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L amore arriva sempre al momento sbaglia Brittainy C. Cherry .pdf



Nome del file originale: L_amore arriva sempre al momento sbaglia - Brittainy C. Cherry.pdf
Titolo: L'amore arriva sempre al momento sbagliato (eNewton Narrativa) (Italian Edition)
Autore: Brittainy C. Cherry

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1199

Tutti i personaggi e gli eventi
descritti in questo libro, tranne quelli
di pubblico dominio, sono frutto
dell’immaginazione dell’autrice
e qualsiasi somiglianza con persone
reali, viventi o defunte,
è puramente casuale.
Titolo originale: Loving Mr.
Daniels
©2014 Brittainy C. Cherry
All Rights Reserved.
Traduzione dall’inglese di Chiara
Balzani
Prima edizione ebook: aprile 2016
© 2016 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-9245-4
www.newtoncompton.com
Realizzazione a cura di Il
Paragrafo, www.paragrafo.it

Brittainy C. Cherry

L’amore arriva
sempre
al momento
sbagliato

Newton Compton editori

A tutti i Tony del mondo.
Vi vedo.
Vi ascolto.
Vi sento.
E vi voglio bene.
Non siete soli.

Prologo
Daniel
Non so cosa dirti,
non lo so proprio.
In fondo, occuparmi di te porta
solo dolore.
Romeo’s Quest

Venti mesi prima
Quando parcheggiai la jeep nel
vicolo, ero sprofondato in una nube di
pensieri tetri e umore nero. Non ero mai
stato in quella zona della città; anzi, a
malapena ne conoscevo l’esistenza. Il
cielo era color della pece e il freddo

degli ultimi giorni d’inverno non faceva
che esasperare la mia irritazione.
Posai gli occhi sul cruscotto
dell’auto.
Le cinque e mezzo del mattino.
Mi ero ripromesso di non rivederlo
mai più. Il suo comportamento aveva
aperto una voragine tra noi, spazzando
via tutto ciò che eravamo stati. Eppure,
in cuor mio sapevo che non avrei
mantenuto la promessa: non ce l’avrei
fatta a stargli lontano. In fin dei conti era
mio fratello e anche quando andava fuori
di testa – il che purtroppo accadeva
spesso – rimaneva comunque mio
fratello.
Dopo quindici minuti di attesa, Jace
spuntò dal vicolo. Zoppicava e si teneva

il fianco. Mi raddrizzai sul sedile, e i
nostri sguardi si incrociarono.
«Maledizione,
Jace»,
borbottai,
mentre schizzavo fuori dall’auto e
sbattevo lo sportello. Mi avvicinai alla
luce di un lampione, in modo da potergli
guardare il viso. Aveva l’occhio sinistro
tumefatto e semichiuso, il labbro
inferiore spaccato. La maglietta bianca
era macchiata di sangue. «Cosa diavolo
hai combinato?», sibilai, mentre lo
aiutavo a raggiungere la jeep.
Gemette e provò a sorridere. Poi
mugolò ancora.
Chiusi la sua portiera e mi precipitai
al volante.
«Mi hanno accoltellato, cazzo». Si
passò le mani sulla faccia e s’imbrattò

ancor più di sangue. Gli scappò da
ridere, ma il suo aspetto non lasciava
dubbi su come si sentisse veramente.
«Ho spiegato a Red che gli avrei portato
i soldi la prossima settimana…», si
lamentò con una smorfia, «e lui mi ha
mandato quei ceffi».
«Gesù, Jace», sospirai, mettendo in
moto e allontanandomi dal marciapiede.
Era quasi l’alba, ma sembrava più buio
di prima. «Credevo che ormai la
vendessi e basta».
Jace si sistemò meglio sul sedile, poi
posò l’unico occhio ancora aperto su di
me. «Ed è così Danny, te lo giuro».
Cominciò a piangere. «Te lo giuro su
Dio che è così». Purtroppo, era evidente
che non si limitasse a venderla: aveva

