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Isaac Marion Warm Bodies Sconosciuto .pdf



Nome del file originale: Isaac Marion Warm Bodies - Sconosciuto.pdf

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R è un ragazzo in piena crisi esistenziale: è uno
zombie. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il
cuore e non sente il sapore dei cibi, ma nutre molti
sogni. La sua capacità di comunicare col mondo è
ridotta a poche, stentate sillabe, ma dentro di lui
sopravvive un intero universo di emozioni. Un
universo pieno di stupore, di nostalgia. Un giorno,
mentre ne divora il cervello, R assaggia i ricordi di un
ragazzo. Di lì a poco, per lui cambierà ogni cosa;
intreccia una relazione con la ragazza della sua
vittima, Julie, e sarà per lui un’esplosione di colori nei
paesaggio grigio e monotono che lo circonda. Perché
l’amore per lei lo trasformerà in un uomo (e in un
morto) diverso, più combattivo e consapevole. Di qui
avrà inizio una guerra feroce contro i suoi compagni
d’un tempo, e una rinascita, le cui conseguenze
saranno del tutto inimmaginabili… Divertente, dark,
forte di una scrittura acuminata e intelligente, “Warm
Bodies” esplora cosa accade quando il freddo cuore di
uno zombie viene tentato dal calore dell’amore umano.

Isaac Marion

WARM BODIES

MML 017

ai bambini in affidamento che ho incontrato

Hai saputo, o Gilgamesh,
Cosa mi interessa,
Bere dal Pozzo dell’Immortalità.
Ovvero far sì che la morte
Risorga dalle tombe
E i prigionieri dalle loro celle
I peccatori dai loro peccati.
Penso che il bacio dell’amore uccida il nostro cuore di
carne.
È l’unica strada per la vita eterna.
Insostenibile fintanto che vissuta
Tra fiori sfioriti
E addii strillati
Dalle braccia troppo tese delle nostre anime vuote.
HERBERT MASON, Gilgamesh: A Verse Narrative

“…”
-The Epic of Gilgamesh, Tavoletta II,
righe 147, 153, 154,278, 279

Primo passo
VOLERE

1
Sono morto, ma non è poi così male. Ho imparato a
conviverci. Mi spiace di non potermi presentare come
si deve, ma non ho più un nome. Quasi nessuno di noi
ce l’ha. Smarriti come chiavi di automobili, dimenticati
come anniversari. Il mio credo cominciasse per “R”,
ma è tutto ciò che so. La cosa buffa è che, fintanto che
ero vivo, non facevo che dimenticare i nomi degli altri.
Il mio amico “M” dice che uno dei paradossi dell’essere
uno zombie è che è tutto buffo, ma non puoi ridere,
perché le labbra si sono putrefatte.
Nessuno di noi è particolarmente attraente, ma la
morte è stata più che gentile con me. Sono ancora ai
primi stadi di decomposizione. Solo la pelle grigia, un
odore sgradevole, cerchi neri sotto gli occhi. Qualcuno

potrebbe anche scambiarmi per un vivo un po’
stressato. Prima di diventare zombie mi sa che ero un
uomo d’affari, un banchiere o un broker, o forse un
giovane praticante. Si vede dai vestiti: pantaloni neri,
camicia grigia, cravatta rossa. M ogni tanto mi prende
in giro. Indica la cravatta e cerca di ridere, un
brontolio soffocato e gorgogliante dal fondo delle
budella. Lui ha un paio di jeans pieni di buchi e una
maglietta bianca. Quella maglietta addosso a lui ha
un’aria alquanto macabra. Avrebbe dovuto scegliere
un colore più scuro.
Ci divertiamo a speculare sul modo in cui siamo
vestiti: gli abiti che portiamo sono l’unico indizio di chi
fossimo prima di diventare nessuno. Alcuni sono
meno ovvi dei miei: calzoncini e maglietta, gonna e
camicia. Per cui tiriamo a indovinare.
Tu facevi la cameriera. Tu eri uno studente. Ti dice
qualcosa?
Niente.
Non conosco nessuno che abbia ricordi precisi. Solo
una vaga conoscenza residua di un mondo che non c’è
più. Immagini sbiadite di vite passate che s’attardano
come le membra di un fantasma. Riconosciamo gli
edifici frutto della civiltà, le macchine, una visione
d’insieme – ma in cui non abbiamo alcun ruolo
individuale. Nessuna storia. Noi siamo qui e basta.
Facciamo quel che facciamo, il tempo passa e nessuno
pone domande. E tuttavia, come ho già detto, non è
poi così male. Potremmo sembrare degli idioti, ma non
lo siamo. Gli ingranaggi arrugginiti della ragione
continuano a funzionare, anche se vanno talmente
lenti che dall’esterno il movimento è quasi
impercettibile. Ci lamentiamo e brontoliamo, facciamo
spallucce e annuiamo, e di tanto in tanto viene fuori
anche qualche parola. Non è poi così diverso da prima.

Ma l’aver dimenticato come ci chiamiamo mi rende
molto triste. Tra le tante cose, questa mi sembra la più
drammatica. Il mio nome mi manca e mi spiace per
quello degli altri, perché vorrei amarli, ma non ho idea
di chi siano.
***
In migliaia abitiamo dentro un aeroporto
abbandonato alla periferia di una qualche metropoli.
Non che abbiamo bisogno di ripararci o riscaldarci, ma
ci piace avere pareti e tetti sopra la testa. Altrimenti
vagheremmo in un campo aperto chissà dove, e quello
sì che sarebbe un orrore. Non avere niente intorno a
noi, niente da toccare né da guardare, nessun tipo di
confine, solo noi e le fauci spalancate del cielo.
Immagino che essere totalmente morti sia così. Un
vuoto immenso e assoluto.
Mi sa che siamo qui già da un bel po’. Ho ancora tutta
la carne addosso, ma ci sono alcuni più vecchi di me
che sono quasi degli scheletri con pezzi di muscoli che
penzolano, rinsecchiti come carne essiccata al sole.
Riescono comunque a tendersi e contrarsi, e
continuano a muoversi. Non ho mai visto nessuno di
noi “morire” di vecchiaia. Forse siamo immortali, non
lo so. Il futuro per me è confuso tanto quanto il
passato. Non posso fare finta che me ne importi di
qualsiasi cosa stia a destra o a sinistra del presente, e il
presente non è esattamente una priorità. Si potrebbe
dire che la morte mi abbia rilassato.
***
M mi trova sulle scale mobili. Faccio su e giù più
volte al giorno, ogni volta che si muovono. E diventato

un rito. L’aeroporto è un rudere, ma di tanto in tanto
torna la corrente, credo arrivi dai generatori di
emergenza che funzionano a singhiozzo giù nei
sotterranei. Le luci si accendono, gli schermi
lampeggiano e le macchine si mettono in moto. Adoro
quei momenti. La sensazione delle cose che tornano
alla vita. Monto sugli scalini e salgo come un’anima in
Paradiso, trasformando il sogno sdolcinato della
nostra infanzia in uno stupido scherzo.
Dopo averlo fatto una trentina di volte, salgo e trovo
M che mi aspetta. E più di cento chili di muscoli e
grasso che drappeggiano un’ossatura di un metro e
novanta. Barbuto, calvo, pieno di lividi e in
disfacimento, il suo macabro viso mi sbuca davanti
non appena arrivo in cima. E l’angelo che mi accoglie
ai cancelli? La sua bocca rovinata trasuda tetre idiozie.
Indica verso un punto vago e grugnisce: «Città».
Annuisco e lo seguo.
Usciamo in cerca di cibo. Mentre arranchiamo verso
la città si forma intorno a noi una pattuglia di
cacciatori. Non è complicato trovare reclute per
spedizioni del genere, anche se nessuno ha fame. Da
queste parti è raro avere un obiettivo, e quando ne
salta fuori uno lo seguiamo tutti. Altrimenti ce ne
staremmo qui a cincischiare e lamentarci tutto il
giorno. Passiamo un sacco di tempo a cincischiare e
lamentarci. Anni interi. La carne ci avvizzisce sulle
ossa e noi ce ne stiamo qui, ad aspettare che svanisca.
Spesso mi chiedo quanti anni ho.
***
La città dove andiamo a caccia è abbastanza vicina.
Arriviamo verso le dodici del giorno dopo e iniziamo a
cercare carne. Questa nuova fame è strana. Non la

