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Quanto ti ho odiato .pdf



Nome del file originale: Quanto ti ho odiato.pdf
Titolo: Quanto ti ho odiato
Autore: Kody Keplinger

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913

Tutti i personaggi e gli eventi descritti in questo libro, tranne quelli
di pubblico dominio, sono frutto dell’immaginazione dell’autrice
e qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte,
è puramente casuale.
Titolo originale: The Duff
Copyright © 2010 by Kody Keplinger
This edition published by arrangement with
Little, Brown and Company, New York, New York, U.S.A.
All rights reserved.
Traduzione dall’inglese di Erica Farsetti
Prima edizione ebook: luglio 2015
© 2015 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214
ISBN 978-88-541-7703-1
www.newtoncompton.com
Realizzazione a cura di Il Paragrafo, www.paragrafo.it

Kody Keplinger

Quanto
ti ho odiato
Newton Compton editori

Per Aja,
il cui compleanno ha portato fortuna a tutte e due

1

Era una scena vista e rivista.
Ancora una volta, Casey e Jessica si stavano rendendo ridicole, dimenando il sedere come ballerine di
un video rap. Ma penso che ai ragazzi certe schifezze piacciano, no? Mentre mi domandavo, per la
centesima volta quella sera, perché mi ero fatta trascinare lì di nuovo, sentivo il mio quoziente
intellettivo precipitare un minuto dopo l’altro.
Ogni volta che andavamo al Nest, era sempre la stessa storia. Casey e Jessica ballavano, flirtavano,
attiravano l’attenzione di tutti i maschi presenti, e alla fine la loro migliore amica – cioè io – per
proteggerle le portava fuori prima che qualche allupato approfittasse di loro. Nel frattempo, stavo seduta
al bancone tutta la sera a parlare con Joe, il barista trentenne, dei “problemi dei giovani d’oggi”.
Immagino che Joe si sarebbe offeso se gli avessi rivelato che uno dei problemi più grandi era quel
dannato posto. Il Nest, un tempo un bar normale, tre anni prima era stato trasformato in una discoteca per
adolescenti. C’era ancora il bancone di quercia traballante, ma Joe serviva solo analcolici ai ragazzini
che ballavano o ascoltavano musica dal vivo. Odiavo quel luogo per il semplice fatto che i miei amici, i
quali normalmente erano persone abbastanza a posto, là dentro diventavano degli idioti. Ma in loro difesa
va detto che non erano gli unici. Mezza Hamilton High lo frequentava il fine settimana, e nessuno usciva
dalla discoteca con la dignità integra.
Insomma, parliamoci chiaro, cosa c’era di divertente? Vuoi ballare la stessa techno con i bassi potenti
una settimana dopo l’altra? Sì! Bene, allora potrei provarci con quel calciatore sudato in cerca di sesso.
Forse, nascerà un’interessante discussione su politica e filosofia mentre facciamo il twerking. Eh. Sicuro.
Casey si buttò sullo sgabello accanto al mio. «Dovresti venire a ballare con noi, B.», disse, senza
fiato. «È fichissimo».
«Certo», mormorai.
«Oh, mio Dio!». Jessica si sedette dall’altro lato, la coda biondo miele che oscillava sulle spalle.
«Avete visto? L’avete visto cazz…? Harrison Carlyle ci ha provato spudoratamente con me! L’avete
visto? Oddio!».
Casey alzò gli occhi al cielo. «Ti ha chiesto dove hai comprato le scarpe, Jess. È gay fino al midollo».
«È troppo carino per essere gay».
Casey la ignorò, passandosi le dita dietro l’orecchio, come per mettere a posto dei riccioli invisibili.
Era un’abitudine che le era rimasta da prima di farsi l’attuale taglio biondo sparato da folletto. «B.,
dovresti ballare con noi. Ti abbiamo portato qui perché noi volevamo uscire con te... non che Joe non sia
simpatico». Strizzò l’occhio al barista, probabilmente nella speranza di guadagnare qualche bibita gratis.
«Ma siamo noi le tue amiche. Dovresti venire a ballare. Non è vero, Jess?»
«Verissimo», confermò Jessica, fissando Harrison Carlyle, seduto su un divanetto all’altro capo della
sala. «Aspetta. Che? Non stavo ascoltando».
«Hai l’aria annoiata, lì in disparte, B. Voglio che ti diverta anche tu».
«Sto bene», risposi, mentendo. «Sto alla grande. Sapete che non so ballare. Sarei una palla al piede.
Andate… spassatevela. Io sto bene qui».
Casey mi guardò con gli occhi nocciola sospettosi. «Sicura?».
«Positivo».
Fece una smorfia, ma un secondo dopo scrollò le spalle e afferrò Jessica per il polso, trascinandola di
nuovo in pista.

«Cazzarola!», gridò Jessica. «Piano, Case! Mi stacchi il braccio!». Dopodiché, si fecero strada fino al
centro della stanza, sincronizzando i fianchi ancheggianti al ritmo della techno.
«Perché non hai detto alle tue amiche che sei triste?», chiese Joe, spingendo un bicchiere di Coca-Cola
Cherry verso di me.
«Non sono triste».
«E neppure una brava bugiarda», ribatté lui, prima che un gruppo di ragazzi iniziasse a chiamarlo
gridando all’altro capo del bancone.
Sorseggiai la Coca, guardando l’orologio attaccato al muro. La lancetta dei secondi sembrava
immobile, e pregai che quell’aggeggio malefico fosse rotto. Avrei chiesto a Casey e Jessica di andare via
solo alle undici. Un minuto prima e sarei stata la guastafeste. Ma stando all’orologio non erano ancora le
nove, e sentivo già spuntare l’emicrania da techno, acuita dalle luci strobo. Muoviti, lancetta dei
secondi! Muoviti!
«Ciao».
Alzai gli occhi al cielo e mi voltai guardando in cagnesco lo scocciatore. Ogni tanto succedeva. Un
tizio, stonato o con le ascelle puzzolenti, si sedeva accanto a me e faceva un tentativo svogliato di
attaccare bottone. Evidentemente, nessuno di loro aveva ereditato il gene dello spirito di osservazione,
perché la mia espressione diceva in modo piuttosto eloquente che non ero dello stato d’animo giusto per
farmi abbordare.
Strano, il ragazzo seduto accanto a me non puzzava di canne né di sudore. Anzi, mi sembrava di sentire
odore di colonia. Ma il disgusto non poté che aumentare quando capii a chi apparteneva quel corpo
profumato. Avrei preferito uno sballatone con la mente annebbiata.
Wesley. Rush. Cazzo.
«Cosa vuoi?», chiesi, senza sforzarmi di essere educata.
«Non sei una tipa amichevole?», domandò lui in tono sarcastico. «Sono venuto a parlare con te».
«Be’, problemi tuoi. Stasera non parlo con nessuno». Trangugiai la bibita succhiando rumorosamente,
sperando che cogliesse il segnale non troppo subliminale e se ne andasse. Niente da fare. Sentivo gli
occhi grigi strisciare sul mio corpo. Non fingeva neppure di guardarmi negli occhi, eh? Ah!
«Andiamo», mi stuzzicò. «Non c’è bisogno di essere così fredda».
«Lasciami in pace», sibilai a denti stretti. «Risparmia la recita per qualche troietta con l’autostima
sotto i piedi, perché io non ci casco».
«Be’, non mi interessano le troiette», disse lui. «Non sono il mio tipo».
Sbuffai. «Qualsiasi ragazza si abbassi a parlare con te, Wesley, non può che essere una troietta.
Nessuna con un briciolo di gusto, classe o dignità ti troverebbe attraente».
Va bene. Era una bugia, ma piccola piccola.
Wesley Rush era il più disgustoso playboy marpione che avesse mai varcato la soglia della Hamilton
High… ma era anche fico. Forse, se si fosse potuto azzerare il sonoro… e tagliargli le mani… forse –
non era sicuro – sarebbe stato tollerabile. In condizioni normali, era proprio un pezzo di merda. Un
allupato schifoso.
«E tu hai gusto, classe e dignità, suppongo?», chiese con un ghigno.
«Sì».
«È un peccato».
«Ma ci stai provando?», domandai. «Se è così, hai toppato. Alla grande».
Lui rise. «Io non fallisco mai quando ci provo». Si passò le mani fra i riccioli scuri e mise su un
sorrisetto sghembo e arrogante. «Sto solo cercando di essere amichevole. Di fare conversazione».
«Mi dispiace. Non mi interessa». Mi voltai e bevvi un altro sorso di Coca-Cola Cherry. Ma lui non si
mosse. Nemmeno di un centimetro. «Adesso puoi andare», dissi decisa.

