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The Heartbreakers (versione ita Ali Novak .pdf



Nome del file originale: The Heartbreakers (versione ita - Ali Novak.pdf
Titolo: The Heartbreakers (versione italiana) (Italian Edition)
Autore: Ali Novak

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Il libro

A volte l’amore non si riconosce alla prima nota.
Per Stella, diciassette anni, la vita non è stata affatto facile da quando sua sorella Cara si è ammalata. Pur di starle
vicino, Stella ha chiuso i suoi sogni in un cassetto. Perché farebbe qualsiasi cosa per vederla felice. E ora che il
compleanno di Cara è alle porte, ha in mente il regalo perfetto: un autografo degli Heartbreakers, la sua band preferita.
Poco importa se per averlo dovrà andare fino a Chicago e stare in fila per ore, o se per lei sono solo quattro ragazzini
sfigati e la loro musica uno schifo: Cara li adora ed è l’unica cosa che conta. Ma questa missione porterà con sé più di
una sorpresa. A partire dal ragazzo con due meravigliosi occhi azzurri che Stella incontra da Starbucks.
È simpatico, carino, ha un sorriso irresistibile, delle adorabili fossette e qualcosa di terribilmente familiare. Stella è
convinta di averlo già visto da qualche parte. Ma è un’ipotesi a dir poco ridicola e decisamente improbabile. Così, Stella
archivia in fretta quell’incontro e raggiunge l’evento degli Heartbreakers come da programma. Quando però, dopo
un’interminabile coda, finalmente arriva il suo turno, per poco non le viene un colpo: il ragazzo che parla con una fan e
firma poster, quello con un sorriso meraviglioso, è... il ragazzo di Starbucks. Flirtare con Oliver Perry, il cantante degli
Heartbreakers, non era certo nei suoi piani. E se la vita di Stella si trasformasse in una di quelle canzoni d’amore che lei
tanto detesta?
Negli Stati Uniti, The Heartbreakers è stata una delle storie più amate e seguite su Wattpad, la nota community
online per scrittori self-published, dove ha ottenuto oltre 42 milioni e mezzo di visualizzazioni. Siete pronte a lasciarvi
conquistare dalla storia di Oliver e Stella? La musica è appena iniziata.

L’autrice

ALI NOVAK ha ventiquattro anni ed è nata nel Wisconsin, dove si è laureata in scrittura creativa all’università. Ha

iniziato a pubblicare storie online quando aveva solo quindici anni, e da allora ha ricevuto più di 150 milioni di
visualizzazioni. Quando non scrive, Ali ama viaggiare e fare maratone su Netflix con il marito Jared.
www.alinovak.com
Twitter: @Fallzswimmer
Instagram: @Alinovak
Wattpad: @Fallzswimmer

Ali Novak

THE HEARTBREAKERS
Traduzione di Gloria Pastorino

A Wattpad, ai suoi lettori e alle persone dietro le quinte.
Il vostro affetto e sostegno incrollabili
hanno trasformato i miei sogni in realtà.

1

CARA stringeva l’ultimo numero di People come fosse la Bibbia.
«Se non ci foste voi a portarmi le riviste, qui dentro impazzirei.»
«Ho dovuto fare a botte con una mamma a dir poco agguerrita per accaparrarmi l’ultima copia», le
dissi. E non scherzavo: all’ospedale le riviste appena uscite andavano a ruba tra i pazienti e le loro
famiglie.
Cara non mi stava ascoltando. Era già immersa nella lettura, avida della sua dose quotidiana di gossip
sui VIP del momento. Accanto a lei, stravaccato sull’unica poltrona della stanza, Drew fissava il suo
telefono. A giudicare dall’espressione, stava leggendo qualcosa sulla partita di baseball della sera prima,
oppure aveva scoperto che anche quel giorno il poco affidabile Wi-Fi dell’ospedale faceva i capricci.
A differenza delle altre volte, però, adesso avevo qualcosa da fare per tenermi occupata durante
l’orario delle visite. Dopo aver avvicinato una sedia al letto di Cara, iniziai a scorrere le foto che avevo
scattato con la mia nuova Canon. Me l’avevano comprata i miei genitori come regalo di compleanno
anticipato e l’avevo provata quella stessa mattina nel Giardino delle Sculture di Minneapolis.
«Oddio, ma può essere più perfetto di così?»
Alzai lo sguardo dalla macchina fotografica e vidi che Cara teneva la rivista aperta sulla pagina
dell’intervista a uno dei membri della sua band preferita, gli Heartbreakers. Il titolo era: «Il bad boy che
continua a spezzare i cuori». Sotto, un trafiletto con una citazione: «Non sto cercando una ragazza. Essere
single è troppo divertente». Guardai Cara: era talmente rapita, che pensai stesse per baciare la pagina.
Aspettai un attimo per vedere se l’avrebbe fatto davvero, ma si limitò a tirare un sospiro, un implicito
invito a darle spago e spingerla a parlare del suo VIP preferito.
«Owen-come-si-chiama?» chiesi tanto per essere gentile, anche se ero già tornata a concentrarmi sulla
mia macchina fotografica.
«Oliver Perry», puntualizzò lei. Non avevo bisogno di guardarla per sapere che stava alzando gli
occhi al cielo esasperata, anche se le avevo fatto capire in più di un’occasione la mia repulsione per
quella band, per esempio tutte le volte che metteva la loro musica a palla in casa. Non m’importava
niente di imparare i loro nomi a memoria: per me erano solo un’altra boy band arrivata al successo in un
batter d’occhio e che sarebbe sparita dalla circolazione con la stessa rapidità. «Sembri una quarantenne
intrappolata nel corpo di una diciassettenne!»
«Perché?» chiesi. «Perché non so il nome di un membro di una boy band?»
Cara incrociò le braccia e mi fulminò con lo sguardo: a quanto pare avevo esagerato. «Non sono una
boy band. Sono punk.»
C’erano due ragioni per cui non mi piacevano gli Heartbreakers. La prima, e più importante, era che la
loro musica mi faceva schifo, e già questo avrebbe dovuto essere un motivo sufficiente. Ma ce n’era
un’altra: gli Heartbreakers si sforzavano in tutti i modi di essere qualcosa che non erano, spacciandosi
per musicisti rock quando in realtà erano solo una boy band. Sì, va bene, erano capaci di suonare degli
strumenti, ma nemmeno indossando un quintale di magliette di vecchie band e jeans strappati sarebbero
riusciti a mascherare i testi scialbi e le melodie orecchiabili delle loro canzoni indiscutibilmente pop. Il
fatto che i loro fan dovessero ricordare di continuo a tutto il mondo che gli Heartbreakers erano una

«vera» band dimostrava esattamente il contrario.
Strinsi le labbra per non scoppiarle a ridere in faccia. «Guarda che il solo dire di ispirarsi ai Misfits e
ai Ramones non li rende punk.»
Cara mi fissò stupita. «Ai chi?»
«Vedi?» Le strappai di mano la rivista. «Non sai neanche quali sono i veri gruppi punk. E questo»,
indicai la pagina, «non lo è.»
«Solo perché non ascolto tutta quella roba strana che ascolti tu non vuol dire che tu abbia una cultura
musicale migliore della mia.»
«Cara», dissi, chiudendo gli occhi esasperata. «Non è quello che intendevo.»
«Sì, vabbe’, Stella, hai ragione tu.» Riprese la rivista e distolse lo sguardo, improvvisamente
abbattuta. «Non me ne frega niente se non ti piacciono. Sono solo di cattivo umore perché volevo andare
al loro concerto.»
Gli Heartbreakers avevano suonato a Minneapolis il mese prima ma, anche se Cara avrebbe
disperatamente voluto andarci, alla fine aveva deciso di non comprare i biglietti. Era stata una decisione
dura da prendere, specialmente perché erano mesi che metteva da parte i soldi, ma secondo me aveva
fatto bene. Perché in fin dei conti non aveva importanza quanto desiderasse andare: il suo corpo le aveva
detto in tutti i modi – con nausea, vomito, spossatezza e mille altri sintomi – che non poteva farcela e lei
lo sapeva bene. Il tumore di Cara ci aveva insegnato una cosa importante: c’è un momento per la speranza
e uno per essere realisti.
Erano passate due settimane da quando mia sorella aveva cominciato la chemioterapia. La cura era
divisa in cicli: tre settimane in cui le venivano iniettati farmaci di ogni tipo, seguite da un periodo di
riposo e poi da capo. Una volta che la normale chemioterapia avesse distrutto tutte le cellule cattive nel
suo corpo, le avrebbero fatto un solo ciclo di farmaci ad alto dosaggio, giusto per assicurarsi che
restassero morte e sepolte.
Non ero mai stata brava in scienze, ma i ricoveri di Cara in ospedale mi avevano insegnato un sacco
di cose. Di solito i farmaci della chemio vengono somministrati in piccole dosi a causa dei terribili
effetti collaterali. Una dose più alta, infatti, potrebbe distruggere non solo il tumore, ma anche il midollo
osseo, che a quanto ho capito è indispensabile per vivere. Ma a volte la normale chemio non è
sufficiente.
Così era stato per Cara. Dopo due recidive, i dottori avevano pensato che fosse ora di provare una
soluzione più drastica: fatto il ciclo di chemio ad alto dosaggio, avrebbe dovuto subire un trapianto di
cellule. In pratica, prima del trattamento avrebbero prelevato delle staminali dal midollo di Cara, durante
la chemio le avrebbero congelate e tenute al sicuro, e poi gliele avrebbero rimesse in circolo nel sangue.
Senza questo procedimento, Cara non sarebbe mai guarita.
Mi sfuggì un sospiro e soppesai le parole. «Sono sicura che ci saranno altri concerti», dissi,
abbozzando un sorriso. «E se vuoi, ti ci accompagnerò io.»
Cara fece una risatina. «Ah, sì, certo. È più facile che Drew diventi una cheerleader che tu venga con
me a un loro concerto!» Sentendosi nominare, nostro fratello alzò lo sguardo e lanciò un’occhiata
perplessa a Cara prima di tornare al suo telefono.
«Era solo un’idea», dissi, felice che l’avesse trovata divertente.
«Tu a un concerto degli Heartbreakers?» Sembrava parlasse tra sé più che a me. «Sì, certo, ti ci vedo
proprio.»
Dopo calò il silenzio. Un silenzio pesante, e capii che stavamo pensando entrambe a cose poco
piacevoli. Le lunghe giornate trascorse in ospedale tendevano a creare questo genere di silenzi e così,
dopo un po’, era più facile pensare alle cose brutte che a quelle belle.

Un paio di colpi alla porta mi riportarono alla realtà e un istante dopo entrò Jillian, l’infermiera
preferita di Cara. Quando la vidi, alzai gli occhi verso l’orologio e fui sorpresa di scoprire che la
giornata era praticamente volata.
«Stella, Drew», ci salutò Jillian. «Come state, ragazzi?»
«Come sempre», disse Drew alzandosi e stiracchiando braccia e gambe. «E tu?»
«Tutto bene, grazie. Ho fatto un salto solo per vedere come sta Cara. Ti serve niente, tesoro?» chiese a
mia sorella, ma lei scosse la testa.
«Devi buttarci fuori?» domandai. L’orario delle visite stava per finire e questo significava che era
l’ora delle medicine serali di Cara, che includevano penicillina e un lungo elenco di altre cose che non
sono in grado di pronunciare.
«No», disse Jillian. «Avete ancora tempo, ma ho pensato che magari voleste fare un salto giù al bar
prima che chiuda.»
Al solo pensiero del cibo, il mio stomaco brontolò. Ero venuta dritta in ospedale dopo il Giardino
delle Sculture, perciò non mangiavo dall’ora di colazione. «Mi sembra una buona idea.» Misi la
macchina fotografica al collo e mi alzai. «Ci vediamo domani, cara la mia punk.»
Avrei voluto salutarla con un bacio, ma non potevo.
Cara aveva il linfoma non Hodgkin. Era un tipo di tumore che ha origine dai linfociti, i globuli bianchi
del sangue, che fanno parte del nostro sistema immunitario. Di solito le persone con questo tumore
venivano curate come pazienti esterni, ossia andavano in ospedale per il trattamento e poi tornavano a
casa, e in effetti durante le prime due manifestazioni del suo tumore anche Cara era stata una paziente
esterna. Ogni giorno nostra madre la accompagnava in ospedale, dove le facevano la chemio. Di solito ci
voleva un’oretta, a volte ci andavamo anche Drew e io e restavamo in sala d’attesa a fare i compiti.
Ma di recente Cara aveva avuto delle complicazioni con l’appendice e avevano dovuto togliergliela.
E dal momento che il livello dei suoi globuli bianchi era molto basso, i dottori temevano che potesse
prendersi un’infezione, così era dovuta restare in ospedale per qualche settimana. Ogni volta che
andavamo a trovarla dovevamo indossare una mascherina e non potevamo toccarla perché avremmo
potuto farla ammalare.
Sapevo che stare lontana da casa era dura per lei ed era frustrante non poterla neppure confortare con
un abbraccio.
«Sapete dove trovarmi», disse con una smorfia.
«Riposati un po’ per me, va bene?» Drew la salutò. Poi si girò verso di me. «Pronta? Ho fame.»
«Sì», risposi. «Anch’io.» La salutammo di nuovo e uscimmo, dirigendoci verso il bar.
«Pensi che avranno quei crème caramel che avevano una volta?» chiese Drew mentre percorrevamo i
corridoi ormai familiari dell’ospedale.
«Cavoli, li adoro anch’io», risposi, «ma ne dubito. Non li vedo da un po’.»
«Uffa.»
«Già», dissi, pensando alla nostra giornata. «Uffa è la parola giusta.»

Ogni giorno, io e Drew avevamo l’abitudine di nominare una cosa positiva successa durante il tempo
trascorso con Cara. Il guaio degli ospedali è che sono terreno fertile per la paura. Se non ricordi
costantemente a te stesso qualcosa di bello, il brutto ti entra dentro e ti schiaccia. Perché, quando uno
della tua famiglia si prende il cancro, tutti si prendono il cancro. Magari non è un cancro dello stesso
tipo, ma ti divora ugualmente, finché dentro non ti rimane più niente.
La tradizione era iniziata il giorno in cui a Cara fu diagnosticata per la prima volta la malattia,

all’inizio delle superiori. Ma non mi resi davvero conto che mia sorella era malata e che avrei potuto
perderla finché non la ricoverarono per la diagnosi e restò in ospedale qualche giorno mentre i dottori
localizzavano il tumore e ne valutavano lo stadio. Mamma aveva portato me e Drew all’ospedale a
trovarla, intorno a noi c’erano solo bambini sofferenti, alcuni più di altri.
Quella fu la prima volta che ebbi paura. La sentii afferrarmi per la maglietta conficcandomi i suoi
artigli nel petto, sollevarmi da terra e dirmi in faccia: «Vedi quei bambini? Quelli stanno morendo». Fu
allora che mi domandai: se mia sorella era lì, anche lei era una di loro?
«Qual è la tua cosa positiva?» chiesi a Drew quando arrivammo alla sua vecchia Honda Civic in
fondo al parcheggio dell’ospedale. Stava armeggiando con le chiavi e, anche se sapevo che la mia
portiera era ancora chiusa, tirai lo stesso la maniglia.
«Il crème caramel», rispose. Le serrature scattarono con un clic quando trovò la chiave giusta.
«Quella roba è davvero buona.»
«Il crème caramel?» ripetei mentre salivamo in auto. «È questa la tua cosa positiva?»
«Quello o il fatto che oggi il Wi-Fi ha funzionato.»
Stavo combattendo con la cintura di sicurezza, cercando di raddrizzarla e di tirarla in avanti, ma Drew
mi sembrava talmente strano che la lasciai saettare nuovamente al suo posto. «Ma parli sul serio?»
domandai fissandolo. «Perché davvero… in questo momento non capisco.»
«Che vuol dire?» chiese. «Il crème caramel è una cosa seria.»
Chiusi gli occhi per un istante. Fino a quel giorno le nostre cose positive erano sempre state dettagli
importanti, momenti in grado di spingerci ad andare avanti. Se un crème caramel era l’unica nota positiva
della giornata, allora eravamo in guai seri.
Drew scoppiò a ridere e io lo colpii alla spalla. «Non è divertente», borbottai.
«Ti stavo solo prendendo in giro, Stella. Su, rilassati.»
«Scusa», dissi, afferrando di nuovo la cintura di sicurezza. «Oggi per un pelo non ho fatto piangere
Cara.»
«Sai perché è giù, vero?» mi chiese Drew. «Pensa che non andrà mai a uno dei loro concerti.»
«Ma perché deve essere sempre così negativa?»
Non mi aspettavo che Cara sprizzasse gioia da tutti i pori. Anzi, aveva tutto il diritto di essere
arrabbiata con Dio o con l’universo o con chiunque le avesse dato le carte peggiori che le potessero
capitare. Ma odiavo quando era così categorica, tipo: «Non uscirò mai più di qui, non andrò mai al
college, non vedrò mai un concerto degli Heartbreakers», come se la sua morte fosse una cosa già decisa.
Faceva sentire anche me in balìa del destino, senza alcun controllo sulla mia vita.
«No, non intendeva in quel senso», obiettò Drew. «A quanto pare gira voce che gli Heartbreakers
stiano per sciogliersi. Incomprensioni tra loro, dicono.»
«Oh! Be’, non è una sorpresa», commentai, ma dentro di me sperai che le voci non fossero vere.
Sorprendente, visto che non ero una loro fan, ma volevo dimostrare che Cara con le sue sentenze
lapidarie si sbagliava di grosso. Sarebbe andata a un concerto degli Heartbreakers, perché sarebbe stata
meglio.
Con una mano sul mio poggiatesta, Drew si girò per vedere se c’era qualcuno dietro di noi prima di
uscire dal parcheggio a velocità supersonica. L’orario delle visite era ufficialmente terminato e una parte
del personale dell’ospedale era già andato via per la notte, quindi il parcheggio era relativamente vuoto.
Quando raggiungemmo l’uscita, Drew svoltò nella corsia per girare a sinistra e mise la freccia.
Restammo entrambi zitti per qualche istante, nell’attesa che si aprisse un varco nel traffico.
Poi mi ricordai che Drew doveva ancora rispondere alla mia domanda e ruppi il silenzio per prima.
«Allora, qual è?» chiesi.