sentiamo nello stomaco – alcuni di noi nemmeno ce
l’hanno, lo stomaco. La sentiamo dappertutto allo
stesso modo, una specie di indebolimento, quasi
annegassimo, come se le cellule si sgonfiassero. Lo
scorso inverno, mentre parecchi Vivi diventavano
Morti e le nostre prede venivano meno, ho visto alcuni
dei miei amici diventare totalmente morti. La
transizione non era drammatica. Si muovevano
sempre più lentamente, poi si fermavano, e dopo un
po’ capivo che erano cadaveri. All’inizio la cosa mi
inquietava un po’, ma non sta bene stare a osservare
uno di noi che muore. Ho preferito distrarmi con
qualche lamento.
Le città per le quali vaghiamo sono talmente dei
ruderi che mi sa che il mondo è quasi arrivato al
capolinea. I palazzi sono crollati. Le strade sono
intasate di macchine arrugginite. I vetri sono quasi
tutti rotti e il vento che soffia dentro i grattacieli geme
come un animale in agonia. E mica lo so cos’è
successo. Malattia? Guerra? Collasso sociale? O siamo
stati solo noi? I Morti stanno rimpiazzando i Vivi? Non
credo sia poi così importante. Quando arrivi alla fine
del mondo, non importa che strada prendi.
Ci avviciniamo a un palazzo fatiscente e iniziamo a
sentire odore di Vivi. Un odore che non è quello di
sudore e pelle, ma l’effervescenza di energia vitale,
come una forte essenza ionizzata di fulmini e lavanda.
Non lo sentiamo col naso. Ci colpisce molto più in
fondo, vicino al cervello, come il wasabi. Ci raduniamo
davanti al palazzo e ci precipitiamo dentro.
Sono accalcati in un piccolo studio con le finestre
sprangate. Sono vestiti peggio di noi, avvolti in luridi
cenci e stracci, e avrebbero tutti bisogno di radersi. M
si dovrà tenere una barbetta bionda per il resto della
sua esistenza di carne, ma gli altri della nostra

pattuglia sono tutti rasati. Uno dei vantaggi di essere
morti, un’altra cosa di cui non doversi più
preoccupare. Barbe, capelli, unghie dei piedi… non c’è
più bisogno di scontrarsi con la biologia. I nostri corpi
selvaggi finalmente sono stati domati.
Lenti e impacciati ma con una missione ferma, ci
scagliamo contro i Vivi. Colpi di fucile riempiono l’aria
già polverosa di polvere da sparo e sangue. Sangue
nero che si spiaccica sulle pareti. La perdita di un
braccio, di una gamba, di un pezzo di torace non
hanno importanza e si passa oltre. Sono una faccenda
estetica secondaria. Ma alcuni di noi vengono colpiti al
cervello e cadono per terra. A quanto pare c’è ancora
qualcosa di valore in quella grigia spugna avvizzita,
perché se la perdiamo diventiamo cadaveri. Gli zombie
alla mia destra e alla mia sinistra colpiscono il suolo
con umidi tonfi. Ma siamo in tanti. Abbiamo la meglio.
Assaliamo i Vivi, e mangiamo.
Mangiare non ha a che fare col piacere. Stacco a
morsi un braccio a un uomo, e lo odio. Odio le sua
urla, perché non mi piace il dolore e non mi piace far
male alla gente, ma è così che va adesso il mondo. E
questo è quel che facciamo. Ovviamente se non lo
mangiassi tutto, se gli risparmiassi il cervello,
risorgerebbe e mi seguirebbe all’aeroporto, e la cosa
potrebbe farmi star meglio. Lo presenterei a tutti, e
forse ce ne staremmo in giro a balbettare e lamentarci
per un po’. Difficile parlare ancora di “amicizia”, ma ci
andremmo vicino. Se mi trattenessi, se solo lasciassi
abbastanza…
Ma non lo faccio. Non ci riesco. Come sempre vado
dritto al meglio, alla parte che mi accende la testa
come un cinescopio. Mangio il cervello, e per una
trentina di secondi ho dei ricordi. Immagini di parate,
profumi, musica… vita. Poi scompaiono, mi alzo in

piedi, e arranchiamo tutti quanti fuori dalla città,
sempre freddi e grigi, ma sentendoci un po’ meglio.
Non “bene”, non esattamente, e nemmeno “felici”. Di
sicuro non “vivi”, ma… un po’ meno morti. Questo è il
meglio che riusciamo a fare.
Mi trascino dietro al gruppo mentre la città svanisce
alle nostre spalle. Ho i passi un po’ più pesanti di
quelli degli altri. Mi fermo a una pozza piena di
pioggia per pulirmi il sangue dalla faccia e dai vestiti.
M si lascia cadere e mi dà una pacca sulle spalle. Sa
che disprezzo alcune delle nostre abitudini. Sa che
sono un po’ più sensibile della maggior parte di noi. A
volte mi prende in giro, mi intreccia i capelli spettinati
e neri e dice: «Femminuccia. Sei proprio una
femminuccia». Ma sa quando prendere sul serio la mia
tristezza. Mi dà una pacca sulle spalle e si limita a
guardarmi. La sua faccia non sa essere più molto
espressiva, ma io so cosa vuol dire. Annuisco, e
riprendiamo a camminare.
Non so perché dobbiamo ammazzare la gente. Non
so a cosa porta mangiare a morsi il collo di un uomo.
Gli rubo ciò che ho perso. L’uomo scompare, e io
rimango. Semplice ma senza senso, sono le leggi
arbitrarie di un qualche legislatore lunatico, lassù in
cielo. Ma sono queste leggi che mi fanno continuare a
camminare, per cui le seguo alla lettera. Mangio finché
non smetto di mangiare, e poi ricomincio.
Com’è iniziato? Com’è che siamo diventati quello che
siamo? Colpa di un virus misterioso? Dei raggi
gamma? Di un’antica maledizione? O di qualcosa di
ancora più assurdo? Nessuno ne parla granché. Siamo
qui e siamo fatti così. Non ci lamentiamo. Non
facciamo domande. Ci facciamo gli affari nostri.
C’è un abisso tra me e il mondo al di fuori di me. Un
gap così grande che i miei sentimenti non possono

attraversarlo. Nel tempo che impiegano ad arrivare
dall’altra parte, le mie urla si riducono a semplici
mormorii.
***
Agli Arrivi c’è una piccola folla che ci attende; ci
guardano con gli occhi – o le orbite – affamati.
Molliamo il carico per terra: due uomini quasi intonsi,
qualche gamba carnosa e un torace smembrato. Tutto
ancora caldo. Chiamateli resti. Chiamatelo cibo take
away. I nostri amici Morti si abbattono su di loro e
banchettano lì sul pavimento, come animali. La vita
rimasta in quelle cellule impedirà loro di essere
totalmente morti, anche se i Morti che non vanno a
caccia non sono mai del tutto appagati. Come uomini
in mare che non possono mangiare frutta fresca,
avvizziranno per mancanza di vitamine, deboli e
sempre vuoti, perché la nuova fame è un mostro
solitario. Lei accetta a malincuore la carne scura e il
sangue tiepido, ma brama l’intimità, quella spietata
sensazione di essere connessi che si stabilisce tra i loro
occhi e i nostri in quegli istanti finali, come una sorta
di negativo oscuro dell’amore.
Faccio un cenno col braccio a M e poi mi libero della
folla. Mi sono già abituato da tempo al puzzo
pervasivo dei Morti, ma la bruma che emanano oggi
sembra particolarmente fetida. Non siamo costretti a
respirare, ma ho bisogno di un po’ d’aria.
Mi aggiro nei corridoi di collegamento e mi lascio
trasportare dai nastri scorrevoli. Sono in piedi su uno
di questi e guardo il paesaggio che scorre dalla parete a
vetri. Non c’è granché da vedere. Le piste stanno
diventando verdi, coperte di erba e sterpaglia. I jet
giacciono immobili sull’asfalto come balene spiaggiate,