ricominciato a farne uso. Merda. «Mi
stavano per ammazzare, Danny. Ne sono
sicuro. Erano venuti per…».
«Zitto!», urlai, mentre l’immagine di
mio fratello mezzo morto si faceva largo
tra i miei pensieri. Ero cresciuto con una
lugubre, costante sensazione di pericolo.
«Non stavi per morire, Jace. E adesso
chiudi quella boccaccia».
Piagnucolava per il dolore: sembrava
sempre più smarrito e confuso. Le
lacrime erano accompagnate da un sordo
lamento. «Mi dispiace, non volevo
trascinarti di nuovo in questa storia».
Sospirai
e,
senza
nemmeno
accorgermene, gli misi una mano sulla
schiena per confortarlo. «Va tutto bene»,
mentii.

Da tempo mi ero tirato fuori dai
problemi
di
mio
fratello
per
concentrarmi sulla musica e sullo studio.
Andavo al college, e mancava solo un
anno al momento in cui avrei dovuto
decidere cosa fare della mia vita. E
adesso, invece di studiare per l’esame
che dovevo sostenere di lì a qualche
ora, mi ritrovavo a soccorrere mio
fratello. Grandioso.
Jace giocherellava nervoso con le
mani e teneva gli occhi fissi a terra.
«Non voglio avere più niente a che fare
con questa roba, Danny», mormorò
mentre il suo sguardo si posava su di me
per un secondo, prima di vacillare e
abbassarsi di nuovo. «Stavo pensando
che potrei tornare nella band…».

«Jace!», lo stroncai.
«Lo so, lo so. Ho combinato un
casino…».
«Un gran casino, Jace», lo corressi.
«Ok, va bene. Ma lo sai. L’unica
volta che sono stato contento, dopo
quella cosa di Sarah…». Sussultò alle
sue stesse parole. «L’unica volta che
sono stato contento dopo quel giorno è
stato sul palco con te e i ragazzi».
Mi balzò il cuore in gola, ma non
commentai. Era meglio cambiare
argomento.
«Dovrei
portarti
in
ospedale…».
Sgranò gli occhi e scosse la testa,
deciso. «No. Niente ospedale».
«Perché?».
Si limitò a fare spallucce. «La

polizia…».
Ero molto perplesso. «Ti sta
cercando, Jace?».
Annuì, e io mi lasciai sfuggire
un’imprecazione.
Quindi, non solo dei delinquenti gli
stavano dando la caccia, ma era
braccato anche dagli sbirri: non so
perché, ma non ero affatto stupito.
«Cosa hai combinato?», chiesi,
irritato.
«Non
importa».
Gli
lanciai
un’occhiataccia, e lui abbandonò ogni
resistenza. «Non è stata colpa mia,
Danny, te lo giuro. Qualche settimana fa,
Red mi ha chiesto di portare una
macchina da un posto a un altro. Non so
cosa cazzo ci fosse dentro».

«Droga?»
«Non lo so! Ti giuro su Dio che non
lo so!».
Ma di che accidenti stava parlando?
Cosa pensava di trasportare, caramelle?
«In ogni modo», continuò, «quando mi
sono fermato per fare benzina mi hanno
beccato. Il tempo di entrare e uscire
dalla stazione di servizio e la macchina
era circondata da poliziotti. Ho provato
a scappare, ma un agente mi ha urlato di
fermarmi, allora mi sono messo a
correre. Be’, alla fine, tutti quei giri
intorno alla pista di atletica, a scuola,
sono serviti a qualcosa…», sogghignò.
«Ah, lo trovi pure buffo? Tu ti diverti,
cazzo!». Ero letteralmente fuori di me.
«Perché io invece non mi sto affatto