«Qual è cosa?»
«La tua cosa positiva.»
«Oh, giusto», disse, girando la testa per assicurarsi che non arrivassero altre auto e, visto che non ce
n’erano, schiacciò l’acceleratore e sfrecciò in strada. «Ho avuto un’idea per il regalo di compleanno di
Cara.»
«Davvero?» domandai. Ora aveva tutta la mia attenzione. «E cos’è? Dimmelo.»
Il venerdì successivo non sarebbe stato solamente il Quattro luglio, ma anche il giorno del
diciottesimo compleanno di Cara. Be’, anche mio e di Drew: siamo tutti gemelli. Ogni anno facevamo a
gara a chi comprava all’altro il regalo più bello e Cara di solito ci batteva alla grande. Quest’anno Drew
e io avevamo deciso di allearci per fregarla, ma non c’era ancora venuto in mente niente che potesse farci
vincere.
«Okay, hai presente la galleria d’arte di quella fotografa di cui tu non fai che parlare ultimamente?»
chiese Drew, lanciandomi un’occhiata veloce. «Quella che sta per aprire a Chicago?»
«Intendi Bianca Bridge?» Mi raddrizzai sul sedile. Non avevo idea di cosa potesse avere a che fare
con la mia fotografia preferita il regalo di compleanno di Cara, ma dovunque Drew stesse andando a
parare, avevo la sensazione che sarebbe stato qualcosa di bello.
Bianca era la mia musa ispiratrice nonché tutto quello che volevo diventare nella vita. Era una tra le
più famose fotoreporter contemporanee, conosciuta soprattutto per i suoi illuminanti reportage di strada
che ritraevano persone di ogni genere. Sulla parete della mia camera avevo dipinto una frase, intorno alla
quale avevo incollato tutte le mie foto migliori: «Il mondo si muove in fretta e tutto ciò che ci circonda
cambia giorno per giorno. La fotografia ha il dono di trasformare un attimo in qualcosa d’eterno».
Ogni volta che qualcuno mi chiedeva perché mi piaceva così tanto la fotografia, ripetevo la frase di
Bianca come se fosse il mio mantra personale. Ero affascinata dall’idea che con il solo scatto di un
pulsante potessi in qualche modo sconfiggere il tempo.
«Sì, lei», disse Drew accelerando per passare con il giallo. «Si dà il caso che la sua galleria sia a
pochi isolati di distanza.»
«A pochi isolati di distanza da cosa?» Drew stava ritardando di proposito la sua spiegazione per
creare suspense, lo odio quando fa così. «E dai!» Stavo letteralmente saltellando sul sedile. «Dimmelo!»
«Non hai proprio pazienza…» Scosse la testa, ma c’era l’accenno di un sorriso sulle sue labbra. «È a
pochi isolati di distanza dalla stazione radio dove gli Heartbreakers firmeranno autografi questo fine
settimana.»
«Dici sul serio?»
Drew sorrise compiaciuto. «Be’, Cara era molto delusa di non poter andare al concerto e allora ho
pensato che doveva esserci qualcos’altro legato agli Heartbreakers che avrebbe potuto farla felice. Così
ho googlato le date del loro tour promozionale. Potremmo fare un salto lì e farci autografare uno dei suoi
CD o qualcosa del genere.»
«E poi?»
«E poi buttiamo un occhio a quella tua cosa d’arte.»
«Sì!» esclamai, sollevando il pugno in aria in segno di trionfo. «Cara non potrà batterci quest’anno.»
«Lo so», disse in tono altezzoso. «Non c’è bisogno di ringraziarmi.»
Alzai gli occhi al cielo, ma dentro di me sorrisi. Mi sentivo improvvisamente più leggera.
Quando il tumore di Cara era tornato, avevo capito subito che quella volta sarebbe stato diverso. La
stretta che sentivo allo stomaco mi diceva che, se la nuova cura non avesse funzionato, Cara non sarebbe
mai più stata bene. Era una sensazione orribile e pesava sul mio cuore come un macigno.
Ma ora, anche se sapevo di non poter far nulla per spazzar via il tumore di mia sorella, per la prima

volta dall’inizio della recidiva era come se quel macigno si stesse lentamente sgretolando. Era stupido,
cosa avrebbe potuto fare un CD autografato? Eppure se fosse riuscito, anche solo per un momento, a
risollevare il morale di Cara, forse lei avrebbe avuto una possibilità di farcela.
«Pensi che mamma e papà ci lasceranno andare?» domandai mordendomi l’interno della guancia. Se
avessero detto di no, quel nuovo barlume di speranza sarebbe svanito e il macigno sarebbe tornato più
pesante di prima.
Drew alzò le spalle. «Andremo insieme», rispose, «quindi non vedo perché no.»
«Okay, bene», annuii. «Ma davvero lo facciamo? Un viaggio in auto fino a Chicago?»
«Sì. Un viaggio in auto fino a Chicago.»

2

POGGIAI la fronte contro il finestrino e lasciai vagare lo sguardo verso i palazzi che ci sfrecciavano
accanto. Drew e io avevamo guidato tutta la notte e per fortuna eravamo arrivati a Chicago molto prima
dell’ora di punta. Era ancora buio, ma all’orizzonte una debole luce viola suggeriva l’alba imminente.
Anche se era troppo presto per il check-in, stavamo comunque attraversando il centro per cercare il
nostro albergo. Drew voleva parcheggiare l’auto e lasciare i bagagli.
Ero rimasta sveglia durante il viaggio per tenergli compagnia e ora ero troppo stanca per concentrarmi
su qualcosa. Se non mi fossi fatta nel giro di qualche minuto una dose di caffeina, non sarei arrivata alla
fine della giornata. Ma proprio mentre mi calava la palpebra, un’insegna verde attirò la mia attenzione.
Mi raddrizzai di scatto sul sedile.
«Drew, fermati! Uno Starbucks!»
Lui trasalì, sterzando accidentalmente verso sinistra, e l’auto invase la corsia accanto di mezzo metro.
Non c’era molto traffico in strada alle cinque del mattino, ma lessi la paura sul volto di mio fratello.
«Cavoli, Stella, un altro po’ e ci facevi ammazzare», esclamò e si lasciò sfuggire un sospiro di
sollievo quando riuscì a riportare l’auto nella corsia giusta. «Mi hai fatto venire un colpo.»
«Scusa», dissi mentre lui trovava un parcheggio. «Il caffè lo offro io. Cosa vuoi?»
«Una tazza di normalissimo caffè nero. Niente robaccia tipo panna e latte in polvere.»
Arricciai il naso. «Ma è disgustoso», commentai mentre mi slacciavo la cintura.
«Ma è così che si dovrebbe bere», ribatté mettendosi comodo sul sedile.
Scesi dall’auto sorridendo tra me e me, e mi diressi verso il bar. Quando entrai, una campanella suonò
sopra la mia testa e fui accolta dal profumo del caffè appena fatto. C’era una sola persona dietro il
bancone, una donna di mezza età con i capelli crespi, e stava prendendo l’ordinazione dell’unico altro
cliente del bar.
Mentre aspettavo il mio turno, osservai il ragazzo di fronte a me. Era alto e snello e doveva avere
all’incirca la mia età, ma non riuscii a vederlo bene in faccia. Indossava un berretto di lana da cui
spuntavano ciocche castano chiaro, una maglietta bianca attillata, jeans di marca e un paio di Vans grigie:
nell’insieme, semplice ma stiloso. Non potei fare a meno di guardarlo un’altra volta da capo a piedi. Di
solito mi piacevano i ragazzi muscolosi e con la barba, ma c’era qualcosa di interessante in questo tipo.
Il suo look gridava «artista» e la cosa mi piaceva parecchio.
«Sono due dollari e 95.» Lo vidi sfilarsi il portafoglio dalla tasca, tirare fuori una banconota da
cinque e porgerla alla barista. Dopo avergli dato il suo resto, la donna disse: «Torno subito. Devo tirare
fuori il latte di soia dall’altro frigo».
«Okay», rispose lui e mise via i soldi.
La barista scomparve dietro la porta del locale riservato al personale, lasciandomi da sola con il
ragazzo che, nell’attesa, cominciò a battere le mani sul bancone ricreando il ritmo di una canzone. Mi
schiarii la voce per fargli capire che non era solo e lui si voltò, notando finalmente che ero alle sue
spalle.
Mi regalò un sorriso. Uno di quei sorrisi radiosi accompagnati da adorabili fossette sulle guance e io
non potei fare a meno di fissarlo come un’idiota. Qualcosa in lui mi colpì… Era come se l’avessi già

visto da qualche parte, il che era ridicolo, perché non ci eravamo mai incontrati. Di riflesso toccai la mia
macchina fotografica e il suo sorriso si spense. Per un istante nessuno dei due si mosse, poi il ragazzo si
costrinse di nuovo a sorridere e mi fissò in silenzio, come se aspettasse che dicessi qualcosa.
Incapace di reggere oltre il suo sguardo, alzai gli occhi verso l’enorme tabellone del menu appeso
sopra di noi. Anche se sapevo già cosa ordinare, esaminai attentamente ogni voce. Avrebbero dovuto
assumere almeno un altro barista… Il ragazzo mi stava ancora guardando e feci del mio meglio per
ignorarlo.
«Allora», disse lui alla fine rompendo il silenzio. «È una bella macchina. Suppongo che ti piaccia la
fotografia?»
Sobbalzai al suono della sua voce. Il ragazzo era appoggiato al bancone con le braccia incrociate con
noncuranza. «Uhm, grazie», risposi. «È un regalo di compleanno anticipato. E sì, mi piace.»
«Quale genere?»
«I miei preferiti sono i ritratti», risposi armeggiando con il copriobiettivo, staccandolo e rimettendolo.
«Ma mi piace scattare foto praticamente a tutto.»
«Perché i ritratti?»
«Hai mai sentito parlare di Bianca Bridge?» Avvertii il sorriso che mi stava spuntando sulle labbra e
continuai senza aspettare una risposta. «Lei è la migliore fotografa di sempre e fa queste foto stupende di
gente di tutto il mondo. Sono a Chicago proprio per visitare la sua galleria.»
«Mmm», disse, inclinando leggermente la testa. «Mai sentita nominare.» Si raddrizzò e fece un passo
verso di me. La medaglietta che portava intorno al collo fu colpita da un raggio di sole e brillò
all’improvviso. «Ti dispiace se do un’occhiata?» chiese indicando la mia macchina fotografica.
Automaticamente la strinsi con più forza, esitando. «Uhm», risposi, non sapendo cosa dire. La barista
tornò portando un cartone di latte di soia e, quando guardai di nuovo il ragazzo, lui sollevò un
sopracciglio come per dire: «Allora?»
Annuii lentamente. In qualunque altro caso avrei detto di no, ma c’era qualcosa in quel ragazzo che mi
affascinava. E poi volevo vedere di nuovo quel sorriso… Mi tolsi la cinghia dal collo e lui fece un passo
avanti per prendere la macchina. Nel farlo il suo braccio sfiorò il mio, facendomi venire la pelle d’oca.
«Così?» chiese e mi scattò un primo piano. Feci fatica a non sorridere. Teneva la macchina in modo
completamente sbagliato ed era chiaro che non aveva la minima idea di quello che stava facendo.
«No, probabilmente devi regolare la messa a fuoco. Ecco, ti faccio vedere.» Posai la mano sulla sua e
gli mostrai come muovere l’obiettivo. Il ragazzo alzò gli occhi su di me per un istante mentre avevo
ancora la mano sulla sua. Da così vicino riuscivo a vedere le ciglia folte che circondavano i suoi occhi
azzurri… Sentii le farfalle nello stomaco.
Lui sollevò di nuovo la macchina fotografica. «Sorridi», disse, ma io distolsi lo sguardo e lasciai che
i capelli mi ricadessero sul viso. «Che c’è? Alla fotografa non piace essere fotografata?» chiese mentre
ne scattava un’altra.
«Non molto», risposi, e mi ripresi la macchina. Rimettendomi la cinghia intorno al collo, la strinsi tra
le mani e tirai un sospiro di sollievo. «Preferisco guardare attraverso l’obiettivo.» Mi concentrai sul suo
viso per un istante prima di voltarmi di scatto verso destra e fotografare la barista al lavoro. Poi girai la
macchina per mostrargli la foto sullo schermo. «È meglio quando non sanno che li stai guardando. In quel
modo cogli la vita reale. Quelle sono le foto più belle.»
«E se invece sanno che li guardi?» Era più vicino ora e anche se aveva praticamente sussurrato, avevo
sentito ogni parola.
Con un respiro profondo, contai mentalmente fino a tre per farmi coraggio. Poi arretrai di un passo e
puntai l’obiettivo su di lui. Lui mi fissò senza distogliere lo sguardo, ma con la macchina fotografica tra

noi mi intimidiva di meno: vedevo solo il soggetto della foto. Premetti il pulsante dello scatto tre volte
prima di allontanare la macchina ed esaminare i ritratti. Erano senza dubbio tra i migliori che avessi mai
scattato.
«Anche quelle possono essere belle foto.»
Accennò un sorriso, ma prima di poter ribattere la barista gli portò il suo ordine. «Allora, un
caffellatte con latte di soia», la donna porse al ragazzo la sua tazza. «Lo zucchero è lì se le serve.»
Ringraziò la donna, ma senza guardarla. Mentre prendeva la tazza continuò a fissarmi. Alla fine, dopo
tre lunghi secondi, si voltò e andò verso il bancone dei dolcificanti e dei bastoncini per girare il caffè.
«Scusi l’attesa», disse la donna. «Cosa posso darle?» La guardai a bocca aperta. Avevo
completamente dimenticato perché ero lì da Starbucks. «Mi dica», mi esortò con gentilezza.
«Sì, giusto», risposi infilandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Ehm, posso avere un caffè
nero medio e un latte macchiato alla nocciola grande?»
«Nient’altro?»
«No, grazie.»
La barista premette alcuni pulsanti sulla cassa. «Okay, sono otto dollari e 98.»
Tirai fuori il portafoglio e cercai un biglietto da dieci. «So di avere del contante da qualche parte…»
mormorai tra me e me. Non volevo correre in auto (sarebbe stato tremendamente imbarazzante!), ma tutto
quello che riuscii a trovare fu la mia carta di credito e potevo usarla solo per le emergenze.
«Ci penso io.» Il ragazzo posò una banconota da venti dollari sul bancone e mi fece l’occhiolino.
Confusa, guardai prima lui e poi soldi e la carta mi cadde di mano.
«Cacchio.» Mi piegai per riprenderla, ma lui si era già chinato e la stava raccogliendo. La girò nella
mano mentre si raddrizzava, e diede un’occhiata al mio nome.
«Ecco», disse porgendomela.
«Grazie.»
«Mi ha fatto piacere conoscerti, Stella Samuel.» Un mezzo sorriso gli spuntò a un angolo della bocca
mentre diceva il mio nome. «Divertiti alla galleria oggi.» Poi si voltò e uscì dal bar. Io rimasi ferma lì a
guardare la porta chiudersi alle sue spalle.
«Ecco, tesoro. Un caffè medio e un latte macchiato alla nocciola grande.» La barista spinse le tazze sul
bancone verso di me. «Il tuo amico ha lasciato il resto. Lo vuoi?»
«Lo tenga lei», le dissi senza guardarmi indietro. Afferrai le tazze e mi precipitai fuori dalla porta per
chiedere al ragazzo come si chiamava ma, quando uscii, non c’era più nessuno.
«Come mai ci hai messo tanto?» si lamentò Drew quando alla fine tornai a sedermi in auto.
«Oh, be’… Latte di soia, macchina fotografica», risposi senza riflettere. La mia mente stava ancora
pensando a quel ragazzo.
Drew per poco non si strozzò con il suo caffè. «Hai versato del latte di soia sulla tua macchina
fotografica nuova?»
«Eh?» Cercai di concentrarmi e mi resi conto solo allora di quello che mi stava chiedendo. «Oh, no.
Non preoccuparti, non è successo niente.»
Drew mi guardò per un istante prima di scuotere la testa. «Manda giù quella caffeina. Ne hai bisogno.»

«È stato fantastico!» esclamai uscendo con Drew dalla galleria di Bianca.
A differenza di quella mattina, mi sentivo piena di energia, tanto che avrei corso per tutti e cinque gli
isolati che ci separavano dalla stazione radio dove gli Heartbreakers avrebbero firmato autografi.
«Forse non è proprio l’aggettivo che userei io», rispose Drew.

