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Breaking Dawn Stephenie Meyer .pdf



Nome del file originale: Breaking Dawn - Stephenie Meyer.pdf
Titolo: STEPHENIE MEYER
Autore: stevenlob

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STEPHENIE MEYER
BREAKING DAWN
(Breaking Dawn, 2008)
Questo libro è dedicato alla mia agente-ninja, Jodi Reamer.
Grazie per avermi tenuta lontana dai guai.
E grazie anche alla mia band preferita,
I Muse, come si sono assai puntualmente chiamati,
per aver fornito una valida ispirazione alla saga.
LIBRO PRIMO
Bella
L'infanzia non va dalla nascita a una certa età, quell'età in cui
il bambino è cresciuto e mette da parte le cose infantili.
L'infanzia è il regno in cui nessuno muore.
EDNA ST. VINCENT MILLAY
Prefazione
Già troppe volte avevo sfiorato la morte, ma non poteva diventare un'abitudine.
Eppure, affrontarla di nuovo sembrava stranamente inevitabile. Come
fossi davvero destinata alla catastrofe. Le sfuggivo ogni volta, ma tornava
sempre a cercarmi.
Questa, però, era una circostanza molto diversa dalle altre.
È facile scappare da qualcuno di cui hai paura, o tentare di combattere
qualcuno che odi. Sapevo reagire nel modo giusto a un genere preciso di
assassini: i mostri, i nemici.
Ma se ami chi ti sta uccidendo, non hai alternative. Come puoi scappare,
come puoi combattere se così feriresti il tuo adorato? Se la vita è tutto ciò
che hai da offrirgli, come fai a negargliela?
Se è qualcuno che ami davvero...
1
Fidanzata

Nessuno ti guarda, giurai a me stessa, davvero. Nessuno ti guarda. Nessuno ti guarda.
Però, siccome non riuscivo a mentire bene neanche a me stessa, decisi di
controllare.
Mentre aspettavo che uno dei tre semafori della città diventasse verde,
sbirciai alla mia destra: sul suo furgoncino, la signora Weber era voltata
verso di me. Mi lanciava uno sguardo penetrante che mi fece trasalire. Che
sfrontata: perché non abbassava gli occhi? Era ancora maleducazione
guardar fisso qualcuno, o con me si poteva fare un'eccezione?
Poi ricordai che i miei finestrini erano talmente scuri da impedirle di vedermi, figuriamoci riconoscermi o rendersi conto che mi ero accorta di lei.
Cercai di consolarmi pensando che l'oggetto della sua curiosità forse non
ero io, ma soltanto l'auto.
La mia auto. Uffa.
Diedi un'occhiata a sinistra e brontolai. Due pedoni erano impietriti sul
marciapiede e anziché attraversare guardavano me. Alle loro spalle, il signor Marshall sbirciava attonito dalla parete a vetro del suo negozietto di
souvenir. Almeno non schiacciava il naso contro il vetro. Non ancora.
Scattò il verde e nella fretta di fuggire affondai il piede sull'acceleratore
senza pensarci, come avrei fatto al volante del mio decrepito Chevy.
Mentre il motore ringhiava come una pantera a caccia, l'auto schizzò in
avanti così veloce che mi ritrovai incollata al sedile di pelle nera, con lo
stomaco schiacciato sulla spina dorsale.
«Accidenti», ansimai mentre annaspavo alla ricerca del freno. Recuperata la calma, mi limitai a sfiorare il pedale. Uno scossone e l'auto tornò perfettamente immobile.
Non osai controllare le reazioni intorno a me. A quel punto non c'erano
più dubbi su chi fosse al volante. Con la punta della scarpa abbassai il pedale dell'acceleratore di mezzo millimetro e di nuovo la macchina scattò in
avanti.
Riuscii a raggiungere il traguardo: la stazione di servizio. Se non fossi
stata in riserva non mi sarei nemmeno azzardata a tornare in città. Ormai
pur di non apparire in pubblico facevo a meno di parecchie cose, compresi
biscotti e stringhe delle scarpe.
Come fossi al gran premio, in pochi secondi aprii lo sportello, svitai il
tappo, strisciai la carta di credito e infilai la pompa nel serbatoio. Ovviamente non potevo far nulla perché i numeri sul display accelerassero il
passo. Ticchettavano pigri, quasi lo facessero apposta per infastidirmi.

Fuori non c'era un raggio di sole, il solito giorno piovigginoso di Forks,
ma continuavo ad avere la sensazione di portarmi dietro un riflettore puntato sul delicato anello che brillava sulla mia mano sinistra. In momenti
come quello, quando percepivo degli sguardi alle mie spalle, sentivo l'anello lampeggiare a mo' d'insegna: «Guardatemi, guardatemi».
Era stupido essere tanto imbarazzata e lo sapevo. Esclusi papà e mamma, importava davvero ciò che la gente diceva del mio fidanzamento? Della mia nuova auto? Della mia misteriosa ammissione a un college d'élite?
Della carta di credito nera e lucida che proprio in quel momento mi sentivo
scottare nella tasca posteriore?
«Già, chi se ne importa di quello che pensano», mormorai a mezza voce.
«Ehm, signorina?», disse una voce maschile.
Mi voltai e me ne pentii all'istante.
Due uomini stavano accanto a un SUV ultimo modello, con un paio di
kayak nuovi nuovi fissati al tetto. Nessuno dei due guardava me: erano ipnotizzati dall'auto.
Personalmente non riuscivo a capirli. Del resto, per me era già tanto saper distinguere fra i marchi Toyota, Ford e Chevrolet. L'auto era nera metallizzata, bella, tirata a lucido, ma per me restava una semplice automobile.
«Scusi se la disturbo, ma potrebbe dirmi che macchina è?», domandò il
più alto dei due.
«Ehm, una Mercedes, giusto?».
«Si», rispose cortese l'uomo, mentre quello più basso alzava gli occhi al
cielo, «lo so. Ma mi chiedevo, è davvero una Mercedes Guardian?». Ne
scandì il nome con deferenza. Avevo la sensazione che un tipo del genere
sarebbe andato d'accordo con Edward Cullen, il mio fidanzato (impossibile
svicolare da quel dato di fatto, a pochi giorni dal matrimonio). «In Europa
non è ancora sul mercato», aggiunse l'uomo, «figuriamoci qui».
Mentre con lo sguardo percorreva il profilo della mia auto - non mi
sembrava tanto diversa da una qualsiasi Mercedes, ma che ne sapevo io? considerai brevemente le mie difficoltà con parole come "fidanzato", "matrimonio", "marito" eccetera.
Faticavo a tenerle tutte insieme nella testa.
D'altra parte, mi avevano insegnato a rabbrividire di fronte all'idea di un
abito bianco vaporoso con strascico e bouquet. Soprattutto, però, non riuscivo a conciliare un concetto serio, rispettabile e noioso come quello di
"marito" con il mio concetto di "Edward". Era come far recitare a un ar-

cangelo la parte di un ragioniere: non potevo immaginarlo in un ruolo tanto banale.
Come sempre, non appena iniziai a pensare a Edward fui rapita da un
vortice di fantasie. Lo sconosciuto dovette schiarirsi la gola per attirare la
mia attenzione; si aspettava qualcosa di più preciso sul conto dell'automobile.
«Non lo so», risposi sincera.
«Le dispiace se faccio una foto?».
Mi ci volle qualche secondo per capire. «Sul serio? Vuole fare una foto
con la macchina?».
«Certo, se non ho le prove, non mi crederà nessuno».
«Ehm. Okay, va bene».
Riposi svelta la pompa e sgusciai a nascondermi sul sedile anteriore
mentre l'ammiratore estraeva dallo zaino un'enorme macchina fotografica
professionale. A turno lui e l'amico si misero in posa davanti al cofano, e
poi accanto alla coda.
«Quanto mi manca il mio pick-up», brontolai.
Con tempismo davvero perfetto, anzi, fin troppo, il pick-up aveva esalato l'ultimo respiro poche settimane dopo che io ed Edward avevamo raggiunto il nostro compromesso zoppicante, una clausola del quale gli concedeva di sostituire il mio automezzo in caso di dipartita dello stesso. Secondo Edward, avremmo dovuto aspettarcelo: infatti il Chevy, giunto al
termine di una vita lunga e piena, era morto di vecchiaia. Questo a detta di
Edward. Naturalmente mi era impossibile verificare la sua versione, o cercare di resuscitare da sola il pick-up. Il mio meccanico preferito...
Subito bloccai quel pensiero, decisa a non spingermi oltre. Meglio ascoltare le voci dei due uomini, attutite dalle pareti dell'abitacolo.
«...in rete, il video del tizio che l'attacca con il lanciafiamme. E non fa
nemmeno un graffio alla vernice».
«Certo che no. Potresti passarci sopra con un carro armato. Un bel po'
fuori mercato qui da noi, no? È fatta per i diplomatici in Medio Oriente, i
mercanti d'armi e i narcotrafficanti, soprattutto».
«Secondo te, lei è...?», domandò il più basso sottovoce.
Abbassai la testa, le guance in fiamme.
L'altro abbozzò una risposta. «Forse. Non riesco a immaginare che bisogno ci sia di vetri antimissile e due tonnellate di blindatura da queste parti.
Probabilmente sta andando in qualche posto più pericoloso».
Blindatura. Due tonnellate di blindatura. E i vetri antimissile? Bello.

Che fine avevano fatto i cari vecchi vetri antiproiettile?
Be', tutto questo aveva senso, se possedevi un perverso senso dell'umorismo.
Non è che non mi aspettassi che Edward avrebbe sfruttato il patto a suo
vantaggio e colto al volo l'occasione di darmi molto più di quanto avrebbe
ricevuto. Gli avevo concesso di sostituire il pick-up se mai ce ne fosse stato bisogno, ovviamente senza prevedere che quel momento sarebbe arrivato quasi subito. Quando ero stata costretta ad ammettere che il pick-up era
diventato poco più che la natura morta di un classico Chevy parcheggiato
sul marciapiede, sapevo che la sua idea di sostituzione mi avrebbe creato
un certo imbarazzo. E trasformata nell'oggetto di sguardi e sussurri. Ci avevo azzeccato. Ma nemmeno nelle mie previsioni più nere avrei pensato
di ricevere due auto.
Quella del "prima" e quella del "dopo", aveva spiegato vedendomi imbufalita.
Questa era l'auto del "prima". Mi aveva detto che era in prestito e che
aveva promesso di restituirla dopo il matrimonio. Non ne avevo capito il
senso. Fino a quel momento.
Ah ah. Dal momento che ero così fragile e umana, così portata a cacciarmi nei guai, così vittima della mia pericolosa sfortuna, a quanto pareva
mi serviva un'auto a prova di carro armato. Divertente. Chissà che belle risate si erano fatti alle mie spalle, lui e i suoi fratelli.
Oppure, forse, sussurrò una vocina nella mia testa, non è uno scherzo,
sciocca. Forse è davvero preoccupato per te. Non sarebbe la prima volta
che esagera nel tentativo di proteggerti.
Mah.
L'auto del "dopo" non l'avevo ancora vista. Era nascosta sotto un telo,
nell'angolo più buio del garage di casa Cullen. Magari tanti altri avrebbero
cercato di sbirciare, io invece non ne volevo proprio sapere.
Probabilmente non era blindata, perché non ne avrei avuto bisogno dopo
la luna di miele. L'essere praticamente indistruttibile era uno dei tanti bonus che non vedevo l'ora di ricevere. La parte migliore del diventare una
Cullen non erano né le auto di lusso né le carte di credito appariscenti.
«Ehi», disse lo spilungone tenendo le mani a coppa sul vetro per cercare
di sbirciare all'interno. «Abbiamo finito. Molte grazie!».
«Prego», risposi e la tensione tornò quando accesi il motore e schiacciai
con grande delicatezza l'acceleratore.
Per quanto abituata a percorrere la strada di casa, ancora non riuscivo a

ignorare i fogli sbiaditi dalla pioggia. Incollati a un palo del telefono o attaccati a un cartello stradale, ogni volta erano uno schiaffo. Un meritatissimo schiaffo in faccia. La mia mente fu risucchiata dal pensiero interrotto
poco prima con tanta prontezza. Non potevo evitarlo su quella strada. Non
se le foto del mio meccanico preferito sfilavano a intervalli regolari.
Il mio migliore amico. Il mio Jacob.
Non era stato il padre di Jacob a inventarsi i volantini con la scritta
«RAGAZZO SCOMPARSO». Era stato Charlie, mio padre, a stamparli e
a diffonderli in tutta la città. E non soltanto a Forks, ma anche a Port Angeles, Sequim, Hoquiam, Aberdeen e in ogni altra cittadina della Penisola
Olimpica. Aveva anche fatto in modo che la foto comparisse nella bacheca
di tutte le stazioni di polizia dello Stato di Washington. Nella sua, un intero pannello di sughero era stato dedicato alla ricerca di Jacob. Pannello
quasi totalmente vuoto e fonte di grande delusione e frustrazione.
A deludere papà non era tanto l'assenza di risposte. La delusione più
grande veniva da Billy, il padre di Jacob nonché il miglior amico di Charlie.
Il fatto era che Billy non s'impegnava molto nella ricerca del "fuggitivo"
sedicenne e si rifiutava di affiggere i volantini a La Push, la riserva sulla
costa in cui Jacob era cresciuto. Billy sembrava rassegnato alla scomparsa
del figlio, come se non potesse farci nulla, e diceva: «Ormai Jacob è un
adulto. Tornerà a casa se ne ha voglia».
La frustrazione, invece, era dovuta a me perché stavo dalla parte di
Billy.
Anch'io mi ero rifiutata di affiggere i volantini. Sia io che Billy sapevamo dov'era Jacob, almeno a grandi linee, e sapevamo perché nessuno avesse visto il "ragazzo".
I manifestini mi provocarono il solito, pesante groppo in gola, le solite
lacrime pungenti agli occhi, e fui lieta che Edward, quel sabato, fosse uscito a caccia. Se avesse visto come reagivo, avrei trascinato giù anche lui.
Ovviamente, il sabato aveva le sue controindicazioni. Mentre svoltavo
lentamente e con cautela nella via, vidi l'auto della polizia di mio padre
parcheggiata sul vialetto di casa. Per l'ennesima volta aveva saltato la battuta di pesca. Aveva ancora il broncio per via del matrimonio.
Perciò, era impossibile usare il telefono di casa. Ma dovevo chiamare.
Parcheggiai sul marciapiede, dietro la scultura del Chevy, e dal portaoggetti sfilai il cellulare che Edward mi aveva lasciato per le emergenze.
Composi il numero e lasciai squillare il telefono, con il dito pronto a chiu-

dere la comunicazione. Per non correre rischi.
«Pronto?», rispose Seth Clearwater e io tirai un sospiro di sollievo. Ero
tanto, troppo codarda per parlare con Leah, sua sorella maggiore. Quando
si parlava di lei, l'espressione «mi avrebbe staccato la testa a morsi» non
era esattamente una metafora.
«Ciao, Seth, sono Bella».
«Ehi, ciao, Bella! Come stai?».
Soffoco. Avevo un disperato bisogno di conforto. «Bene».
«Vuoi un aggiornamento?».
«Mi leggi nel pensiero».
«Niente affatto, non sono mica Alice. È solo che sei prevedibile», scherzò.
Nel branco dei Quileute di La Push, Seth era l'unico che non si facesse
problemi a chiamare per nome i Cullen, oltre a scherzare su argomenti come la mia quasi onnisciente futura cognata.
«Lo so». Esitai qualche istante. «Come sta?».
Seth sospirò. «Come al solito. Non spiccica parola, ma senz'altro ci ascolta. Cerca di non pensare da "umano", capisci in che senso? Segue solo
l'istinto».
«Sai dov'è adesso?».
«Da qualche parte nel Canada del Nord. Non so in quale provincia. Non
bada molto ai confini».
«Ha dato qualche segno di...».
«Non è intenzionato a tornare a casa, Bella. Mi dispiace».
Deglutii. «Tranquillo, Seth. Lo sapevo già. Ma non riesco a non sperarci».
«Già, è così per tutti noi».
«Grazie che mi dai notizie, Seth. Immagino che gli altri te lo stiano facendo pesare».
«Non sono certo tuoi fan accaniti», confermò lui allegro. «Reazione idiota, direi. Jacob ha fatto le sue scelte, tu le tue. Neanche Jake approva il
loro atteggiamento. Ovvio, sapere che chiedi di lui non lo fa saltare di gioia».
Restai a bocca aperta. «Credevo che non vi parlasse».
«Per quanto si sforzi, non può nasconderci tutto».
Quindi Jacob sapeva che ero preoccupata. Chissà se era un bene o un
male. Se non altro sapeva che non ero sparita dall'orizzonte dimenticandolo del tutto. Forse mi aveva ritenuta capace di farlo.

