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Opuscolo sulla relazione nel lavoro di cura a cura del Distretto socio sanitario Cz Lido .pdf



Nome del file originale: Opuscolo sulla relazione nel lavoro di cura a cura del Distretto socio-sanitario Cz Lido.pdf
Autore: Marco Pavone

Questo documento in formato PDF 1.4 è stato generato da Microsoft® Office Word 2007, ed è stato inviato su file-pdf.it il 18/05/2017 alle 11:47, dall'indirizzo IP 5.170.x.x. La pagina di download del file è stata vista 634 volte.
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AZIENDA SANITARIA PROVINCIALE
CATANZARO

La Relazione nel lavoro di Cura
Sintesi dei contenuti esposti nel corso per Assistenti Familiari realizzato dal Distretto socio-sanitario
di Catanzaro Lido.
Dispense dei docenti: *dr Franco Caccia, **dr.ssa Teresa Barberio, ***dr.ssa Nuccia Grasso,
****Pietro Gareri.

Nel processo di cura si relazionano i vissuti di 3 identità:
- Anziani non autosufficienti;
- Assistente familiare;
- Care giver familiare.
Ricordiamo in modo generico le attività dell’Assistente Familiare indirizzate a:
a. soddisfare i bisogni primari della persona, nell’ambito delle proprie aree di
competenza, in un contesto sia sociale che sanitario;
b. favorire il benessere e l’autonomia dell’utente.
Il primo compito è soddisfare i bisogni fondamentali delle persone: bisogni primari,
bisogni di sicurezza, di considerazione.
Ma il compito di soddisfare i bisogni non è per niente facile. A volte la persona non
riesce ad esprimersi, a volte siamo noi che non riusciamo a comprendere la sua
richiesta oppure la ignoriamo, a volte rispondiamo ad una richiesta senza renderci
conto che questa nasconde in realtà la richiesta di un altro bisogno, oppure ci si
sforza di soddisfare nel modo più completo i bisogni primari perché non sappiamo
soddisfare il bisogno di sicurezza e protezione.

*dr Franco Caccia Dirigente sociologo ASP, **Dr.ssa Teresa Barberio Assistente Sociale Esperto ASP,
***dr.ssa Nuccia Grasso Dirigente ASP, ****Pietro Gareri Geriatra ASP.
Rielaborazione contenuti a cura del dr. Marco Pavone sociologo della Cooperativa Multiservizi (ente
accreditato dall’ASP per progetto HCP)

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Rivolgendoci solo all’aspetto della relazione il compito principale dell’assistente
familiare si esplica in:
 Mettere in atto relazioni-comunicazioni di aiuto con l’utente e la famiglia.
La comunicazione è però trasversale a molte delle attività quotidiane svolte
dall’assistente:
 osservare, riconoscere e riferire alcuni dei più comuni sintomi di allarme che
l’utente può presentare (pallore, sudorazione, ecc…);
 aiutare nelle attività di animazione e che favoriscono la socializzazione, il
recupero e il mantenimento di capacità cognitive e manuali;
 svolgere attività di informazione sui servizi del territorio e coordinare il
soggetto nel disbrigo di pratiche burocratiche;
 accompagnare l’utente per l’accesso ai servizi.
Da questo deriva che l’AF deve essere in possesso di competenze relative alle
conoscenze richieste:
• Conosce le principali tipologie di utenti e le problematiche connesse;
• Riconosce per i vari ambiti, le dinamiche relazionali appropriate per rapportarsi
all’utente sofferente, disorientato, agitato, demente o handicappato mentale ecc;
• Conosce le modalità di rilevazione, segnalazione e comunicazione dei problemi
generali e specifici relativi all’utente;
• Conosce i principali interventi semplici di educazione alla salute, rivolti agli utenti e
ai loro famigliari.
Nello specifico deve disporre di competenze relazionali
• Si avvicina e si rapporta con l’utente e con la famiglia, comunicando in modo
partecipativo in tutte la attività quotidiane di assistenza; sa rispondere
esaurientemente, coinvolgendo e stimolando al dialogo;
• É in grado di interagire con il soggetto;
• Sa sollecitare e organizzare momenti di socializzazione, fornendo sostegno alla
partecipazione.
• É in grado di gestire la propria attività con la dovuta riservatezza ed eticità.