Wesley sospirò. «Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te.
Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono
qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la
verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friend, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di
amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».
«Io non sono…!».
«Ehi, non stare sulla difensiva. Non è che tu sia un mostro, eh, ma in confronto a loro…». Scrollò le
spalle larghe. «Pensaci. Perché ti portano qui se non balli?». Ebbe la faccia tosta di allungare un braccio
e darmi una pacca sul ginocchio, come per consolarmi. Feci un balzo all’indietro e le dita si diressero
come se nulla fosse verso il suo viso, da cui scostò qualche ricciolo. «Senti», disse, «hai delle amiche
fiche… molto fiche». Si interruppe, osservando per un attimo la gente che ballava, poi si rivolse di
nuovo a me. «Vedi, gli scienziati hanno dimostrato che ogni gruppo di amiche ha un anello debole, una
DUFF. E le ragazze rispondono bene ai maschi che si avvicinano alla DUFF».
«I fattoni ora si fanno chiamare scienziati? Che novità».
«Non ti arrabbiare», disse lui. «Ciò che voglio dire è che le ragazze, come le tue amiche, trovano sexy
quando i ragazzi dimostrano di avere un po’ di sensibilità e socializzano con la DUFF. Quindi, parlando
con te adesso, sto raddoppiando le possibilità di portarmene qualcuna a letto. Per favore, dammi una
mano e fai finta di goderti la chiacchierata».
Lo fissai a lungo, sbigottita. La bellezza era davvero superficiale. Wesley Rush poteva avere il corpo
di un dio greco, ma l’anima era nera e vuota come il mio armadio. Che bastardo!
Con un movimento rapido, balzai in piedi e gli rovesciai addosso il contenuto del bicchiere. Fu
investito dalla Coca-Cola Cherry, che schizzò tutta la polo bianca di marca. Gocce di liquido rosso scuro
gli brillavano sulle guance e coloravano i capelli castani. Sul viso apparve una smorfia di collera e la
bella mascella si contrasse violentemente.
«Perché l’hai fatto?», sbottò, pulendosi la faccia con il dorso della mano.
«Secondo te perché l’ho fatto?», gridai, con i pugni serrati lungo i fianchi.
«Onestamente, Duffy, non ne ho la più pallida idea».
Mi sentii avvampare per la rabbia. «Se credi che permetterò a una delle mie amiche di andarsene con
te, Wesley, ti sbagli, e di grosso», ribattei. «Sei un idiota assatanato, disgustoso e superficiale, e spero
che la macchia di Coca non vada più via da quella tua magliettina da figlio di papà!». Un attimo prima di
andarmene, mi voltai e aggiunsi: «E non mi chiamo Duffy. Mi chiamo Bianca. Facciamo l’appello nella
stessa stanza da quando eravamo alla scuola media, maledetto egocentrico».
Non avrei mai pensato di dire certe cose, ma grazie al cielo il volume della techno era altissimo.
Nessuno, tranne Joe, aveva sentito il piccolo scambio di battute, e lui probabilmente pensò che fossi
un’isterica. Dovetti farmi largo a spallate per trovare le mie amiche. Una volta che le ebbi individuate,
afferrai Casey e Jessica per il gomito e le trascinai verso l’uscita.
«Ehi!», protestò Jess.
«Che succede?», chiese Casey.
«Ce ne andiamo da questo posto di merda», dissi, strattonando i loro corpi riluttanti. «Vi spiego in
macchina. Ma non posso sopportare di stare in questo buco un secondo di più».
«Non posso salutare Harrison prima?», mugolò Jessica, cercando di allentare la morsa sul braccio.
«Jessica!». Quando mi voltai di scatto a guardarla, il collo mi scrocchiò facendomi vedere le stelle.
«È gay! Non hai possibilità, quindi arrenditi subito. Ho bisogno di andarmene. Per favore».
Le trascinai nel parcheggio, dove l’aria ghiacciata di gennaio investì i nostri visi scoperti. Casey e
Jessica si arresero e si attaccarono a me, una per ogni lato. Dovevano aver scoperto che il loro