«Oh, ma dai!» esclamai, dandogli una leggera spallata. «Non ti senti ispirato?»
«Non eccessivamente. Non abbiamo fatto altro che guardare un mucchio di fotografie su una parete per
tutta la mattina.»
Ero abituata a quel genere di conversazione. Avevo avuto dialoghi simili con ogni membro della mia
famiglia, tutte le volte che avevo mostrato loro le nuove foto di Bianca su cui mi ero fissata in quel
momento. Nessuno le apprezzava mai veramente e avevo imparato a fregarmene della loro mancanza di
interesse. Mamma dava la colpa a sua sorella, la zia Dawn, per quella che lei definiva la mia «arroganza
artistica», ossia quei momenti in cui salivo in cattedra e cercavo di spiegare la visione dietro una
determinata foto.
Mia zia Dawn era una di quelle signore snob della East Coast che bevono Martini come fossero acqua
e comprano le opere d’arte solo se il cartellino del prezzo ha abbastanza zeri. Una volta, quando avevo
dodici anni, mi portò a un’asta a New York. Trascorremmo tre ore a vagare tra quei capolavori e la zia
mi insegnò quali quadri erano di qualità e quali non lo erano, una competenza indispensabile per
qualunque dodicenne. Ovviamente la sua idea di qualità era enormemente diversa dalla mia.
Lei si basava su chi era l’artista e non sul soggetto dell’opera, mentre io avevo preferito le foto in
bianco e nero relegate in fondo alla galleria. Ciascuna ritraeva una persona diversa e mi ero chiesta chi
fossero e cosa pensassero.
«Ma erano fotografie che significavano qualcosa», obiettai, voltandomi per guardare Drew. Sapevo
che non avrebbe capito, ma questo non mi impediva di sperare che prima o poi ci sarebbe riuscito.
Quando si trattava di arte io non ero affatto snob come zia Dawn o come credeva mamma; ero
semplicemente appassionata, in particolare di fotografia. E di questo mamma poteva incolpare una sola
cosa: la mia atipica esperienza scolastica alle superiori.
Quando Cara si era ammalata la prima volta, nostra madre aveva cercato in tutti i modi di far condurre
a Drew e me una vita normale. Ma le cure erano state lunghe e sfiancanti, perciò Cara aveva iniziato a
studiare a casa. A noi tre non piaceva stare lontani, soprattutto quando capimmo che le cose si facevano
serie, così anche Drew e io avevamo chiesto alla mamma di poter studiare a casa. In questo modo
potevamo stare con Cara e continuare a studiare. Lei aveva accettato e noi non eravamo più tornati a
scuola.
Fino al primo anno delle superiori, avevo adorato essere una di tre gemelli. Ci distinguevamo dalla
massa e gli altri ci consideravano più fichi della media. Eravamo come gli animali esotici allo zoo, quelli
che tutti vogliono vedere. Ci facevano costantemente domande, tipo se eravamo in contatto telepatico o se
sentivamo quando uno dei tre stava male. Noi rispondevamo sempre facendo una scenetta: Drew si dava
un pizzicotto e io e Cara ci piegavamo in due con una smorfia di sofferenza, come se avessimo sentito
anche noi il dolore.
Solo al liceo mi resi conto che la gente mi conosceva solamente come una dei tre gemelli Samuel. Il
primo giorno all’ora di inglese la mia vicina di banco mi chiese: «Tu sei Cara o l’altra ragazza?» come
se l’unica cosa importante di me fosse che ero una di tre gemelli. Fu allora che decisi di emergere dal
nostro trio, dichiarare la mia individualità e roba del genere. Il problema era che non sapevo bene come
farlo.
Pensai alla ragazza del corso d’inglese. Aveva uno dei quegli orribili piercing al naso che la faceva
sembrare un toro e portava i dreadlock tinti di viola. Ma io non avevo il suo coraggio. Anche se avevo
già i buchi alle orecchie, l’idea di mettermi un anello al naso mi spaventava. E in quanto ai capelli,
temevo che una volta tinti di blu (il mio colore preferito) mantenerli tali mi avrebbe portato via un sacco
di tempo. Alla fine mi limitai a una singola ciocca acquamarina e a un piccolissimo piercing tipo
diamantino alla narice sinistra, e così cominciai la metamorfosi da Stella la gemella a Stella l’individuo.

Il liceo sarebbe stata la mia occasione per prendere le distanze e scoprire chi ero veramente, e durante
i primi mesi fu davvero così. Drew, che era alto e robusto come papà, entrò facilmente nella squadra di
football. Cara era sempre stata la più estroversa tra noi tre, quindi era ovvio che entrasse nel team delle
cheerleader e nel comitato dell’annuario scolastico. Di solito io e lei facevamo tutto insieme, ma decisi
che i provini per le cheerleader non facevano per me.
Mi iscrissi invece a tutti i club scolastici che mi capitarono a tiro, tempo permettendo, dal consiglio
studentesco, che odiavo, alla squadra di decathlon, che odiavo ancora di più. Il club artistico diventò
presto il mio preferito. Non solo adoravo il bizzarro gruppo di ragazzi che ne faceva parte, ma c’era
qualcosa nell’immaginare, nel dare forma a quell’immaginazione e creare che trovavo affascinante.
Avevo riempito così tanto le mie giornate che in quei primi due mesi di scuola era stato come non
avere più due gemelli, per quanto poco ci vedevamo.
Ma quando Cara si era ammalata, i nostri tentativi di crescita individuale erano andati in fumo ed
eravamo tornati a essere tre gemelli. A volte, da quei pochi rimasugli del liceo che ci portavamo dietro,
riuscivo ancora a intravedere chi avremmo potuto essere. Cara non andava mai da nessuna parte senza
almeno tre gloss tra cui scegliere, mentre Drew era competitivo in tutto, che si trattasse di battermi a
Scarabeo o di superare il mio voto in una verifica.
Ecco perché io mi ero tenuta tanto stretta la fotografia. Era l’unico modo per avere qualcosa che fosse
solo mio e di nessun altro. Era stato uno dei miei amici del club di arte a farmela conoscere e, anche se
non ero un talento naturale, mi era piaciuta abbastanza da sforzarmi per migliorare. Perciò, mentre ogni
altro adolescente affrontava i faticosi anni del liceo sperimentando e commettendo errori, io ero rimasta
sempre la stessa, a casa; ma almeno avevo qualcosa che mi distingueva.
Prima che potessi lanciarmi in un dettagliato discorso sul perché il lavoro di Bianca era così pieno di
significato, vidi, più avanti lungo il marciapiede, il possibile soggetto di un magnifico scatto. «Oooh,
guarda!» esclamai, correndo a fare la mia foto.
«Stella», disse Drew quando mi raggiunse. «Quello è un idrante. Li abbiamo uguali in Minnesota.»
«Sì, ma guarda il modo in cui il sole lo colpisce», spiegai regolando l’obiettivo.
Drew sbuffò. «Ti prego, non dirmi che c’è un qualche significato simbolico nel contrasto tra la luce e
le ombre o qualche cavolata artistica del genere.»
«No», risposi accucciandomi per fare uno scatto più da vicino. «Però è carino.»
«Ma è solo un idrante», ripeté Drew scocciato, nonostante la mamma ci avesse sempre ripetuto che a
furia di tenere il broncio ci sarebbero venute le rughe.
Ero certa che tra le dieci foto che avevo scattato ce ne fosse almeno una buona, quindi mi tirai su e con
un dito punzecchiai mio fratello ai fianchi. «Però è un idrante molto simbolico.»
Drew aprì la bocca per ribattere, ma poi decise che non ne valeva la pena e scosse la testa. «Forza,
esperta fotografa. Faremo tardi per gli autografi.» Si voltò e continuò lungo il marciapiede, aspettandosi
che lo seguissi.
«Va bene, va bene», dissi, ridendo prima di iniziare a correre per raggiungerlo. «Arrivo.»

Impiegammo solo dieci minuti per arrivare a piedi alla stazione radio, ma Drew aveva ragione:
eravamo in ritardo.
«Non capisco», dissi mentre prendevamo posto alla fine di una lunga coda. «Cominceranno a firmare
autografi tra un’ora…»
Drew incrociò le braccia e mi lanciò un’occhiataccia. «Sul serio, Stella? Sei sorpresa che un sacco di
gente stia aspettando per vedere una band famosa in tutto il mondo?»

«Okay, forse no. Probabilmente saremmo dovuti arrivare prima, ma non avevo voglia di uscire dalla
galleria.»
«Lo so», ammise Drew, raddolcendosi. «Speriamo di non metterci tanto.»
«Speriamo», concordai, ma la fila di fronte a noi suggeriva tutt’altro.
Il novantanove percento della folla era di sesso femminile: c’erano alcune mamme con bambine
piccole, ma per la maggior parte erano adolescenti vestite con abitini estivi a fiori o magliette carine.
Mettevano la bocca a cuore posando con le amiche per foto da postare su Instagram e commentavano con
gridolini entusiasti i gadget degli Heartbreakers che avevano le altre.
Guardando le ragazze intorno a me, mi sentii parecchio a disagio con la mia normalissima T-shirt e le
Converse. Mi toccai i capelli, pentendomi di non averli spazzolati per bene la mattina. Li avevo
semplicemente tirati indietro in una coda di cavallo che faceva risaltare la mia ciocca acquamarina.
Alcune ragazze ci guardarono incuriosite, ma non capivo se fissassero me perché ero come un pugno in un
occhio o se trovassero carino Drew. Anche se per me era importante distinguermi dai miei gemelli, non
mi piaceva sentirmi fuori posto. Passai in rassegna la folla per accertarmi che nessuno mi vedesse prima
di togliermi l’elastico e passarmi le dita tra i capelli. Nessun altro aveva un piercing al naso o tutti gli
orecchini che avevo io, ma non avevo intenzione di togliermi anche quelli.
Alla fine la fiumana di estrogeni avanzò tutta insieme quando le porte della stazione radio si aprirono.
Ringraziai Dio tra me e me, ma il mio sollievo non durò a lungo. Una volta dentro, vidi, delimitata da
corde, la lunga coda che serpeggiava per l’enorme atrio. Noi eravamo gli ultimi.
«Ma scherziamo?» esclamai.
Drew fece per dire qualcosa, ma fu interrotto dal vociare improvviso della folla. Mettendomi le mani
sulle orecchie, tentai di soffocare le urla di centinaia di fan.
«Signore e signori!» annunciò un uomo con il megafono. «Un grande applauso per gli Heartbreakers!»
Neppure in punta di piedi riuscii a vedere il gruppo di ragazzi che avevano scatenato tutta quella
confusione. Di fronte a me c’erano troppe ragazze che saltavano su e giù per vedere meglio.
Un altro scoppio di urla fece tremare la stanza quando dagli altoparlanti uscì della musica a palla.
Drew tirò fuori il suo iPod dalla tasca posteriore e si mise le cuffie. Io gemetti sconsolata, perché sapevo
che, anche se avessi guardato nel mio zaino, non ci avrei trovato il mio. L’avevo lasciato in auto e Drew
ridacchiò quando vide la mia espressione.
«Ce lo giochiamo a morra cinese?» chiesi con un’aria da tenero cucciolo.
«Non ti sento, Stella», rispose Drew sorridendo. «Ho la musica troppo alta.»
Alzò ancora il volume e cominciò a muovere la testa al ritmo del pezzo che stava ascoltando. Chiusi
gli occhi, frustrata. Il resto della giornata sarebbe stato uno schifo.

Avevo la testa che mi pulsava. Dopo due ore di canzoncine sdolcinate, urla e una stanza di un caldo
soffocante, temevo che mi sarebbe esploso il cervello.
Cara e io eravamo simili da far paura in un sacco di cose. Entrambe eravamo capaci di ripetere ogni
battuta di ogni episodio di Friends come se le avessimo scritte noi; entrambe odiavamo il burro di
arachidi per il modo in cui si attacca al palato, e nessuna di noi due aveva mai avuto un ragazzo.
Ma c’era una sostanziale differenza tra noi e riguardava i nostri gusti musicali. Mentre io e Drew
eravamo in fila per gli autografi, pensai che non avrei mai e poi mai capito cosa ci trovava Cara negli
Heartbreakers. E dall’espressione sul volto di Drew, direi che valeva lo stesso per lui. La batteria del
suo iPod era morta da un pezzo, perciò ora soffrivamo entrambi.
«Nostra sorella è stata di sicuro adottata», mormorai e Drew ridacchiò.

«Siete identiche.»
«Irrilevante», dissi, scuotendo la testa sconsolata. «Cioè, sul serio? Come ha fatto a prendere questa
brutta strada?»
«Credo che sia stata quella ragazza dell’ospedale con cui ha fatto amicizia.»
«Quella con la leucemia.»
«Sì, lei. Ha preparato delle playlist per tutti i pazienti del reparto pediatrico.»
«Potremmo farle causa.»
Drew scoppiò a ridere e si strofinò le tempie. «Sul serio, però, credo che l’esposizione prolungata a
questa musica spazzatura mi stia distruggendo. Dovrebbero far avanzare la coda un po’ più in fretta.»
«Come minimo», convenni.
Avevano messo il nuovo CD degli Heartbreakers in loop, ma ogni volta che cambiava la canzone,
c’era un altro scoppio di urla. A questo punto conoscevo ogni brano a memoria.
Una ragazza di fronte a me si voltò. «Oh, mio Dio! Questa è la loro canzone più bella!» esclamò, come
se non l’avessimo già sentita un milione di volte. «Adoro gli Heartbreakers!»
Feci il possibile per non sbuffare. Ogni canzone per loro era «la più bella». Chiusi gli occhi e inspirai
profondamente. «Quanto manca?» chiesi a Drew per la decima volta. Non riuscivo ancora a vedere
l’inizio della fila, ma dovevamo essere vicini. Altrimenti… be’, non sapevo quanto ancora avrei potuto
sopportare quella tortura. Drew, che era una quarantina di centimetri buoni più alto di me e Cara, allungò
il collo e guardò sopra la folla nella direzione in cui immaginavo fosse seduta la band.
Poi mi sorrise. «Sembra che ci manchino un’altra decina di minuti al massimo.»
«Oh, grazie a Dio!» Infilai la mano nello zaino e tirai fuori una parte dei cimeli degli Heartbreakers di
mia sorella: un CD, un poster e una maglietta del tour. Se non fosse impazzita per un regalo del genere…
I minuti passarono e noi avanzammo lentamente lungo la fila. Più ci avvicinavamo, più riuscivo a
intravedere i membri della band tra la folla. Tutto intorno a noi scattavano i flash delle macchine
fotografiche. Ben presto fummo a pochi metri di distanza da loro. Un gruppo di ragazze ammassate
intorno al tavolo si spostò e…
Finalmente riuscii a vedere gli Heartbreakers. Li guardai uno per uno e il mio cuore si fermò.
Erano quattro. All’estrema destra sedeva un ragazzo muscoloso con una T-shirt senza maniche e i
capelli molto corti. Aveva un tatuaggio a fascia sul bicipite sinistro con spirali nere che si intrecciavano
tra loro. Accanto a lui c’era un ragazzo alto e molto magro con capelli biondo-rossicci tutti spettinati e
occhiali spessi. Anche il terzo ragazzo era biondo, ma i capelli avevano un taglio impeccabile ed erano
impregnati di gel per far stare le ciocche al loro posto. Aveva delle cuffiette al collo e continuava a
giocherellarci.
Ma fu l’ultimo ragazzo quello che per poco non mi fece venire un infarto. Riconobbi subito i capelli
ondulati e il sorriso meraviglioso: era il tipo di Starbucks. Mi sentii avvampare mentre lo fissavo
sbalordita. Parlò con una fan firmando un poster e poi si allungò sul tavolino per abbracciarla. Mentre la
ragazza si allontanava, vidi che stava piangendo. Avevo la mente in subbuglio. Davvero avevo flirtato
con uno dei ragazzi della boy band preferita di mia sorella? Uno famoso?
La fila avanzò e all’improvviso mi resi conto che avrei dovuto parlargli di nuovo. Come avrebbe
reagito vedendomi? Si sarebbe ricordato di me? Certo che sì, pensai. Avevamo flirtato per cinque minuti
buoni e lui aveva persino pagato i miei caffè! Ma era anche vero che probabilmente aveva flirtato con un
milione di ragazze in vita sua… Avevo le mani sudate e mi affrettai ad asciugarmele sulla maglietta.
Non voglio che si ricordi di me, pensai. Gli avevo detto che ero a Chicago per visitare una galleria
d’arte, non per incontrare gli Heartbreakers. Se gli avessi chiesto un autografo, probabilmente sarebbe
scoppiato a ridere e avrebbe pensato: Ecco un’altra matta…

«Sembrano dei ragazzini», disse Drew strappandomi dai miei pensieri. Mi voltai di scatto.
«Cosa?» Il cuore mi andava a mille.
«La band.» Drew mi guardò in modo strano. «Ti senti bene, Stella? Sei un po’ pallida.»
«Davvero?» risposi, facendo una risatina forzata. «Sto benissimo. E sì, hai ragione, proprio dei
ragazzini.» Mio fratello mi stava ancora fissando come se avesse capito che qualcosa non andava, così
mi riagganciai alla sua battuta. «Cioè, guarda quello sulla sinistra… quello magro come un chiodo. Non
potrà avere più di dodici anni.»
Drew guardò il ragazzo che avevo incontrato quella mattina e sorrise. «Non saprei, secondo me ne
dimostra almeno tredici.»
La ragazza di prima si voltò di nuovo, ma questa volta con un’espressione piena di disprezzo. «Oliver
ha diciotto anni. E smettetela di prenderlo in giro. Non è carino.»
Oliver, pensai, ripetendo il nome nella mia testa. All’improvviso capii perché mi era sembrato così
familiare. Era il ragazzo dell’articolo che Cara stava leggendo, quello che veniva definito come «uno che
spezza i cuori».
«Ma scherzi, vero?» rispose Drew a bocca aperta.
Lei si piantò una mano sul fianco. «Ti sembra che stia scherzando?» Mio fratello non rispose e la
ragazza continuò: «Gli Heartbreakers sono la band più grande di sempre e Oliver è stupendo. Tenetevi le
vostre stupide idee per voi».
Dopo averla fissata attonito per qualche altro secondo, Drew si riprese e, con mio grande stupore, si
scusò con la ragazza. «Be’, signora Perry», disse facendo il verso alla sua T-shirt, su cui c’era scritto:
FUTURA SIGNORA OLIVER PERRY. «Mi scuso umilmente per averla insultata. Non accadrà più.»
«Non scusarti con me», ribatté indispettita lei, indicando Oliver. «Scusati con lui.»
«Il prossimo!» disse una delle guardie del corpo. La ragazza si voltò di scatto e la sua espressione
irritata svanì trasformandosi in un sorriso a trentadue denti. Sgranai gli occhi per la sorpresa. Durante la
discussione non mi ero resa conto di quanto eravamo arrivati vicini al tavolo degli autografi. Sentii una
fitta allo stomaco.
«Drew, credo che tu abbia ragione», dissi ficcandogli in mano la roba di nostra sorella. «Non mi sento
bene. Devo andare in bagno.»
«Ma non esiste proprio, Stella.» Drew mi afferrò per la maglietta mentre cercavo di fuggire. «Stavolta
non la scampi. Puoi anche vomitare sulla band per quello che mi riguarda, ma mi rifiuto di fare questa
cosa da solo.»
Cominciai a tremare per il nervosismo. Non potevo affrontare Oliver… «Ma Drew…» piagnucolai.
Lui mi guardò severo. «Lo facciamo per Cara.»
Mi morsi il labbro. Aveva ragione. Mia sorella era mille volte più importante del mio orgoglio.
Sospirando, chinai la testa. La ragazza antipatica di prima e il suo gruppo di amiche si allontanarono dal
tavolo e io trattenni il fiato. Forse la mancanza di ossigeno mi avrebbe calmato i nervi.
All’improvviso la band si alzò e si allontanò dal tavolo. «Aspettate, dove stanno andando?» chiese
Drew.
«Mi dispiace», rispose una robusta guardia del corpo. «I ragazzi hanno finito per oggi. Devono
riposare per il concerto di domani.»
Dimenticando il mio imbarazzo, ribattei irritata: «Noi siamo in fila da ore!»
«Sì, e anche quelli dietro di voi», ci fece notare l’uomo. «Ma i ragazzi non possono accontentare tutti.
Hanno troppi fan. Sarete più fortunati la prossima volta.»
«Io non sono qui per me. Questo è un regalo per il compleanno di mia sorella. Lei…» Ma ormai
quello che dicevo non aveva più importanza. Gli Heartbreakers se n’erano già andati.