bianche e monumentali. Moby Dick, infine catturata.
Prima, quando ero vivo, non ci sarei mai riuscito.
Restarmene in piedi a guardare il mondo che mi scorre
davanti, senza pensare a niente. Ricordo la fatica.
Ricordo scopi e scadenze, obiettivi e ambizioni.
Ricordo che ero determinato, sempre in giro tutto il
tempo. Ora me ne sto qui sul nastro e mi lascio
trasportare. Arrivo in fondo, mi giro, e torno dall’altra
parte. Il mondo è stato prosciugato. È facile essere
morti.
Dopo qualche ora così, vedo una femmina sul nastro
opposto. Non barcolla né geme come molti di noi; ha
solo la testa che ciondola da una parte all’altra. Questa
cosa che non barcolla né geme mi piace. Incrocio il suo
sguardo e la fisso mentre ci avviciniamo. Per un breve
istante siamo fianco a fianco, a meno di un metro di
distanza. Ci incrociamo, poi ci spostiamo verso gli
estremi opposti del corridoio. Ci voltiamo e ci
guardiamo. Cambiamo direzione insieme ai nastri. Ci
incrociamo di nuovo. Ridacchio, e ridacchia anche lei.
Al terzo incrocio va via la corrente dell’aeroporto e ci
fermiamo, perfettamente allineati. Ansimo un «ciao»,
e lei risponde ingobbendo le spalle.
Mi piace. Allungo un braccio e le tocco i capelli. E ai
primi stadi di decomposizione, come me. Ha la
carnagione pallida e gli occhi incavati, ma non ha ossa
né organi a vista. Le iridi sono di una totalità
particolarmente luminosa di quello strano grigio
peltro che noi Morti condividiamo tutti. I suoi abiti da
tomba sono una gonna e una camicia bianca un po’
larga coi bottoni. Sospetto lavorasse alla reception di
un albergo.
Al petto ha una targhetta argentata col nome.
Ha un nome.
Fisso insistentemente la targhetta, mi chino

avvicinandomi, con la faccia a pochi centimetri dal suo
petto, ma è inutile. Le lettere mi sfuggono alla vista
invertendosi; non riesco a tenerle ferme. Come
sempre, mi evitano. Solo una serie di linee e macchie
che non vogliono dire niente.
Un altro dei paradossi zombie di M: dalle targhette ai
giornali, le risposte alle nostre domande sono tutte
scritte intorno a noi, che non sappiamo come leggerle.
Indico la targhetta e la guardo negli occhi. «Ti…
chiami?».
Mi fissa col vuoto negli occhi.
Mi indico e pronuncio il frammento che resta del mio
nome. «Rrr». Poi torno a indicare lei.
Abbassa gli occhi a terra. Scuote il capo. Non se lo
ricorda. Non ha nemmeno una lettera, come M o me.
Non è nessuno. Ma cosa m’aspettavo? Allungo un
braccio e la prendo per mano. Ci allontaniamo sui
nastri con le braccia tese sopra la barriera che ci
separa.
Io e questa femmina ci siamo innamorati. O quel che
resta dell’innamoramento.
Io me lo ricordo com’era l’amore prima. Erano in
gioco complessi fattori emotivi e biologici. Dovevamo
superare prove elaborate, stabilire connessioni, alti e
bassi e lacrime e tormenti. Era un bordello, un
esercizio di agonia, ma era vita. Il nuovo amore è più
semplice. Più facile. Ma in formato ridotto.
La mia ragazza non parla granché. Attraversiamo i
corridoi dell’aeroporto che rimbombano, incrociando
di tanto in tanto qualcuno che guarda fuori da una
finestra o da una parete a vetri. Cerco di trovare
qualcosa da dire ma non mi viene in mente niente, e
anche se mi venisse dubito che riuscirei a dirlo. Il mio
ostacolo maggiore è questo, il più grosso dei massi
sparsi lungo il mio cammino. Nei pensieri sono

eloquente; riesco a scalare intricati ponteggi di parole
per raggiungere i soffitti delle cattedrali più alte e
raffigurare ciò che penso. Ma quando apro bocca, tutto
collassa. Il mio record personale è di quattro sillabe
che rotolano fuori prima che qual…cosa… si inceppi. E
dire che potrei essere lo zombie più loquace di questo
aeroporto.
Non so perché non parliamo. Non riesco a spiegarmi
questa cappa di silenzio sul nostro mondo, che ci isola
l’uno dall’altro come il plexiglas della stanza visite di
una prigione. Le preposizioni sono dolorose, gli
articoli difficili, gli aggettivi obiettivi esagerati.
L’essere muti è un vero handicap fisico? Uno dei molti
sintomi dell’essere Morti? O è solo che non abbiamo
più niente da dire?
Provo a chiacchierare con la mia ragazza,
sperimentando qualche frase impacciata e qualche
futile domanda, tentando di ottenere in cambio una
reazione, un qualsiasi spasmo muscolare.
Vaghiamo per qualche ora senza meta, poi lei mi
stringe la mano e inizia a portarmi da una parte.
Arranchiamo giù dalle scale mobili ferme e fuori sulla
pista d’atterraggio. Sospiro stancamente.
Mi sta portando in chiesa.
I Morti hanno costruito un santuario sulla pista. A un
certo punto, nel lontano passato, qualcuno ha
sistemato tutte le autoscale insieme in circolo,
formando una specie di anfiteatro. Ci riuniamo lì, in
piedi, a braccia levate, gemendo. Gli antichi Ossuti
muovono i loro arti scheletrici nel cerchio centrale,
raspando fuori sermoni aridi e senza parole dai loro
ghigni dentati. Non capisco di cosa si tratti. Credo che
nessuno di noi lo capisca. Ma è l’unica occasione in cui
ci riuniamo deliberatamente a cielo aperto. Le
montagne distanti sono i denti nel cranio di Dio, e

questa vasta fauce cosmica si spalanca per divorarci.
Per ingoiarci giù fino al posto a cui forse
apparteniamo.
La mia ragazza sembra essere molto più devota di
me. Chiude gli occhi e muove le braccia in modo che
sembra quasi sincero. Io me ne sto in piedi accanto a
lei e tengo le mani in aria, senza parlare. A un certo
punto, forse mossi dal suo fervore, gli Ossuti smettono
di pregare e ci guardano. Uno di loro viene verso di
noi, sale le scale e ci prende entrambi per i polsi. Ci
porta giù nel cerchio e alza le nostre mani stringendole
tra i suoi artigli. Emette una specie di ruggito
rumorosissimo – un suono disumano che sembra una
ventata d’aria che passa in un corno da caccia rotto -,
facendo scappare gli uccelli dagli alberi per la paura.
La congregazione mormora una risposta, ed è fatta.
Siamo sposati.
Torniamo ai nostri posti in gradinata. La cerimonia
riprende. La mia nuova moglie chiude gli occhi e
muove le braccia.
Il giorno dopo il nostro matrimonio, abbiamo dei
figli. Un gruppetto di Ossuti ci ferma all’ingresso e ce li
presenta. Un maschio e una femmina, entrambi di sei
anni. Il maschio ha i ricci biondi, la pelle e gli occhi
grigi, forse un tempo era caucasico. La bambina è più
scura, ha i capelli neri, la pelle di un marrone cinereo e
dei grossi cerchi intorno agli occhi d’acciaio. Potrebbe
essere araba. Gli Ossuti li spingono verso di noi e i
bambini abbozzano dei sorrisi e ci abbracciano le
gambe. Carezzo loro le teste e chiedo come si
chiamano, ma non hanno nomi. Sospiro, e insieme a
mia moglie riprendo a camminare, tenendo per mano i
nostri nuovi figli.
Non che me l’aspettassi proprio. Una responsabilità
del genere. I giovani Morti non hanno l’istinto naturale

di nutrirsi che hanno gli adulti. Devono essere
spronati ed educali. E non cresceranno mai. Lo
sviluppo viene bloccato dalla nostra maledizione, per
cui resteranno sempre piccoli e putrefatti,
diventeranno dei piccoli scheletri, animati ma vuoti,
coi cervelli mummificati dentro i crani, costretti a
ripetere la stessa routine e gli stessi riti fino al giorno
in cui, così almeno immagino, le ossa stesse non si
polverizzeranno e loro moriranno davvero.
Guardateli. Osservateli mentre io e mia moglie li
lasciamo andare e loro vagano qui fuori per giocare.
Scherzano e ridacchiano. Giocano con cose che non
sono nemmeno giocattoli: raccoglitori, tazze,
calcolatrici. Sghignazzano e ridono, anche se i suoni
soffocano nelle loro gole secche. Abbiamo sbiancato i
loro cervelli, abbiamo rubato loro il respiro, ma questi
due bambini continuano a restare aggrappati sul
bordo della rupe. Per quel che possono, resistono alla
nostra maledizione.
Li guardo scomparire alla pallida luce del sole in
fondo al corridoio. Dentro di me, in un qualche spazio
buio e pieno di ragnatele, sento contorcersi qualcosa.