abbigliamento, studiato per risultare sexy, non era adeguato per affrontare il vento gelido. Raggiungemmo
la macchina strette una all’altra, separandoci solo quando fummo davanti al cofano. Premetti il pulsante
per aprire ed entrammo subito nell’abitacolo della Saturn, leggermente più caldo.
Casey si rannicchiò sul sedile anteriore e disse, battendo i denti: «Perché ce ne andiamo così presto?
B., sono solo le nove e un quarto, tipo».
Jessica era dietro, imbronciata e avvolta in una vecchia coperta che la faceva assomigliare a un
bozzolo. (Il riscaldamento del cavolo raramente si decideva a funzionare, quindi tenevo una pila di
coperte sul pianale).
«Ho litigato con uno», spiegai, infilando la chiave con inutile violenza. «Gli ho tirato la Coca addosso
e non voglio rimanere lì, in caso decida di vendicarsi».
«Chi?», chiese Casey.
Temevo la domanda, perché sapevo quale sarebbe stata la reazione. «Wesley Rush».
Alla mia risposta, Casey e Jess presero a sospirare come svenevoli ragazzine.
«Oh, andiamo», ribattei, nera di rabbia. «Quel tipo è un puttaniere. Non lo sopporto. Va a letto con
tutto quello che si muove, e ha il cervello nelle mutande... quindi microscopico».
«Ne dubito», commentò Casey con un altro sospiro. «Oddio, B., solo tu potevi trovare un difetto in
Wesley Rush».
Nel voltarmi per uscire dal parcheggio a marcia indietro, la guardai in cagnesco. «È un idiota».
«Non è vero», si intromise Jessica. «Jeanine ha detto che ultimamente le ha parlato, a una festa. Era
con Vikki e Angela, e dice che lui è arrivato e si è seduto accanto a lei. È stato supercarino».
Tutto tornava. Uscendo con Angela e Vikki, Jeanine rappresentava senza dubbio la DUFF di turno. Mi
chiesi quale delle due se ne fosse andata con Wesley quella sera.
«È affascinante», esclamò Casey. «È che tu vuoi fare la signorina Cinicona come al solito». Mi rivolse
un sorriso caloroso. «Ma cosa diavolo ha combinato per farsi buttare la Coca addosso?». Adesso se ne
preoccupava. Ci aveva messo un po’. «Ti ha detto qualcosa, B.?»
«No», mentii. «Niente. È solo che mi fa incazzare».
DUFF.
Mentre percorrevo a tutta velocità la Quinta Strada, la parola mi rimbalzava nella testa. Non avevo la
forza di svelare alle mie amiche il nuovo, magnifico insulto appena entrato in classifica, ma quanto vidi
nello specchietto retrovisore sembrò confermare le affermazioni di Wesley, ossia che ero brutta e una
palla al piede (o meglio, una zavorra). La perfetta figura a clessidra di Jessica, con gli occhi marroni
caldi e accoglienti. La pelle immacolata di Casey e le sue gambe chilometriche. Il confronto non reggeva
con nessuna delle due.
«Bene, direi di andare da un’altra parte, visto che è così presto», propose Casey. «Ho sentito che c’è
una festa a Oak Hill. Un tizio del college è tornato a casa per Natale e ha deciso di fare un macello. Me
l’ha detto Angela stamattina. Andiamo?»
«Sì!». Jessica si raddrizzò dentro la coperta. «Dobbiamo andare! Alle feste del college ci sono i
ragazzi del college! Non è divertente, Bianca?».
Sospirai. «No. Non un granché».
«Oh, su». Casey allungò una mano e mi strinse il braccio. «Non balleremo stavolta, va bene? Io e
Jessica promettiamo di tenere lontani da te tutti i ragazzi fichi, visto che a quanto pare li odi». Fece un
sorrisetto, tentando di farmi tornare il buonumore.
«Non odio i ragazzi fichi», risposi. «Solo lui». Un attimo dopo, sospirando, svoltai sulla statale diretta
verso il confine della contea. «Va bene, andiamo. Ma dopo mi comprate il gelato. Due palline».
«Aggiudicato».

2

Non c’è niente di più pacifico del silenzio del sabato sera, o delle prime ore della domenica. Quando
strisciai dentro poco dopo l’una, il russare soffocato di papà rimbombava nel corridoio, ma per il resto
la casa era avvolta nella quiete. O, forse, i tonanti bassi della festa a Oak Hill mi avevano assordato. A
dirla tutta, l’idea di perdere l’udito non mi infastidiva particolarmente. Se significava che non avrei mai
più dovuto ascoltare la techno, ci avrei messo la firma.
Richiusi la porta d’ingresso e attraversai il salotto buio, deserto. Notai la cartolina sul tavolino,
inviata dalla mamma da chissà dove, ma non mi fermai a leggerla. La mattina dopo sarebbe stata ancora
lì, ed ero troppo stanca, quindi decisi di trascinarmi su per le scale, fino in camera.
Soffocando uno sbadiglio, appesi il cappotto allo schienale della sedia e raggiunsi il letto. Quando
calciai via le Converse facendole volare lontano, l’emicrania iniziò a placarsi. Ero esausta, ma il mio
disturbo ossessivo-compulsivo mi richiamò all’ordine. Per riuscire a dormire, dovevo prima mettere in
ordine la pila di biancheria sul pavimento ai piedi del letto.
Presi ogni indumento con cura e lo piegai con precisione imbarazzante. Poi feci tre mucchietti distinti:
magliette, jeans e biancheria intima. L’atto di sistemare gli abiti spiegazzati mi diede sollievo. Mentre
costruivo le pile perfette, il corpo si rilassò e l’irritazione provocata dalla serata di musica a palla e
dalla presenza di una mandria di maiali odiosi, ricchi e ossessionati dal sesso cominciò a placarsi. A
ogni grinza appianata, rinascevo.
Quando tutti i vestiti furono piegati, mi alzai. Tolsi il maglione e i jeans puzzolenti per l’aria pesante
della festa e li gettai dentro la cesta nell’angolo. La doccia poteva aspettare. Ero troppo stanca per
affrontarla in quel momento.
Prima di infilarmi sotto le coperte, lanciai un’occhiata allo specchio a figura intera sulla parete di
fronte. Cercai il mio riflesso con occhi nuovi, con una nuova consapevolezza. Capelli rossi dalle onde
incontrollabili. Naso lungo. Cosce grosse. Tette piccole. Sì. Roba da DUFF, senza ombra di dubbio. Come
avevo fatto a non accorgermene?
Cioè, non mi ero mai considerata particolarmente attraente, e non era difficile notare che Casey e
Jessica, entrambe magre e bionde, erano bellissime, ma insomma… Il fatto di giocare il ruolo dell’amica
brutta a fianco del seducente duo non mi era mai passato per la testa. Adesso capivo, grazie a Wesley
Rush.
E a volte è meglio non avere idea.
Tirai le coperte fino al mento, nascondendo il corpo nudo allo specchio invadente. Wesley era la prova
vivente di quanto la bellezza fosse superficiale, dunque perché mi curavo di ciò che diceva? Ero
intelligente. Ero una brava persona. Che importanza aveva se risultavo la DUFF? Se fossi stata bella, avrei
dovuto avere a che fare con tizi come Wesley, che ci avrebbero provato. Bleah! La mia posizione aveva
dei vantaggi, no? Essere brutta non era per forza uno schifo.
Maledetto Wesley Rush! Non riuscivo a credere che mi costringesse a preoccuparmi di stronzate del
genere, così stupide e inutili.
Chiusi gli occhi. L’indomani non ci avrei più pensato. Non ci avrei ripensato mai più.

