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Twilight Stephenie Meyer .pdf



Nome del file originale: Twilight - Stephenie Meyer.pdf
Titolo: STEPHENIE MEYER
Autore: stevenlob

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STEPHENIE MEYER
TWILIGHT
(Twilight, 2005)
A mia sorella Emily,
senza il cui entusiasmo questa storia
sarebbe rimasta incompiuta.
Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi
mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti.
GENESI 2,17
Non avevo mai pensato seriamente alla mia morte, nonostante nei mesi
precedenti ne avessi avuta più di un'occasione, ma di sicuro non l'avrei
immaginata così.
Con il fiato sospeso, fissavo gli occhi scuri del cacciatore, dall'altra parte
della stanza stretta e lunga, e lui ricambiava con uno sguardo garbato.
Era senz'altro una bella maniera di morire, sacrificarmi per un'altra persona, qualcuno che amavo. Una maniera nobile, anche. Conterà pur qualcosa.
Sapevo che se non fossi mai andata a Forks non mi sarei trovata di fronte alla morte. Per quanto fossi terrorizzata, però, non riuscivo a pentirmi di
quella scelta. Se la vita ti offre un sogno che supera qualsiasi tua aspettativa, non è giusto lamentarsi perché alla fine si conclude.
Il cacciatore fece un sorriso amichevole e si avvicinò con passo lento e
sfrontato, pronto a uccidermi.
1
A prima vista
Io e mia madre viaggiavamo verso l'aeroporto con i finestrini dell'auto
abbassati. A Phoenix c'erano venticinque gradi, il cielo era blu, terso e perfetto. Indossavo la mia camicia preferita, senza maniche, di sangallo bianco; la indossavo come un gesto d'addio. Il mio bagaglio a mano era una
giacca a vento.
Nella penisola di Olympia, nel nordovest dello Stato di Washington, nascosta da una perpetua coltre di nuvole, esiste la cittadina di Forks. Questo
insignificante agglomerato urbano registra in un anno il più alto numero di

giorni piovosi di tutti gli Stati Uniti. Fu da quella città e dalla sua ombra
cupa e onnipresente che mia madre fuggì, portandomi con sé quando avevo soltanto pochi mesi. Fu in quella città che mi obbligarono a passare un
mese di vacanza, ogni estate, fino all'età di quattordici anni. A quel punto,
riuscii finalmente a oppormi; nelle tre estati precedenti era stato mio padre,
Charlie, a trascorrere con me due settimane in California.
E a Forks stavo andando in esilio, una decisione che avevo preso volontariamente e con grande disgusto. Detestavo Forks.
Amavo Phoenix. Amavo il sole e il caldo soffocante. Amavo quella città
energica e caotica.
«Bella», mi ripeté mia madre un'ultima volta, forse la millesima, mentre
salivo sull'aereo, «non sei obbligata».
Mia madre mi somiglia, a parte i capelli corti e le rughe. Mentre fissavo
i suoi occhi grandi, da bambina, mi prese il panico. Come potevo abbandonare mia madre, cosi tenera, sventata, imprevedibile, e costringerla ad
arrangiarsi da sé? Certo, adesso c'era Phil, che significava bollette pagate,
frigo pieno, benzina nel serbatoio, e qualcuno a cui chiedere aiuto se si fosse persa. Eppure...
«Ci voglio andare», mentii. Non ero mai stata brava a dire bugie, ma avevo ripetuto quella frase talmente spesso che ormai suonava quasi convincente.
«Salutami Charlie».
«Certo».
«Ci vediamo presto», insistette. «Puoi tornare quando vuoi. Se hai bisogno di me vengo a prenderti».
Ma capivo dal suo sguardo che dietro la promessa c'era il sacrificio.
«Non preoccuparti per me», tagliai corto. «Andrà benone. Ti voglio bene, mamma».
Mi abbracciò stretta per un minuto, poi salii sull'aereo, e lei non c'era
più.
Per arrivare a Seattle da Phoenix ci vogliono quattro ore, più un'altra su
un piccolo aereo per raggiungere Port Angeles; Forks è a un'ora di auto da
lì. Non mi disturba volare; era il viaggio in auto con Charlie, invece, a preoccuparmi un po'.
Charlie si era comportato davvero bene dal primo all'ultimo istante in
quella faccenda. Sembrava fargli sinceramente piacere che, per la prima
volta, andassi a vivere da lui con l'intenzione di rimanerci per un po'. Mi
aveva già iscritta a una scuola e mi avrebbe dato una mano a cercare un'au-

to tutta per me.
Ma ero sicura che tra di noi ci sarebbe stato dell'imbarazzo. Nessuno dei
due era quel che si dice un tipo logorroico, e comunque non riuscivo a
immaginare di cosa avremmo potuto parlare. Sapevo che per lui la mia decisione era tutto tranne che comprensibile: come mia madre prima di me,
non avevo mai nascosto che Forks mi ripugnava.
Quando atterrai a Port Angeles, pioveva. Non lo interpretai come un
presagio: era inevitabile. Avevo già detto addio per sempre al sole.
Charlie mi aspettava sull'auto della polizia. Anche questo era inevitabile.
Per la brava gente di Forks, Charlie è l'ispettore capo Swan.
Il motivo principale per cui desideravo una macchina tutta mia, malgrado i miei pochi risparmi, era che mi rifiutavo di farmi accompagnare in giro per la città su un'auto con le luci rosse e blu sopra il tetto. Niente rallenta il traffico come un poliziotto.
Charlie mi accolse stringendomi goffamente con un braccio, quando, inciampando, scesi dall'aereo.
«È un piacere rivederti, Bells», mi disse sorridendo, mentre mi afferrava
automaticamente per non lasciarmi cadere. «Non sei cambiata molto. Renée come sta?».
«Mamma sta bene. È bello rivederti, papà». In sua presenza, non avevo
il permesso di chiamarlo Charlie.
Avevo poche valigie. La maggior parte dei vestiti che portavo in Arizona erano troppo permeabili per Washington. Io e la mamma avevamo unito
le nostre risorse per arricchire il mio guardaroba invernale, senza riuscirci.
Il baule dell'auto della polizia lo conteneva senza problemi.
«Ho trovato una buona macchina per te, un affarone», mi annunciò, una
volta allacciate le cinture.
«Che genere di macchina?». Il modo in cui aveva detto buona macchina
per te, anziché buona macchina e basta, mi aveva insospettito.
«Be', in realtà è un pick-up. Un Chevy».
«Dove l'hai trovato?».
«Ti ricordi Billy Black, quello che sta a La Push?». La Push è la microscopica riserva indiana sulla costa.
«No».
«Veniva con noi quando andavamo a pescare, d'estate», suggerì Charlie.
Ecco perché non lo ricordavo. Sono molto brava a rimuovere dalla memoria tutte le esperienze dolorose e inutili.
«È finito sulla sedia a rotelle», continuò Charlie, in assenza di una mia

risposta, «e non può più guidare, perciò mi ha offerto il pick-up a un prezzo davvero basso».
«Di che anno è?». Il repentino cambiamento d'espressione di Charlie mi
diceva che questa era l'ultima domanda che sperava gli rivolgessi.
«Be', Billy ha sistemato il motore per bene... ha giusto qualche annetto,
ecco».
Speravo che non mi sottovalutasse tanto da credere di potermi zittire con
una risposta del genere. «Quando l'ha comprato?».
«Nel 1984, penso».
«Nuovo?».
«Be', no. Penso che fosse nuovo nei primi anni Sessanta, o al massimo
nei tardi Cinquanta», ammise, imbarazzato.
«Char... papà, io di auto non so niente. Se, si rompesse non saprei dove
mettere le mani, e non potrei permettermi un meccanico...».
«Sul serio, Bella, quell'aggeggio va alla grande. Mezzi così robusti non
li fabbricano più».
L'aggeggio, pensai tra me e me... Se non altro come soprannome poteva
andare.
«Per "prezzo basso" cosa intendi?». In fin dei conti, sui soldi non potevo
scendere a compromessi.
«Be', cara, più o meno te l'ho già comprato. Come regalo di benvenuto».
Charlie mi guardò di sottecchi, con aria speranzosa.
Evviva. Gratis.
«Non ce n'era bisogno, papà. Mi sarei comprata una macchina con i miei
soldi».
«Non m'interessa. Voglio che qui tu sia felice». Quando pronunciò queste parole aveva gli occhi fissi sulla strada. Charlie non era mai a suo agio
nell'esprimere i propri sentimenti ad alta voce. Quel tratto l'ho ereditato da
lui. Perciò anch'io guardavo dritto di fronte a me, quando gli risposi.
«È un bellissimo pensiero, papà. Grazie. Mi fa davvero piacere». Inutile
aggiungere che la possibilità di essere felice a Forks mi sembrava irrealizzabile. Non c'era bisogno che compatisse le mie sofferenze. E io non avevo
mai messo la testa nella bocca - o nel motore - di un pick-up.
«Be', perciò... benvenuta», farfugliò, confuso dai miei ringraziamenti.
Scambiammo qualche veloce commento sul tempo e sulla pioggia, e la
conversazione, più o meno, finì. Guardavamo in silenzio fuori dai finestrini.
Certo, il panorama era bellissimo, non potevo negarlo. Tutto era verde:

gli alberi, i tronchi coperti di muschio, che ne avvolgeva anche i rami come un baldacchino, la terra coperta di felci. Persino l'aria, filtrata dalle foglie, sembrava verdastra.
C'era troppo verde; era un pianeta alieno.
Alla fine giungemmo a casa di Charlie. Viveva ancora nel piccolo stabile con due stanze da letto che aveva comprato assieme a mia madre nei
primi giorni di matrimonio. I primi e gli unici, peraltro. Lì, parcheggiato
sul vialetto di fronte alla casa, rimasta sempre uguale nel tempo, c'era il
mio nuovo - be', nuovo per me - pick-up. Era di un rosso scolorito, con i
paraurti grossi e arrotondati e un abitacolo che sembrava un bulbo. Con
mia grandissima sorpresa, mi piacque. Non sapevo se si sarebbe mosso di
lì, ma mi ci vedevo. In più, era uno di quegli aggeggi di ferro resistenti che
non si rompono mai, di quelli che vedi sul luogo di un incidente senza il
minimo graffio, in mezzo ai pezzi della macchina straniera che hanno appena distrutto.
«Ehi, papà, è fantastico! Grazie!». L'orrendo domani che mi aspettava
era già un po' meno spaventoso. Per andare a scuola non avrei dovuto scegliere tra camminare per tre chilometri sotto la pioggia o farmi dare un
passaggio sull'auto del capo della polizia.
«Sono contento che ti piaccia», balbettò Charlie, di nuovo a disagio.
Con un solo viaggio riuscimmo a portare tutte le mie cose al piano di
sopra. La mia stanza era quella a ovest, e dava sul prato di fronte a casa. La
camera mi era familiare; appena nata mi avevano messa qui. Il pavimento
di legno, le pareti azzurre, il soffitto a punta, le tendine di pizzo ingiallite
alla finestra: tutto questo era parte della mia infanzia. Negli anni Charlie
aveva provveduto soltanto a sostituire il lettino con un letto vero e ad aggiungere una scrivania. Sulla scrivania ora c'era un computer di seconda
mano, e sul pavimento strisciava il cavetto per il collegamento al modem,
connesso alla presa del telefono più vicina. Questo faceva parte delle condizioni poste da mia madre, perché potessimo restare in contatto più facilmente. Nell'angolo ritrovai la sedia a dondolo di quand'ero bambina.
C'era solo un piccolo bagno in cima alle scale, che avrei dovuto dividere
con Charlie. Cercavo di non farci troppo caso.
Una delle qualità migliori di Charlie è che si fa gli affari suoi. Lasciò che
disfacessi le valigie e mi sistemassi da sola, impresa che per mia madre sarebbe stata impossibile. Era bello stare per conto mio, senza essere obbligata a sorridere e mostrarmi contenta; un sollievo, starmene a guardare avvilita la pioggia fitta fuori dalla finestra e lasciare cadere soltanto poche la-

crime. Non ero dell'umore giusto per una vera crisi di pianto. Quella me la
sarei conservata per l'ora di andare a dormire, al pensiero di ciò che mi attendeva il mattino dopo.
La scuola superiore di Forks vantava la spaventosa quota di trecentocinquantasette iscritti più uno, dopo il mio arrivo; a Phoenix, la prima classe
da sola ne aveva più di settecento. Tutti i ragazzi erano cresciuti assieme,
anche i loro nonni si conoscevano fin da bambini. Io sarei stata la ragazza
nuova che viene dalla grande città, una curiosità, un mostro.
Ciò sarebbe stato un vantaggio, se solo avessi avuto davvero l'aria di una
ragazza di Phoenix. Purtroppo, fisicamente non rientro in nessuna categoria. Dovrei essere abbronzata, bionda, sportiva - una giocatrice di pallavolo
o una cheerleader, per esempio -, tutte cose automatiche per una che vive
nella "valle del sole".
Invece, malgrado le eterne giornate di sole, la mia pelle era color avorio,
senza nemmeno un paio di occhi blu o una chioma di capelli rossi a giustificarmi. Sono sempre stata smilza, ma anche un po' fiacca, e di certo non
atletica; non ho mai avuto la coordinazione occhio-mano necessaria a praticare uno sport senza umiliarmi o fare del male a me e ai miei compagni
di gioco.
Biposti i vestiti nella vecchia cassettiera di abete, entrai nel bagno comune armata di beauty case, per darmi una ripulita dopo la giornata di
viaggio. Mi guardai allo specchio, mentre pettinavo i miei capelli annodati
e umidi. Forse era la luce, ma già mi sembrava di essere più giallastra, malaticcia. La mia pelle poteva anche essere bella - molto chiara, sembrava
quasi trasparente - ma tutto dipendeva dal colore. Qui non avevo colori.
Osservando il mio pallido riflesso nello specchio, fui costretta ad ammettere che mi stavo prendendo in giro da sola. Non sarei mai stata capace di inserirmi e non era colpa del mio aspetto. Non ero riuscita a ritagliarmi un
posto in una scuola con tremila studenti, quante possibilità potevo mai avere, qui? Non ero capace di entrare in sintonia con le persone della mia età.
Forse dovrei dire che non sapevo entrare in sintonia con le persone, punto.
Non riuscivo a vivere in armonia nemmeno con mia madre, la donna che
in assoluto sentivo più vicina, quasi non parlassimo mai davvero la stessa
lingua. Ogni tanto mi chiedevo se i miei occhi e quelli del resto del mondo
vedessero le stesse cose. Forse il mio cervello era difettoso.
Ma la causa non importava, l'effetto sì. E il giorno dopo sarebbe stato
soltanto l'inizio.