«Immagino che ci vedremo al... matrimonio», dissi cacciando con sforzo
quella parola fuori dai denti.
«Sì, ci verrò con la mamma. È fico che ci abbiate invitati».
Sorrisi del suo tono entusiasta. Invitare i Clearwater era stata un'idea di
Edward ed ero lieta che ci avesse pensato. La presenza di Seth mi faceva
piacere: era pur sempre un tenue legame con il mio testimone assente.
«Non sarebbe lo stesso senza di voi».
«Salutami Edward, okay?».
«Certamente».
Scossi la testa. L'amicizia nata fra Edward e Seth continuava a lasciarmi
senza parole. Però era la dimostrazione che le cose non sarebbero dovute
andare così. Che i vampiri e i licantropi potevano andare d'accordo se decidevano di farlo, e tanti saluti.
Non tutti gradivano l'idea.
«Ah», esclamò Seth salendo di un'ottava con la voce. «Ehm, è tornata
Leah».
«Oh! Ciao!».
Cadde la linea. Lasciai il telefono sul sedile e mi preparai mentalmente a
entrare in casa, dove mi aspettava Charlie.
In quel periodo, il mio povero papà era alle prese con un sacco di problemi. Jacob il fuggitivo era soltanto uno dei fardelli che rischiavano di
spezzargli la schiena. Era quasi altrettanto preoccupato per me, la figlia
appena maggiorenne che nel giro di pochi giorni sarebbe diventata "signora".
M'incamminai lenta sotto la pioggia leggera, persa nel ricordo della sera
in cui gliel'avevamo detto.
Quando il rumore dell'auto della polizia aveva annunciato il ritorno di
Charlie, l'anello che portavo al dito aveva iniziato improvvisamente a pesare cento chili. Avrei voluto infilare la mano sinistra nella tasca, o sedermici sopra, ma la stretta forte e fredda di Edward la teneva fra di noi in
bella vista.
«Smettila di agitarti, Bella. Per favore, cerca di ricordare che non sei qui
per confessare un omicidio».
«Facile dirlo, per te».
Sentii il suono minaccioso degli stivali di mio padre sul marciapiede. La
chiave sferragliò nella porta già aperta. Il suo rumore mi ricordò la scena
dei film horror in cui la vittima si accorge di aver dimenticato di chiudere

la serratura.
«Calmati, Bella», sussurrò Edward, intento ad ascoltare i battiti accelerati del mio cuore.
La porta si chiuse sbattendo e io sobbalzai come per una scossa elettrica.
«Ciao, Charlie», salutò Edward, del tutto a proprio agio.
«No!», protestai a mezza voce.
«Che c'è?», sussurrò lui.
«Aspetta almeno che appenda la pistola!».
Edward ridacchiò e si passò una mano nella massa arruffata dei capelli
color bronzo.
Charlie sbucò da dietro l'angolo, ancora in uniforme, ancora armato, e
cercò di non fare smorfie quando ci scorse seduti l'uno accanto all'altra sul
divanetto. Da qualche tempo si era messo d'impegno a farsi piacere Edward. Ovviamente, quanto gli avremmo rivelato di lì a poco stava per
cancellare di colpo ogni suo sforzo.
«Ciao, ragazzi. Come va?».
«Abbiamo una cosa da dirti», rispose Edward sereno. «Buone notizie».
In un secondo l'espressione di Charlie passò dalla cordialità artificiosa al
sospetto più fosco.
«Buone notizie?», ringhiò guardandomi dritto negli occhi.
«Siediti, papà».
Alzò un sopracciglio, mi fissò per cinque secondi, si avvicinò a grandi
passi alla poltrona reclinabile e si appollaiò sul bordo, la schiena dritta
come un fuso.
«Non scaldarti, papà», dissi dopo un momento di silenzio sovraccarico.
«È tutto okay».
Edward fece una smorfia, un'evidente obiezione alla parola «okay».
Probabilmente lui avrebbe utilizzato qualcosa di più simile a "meraviglioso", "perfetto" o "magnifico".
«Certo che sì, Bella, certo che sì. Se tutto va così alla grande, perché sei
sudata fradicia?».
«Non sto sudando», mentii.
Mi sottrassi al suo sguardo torvo stringendomi contro Edward e istintivamente mi passai il dorso della mano destra sulla fronte per cancellare le
prove.
«Sei incinta!», esplose Charlie. «Sei incinta, vero?».
Benché la domanda fosse chiaramente indirizzata a me, si rivolse a Edward e potrei giurare di aver visto la sua mano scattare verso la pistola.

«No! Certo che no!», avrei voluto dare una gomitata nelle costole a Edward, ma sapevo che la mossa mi sarebbe costata un livido. Gliel'avevo
detto che tutti sarebbero subito saltati a una conclusione del genere! Quale
altra ragione poteva spingere due diciottenni sani di mente a sposarsi? (La
sua risposta mi lasciò basita: «L'amore». Bravo).
Lo sguardo di Charlie si fece meno torvo. Di solito mi si leggeva in faccia se dicevo la verità e in quel caso lui si fidò. «Ah. Scusa».
«Scuse accettate».
Calò un lungo silenzio e a un certo punto mi resi conto che entrambi si
aspettavano che io dicessi qualcosa. In preda al panico alzai lo sguardo
verso Edward. Non riuscivo proprio a tirare fuori le parole.
Lui sorrise, drizzò le spalle e si rivolse a mio padre.
«Charlie, mi rendo conto di aver affrontato la questione nel modo sbagliato. Secondo la tradizione, avrei dovuto chiederlo a te per primo. Non
voglio mancarti di rispetto, ma dal momento che Bella ha già detto di sì
non voglio sminuire il valore della sua scelta, e anziché chiederti la sua
mano, chiedo la tua benedizione. Ci sposiamo, Charlie. La amo più di ogni
cosa al mondo, più della mia stessa vita, e, grazie a chissà quale miracolo,
lei mi ricambia in tutto. Ci darai la tua benedizione?».
Sembrava così sereno, così calmo. Per un breve istante, mentre ascoltavo
la sicurezza assoluta che trapelava dalla sua voce, ebbi un'eccezionale intuizione e in un lampo capii come il mondo apparisse ai suoi occhi. Per lo
spazio di un battito, la notizia assunse un senso pieno.
Ma poi mi accorsi dell'espressione sul viso di Charlie, del suo sguardo
fisso sull'anello.
Trattenni il fiato mentre la sua faccia cambiava colore, da rosa a rosso,
da rosso a viola, da viola a blu. Feci per alzarmi, senza un'idea precisa in
testa - forse volevo praticare la manovra di Heimlich per accertarmi che
non stesse soffocando -, ma Edward mi strinse la mano e, senza farsi sentire da Charlie, mormorò: «Aspetta un minuto».
Il silenzio che seguì fu molto più lungo. Poi, a poco a poco, una sfumatura dopo l'altra, la carnagione di Charlie tornò normale. Arricciò le labbra
e aggrottò le sopracciglia: riconobbi la sua espressione di quand'era "assorto nei pensieri". Ci studiò per qualche istante interminabile, mentre sentivo
al mio fianco che Edward si rilassava.
«Tutto sommato non sono così sorpreso», brontolò Charlie. «Sapevo che
prima o poi avrei dovuto fare i conti con qualcosa del genere».
Ripresi fiato.

«Siete sicuri?», domandò lanciandomi un'occhiataccia.
«Di Edward sono sicura al cento per cento», risposi senza esitare.
«Ma perché sposarsi? Che fretta avete?». Mi rivolse l'ennesimo sguardo
sospettoso.
La fretta nasceva dal fatto che, uno schifo di giorno dopo l'altro, mi stavo avvicinando al mio diciannovesimo compleanno, mentre Edward restava sospeso nella sua perfezione di diciassettenne, come ormai accadeva da
più di novant'anni. Nel mio modo di vedere le cose, ciò non portava per
forza al matrimonio, ma sposarci era indispensabile a causa del fragile e
cervellotico compromesso che io ed Edward avevamo trovato pur di giungere a quel punto: la mia prossima trasformazione da mortale a immortale.
Ma non era proprio il caso di raccontarlo a Charlie.
«Andremo a Dartmouth insieme quest'autunno, Charlie», puntualizzò
Edward. «Ecco, ci terrei a fare le cose per bene. Fa parte della mia educazione». Si strinse nelle spalle.
Non stava esagerando: la moralità vecchio stampo andava forte durante
la prima guerra mondiale.
Charlie storse la bocca. Cercava l'appiglio giusto per mettersi a discutere. Ma cosa poteva dire? Preferisco che prima viviate nel peccato? Era un
padre: aveva le mani legate.
«Sapevo che sarebbe successo», mormorò fra sé, accigliato. Poi, all'improvviso, tornò perfettamente serio e composto.
«Papà?», domandai ansiosa. Diedi un'occhiata a Edward, ma non riuscii
a leggere la sua espressione, concentrato com'era su mio padre.
«Ah!», esplose Charlie. Saltai sulla sedia. «Ah, ah, ah!».
Lo osservai incredula mentre si piegava in due per le risate, tanto da
tremare dalla testa ai piedi.
Guardai Edward per una spiegazione, ma serrava le labbra come a trattenere una risata.
«Okay, perfetto», tossì Charlie. «Sposatevi». E un'altra scossa d'ilarità lo
travolse. «Però...».
«Però cosa?», domandai.
«Però devi dirlo tu a tua madre! Io non ne farò parola con Renée: è tutta
tua!». E si lasciò andare ad altre risate fragorose.
Mi fermai sorridente con la mano sulla maniglia. Certo, all'epoca la richiesta di Charlie mi aveva terrorizzata. Il destino più crudele: dirlo a Renée. Sulla sua lista nera, sposarsi da giovani veniva prima di "bollire cuc-

cioli vivi".
Chi avrebbe mai potuto prevedere la sua reazione? Non io. E di sicuro
nemmeno Charlie. Forse Alice, ma non avevo pensato a chiederglielo.
«Ecco, Bella», aveva detto Renée dopo avermi sentita balbettare in un
rantolo le parole impossibili: Mamma, mi sposo con Edward. «Mi scoccia
un po' che tu abbia aspettato così tanto prima di dirmelo. Il biglietto aereo
mi costerà più del previsto. Oh», aggiunse afflitta, «pensi che Phil farà in
tempo a togliersi il gesso? Rovinerà le foto se non riesce a indossare lo
smo...».
«Fermati un secondo, mamma», avevo sbottato. «Cosa vuol dire, "aspettato così tanto"? Mi sono f-fi...», sul serio non riuscivo a pronunciare la parola fidanzata. «Ho sistemato le cose soltanto oggi».
«Oggi? Davvero? Questa sì che è una sorpresa. Davo per scontato...».
«Cosa davi per scontato? Quando l'hai dato per scontato?».
«Be', quando siete venuti a trovarmi in aprile sembrava che fosse tutto
sistemato, se capisci cosa intendo. Non è difficile leggerti dentro, tesoro.
Ma non ho detto niente perché sapevo che non sarebbe servito. Sei tale e
quale a Charlie», aveva detto con tono rassegnato. «Una volta che decidi,
con te è impossibile ragionare. E ovviamente, proprio come Charlie, non
torni mai sulle tue decisioni».
E a quel punto Renée aveva pronunciato le ultime parole che mi sarei
mai aspettata di sentire da mia madre.
«Non stai ripetendo i miei errori, Bella. Mi sembri spaventata a morte e
credo che sia perché hai paura di me». E aveva aggiunto con una risatina
nervosa: «Della mia opinione. So di aver straparlato di matrimonio e stupidità e non intendo rimangiarmi una parola, ma spero che tu capisca che
mi riferivo esclusivamente a me. Come persona, tu sei diversissima. Anche
tu fai i tuoi errori, e sono sicura che nella vita ti ritroverai con la tua parte
di rimorsi. Ma la fedeltà agli impegni non è mai stata un problema per te,
piccola. Hai molte più probabilità di farcela tu che la maggior parte dei
quarantenni che conosco». Un'altra risata. «La mia bambina di mezz'età.
Per fortuna, sembra che tu abbia trovato un'altra anima antica».
«Non sei furiosa? Non pensi che stia facendo un errore colossale?».
«Be', certo, mi piacerebbe che aspettassi ancora qualche anno. Voglio
dire, ti sembro così vecchia da essere una suocera? Non rispondere. Non è
di me che stiamo parlando. È di te. Sei felice?».
«Non lo so. In questo momento sto avendo un'esperienza extracorporea».