La domenica era fantastica – una costante, piacevole, tranquilla euforia. Certo, con la mamma via tutto
risultava abbastanza semplice. Quando era in città, la casa era in subbuglio. C’erano sempre musica e
risate, o qualche scena vivace e caotica. A quanto pareva, tuttavia, ormai non si fermava più di un paio di
mesi e quando era in viaggio tutto si bloccava. Papà non era un tipo molto socievole, come me del resto.

Di solito era sprofondato nel lavoro o guardava la televisione. Di conseguenza, casa Piper era molto
silenziosa.
E di mattina, dopo essermi sorbita il chiasso di feste e discoteche, una casa tranquilla equivaleva alla
perfezione.
Ma il lunedì faceva schifo.
Tutti i lunedì facevano schifo, ovviamente, ma quello fu davvero il più incasinato di tutti. Iniziò tutto
con Jessica che piombò a lezione di spagnolo con le guance rigate di lacrime e il mascara sbavato.
«Jessica, che c’è?», chiesi. «È successo qualcosa? Va tutto bene?».
Devo ammetterlo: nelle rare occasioni in cui la mia amica entrava in classe con un briciolo di vivacità
in meno, andavo nel panico. Di solito non faceva che ridere e saltellare, e quando la vidi arrivare con
quell’aria depressa mi spaventai a morte.
Jessica scosse tristemente la testa e si accasciò sulla sedia. «Va tutto bene, ma… non posso andare al
ballo degli ex alunni!». Altre lacrime sgorgarono dagli occhi color cioccolato. «Mia madre non mi lascia
andare!».
Solo questo? Me l’ero quasi fatta addosso per un ballo?
«Perché no?», chiesi, cercando di mostrarmi comprensiva.
«Sono in punizione», esclamò lei tra i singhiozzi. «Stamattina ha visto il pagellino in camera, ha
scoperto che ho un’insufficienza in chimica e ha dato in escandescenze! Non è giusto, cazzo! Il ballo dopo
la partita di basket con gli ex alunni è, tipo, la mia festa preferita dell’anno… dopo quella di fine anno e
quella della partita di calcio».
Chinai la testa e la guardai. «Wow, quante feste preferite hai?».
Lei non rispose. Né rise.
«Mi dispiace, Jessica. So che deve essere dura… ma non ci andrò neppure io». Non spiegai che
consideravo degradante la pratica dei balli studenteschi, né che ai miei occhi rappresentavano solo un
enorme spreco di tempo e soldi. Jessica conosceva già la mia opinione in materia, e non pensavo che
ricordargliela sarebbe stato d’aiuto. Ma ero felice di non essere l’unica ragazza a mancare. «Senti, vengo
da te e guardiamo film tutta la notte. Dici che tua madre sarà d’accordo?».
Jessica annuì e si asciugò gli occhi con il polsino. «Sì», disse lei. «Alla mamma piaci. Crede che tu
abbia un’influenza positiva su di me. Quindi va bene. Grazie, Bianca. Possiamo riguardare Espiazione?
Ti ha stufato?».
Sì, mi stavo davvero stufando delle storie d’amore sdolcinate davanti a cui sospirava Jessica, ma
potevo sopportarlo. «Non mi stanco mai di James McAvoy. Possiamo persino guardare Becoming Jane
se vuoi. Due al prezzo di uno».
Rise, alla fine, proprio mentre la prof entrava e cominciava a temperare ossessivamente la matita
prima di fare l’appello. Jessica lanciò un’occhiata all’insegnante ossuta. Quando tornò a guardarmi, negli
occhi marroni luccicavano altre lacrime. «E sai qual è la cosa peggiore, Bianca?», bisbigliò. «Volevo
chiedere a Harrison di accompagnarmi. Adesso dovrò aspettare fino al ballo di fine anno».
Considerato il suo fragile stato emotivo, decisi di non ricordarle che Harrison non sarebbe stato
interessato, perché lei aveva le tette… e pure grandi. Invece, mi limitai a dire: «Lo so. Mi dispiace,
Jessica».
Una volta superata la piccola crisi, la lezione di spagnolo procedette senza intoppi. Le lacrime di
Jessica si asciugarono, e quando suonò la campanella stava già ridendo frivola mentre Angela, una nostra
amica, ci raccontava del nuovo fidanzato. Scoprii che avevo preso A nell’ultima prueba de vocabolario.
In più, sapevo coniugare alla perfezione i verbi regolari al congiuntivo presente. Di conseguenza, quando
io, Jessica e Angela uscimmo dalla classe, il mio umore era a mille.
«E lavora dentro il campus», blaterava senza sosta Angela mentre ci facevamo largo nel corridoio
affollato.