divertendo, sai?». Chinò di nuovo la
testa, e ancora una volta mi ritrovai a
sospirare. «Dove ti devo portare?»
«Da mamma e papà», rispose.
«Stai scherzando? Nostra madre non
ti vede da un anno e tu vuoi andare a
casa sua così conciato? Completamente
zuppo di sangue? Vuoi farle venire un
colpo? E poi papà non sta bene, lo sai».
«Per favore, Danny», piagnucolò.
«La mamma a quest’ora fa la sua
passeggiata mattutina al molo…», lo
informai.
Tirò su con il naso e se lo asciugò con
le dita. «Ok, allora aspetterò, nascosto
nella rimessa della barca, così magari
mi do una ripulita». Fece una pausa e si
voltò verso il finestrino. «Una ripulita è

proprio quello che mi ci vuole», ripeté
con un filo di voce.
Come se non glielo avessi mai sentito
dire prima.
***
Impiegammo venti minuti per arrivare
a casa. I nostri genitori vivevano a
qualche chilometro da Edgewood, nel
Wisconsin. Papà aveva promesso alla
mamma una casa su un lago, e finalmente
da qualche anno era riuscito a
comprarne una. Certo, aveva bisogno di
un po’ di manutenzione, ma era tutta
loro.
Parcheggiai sul retro del capanno,
dove papà aveva riposto la barca in
attesa della fine dell’inverno. Jace mi

ringraziò per averlo portato sin lì.
Entrammo nella rimessa, illuminata
dalla luce del mattino che trapelava
dalle finestre.
Mi arrampicai sulla barca, scivolai al
suo interno e presi qualche asciugamano
da sottocoperta. Quando riemersi, Jace
era seduto e si stava dando un’occhiata
alla ferita.
«Non è molto profonda», annunciò,
premendosi il palmo della mano sul
fianco. Tirai fuori un coltellino, tagliai
uno degli asciugamani e glielo premetti
sul taglio. Jace mi guardò, irritato.
«Papà ti ha dato il suo coltello?».
Fissai la lama che tenevo in mano e la
richiusi, poi me la rimisi in tasca. «L’ho
solo preso in prestito».

«Papà a me non l’avrebbe nemmeno
fatto toccare».
«Già, chissà perché», replicai mentre
osservavo la sua ferita.
Non fece in tempo a rispondere
perché udimmo un grido provenire dal
molo. «Ma che cosa…», mormorai.
Uscii dal capanno di corsa e Jace mi
seguì zoppicando.
«Mamma!», urlai. Un uomo con una
felpa rossa le stava puntando una pistola
alla schiena e la spintonava.
«Come hanno fatto a trovarci?»,
balbettò Jace.
Mi girai di scatto, confuso e fremente
d’indignazione. «Lo conosci?!».
Ero incazzato nero. E terrorizzato,
soprattutto terrorizzato.

Lo
sconosciuto
ci
lanciò
un’occhiataccia per squadrarci. E posso
quasi giurare che fece un sorrisetto
prima di premere il grilletto.
Poi, non appena la mamma finì a
terra, iniziò a correre.
Jace gridò con tutto il fiato che aveva
in gola: ne uscì un suono cupo, pieno di
rabbia.
Fece per avvicinarsi, ma lo anticipai.
«Mamma, va tutto bene», le sussurrai.
Mi voltai verso mio fratello e gli diedi
uno spinta per scuoterlo. «Chiama il
911, sbrigati».
Se ne stava in piedi, sopra di noi, con
gli occhi iniettati di sangue, mentre le
lacrime gli rigavano il volto. «Danny,
lei non è… non è…». Balbettava, e per

un attimo lo odiai perché stava pensando
esattamente quello che pensavo io.
Mi frugai nelle tasche, presi il
cellulare e glielo misi in mano. «Chiama
il 911!», urlai, mentre stringevo mia
madre tra le braccia.
Alzai lo sguardo verso casa e vidi
mio padre. In quel momento si rese
conto di quello che era successo: aveva
udito uno sparo e sua moglie giaceva a
terra, immobile.
Nonostante fosse molto debilitato
dalla malattia, corse verso di noi.
«Papà… La mamma… Le hanno
sparato!», esclamò Jace, e al solo udire
quelle parole cominciai a piangere.
Accarezzai mia madre sulla testa e la
abbracciai, mentre papà ci raggiungeva