Quella notte non riuscii a dormire bene, neanche dopo aver pianto a dirotto. Lo sbuffo continuo del vento e della pioggia sul tetto non tacque
nemmeno per un istante. Mi coprii la testa con il vecchio plaid scolorito,
poi aggiunsi anche un cuscino. Ma presi sonno soltanto dopo mezzanotte,
quando finalmente l'acquazzone si trasformò in una pioggerella silenziosa.
Il mattino dopo, dalla mia finestra non vedevo altro che nebbia densa, e
mi sentii assalire dalla claustrofobia. Qui il cielo era perennemente invisibile: una specie di gabbia.
La colazione con Charlie fu tranquilla. Lui mi augurò buona fortuna per
il mio primo giorno di scuola. Io lo ringraziai, ma sapevo già di non avere
speranze. La fortuna, di solito, mi stava alla larga. Charlie uscì per primo
per andare alla centrale di polizia che per lui era una moglie e una famiglia. Rimasta sola, mi sedetti al vecchio tavolo quadrato di quercia, su una
delle tre sedie spaiate, ed esaminai la piccola cucina, con le pareti rivestite
di pannelli scurì, gli armadietti giallo chiaro e il pavimento di linoleum
bianco. Non era cambiato niente. Mia madre aveva dipinto gli armadietti
diciotto anni prima, nella speranza di portare un po' di sole in casa. Sopra il
caminetto, nel microscopico salotto adiacente alla cucina, c'era una fila di
fotografie. Per prima, un'immagine del matrimonio di Charlie e mia madre,
a Las Vegas; poi una di noi tre scattata da un'infermiera volenterosa, in ospedale subito dopo la mia nascita; infine una processione di mie foto scolastiche, un anno dopo l'altro. Quelle erano davvero imbarazzanti, dovevo
fare il possibile per convincere Charlie a spostarle altrove, almeno finché
avessimo vissuto assieme.
Bastava uno sguardo alla casa per rendersi conto che Charlie non era ancora riuscito a dimenticare mia madre. Questo mi metteva a disagio.
Non volevo arrivare troppo in anticipo a scuola, ma non ce la facevo a
restare ancora in casa. Indossai il giubbotto - che aveva la consistenza di
una tuta anticontaminazione - e uscii sotto la pioggia.
Siccome piovigginava, m'inzuppai per cercare la chiave di casa, nascosta
come sempre sotto lo zerbino, e a chiudere la porta. Lo sciaguattare dei
miei nuovi stivali impermeabili nelle pozzanghere era snervante. Avevo
nostalgia dello scricchiolio familiare della ghiaia sotto i piedi. Non mi
fermai neanche ad ammirare il mio nuovo pick-up, avevo fretta di uscire
dall'umidità nebbiosa che mi avvolgeva e aderiva ai capelli sotto il cappuccio.
L'abitacolo era ordinato e asciutto. Billy o Charlie ovviamente lo avevano ripulito, ma il rivestimento di pelle dei sedili puzzava ancora un po' di

tabacco, benzina e deodorante alla menta. Il motore, con mio gran sollievo,
si accese subito, ma prese vita con un rombo e già al minimo faceva un
rumore assordante. Be', un mezzo così vecchio doveva avere almeno un difetto. La radio d'antiquariato funzionava, una fortuna in cui non avevo sperato.
Trovare la scuola non fu difficile, malgrado non ci fossi mai stata prima.
Come quasi tutto, a Forks, era poco lontana dall'autostrada. A vederla non
avrei detto fosse una scuola: mi ci fermai solo grazie al cartello che indicava la «Forks High School». Sembrava una raccolta di case tutte uguali di
mattoni rosso scuro. La vegetazione di alberi e cespugli era talmente fitta
che non riuscii a farmi subito un'idea di quanto fosse grande il complesso.
Mi chiesi con un po' di nostalgia dove fosse l'atmosfera tipica dei luoghi
pubblici. Dov'erano le recinzioni e i metal detector?
Parcheggiai di fronte al primo edificio, sulla cui entrata spiccava il cartello «Segreteria». Non c'erano altre auto, perciò era senz'altro zona vietata, ma decisi di entrare a chiedere la strada, invece di girare in tondo sotto
la pioggia come un'idiota. Uscii di malavoglia dall'abitacolo caldo del
pick-up e seguii un sentierino di ciottoli tra due siepi scure. Prima di aprire
la porta feci un respiro profondo.
All'interno c'erano più caldo e luce di quanto avessi sperato. L'ufficio era
piccolo: una minuscola area con sedie pieghevoli imbottite che faceva da
sala d'attesa, moquette scura variegata di arancione, le pareti tappezzate di
avvisi e graduatorie, il pesante ticchettio di un grosso orologio a muro. C'erano piante ovunque, in grossi vasi di plastica, come se fuori non ci fosse
abbastanza verde. La stanza era divisa in due da un lungo bancone, disseminato di cestini metallici pieni di moduli e volantini colorati incollati
dappertutto. Dietro il bancone c'erano tre scrivanie, una delle quali era occupata da una donna imponente, occhialuta e rossa di capelli. Indossava
una maglietta viola, che mi fece immediatamente sentire troppo coperta.
La donna dai capelli rossi alzò lo sguardo. «Posso esserti utile?».
«Sono Isabella Swan», la informai, e immediatamente vidi i suoi occhi
accendersi. Mi aspettava, mi aspettavano tutti, senza dubbio ero già stata al
centro dei loro pettegolezzi. La figlia della ex moglie fuggitiva dell'ispettore, che finalmente torna a casa.
«Certo», disse. Rovistò con la mano in una pila molto precaria di documenti sulla scrivania, finché ne estrasse quello che stava cercando. «Qui
c'è il tuo orario, assieme a una pianta della scuola». Sistemò sul banco parecchi fogli e me li mostrò.

Mi indicò sulla pianta le aule delle mie lezioni e il percorso migliore per
raggiungerle, poi mi diede un modulo da fare controfirmare a ognuno dei
miei professori e da riportare in segreteria a fine giornata. Mi sorrise e,
come Charlie, mi augurò di trovarmi bene, lì a Forks. Le rivolsi il sorriso
più convincente che potessi.
Quando tornai al pick-up, gli altri studenti stavano cominciando ad arrivare. Seguii il traffico e feci un giro attorno alla scuola. Notai con piacere
che la maggior parte delle auto era vecchia come la mia, niente di appariscente. A Phoenix avevo vissuto in uno dei pochi quartieri a basso reddito
inclusi nel distretto di Paradise Valley. Era normale trovare una Mercedes
o una Porsche nuova nel parcheggio degli studenti. Qui l'auto più bella era
una Volvo tirata a lucido e spiccava in mezzo alle altre. Tuttavia mi affrettai a spegnere il motore non appena trovai un parcheggio, per non attirare
l'attenzione con quel rombo tremendo.
Prima di scendere osservai bene la mappa, cercando di memorizzarla;
così magari non avrei dovuto camminare tutto il giorno con la cartina sotto
il naso. La ficcai nello zaino che tenevo in spalla e feci un altro respiro,
profondissimo. Posso farcela, dissi, mentendo a me stessa senza troppa
convinzione. Non mordono mica. Svuotai i polmoni e scesi dal pick-up.
Camminavo con il volto nascosto dal cappuccio sul marciapiede affollato di ragazzi. Mi accorsi con sollievo che il mio semplice giubbotto nero a
tinta unita non dava nell'occhio.
Giunta alla mensa, l'edificio numero 3 non era difficile da individuare.
Sulla facciata est era dipinto il grosso numero nero su sfondo bianco. Più
mi avvicinavo alla porta, più sentivo il mio respiro avvicinarsi all'iperventilazione. Cercai di trattenerlo, e seguendo due impermeabili unisex varcai
l'entrata.
L'aula era piccola. Le due persone che mi precedevano si fermarono subito oltre, per appendere gli impermeabili a una lunga fila di ganci. Le imitai. Erano due ragazze, una bionda, dalla pelle color porcellana, e l'altra
ugualmente pallida, ma con i capelli castano chiaro. Almeno la mia carnagione qui non strideva.
Portai il mio modulo al professore, un uomo alto e calvo, che secondo la
targhetta sulla cattedra si chiamava Mr Mason. Quando lesse il mio nome
mi fissò con l'aria di chi casca dalle nuvole - reazione tutt'altro che incoraggiante - e ovviamente io arrossii violentemente. Almeno mi fece sedere
in ultima fila, senza nemmeno presentarmi ai miei nuovi compagni di classe. Per loro era difficile osservarmi, ma in qualche modo ci riuscirono. Io

tenevo gli occhi bassi sulla lista di letture che avevo ricevuto dal professore. Era piuttosto elementare: Brontë, Shakespeare, Chaucer, Faulkner. Avevo letto già tutto. Tanto bastò a tranquillizzarmi... e ad annoiarmi. Chissà se mia madre avrebbe acconsentito a spedirmi i miei vecchi appunti e
temi, o se l'avrebbe giudicato sleale. Accompagnata dal mormorio monotono del professore, mi persi in una serie di discussioni immaginarie con
lei.
Quando si diffuse il suono nasale e ronzante della campana, un ragazzo
allampanato, con qualche problema cutaneo e i capelli neri come una macchia d'olio, si sporse dalla sua fila per parlarmi.
«Tu sei Isabella Swan, vero?». Aveva l'aria del tipico cervellone, impacciato e pieno di attenzioni. Troppe attenzioni.
«Bella», precisai. Nel raggio di tre banchi da me, tutti si voltarono a
guardarmi.
«Dov'è la tua prossima lezione?», chiese lui.
Dovetti controllare, nello zaino. «Ehm, educazione civica, con Jefferson,
edificio 6».
Ovunque guardassi, incontravo occhi curiosi.
«Io sto andando al 4, se vuoi ti mostro la strada...». Troppe attenzioni,
decisamente. «Mi chiamo Eric», aggiunse.
Abbozzai un sorriso. «Grazie».
Ci infilammo i giubbotti e uscimmo sotto la pioggia, che cadeva più fitta. Avrei giurato che la nutrita folla che ci seguiva a pochi passi di distanza
fosse intenta a origliare la conversazione. Sperai di non diventare paranoica.
«Così, c'è una bella differenza tra qui e Phoenix, eh?», chiese lui.
«Già».
«Laggiù non piove molto, vero?».
«Tre o quattro volte all'anno».
«Caspita, chissà com'è», si chiese lui.
«Assolato».
«Non sembri molto abbronzata».
«Mia madre è mezzo albina».
Mi squadrò con aria apprensiva, e io sospirai. A quanto pareva, le nuvole e il senso dell'umorismo non andavano d'accordo. Qualche mese così e
avrei disimparato a usare il sarcasmo.
Girammo attorno alla mensa e passammo accanto alla palestra, diretti
verso l'ala sud della scuola. Eric mi accompagnò fino all'ingresso dell'aula,

nonostante le indicazioni fossero chiarissime.
«Be', buona fortuna», disse, mentre aprivo la porta. «Magari ci vediamo
a qualche altra lezione». Sembrava speranzoso.
Gli rivolsi un sorriso debole ed entrai.
Il resto della mattinata trascorse più o meno allo stesso modo. Il professore di trigonometria, Mr Varner, che avrei odiato in ogni caso soltanto per
la materia che insegnava, fu l'unico che mi presentò ufficialmente alla
classe, costringendomi a salutare i miei nuovi compagni, impalata di fronte
alla cattedra. Balbettai, arrossii e inciampai nei miei stessi stivali mentre
tornavo al posto.
Dopo due lezioni, iniziai a riconoscere qualche volto. C'era sempre qualcuno più coraggioso degli altri che si presentava e mi chiedeva come trovassi Forks. Io cercavo di essere diplomatica, ma perlopiù mentivo. Se non
altro, non ebbi mai bisogno della mappa.
Una ragazza si sedette accanto a me sia durante la lezione di trigo che in
quella di spagnolo, e a pranzo mi accompagnò in mensa. Era piccola, molti
centimetri più bassa del mio metro e sessantacinque, ma i suoi capelli ricci
e arruffati compensavano quasi tutto il divario. Non ricordavo il suo nome,
perciò sorridevo e annuivo mentre lei ciarlava dei professori e delle lezioni. Non cercai nemmeno di seguire il suo discorso.
Ci sedemmo in fondo a un tavolo pieno di suoi amici, che mi presentò.
Dimenticavo i loro nomi un istante dopo averli sentiti. Sembravano stupiti
dall'audacia che mostrava parlando con me. Eric, il ragazzo di inglese, mi
salutò con la mano dall'altro lato della sala.
Fu in quel momento, seduta a pranzo, impegnata a conversare con sette
estranei curiosi, che li vidi per la prima volta.
Erano seduti nell'angolo più lontano e isolato della mensa. Erano in cinque. Non parlavano e non mangiavano, benché ognuno di loro avesse di
fronte a sé un vassoio pieno di cibo, intatto. Non mi stavano squadrando, a
differenza della maggior parte degli altri studenti, perciò potevo osservarli
tranquillamente, senza temere di incontrare uno sguardo un po' troppo curioso. Ma non furono questi particolari ad attirare, e catturare, la mia attenzione.
Non si somigliavano affatto. Dei tre ragazzi, uno era grosso, nerboruto
come un sollevatore di pesi professionista, i capelli neri e ricci. Uno era
più alto e magro, ma comunque muscoloso, biondo miele. Il terzo era
smilzo, meno robusto, con i capelli rossicci e spettinati. Sembrava molto
più giovane degli altri, che avrebbero potuto anche essere studenti univer-

sitari, o addirittura insegnanti.
Le ragazze erano sedute di fronte a loro. Quella più alta era statuaria. Il
genere di bellezza che si vede nei cataloghi di costumi da bagno, di quelle
che infliggono duri colpi all'autostima delle altre donne. Aveva capelli dorati, che le accarezzavano la schiena con un'onda delicata. La ragazza più
bassa era una specie di folletto, magrissima, dai tratti molto delicati. I suoi
capelli erano neri corvini, corti e scompigliati.
Eppure, c'era qualcosa che li rendeva tutti somiglianti. Ognuno di loro
era pallido come il gesso, erano i più pallidi tra tutti gli studenti di quella
città senza sole. Più pallidi di me, l'albina. Tutti avevano occhi molto scuri,
a dispetto del diverso colore dei capelli, e cerchiati da ombre pesanti, violacee, simili a lividi. Quasi avessero tutti trascorso la notte senza chiudere
occhio, o si stessero riprendendo da una rissa. Eppure, il resto dei loro lineamenti era dritto, perfetto, spigoloso.
Ma non era questo il motivo per cui non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Li fissavo perché i loro volti, così differenti, così simili, erano tutti di
una bellezza devastante, inumana. Erano volti che non ci si aspetterebbe
mai di vedere se non, forse, sulle pagine patinate di un giornale di moda. O
dipinti da un vecchio maestro sotto fattezze di angeli. Difficile decidere chi
fosse il più bello: forse la ragazza bionda e perfetta, forse il ragazzo con i
capelli di bronzo.
Tutti guardavano altrove, lontano dal loro tavolo, lontano dagli altri studenti, lontano da qualsiasi cosa, per quel che potevo capire. Mentre li osservavo, la ragazza minuta si alzò con il vassoio in mano - bibita ancora
sigillata, mela senza l'ombra di un morso - e si allontanò con una falcata
veloce, aggraziata, da atleta. Meravigliata da quel passo di danza la guardai finché, rovesciato il contenuto del vassoio nella spazzatura, sparì dalla
porta secondaria a una velocità impensabile. Il mio sguardo guizzò di nuovo sugli altri, seduti esattamente come prima.
«E quelli chi sono?», chiesi alla ragazza della lezione di spagnolo, di cui
avevo dimenticato il nome.
Mentre lei alzava lo sguardo per capire di chi parlassi - ma forse per il
mio tono di voce l'aveva già intuito -, lui la guardò, il più magro, il più
giovane, quello con l'aria da ragazzino. Osservò la mia vicina per non più
di una frazione di secondo, e poi i suoi occhi scuri lampeggiarono nei miei.
Distolse lo sguardo all'istante, ancora più in fretta di me, che avvampando dall'imbarazzo, chinai subito il capo. In quella fulminea schermaglia di

