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New Moon Stephenie Meyer .pdf



Nome del file originale: New Moon - Stephenie Meyer.pdf
Titolo: STEPHENIE MEYER
Autore: Stevenlob

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STEPHENIE MEYER
NEW MOON
(New Moon, 2006)
A mio padre, Stephen Morgan.
Nessuno ha mai ricevuto un sostegno
più affettuoso e incondizionato
di quello che tu hai concesso a me.
Anch'io ti voglio bene.
Queste gioie violente hanno fini violente.
Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco,
Che si consumano al primo bacio.
ROMEO E GIULIETTA, atto II, scena VI
Prefazione
Mi sentivo intrappolata come in uno di quegli incubi terrificanti in cui,
per quanto corri e corri finché i polmoni non ti scoppiano, non sei mai abbastanza veloce. Più cercavo di farmi strada tra la folla impassibile, più le
gambe sembravano lente, ma le lancette della grande torre campanaria non
accennavano a rallentare. Vigorose, indifferenti e spietate, giravano inesorabili verso la fine... la fine di tutto.
Però non era un sogno, e nemmeno un incubo in cui correvo per salvare
la mia vita: in gioco c'era qualcosa di infinitamente più prezioso. Quel
giorno, della mia vita m'importava poco.
Secondo Alice avevamo molte probabilità di morire entrambe. Forse il
nostro destino sarebbe stato diverso se la luce del sole non l'avesse imprigionata. Soltanto io ero libera di attraversare di corsa la piazza luminosa e
affollata.
E non ero abbastanza veloce.
Perciò non m'importava che fossimo circondate da avversari straordinariamente pericolosi. Al primo rintocco delle campane, che rimbombavano
nel terreno sotto i miei piedi spossati, capii di essere in ritardo, lieta che ad
aspettarmi ci fosse un nemico assetato di sangue. Perché, se avessi fallito,
avrei rinunciato a qualsiasi desiderio di vivere.
Ecco un altro rintocco, mentre i raggi del sole picchiavano dal centro esatto del cielo.

1
Festa
Ero sicura al novantanove virgola nove per cento che fosse un sogno.
Ne ero certa perché, innanzitutto, ero illuminata da un raggio di sole accecante, limpido, impossibile a vedersi nella piovigginosa Forks, la cittadina dello Stato di Washington che mi aveva adottata - e poi perché
guardavo in faccia mia nonna Marie: era morta da sei anni, perciò anche
quella era una prova decisiva.
Non era cambiata granché; la ricordavo proprio così. La pelle era morbida e rugosa, solcata da migliaia di piccole increspature che correvano delicate sul velo di pelle affondando fino alle ossa. Come un'albicocca avvizzita avvolta in una nuvola di capelli folti e bianchi. Sulle nostre labbra - le
sue erano una piega raggrinzita - comparve lo stesso sorriso, sorpreso e
appena accennato, nel medesimo istante. Forse la mia apparizione era una
sorpresa anche per lei.
Ero sul punto di farle una domanda: ne avevo tante - cosa ci faceva nel
sogno?, come aveva trascorso gli ultimi sei anni?, il nonno stava bene?, si
erano ritrovati, dovunque fossero? - ma appena tentai di parlare lo fece anche lei, e preferii tacere per non interromperla. Anche lei restò in silenzio
ed entrambe sorridemmo di quel leggero imbarazzo.
«Bella?».
Non era la nonna a chiamarmi e insieme ci voltammo a guardare chi si
stava aggiungendo alla nostra piccola riunione di famiglia. Ma non avevo
bisogno di vederlo per sapere chi fosse: quella voce l'avrei riconosciuta
ovunque; la riconoscevo sempre con emozione, che fossi sveglia, addormentata... persino da morta. La voce per cui ero disposta a camminare nel
fuoco, oppure, senza esagerare, a sguazzare per una vita intera sotto un'interminabile pioggia fredda.
Edward.
Benché, consapevole o meno, incontrarlo mi desse sempre un brivido, e
malgrado fossi quasi sicura di sognare, fui presa dal panico quando lo vidi
avanzare verso di noi sotto la luce abbagliante del sole. La nonna non sapeva che fossi innamorata di un vampiro, anzi nessuno lo sapeva. Come
avrei spiegato i riflessi luccicanti che s'irradiavano dalla sua pelle, simili a
migliaia di frammenti iridescenti, come fosse fatto di cristallo o di diamante?

Be', nonna, ti sarai accorta che il mio ragazzo risplende. Gli capita alla
luce del sole. Non preoccuparti...
Che intenzioni aveva? L'unica ragione per cui si era trasferito a Forks, il
posto più piovoso del mondo, era la possibilità di uscire alla luce del sole
senza rivelare il segreto della sua famiglia. Eppure, eccolo camminare aggraziato verso di me, con il suo più bel sorriso sul volto angelico, come
fossi da sola.
In quel momento desiderai di non essere l'unica a risultare immune al
suo talento misterioso: di solito mi compiacevo di essere la sola persona di
cui non percepisse i pensieri come fossero parole pronunciate ad alta voce.
Ma ora speravo che si accorgesse dell'avvertimento che gli urlavo tra me e
me. Lanciai un'occhiata alla nonna, ma era troppo tardi. Si stava voltando
anche lei verso di me, con uno sguardo altrettanto allarmato.
Edward - sempre armato di quel sorriso magnifico, capace di riempirmi
il cuore tanto da farlo scoppiare - mi cinse le spalle con un braccio e si voltò a guardare la nonna.
L'espressione di lei mi stupì. Anziché spaventarsi, mi fissava impacciata,
come attendesse un rimprovero. E la sua posizione era molto strana: un
braccio goffamente teso a cingere l'aria attorno a sé, quasi abbracciasse
qualcuno o qualcosa di invisibile...
Solo in quell'istante la visuale si allargò e mi accorsi dell'enorme cornice
dorata che racchiudeva la sagoma di mia nonna. Perplessa, allungai la mano che non stringeva Edward per toccarla. Lei ripeté lo stesso movimento,
come uno specchio. E nel punto in cui le nostre dita avrebbero dovuto sfiorarsi, non c'era nient'altro che vetro freddo...
Con un balzo vertiginoso, il sogno si trasformò in un incubo.
Non c'era nessuna nonna.
Quella ero io. Io allo specchio. Io: vecchia, rugosa e rinsecchita.
Edward era al mio fianco, ma lo specchio non rifletteva la sua bellezza
straziante e il suo aspetto da eterno diciassettenne.
Sfiorò con le labbra ghiacciate e perfette la mia guancia devastata.
«Buon compleanno», mi sussurrò.
Mi risvegliai di soprassalto, senza fiato, spalancando gli occhi. Una luce
grigia e smorta, il chiarore tipico delle mattine di cielo coperto, prese il posto del sole accecante che avevo sognato.
Era soltanto un sogno, soltanto un sogno. Ripresi fiato per calmarmi, ma
scattai di nuovo al suono della sveglia. Il piccolo calendario nell'angolo del

display m'informò che era il 13 settembre.
Era stato soltanto un sogno, ma un sogno premonitore. Quel giorno era il
mio compleanno. Avevo ufficialmente diciotto anni.
Temevo l'arrivo di quel momento da mesi.
Durante tutta quell'estate perfetta - la più felice della mia vita, la più felice di qualsiasi vita, e la più piovosa nella storia della penisola di Olympia
- questa lugubre data era stata costantemente in agguato, facendo capolino
di tanto in tanto, pronta a balzar fuori.
E adesso che il momento era arrivato, era anche peggio di quanto avessi
temuto. Lo sentivo: ero più vecchia. Ogni giorno invecchiavo, ma oggi era
diverso, peggiore, quantificabile. Avevo diciotto anni.
Edward non li avrebbe compiuti mai.
Andai a lavarmi i denti e fui quasi sorpresa che il volto riflesso dallo
specchio non fosse cambiato. Restai a osservarmi, in cerca dei segni delle
prime rughe sulla mia pelle d'avorio. Le uniche visibili erano quelle sulla
fronte, ma sapevo che se fossi riuscita a rilassarmi sarebbero sparite. Tentativo inutile. Le sopracciglia erano bloccate dalla preoccupazione, rigide
sopra i miei occhi ansiosi.
Era soltanto un sogno, ripetei a me stessa. Soltanto un sogno... ma anche
il mio incubo peggiore.
Saltai la colazione, impaziente di uscire di casa il più presto possibile.
Non riuscii a evitare del tutto mio padre, perciò fui costretta a fingere
qualche minuto di buonumore. Feci del mio meglio per dimostrare un entusiasmo spontaneo di fronte ai regali che lo avevo scongiurato di non
farmi, ma a ogni sorriso forzato rischiavo di mettermi a piangere.
Mentre guidavo verso la scuola, tentai di ricompormi. Il volto della nonna - non osavo pensare di poter essere io - non mi usciva dalla testa. Fui
invasa dallo sconforto finché non entrai nel familiare parcheggio della
scuola superiore di Forks e notai Edward, immobile, appoggiato alla sua
Volvo argentata e lucida, come un tributo marmoreo a un oscuro dio pagano della bellezza. Il sogno non gli aveva reso giustizia. Ed era lì, che aspettava me, come un qualsiasi altro giorno.
Ogni pensiero cupo sparì per qualche istante, rimpiazzato dalla meraviglia. Sei mesi insieme, e ancora non riuscivo a credere di meritare una fortuna così grande.
Di fianco a lui c'era sua sorella Alice, anche lei in mia attesa.
Ovviamente, Edward e Alice non erano veri fratelli (secondo la versione
di Forks della loro storia, i ragazzi dei Cullen erano stati tutti adottati dal

dottor Carlisle e da sua moglie Esme, di certo troppo giovani per avere figli adolescenti), ma la loro pelle aveva lo stesso pallore, gli occhi erano
della stessa, singolare tonalità dorata ed erano cerchiati dalle medesime
occhiaie profonde e simili a ustioni. Il volto della ragazza era bellissimo,
come quello di suo fratello. Chi la sapeva lunga, come me, riconosceva in
quei tratti comuni la loro vera essenza.
Alla vista di Alice, che mi aspettava con gli occhi fulvi accesi di entusiasmo e tra le mani un pacchetto quadrato avvolto in carta argentata, mi rabbuiai. Le avevo detto che non volevo niente, niente, né regali né attenzioni,
per il mio compleanno. Ovviamente, poco le importava del mio desiderio.
Sbattei la portiera del mio pick-up Chevy del '53, scatenando una pioggia di briciole di ruggine sull'asfalto umido, e mi avvicinai lentamente ai
fratelli in attesa. Alice mi venne incontro, con il suo raggiante viso da folletto incorniciato dai capelli neri disordinati.
«Buon compleanno, Bella!».
«Sssh!», sibilai, guardandomi attorno per assicurarmi che nessuno l'avesse sentita. L'ultima cosa che desideravo era un qualsiasi genere di festeggiamento della disgrazia.
Lei mi ignorò. «Il regalo lo apri adesso o più tardi?», chiese impaziente,
mentre raggiungevamo Edward.
«Niente regali», borbottai.
Finalmente sembrò accorgersi del mio umore. «Va bene... più tardi, allora. Ti è piaciuto l'album che ti ha regalato tua madre? E la macchina fotografica di Charlie?».
Sospirai. Naturalmente sapeva già cos'avevo ricevuto in regalo. Edward
non era l'unico, in famiglia, a possedere qualità fuori dalla norma. Alice,
probabilmente, aveva "visto" i progetti dei miei genitori nel momento esatto in cui li avevano concepiti.
«Sì. Grande».
«Secondo me è una bella idea. L'ultimo anno di scuola arriva una volta
sola nella vita. Vale la pena di documentare l'avvenimento».
«Tu quanti ultimi anni di scuola hai già vissuto?».
«Questo è un altro discorso».
Raggiungemmo Edward, che mi offrì la mano. La accettai volentieri,
dimenticando per un breve istante l'umore tetro. Come al solito, la sua pelle era liscia, tonica e freddissima. Mi strinse le dita con delicatezza. Fissai i
suoi occhi liquidi di topazio e anche il mio cuore si strinse, con molta meno delicatezza. Lui si accorse del battito zoppicante, e tornò a sorridere.

Sollevò la mano libera e, parlandomi, sfiorò il contorno delle mie labbra
con la punta fredda di un dito. «Quindi, come stabilito, ho il divieto di augurarti buon compleanno, ho inteso bene?».
«Hai inteso benissimo». Il suo modo di parlare fluido e articolato era per
me inimitabile. Ce l'avrei fatta solo se fossi nata in un secolo precedente.
«Grazie per la conferma». Con la mano sistemò i capelli bronzei, spettinati. «Speravo che avessi cambiato idea. Di solito la gente adora compleanni, regali e cose del genere».
La risata argentina di Alice squillò come tanti campanellini. «Vedrai che
sarà un divertimento. Oggi tutti saranno gentili e faranno quello che dici
tu, Bella. Cosa potrebbe succedere di tanto brutto?». Voleva essere una
domanda retorica.
«Che sto invecchiando», risposi con voce molto meno ferma di quanto
volessi.
Il sorriso di Edward, al mio fianco, si appiattì rigido.
«Diciotto anni non sono tanti», rispose Alice. «Sbaglio, o di solito le
donne aspettano di averne ventinove, prima di farsi rovinare l'umore da un
compleanno?».
«Sono più vecchia di Edward», mormorai.
Lui sospirò.
«Tecnicamente, sì», aggiunse Alice, senza perdere il buonumore. «Ma di
un annetto soltanto».
Intanto immaginavo che... se fossi stata sicura del futuro che desideravo,
sicura di poter passare l'eternità assieme a Edward, ad Alice e agli altri
Cullen (preferibilmente non nei panni di una vecchietta rugosa)... un anno
o due di differenza non sarebbero stati così importanti. Ma Edward si opponeva con forza a qualsiasi futuro che contemplasse la mia trasformazione. Qualsiasi futuro che mi rendesse uguale a lui: immortale.
L'aveva chiamata "impasse".
Onestamente, non riuscivo a capire le sue ragioni. Che c'era di così
grandioso nell'essere mortali? Vivere da vampiro non mi sembrava una
prospettiva così terribile, almeno se pensavo a come vivevano i Cullen.
«A che ora vieni a trovarci?», continuò Alice per cambiare discorso. A
giudicare dall'espressione, stava per farmi esattamente la proposta che più
desideravo evitare.
«Non sapevo di avere una visita in programma».
«Oh, sii buona!», si lamentò. «Non vorrai rovinarci il divertimento, vero?».