trafelato.
«No… no… no…», balbettò,
accasciandosi al suolo.
La abbracciai ancora più forte e poi
strinsi anche lui. Mia madre mi guardò
con i suoi occhi azzurri, in cerca di
risposte a domande silenziose. «Va tutto
bene, ma’. Te la caverai, non ti
preoccupare», le bisbigliai all’orecchio.
Le stavo mentendo, e mentivo anche a
me stesso: non ce l’avrebbe fatta, lo
sapevo. Una vocina dentro di me mi
sussurrava che era troppo tardi: la
mamma non aveva speranze. Eppure non
riuscivo a smettere di ripeterlo, né di
pensarlo. E non riuscivo a smettere di
piangere.
Te la caverai.

Capitolo 1
Ashlyn
La morte non fa paura,
la morte non è una maledizione.
Avrei solo voluto che prendesse
me per primo.
Romeo’s Quest

Oggi
Mi sedetti su una delle panche più
lontane, in fondo alla chiesa. Odiavo i
funerali, ma d’altronde non c’era da
stupirsene, no? Chissà se c’erano
davvero persone che apprezzavano
questo genere di cerimonie. Persone che

partecipavano ai funerali come fosse un
hobby, e che non si lasciavano sfuggire
l’occasione di una bella ventata di
tristezza. Che spasso, eh?
Va bene. Va bene, adesso smettila.
Ogni volta che mi si avvicinava
qualcuno, la stessa storia. Ogni volta
intravedevo quell’attimo di timore e
titubanza, la malcelata convinzione di
trovarsi di fronte a Gabby. «Stia
tranquillo, non sono lei», sussurravo,
prima che la persona in questione
potesse fare qualcosa di avventato.
«Non sono lei, no…», ripetevo tra me e
me, agitandomi sulla panca di legno.
Da bambina ero stata molto male, e
dai quattro ai sei anni ero entrata e
uscita dall’ospedale. Avevo un buco nel

cuore, o qualcosa del genere. Dopo
molte
operazioni
chirurgiche
e
innumerevoli preghiere, ero riuscita
finalmente a tornare a una vita normale.
Mia madre, all’epoca, era stata convinta
che stessi per morire, e probabilmente
adesso era delusa dal fatto che fosse
invece toccato a Gabby, anziché a me.
Quando aveva saputo della malattia di
Gabby, nostra madre aveva iniziato a
bere. Certo, faceva di tutto per tenercelo
nascosto, ma ci avevo messo poco a
scoprirlo. Una sera ero entrata in camera
sua per controllare che stesse bene:
l’avevo trovata in lacrime, scossa dai
singhiozzi, sdraiata tra le lenzuola. E
quando mi ero avvicinata per
abbracciarla, ero stata letteralmente

travolta dall’odore di whiskey.
Non mi ero stupita però: mia madre
non se l’era mai cavata bene nelle
situazioni difficili, e l’alcol era sempre
stato la sua soluzione preferita per
affrontare i problemi. Si era spesso
ricoverata per disintossicarsi, e quando
accadeva io e Gabby eravamo costrette
a trasferirci dal nonno: non conservo un
bel ricordo di quei periodi. Dopo
l’ultima volta aveva promesso che ci
avrebbe dato un taglio, per sempre.
In chiesa, mia madre sedeva in prima
fila accanto a Jeremy, il suo compagno,
l’unica persona in grado di assicurarsi
che si lavasse e si vestisse tutte le
mattine. Non ci eravamo parlati granché
prima del funerale: la malattia di Gabby