Renée ridacchiò ancora. «Ne sei felice, Bella?».
«Sì, ma...».
«Pensi che desidererai mai qualcun altro?».
«No, ma...».
«Ma cosa?».
«Ma non dirai che somiglio esattamente a una qualsiasi adolescente innamorata da che mondo è mondo?».
«Tu non sei mai stata adolescente, tesoro. Sai bene cos'è meglio per te».
E, nelle ultime settimane, Renée si era sorprendentemente immersa nei
preparativi per il matrimonio. Ogni giorno passava ore al telefono con Esme, la madre di Edward: nessun problema di compatibilità fra consuocere. Renée adorava Esme ma, tutto sommato, dubitavo che chiunque altro
avrebbe reagito diversamente alla mia adorabile quasi-suocera.
Così ero fuori dai guai. La famiglia di Edward e la mia si adoperavano
insieme per le nozze senza che io dovessi fare o sapere nulla, neppure
sforzarmi di pensarci troppo.
Charlie, naturalmente, era furioso, ma la cosa divertente era che non ce
l'aveva con me. Si sentiva tradito da Renée. Era sicuro che ci sarebbe andata pesante. Cosa poteva fare ora che la sua minaccia definitiva - dirlo a
mamma - si era dimostrata un fallimento totale? Non aveva niente in mano
e lo sapeva. Perciò si aggirava per casa brontolando e lamentandosi di
quanto non ci si dovesse fidare del prossimo.
«Papà?», dissi mentre aprivo la porta d'ingresso. «Sono a casa».
«Aspetta, Bells, resta lì».
«Cosa?», domandai, fermandomi all'istante.
«Dammi un secondo. Ahi, mi hai preso, Alice».
Alice?
«Scusa, Charlie», rispose la sua voce squillante. «Fatto male?».
«Sanguina».
«Tutto bene. Non ti ho bucato la pelle, fidati».
«Che succede?», domandai ancora sulla soglia di casa.
«Trenta secondi, per favore, Bella», disse Alice. «La tua pazienza verrà
ricompensata».
Charlie confermò con un grugnito.
Tamburellai con il piede, contando i colpi. Prima del trentesimo, udii Alice: «Okay, Bella, entra pure!».
Muovendomi con cautela, girai l'angolo che mi separava dal salotto.
«Oh», sospirai. «Oh, papà. Sai che sembri proprio...».

«Un cretino?», m'interruppe Charlie.
«Stavo per dire a tuo agio».
Charlie arrossì. Alice lo prese per il braccio e lo aiutò a girarsi lentamente, per mostrare il suo smoking grigio pallido.
«Diamoci un taglio, Alice, sembro un idiota».
«Nessuno sembra un idiota se indossa un mio abito».
«Ha ragione, papà, stai benissimo! Cosa si festeggia?».
Alice alzò gli occhi al cielo. «È l'ultima prova del vestito. Per tutti e due».
Per la prima volta distolsi lo sguardo da un Charlie singolarmente elegante e vidi la bianca sacca per abiti che tanto temevo, stesa con cura sul
divano.
«Aaah».
«Torna nel tuo rifugio felice, Bella. Non ci vorrà molto».
Facendo un bel respiro chiusi gli occhi e arrancai sulle scale fino alla
mia stanza. Mi spogliai e, con la sola biancheria addosso, allungai le braccia davanti a me.
«Non sto per infilarti schegge di bambù sotto le unghie», mormorò Alice, che mi aveva seguita.
Non le prestai attenzione. Ero nel mio rifugio felice.
Nel mio rifugio felice tutto il casino del matrimonio era finito, concluso.
Già alle mie spalle. Rimosso e dimenticato.
Eravamo soli, soltanto io ed Edward. Lo sfondo era confuso e in perenne
cambiamento - dalle nebbie della foresta si trasformava in una città coperta
di nubi e poi nella notte artica - perché Edward voleva tenermi nascosta la
meta della nostra luna di miele, che doveva essere una sorpresa. Ma non
era il dove a riempire i miei pensieri.
Stavo con Edward, dopo aver rispettato dalla prima all'ultima le clausole
del nostro compromesso. Lo avevo sposato. Era la parte più importante.
Inoltre avevo accettato i suoi regali esorbitanti e mi ero iscritta, per futile
che fosse, ai corsi di Dartmouth. Ora toccava a lui.
Prima di trasformarmi in una vampira, il più importante dei suoi obblighi, doveva attenersi a un'altra clausola.
Edward si preoccupava fino all'ossessione delle gioie umane alle quali
stavo per rinunciare, le esperienze di cui non voleva privarmi. Ma la maggior parte, per esempio il ballo di fine anno, mi apparivano sciocche. Ce
n'era soltanto una che non volevo perdermi. Ovviamente era l'unica di cui,
nei suoi desideri, avrei dovuto dimenticarmi del tutto.

Invece era proprio questo il punto. Sapevo poco di ciò che sarei diventata dopo la trasformazione. Avevo visto con i miei occhi i vampiri neonati e
ascoltato i racconti dei miei futuri parenti riguardo ai primi giorni fuori da
ogni controllo. Per molti anni il tratto principale della mia personalità sarebbe stata la sete. Ci avrei messo tanto tempo prima di tornare me stessa.
E anche una volta riacquistato il controllo, non mi sarei mai più sentita
come in questo istante.
Umana e appassionatamente innamorata.
Volevo godermi l'esperienza completa prima di cedere il mio corpo caldo, fragile, zeppo di feromoni, in cambio di qualcosa di bellissimo, forte e
sconosciuto. Volevo una vera luna di miele con Edward. E malgrado il pericolo a cui temeva di espormi, lui aveva accettato di provare.
Mi accorsi appena di Alice e della carezza della seta sulla pelle. Per il
momento non m'interessava che la città intera parlasse di me. Non pensavo
allo spettacolo del quale, di lì a poco, sarei stata protagonista. Non mi preoccupavo di inciampare nello strascico, di scoppiare a ridere nel momento
sbagliato, di essere troppo giovane, degli sguardi di tutti i presenti fissi su
di me e nemmeno del posto vuoto lasciato dal mio migliore amico.
Stavo con Edward nel mio rifugio felice.
2
Lunga notte
«Già mi manchi».
«Non sono obbligato ad andarmene. Posso restare».
«Mmm».
Per qualche istante tacemmo e rimasero soltanto il battito del mio cuore,
il ritmo spezzato dei nostri respiri agitati e il mormorio delle labbra che si
muovevano in sincrono.
A volte era così facile dimenticare che baciavo un vampiro. Non perché
il suo aspetto fosse comune o umano - nemmeno per un secondo riuscivo a
dimenticare che fra le braccia stringevo qualcuno che era più un angelo
che un uomo - ma perché Edward trasformava in una cosa da nulla il fatto
che le sue labbra fossero sulle mie, sul mio viso e sul mio collo. Diceva
che il mio sangue ormai non era più una tentazione, che il timore di perdermi aveva neutralizzato ogni brama. Eppure sapevo che l'odore del mio
sangue lo faceva ancora soffrire, gli bruciava ancora la gola come se respirasse fuoco.

Socchiusi gli occhi e vidi i suoi fissi sul mio viso. Era assurdo quando
mi guardava così. Come fossi il premio anziché la vincitrice, sfacciatamente fortunata.
I nostri sguardi s'incrociarono per un istante; i suoi occhi dorati erano
così profondi che immaginai di potermi immergere nella sua anima. Certo,
lui era un vampiro, ma trovavo incredibile che mettesse in dubbio di possederne una. La sua era l'anima più bella, più della sua mente brillante, del
suo viso incomparabile o del suo corpo magnifico.
Anche lui mi guardò come se riuscisse a vedere la mia anima e questa
visione gli piacesse.
Tuttavia, non poteva vedere nella mia mente come invece gli accadeva
con chiunque altro. Chissà perché? Forse una strana anomalia del cervello
mi rendeva immune ai poteri straordinari e spaventosi di certi immortali.
(Soltanto la mia mente era immune: il corpo poteva essere vittima di vampiri con facoltà diverse da quelle di Edward). Qualunque fosse il difetto
che proteggeva i miei pensieri segreti, ne ero comunque grata. Troppo imbarazzante pensare a cosa sarebbe stato altrimenti.
Avvicinai di nuovo il suo volto al mio.
«Resto qui», mormorò un istante dopo.
«No, no. È il tuo addio al celibato. Devi andarci».
Mentre parlavo, le dita della mia mano destra s'intrecciarono ai suoi capelli color bronzo e la sinistra strinse con più forza la base della sua schiena. Le sue mani fredde mi accarezzarono il volto.
«Gli addii al celibato sono fatti per quelli che rimpiangono i propri giorni da scapoli. Io non potrei essere più impaziente di lasciarmeli alle spalle.
Quindi la cosa non ha senso».
«Giusto». Respirai sulla pelle del suo collo, fredda come l'inverno.
Somigliava molto al mio rifugio felice. Charlie dormiva ignaro nella sua
stanza e praticamente era come se fossimo soli. Stavamo rannicchiati sul
mio lettino, intrecciati quanto ci permetteva il plaid pesante che mi avvolgeva come un bozzolo. La coperta era un fastidio necessario, se non volevo rovinare l'atmosfera mettendomi a battere i denti. E se avessi acceso il
riscaldamento in pieno agosto, Charlie se ne sarebbe accorto...
Se non altro, è vero che io dovevo infagottarmi, ma la camicia di Edward era rimasta per terra. Non ero mai riuscita a superare lo shock della
perfezione del suo corpo: bianco, freddo e levigato come il marmo. Feci
scorrere la mano sul suo petto roccioso e seguii la linea piatta del ventre,
incredula. Un leggero tremore lo percorse e la sua bocca ritrovò la mia.

Con cautela avvicinai la punta della lingua alle sue labbra lisce come il vetro e lui sospirò. Il suo respiro dolce inondò, freddo e delizioso, il mio viso.
Fece per allontanarsi: il gesto automatico di quando decideva che eravamo andati troppo in là; una reazione spontanea proprio nel momento in
cui più avrebbe desiderato continuare. Per gran parte della sua vita Edward
si era impegnato a negarsi ogni gratificazione fisica. Sapevo che il tentativo di cambiare abitudini costituiva per lui uno sforzo tremendo.
«Aspetta», dissi stringendogli le spalle e abbracciandolo ancora più forte. Liberai una gamba con la quale avvolsi i suoi fianchi. «È tutta questione di esercizio».
Ridacchiò. «Be', mi pare che di esercizio ne abbiamo fatto abbastanza
ormai, no? Hai dormito qualche ora nell'ultimo mese?».
«Ma questa è la prova generale», puntualizzai, «e non abbiamo ancora
ripassato tutte le scene. Vale la pena di correre il rischio».
Mi aspettavo un'altra risata ma Edward non rispose e il suo corpo s'immobilizzò sotto un'improvvisa tensione. Il liquido oro dei suoi occhi sembrò solidificarsi.
Ripensai alle mie parole, a come poteva averle interpretate.
«Bella», sussurrò.
«Non ricominciare», dissi. «Un accordo è un accordo».
«Non so. È troppo difficile concentrarmi quando stai con me così. Non...
non riesco a pensare. Potrei non controllarmi. Ti farai male».
«Andrà tutto liscio».
«Bella».
«Sssh!». Premetti le mie labbra sulle sue per bloccare l'attacco di panico
che rischiava di travolgerlo. Sapevo cosa intendeva. Non era disposto a ritirarsi dall'accordo. Non dopo aver insistito perché prima lo sposassi.
Per un istante mi restituì il bacio, ma capii che non era più rapito come
poco prima. Era preoccupato, come sempre. Chissà come sarebbe stato diverso quando non si fosse più preoccupato per me. Come avrebbe impiegato tutto quel tempo libero? Avrebbe dovuto trovarsi un nuovo hobby.
«Come vanno le gambe?», domandò.
Certa di non doverlo prendere alla lettera, risposi: «Non tremano più».
«Davvero? Niente ripensamenti? Non è tardi per cambiare idea».
«Stai cercando di mollarmi?».
Ridacchiò. «Tanto per essere certo. Non voglio che tu faccia niente di
cui non sei sicura».

«Di te sono sicura. Al resto posso sopravvivere».
Esitò, forse l'avevo detta grossa.
«Davvero?», domandò a bassa voce. «Non parlo del matrimonio: a quello sono convinto che sopravviverai, malgrado i tuoi scrupoli. Ma dopo,
come farai con Renée, con Charlie?».
«Mi mancheranno». Anzi, peggio ancora: sarei mancata io a loro, ma
non volevo gettare benzina sul fuoco.
«Angela, Ben, Jessica e Mike».
«Anche i miei amici mi mancheranno». Sorrisi nel buio. «Soprattutto
Mike. Oh, Mike! Come farò senza di lui?».
Si lasciò sfuggire un brontolio.
Risi ma tornai subito seria. «Edward, ne abbiamo parlato e riparlato. So
che sarà difficile, ma è ciò che voglio. Voglio te e ti voglio per sempre.
Una vita sola non mi basta, punto».
«Per sempre sospesa nei tuoi diciott'anni», sussurrò.
«Il sogno di ogni donna», scherzai.
«Senza cambiare né crescere mai».
«Che vuol dire?».
Rispose lentamente. «Ricordi quando abbiamo detto a Charlie che ci saremmo sposati? Lui ha creduto che tu fossi incinta».
«E gli è venuta la tentazione di spararti», conclusi con una risata. «Ammettilo: per un istante ci ha pensato sul serio».
Non mi rispose.
«Che c'è, Edward?».
«Be', ecco... mi dispiace che non sia come pensava Charlie».
Sbuffai.
«Sempre che potesse andare così. Che noi avessimo quel genere di possibilità. Detesto l'idea che sia fra le cose di cui ti priverò».
Ci pensai su. «So quello che faccio».
«Come fai a dirlo, Bella? Guarda mia madre, guarda mia sorella. Non è
un sacrificio facile come immagini».
«Esme e Rosalie se la cavano alla grande. Se poi sarà un problema, faremo come Esme: adotteremo qualcuno».
Dopo un sospiro, la sua voce riprese vigore. «Non è giusto! Non voglio
che tu debba sacrificarti per me. Voglio darti tutto e non privarti di nulla.
Non voglio rubarti il futuro. Se io fossi umano...».
Gli posai la mano sulle labbra. «Tu sei il mio futuro. Adesso basta.
Smettila di mugugnare, altrimenti chiamo i tuoi fratelli e ti faccio venire a

prendere. Forse un addio al celibato è proprio quello che ti serve».
«Scusa. Sto mugugnando, vero? Dev'essere il nervosismo».
«Non dirmi che le gambe tremano a te».
«Non in quel senso. È da un secolo che aspetto di sposarti, signorina
Swan. L'attesa della cerimonia nuziale è l'unica cosa che...». S'interruppe a
metà frase. «Oh, per l'amor del cielo!».
«Che succede?».
Digrignò i denti. «Non darti pena di chiamare i miei fratelli. Pare che
stanotte Emmett e Jasper non ammettano defezioni».
Lo strinsi più forte per un attimo e poi lo lasciai andare. Non avevo uno
straccio di possibilità di vincere un braccio di ferro con Emmett. «Divertiti».
Udii uno stridio alla finestra, qualcuno che grattava intenzionalmente le
unghie d'acciaio contro il vetro per produrre un rumore agghiacciante, da
tapparsi le orecchie e avere la pelle d'oca sulla schiena.
«Se non fai uscire Edward», sibilò minaccioso Emmett, ancora invisibile
nella notte, «veniamo a prendercelo!».
«Vai», dissi ridendo, «prima che mi facciano a pezzi la casa».
Controvoglia, Edward si alzò in piedi con un movimento fluido e allo
stesso modo s'infilò la camicia. Si chinò a baciarmi la fronte.
«Dormi. Domani è un giorno importante».
«Grazie! Questo mi aiuterà a rilassarmi».
«Ci vediamo all'altare».
«Io sarò quella in bianco». Sorrisi del mio tono perfettamente disincantato.
Lui ridacchiò e disse: «Molto convincente». Di colpo si rannicchiò contraendo i muscoli come fossero molle. Così svanì, lanciandosi fuori dalla
finestra troppo veloce perché i miei occhi lo seguissero.
Dall'esterno giunsero un tonfo smorzato e le imprecazioni di Emmett.
«Non fategli fare tardi», mormorai, certa che potessero udirmi.
Allora il volto di Jasper sbucò dalla finestra e i capelli biondo miele divennero argentei alla debole luce della luna che filtrava fra le nuvole.
«Non preoccuparti, Bella. Lo riporteremo a casa più che in tempo».
All'istante divenni calmissima e tutte le mie preoccupazioni persero
d'importanza. Jasper, a modo suo, aveva talento come Alice con le sue
previsioni inquietantemente accurate. La differenza era che Jasper si occupava di stati d'animo anziché di futuro, ed era impossibile resistere alle
emozioni che decideva di farti provare.