2
È di nuovo ora di mangiare.
Non so quanto tempo sia passato dalla nostra ultima
battuta di caccia, forse solo qualche giorno, ma sento
che è ora. Sento l’elettricità nei miei arti che sibilano e
si indeboliscono. Vedo davanti a me inarrestabili
immagini di sangue, di un rosso acceso e magnetico,
che scorre sui tessuti rosa in trame intricate e frattali
in stile Pollock, pulsanti e vibranti di vita.
Trovo M nell’area ristorazione che parla con delle
ragazze. È un po’ diverso da me. Sembra godere della
compagnia delle donne, e la sua dizione migliore della
media le attira come carpe abbacinate, anche se lui le
tiene a distanza. Le allontana ridendo. Gli Ossuti una
volta hanno cercato di piazzargli una moglie, ma lui se
n’è andato e basta. A volte mi chiedo se ha una
filosofia. O magari una visione del mondo. Mi
piacerebbe sedermi con lui e piluccargli un pezzo di
cervello, solo un pezzetto da qualche parte nel lobo
frontale per assaggiarne i pensieri. Ma è troppo un
duro per essere così vulnerabile.

«Città», dico, mettendomi una mano sullo stomaco.
«Cibo».
Le ragazze con cui parla mi guardano e arrancano
via. Ho notato che certa gente la innervosisco.
«Solo… mangiato», dice M, imbronciandosi un po’.
«Due giorni… fa».
Mi stringo di nuovo lo stomaco. «Sento vuoto.
Sento… morto».
Annuisce. «Matri…monio».
Lo guardo. Scuoto la testa e mi stringo ancora di più
lo stomaco. «Devo. Andare… trovare altri».
Sospira e se ne va, colpendomi forte nell’incrociarmi,
ma non sono sicuro l’abbia fatto apposta. E comunque
uno zombie.
Riesce a trovarne qualcun altro che ha fame, e
formiamo una piccola squadra. Piccolissima.
Pericolosamente piccola. Ma me ne infischio. Non
ricordo di essere mai stato così affamato.
Ci dirigiamo verso la città. Prendiamo l’autostrada.
Anche le strade sono tornate alla natura. Vaghiamo
lungo corsie deserte e sotto ponti ricoperti di edera. I
ricordi che mi restano di questi luoghi stridono
terribilmente con la loro attuale tranquillità. Inspiro a
fondo questa aria dolce e muta.
Ci affrettiamo verso la città più del dovuto. Gli unici
odori che sento sono di ruggine e polvere. I Vivi senza
riparo sono sempre più rari, e quelli che un rifugio ce
l’hanno si avventurano fuori sempre meno. Sospetto
che le loro fortezze-stadio stiano diventando
autosufficienti. Immagino orti immensi piantati sulle
gradinate straripanti di carote e fagioli. Bestiame nel
gabbiotto della stampa. Risaie nel campo scoperto. La
più grossa di queste cittadelle si intravede tra bruma
all’orizzonte, col tetto scoperchiabile spalancato al
sole, lì a stuzzicarci.

Ma alla fine sentiamo le prede. L’odore della vita ci
elettrizza le narici, improvviso e intenso. Sono
vicinissimi, e sono in tanti. Forse la metà di noi.
Esitiamo, arrancando fino a fermarci. M mi guarda.
Guarda il nostro sparuto gruppetto, poi mi guarda di
nuovo. «No», borbotta.
Indico un grattacielo sbilenco e mezzo diroccato che
emana l’odore, come una striscia di carta intrisa di
profumo che ci chiama… venite…
«Mangiare», insisto.
M scuote la testa. «Tro…ppi».
«Mangiare».
Guarda di nuovo il gruppo. Annusa l’aria. Gli altri
sono indecisi. Alcuni fiutano, anche loro cautamente,
ma c’è chi è più irremovibile di me. Gemono e sbavano
digrignando i denti.
Mi sto agitando. «Dobbiamo!», urlo, guardando M.
«Andi…mo». Mi giro e inizio ad avanzare
rumorosamente verso il grattacielo. Ho un unico
pensiero. Il resto del gruppo mi segue di riflesso. M si
unisce e cammina dietro di me, guardandomi con
un’espressione inquieta.
Spronati con insolita intensità dall’energia della mia
disperazione, la nostra squadra va a schiantarsi contro
le porte girevoli e inizia a correre lungo i corridoi bui.
Un terremoto o forse un’esplosione ha fatto a pezzi le
fondamenta, e l’intero edificio è inclinato a
un’angolazione vertiginosa, come in un lunapark. Non
è facile percorrere i passaggi zigzaganti, e
l’inclinazione complica anche il solo camminare. Ma
l’odore ha la meglio. Dopo qualche rampa di scale
comincio anche a sentirli, che si muovono e parlottano
tra loro in quel flusso costante e melodioso di parole.
La lingua dei Vivi mi ha sempre fatto da ferormone
sonoro, e quando mi arriva alle orecchie di colpo ho

uno spasmo. Ho già conosciuto un altro zombie che
apprezza anche lui quei ritmi serici. M mi considera un
feticista malato.
Man mano che ci avviciniamo al piano dell’edificio in
cui si trovano, alcuni di noi iniziano a gemere
rumorosamente e i Vivi se ne accorgono. Uno di loro
dà l’allarme e sento che alzano i cani dei fucili, ma noi
non indugiamo. Irrompiamo da un’ultima porta e gli
siamo addosso. M brontola nel vedere quanti sono, ma
si lancia insieme a me sull’uomo più vicino e lo afferra
per le braccia mentre io gli azzanno la gola.
L’improvviso sapore rosso del sangue mi inonda la
bocca. Scintille di vita sprizzano da quelle cellule come
essenza dalla buccia di un’arancia. E io le succhio.
Le tenebre della stanza pulsano di spari, e per i nostri
parametri li superiamo di poco in numero – ce ne sono
solo tre di noi per ognuno di loro -, ma c’è qualcosa
che volge le cose a nostro favore. La rapidità maniacale
con cui ci muoviamo è insolita per dei Morti; le nostre
prede non se l’aspettavano. Tutto merito mio? Le
creature senza desideri non si muovono in fretta, ma
stanno seguendo me, e io sono una furia. Che mi
prende? Ho solo avuto una giornataccia?
Non abbiamo nient’altro dalla nostra. Questi Vivi
non sono dei veterani attempati. Sono giovani.
Adolescenti, per la maggior parte. Uno di loro ha
un’acne talmente raccapricciante che con la poca luce
rischia che per sbaglio gli sparino addosso. Il loro capo
è poco più di un ragazzino con una barba a chiazze. Sta
in piedi su una scrivania a cubicolo al centro della
stanza a urlare comandi pieni di terrore ai suoi
uomini. Mentre cadono al suolo sopraffatti dalla
nostra fame e le macchioline di sangue punteggiano le
pareti, il ragazzo si china protettivo su una piccola
figura accucciata sotto di lui sulla scrivania. Una

ragazza, giovane e bionda, che con spalle da uccellino
abbraccia un fucile sparando alla cieca nelle tenebre.
Avanzo nella stanza a grandi falcate e afferro gli
stivali del ragazzo. Lo tiro per i piedi e lui cade,
sbattendo la testa sullo spigolo della scrivania. Senza
esitare un attimo gli sono addosso e gli mordo il collo.
Poi infilo le dita nella ferita che ha nel cranio e gli apro
la testa come un uovo. Il cervello gli pulsa caldo e rosa
all’interno. Un profondo, selvaggio, vorace morso e…
***
Sono Perry Kelvin, un bambino di nove anni
cresciuto in mezzo a questo nulla e alla campagna. I
pericoli sono tutti su una qualche costa distante, e qui
non abbiamo di che preoccuparci. A parte lo steccato
di sicurezza fatto di catene che separa il fiume dalle
pendici del monte, la vita è quasi normale. Io vado a
scuola. Sto studiando George Washington. Vado in bici
su strade polverose in calzoncini e canottiera,
sentendo il sole estivo che mi brucia dietro il collo. Il
mio collo. Il collo mi fa male, è…
***
Sto mangiando un pezzo di pizza con mamma e papà.
È il mio compleanno e stanno facendo del loro meglio
per festeggiarmi, anche se i soldi non hanno più molto
valore. Ho appena compiuto undici anni, e finalmente
mi stanno portando a vedere uno degli innumerevoli
film di zombie saltati fuori di recente. Sono così
eccitato che mi gusto la pizza a stento. Do un altro
morso gigantesco e uno spesso strato di formaggio mi
si incolla alla gola. Lo sputo tossendo e i miei ridono.
La salsa di pomodoro mi macchia la maglietta come…