«Dove va a scuola?», chiesi.
«Oak Hill Community College». Sembrava un po’ imbarazzata, e si affrettò ad aggiungere: «Ma sta per
finire il secondo anno e poi andrà all’università. E l’Oak Hill non è una cattiva scuola».
«Io mi iscriverò lì», disse Jessica. «Non voglio andare troppo lontano da casa».
Jessica e io eravamo due poli talmente opposti che a volte mi veniva da ridere. Potevi sempre
indovinare cosa avrebbe fatto una delle due scegliendo il contrario di ciò che avrebbe fatto l’altra.
Personalmente, volevo togliermi dalla circolazione il prima possibile. Avrei aspettato con ansia il
diploma, e poi via a New York per il college.
Ma l’idea di essere tanto lontana da Jessica – di non vederla saltellare al mio fianco ogni giorno, e non
sentire le sue chiacchiere su balli e ragazzi gay – all’improvviso mi spaventò. Non sapevo bene come
avrei gestito la situazione. Lei e Casey in un certo senso mi bilanciavano. Non ero sicura che qualche
altra persona sarebbe stata disposta a sopportare il mio cinismo una volta andata via di casa.
«Dovremmo correre a chimica», disse Angela scostandosi la lunga frangia nera dagli occhi. «Sapete
come diventa il prof Rollins quando arriviamo tardi».
Trotterellarono verso il dipartimento di scienze, mentre io mi avviai lungo il corridoio in direzione
dell’aula di educazione civica. La mente vagava verso altri lidi, verso un futuro in cui non ci sarebbero
state le mie migliori amiche a impedirmi di impazzire. Non ci avevo mai pensato, e adesso che era
successo mi sentivo davvero nervosa. Sapevo che mi avrebbero presa in giro, ma avrei dovuto trovare un
modo per rimanere costantemente in contatto.
Credo che la mia vista avesse perso la connessione con il cervello, perché a un tratto mi ritrovai
addosso a Wesley Rush.
E lì ogni traccia di buonumore scomparve.
Barcollai all’indietro, e tutti i libri mi sfuggirono dalle braccia e caddero a terra. Wesley mi afferrò
per le spalle, acchiappandomi con le sue grandi mani poco prima che inciampassi e mi schiantassi sulle
mattonelle.
«Ferma», disse, sorreggendomi.
Eravamo troppo vicini l’uno all’altra. Mi sembrava di avere degli insetti che strisciavano sotto pelle,
irradiandosi dai punti in cui le sue mani mi toccavano. Rabbrividii di disgusto, ma lui interpretò male.
«Wow, Duffy», esclamò, guardandomi con un sorrisetto impertinente. Era molto alto – non ci aveva
fatto caso quando eravamo seduti al Nest qualche sera prima. A scuola era uno dei pochi ragazzi più alti
di Casey – quasi uno e novanta. Una trentina di centimetri più di me. «Ti faccio tremare le gambe?»
«Sì, come no?». Mi svincolai dalla stretta, e pur essendo consapevole che era una battuta degna di
Alicia Silverstone in Ragazze a Beverly Hills, me ne sbattei. Mi inginocchiai e iniziai a raccogliere i
libri, e con mio enorme dispiacere Wesley mi imitò. Stava facendo la parte del buon samaritano,
ovviamente. Scommetto che sperava che qualche bella ragazza pon-pon, passando di lì, l’avrebbe
considerato un gentiluomo. Che maiale. Non pensava ad altro.
«Spagnolo, eh?», disse, guardando i fogli sparpagliati. «Sai dire qualcosa di interessante?»
«El tono de tu voz hace que quiera estrangularme». Mi alzai, in attesa che mi restituisse la mia roba.
«Sexy», esclamò, rimettendosi in piedi e porgendomi la pila di esercizi che aveva raccolto. «Che
significa?»
«Il suono della tua voce mi fa venire voglia di strangolarmi».
«Perverso».
Senza dire una parola, gli strappai i fogli di mano, li infilai dentro un libro e mi avviai verso l’aula
sbattendo i piedi. Avevo bisogno di allontanarmi il più possibile da quel bastardo assatanato. Duffy? Ah,
sì? Sapeva il mio nome! Quello stronzo egocentrico proprio non voleva lasciarmi in pace. Per non
parlare del fatto che le pelle ancora formicolava dove mi aveva toccato.

Il corso di educazione civica del professor Chaucer aveva solo nove studenti, sette dei quali erano già
in classe quando varcai la soglia. L’insegnante mi guardò in cagnesco, strizzando gli occhi per avvisarmi
che la campanella poteva suonare da un momento all’altro. Arrivare tardi era un crimine per Chaucer, e
arrivare quasi tardi costituiva un reato minore. Se non altro non fui l’ultima a presentarsi. Meno male.
Sedetti in ultima fila e aprii il quaderno, implorando il cielo che il professore non mi rimproverasse.
Considerato il mio stato d’animo, non era detto che non iniziassi a imprecare.
L’ultimo studente entrò proprio al suono della campanella. «Mi scusi, professor Chaucer. Stavo
attaccando le locandine per la cerimonia di inaugurazione della prossima settimana. Non avete già
iniziato, vero?».
Quando alzai gli occhi e vidi chi era appena entrato, sentii un tuffo al cuore.
Va bene, non nego che odio gli adolescenti che stanno insieme e ti fanno in continuazione una testa così
su quanto “sono innamorati” del loro ragazzo o della loro ragazza. Ammetto senza problemi di detestare
quelle che sostengono di amare qualcuno prima ancora di uscirci insieme. Non nascondo il fatto che,
secondo me, l’amore impiega anni – cinque o dieci almeno – per crescere, e che le storie delle superiori
mi sembrano incredibilmente inutili. Tutti sapevano che la pensavo così… ma nessuno sapeva che ero
quasi un’ipocrita.
Sì, va bene, Casey e Jessica lo sapevano, ma loro non contano.
Toby Tucker. A parte la fatale allitterazione, era perfetto in ogni senso. Non era un calciatore gonfio di
testosterone. Non era un hippy ultrasensibile con la chitarra in spalla. Non scriveva poesie e non metteva
l’eyeliner. Dunque, con tutta probabilità non l’avrebbero etichettato come il classico fico, ma questo
andava a mio favore, giusto? Quelli tutti muscoli e niente cervello, quelli che suonavano in un gruppo e
gli emo non si accorgevano neppure della – come l’avrebbe graziosamente definita Wesley – DUFF.
Probabilmente avevo più speranze con i ragazzi intelligenti, politicamente attivi e leggermente imbranati
dal punto di vista sociale come Toby. Giusto?
Sbagliato, sbagliato, sbagliato.
Toby Tucker era la mia anima gemella. Sfortunatamente, lui non lo sapeva. E questo dipendeva
soprattutto dal fatto che ogni volta che mi si avvicinava perdevo la capacità di formulare frasi dotate di
senso. Probabilmente pensava che fossi muta o qualcosa del genere. Non mi guardava né parlava mai, e
non pareva neppure notare la mia presenza in fondo all’aula. Nonostante il mio culo grosso, mi sentivo
totalmente invisibile.
Io però notavo lui. Notavo la scodella bionda che aveva in testa, tanto fuori moda quanto adorabile, e
la pelle slavata color avorio. Notavo gli occhi verdi dietro le lenti ovali. Notavo che sopra qualsiasi
cosa indossasse portava una giacchetta, e notavo il modo adorabile in cui mordicchiava il labbro
inferiore quando stava pensando intensamente a qualcosa. Ero… va bene, non innamorata, ma senza
dubbio qualcosa di simile. Toby Tucker mi piaceva tanto.
«Bene», borbottò Chaucer. «Domani tenga d’occhio l’orologio, signor Tucker».
«Certamente, professore».
Toby prese posto in prima fila accanto a Jeanine McPhee. Come una maniaca, ascoltai la loro
conversazione mentre il prof iniziava a scrivere sulla lavagna. Di solito non mi comporto così da verme,
ma quando sei inn… quando ti piace una persona, a volte commetti azioni folli. O, almeno, questa è la
famosa scusa.
«Com’è andato il fine settimana, Toby?», chiese Jeanine, che aveva il naso perennemente chiuso. «Hai
fatto qualcosa di interessante?»
«È andato abbastanza bene», rispose Toby. «Papà ha portato me e Nina fuori dallo Stato. Abbiamo
fatto una visita alla University of Southern Illinois. È stato divertente».
«Nina è tua sorella?», domandò Jeanine.