occhiate, la sua espressione rimase neutra, come se la mia vicina avesse
pronunciato il suo nome e lui avesse alzato gli occhi involontariamente,
ma già deciso a non rispondere.
La ragazza fece una risatina imbarazzata e come me guardò verso il tavolo.
«Sono Edward ed Emmett Cullen, assieme a Rosalie e Jasper Hale.
Quella che se n'è andata era Alice Cullen; vivono tutti assieme al dottor
Cullen e sua moglie», disse, con un filo di voce.
Guardai di sottecchi quel bel ragazzo, che ora osservava il proprio vassoio e faceva a pezzi una ciambella con le dita lunghe e pallide. La sua
bocca si muoveva velocissima, le labbra perfette si aprivano appena. Gli
altri tre continuavano a guardare altrove, eppure mi sembrava che stesse
parlando, piano, con loro.
Nomi strani, poco diffusi, pensai. Nomi da nonni. Ma forse qui andava
di moda: nomi da cittadina di provincia? Infine ricordai che la mia vicina
si chiamava Jessica, un nome comunissimo. A casa avevo due compagne
di classe che si chiamavano Jessica.
«Sono... molto carini», mi sforzai di minimizzare, ma non ero credibile.
«Sì!», concordò Jessica con un'altra risatina. «Però stanno assieme. Voglio dire Emmett e Rosalie, e Jasper e Alice. E vivono assieme». Nella sua
voce si sentivano tutta l'indignazione e la condanna della cittadina, così
almeno sembrava al mio orecchio critico. In realtà, onestamente, dovevo
ammettere che anche a Phoenix sarebbe stato un pettegolezzo ghiotto.
«Quali sono i Cullen?», chiesi. «Non sembrano parenti...».
«Oh, non lo sono. Il dottor Cullen è molto giovane, ha trent'anni, forse
meno. Sono tutti figli adottivi. Gli Hale sì sono davvero fratello e sorella,
gemelli - i due biondi - e sono in affidamento».
«Sembrano un po' grandi per essere ancora in affidamento».
«Adesso sì, Jasper e Rosalie hanno diciotto anni, ma vivono con Mrs
Cullen da quando ne hanno otto. È una specie di zia o qualcosa del genere».
«È davvero un bel gesto... prendersi cura di tutti quei ragazzi, nonostante
siano giovani e tutto il resto».
«Direi di sì», ammise Jessica senza troppo entusiasmo, e mi fece intuire
che per un motivo o per l'altro il dottore e sua moglie non le piacevano. A
giudicare dagli sguardi che lanciava ai loro figli adottivi, doveva essere
una questione di gelosia. «Comunque penso che Mrs Cullen non possa avere bambini», aggiunse, come se ciò sminuisse la bontà della signora.

Durante la conversazione, non potevo fare a meno di lanciare continuamente svelte occhiate al tavolo della strana famiglia. Continuavano a guardare il muro senza mangiare.
«Hanno sempre abitato a Forks?», chiesi. Mi sarei certo accorta di loro,
durante una delle mie vacanze lì.
«No», rispose lei, e il tono di voce sottintendeva che la risposta doveva
essere ovvia anche per una nuova arrivata come me. «Si sono trasferiti un
paio d'anni fa, vengono da un qualche posto in Alaska».
Istintivamente provai compassione e sollievo. Compassione perché, belli
com'erano, restavano degli emarginati, chiaramente malvisti. Sollievo perché non ero l'unica nuova arrivata, né di certo, e sotto nessun punto di vista, la più interessante.
Mentre li studiavo, il più giovane dei Cullen alzò lo sguardo e incrociò il
mio, e stavolta la sua espressione era evidentemente incuriosita. Mi voltai
di scatto, e allora mi sembrò di notare che il ragazzo fosse stranamente
sorpreso, quasi deluso.
«Chi è quello con i capelli rossicci?», chiesi. Lo sbirciavo con la coda
dell'occhio, lui continuava a fissarmi, ma senza squadrarmi come avevano
fatto tutti gli altri studenti. La sua espressione era leggermente frustrata.
Abbassai di nuovo lo sguardo.
«Si chiama Edward. È uno schianto, ovviamente, ma non sprecare il tuo
tempo. Non esce con nessuna. A quanto pare qui non ci sono ragazze abbastanza carine per lui», disse, con aria di disprezzo. La volpe e l'uva.
Chissà quando era toccato a lei essere rifiutata.
Mi morsi un labbro per non riderle in faccia. Poi guardai di nuovo verso
il ragazzo. I suoi occhi erano rivolti altrove, ma le guance mi parvero alzarsi come se stesse ridendo anche lui.
Dopo qualche minuto, i quattro si alzarono da tavola assieme. Tutti si
muovevano con una grazia che richiamava l'attenzione, anche il più grosso
e nerboruto. Osservarli era fonte di turbamento. Quello che si chiamava
Edward non mi guardò più.
Rimasi seduta a tavola con Jessica e i suoi amici più di quanto mi sarei
trattenuta se fossi stata da sola. Avevo il terrore di arrivare tardi alle lezioni del primo giorno di scuola. Una delle mie nuove conoscenti, che con un
certo buon senso mi ricordò il suo nome, Angela, aveva biologia II, come
me. Ci dirigemmo verso l'aula in silenzio. Anche lei era timida.
Quando entrammo in classe, Angela andò a sedersi a un tavolo nero per
gli esperimenti, uguale a quelli cui ero abituata. Aveva già un compagno.

Anzi, tatti i tavoli tranne uno erano occupati. Accanto al corridoio centrale,
riconobbi gli strani capelli di Edward Cullen, seduto accanto all'unico posto libero.
Camminando lungo le file di banchi per presentarmi al professore e fargli firmare il modulo, lo tenevo d'occhio, di sottecchi. Quando gli passai
accanto, all'improvviso si irrigidì. Mi fissò ancora una volta, con la più
strana delle espressioni sul volto: era ostile, furioso. Guardai subito altrove, sbalordita, rossa di vergogna. Inciampai su un libro e per non cadere
fui costretta a reggermi a un tavolo. La ragazza seduta lì rise sotto i baffi.
Mi ero accorta che i suoi occhi erano neri - neri come il carbone.
Il signor Banner firmò il modulo e mi diede un libro, senza perdersi in
presentazioni. Sentivo che saremmo andati molto d'accordo. Ovviamente,
non avendo scelta, mi fece sedere nell'unico posto libero, al centro dell'aula. Tenni basso lo sguardo, mentre mi accomodavo vicino a lui, ancora
scossa dall'occhiata ostile di poco prima.
Non osavo guardarlo, mentre sistemavo il libro sul tavolo e mi mettevo a
sedere, ma con la coda dell'occhio lo vidi cambiare posizione. Si stava allontanando da me, seduto sul bordo della sedia e voltato dall'altra parte,
come per evitare una tremenda puzza. Senza farmi notare, mi annusai i capelli. Profumavano di fragola, come il mio shampoo preferito. Come odore
mi sembrava piuttosto innocente. Lasciai cadere i capelli sulla mia spalla
destra, a chiudere il sipario tra di noi, e cercai di prestare attenzione all'insegnante.
Purtroppo la lezione era sull'anatomia cellulare, un argomento che avevo
già studiato. In ogni caso presi appunti, senza staccare gli occhi dal quaderno.
Non potevo trattenermi dallo sbirciare di tanto in tanto, attraverso la
ciocca di capelli, verso lo strano ragazzo che mi era seduto accanto. Non si
rilassò nemmeno per un istante durante l'intera lezione e rimase rigido, sull'orlo della sedia, il più lontano possibile da me. Riuscivo a vedere il pugno
chiuso appoggiato sulla gamba sinistra, i tendini in tensione sotto la pelle
pallida. Non riusciva a rilassare neanche quelli. Teneva le maniche della
camicia bianca arrotolate fino al gomito, e l'avambraccio che ne spuntava
era sorprendentemente sodo e muscoloso. Non era affatto smilzo come mi
era sembrato accanto al fratello corpulento.
La lezione pareva durare più delle altre. Era perché finalmente la giornata stava finendo, o perché aspettavo che quel pugno si aprisse? Non lo fece; restò sempre talmente immobile che sembrava non respirasse nemme-

no. Cosa c'era che non andava? Si comportava sempre così? Ripensai alle
malignità di Jessica, a pranzo. Forse non aveva esagerato con il risentimento.
Non poteva essere a causa mia. Non sapeva niente di niente di me.
Sbirciai di nuovo verso di lui, e me ne pentii. Mi stava di nuovo squadrando, con gli occhi neri pieni di disprezzo. Mentre mi ritraevo, stretta
nella sedia, improvvisamente pensai a quel modo di dire: se gli sguardi potessero uccidere...
In quel momento la campana prese a squillare, io sobbalzai ed Edward
Cullen si alzò dal suo posto con un movimento fluido - era molto più alto
di quanto avessi immaginato - dandomi le spalle, e prima che chiunque altro avesse lasciato la sedia era già fuori dalla classe.
Io rimasi pietrificata al mio posto, incredula, a guardarlo. Che cattivo.
Non era giusto. Iniziai a raccogliere le mie cose lentamente, cercando di
arginare la rabbia che mi aveva presa, per non mettermi a piangere. Per
qualche motivo, il mio umore e i miei occhi erano legati a doppio filo. Di
solito, quando ero arrabbiata piangevo, una reazione umiliante.
«Sei tu Isabella Swan?», chiese una voce maschile.
Alzai lo sguardo e vidi un ragazzo carino, con il viso da bambino, i capelli biondo cenere raccolti in punte ordinate, che mi sorrideva con aria
amichevole. Evidentemente, lui non pensava che avessi un cattivo odore.
«Bella», precisai con un sorriso.
«Io sono Mike».
«Ciao, Mike».
«Serve aiuto per trovare la prossima lezione?».
«Devo andare in palestra, credo di potercela fare».
«Ci vado anch'io». Sembrava entusiasta, benché una coincidenza del genere non fosse poi strana, in una scuola così piccola.
Uscimmo dall'aula assieme. Era un chiacchierone, e fu soprattutto lui a
parlare, per mia fortuna. Aveva vissuto in California fino all'età di dieci
anni, perciò capiva come mi sentivo, lontana dal sole. Scoprii che frequentava anche le mie lezioni di inglese. Era la persona più gradevole tra le
nuove conoscenze di quel giorno.
Però, mentre entravamo in palestra, chiese: «Scusa, ma hai accoltellato
Edward Cullen con la matita, o cosa? Non l'ho mai visto comportarsi così».
Io rimpicciolii. Così, non ero stata l'unica ad accorgermene. E a quanto
pare, quello non era il solito comportamento di Edward Cullen. Decisi di

fare la finta tonta.
«Parli del ragazzo seduto accanto a me durante biologia?», chiesi ingenuamente.
«Sì», rispose. «Sembrava gli fosse venuto un attacco di qualcosa».
«Non so. Non gli ho nemmeno rivolto la parola».
«È un tipo strano». Mike continuava a ronzarmi attorno, anziché dirigersi verso lo spogliatoio. «Se io fossi stato tanto fortunato da esserti seduto
accanto, ti avrei rivolto la parola».
Prima di voltarmi verso l'entrata dello spogliatoio femminile gli sorrisi.
Era cortese, e senza dubbio gli piacevo. Ma non era abbastanza per fare
sbollire la mia rabbia.
L'insegnante di ginnastica, Mr Clapp, mi trovò una divisa ma non me la
fece indossare, per quella lezione. A casa, ginnastica era obbligatoria solo
per due anni. Qui, invece, per quattro. Forks era letteralmente il mio piccolo inferno personale.
Guardai quattro partite di pallavolo in contemporanea. Al ricordo di tutte
le volte in cui mi ero fatta male giocando a pallavolo - e avevo fatto male a
qualcun altro - mi venne una certa nausea.
Finalmente la campana suonò. Mi trascinai verso la segreteria per restituire il modulo. La pioggia si era calmata, ma il vento era forte e freddo.
Mi strinsi nel giubbotto.
Quando entrai nell'ufficio caldo, fui sul punto di riuscirne immediatamente.
Di fronte a me, alla scrivania, c'era Edward Cullen. Riconobbi di nuovo
quella massa arruffata di capelli color bronzo. Non sembrò accorgersi del
mio ingresso. Io rimasi accanto al muro, in attesa che la segretaria si liberasse.
Stava discutendo con lei, con un tono di voce basso, seducente. Riuscii a
captare l'argomento della discussione. Stava cercando di spostare biologia
a un altro orario, qualsiasi altro orario.
Non potevo credere che fosse a causa mia. Doveva esserci qualche altra
ragione, qualcosa successo prima che io entrassi in aula. Il suo atteggiamento doveva avere un motivo totalmente diverso. Era impossibile che
quello sconosciuto potesse odiarmi in maniera tanto improvvisa e intensa.
La porta si riaprì, e il vento freddo che immediatamente invase la stanza
sfiorò i documenti sulla scrivania e mi scompigliò i capelli sul viso. La ragazza che era entrata si allungò semplicemente verso il banco, depositò un
foglio in un cestino e uscì di nuovo. Ma Edward Cullen si irrigidì e lenta-

mente si voltò per fulminarmi - il suo viso era di una bellezza assurda con uno sguardo penetrante, pieno d'odio. Per un istante provai un brivido
di vera paura, sulle braccia mi venne la pelle d'oca. Lo sguardo non durò
che un secondo, ma mi gelò più del vento freddo. Edward tornò a rivolgersi alla segretaria.
«Non fa niente», disse svelto, con la sua voce vellutata. «Mi rendo conto
che è impossibile. Molte grazie lo stesso». Girò i tacchi senza degnarmi di
altre attenzioni e si dileguò dalla stanza.
Io mi avvicinai timida al banco, pallida, per una volta, anziché rossa di
timidezza, e consegnai il modulo con le firme.
«Com'è andato il primo giorno, cara?», chiese la segretaria con aria materna.
«Bene», mentii, a mezza voce. La donna non sembrò convinta.
Tornai al mio pick-up, uno degli ultimi mezzi rimasti nel parcheggio.
Era un porto sicuro, la cosa più simile a una casa che avessi, in quel buco
verde e umido. Per un po' rimasi immobile sul sedile a fissare il parabrezza. Ma dopo qualche minuto iniziò a fare freddo e per accendere il riscaldamento mi toccò avviare il motore, che partì con un rombo. Tornai a casa
di Charlie, sforzandomi per tutto il tragitto di non piangere.
2
Libro aperto
Il giorno dopo andò meglio... e peggio.
Andò meglio perché quando uscii di casa, malgrado le nuvole dense e
opache, ancora non pioveva. Ed ero più rilassata, perché sapevo cosa aspettarmi dalla giornata. Mike si sedette accanto a me durante l'ora di inglese e mi accompagnò alla lezione successiva, sotto lo sguardo infastidito
di Eric il secchione. Ne fui lusingata. Quasi nessuno mi squadrava più come il primo giorno. A pranzo mi sedetti al tavolo di una compagnia numerosa che includeva Mike, Eric, Jessica e altri ragazzi di cui infine ricordavo
i volti e i nomi. Non mi sembrava più di affogare: ora camminavo sulle
acque.
Andò peggio perché ero stanca: nemmeno quella notte ero riuscita a
dormire a causa del rumore del vento che risuonava in casa. Peggio ancora
perché il professor Varner mi fece una domanda di trigonometria senza che
io avessi alzato la mano e diedi la risposta sbagliata. Il punto più basso fu
quando mi toccò giocare a pallavolo e l'unica volta in cui non riuscii a evi-