***
Ho quindici anni, e guardo fuori dalla finestra le
minacciose pareti della mia nuova casa. La luce del
sole annuvolata di grigio s’infiltra dal tetto aperto dello
Stadio. Sono di nuovo a scuola a seguire una lezione
sul recupero d’emergenza e cerco di non fissare la bella
ragazza seduta accanto a me. Ha capelli biondi corti e
scalati e occhi azzurri che danzano per il proprio
diletto. Mi sudano le mani. Ho la bocca impastata. A
fine lezione, la raggiungo in corridoio e dico: «Ciao».
«Ciao», fa lei.
«Sono nuovo di qui».
«Lo so».
«Mi chiamo Perry».
Sorride. «Io sono Julie».
Sorride. Le brillano gli occhi. «Io sono Julie».
Sorride. Intravedo l’apparecchio. I suoi occhi sono
romanzi e poesie classiche.
«Io sono Julie», dice.
Dice…
***
«Perry», mi bisbiglia Julie all’orecchio mentre le
bacio il collo. Intreccia le dita alle mie e stringe forte.
Le do un bacio più profondo e la sfioro dietro la testa
con la mano che ho libera, infilando le dita tra i capelli.
La guardo negli occhi. «Vuoi farlo?». Respiro.
Sorride. Avvicina gli occhi e dice: «Sì».
La stringo contro di me. Voglio essere parte di lei.
Non solo dentro di lei ma tutto intorno a lei. Voglio
che i nostri toraci si spalanchino e i nostri cuori
migrino e si fondano. Voglio che le nostre cellule si

mescolino come la trama della vita.
***
E ora sono più grande, più saggio, guido una
motocicletta lungo un viale dimenticato del centro.
Julie è seduta dietro, mi cinge il petto con le braccia, e
ha le gambe strette alle mie. Gli occhiali da sole
luccicano mentre ridacchia, mostrando la sua
dentatura perfetta. Non posso più godere di quel
sorriso e, lo so, ho accettato come stanno le cose e
come si metteranno, anche se lei non l’ha fatto né
vuole farlo. Ma almeno posso proteggerla. Almeno
posso tenerla al sicuro. E di una bellezza insostenibile
e a volte con lei nella mia testa vedo il futuro, ma la
mia testa, la testa mi fa male, oddio la mia testa è…
***
Un momento.
Tu chi sei? Facciamo dissolvere i ricordi. Hai gli occhi
coperti di croste – chiudili. Fatichi a respirare.
Sei di nuovo tu. Non sei nessuno.
Bentornato.
***
Sento il tappeto sotto le dita. Odo gli spari. Mi alzo in
piedi e mi guardo intorno, frastornato e barcollante.
Non ho mai avuto visioni così intense, come se tutta
una vita mi scorresse davanti. Le lacrime mi bruciano
gli occhi, ma i dotti non hanno più liquido. L’emozione
prorompe intatta come spray al peperoncino. E la
prima volta da quando sono morto che provo del
dolore.

Sento un urlo vicino e mi volto. È lei. È qui. Julie è
qui, più grande, forse ha diciannove anni, la ciccia da
bambina è svanita rivelando linee più spigolose e un
portamento più raffinato, muscoli piccoli ma tonici su
un’ossatura da ragazza. È rannicchiata in un angolo,
disarmata, che singhiozza e strilla mentre M striscia
verso di lei. Lui le donne le trova sempre. I ricordi che
ha di loro sono pura pornografia. Mi sento ancora
frastornato, non so dove sono né chi sono, ma…
Sposto da una parte M e ringhio: «No. Mia».
Digrigna i denti come se stesse per scagliarmisi
contro. ma un proiettile gli lacera una spalla e corre
dall’altra parte della stanza ad aiutare due zombie ad
abbattere un adolescente armato fino ai denti.
Mi avvicino alla ragazza. Si rannicchia davanti a me,
la sua carne tenera mi offre tutte quelle cose che sono
abituato s prendere, e il mio istinto inizia a farsi
sentire. Braccia e mandibola sentono l’urgenza di fare
a pezzi e lacerare. Ma poi lei si mette di nuovo a urlare,
e mi si smuove qualcosa dentro, una falena inerme che
lotta per liberarsi da una ragnatela. È in questo breve
momento di incertezza, ancora caldo del nettare dei
ricordi di un giovane uomo, che faccio una scelta.
Grugnisco piano e mi avvicino alla ragazza, cercando
di forzare la mia espressione fosca fino a renderla
gentile. Non è vero che non sono nessuno. Sono un
bambino di nove anni, sono un ragazzo di quindici,
sono…
Mi lancia un coltello in testa.
La lama mi colpisce dritto al centro della fronte e
vibra. Ma mi ha penetrato per meno di due centimetri,
graffiandomi appena il lobo frontale. Tiro fuori il
coltello e lo lascio cadere. Le tendo le mani, facendo
dei suoni delicati con le labbra, ma è inutile. Come
potrei apparirle innocuo con il sangue del suo ragazzo

che mi cola dal mento?
Sono solo a pochi metri da lei. Fruga nei jeans in
cerca di un’altra arma. Dietro di me, i Morti stanno
finendo il macello. Tra poco rivolgeranno l’attenzione
a questo angolo buio della stanza. Inspiro a fondo.
«Ju…lie», dico.
Scivola sulla mia lingua come miele. Il solo dirlo sa di
buono.
Spalanca gli occhi. Rabbrividisce.
«Julie», dico di nuovo. Allungo le braccia. Indico lo
zombie dietro di me. Scuoto il capo.
Lei mi guarda, senza dare alcun segnale di aver
capito. Ma quando riesco a toccarla, non si muove. E
non mi pugnala.
Infilo la mano che ho libera nella ferita alla testa di
uno zombie caduto e raccolgo una manciata di sangue
nero e senza vita. Lentamente, con movimenti leggeri,
glielo spalmo in faccia, sul collo e sui vestiti. Non batte
ciglio. Forse è catatonica.
La prendo per mano e la tiro in piedi. In quell’istante
M e gli altri finiscono di sbranare le loro prede e si
girano a perlustrare la stanza. Il loro sguardo cade su
di me. Poi su Julie.
Gli vado incontro tenendola per mano, ma senza
trascinarla. Lei mi arranca dietro, fissando dritto
davanti a sé.
M annusa l’aria diffidente. Ma so che sente
esattamente quello che sento io: niente. Solo l’odore
cupo di sangue di Morti. E sparso su tutte le pareti,
impregna i nostri vestiti e imbratta accuratamente una
giovane ragazza Viva, occultando il bagliore emanato
dalla sua vita sotto uno strato dominante di muschio
nero.
Senza dire una parola, lasciamo l’edificio e torniamo
in aeroporto. Cammino stordito, pieno di pensieri

strani e caleidoscopici. Julie mi tiene la mano
mollemente, fissandomi un lato della faccia con gli
occhi spalancati e le labbra che le tremano.

3
Dopo aver lasciato un’abbondante messe di carne ai
non cacciatori – gli Ossuti, i bambini, le mamme
rimaste a casa -, porto Julie da me. Il mio amico
Morto, nell’incrociarmi, mi guarda strano. L’atto di
trasformare intenzionalmente un Vivo non viene
eseguito quasi mai: richiede troppa determinazione e
contenimento. La maggior parte delle trasformazioni
avvengono per caso, ovvero se uno zombie viene
ucciso mentre mangia o se viene distratto in altro
modo prima che finisca quello che sta facendo: voro
interruptus. Il resto delle nostre trasformazioni
avviene a seguito di morti normali, faccende private di
malattia o infortuni o classiche violenze dei Vivi sui
Vivi che accadono al di fuori della nostra sfera di
interesse. Per cui, il fatto di portarmi intenzionalmente
a casa questa ragazza intonsa è una cosa misteriosa,
un miracolo pari al procreare. M e gli altri mi lasciano
un sacco di spazio lungo i corridoi, guardandomi
confusi e con aria interrogativa. Se sapessero cosa sto

facendo veramente, reagirebbero in modo meno…
contenuto.
Stringendo la mano di Julie, la allontano
rapidamente dai loro sguardi indagatori. La porto
all’Uscita 12, lungo il tunnel di imbarco e dentro casa
mia: un 747 commerciale. Non è molto grande, il
piano del pavimento è scomodo, ma è il posto più
isolato dell’aeroporto e mi godo la privacy. A volte
riesce anche a stuzzicare la mia memoria intorpidita.
Da come sono vestito, si direbbe che io sia una persona
che viaggiava parecchio. A volte quando “dormo” qui,
ho quasi la sensazione di volare, le ventate di aria
condizionata che mi soffiano in faccia, la leggera
nausea dei panini confezionati. E poi il fresco aroma di
limone del poisson a Parigi, il pizzicore del tajine in
Marocco. Chissà se oggi quei posti esistono ancora. O
se sono solo strade silenziose e bar pieni di scheletri
impolverati.
Io e Julie siamo in piedi nel corridoio centrale, ce ne
stiamo lì a guardarci. Indico un sedile vicino al
finestrino e inarco un sopracciglio. Tenendo gli occhi
fissi su di me, arretra nella fila e si siede. Con le mani
stringe i braccioli come se l’aereo in fiamme stesse
precipitando.
Mi siedo nel sedile del corridoio e mi lascio sfuggire
un sospiro, guardando davanti a me i miei ammassi di
cimeli. Ogni volta che vado in città, prendo un oggetto
che attira la mia attenzione. Un puzzle. Un bicchiere
da liquore. Una Barbie. Un vibratore. Fiori. Riviste.
Libri. Me li porto a casa, li spargo in giro tra i sedili e
lungo il corridoio, e li guardo per ore. Le pile adesso
arrivano al soffitto. M non fa che chiedermi perché lo
faccio. Non so che rispondere.
«No… mangiare», borbotto a Julie, guardandola
negli occhi. «Io… non voglio mangiare».