«No. Nina è la mia ragazza. Va alla Oak Hill High School. Non te ne avevo parlato? A ogni modo,
hanno accettato entrambi, quindi volevamo vedere com’era. Sto dando un’occhiata a qualche altro
istituto, ma stiamo insieme da un anno e mezzo, e vogliamo frequentare la stessa scuola per evitare il
problema della lontananza».
«Che dolci!», esclamò Jeanine. «Io invece sto pensando di frequentare qualche corso all’Oak Hill
Community College prima di decidere a quale università iscrivermi».
La pelle aveva smesso di formicolare, ma adesso lo stomaco stava facendo i salti mortali. Pensai di
essere sul punto di vomitare, e mi sforzai per reprimere l’impulso di scappare fuori con una mano
premuta sulla bocca. Alla fine, vinsi la battaglia contro la colazione facendola rimanere al suo posto, ma
continuai a sentirmi abbastanza da schifo.
Toby aveva una ragazza? Da un anno e mezzo? Oh, mio Dio. Come mai non lo sapevo? E sarebbero
andati al college insieme? Significava che era uno di quegli stupidi romantici sdolcinati che regolarmente
prendevo in giro? Da Toby Tucker mi sarei aspettata molto di più. Mi aspettavo che fosse scettico sulla
natura dell’amore adolescenziale, proprio come me. Mi aspettavo che vedesse il college come una
decisione cruciale, che non poteva essere modificata in base a dove il ragazzo/la ragazza veniva
accettato. Mi aspettavo che fosse… be’, intelligente!
Non uscirebbe con te, comunque, mi disse una vocina sibilante. Era misteriosamente simile al
sussurro snervante di Wesley Rush. Sei la DUFF, ricordi? La sua ragazza probabilmente è più magra e
ha le tette più grandi.
Non era neppure l’ora di pranzo, e io volevo già buttarmi da un dirupo. Sì, va bene, la stavo facendo
troppo tragica. Però avrei voluto andare a casa e mettermi a letto. Volevo dimenticare che Toby aveva
una storia seria. Volevo lavare via la sensazione delle mani di Wesley su di me. E soprattutto, volevo
cancellare il nomignolo DUFF dalla memoria.
E le cose andarono peggiorando quel giorno.
Verso le sei di pomeriggio, il tizio del telegiornale iniziò a parlare di una grossa tempesta di neve che
sarebbe arrivata nelle «prime ore del mattino». Probabilmente il consiglio d’istituto ebbe compassione di
noi, perché procedette a cancellare le lezioni prima ancora che la calamità colpisse. Visto che la mattina
seguente non avremmo dovuto alzarci presto, alle sette e mezzo Casey chiamò proponendo di andare al
Nest.
«Non lo so, Casey», risposi. «E se le strade sono brutte?». Dovevo ammetterlo. Stavo cercando
qualsiasi scusa per non andarci. La giornata era già stata abbastanza schifosa, non sapevo se avrei potuto
sopportare anche la tortura di quel buco infernale.
«B., a quanto dicono la tempesta non inizierà fino alle tre di mattina o qualcosa del genere. Se per
quell’ora siamo a casa, non avremo problemi».
«Ho tanti compiti».
«Ma sono per mercoledì. Puoi studiare domani, tutto il giorno, se vuoi».
Sospirai. «Tu e Jessica non potete trovare un altro passaggio e andare senza di me? Non ce la faccio. È
stata una giornata dura, Casey».
Potevo sempre contare su Casey per una bella sceneggiata al minimo segno di turbamento. «Cos’è
successo?», chiese. «Stai bene? A pranzo non sembravi contenta. C’entra tua madre?»
«Casey».
«Dimmi che c’è».
«Niente», la rassicurai. «È stata una giornata di merda, va bene? Niente di particolare. Non sono dello
stato d’animo giusto per fare festa con voi stasera».
All’altro capo della linea ci fu una pausa. Alla fine, Casey disse: «Bianca, sai che puoi dirmi tutto,
vero? Sai che puoi parlare con me se ne hai bisogno. Non tenerti tutto dentro. Non ti fa bene».
«Casey, sto be…»

«Stai bene», mi interruppe. «Sì, lo so. Sto solo dicendo che se hai un problema, io sono qui».
«Lo so», mormorai. Mi sentii in colpa ad averla fatta agitare per ragioni tanto futili. Avevo la cattiva
abitudine di trattenere le emozioni, e Casey lo sapeva fin troppo bene. Cercava in continuazione di
prendersi cura di me. Mi incoraggiava sempre ad aprirmi per scongiurare il rischio di vedermi esplodere
poi di punto in bianco. A tratti era fastidiosa, ma sapere che qualcuno teneva a te… be’, era bello. Quindi
non potevo arrabbiarmi. «Lo so, Casey. Però sto bene. È solo che… oggi ho scoperto che Toby ha la
ragazza, e ci sono rimasta male. Tutto qui».
«Oh, B.», sospirò lei. «Che storia. Mi dispiace. Forse, se stasera esci, io e Jessica possiamo tirarti su
di morale. Due palline di gelato e tutto il resto».
Feci una risatina. «Grazie, ma no. Credo che stasera rimarrò a casa».
Attaccai e andai di sotto, dove trovai papà che parlava nel cordless. Prima di vederlo, sentii la sua
voce. Stava urlando nella cornetta. Rimasi sulla soglia, dando per scontato che mi avrebbe vista e
avrebbe abbassato la voce. Immaginai che stesse dando una strigliata a qualche addetto al telemarketing,
ma poi sentii il mio nome.
«Pensa a cosa stai facendo a Bianca!». La voce di papà, che avevo creduto arrabbiata, sembrava
piuttosto implorante. «Non va bene per una ragazzina di diciassette anni. Ha bisogno di te qui, a casa,
Gina. Noi abbiamo bisogno di te».
Sgattaiolai in salotto, sorpresa dal fatto che stesse parlando con mia madre. A dire la verità, non
sapevo come sentirmi davanti a tutto ciò. Davanti alle cose che stava dicendo. Cioè, sì, la mamma mi
mancava. Averla a casa sarebbe stato bello, ma in un certo senso eravamo abituati ad andare avanti senza
di lei.
Mia madre era una motivatrice. Quando ero piccola, aveva scritto un libro su come migliorare
l’autostima, trovare ispirazione e conforto. Non aveva venduto bene, ma lei riceveva ancora proposte per
tenere conferenze in tutto il Paese, nei college, per gruppi di supporto o in occasione delle lauree. Dato
che il libro era andato male, il suo cachet era basso.
Per un po’, aveva accettato solo incarichi nei dintorni. Posti che poteva raggiungere in macchina,
tornando a casa quando finiva di spiegare alle persone come amare se stessi. Ma in seguito alla morte
della nonna, quando avevo dodici anni, la mamma aveva avuto una leggera depressione. Papà le aveva
suggerito di prendersi una vacanza. Di andarsene per qualche settimana.
Quando era tornata, non aveva più smesso di parlare di tutti i posti che aveva visitato e di tutte le
persone che aveva conosciuto. Credo sia stata quell’esperienza a innescare la sua dipendenza dai viaggi.
Infatti, dopo quella prima vacanza, la mamma aveva iniziato ad accettare ingaggi ovunque. Nel Colorado
e nel New Hampshire. Aveva iniziato a fare delle vere e proprie tournée.
Solo che l’attuale era stata la più lunga. Non tornava a casa da quasi due mesi, e stavolta non ero
neppure sicura che lavorasse.
Ovviamente, era questo il motivo per cui papà era incazzato. Perché era via da così tanto tempo.
«Dannazione, Gina. Quando smetterai di fare la bambina e tornerai a casa? Quando tornerai da noi…
per sempre?». La voce rotta con cui mio padre pronunciò quella frase per poco non mi fece piangere.
«Gina», mormorò. «Gina, noi ti amiamo. A me e Bianca manchi, e vogliamo che torni a casa».
Mi appoggiai con le spalle contro la parete che mi separava da papà, mordendomi il labbro. Oddio,
stava diventando patetico. Nel senso, perché cavolo non divorziavano e la facevano finita? Ero l’unica a
capire che le cose non stavano funzionando? Cosa erano sposati a fare se la mamma era sempre via?
«Gina», disse mio padre, e dal tono sembrò sul punto di scoppiare a piangere. Poi udii il rumore del
ricevitore che veniva appoggiato sul bancone. La telefonata era finita.
Gli concessi un paio di minuti prima di entrare in cucina. «Ehi, papà. Va tutto bene?»
«Sì», rispose lui. Era un pessimo bugiardo. «Oh, tutto bene, Coccinella. Ho appena parlato con la
mamma e… ti manda un bacio».