tare la palla colpii sulla testa una mia compagna di squadra. La cosa peggiore in assoluto, però, era che Edward Cullen non si era presentato a
scuola.
Per tutta la mattina fui terrorizzata al pensiero di incontrare lui e i suoi
sguardi bizzarri all'ora di pranzo. Una parte di me desiderava andare a
chiedergli quale fosse il problema. Sdraiata a letto, insonne, avevo anche
pensato alle parole da dire. Ma mi conoscevo abbastanza da sapere che non
avrei mai avuto il fegato di fare un passo simile. Accanto a me, il Leone
Vigliacco faceva la figura di Terminator.
Quando però entrai in mensa assieme a Jessica - decisa a non perlustrare
il salone in cerca di Edward, ma incapace di trattenermi - notai che i quattro strani fratelli erano seduti al solito tavolo e lui non era con loro.
Mike ci intercettò e ci fece sedere al suo tavolo. Jessica sembrava felice
di quelle attenzioni, e le sue amiche ci raggiunsero al volo. Tentando di
seguire il loro chiacchiericcio, però, terribilmente a disagio, me ne stavo
palpitante in attesa dell'arrivo di Edward. Speravo che mi avrebbe ignorato, né più né meno, dimostrando che i miei sospetti erano immotivati.
Non arrivava, e più passava il tempo più la tensione aumentava.
Alla fine della pausa pranzo non era ancora comparso, perciò affrontai la
lezione di biologia con un filo di coraggio in più. Mike, come un impeccabile cane da riporto, trottava fedele al mio fianco. Prima di entrare trattenni
il respiro, ma Edward Cullen non era neppure lì. Mi rilassai e mi sedetti al
tavolo. Mike mi seguì, parlando di un'imminente gita alla spiaggia. Ronzò
attorno al mio posto fino al suono della campanella. Poi mi rivolse un sorriso un po' triste e andò a sedersi vicino a una ragazza con l'apparecchio e
una brutta permanente. Sembrava che tra me e Mike potesse ci fosse qualcosa, e ciò non mi tranquillizzava affatto. In una cittadina come quella, dove tutti si facevano gli affari di tutti, la diplomazia era fondamentale. Non
ero mai stata una campionessa di tatto, non sapevo come comportarmi con
ragazzi così sfacciatamente amichevoli.
Il tavolo era tutto per me, Edward era assente, questo era un gran sollievo. Cercai di ficcarmelo bene in testa. Ma non riuscivo a liberarmi del sospetto strisciante che il motivo della sua assenza fossi io. Era ridicolo ed
egocentrico pensare che potessi avere un tale ascendente su qualcuno. Era
impossibile. Eppure non riuscivo a non temere che fosse proprio così.
Infine, al termine della giornata, una volta smaltita la vergogna per l'incidente della partita di pallavolo, passai in un lampo dalla tuta ai jeans e alla felpa blu. Fuggii dallo spogliatoio femminile così in fretta da evitare che

il mio cagnolino da riporto fosse già li ad aspettarmi. Attraversai svelta il
parcheggio. Era affollato di studenti pronti a tornare a casa. Salii sul pickup e mi assicurai di avere tutto il necessario nello zaino.
La sera prima avevo scoperto che Charlie non sapeva cucinare granché,
escluse uova fritte e pancetta. Perciò gli avevo chiesto di potermi occupare
della cucina durante la mia permanenza a Forks. Fu tanto compiacente da
cedermi le chiavi della sala dei banchetti. Scoprii anche che in casa non
c'era niente da mangiare. Perciò avevo preparato una lista e preso un po' di
contanti dal barattolo della credenza con l'etichetta «Per la spesa». Li avevo con me, e mi diressi al supermercato più vicino.
Azionai la batteria di cannoni che avevo al posto del motore, ignorai tutte le teste che si voltarono a guardare e feci retromarcia, attenta a infilarmi
senza danni nella colonna di auto in attesa di uscire dal parcheggio. Mentre
aspettavo, fingendo che il rumore assordante giungesse dal motore di qualcun altro, vidi i due Cullen e i gemelli Hale salire sulla loro auto. Era la
Volvo tirata a lucido. Ovvio. Non mi ero ancora accorta del loro abbigliamento, ero stata troppo catturata dai loro volti. Ora ci facevo caso: e naturalmente erano vestiti benissimo, con abiti semplici, ma probabilmente disegnati da qualche stilista. Erano di una tale avvenenza, e avevano tanto
stile e portamento che avrebbero potuto cavarsela anche coperti di stracci.
Sembrava un'esagerazione che quei ragazzi fossero sia belli che ricchi.
Eppure, per quel che ne sapevo, il più delle volte la vita andava così. Tuttavia non pareva che il denaro gli avesse comprato la benevolenza di
Forks.
No, non ero convinta. Il loro isolamento doveva essere volontario: nessuno chiuderebbe la porta in faccia a tanta bellezza.
Quando passai davanti a loro, guardarono come tutti gli altri il mio pickup rumoroso. Io fissavo la strada di fronte a me e mi rilassai soltanto dopo
essermi lasciata la scuola alle spalle.
Il supermercato era poco lontano, alcuni incroci più a sud, appena fuori
dall'autostrada. Era piacevole stare lì dentro: sembrava un luogo normale.
A casa la spesa l'avevo sempre fatta io, e fui lieta di tornare a un'abitudine
vecchia e familiare. L'edificio era abbastanza grande da impedirmi di sentire il rumore della pioggia sul tetto. Per qualche minuto dimenticai dove
mi trovavo.
Giunta a casa, scaricai la spesa e riempii ogni angolo libero della dispensa, sperando che Charlie non si lamentasse. Avvolsi le patate nella carta
stagnola per cuocerle in forno e misi una bistecca a marinare nel frigo, in

equilibrio su un cartone di uova.
Finito di sbrigare queste faccende, salii in camera mia con lo zaino in
spalla. Prima di iniziare a fare i compiti indossai un paio di pantaloni asciutti, raccolsi in una coda i capelli bagnati e per la prima volta controllai
la mia posta elettronica. Avevo tre messaggi.
Il primo era di mia madre:
Bella, scrivimi appena arrivi. Raccontami com'è andato il volo.
Piove? Mi manchi già. Ho quasi finito di fare le valigie per la
Florida. Ma non trovo più la mia camicetta rosa. Sai dove potrei
averla messa? Un saluto anche da Phil.
Mamma.
Sospirai e passai alla e-mail successiva. Era stata spedita otto ore dopo
la prima.
Bella, perché non mi hai ancora scritto? Cosa aspetti?
Mamma.
L'ultima era di quella mattina.
Isabella,
se entro le cinque e mezzo di oggi non rispondi, telefono a Charlie.
Controllai l'orologio. Mancava ancora un'ora, ma mia madre era famosa
per anticipare i tempi.
Mamma,
calmati. Ti sto scrivendo ora. Non essere impulsiva.
Bella.
La inviai subito e ne iniziai un'altra.
Mamma,
va tutto benissimo. Certo che piove. Aspettavo che succedesse
qualcosa, per scriverti. La scuola non è male. Solo un po' monotona. Ho conosciuto qualche amica simpatica, pranziamo sempre

assieme.
La tua camicetta è in lavanderia - avresti dovuto andare a ritirarla venerdì.
Charlie mi ha comprato un pick-up, ci credi? Lo adoro. È vecchio
ma solidissimo. Il che, per me, è soltanto un bene. Anche tu mi
manchi. Ti scriverò ancora presto, ma sappi che non scarico la
posta ogni cinque minuti. Rilassati, fai un bel respiro. Ti voglio
bene.
Bella.
Avevo deciso di rileggere, per il gusto di farlo, Cime tempestose, su cui
in quel giorno vertevano le lezioni di inglese, e quando Charlie tornò a casa tenevo ancora il libro tra le mani. Avevo perso del tutto la cognizione
del tempo, così scesi di corsa le scale per togliere le patate dal forno e cuocere la bistecca.
«Bella?», chiese mio padre, sentendomi scendere.
Che domanda. Chi altro poteva essere?
«Ehi, papà, bentornato».
«Grazie». Appese la fondina con la pistola e si tolse gli stivali, mentre io
spadellavo in cucina. Per quel che ne sapevo, non aveva mai sparato un
colpo, in servizio. Ma teneva sempre l'arma pronta. Quando da piccola trascorrevo le vacanze lì, la svuotava appena entrato in casa. Probabilmente
ora mi giudicava grande abbastanza da non potermi sparare incidentalmente, e non abbastanza depressa da volermi sparare di proposito.
«Cosa c'è per cena?», chiese lui, cauto. Mia madre era una cuoca fantasiosa e non sempre i suoi esperimenti erano mangiabili. Fui sorpresa, e rattristata, che lui se ne ricordasse ancora.
«Bistecca e patate», risposi, e parve sollevato.
Sembrava imbarazzato, impalato in cucina senza far niente; mentre io mi
davo da fare, si spostò rumorosamente in salotto a guardare la TV. Quella
mossa ci mise entrambi a nostro agio. Mentre la bistecca cuoceva preparai
l'insalata, e apparecchiai la tavola.
Quando la cena fu pronta lo chiamai, ed entrando in cucina annusò il cibo e si complimentò.
«Che buon profumo, Bell».
«Grazie».
Per qualche minuto mangiammo in silenzio. Non mi sentivo a disagio.
Nessuno di noi era infastidito dal silenzio. In un certo senso, eravamo fatti

per vivere assieme.
«E allora, come ti sembra la scuola? Ti sei già fatta qualche amica?»,
chiese, al secondo giro di patate.
«Be', frequento un po' di lezioni assieme a una ragazza che si chiama
Jessica. A pranzo mangio con lei. E poi c'è un ragazzo, Mike, molto gentile. Tutti sembrano tanto carini». Con una evidente eccezione.
«Dev'essere Mike Newton. Bravo ragazzo, buona famiglia. Suo padre è
il proprietario del negozio di articoli sportivi che sta appena fuori città. Si
guadagna da vivere con la gente che viene a fare trekking da queste parti».
«Conosci i Cullen?», chiesi, con voce esitante.
«La famiglia del dottor Cullen? Certo. Cullen è un grand'uomo».
«Loro... i figli... sono un po' strani. Non sembrano proprio inseriti, a
scuola».
L'espressione infuriata di Charlie mi sorprese.
«La gente di questa città», mormorò. «Il dottor Cullen è un chirurgo brillante che probabilmente potrebbe permettersi di lavorare in qualsiasi ospedale al mondo e guadagnare dieci volte tanto quello che gli danno qui»,
continuò, alzando la voce. «È una fortuna che sia con noi, una fortuna che
sua moglie abbia accettato di vivere in questa cittadina. È una risorsa per
tutta la comunità, e i suoi figli sono educati e cortesi. Anch'io ero dubbioso, quando si sono trasferiti qui, con tutti quei ragazzi adottati. Pensavo
che potessero darci qualche grattacapo. Invece sono molto maturi, e nessuno di loro mi ha mai dato il minimo problema. Non posso dire la stessa cosa di figli di gente che abitano qui da generazioni. E sono uniti, come dovrebbe essere una famiglia, ogni fine settimana vanno in campeggio... La
gente deve aprire per forza il becco soltanto perché sono gli ultimi arrivati».
Era il discorso più lungo che avessi mai sentito uscire dalla bocca di
Charlie. I pettegolezzi della gente dovevano averlo fatto indignare sul serio.
Io arretrai un po'. «A me sono sembrati carini. Ho solo notato che stanno
sempre per i fatti loro. Sono tutti molto attraenti», aggiunsi, cercando di
dare più peso ai complimenti.
«Dovresti conoscere il dottore», disse Charlie ridendo. «Per fortuna è
sposato. Quando gira per l'ospedale, la maggior parte delle infermiere fatica a concentrarsi sul proprio lavoro».
Restammo di nuovo zitti e finimmo di cenare. Charlie sparecchiò mentre
io iniziavo a lavare i piatti. Poi tornò davanti alla TV, e quando anch'io eb-

bi finito - niente lavastoviglie - salii svogliatamente al piano di sopra a fare
i compiti di matematica. Sentivo che sarebbe diventata una tradizione.
Quella notte, finalmente, fu silenziosa. Mi addormentai subito, esausta.
Il resto della settimana passò senza problemi. Mi abituai alla routine delle lezioni. Il venerdì sapevo riconoscere, se non i nomi, i volti di tutti gli
studenti. In palestra, i miei compagni di squadra capirono che era meglio
non passarmi la palla, e mi si paravano davanti in un baleno se gli avversari cercavano di sfruttare la mia incapacità. Io li lasciavo fare volentieri.
Edward Cullen non tornò a scuola.
Ogni giorno osservavo con ansia i suoi fratelli che arrivavano a mensa
senza di lui. Allora mi rilassavo e mi univo alla conversazione del giorno.
Questa girava attorno a una gita al parco marino di La Push che Mike voleva organizzare di lì a due settimane. Mi avevano invitata e avevo accettato di andarci, più per gentilezza che per entusiasmo. Le spiagge, di solito,
sono calde e asciutte.
A quel punto, nemmeno entrare nell'aula di biologia era un problema,
perché non mi preoccupavo più della presenza di Edward. Per quel che ne
sapevo, aveva lasciato la scuola. Cercavo di non pensarci, ma non riuscivo
a soffocare del tutto il dubbio che la causa delle sue continue assenze fossi
io, per quanto ridicolo potesse sembrare.
Anche il primo fine settimana a Forks passò senza problemi. Charlie non
era abituato a trascorrere il suo tempo libero nella casa vuota, perciò lavorava anche di sabato e domenica. Io feci un po' di pulizie, mi portai avanti
con i compiti e spedii qualche altra e-mail forzatamente sdolcinata a mia
madre. Il sabato, feci un giro in biblioteca, ma era talmente poco fornita
che non chiesi neanche la tessera; decisi di prendermi un giorno per visitare Olympia o Seattle, in cerca di una buona libreria. Mi chiesi distrattamente quanti chilometri facesse con un litro il mio pick-up... e tremai al
solo pensiero.
Durante il weekend la pioggia cadde leggera e silenziosa, e dormii sempre tranquilla.
Il lunedì mattina successivo, i ragazzi che incontravo nel parcheggio della scuola mi salutavano. Non ricordavo i loro nomi, ma restituivo i saluti e
sorridevo a tutti. Faceva più freddo, ma per fortuna non pioveva. Durante
la lezione di inglese, Mike si sedette accanto a me, come al solito. A sorpresa, il professore ci diede un questionario su Cime tempestose. Era elementare, molto facile.
Tutto sommato, fin lì mi sentivo molto più a mio agio del previsto. Più

di quanto mi sarei mai aspettata prima di trasferirmi.
Quando uscimmo dall'aula, vedemmo volteggiare per aria qualcosa di
bianco. Sentivo gli altri schiamazzare e lanciarsi gridolini allegri. Il vento
mi frustava le guance e il naso.
«Ehi», esclamò Mike, «nevica».
Osservavo i batuffoli ammassarsi piano lungo il marciapiede, fluttuare
lungo traiettorie imprevedibili davanti al mio naso.
«Oh». La neve. Fine della bella giornata.
Lui sembrava sorpreso. «Non ti piace la neve?».
«No. Vuol dire che fa troppo freddo per piovere». Ovvio. «E poi, pensavo venisse giù a fiocchi più piccoli. Hai presente, ognuno diverso dagli altri e tutto il resto. Questi sembrano palle di cotone».
«Non hai mai visto la neve?», chiese lui, incredulo.
«Certo che sì», attesi un istante, «in televisione».
Mike rise. Subito dopo, una grossa e viscida palla di neve si abbatté sulla sua nuca. Ci voltammo entrambi per vedere da dove venisse. Avevo
qualche sospetto su Eric, che si stava allontanando nella direzione opposta
a quella dell'aula in cui sarebbe dovuto andare. Mike la pensava allo stesso
modo. Si piegò e iniziò a fare una palla con quella poltiglia bianca.
«Ci vediamo a pranzo, ok?». Parlavo continuando a camminare. «Quando qualcuno inizia a tirare roba umida, io mi rifugio al coperto».
Lui annuì solamente, gli occhi già fissi sulla sagoma di Eric che si allontanava.
Per l'intera mattinata non si fece altro che parlare della neve: a quanto
pareva, era la prima nevicata dell'anno. Io stavo zitta. Certo, era meno umida della pioggia... finché non ti si scioglieva nelle calze.
Dopo la lezione di spagnolo entrai in mensa assieme a Jessica, con circospezione. Volavano palle dappertutto. Tenevo in mano una cartellina, da
usare come scudo, se necessario. Jessica pensava stessi scherzando, ma
qualcosa nella mia espressione la trattenne dal tirarmi lei stessa una palla
addosso.
Mike ci raggiunse all'entrata, con il sorriso sulle labbra e le punte dei capelli ghiacciate. Mentre facevamo la fila per il cibo, lui e Jessica parlavano
animatamente della battaglia appena finita. La forza dell'abitudine mi fece
dare un'occhiata al solito tavolo nell'angolo. E rimasi di sasso. Erano in
cinque.
Jessica mi tirò per un braccio.
«Pronto? Bella? Tu cosa prendi?».