«Pensavo che al mio compleanno si parlasse dei miei desideri».
«Vado a prenderla da Charlie subito dopo la scuola», le rispose Edward,
senza badare a me.
«Devo andare al lavoro», protestai.
«Invece no», rispose soddisfatta Alice. «Ne ho già parlato con la signora
Newton. Oggi ti sostituisce lei in negozio. Mi ha chiesto di farti gli auguri».
«Ma... non posso venire», balbettai in cerca di una scusa. «Io, be', non
ho ancora guardato Romeo e Giulietta, per la lezione di inglese».
Alice sbuffò. «Ma se lo sai a memoria».
«Il professor Berty dice che per apprezzarlo davvero dobbiamo vederlo
rappresentato: com'era nelle intenzioni di Shakespeare».
Edward alzò gli occhi al cielo.
«Hai già visto il film», sbottò Alice.
«La versione degli anni Sessanta no. Secondo Berty è la migliore».
Alla fine, Alice perse il sorriso allegro e mi lanciò un'occhiataccia. «Con
le buone o con le cattive, Bella, in un modo o nell'altro...».
Edward interruppe la minaccia. «Tranquilla, Alice. Se Bella desidera
vedere un film, lascia che lo faccia. È il suo compleanno».
«Appunto», commentai.
«Arriveremo entro le sette», aggiunse lui. «Così avrai un po' di tempo in
più per prepararti».
La risata di Alice tornò a squillare. «Così va meglio. Allora ci vediamo
stasera, Bella! Vedrai che ci divertiremo». Sorrise sfoderando i denti perfetti e brillanti, e mi diede un buffetto sulla guancia prima di dirigersi a
passi di danza verso la prima lezione senza neanche lasciarmi il tempo di
rispondere.
«Ti prego, Edward...», cercai di implorarlo, ma lui mi zittì posandomi un
dito sulle labbra.
«Ne parliamo dopo. Rischiamo di fare tardi».
Nessuno si preoccupò di guardarci mentre occupavamo i soliti posti in
fondo all'aula (ormai condividevamo quasi tutte le lezioni; Edward era stupefacente nell'ottenere favori dalle impiegate dell'amministrazione). Ormai
stavamo insieme da un periodo di tempo sufficiente per essere esclusi dai
pettegolezzi. Nemmeno Mike Newton sprecava più lo sguardo malinconico che mi faceva sentire un po' in colpa. Mi salutava sorridendo ed ero felice che si fosse arreso all'idea che fossimo semplici amici. Durante l'estate
Mike era cambiato: il suo viso si era smagrito, le guance erano meno pie-

ne, e aveva cambiato taglio di capelli; anziché ispida, portava la chioma
biondo cenere più lunga, in un apparente disordine fissato con il gel. Non
era difficile capire a chi si ispirasse; ma il look di Edward non lo si poteva
ottenere per mera imitazione.
Con il passare della giornata, pensai a tutti i modi di sfuggire a ciò che i
Cullen avevano in serbo per me. Non sarebbe stato per niente carino essere
costretta a festeggiare, quando avrei preferito piangere la mia sventura.
Peggio ancora, oltre ai festeggiamenti avrei dovuto mettere in conto un
sacco di attenzioni e regali.
Le attenzioni non sono mai una buona cosa, e chi è particolarmente goffo e maldestro lo sa bene. Nessuno desidera restare sotto i riflettori se sa
che probabilmente finirà per inciampare da qualche parte.
Per giunta, avevo chiesto con decisione - anzi, ordinato - che nessuno mi
facesse regali. A quanto pareva, Charlie e Renée non erano stati gli unici a
ignorare la richiesta.
Non avevo mai avuto tanti soldi, ma non erano neanche la mia prima
preoccupazione. Renée mi aveva cresciuta basandosi esclusivamente sul
suo stipendio da insegnante d'asilo. Nemmeno Charlie era diventato ricco
con il suo lavoro: era solo il capo della polizia nella cittadina di Forks. I
miei unici introiti personali venivano dai tre giorni settimanali in cui lavoravo nel locale negozio di articoli sportivi. In una città così piccola avere
un lavoro era una fortuna. Tutto quello che mettevo da parte, fino all'ultimo centesimo, finiva tra i miseri risparmi con cui intendevo pagarmi il
college (questo era il piano B. Speravo ancora di realizzare il piano A, ma
Edward voleva che restassi umana e non c'era modo di convincerlo...).
Edward era ricchissimo... preferivo non pensarci troppo. Per lui, come
per gli altri Cullen, il denaro non valeva quasi nulla. Era soltanto qualcosa
che si accumulava, con l'eternità a disposizione e una sorella praticamente
infallibile nelle previsioni di Borsa. Sembrava che Edward non capisse,
quando gli chiedevo di non sprecare denaro per me, o quando mi sentivo a
disagio se prenotava un ristorante di lusso a Seattle, proponeva di comprarmi un'auto che potesse superare i novanta all'ora, oppure si offriva di
pagarmi la retta del college (era assurdamente entusiasta del piano B). Secondo lui facevo troppo la difficile, inutilmente.
Come potevo lasciarlo pagare per tutto se non avevo niente da offrirgli
in cambio? Per qualche motivo inspiegabile, voleva stare con me. Tutto
ciò che aggiungeva a questo semplice desiderio bastava a scompigliare il
nostro equilibrio.

Durante la giornata, né Edward né Alice parlarono più del mio compleanno e iniziai a rilassarmi.
A pranzo occupammo il nostro solito tavolo.
Era la sede di uno strano genere di tregua. Noi tre - io, Edward e Alice sedevamo a un estremo della tavolata. Adesso che i più "vecchi" e, per
qualche verso, terrificanti dei fratellastri Cullen si erano diplomati, Alice
ed Edward non sembravano più tanto minacciosi, cosicché non restavamo
seduti da soli. Il gruppo dei miei compagni - Mike e Jessica (che erano nella fase di amicizia imbarazzata del dopo-sfidanzamento), Angela e Ben (la
cui unione era sopravvissuta all'estate), Eric, Conner, Tyler e Lauren (l'unica che non rientrasse davvero nella categoria degli amici) - occupava il
resto dei posti, separato da un confine invisibile. Confine che si dissolveva
senza difficoltà nei giorni di sole, in cui Edward e Alice non si presentavano e le chiacchiere giungevano spontanee fino a me.
A Edward e Alice quell'ostracismo su scala ridotta non sembrava né
strano né irritante come lo trovavo io. Quasi non se ne accorgevano. La
gente si sentiva sempre piuttosto a disagio in presenza dei Cullen, quasi
impaurita, per ragioni tutto sommato inspiegabili. Io ero una curiosa eccezione alla regola. A volte, Edward era perplesso da quanto mi sentissi a
mio agio accanto a lui. Temeva di poter mettere a rischio la mia incolumità, ipotesi che mi rifiutavo con decisione di considerare.
Il pomeriggio trascorse in fretta. Alla fine delle lezioni, Edward mi accompagnò al pick-up, come al solito. Ma stavolta mi sorprese, aprendomi
la portiera del passeggero. Probabilmente della sua auto si era occupata Alice, in modo che lui potesse impedirmi la fuga.
Incrociai le braccia e non mi spostai di un millimetro, restando sotto la
pioggia. «È il mio compleanno, non mi è concesso di guidare?».
«Sto fingendo che non lo sia, come hai chiesto tu».
«Se non è il mio compleanno, stasera non sono obbligata a venire a casa
tua...».
«Va bene». Chiuse la portiera e andò ad aprire quella del guidatore.
«Buon compleanno».
«Sssh...». Cercai di zittirlo, senza troppo entusiasmo. Mi arrampicai al
posto di guida, rimpiangendo che non avesse insistito.
Mentre guidavo, Edward giocherellava con la radio e scuoteva la testa in
segno di disapprovazione.
«La ricezione è davvero pessima».
Aggrottai le sopracciglia. Non mi piaceva sentirlo criticare il mio mezzo.

Era un signor pick-up: aveva una gran personalità.
«Vuoi un impianto migliore? Guida la tua macchina». Il piano di Alice
aveva aggiunto talmente tanto nervosismo al mio umore già grigio da rendermi più acida di quanto desiderassi. Con Edward non perdevo mai la
calma e di fronte alla mia rispostaccia trattenne a stento le risate.
Parcheggiai di fronte a casa di Charlie ed Edward mi si avvicinò prendendo il mio viso tra le mani. Mi sfiorava con delicatezza, premendo la
punta delle dita sulle mie tempie, le guance, il profilo del mento. Come
fossi un oggetto fragilissimo. Ed era proprio cosi, soprattutto in confronto
a lui.
«Dovresti essere di buonumore. Se non oggi, quando?», sussurrò. Sentivo sul viso il suo dolce respiro.
«E se non volessi essere di buonumore?», chiesi, col fiato corto.
I suoi occhi ardevano dorati. «Peccato».
Quando si fece ancora più vicino e posò le labbra ghiacciate sulle mie, la
testa mi girava già. Proprio come voleva, riuscì a farmi dimenticare qualsiasi affanno, occupata com'ero a ricordarmi di inspirare ed espirare.
La sua bocca, fredda, morbida e delicata, indugiò sulla mia, finché non
lo strinsi forte e mi gettai nel bacio con un eccesso di entusiasmo. Lo sentii
sorridere, mentre si allontanava e scioglieva l'abbraccio.
Per salvarmi la vita, Edward aveva posto molti confini di sicurezza alla
nostra relazione fisica. Benché rispettassi il suo bisogno di mantenere una
certa distanza tra la mia pelle e i suoi denti affilati come rasoi e zeppi di
veleno, quando mi baciava tendevo a dimenticare particolari così insignificanti.
«Fai la brava, per favore», sussurrò a un centimetro dal mio collo. Posò
di nuovo le labbra sulle mie, con delicatezza, e sciolse definitivamente
l'abbraccio incrociandomi le braccia sullo stomaco.
Sentivo un battito martellante nelle orecchie. Mi posai una mano sul
cuore. Lo sentivo battere all'impazzata.
«Pensi che migliorerò mai?», chiesi più a me stessa che a lui. «Che un
giorno il mio cuore la smetterà di cercare di uscirmi dal petto ogni volta
che mi sfiori?».
«Spero proprio di no», mi rispose vagamente compiaciuto.
Alzai gli occhi al cielo. «Adesso andiamo a vedere i Capuleti e i Montecchi che si fanno a pezzi, d'accordo?».
«Ogni tuo desiderio è un ordine».
Edward si lasciò sprofondare nel divano mentre facevo partire il film,

saltando i titoli di testa. Quando mi accomodai anch'io sul bordo, davanti a
lui, mi cinse i fianchi con un abbraccio e mi strinse al petto. Certo, non era
comodo come il cuscino del divano, duro e freddo - e perfetto - come una
scultura di ghiaccio, ma lo preferivo assolutamente. Afferrò il vecchio
plaid sullo schienale del sofà e mi ci avvolse, per non congelarmi con il
suo corpo ghiacciato.
«Sai, Romeo mi ha sempre dato sui nervi», commentò all'inizio del film.
«Cosa c'è che non va in Romeo?», chiesi leggermente offesa. Era uno
dei miei personaggi preferiti. Prima di incontrare Edward mi ero quasi presa una cotta per lui.
«Be', prima di tutto è innamorato di questa Rosalina... Non ti pare un po'
volubile, il ragazzo? Poi, qualche minuto dopo il matrimonio, uccide il cugino di Giulietta. Poco intelligente, davvero. Un errore dopo l'altro. Peggio
di così non avrebbe potuto fare per demolire la propria felicità».
Feci un sospiro. «Vuoi che lo guardi da sola?».
«No, non preoccuparti, tanto io resto qui a guardare te». Con le dita tracciava disegni immaginari sul mio braccio, facendomi venire la pelle d'oca.
«Pensi che piangerai?».
«Probabilmente sì, se seguo la trama».
«Allora cercherò di non distrarti». Ma sentivo le sue labbra sui capelli e
quelle mi distraevano, altroché.
Il film riuscì a catturare la mia attenzione, soprattutto grazie a Edward
che mi sussurrava nell'orecchio le battute di Romeo. In confronto alla sua
voce vellutata e irresistibile, quella del protagonista sembrava rauca, debole. E, con suo gran divertimento, piansi quando Giulietta si svegliò e trovò
il marito morto.
«Ti confesso che qui lo invidio un po'», disse Edward, asciugandomi le
lacrime con una ciocca dei miei capelli.
«In effetti lei è molto carina».
Rispose con un'espressione disgustata. «Non gli invidio la ragazza... ma
la facilità con cui si è suicidato», precisò, punzecchiandomi. «Per voi umani è così facile! Vi basta buttare giù una fialetta di estratto vegetale...».
«Cosa?», esclamai.
«Una volta ci ho dovuto pensare, e grazie all'esperienza di Carlisle sapevo che non sarebbe stato semplice. Non so neanche a quanti tentativi di
suicidio sia sopravvissuto lui, all'inizio... dopo essersi reso conto di ciò che
era diventato...». Da serio, il suo tono si rifece ironico. «Oltretutto, è ancora in forma smagliante».

Mi voltai per guardarlo in faccia. «Cosa stai dicendo? Cosa vuol dire che
una volta ci hai dovuto pensare?».
«La primavera scorsa, quando hai rischiato di... morire...». Fece una
pausa per respirare, sforzandosi di apparire ancora rilassato e ironico.
«Ovviamente cercavo di concentrarmi per ritrovarti ancora viva, ma una
parte di me valutava tutte le alternative. Come ho detto, per me non è facile come per gli esseri umani».
Per un secondo, il ricordo del mio ultimo viaggio a Phoenix mi esplose
nella mente frastornandomi. Rivedevo tutto molto chiaramente - il sole accecante, il calore che saliva dal cemento mentre correvo svelta e disperata
verso il sadico vampiro che voleva torturarmi a morte. Verso James, che
mi aspettava nella sala degli specchi tenendo in ostaggio mia madre - almeno, così credevo. Non avevo capito che era tutto un imbroglio, proprio
come James non aveva capito che Edward stava correndo a salvarmi. Ci
riuscì per un pelo. Involontariamente, tracciai con le dita il contorno della
cicatrice a mezzaluna che portavo sulla mano, sempre un po' più fredda del
resto della mia pelle.
Scossi la testa, come per liberarmi dei brutti ricordi, e cercai di capire
cosa volesse dire Edward, mentre mi si apriva una voragine nello stomaco.
«Di quali alternative parli?», domandai.
«Be', non sarei mai riuscito a vivere senza di te». Alzò gli occhi al cielo,
come se fosse una considerazione ovvia e infantile. «Ma non sapevo come
avrei fatto... sapevo di non poter contare su Emmett e Jasper... perciò pensai di andare in Italia, a scatenare l'ira dei Volturi».
Non potevo credere che dicesse sul serio, ma i suoi occhi dorati risplendevano, fissi su un punto lontano, mentre ripensava a quando aveva deciso
di mettere fine alla propria vita. D'un tratto fui presa dalla rabbia.
«Cosa sono i Volturi?», chiesi.
«Una famiglia», rispose ancora con lo sguardo lontano. «Una famiglia di
nostri simili, molto antica e potente. Quanto di più vicino abbiamo a una
casata reale, più o meno. Da giovane, prima di trasferirsi in America, Carlisle ha vissuto per un po' con loro in Italia... ricordi la storia?».
«Certo che sì».
Non avrei mai potuto dimenticare la mia prima visita a casa Cullen, l'enorme villa di campagna nascosta nel cuore della foresta vicino al fiume,
né la stanza in cui Carlisle - sotto molti aspetti un vero padre per Edward conservava una parete zeppa di dipinti che raccontavano la storia della sua
vita. La tela più vivace, colorata e sgargiante veniva dal periodo che aveva