ci aveva reso tutti egoisti. Mia madre
aveva sempre preferito mia sorella a
me, e non era un segreto: Gabby aveva i
suoi stessi gusti, le piacevano le creme
di bellezze e i trucchi, i reality in tivù.
Quando Gabby e la mamma stavano
insieme non facevano altro che ridere e
divertirsi un mondo, mentre io mi
rintanavo sul divano, chiusa in camera, a
leggere i miei libri.
I genitori dicono sempre di amare tutti
i propri figli incondizionatamente e di
non avere un preferito, ma questo è
impossibile, perché a volte capita che un
figlio ti assomigli a tal punto da poter
quasi giurare che Dio lo abbia creato a
tua immagine. Ecco, questo era il caso
di Gabby e di mia madre. Ma succede

anche che ti venga fuori una figlia che,
nel tempo libero, legge il dizionario
perché trova le parole “divertenti”.
Indovinate di chi sto parlando, invece?
Mia madre mi voleva bene, certo, ma
non le andavo a genio, ne ero sicura. Per
me non era un problema, perché ci
pensavo io a colmare questa lacuna con
il mio affetto, che valeva doppio.
Jeremy era un uomo perbene e mi
chiesi se sarebbe stato in grado di
restituirmi la madre di un tempo, quella
che avevo conosciuto prima della
malattia di mia sorella. Quella che
rideva sempre. Che riusciva a
sopportarmi, anche se eravamo come il
giorno e la notte. Che mi voleva bene,
anche se non le andavo a genio. Quella

mamma che mi mancava così tanto.
Sospirai, grattandomi via lo smalto
nero dalle unghie delle mani. Il
sacerdote continuava a parlare di Gabby
come se la conoscesse, ma in realtà non
l’aveva mai vista. Non eravamo mai
andate in chiesa, ed era ipocrita che il
funerale si svolgesse proprio lì. Mia
madre diceva sempre che la chiesa era
dentro di noi e che Dio si poteva trovare
in ogni cosa, per cui non c’era ragione
di recarsi in un posto specifico ogni
domenica. Probabilmente intendeva solo
dirci: “Be’, io la domenica preferisco
dormire”.
Mi mancava il respiro. Non sarei
riuscita a rimanere in quella chiesa un
minuto di più. Per essere un luogo di

fede e di preghiera, era così soffocante.
Quando attaccarono l’ennesimo inno,
pens ai , ommioddio, ma quanti inni
esistono?! Poi mi voltai impaziente
verso l’entrata e infine mi decisi: mi
alzai e uscii. La calura estiva,
quell’anno più opprimente che mai, mi
schiaffeggiò all’improvviso e prima
ancora di poter raggiungere i gradini
della chiesa grondavo già sudore. Mi
sistemai il vestito nero che ero stata
obbligata a indossare e cercai di non
barcollare sui tacchi dall’altezza non
proprio familiare.
La mise era stata una scelta di Gabby
in persona (quando era ancora in vita,
naturalmente).
Qualcuno
potrebbe
pensare che per me fosse strano

indossare proprio quel vestito, ma mia
sorella era fatta così, non c’era da
stupirsi. Diciamo che era un po’
ossessionata da queste cose. Parlava
della sua morte da sempre, da prima
ancora di ammalarsi, e desiderava che
al suo funerale fossi più bella che mai. Il
vestito mi stringeva un po’ sui fianchi,
ma non mi lamentavo. Con chi avrei
potuto farlo, d’altra parte?
Mi sedetti in cima alla scalinata della
chiesa e mi appoggiai ai gomiti. Che
noia, i funerali. Osservai una formica
muoversi a zig zag sul gradino,
spaventata e confusa, senza un istante di
tregua. «Be’, sembra proprio che io e te
abbiamo tante cose in comune, Signora
Formica».