3

SDRAIATA sul letto in albergo, fissavo il soffitto. In camera nostra si moriva di caldo e l’aria era talmente
soffocante che facevo fatica a muovermi. Se provavo a spostarmi sentivo il sudore che mi colava lungo la
schiena e, ogni volta che respiravo, la maglietta mi si incollava alla pelle. Girai la testa da un lato per
guardare mio fratello, sull’altro letto.
«Più caldo di così, si muore», dissi.
Eravamo tornati in albergo senza scambiare una parola, ma l’idea che dopo il check-in ci saremmo
potuti fiondare a letto ci aveva tirato un po’ su il morale. La sfiga però continuava a perseguitarci, perché
a quanto pareva ci avevano dato una stanza con l’aria condizionata rotta. Non potevo fare a meno di
pensare che quel viaggio era stato praticamente inutile. Sì, mi ero divertita molto alla galleria di Bianca,
ma in quel momento ero concentrata su quanto era stato frustrante il resto della giornata. Il mio desiderio
più grande era vedere gli occhi di Cara illuminarsi davanti all’autografo degli Heartbreakers, e ora non si
sarebbe mai realizzato.
Mio fratello distolse lo sguardo dal suo libro. «Per favore, non portare ancora più sfiga», disse prima
di tornare a leggere.
«Dovremmo trovare un posto con l’aria condizionata. Ti va di andare a mangiare qualcosa?»
Questa volta Drew non si curò neppure di staccare gli occhi dalla pagina. «Magari fra un po’»,
rispose. «Voglio finire questo capitolo.»
Nell’ultimo mese Drew era stato ossessionato dall’idea di finire il suo elenco di letture estive. Alla
fine dell’estate, infatti, sarebbe partito per frequentare l’università a Minneapolis. La registrazione delle
matricole sarebbe stata una settimana più tardi, ma lui voleva laurearsi in inglese e aveva già scelto un
corso di letteratura che sperava di frequentare. Era così entusiasta all’idea di iniziare il college che
aveva deciso di leggere tutto il materiale del corso prima ancora dell’inizio del semestre.
Sentii un nodo alla gola e distolsi lo sguardo da mio fratello. Il primo anno delle superiori, prima che
Cara si ammalasse, mi ero innamorata della New York University. Avevo deciso che New York era il
posto perfetto per me, per scoprire chi ero indipendentemente dai miei fratelli. All’inizio dell’ultimo
anno, quando i medici avevano parlato di remissione della malattia di Cara e io avevo ricevuto la mia
lettera di accettazione, tutto si era fatto finalmente più reale. Sarei andata al college.
Ma all’arrivo dell’estate il mio entusiasmo aveva cominciato a vacillare. Sentivo il richiamo di New
York e avrei voluto dargli ascolto, ma allo stesso tempo il pensiero di partire mi terrorizzava. Mamma
aveva detto che avere paura era normale. Lasciare casa per la prima volta era un grosso passo ed era un
bene essere nervosi. Ma quelle che sentivo nello stomaco non erano farfalle… Erano più api assassine.
Poi, prima che riuscissi a capirci qualcosa, il tumore tornò.
E in quello stesso istante le api sparirono. Sapevo di non potermene andare mentre Cara era ancora in
cura, perciò avevo deciso di rimandare di un semestre. Per Drew era diverso. Minneapolis era a solo
un’ora e mezza di auto da Rochester, perciò lui poteva tornare a trovare Cara nel fine settimana ogni volta
che voleva. Io invece sarei stata troppo lontana, e completamente da sola. Non mi dispiaceva troppo
dover rimandare, ma una parte di me avrebbe voluto seguire l’esempio di Drew facendo domanda per
un’università più vicina a casa.

Una goccia di sudore cominciò a scorrermi giù per la fronte. «Ora basta», dissi, e mi raddrizzai di
scatto.
Dovevo smetterla di autocommiserarmi. Sì, era frustrante non avere la possibilità di partire per il
college come mio fratello e sì, non ero riuscita a procurarmi il regalo di compleanno perfetto per mia
sorella, ma non avrei sopportato quel caldo un secondo di più. Mi legai i capelli in uno chignon
raffazzonato e decisi di fare qualcosa per la nostra stanza.
«Vado giù alla reception a lamentarmi. Nel frattempo, cerca di non morire di infarto.»
«E vai giù così?» chiese Drew.
Mi guardai allo specchio. Okay, facevo schifo con la frangetta fradicia di sudore appiccicata al viso,
ma non m’importava. «Sì, vado giù così e tu chiudi il becco. Tanto non incontrerò nessuno di importante.»
«Dicevo solo per dire», replicò Drew. Tornò a tuffarsi nel suo libro e io restai a guardarlo per un
istante mentre i suoi occhi scorrevano avidamente la pagina. All’improvviso spalancò la bocca come se
avesse letto qualcosa di inaspettato. «Ma dai», mormorò tra sé e sé.
Alzai gli occhi al cielo esasperata, lasciai mio fratello alle sue letture e uscii dalla camera.

«Che vuol dire che non ci sono più camere libere?» mi lamentai con il concierge. Mi aveva già
informato che ormai l’addetto alla manutenzione se n’era andato, per cui non c’era nessuno che potesse
riparare l’aria condizionata.
«Mi dispiace, signorina, ma siamo al completo.» Gli occhi dell’uomo vagarono per l’atrio mentre
rispondeva alla mia domanda, come se si aspettasse che da un momento all’altro potesse accadere
qualcosa di brutto. Seguii il suo sguardo e notai parecchie ragazze in attesa qua e là.
Posai entrambe le mani sul bancone. «Allora posso parlare con il direttore? Non ho pagato per morire
di caldo.»
Ma l’uomo non mi stava ascoltando. Lo vidi impallidire e guardare dietro di me. «Oh, cacchio…»
«Oh, mio Dio!» urlò qualcuno. «Sono davvero qui!»
Mi irrigidii e strinsi l’orlo del bancone con tale forza che le dita mi diventarono bianche. Avevo
sentito urla femminili a sufficienza per quel giorno e inspirai profondamente prima di voltarmi. Proprio
mentre stavo per rimproverare l’idiota che aveva urlato, vidi tutte le ragazze dell’atrio correre alla porta.
«Sono gli Heartbreakers!»
I quattro ragazzi entrarono nell’atrio scortati da una schiera di guardie del corpo. Fuori la polizia
stava presidiando l’ingresso in modo che la folla non invadesse l’albergo. Intravidi una familiare chioma
ondulata e sentii il mio cuore fermarsi.
«È uno scherzo, vero?»
Non stava succedendo sul serio, era assurdo. Cioè, com’era possibile imbattersi nella stessa persona
famosa così tante volte in un solo giorno? Quelle cose succedono solo nei film, non nella vita reale.
«Signore, signore», disse ad alta voce il concierge. «Per favore, fate un po’ di spazio ai nostri ospiti.»
Nessuno gli diede retta.
«Xander, ti amo!»
«Alec, sposami!»
«JJ, quaggiù!»
«Oh, mio Dio, Oliver!»
La band si fermò per salutare qualche fan e, mentre continuavo a guardare, decisi che quello sarebbe
finito nella lista dei giorni più strani della mia vita. Cara non ci avrebbe mai creduto quando glielo avrei
raccontato… Rimasi a fissare la scena fino a che Oliver guardò dalla mia parte. Mi voltai di scatto prima

che potesse riconoscermi.
Sapevo che era assurdo, ma mi sentivo come se mi avesse mentito non dicendomi chi era. O forse mi
sentivo semplicemente stupida per non averlo riconosciuto. In entrambi i casi sarebbe stato imbarazzante
parlargli di nuovo.
Dopo un minuto di trattative, convinsi l’addetto alla reception a non farci pagare la camera, anche se
non era una grande consolazione. Il solo pensiero di trascorrere la notte a sudare in quel forno mi faceva
venire voglia di strapparmi i capelli. Ma non avevo altra scelta, perciò tornai verso l’ascensore.
«Stupida boy band», borbottai entrando e premendo il pulsante del quinto piano. Era infantile, ma
avere qualcuno con cui prendermela mi faceva sentire meglio.
«Tenga aperta la porta!» Alzai lo sguardo e vidi una guardia del corpo che mi indicava. Gli
Heartbreakers stavano attraversando l’atrio tra due ali di folla, mentre la loro scorta faticava sempre di
più a tenere a bada il gruppo crescente di ragazze. Premetti ripetutamente il pulsante con tutta la forza che
avevo sperando di poter fuggire, ma niente. Il gruppo si infilò nell’ascensore proprio mentre le porte si
chiudevano, sfiorando per un pelo l’ultimo ragazzo.
«Grazie mille», disse quello con gli occhiali. «Era un incubo.»
«Non immaginavo che salutare i vostri fan fosse un lavoro così ingrato per voi.» Le parole mi
sfuggirono di bocca prima che potessi pensare a quello che stavo dicendo.
Oliver voltò la testa di scatto al suono della mia voce. Mi fissò per un istante prima di farmi un grosso
sorriso. «Stella!»
Si ricorda di me! Mi balzò il cuore nel petto, ma per qualche strana ragione mi costrinsi a non
rispondere e dopo un istante il suo sorriso svanì.
Nessuno sembrava aver sentito l’esclamazione di Oliver, e il ragazzo con gli occhiali se li risistemò
sul naso per guardarmi meglio. «Come hai detto?» chiese.
«Che vuoi dire? Che non apprezziamo i nostri fan?» Il ragazzo muscoloso incrociò le braccia in
maniera intimidatoria, mettendo in risalto il tatuaggio sul bicipite. «Proprio oggi abbiamo firmato
autografi per non so quanto tempo.»
«Già. Ho aspettato in coda per tre ore solo per arrivare vicino al tavolo e vedervi andare via di fronte
ai miei occhi.»
«Oh, una fan scontenta?» commentò il ragazzo. La sua espressione cambiò radicalmente e mi dedicò
un affascinante sorriso.
«Possiamo sicuramente sistemare le cose» aggiunse Occhialuto. Tirò fuori una penna dalla tasca. «Hai
una macchina fotografica?»
Sbuffai senza alcuna eleganza. «Io una vostra fan?» Feci una pausa ad arte e lo incenerii con lo
sguardo. «Non esiste proprio.»
I ragazzi si scambiarono occhiate perplesse. «Questa è matta», sussurrò Mister Muscolo al ragazzo
senza un capello fuori posto, che aveva ancora le cuffiette intorno al collo. Non parlava e anche ora si
limitò ad annuire al suo amico.
«Gli unici matti qui sono quelli che ascoltano davvero la vostra musica.» Sentivo la rabbia montare a
ogni parola che dicevo. «Oggi ero in fila con i vostri fan – una tortura, visto che ho dovuto ascoltare le
stesse canzoni per ore – per una sola ragione: farmi fare un autografo per mia sorella. E se non le volessi
così bene, probabilmente la disconoscerei per le schifezze che ascolta.»
I quattro mi fissarono sbalorditi.
«Nient’altro?» disse Occhialuto.
«Sì», aggiunsi in un ultimo scoppio di indignazione. «La vostra band fa schifo.»
L’ascensore si fermò e la porta si aprì.

«Mi piace questa ragazza, sapete? Ha una bella faccia tosta», confessò Mister Muscolo con un
sorrisetto compiaciuto. «Possiamo tenerla?»
«Fottiti», ribattei e poi, senza guardare Oliver, sgomitai tra gli Heartbreakers e uscii dall’ascensore.

«Cos’hai, ti è morto il gatto?» chiese Drew quando entrai come una furia nella stanza.
«L’albergo è al completo», dissi sbattendo la porta. «L’unica cosa che ho ottenuto è un rimborso.»
«Ehi!» esclamò Drew alzando la mano per darmi il cinque. «Ma è fantastico.»
«Questo non cambia il fatto che qui si muore di caldo», mi lamentai, ignorando la sua mano. Tirai
fuori dei vestiti puliti dallo zaino e andai in bagno. «Mi faccio una doccia.»
Chiusi a chiave la porta e mi spogliai. Avevo l’impressione di andare a fuoco e avevo una sensazione
di oppressione al petto. Non avrei dovuto trattarli così, pensai mentre aprivo il rubinetto. Non era colpa
degli Heartbreakers se la mia giornata era uno schifo. Senza aspettare che l’acqua si riscaldasse, entrai
sotto il getto freddo e chiusi gli occhi. Rimasi lì appoggiandomi alla parete con la mano e trattenni il fiato
in attesa di riprendermi. Ma l’acqua gelida alleviò solo il calore del mio corpo e non fece niente per il
senso di colpa.
Ora Oliver probabilmente ti odia. Continuavo a rivedere nella mente l’incidente dell’ascensore, e in
particolare il momento in cui il sorriso di Oliver era svanito. Avevo un saporaccio in bocca e per un
istante mi venne quasi da vomitare.
Ma che diavolo ti prende, Stella? mi rimproverai. Riprenditi. Afferrai una saponetta e mi strofinai con
tanto vigore da togliermi uno strato di pelle. Non avevo motivo di essere turbata all’idea di non piacere a
Oliver Perry. Certo, era carino, ma non lo conoscevo affatto. Da quello che avevo letto sull’articolo della
rivista di Cara, Oliver era uno che le ragazze le prendeva in giro e di certo non un tipo con cui avrei
voluto avere a che fare.
Drew bussò alla porta, interrompendo i miei pensieri. «Stella, ho ordinato qualcosa al servizio in
camera», gridò per farsi sentire sopra il rumore della doccia. «Una pizza va bene?»
«Certo», risposi, chiudendo l’acqua. Non mi sentivo affatto meglio (ero ancora in imbarazzo per aver
incolpato la band per la mia sfiga di quel giorno), ma mi rifiutavo di continuare a rimuginare su un
ragazzo che non avrei visto mai più.
Mi asciugai, infilai un paio di shorts e una canottiera e uscii dal bagno. Mentre aspettavamo da
mangiare, accesi la TV su CSI e mi feci una treccia. Durante una scena particolarmente cruda, sentii
bussare alla porta e saltai subito giù dal letto, felice di avere una scusa per evitare di guardare tutto quel
sangue.
«Grazie mille», dissi aprendo la porta. «Stiamo morendo di…» Le parole mi si spensero in gola. In
corridoio c’era Oliver Perry.
«Stella.» Il suo tono era asciutto.
Lo stavo di nuovo fissando come un’idiota, ma non potevo farne a meno. Cosa ci faceva lì?
Poi notai che aveva il broncio. Sembrava piuttosto contrariato e mi resi conto che probabilmente
voleva delle scuse. L’idea mi fece arrossire, ma sapevo che se le meritava. Ero stata troppo dura con
loro.
Feci per scusarmi, ma mi bloccai. Poi dissi qualcosa di completamente diverso. «Come hai avuto il
numero della mia camera?»
«Be’, ho dato il tuo nome alla reception.» Ovviamente la mia domanda l’aveva colto alla sprovvista,
ma si riprese immediatamente e mi fissò con gli occhi stretti. «Ma sei bipolare o cosa?»
«Come, scusa?»