Mi sedetti goffa, ancora aggrovigliata nella coperta. «Jasper? Cosa fanno
i vampiri alle feste d'addio al celibato? Non avrete intenzione di portarlo in
uno strip club, vero?».
«Non dirle niente!», ringhiò Emmett dal basso. Dopo un altro tonfo,
Edward soffocò una risata.
«Rilassati», disse Jasper e fu quello che feci. «Noi Cullen abbiamo una
variante nostra. Soltanto qualche puma e un paio di grizzly. Una normalissima serata fuori casa».
Mi domandai se sarei mai riuscita a parlare con altrettanta disinvoltura
della dieta "vegetariana" dei vampiri.
«Grazie, Jasper».
Fece l'occhiolino e sparì dalla mia vista.
All'esterno era calato il silenzio assoluto. Fra le pareti vibrava il russare
smorzato di Charlie.
Mi adagiai sul cuscino, insonnolita. Con le palpebre pesanti, osservai le
pareti della mia cameretta, divenute bianche alla luce della luna.
L'ultima notte nella mia stanza. L'ultima notte come Isabella Swan. Una
notte ancora e sarei diventata Bella Cullen. La faccenda del matrimonio
era una vera spina nel fianco, ma dovevo ammettere che il nome mi suonava bene.
Lasciai vagare oziosamente i pensieri, sicura che il sonno mi avrebbe
catturata. Ma dopo pochi minuti rieccomi più sveglia che mai, mentre l'ansia tornava a strisciarmi nello stomaco contorcendolo nelle posizioni più
scomode. Il letto sembrava troppo morbido, troppo caldo senza Edward.
Jasper si era allontanato e ogni serena sensazione di pace se n'era andata
con lui.
Mi aspettava una giornata molto lunga.
Ero conscia della stupidità di molte mie paure, dovevo soltanto prenderne atto. Stare al centro dell'attenzione era inevitabile. Non potevo passare
la vita a confondermi con il paesaggio. Tuttavia, alcune preoccupazioni erano più che giustificate.
Prima di tutto, c'era lo strascico dell'abito da sposa. Alice aveva palesemente lasciato che la sua sensibilità artistica avesse la meglio sulla praticità. Affrontare la scalinata dei Cullen con tacchi e strascico mi appariva impossibile. Avrei dovuto allenarmi.
Poi c'era la lista degli ospiti.
La famiglia di Tanya, il clan di Denali, sarebbe arrivata prima della cerimonia.

Che la famiglia di Tanya e gli ospiti della riserva Quileute, ovvero il padre di Jacob e i Clearwater, fossero nello stesso luogo nello stesso momento rappresentava una faccenda più che delicata. Quelli di Denali non amavano i licantropi. Irina, la sorella di Tanya, aveva persino rifiutato l'invito
al matrimonio. Covava ancora un sentimento di vendetta contro i licantropi
che avevano ucciso il suo amico Laurent (il quale a sua volta stava per uccidere me). A causa del suo rancore, la comunità di Denali aveva abbandonato la famiglia di Edward nel suo momento di maggiore difficoltà. Era
stata l'improbabile alleanza con i lupi Quileute a salvarci la vita quando
l'orda di vampiri neonati aveva sferrato l'attacco...
Edward mi aveva promesso che non sarebbe stato pericoloso che il clan
di Denali e i Quileute si tenessero vicini. Tanya e la sua famiglia, con l'eccezione di Irina, si sentivano tremendamente in colpa per la loro defezione.
La tregua con i licantropi faceva parte del prezzo che erano disposti a pagare per risarcire il debito.
E se questo costituiva il problema maggiore, ce n'era anche uno minore:
la fragilità della mia autostima.
Non avevo mai visto Tanya, ma ero certa che conoscerla non sarebbe
stata una bella esperienza per il mio ego. Un tempo, probabilmente prima
ancora che io nascessi, aveva fatto il filo a Edward. Non che potessi dare la
colpa a lei o a chissà chi altra per averlo desiderato, ma la immaginavo
come minimo bellissima e al massimo straordinaria. Malgrado Edward
preferisse me, cosa evidente quanto incomprensibile, sapevo che non mi
sarei trattenuta dal fare paragoni.
Avevo brontolato un po' finché Edward, che conosceva le mie debolezze, non mi aveva fatto sentire in colpa.
«Per loro siamo la cosa più simile a dei parenti, Bella», mi aveva ricordato. «Si sentono ancora orfane, sai, malgrado sia passato tanto tempo».
Dovetti riconoscerlo e nascosi il mio broncio.
Tanya aveva adesso una famiglia numerosa quasi come quella dei Cullen. Erano in cinque: alle sorelle Tanya, Kate e Irina si erano aggiunti
Carmen ed Eleazar, più o meno allo stesso modo in cui ai Cullen si erano
aggregati Alice e Jasper, uniti dal desiderio di vivere in maniera più compassionevole rispetto ai vampiri normali.
Malgrado la compagnia, però, Tanya e le sorelle erano, in un certo senso, ancora sole. Ancora in lutto. Perché, tantissimo tempo prima, anche loro avevano avuto una madre.
Riuscivo a immaginare il vuoto lasciato dalla perdita, persino dopo mille

anni. Tentai invano di visualizzare la famiglia Cullen senza colui che ne
era il creatore, il centro e la guida: Carlisle, il padre di tutti.
Carlisle aveva raccontato la storia di Tanya una delle tante notti in cui
avevo fatto tardi a casa Cullen, cercando di imparare il più possibile e di
prepararmi al meglio per il futuro che avevo scelto.
La storia della madre di Tanya era, fra le altre, un ammonimento a non
dimenticare, dopo il mio ingresso nel mondo degli immortali, una regola
ben precisa. Una sola e unica legge, che si ramificava in migliaia di conseguenze diverse: mantenere il segreto.
Mantenere il segreto significava parecchie cose: vivere senza dare
nell'occhio come i Cullen e traslocare prima che gli umani potessero sospettare che non invecchiavano. Oppure starne lontani a ogni costo - pasti
esclusi - come avevano vissuto James e Victoria, e come tuttora vivevano
Peter e Charlotte, gli amici di Jasper. Significava tenere sotto controllo tutti i nuovi vampiri che si creavano, proprio ciò che aveva fatto Jasper quando viveva con Maria. E ciò in cui Victoria non era riuscita con i suoi neonati.
E significava non creare certe altre cose, soprattutto, perché certe creature non erano controllabili.
«Non conosco il nome della madre di Tanya», aveva ammesso Carlisle,
mostrando gli occhi dorati, quasi della stessa sfumatura dei capelli chiari,
tristi al ricordo del dolore di Tanya. «Se possono, non parlano mai di lei e
non pensano mai volontariamente a lei. La donna che creò Tanya, Kate e
Irina, e che le ha amate, credo, visse molti anni prima della mia nascita, in
un'epoca disgraziata per il nostro mondo, l'epoca dei bambini immortali.
Cosa pensassero di fare gli antichi non l'ho mai capito. Crearono vampiri a
partire da esseri umani che erano poco più che lattanti».
Dovetti ingoiare la bile che mi sentii risalire in gola mentre visualizzavo
la scena.
«Erano bellissimi», aggiunse subito Carlisle, accorgendosi della mia reazione. «Gentili e incantevoli come non puoi immaginare. Non si poteva
fare a meno di stare accanto a loro e di amarli, come fosse automatico.
Tuttavia non imparavano nulla. Restavano bloccati al livello di apprendimento raggiunto prima di essere stati morsi. Adorabili bimbi di due anni
con le fossette e lo sguardo innocente, ma capaci di distruggere mezzo villaggio per capriccio. Si nutrivano seguendo gli stimoli della fame e nessun
ammonimento riusciva a trattenerli. Gli umani li videro, le storie iniziarono a circolare, la paura si diffuse come fuoco fra le sterpaglie... La madre

di Tanya creò uno di quei bambini. Come per gli altri antichi, non so comprendere le sue ragioni». Fece una pausa per ritrovare un equilibrio. «Ovviamente, intervennero i Volturi».
Quel nome mi fece trasalire come sempre, ma era ovvio che la legione di
vampiri italiani, autoproclamatasi stirpe reale, avesse un ruolo centrale nella storia. Non poteva esserci legge senza castigo, e non poteva esserci castigo senza qualcuno che lo infliggesse. Gli antichi Aro, Caius e Marcus
comandavano le forze dei Volturi; mi ci ero imbattuta una volta sola, ma in
quel breve incontro mi era parso che Aro, con la sua formidabile capacità
di leggere le menti - con un solo contatto conosceva i pensieri di una vita
intera -, fosse il vero capo.
«I Volturi studiarono i bambini immortali, sia a Volterra, dove risiedono, sia nel resto del mondo. Caius stabilì che i giovani erano incapaci di
proteggere il nostro segreto. Dunque dovevano essere distrutti. Come ti ho
detto, erano adorabili. Bene, i clan combatterono fino allo stremo pur di
proteggerli. La carneficina non fu estesa come nelle guerre del nostro Sud,
ma a suo modo si rivelò più devastante. Di clan antichissimi, vecchie tradizioni, amici... gran parte andò persa. Alla fine, la pratica fu totalmente
sradicata. I bambini immortali divennero innominabili, un tabù.
Quando vivevo con i Volturi conobbi due bambini immortali e vidi con i
miei occhi che aspetto avevano. Aro studiò i due piccoli per anni e anni,
ben dopo la fine della catastrofe che avevano scatenato. Sapete quanto sia
curiosa la sua indole: sperava di riuscire ad ammansirli. Ma, alla fine, la
decisione fu unanime: ai bambini immortali non fu concesso di esistere».
Avevo già dimenticato la madre delle sorelle di Denali, quando la storia
tornò a lei.
«Non è chiaro cosa avvenne alla madre di Tanya», disse Carlisle. «Tanya, Kate e Irina restarono totalmente all'oscuro di tutto fino al giorno in cui
i Volturi, fatte prigioniere lei e la sua creatura proibita, andarono a cercarle. Aver ignorato l'accaduto salvò la vita a Tanya e alle sue sorelle. Aro le
toccò e vide la loro assoluta innocenza, perciò non vennero punite assieme
alla madre. Nessuna di loro aveva mai visto il bambino né sospettato della
sua esistenza, fino al giorno in cui venne arso fra le braccia della madre.
Immagino che lei avesse mantenuto il segreto proprio per proteggerle dal
suo ineluttabile destino. Ma perché lo aveva creato, allora? Chi era questo
bimbo e perché era così importante da averla convinta a oltrepassare il più
proibito dei confini? Tanya e le altre non ottennero mai risposta a queste
domande. Ma non potevano dubitare della colpevolezza della madre e non

penso l'abbiano mai davvero perdonata.
Malgrado Aro fosse certo dell'innocenza di Tanya, Kate e Irina, Caius
voleva mandarle al rogo. Con l'accusa di complicità. Per loro fortuna, quel
giorno Aro era in vena di dimostrarsi clemente. Tanya e le sorelle ottennero il perdono, ma da allora sentono una ferita incurabile nel cuore e hanno
un profondo rispetto per la legge».
Non so bene quando, ma il ricordo si trasformò in sogno. Con la memoria ascoltavo e vedevo Carlisle, eppure di punto in bianco eccomi di fronte
a una radura grigia e deserta, mentre un greve odore di incenso bruciato
impregnava l'aria. Non ero sola.
La calca di sagome al centro dello spiazzo, avvolte in mantelli color cenere, avrebbe dovuto spaventarmi. Non potevano essere che i Volturi,
mentre io, in barba a ciò che avevano decretato il giorno del nostro ultimo
incontro, ero ancora umana. Ma sapevo, come spesso mi accadeva nei sogni, di essere invisibile ai loro occhi.
Disseminati intorno a me c'erano tumuli fumanti. Riconobbi l'aroma
dolce nell'aria e non li esaminai troppo da vicino. Non mi andava di guardare i volti dei vampiri appena giustiziati, quasi temessi di riconoscere
qualcuno nelle pire ancora roventi.
I soldati dei Volturi si disposero in cerchio attorno a qualcosa o a qualcuno, e sentii il bisbiglio delle loro voci alzarsi in fermento. Mi avvicinai
alle figure avvolte nei mantelli, spinta dal sogno a osservare cosa o chi
stessero esaminando con quell'intensità. Strisciai con cautela fra due mantelli alti e sibilanti, finché non scoprii l'oggetto della discussione, posto in
alto su un montarozzo da cui li dominava.
Era bellissimo, adorabile, proprio come lo aveva descritto Carlisle. Ancora piccolo, il bambino aveva al massimo due anni. Riccioli castano chiaro ne incorniciavano il viso da cherubino, le guance tonde e le labbra piene. E tremava a occhi chiusi, come fosse troppo spaventato per vedere la
morte che, un secondo dopo l'altro, gli si avvicinava.
M'invase il bisogno urgente di salvare il bimbo incantevole e terrorizzato, tanto che ignorai persino la presenza e la minaccia devastante dei Volturi. Sgattaiolai fra loro senza preoccuparmi che percepissero la mia presenza. Passata oltre, scattai verso il bambino.
Poi mi fermai vacillando quando riuscii a vedere bene il cumulo sul quale era seduto. Non era fatto di terra e roccia ma di corpi umani, rinsecchiti
e inerti. Troppo tardi per non vederne i volti. Li conoscevo tutti: Angela,
Ben, Jessica, Mike... Ed esattamente ai piedi dell'adorabile infante c'erano i