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La relazione operatore-utente è caratterizzata da una domanda di aiuto e da una
offerta di aiuto. Entrambe le parti si impegnano profondamente e affettivamente:
- l’utente con le sue preoccupazioni, i suoi disagi, le sue paure, le sue speranze;
- l’operatore con il suo desiderio di comprendere e di aiutare.
La relazione interpersonale con l’utente non dipende da capacità innate, ma è
un’arte che si apprende. Non basta avere modi gentili, bisogna conoscere le tecniche
della relazione, gli ostacoli, i pericoli e i fallimenti che essa comporta.
Elementi per una relazione efficace
 Considerare ogni essere umano come una unità globale psichica e somatica,
in un intreccio quasi inestricabile;
 Individualizzare: le persone sono tutte diverse per sesso, età, condizione
sociale, livello culturale ecc;
 Favorire l’espressione dei sentimenti usando la necessaria prudenza: non si
può certo trasformare il dialogo in una seduta psicoanalitica;
 Accettare la persona per quello che è e non per come si vorrebbe che fosse.
C’è un elemento che precede il dialogo, è un elemento costituito dalla prima
impressione.
Deriva dal comportamento, dall’espressione del volto, dalla gentilezza dei modi,
dall’abbigliamento, dal modo di comunicare e di muoversi. In sintesi, dal modo
personale con cui l’operatore svolge il suo compito (comportamento e
atteggiamento nei confronti della persona che abbiamo davanti).
In tutte le circostanze della vita quotidiana i bisogni psichici sono più sentiti dei
bisogni fisici e la risposta che veramente ci si attende è soprattutto una risposta di
tipo affettivo.

La comunicazione come strumento più importante nella relazione
operatore-utente
Si ritiene, ad errore che la parte più importante della comunicazione sia quella
verbale, cioè il dialogo, il colloquio, lo scambio di informazioni, di idee, di pensieri e
di sentimenti. La parte più importante della comunicazione è comunque l’ASCOLTO
di quanto non viene detto. Senza l’ascolto non vi e’ comunicazione.

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Un mancato ascolto o un ascolto frettoloso finiscono per creare un senso di
profonda delusione ed una situazione frustrante;
Ma come si fa a capire ciò che una persona vuole effettivamente trasmettere: non
c’è che un modo ASCOLTARLA.
L’operatore psicologicamente preparato ed emozionalmente maturo sa che
l’inutilità delle cure mediche deve essere largamente compensata da grandi dosi di
rassicuranti contatti con la persona.
Utenti che comunicano facilmente, si lasciano curare ed assistere ed esprimono
apertamente il desiderio di ciò;
Utenti neutri, non creano problemi, collaborano, ma hanno uno scarso contatto
verbale;
Utenti difficili: nella maggior parte dei casi l’utente “impossibile” è tale perché le
aspettative emozionali non sono soddisfatte. L’utente richiede maggiore attenzione,
per quanto possa essere difficile crederlo, un comportamento come questo è un
grido di aiuto. D’altro canto nessuna persona felice si comporta ostilmente con altri.
SAPER FARE : ASCOLTARE CIO’ CHE NON E’ DETTO
 L’Assistito può segnalare i propri bisogni marcando una regressione che si
manifesta con giri di parole o modi di fare propri dell’infanzia. Occorre
costruire con l’assistito un modello di comunicazione basato anche sulla
comunicazione non verbale, con l’obiettivo di interpretare i segnali e
fornendo le risposte adatte.
 Questo modello è valido per tutte le persone accudite. Segnali di
irrequietezza, ad esempio, possono essere la spia di un disagio latente, di un
fastidio, di una situazione in cui non si è a proprio agio. La risposta può essere
semplicemente lo spostamento dell’attenzione su una semplice attività, il
cambio di argomento della conversazione.
ASCOLTARE PUO’ RIDURRE LA TENSIONE
Ascoltate la persona che parla (le sue emozioni, l’intelligenza, il temperamento,
le abitudini, il modo di esprimersi, la postura):
 Ascoltare può aiutare l’altra persona a prendere una decisione, in quanto voi
potete chiarire il suo pensiero sulla questione;