trascorso in Italia.
Ovviamente, ricordavo il quartetto di uomini ritratti in atteggiamento rilassato e con espressione serafica sul balcone più alto che sovrastava il
turbine di colori. Benché il quadro fosse antico di secoli, Carlisle, l'angelo
biondo, non era cambiato. E ricordavo gli altri tre, i suoi primi amici. Edward non aveva mai usato il nome "Volturi" per il bellissimo trio, due
uomini dai capelli neri, l'altro con la chioma bianca come la neve. Li aveva
chiamati Aro, Caius e Marcus, protettori notturni delle arti...
«Comunque sia, i Volturi non vanno fatti arrabbiare», proseguì Edward,
interrompendo il mio sogno a occhi aperti. «A meno che non si cerchi la
morte, o qualunque altra cosa ci tocchi». La sua voce era talmente calma
da far apparire banale anche quella prospettiva.
La mia rabbia si trasformò in orrore. Presi il suo volto marmoreo tra le
mani e lo strinsi forte.
«Non devi mai, mai, mai più pensare a una cosa del genere!», dissi.
«Non importa ciò che potrebbe accadere a me, non ti permetterò di fare del
male a te stesso!».
«È un discorso inutile... non ti metterò mai più in pericolo».
«Come se fosse colpa tua! Mi sembrava che avessimo deciso che sono io
ad attirare le disgrazie». La rabbia cresceva. «Come ti passa per la testa
una cosa del genere?». La sola idea della scomparsa di Edward, anche dopo la mia morte, scatenava un dolore insopportabile.
«E tu, cosa faresti se i ruoli fossero invertiti?», domandò.
«Non è la stessa cosa».
Non sembrava cogliere la differenza. Soffocò una risata.
«Se succedesse qualcosa a te?», chiesi, e a quel pensiero impallidii.
«Preferiresti che anch'io mi togliessi di mezzo?».
Sui suoi lineamenti perfetti apparve un'ombra di sofferenza.
«Adesso, penso di capirti... un po'», ammise. «Ma cosa farei io senza di
te?».
«Quello che facevi prima che arrivassi a complicarti l'esistenza».
Sospirò. «Per te è tutto così facile».
«Lo è. In fondo non sono così interessante».
Stava per controbattere, ma preferì lasciar perdere. «Discorso inutile»,
ribadì. Di scatto si ricompose, allontanandomi con delicatezza e facendomi
scivolare accanto a lui.
«È Charlie?», chiesi.
Sorrise. Dopo un istante, sentii il rumore dell'auto della polizia che en-

trava nel vialetto di casa. Strinsi forte la mano di Edward. Era il massimo
che mio padre potesse sopportare.
Charlie entrò, con una scatola di pizza tra le mani.
«Ciao, ragazzi». Mi fece un gran sorriso. «Pensavo che almeno il giorno
del tuo compleanno ti facesse piacere non dover cucinare né lavare i piatti.
Fame?».
«Eccome. Grazie, papà».
Charlie non fece commenti sull'apparente mancanza di appetito di Edward. Era abituato a vederlo saltare la cena.
«È un problema se prendo in prestito Bella, per stasera?», chiese Edward
a Charlie quando finimmo di mangiare.
Guardai mio padre. Magari considerava il compleanno un affare di famiglia, con l'obbligo di restare in casa: era il primo che trascorrevo con lui,
il primo da quando mia madre Renée si era risposata ed era andata a vivere
in Florida, perciò non sapevo cosa aspettarmi.
«Va bene... stasera i Mariners giocano contro i Sox», spiegò Charlie facendo svanire le mie speranze, «perciò non sarò molto di compagnia...
qui». Pescò la macchina fotografica che mi aveva regalato, su suggerimento di Renée (con le foto avrei riempito il suo album), e me la lanciò.
Sapeva che non avrebbe dovuto, avevo da sempre qualche fastidioso
problema di coordinazione. La macchina mi sfiorò la punta delle dita e
cadde per terra. Edward l'afferrò prima che toccasse il linoleum.
«Bella presa», commentò Charlie. «Se stasera dai Cullen ci sarà da divertirsi, Bella, è meglio che scatti qualche foto. Sai com'è tua madre... vorrà vederle ancora prima che tu le faccia».
«Buona idea, Charlie», disse Edward porgendomi la macchina.
La puntai verso di lui e scattai la prima foto. «Funziona».
«Meno male. Ehi, saluta Alice da parte mia. È da un po' che non la vedo». Una piega amara spuntò da un angolo della bocca di Charlie.
«Da soli tre giorni, papà», gli ricordai. Charlie adorava Alice. Le si era
affezionato la primavera precedente, quando mi aveva aiutato durante la
mia goffa convalescenza. Charlie le era eternamente grato per avergli evitato l'incubo di dover far la doccia a una figlia quasi adulta. «Glielo dirò».
«Bene. E stasera divertitevi, ragazzi». Con questo ci congedò. Era già
pronto ad appropriarsi di salotto e TV.
Edward sorrise trionfante e mi accompagnò per mano fuori dalla cucina.
Giunti al pick-up, mi aprì di nuovo la portiera del passeggero e stavolta
non protestai. Al buio mi risultava sempre difficile trovare la deviazione

nascosta che portava a casa sua.
Edward attraversò Forks, diretto a nord, visibilmente irritato dal limite di
velocità a cui lo costringeva il mio Chevy preistorico. Il motore cigolava
più del solito, mentre superavamo gli ottanta all'ora.
«Vacci piano», avvertii Edward.
«Sai cosa farebbe per te? Una bella Audi coupé. Silenziosa e potentissima...».
«Il mio pick-up è perfetto. A proposito di oggetti costosi e superflui, se
avessi un po' di buonsenso non spenderesti un soldo in regali di compleanno».
«Nemmeno un centesimo», fece lui.
«Bene».
«Mi fai almeno un favore?».
«Dipende dal favore».
Fece un sospiro, un'espressione seria apparve sul suo volto adorabile.
«Bella, l'ultimo di noi a festeggiare un vero compleanno è stato Emmett,
nel 1935. Cerca di capirci, e questa sera non fare troppo la difficile. Sono
tutti su di giri».
Quando toccava certi argomenti non riuscivo a non sentire un leggero
brivido. «D'accordo, mi comporterò bene».
«Forse dovrei metterti in guardia...».
«Ti prego, fallo».
«Quando dico che sono tutti su di giri... intendo proprio tutti».
«Tutti?». Quasi soffocai. «Pensavo che Emmett e Rosalie fossero in Africa». A Forks si diceva che i due maggiori dei fratelli Cullen fossero andati al college, a Dartmouth, ma io la sapevo lunga.
«Emmett ci teneva».
«E... Rosalie?».
«Lo so, Bella. Non preoccuparti. Farà del suo meglio».
Non risposi. Come se fosse facile non preoccuparmi. Rosalie, la deliziosa e biondissima sorella di Edward, a differenza di Alice tollerava a malapena la mia presenza. Anzi, nei miei confronti provava qualcosa di peggio
che semplice antipatia. Per lei ero un'intrusa indesiderata nella vita privata
della sua famiglia.
Mi sentivo orrendamente in colpa, convinta com'ero di essere la responsabile dell'assenza prolungata di Emmett e Rosalie, anche se, per quanto
riguardava quest'ultima, ero segretamente lieta di non doverla frequentare.
Invece Emmett, il simpatico fratello-orso di Edward, mi mancava davvero.

Per molti versi era il fratello maggiore che non avevo mai avuto... soltanto
molto più spaventoso.
Edward decise di cambiare discorso. «Allora, se non ti va bene l'Audi,
che altro regalo vuoi?».
Risposi mormorando: «Sai bene cosa voglio».
Aggrottò le sopracciglia e sulla fronte marmorea comparve una ruga
profonda. Probabilmente avrebbe preferito continuare a parlare di Rosalie.
Sembrava che avessimo passato tutto il giorno a discuterne.
«Non stasera, Bella, ti prego».
«Be', allora magari sarà Alice a darmi ciò che voglio».
Edward ringhiò, un suono profondo e minaccioso. «Questo non sarà il
tuo ultimo compleanno, Bella», dichiarò.
«Non è giusto!».
Mi parve di sentirlo digrignare i denti.
Ci avvicinavamo alla meta. Le finestre dei primi due piani di casa Cullen
erano tutte accese. Appesa alla veranda spiccava una fila di lanterne giapponesi, il cui bagliore si rifletteva delicato sugli enormi cedri che circondavano l'edificio. Grossi vasi di fiori - rose rosa - decoravano la scalinata
di fronte alla porta principale.
Mi lasciai sfuggire un gemito.
Edward fece qualche respiro profondo per calmarsi. «È una festa», ribadì. «Cerca di fare la brava ragazza».
«Certo», mormorai.
Scese ad aprirmi la portiera e mi offrì la mano.
«Ho una domanda».
Restò in attesa, allarmato.
«Se sviluppo questo rullino», dissi giocando con la macchina fotografica, «vi si vedrà nelle foto?».
Scoppiò a ridere. E, senza mai smettere, mi aiutò a scendere, mi guidò
lungo le scale e aprì la porta di casa.
Mi aspettavano tutti nel grande salotto bianco; quando entrai mi salutarono in coro, con un «Buon compleanno, Bella!», mentre io, a occhi bassi,
arrossivo. Qualcuno, probabilmente Alice, aveva ricoperto ogni centimetro
libero di candele rosa e dozzine di vasi di cristallo colmi con centinaia di
rose. Su un tavolo, vicino al pianoforte a coda di Edward, sopra una tovaglia bianca spiccavano una torta di compleanno rosa, altri fiori, una pila di
piatti di vetro e una piccola montagna di regali avvolti in carta argentata.
Cento volte peggio di quanto immaginassi.

Edward si accorse del mio disagio e per incoraggiarmi mi strinse forte
con un braccio, baciandomi sul capo.
Carlisle ed Esme, i suoi genitori - incredibilmente giovani e carini come
sempre - erano i più vicini alla porta. Esme mi abbracciò con cautela, sfiorandomi il viso con i capelli morbidi color caramello mentre mi baciava
sulla fronte, e Carlisle mi cinse le spalle.
«Mi dispiace, Bella», sussurrò, «ma non siamo riusciti a trattenere Alice».
Dietro di loro c'erano Rosalie ed Emmett. Rosalie non sorrideva, ma perlomeno non m'incenerì con lo sguardo. Il volto di Emmett era illuminato
dal sorriso. Non ci vedevamo da mesi e mi ero dimenticata di quanto straordinariamente bella fosse lei - bella quasi da star male. Ed Emmett, era
sempre stato così... grosso?
«Non sei cambiata per niente», disse lui fingendosi deluso. «Mi aspettavo di trovarti cambiata e invece eccoti qui, con le guance rosse di sempre».
«Grazie mille, Emmett», risposi arrossendo ancora di più.
Rise. «Devo uscire un attimo», fece una pausa e strizzò l'occhio ad Alice. «Non combinare guai, mentre sono via».
«Ci provo».
Alice lasciò la mano di Jasper e mi si avvicinò, il sorriso sfavillante sotto
le luci accese. Anche Jasper sorrideva, mantenendo le distanze. Alto e
biondo, era appoggiato al corrimano, ai piedi della scala. Dopo i giorni in
cui eravamo stati costretti a tenerci nascosti a Phoenix, pensavo che avesse
superato l'avversione nei miei confronti. Invece, appena libero dall'obbligo
di proteggermi, era tornato esattamente al punto di partenza, evitandomi
ogni volta che poteva. Sapevo che non era una questione personale, ma
soltanto una precauzione, e cercavo di non mostrarmene troppo toccata.
Jasper aveva ancora qualche problema di adattamento alla dieta dei Cullen:
gli era molto più difficile, rispetto agli altri, resistere all'odore del sangue
umano, dato che era il meno allenato della famiglia.
«È ora di aprire i regali», dichiarò Alice. Mi prese a braccetto, con la
mano fredda, e mi trascinò fino al tavolo con la torta e i pacchetti luccicanti.
Sfoderai la mia migliore espressione da martire. «Alice, ti avevo detto
che non volevo nulla...».
«E io non ti ho ascoltata», m'interruppe, sfacciata. «Apri». Mi tolse di
mano la macchina fotografica e la rimpiazzò con una grossa scatola quadrata e argentata.

Era tanto leggera da sembrare vuota. Il biglietto diceva che era un regalo
di Emmett, Rosalie e Jasper. Senza pensarci, strappai la carta e fissai la
scatola.
Era qualcosa di elettrico, con un nome pieno di numeri. Aprii la scatola
per capirci qualcosa di più, ma in effetti era vuota.
«Ehm... grazie».
Rosalie riuscì addirittura a sorridere. Jasper sghignazzò. «È un'autoradio
per il tuo pick-up», spiegò. «Emmett è andato subito a installarla, così non
la potrai rifiutare».
Alice mi precedeva sempre.
«Jasper, Rosalie... grazie», dissi con un sorriso, e ripensai alle lamentele
di Edward a proposito della radio, quel pomeriggio: evidentemente era tutto combinato. «Grazie, Emmett!», gridai.
Sentii la sua risata tonante rimbombare dal pick-up e anch'io non riuscii
a trattenere un sorriso.
«Adesso apri quello mio e di Edward», disse Alice, così entusiasta che la
sua voce somigliava a un trillo acutissimo. In mano aveva un piccolo involucro, quadrato e piatto.
Mi voltai e rivolsi a Edward uno sguardo inceneritore. «Avevi promesso».
Prima che potesse rispondere, rispuntò Emmett. «Appena in tempo!»,
esclamò. Spinse avanti Jasper, che si era avvicinato più del solito per guardare meglio.
«Non ho speso un centesimo», mi rassicurò Edward. Scostò una ciocca
di capelli dal mio viso, e un fremito passò sulla mia pelle.
Feci un respiro profondo e mi rivolsi ad Alice. «Dammi», dissi rassegnata.
Emmett ridacchiò divertito.
Afferrai il pacchetto, lo sguardo puntato su Edward, mentre infilavo il
dito sotto il bordo del rivestimento per strappare il nastro.
«Oh, cavolo», mormorai, quando la carta mi tagliò il dito; lo alzai per
esaminare il danno. Dalla ferita invisibile colava una minuscola goccia di
sangue.
Poi accadde tutto molto velocemente.
«No!», ruggì Edward.
Si lanciò verso di me scagliandomi dall'altra parte del tavolo, che si rovesciò insieme alla torta, ai regali, ai fiori e piatti. Atterrai in una pioggia
di frammenti di cristallo.