cadaveri di mio padre e mia madre.
Il bambino aprì gli occhi, luminosi e rossi come il sangue.
3
Il grande giorno
Di colpo sgranai gli occhi.
Scossa e ansante, restai un bel po' sotto le coperte calde, nel tentativo di
liberarmi dal sogno. Mentre attendevo che il cuore rallentasse il battito, il
cielo fuori divenne grigio e poi rosa pallido.
Quando tornai alla realtà della mia stanza, familiare e disordinata, ce l'avevo un po' con me stessa. Che razza di sogno, proprio la notte prima del
matrimonio! Così imparavo a tormentarmi con storie inquietanti nel cuore
della notte.
Impaziente di scrollare via l'incubo, mi vestii e corsi in cucina molto
prima del necessario. Innanzitutto rassettai le stanze già in ordine e quando
Charlie si alzò gli preparai i pancake. Ero troppo nervosa per mangiare
qualcosa, perciò restai al mio posto saltellando sulla sedia.
«Devi essere dal signor Weber alle tre», gli ricordai.
«Non ho granché da fare oggi, Bells, a parte passare a prendere il pastore. È difficile che mi dimentichi dell'unico impegno che ho».
Per il matrimonio, Charlie si era preso un'intera giornata di permesso e
ora non sapeva come riempirla. Di tanto in tanto lanciava uno sguardo furtivo sotto le scale, verso l'armadio che custodiva i suoi attrezzi da pesca.
«Non è l'unico. Devi anche vestirti e renderti presentabile».
Si gettò a capofitto nella sua tazza di cereali e a mezza voce borbottò la
parola «pinguino».
Qualcuno bussò impaziente alla porta d'ingresso.
«Pensi di passartela male», dissi mentre mi alzavo da tavola con una
smorfia. «Io starò tutto il giorno come una bambolina fra le mani di Alice».
Charlie annuì pensieroso e ammise che a lui toccava la prova meno ardua. Mi chinai a baciarlo sul capo mentre gli passavo accanto - lui arrossì e
brontolò qualcosa -, pronta ad accogliere la mia migliore amica e futura sorella.
I capelli neri e corti di Alice non erano disordinati come al solito ma sistemati in un'acconciatura a onde che ne circondava il viso da folletto, che
contrastava con la sua espressione indaffarata. Mi trascinò fuori casa con

un «Ciao, Charlie» appena accennato indirizzato alle sue spalle.
Poi mi esaminò, mentre salivo sulla sua Porsche.
«Oh, accidenti, guarda che occhi!». Sibilò la sua disapprovazione.
«Cos'hai fatto? Sei stata sveglia tutta la notte?».
«Quasi».
Mi guardò in cagnesco. «Non ho molto tempo per renderti strepitosa,
Bella: avresti potuto trattare meglio la mia materia prima».
«Nessuno si aspetta che io sia strepitosa. Il vero rischio è che mi addormenti durante la cerimonia e non riesca a dire "sì" al momento giusto, facendo scappare Edward».
Rise. «Quando arriva il momento ti tirerò addosso il mio bouquet».
«Grazie».
«Avrai anche troppo tempo per dormire domani, in aereo».
Alzai un sopracciglio. Domani, riflettei. Secondo il programma, saremmo partiti subito dopo il ricevimento e se domani fossimo stati ancora in
aereo... be', di certo la nostra meta non era dietro l'angolo. Edward non aveva fatto trapelare nulla. Non ero particolarmente ansiosa di scoprire il
mistero, ma era davvero strano ignorare dove avrei dormito la notte seguente. Magari... non proprio dormito.
Alice capì di aver detto troppo e si rabbuiò.
«È tutto pronto per la partenza», disse per distrarmi.
Funzionò. «Alice, avresti almeno potuto lasciarmi fare le valigie!».
«Ti avrei dato troppi indizi».
«E ti saresti negata un'occasione di fare shopping».
«Fra sole dieci ore ufficialmente sarai mia cognata... direi che è ora di
superare questa avversione per i vestiti nuovi».
Restai a guardare dal finestrino, imbronciata e cupa, finché non fummo
nei pressi della loro casa.
«È già tornato?», domandai.
«Non preoccuparti, arriverà prima che inizi la musica. Ma presto o tardi
che sia, non devi vederlo. Rispettiamo la tradizione».
«La tradizione!», sbuffai.
«Anche se gli sposi non sono tradizionali».
«Lo sai anche tu che ha già sbirciato».
«Invece no, e questo è il motivo per cui sono stata l'unica a vederti con il
vestito. Ho fatto molta attenzione a non pensarci mai, con lui nei paraggi».
«Be', vedo che hai riciclato le decorazioni della festa per il diploma»,
dissi mentre imboccavamo la stradina alberata. Quei cinque chilometri e-

rano di nuovo avvolti da migliaia di lucine intermittenti. Ma stavolta Alice
aveva aggiunto fiocchi di raso bianco.
«Il risparmio è il miglior guadagno. Goditi queste, perché non vedrai le
decorazioni all'interno fino all'ultimo». Entrò nel cavernoso garage sul lato
settentrionale della casa; la grossa Jeep di Emmett non c'era ancora.
«E da quando la sposa non può vedere gli addobbi?», protestai.
«Da quando mi ha affidato i preparativi. Voglio che ti goda l'effetto d'insieme quando scenderai lo scalone».
Prima che entrassimo in cucina mi coprì gli occhi con la mano. Il profumo mi assalì immediatamente.
«Troppo?». La voce di Alice si fece subito preoccupata. «Sei il primo
essere umano a entrare, spero di averci azzeccato».
«Ma è meraviglioso!», la rassicurai. Quasi inebriava, ma era tutt'altro
che nauseante e l'equilibrio fra aromi diversi era sottile e impeccabile.
«Fiori d'arancio... lillà... e qualcos'altro. Giusto?».
«Brava, Bella. Ti sono sfuggite soltanto la fresia e le rose».
Non mi scoprì gli occhi finché non entrammo nel suo immenso bagno.
Osservai il lungo bancone, sepolto sotto un armamentario da salone di bellezza, e iniziai ad avvertire i postumi della notte insonne.
«È davvero necessario? Accanto a lui sembrerò comunque insignificante».
Mi spinse su una sediolina rosa. «Nessuno oserà dire che sei "insignificante" dopo che avrò finito».
«Per forza, avranno paura che tu li dissangui», brontolai. Mi lasciai andare sulla sedia e chiusi gli occhi, nella speranza di schiacciare un sonnellino. Scivolai nel dormiveglia riemergendone di tanto in tanto, mentre Alice usava maschere per levigare e far risplendere tutta la superficie del mio
corpo.
Dopo pranzo Rosalie passò silenziosa davanti alla porta del bagno, vestita di un abito da sera argenteo e scintillante, i capelli d'oro raccolti in una
corona morbida sulla testa. Era così bella da farmi venir voglia di piangere.
Che senso aveva mettermi elegante se c'era lei nei paraggi?
«Sono tornati», disse Rosalie e il mio infantile attacco di angoscia sparì
all'istante. Edward era qui, a casa.
«Non farlo entrare!».
«Oggi non ti si avvicinerà», la rassicurò Rosalie. «Non gli va di rischiare
la vita. Esme li ha mandati a finire i preparativi sul retro. Serve aiuto? Posso farle i capelli».

Restai attonita a bocca aperta. Rosalie non era mai stata una mia ammiratrice. Oltretutto, tanto per rendere ancora più tesi i nostri rapporti, si sentiva offesa nell'intimo dalla scelta che stavo per fare. Nonostante la sua incredibile bellezza, l'amore della sua famiglia e l'anima gemella che aveva
trovato in Emmett, avrebbe ceduto tutto pur di tornare umana. Invece, io
stavo per gettar via senza pietà tutto ciò che lei desiderava dalla vita, neanche fosse spazzatura. La cosa non aveva affatto contribuito a ingraziarmela.
«Certo», rispose Alice tranquilla. «Puoi iniziare a intrecciarli. Voglio
una cosa complicata. Il velo va qui, al di sotto». Iniziò ad armeggiare fra i
miei capelli, che sollevava e annodava per mostrare in dettaglio la sua idea. Terminata la spiegazione, le mani di Rosalie rimpiazzarono le sue e modellarono la mia chioma, sfiorandola leggere come piume. Alice tornò a
occuparsi del mio viso.
Dopo averla elogiata per la sua opera, Alice spedì Rosalie a recuperare il
mio abito e a rintracciare Jasper, che aveva il compito di passare a prendere mia madre e suo marito Phil in albergo.
Al piano terra sentivo il rumore lontano della porta d'ingresso che si apriva e chiudeva di continuo. Le voci iniziarono a fluttuare fino alla nostra
stanza.
Alice mi fece alzare in piedi, per infilarmi il vestito senza toccare i capelli e il trucco. Mentre chiudeva la lunga fila di bottoni perlati sulla
schiena, le gambe mi tremavano così forte da produrre increspature sul raso.
«Respira a fondo, Bella», disse Alice. «E cerca di rallentare il battito del
cuore. Non vorrai sciogliere il tuo nuovo viso con il sudore?».
Le rivolsi l'espressione più sarcastica che potevo. «Ci starò attenta».
«Ora devo vestirmi. Riesci a tener duro per due minuti?».
«Ehm... forse».
Alzò gli occhi al cielo e sfrecciò fuori.
Mi concentrai sul respiro, contandone ogni movimento mentre fissavo i
riflessi prodotti dalla luce del bagno sul tessuto splendente della gonna.
Avevo paura di guardarmi allo specchio: temevo che la mia immagine in
abito da sposa mi spedisse a rotta di collo verso un attacco di panico in
grande stile.
Alice tornò prima del mio duecentesimo respiro, con un abito che avvolgeva come una cascata argentea il suo corpo sottile.
«Alice... wow».

«Non è niente. Nessuno mi guarderà oggi. Non in tua presenza».
«Spiritosa!».
«Ora, riesci a controllarti o devo chiamare Jasper?».
«Sono tornati? C'è anche mamma?».
«È appena entrata. Sta salendo».
Renée era arrivata due giorni prima e avevo trascorso ogni istante possibile con lei, o meglio, ogni momento in cui riuscivo ad allontanarla da
Esme e dagli addobbi. Per come la vedevo, si stava divertendo più di una
bambina chiusa per una notte dentro Disneyland. In un certo senso, mi sentivo tradita come Charlie. Tutto il terrore sprecato nei confronti della sua
reazione...
«Oh, Bella!», squittì entusiasta prima ancora di aver oltrepassato la soglia. «Oh, tesoro, sei un incanto! Sono così commossa! Alice, sei straordinaria! Tu ed Esme dovreste mettervi in affari come organizzatrici di matrimoni. Dove hai trovato il vestito? È sontuoso! Così aggraziato ed elegante. Bella, sembri uscita da un romanzo di Jane Austen». La voce di mia
madre mi sembrava un po' lontana e tutta la stanza era leggermente sfocata. «Che idea creativa, lo stile è lo stesso dell'anello di fidanzamento. Che
cosa romantica! E pensare che appartiene alla famiglia di Edward da due
secoli!».
Scambiai un breve sguardo complice con Alice. Quanto allo stile del vestito, mia madre si sbagliava di un centinaio d'anni abbondante. E il vero
fulcro della cerimonia non era l'anello, ma Edward.
Sulla porta qualcuno si schiarì la voce, rumoroso e goffo.
«Renée, Esme dice che dovete finire di sistemare giù», disse Charlie.
«Ehi, Charlie, sei uno schianto!», disse Renée quasi sbalordita. Forse fu
questo a provocare l'irritazione di mio padre.
«Alice mi ha beccato».
«Davvero è già ora?», mormorò Renée con un nervosismo che ricordava
un po' il mio. «Il tempo è volato. Mi gira la testa».
E lo stesso accadeva a me.
«Abbracciami prima che scenda», insistette Renée. «Attenta a non strappare niente».
Mia madre mi strinse con delicatezza per la vita, fece per uscire, si girò
di nuovo e tornò di fronte a me.
«Oh, santo cielo, quasi mi stavo dimenticando! Charlie, dov'è la scatola?».
Mio padre si frugò a fondo nelle tasche e ne tirò fuori una scatoletta

bianca che diede a Renée. Renée sollevò il coperchio e me la offrì.
«Qualcosa di blu», disse.
«E di vecchio, direi. Erano di nonna Swan», aggiunse Charlie. «Abbiamo fatto sostituire gli Strass originali con degli zaffiri».
La scatola custodiva due fermacapelli d'argento massiccio. Sopra i pettini, degli zaffiri blu scuro erano incastonati in mezzo a intricati disegni floreali.
Sentii un groppo in gola. «Mamma, papà... non dovevate».
«Alice non ci ha lasciato fare nient'altro», rispose Renée. «Ogni volta
che ci provavamo, sembrava che volesse sgozzarci».
Una risatina isterica scoppiò dalle mie labbra.
Alice si avvicinò e in un attimo fissò i fermacapelli alla base delle folte
trecce. «Abbiamo qualcosa di vecchio e qualcosa di blu», rimuginò mentre
faceva qualche passo indietro per ammirarmi. «E il tuo vestito è nuovo...
perciò...».
Mi lanciò qualcosa. Con un gesto automatico sporsi le mani, fra le quali
atterrò una delicata giarrettiera bianca.
«Quella è in prestito e la rivoglio indietro», disse Alice.
Arrossii.
«Bene», replicò soddisfatta. «Avevi proprio bisogno di un po' di colore.
Sei ufficialmente perfetta». Abbozzò un sorriso compiaciuto e si rivolse ai
miei genitori. «Renée, è ora di scendere».
«Sissignora». Renée mi soffiò un bacio e si affrettò verso la porta.
«Charlie, prendi tu i fiori, per favore?».
Uscito Charlie, Alice mi strappò di mano la giarrettiera e si chinò sotto
la mia gonna. Sorpresa e malferma, sentii la sua mano fredda afferrarmi la
caviglia per infilarla.
Si rialzò prima che Charlie tornasse con i due bouquet bianchi e vaporosi. Il profumo di rose, fiori d'arancio e fresia mi avvolse in una nebbia leggera.
Rosalie, la migliore musicista di famiglia dopo Edward, iniziò a suonare
il pianoforte al piano di sotto. Il Canone di Pachelbel. E io andai in iperventilazione.
«Su, Bells», disse Charlie. Poi si rivolse ad Alice, nervoso: «Non ha una
bella cera. Pensi che ce la farà?».
La sua voce sembrava lontana. Non sentivo più le gambe.
«Le conviene».
Alice mi si avvicinò in punta di piedi per guardarmi meglio negli occhi e