«Da dove stavolta?»
«Ehm… Orange County», disse lui. «Deve tenere una conferenza in una scuola e ne ha approfittato per
andare a trovare la zia Leah. Fico, eh? Puoi dire alle tue amiche che la mamma è a O.C. adesso. Ti piace
quella serie, vero?»
«Sì», risposi. «Mi piaceva… ma l’hanno cancellata qualche anno fa».
«Oh, bene… non sono al passo con i tempi, Coccinella». Notai che gli occhi vagavano sul ripiano,
dove aveva posato le chiavi della macchina, e li seguii. Lui se ne accorse e distolse in fretta lo sguardo,
prima che avessi il tempo di dire qualcosa. «Hai programmi per stasera?», chiese.
«Be’, forse, ma…». Schiarii la voce, non sapendo come pronunciare la frase successiva. Io e papà non
parlavamo spesso. «Potrei anche stare a casa. Vuoi che rimanga qui e che, non so, guardiamo la
televisione insieme o qualcosa del genere?»
«Oh, no, Coccinella», esclamò con un risata poco convincente. «Vai a divertirti con i tuoi amici. In
ogni caso, probabilmente andrò a letto presto stasera».
Lo guardai negli occhi, sperando che cambiasse idea. Papà era sempre molto depresso dopo i litigi con
mamma. Ero preoccupata per lui, ma non sapevo come affrontare la questione.
E, in fondo ai pensieri, c’era quella piccola paura. Era stupida, davvero, ma non riuscivo a
liberarmene. Mio padre era un ex alcolizzato. Cioè, aveva smesso prima che nascessi, e da allora non
aveva più toccato un goccio… ma a volte, quando diventava musone a causa della mamma, avevo paura.
Paura che potesse prendere le chiavi dell’auto e dirigersi al negozio di liquori o in qualche posto del
genere. Come ho già detto, era ridicolo, ma la paura non svaniva.
Papà distolse lo sguardo e iniziò a camminare su e giù, a disagio. Si voltò e si avvicinò al lavandino,
dove sciacquò il piatto in cui aveva appena mangiato gli spaghetti. Mi venne voglia di andare lì, prendere
la scodella – la sua patetica scusa per distrarsi – e scaraventarla a terra. Mi venne voglia di dirgli quanto
tutta la storia con la mamma fosse stupida. Volevo che si rendesse conto di come le depressioni insensate
e i litigi con la mamma non fossero altro che una perdita di tempo e ammettesse semplicemente che le
cose non funzionavano.
Ma, ovviamente, non potevo. Tutto ciò che riuscii a dire fu: «Papà…».
Lui si voltò, scuotendo la testa, uno straccio bagnato che gli pendeva dalla mano. «Esci e va’ a
divertirti», esclamò. «Davvero, preferisco così. Si è giovani solo una volta nella vita».
Non c’era possibilità di replica. Era il suo modo di dirmi che voleva stare da solo.
«Va bene», risposi. «Se sei sicuro… vado a chiamare Casey».
Andai di sopra, in camera. Presi il cellulare sul cassettone e composi il numero della mia amica. Dopo
due squilli, rispose.
«Ehi, Casey, ho cambiato idea sul Nest… e, be’, credi che andrebbe bene se mi fermassi a dormire da
te? Te ne parlo dopo, ma… non voglio stare a casa».
Prima di uscire, per la seconda volta piegai gli abiti puliti ai piedi del letto. Ma, contrariamente al
solito, non mi fu d’aiuto.

3

«Dammene un’altra, Joe». Feci scivolare il bicchiere vuoto verso il barista, che lo afferrò al volo.
«Non ti do più da bere, Bianca».
Alzai gli occhi al cielo. «È solo Coca-Cola Cherry».
«Che può essere pericolosa come il whisky». Posò il bicchiere sul ripiano alle sue spalle. «Basta. Un
giorno mi ringrazierai. I mal di testa da caffeina sono una brutta bestia, e so come ragionate voi ragazze.
Basta che mettiate su due chili e date la colpa a me».
«Fa’ come ti pare». E anche se fossi ingrassata? Ero già la DUFF, e l’unico ragazzo su cui volevo fare
colpo aveva una storia seria. Potevo anche metterne su trenta di chili, e non sarebbe cambiato niente.
«Scusa, Bianca». Joe si spostò all’altro capo del bancone, dove Angela e la sua migliore amica, Vikki,
aspettavano di ordinare.
Tamburellai le dita sulla superficie di legno del bancone, la mente lontana dalla musica e dalle luci
strobo. Perché non avevo insistito per stare a casa con papà? Perché non l’avevo convinto a parlare con
me? Avevo la sua immagine davanti agli occhi, mentre si crogiolava nella tristezza… da solo.
Ma noi Piper affrontavamo le crisi in quel modo.
Da soli.
Perché? Perché nessuno di noi riusciva ad aprirsi? Perché papà non riusciva ad ammettere che lui e la
mamma avevano dei problemi? Perché non potevo chiedergli spiegazioni a riguardo?
«Ciao, Duffy».
Perché quello stronzo doveva sedersi accanto a me?
«Vattene, Wesley», ringhiai, fissando le dita inquiete.
«Non posso», disse lui. «Vedi, Duffy, non sono uno che si arrende facilmente. Sono deciso a
rimorchiare una delle tue amiche – preferibilmente quella con due tette così».
«Allora vai a parlare con lei», gli consigliai.
«Ci andrei, ma Wesley Rush non corre dietro alle donne. Sono loro che corrono dietro a lui».
Sogghignò. «Va bene. Nel giro di poco sarà lei a venire da me implorandomi di andare a letto insieme.
Parlare con te servirà solo ad accelerare il processo. Fino ad allora, avrai l’onore della mia compagnia.
E per mia fortuna, stasera non sei armata di bicchiere». Scoppiò a ridere, ma smise all’improvviso.
Sentivo i suoi occhi su di me, ma non alzai lo sguardo. «Stai bene? Non sembri aggressiva come al
solito».
«Lasciami in pace, Wesley. Dico sul serio».
«Cosa c’è?»
«Vai via».
L’ansia che mi portavo dentro aveva bisogno di uscire, di trovare una valvola di sfogo. Non potevo
aspettare finché non fossi tornata a casa con Casey per alleggerirmi. Dovevo farlo immediatamente. Ma
non volevo piangere, non davanti a mezza scuola, né avevo intenzione di parlarne con Joe o con il pezzo
di merda accanto a me, e prendendo a pugni qualcuno sarei finita nei guai. Non vedevo soluzioni, ma
sentivo che sarei esplosa se non mi fossi sfogata subito.
La mamma era in California.
Papà stava naufragando.
E io ero troppo codarda per fare qualcosa.
«Deve esserci qualcosa che ti turba», insisté Wesley. «Sembri sul punto di piangere». Mi posò una
mano sulla spalla, costringendomi a girarmi e a guardarlo in faccia. «Bianca?».