Fissavo il pavimento, avevo le orecchie bollenti. Ripetevo a me stessa
che non c'era motivo di sentirmi in colpa. Non avevo fatto niente di male.
«Cos'ha Bella?», chiese Mike a Jessica.
«Niente», risposi. «Oggi prendo soltanto una soda». E li raggiunsi in
fondo alla fila.
«Non hai fame?», chiese Jessica.
«A dir la verità, non mi sento tanto bene», dissi, sempre con lo sguardo
basso.
Aspettai che prendessero da mangiare e li seguii fino al tavolo, guardandomi le punte dei piedi.
Sorseggiai la soda piano piano, mi brontolava lo stomaco. Mike mi domandò due volte, inutilmente preoccupato, come stessi. Gli risposi che non
era niente, ma intanto mi chiedevo se invece non fosse il caso di andare
avanti a fingere e passare l'ora successiva in infermeria.
Ridicolo. Non dovevo mica scappare.
Decisi di concedermi uno sguardo al tavolo dei Cullen. Se avessi incrociato i suoi occhi che mi fissavano con ira, avrei saltato biologia, codarda
com'ero.
Sempre a testa bassa, sbirciai di sottecchi. Nessuno di loro era voltato
dalla mia parte. Alzai un po' la testa.
Ridevano. Edward, Jasper ed Emmett avevano i capelli pieni di neve.
Alice e Rosalie cercavano di tenersi lontane da Emmett che si scrollava la
chioma davanti a loro. Si stavano godendo la giornata come chiunque altro. Loro, però, rispetto a noi, sembravano usciti da un film.
A parte le risate e i giochi, tuttavia, c'era qualcosa di diverso, e a prima
vista non riuscii a capire cosa. Osservai Edward con più attenzione. Notai
che era meno pallido - probabilmente per reazione alla neve fredda - e le
occhiaie erano molto meno evidenti. Ma c'era qualcos'altro. Continuai a
scrutarlo, meditando e cercando di isolare ciò che era cambiato.
«Bella, cosa stai guardando?», disse Jessica interrompendo la mia riflessione e cercando di seguire il mio sguardo.
In quel preciso istante, gli occhi di Edward guizzarono come lampi e incontrarono i miei.
Chinai di colpo la testa tra le mani, lasciando che i capelli mi nascondessero il viso. Eppure, nell'istante in cui i nostri occhi si erano incrociati ero
sicura che la sua espressione non fosse dura o sprezzante, come nell'ultima
occasione in cui l'avevo visto. Sembrava soltanto curioso, e in qualche
modo insoddisfatto.

«Edward Cullen ti sta fissando», bisbigliò Jessica, con un sorrisetto.
«Non sembra arrabbiato, vero?», non potei fare a meno di chiedere.
«No», disse lei, apparentemente confusa dalla mia domanda. «Dovrebbe
esserlo?».
«Penso di non piacergli», confidai. Mi sentivo ancora le gambe molli.
Poggiai la testa sul braccio.
«Ai Cullen non piace nessuno... be', non fanno proprio granché caso agli
altri per considerarli. Ma lui continua a fissarti».
«Smettila di guardarlo», sibilai io.
A malincuore, Jessica distolse lo sguardo. Alzai la testa quel tanto che
bastava per verificarlo, pronta a usarle violenza se si fosse rifiutata.
In quel momento Mike ci interruppe, stava progettando un'epica battaglia a palle di neve nel parcheggio dopo le lezioni e voleva che ci unissimo
anche noi. Jessica accettò con entusiasmo. A giudicare da come guardava
Mike, si poteva star certi che avrebbe accettato qualsiasi invito proveniente
da lui. Io rimasi in silenzio. Mi sarebbe toccato nascondermi in palestra
finché il parcheggio non si fosse svuotato.
Per il resto del pranzo feci molta attenzione a non spostare lo sguardo
dal mio tavolo. Decisi di onorare la scommessa che avevo fatto con me
stessa. Dal momento che non si mostrava arrabbiato, non avrei saltato biologia. Il mio stomaco sobbalzò impaurito al pensiero di sedersi di nuovo
accanto a lui.
Non avevo molta voglia di farmi accompagnare in classe da Mike come
al solito - a quanto pare era uno dei bersagli preferiti dai cecchini delle palle di neve - ma all'uscita, tutti, tranne me, alzarono all'unisono un lamento
di delusione. Pioveva, e l'acqua lavava via ogni traccia di neve trasformandola in rivoli ghiacciati e trasparenti che correvano lungo il bordo del marciapiede. Io mi alzai il cappuccio, segretamente soddisfatta. Dopo la lezione di ginnastica avrei potuto tornare subito a casa.
Lungo tutto il percorso fino all'edificio 4, Mike non fece che lamentarsi.
Una volta in classe, mi accorsi con sollievo che il mio tavolo era vuoto.
Il professor Banner camminava per la stanza e distribuiva a ogni tavolo un
microscopio e una scatola di vetrini. La lezione sarebbe cominciata di lì a
qualche minuto, e nell'aula regnava un vivace chiacchiericcio. Non osavo
guardare verso la porta, e scarabocchiavo sulla copertina del quaderno.
Sentii chiaramente quando la sedia accanto alla mia si mosse, ma tenni
gli occhi ben concentrati sui miei disegni.
«Ciao», disse una voce bassa, melodiosa.

Io alzai gli occhi, sbalordita dal fatto che si stesse rivolgendo proprio a
me. Era seduto al banco il più lontano possibile, ma la seggiola era voltata
nella mia direzione. I suoi capelli erano fradici, spettinati, ma anche conciato in quel modo sembrava appena uscito dalla pubblicità di un gel. Il
suo viso splendente era amichevole, luminoso, con l'ombra di un sorriso
sulle labbra perfette. Lo sguardo però esprimeva cautela.
«Mi chiamo Edward Cullen», continuò. «La settimana scorsa non ho avuto occasione di presentarmi. Tu devi essere Bella Swan».
Mi girava la testa per la confusione. Mi ero inventata tutto? Ora era perfettamente educato. Dovevo parlargli: aspettava che lo facessi. Ma non riuscivo a pensare a niente di convenzionale da dire.
«Co... come fai a conoscere il mio nome?», balbettai.
Fece una risata leggera e ammaliante.
«Oh, penso che tutti sappiano come ti chiami. La città intera ti stava aspettando».
Feci una smorfia. Sapevo che più o meno era la verità.
«No», insistetti, come una stupida, «intendevo, come mai mi hai chiamato Bella».
Sembrò confuso. «Preferisci che ti chiami Isabella?».
«No, Bella mi piace», risposi io. «Ma Charlie - voglio dire, mio padre quando parla di me credo mi chiami Isabella: a quanto pare qui tutti mi conoscono con quel nome». Cercavo di spiegarmi, ma mi sentivo una perfetta cretina.
«Ah». Lasciò cadere il discorso. Io distolsi lo sguardo, goffamente.
Grazie al cielo il professor Banner iniziò la lezione proprio in quel momento. Cercai di concentrarmi, mentre spiegava l'esperimento del giorno. I
vetrini erano in ordine sparso. Lavorando a coppie, dovevamo separare ed
etichettare epitelio di cipolla in base alla fase di mitosi in cui si trovavano.
Senza usare libri. Avevamo venti minuti di tempo.
«Iniziate pure», disse il professore.
«Prima le donne, collega?», mi chiese Edward. Alzai lo sguardo e vidi
un sorriso beffardo tanto bello da catturarmi come un'idiota.
«Se vuoi comincio io». Il sorriso si spense; evidentemente si stava chiedendo se fossi nelle mie piene facoltà mentali.
«No, faccio io», risposi rossa di vergogna.
Volevo pavoneggiarmi, almeno un po'. Avevo già fatto quell'esperimento e sapevo cosa cercare. Sarebbe stato facile. Sistemai il primo
vetrino sotto il microscopio e in un baleno misi a fuoco l'ingranditore. Per

qualche istante studiai il reperto.
Ero sicura della mia analisi. «Profase».
«Ti dispiace se do un'occhiata?», chiese lui, intanto che rimuovevo il vetrino dal microscopio. Mentre parlava, mi prese la mano per fermarmi. Le
sue dita erano fredde come il ghiaccio, come se prima di entrare in classe
le avesse tenute dentro un cumulo di neve. Ma non fu per quello che mi
staccai subito dalla sua presa. Quando mi aveva toccato, avevo sentito
quasi una fitta alla mano, come fossimo stati percorsi da una scintilla di
corrente elettrica.
«Scusa», mormorò, ritirando immediatamente la mano. Però rimase piegato sul microscopio. Lo guardai, ancora scossa, mentre esaminava il vetrino, più velocemente di me.
«Profase», concordò, e lo scrisse in bella grafia nella prima casella del
nostro foglio di lavoro. Estrasse subito il secondo reperto e gli diede uno
sguardo distratto.
«Anafase», mormorò, scrivendolo immediatamente.
Io feci l'indifferente. «Posso?».
Con un sorrisetto mi passò il microscopio.
Guardai nel mirino con impazienza e restai delusa. Maledizione, aveva
indovinato.
«Numero tre?», allungai una mano senza guardarlo.
Mi diede il vetrino. Sembrava attento a non sfiorare di nuovo la mia pelle.
Ci gettai un rapido sguardo, più frettoloso che potei.
«Interfase». Gli passai il microscopio ancora prima che potesse chiedermelo. Lui diede un'occhiata svelta e scrisse ciò che avevo detto. Avrei
potuto annotarlo anch'io, ma la sua grafia nitida, elegante, mi intimidiva.
Non volevo rovinare la pagina con i miei scarabocchi maldestri.
Terminammo molto prima di tutti gli altri. Mike e la sua compagna non
facevano che confrontare due vetrini, e un'altra coppia teneva il libro aperto sotto il tavolo.
Perciò non mi restava altro da fare che tentare di non guardarlo... senza
riuscirci. Alzai gli occhi e c'era lui a fissarmi, con quella solita aria di inspiegabile frustrazione. All'improvviso capii quale fosse la leggera differenza che avevo percepito nel suo viso.
«Porti le lenti a contatto?», mi uscì di bocca, senza pensarci.
Lui sembrò spiazzato dalla mia domanda inaspettata. «No».
«Oh. Mi sembrava di avere notato qualcosa di diverso nei tuoi occhi».

Si strinse nelle spalle e guardò altrove.
A dire la verità, ero sicura che ci fosse qualcosa di diverso. Avevo un ricordo molto vivo dell'ultima volta che mi aveva fulminata con lo sguardo,
con quel nero cupo che spiccava sullo sfondo del suo colorito pallido e dei
capelli ramati. Oggi la tonalità era completamente diversa: uno strano ocra
più scuro di una caramella ma con i riflessi dorati. Non capivo come fosse
possibile, a meno che per qualche motivo non mi avesse mentito sulle lenti
a contatto. Oppure Forks mi stava letteralmente facendo impazzire.
Abbassai lo sguardo. Di nuovo teneva i pugni serrati.
Allora il professor Banner si avvicinò al nostro tavolo a chiederci perché
non stessimo lavorando. Dalle nostre spalle lanciò un'occhiata alla tabella
completata, poi iniziò a controllare con attenzione le risposte una per una.
«Scusa, Edward, perché non hai lasciato usare il microscopio anche a Isabella?», chiese il professor Banner.
«Bella», corresse lui, automaticamente. «A dire la verità, è stata lei a identificarne tre su cinque».
Ora il professor Banner guardava me, con espressione scettica.
«Hai già fatto prima questo esperimento?», chiese.
Io feci un sorriso timido. «Non con radici di cipolla».
«Embrioni di coregone?».
«Sì».
Il professor Banner fece un cenno d'assenso. «A Phoenix frequentavi le
lezioni del programma avanzato?».
«Sì».
«Bene», aggiunse, dopo un istante, «penso sia il caso che voi due lavoriate assieme». Bofonchiò qualcos'altro mentre si allontanava. Quando se
ne fu andato, ricominciai a scarabocchiare sul quaderno.
«Peccato per la neve, eh?», chiese Edward. Avevo la sensazione che si
sentisse in dovere di parlare con me. La paranoia mi assalì di nuovo. Era
come se avesse ascoltato la mia conversazione con Jessica, a pranzo, e volesse dimostrarmi che sbagliavo.
«Non direi». Risposi con sincerità, anziché fingere di essere normale,
come tutti gli altri. Ero ancora impegnata a liberarmi di quella stupida sensazione di sospetto e non riuscivo a concentrarmi.
«Il freddo non ti piace». Non era una domanda.
«Neanche l'umido».
«Per te dev'essere difficile vivere a Forks», concluse.
«Non lo immagini neppure», mormorai, cupa.