mi afferrò i polsi con le mani forti.
«Concentrati, Bella. Giù c'è Edward che ti aspetta».
Respirai a fondo per ricompormi.
La musica si trasformò lentamente in una nuova melodia. Charlie mi
diede di gomito. «Bells, entriamo in campo».
«Bella?», domandò Alice senza mollare il mio sguardo.
«Sì», squittii. «Edward. Okay». Mi feci trascinare fuori dalla stanza al
fianco di Charlie.
Nel salone la musica era più alta. Aleggiava per le scale assieme al profumo di milioni di fiori. Mi concentrai sull'idea di Edward che mi aspettava per convincere i miei piedi a muoversi in avanti.
La musica era nota: la classica marcia nuziale di Wagner arricchita da
una marea di abbellimenti.
«Tocca a me», cinguettò Alice. «Conta fino a cinque e seguimi». Iniziò a
volteggiare lenta ed elegante sulle scale. Dovevo aspettarmi che avere Alice come unica damigella sarebbe stato un errore. Scendere dopo di lei mi
avrebbe fatta sembrare ancora più sgraziata.
Una fanfara trillò all'improvviso fra le note che si libravano. Riconobbi
la mia battuta d'entrata.
«Non lasciarmi cadere, papà», sussurrai. Charlie prese la mia mano sottobraccio e la strinse forte.
Un passo alla volta, mi ripetei mentre iniziavamo la discesa al ritmo lento della marcia. Non alzai gli occhi finché i piedi non furono ben saldi sul
pavimento, però sentivo le voci e il mormorio dei presenti mano a mano
che riuscivano a vedermi. Il sangue m'inondò le guance: nella parte della
sposa timida ero impeccabile.
Superate le insidiose scale, lo cercai. Per un breve istante mi lasciai distrarre dalle ghirlande di boccioli bianchi appese a ogni appiglio possibile
nella stanza, punti fermi da cui partivano lunghe file di nastri sottilissimi di
tulle. Poi distolsi lo sguardo da quella sorta di baldacchino, cercai fra le file di sedie avvolte nel raso bianco - sempre più rossa in viso, mentre affrontavo la folla di volti tutti girati verso di me - e infine lo trovai, davanti
a un arco traboccante di altri fiori e altri nastri.
Quasi non mi accorsi che al suo fianco c'era Carlisle e alle loro spalle il
padre di Angela. Non vidi mia madre nel posto in prima fila che probabilmente occupava, né la mia nuova famiglia o gli ospiti: avrebbero dovuto
aspettare.
Non vedevo altro che il viso di Edward: colmava il mio orizzonte e

sconvolgeva i miei pensieri. L'oro dei suoi occhi era morbido e ardente nel
volto perfetto quasi accigliato, tanto profonda era l'emozione. Ma poi,
quando incrociò il mio sguardo intimorito, si aprì in un sorriso esultante e
mozzafiato.
In quell'istante, non fosse stato per la mano di Charlie che stringeva la
mia, gli sarei corsa incontro a perdifiato lungo il corridoio che si apriva fra
gli invitati.
La marcia era troppo lenta, sforzavo il mio passo a seguirne il ritmo.
Grazie al cielo, la distanza era brevissima. Poi, finalmente, eccomi. Edward mi porse una mano. Charlie prese la mia e con un gesto simbolico
vecchio quanto il mondo la posò su quella di Edward. Toccai il freddo miracolo della sua pelle e mi sentii a casa.
Ci scambiammo le promesse con le parole semplici e tradizionali già
pronunciate milioni di altre volte, ma forse mai da una coppia come la nostra. Avevamo chiesto al signor Weber un solo piccolo cambiamento. E lui
accettò di correggere «finché morte non ci separi» nel più appropriato «fino a quando entrambi vivremo».
In quel momento, mentre il pastore parlava, mi sembrò che il mio mondo, rimasto sottosopra così a lungo, iniziasse a tornare al suo posto. Capii
che ero stata una sciocca a temere tutto questo, neanche fosse un regalo di
compleanno indesiderato o una passerella imbarazzante come il ballo di fine anno. Incrociai lo sguardo luminoso e trionfante di Edward e capii che
era una vittoria anche mia. Perché l'unica cosa che importasse era poter
stare con lui.
Mi accorsi che piangevo soltanto al momento di pronunciare le parole
che ci avrebbero unito.
«Sì», riuscii ad ansimare con un sussurro incomprensibile, battendo le
palpebre per schiarirmi lo sguardo e vederlo meglio in volto.
Quando toccò a lui, la parola risuonò netta e trionfante.
«Sì», promise.
Il signor Weber ci dichiarò marito e moglie e le mani di Edward si avvicinarono al mio volto per cingerlo con dolcezza, come fosse delicato quanto i petali bianchi che dondolavano sulle nostre teste. Accecata dal velo di
lacrime, cercai di capacitarmi del fatto surreale che quella persona straordinaria fossi io. Quasi fosse possibile, anche i suoi occhi dorati sembravano gonfi di lacrime. Piegò la testa verso di me e io mi alzai in punta di piedi, gettandogli le braccia al collo, con il bouquet e tutto il resto.
Fu un bacio tenero, adorante. Dimenticai la folla, il luogo, il tempo, la

ragione. Ricordavo solo che mi amava, che mi voleva, che ero sua.
Lui lo aveva iniziato e stava a lui concludere quel bacio, ma io lo strinsi
forte, ignorando le risatine e i colpi di tosse dei presenti. Alla fine le sue
mani lasciarono il mio viso e, troppo presto, fece un passo indietro per
guardarmi. A prima vista, il suo sorriso spontaneo sembrava divertito, quasi compiaciuto. Ma dietro il momentaneo divertimento per la mia esibizione pubblica c'era una gioia profonda, eco della mia.
La folla scoppiò in un applauso ed Edward si voltò con me verso i nostri
amici e parenti. Io però non riuscivo ad allontanare lo sguardo dal suo volto.
Le braccia di mia madre furono le prime a trovarmi, il suo viso solcato
di lacrime il primo che vidi quando, controvoglia, distolsi gli occhi da Edward. Poi fu un susseguirsi di abbracci, da un invitato all'altro, senza capire bene chi mi stringesse, mentre la mia attenzione era tutta concentrata
sulla mano di Edward intrecciata alla mia. Riconoscevo la differenza fra
gli abbracci morbidi e caldi degli umani e quelli delicati e freddi della mia
nuova famiglia.
Un abbraccio rovente si distinse fra tutti: Seth Clearwater aveva sfidato
la folla di vampiri per sostituire il mio amico licantropo assente.
4
Gesto
La cerimonia confluì armonicamente nel ricevimento, a conferma
dell'infallibile organizzazione di Alice. Sul fiume si rifletteva scintillando
il crepuscolo: la funzione era durata esattamente il tempo necessario a che
il sole si abbassasse dietro gli alberi. Mentre Edward mi guidava oltre le
vetrate nel giardino posteriore, i raggi brillavano fra i rami e accendevano
il bianco dei fiori. Qui all'esterno, in diecimila componevano il baldacchino profumato e arioso che sovrastava la pista da ballo allestita sull'erba fra
due degli antichi cedri.
Tutto rallentò e si fece più rilassato, mentre la dolce sera d'agosto calava
su di noi. La piccola folla si sparpagliò sotto il tenue chiarore delle lucine e
gli amici appena abbracciati ci seguirono per festeggiarci. Questo era il
momento di parlare, di divertirci.
«Congratulazioni, ragazzi», disse Seth Clearwater, chinando la testa sotto una ghirlanda di fiori. La madre, stretta al suo fianco, sbirciava gli ospiti
con intensità e timore. Il viso di Sue era scarno e l'espressione fiera era ac-

centuata dall'acconciatura austera dei capelli corti, come li portava la figlia
Leah: chissà, forse li aveva tagliati così per dimostrarle solidarietà. Billy
Black, all'altro lato di Seth, non era altrettanto nervoso.
Quando guardavo il padre di Jacob mi sembrava sempre di vedere due
persone anziché una sola. C'era l'anziano sulla sedia a rotelle, con il volto
rugoso e il sorriso splendente visibile a chiunque. E poi c'era il discendente
diretto di una lunga stirpe di capi potenti e magici, avvolto nell'autorità che
lo accompagnava dalla nascita. La magia, in assenza di cause scatenanti,
non aveva toccato la sua generazione, ma Billy condivideva quel potere e
quella leggenda che scorrevano attraverso di lui fino a suo figlio, l'erede
che aveva voltato le spalle alla magia. Ciò aveva fatto di Sam Uley il primo depositario delle leggende e dei poteri...
Considerati la compagnia e l'evento, Billy sembrava stranamente a proprio agio e le sue pupille nere brillavano come avesse appena ricevuto
buone notizie. Restai colpita dalla sua pacatezza. Ai suoi occhi questo matrimonio doveva sembrare una cosa bruttissima, anzi la peggiore che potesse capitare alla figlia del suo migliore amico.
Ero consapevole che per lui non era facile moderare i sentimenti, dato
che un evento del genere poteva mettere in crisi l'antico patto fra i Cullen e
i Quileute, quello che proibiva ai Cullen di creare altri vampiri. I lupi sapevano che stava per essere infranto, ma gli altri non avevano idea di quale
reazione aspettarsi. Prima dell'alleanza, si sarebbe scatenato un attacco
fulmineo. Una guerra. Ma, adesso che si conoscevano meglio, c'era spazio
per l'indulgenza?
Come per rispondere a questo pensiero, Seth si fece incontro a Edward a
braccia aperte. Edward ricambiò senza staccarsi da me.
Notai un leggero brivido in Sue.
«È bello vedere che te la passi bene, amico», disse Seth. «Sono contento
per te».
«Grazie, Seth. Te ne sono davvero grato». Edward sciolse l'abbraccio e
si rivolse a Sue e Billy. «Grazie anche a voi. Per aver lasciato venire Seth.
Per essere accanto a Bella oggi».
«Prego», disse Billy con la sua voce profonda e rauca, e restai sorpresa
dall'ottimismo che sprigionava. Forse all'orizzonte c'era una tregua più solida.
Iniziava a formarsi una piccola fila, perciò Seth salutò e spinse Billy
verso il buffet. Sue li accompagnò tenendo le mani sulle loro spalle.
Dopo di loro, furono Angela e Ben a reclamarci, seguiti dai genitori di

Angela e poi da Mike e Jessica, che, con mia gran sorpresa, si tenevano per
mano. Non sapevo che fossero tornati insieme. Meno male.
Alle spalle degli amici umani c'erano le mie nuove cugine acquisite del
clan di Denali. Mi resi conto che stavo trattenendo il respiro quando la
prima delle vampire, Tanya a giudicare dalla sfumatura rossiccia dei riccioli biondi, si avvicinò ad abbracciare Edward. Accanto a lei, tre vampiri
dagli occhi dorati mi guardavano con evidente curiosità. Una delle donne
aveva pallidi capelli biondi, dritti e lisci come granturco. L'altra e l'uomo
che le stava a fianco avevano i capelli neri, con un'ombra olivastra sul colorito smunto della pelle.
E tutti e quattro erano tanto belli da farmi venire il mal di stomaco.
Tanya era ancora abbracciata a Edward.
«Ah, Edward», disse, «mi sei mancato».
Lui ridacchiò e con destrezza sciolse l'abbraccio, le posò leggero una
mano sulla spalla e fece un passo indietro, come per guardarla meglio. «Ne
è passato di tempo, Tanya. Ti trovo bene».
«Anch'io».
«Lascia che ti presenti mia moglie». Per la prima volta Edward aveva
tutte le ragioni di chiamarmi così e sembrava esplodere di soddisfazione. Il
clan di Denali rispose con un'allegra risata. «Tanya, questa è la mia Bella».
Tanya era adorabile come l'avevo immaginata nei miei incubi peggiori.
M'inchiodò con uno sguardo molto più riflessivo che rassegnato e mi offrì
la mano.
«Benvenuta in famiglia, Bella». Fece un sorriso mesto. «Noi ci consideriamo la famiglia allargata di Carlisle e mi dispiace davvero che di recente
non abbiamo, ehm... onorato la parentela. Avremmo dovuto conoscerci
prima. Saprai perdonarci?».
«Ma certo», risposi d'un fiato. «Sono felice di conoscervi».
«Ora i Cullen sono tutti accoppiati. Magari fra un po' toccherà anche a
noi, eh, Kate?». Sorrise alla bionda.
«Continua a sognare», disse Kate e alzò gli occhi dorati al cielo. Sfilò la
mia mano da quella di Tanya e la strinse con delicatezza. «Benvenuta, Bella».
La donna dai capelli scuri aggiunse la sua mano alle nostre. «Io sono
Carmen, lui è Eleazar. Siamo tutti molto lieti di conoscerti, finalmente».
«An-anch'io», balbettai.
Tanya lanciò un'occhiata alle persone in attesa dietro di lei: Mark, il vice
di Charlie, e sua moglie li osservavano attoniti.

«Ci conosceremo meglio più avanti. Abbiamo un'eternità per farlo!», rise Tanya mentre passava oltre assieme alla sua famiglia.
Rispettammo tutti i rituali tradizionali. Restai accecata dai flash mentre
tagliavamo una torta spettacolare, troppo grande, pensai, per un gruppo di
amici e parenti piuttosto ristretto. A turno ci imboccammo a vicenda ed
Edward divorò con coraggio la sua porzione sotto il mio sguardo sbalordito. Lanciai il bouquet con destrezza inaspettata, proprio fra le mani di
un'incredula Angela. Emmett e Jasper ruggirono divertiti quando arrossii
dopo che Edward mi tolse la giarrettiera - che mi era scesa quasi fino alla
caviglia - con i denti e con molta cautela. Mi fece l'occhiolino e la sparò
dritta in faccia a Mike Newton.
E non appena iniziò la musica, Edward mi prese fra le braccia per il primo giro di ballo obbligatorio. Lo seguii di cuore, malgrado la mia paura di
danzare, soprattutto in pubblico, felicissima di stringermi a lui. Edward
guidò i miei passi e io piroettai senza sforzo sotto il bagliore di un baldacchino di luci e flash.
«Ti stai divertendo, signora Cullen?», mi sussurrò all'orecchio.
Sorrisi. «Ci vorrà un po' per abituarmi».
«Di tempo ne abbiamo», mi ricordò, esultante, e si chinò a baciarmi
mentre ballavamo, fra gli scatti febbrili delle macchine fotografiche.
La musica cambiò e Charlie tamburellò sulla spalla di Edward.
Non fu altrettanto facile ballare con lui. Non era affatto più bravo di me,
perciò ci limitammo a dondolarci come nel ballo del mattone.
Edward ed Esme ci volteggiavano attorno come Fred Astaire e Ginger
Rogers.
«A casa mi mancherai, Bella. Mi sento già solo».
Risposi con il groppo in gola, cercando di scherzarci su. «È davvero una
tragedia costringerti a cucinare, una colpa assolutamente criminale. Potresti arrestarmi».
Sorrise. «Troverò un modo per sfamarmi. Basta che mi chiami appena
puoi».
«Promesso».
Sembrava che tutti volessero ballare con me. Rivedere i miei vecchi amici era bello, ma sopra ogni altra cosa volevo stare accanto a Edward.
Per fortuna si fece largo fra gli ospiti appena mezzo minuto dopo l'inizio
di una nuova canzone.
«Mike ancora non ti va giù, eh?», commentai mentre Edward mi sfilava
dalle sue braccia.

