la porta ed entrai. Dall’impianto audio, diffuso in tutte le stanze, usciva una
musica sensuale. O meglio, dall’impianto diffuso in tutte le stanze tranne la mia. Mi avviai
verso la cucina, ma in quel momento cominciai a sentire una voce femminile che gemeva.
Un nodo mi strinse lo stomaco. Cercai di fare l’indifferente, ma i piedi non si scollavano
più dal pavimento di marmo. Ero totalmente incapace di muovermi.
— Sì, Rush, così! Più forte, leccami! — gridava una ragazza. Fui invasa da un senso di
gelosia immediato. E scoprirmi gelosa mi fece infuriare con me stessa. Non avrebbe
dovuto importarmi: Rush mi aveva baciato una volta e gli avevo fatto talmente schifo che
se n’era andato di corsa, imprecando.
Mi muovevo verso un suono che – lo sapevo – corrispondeva a una scena che non
volevo vedere, ma in fondo era come con gli incidenti stradali: non potevo evitare di
guardare, anche se mai avrei voluto un simile ricordo impresso nella mente.
— Mmm... Sì, toccami… — implorava lei. Rabbrividii, ma proseguii in quella direzione.
Entrai in salotto e li trovai sul divano. La ragazza era senza reggiseno e lui le succhiava
un capezzolo, mentre con la mano giocava fra le sue gambe. Non potevo restare lì.
Dovevo andarmene. Subito.
Mi girai di scatto e corsi verso la porta, fregandomene di fare rumore. Sarei stata a
bordo del mio pick-up e fuori dal vialetto di casa prima che quei due potessero rendersi
conto di essere stati visti. Ci dava dentro lì, sul divano, sotto gli occhi di chiunque fosse
entrato in casa! E lui sapeva che sarei potuta tornare da un momento all’altro… Quindi
voleva farsi trovare. Mi stava facendo capire che io, con lui, non avrei mai potuto vivere
un’esperienza del genere. E in quel momento, neanche lo desideravo.
Girai in macchina per la città, arrabbiata con me stessa per aver sprecato benzina.
Dovevo risparmiare. Cercai un telefono pubblico, ma non ce n’era nemmeno uno in vista.
Ormai erano rari pezzi d’antiquariato: senza un cellulare eri fottuto. In fondo non sapevo
nemmeno chi avrei chiamato, se ne avessi avuto la possibilità. Cain, probabilmente. Non
gli parlavo da quando me n’ero andata. Di solito ci sentivamo almeno una volta la
settimana, ma senza telefono ero tagliata fuori.
Infilato da qualche parte in valigia avevo ancora il bigliettino con il numero di Grant.
Ma perché chiamare lui? Sarebbe stato troppo strano. Non avevo niente da dirgli. Entrai

nel parcheggio dell’unica caffetteria del paese e spensi il motore. Sarei potuta scendere a
bere qualcosa, restando a sfogliare riviste per ore. Forse, per allora, Rush avrebbe
terminato la sua festicciola a luci rosse in salotto.
Se con quel comportamento aveva cercato di mandarmi un messaggio, be’, l’avevo
ricevuto forte e chiaro. Non che ce ne fosse bisogno. Mi ero già rassegnata al fatto che
quelli con i soldi non facevano per me. Preferivo l’idea di trovare un bravo ragazzo con un
lavoro normale. Uno capace di apprezzare il mio vestito rosso e le scarpe argentate con i
tacchi.
Saltai giù dal pick-up e mi incamminai verso l’ingresso del locale, ma vidi che
all’interno c’era Bethy. Con Jace. Erano impegnati in un’accesa discussione al tavolino
nell’angolo, ma io, dalla vetrina, li vedevo benissimo. Almeno Bethy era riuscita a
incontrarlo in un locale pubblico. Le avrei augurato tutto il meglio e l’avrei lasciata al suo
destino. Non ero sua madre, e quasi sicuramente ero anche più giovane di lei. O per lo
meno così sembrava. Era libera di decidere da sola con chi perdere tempo. L’aria
salmastra dell’oceano mi solleticò le narici; attraversai la strada e, invece di entrare in
caffetteria, puntai verso la spiaggia. Lì sarei stata sola.
Le onde che si frangevano sulla battigia scura avevano un effetto calmante. E così
camminai. Ripensai a mia madre. Mi concessi persino di ripensare a mia sorella, cosa che
facevo molto di rado, perché il dolore era troppo forte. Quella sera, invece, quei ricordi mi
servivano. Mi serviva ricordare che avevo sopportato cose ben peggiori di una stupida
cotta per un ragazzo che non era neanche il mio tipo, tra l’altro. Lasciai che i flashback
dei giorni felici mi riempissero la mente… e camminai.
Quando ripercorsi il vialetto di Rush, era passata la mezzanotte e fuori casa non c’erano
macchine. Chiunque ci fosse stato prima, ora non c’era più. Chiusi la portiera e salii le
scale. La luce sopra l’ingresso era accesa, e faceva sembrare l’intera costruzione più
grande e più minacciosa sullo sfondo del cielo cupo. Proprio come Rush.
La porta si aprì prima che la toccassi. In piedi sulla soglia, lui. Mi avrebbe chiesto di
andarmene, era quello che mi aspettavo. Non battei ciglio, e mi guardai intorno in cerca
della valigia.
— Dove sei stata? — mi chiese con la sua voce roca.
Lo guardai negli occhi. — Cosa te ne importa?
Fece un passo verso di me e accorciò le distanze. — Mi stavo preoccupando.
Si stava preoccupando? Sbuffai e mi infilai dietro l’orecchio i capelli che il vento
continuava a buttarmi in faccia. — Trovo veramente difficile crederti. Prima eri troppo
occupato a goderti la compagnia per accorgerti di qualsiasi cosa. — Non riuscivo a
trattenere l’amarezza che grondava dalle mie parole.
— Sei arrivata prima del previsto. Non volevo che ci vedessi.
Come se quella spiegazione servisse a qualcosa. Annuii, strisciando un piede a terra. —
Sono rientrata al solito orario di tutte le sere. Sai cosa penso? Che invece tu volessi
proprio farti trovare. Il motivo non lo so. Io per te non provo niente, mi serve solo un
posto dove dormire ancora per qualche giorno. Uscirò dalla tua casa e dalla tua vita
molto, molto presto.