Sembrava affascinato dalle mie parole, ma il motivo mi sfuggiva. Il suo
viso mi distraeva così tanto che cercavo di non fissarlo più di quanto mi
imponessero le buone maniere.
«Ma allora, perché sei venuta qui?».
Nessuno me l'aveva mai chiesto, non in maniera così diretta.
«È... una storia complicata».
«Penso di poterla capire», insistette.
Feci una lunga pausa, poi commisi l'errore di incrociare di nuovo il suo
sguardo. I suoi occhi d'oro mi confondevano, e risposi senza pensarci.
«Mia madre si è risposata», dissi.
«Non sembra così complicato», ribatté lui, ma si fece improvvisamente
comprensivo. «Quando è stato?».
«Settembre». La mia voce suonò triste anche alle mie orecchie.
«E lui non ti piace», dedusse Edward, ancora con un tono gentile.
«No, Phil va bene. Forse troppo giovane, ma un bel tipo».
«Perché non sei rimasta con loro?».
Non riuscivo a capire il motivo del suo interessamento, ma continuava a
fissarmi con quello sguardo penetrante, quasi che la banale storia della mia
vita fosse una questione di importanza capitale.
«Phil viaggia molto. Gioca a baseball. È un professionista». Feci un
mezzo sorriso.
«Lo conosco?», chiese, sorridendo anche lui.
«Probabilmente no. Non è un bravo professionista. Solo serie minori.
Cambia squadra di continuo».
«E tua madre ti ha spedita qui per poterlo seguire». Nemmeno questa
suonava come una domanda, sembrava più una conclusione.
Ebbi un invisibile fremito. «No, non è stata lei a spedirmi qui. Sono stata
io».
Aggrottò le sopracciglia. «Non capisco», ammise, e ne sembrava fin
troppo preoccupato.
Tirai un sospiro. Perché gli stavo raccontando i fatti miei? Lui continuava a scrutarmi con ovvia curiosità.
«All'inizio è rimasta con me, ma lui le mancava. Era infelice... perciò ho
deciso che era il caso di passare un po' di tempo in famiglia con Charlie».
Nel dire questo la mia voce si era fatta cupa e triste.
«Ma ora sei infelice tu», suggerì lui.
«E...?», obiettai a mo' di sfida.
«Non mi sembra giusto». Si strinse nelle spalle, i suoi occhi però erano

sempre intensi.
Abbozzai una risata, ma non ero divertita. «Non te l'hanno ancora detto?
La vita non è giusta».
«Penso di averla già sentita», rispose laconico.
«E questo è tutto». Chissà perché mi stava ancora fissando in quel modo.
Prese a studiarmi, stava facendo le sue valutazioni. «Dai buona mostra
di te», disse, lentamente. «Ma sono pronto a scommettere che soffri molto
più di quanto dai a vedere».
Storsi la bocca, resistendo a malapena all'istinto di tirare fuori la lingua
come una bambina di cinque anni, e distolsi lo sguardo.
«Mi sbaglio?».
Cercai di ignorarlo.
«Io credo di no», ribadì, sfacciato.
«Perché ti dovrebbe interessare?», chiesi, irritata. Evitavo di guardarlo,
seguivo il professore che girava tra i banchi.
«Questa è una domanda molto sensata», bofonchiò, così piano che pensai parlasse tra sé e sé. In ogni caso, dopo qualche secondo di silenzio, capii che non sarebbe andato oltre quella risposta.
Sospirai, imbronciata, guardando la lavagna.
«Ti do fastidio?», chiese. Sembrava divertito.
Mi voltai verso di lui senza pensare... e gli dissi di nuovo la verità. «Non
esattamente. Sono io stessa a darmi fastidio. Il mio volto è così facile da
leggere... mia madre dice sempre che sono un libro aperto». Aggrottai le
sopracciglia.
«Al contrario, per me tu sei molto difficile da leggere». Malgrado tutto
ciò che gli avevo detto e che lui aveva intuito, sembrava sincero.
«Devi essere un bravo lettore, allora», replicai.
«Di solito sì». Si illuminò di un gran sorriso, sfoggiando una schiera di
denti perfetti e bianchissimi.
Il professor Banner riportò la classe all'ordine, e io mi disposi ad ascoltarlo con sollievo. Non riuscivo a credere di avere appena raccontato tutta
la mia vita desolata a questo ragazzo bizzarro e bellissimo, che forse mi
odiava, o forse no. Mi era sembrato molto preso dalla conversazione, ma
ora, con la coda dell'occhio, lo vedevo arretrare di nuovo, le mani serrate
sul bordo del tavolo, in palese tensione.
Finsi di stare attenta, mentre il professore illustrava con le diapositive
ciò che avevo appena visto senza problemi attraverso il microscopio. Ma i
miei pensieri erano ingestibili.

Quando infine la campanella suonò, Edward scivolò via dall'aula con la
stessa velocità e grazia del lunedì precedente. Io, come la settimana prima,
rimasi a occhi sgranati per lo stupore.
Mike si presentò subito al mio fianco e mi aiutò a portare i libri. Me lo
immaginavo scodinzolante.
«Terribile», disse con un lamento. «Sembravano tutti identici. Sei stata
fortunata a lavorare assieme a Cullen».
«Non ci ho trovato niente di difficile», risposi, punta dalla sua osservazione. Ma me ne pentii all'istante. «Era un esperimento che ho già fatto»,
aggiunsi, prima che potesse aversene a male.
«Oggi Cullen sembrava piuttosto amichevole», commentò, mentre ci
stringevamo nelle giacche a vento. Non ne sembrava tanto contento.
Cercai di fare l'indifferente. «Chissà cosa gli era preso lunedì scorso».
Andando in palestra non riuscii a concentrarmi sul suo chiacchiericcio, e
non prestai attenzione nemmeno alla lezione di ginnastica. Quel giorno ero
in squadra con Mike. Molto cavallerescamente difese la sua zona e la mia,
perciò potevo andare tranquilla a farfalle, eccetto nei miei turni di battuta. I
miei compagni si riparavano ogni volta che toccava a me.
Quando uscii nel parcheggio, la pioggia era diventata solo una nebbiolina, ma nonostante tutto mi sentii davvero bene soltanto all'asciutto nel mio
pick-up. Accesi il riscaldamento e per una volta non mi preoccupai del
rombo rintronante del motore. Mi slacciai la giacca a vento, mi liberai dal
cappuccio e scossi i capelli umidi perché si potessero asciugare con la ventola nel tragitto verso casa.
Mi guardai attorno per controllare che non ci fossero altre auto. Fu in
quel momento che notai una sagoma bianca, immobile. Edward Cullen era
appoggiato alla portiera anteriore della Volvo, a tre auto di distanza dalla
mia, e guardava fisso verso di me. Distolsi lo sguardo alla svelta, ingranai
la retromarcia, e poco ci mancava che per la fretta colpissi in pieno la Toyota Corolla che mi seguiva. Fortunatamente per la Toyota, feci in tempo a
inchiodare. Quello era esattamente il tipo di auto che il mio pick-up avrebbe trasformato in una palla di lamiera. Feci un respiro profondo, guardai di
nuovo dal lato opposto della mia macchina, e con cautela iniziai a muovermi, questa volta senza fare danni. Passando davanti alla Volvo cercai di
fissare soltanto la strada, ma con una sbirciatila laterale vidi Edward e - sarei pronta a giurarlo - rideva.
3

Fenomeno
Il giorno dopo, al mio risveglio, qualcosa era cambiato.
Era la luce. Era sempre del consueto grigioverde, come in una foresta
sotto il cielo coperto, ma appariva più limpida del solito. Fuori dalla finestra non c'era il velo di nebbia a cui mi ero abituata.
Saltai giù dal letto per controllare, e grugnii, disgustata.
Il cortile era ricoperto da un sottile strato di neve, di cui era anche spolverato il tetto del pick-up e imbiancata la strada. Ma c'era di peggio. La
pioggia del giorno prima si era ghiacciata, disegnava ghirigori fantasiosi e
splendenti tra gli aghi dei pini e aveva trasformato il vialetto in un lastrone
mortale. Avevo già i miei problemi di stabilità sull'asciutto: forse, per la
mia incolumità, sarebbe stato meglio tornare subito a letto.
Charlie uscì prima che io scendessi al piano di sotto. Per molti versi, vivere con mio padre era come avere una casa tutta mia e, lungi dal sentirmi
abbandonata, mi godevo quelle occasioni di solitudine.
Divorai qualche cucchiaiata di cereali e un po' di succo d'arancia direttamente dal cartone. Ero eccitata all'idea di andare a scuola e la cosa mi
spaventava. Sapevo bene che il merito non era dell'ambiente educativo
stimolante o dei miei nuovi amici. Inutile raccontarsi storie, ero in agitazione perché sapevo che avrei incontrato Edward Cullen. E ciò era molto,
molto stupido.
Dopo tutto il mio blaterare insensato e imbarazzante del giorno prima,
sarebbe stato il caso di girargli alla larga. Ed ero ancora piuttosto diffidente: che senso aveva mentire sul colore degli occhi? Continuavo a temere
un'ostilità che talvolta mi pareva ancora di cogliere in lui, e mi bastava anche solo immaginare il suo viso perfetto perché mi si annodasse la lingua.
Ero perfettamente consapevole che apparteneva a un'altra categoria, irraggiungibile. Perciò tutta quell'impazienza di vederlo era immotivata.
Ci volle tutta la concentrazione di cui ero capace per arrivare viva alla
fine del vialetto ghiacciato. Rischiai di perdere l'equilibrio quando ormai
avevo raggiunto il pick-up, ma mi aggrappai allo specchietto, e fui salva.
Non avevo dubbi, quel giorno sarebbe stato un incubo.
Guidando verso la scuola, cercai di non pensare alla paura di cadere e di
non fare involontarie speculazioni su Edward Cullen, e mi concentrai su
Mike ed Eric e sul modo nuovo in cui i ragazzi qui a Forks reagivano alla
mia presenza. Ero certa di non essere minimamente cambiata, rispetto a
Phoenix. Forse dipendeva soltanto dal fatto che a casa i miei coetanei mi

avevano vista attraversare lentamente le fasi più impacciate dell'adolescenza e mi giudicavano ancora una ragazzina. Forse qui ero soltanto una novità, in un luogo in cui le novità erano poche e rare. Poteva anche darsi che
la mia rovinosa goffaggine apparisse tenera, anziché patetica, e mi facesse
vestire i panni della damigella bisognosa d'aiuto. Qualunque fosse il motivo, il comportamento da cagnolino di Mike e l'apparente rivalità di Eric
nei suoi confronti mi sconcertavano un po'. Tutto sommato, non ero sicura
che non fosse meglio essere ignorata.
Il pick-up non sembrava avere alcun problema di tenuta sopra il ghiaccio
scuro che copriva le strade. In ogni caso, guidavo molto lentamente, non
mi andava di seminare distruzione sfrecciando attraverso Main Street.
Giunta a scuola, e scesa dal mezzo, capii perché il viaggio era stato così
semplice. Fui incuriosita da qualcosa di argentato e mi avvicinai al retro
del pick-up - ancorandomi per bene alla carrozzeria - per controllare gli
pneumatici. Erano avvolti da catenelle sottili, intrecciate a forma di rombo.
Charlie si era alzato chissà a che ora per montarle. Sentii un nodo alla gola.
Non ero abituata ad avere accanto qualcuno che si prendesse cura di me, e
la cortesia silenziosa di Charlie mi colse di sorpresa.
Impalata accanto al faro posteriore del pick-up, mi sforzavo di ricacciare
indietro l'ondata improvvisa di emozioni provocata dalle catene. Fu in quel
momento che sentii un rumore strano.
Era un fischio acuto, una frenata, sempre più vicina e inquietante. Alzai
gli occhi, sbigottita.
Vidi parecchie cose contemporaneamente. Non era un film, perciò niente
rallentatore. Anzi, la vampata di adrenalina accelerò l'attività del mio cervello e mi trovai a recepire con chiarezza molti dettagli in un colpo solo.
Edward Cullen, a quattro auto di distanza da me, mi fissava terrorizzato.
Il suo viso emergeva da un mare di altri volti, immobilizzati nella stessa
maschera di terrore. Ma l'elemento più importante era il furgoncino blu
scuro che sbandava, le ruote bloccate e stridenti, una trottola impazzita nel
parcheggio ghiacciato. Stava per schiantarsi contro il retro del mio pickup, di fronte al quale c'ero io. Non ebbi nemmeno il tempo di chiudere gli
occhi.
Un istante prima che potessi sentire il fragore del furgoncino che si accartocciava sul cassone del pick-up, qualcosa mi colpì, forte, ma il colpo
non giunse da dove me lo aspettavo. Sbattei la testa contro il fondo stradale ghiacciato e sentii qualcosa di duro e freddo che mi teneva giù. Ero
sdraiata sull'asfalto, dietro l'auto scura accanto alla quale avevo parcheg-

giato. Non potevo scorgere altro, perché la corsa del furgoncino non era
ancora finita. Aveva strusciato girandosi contro la coda del mio mezzo con
una derapata, continuando a slittare in testacoda, e stava per investirmi di
nuovo.
Sentii mormorare un'imprecazione e mi accorsi che accanto a me c'era
qualcuno, una voce inconfondibile. Due mani affusolate e bianche mi si
pararono di fronte per proteggermi, e il furgone si arrestò di colpo a una
spanna dal mio volto. Le grandi mani erano affondate nella carrozzeria,
dentro una provvidenziale, profonda ammaccatura del furgone.
Poi agirono così velocemente da diventare invisibili. Una fece presa in
un istante sotto il furgoncino, e qualcosa mi trascinò, inerme come una
bambola, girandomi per le gambe e facendomele sbattere contro una ruota
dell'auto scura. Fui assordata da un lancinante rumore metallico, e il furgoncino, con il vetro sbriciolato, si piantò sull'asfalto, esattamente nel punto in cui, fino a un secondo prima, si trovavano le mie gambe.
Per un interminabile istante il silenzio fu assoluto, poi iniziarono le urla.
In quel pandemonio, sentivo gridare il mio nome dappertutto. Ma nitida in
mezzo al frastuono, vicina al mio orecchio, udii la voce bassa e affannata
di Edward Cullen.
«Bella? Tutto a posto?».
«Sto bene». La mia voce suonava strana. Cercai di sedermi, e mi accorsi
che mi teneva stretta contro il suo fianco, con una presa ferrea.
«Attenta», mi avvertì, mentre cercavo di liberarmi. «Mi sa che hai preso
una bella botta in testa».
In quel momento mi accorsi della dolorosa pulsazione sopra l'orecchio
sinistro.
«Ahi», dissi, sorpresa.
«Come pensavo». Incredibilmente, sembrava che stesse trattenendo una
risata.
«Come diavolo...». Mi ritrassi da lui, per tentare di schiarirmi le idee e
riprendere il contegno. «Come hai fatto ad arrivare così in fretta?».
«Ero qui accanto a te, Bella», rispose lui, serio.
Cercai di sedermi, e mi lasciò fare, mollando la presa attorno alla mia vita e allontanandomi quanto poteva, nello spazio angusto tra l'auto e il furgone. Osservai la sua espressione preoccupata, innocente, e per l'ennesima
volta fui disorientata dall'intensità dei suoi occhi dorati. Cosa gli stavo
chiedendo?
Infine ci trovarono, una folla di persone con le lacrime agli occhi, che

urlavano verso di noi e si urlavano a vicenda.
«Non muovetevi», ci ingiunse qualcuno.
«Tirate fuori Tyler dal furgone!», gridò qualcun altro. Il movimento attorno a noi era frenetico. Cercai di alzarmi, ma la mano fredda di Edward
mi tenne per una spalla e mi ricacciò giù.
«Per adesso resta qui».
«Ma fa freddo!», mi lagnai. Fui sorpresa nel sentirlo sogghignare. Suonava sarcastico.
«Tu stavi laggiù», ricordai all'improvviso, e la sua risatina si interruppe.
«Eri accanto alla tua macchina».
Il suo volto si indurì. «Invece no».
«Ti ho visto». Attorno a noi c'era il caos. Sentivo le voci più roche degli
adulti giungere sul luogo dell'incidente. Eppure mi ostinai a non lasciar cadere il discorso: avevo ragione io, e l'avrei costretto ad ammetterlo.
«Bella, ero qui accanto a te e ti ho spinta via appena in tempo». Scatenò
tutta la potenza devastante del suo sguardo, come se volesse comunicarmi
qualcosa di fondamentale.
«Invece no».
L'oro dei suoi occhi era fiammeggiante. «Per favore, Bella».
«Perché?».
«Fidati», mi pregò lui, sopraffacendomi con la sua voce dolce.
Ora si sentivano anche le sirene.
«Prometti che poi mi spiegherai tutto?».
«Promesso», concluse lui, esasperato.
«Promesso», ribadii, arrabbiata.
Ci vollero sei infermieri e due insegnanti - Varner di trigonometria e
Clapp di ginnastica - per spostare il furgoncino abbastanza da far passare
le barelle fino a noi. Edward rifiutò con decisione di salirci, io tentai di imitarlo, ma il traditore disse loro che avevo battuto la testa e che potevo
aver subito una commozione cerebrale. Quasi morii di umiliazione, quando mi fecero indossare il collarino. Sembrava che tutta la scuola si fosse
radunata lì per osservarmi, senza fare una piega, mentre mi caricavano sull'ambulanza. Edward si sedette davanti, al posto del passeggero. La situazione era pazzesca.
Tanto per peggiorare le cose, prima che l'ambulanza partisse arrivò anche l'ispettore capo Swan.
«Bella!», urlò, preso dal panico, quando mi riconobbe sdraiata sulla barella.