«Be’, questa mattina da Starbucks ho conosciuto una ragazza. Era dolce e adorabile, ma adesso pare
che sia svanita nel nulla.»
Oh, certo. Voleva un chiarimento per il mio cambio di umore.
«Avresti dovuto dirmi la verità», risposi cercando di difendermi.
«Su cosa esattamente?» chiese. Il tono di voce era irritato, però qualcosa nei suoi occhi mi faceva
pensare che si sentisse più che altro ferito. Avevo un nodo alla gola, ma non riuscivo a scusarmi. Sarebbe
stato troppo umiliante.
«Mmm, non saprei», dissi cercando di nascondere il senso di colpa dietro il sarcasmo. Non avrebbe
risolto niente, ma le parole mi uscivano di bocca praticamente da sole, come in ascensore. «Per esempio
avresti potuto dirmi chi eri.»
«Stai dicendo che davvero non mi avevi riconosciuto?» chiese incrociando le braccia.
«Proprio così», risposi. Oliver mi fissò incredulo, e io aggiunsi: «Ascolta, ho sentito mia sorella
parlare di Oliver Perry un milione di volte, ma non mi sono resa conto che fossi tu quando ci siamo
conosciuti».
Sollevò le sopracciglia, come per dire che mi ero risposta da sola. «È esattamente per questo che non
ti ho detto chi ero.»
Mi lasciò sconcertata. «Okay, be’, sarà come dici tu», risposi, anche se in realtà non ci credevo
neanche un po’. Perché non aveva voluto dirmi chi era? «Ora so chi sei. Grazie per essere passato.» Feci
per chiudere la porta, ma Oliver con un piede me lo impedì.
«Ehi, aspetta!» esclamò.
«È la pizza?» chiese Drew alle mie spalle. Il letto scricchiolò quando si alzò per venire a vedere cosa
stava succedendo.
«Ciao», disse Oliver, sporgendosi nella stanza per salutare mio fratello.
«Ah, ciao.» Drew si grattò la testa, perplesso. «Ti conosco, vero?» Dopo aver fissato Oliver per un
lungo secondo, si illuminò improvvisamente. «Tu sei il ragazzo della band. Stella, che stai facendo? Fallo
entrare!»
Chiudendo gli occhi, emisi un lungo e sonoro sospiro. Quando lasciai andare la maniglia, Oliver entrò
accanto a me. Il suo braccio sfiorò il mio come quella mattina e il contatto mi fece trasalire. Ci fu un
momento di spiacevole silenzio mentre tutti ci fissavamo.
Alla fine fu mio fratello a parlare. «Allora, senza offesa né niente del genere, ma cosa ci fai
esattamente qui? Hai sbagliato camera o cosa?»
«No», disse Oliver. Guardò me prima di continuare. «Sono venuto per parlare con… la tua ragazza?»
«Mia sorella», lo corresse Drew e mi lanciò uno sguardo interrogativo.
Aspettai la reazione di Oliver, ma dal suo viso non trapelò nulla. «Giusto, sorella. A ogni modo, in
ascensore lei ha detto che volevate un autografo, perciò ho pensato…»
Prima che Oliver potesse finire la frase, Drew lo interruppe. «Aspetta, voi due vi siete incontrati in
ascensore?»
Maledizione. Ora avrei dovuto spiegare tutto. Se Drew avesse scoperto da Oliver che in realtà
c’eravamo conosciuti la mattina mentre prendevo i nostri caffè, non si sarebbe semplicemente
arrabbiato… di più. «In realtà», dissi pentendomi immediatamente di aver parlato, «ci siamo incrociati
questa mattina.»
Drew sembrava ancora brancolare nel buio, così Oliver aggiunse: «Da Starbucks».
«Aspetta. Quindi noi siamo stati in fila tutto il giorno per un autografo quando tu l’avevi già
incontrato?» chiese Drew, fissandoci come se fossimo pazzi.
Alzai le mani in aria in un gesto di esasperazione. «Io non sono Cara, Drew. Non ho poster degli

Heartbreakers appesi alle pareti. Non mi sono resa conto che fosse lui. Se voglio ascoltare una band, ne
ascolto una che spacca, tipo i Sensible Grenade o i Bionic Bones.»
Okay, forse Cara aveva ragione sul fatto che ascoltavo solo strana musica underground, ma questo non
giustificava la sua ignoranza a proposito dei mostri sacri del punk-rock. Inoltre, i gruppi che ascoltavo io
erano di gran lunga migliori degli Heartbreakers.
Oliver si schiarì la voce. «Mmm, okay. Colpo basso.»
Mio fratello sembrava sul punto di esplodere, ma poi fece un respiro profondo, mi mise una mano
sulla spalla e si rivolse a Oliver. «Vuoi scusarci per un momento? Devo parlare con mia sorella.»
«Certo. Ero solo passato per invitarti su da noi.» Mi porse una tessera magnetica. «Dalla all’uomo
nell’ascensore. Ti lascerà salire.»
Quando la porta si chiuse e Oliver se ne fu andato, Drew si voltò di scatto verso di me. «Ma cosa
diavolo ti prende?» sbraitò. «Perché hai continuato a insultarlo?»
«Mi dispiace», risposi senza riuscire a guardarlo negli occhi. «Non volevo, ma mi stava dando sui
nervi.» Da un certo punto di vista era vero. Oliver non aveva fatto niente di irritante di per sé; era quello
che provavo in sua presenza che mi irritava. Mi sentivo stordita, incapace di connettere, come una
scolaretta alla sua prima cotta, ed era avvilente.
Drew si incupì. «Siamo venuti qui per Cara. Non per te, non per me, ma per nostra sorella.»
Mortificata, non riuscivo a guardare mio fratello negli occhi. «Miss Fuoco d’Artificio…» disse,
sollevandomi il mento per costringermi a guardarlo.
Era il soprannome che mi aveva dato Drew, perché quando mi agitavo esplodevo senza preavviso, ma
lo scoppio non era mai un granché e la mia rabbia si spegneva in fretta così come era iniziata. Ogni volta
che mi agitavo, lui usava quel soprannome per ricordarmi di stare calma.
«Va bene, va bene!» esclamai, divincolandomi. Aveva ragione: davanti a Oliver ero scoppiata peggio
di un petardo e non avevo riflettuto. «Cosa vuoi che faccia?»
«Scusarti», disse Drew con severità.
«Mi dispiace un sacco?…»
«Ah ah ah, ci hai provato, Stella. Ora andremo su a farci dare un autografo e tu ti scuserai con Oliver.»
Il solo sentire il suo nome mi fece venire le farfalle nello stomaco. Avrei dovuto parlare con Oliver
Perry. Di nuovo.

4

QUANDO entrammo nell’attico le farfalle nel mio stomaco erano ormai fuori controllo. Avevo insistito
per aspettare le pizze prima di andare, sperando che con un po’ più di tempo a disposizione sarei riuscita
a calmarmi, ma invece mi si era formato un macigno alla bocca dello stomaco che mi aveva impedito di
mangiare.
«C’è nessuno?» chiese Drew. La porta sbatté dietro di noi e il tonfo risuonò per la suite immersa nel
silenzio, annunciando la nostra presenza insieme alle parole di Drew.
Nessuno rispose, esitai. «E adesso?»
«Magari sono fuori a cena.»
«Be’, se non c’è nessuno», dissi ansiosa di uscire, «andiamocene.» Più si avvicinava il momento di
affrontare di nuovo Oliver, peggio mi sentivo. Un vero e proprio terrore mi stava invadendo lentamente:
le mani mi tremavano e dovetti stringerle contro i fianchi, resistendo all’impulso di scappare a gambe
levate.
Drew mi mise le mani sulle spalle con forza. «Ma non hai ancora avuto la possibilità di scusarti»,
disse in tono perentorio con un sorrisetto malefico. Poi mi diede una leggera spinta in avanti, guidandomi
lungo il corridoio fino al salotto.
«Porca miseria», mormorai dimenticando per un istante il nervosismo. Io e Drew ci scambiammo uno
sguardo ammirato.
La stanza era gigantesca e arredata con pezzi moderni in eleganti tonalità di grigio e blu; sulla parete
di fronte, un’enorme finestra andava dal pavimento fino al soffitto e incorniciava il luccicante panorama
della città sotto di noi. Alla nostra destra c’era il più grande televisore a schermo piatto che avessi mai
visto, messo in pausa su una pubblicità, come se qualcuno lo stesse guardando. Di fronte, un lungo divano
con poltrone abbinate, un tavolino basso pieno di incarti di cibo da fast food e un tavolo da biliardo.
«Neanche qui c’è nessuno», sussurrai. «Ora possiamo andare via?»
Drew mi ignorò. «C’è nessuno?» gridò di nuovo, facendo un passo avanti sul tappeto.
Per un altro istante non ci fu risposta. Poi, all’improvviso, la musica di Mission: Impossible partì a
tutto volume.
«Pronti… fuoco!» Tre ragazzi saltarono fuori da dietro il divano con le armi in pugno. «Sei finito,
Oliver!»
Ci piovvero addosso oggetti di ogni genere e, quando qualcosa di verde e appiccicoso mi colpì alla
spalla, gridai. Guardai giù verso la mia macchina fotografica, temendo che una parte di quella misteriosa
schifezza potesse averla centrata, ma per fortuna era tutto a posto. Prima di essere colpita da
qualcos’altro, mi tolsi la macchina dal collo. La cinghia mi si impigliò tra i capelli, ma riuscii a
districarla in tempo prima che un gavettone mi prendesse in pieno petto e mi infradiciasse la maglietta.
«Oh, cazzo», gridò qualcuno. «Missione annullata!»
Quando l’attacco si fermò, ci fissammo tutti, Drew e io con gli occhi sgranati e tre quarti degli
Heartbreakers con le bocche spalancate per la sorpresa.
«Che diavolo?…» esclamò il ragazzo muscoloso.
Occhialuto si grattò la testa. «Questa è bella…»

«Be’, in effetti», disse Drew. Si tolse un paio di boxer dalla spalla. Oltre alla biancheria sporca e ai
palloncini pieni d’acqua, eravamo stati bombardati con stelle filanti spray e palline al formaggio. La
schifezza verde sulla mia canottiera somigliava a gelatina alimentare.
Dopo qualche istante di imbarazzante silenzio, il ragazzo con gli occhiali sobbalzò all’improvviso,
come se si fosse reso conto solo allora di quello che era successo, e corse da noi. «Oh, Dio!» disse e la
sua faccia era rossa come un peperone mentre ripuliva la spalla di Drew dalle stelle filanti. «Mi dispiace
veramente un sacco. Pensavamo che fosse Oliver.»
Drew scosse la testa e dai suoi capelli cadde una pallina al formaggio. «Non preoccupatevi», disse
toccandosi i vestiti per accertarsi che non gli fosse rimasto nulla addosso.
«Maledizione! Avevamo pianificato tutto alla perfezione», borbottò Mister Muscolo mentre gettava
una bomboletta di stelle filanti a terra. Si passò le mani tra i capelli cortissimi e scosse la testa. Alla fine
si girò verso Drew e me e si schiarì la voce. «Scusate se vi abbiamo spaventato.» Guardò la mia macchia
di gelatina, trasalì e aggiunse: «E di avervi bombardato con delle schifezze».
Non riuscivo ancora a trovare le parole, ma Drew gettò improvvisamente indietro la testa e scoppiò a
ridere. «Mi dispiace», si scusò, e poi si piegò in due dalle risate mentre tutti lo fissavano come se fosse
impazzito. «È solo che probabilmente questa è la cosa più divertente che c’è successa oggi, ma nessuno
mi crederà quando gli dirò che gli Heartbreakers mi hanno teso un’imboscata con un sacchetto di palline
al formaggio.»
Mister Muscolo finalmente sorrise e tese la mano. «JJ», si presentò. «Probabilmente non ti crederei
neppure io.»
«Sì, facciamo finta che non sia mai successo», disse Occhialuto. «A proposito, io sono Xander e
questo è Alec.» Indicò il ragazzo ancora in piedi dietro il divano. Alec non aveva detto una parola, ma
sollevò una mano in segno di saluto quando incrociammo il suo sguardo.
«Lieto di conoscervi», disse mio fratello e strinse la mano a entrambi. «Io sono Drew e questa è mia
sorella Stella.»
I ragazzi mi studiarono come se ci fosse qualcosa di strano nella mia faccia. Trattenni il fiato e pregai
che non mi riconoscessero (se Drew avesse scoperto che avevo insultato tutto il gruppo e non solo
Oliver, sarebbe stata la fine), ma poi vidi un lampo negli occhi di JJ e capii che ero spacciata.
«Ehi», mi indicò. «Tu sei la ragazza dell’ascensore.» Si voltò verso Xander e cominciò a dargli delle
botte sul braccio. «È la ragazza dell’ascensore, ricordi?»
Xander spinse via la mano dell’amico. «Sì, JJ. Molto bene.»
«Aspetta.» Drew si girò verso di me. «Li hai incontrati tutti?»
«Diciamo che più che altro ci ha insultati…» chiarì Xander. «Ma sì, ci siamo conosciuti.»
Era inutile guardare mio fratello, perché sapevo già che mi stava incenerendo con gli occhi. «Mi
dispiace tanto», ammisi con imbarazzo. «Non ero dell’umore migliore.»
«Abbiamo sentito di peggio», disse JJ, agitando la mano per minimizzare l’accaduto. «In questo
momento quello che conta è farla pagare a Oliver. Ha riempito le mie scarpe preferite di burro d’arachidi
stamattina, perciò gli tocca. Qualcuno mi aiuti a preparare altri gavettoni prima che torni.»
Drew cercò conferma negli occhi degli altri due ragazzi per capire se JJ diceva sul serio. «Vuoi che ti
aiutiamo a tendere un’imboscata a Oliver Perry?»
A quanto pareva JJ era serissimo. «Certo che sì», rispose. Era già andato al lavello e stava
avvolgendo un palloncino fucsia intorno al rubinetto. «Voglio vedere la faccia di quel deficiente quando
si beccherà una doccia. Xander, guarda se abbiamo altre stelle filanti spray.»
La porta del salotto si aprì sbattendo e Oliver entrò tutto tranquillo nella stanza. «Bel tentativo, JJ. Gli
do un bel nove, ma non mi batterai mai in quanto a scherzi.»

Non appena vidi Oliver, le mie orecchie iniziarono a bruciare come se mi fossi scottata al sole. Mi
spostai in tutta fretta a sinistra verso Drew, sperando di sparire dietro di lui.
«Ah, cavoli», gemette JJ. Gettò nel lavello l’unico palloncino che era riuscito a riempire di nuovo.
«Da quanto eri là fuori ad ascoltare?»
Oliver si lasciò cadere sul divano. «Chi ha detto che stavo ascoltando?»
Il modo in cui si sistemò sui cuscini, con le mani appoggiate con noncuranza in grembo e le gambe
allargate di fronte a sé, mi diede molto fastidio. Quella era una persona completamente diversa dal
ragazzo che avevo incontrato al mattino.
JJ fissò il suo amico con sospetto. «Aspetta…» disse, come se stesse lentamente ricostruendo
l’accaduto. «Tu conoscevi il nostro piano prima di uscire?» Oliver non rispose, ma il sorrisetto
compiaciuto sulla sua faccia fu una conferma sufficiente.
«E poi hai invitato loro a salire…» aggiunse Xander, indicando me e Drew. Ancora una volta Oliver
rimase in silenzio, ma si lasciò andare sul divano con le mani dietro la nuca come se fosse soddisfatto di
qualcosa.
«Questo è davvero un colpo basso, amico», aggiunse JJ scuotendo la testa. «Ingannare della gente
innocente.»
«Ammetto che il fratello era un danno collaterale», disse Oliver, agitando la mano nella direzione di
Drew. Poi il suo sguardo si posò su di me. «Ma lei non è innocente.» Mantenne un’espressione neutrale
mentre parlava, ma nei suoi occhi leggevo una rabbia trattenuta a fatica.
Sentii le mie nocche scricchiolare prima ancora di rendermi conto di aver stretto le mani a pugno. Con
il sangue che ribolliva, feci un passo verso Oliver.
«Stella», disse Drew in tono d’avvertimento. Poi mi appoggiò le mani sulle spalle e mi tenne ferma.
Sapevo che stava solo cercando di impedirmi di fare qualcosa di cui poi mi sarei pentita, così resistetti
all’impulso di divincolarmi.
Oliver era un vero stronzo. Dovevo ammettere di essere stata piuttosto dura nel criticare la band ma,
anche se non era stato bello da parte mia, avevo comunque diritto ad avere un’opinione. Oliver si
vendicava sempre di tutti quelli che erano critici nei confronti degli Heartbreakers? Pensava davvero che
mi sarei prostrata a tappetino e gliel’avrei fatta passare liscia solo perché era famoso? Il fatto che lo
trovassi comunque attraente mi faceva arrabbiare ancora di più.
Stavo per dirgliene quattro quando intervenne JJ in mia difesa. «Sei incazzato perché a lei non piace la
tua musica.» Solo che disse «la tua musica» con lo stesso disgusto di uno che aveva appena mangiato
qualcosa rimasto a marcire in fondo al frigo per settimane. Ma non era la loro musica? Dimenticai per un
istante la mia rabbia e aguzzai le orecchie.
Il commento di JJ fece ridere Xander, ma all’improvviso la tensione nell’aria si fece palpabile.
«Avresti dovuto vedere la sua faccia quando siamo tornati in camera. Schiumava! Non vedevo Oliver
così incazzato da quella volta che è caduto dal palcoscenico ad Atlanta.»
«Non ero arrabbiato perché non le piace la nostra musica», ribatté irritato Oliver.
«E allora perché?» chiese JJ con lo stesso tono. Oliver lo fissò incupito, come se stesse cercando di
trovare una spiegazione plausibile. «Allora?»
«Vaffanculo, JJ», sbottò Oliver. Saltò giù dal divano e corse fuori dalla stanza, sparendo lungo uno dei
molti corridoi della suite. Un attimo dopo sentimmo sbattere una porta.
«Un’uscita da vera primadonna», commentò Xander.
«Mmm», rispose JJ, grattandosi il mento. «In quanto a capricci da diva non raggiunge Mariah Carey,
ma ci va molto vicino.»
Xander si strinse nelle spalle, mentre Alec si era estraniato da tutto: era stravaccato su una poltrona

con le cuffie alle orecchie e muoveva la testa a tempo di musica. I tre ragazzi sembravano talmente
indifferenti a quello che era appena successo che mi domandai se non litigassero sempre così.
Forse loro ci erano abituati, ma io non potevo lasciargliela passare liscia tanto facilmente. «Voglio
dirgli due parole», dissi indicando la direzione in cui era andato Oliver. Tentai di mantenere un tono
civile, ma non ci riuscii.
«Accomodati pure», suggerì JJ, indicandomi il corridoio con un ampio gesto della mano e con un
sorriso a trentadue denti.
«Forse non è proprio una buona idea», intervenne Drew, ma il mio sguardo di fuoco lo azzittì
all’istante. Era stato lui a voler andare lassù, non io. Avrei preferito restare nella nostra sauna personale
a morire di caldo… Ma ora Oliver mi avrebbe sentito, che lo volesse o no. Dopo aver lanciato un altro
sguardo d’avvertimento a mio fratello, ringraziai JJ con un cenno del capo e mi avviai a grandi passi
lungo il corridoio, dimenticando del tutto il mio imbarazzo di prima.

