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Articolo Servizio sociale e migranti .pdf



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marzo | aprile

2017
NUMERO 2
Rivista bimestrale - Anno XXII - sped. in a.p. - 45%, art. 2, comma 20/b, legge 662/96 - DCI Umbria ISSN 1825-1633

POLITICHE

FOCUS
u
L’ASSISTENTE SOCIALE NEI COMUNI

Un progetto di inserimento
per ogni persona in povertà?
Quando il servizio sociale
incontra un migrante

ESPERIENZE
Quando il lavoro di comunità
entra nei condomini
Il welfare aziendale nelle
cooperative

STRUMENTI
La comunicazione sociale
nell’era della mininformation
Minori, vittime fragili
L’offerta economicamente
più vantaggiosa nei servizi
sociali

L’OPERATORE
SOCIALE
Tratta, la guerra invisibile

marzo | aprile

2017
NUMERO 2

FOCUS – L’ASSISTENTE SOCIALE NEI COMUNI
a cura di Teresa Bertotti e Gianfranco Marocchi

6

Assistenti sociali comunali: realizzatori e promotori di politiche sociali
Teresa Bertotti

13 Andria, fare sistema per contrastare la violenza sui minori
Giuseppe De Robertis

18 Rispondere alla crisi con l’attivazione della comunità
Claudio Pedrelli

23 Welfare Oggi intervista Gianmario Gazzi
POLITICHE
27 Progetti di integrazione sociale di persone in povertà: è sempre possibile?
Walter Nanni

33 Essere homeless: percorsi di vita

Cristina Freguja, Alessandra Masi, Nicoletta Pannuzi

37 Servizi sociali e migranti: incontro tra sistemi di valori diversi
Francesca Belmonte

ESPERIENZE
43 BuonAbitare, quando il lavoro di comunità entra nei condomini
Irene Dentini

48 Quale inclusione per le persone migranti? Due buone prassi in Trentino
Annamaria Perino

54 Cooperazione, welfare e mercato del lavoro in ottica di genere
Emmanuele Pavolini

STRUMENTI
60 Allargare il perimetro della comunicazione sociale nell’era della misinformation
Giulio Sensi

67 I minori vittime fragili
Cristina Galavotti

73 L’offerta economicamente più vantaggiosa nei servizi sociali
Franco Pesaresi

L’OPERATORE SOCIALE
81 Tratta, la guerra invisibile
Simona Binello

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POLITICHE

  2|2017 ∙ 37

SERVIZI SOCIALI E MIGRANTI: INCONTRO
TRA SISTEMI DI VALORI DIVERSI
Francesca Belmonte*

Sono sempre più numerosi i migranti che entrano in contatto
con i Servizi sociali dei Comuni; e, per quanto l’assistente sociale
sia orientato all’ascolto e all’accoglienza, non sempre è facile valorizzare
il contesto specifico, la storia e la situazione personale di chi si
ha di fronte, in quanto culture e tradizioni profondamente diverse
rischiano di confondere la lettura e la decodifica professionale. Il rischio
di decodificare come tradizionali e arretrati comportamenti ispirati a
codici diversi dai nostri è sempre presente. Come fronteggiare questo
rischio, sia dal punto di vista dell’identità della professione che delle
scelte organizzative degli Enti?
L’assistente sociale è un interlocutore privilegiato nel lavoro con i migranti, ma non è immune dal senso
di disorientamento provocato dalla velocità dei mutamenti sociali e dai sentimenti di paura dovuti
a una difficile comprensione degli
accadimenti quotidiani. Occorrono capacità di lettura, riflessività e
pensiero critico tarati su riferimenti nuovi e dinamici al fine di tutelare realmente l’unicità delle persone con le quali si lavora e nel contesto culturale da cui provengono.
Lo scopo di questo articolo non è
spiegare ancora una volta il procedimento metodologico professionale, ma è arricchire il processo d’aiuto dell’assistente sociale di elementi più complessi e articolati al fine di conoscere e riconoscere nuove sfumature in storie
che spesso il professionista legge
*]  Assistente sociale, impegnata nel lavoro con
persone migranti e con persone di origine straniera dal 2006 presso diversi servizi del Terzo Settore. Oggi lavora presso il Servizio sociale
professionale territoriale del Comune di Milano e
si occupa di famiglie e minori soggetti a provvedimenti dell’Autorità giudiziaria.