«Sto benissimo, Char... papà», sospirai io. «Niente di rotto».
Chiese conferma all'infermiere più vicino. Non facevo più caso a lui, ripensavo alle immagini inspiegabili che mi ribollivano caoticamente nella
testa. Quando mi avevano sollevata e allontanata dall'auto, avevo visto
l'ammaccatura profonda sul paraurti del furgoncino: un'impronta molto definita che combaciava con il profilo delle spalle di Edward... come se si
fosse lanciato lui contro il mezzo, con tanta violenza da danneggiare la
sbarra di metallo.
Poi vidi i suoi fratelli che osservavano la scena da lontano: alcuni sembravano infuriati, altri scuotevano il capo, ma nessuno di loro sembrava
minimamente preoccupato per la salute del fratello.
Cercavo una spiegazione logica per ciò che avevo appena visto, una soluzione con cui convincermi di non essere pazza.
Ovviamente, l'ambulanza fu scortata dalla polizia lungo il tragitto verso
l'ospedale. Mentre mi scaricavano, mi sentii ridicola dal primo all'ultimo
istante. Edward, invece, semplicemente si dileguò oltre l'entrata dell'ospedale con le proprie forze. Io digrignavo i denti dalla rabbia.
Mi ricoverarono nella lunga corsia del pronto soccorso, con tanti letti in
fila separati da tendine color pastello. Un'infermiera mi misurò la pressione e la febbre. Dato che nessuno si era preoccupato di abbassare la mia
tendina per concedermi un po' di privacy, decisi che non ero obbligata a
indossare il collarino come una stupida. Appena l'infermiera si fu allontanata, strappai il velcro e gettai l'arnese sotto il letto.
Ricominciò il viavai di infermieri, che sistemarono un altro ferito nel letto accanto al mio. Riconobbi Tyler Crowley, del mio stesso corso di educazione civica, nonostante la stretta fasciatura sporca di sangue che gli avvolgeva la testa. Stava cento volte peggio di me. Ma mi fissava, ansioso.
«Bella, non sai quanto mi dispiace!».
«È tutto a posto, Tyler. Tu sembri davvero malridotto, sicuro di star bene?». Mentre parlavamo, le infermiere cominciarono a sciogliergli il bendaggio, scoprendo una miriade di escoriazioni sulla fronte e sulla guancia
sinistra.
Non rispose. «Ho avuto paura di ucciderti! Andavo troppo veloce, e ho
preso una lastra di ghiaccio...». Fece una smorfia di dolore, quando rinfermiera iniziò a strofinargli la faccia.
«Non preoccuparti, mi hai mancata».
«Come hai fatto a spostarti così in fretta? Ti ho vista, e un istante dopo
eri sparita...».

«Ehm... è stato Edward a spingermi via».
Sembrava stupito. «Chi?».
«Edward Cullen. Era lì accanto a me». Mentire non era mai stata la mia
specialità: non ero stata affatto convincente.
«Cullen? Non l'ho visto... Dio, forse perché è successo tutto talmente in
fretta. Lui sta bene?».
«Penso di sì. È qui anche lui, non so dove. Ma non l'hanno nemmeno
portato in barella».
Ero sicura di non essere pazza. Cos'era successo? Spiegare quel che avevo visto era letteralmente impossibile.
Mi sistemarono su una sedia a rotelle e mi portarono via per farmi una
radiografia alla testa. Insistevo a dire che non c'era niente di rotto, e avevo
ragione. Nemmeno una piccola commozione. Chiesi di andarmene subito,
ma l'infermiera rispose che prima dovevo parlare con un dottore. Perciò,
eccomi imprigionata dentro il pronto soccorso, impaziente, assillata dalle
continue scuse di Tyler e dalle sue promesse di risarcimento. Non c'era
verso: malgrado i miei continui tentativi di convincerlo che stavo bene, si
tormentava da solo. Alla fine chiusi gli occhi e lo ignorai. Lui continuava a
borbottare in preda al rimorso.
«Dorme?», chiese una voce melodiosa. Aprii immediatamente gli occhi.
Ai piedi del mio letto c'era Edward, l'ombra di un sorriso sulle labbra.
Lo fulminai. Non fu facile, il primo impulso era di fargli gli occhi dolci.
«Ehi, Edward, mi dispiace tanto...», attaccò Tyler.
Edward lo mise a tacere con un gesto.
«Niente sangue, niente danno», rispose, mostrando un sorriso smagliante. Si mise a sedere sul bordo del letto di Tyler, voltato verso di me. Ancora quel sorriso furbesco.
«Allora, qual è il verdetto?», chiese.
«Non mi sono fatta neanche un graffio, ma non vogliono lasciarmi tornare a casa», risposi io. «Com'è che tu non sei legato a una barella come
noi?».
«Tutto merito di chi sai tu», rispose. «Ma non preoccuparti, sono venuto
a liberarti».
Poi sbucò un dottore, e rimasi a bocca aperta. Era giovane, era biondo...
ed era più bello di qualsiasi divo del cinema. Però era pallido, con l'aria
stanca e le occhiaie marcate. A giudicare dalla descrizione di Charlie, doveva trattarsi del padre di Edward.
«E allora, signorina Swan», disse il dottor Cullen con un tono di voce

decisamente attraente, «come stiamo?».
«Bene». Sperai di non doverlo ripetere più.
Accese il pannello luminoso sul muro sopra la mia testa.
«Le radiografie sono buone», disse. «Ti fa male la testa? Edward dice
che hai preso un brutto colpo».
«Sto bene», ribadii con un sospiro, lanciando un'occhiataccia verso Edward.
Le dita fredde del dottore mi massaggiavano piano il cranio. Quando
sobbalzai lui se ne accorse.
«Sensibile?», chiese.
«No, davvero». Sarebbe stato peggio.
Senti sogghignare, e alzai gli occhi verso il sorriso malizioso di Edward.
Lo fulminai.
«Bene, tuo padre è in sala d'attesa, puoi farti riaccompagnare a casa. Se
hai capogiri o problemi di vista, però, torna subito».
«Posso andare a scuola?», chiesi, immaginando di dover subire le attenzioni di Charlie.
«Forse per oggi dovresti stare tranquilla».
Feci un cenno verso Edward. «Lui invece può tornare?».
«Qualcuno dovrà pur diffondere la notizia che siamo sopravvissuti,
no?», rispose il ragazzo, compiaciuto.
«A dir la verità», lo corresse il dottor Cullen, «sembra che metà istituto
sia in sala d'attesa».
«Oh, no», esclamai, nascondendomi il viso tra le mani.
Il dottor Cullen alzò le sopracciglia. «Vuoi restare?».
«No, no!», insistetti, balzando giù dal letto alla svelta. Troppo alla svelta: inciampai, e il dottor Cullen mi afferrrò. Parve preoccupato.
«Sto bene», lo rassicurai. Era inutile informarlo che i miei problemi di
equilibrio non avevano nulla a che fare con la botta in testa.
«Prendi dell'aspirina contro il dolore», suggerì, mentre mi aiutava ad alzarmi.
«Non fa così male».
«A quanto pare sei stata davvero molto fortunata», disse il dottor Cullen,
sorridendo, mentre firmava le mie carte con uno svolazzo.
«Fortunata perché Edward si trovava lì accanto a me», aggiunsi, con un'occhiata fredda all'interessato.
«Oh certo, sì», concordò il padre, improvvisamente concentrato sui moduli che aveva davanti. Poi si rivolse altrove, diede un'occhiata a Tyler e si

avvicinò al suo letto. Era un indizio preciso: il dottore la sapeva lunga.
«Purtroppo, tu dovrai restare qui un po' più a lungo», disse a Tyler, e iniziò a controllare i suoi tagli.
Appena il dottore ebbe girato le spalle, mi accostai a Edward.
«Hai un minuto? Ho bisogno di parlarti». Lui fece un passo indietro, irrigidendo il volto.
«Tuo padre ti aspetta», disse tra i denti.
Io lanciai uno sguardo verso il dottor Cullen e Tyler.
«Vorrei parlare con te, da soli, se non è un problema», incalzai.
Allargò le braccia, poi mi voltò le spalle e si diresse con lunghe falcate
dall'altra parte dello stanzone. Quasi mi toccava correre per tenere il suo
passo. Non appena girammo l'angolo che dava su un breve corridoio, si
volse verso di me.
«Cosa vuoi?», chiese, con tono irritato. Lo sguardo era freddo.
Quell'aria ostile mi intimidiva. Parlai con molta meno decisione di quanto desiderassi. «Mi devi una spiegazione», gli ricordai.
«Ti ho salvato la vita. Non ti devo niente».
Arretrai davanti al risentimento che trapelava dalla sua voce. «L'hai
promesso».
«Bella, hai battuto la testa, non sai quello che dici». Mi stava provocando.
A quel punto persi le staffe, e gli lanciai un'occhiata spavalda. «La mia
testa non ha un graffio».
Lui mi restituì l'occhiata. «Cosa vuoi da me, Bella?».
«Voglio la verità. Voglio sapere perché ti sto coprendo».
«Secondo te, cos'è successo?», sbottò lui.
Non riuscii a trattenermi.
«Quello che so è che eri tutt'altro che vicino a me. Neanche Tyler ti ha
visto, perciò non dirmi che ho battuto la testa. Quel furgoncino stava per
schiacciarci entrambi, invece non l'ha fatto, e con le mani hai lasciato un'ammaccatura sulla fiancata sinistra - e hai lasciato un bozzo anche sull'altra auto, senza farti niente - e il furgone stava per spaccarmi le gambe,
ma l'hai alzato e trattenuto...». Mi resi conto di quanto suonasse assurdo, e
non riuscii a continuare. Ero talmente infuriata che ero sul punto di piangere; serrai i denti per lo sforzo di trattenere le lacrime.
Lui mi fissava, incredulo e rigido. Stava sulla difensiva.
«Pensi che abbia sollevato un furgoncino per salvarti?». Il tono di voce
voleva mettere in dubbio che fossi sana di mente, ma non fece altro che in-

sospettirmi di più. Sembrava una battuta recitata alla perfezione da un attore esperto.
Mi limitai ad annuire, a denti stretti.
«Non ci crederà nessuno, lo sai». Adesso pareva che volesse deridermi.
«Non lo dirò a nessuno». Controllai la rabbia e pronunciai ogni parola
lentamente.
Sembrò ancora più sorpreso. «E allora, che importa?».
«Importa a me», insistetti. «Non mi piace mentire; perciò, se lo faccio,
dev'esserci un buon motivo».
«Non puoi limitarti a ringraziarmi e lasciar perdere?».
«Grazie». Ma non mi davo per vinta: aspettavo, infuriata e impaziente.
«Immagino che tu non intenda lasciar perdere».
«No».
«In tal caso... spero che tu sopporti di buon grado la delusione».
Ci guardavamo in cagnesco, muti. Parlai per prima, sforzandomi di mantenere la concentrazione. Correvo il rischio di lasciarmi distrarre dal suo
volto glorioso e livido. Era come tentare di vincere lo sguardo di un angelo
vendicatore.
«Perché ti sei preso il disturbo di salvarmi?», chiesi, con grande freddezza.
Lui esitò, e per un istante su quel volto meraviglioso vidi un'inattesa
vulnerabilità.
«Non lo so», disse, a mezza voce.
Poi mi voltò le spalle e se ne andò.
Ero talmente arrabbiata che per qualche minuto non riuscii a muovermi.
Quando fui in grado di camminare, imboccai a passi lenti il corridoio che
portava all'uscita.
La sala d'attesa era ancora più sgradevole di quanto temessi. Sembrava
che chiunque avessi mai intravisto a Forks fosse lì a osservarmi. Charlie
mi corse incontro. Alzai le mani.
«Non mi sono fatta niente», gli dissi burbera, per rassicurarlo. Mi sentivo ancora esasperata, non ero dell'umore giusto per le chiacchiere.
«Cos'ha detto il dottore?».
«Il dottor Cullen mi ha visitata, ha detto che sto bene e che posso tornare
a casa». Sospirai. Mike, Jessica ed Eric erano tutti lì e si stavano avvicinando. «Dai, andiamocene», lo sospinsi.
Charlie mi mise un braccio attorno alle spalle, senza toccarmi davvero, e
mi guidò verso le porte a vetri dell'uscita. Io salutai con un gesto imbaraz-

zato i miei amici, sperando di riuscire a suggerirgli che non era il caso di
preoccuparsi. Salire sull'auto della polizia fu davvero - per la prima volta
in assoluto nella mia vita - un gran sollievo.
Restammo in silenzio. Ero talmente presa dai miei pensieri che a malapena mi accorgevo della presenza di Charlie. Ero sicura che il comportamento di Edward in ospedale, così sulla difensiva, fosse una conferma delle cose bizzarre che ancora non riuscivo quasi a credere di aver visto.
Alla fine, giunti a casa, Charlie parlò.
«Ehm... forse è il caso che tu chiami Renée». Chinò la testa, con aria
colpevole.
Rimasi sgomenta. «L'hai detto alla mamma!».
«Scusami».
Scesi dall'auto sbattendo la portiera con più foga del necessario.
Ovviamente mia madre era in piena crisi isterica. Mi toccò ripeterle che
stavo bene almeno trenta volte, prima che si calmasse. Mi implorò di tornare a casa - dimenticandosi che al momento casa nostra era disabitata ma resistere a quelle suppliche fu più facile del previsto. Ero tormentata
dai misteri irrisolti di Edward. E un po' più che ossessionata da Edward
stesso. Stupida, stupida, stupida. Non ero più impaziente di fuggire da
Forks come avrei dovuto, come qualunque persona normale, e sana, avrebbe dovuto.
Quella sera, decisi che tanto valeva andare a letto presto. Charlie continuava a osservarmi con aria ansiosa, il che mi dava sui nervi. Prima di entrare in camera passai dal bagno a prendere tre pillole di aspirina. Mi aiutarono, in effetti, e come il dolore si alleviò mi abbandonai al sonno.
Quella notte, per la prima volta, sognai Edward Cullen.
4
Inviti
Nel sogno era buio pesto, e l'unica luce fioca sembrava irradiarsi dalla
pelle di Edward. Il volto non lo vedevo, mi dava le spalle e si allontanava
da me, lasciandomi nell'oscurità. Per quanto veloce corressi, non riuscivo a
raggiungerlo; per quanto lo chiamassi urlando, non si voltava. Mi svegliai
nel cuore della notte, in ansia, e per un tempo che mi parve interminabile
non riuscii a riprendere sonno. Dopo quella volta, lo sognai quasi tutte le
notti, ma restava sempre irraggiungibile, ai margini.
Il mese successivo all'incidente fu difficile, pieno di tensione e, sulle