Jasper si scontrò con Edward e il fragore fu lo stesso di una valanga di
rocce.
Si sentì un altro suono, un ringhio raccapricciante e cavernoso che nasceva dal petto di Jasper. Cercò di sfuggire alla presa di Edward, mordendo l'aria a pochi centimetri dal suo viso.
Emmett lo afferrò da dietro un istante dopo, bloccandolo nella sua presa
d'acciaio, ma Jasper si dimenava, gli occhi impazziti e vuoti puntati verso
di me.
Oltre allo spavento, sentivo anche una fitta lancinante. Ero caduta vicino
al pianoforte, gettando le braccia in avanti per proteggermi, in mezzo alle
schegge di vetro affilate. Dal polso al gomito, ormai il dolore m'invadeva,
acuto e bruciante.
Confusa e disorientata, cercai di non badare al rosso vivo del sangue che
mi colava dal braccio... e incrociai gli sguardi eccitati di sei vampiri improvvisamente famelici.
2
Punti
L'unico a restare calmo fu Carlisle. Dalla sua voce tranquilla e carismatica trapelavano secoli di esperienza.
«Emmett, Rose, portate fuori Jasper».
Emmett annuì, per una volta senza sorridere. «Andiamo».
Jasper cercò di liberarsi dalla morsa invincibile di Emmett, dimenandosi
e tentando di colpire il fratello con i denti in bella mostra, lo sguardo ancora da folle.
Edward, più pallido di un cadavere, sfrecciò al mio fianco, dove si rannicchiò in posizione di difesa. Mostrò i denti serrati e vibrò in un ringhio
di avvertimento. Aveva smesso di respirare, lo sentivo.
Rosalie, con una strana espressione compiaciuta sul volto divino, si portò davanti a Jasper - restando a distanza di sicurezza dai denti del fratello e aiutò Emmett a trascinarlo a forza attraverso la porta a vetri che Esme teneva aperta con una mano, mentre con l'altra si tappava bocca e naso.
Sul suo viso a cuore apparve un'espressione imbarazzata. «Mi dispiace
davvero, Bella», esclamò e seguì gli altri in giardino.
«Lascia fare, Edward», mormorò Carlisle.
Un secondo dopo, Edward annuì lento e si rilassò.
Carlisle s'inginocchiò al mio fianco per esaminare il braccio. Mi sentivo

pietrificata per lo spavento e cercai di ricompormi.
«Ecco, Carlisle», disse Alice offrendogli un asciugamano.
Scosse la testa. «Troppo vetro nella ferita». Si allungò verso l'orlo della
tovaglia bianca e ne strappò un lungo lembo. Me lo annodò attorno al gomito come un laccio emostatico. L'odore del sangue mi frastornava. Mi fischiavano le orecchie.
«Bella», disse Carlisle a bassa voce. «Vuoi che ti porti all'ospedale, o
preferisci che me ne occupi io, qui?».
«Qui, per favore», sussurrai. Se mi avesse portata al pronto soccorso,
non avrei potuto nascondere nulla a Charlie.
«Prendo la tua borsa», disse Alice.
«Portiamola sul tavolo della cucina», propose Carlisle a Edward.
Edward mi sollevò senza sforzo, mentre Carlisle manteneva la pressione
sul braccio.
«Come va, Bella?», chiese.
«Sto bene». Per fortuna non avevo la voce malferma.
Edward era impietrito.
Alice ricomparve. La borsa nera di Carlisle era già sul tavolo assieme a
una piccola ma luminosa lampada da lettura, collegata a una presa sulla parete. Edward mi fece accomodare con delicatezza su una sedia e Carlisle
ne avvicinò un'altra. Si mise all'opera immediatamente. Edward restò in
piedi al mio fianco, sempre protettivo, sempre senza respirare.
«Se vuoi, vai, Edward», sospirai.
«Posso farcela», insistette lui. Ma la mascella era rigida e gli occhi bruciavano per l'intensità della sete che cercava di combattere, molto peggiore
di quella che provavano gli altri.
«Non occorre che ti comporti da eroe», dissi. «Carlisle può curarmi anche senza il tuo aiuto. Esci a prendere un po' d'aria».
Sussultai quando Carlisle mi pizzicò il braccio con qualcosa che pungeva.
«Io resto», decise Edward.
«Perché sei così masochista?», mormorai.
Carlisle decise di intercedere. «Edward, forse è meglio che tu vada a
cercare Jasper, prima che ne faccia una tragedia. Ce l'avrà a morte con se
stesso e immagino che al momento non voglia parlare con nessuno tranne
te».
«Sì», aggiunsi svelta. «Vai a cercare Jasper».
«Potresti anche renderti utile», aggiunse Alice.

Edward, solo contro tutti, ci lanciò un'occhiataccia, ma infine annuì e
sfrecciò senza scomporsi verso la porta di servizio della cucina. Non lo avevo più udito respirare da quando mi ero tagliata il dito.
Sentivo il braccio intorpidirsi e addormentarsi pian piano. Il dolore della
puntura svanì, ma avevo ben presente il taglio, e per distrarmi da ciò che
stava facendo guardavo fisso il volto di Carlisle. Chino sulla ferita, i suoi
capelli biondi scintillavano sotto la luce. Sentivo le deboli proteste del mio
stomaco nauseato, ma ero decisa a non lasciarmi vincere dalla solita indole
schizzinosa. A quel punto non sentivo dolore, ma soltanto una delicata
punzecchiatura che cercavo di ignorare. Non era il caso di reagire da bambina e sentirmi male.
Se non fosse stata nel mio campo visivo, non mi sarei accorta di Alice
che a un certo punto si alzava e sgattaiolava via dalla stanza. Con l'ombra
di un sorriso di scuse sulle labbra, sparì dietro la porta della cucina.
«Be', sono andati tutti», sospirai. «Guai a chi dice che non sono capace
di fare pulizia».
«Non è colpa tua», mi confortò Carlisle, mentre rideva sotto i baffi.
«Sono cose che capitano».
«Sarà», commentai, «ma di solito capitano soltanto a me».
Fece un'altra risata.
Tanta calma e tranquillità apparivano ancora più sorprendenti, se confrontate con la reazione degli altri. Sul suo viso non vedevo alcuna traccia
di ansia. Procedeva con gesti svelti e sicuri. L'unico suono, a parte quello
del nostro respiro, era il plink plink smorzato dei minuscoli frammenti di
vetro che cadevano uno alla volta sul tavolo.
«Ma come fai?», chiesi. «Neanche Alice ed Esme...». La mia voce si affievolì e scossi la testa, meravigliata. Benché gli altri avessero seguito in
tutto e per tutto la sua scelta di rinunciare alla dieta tradizionale dei vampiri, Carlisle era l'unico che riusciva a sopportare l'odore del mio sangue
senza soffrire. Ovviamente, era molto più difficile di quanto desse a vedere.
«Anni e anni di allenamento», rispose. «Ormai mi accorgo a malapena
dell'odore».
«Pensi che sarebbe più difficile se ti prendessi un lungo periodo di ferie
dall'ospedale? E non fossi più a contatto con il sangue?».
«Forse». Scosse le spalle, ma le mani restarono salde. «Non ho mai sentito il bisogno di una lunga vacanza». Sfoderò un sorriso splendente. «Il
mio lavoro mi piace troppo».

Plink plink plink. Ero sorpresa da quanto vetro fosse rimasto nel braccio.
Avevo la tentazione di guardare il mucchietto di schegge, ma sapevo che
l'idea non avrebbe giovato alla strategia antivomito.
«Cosa ti piace di preciso?», domandai. Non ne capivo il senso... chissà
quanti anni di lotta e negazione di sé doveva aver sopportato per riuscire a
controllarsi tanto facilmente. E poi volevo che continuasse a parlare: la
conversazione mi distraeva dal mal di mare nello stomaco.
I suoi occhi scuri assunsero un'aria calma e pensierosa. «Mah. I momenti
che apprezzo di più sono quelli in cui le mie... doti supplementari mi permettono di salvare pazienti che altrimenti non ce la farebbero. È bello sapere che, grazie a ciò di cui sono capace, e alla mia stessa esistenza, la vita
di certe persone è migliore. Persino l'olfatto, a volte, è un utile strumento
di diagnosi». Un angolo della bocca si curvò in un sorriso.
Meditai sulle sue parole, mentre mi tastava il braccio per accertarsi che
non ci fossero più schegge di vetro. Poi cercò altri strumenti nella borsa e
sperai che non si trattasse di ago e filo.
«Ti sforzi tanto per farti perdonare qualcosa di cui non hai colpa», gli
dissi, mentre un genere diverso di punzecchiatura iniziò a solleticarmi la
pelle. «Voglio dire, non hai chiesto tu che fosse così. Non hai scelto questo
tipo di vita, eppure ti devi sforzare tanto, per essere coerente con i tuoi
principi».
«Non sento di avere qualcosa da farmi perdonare», ribatté. «Come accade a tutti, ho dovuto soltanto arrangiarmi con ciò che mi è toccato».
«Detto così sembra troppo facile».
Esaminò di nuovo il braccio. «Fatto», disse e strappò un filo. «Tutto a
posto». Strofinò con cura sulla ferita un grosso cotton fioc, inzuppato in
una specie di sciroppo rossastro. Aveva un odore strano; mi fece girare la
testa. Mi lasciò anche una macchia sulla pelle.
«All'inizio, però», proseguii, mentre Carlisle completava l'opera con un
lungo bendaggio aderente, «come ti è venuto in mente di scegliere una
strada alternativa a quella più ovvia?».
Increspò le labbra e sorrise tra sé. «Edward non te l'ha raccontato?».
«Sì. Ma vorrei capire cosa pensi tu...».
D'un tratto si fece serio, forse la sua mente andava nella stessa direzione
della mia. Chissà cos'avrei pensato io quando - rifiutavo di considerarlo un
se - fosse toccato a me.
«Be', sai che mio padre era un uomo di chiesa», mormorò, mentre puliva
con cura il tavolo, strofinandolo più volte con una garza bagnata. L'odore

di alcol mi bruciò il naso. «La sua visione del mondo era intransigente e io
avevo iniziato a metterla in dubbio già prima che cambiassi». Carlisle mise
in un vaso di cristallo le bende sporche e le schegge di vetro. Non capii cosa stesse facendo nemmeno quando accese il fiammifero. Poi lo vidi gettarlo in mezzo alla garza inzuppata d'alcol e la fiammata improvvisa mi fece sobbalzare.
«Scusa. Così dovremmo stare tranquilli... Quindi, non condividevo il
concetto di fede che aveva mio padre. Eppure, nei quasi quattrocento anni
trascorsi dal giorno della mia nascita, niente mi ha mai fatto dubitare
dell'esistenza di un Dio, in una forma o nell'altra. Nemmeno il mio riflesso
allo specchio».
Finsi di esaminare il bendaggio per nascondere la mia sorpresa di fronte
alla piega che stava prendendo la discussione. L'ultima cosa che mi sarei
aspettata era parlare di religione. Io per prima vivevo lontana dalla fede.
Charlie si dichiarava protestante perché lo erano stati i suoi genitori, ma la
domenica mattina adorava il fiume con una canna da pesca in mano. Renée
provava una nuova chiesa di tanto in tanto ma, come quando flirtava con il
tennis, le ceramiche, lo yoga o le lezioni di francese, cambiava idea prima
ancora che scoprissi la sua moda del momento.
«Immagino che questo discorso, fatto da un vampiro, ti sembrerà un po'
strano». Sorrise, consapevole che quella parola, pronunciata con tanta leggerezza, riusciva ancora a scuotermi. «Ciò che mi auguro è che anche per
noi questa vita abbia un senso. Certo, forse pretendo troppo», aggiunse
sbrigativo. «In fondo, siamo già dannati. Ma la mia illusione, forse assurda, è che, se proviamo a fare del nostro meglio, ci verrà riconosciuto».
«Non mi sembra assurda», mormorai. Non riuscivo a immaginare che
qualcuno, divinità comprese, potesse restare indifferente di fronte a Carlisle. Inoltre, l'unica idea di paradiso che potevo considerare doveva per
forza includere anche Edward. «E non credo di essere l'unica a pensarlo».
«Al contrario, sei la prima a dichiararsi d'accordo con me».
«Gli altri non la vedono così?», chiesi stupita, e pensai a una persona in
particolare.
Carlisle indovinò di nuovo dove volessi andare a parare. «Edward è
d'accordo fino a un certo punto. Per lui Dio e il paradiso esistono... così
come l'inferno. Ma non crede che per quelli come noi ci sia un aldilà». La
voce di Carlisle era dolce. Adesso fissava fuori della finestra, sopra il lavandino, nell'oscurità. «Vedi, secondo lui siamo esseri che hanno perso
l'anima».

Ripensai immediatamente alle parole di Edward, nel pomeriggio: a meno che non si cerchi la morte, o qualunque altra cosa ci tocchi. Una lampadina si accese nella mia testa.
«Questo è il problema, vero?», dissi. «Ecco perché fa tanto il difficile
con me».
Carlisle parlò lentamente. «Guardo mio... figlio, la sua forza, la sua bontà, la luce che irradia ovunque. E ciò non fa che rafforzare, più di ogni altra
cosa, la speranza, la fede. Com'è possibile che non esista qualcosa di più,
per uno come Edward?».
Annuii, totalmente d'accordo.
«Ma se io la pensassi come lui...». Abbassò su di me uno sguardo impenetrabile. «Se tu la pensassi come lui. Te la sentiresti di privarlo della sua
anima?».
Il modo in cui aveva formulato la domanda mi zittì. Se si fosse trattato
di rischiare la mia anima per Edward, la risposta sarebbe stata ovvia. Ma io
avrei messo a repentaglio l'anima di Edward? Serrai le labbra, infelice.
Non era uno scambio equo.
«Questo è il problema».
Scossi la testa, consapevole dell'espressione decisa sul mio volto.
Carlisle fece un sospiro.
«La scelta è mia», insistetti.
«Anche sua». Prima che potessi ribattere, alzò una mano. «Se lui fosse
capace di farlo a te».
«Non è l'unico che potrebbe...». Fissai Carlisle come per interrogarlo.
Rise e alleggerì bruscamente la conversazione. «Ah, no! Questa la devi
risolvere con lui». Poi aggiunse: «Ecco un'altra cosa di cui non riesco a essere sicuro. Per molti versi, ritengo di aver fatto del mio meglio con ciò
che mi è stato messo a disposizione. Ma è stato giusto condannare gli altri
a questa vita? Non riesco a decidere».
Non risposi. Immaginai cosa sarebbe stata la mia esistenza se Carlisle
avesse resistito alla tentazione di cambiare la propria vita solitaria... e rabbrividii.
«Fu grazie alla madre di Edward che mi decisi». La voce di Carlisle era
quasi un sussurro. Fissava il vuoto, al di là della finestra scura.
«Sua madre?». Ogni volta che cercavo di parlare con Edward dei suoi
genitori, rispondeva che erano morti tanto tempo fa e che ne aveva soltanto
qualche ricordo sbiadito. Mi resi conto che Carlisle, per il poco che li avesse conosciuti, doveva conservarne una memoria precisa.