Lei mi guarda. Ha le labbra pallide e sottili.
La indico. Apro la bocca e indico i miei denti ricurvi e
macchiati di sangue. Scuoto il capo. Lei si schiaccia
contro il finestrino. Dalla gola le fuoriesce un lamento
di terrore. Non sta funzionando.
«Sicuro», le dico, sospirando. «Io tenere te… al
sicuro».
Mi alzo e vado allo stereo. Cerco nella mia raccolta di
LP, sistemata nelle cappelliere in alto, e tiro fuori un
album. Prendo le cuffie che sono sul mio sedile e le
metto alle orecchie di Julie. Lei è ancora impietrita, gli
occhi sbarrati.
Il disco gira. È Frank Sinatra. Dalle cuffie riesco a
sentirlo appena, come un lontano elogio funebre
trasportato dall’aria autunnale.
Last night… when we were young…
Chiudo gli occhi e mi chino in avanti. La testa
ondeggia vagamente a tempo con la musica mentre i
versi galleggiano nel vano del jet, fondendosi nelle mie
orecchie.
Life was so new… so real, so right…
«Sicuro», borbotto. «Tenere te… al sicuro».
…ages ago… last night…
Quando infine apro gli occhi, Julie ha cambiato
faccia. Il terrore è scomparso e mi guarda incredula.
«Chi sei tu?», bisbiglia.
Mi giro dall’altra parte. Mi alzo in piedi ed esco fuori
dall’aereo. Sconcertata, mi segue con lo sguardo lungo
il tunnel.
***
Nel posteggio coperto dell’aeroporto, c’è una
Mercedes Classic decappottabile con cui traffico da
diverso tempo. Dopo mesi passati a guardarla, ho

capito come riempirle il serbatoio con un fusto di
benzina stabilizzata che ho trovato nelle stanze di
servizio. Poi, dopo avere spinto per terra il cadavere
rinsecchito del proprietario, mi sono ricordato come
girare la chiave e accenderla. Ma non ho idea di come
si guidi. Il massimo che sono riuscito a fare è stato
uscire in retromarcia dal posteggio e andare a sbattere
contro un Hummer lì vicino.
Certe volte me ne sto seduto qui con il motore che
romba, le mani mollemente poggiate sul volante,
bramando che mi baleni un ricordo vero. Nessuna
sensazione confusa né vaga conoscenza saccheggiata
dall’inconscio collettivo. Qualcosa di preciso, a tinte
forti, vivido. Qualcosa di inequivocabilmente mio. Mi
sforzo, cercando di liberarmi dall’oscurità.
***
Più tardi, quella sera, vado a trovare M nel bagno
delle donne in cui abita. E seduto davanti alla TV
collegata a una prolunga, e guarda un filmetto di quelli
che mandano in onda la notte. Deve averlo trovato nel
bagaglio di qualche morto. Non so perché lo fa.
L’erotismo su di noi non ha nessun effetto. Niente
sangue che pulsa, niente passione. Mi è già capitato di
andare da lui e trovarlo con le sue “fidanzate”, e li ho
trovati in piedi, nudi, che si guardavano, a volte si
strusciavano ma con l’aria stanca e smarrita. Forse è
una specie di ultimo spasmo dell’agonia. Un’eco
distante di quel grande motore che un tempo
scatenava guerre e ispirava sinfonie, che ha portato la
storia dell’uomo fuori dalle caverne e poi su nello
spazio. Può pure cercare di resistere, ma quei tempi
sono finiti. Il sesso, legge un tempo indiscutibile
quanto la gravità, è stato smentito. L’equazione è stata

cancellata, la lavagna si è rotta.
Certe volte è un sollievo. Mi ricordo il bisogno, la
fame insaziabile che governava la mia vita e quella di
chi mi circondava. Certe volte sono felice di essermene
liberato. Adesso ci sono meno problemi. Ma la
mancanza di una delle più basilari passioni umane è
una possibile sintesi di tutte le altre mancanze. Rende
le cose più tranquille. Più semplici. Ed è uno dei segni
inequivocabili del fatto che siamo morti.
Guardo M dalla porta. Se ne sta seduto su una
sediolina pieghevole di metallo con le mani tra le
ginocchia, come uno scolaretto davanti al preside. Ci
sono volte in cui riesco quasi a intravedere la persona
che era un tempo sotto tutta quella carne marcia, e la
cosa mi fa formicolare il cuore.
«L’hai… portato?», chiede, senza distogliere lo
sguardo dalla TV.
Sollevo quel che ho portato. Un cervello umano,
fresco, della battuta di caccia di oggi, non più caldo ma
ancora rosa e ronzante di vita.
Ci sediamo con le schiene appoggiate alle piastrelle
del muro del bagno e le gambe distese davanti a noi,
passandoci il cervello, dando piccoli, lenti morsi e
godendoci brevi istanti di esperienza umana.
«Oddio… merda», dice ansimando M.
Il cervello contiene la vita di un giovane soldato della
città. Un’esistenza non particolarmente interessante ai
miei occhi, fatta solo di interminabili ripetizioni di
esercitazioni, pasti e stermini di zombie, ma a M
sembra piacere. Gli guardo la bocca che forma parole
mute. Gli guardo la faccia che mescola emozioni.
Rabbia, paura, gioia, libidine. È come guardare un
cane che sogna di scalciare e uggiolare, ma molto più
eccitante. Quando si sveglia, non ci sarà più niente.
Sarà di nuovo vuoto. Sarà morto.

Dopo un’ora o due, siamo concentrati su un piccolo
boccone di tessuto rosa. M se lo caccia in bocca e le
pupille gli si dilatano come se avesse le visioni. Il
cervello è finito, ma non sono soddisfatto. Frugo di
nascosto in tasca e tiro fuori un pezzo grosso quanto
un pugno che avevo messo da parte. Questo però è
diverso. È speciale. Ne strappo un morso, e mastico.
***
Sono Perry Kelvin, un ragazzo di sedici anni, e
guardo la mia il ragazza che scrive sul suo diario. La
copertina di pelle nera è sbrindellata e consumata, il
dentro è un dedalo di scarabocchi, disegni, brevi
appunti e citazioni. Me ne sto seduto sul divano con
una prima edizione di Sulla strada che ho rimediato,
bramando di vivere in qualsiasi altra era, e lei è
rannicchiata su di me e scrive con furia. Spingo con la
testa sulla sua spalla, cercando di dare una sbirciata.
Lei sposta il diario e sorride timida. «No», dice, e si
rimette all’opera.
«Che stai scrivendo?».
«Nooon te lo dicooo».
«Diario o poesie?».
«Entrambi, stupido».
«Parli di me?».
Ridacchia.
Le stringo le spalle tra le braccia. Si rannicchia
ancora di più su di me. Io seppellisco la faccia tra i suoi
capelli e le bacio la nuca. Il profumo speziato del suo
shampoo…
***
M mi sta guardando. «Ne hai… ancora?», grugnisce.

Mi tende una mano perché gliene passi. Ma io non gli
passo un bel niente. Do un altro morso e chiudo gli
occhi.
***
«Perry», dice Julie. «Sì».
Siamo nel nostro nascondiglio segreto sul tetto dello
Stadio. Siamo sdraiati di schiena su una coperta rossa
stesa sui pannelli di acciaio bianchi, e con occhi
socchiusi guardiamo l’accecante cielo azzurro.
«Gli aerei mi mancano», dice.
Annuisco. «Anche a me».
«Ma non il fatto di non potere volare lì sopra. Con
mio padre così, non avrei potuto comunque. Mi
mancano gli aeroplani in sé. Il rombo attutito in
lontananza, le strisce bianche… il modo in cui
tagliavano il cielo e scarabocchiavano l’azzurro. Mia
mamma diceva sempre che sembrava la lavagnetta
magica. Era così bello».
Sorrido al pensiero. Ha ragione. Gli aeroplani erano
belli. E anche i fuochi d’artificio. I fiori. I concerti. Gli
aquiloni, Tutte gratificazioni che non possiamo più
avere.
«Mi piace il fatto che ricordi le cose», dico.
Mi guarda. «Be’, dobbiamo farlo. Dobbiamo
ricordare tutto. Se non lo facciamo, quando saremo
cresciuti non ne resterà più niente».
Chiudo gli occhi e lascio che il rosso splendente della
luce mi bruci le palpebre. Lascio che mi saturi il
cervello. Mi volto e bacio Julie. Facciamo l’amore lì
sulla coperta sul tetto dello Stadio, a più di cento metri
da terra. Il sole ci guarda dall’alto come un
accompagnatore gentile, sorridendo in silenzio.