Era fuori in terrazza.
Dopo aver cercato in una serie di stanze vuote, entrai nella camera da letto principale e mi guardai
intorno. Le tende erano scostate e non ci misi molto a vederlo al di là della portafinestra. Avvampai di
nuovo e con le guance in fiamme attraversai la stanza come una furia.
«Cosa vuoi?» chiese lui quando sentì aprire la portafinestra.
Mi dava le spalle, era appoggiato alla ringhiera e fissava l’orizzonte. Mi aspettavo che fosse ancora
furioso, ma tutta la rabbia di prima sembrava svanita e la sua voce era bassa e stanca. Mi fece uno strano
effetto e mi ritrovai ad arretrare.
Non udendo risposta Oliver si voltò. «Oh, pensavo fossi JJ.» Si incupì non appena mi vide. «Non ho
voglia di parlare con te.»
Aprii la bocca per ribattere, per dirgli che non poteva permettersi di trattare la gente come aveva
trattato me, ma qualcosa oltre il bordo della ringhiera attirò la mia attenzione e mi avvicinai. Sotto di noi,
in strada, una schiera di persone affollava il marciapiede. Da quell’altezza sembravano puntini, ma
sapevo che erano tutte adolescenti in attesa di incontrare i loro idoli. «Wow», mormorai, incapace di
trattenere la sorpresa. «E tutta quella gente là sotto?»
Lo sguardo di Oliver si spostò dal cielo alla strada, con un’espressione distaccata. «Ti chiedi se è qui
per noi?» Si strofinò le braccia come se avesse freddo. «Già.»
Le ragazze che aspettavano, fuori dall’albergo, erano una marea… Gli Heartbreakers dovevano
affrontare cose del genere ogni giorno? L’idea mi terrorizzava.
Non mi ero mai pentita della decisione di studiare da casa, ma a volte era difficile stare in camera
tutto il tempo e spesso mi ero chiesta come fosse la scuola superiore per una normale adolescente. Ogni
volta che quei pensieri mi tormentavano, mi sdraiavo sul letto e fissavo le pareti della mia stanza per
assicurarmi che non si stessero lentamente stringendo intorno a me, fino a soffocarmi. Era come se il
tumore di Cara ci avesse messi tutti in trappola e ci stesse tenendo lontani dal resto del mondo. Sapevo
che la situazione di Oliver era del tutto diversa, eppure non potei fare a meno di domandarmi se la sua
mancanza di privacy non lo facesse sentire ugualmente prigioniero, in trappola, come la malattia di Cara
faceva sentire me.
«Dev’essere… opprimente.» Non sapevo cos’altro dire. Avevo il cuore stretto in una morsa e ci posai
sopra la mano per alleviare il dolore.
«Ci si abitua», disse lui alzando le spalle. Il suo tono era talmente indifferente che sembrava stesse
ripetendo una frase fatta. Non avevo una risposta pronta e lui tornò a voltarsi verso il buio sospeso sopra

di noi. Il suo viso si distese e rividi il ragazzo sorridente che avevo incontrato da Starbucks, non lo
stronzetto famoso che era stato pochi minuti prima.
Guardai anch’io verso il cielo. «Non credo che io mi ci abituerei mai», confessai.
«È quello che ho detto io all’inizio.» Oliver si passò una mano tra i capelli, poi si voltò verso di me.
«Senti, Stella, mi dispiace per prima. Non avrei dovuto ingannare te e tuo fratello in quel modo. Ma
tu…»
«Aspetta», lo interruppi. Non sapevo perché improvvisamente sentissi il bisogno di scusarmi, visto
che pochi istanti prima ero uscita sul balcone piena di rabbia con l’intenzione di rovinargli la serata
come aveva fatto lui con la mia giornata. Era come se d’un tratto avessi capito cosa provava Oliver a
vedere il suo mondo, giorno dopo giorno, rimpicciolirsi intorno a lui fino a soffocarlo. «No. Sono io che
dovrei scusarmi. Mi sono comportata da vera stronza. Tu mi hai solo…»
«Colta alla sprovvista», aggiunse Oliver, finendo la frase per me.
«Sì», mormorai. «Esattamente.»
Ci fissammo e sentii qualcosa che non riuscii a definire. Oliver era immobile. Solo i suoi capelli si
muovevano al vento. Il suo viso era privo di espressione, ma c’era qualcosa nei suoi profondi occhi
azzurri che mi fece venir voglia di avvicinarmi per scrutarli meglio e cercare di capire cosa stava
pensando.
Lui si schiarì la voce e io abbassai lo sguardo, con il cuore che batteva all’impazzata. La temperatura
fuori era scesa con il calare del sole e la brezza aveva raffreddato la mia pelle accaldata, ma i miei nervi
erano sempre lì, tesi come corde di violino.
«Allora», disse Oliver con voce roca. «Davvero non sei una nostra fan?»
La sua domanda mi imbarazzò. «Oliver, sono stata ingiusta e non ho scuse, perché tu non mi avevi fatto
niente.»
«Ma comunque non ti piacciamo, vero?»
«Mi dispiace», dissi giocherellando con la mia macchina fotografica, «ma… no. Mia sorella però vi
adora e probabilmente morirebbe d’imbarazzo se scoprisse come mi sono comportata con voi.»
Oliver ascoltò la mia risposta in silenzio, fissandomi impassibile, il che mi innervosì ancora di più.
Sembrava una persona del tutto diversa quando sorrideva, molto meno minacciosa, e all’improvviso ebbi
voglia di vedere quelle fossette che gli spuntavano sulle guance quando si lasciava scappare un sorriso.
Alla fine non riuscii più a sopportare il silenzio. «Ti capisco benissimo se ora mi odi. A essere
sincera, ero venuta qui fuori per farti una scenata, poi però mi sono resa conto che ti meritavi delle scuse,
perciò, di nuovo, mi dispiace. Adesso è meglio che ti lasci in pace.»
Mentre mi voltavo per andare via, sentii le sue dita sfiorarmi la spalla. «Aspetta.» Il suo tocco mi fece
rabbrividire e lui ritirò di scatto la mano, fissandola come se fosse sorpreso quanto me dal proprio gesto.
Troppo agitata per parlare, mi strinsi le braccia intorno al corpo e aspettai che dicesse qualcosa.
Oliver mi guardò e inspirò profondamente. «Possiamo ricominciare da capo?» chiese. Era l’ultima
cosa che mi aspettavo dicesse e lo fissai a bocca aperta mentre mi tendeva la mano. «Sono Oliver Perry,
cantante degli Heartbreakers.»
Esitai, ma lentamente gli diedi la mano. «Stella Samuel, fotografa dilettante.» La sua mano avvolse la
mia, la pelle più ruvida di quanto mi aspettassi, eppure mi piacque la sensazione delle sue dita contro le
mie.
«Be’, Stella, fotografa dilettante, lieto di conoscerti.» E mi accecò con quello stupefacente sorriso a
cui stavo pensando un attimo prima. Era talmente contagioso che mi ritrovai a sorridere a mia volta.
«Il piacere è tutto mio.»
«Allora», disse dondolando sui talloni, «hai detto che tua sorella vorrebbe un autografo?»

«Ehm, sì.» Mi portai una mano alla gola quando la mia voce si spezzò. «È una sorpresa per il suo
compleanno.»
«Sono sicuro che i ragazzi sarebbero d’accordo nel dire che saremo felicissimi di fartene uno.»
«Davvero?» dissi abbozzando un sorriso. «Lo fareste?» Anche dopo tutto quello che era successo?
Forse Oliver non era lo stronzo che mi ero immaginata.
Annuì. «Certo. Andiamo dentro e cerchiamo una penna.»

5

IL breve tragitto verso il salotto mi sembrò un viaggio ancora più lungo di quello dal Minnesota a
Chicago. Oliver e io avevamo dichiarato una tregua, ma allo stesso tempo non saremmo mai potuti
tornare a essere le persone che si erano conosciute da Starbucks, un ragazzo e una ragazza normali. Io non
riuscivo a dimenticare chi era, il cantante degli Heartbreakers, e questo mi metteva a disagio. Ogni
centimetro del mio corpo sentiva la sua presenza accanto a me mentre camminavamo, e per non sfiorarlo
di nuovo tenni le braccia rigide contro i fianchi. Ma anche così avevo i nervi a fior di pelle.
Quando lo stretto corridoio si aprì finalmente nell’enorme salotto, lasciai uscire il fiato che avevo
trattenuto e misi una certa distanza tra noi. Durante la mia assenza, Drew era riuscito a fare amicizia con
il resto degli Heartbreakers e ora era impegnato in una combattuta partita a Call of Duty con JJ.
«Giuro su Dio che questo tizio qui imbroglia», disse JJ mentre il suo personaggio moriva sullo
schermo. «È come un cavolo di ninja: all’improvviso sbuca dal nulla e ti fa secco.»
La partita finì poco dopo e Drew gettò il joypad da una parte e si sgranchì le braccia, come se i
muscoli c’entrassero qualcosa con le sue capacità di giocatore. «Esatto», ammise con un sorrisetto
compiaciuto. «D’ora in poi puoi chiamarmi l’Assassino.»
«Oh, ehi!» esclamò Xander quando ci vide. «Voi due non vi siete ammazzati a vicenda.»
«Sorpresa sorpresa», disse JJ. «Avevamo paura di doverci trovare un nuovo cantante. Drew, che ne
dici?»
«Ehi!» protestò Oliver. «E questo cosa vorrebbe dire?»
«Che Stella era pronta a farti il culo», rispose JJ. «Ovviamente.»
Oliver incrociò le braccia e sbuffò. «E credevate che non potessi difendermi da lei?» Gli lanciai
un’occhiataccia. «Che c’è? Sei quasi una spanna più bassa di me.»
«Non ha importanza», disse JJ scuotendo la testa. «Aveva il fuoco negli occhi, amico. Mai discutere
con una donna quando è così arrabbiata.»
«Wow, grazie per la fiducia.»
«È la pura verità.»
«Be’, se avete finito di prendervela con me, volevo dirvi che ho promesso a Stella un autografo per
sua sorella.»
«Okay», annuì Xander con entusiasmo. «Vuoi che le firmiamo qualcosa in particolare?»
«Sì, aspettate.» Mi tolsi lo zaino, tirai fuori il CD, il poster e la maglietta e diedi tutto a Oliver.
«Nostra sorella si chiama Cara. Con la C.» Rimasi a guardare mentre lui posava tutto sul tavolino e i
ragazzi si radunavano intorno e firmavano a turno gli oggetti.
«Allora, quanti anni ha tua sorella?» chiese JJ tirando il poster verso di sé. Premette la punta della
penna sotto la sua foto e firmò con due elaborate J.
«Diciassette, quasi diciotto.»
Oliver si stranì come se la mia risposta non avesse senso. «Be’, e tu allora quanti anni hai?»
«Diciassette, quasi diciotto», dissi sorridendo, e lui si stranì ancora di più.
«Siamo tre gemelli», spiegò Drew.
«Ma dai!» esclamò JJ raddrizzandosi per poter guardare meglio mio fratello. «Tu avrai almeno

vent’anni.»
Drew, che se l’era sentito dire un mucchio di volte prima, sorrideva. «Diciassette. Posso giurartelo.»
«E quale di voi tre è il più vecchio?» chiese Xander.
«Io», risposi trattenendo un sorriso. Drew tossì per nascondere una risata. Per noi tre quella era la
domanda più stupida che qualcuno potesse farci. Cioè, pronto? Non sai cosa vuol dire «gemelli»? Vuol
dire avere la stessa età. Ma per qualche strana ragione, la gente voleva sempre saperlo.
Da lì partirono le tipiche domande su cosa voleva dire essere tre gemelli finché alla fine JJ non
chiese: «Perché vostra sorella non è venuta?»
Vidi il sorriso di Drew spegnersi e le sue mani irrigidirsi leggermente. «È malata in questo momento.»
«Oh, mi dispiace», disse Xander.
Calò il silenzio ed ebbi paura che gli Heartbreakers avessero colto il nostro cambio di umore.
«Be’, si sta facendo tardi. Probabilmente dovremmo andare», ammise Drew alzandosi dal divano.
«Grazie davvero per gli autografi, specialmente dopo tutto quello che è successo.» Dal suo tono era
evidente che «tutto quello che è successo» voleva dire il modo in cui li avevo trattati.
«Aspetta, cosa? Non puoi andartene», disse JJ voltando di scatto la testa verso Drew. «Devo ancora
batterti a Call of Duty!»
Mio fratello sorrise contento, ma si voltò verso di me per chiedermi il permesso. Io guardai Oliver di
soppiatto. I suoi occhi penetranti erano fissi su di me e quando incrociarono i miei, mi affrettai a
distogliere lo sguardo e a guardare Drew, annuendo.
«Immagino di avere un po’ di tempo per stracciarti di nuovo», disse Drew, riprendendo il joypad.
JJ saltò lo schienale del divano e prese posto accanto a lui. «Non questa volta, mio caro ninja. Sei
morto.»

«Mi annoio», gemette JJ stravaccato a testa in giù su una delle poltrone e agitando un paio di bacchette
da batteria come se stesse dirigendo un’orchestra. Aveva il viso rosso per la strana posizione e la testa
rasata quasi toccava il pavimento. «Qualcuno mi faccia divertire», ordinò. Dopo aver perso tre partite di
fila con mio fratello, si era arreso.
«Forse c’è un libro da colorare in cucina», suggerì Xander in tono ironico. Afferrò le gambe di JJ e
gliele rovesciò sopra la testa, facendolo crollare al suolo con un tonfo. Io scoppiai a ridere e persino
Alec, che aveva ancora le cuffie, sorrise. Drew e Oliver erano troppo presi dalla loro battaglia per farci
caso.
«Non è divertente», si lamentò JJ rimettendosi a sedere e strofinandosi la testa. Tirò un pugno a
Xander, che lo schivò con un sorrisetto compiaciuto. JJ ci rinunciò e guardò verso la TV. «Sul serio, è
una vita che giocano.»
«Sono d’accordo», convenni. Per quanto mi piacesse vedere Drew stracciare tutti, stava diventando un
po’ noioso. E poi per quanto tempo ancora avevamo intenzione di restare lì con loro? Drew aveva fatto
un altro tentativo di andarsene quando JJ si era arreso, ma Oliver aveva subito preso il posto dell’amico.
Sembrava che cercassero disperatamente un qualche tipo di interazione con altre persone.
«Be’, cosa vi va di fare?» chiese Xander risedendosi sul divano.
JJ rifletté per un momento prima di girarsi verso di me con un sorriso. «Strip poker?» suggerì.
Sollevai un sopracciglio. «Vuoi veramente fare un gioco in cui quattro maschi oltre a te potrebbero
ritrovarsi nudi? Non è un tantino…»
JJ mi interruppe prima che potessi finire. «Va bene, allora mettiamola in questo modo. Noi maschietti
giocheremo a poker normale e tu potrai giocare a strip poker.»