come inconciliabili con i riferimenti
culturali e le modalità operative del
proprio servizio, ma che possono
invece essere considerate sotto
una luce diversa. A tal fine è necessario ragionare su strumenti e
tecniche di ri-posizionamento nella costruzione della relazione d’aiuto, fondamentali per valorizzare e
fronteggiare l’eterogeneità e la pluralità del contesto in cui viviamo e
questo è tanto più necessario se
si pensa alla rilevanza che l’utenza
migrante ha assunto nel lavoro dei
servizi sociali di territorio.
Bisogna essere consapevoli che
l’atteggiamento curioso, aperto e non inquinato da preconcetti
dell’assistente sociale non è sufficiente a lavorare con i migranti in
quanto la professione non è priva
di rappresentazioni sociali. Quando si va incontro a un’altra cultura, si ha la naturale tendenza ad
approcciarsi sulla base dei criteri della propria visione del mondo
e i modelli professionali inducono
delle aspettative basate su saperi tecnici ed esperienze professio-

nali che rischiano di affermarsi come elementi assoluti, non adattabili ad altri contesti socio-culturali. E
in presenza di un lavoro ad alto investimento emozionale come quello dell’assistente sociale possono
aumentare le difese identitarie – e
l’identità, il “siamo fatti così”, tende
inevitabilmente a guardare verso il
passato – e in assenza di adeguate
rielaborazioni cognitive, l’intervento
sociale può diventare poco funzionale se non addirittura inutile.
È nel quotidiano lavoro con i migranti che molti colloqui nei servizi sociali e sociosanitari iniziano
con domande relative al permesso di soggiorno – se il migrante ne
è in possesso, di quale permesso
si tratta, quando scade – piuttosto
che dall’ascolto della domanda di
aiuto di cui la persona è portatrice.
I diritti sociali sono meno evidenti
e i migranti rischiano di diventare
“immeritevoli” per la sola “colpa”
di non essere in regola con il permesso di soggiorno, o di non avere
quello “giusto” per la prestazione
prevista in risposta al bisogno por-

POLITICHE

38 ∙ 2|2017  

tato. Vi è il rischio che l’intervento professionale si trasformi in “discriminazione istituzionale” – effetto discriminatorio prodotto da procedure amministrative la cui applicazione comporta l’accentuarsi di
condizioni di evidente disuguaglianza sociale per alcune categorie di cittadini – generando quindi
una forma di esclusione dai diritti di cui gli operatori non si sentono responsabili in quanto “non dipende da loro” ma dalle norme o
dalla burocrazia; a maggior ragione sembra indispensabile riflettere
sull’azione della comunità professionale affinché non contribuisca,
più o meno consapevolmente, alla negazione dell’esigibilità dei diritti sociali in un’ottica di esclusività legata alla nazionalità.
In presenza di ricevuta di rinnovo del
permesso di soggiorno si potrebbe
adottare la regola del “rinnovo salvo
buon fine”, già applicata dal Servizio sanitario, evitando la preclusione
e/o la sospensione dell’erogazione
delle prestazioni nel rispetto dell’equità all’accesso e alla fruibilità dei
servizi sociali in un’ottica di advocacy e di rispetto della continuità assistenziale e della validità dell’intervento professionale sociale.
Il lavoro con l’utenza migrante mette in luce alcuni limiti dell’assistente sociale sottolineando l’esigenza
di arricchirsi e dotarsi di una relazione d’aiuto interculturale possibile solo riconoscendo l’importanza di strumenti professionali transculturali quali la riflessività (capacità di guardarsi dall’esterno),
la consapevolezza (ogni visione
del mondo non è che una maniera
possibile di interpretare la realtà) e
la flessibilità (capacità di accettare
una pluralità di punti di vista).
Il processo di cambiamento culturale è certamente lento e graduale
ma produrrà mescolanza e metic-