***
«Ehi!».
Spalanco gli occhi. M mi sta guardando. Fa per
afferrare il pezzo di cervello che ho in mano e io lo
scanso.
«No», ringhio.
M dovrebbe essere un mio amico, ma preferirei
ucciderlo che farglielo assaggiare. Il pensiero delle sue
dita sudice che toccano e palpano questi ricordi mi fa
venire voglia di lacerargli il petto e spremergli il cuore
tra le mani, di massacrargli il cervello di botte finché
non smette di esistere. Ecco chi sono.
Mi guarda. Mi legge un bagliore minaccioso negli
occhi, sente la sirena dell’allarme aereo in arrivo.
Lascia cadere la mano. Mi osserva un istante, seccato e
confuso. «Bo…gart», borbotta, e si chiude in uno dei
bagni.
Lascio la sua “casa” con passi stranamente
determinati. Mi infilo nella porta del 747 e resto lì nel
fievole ovale di luce. Julie è sdraiata su un sedile
reclinabile. Russa appena.
Busso su un lato della fusoliera e lei salta in piedi,
subito sveglia. Mi scruta guardinga mentre mi
avvicino. Ho gli occhi di nuovo infuocati. Le raccolgo
la borsa da terra e frugo dentro. Trovo il portafogli, e
poi anche una foto. Un ritratto di un ragazzo. Le metto
la foto davanti agli occhi.
«Mi… spiace», dico rauco.
Mi guarda, la faccia impietrita.
Indico la mia bocca. Mi stringo la pancia. Indico la
sua bocca. Le tocco la pancia. Poi indico fuori dal
finestrino, il cielo nero e senza nuvole costellato di
stelle spietate. Non c’è modo peggiore di questo per
giustificare un omicidio, ma è l’unico che ho. Serro le

mascelle e socchiudo gli occhi, cercando di alleviare
quel secco pizzicore.
Il labbro inferiore di Julie è teso. Ha gli occhi rossi e
bagnati. «Chi è stato di voi?», dice con la voce che le
sta per esplodere. «E stato quello grosso? Quei cazzo
di ciccione che a momenti mi ammazzava?».
La guardo per un istante, senza capire la domanda. E
poi ci arrivo, e spalanco gli occhi.
Non sa chi sono.
La stanza era buia e sono arrivato da dietro. Non mi
ha visto. Non lo sa. I suoi occhi penetranti mi
guardano come se fossi una creatura a cui potersi
rivolgere, ignara del fatto che ho appena ucciso il suo
amato, che ne ho mangiato la vita e digerito l’anima, e
adesso sono proprio qui con un pezzo di prima scelta
del suo cervello nella tasca davanti dei miei pantaloni.
Riesco a sentirlo che brucia come un tizzone di colpa, e
istintivamente mi allontano da lei, incapace di
comprendere questa agghiacciante misericordia.
«Perché me?», domanda, battendo le palpebre per
trattenere una lacrima di rabbia. «Perché mi hai
salvata?». Si gira di spalle e si rannicchia sulla sedia,
stringendosi le braccia intorno alle spalle. «Tra tutti
quanti…», borbotta sul cuscino, «Perché proprio
me?».
Queste sono le sue prime domande. Non le cose
urgenti per il proprio benessere, né perché so il suo
nome o la terrificante prospettiva che posso avere in
mente per lei. No, non sono questi gli appetiti che si
affretta a soddisfare. Le sue prime domande
riguardano altri. I suoi amici, il suo amato. Si chiede se
non avrebbe potuto essere al posto loro.
Io sono la più piccola tra le cose. Sono il fondo
dell’universo.
Lascio cadere la foto sul sedile e guardo per terra.

«Mi… spiace», ripeto, e me ne vado.
Uscendo dal tunnel d’imbarco, trovo diversi Morti
riuniti vicino alla porta. Mi guardano senza
espressione. Ce ne stiamo lì in silenzio, immobili come
statue. Poi li supero sfiorandoli e mi metto a vagare
per i corridoi bui.

4
Il pavimento crepato rimbomba sotto le ruote del
nostro furgoncino. Mette a dura prova le sospensioni
malconce del vecchio Ford, rilasciando un rombo
silenzioso come di rabbia repressa. Guardo mio padre.
Sembra più vecchio di quanto ricordi. Più debole.
Stringe forte il volante. Ha le nocche bianche.
«Papà?», dico.
«Che c’è, Perry».
«Dove stiamo andando?».
«In un posto sicuro».
Lo guardo attentamente. «Ci sono ancora dei posti
sicuri?».
Esita, troppo. «Ci sono posti più sicuri».
Dietro di noi, nella valle dove andavamo a nuotare e
raccogliere fragole, mangiare la pizza e guardare i film,
la valle dove sono nato e cresciuto e ho scoperto lutto
quello che adesso ho dentro, si alzano pennacchi di
fumo. La stazione di benzina dove ho comprato la
Coca alla vaniglia è in fiamme. Le finestre della mia
scuola elementare hanno i vetri rotti. I bambini nella

piscina pubblica non nuotano.
«Papà?», faccio.
«Che c’è».
«La mamma tornerà?».
Mio padre finalmente mi guarda, ma non dice niente.
«Sarà come uno di loro?».
Ritorna a fissare la strada. «No».
«Ma io pensavo di sì. Pensavo che sarebbero tornati
tutti».
«Perry», dice mio padre, e le parole sembrano
uscirgli a stento dalla gola. «Ci ho pensato io. E non
tornerà».
Le rughe in viso mi affascinano e mi ripugnano. La
voce mi si spezza. «Perché, papà?».
«Perché se n’è andata. Nessuno ritorna. Non
veramente. Questo l’hai capito?».
La sterpaglia e le colline brulle davanti a noi iniziano
ad annebbiarsi. Cerco di mettere a fuoco anche il
parabrezza, gli insetti schiacciati e le minuscole
incrinature. Si annebbiano anche loro.
«Ricordatela e basta», dice mio padre. «Meglio che
puoi, più a lungo che puoi. Lei ritornerà così. Siamo
noi a farla vivere. Non una stupida maledizione».
Lo guardo in viso, cercando di leggergli la verità negli
occhi socchiusi. Non l’ho mai sentito parlare così.
«I corpi sono solo carne», dice. «La parte di lei che
conta di più… continuiamo a conservarla».
***
«Julie?».
«Che c’è».
«Vieni. Guarda qua».
Il vento fa un suono come di qualcosa che si strappa
mentre attraversa i vetri frantumati dell’ospedale in

cui ci stiamo rifugiando. Julie sale insieme a me sul
cornicione della finestra e guarda di sotto.
«Che sta facendo?».
«Non lo so».
Giù in basso, sulla strada ricoperta di neve, uno
zombie cammina da solo in un cerchio irregolare. Va a
sbattere contro una macchina e barcolla, lentamente si
appoggia a un muro, arranca in un’altra direzione.
Non emette alcun suono e non sembra stia guardando
niente. Io e Julie lo osserviamo per qualche minuto.
«Non mi piace», dice.
«Sì».
«È… triste». «Già».
«Che problema ha?».
«Non lo so».
Si ferma al centro della strada, ondeggiando appena.
Ha il nulla stampato in faccia. Solo pelle tirata su un
cranio.
«Chissà com’è», dice.
«Che cosa?».
«Essere come loro».
Guardo lo zombie. Ora barcolla un po’ di più, poi
collassa. Se ne sta sdraiato lì su un fianco, fissando il
suolo ghiacciato.
«Ma che…?», fa per dire Julie, poi si ferma. Mi
guarda con gli occhi spalancati e subito torna a
guardare il corpo accartocciato. «E’ morto?».
Aspettiamo in silenzio. Il corpo non si muove. Dentro
di me sono inquieto, sento come delle cose minuscole
strisciarmi lungo la spina dorsale.
«Andiamo», dice Julie, e si gira. Io la seguo dentro
l’edificio. Tornando a casa non riusciamo a trovare
cosa dire.
***

Fermo.
Respira i tuoi inutili respiri. Lascia perdere questo
pezzo di vita che stai portando alle labbra. Dove sei?
Da quanto sei qui? Adesso fermati. Devi fermarti.
Strizza forte gli occhi che ti bruciano, e dai un altro
morso.