A quel punto, Drew intervenne. «Non ho proprio voglia di vedere mia sorella nuda. Che schifo!»
«Sì, giusto, non succederà mai», dissi in tono perentorio, incrociando le braccia.
«Oh, ma dai!» si lamentò Oliver. All’inizio pensai che fosse deluso dalla mia risposta e arrossii. Ma
poi vidi che Drew l’aveva battuto di nuovo e il fatto che avessi pensato che stesse parlando di me mi fece
arrossire ancora di più.
«Twister da nudi?» suggerì JJ.
Sbuffai. «E ti sembra meglio?»
«JJ, Stella ovviamente vuole fare qualcosa di un po’ più maturo. Smettila di pensare sempre alla
stessa cosa», disse Xander.
«Bene. Sono capace di essere più maturo. La signora gradirebbe una stimolante partita di Twister in
costume adamitico?»
«JJ!» urlammo in coro io e Xander.
«Sì, sì, okay», disse lui imbronciato. Tornò ad appoggiarsi allo schienale della poltrona, con aria
pensosa. All’improvviso gli spuntò un sorriso sulle labbra. «Ragazzi, ho avuto un’idea fantastica!»
«Perché ho la sensazione che sarà qualcosa di terribile?» chiesi a Xander.
«Perché probabilmente lo sarà.»
JJ sembrò non averci sentito. Stava saltellando su e giù sulla poltrona per l’eccitazione. «Non mi
chiedete che idea è?»
«Dipende», rispose Xander. «È qualcosa che anche un bambino di dieci anni farebbe?»
Ignorando l’amico, JJ continuò. «Va bene, che ne dite di questo?» disse chinandosi in avanti sulla
poltrona. «Tappezzeremo la hall con la carta igienica!» Calò il silenzio. JJ ci fissò, aspettando una nostra
reazione.
«Uhm, sembra divertente», commentai preoccupata, «ma preferirei non essere cacciata a calci
dall’albergo.»
JJ agitò la mano come per minimizzare. «Tranquilla, Stella. Se sei con noi, non passerai nessun
guaio», mi assicurò.
«Non so se è una buona idea, JJ», disse Xander, scuotendo la testa. «Vuoi davvero sprecare tutta la
nostra carta igienica? Hai mangiato quell’hot dog al chili per pranzo…»
«Che schifo!» dissi, spostandomi dall’altra parte del divano, lontano da JJ. «Avrei preferito non
saperlo.»
«Non mi sembra che voi abbiate avuto tutte queste idee brillanti», ribatté JJ irritato.
«C’è la piscina», esclamò Alec e io sobbalzai sul divano. Era la prima volta che lo sentivo parlare e
la sua voce era bassa e profonda. Avevo completamente dimenticato che era lì.
«Già», annuì Xander. «Potremmo farci una nuotata.»
«Nudi?» suggerì JJ.
«No, JJ», rispondemmo tutti in coro.
«Uffa», sbuffò. «Ma immagino che sia una buona idea.» Borbottò ancora un po’ tra sé e sé, anche se si
vedeva che l’idea gli piaceva.
Guardai l’orologio. «Odio rovinarvi la festa, ma la piscina a quest’ora non è chiusa?»
«Già», disse allegramente JJ, facendomi l’occhiolino. «Così nessuno ci disturberà.» E mi lanciò uno
sguardo eloquente.
Lo ignorai e mi rivolsi a Xander. «Quindi avete intenzione di entrare di nascosto?»
«Dai, Stella. Dov’è il tuo senso dell’avventura?»
«Mmm… nascosto sotto il divano nella speranza di non venire arrestato?»
Entrambi scoppiarono a ridere. «Touché, ma non sarai arrestata. Ci sono dei privilegi nel far parte di

una band. Abbiamo la chiave.»
«Bene, allora», mi arresi. «Sembra che andremo a nuotare.»

«Spiegami perché dovremmo seminare la vostra guardia del corpo…» sussurrai a Oliver mentre
uscivamo dall’ascensore al quinto piano. A quell’ora della notte c’era solo un uomo a proteggerli e il
piano che i ragazzi avevano ideato per sfuggirgli prevedeva che io recuperassi un costume da bagno dalla
mia camera. Non ricordo come, finii per avere Oliver come scorta.
Mi fece un sorriso da bambino. «Perché è divertente. E poi vuoi davvero che resti in piedi a bordo
piscina a guardarci nuotare?»
«No.» Scossi la testa. «Non direi.»
«Appunto. Lo immaginavo.»
Mentre svoltavamo l’angolo diretti verso la mia stanza, guardai indietro verso la guardia del corpo.
Era ancora dentro l’ascensore a braccia conserte e aspettava che noi «prendessimo al volo il mio
costume», quello che non avevo portato. Quando fummo abbastanza lontani, Oliver affrettò il passo e
superò la mia stanza.
«Aspetta. Voglio prendere una maglietta per coprirmi.»
«Non c’è tempo», mi disse scuotendo la testa. «Se staremo via abbastanza a lungo, verrà a cercarci. E
i ragazzi potranno uscire di nascosto.»
«E io cosa dovrei mettermi in piscina?» Tutti i ragazzi avevano i costumi da bagno e JJ si era offerto
di prestarne uno a Drew.
«La tua biancheria intima», rispose Oliver come se fosse una cosa normale.
«Non ho intenzione di nuotare in mutande e reggiseno. Hai sentito JJ prima? Il tuo amico pensa solo a
quello.»
«Che differenza c’è tra un costume da bagno e mutande e reggiseno? Coprono esattamente gli stessi
punti.»
«La differenza è che uno si può indossare in pubblico e gli altri no.»
«Non sarai in pubblico. Siamo solo noi.»
«Sì, solo voi che ho conosciuto quattro ore fa.»
«Se ti senti così a disagio, tieni la canottiera. Ma non capisco perché ti vergogni tanto. Sei fantastica.»
Aprii la bocca per ribattere, poi però mi resi conto che mi aveva fatto un complimento.
«Vieni», disse Oliver, del tutto ignaro del mio imbarazzo. «Se non ci sbrighiamo, ci troveranno.»
Aprì la porta che dava sulle scale e scendemmo i gradini due alla volta. Continuavo a guardare
indietro, temendo che la sua guardia del corpo facesse irruzione sulle scale e mi aggredisse. Avrebbe
anche potuto accusarmi di aver rapito Oliver… Vedevo già i titoli dei giornali: «Adolescente rapisce il
cantante degli Heartbreakers!» Per quanto sembrasse assurdo, stavo cominciando a diventare nervosa.
«Sei sicuro che non finiremo nei guai?» chiesi a Oliver.
Prima che potesse rispondere, due ragazze aprirono la porta del pianerottolo del quarto piano,
direttamente sopra di noi. Guardarono giù mentre Oliver cercava di mettersi il cappuccio sulla testa e
all’improvviso capii perché aveva insistito per indossare una felpa con quel caldo. Ma era troppo
tardi… Non appena si resero conto di chi era, le ragazze cominciarono a saltellare.
Oliver guardò verso di loro e notai la sua esitazione, poi mi sorrise e mi prese la mano. «Andiamo.»
Corremmo giù per le scale prima che le ragazze avessero la possibilità di urlare il suo nome. Quando
raggiungemmo il primo piano, ero senza fiato. Non perché fossi fuori forma, ma perché c’era qualcosa di
sorprendentemente eccitante nell’essere in compagnia di Oliver mentre lui veniva inseguito. Sentii il

rumore di passi lungo le scale e un grido ripetuto: «Oliver! Aspetta!» ma non ci fermammo.
Lui spinse la porta del piano terra e si assicurò che non ci fosse nessuno in vista prima di trascinarmi
con sé. Corremmo lungo il corridoio vuoto e all’improvviso mi resi conto che stavamo andando nella
direzione sbagliata. La piscina era dall’altra parte dell’albergo.
«Ehi, dove stiamo andando?» chiesi. «Pensavo dovessimo vederci con gli altri in piscina.»
«Facciamo solo un piccolo pit stop», mi sussurrò mentre camminavamo furtivi lungo la fine del
corridoio. Oliver si muoveva sfiorando la parete, come se in quel modo potesse nascondersi meglio,
guardandosi continuamente intorno temendo un possibile assalto delle fan. Mentre proseguivamo in punta
di piedi, mi strinse la mano e mi accorsi che le nostre dita erano ancora intrecciate.
Abbassai lo sguardo lentamente sulle nostre mani, non sapendo cosa fare. C’era un pensiero che
continuava a girarmi nella testa: non affezionarti troppo! Dopo stasera non lo vedrai mai più. Ma era
difficile staccarsi da lui. L’eccitazione che provavo a stringergli la mano era troppo piacevole, mentre
per Oliver sembrava tutto normale.
«Bond, James Bond», mormorò tra sé e sé. Con la mano libera finse di impugnare una pistola mentre
sbirciava dietro l’angolo del corridoio. Al diavolo, pensai, e sorrisi. Mi sarei goduta la serata e
preoccupata del mio cuore più tardi. «Tutto libero», mormorò di nuovo.
Continuammo lungo il corridoio, guardinghi come ogni spia che si rispetti, fino a quando non
raggiungemmo una porta metallica a due battenti con un oblò circolare su ciascuno, dietro il quale si
intravedeva la cucina.
«Che ci facciamo qui?»
«Ora di cena», disse Oliver, strofinandosi la pancia. «Ho una sorpresa per te.» Spinse le porte, che si
spalancarono con facilità, e fummo investiti da uno sbuffo di frittura caldo e soffocante.
L’ora di cena era passata da un pezzo, ma in cucina ancora ferveva l’attività. Vidi una donna con una
retina per i capelli che affettava carote a una velocità strabiliante; su una griglia lì accanto una bistecca
sfrigolava mentre un cuoco la girava. Un ragazzo con un secchio e uno strofinaccio ci passò accanto
correndo e schizzando acqua dappertutto. Stava andando a pulire del latte che era caduto sul pavimento.
«Ma possiamo entrare qui?» chiesi. Volevo andarmene prima che qualcuno ci notasse e ci cacciasse
via.
«Certo», rispose Oliver, come se fosse assolutamente normale entrare nella cucina di un albergo.
«Xander ha delle brutte allergie alimentari, per questo alloggiamo sempre negli stessi alberghi, dove lo
staff della cucina sa esattamente a cosa è allergico. Ormai conosco tutti quelli che lavorano qui.»
Come se l’avesse sentito, uno dei cuochi gridò: «Perry, amico mio! Come ti va?»
Oliver mi sorrise, prima di girarsi verso il cuoco. «Alla grande, Tommy. E a te?»
Sorrisi e mi morsi il labbro mentre ascoltavo. Era bello vederlo interagire con gente normale, come se
non fosse una persona famosa.
«Niente di nuovo sotto il sole. Anche gli altri stanno venendo giù a trovarmi?»
Oliver scosse la testa e si tirò su le maniche. «Non stasera, ma di sicuro verranno giù per la
colazione», disse e io lo guardai confusa mentre si lavava le mani in un lavello lì accanto. Cosa diavolo
stava facendo?
«Meglio per loro», scherzò Thomas, voltandosi per mescolare qualcosa che bolliva sul fornello.
Quando ebbe finito, Oliver si voltò verso di me. «Ho questa specie di fissa per la cucina. Tu non sei
allergica a niente, vero?»
«Ehm, no», dissi lentamente, ancora più confusa.
«Grande», esclamò. «Allora aspetta qui. Vado a preparare il mio piatto preferito.»
Lo fissai sbalordita mentre andava all’enorme frigorifero e cominciava a tirare fuori degli ingredienti.

Ma davvero il cantante di una delle più popolari boy band d’America stava per prepararmi la cena?
Sembrava proprio di sì.
Oliver si trovò uno spazio vuoto sul bancone, vi poggiò gli ingredienti, prese un coltello e un tagliere.
Quando iniziò ad affettare una patata, mi resi conto dell’opportunità che stavo per perdermi e impugnai la
mia macchina fotografica. Cercando di non farmi notare arretrai e, prima che lui se ne rendesse conto,
scattai delle foto a Oliver mentre lavorava. Le patate finirono nella friggitrice e, mentre cuocevano,
cominciò ad affettare qualcosa di verde. Non impiegò molto a terminare il suo piatto e alla fine mise tutto
dentro un sacchetto di carta.
«Pronta?» chiese prendendomi di nuovo la mano.
«Uh-uh.»
Invece di andare verso la piscina come pensavo, Oliver mi condusse alla porta posteriore della
cucina. «Blocca la porta», disse mentre uscivamo fuori nella calda notte estiva. «A volte si incastra e non
mi sembra il caso di restare bloccati qua fuori.»
Mi chinai, presi il blocco di legno e lo ficcai tra la porta e lo stipite prima che si chiudesse. Oliver si
sedette sui gradini di cemento e, quando mi accomodai accanto a lui, posò il cibo tra noi. Non avevo idea
di cosa avesse cucinato, ma c’era una macchia di grasso sul sacchetto che si stava allargando e
immaginai che non fosse nulla di salutare.
«Allora, James Bond, cos’hai per noi?» Il mio stomaco brontolò, ricordandomi che non avevo cenato,
e il solo profumo del fritto mi fece venire l’acquolina in bocca.
Oliver si chinò, aprì la busta e tirò fuori una scatola di polistirolo. «Perché non cominciamo con
questo, prima che si raffreddi?» disse, posando la scatola in mezzo a noi. La aprì, rivelando la fonte del
grasso e del profumo. Sembravano normali patatine fritte, ma erano ricoperte da una salsa bianca con
pezzettini di formaggio sopra. «Le ho mangiate a Dublino durante il nostro tour europeo. Ora non posso
più farne a meno.»
«Che roba è?» chiesi, improvvisamente meno affamata di prima. Di solito non sono un tipo
schizzinoso, ma qualunque cosa fosse sembrava disgustosa. Forse non avrei dovuto lasciare che Oliver
cucinasse per me… Solo perché gli piaceva farlo non significava che fosse anche bravo.
«Patatine con aglio e formaggio. Non guarderai mai più un fritto allo stesso modo.» Oliver prese una
patatina piena di salsa e se la mise in bocca prima che sgocciolasse. Un pezzettino di formaggio gli si
incollò a un angolo della bocca.
«Ehm…» Non sapevo proprio come dirglielo. «Hai qualcosa lì…» Con il pollice mi strofinai il lato
della bocca.
«Oh.» Oliver si leccò le labbra. «L’ho tolto?» Per un istante il mio sguardo si soffermò sulla sua
bocca e mi domandai come sarebbe stato sentire quelle labbra sulle mie. «Stella?»
«Uh? Oh, sì, l’hai tolto.» Tornai a concentrarmi sulle patatine mentre il mio cuore accelerava i battiti.
«Allora, cos’è esattamente quella roba bianca?» Già mi immaginavo la battuta che avrebbe fatto JJ al
sentire una domanda del genere se fosse stato presente…
Prese un’altra patatina e la intinse nel liquido bianco. «Maonese inapoita co aio i povere», disse con
la bocca piena.
Lo guardai e scoppiai a ridere. «Mai sentito niente del genere prima.»
Oliver mandò giù il boccone. «Dicevo che è maionese insaporita con aglio in polvere.»
Arricciai il naso. «A me piace il ketchup.»
«Lo immaginavo», disse, e tirò fuori una manciata di pacchetti dalla busta. Allungai la mano per
prenderne uno, ma lui allontanò la sua di scatto. «Se lo vuoi, devi prima assaggiare questo.»
«Dai, Oliver», protestai guardando quella robaccia bianca. «Ha un aspetto schifoso.»

«No. Devi provarne una.»
«E se ti dicessi che sono allergica?» Oliver si portò le mani alla faccia e nascose uno starnuto.
«Salute», dissi automaticamente.
«Grazie. Io invece sono allergico alle stronzate.»
«Ehi», mi lamentai dandogli una botta sulla spalla. «Non è divertente.»
Oliver prese una patatina e mise l’altra mano sotto per non far cadere le gocce di salsa a terra. «Ora
chiudi gli occhi.» Lo fissai perplessa. Vuole che faccia cosa? Quando non reagii ne fu sorpreso, come se
fosse assolutamente normale per lui imboccare le ragazze che frequentava. «Stella, dai, fallo e basta.»
Non sapendo cos’altro fare obbedii, ma non prima di aver preso la mia bottiglia d’acqua dallo zaino
per aiutarmi a mandar giù il disgustoso boccone. Oliver avvicinò la patatina alla mia bocca e le sue dita
mi sfiorarono le labbra quando le aprii lentamente.
«Allora, che ne pensi?» chiese mentre masticavo con cautela. Era un pezzettino di paradiso, un
capolavoro di salato con una nota di formaggio. Ero troppo testarda per ammetterlo, così invece di
parlare presi un’altra patatina e me la ficcai in bocca. «Come pensavo», disse con un sorriso.
Divorammo il resto delle patatine in pochi secondi e ci azzuffammo per l’ultima prima di continuare con
la seconda portata.
«Pronta per il prossimo round?» chiese Oliver. Annuii mentre mi ripulivo le dita unte su una salvietta.
«Okay, questa è una cosa che mi faceva sempre mia nonna quando ero piccolo.» Tirò fuori un altro
contenitore. Aprì il coperchio e mi mostrò uno strano cibo verde e rosa.
«Sono… prosciutto e sottaceti?» chiesi sollevando un sopracciglio.
Annuì. «E formaggio spalmabile che tiene tutto insieme.»
«Tu mangi roba davvero strana.» Oliver aveva spalmato del formaggio cremoso su alcune fettine di
prosciutto, ci aveva messo un sottaceto in mezzo e aveva arrotolato il tutto, tagliandolo poi in piccoli
pezzi. A quel punto non mi sarei sorpresa se avesse tirato fuori una melanzana intinta nel cioccolato
presentandomela come il suo cibo preferito.
Si strinse la scatola contro il petto. «Non insultare gli involtini di sottaceti. Sono deliziosi.»
Mi trattenni a stento dallo sbuffare. «Scusa, non sapevo che i sottaceti avessero dei sentimenti.»
«Certo che li hanno.»
«Se ne assaggio uno, credi che mi perdoneranno?» chiesi nascondendo un sorriso dietro la mano.
L’idea di un involtino di sottaceti non sembrava molto appetitosa, ma lo era più delle patate fritte con
aglio e formaggio. Il primo piatto che aveva cucinato mi aveva sorpreso, quindi perché non avrebbe
dovuto farlo anche quello?
Oliver studiò il cibo prima di alzare di nuovo lo sguardo su di me. «Immagino di sì.»
Presi un involtino e diedi un morso. «Non male», commentai. Il formaggio spalmabile in effetti legava
bene i due cibi così diversi l’uno dall’altro.
«Vuoi dire stramaledettamente buono», mi corresse Oliver.
«Certo», dissi, prendendone un altro. «Scusa tanto.»
Facendomi un cenno d’approvazione con il capo, Oliver prese un involtino e se lo mise in bocca.
Mentre masticava gli spuntò sulle labbra un enorme sorriso. Sembrava un bambino a cui avevano appena
detto che poteva mangiare solo dolci per il resto della vita. Ridacchiò mentre prendeva un altro involtino,
uno con più formaggio degli altri.
«Nessuno ti ha mai detto che sei un po’ matto?» chiesi leccandomi le dita.
Oliver si strinse nelle spalle. «Sono una rock star.» Il modo in cui lo disse mi fece bloccare con un
involtino in mano. Lui me lo rubò prima che potessi protestare, se lo ficcò in bocca e si appoggiò indietro
sui gradini. «Gente come me può permettersi un po’ di follia.»