«Sì. Si chiamava Elizabeth. Elizabeth Masen. Il padre, Edward Senior,
non riuscì a riprendere conoscenza, in ospedale. La prima ondata di influenza lo uccise. Elizabeth invece restò lucida quasi fino alla fine. Edward le
somiglia molto: aveva lo stesso colore di capelli, singolarmente bronzeo, e
gli occhi erano verdi, proprio come i suoi».
«Aveva gli occhi verdi?», mormorai, cercando di immaginarlo.
«Sì...». Le iridi ocra di Carlisle erano lontane un centinaio di anni. «Elizabeth si preoccupava ossessivamente del figlio. Pregiudicò le proprie speranze di sopravvivere perché si ostinava ad assisterlo dal letto in cui era ricoverata. Temevo che il primo ad andarsene potesse essere lui, le sue condizioni erano molto peggiori di quelle della madre. La fine la colse all'improvviso. Appena dopo il tramonto, ero arrivato a dare il cambio ai medici
a cui spettava il turno di giorno. All'epoca era difficile fingere: il lavoro era
tanto e io non avevo bisogno di riposarmi. Odiavo dover tornare a casa,
nascondermi nel buio e fingere di dormire mentre tante persone morivano.
Andai subito a controllare Elizabeth e suo figlio. Mi ci ero affezionato, il
che è sempre un pericolo, considerato quanto è fragile la natura umana.
Capii all'istante che le condizioni di lei si erano bruscamente aggravate. La
febbre era incontrollabile, il fisico troppo debilitato per continuare a combattere.
Eppure, mentre mi fissava dal letto, non sembrava debole.
"Salvalo!", m'implorò rauca, con tutto il fiato che le era rimasto in gola.
"Farò il possibile", fu la mia promessa, mentre le stringevo la mano. La
febbre era talmente alta che probabilmente nemmeno si accorse del freddo
innaturale delle mie dita. A contatto con la sua pelle, tutto sembrava freddo.
"Devi", insistette, stringendomi la mano così forte da darmi la speranza
che potesse superare la crisi. Il suo sguardo era duro, come la pietra, come
lo smeraldo. "Devi fare tutto ciò che puoi. Ciò che agli altri non è consentito, ecco cosa devi fare per il mio Edward".
Riuscì a spaventarmi. Mi fissava con quello sguardo penetrante e per un
istante ebbi la certezza che avesse scoperto il mio segreto. Poi fu sopraffatta dalla febbre e non riprese più conoscenza. Un'ora dopo morì.
Da decenni meditavo sulla possibilità di crearmi un compagno. Una creatura che sapesse chi ero, e non chi fingevo di essere. Ma non avevo mai
trovato una buona giustificazione per infliggere a qualcun altro ciò che io
stesso avevo subito. Ed ecco Edward, nel letto, morente. Gli restavano poche ore, era evidente. Accanto a lui, sua madre, l'espressione non ancora

pacificata, nemmeno nella morte».
Carlisle rivide la scena, un secolo di distanza non aveva scalfito il ricordo. Mentre parlava, immaginavo nei particolari il clima angosciante dell'ospedale, l'atmosfera opprimente di morte. Edward arso dalla febbre, la sua
vita che si affievoliva a ogni rintocco dell'orologio... Sentii un altro brivido
e cercai di scacciare l'immagine dalla mente.
«Non smettevo di pensare alle parole di Elizabeth. Come poteva aver
capito ciò che ero in grado di fare? Possibile che augurasse al figlio un destino del genere?
Guardai Edward. Pur nella malattia, era bello. C'era qualcosa di puro e
di buono nel suo volto. Il genere di viso che avrei voluto appartenesse a
mio figlio...
Dopo anni di indecisione, agii d'istinto. Prima portai sua madre all'obitorio, poi tornai a prenderlo. Nessuno si accorse che respirava ancora. Non
c'erano né mani né occhi a sufficienza per occuparsi di tutti i pazienti.
Nell'obitorio non c'era nessuno... che fosse ancora vivo. Lo feci uscire di
nascosto dal retro e passando per i tetti lo portai a casa mia.
Non sapevo bene come fare. Decisi di riprodurre le ferite che mi erano
state inferte tanti secoli prima, a Londra. In seguito me ne pentii. Fu molto
più doloroso e prolungato del necessario.
Eppure non mi sentivo in colpa. Né mi sono mai pentito di avere salvato
Edward». Scosse la testa e tornò al presente. Mi sorrise. «Forse è meglio
che ti riporti a casa».
«Ci penso io», disse Edward. Attraversò la sala da pranzo buia, a passo
più lento del solito. L'espressione del viso era composta, sfuggente, ma c'era qualcosa che non andava nello sguardo: qualcosa che si sforzava di nascondere. Il mio stomaco protestò con uno spasmo.
«Posso andare con Carlisle», dissi. Mi guardai la camicia; il cotone azzurro era inzuppato e macchiato di sangue. La spalla destra incrostata di liquido rosa e denso.
«Sto bene». Edward sembrava imperturbabile. «Però devi cambiarti. Se
Charlie ti vede così, gli verrà un infarto. Chiedo ad Alice di procurarti
qualcosa». E sfrecciò di nuovo fuori della cucina.
Guardai Carlisle, inquieta. «È molto arrabbiato».
«Sì. Serate come questa sono ciò che teme più di ogni cosa. Vederti
messa a rischio a causa della nostra natura».
«Non è colpa sua».
«Ma nemmeno tua».

Distolsi lo sguardo dai suoi occhi saggi e belli.
Carlisle mi offrì la mano e mi aiutò ad alzarmi dal tavolo. Lo seguii in
salone. Esme era tornata e puliva il pavimento nel punto in cui ero caduta con la candeggina, a giudicare dall'odore.
«Esme, lascia fare a me». Mi sentii di nuovo arrossire.
«Ho finito». Sorrise. «Come stai?».
«Bene», la rassicurai. «Carlisle è più svelto di tutti i dottori che mi hanno ricucita finora».
Ridacchiarono entrambi.
Alice ed Edward riapparvero dal retro. Alice corse svelta al mio fianco,
ma Edward rimase distante, con un'espressione indecifrabile sul viso.
«Su», disse Alice. «Cerchiamo dei vestiti meno macabri».
Trovò una camicia di Esme, di un colore simile alla mia. Charlie non se
ne sarebbe accorto, ne ero sicura. Il bendaggio lungo e bianco sul braccio
non sembrava neanche così serio, senza macchie di sangue sui vestiti. E
ormai Charlie non faceva più caso alle mie bende o ai cerotti.
«Alice», sussurrai mentre stava per uscire.
«Dimmi». Mi rispose anche lei a bassa voce e mi guardò con curiosità, il
capo leggermente inclinato.
«Se l'è presa tanto?». Forse parlare sottovoce era uno sforzo inutile. Eravamo al primo piano, con la porta chiusa, ma non era detto che lui non ci
sentisse.
Lei s'irrigidì. «Ancora non so».
«Jasper come sta?».
Fece un sospiro. «Ce l'ha con se stesso. Per lui è una prova ancora difficilissima e detesta sentirsi debole».
«Non è colpa sua. Digli che non sono arrabbiata, nemmeno un po', te ne
prego».
«Certo».
Edward mi aspettava all'ingresso. Quando giunsi ai piedi della scala, aprì
la porta senza proferire parola.
«Le tue cose!», gridò Alice mentre mi avvicinavo cauta a Edward. Recuperò da sotto il pianoforte i due pacchetti, uno dei quali mezzo aperto, e
la macchina fotografica, e me li ficcò sotto il braccio buono. «Mi ringrazierai dopo, quando li avrai aperti».
Esme e Carlisle mi augurarono entrambi una serena notte. Notai le occhiate che lanciavano al figlio, impassibile, più o meno come me.
Uscire fu un sollievo, mi lasciai svelta alle spalle le lanterne e le rose.

Edward camminava al mio fianco in silenzio. Aprì la portiera dalla parte
del passeggero e salii in macchina senza lamentarmi.
Sul cruscotto c'era un grande fiocco rosso, appiccicato all'autoradio nuova. Lo strappai e lo gettai a terra. Mentre Edward saliva dall'altro lato,
scalciai il fiocco sotto il sedile.
Non guardò né me né l'autoradio, che restò spenta mentre il silenzio fu
come moltiplicato dall'improvviso rombo del motore. Edward imboccò a
velocità esagerata il vialetto buio, tutto curve.
Il silenzio mi faceva impazzire.
«Di' qualcosa», implorai infine, mentre lui svoltava verso l'autostrada.
«Cosa vuoi che dica?», chiese lui, distaccato.
Rabbrividii di fronte a tanta freddezza. «Che mi perdoni».
Sul suo volto riapparve una scintilla di vitalità: una scintilla di rabbia.
«Perdonarti? Di cosa?».
«Se fossi stata più attenta non sarebbe successo niente».
«Bella, ti sei tagliata un dito con della carta... non credo che sarai condannata a morte».
«Comunque è colpa mia».
Con quella frase scatenai l'alluvione.
«Colpa tua? Se ti fossi tagliata a casa di Mike Newton, assieme a Jessica, Angela e agli altri tuoi amici normali, cosa avresti rischiato di tanto disastroso? Di non trovare le bende? Se fossi inciampata e crollata su una pila di piatti di vetro da sola, senza che qualcuno ti ci avesse scaraventato,
anche in quel caso, cosa avresti rischiato? Di sporcare i sedili dell'auto
mentre ti portavano al pronto soccorso? Magari Mike Newton ti avrebbe
tenuta per mano mentre ti ricucivano, e sarebbe rimasto là senza essere costretto a combattere contro l'istinto di ucciderti. Non pensare che sia colpa
tua, Bella. Non faresti altro che rendermi ancora più nauseato da me stesso».
«Che diavolo c'entra Mike Newton con questo discorso?».
«Mike Newton c'entra perché sarebbe molto più salutare, per te, stare
con uno come lui», ruggì.
«Preferirei morire piuttosto che stare con Mike Newton», protestai.
«Piuttosto che stare con chiunque non fossi tu».
«Non fare la melodrammatica, per favore».
«E allora non essere ridicolo».
Non rispose. Guardò in cagnesco la notte al di là del parabrezza, nero di
rabbia.

Mi sforzai di trovare un modo per salvare la serata. Quando parcheggiò
di fronte a casa mia, ero ancora a secco di idee.
Spense il motore, ma non staccò le mani dal volante.
«Resti con me stanotte?», chiesi.
«È meglio che torni a casa».
Non sopportavo l'idea che ricominciasse a crogiolarsi nel rimorso.
«È il mio compleanno».
«Non puoi fare i capricci... vuoi o no che tutti fingano di non saperlo?
Delle due l'una». Parlava con decisione, ma non era più così serio. Sospirai
di sollievo, in silenzio.
«Okay. Ho deciso che non voglio che tu faccia finta di niente. Ci vediamo di sopra».
Saltai giù e mi allungai a raccogliere i regali. Lui aggrottò le sopracciglia.
«Non sei obbligata a prenderli».
«Li voglio», risposi automaticamente, chiedendomi se stesse utilizzando
un trucchetto psicologico per rivoltare la frittata.
«Invece no. Carlisle ed Esme hanno speso dei soldi per i tuoi regali».
«Sopravviverò». Strinsi goffa i pacchetti con il braccio buono e mi sbattei la portiera alle spalle. In meno di un secondo Edward scese dal pick-up
e mi affiancò.
«Almeno lasciameli portare», disse togliendomeli di mano. «Ci vediamo
in camera tua».
Sorrisi. «Grazie».
«Buon compleanno», sussurrò, chinandosi per sfiorarmi le labbra con le
sue.
Mi alzai sulle punte dei piedi per prolungare il bacio, ma lui si allontanò.
Sfoderò quel sorriso sghembo che era il mio preferito e scomparve nell'oscurità.
Non appena entrai in casa sentii le divagazioni del telecronista con il boato degli spettatori sullo sfondo.
«Bells?», mi chiamò Charlie.
«Ehi, papà», dissi, girato l'angolo. Tenevo il braccio attaccato al fianco.
Arricciai il naso, infastidita dal bruciore della ferita. Evidentemente, l'effetto dell'anestetico stava svanendo.
«Com'è andata?». Charlie era sdraiato sul divano, con i piedi nudi appoggiati al bracciolo. Ciò che restava dei suoi capelli ricci e castani era
schiacciato su una tempia.

«Alice ha esagerato. Fiori, candele, torte, regali... non mancava niente».
«Cosa ti hanno regalato?».
«Un'autoradio per il pick-up». Più qualcos'altro, ancora ignoto.
«Mica male».
«Già. Be', io vado a dormire».
«Ci vediamo domattina».
Salutai con la mano. «Ciao ciao».
«Cos'ha il tuo braccio?».
Arrossii e imprecai tra me e me. «Sono inciampata. Niente di grave».
«Sempre la solita», sospirò e scosse la testa.
«Buonanotte, papà».
Corsi in bagno, dove custodivo la biancheria per le notti come quella.
Con una smorfia di dolore per colpa dei punti che tiravano, m'infilai la canottiera e i pantaloncini di cotone coordinati, che avevo comprato per sostituire la tuta da ginnastica che di solito indossavo per dormire. Mi lavai
la faccia con una mano, poi i denti, e mi precipitai in camera.
Era seduto sul letto, giocherellava con una scatola argentata.
«Ciao», disse. Sembrava triste. Si crogiolava nel suo malumore.
Mi avvicinai al letto, gli tolsi i regali di mano e mi sedetti in braccio a
lui.
«Ciao». Mi raggomitolai contro il suo petto duro come pietra. «Adesso
posso aprire i regali?».
«Com'è che ti è tornato l'entusiasmo?», domandò.
«Mi hai incuriosita».
Afferrai il lungo rettangolo piatto, probabilmente un dono di Carlisle ed
Esme.
«Lascia fare a me», suggerì. Prese il regalo e strappò la carta argentata
con un solo movimento fluido. Mi restituì una scatola bianca.
«Secondo te il coperchio riesco a sollevarlo da sola?», mormorai, ma lui
fece finta di nulla.
La scatola conteneva un cartoncino oblungo, coperto di scritte. Mi ci
volle un minuto per capire cosa fosse.
«Andiamo a Jacksonville?». Ne ero entusiasta, malgrado tutto. Era una
prenotazione per due biglietti aerei, per me ed Edward.
«L'idea è quella».
«Non posso crederci. Renée impazzirà! Non è un problema per te, vero?
C'è il sole, ti toccherà restare al chiuso tutto il giorno».
«Penso di potercela fare», rispose, ma poi si rabbuiò. «Se avessi imma-

ginato la tua reazione a questo regalo, ti avrei chiesto di aprirlo davanti a
Carlisle ed Esme. Temevo che avresti avuto da ridire».
«Be', certo, è troppo. Ma tu verrai con me!».
Sorrise. «Adesso inizio a pentirmi di non aver speso qualche soldo per il
tuo compleanno. Non credevo che potessi sfoderare tutto questo buon senso».
Riposi i biglietti e afferrai il suo regalo, piena di nuova curiosità. Me lo
tolse di mano e lo scartò come l'altro.
Mi restituì una custodia senza scritte, che conteneva un compact disc argentato.
«Cos'è?», chiesi perplessa.
Non rispose; prese il CD e mi girò attorno per inserirlo nel lettore sul
comodino. Premette PLAY e restammo in attesa, muti. Poi iniziò la musica.
Ascoltavo senza parole, ammaliata. Era in attesa della mia reazione, lo
sapevo, ma non riuscivo ad aprire bocca. Avevo le lacrime agli occhi e tentai di ricacciarle indietro prima che iniziassero a scendere.
«Ti fa male il braccio?», domandò, ansioso.
«No, non è il braccio. È bellissimo, Edward. Non avresti potuto regalarmi niente di più prezioso. Non posso crederci». Restai in silenzio ad ascoltare.
Era la sua musica, le sue composizioni. La prima traccia del CD era la
mia ninna nanna.
«Immaginavo che non mi avresti lasciato portare qui un piano per suonartela di persona», spiegò.
«Hai proprio ragione».
«Come va il braccio?».
«Benino». In realtà, sotto il bendaggio mi sentivo bruciare. Avevo bisogno di ghiaccio. Mi sarebbe bastata la sua mano, ma in quel modo mi avrebbe smascherata.
«Ti prendo un po' di Tylenol».
«Non ce n'è bisogno», protestai, ma lui mi fece scivolare giù dalle sue
ginocchia e andò verso la porta.
«Charlie», sibilai. Mio padre non era propriamente al corrente delle incursioni notturne di Edward. Anzi, se l'avesse saputo gli sarebbe venuto un
colpo. Mentirgli in quel modo non mi faceva sentire davvero in colpa. Non
combinavamo niente di ciò che avrebbe temuto combinassimo... Edward e
le sue regole!