«Non quando mi tocca ascoltare i suoi pensieri. Gli è andata bene che
non l'ho cacciato via. O peggio».
«Eh, sì».
«Non sei ancora riuscita a vedere come stai?».
«Uhm, no, direi di no. Perché?».
«Perché forse non ti sei ancora resa conto che stasera sei di una bellezza
mozzafiato. Non mi sorprende che Mike fatichi a trattenere pensieri impuri
su una donna sposata. E m'infastidisce molto che Alice non abbia fatto in
modo da costringerti a passare davanti allo specchio».
«La tua è un'opinione di parte, lo sai».
In silenzio mi fece voltare verso le vetrate che riflettevano la festa come
un lungo specchio e m'indicò la coppia riflessa esattamente davanti a noi.
«Di parte, dici?».
Colsi soltanto con la coda dell'occhio l'immagine di Edward - il perfetto
duplicato del suo viso perfetto - al fianco di una bellezza dai capelli scuri.
La sua pelle era come panna e rose, gli occhi sgranati dall'entusiasmo e coronati da folte ciglia. La guaina stretta del vestito bianco scintillante si allargava nello strascico quasi fosse una calla capovolta e il taglio dell'abito
era così perfetto da rendere il suo corpo elegante e aggraziato, almeno finché restava immobile.
Prima che con un battito di ciglia la bellezza si trasformasse in me, Edward s'irrigidì e si voltò automaticamente nell'altra direzione, come se
qualcuno lo avesse chiamato.
«Oh!», esclamò. Per un brevissimo istante aggrottò le sopracciglia. Poi
di colpo si aprì in un sorriso raggiante.
«Che c'è?», domandai.
«Un regalo di nozze a sorpresa».
«Eh?».
Non rispose, ma riprese a ballare trascinandomi nella direzione opposta,
lontano dalle luci, là dove cominciava la notte, che circondava la pista da
ballo luminosa.
Si fermò soltanto quando raggiungemmo il lato buio di un grande cedro.
Guardò dritto verso l'ombra più nera.
«Grazie», disse all'oscurità. «Sei stato molto... gentile».
«"Gentile" è il mio secondo nome», rispose una voce roca e familiare,
dal nero della notte. «Posso intromettermi?».
La mia mano corse alla gola e, se Edward non mi avesse tenuta in piedi,
sarei crollata.

«Jacob!», ansimai non appena ripresi a respirare. «Jacob!».
«Ciao, Bella».
Arrancai verso il suono della sua voce. Edward non mollò il mio braccio
finché non avvertii un altro paio di mani forti afferrarmi nel buio. Mentre
Jacob mi avvicinava a sé, sentivo il calore della sua pelle bruciare attraverso il vestito di raso sottile. Non si sforzò neanche di ballare: mi abbracciò,
mentre il mio viso affondava nel suo petto. Si chinò per sfiorarmi la fronte
con la guancia.
«Rosalie non mi perdonerà se non le concedo il giro di pista che le devo», mormorò Edward e compresi che stava per lasciarci soli e farmi un
regalo tutto suo: quel momento assieme a Jacob.
«Oh, Jacob». Ero scoppiata a piangere, quasi non riuscivo a parlare.
«Grazie».
«Smettila di frignare, Bella. Ti rovini il vestito. Sono io, punto».
«Punto? Oh, Jake! Ora è tutto perfetto».
Sbuffò. «Già, la festa può iniziare. Finalmente il testimone è arrivato».
«Ora tutti quelli a cui voglio bene sono qui».
Sentii le sue labbra sfiorarmi i capelli. «Scusa il ritardo, dolcezza».
«Sono strafelice che tu sia qui!».
«L'idea era questa».
Lanciai un'occhiata agli ospiti, ma i ballerini m'impedivano di scorgere il
punto in cui poco prima avevo visto il padre di Jacob. Non sapevo se fosse
rimasto. «Billy sa che sei qui?». Non feci in tempo a chiederlo e già mi
diedi la risposta: ecco la spiegazione a tanto buonumore.
«Di sicuro Sam gliel'ha detto. Andrò a trovarlo quando... quando finisce
la festa».
«Sarà contentissimo di riaverti a casa».
Jacob si scostò, raddrizzandosi e cingendomi la vita. L'altra mano afferrò
la mia, la destra, portandola al petto. Percepivo il battito del suo cuore sotto il mio palmo e intuii che non l'aveva fatto per caso.
«Non so se otterrò più di un ballo», disse e iniziò a guidarmi lentamente
in circolo, senza seguire il ritmo della musica alle nostre spalle. «Meglio
approfittarne».
Ci muovevamo al ritmo del suo cuore, che palpitava sotto la mia mano.
«Sono felice di essere venuto», disse Jacob piano, dopo qualche istante.
«Non credevo di poterlo essere. Ma è bello vederti... ancora. Non è triste
come immaginavo».
«Non voglio che tu sia triste».

«Lo so. E non sono qui per farti sentire in colpa».
«No... sono molto felice che tu ci sia. È il miglior regalo che potessi
farmi».
Rise. «Meglio così, perché non ho fatto in tempo a passare a prenderne
uno vero».
I miei occhi si stavano abituando al buio e riuscivo a scorgere il suo volto, più in alto di quanto mi aspettassi. Possibile che fosse cresciuto ancora?
Ormai era più vicino ai due metri che al metro e ottanta. Era un sollievo rivedere i suoi tratti familiari dopo tanto tempo: quegli occhi infossati nascosti sotto le sopracciglia nere arruffate, gli zigomi alti, le labbra piene distese sui denti lucidi nel sorriso sarcastico che faceva il paio con il tono di
voce. Ma, ai bordi, gli occhi erano tesi, anzi attenti: capii che cercava di
muoversi con la massima cautela. Faceva tutto il possibile per rendermi felice senza tradirsi né mostrare quanto gli costasse.
Non avevo mai fatto niente di così buono da meritare un amico come Jacob.
«Quando hai deciso di tornare?».
«Consciamente o inconsciamente?». Respirò a fondo, prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Non so, davvero. Credo di aver vagato un po'
in questa direzione, forse perché era proprio la mia meta. Però soltanto
stamattina ho iniziato a correre. Non ero sicuro di farcela». Rise. «Non sai
che sensazione assurda sia camminare di nuovo a due zampe. E i vestiti!
La cosa più stramba sta proprio nel fatto che mi sembra un'assurdità. Non
me l'aspettavo. Sono fuori allenamento con le faccende umane».
Volteggiavamo sicuri.
«Sarebbe stato un peccato non riuscire a vederti così, però. Vale tutto il
viaggio. Stasera sei incredibile, Bella. Meravigliosa».
«Alice si è dedicata parecchio a me oggi. E il buio aiuta».
«Per me non è così buio, lo sai».
«Già». I sensi dei licantropi. Com'era facile dimenticare i suoi poteri,
tanto appariva umano. Soprattutto in quel momento.
«Ti sei tagliato i capelli».
«Sì. Così è più facile. Valeva la pena di sfruttare il paio di mani che abbiamo».
«Ti dona», mentii.
Lui sbuffò. «Va bene, l'ho fatto da solo, con un trinciapollo arrugginito».
Per un istante affiorò il suo sorriso ampio, che però svanì in un'espressione
seria. «Sei felice, Bella?».

«Sì».
«Okay». Lo sentii scrollare le spalle. «Immagino sia la cosa più importante».
«E tu come stai, Jacob? Sinceramente».
«Sto bene, Bella, sinceramente. Non devi più preoccuparti per me. Puoi
anche smettere di scocciare Seth».
«Non è per te che lo scoccio. Seth mi piace».
«È un bravo ragazzo. Meglio di certi altri. Te lo assicuro, vivere da lupo
sarebbe quasi perfetto se riuscissi a liberarmi delle voci nella testa».
Quella frase mi fece ridere. «Eh sì, nemmeno io riesco a mettere a tacere
la mia».
«Nel tuo caso, si tratterebbe di pazzia. D'altronde, ho sempre saputo che
sei pazza», mi punzecchiò.
«Grazie».
«Probabilmente è più facile essere pazzi che condividere i pensieri del
branco. Le voci dei matti non chiamano dei babysitter per sorvegliarli».
«Eh?».
«Sam è qui in giro. Accompagnato. Per precauzione, sai com'è».
«Com'è come?».
«Come nel caso in cui non riuscissi a trattenermi, o cose del genere. In
caso decidessi di guastarvi la festa». Un sorriso fulmineo balenò in risposta
a quella che probabilmente per lui era una prospettiva piacevole. «Ma non
sono qui per rovinarti il matrimonio, Bella. Sono qui...». Non terminò la
frase.
«Per renderlo perfetto».
«Questo sarebbe troppo».
«Ma alto come sei, hai le spalle larghe, no?».
Grugnì alla mia brutta battuta e sospirò. «Sono qui per esserti amico. Il
tuo migliore amico, un'ultima volta».
«Sam dovrebbe darti più fiducia».
«Be', forse sono un ipersensibile. Magari sono venuti per tenere d'occhio
Seth. Qui ci sono tanti vampiri. Seth non la prende sul serio come dovrebbe».
«Seth sa di non essere in pericolo. Capisce i Cullen molto più di Sam».
«Certo, certo», si arrese Jacob per evitare un battibecco.
Era strano vederlo nel ruolo del diplomatico...
«Mi dispiace per le voci», dissi. «Vorrei poter migliorare le cose». In più
di un senso.

«Non va poi così male. Sto solo frignando un po'».
«Sei... felice?».
«Be', quasi. Ma basta parlare di me. Oggi la stella sei tu». Ridacchiò.
«Scommetto che ne vai matta: essere al centro dell'attenzione».
«Già. Non è mai abbastanza».
Rise e lanciò un'occhiata alle mie spalle. A labbra contratte studiò il bagliore scintillante del ricevimento, la girandola aggraziata dei ballerini, i
petali che cadevano fluttuando dalle ghirlande. Seguivo il suo sguardo e
tutto appariva molto lontano dal nostro spazio nero e silenzioso. Quasi fosse il bianco vorticare della neve dentro una palla di vetro.
«Questo glielo concedo», disse. «Quando si tratta di feste ci sanno fare».
«Alice è una forza della natura, inarrestabile».
«La canzone è finita. Me ne concedi un'altra? O è chiedere troppo?».
Strinsi la mano alla sua. «Puoi averne quante ne vuoi».
Rise. «Sarebbe interessante. Ma è meglio che mi fermi a due. Non voglio che la gente mormori».
E riprendemmo a muoverci in circolo.
«Ormai dovrei essere abituato a dirti addio», bisbigliò.
Cercai di ricacciare indietro il nodo che mi sentivo in gola, ma non ci
riuscivo.
Jacob mi guardò accigliato. Mi passò le dita sulla guancia per asciugare
le lacrime.
«Non dovresti essere tu a piangere, Bella».
«Tutti piangono ai matrimoni», dissi con un filo di voce.
«Questo è ciò che vuoi, no?».
«Sì».
«Allora sorridi».
Ci provai. Rise della mia smorfia.
«Ti ricorderò così. Farò finta...».
«Cosa? Che io sia morta?».
Digrignò i denti. Lottava contro se stesso, contro la decisione di rendere
la sua presenza un regalo e non una punizione. Sapevo cosa avrebbe voluto
dire.
«No», rispose infine. «Ma nei miei pensieri ti vedrò come sei ora. Le
guance rosa. Il cuore che batte. Pronta a inciampare ovunque. Cose così...».
Con tutta la forza che avevo, gli pestai di proposito un piede.
Sorrise. «Ora ti riconosco».

Fece per dire qualcos'altro, ma chiuse la bocca all'improvviso. Era ancora tormentato e serrava i denti sulle parole che non voleva pronunciare.
Un tempo frequentarci era stato facile. Spontaneo come respirare. Ma,
dopo il ritorno di Edward nella mia vita, il nostro rapporto si era trasformato in una tensione continua. Perché, secondo Jacob, scegliendo Edward avevo scelto un destino peggiore della morte, o perlomeno altrettanto grave.
«Che c'è, Jake? Dimmelo. Puoi dirmi tutto».
«Io... io... non ho niente da dirti».
«E dai, per favore. Sputa il rospo».
«Ma è vero. Non è... è, sì, è una domanda. Una cosa che devi dirmi».
«Chiedi».
Si trattenne ancora per qualche istante e infine cedette. «Non dovrei.
Non importa. È solo curiosità morbosa».
Capii, perché lo conoscevo troppo bene.
«Non è stasera, Jacob», sussurrai.
La mia umanità ossessionava Jacob ancor più di Edward. Sapendo che
erano limitati, per lui ogni battito del mio cuore era prezioso.
«Ah», abbozzò nel tentativo di nascondere il sollievo.
Iniziò un'altra canzone, ma non se ne accorse.
«Quando?», sussurrò.
«Non so ancora. Fra un paio di settimane, forse».
La sua voce, passata sulla difensiva, prese una sfumatura ironica. «Perché questo ritardo?».
«Non volevo trascorrere la luna di miele a contorcermi per il dolore».
«E come preferiresti passarla? Giocando a dama? Ah ah».
«Molto divertente».
«Scherzo, Bells. Però, sinceramente, non capisco che senso abbia. Non
puoi avere una vera luna di miele con il tuo vampiro, allora, perché far finta? Diciamo pane al pane. Non è la prima volta che rimandi. Certo, questo
è positivo», disse, con improvvisa franchezza. «Non esserne imbarazzata».
«Non sto rimandando niente», sbottai. «E se vuoi saperlo, sì, posso passare una vera luna di miele! Posso fare tutto ciò che voglio! Non sono affari tuoi!».
Di punto in bianco interruppe il nostro moto circolare. Per un istante mi
domandai se si fosse accorto che la musica era cambiata e mi affannai a
cercare il modo di mettere riparo al nostro bisticcio, prima di dirci addio.
Non dovevamo salutarci così.
Ma poi sgranò gli occhi, pieni di una strana luce confusa e spaventata.