Mi riparai gli occhi con una mano e
alzai la testa al cielo azzurro. Stupido
cielo azzurro, sembrava così contento!
Nonostante la mano, il sole riuscì
ugualmente a raggiungermi e a
scaldarmi, infiammandomi di rimorso e
senso di colpa.
Abbassai la testa e fissai con
attenzione il cemento dei gradini,
muovendo nervosa la punta dei piedi.
Non ne ero sicura, ma sospettavo che la
solitudine fosse una malattia. Una
malattia disgustosa e contagiosa, che si
insinuava lentamente nell’organismo e
finiva per sconfiggerti, anche se facevi
di tutto per combatterla.
«Disturbo?», chiese qualcuno dietro
di me. Questa è la voce di Bentley o

sbaglio?
Mi voltai e lo vidi lì, in piedi, con
una specie di portagioie di legno tra le
mani. Mi sorrise, ma i suoi occhi
sembravano tristissimi. Diedi un
colpetto sul gradino accanto a me, e lui
fu rapido ad accettare il mio invito
silenzioso. Gabby aveva scelto anche
l’abito di Bentley, che indossava una
giacca blu sopra una T-shirt sdrucita dei
Beatles. Probabilmente la gente in
chiesa
aveva
disapprovato
quell’accostamento bizzarro, ma Bentley
se ne fregava di quello che pensavano
gli altri. A lui importava solo di una
ragazza, e di quello che voleva lei.
«Come va?», chiesi, posandogli una
mano sul ginocchio.

Mi guardò dritto negli occhi e
abbozzò una risata mesta, ma entrambi
sapevamo che stava soffrendo. Povero
ragazzo. Prima che potessi dire
qualcosa, posò la scatola di legno
accanto a sé e si nascose il volto tra le
mani, poi si raggomitolò in posizione
fetale sui gradini. Mi pareva quasi di
sentire distintamente il rumore del suo
cuore che andava in mille pezzi. Avevo
visto Bentley piangere una volta sola,
prima di quel momento, ed era stato
quando era riuscito a trovare i biglietti
per il concerto di Paul McCartney. Ma
quella volta aveva pianto di gioia.
Vederlo in quello stato mi fece sentire
impotente, mentre l’unica cosa che avrei
voluto fare era prendere tutto il suo

dolore e scaraventarlo fuori dal suo
corpo, lontano da lì, per sempre.
«Mi dispiace tanto, Bentley»,
sussurrai mentre lo cingevo con le
braccia.
Lui singhiozzò ancora per qualche
istante, poi si strofinò gli occhi. «Sono
un cretino, scusami. Mi sono lasciato
completamente andare. L’ultima cosa di
cui hai bisogno è vedere qualcuno
ridotto in questo stato. Perdonami,
Ashlyn», si scusò. Era il ragazzo più
dolce che avessi mai incontrato. Ed è
sempre un peccato quando ragazzi come
lui soffrono, perché il loro cuore è più
sensibile di quello degli altri.
«Non devi scusarti con me».
Intrecciai le dita e mi posai il mento

sulle mani.
Bentley si sporse verso di me e mi
diede un colpetto sulla spalla. «E tu
come stai?», chiese, rivolgendomi il suo
solito sguardo premuroso. Se solo mia
sorella avesse potuto vedere quanto era
preoccupato per me, si sarebbe sciolta.
Forse da dove si trovava in quel
momento, nell’altra vita, insieme a
Tupac e alla mamma di Nemo, adesso
stava sorridendo soddisfatta.
Il semplice pensiero che non fossi
l’unica a soffrire mi fece stare subito
meglio. Per Gabby, Bentley aveva
significato il mondo intero, ma per lui
Gabby era stata il mondo intero. Lui
aveva due anni più di noi. Lo avevamo
incontrato alle superiori, quando era al

terzo anno. Gabby era al secondo e io
ancora al primo, perché ne avevo perso
uno per via della malattia.
Nel giro di poche settimane, Bentley
sarebbe ripartito per il Nord, dove
avrebbe cominciato il secondo anno di
college. Studiava medicina, cosa
alquanto ironica, visto che in quel
preciso momento stava soffrendo per
una ferita che nessuna cura avrebbe
potuto guarire.
«Tutto bene, Bent». Era una bugia, e
lui lo sapeva, ma andava bene così. Non
mi avrebbe fatto altre domande. «Hai
visto Henry, dentro?», chiesi, lanciando
una breve occhiata al portone della
chiesa.
«Sì, ci siamo scambiati due parole.