Lui bisbigliò non so quale parolaccia e poi sollevò gli occhi al cielo per un istante prima
di tornare a guardarmi. — Ci sono cose di me che non sai. Non sono uno di quei ragazzini
che puoi comandare a bacchetta. Ho i miei problemi. Tanti. Troppi, per una come te. Mi
aspettavo una persona molto diversa, considerato che ho già visto com’è tuo padre.
Invece tu… Tu sei tutto ciò da cui uno come me dovrebbe stare alla larga. Perché non
sono la persona giusta.
Mi lasciai andare a una risata amara. Era la peggior scusa per un comportamento del
genere che avessi mai sentito. — Sul serio? Non riesci a inventarti di meglio? L’unica cosa
che ti ho chiesto è stata un tetto sopra la testa. Non mi aspettavo di piacerti, mai
pensata una cosa del genere. Sono consapevole che io e te facciamo parte di due
categorie diverse. Io non sarò mai al tuo livello, non ho il giusto pedigree. Io metto vestiti
rossi da due soldi e sono particolarmente legata a un certo paio di scarpe argentate
perché erano quelle indossate da mia madre il giorno delle sue nozze. Non mi servono
capi firmati. A te invece sì, Rush.
Mi prese per mano e mi tirò in casa. Senza dire una parola, mi spinse contro il muro e
mi intrappolò appoggiando i palmi delle mani ai lati della mia testa. — Io non sono come
mi vedi, mettitelo bene in testa. Non posso toccarti. Vorrei farlo, vorrei farlo così tanto
che mi scoppia il cervello solo a pensarci, cazzo. Ma non posso. Non voglio rovinarti. Tu
sei… Tu sei perfetta. Pura. E alla fine non me lo perdoneresti mai.
Il cuore mi batteva forte contro il petto e mi faceva male. Un minuto prima, sulla
porta, non ero riuscita a leggere la sofferenza negli occhi di Rush, ma ora… Vedevo
l’emozione in fondo a quelle gemme d’argento. Aveva la fronte corrugata, come se
qualcosa lo tormentasse.
— E se fossi io a voler essere toccata da te? Forse non sono così pura. Forse sono già…
corrotta. — In realtà il mio corpo era fondamentalmente immacolato, ma guardare gli
occhi di Rush mi faceva venire voglia di trovare un modo per cancellare tutto quel dolore.
Non volevo che mi stesse lontano. Volevo farlo sorridere. Quel viso stupendo non poteva
essere così cupo e angosciato.
Mi fece scorrere un dito lungo la guancia fino a tracciare il contorno dell’orecchio. Poi
mi accarezzò il mento con il pollice. — Sono stato con un sacco di ragazze, Blaire. Ma
fidati: non ne ho mai trovata una perfetta come te. L’innocenza che hai negli occhi mi
chiama, grida… Avrei voglia di strapparti di dosso ogni centimetro di stoffa, Blaire. Voglia
di prenderti. Ma non posso, perché sono uno stronzo bastardo. E non posso toccarti.
Quella sera l’avevo visto. L’avevo visto anche la sera precedente. Si faceva tonnellate
di ragazze, ma io ero intoccabile. Pensava che fossi troppo perfetta. Mi aveva messa su
un piedistallo, e lì voleva tenermi. Forse era giusto così: non avrei mai potuto dormire con
lui senza lasciargli anche un pezzo del mio cuore, cuore in cui, del resto, era già riuscito a
insinuarsi. Se gli avessi offerto il mio corpo, avrebbe potuto ferirmi come mai nessuno era
stato capace di fare. Sarei stata completamente priva di difese.
— Ok — risposi. Non avevo intenzione di controbattere. Aveva ragione, punto. — Però
possiamo essere amici? Non voglio essere odiata da te. Vorrei dell’amicizia. — Che frase
patetica! Ero talmente sola che mi ero messa a supplicare la gente di essermi amica!
Rush chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. — Sarò tuo amico. Ce la metterò



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