«Ah, davvero?» Mi allontanai leggermente da lui. Il suo commento mi aveva messo a disagio perché
mi aveva ricordato con chi mi trovavo esattamente.
«Certo che sì, tesoro», disse con un sorrisetto compiaciuto.
«Non chiamarmi così.» Non mi dispiacevano i vezzeggiativi, ma quando i ragazzi li usavano in modo
così superficiale mi sembravano sempre degradanti. Ormai avevo perso l’appetito: spinsi via la scatola
di involtini nella sua direzione. Forse andare lì fuori con lui non era stata una buona idea.
Oliver si raggelò e il suo sorriso svanì immediatamente. «Mi dispiace», si scusò raddrizzandosi. «Non
volevo metterti in imbarazzo.»
«Va tutto bene», mentii. Per un istante avevo dimenticato che ero in compagnia del cantante degli
Heartbreakers. La sua personalità allegra e goffa aveva portato una ventata di euforia, ma ora mi sentivo
avvilita. Avvilita e spaventata, perché d’un tratto mi ero resa conto che Oliver mi piaceva davvero…
almeno quando non faceva il presuntuoso.
Incapace di sostenere il suo sguardo penetrante, mi concentrai sulle mie unghie. Lo smalto nero si era
scheggiato e il mignolo sinistro era tornato completamente bianco.
«Stella?»
«Mmm?»
«Tutto bene?»
«Sì, certo. Perché?»
Un sospiro quasi impercettibile gli sfuggì dalle labbra. «Niente.»
Per fortuna in quell’istante il mio telefono emise un suono di notifica. Buttai un occhio al messaggio.
«È Drew. Dovremmo raggiungerli in piscina. Si sta chiedendo dove siamo finiti.»
Oliver studiò il mio viso. «Hai ragione», ammise con un’espressione indecifrabile. Poi si alzò, si
ripulì i jeans e tenne aperta la porta. «Dopo di te.»

6

L’INGRESSO della piscina non era chiuso a chiave e quando entrammo sentii subito un forte odore di
cloro. Passai velocemente in rassegna l’ambiente, cercando i ragazzi. C’erano lettini e tavolini di plastica
bianchi, un appendino per gli asciugamani e un cartello che diceva: ATTENZIONE! SERVIZIO DI
SALVATAGGIO SOSPESO. Qualcuno aveva lasciato un cellulare, le chiavi dell’auto e una T-shirt su un
tavolo lì accanto. Erano di mio fratello, ma lui e gli altri non si vedevano da nessuna parte.
«Dove sono?» chiesi, e mi girai verso Oliver. Lui sorrise e indicò la parte profonda della lunga
piscina rettangolare. Erano seduti tutti e quattro sotto l’acqua azzurra. «Cosa diavolo stanno facendo?»
chiesi guardando le bollicine che salivano in superficie.
Mentre parlavo una delle forme scure risalì verso l’alto. Xander boccheggiò quando riemerse. «Porca
miseria!» Ansimò e batté il pugno sull’acqua. «Perdo sempre.»
«Oh! Una sfida a chi trattiene di più il fiato», dissi ridendo. «Non hanno nessuna possibilità. Mio
fratello faceva nuoto agonistico.»
«Dovete imbrogliare!» gridò Oliver dall’altra parte della stanza.
Xander si girò nell’acqua al suono della voce dell’amico. «Ma l’ho fatto!» si lamentò quando vide
Oliver. «Ho aspettato quasi quindici secondi dopo che sono andati sotto e non sono lo stesso riuscito a
trattenere il fiato più di così. Oddio, mi serve il mio inalatore.»
Mentre Xander nuotava fino al bordo della piscina, anche Alec risalì in superficie, seguito da JJ.
«Eccovi qui», disse JJ. «Stavamo cominciando a pensare che non foste riusciti a sfuggire ad Aaron.»
«Aaron?» chiesi, voltandomi verso Oliver.
«La nostra guardia del corpo.»
«Hai presente quello senza capelli?» aggiunse Xander quando raggiunse il tavolino. Afferrò
l’inalatore e inspirò profondamente mentre lo premeva.
Alla fine anche Drew sbucò fuori dall’acqua e prese una grossa boccata d’aria. «I am the champion,
my friends!» canticchiò vittorioso. Alec e JJ risposero schizzandolo in faccia.
«Ehi, certo che non sapete perdere!» Drew sorrise e li schizzò a sua volta.
«Forse qualcuno non dovrebbe vantarsi così sfacciatamente della vittoria», lo stuzzicai.
La testa di Drew scattò al suono della mia voce. «Stella.» Il suo sorriso scomparve e nuotò
velocemente verso il bordo della piscina. Uscì dall’acqua e venne verso di me come una furia. Mentre si
avvicinava, Oliver fece un passo indietro. Non lo biasimavo: mio fratello aveva un aspetto piuttosto
minaccioso quando era arrabbiato.
«Dove sei stata?» Mi prese con gentilezza per le spalle e mi osservò da capo a piedi per vedere se era
tutto a posto. «Dovevate stare via solo dieci minuti.»
Alzai gli occhi al cielo, spazientita. «Ci siamo fermati a mangiare qualcosa. Sto bene, giuro.» Sapendo
che l’interrogatorio non era ancora finito, piantai i piedi a terra e incrociai le braccia al petto.
«E perché ci avete messo tanto?» chiese Drew, guardando Oliver con sospetto.
«Oliver ha cucinato.»
Drew mi fissò perplesso e poi si voltò verso Oliver. «Davvero?» La sua reazione era identica a quella
che avevo avuto io e lui annuì. «Be’… non me l’aspettavo.»

«E non hai portato niente per me?» chiese JJ. Gli altri ragazzi ci raggiunsero al tavolino, sgocciolando
acqua su tutto il pavimento. JJ era indispettito. «Non ho ancora cenato.»
«Ti sei fatto due enormi hamburger dopo la sessione autografi», ribatté Oliver.
«E allora?»
«Vuoi farti venire un infarto?»
«Sono un ragazzo in crescita, Oliver», disse JJ e indicò i propri muscoli. «Mi dispiace che tu e le tue
braccine scheletriche non possiate capirlo.»
«Asciutte, non scheletriche», lo corresse Oliver. I due continuarono a punzecchiarsi, con JJ che gli
spiegava l’importanza delle sue capatine giornaliere da McDonald’s.
«Allora», intervenne Xander mentre noi ci estraniavamo dalla stupida discussione. «Avete avuto
problemi a seminare Aaron?»
«No.» C’erano state anche le due ragazze sulle scale, ma mi sembrò inutile parlarne.
«Bene», disse Xander. «Non ricordo quand’è stata l’ultima volta che abbiamo scaricato la nostra
guardia del corpo. Avevo paura che Oliver fosse fuori allenamento.»
«Quindi l’avete già fatto prima?» chiese Drew.
«Un sacco di volte», rispose Xander. Sembrava che volesse aggiungere altro, così io e Drew
restammo in attesa, ma poi un grido e un tonfo spezzarono il silenzio, echeggiando sulle pareti della
stanza.
«Scemo», si lamentò JJ quando tornò in superficie. Oliver era in piedi vicino al bordo della piscina
con un sorriso colpevole sulle labbra. JJ prese bene la mira e mandò un grosso schizzo nella sua
direzione.
«Ehi, amico, che fai?» gridò Oliver, balzando all’indietro. «Sono ancora vestito!»
«Bene», disse JJ e continuò a spruzzare enormi quantità di acqua verso Oliver.
Alec si voltò in silenzio verso Xander prima di guardare di nuovo Oliver. Xander sorrise come se
sapesse esattamente cosa stava pensando l’amico. «Tu prendi il lato sinistro. Io quello destro.» Alec
annuì prima che entrambi scattassero verso Oliver. Lo afferrarono per le braccia, lo sollevarono in aria e
lo gettarono in piscina con i vestiti ancora addosso. Accadde tutto in un istante e io non riuscii a far altro
che sgranare gli occhi per la sorpresa prima che Oliver risalisse in superficie. Ansimò per qualche
secondo, sputando acqua, e poi si spostò i capelli dagli occhi.
«Siete due stronzi», dichiarò.
Xander e Alec si diedero il cinque. «Questo è per aver lasciato il mio numero a quella pazza a Dallas
lo scorso fine settimana», disse Xander. JJ stava ridendo così forte che dovette aggrapparsi alla scaletta
per restare a galla.
«Molto divertente», borbottò Oliver nuotando faticosamente fino al bordo con il peso dei vestiti
fradici che lo frenava. «Vi consiglio di dormire con gli occhi aperti per qualche notte.»
Drew mi indicò la piscina con la testa. «Vieni dentro?»
«Sì, aspetta un secondo.» Mi tolsi in fretta gli shorts e la canottiera, li ripiegai e li posai su un tavolo,
lì non si sarebbero bagnati. Quando mi voltai, mio fratello mi fissava furioso. Puntando una mano contro
il fianco, sbraitai: «Neppure tu avevi portato il costume da bagno! Cosa ti aspetti che indossi?»
Anche se avrei tanto voluto tenere addosso la canottiera, mi serviva qualcosa con cui dormire quella
notte. Drew borbottò tra sé, prese la sua maglietta dal tavolo e me la porse.
Incrociai le braccia. «Vuoi che affoghi?» chiesi, rifiutandomi di prenderla. La maglietta era
un’extralarge e mi sarebbe arrivata ben oltre le ginocchia.
«Stella», sibilò Drew, «stai per andare a nuotare con un gruppo di ragazzi famosi e probabilmente
molto arrapati… in mutandine e reggiseno!»

«Che differenza fa che sono famosi?» gli chiesi irritata. «All’improvviso le boy band hanno
sviluppato la capacità di mettere incinte le ragazze con i loro sguardi assassini?»
«Tu sai che non era questo che intendevo.» Drew sospirò, chiaramente indifferente a quella che io
pensavo fosse una battuta piuttosto divertente. «Probabilmente sono abituati a ottenere tutto quello che
vogliono.»
Arrossii a quelle parole. «Stai suggerendo che sono una ragazza facile?»
«No!» ribatté Drew, alzando le mani in aria in un gesto di frustrazione. «Sto solo dicendo che se vai in
giro così potrebbero farsi un’idea sbagliata.»
All’improvviso mi trovai a ripetere le parole di Oliver. «Qual è la differenza tra questo e un bikini?»
Drew si chinò su di me e mi sibilò nell’orecchio: «Stella, porti un reggiseno di pizzo!»
«Allora, voi due venite o no?» gridò JJ dalla piscina. Guardai da quella parte e vidi che tutti gli
Heartbreakers erano già in acqua. Oliver si era tolto i vestiti bagnati e li aveva lasciati sul bordo.
Stavano aspettando che li raggiungessimo.
«Non preoccuparti, Drew. Con te al mio fianco, rimarrò vergine fino ai trent’anni.» E con quelle
parole lasciai mio fratello vicino al tavolino, camminai a testa alta verso la piscina e mi tuffai.
L’acqua era gelida e rabbrividii mentre andavo sotto, circondata da una miriade di bollicine come se
fossi saltata in una bottiglia di champagne. Mi lasciai affondare per un istante con gli occhi chiusi prima
di dare un colpo di reni e tornare verso la superficie, dove feci un grosso respiro.
«Attacco a sorpresa!» gridò qualcuno e fui spinta sott’acqua con la stessa velocità con cui ne ero
uscita.
Dopo essere tornata in superficie a fatica ed essermi tolta i capelli dagli occhi, trovai un sorridente JJ
di fronte a me. «Cretino», dissi e lo schizzai dritto in faccia. Lui si limitò a sorridermi, poi guardò giù
verso il mio reggiseno e mi fece l’occhiolino. Fu fortunato a dare le spalle a Drew, perché in quel
momento mio fratello stava cercando di dimostrare che le occhiatacce possono uccidere.
A quel punto mi venne un’idea. Nuotai verso JJ e feci scorrere una mano su uno dei suoi bicipiti,
graffiandolo leggermente con un’unghia. «Hai dei muscoli così grossi», dissi e lo vidi spalancare
lentamente la bocca, incredulo. Poi mi chinai su di lui e gli sussurrai in un orecchio: «Ma quelli di mio
fratello sono ancora più grossi e non sai quanto gli piacerebbe prenderti a calci in culo in questo
momento».
Poi, prima che JJ se ne rendesse conto, avvolsi le mani intorno al suo collo e lo spinsi giù con tutta la
forza. Quando tornò su tossendo e sputando acqua, fu accolto dalle risate generali. «Attacco a sorpresa»,
gli dissi in tono innocente.
Guardai verso Drew, che ora aveva un enorme sorriso stampato sulla faccia. Nuotò verso di me e mi
abbracciò stringendomi per il collo. «Ti ho mai detto che ho la sorella migliore nel mondo intero?»
chiese mentre mi strofinava affettuosamente le nocche sulla testa.
«Dai, Drew, smettila!» gridai cercando di divincolarmi. Ridendo, mi lasciò andare.
JJ, che aveva finalmente smesso di tossire, si girò verso di me. «Sei subdola», disse con un sorriso,
«ma io riuscirei benissimo ad avere la meglio su tuo fratello.»
«Come prima a Call of Duty o come Xander l’ha battuto a chi trattiene il fiato più a lungo?»
«Ehi!» protestò Xander. «Qui c’è qualcuno che ha l’asma!»
Stringendosi nelle spalle, JJ rispose: «Abbiamo perso solo per non mettere tuo fratello in imbarazzo».
Xander sembrò spaventato. «Aspetta, non è vero! Io non ho mai detto…»
Ma Drew non lo stava ascoltando. «Mi stai sfidando?» chiese, e gli si illuminarono gli occhi.
«Puoi giurarci. Battaglia delle torri. Due su tre.»
«Non mi servono tre tentativi, ma va bene», acconsentì Drew. «Se vinco, tu dovrai ammettere che sono

più forte, più bello e anche molto più fico di tutti gli Heartbreakers», disse sorridendo. Alec lo guardò
sollevando un sopracciglio. «Tutti meno Alec, ovviamente», si scusò Drew. «Lui è fichissimo.»
«Okay», accettò JJ. «Ma se perdi, Stella deve darmi un bacio.»
Sbuffai, sapendo bene che Drew non avrebbe mai accettato. Ma poi dalla sua bocca uscirono due
parole scioccanti. «Affare fatto», disse mio fratello e tese la mano a JJ.
«Ehi!» gridai infuriata, mandando un grande spruzzo d’acqua in direzione di Drew. «Non puoi
mettermi in palio come fossi un prosciutto. Non ho intenzione di baciarlo!»
Il mio sguardo si spostò per un istante su Oliver e il mio cuore mancò un battito quando notai che
neppure lui sembrava felice della cosa.
«Ma tu non lo bacerai», disse Drew in tono categorico, «perché noi non perderemo. Ora sali.» E si
immerse in modo che potessi salirgli sulle spalle. All’improvviso un gioco divertente stava diventando
qualcosa di serio.
Ancora irritata, nuotai da mio fratello e mi sistemai sulle sue spalle come fa un bambino con il papà.
Drew si raddrizzò e io fui issata sopra la superficie dell’acqua, sgocciolando copiosamente.
«Se perdiamo», lo avvertii, «pagherai tu le mie sedute dallo psicologo.»
Mio fratello mi afferrò le gambe e le tenne strette. «Stella, quando mai abbiamo perso?» chiese.
«Mai», risposi stringendo i denti.
Alec, che aveva quasi la stessa stazza di JJ, era troppo pesante per le spalle del suo amico e Oliver si
rifiutò di partecipare, così fu Xander che mi ritrovai di fronte pochi istanti dopo.
«Niente morsi, unghiate, tirate di capelli o colpi nelle parti basse.» Xander recitò le regole mentre lo
incenerivo con lo sguardo.
«E mia sorella non si tocca», si affrettò ad aggiungere Drew.
Xander arrossì, ma JJ si lamentò. «E cosa dovrebbe fare allora? Senza toccarla intendo? Farla cadere
soffiando e sbuffando come il lupo dei tre porcellini?»
«Possiamo sbrigarci e concludere questa faccenda?» intervenni.
«Lo so, sono irresistibile, Stella, ma devi avere pazienza», disse JJ, lanciandomi un bacio.
Lo ignorai e mi concentrai sul miglior modo possibile per sconfiggere Xander. Era molto magro e
senza gli occhiali forse non ci vedeva neanche tanto bene. Ma aveva dita lunghe con cui avrebbe potuto
afferrarmi facilmente i polsi e tenerli ben stretti. La strategia migliore sembrava quella di dargli una
rapida spinta sul petto prima che potesse mettermi le mani addosso.
«Qualcuno si sbrighi a dire ‘via’», esclamò Xander. «Stella sembra pronta a uccidermi.»
«Ai vostri posti! Pronti, via!» disse Alec con voce forte e chiara. Se non fossi stata così concentrata a
distruggere Xander e JJ, sarei stata sorpresa dal numero di parole che gli erano uscite di bocca tutte
insieme.
Drew e JJ si girarono lentamente intorno e nessuno dei due fece la prima mossa.
«Quanto tempo credi che ci vorrà?» mi domandò Drew. Avrei potuto giurare che stesse sorridendo.
«Due minuti? Uno?»
Fissai infuriata JJ. «Dieci.»
«Dieci?» chiese Drew confuso.
«Secondi», risposi sicura. Strinsi i calcagni contro i fianchi di mio fratello come avrei fatto con un
cavallo e lui per tutta risposta si lanciò in avanti.
Le mie mani scattarono e presero in pieno Xander sul petto prima che avesse il tempo di reagire. Lo
guardai sorridendo mentre agitava scompostamente le braccia e lui e JJ crollavano in acqua. Fuori uno,
ne manca un altro…
«Xander, che cavolo hai combinato?» chiese infuriato JJ quando tornò a galla.


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