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 L’ascoltare aiuta a chiarire disaccordi, voi non potete essere in disaccordo con
una persona finché non comprendete il suo punto di vista;
 L’ascoltare permette di ottenere un miglior lavoro e una migliore
collaborazione con gli altri.

Facilitare il dialogo
 Far le domande in modo che le risposte non esigano solo un “sì” o un “no” ma
consentano alla persona di esprimersi (ad un es. non «Si sente meglio» ma
«come si sente oggi?» La persona ha così la possibilità di dire come si sente,
ma anche come si sente rispetto ai giorni precedenti, l’andamento dei suoi
disturbi, qualche avvenimento importante ecc);
 Evitare di porre due o tre domande l’una dietro l’altra: soprattutto se la
persona è poco lucida, si confonde e finisce per rispondere solo all’ultima
domanda;
 Chiamare la persona correttamente e far conoscere il proprio nome;
 Usare un linguaggio adatto al livello socio-culturale.

Qualche suggerimento
1.
a)
b)
c)

CIÒ DI CUI LA PERSONA HA MAGGIORMENTE BISOGNO È:
Che non smettiamo di dirgli: “domani andrà meglio”;
Che riconosciamo le sue sofferenze come fondate;
Che lo si aiuti ad esplorare le sue angosce e i suoi fantasmi, soprattutto se essi
lo turbano molto;
d) Che siamo disponibili quando ha bisogno e sappiamo lasciarlo solo quando lo
desidera;
2. LA RELAZIONE D’AIUTO
Un genitore che è veramente in grado di rispondere alle esigenze del figlio o di
prendere iniziative, gli insegnerà a fare altrettanto. Se ciò lo trasferiamo sul piano
della relazione d’aiuto ritroveremo uno schema analogo. L’aiuto è un processo
mediante il quale la persona che viene aiutata acquisirà nuovi comportamenti. Chi
offre l’aiuto ha la responsabilità di favorire nell’altro questo «sviluppo».
3. DARE ATTENZIONE
Gettiamo le basi per una relazione d’aiuto prestando attenzione alla persona che
vogliamo aiutare. Dare attenzione implica necessariamente che chi aiuta «agisca»

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fisicamente verso l’altro. In questo senso chi offre l’aiuto comunica il suo interesse
disponendosi anche a contatto fisico con colui a cui tale aiuto è diretto:
in questo modo chi aiuta segnala che è pronto a soddisfare i bisogni dell’altro
4. IL PROCESSO DI AIUTO
Attenzione fisica: è chiaro che l’attenzione preveda anche un contatto fisico con la
persona cui è rivolto il nostro aiuto, potremo ad es. tenerle la mano in un momento
difficile.
Attenzione psicologica: richiede un adeguato uso dei sensi, in particolare degli occhi.
Comunichiamo attenzione guardando l’altro negli occhi, dai tentativi che facciamo
per raggiungerlo con lo sguardo egli si renderà conto dei nostri sforzi per
raggiungerlo psicologicamente.
Ascoltare: la componente fondamentale di un atteggiamento di attenzione nei
confronti dell’altro è senza dubbio l’abilità di ascoltare :
A.
B.
C.
D.
E.