«Non si accorgerà di me», dichiarò Edward, mentre spariva in silenzio al
di là della porta... e tornava, fermandola prima che si chiudesse sbattendo
contro lo stipite. In mano stringeva il bicchiere del bagno e il flacone delle
pastiglie.
Presi la medicina senza oppormi. Sapevo che non me l'avrebbe data vinta, e il braccio iniziava a darmi troppo fastidio.
La ninna nanna continuava, delicata e graziosa, in sottofondo.
«È tardi», mi fece notare Edward. Mi sollevò dal letto con un braccio e
con l'altro afferrò la coperta. Posò la mia testa sul cuscino e mi avvolse
nella trapunta. Si sdraiò accanto a me - sopra il lenzuolo, per non gelarmi e mi cinse con un braccio.
Posai la testa sulla sua spalla e sospirai di felicità.
«Grazie ancora», sussurrai.
«Prego».
Per un minuto interminabile restammo in silenzio, mentre ascoltavo le
ultime note della ninna nanna. Iniziò un'altra canzone. La riconobbi, era la
preferita di Esme.
«A cosa pensi?», chiesi in un sussurro.
Prima di rispondere attese un secondo. «Ecco, pensavo a cosa è giusto e
cosa sbagliato».
Sentii un brivido pungermi la schiena.
«Ricordi che ho deciso di non volere che ignorassi il mio compleanno?»,
precisai, sperando che il tentativo di cambiare discorso non fosse così evidente.
«Sì», rispose, con cautela.
«Be', pensavo che, visto che è ancora il mio compleanno, mi piacerebbe
ricevere un altro bacio».
«Sei avida, stasera».
«Sì, lo sono - ma per favore, non farlo se non lo desideri davvero», aggiunsi piccata.
Lui rise e sospirò. «Non sia mai detto che io faccia qualcosa controvoglia», disse, in tono stranamente disperato, prendendomi il mento con la
mano e avvicinando il mio viso al suo.
All'inizio sembrava un bacio come gli altri: Edward si dimostrò al solito
cauto mentre il mio cuore perdeva il controllo come accadeva ogni volta.
Poi qualcosa cambiò. All'improvviso le sue labbra divennero molto più decise, la mano libera s'infilò tra i miei capelli e trattenne la mia testa ben
salda contro la sua. E malgrado le mie mani fossero già sui suoi capelli, e

io sul punto di oltrepassare il confine della prudenza che lui imponeva, per
una volta non mi fermò. Sentivo il freddo del suo corpo contro la coperta
sottile, ma mi strinsi impetuosa a lui.
Interruppe il bacio bruscamente e mi allontanò, afferrandomi con dolcezza e decisione.
Crollai sul cuscino, col fiato corto e un turbinio nella testa. Qualcosa di
impercettibile stuzzicava i confini della mia memoria...
«Scusa», disse, anche lui senza fiato. «Ho esagerato».
«Non m'importa».
Aggrottò le sopracciglia, nell'ombra. «Cerca di dormire, Bella».
«No, voglio che mi baci ancora».
«Sopravvaluti il mio autocontrollo».
«Cosa ti tenta di più: il mio sangue o il mio corpo?».
«L'uno e l'altro». Si lasciò scappare un sorriso, poi tornò serio. «Ora,
perché non smetti di sfidare la sorte e ti metti a dormire?».
«Va bene», risposi rannicchiandomi contro di lui. Ero esausta, davvero.
Per tante ragioni era stata una giornata lunga, ma adesso che finiva non mi
sentivo affatto più sollevata. Come se temessi qualcosa di peggio per l'indomani. Che stupido presagio: cosa avrebbe potuto andare peggio? Erano
solo i postumi dello spavento provato, ci avrei scommesso.
Senza farmi notare, avvicinai il braccio alla sua spalla perché la sua pelle
fredda a contatto con la ferita alleviasse il dolore. Mi sentii subito meglio.
Ero mezza addormentata, con un piede nel mondo dei sogni, quando
compresi quale ricordo avesse risvegliato quel bacio: la primavera precedente, quando era stato costretto a lasciarmi per non mettere James sulle
mie tracce, Edward mi aveva salutata, senza sapere quando - o se - ci saremmo rivisti, baciandomi in una maniera molto simile. Per qualche motivo che non riuscivo a chiarirmi, si era appena innescata la stessa dolorosa
sensazione. Tremando, persi conoscenza, come se mi trovassi già nel bel
mezzo di un incubo.
3
La fine
Il mattino dopo mi sentivo un vero schifo. Non avevo dormito bene, sentivo bruciare il braccio e mi faceva male la testa. E a peggiorare il tutto, il
ricordo del volto di Edward dolce ma lontano, mentre mi sfiorava la fronte
con un bacio e usciva svelto dalla finestra. Temevo che, nelle ore passate a

guardarmi persa nell'incoscienza del sonno, avesse ripensato a ciò che era
giusto o sbagliato. L'ansia amplificava il rimbombo dei battiti nella mia testa.
Come al solito lo trovai ad aspettarmi a scuola, ma la sua espressione era
strana. Lo sguardo nascondeva qualcosa che non riuscivo a cogliere... e
che mi terrorizzava. Non volevo parlare della sera prima, ma non ero neanche sicura che evitare il discorso fosse la mossa migliore.
Aprì lo sportello del pick-up per aiutarmi a scendere.
«Come ti senti stamattina?».
«Splendidamente», mentii, scombussolata persino dallo sbattere della
portiera che si richiudeva.
Camminavamo in silenzio, lui accorciava il passo per restare al mio
fianco. Avevo tante domande che mi si agitavano in testa, ma avrebbero
dovuto aspettare perché erano quasi tutte per Alice: come stava Jasper?
Cosa si erano detti dopo che me ne ero andata? Come l'aveva presa Rosalie? E soprattutto, cos'è che lei intravedeva nelle sue strane e imperfette visioni del futuro? Riusciva a leggere i pensieri di Edward, a scorgere il motivo di tanto malumore? Erano fondate le paure istintive e impalpabili che
non riuscivo a scrollarmi di dosso?
Il mattino trascorse lento. Non vedevo l'ora di incontrare Alice, anche se
sapevo che non sarei riuscita a parlarle in presenza di Edward. Lui restava
sulle sue. Di tanto in tanto mi chiedeva come andasse il braccio e rispondevo con una bugia.
A pranzo, Alice ci precedeva sempre: non era costretta a tenere il passo
di un bradipo come me. Ma quel giorno non l'avremmo trovata seduta a tavola di fronte a un vassoio di cibo che non avrebbe mangiato.
Edward non disse nulla riguardo l'assenza della sorella. Immaginai che
la sua lezione si fosse protratta più a lungo del solito, ma poi vidi Conner e
Ben, che frequentavano la quarta ora di francese assieme a lei.
«Dov'è Alice?», chiesi inquieta a Edward.
Mentre fissava una barretta di cereali, sbriciolandola pian piano tra le dita, mi rispose: «Con Jasper».
«Lui sta bene?».
«Per un po' resterà lontano».
«Cioè? Dove?».
Edward si strinse nelle spalle: «In nessun posto preciso».
«E Alice gli farà compagnia», aggiunsi in preda allo sconforto. Ma certo, era sempre pronta ad assistere Jasper nel momento del bisogno.

«Sì, starà lontana da casa per un po'. Vuole convincerlo a trasferirsi a
Denali».
Denali era il luogo d'insediamento dell'unica altra comunità di vampiri
speciali - buoni come i Cullen. Tanya e la sua famiglia. Di tanto in tanto ne
avevo sentito parlare. Edward si era rifugiato presso di loro, l'inverno precedente, quando il mio arrivo gli aveva reso difficile vivere a Forks. Anche
Laurent, il membro più sensibile del piccolo branco di James, li aveva raggiunti, anziché spalleggiare il suo compare contro i Cullen. Consigliare a
Jasper di andare a Denali era stata una scelta molto sensata.
Deglutii, cercando di sciogliere il nodo che d'un tratto mi aveva bloccato
la gola. Il senso di colpa mi fece chinare la testa e abbassare le spalle. Li
avevo costretti a fuggire da casa, come Rosalie ed Emmett. Ero una disgrazia.
«Ti dà fastidio il braccio?», mi chiese premuroso.
«Chi se ne importa del mio stupido braccio?», mormorai nauseata.
Non rispose, e io appoggiai la testa sul tavolo.
Alla fine della giornata, il silenzio era diventato assurdo. Non desideravo
essere io a spezzarlo per prima, ma evidentemente non avevo scelta se volevo che Edward mi parlasse di nuovo.
«Puoi venire più tardi, stasera?», gli chiesi mentre mi accompagnava - in
silenzio - al pick-up. Veniva sempre a trovarmi.
«Più tardi?».
Fui lieta di averlo sorpreso. «Oggi lavoro. Devo restituire alla signora
Newton la giornata libera di ieri».
«Ah».
«Però quando torno a casa puoi venire, d'accordo?». All'improvviso non
mi sentivo più sicura delle mie parole e questo non mi piaceva.
«Se vuoi, ci sarò».
«Certo che ti voglio», ribadii, forse con intensità maggiore di quanto si
addicesse alla conversazione.
Mi aspettavo che reagisse alle mie parole, almeno con un ghigno o una
risata.
«D'accordo», rispose, indifferente.
Mi baciò di nuovo sulla fronte e richiuse la portiera. Poi si voltò e si diresse con grazia verso la sua auto.
Uscii dal parcheggio prima che il panico s'impadronisse di me, ma giunta dai Newton ero già in iperventilazione.
Ha solo bisogno di tempo, mi ripetevo. Supererà questo momento. Forse

era triste perché i suoi fratelli l'avevano abbandonato. Ma Alice e Jasper
sarebbero tornati presto, così come Rosalie ed Emmett. Se fosse servito a
qualcosa, sarei rimasta lontana dalla grande casa sul fiume: non ci avrei
mai più messo piede. Non m'importava. Avrei comunque incontrato Alice
a scuola. Sarebbe tornata a scuola, no? E aveva passato così tanto tempo a
casa mia che non avrebbe voluto ferire i sentimenti di Charlie tenendosene
lontana.
E senza dubbio avrei incrociato regolarmente Carlisle al pronto soccorso.
Dopotutto, ciò che era successo la sera precedente non era nulla. Non era
successo niente. Ero caduta: il riassunto della mia vita. Un fatto insignificante, se ripensavo agli eventi della primavera appena trascorsa. James mi
aveva ridotta a pezzi e avevo rischiato di morire dissanguata... ed Edward
aveva sopportato le interminabili settimane di convalescenza in ospedale
molto meglio di così. Forse questa volta il problema era che non doveva
proteggermi da un nemico, ma da suo fratello?
Probabilmente avrebbe dovuto portarmi via, anziché lasciare che la sua
famiglia si disgregasse. La depressione si alleggerì quando pensai a tutto il
tempo che avremmo passato da soli. Se Edward avesse retto per quest'ultimo anno di scuola, Charlie non avrebbe potuto obiettare nulla. Ci saremmo iscritti allo stesso college, magari per finta come Rosalie ed Emmett. Aspettare un anno era cosa da poco per Edward. Cos'è un anno per
un immortale? Non sembrava lungo neanche a me.
Riuscii a raccogliere la lucidità sufficiente a scendere dal pick-up ed entrare in negozio. Mike Newton mi aveva preceduta e quando entrai mi salutò con un sorriso. Afferrai la divisa abbozzando un cenno verso di lui.
Non avevo ancora smesso di immaginare la piacevole possibilità che io ed
Edward fuggissimo assieme in qualche località esotica.
Mike interruppe le mie fantasie. «Com'è andato il compleanno?».
«Bah, per fortuna è finito», borbottai.
Lui mi guardò di sottecchi come se fossi pazza.
Il lavoro mi pesava. Desideravo stare con Edward e pregavo che il peggio, qualunque esso fosse, potesse passare prima che ci rivedessimo. Non è
niente, mi ripetevo in continuazione. Tutto tornerà alla normalità.
Quando più tardi imboccai la strada di casa mia e vidi l'auto argentata di
Edward mi sentii sopraffatta dal sollievo, che mi lasciò però disorientata e
con un fondo di preoccupazione.
Sfrecciai verso la porta d'ingresso, facendomi sentire ancora prima di en-

trare.
«Papà? Edward?».
Dal salotto giunse l'inconfondibile sigla dei programmi sportivi della
ESPN.
«Siamo qui», rispose Charlie.
Appesi l'impermeabile all'attaccapanni e girai svelta l'angolo.
Edward era sulla poltrona, Charlie sul divano. Entrambi tenevano gli occhi fissi sullo schermo. Tipico di mio padre, ma non di Edward.
«Ciao», dissi a mezza voce.
«Ciao, Bella», rispose mio padre senza perdere di vista lo schermo. «Ci
sono degli avanzi di pizza. Dovrebbero essere ancora sul tavolo».
«Grazie».
Aspettai in corridoio da dove potevo tener d'occhio il salotto, finché...
Edward si voltò a guardarmi accennando un sorriso: «Ti raggiungo subito», disse. Poi tornò con gli occhi al televisore.
Restai immobile e sbalordita per un minuto intero. Nessuno dei due
sembrò accorgersene. Sentivo qualcosa, forse il panico, crescere dentro.
Scappai in cucina. La pizza non mi attirava. Mi sedetti, rannicchiandomi
con le ginocchia strette al petto. C'era qualcosa che non andava, era peggio
di quanto pensassi. La TV non smetteva di irradiare chiacchiere e battute
maschili.
Cercai di controllarmi, di ragionare. Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere? Trasalii. Era la domanda più sbagliata che potessi farmi.
Riuscivo a malapena a respirare.
Okay, riprovai, qual è la cosa peggiore che potrei sopportare? Neanche
quella domanda mi piaceva granché. Ma ripensai alle possibilità su cui avevo meditato durante la giornata.
Restare lontana dalla famiglia di Edward. Tranne che da Alice, ovviamente. Però, se Jasper fosse stato costretto ad allontanarsi, avrei passato
meno tempo anche con lei. Annuii, tra me e me: potevo farcela.
Altra possibilità: andarcene. Forse Edward non voleva aspettare la fine
dell'anno scolastico, forse dovevamo farlo subito.
Davanti a me, sul tavolo, i regali di Charlie e Renée erano dove li avevo
lasciati, con la macchina fotografica, che non ero riuscita a usare a casa
Cullen, accanto all'album. Sfiorai la bella copertina dell'album regalatomi
da mia madre e sospirai ripensando a lei. Malgrado mi fossi lasciata da
tempo alle spalle la vita con lei, non mi era facile accettare l'idea di una
separazione ancor più netta. Charlie, poi, sarebbe rimasto solo, abbandona-