ciamento attraverso il saper cogliere l’incompletezza biologica dell’essere umano come sorprendente forza; i “vuoti” possono essere colmati proprio con la comunicazione (da
“cum munis”, ovvero dono comune,
scambio, mettere insieme).
L’emersione e la consapevolezza
delle rappresentazioni e dei valori rappresentano un punto fondamentale nella relazione interculturale: le rappresentazioni sono inconsce quindi strettamente legate
al mondo affettivo e sono trasmesse culturalmente (Walter Lipmann,
1922). La mente umana non è in
grado di comprendere e trattare
l’infinita varietà di sfumature e l’estrema complessità con le quali il
mondo si presenta. Pertanto si ricorre a categorizzazioni per ridurre la quantità di informazioni da
gestire, per semplificare, raggruppando in categorie la massa delle
informazioni da trattare rischiando
di dare luogo a distorsione, a sovra generalizzazione e ad esagerazione delle caratteristiche che impoveriscono l’informazione. Una
possibile via d’uscita è di riconoscere che in ogni comunicazione
c’è una parte di approssimazione,
una parte di malinteso inevitabile e
che riflette una parte di inaccessibilità dell’altro che bisogna accettare. Abbiamo tutti stereotipi e pregiudizi, se poi questi orientano le
azioni, è importante farli emergere,
prenderne coscienza, riconoscerli
e dargli forma, senza paura.
Vediamo alcuni esempi di dissonanze tra quadri di riferimento differenti che spingono a interpretare
i nuovi tratti identitari come primitivi, o incomprensibili, o degradanti generando frustrazione, spaesamento, rifiuto. Le certezze messe in discussione da una realtà
più complessa originano una vera e propria minaccia identitaria in

quanto i propri schemi mentali risultano essere impotenti.
“Visita domiciliare: famiglia maghrebina con dieci bambini che vive in un piccolo appartamento. Lo
spazio appare non sufficiente per
tutti eppure la famiglia ha trasformato una delle stanze in sala da
preghiera”. Di fronte a tale situazione l’operatore ha rilevato la religione come valore di arretratezza
sottintendendo una valutazione di
inadeguatezza se non addirittura di
trascuratezza dei bambini ma non
ha considerato l’elemento della tradizione come capacità di forza e di
solidità della famiglia nel voler garantire ai figli uno spazio di trasmissione valoriale in quanto momento
aggregativo e di unione familiare.
“Uno zairese con sussidio di disoccupazione, tre figli a carico, ha deciso di rimpatriare nello Zaire la salma della moglie, fatto che mette la
famiglia in pericolo sul piano materiale. Così il sig. zairese ha chiesto un sostegno per le spese del funerale. Tale comportamento appare inadatto e tradizionale”. L’operatore ha identificato il signore zairese come un inetto, o un ignorante
in quanto non in grado di individuare le priorità economiche della famiglia come il mantenimento dei figli.
Nell’ottica dell’interlocutore invece
la degna sepoltura della salma è un
momento di passaggio alla vera vita vissuto con un atteggiamento dignitoso e rispettoso al fine di insegnare ai figli di omaggiare la madre
con gentilezza e amore accolta nella propria madre terra.
“Caso di una famiglia tunisina.
Questa ha un figlio di quindici anni che lavora in nero da un macellaio che non l’ha mai pagato. La cosa
viene riportata in Tribunale. Un giorno il padre arriva al servizio con un
regalo. L’assistente sociale rifiuta il
regalo spiegando il perché del rifiu-

POLITICHE

to. Quest’ultimo si riprende il regalo non comprendendo il rifiuto così come l’operatore è sconcertato
del regalo offerto”. Secondo la norma italiana del pubblico impiego ricevere un regalo può essere un atto illecito. Di fronte a tale situazione
l’operatrice ha considerato che è la
famiglia tunisina non avesse chiari i ruoli reciproci, confondendo le
aspettative tra le parti coinvolte generando sentimenti di amarezza e
fallimento. Ma il regalo a seconda
dei valori e degli schemi mentali di
riferimento può essere un mezzo
per comunicare rispetto, gratitudine e stima e non necessariamente
affetto, amicizia o tornaconto.
“Giovane donna maghrebina. Apparentemente molto moderna, indossava jeans o gonna-pantalone.
Una volta sposatasi è rimasta incinta subito. Si trattava però di una
gravidanza non voluta da lei. L’assistente sociale le ha parlato della possibilità dell’interruzione volontaria di gravidanza. Lei ha rifiutato la proposta spiegando che
nel suo paese non si fa e che sua
madre e suo marito erano contrari. Poco tempo dopo la donna comunica che aspettava dei gemelli. Aveva cambiato abbigliamento:

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ora indossava il djellaba. L’assistente sociale è rimasta molto sorpresa da questo scarto tra l’apparente modernità esteriore e le sue
credenze: era moderna per i jeans
ma non abbastanza per decidere da sola del proprio corpo”. L’operatrice ha pensato che la donna fosse sottomessa al marito e
alla tradizione, intesa perlopiù con
un’accezione retrograda: l’ivg era
considerata sinonimo di libertà di
scelta non contemplando che anche non scegliere di proseguire la
gravidanza potesse essere frutto
di una libera scelta della sua interlocutrice; di qui il senso di spiazzamento dell’operatrice, che codifica la situazione in termini di incoerenza e di irrazionalità perché se la
donna “veste moderno” allora deve anche “pensare moderno”, con
conseguente frustrazione dell’operatrice che riconosce come “moderno” solo ciò che corrisponde ai propri schemi di riferimento.
Nell’ottica della giovane donna invece si evincono capacità di problem-solving, di azione e reazione
alla nuova situazione mettendo in
luce il valore di madre, considerato erroneamente vetusto e arretrato solo perché la donna dichiara di

rifiutare l’ivg nel rispetto della propria famiglia e dei propri riferimenti, senza cogliere che questi possano essere il risultato di scelte autonome e profonde.
“Madre originaria del Ghana che
porta il figlio di quattordici mesi alla Scuola della prima Infanzia. Non
lavorava ma faceva le pulizie a ore.
Le educatrici della scuola riferiscono
all’assistente sociale che ogni giorno, quando la donna va a prendere il
figlio a scuola si siede in un angolo e
gli dà il seno davanti alle educatrici e
agli altri genitori. Bisogna specificare
che il bambino ha qualche difficoltà
nell’alimentazione in quanto rifiutava il cibo del nido nonostante le educatrici si sforzassero molto nel cercare di farlo mangiare. Le educatrici dichiarano di provare un certo disagio oltre che una sensazione di
fallimento rispetto all’alimentazione
del bambino. Dopo qualche giorno
la donna non ha più portato il bambino al nido”. L’alimentazione è fortemente permeata dalla tradizione e
dalla cultura di riferimento. Le educatrici hanno ritenuto che la signora ghanese avesse assunto un atteggiamento inappropriato rispetto all’età del bambino in quanto a
quattordici mesi in Italia si è già nel-

POLITICHE

40 ∙ 2|2017  

la fase dello svezzamento. Dal punto
di vista della signora, preoccupata
per l’inappetenza del figlio, l’allattamento al seno era la più naturale alimentazione che potesse garantire al
bambino oltre che essere la più salutare. Il mito dell’indipendenza affettiva probabilmente appartiene più
agli schemi mentali della cultura occidentale mentre l’allattamento materno è sinonimo di naturale e umana relazione a due che incoraggia la
crescita del bambino anche se allattato oltre l’anno d’età in quanto non
ne determina un ritardo dello sviluppo o nell’acquisizione di autonomia
ma rafforza invece un rapporto affettivo e unico con la madre.
“Era stato convocato un genitore di
origine straniera per morosità dovute al trasporto scolastico e alla refezione di tre o quattro figli. Erano
state fissate alcune scadenze per
poter meglio effettuare il pagamento. A ogni scadenza, nonostante
fosse stata applicata una dilazione
di favore, il pagamento veniva regolarmente disatteso. In seguito a un
nuovo colloquio l’utente annuncia
che la moglie è in attesa di un altro
figlio. L’operatore gli fa notare che
forse non era il caso vista la situazione economica. Il signore risponde che non è un problema perché
nel suo Paese i figli sono una ricchezza”. Di fronte a tale situazione
l’operatore ha considerato la condizione di indigenza come elemento
rilevante l’arretratezza e l’incapacità nella gestione domestica ed economica del nucleo familiare associando l’idea della numerosità dei
figli all’ignoranza sottendendo un
certo grado di chiusura e di assoggettamento alla religione. Nell’ottica dell’interlocutore invece prevale
il valore di unità familiare, di amore
per la vita, di senso di continuità e
di comunità al fine di contribuire al
cambiamento e alla realizzazione di