«Cosa?», ansimò. «Cos'hai detto?».
«Di che parli...? Jake? Che c'è che non va?».
«Cosa vuol dire? Una vera luna di miele? Mentre sei ancora umana? Stai
scherzando? Non mi diverte per niente, Bella!».
Lo guardai in cagnesco. «Ho detto che non sono affari tuoi, Jake. Altroché se non lo sono. Non avrei... non avremmo dovuto neanche parlarne.
Sono questioni private...».
Le sue mani enormi afferrarono le mie e le strinsero avvolgendole.
«Oh, Jake, lasciami andare!».
Mi diede uno strattone.
«Bella! Sei impazzita? Non puoi essere così stupida! Dimmi che stai
scherzando!».
Mi diede un altro strattone. Le sue mani, strette come lacci, tremavano e
mi facevano vibrare fin nelle ossa.
«Jake, basta!».
L'oscurità divenne subito affollatissima.
«Levale le mani di dosso!». La voce di Edward era fredda come il
ghiaccio, affilata come un rasoio.
Alle spalle di Jacob, dalla notte nera si sentì un ringhio cupo, a cui se ne
sovrappose un altro.
«Jake, fratello, allontanati». Era la voce agitata di Seth Clearwater. «Stai
perdendo la testa».
Jacob s'impietrì, lo sguardo fisso e sconvolto.
«Così le fai male», sussurrò Seth. «Lasciala».
«Subito!», ringhiò Edward.
Jacob si lasciò cadere le mani sui fianchi e l'impeto del sangue che riprese a scorrermi nelle vene fu quasi un dolore improvviso. Prima che potessi
accorgermi di altro, mani fredde sostituirono quelle calde e percepii come
un turbine nell'aria che mi circondava.
In un battito di ciglia mi ritrovai in piedi, a un paio di metri da dove stavo prima. Teso, Edward era di fronte a me. Due lupi enormi, rannicchiati
fra lui e Jacob, non sembravano aggressivi. Più che altro, cercavano di impedire la rissa.
E Seth - il quindicenne e allampanato Seth - stringeva con le lunghe
braccia il corpo tremante di Jacob e cercava di allontanarlo. Se Jacob si
fosse trasformato, così vicino a lui...
«E dai, Jake. Andiamo».
«Ti ammazzo», disse Jacob, la voce tanto soffocata dalla rabbia da esse-

re ridotta a un sussurro. I suoi occhi, puntati su Edward, ardevano dalla furia. «Io ti ammazzo con le mie mani! Ora!». Tremava, in preda alle convulsioni.
Il lupo più grosso, quello nero, emise un ruggito improvviso.
«Seth, allontanati», sibilò Edward.
Seth tentò di nuovo di strattonare Jacob, talmente in preda alla rabbia
che l'amico riuscì a trascinarlo indietro solo di pochissimo. «Non farlo, Jake. Vieni via. Andiamo».
Sam - il lupo più grande, quello nero - andò in aiuto di Seth. Appoggiò
la testa imponente al petto di Jacob e spinse.
Seth tirava, Jake tremava, Sam spingeva: così sparirono veloci nell'oscurità.
L'altro lupo li seguì con lo sguardo. La luce era troppo debole per illuminare chiaramente il colore del suo pelo. Marrone cioccolato, forse? Allora era Quil?
«Mi dispiace», sussurrai al lupo.
«Ora va tutto bene, Bella», mormorò Edward.
Il lupo guardò Edward. I suoi occhi non erano amichevoli. Edward gli
fece un cenno distaccato. Il lupo sbuffò e sparì sulle orme degli altri.
«Va bene», disse Edward fra sé prima di guardarmi. «Torniamo».
«Ma Jake...».
«È nelle mani di Sam. Se n'è andato».
«Edward, mi dispiace tanto. Sono stata stupida...».
«Non hai fatto niente di male...».
«Non sono capace di star zitta! Perché mai... Non avrei dovuto farmi trascinare così. Cosa mi è passato per la testa?».
«Non preoccuparti». Mi sfiorò il viso. «Dobbiamo tornare al ricevimento prima che qualcuno si accorga della nostra assenza».
Scossi il capo cercando di orientarmi. Prima che qualcuno si accorgesse?
E chi non se n'era accorto?
Poi, mentre ci pensavo, capii che quel braccio di ferro, che nella mia
mente era parso catastrofico, in realtà si era svolto in modo molto rapido e
silenzioso, nella penombra.
«Lasciami due secondi ancora».
Se internamente sentivo il caos del panico e del dolore, non importava:
importava soltanto ciò che stava fuori. Del resto, dovevo imparare a recitare per bene la mia parte.
«L'abito?».

«A posto. Non hai un capello in disordine».
Feci due respiri profondi. «Okay, andiamo».
Mi abbracciò e mi guidò verso la luce. Una volta passati sotto le lucine,
mi fece girare con delicatezza sulla pista da ballo. Ci mescolammo agli altri ballerini come se non avessimo mai smesso di ballare.
Mi guardai attorno, ma nessuno sembrava stupito o spaventato. Soltanto
i volti più pallidi mostravano qualche segno di tensione, ma lo nascondevano bene. Jasper ed Emmett erano l'uno di fianco all'altro, sul bordo della
pista, ma probabilmente avevano seguito il faccia a faccia da vicino.
«Stai...».
«Sto bene, sul serio. Non posso credere di aver fatto una cosa del genere.
Cos'ho che non va?».
«Tu proprio niente».
Mi aveva fatto così piacere rivedere Jacob. Sapevo che per lui era stato
un grande sacrificio. Invece avevo rovinato tutto e trasformato il suo regalo in un disastro. Dovevano mettermi in quarantena.
Eppure non era il caso di lasciare che la mia idiozia rovinasse anche il
resto della serata. Dovevo nascondere tutto, ficcarlo in un cassetto e lasciarcelo chiuso per un po'. Avevo un sacco di tempo per flagellarmi ripensandoci e al momento non potevo farci più nulla.
«È finita», dissi. «Non pensiamoci più, per stasera».
Mi aspettavo che Edward annuisse, ma restò in silenzio.
«Edward?».
Chiuse gli occhi e toccò la mia fronte con la sua. «Ha ragione Jacob»,
sussurrò. «Che diavolo mi passa per la testa?».
«Invece no». Cercai di restare impassibile agli occhi dei tanti amici che
ci guardavano. «Jacob ha troppi pregiudizi per essere imparziale».
Edward mormorò qualcosa che somigliava a un «avrei dovuto farmi uccidere, per aver pensato...».
«Smettila», ribattei, secca. Presi il suo volto fra le mani e aspettai che
aprisse gli occhi. «Tu e io. Questo è tutto ciò che importa. L'unica cosa a
cui hai il permesso di pensare. Hai sentito?».
«Sì», sospirò.
«Dimentica l'apparizione di Jacob». Io potevo farcela. Dovevo farcela.
«Fallo per me. Prometti che lascerai perdere».
Mi guardò negli occhi per un istante prima di rispondere. «Promesso».
«Grazie. Edward, io non ho paura».
«Io sì», sussurrò.

«No, per favore». Allora sorrisi. «A proposito, ti amo».
Rispose abbozzando un sorriso. «È il motivo per cui siamo qui».
«Stai monopolizzando la sposa», disse Emmett, che spuntò alle spalle di
Edward. «Fammi ballare con la mia sorellina. Potrebbe essere l'ultima occasione per farla arrossire». Scoppiò nella sua solita risata fragorosa, indifferente alle situazioni serie.
A quanto pareva, c'erano un sacco di persone con le quali non avevo ancora ballato e ciò mi diede l'occasione di ricompormi e ritrovare l'equilibrio. Quando Edward tornò a reclamarmi, il cassetto-Jacob era chiuso e inaccessibile. Appena fui fra le sue braccia, riuscii a ridar vita alla sensazione gioiosa di poco prima, alla certezza che quella sera ogni dettaglio
della mia vita fosse a posto. Sorrisi e posai la testa contro il suo petto. Mi
abbracciò più forte.
«Potrei anche abituarmici», dissi.
«Non dirmi che hai superato i tuoi pregiudizi sul ballo».
«Ballare non è così male... con te. Più che altro pensavo una cosa», e mi
strinsi a lui ancora di più, «che non ti dovrò mai abbandonare».
«No, mai più», promise e si chinò a baciarmi.
Fu un bacio di quelli seri, intenso, lento, che cresceva pian piano...
Mi ero praticamente dimenticata dove fossi, quando udii Alice: «Bella!
È ora!».
Ebbi un breve moto di irritazione verso la mia nuova sorella che ci aveva
interrotti.
Edward la ignorò; sentivo le sue labbra serrate alle mie, più impazienti
di prima. Il mio cuore iniziò a correre e il palmo delle mie mani scivolò sul
suo collo marmoreo.
«Non vorrai perdere l'aereo?», domandò Alice, ormai al mio fianco.
«Chissà che bella luna di miele, accampati in aeroporto ad aspettare il
prossimo volo».
Edward si voltò appena per mormorare: «Vattene, Alice». Poi tornò a
premere le labbra sulle mie.
«Bella, non vorrai salire sull'aereo vestita così?», insistette lei.
Non le badai granché. Anzi, in quel momento non m'importava.
Alice soffocò un ruggito. «Le dirò dove la porti, Edward. Perciò aiutami,
faccio sul serio».
Lui restò impietrito. Poi alzò la testa e guardò in cagnesco la sua sorella
preferita. «Per essere così piccola, sei un fastidio gigantesco».
«Non ho scelto l'abito da viaggio più perfetto per sprecarlo», ribatté lei,

prendendomi per mano. «Vieni con me, Bella».
Cercai di resisterle, mentre mi alzavo in punta di piedi per baciarlo ancora una volta. Lei mi diede uno strattone impaziente, trascinandomi via da
lui. Qualcuno degli ospiti ridacchiò. A quel punto gettai la spugna e mi lasciai guidare dentro la casa vuota.
Alice sembrava irritata.
«Scusa», dissi.
«Non è colpa tua, Bella». Sospirò. «A quanto pare non sei in grado di fare da sola».
Sorrisi della sua espressione afflitta e lei mi guardò torva.
«Grazie, Alice. È stato il matrimonio più meraviglioso che ci sia mai stato», le dissi sincera. «È andato tutto liscio. Sei la sorella più brava, più in
gamba, più talentuosa del mondo».
Questo servì a placarla e si aprì in un grande sorriso. «Sono contenta che
ti sia piaciuto».
Renée ed Esme ci aspettavano al piano di sopra. In tre mi aiutarono a uscire dal vestito e a entrare nel completo blu scuro che Alice aveva scelto
per il viaggio. Fu un sollievo quando qualcuno mi tolse le forcine dai capelli, lasciandoli liberi sulle spalle, ondulati per via delle trecce, e risparmiandomi un mal di testa da fermagli. Mia madre non smise un attimo di
piangere.
«Ti chiamo quando avrò capito dove vado», le promisi mentre la salutavo con un abbraccio. Il segreto della meta probabilmente la faceva impazzire: mia madre odiava i segreti... se non ne era a parte.
«Appena si allontana te lo dico», si fece beffe di me Alice, ridendo della
mia espressione ferita: non era giusto che fossi l'ultima a saperlo.
«Devi venire a trovare me e Phil presto, il più presto possibile. Tocca a
te venire al sud, in pieno sole, una volta tanto», disse Renée.
«Oggi non è piovuto», le ricordai, sviando la risposta.
«Per miracolo».
«È tutto pronto», disse Alice. «Le valigie sono in macchina. Jasper è andato a prenderla». Mi spinse verso le scale mentre Renée mi seguiva e tentava ancora di abbracciarmi.
«Ti voglio bene, mamma», sussurrai mentre scendevamo. «Sono davvero contenta che tu abbia Phil. Abbiate cura di voi».
«Anch'io ti voglio bene, tesoro mio».
«Ci vediamo, mamma. Ti voglio bene», ripetei con un nodo in gola.
Edward mi aspettava ai piedi dello scalone. Presi la mano che mi offriva

ma rimasi a distanza, a osservare la piccola folla pronta a salutarci.
«Papà?», chiesi mentre lo cercavo con gli occhi.
«Da questa parte», mormorò Edward. Mi trascinò fra gli ospiti e la folla
si divise per lasciarci passare. Trovammo Charlie appoggiato alla parete,
lontano da tutti, quasi volesse nascondersi. Gli occhi arrossati ne spiegavano il motivo.
«Oh, papà!».
Lo abbracciai mentre altre lacrime scorrevano. Mi diede un buffetto sulla schiena.
«Vai, vai. Non vorrai perdere l'aereo».
Era difficile parlare di sentimenti con lui. Ci somigliavamo troppo: cercavamo sempre un appiglio nei dettagli più banali pur di evitare imbarazzanti dimostrazioni d'affetto. Ma non era il momento di essere impacciati.
«Ti vorrò bene per sempre, papà», dissi. «Non dimenticarlo».
«Nemmeno tu, Bells. Te ne ho sempre voluto e sempre te ne vorrò».
Ci scambiammo un bacio sulla guancia.
«Chiamami», disse.
«Presto», risposi, conscia che era tutto quello che potevo promettere.
Soltanto una telefonata. A mio padre e mia madre non sarebbe più stato
permesso vedermi: mi avrebbero trovata troppo diversa e molto, molto più
pericolosa.
«Dai, muoviti», disse burbero. «Non fare tardi».
Passammo di nuovo fra due ali di ospiti. Edward mi strinse a sé mentre
ci preparavamo a evadere.
«Sei pronta?», domandò.
«Sì», risposi e sapevo che era la verità.
Tutti applaudirono quando Edward mi baciò sulla porta di casa. Poi corremmo verso l'auto mentre si scatenava la tempesta di riso. Per lo più riuscimmo a schivare i colpi, ma qualcuno, probabilmente Emmett, lanciò
con precisione impeccabile e i chicchi che rimbalzavano sulla schiena di
Edward finirono addosso a me.
L'auto era decorata con altri festoni floreali e al paraurti posteriore erano
attaccate con lunghi nastri una dozzina di scarpe: tutte firmate e a prima
vista nuove di zecca.
Edward mi riparò dal riso mentre salivo in auto, poi si sedette accanto a
me e partimmo, fra i saluti dal finestrino e i «Vi voglio bene» urlati verso
la veranda, dalla quale le mie famiglie rispondevano sbracciandosi.
L'ultima immagine di cui volli conservare il ricordo fu quella dei miei

genitori. Phil abbracciava teneramente Renée. Lei gli cingeva la vita con
un braccio e l'altra mano era allacciata a quella di Charlie. Tanti tipi diversi
d'amore, in armonia per un momento. Mi lasciò un'impressione di profonda speranza.
Edward mi strinse la mano.
«Ti amo», disse.
Posai la testa sul suo braccio. «È il motivo per cui siamo qui».
Mi baciò i capelli.
Mentre imboccavamo l'autostrada nera ed Edward procedeva a tutto gas,
dalla foresta alle nostre spalle giunse un suono che coprì il ronzio del motore. Se l'avevo sentito io, senz'altro non era sfuggito a lui. Ma non disse
niente, mentre l'eco si perdeva in lontananza. Neanch'io aprii bocca.
L'ululato straziante e doloroso si affievolì fino a svanire.
5
Isola Esme
«Houston?», domandai inarcando le sopracciglia quando raggiungemmo
l'imbarco a Seattle.
«È soltanto una tappa», mi assicurò Edward con un sorrisetto.
Quando mi svegliò pensavo di essermi appena addormentata. Mi lasciavo trascinare da un terminal all'altro insonnolita, sforzandomi di ricordare
come si riaprivano gli occhi. Capii cosa stava succedendo soltanto qualche
minuto dopo, quando ci fermammo al banco dei voli internazionali, pronti
al check-in.
«Rio de Janeiro?», domandai un po' più trepidante.
«Un'altra tappa», rispose Edward.
Il volo verso il Sudamerica fu lungo ma comodo negli ampi sedili della
prima classe, con le braccia di Edward a cullarmi. Passai tutto il tempo a
dormire e mi svegliai stranamente lucida mentre giravamo in cerchio sopra
la pista d'atterraggio, con la luce obliqua del sole al tramonto che filtrava
dai finestrini.
Mi aspettavo che restassimo in aeroporto per prendere la coincidenza
con il volo successivo. Invece salimmo su un taxi che ci portò fra le strade
buie, affollate e piene di vita di Rio. Incapace di distinguere una parola
delle istruzioni al tassista che Edward diede in portoghese, immaginai che
stessimo cercando un albergo per una sosta. A quel pensiero, fui presa
dall'attacco violento di qualcosa che somigliava a panico da palcoscenico.


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