to. Avrei fatto tanto male a entrambi...
Ma saremmo tornati, no? Saremmo venuti a trovarli, vero?
Non potevo essere sicura della risposta.
Posai la guancia sul ginocchio e fissai quei pegni dell'amore dei miei genitori. Sapevo che la strada che avevo scelto sarebbe stata difficile. E, dopotutto, stavo pensando al peggio che potesse accadere, la situazione più
drastica tra quelle che sarei riuscita a superare...
Sfiorai di nuovo l'album e sollevai la copertina. C'erano già gli angoli di
metallo per fissare la prima foto. Non era un'idea tanto cattiva fermare
qualche momento della mia vita. Sentii lo strano impulso di iniziare subito.
Forse non mi restava molto tempo da passare a Forks.
Giocherellai con la cinghia della macchina fotografica, ripensando al
mio primo scatto. Sarebbe somigliato almeno vagamente all'originale? Ne
dubitavo. Lui, comunque, non temeva che la foto venisse vuota. Sorrisi ripensando alla sua risata spensierata, la sera prima. Ma il sorriso si spense
subito. Tante cose erano cambiate all'improvviso. Avevo le vertigini, come
sull'orlo di un precipizio.
Non volevo pensarci più. Afferrai la macchina fotografica e salii le scale.
Nei diciassette anni trascorsi dal giorno in cui mia madre se n'era andata,
la mia stanza non era cambiata granché. Le pareti erano ancora azzurre, alle finestre c'erano le stesse tende di pizzo ingiallite. Al posto del lettino c'era un letto vero, su cui però stava scomposta una trapunta che lei stessa avrebbe riconosciuto: un regalo della nonna.
Senza pensarci, scattai una foto della mia stanza. Non avevo più granché
da fare per quella giornata, fuori era ormai buio, e la sensazione di pochi
minuti prima era sempre più forte, tanto da trasformarsi in una spinta irrefrenabile: avrei fissato tutto ciò che potevo, prima di andarmene da Forks.
Tutto stava per cambiare. Lo sentivo. Non era una prospettiva piacevole,
non nel momento in cui la mia vita sembrava perfetta.
Scesi le scale con calma, la macchina fotografica in mano, cercando di
ignorare le farfalline nello stomaco, mentre pensavo allo strano senso di
distanza che non volevo rivedere negli occhi di Edward. Gli sarebbe passata. Forse era preoccupato di sconvolgermi se mi avesse chiesto di fuggire.
Volevo lasciarlo meditare senza immischiarmi. E farmi trovare pronta.
Preparai la macchina, appoggiata all'angolo del salotto, senza farmi vedere. Pensavo che non sarei mai riuscita a cogliere Edward di sorpresa, ma
lui non alzò gli occhi. Sentii un brivido passeggero e un fremito glaciale

mi sfiorò lo stomaco. Feci finta di nulla e scattai la foto.
A quel punto, si voltarono entrambi. Charlie aggrottò le sopracciglia. Il
viso di Edward era privo di espressione.
«Cosa fai, Bella?», si lamentò Charlie.
«E dai». Mi sforzai di sorridere e mi sedetti a terra, di fronte al divano su
cui era allungato mio padre. «Sai bene che la mamma chiamerà al più presto per chiedermi se sto usando i miei regali. Devo mettermi al lavoro se
non voglio deluderla».
«Ma perché fotografi proprio me?», borbottò.
«Perché sei un bell'uomo», risposi scherzosa. «E perché, dato che hai
comprato la macchina fotografica, sei obbligato a essere uno dei miei soggetti».
Mormorò qualcosa di incomprensibile.
«Dai, Edward», dissi con indifferenza ammirevole. «Fanne una a me e
papà».
Gli lanciai la macchina fotografica, evitando con cura il suo sguardo, e
m'inginocchiai accanto al bracciolo su cui Charlie poggiava la testa. Papà
sospirò.
«Devi sorridere, Bella», mormorò Edward.
Mi sforzai di farlo e il flash scattò.
«Okay, adesso tocca a voi», propose Charlie. Sapevo bene che voleva
soltanto evitare lo sguardo della macchina fotografica.
Edward si alzò in piedi e con grazia gli porse l'apparecchio.
Mi avvicinai a lui e mi sentii costretta in una posa strana e formale. Appoggiò delicatamente una mano sulla mia spalla mentre io con il braccio
mi strinsi forte ai suoi fianchi. Avrei voluto guardarlo in volto, ma avevo
paura.
«Sorridi, Bella», ribadì Charlie.
Feci un sospiro profondo e sorrisi. Il flash mi accecò.
«Basta foto, per stasera», disse Charlie, che infilò subito la macchina tra
due cuscini del divano, su cui si sedette. «Non sei obbligata a finire subito
il rullino».
Edward tolse la mano dalla mia spalla e sfuggì alla presa con disinvoltura. Tornò a sedersi sulla poltrona.
Dopo una piccola esitazione, mi sedetti anch'io sul divano. D'un tratto
ero così agitata che mi sentii tremare le mani. Le nascosi incrociando le
braccia sulla pancia, posai il mento sulle ginocchia alzate e fissai lo schermo della TV, senza vedere niente.

Alla fine della trasmissione non mi ero mossa di un centimetro. Con la
coda dell'occhio vidi Edward alzarsi.
«È ora di rientrare», disse.
Charlie non staccava gli occhi dalla pubblicità. «Ciao, ciao».
Goffa e intorpidita per esser rimasta immobile a lungo, mi alzai in piedi
e accompagnai Edward alla porta. Lui filò dritto verso l'auto.
«Non rimani?», chiesi, aspettandomi già la sua risposta.
«Stasera no».
Evitai di chiedergli perché.
Salì in auto e io restai a guardarlo mentre se ne andava. Mi accorsi a malapena che pioveva. Rimasi in attesa, di cosa non lo so, finché alle mie
spalle non si aprì la porta.
«Bella, che fai?», chiese Charlie, sorpreso di vedermi lì fuori impalata e
gocciolante.
«Niente». Mi voltai e rientrai ciondolando.
Fu una notte lunga, niente affatto riposante.
Mi alzai alla prima luce fioca che scorsi alla finestra. Mi preparai meccanicamente per andare a scuola, in attesa che le nuvole si schiarissero.
Mangiai una tazza di cereali e decisi che c'era abbastanza luce per scattare
qualche foto. Ne feci una al pick-up e un'altra alla facciata della casa. Mi
voltai a fotografare la foresta vicino al giardino di Charlie. Che strano, non
sembrava più sinistra come un tempo. Capii che mi sarebbe mancata: verde, fuori dal tempo, misteriosa.
Prima di uscire, riposi la macchina nello zaino. Cercai di concentrarmi
sul mio nuovo progetto, anziché sul fatto che Edward non sembrava aver
fatto progressi durante la notte.
Assieme alla paura, sentivo una punta di impazienza. Per quanto tempo
sarebbe andata avanti così?
Be', per tutta la mattinata. Camminava in silenzio al mio fianco, sembrava che nemmeno mi guardasse. Cercai di concentrarmi sulle lezioni, ma
neanche l'inglese riusciva a catturare la mia attenzione. Il professor Berty
fu costretto a ripetere la domanda su Madonna Capuleti per due volte, prima che mi rendessi conto che si stava rivolgendo a me. Edward mi suggerì
la risposta giusta sottovoce, dopodiché continuò a fare come se non esistessi.
A pranzo, il silenzio proseguì. Temevo di potermi mettere a urlare da un
momento all'altro, perciò, per distrarmi, oltrepassai il confine invisibile del
tavolo e mi rivolsi a Jessica.

«Ehi, Jess».
«Che c'è, Bella?».
«Mi fai un favore?», chiesi infilando una mano nello zaino. «Mia madre
vuole che scatti qualche foto dei miei amici, da mettere in un album. Perciò fai qualche foto in giro, okay?».
Le passai la macchina.
«Certo», disse sorridendo, e scattando sorprese Mike a bocca piena.
Il prevedibile risultato fu una guerra di fotografie. Li guardavo passarsi
la macchina attorno al tavolo, ridendo, ammiccando e lamentandosi di essere stati immortalati. Che cosa infantile. Forse quel giorno non ero
dell'umore giusto per godermi le risate e i divertimenti di gente normale.
«Oh», esclamò Jessica, scusandosi, quando mi restituì la macchina. «Mi
sa che abbiamo finito il rullino».
«Non c'è problema. Avevo già fatto le foto che mi servivano».
Dopo le lezioni, Edward mi accompagnò al parcheggio in silenzio. Anche quel giorno dovevo lavorare, e per una volta ne ero contenta. Passare
del tempo con me, ovviamente, non lo aiutava. Forse doveva restare un po'
solo.
Lasciai il rullino al laboratorio del centro commerciale prima di andare
dai Newton, e uscita dal negozio passai a ritirare le foto sviluppate. A casa,
salutai svelta Charlie, presi una barretta di cereali dalla cucina e sfrecciai
in camera mia con la busta delle foto sottobraccio.
Mi sedetti sul letto e aprii l'involucro piena di curiosità. Era ridicolo, ma
quasi mi aspettavo che la prima foto fosse vuota.
Quando la tirai fuori, mi tolse il fiato. Edward era bello come nella realtà, e mi fissava con lo sguardo caldo che da due giorni non vedevo. Era
quasi incredibile che qualcuno potesse essere così... così... indescrivibile.
Migliaia di parole non erano sufficienti a eguagliare quell'immagine.
Sfogliai il resto delle foto alla svelta, ne scelsi tre e le posai sul letto, una
accanto all'altra.
La prima ritraeva Edward in cucina, lo sguardo pieno di calore, divertito
e paziente. Nella seconda c'erano Edward e Charlie che guardavano la TV.
La differenza tra le due espressioni di Edward era netta. Lo sguardo era diventato circospetto, riservato. Era sempre bello da mozzare il fiato, ma l'espressione si era come raffreddata: ricordava una scultura, più che un essere umano.
L'ultima era la foto di Edward e me, goffa al suo fianco. La sua espressione era ancora fredda e statuaria. Ma il dettaglio più inquietante era un

altro. La differenza tra noi due era terribile. Lui sembrava un dio. Io un essere umano qualsiasi, e quasi mi vergognavo di risultare tanto anonima.
Girai la foto, con un moto d'insofferenza.
Anziché fare i compiti, trascorsi il tempo a metterle in ordine. Con una
biro scrissi le didascalie - nomi e date - per ciascuna foto. Giunta all'immagine che ritraeva me ed Edward insieme, senza guardarla troppo, la piegai in due e la infilai negli angoli in modo che fosse visibile solo per metà.
Poi, infilai la seconda serie di fotografie in una busta e scrissi una lunga
lettera di ringraziamento a Renée.
Edward non era ancora arrivato. Non volevo ammettere che lui fosse il
motivo per cui ero rimasta alzata tanto a lungo, ma ovviamente era così.
Cercai di ricordare l'ultima occasione in cui aveva tardato tanto senza una
scusa, una telefonata... Non era mai successo.
E, di nuovo, dormii male.
La mattinata a scuola si trascinò nella stessa maniera cupa e frustrante
dei due giorni precedenti. La presenza di Edward nel parcheggio mi dava
un sollievo che svaniva in fretta. Non era cambiato niente, anzi, lo sentivo
sempre più lontano.
Stentavo a ricordare persino il motivo di quel disastro. Il mio compleanno, ormai, sembrava appartenere a un passato remoto. Se solo Alice fosse
tornata. Subito. Prima che la situazione sfuggisse di mano.
Ma non potevo contarci. Decisi che, se non fossi riuscita a parlagli quel
giorno, a parlargli davvero, sarei andata a trovare Carlisle l'indomani. Dovevo fare qualcosa.
Promisi a me stessa che dopo le lezioni io ed Edward ne avremmo discusso. Non avrei tollerato scuse.
Più tardi, mentre mi accompagnava al pick-up, mi feci coraggio, pronta
a sparare a raffica le mie domande.
«Ti dispiace se vengo da te, oggi?», chiese prima che raggiungessimo il
veicolo, prendendomi in contropiede.
«Certo che no».
«Adesso?», domandò aprendomi la portiera.
«Certo». Cercai di mantenere un tono di voce regolare, ma il suo nervosismo non mi piaceva affatto. «Prima però passo a spedire una lettera a
Renée. Ci vediamo a casa».
Guardò il pacchetto gonfio sul sedile del passeggero. Di scatto, si allungò ad afferrarlo.
«Ci penso io», disse piano. «E vedrai che arriverò per primo». Sfoderò il

sorriso sghembo che preferivo, però c'era qualcosa che non andava. Si era
spento già prima di raggiungere gli occhi.
«D'accordo», risposi. Chiuse la portiera e si diresse alla propria auto.
Arrivò prima di me. Giunta di fronte a casa, notai la sua macchina parcheggiata al posto di quella di Charlie. Cattivo segno. Non aveva intenzione di trattenersi.
Io scesi dal pick-up, lui dall'auto, e mi venne incontro. Mi tolse lo zaino
di mano. Gesto normale. Ma, anziché aiutarmi a portarlo, lo ripose sul sedile. Gesto tutt'altro che normale.
«Facciamo una passeggiata», propose, impassibile, prendendomi per
mano.
Restai in silenzio, senza riuscire a trovare un modo di protestare immediatamente, come avrei desiderato. Così non andava. Brutto segno, brutto
segno, ripeteva la voce nella mia testa.
Edward non rimase ad aspettare. Mi portò sul lato destro del giardino,
quello che confinava con il bosco. Mi lasciai trascinare, cercando di restare
lucida nonostante il panico. In fondo era ciò che volevo, mi dicevo. Era la
possibilità di chiarire. E allora perché mi sentivo soffocare dall'angoscia?
Ci fermammo dopo pochi passi sotto gli alberi. Non avevamo nemmeno
imboccato il sentiero, vedevo ancora casa mia.
Edward si appoggiò a un tronco e mi fissò con un'espressione indecifrabile.
«Bene, parliamo», dissi. Apparivo molto più coraggiosa di quanto non
fossi.
Prese fiato.
«Bella, stiamo per andarcene».
Respirai a fondo. Era una scelta accettabile. Mi credevo pronta. Invece,
dovevo sapere.
«Perché proprio adesso? Ancora un anno...».
«Bella, è il momento giusto. Per quanto tempo credi che potremmo restare ancora a Forks? Carlisle dimostra a malapena trent'anni e già ne deve
dichiarare trentatré. Comunque vada, non passerà molto tempo prima che
ci tocchi ricominciare da capo».
La sua risposta mi lasciò perplessa. Pensavo che andarcene servisse a lasciare in pace la sua famiglia. Che senso aveva partire se loro ci avrebbero
seguiti? Lo fissai, sforzandomi di capire.
Lui sostenne il mio sguardo, impassibile.
Un attacco di nausea mi confermò che avevo capito male.