prime, imbarazzante.
Purtroppo per me, durante tutta la settimana successiva mi ritrovai al
centro dell'attenzione. Tyler Crowley era insopportabile, mi seguiva ovunque, ossessionato dal desiderio di farsi perdonare. Cercai di convincerlo
che la cosa migliore che potesse fare per me era dimenticare tutto - specialmente perché ero rimasta illesa - ma lui non si dava per vinto. Mi seguiva tra una lezione e l'altra, e a pranzo sedeva al mio stesso tavolo, ormai
sempre affollato. Mike ed Eric, che tra loro andavano tutt'altro che d'amore
e d'accordo, con lui erano ancor meno amichevoli, il che mi fece temere di
essermi conquistata un altro pretendente indesiderato.
Nessuno sembrava interessarsi a Edward, malgrado tutto il mio spiegare
che l'eroe era lui, che era stato lui a spingermi via, rischiando di farsi investire. Cercavo di essere convincente. Jessica, Mike, Eric e chiunque altro
assicuravano invariabilmente di non averlo visto finché i soccorsi non avevano spostato il furgoncino.
Mi chiedevo perché nessuno avesse notato quanto stesse lontano, prima
dello scatto repentino e impossibile che mi aveva salvato la vita. Un po'
preoccupata, mi resi conto del motivo: nessun altro si accorgeva come me
della presenza di Edward. Nessuno lo guardava con occhi simili ai miei.
Che cosa meschina.
Nessuna folla di curiosi avvicinò mai Edward per chiedergli particolari
di prima mano del salvataggio. La gente lo evitava, come sempre. I Cullen
e gli Hale si sedevano al solito tavolo, senza mangiare, e parlavano soltanto tra loro. Non mi rivolsero più uno sguardo, specialmente Edward.
Quando mi si sedeva accanto in classe, il più lontano possibile, non
sembrava neanche notare la mia presenza. Ogni tanto mi capitava di vederlo d'un tratto stringere i pugni - e la sua pelle diventava ancora più tesa e
pallida - e mi chiedevo se fosse davvero indifferente come sembrava.
La conclusione cui riuscii ad arrivare fu una sola: si era pentito di avermi
salvato dal furgoncino di Tyler.
Sentivo il desiderio di parlargli, e il giorno dopo l'incidente ci provai.
L'ultima volta che l'avevo visto, appena fuori dal pronto soccorso, eravamo
entrambi infuriati. Il suo rifiuto di fornirmi spiegazioni mi dava ancora sui
nervi, benché avessi mantenuto il mio impegno senza battere ciglio. Ma in
fin dei conti mi aveva salvato la vita, in qualunque modo fosse riuscito a
farlo. Nel giro di una nottata, la mia rabbia era sbollita e si era trasformata
in gratitudine e rispetto.
Entrando nell'aula di biologia lo trovai già seduto, con lo sguardo dritto

di fronte a sé. Mi accomodai, immaginando che mi avrebbe rivolto la parola. Non diede segno di accorgersi della mia presenza.
«Ciao, Edward», dissi gentile, per dimostrargli in che disposizione d'animo fossi.
In risposta fece un cenno millimetrico verso di me, ma senza incontrare i
miei occhi, e tornò a guardare altrove.
Quello fu l'ultimo contatto tra noi, malgrado ogni giorno ci ritrovassimo
a poche spanne di distanza. A volte non riuscivo a resistere e lo osservavo
da lontano, a mensa o nel parcheggio. Vedevo i suoi occhi diventare sempre più scuri con il passare dei giorni. Ma in classe non gli riservavo un'attenzione maggiore di quella che lui riservava a me. Stavo malissimo. E
continuavo a sognarlo.
Malgrado le mie bugie sfacciate, il tono delle e-mail che spedivo a Renée la fece insospettire e pensò che mi stessi deprimendo, perciò mi chiamò un paio di volte, preoccupata. Cercai di convincerla che ero solo giù a
causa del tempo.
Se non altro, Mike fu contento dell'improvvisa freddezza nei rapporti tra
me e il mio compagno di laboratorio. Il timore che Edward avesse fatto un
figurone, salvandomi, lo aveva evidentemente intimorito, e per lui fu un
sollievo notare che l'effetto sembrava l'opposto. Si fece sempre più sfacciato, prima dell'inizio delle lezioni si sedeva sul bordo del banco a parlare
con me, ignorando Edward come lui ignorava noi due.
Dopo il pericoloso giorno della gelata, la neve sparì definitivamente. A
Mike dispiaceva di non essere più riuscito ad allestire la grande battaglia a
cui aveva pensato, ma era felice che finalmente si potesse organizzare la
gita in spiaggia. Eppure, non smetteva di piovere, e le settimane passavano.
Jessica mi ricordò che all'orizzonte c'era un altro evento che incombeva
su di me. Il primo martedì di marzo mi telefonò per chiedermi il permesso
di invitare Mike al ballo di primavera, che si sarebbe tenuto due settimane
dopo.
«Sei sicura che non sia un problema... non pensavi di invitarlo tu?», insistette, nonostante le avessi già detto che non ne avevo la minima intenzione.
«No, Jess, io non ci vengo proprio», la rassicurai. Ballare era molto,
molto al di là delle mie capacità.
«Ci sarà da divertirsi». Il suo tentativo di convincermi suonava scarsamente entusiasta. Avevo il sospetto che a Jessica piacesse più la mia in-

comprensibile popolarità che la mia compagnia.
«Ti divertirai, con Mike», cercai di incoraggiarla.
Il giorno dopo, durante trigonometria e spagnolo, mi accorsi con sorpresa che Jessica non era frizzante come al solito. Tra una lezione e l'altra mi
camminava al fianco in silenzio, e io esitavo a chiederle perché. Ammesso
che Mike avesse rifiutato l'invito, io sarei stata l'ultima persona al mondo a
cui avrebbe voluto dirlo.
I miei timori si rafforzarono a pranzo, quando Jessica si sedette il più
lontano possibile da Mike e prese a chiacchierare vivacemente con Eric.
Mike restò stranamente in silenzio.
Silenzio che continuò anche lungo il tragitto che ci portava entrambi all'aula di biologia, e l'aria incerta nei suoi occhi era un cattivo segno. Ma
non affrontò l'argomento finché non mi accomodai al mio posto. Lui si appollaiò sul banco. Come al solito, sentivo nell'aria la presènza elettrica di
Edward, seduto tanto vicino da poterlo toccare, ma anche tanto lontano da
apparire un prodotto della mia immaginazione.
«Insomma...», disse Mike, guardando il pavimento, «Jessica mi ha invitato al ballo di primavera».
«Grande». Diedi alla mia voce un tono allegro ed entusiasta. «Te la
spasserai davvero, con lei».
«Be'...», balbettò studiando il mio sorriso, evidentemente scontento della
mia reazione, «le ho detto che volevo pensarci».
«E perché l'avresti fatto?». Lasciai trapelare il mio disappunto, ma ero
contenta che non le avesse rifilato un "no" definitivo.
Tornò a fissare il pavimento e arrossì. La pena che mi faceva mi tolse un
po' di determinazione.
«Mi chiedevo se... be', non avessi intenzione di invitarmi tu».
Rimasi in silenzio un istante, disgustata dall'ondata di senso di colpa che
m'investiva dentro. Con la coda dell'occhio, però, notai la testa di Edward
voltarsi automaticamente verso di me.
«Mike, credo che dovresti accettare l'invito di Jessica».
«L'hai già chiesto a qualcun altro?». Chissà se Edward si era accorto che
Mike stava guardando proprio lui.
«No, figuriamoci. Non ci vengo, al ballo».
«Perché no?», chiese Mike.
Non volevo rischiare l'osso del collo danzando, perciò mi ero prontamente organizzata.
«Quel sabato vado a Seattle», chiarii. Avevo già progettato una gita fuo-

ri città - ne avevo assoluto bisogno - e quella era un'occasione perfetta per
farla.
«Non puoi rimandare a un altro fine settimana?».
«No, mi dispiace», risposi. «Perciò non fare aspettare Jess: è scortese».
«Va bene, hai ragione», mormorò, e tornò al suo posto, a capo chino. Io
chiusi gli occhi e mi premetti le tempie, cercando di rimuovere il senso di
colpa e il dispiacere per Mike. Il professor Banner aveva iniziato a parlare.
Sospirai e riaprii gli occhi.
E trovai Edward che mi fissava, curioso, gli occhi scuri di nuovo venati
da quel consueto filo di frustrazione, più evidente che mai.
Anch'io lo fissai, sorpresa, sicura che avrebbe abbassato lo sguardo. Invece continuò a scrutarmi dentro, sempre più intensamente. Non ero disposta a cedere. Mi tremavano le mani.
«Cullen?», chiese il professore, in cerca della risposta a una domanda
che non avevo sentito.
«Il ciclo di Krebs», rispose Edward, voltandosi, suo malgrado, per prestare attenzione al professor Banner.
Libera dal peso del suo sguardo, tornai al mio libro, cercando di ricomporrai. Codarda come sempre, mi coprii portandomi i capelli sulla spalla
destra. Non riuscivo a credere all'ondata di sensazioni che mi era montata
dentro, soltanto perché, per la prima volta in sei settimane, mi aveva degnata di uno sguardo. Non potevo permettergli di influenzarmi in quel modo. Ero patetica. Di più, era una cosa malsana.
Per il resto della lezione cercai con tutte le mie forze di non pensare a
lui, o, visto che ciò era impossibile, almeno di non fargli capire che pensavo a lui. Quando finalmente la campanella suonò, nel raccogliere le mie
cose gli diedi le spalle, immaginando che come al solito se ne sarebbe andato in un baleno.
«Bella?». La sua voce non avrebbe dovuto suonarmi così familiare, come se la conoscessi da una vita anziché da poche settimane.
Mi voltai lentamente, riluttante. Non volevo lasciarmi assalire dal sentimento che sicuramente mi avrebbe assalito ammirando il suo viso troppo
perfetto. Quando infine lo guardai, avevo un'espressione preoccupata; la
sua era illeggibile. Non disse nulla.
«Cosa? Hai deciso di rivolgermi la parola?», chiesi infine, con tono involontariamente petulante.
Le sue labbra si stesero, trattenendo a malapena un sorriso. «No, non
proprio», ammise.

Chiusi gli occhi, inspirai a fondo dal naso e mi accorsi che iniziavo a digrignare i denti. Lui attendeva.
«E allora, Edward, che vuoi?», domandai, ancora a occhi chiusi, così era
più facile parlargli senza perdere il filo.
«Mi dispiace». Sembrava sincero. «Sono molto maleducato, lo so. Ma è
meglio così, davvero».
Aprii gli occhi. Aveva l'aria molto seria.
«Non capisco che vuoi dire», risposi, senza abbassare la guardia.
«È meglio se non diventiamo amici», chiarì. «Fidati».
Socchiusi gli occhi. Questa l'avevo già sentita.
«Peccato che tu non te ne sia reso conto prima», sibilai. «Non avresti
avuto nulla di cui rimproverarti».
«Recriminarmi?». La parola, e la mia voce, l'avevano ovviamente colto
di sorpresa. «Rimproverarmi di cosa?».
«Di non avere lasciato semplicemente che quello stupido furgone mi
spiaccicasse».
Era sbigottito. Mi fissava, incredulo.
Quando si decise a rispondere, sembrava quasi impazzito. «Vuoi dire
che pensi mi sia pentito di averti salvato la vita?».
«Non penso. Lo so».
«Tu non sai niente». Sì, era pazzo furioso.
Mi voltai, piena di sdegno, con la bocca serrata per non lasciarmi scappare tutte le accuse che avrei voluto rovesciargli addosso. Raccolsi i libri,
mi alzai e andai verso la porta. Avrei desiderato uscire teatralmente dalla
classe, impettita, ma ovviamente la punta del mio stivale incappò nello stipite e i libri mi caddero. Per un istante rimasi lì a chiedermi se fosse il caso
di lasciarli dov'erano. Poi feci un sospiro e mi piegai a raccoglierli. Ed eccolo al mio fianco: li aveva già impilati uno sull'altro. Me li porse, serio e
accigliato.
«Grazie», dissi, gelida.
Contraccambiò, gli occhi diventati due fessure: «Prego».
Mi rialzai di scatto, girai i tacchi e mi precipitai verso la palestra, senza
guardare indietro.
La lezione di ginnastica fu dura. Dalla pallavolo eravamo passati alla
pallacanestro. I miei compagni di squadra non mi passavano mai la palla fin qui tutto bene - ma non facevo che cadere. Talvolta trascinavo qualche
altro giocatore con me. Quel giorno andò peggio del solito, perché in testa
avevo soltanto Edward. Cercavo di concentrarmi sui miei piedi, ma lui

continuava a sgusciare tra i miei pensieri ogni volta che avevo bisogno di
equilibrio.
La fine della lezione fu un sollievo. Raggiunsi il pick-up quasi di corsa:
c'erano davvero troppe persone che non volevo incontrare. I danni al veicolo, dopo l'incidente, erano stati minimi. Avevo dovuto cambiare i fari
posteriori, e se la verniciatura fosse stata più seria avrei dovuto metter mano anche a quella. Ai genitori di Tyler era toccato vendere quello che restava del furgoncino.
Mi venne quasi un colpo quando vidi, voltato l'angolo, una sagoma alta e
scura appoggiata alla fiancata del pick-up. Mi fermai. Poi mi accorsi che si
trattava semplicemente di Eric e ripresi a camminare.
«Ciao, Eric».
«Ciao, Bella».
«Come va?», chiesi, mentre aprivo la portiera. Non avevo notato il tono
imbarazzato del suo saluto, perciò le sue parole mi presero alla sprovvista.
«Ehm, mi chiedevo se... verresti con me al ballo di primavera?». L'ultima parola la disse balbettando.
«Mi sembrava che secondo tradizione gli inviti spettassero alle ragazze»,
risposi, troppo sbigottita per essere diplomatica.
«Be', sì», ammise, rosso di vergogna.
Recuperai il contegno e cercai di rivolgergli un sorriso convincente.
«Grazie per avermelo chiesto, ma purtroppo quel sabato sarò a Seattle».
«Ah», rispose lui, «allora magari la prossima volta».
«Certo», conclusi io, pentendomene subito. Sperai che non mi prendesse
troppo alla lettera.
Lui tornò verso la scuola, ciondolando. Io sentii una risatina soffocata.
Edward camminava davanti al mio pick-up, lo sguardo dritto di fronte a
sé, e tratteneva un sorriso. Saltai sul sedile sbattendo la portiera con violenza. Misi in moto e, rombando, feci retromarcia sul viale. Edward era già
sulla sua macchina, a due piazzole di distanza, e mi svicolò davanti bloccandomi. Si fermò lì, ad aspettare i suoi fratelli; li vedevo procedere verso
di noi, ma erano ancora vicini alla mensa. Per un attimo pensai se fosse il
caso di tranciare la coda alla sua Volvo luccicante, ma c'erano troppi testimoni. Guardai nel retrovisore. Si stava formando una coda. Proprio dietro di me c'era Tyler Crowley sulla Sentra usata che aveva appena comprato e mi salutava con la mano. Ero troppo snervata per degnarlo di una risposta.
Mentre attendevo, evitando con cura di guardare verso l'auto che mi pre-


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