un futuro migliore anche attraverso
le nuove generazioni.
Nella relazione interculturale occorre riconoscere la presenza di
eventuali difficoltà linguistiche, di
comunicazione e/o dei conflitti di
valore con le persone e famiglie
migranti attraversate da processi
di acculturazione.
Uno degli aspetti che spesso rischia di non emergere agli occhi
della comunità professionale è la
capacità di resilienza e di autodeterminazione delle persone migranti, scarsamente individuate
e/o valorizzate, nonostante siano
presenti, in quanto confuse se non
addirittura sostituite con concetti di sottomissione, arretratezza o
maleducazione perché inconsciamente i gesti o le parole utilizzate d’impatto urtano le sensibilità e
le certezze proprie. Il concetto di
modernità sembra vincente rispetto alla tradizione, interpretata sovente come negativa, in quanto la
modernità è un modello nel quale
è facile identificarsi, ritrovando appunto i propri valori di riferimento.
L’assistente sociale deve attrezzarsi
con una doppia griglia di lettura dei
problemi: quella delle appartenenze culturali e quella delle strategie di
adattamento, uniche in ogni persona. Nella misura in cui l’operatore sociale – nonché chi ha la responsabilità dell’organizzazione dei servizi
– diventa consapevole di queste dinamiche, potrà valutare in quali situazioni sia utile avvalersi della collaborazione di un mediatore linguistico e interculturale creando una specifica relazione d’aiuto a più soggetti. Il mediatore è un facilitatore della comunicazione tra il professionista
e il migrante, crea un vero e proprio
ponte linguistico, culturale e relazionale tra gli attori coinvolti. Il mediatore non interpreta ma favorisce il dialogo tra l’assistente sociale e il mi-

grante acquisendo informazioni per
poi trasmetterle. L’esperto della lingua e della cultura è sempre e solo il
migrante; il mediatore ha il compito
di connettere le risorse dell’assistente sociale, del migrante e del servizio
assumendo una posizione di neutralità evitando di diventare un complice dell’utente ma creando un’alleanza funzionale alla costruzione di una
relazione d’aiuto interculturale basata sulla fiducia tra tutti i soggetti coinvolti. Favorire la comunicazione non
vuole dire semplificare la relazione,
al contrario sottintende la complessità insita nella realizzazione della relazione stessa, in quanto il mediatore ha il compito di mettere in luce le
zone d’ombra dovute alle differenze culturali e linguistiche degli attori coinvolti. Nello specifico deve mediare le aspettative del migrante sostenendo l’assistente sociale attraverso la conoscenza e la comprensione dei modelli culturali e sociali
del paese di provenienza dell’utente.
Il Servizio sociale deve attivarsi
nella creazione di un sistema coordinato di servizi e interventi che
sostenga forme di apertura e di
advocacy affinché si lavori in maniera integrata e coesa sensibilizzando il territorio attraverso la creazione di spazi di interculturalità
attivando la partecipazione di interlocutori che rappresentano le
diverse comunità di migranti al fine di sviluppare iniziative di empowerment, favorendo l’aggregazione, lo scambio e il protagonismo.
Un esempio lungimirante è stato l’istituzione del Forum “Politiche di Integrazione e Nuovi Cittadini” della Circoscrizione 7 della
Città di Torino1 creato come occasione di incontro, d’informazione e
di definizione di proposte operative promosse da cittadini italiani e
stranieri, rappresentanti degli enti e delle associazioni che operano