5
Al mattino, mia moglie mi trova accasciato contro
una delle vetrate che vanno dal pavimento al soffitto e
che si affacciano sulle piste. Ho gli occhi aperti e pieni
di polvere. La testa è piegata da una parte. Raramente
mi concedo di sembrare così cadavere.
Ho qualcosa che non va. C’è una vacuità malata nel
mio stomaco, una sensazione a metà tra la fame e i
postumi della sbornia. Mia moglie mi prende per un
braccio e mi tira in piedi. Inizia a camminare,
trascinandomi dietro di sé come una valigia con le
rotelle. Sento un’ondata di calore amaro che mi pulsa
dentro e inizio a parlarle. «Nome», dico, guardandole
un orecchio. «Nome?».
Lei mi dà un’occhiataccia e continua a camminare.
«Lavoro? Scuola?». Il tono passa dall’interrogativo
all’accusatorio. «Film? Canzoni?». Le parole mi
escono fuori come petrolio da un oleodotto forato.
«Libri?», le urlo. «Cibo? Casa? Nome?».
Lei si gira e mi sputa. Di fatto mi sputa sulla
maglietta, ringhiando come un animale. Ma

immediatamente. È… terrorizzata. Le tremano le
labbra. Che sto facendo?
Guardo per terra. Restiamo in silenzio per diversi
minuti. Poi lei riprende a camminare e io la seguo,
cercando di scacciare via questa strana nuvola nera
che si è sistemata sopra di me.
***
Mi porta in un negozio sventrato e distrutto dalle
fiamme. Una volta lì emette un gemito enfatico. Da
dietro una libreria ribaltata, piena di bestseller che
nessuno leggerà più, sbucano fuori i nostri bambini.
Entrambi rosicchiano un avambraccio, marroncino sui
monconi, non esattamente fresco.
«Dove li… avete presi?», chiedo loro. Fanno
spallucce. Mi giro verso mia moglie. «Serve… meglio».
Lei si rabbuia e mi indica. Grugnisce seccata, e io
abbasso lo sguardo, debitamente castigato. È vero, non
sono un genitore molto partecipe. Possibile che abbia
una crisi di mezz’età se non so nemmeno quanti anni
ho? Potrei averne poco più o poco meno di trenta.
Potrei essere più giovane di Julie.
Mia moglie grugnisce ai bambini e indica il corridoio.
Loro lasciano penzolare le teste ed emettono un sibilo
lamentoso, ma ci seguono. Li stiamo accompagnando
al loro primo giorno di scuola.
***
Alcuni di noi, forse gli stessi Morti operosi che hanno
costruito la chiesa di scale degli Ossuti, hanno
costruito una “classe” nell’area ristorazione impilando
pesanti valigie a mò di pareti. Nell’avvicinarci, io e la
mia famiglia sentiamo ringhi e urla da dentro l’arena.

C’è una fila di giovanissimi davanti all’ingresso, in
attesa del loro turno. Io e mia moglie accompagniamo
i nostri bambini in fondo alla fila e assistiamo alla
lezione in corso.
Cinque giovani Morti stanno accerchiando un Vivo
scheletrico e di mezz’età. L’uomo si appoggia alle
valigie, guardando terrorizzato a sinistra e a destra,
con le mani vuote chiuse a pugno. Due dei bambini gli
si gettano addosso e cercano di tenergli giù le braccia,
ma lui li scaccia. Il terzo gli rosicchia un pezzetto di
spalla e l’uomo strilla come se l’avessero ferito a
morte, cosa che di fatto è. Dai morsi di zombie alla
fame, alle care vecchiaia e malattia, ci sono un’infinità
di opzioni per morire in questo nuovo mondo.
Un’infinità di modi per fermare i Vivi. Ma a parte
qualche rara anomala eccezione, tutte le strade
portano a noi, i Morti, e alla nostra assai poco
attraente immortalità.
La sua imminente trasformazione sembra averlo
inebetito. Una bambina gli affonda i denti in una
coscia e lui non batte ciglio, si china solo in avanti e
inizia a colpirla in testa con entrambi i pugni finché il
cranio non le si intacca e non si sente il rumore del
collo che si spezza. La bambina si allontana
arrancando, imbronciata, con la testa piegata in una
strana angolazione.
«Sbagliato!», urla l’insegnante. «Alla… gola!».
I bambini arretrano e guardano circospetti l’uomo.
«Gola!», ripete l’insegnante. Lui e i suoi assistenti si
scagliano
nell’arena
e
afferrano
l’uomo,
immobilizzandolo a terra. L’insegnante lo uccide e si
alza in piedi, col sangue che gli scorre dal mento.
«Gola», ripete, indicando il corpo.
I cinque bambini se ne vanno imbarazzati, e i
successivi cinque in fila vengono spinti dentro. I miei

figli mi guardano ansiosi. Carezzo loro la testa.
Osserviamo l’uomo che viene assalito per essere
mangiato e il successivo che viene trascinato in classe.
Questo qui è vecchio e ha i capelli bianchi, ma è
grosso, probabilmente a un certo punto della vita ha
fatto l’agente di sicurezza. Ci vogliono tre dei nostri
maschi per trascinarlo dentro senza problemi. Lo
gettano in un angolo e rapidamente tornano a fare la
guardia alla porta.
Dentro, i cinque bambini sono nervosi, ma
l’insegnante urla contro e loro iniziano ad avanzare.
Quando sono abbastanza vicini gli saltano addosso
contemporaneamente, lo afferrano in due per ogni
braccio e il quinto va alla gola. Ma il vecchio è
incredibilmente forte. Si gira su se stesso e ne scaglia
due con violenza contro il muro di valigie. L’impatto fa
tremare la parete e una grossa ventiquattrore di
metallo viene giù dalla cima. L’uomo la prende per il
manico, la solleva in alto, e la sbatte sulla testa di uno
dei bambini. Il giovane cranio cede e il cervello viene
fuori. Non urla né si contorce né trema, collassa
semplicemente di colpo in un mucchietto di arti, piatto
e a filo del pavimento come se fosse già morto da mesi.
La morte si impossessa di lui retroattivamente.
L’intera scuola ammutolisce. Gli altri quattro
bambini lasciano l’arena. Nessuno fa troppo caso agli
adulti che corrono dentro per affrontare l’uomo. Siamo
tutti impegnati a guardare il cadavere accartocciato del
bambino con triste rassegnazione. Non si riesce a
capire quali degli adulti radunati possano essere i suoi
genitori, visto che abbiamo tutti la stessa espressione.
Chiunque siano, dimenticheranno presto la perdita.
Entro domani gli Ossuti gli procureranno un altro
bambino o una bambina di rimpiazzo. Facciamo
qualche imbarazzato secondo di silenzio per il

bambino ucciso, poi la lezione ricomincia. Qualche
genitore si scambia un’occhiata, chiedendosi forse cosa
pensare, cosa significhi tutto ciò, o che senso abbia
questo ciclo della vita distorto e capovolto. O forse
sono solo io a chiedermelo.
I miei bambini sono i prossimi. Guardano assorti la
lezione in corso, alzandosi di tanto in tanto in punta di
piedi per vedere meglio, ma non hanno paura. Sono
più piccoli degli altri, ed è probabile che gli venga
assegnato qualcuno di troppo gracile per opporre
resistenza, ma questo non lo sanno; non è per questo
che non hanno paura. Da quando il mondo intero si
muove attorno a morte e orrore, da quando l’esistenza
è diventata uno stato di panico permanente, è dura
lasciarsi coinvolgere da qualunque cosa. Le paure
specifiche sono diventate irrilevanti. Le abbiamo
rimpiazzate con un’asfissiante coltre di gran lunga
peggiore.
***
Cammino attorno al tunnel di imbarco del 747 per
circa un’ora prima di entrare. Apro silenziosamente lo
sportello del jet. Julie è rannicchiata in business class,
dorme. Si è avvolta in una trapunta fatta di pezzi di
jeans che ho portato come souvenir qualche settimana
fa. Il sole del mattino le disegna un’aureola sui capelli
biondi, santificandola.
«Julie», bisbiglio.
Spalanca gli occhi di colpo. Questa volta non salta né
si allontana. Si limita a guardarmi con occhi stanchi e
gonfi. «Che c’è?», borbotta.
«Come… stai?».
«Secondo te come sto?!». Si gira di spalle e si tira su
la coperta.


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