Gli hai parlato?»
«No, e non ho parlato nemmeno con
mia madre. Non ci parlo da giorni, a
dire il vero». Bentley colse il tremolio
nella mia voce, e mi attirò a sé per
confortarmi con un abbraccio.
«Tua madre è solo molto triste, ma
non è cattiva e non vuole ferire nessuno,
credimi».
Sfiorai con le dita i gradini, tastando
la superficie ruvida con i polpastrelli.
«La mamma avrebbe preferito che fosse
successo a me», mormorai. Una lacrima
mi scivolò sulla guancia e guardai
Bentley: sembrava molto colpito da
quelle parole. «Non riesce nemmeno a
guardarmi perché… be’, sono la gemella
cattiva, quella che è sopravvissuta».

«Cosa dici!», esclamò indignato.
«Ashlyn, non c’è niente di cattivo in te».
«Come fai a dirlo?»
«Be’, sai», raddrizzò la schiena e mi
rivolse un sorriso smagliante, «sono un
dottore, io. Quasi». Non potei fare a
meno di ridere. «E per essere precisi…
L’ultima volta che io e Gabby abbiamo
parlato, non faceva altro che ripetere
quanto fosse felice che non fosse
capitato a te».
Mi morsi il labbro inferiore, cercando
di ricacciare indietro le lacrime.
«Grazie, Bentley».
«Ci mancherebbe, amica». Mi strinse
a sé un’ultima volta. «E adesso,
passiamo alla cosa più importante».
Prese la scatola di legno che aveva

posato accanto a sé, la sollevò e me la
mise in grembo. «Da parte di Gabby. Mi
ha detto di dartela e riferirti di aprirla
dopo il funerale, stasera. Non so cosa
contenga. Non me l’ha svelato. So solo
che è per te».
Guardai la scatola di legno: era una
specie di scrigno, che accarezzai piano
con i polpastrelli. Cosa poteva esserci
dentro? Perché era così pesante?
Bentley si alzò e si infilò le mani in
tasca, poi fece qualche passo verso la
chiesa. Udii il battente del portone che
si apriva e poi il rumore dei singhiozzi,
fino a quel momento confinato
all’interno, si riversò fuori, giungendo
fino alle mie orecchie. Non alzai lo
sguardo, ma sapevo che Bentley era

ancora lì.
Si schiarì la gola e si prese qualche
momento prima di parlare. «Stavo
andando da lei per chiederle di
sposarmi».
Lo scrigno di legno mi premeva
contro le cosce, e sul mio viso sentii il
calore penetrante del sole estivo, che mi
riversava addosso la sua luce. Senza
voltarmi, annuii. «Lo so».
Fece un profondo sospiro, poi si voltò
e rientrò in chiesa. Io rimasi seduta
ancora un po’, chiedendomi se il sole di
quel pomeriggio mi avrebbe sciolto in
un mucchietto insignificante di ossa,
proprio lì, sui gradini. La gente
gravitava intorno alla chiesa, eppure
nessuno mi prestava attenzione. Erano

tutti troppo occupati a vivere la propria
vita per notare la mia che, in qualche
modo, si era fermata.
Il portone della chiesa si aprì di
nuovo: era Henry stavolta. Non disse
niente e si sedette abbastanza lontano
per evitarmi l’imbarazzo di quel
momento. Si frugò nelle tasche, tirò fuori
un pacchetto di sigarette e ne accese una.
Una nuvoletta di fumo gli uscì dalle
labbra, e per un istante fui rapita dalle
volute ipnotiche che si levavano per aria
prima di dissolversi.
«Non credi sia di cattivo gusto fumare
sui gradini di una chiesa?».
Henry scrollò un po’ di cenere dalla
sigaretta prima di parlare. «Be’, visto
che hanno appena seppellito una delle