POLITICHE

in favore di persone straniere al fine di realizzare i seguenti obiettivi:
- conoscere il fenomeno migratorio dei cittadini di origine straniera e i bisogni emersi per promuovere efficaci politiche locali;
- individuare e perseguire modalità di confronto e coordinamento con le realtà dell’associazionismo, con gli enti pubblici ed i cittadini nell’ambito di una programmazione continuativa capace di
garantire interventi efficaci frutto
di una progettazione partecipata;
- raccogliere, individuare e proporre alla Circoscrizione misure
e interventi propedeutici in ambiti quali la salute, la casa, il lavoro, l’educazione, il dialogo interreligioso, il tempo libero, l’inserimento sociale;
- individuare e proporre alla Circoscrizione misure capaci di
promuovere l’integrazione e la
partecipazione degli immigrati,
la definizione dei nuovi cittadini
(immigrazione di seconda generazione), la coesione sociale di
tutti i cittadini e di favorire la sicurezza e la vivibilità, nell’ottica
della condivisione e dell’informazione sui diritti e doveri, sulla conoscenza dei regolamenti, leggi e Costituzione italiana,
educazione civica e cenni storici e culturali del nostro Paese.
Assumere l’approccio interculturale
necessario all’assistente sociale per
costruire una relazione d’aiuto volta al riconoscimento delle capacità e
risorse proprie dei migranti implica il
misurarsi – secondo quanto proposto da Margalit Cohen-Emerique –
con tre prospettive:
1) prospettiva soggettivista, che
non considera l’incontro tra culture, ma tra individui portatori di culture al fine di unire senza confondere, distinguendo senza separare; e questo significa in concreto

  2|2017 ∙ 41

BIBLOGRAFIA
- Louis-Jean Calvet (1977), Linguistica e colonialismo. Piccolo trattato di
glottofagia, Mazzotta, Milano.
- Margalit Cohen-Emerique (1990), Il modello individualista del soggetto,
comprensione di persone provenienti da società non occidentali, Logica
economica e culturale, n. 13.
- Emerson Douyon (1988), Pratiche di intervento e le minoranze etniche in
Quebec: Progress Report, Monreal, Centro di ricerca caraibica, Università
di Monreal, Relazione alla Segreteria di Stato per il multiculturalismo.
- Walter Lipmann (1922), Public Opinion, New York.
- Marco Mazzetti (2003), Il dialogo transculturale. Manuale per operatori
sanitari e altre professioni di aiuto, Carocci Faber, Roma.

conoscere se stessi e la propria
identità sociale e culturale permettendo di far emergere la relatività dei propri punti di vista. L’altro
assume il ruolo di rivelatore di noi
stessi, una sorta di specchio che
riflette le norme e i valori. Le tecniche di decentramento sono: la capacità di sedimentare, la riflessione sul proprio vissuto e la conoscenza dei propri schemi mentali;
2) prospettiva interazionista, per
cui ogni relazione deve condurre a
porsi delle domande su se stessi e
non soltanto a interrogare l’altro sul
rapporto costruito e che dovrebbe
quindi portare l’assistente ad appropriarsi della cultura dell’altro in un
approccio empatico, rivolto al profondo, attraverso gli occhi dell’altro,
esigendo un’attitudine all’apertura,
uno sforzo personale di curiosità attraverso le tecniche della penetrazione: porsi delle domande, ascolto, passare dalle parole ai gesti e sospensione del giudizio.
3) prospettiva situazionale, secondo la quale le culture non crescono in ambienti asettici, ma in contesti “contaminati” e sono caratterizzate da un proprio tempo e spazio; questo implica che l’assistente sociale impari a interagire assicurando una serie di scambi caratterizzati da una sorta di compro-

messo definendo un terreno comune attraverso le tecniche di negoziazione/mediazione volte al superamento del conflitto causato
dall’imposizione di un codice simbolico su un altro.
Per acquisire competenze interculturali l’assistente sociale necessita
di una formazione multidisciplinare in ambito giuridico, storico e geopolitico, antropologico, sociologico, medico-psicologico e pedagogico-educativo oltre che lavorare, come è tipico della professione sociale, in équipe multiprofessionali al fine di costruire un cambiamento culturale basato su approccio transculturale necessario per valorizzare la
centralità della persona, intesa nella sua globalità, unicità e interezza.
Ciò che occorre è la volontà di costruire una comunità unita, plurale, arricchita dalle sue sfumature.
Ovviamente non si possono avere tutte le risposte ma occorre imparare a porsi le giuste domande.

1] http://www.comune.torino.it/circ7/cm/
pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1413.
Dal 26 settembre 2016 è stato istituito un nuovo
Forum “Nuovi Cittadini – pari opportunità” che
opera in stretto raccordo con la  III Commissione
di lavoro permanente competente in materia di
Lavoro, Commercio e Artigianato, Formazione
Professionale; http://www.comune.torino.it/circ7/
cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4583.


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