«Hai detto stiamo...», sussurrai.
«Intendo la mia famiglia e me». Scandito parola per parola.
Scuotevo la testa avanti e indietro, meccanicamente, cercando di sgombrarla dai pensieri. Lui restò in attesa, senza dare segni di impazienza. Mi
ci volle qualche minuto, prima di riuscire a parlare.
«Okay», dissi. «Verrò con te».
«Non puoi, Bella. Dove stiamo andando... non è il posto adatto a te».
«Il mio posto è dove sei tu».
«Non sono la persona giusta per te, Bella».
«Non essere ridicolo». Il moto di rabbia che avrei voluto sfoderare si
manifestò in una richiesta implorante. «Sei la cosa migliore che mi sia capitata, davvero».
«Il mio mondo non è fatto per te», rispose risoluto.
«Ma ciò che è successo con Jasper... non conta niente, Edward... niente!».
«Hai ragione. Era semplicemente un gesto prevedibile».
«L'hai promesso! A Phoenix hai promesso di rimanere...».
«Fino a quando fosse stata la cosa migliore per te», precisò interrompendomi.
«NO! Non dirmi che il problema è la mia anima!», gridai, furiosa con le
parole che esplodevano, eppure anche quella sembrava una supplica. «Carlisle mi ha detto tutto, ma non m'interessa, Edward. Non m'interessa!
Prenditi pure la mia di anima. Senza te non mi serve: è già tua!».
Prese fiato e per un istante il suo sguardo vagò in basso sul terreno. Sulle
sue labbra, una smorfia accennata. Quando finalmente mi guardò di nuovo,
era diverso, duro, come se l'oro liquido dei suoi occhi si fosse congelato.
«Bella, non voglio che tu venga con me». Scandì quelle parole lentamente, con cura, lo sguardo freddo sul mio viso, in attesa che cogliessi il
senso della frase.
Restammo in silenzio mentre ripetevo tra me le sue parole, come ricercandovi un senso o un'intenzione che mi era sfuggita.
«Tu... non... mi vuoi?».
«No».
Lo fissavo senza capire. Con gli occhi su di me, non abbozzò neanche
una scusa. Le sue iridi erano color topazio: duro, chiaro e profondo. Sentivo di poter affondare per chilometri nel suo sguardo, eppure da nessuna
parte, in quelle profondità, riuscivo a cogliere qualcosa che contraddicesse
ciò che mi ero appena sentita dire.

«Be', questo cambia le cose». Ero sorpresa dal mio tono di voce calmo e
ragionevole. Probabilmente era colpa dello shock. Continuavo a non trovarvi un senso.
Guardò verso gli alberi e riprese a parlare. «Ovviamente, a modo mio, ti
amerò sempre. Ma quel che è successo l'altra sera mi ha fatto capire che è
ora di cambiare. Vedi, sono... stanco di fingere un'identità che non è mia,
Bella. Non sono un essere umano». Tornò a fissarmi e le sembianze glaciali del suo viso perfetto non erano umane. «Ho aspettato troppo, e ti chiedo
scusa».
«No». La mia voce era un sussurro: la consapevolezza aveva fatto breccia e scorreva come acido nelle mie vene. «Non farlo».
Mentre mi fissava leggevo nei suoi occhi che le mie parole erano giunte
troppo, troppo tardi. Aveva già deciso.
«Tu non sei la persona giusta per me, Bella». Rivoltò la frase di poco
prima: non avevo scampo. Sapevo benissimo di non essere abbastanza per
lui.
Cercai di dire qualcosa, ma restai in silenzio. Lui attese, paziente, il viso
ripulito da ogni emozione. Ci riprovai.
«Se... ne sei certo».
Annuì.
Il mio corpo si paralizzò. Dal collo in giù, non sentivo niente.
«Vorrei chiederti un favore, però, se non è troppo», disse.
Forse sul mio viso comparve qualcosa che per un istante catturò la sua
attenzione. Ma prima che potessi capire, tornò a nascondersi dietro quella
maschera imperturbabile.
«Tutto quello che vuoi», giurai, con un filo di voce in più.
Mentre lo osservavo, i suoi occhi di ghiaccio si sciolsero. L'oro tornò liquido, fuso, e bruciò nei miei con un'intensità travolgente.
«Non fare niente di insensato o stupido», ordinò, con aria tutt'altro che
distaccata. «Capisci cosa intendo?».
Annuii, inerme.
Lo sguardo tornò freddo, di nuovo distante. «Ovviamente penso a Charlie. Ha bisogno di te. Stai attenta a ciò che combini... fallo per lui».
Annuii di nuovo. «Lo farò», sussurrai.
Sembrò un po' più rilassato.
«In cambio, ti faccio anch'io una promessa», disse. «Prometto che è l'ultima volta che mi vedi. Non tornerò. Non ti costringerò mai più ad affrontare una situazione come questa. Proseguirai la tua vita senza nessuna in-

terferenza da parte mia. Sarà come se non fossi mai esistito».
Probabilmente le mie ginocchia avevano iniziato a tremare, perché d'un
tratto vidi gli alberi ondeggiare. Sentivo il sangue pompare nelle orecchie
più veloce del solito. La sua voce sembrava lontana lontana.
Sorrise dolcemente: «Non preoccuparti. Sei un essere umano... la tua
memoria è poco più che un colino. Il tempo guarisce tutte le vostre ferite».
«E i tuoi ricordi?», chiesi. Sentivo una specie di nodo stretto in gola, che
mi soffocava.
«Be'...». Fece una breve pausa. «Non dimenticherò. Ma a quelli come
me... basta poco per trovare una distrazione». Sorrise. Un sorriso misurato
che non accese i suoi occhi.
Fece un passo indietro. «Tutto qui, credo. Non ti daremo più fastidio».
Il plurale catturò la mia attenzione. Ne fui sorpresa, ormai pensavo di essere incapace di cogliere qualcosa.
«Alice non tornerà». Non so come fece a sentirmi - avevo sillabato la
frase, muta - ma probabilmente capì.
Scosse la testa lentamente, sempre guardandomi.
«No. Se ne sono andati tutti. Io sono rimasto soltanto per poterti salutare».
«Alice se n'è andata?». La mia voce era piatta, incredula.
«Voleva salutarti anche lei, ma l'ho convinta che un taglio netto sarebbe
stato per te meno doloroso».
Ero sottosopra, non riuscivo a concentrarmi. Le sue parole giravano come un tornado nella mia testa, e mi parve di sentire il medico, all'ospedale
di Phoenix, la primavera precedente, mentre mi mostrava le radiografie.
Vedi, è una frattura netta, diceva indicando con il dito il mio osso spezzato. Meglio così. Guarirà più velocemente.
Cercai di controllare il respiro. Dovevo farcela, trovare una via d'uscita a
quell'incubo.
«Addio, Bella», disse con la solita voce tranquilla e pacifica.
«Aspetta!». Il grido restò soffocato in gola mentre volevo abbracciarlo,
convincere le mie gambe insensibili ad andargli incontro.
Sembrava che anche lui volesse abbracciarmi. Ma le sue mani fredde mi
strinsero i polsi e li riavvicinarono ai miei fianchi. Si chinò fino a sfiorare
con le labbra, per un breve istante, la mia fronte. Chiusi gli occhi.
«Fai attenzione», sussurrò, il suo respiro freddo sulla mia pelle.
Un vento leggero e innaturale si alzò. Spalancai gli occhi. Le foglie di un
acero rosso tremarono, scosse dalla brezza delicata del suo passaggio.

Non c'era più.
Con le gambe tremanti, senza rendermi conto di quanto fosse inutile, lo
seguii nella foresta. Le tracce del suo cammino erano svanite all'istante.
Non c'erano impronte, le foglie erano tornate immobili, ma continuavo a
camminare senza pensare. Non riuscivo a smettere. Dovevo continuare a
muovermi. Se avessi smesso di cercarlo, sarebbe stata la fine.
Amore, vita, significato... la fine di tutto.
Non smettevo di camminare. Il tempo non contava più mentre mi trascinavo nella vegetazione fitta. Le ore passavano come secondi. Forse il tempo si era fermato, perché ovunque andassi, il bosco era sempre uguale. Iniziai a temere di aver girato a vuoto sullo stesso breve tragitto, ma non mi
fermai. Incespicavo di continuo e, più scendeva l'oscurità, più spesso cadevo.
Alla fine inciampai in qualcosa - faceva buio, non avevo idea di cosa
fosse - e restai a terra. Mi sdraiai sul fianco, per respirare, e mi raggomitolai tra le felci umide.
In quel momento ebbi la sensazione che fosse passato molto più tempo
di quanto pensassi. Non riuscivo a ricordare quando era scesa la sera. Di
notte era sempre così buio, là sotto? Almeno un po' di luce doveva filtrare
attraverso le nuvole e la chioma degli alberi...
Ma non quella sera. Quella sera il cielo era totalmente nero. Forse non
c'era neanche la luna: era un'eclissi, o una notte di luna nuova.
Luna nuova. Non faceva freddo, ma rabbrividii.
L'oscurità durò a lungo, finché non li udii che mi chiamavano.
Qualcuno gridava il mio nome. Voci attutite, soffocate dalla vegetazione
umida che mi circondava, ma era senz'altro il mio nome. Non le riconoscevo. Pensai di rispondere, ma ero stravolta e ci volle parecchio per giungere alla conclusione che dovevo rispondere. A quel punto, i richiami erano cessati.
Più tardi, fu la pioggia a svegliarmi. Probabilmente non mi ero addormentata davvero: mi ero soltanto persa in un torpore senza pensieri, stringendomi con tutte le forze all'annebbiamento che mi impediva di capire
ciò che non volevo sapere.
La pioggia mi dava fastidio. Faceva freddo. Sciolsi la presa con cui
stringevo le gambe al petto, per coprirmi il viso.
Fu in quel momento che mi sentii di nuovo chiamare. Stavolta le voci
erano più lontane, e a tratti sembrava di sentirne tante, che gridavano il
mio nome tutte assieme. Cercai di prendere fiato. Sapevo di voler rispon-

dere, ma non credevo che mi avrebbero sentita. Sarei riuscita a urlare con
la forza necessaria?
All'improvviso, un altro rumore, sorprendentemente vicino. Come un animale che annusava. Sembrava grosso. Non sapevo se averne paura o no.
No, ero troppo annebbiata. Non importava. L'animale che annusava se ne
andò.
La pioggia continuò, sentivo una pozza d'acqua formarsi sotto la guancia. Mentre cercavo di raccogliere le forze necessarie a voltarmi, vidi la luce.
Sulle prime era solo un bagliore fioco che si rifletteva sui cespugli in
lontananza. Si faceva sempre più brillante e illuminava una porzione di
spazio più ampia rispetto a una semplice torcia elettrica. La luce penetrò
attraverso il cespuglio più vicino e capii che era una lanterna al propano,
ma non vedevo altro. La luce mi accecò per un istante.
«Bella».
Una voce profonda e poco familiare, ma piena di gioia. Non mi stava
chiamando, era felice di avermi trovata.
Alzai lo sguardo verso il volto scuro chino sopra di me. A malapena
considerai che lo sconosciuto sembrasse così alto perché lui era in piedi e
io ancora sdraiata.
«Ti hanno ferita?».
Avevo colto il significato della domanda, ma risposi con uno sguardo
sconvolto. Quanto contava il senso delle parole, a quel punto?
«Bella, mi chiamo Sam Uley».
Il suo nome non mi era affatto familiare.
«Charlie mi ha mandato a cercarti».
Charlie? Aveva toccato il tasto giusto, perciò cercai di prestare più attenzione a ciò che diceva. Di Charlie, a differenza di tutto il resto, m'importava.
L'uomo che mi sovrastava mi offrì una mano. Restai a guardarlo, incerta
su cosa fare.
I suoi occhi neri mi scrutarono per un secondo, poi si strinse nelle spalle.
Con un movimento rapido e agile, mi sollevò da terra e mi prese in braccio.
Restai inerte, stretta a lui, mentre si avviava veloce attraverso la foresta
umida. Una parte di me sapeva che avrei dovuto infuriarmi e resistere: uno
sconosciuto mi stava trascinando via con sé. Ma non mi era rimasto niente
che potesse infuriarsi.

Mi sembrò fosse trascorso poco tempo quando mi accorsi delle luci e del
chiacchiericcio di tante voci maschili. Sam Uley rallentò, avvicinandosi al
chiasso.
«L'ho trovata!», tuonò.
Il vociare s'interruppe per riprendere con intensità ancora maggiore. Attorno a me si muoveva un confuso vortice di volti. La voce di Sam era l'unica che riuscissi a seguire nel caos, forse perché avevo un orecchio
schiacciato contro il suo petto.
«No, non mi sembra ferita», rispose a qualcuno. «Continua soltanto a ripetere: "Non c'è più"».
Lo stavo dicendo ad alta voce? Mi sforzai di chiudere la bocca.
«Bella, tesoro, stai bene?».
Era una voce che avrei riconosciuto ovunque, per quanto in quel momento fosse distorta dalla preoccupazione.
«Charlie?». La mia voce sembrava strana e sottile.
«Sono qui, piccola».
Qualcosa sotto di me si mosse e sentii l'odore di cuoio del giubbotto da
capo della polizia di mio padre. Charlie traballò sotto il mio peso.
«Forse è meglio che la tenga io», suggerì Sam Uley.
«Ce la faccio», disse Charlie un po' affannato.
Camminava lento, a fatica. Avrei voluto dirgli di mettermi giù per lasciarmi camminare, ma non riuscivo a emettere alcun suono.
C'erano torce dappertutto, puntate dalla folla che lo accompagnava.
Sembrava una parata. O un funerale. Chiusi gli occhi.
«Siamo quasi a casa, tesoro», mormorava Charlie di tanto in tanto.
Riaprii gli occhi al rumore della serratura. Eravamo sotto il portico di
casa, il ragazzone alto e scuro di nome Sam teneva la porta aperta per far
passare Charlie, un braccio proteso verso di noi, come se fosse pronto ad
aiutarlo nel caso avesse mollato la presa.
Ma Charlie riuscì a entrare con me in braccio e a depositarmi sul divano,
in salotto.
«Papà, sono fradicia», protestai con un filo di voce.
«Non importa», rispose burbero. Poi si rivolse a qualcun altro. «Le coperte sono nell'armadio in cima alle scale».
«Bella?», chiese una voce nuova. Guardai l'uomo dai capelli bianchi
chino su di me e dopo pochi secondi, a fatica, lo riconobbi.
«Dottor Gerandy?», balbettai.
«Indovinato, cara», rispose. «Sei ferita, Bella?».


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