Attenzione agli indizi-chiave della sua esperienza interiore
Mettiamoci faccia a faccia, saremo così più pronti all’ascolto
Sospendiamo ogni tipo di giudizio
Resistiamo alle distrazioni
Siamo selettivi, diamo attenzione alle cose più importanti che, di solito sono
ripetute più volte e con notevole intensità

5. PER SVILUPPARE EMPATIA
Il modo migliore è osservare il comportamento dell’altro, osservarne le posture o
quegli atteggiamenti particolari che ci indicano se egli è triste o felice, arrabbiato o
teso. Il modo di atteggiarsi (il comportamento fisico) della persona può rivelarci
molto della sua esperienza soggettiva. Quando tutte le altre indicazioni non sono
chiare dobbiamo tornare a ciò che è più evidente di per sé: il comportamento della
persona che ha bisogno di aiuto. Possiamo imparare molto sul livello di
«funzionamento» di un individuo dalle POSTURE che egli assume: egli comunica il
suo stato d’animo attraverso svariati comportamenti; se piega la testa in avanti e
parla con voce spenta comunica uno stato di depressione, se ha invece un
portamento ben eretto e parla e si muove velocemente indica uno stato di
eccitazione o euforia, se assume una posizione rigida ed è teso nel suo
comportamento fisico o verbale, comunica uno stato di tensione.

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5.1 PER LO SVILUPPO DELL’EMPATIA: INDICATORI PER RICONOSCERE LO STATO
INTERIORE DELL’ALTRO
Le contraddizioni nel comportamento di una persona: in genere diciamo che è
incongruente, ma l’essere incongruente è tipico di una persona con problemi. In
genere una persona che chiede aiuto sta cercando di diventare più coerente.
Osservare il comportamento dell’altro: prestando attenzione a come si esprime e
espone i fatti, il tono di voce e le espressioni del viso ci forniscono delle preziose
chiavi di lettura sui suoi sentimenti interiori, poi si deve ascoltare attentamente ciò
che dice ma, soprattutto, ciò che NON DICE! Dopo avere ASCOLTATO chiediamoci
che cosa egli prova veramente nei confronti dell’esperienza che sta raccontando.
Ora domandiamoci: che cosa proverei io se vivessi questa esperienza?
LA PERSONA CHE HA BISOGNO DI AIUTO È PARTICOLARMENTE ATTENTA AI
FEEDBACK
Quello che si instaura tra la famiglia, l’anziano e l’operatore di cura è sì un rapporto
di lavoro, per quanto particolare, ma è soprattutto un rapporto interpersonale, in
cui si intrecciano competenze professionali con competenze relazionali che devono
essere apprese.
Dedizione e buon senso sono elementi necessari ma non sufficienti a garantire una
gestione adeguata, oltre che dei bisogni assistenziali, anche delle esigenze di
carattere relazionale espresse dall’assistito, all’interno di un contesto, quale quello
familiare, estremamente complesso e variegato.
È poi un incarico altamente “fiduciario”. La fiducia diviene a questo punto un fattore
imprescindibile per compensare la mancanza del controllo “a vista”. Ed è un fattore
decisivo anche nel rapporto con l’anziano stesso, che accetta di avere una persona
estranea in casa.
Ciò non fa che rafforzare l’idea di quanto sia necessario attribuire ruolo e
competenza alla figura dell’assistente familiare, a garanzia di qualità e tutela di chi
soffre e di chi riceve l’azione di aiuto.

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Ecco semplici consigli per aiutare il Care Giver (familiare che si occupa
principalmente della cura) e stabilire un clima favorevole:
1. Non permettere che la malattia del suo caro sia costantemente al centro dell’attenzione.
2. Anch’egli svolge un compito impegnativo quando voi non ci siete perciò anche il care
giver “deve” trovare spazi e momenti per ritemprarsi (al “porto della memoria” è proprio
questo uno degli obiettivi).
3. Vigilate sulla comparsa di sintomi di depressione e, dopo aver parlato con il familiare,
non esitate a cercare un aiuto professionale.
4. Accetta l'aiuto di altri familiari oltre il care giver e suggerisci specifici compiti che
possono svolgere per te.
5. Impara il più possibile sulla patologia del tuo assistito; l'informazione può migliorare la
tua assistenza (chiedi allo sportello HCP!).
6. Avvantaggiati di tutte le tecnologie e le idee che possono favorire l'indipendenza del tuo
assistito.


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