mie figlie, penso proprio di potermi
concedere una sigaretta qui, sui gradini,
e fanculo a tutti. Almeno per oggi».
Risi, e il sarcasmo pervase ogni
centimetro della mia voce. «Mi sembra
coraggioso da parte tua chiamarci figlie
dopo diciotto anni di telefonate una
volta l’anno, il giorno del nostro
compleanno, e la cartolina di rito a
Natale». Senza contare che era passato
un bel po’ di tempo dall’ultima volta che
era venuto a trovarci dal Wisconsin,
dove abitava.
Nella sua vita non aveva certo
aspirato a ricevere il primo premio
come papà dell’anno, e io ormai mi ero
messa il cuore in pace. Arrivare proprio
oggi e recitare il ruolo del padre in lutto

però gli doveva costare fatica,
nonostante se ne stesse lì a fumare
sigarette.
Si limitò a sospirare, evitando di
rispondere. Rimanemmo seduti in
silenzio, intenti a guardare la gente che
passava. Quel tanto bastò per farmi
sentire in colpa per averlo aggredito.
«Scusa», mormorai. «Non intendevo
ferirti», anche se non ce n’era bisogno
perché non avrebbe reagito alle mie
odiose provocazioni.
Infine Henry mi parlò, rivelandomi la
ragione per cui mi aveva raggiunto là
fuori. «Ho parlato con tua madre. Sta
passando davvero un brutto momento».
Non spiccicai parola. Certo che stava
passando un brutto periodo! La sua figlia

preferita era morta! «Abbiamo deciso
che è meglio se vieni a stare da me»,
proseguì. «Potrai frequentare il terzo
anno nel Wisconsin».
Stavolta risi di cuore. «Sì, certo,
Henry». Almeno il suo senso
dell’umorismo era ancora integro. Un
senso dell’umorismo un po’ bizzarro, ma
sempre divertente. Mi voltai verso di lui
e scorsi un’espressione severa nei suoi
occhi verdi, che avevano la mia stessa
sfumatura di colore. Verdi, come quelli
di Gabby. Mi si contrasse lo stomaco e
iniziai a piangere. «Stai dicendo sul
serio? Non mi vuole più?»
«Non è proprio così…». Gli tremava
la voce: aveva paura di farmi del male.
Era proprio così, invece. Mia madre

non mi voleva più con sé. Altrimenti
perché avrebbe dovuto spedirmi nella
terra delle mucche, del formaggio e
della birra? Sapevo che stavamo
passando un periodo terribile, ma
succede inevitabilmente a tutte le
famiglie dopo un lutto. Si soffre. Si
cammina sui pezzi di vetro. Si grida,
quando non se ne può più, e poi si
piange anche, e si battono i piedi. Si
crolla. Tutti insieme, però.
Il mal di stomaco delle settimane
precedenti rifece capolino; mi sentii
svenire, e mi disprezzai. Non farlo
davanti a Henry. Non cedere davanti a
lui!
Mi sollevai, stringendo lo scrigno di
legno sotto il braccio sinistro. Mi

spolverai il vestito sulla schiena con la
mano destra e feci qualche passo verso
il portone della chiesa. «Va bene»,
mentii, mentre ero già nel panico al
pensiero di quello che mi aspettava. «In
fondo… A chi importa essere buttato
fuori di casa in un momento del
genere?».
***
Era passata una settimana dal giorno
del funerale, e mia madre era rimasta
quasi sempre da Jeremy. A essere
sincera, non era esattamente così che
avevo immaginato di trascorrere le
ultime settimane estive, piangendo da
sola in casa, tutto il giorno. Era patetico,
senza ombra di dubbio. La cosa positiva


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