A quel punto, presi una decisione totalmente folle. L’unica giustificazione che posso addurre è che mi
trovavo in uno stato di ansia incredibile e intravidi una possibile via di fuga. Avevo bisogno di distrarmi
dalla tragedia dei miei genitori – con qualsiasi mezzo – solo per un secondo. E quando scorsi
l’opportunità, non mi fermai a pensare a quanto mi sarei pentita in seguito. L’occasione era seduta sullo
sgabello accanto al mio, e io mi ci fiondai. Nel vero senso della parola.
Baciai Wesley Rush.
Un attimo prima aveva la mano sulla mia spalla, e per una volta gli occhi grigi si erano posati sul mio
viso, l’attimo dopo, la mia bocca era appiccicata alla sua. L’emozione trattenuta rendeva le mie labbra
audaci, e lui parve farsi teso, il corpo immobilizzato dallo stupore. Non durò molto a lungo. Un attimo
dopo, ricambiò l’attacco, spostando le mani sui miei fianchi e tirandomi a sé. Sembrava che fra le nostre
bocche fosse in atto una battaglia. Strinsi i suoi riccioli fra le dita, tirando più forte del necessario, e lui
mi affondò le dita nella pelle.
Funzionò meglio che prendere a schiaffi qualcuno. Mi aiutò non solo ad allentare la tensione, ma anche
a distrarmi completamente. Insomma, è difficile pensare a tuo padre quando stai limonando con qualcuno.
E per quanto possa risultare inquietante, Wesley era davvero bravo a baciare. Si chinò su di me, e lo
tirai così forte che per poco non cadde dallo sgabello. In quel momento, per quanto vicini, fu come se non
lo fossimo mai abbastanza. Le sedie sembravano lontane chilometri.
Tutti i pensieri svanirono, e mi trasformai in una creatura fatta di sola carne. Le emozioni scomparvero.
Esistevano solo i nostri corpi, e le bocche in guerra erano il centro di tutto. Che gioia! Non pensare era
bellissimo.
Niente! Niente… finché Wesley non rovinò tutto.
La mano dalla vita scivolò verso l’alto, accarezzando il torace, e si fermò proprio sulla tetta.
Tornai con prepotenza alla realtà, e all’improvviso ricordai chi avevo davanti. Mollai la presa sui
capelli e lo spinsi via con tutta la forza che avevo in corpo. Un’ondata di rabbia – nuova, incandescente –
rimpiazzò completamente l’ansia e la preoccupazione che avevo sentito fino a un minuto prima. Quando
lui si allontanò, le mani lasciarono la presa, e una si posò sul mio ginocchio. Aveva un’espressione
sorpresa ma nettamente compiaciuta.
«Wow, Duffy, è stato…».
Gli diedi uno schiaffo. Uno schiaffo così forte da farmi bruciare la mano.
La mano si spostò subito dal mio ginocchio alla guancia. «Ma che diavolo?», chiese. «Perché l’hai
fatto?»
«Stronzo!», gridai. Saltai giù dallo sgabello e feci irruzione sulla pista da ballo. Non volevo
ammetterlo, ma ero più incazzata con me stessa che con lui.

4

Il letto matrimoniale di Casey era incredibilmente caldo. I cuscini erano morbidi, e il soffice materasso
dava la sensazione di poterci sprofondare e vivere dentro per sempre. Ma non riuscivo a dormire. Mi
giravo e rigiravo nella mia metà del letto, cercando di non svegliarla. Contai le pecore. Feci quella roba
in cui rilassi ogni parte del corpo a partire dall’alluce. Immaginai persino di assistere a una delle
farneticanti lezioni di Chaucer sulle politiche pubbliche.
Ero ancora completamente sveglia.
Ed ero di nuovo in crisi, ma stavolta non aveva niente a che fare con papà. Mi ero tolta quel peso dopo
che io e Casey avevamo accompagnato Jessica.
«Inizio a preoccuparmi per papà», le avevo detto. Per parlarne avevo aspettato finché Jessica non era
andata a casa. Sapevo che non avrebbe capito. Lei proveniva da una famiglia felice, sana, con entrambi i
genitori. Casey, al contrario, aveva già assistito alla rovina del matrimonio dei suoi. «Non sa da che parte
iniziare. Voglio dire, non è chiaro che non funziona? Non dovrebbero semplicemente avviare le pratiche
per quel divorzio del cazzo e farla finita?»
«Non dire così, B.», mi aveva messa in guardia. «Davvero, non pensarlo nemmeno».
Mi ero limitata a scrollare le spalle.
«Si sistemerà tutto», aveva detto lei, prendendomi la mano e stringendola, mentre correvamo verso
casa sua. La neve non aveva ancora cominciato a cadere, ma vedevo le nuvole coprire le stelle in cielo.
«Tornerà a casa, ne parleranno e faranno sesso selvaggio…».
«Oddio! Che schifo, Casey!».
«… e tutto tornerà come prima». Quando avevo imboccato il vialetto, era rimasta un attimo in silenzio.
«E nel frattempo, io ci sono. Se hai bisogno di parlare, sai che ti ascolto».
«Sì, lo so».
Era lo stesso discorso della serie “Casey ti risolve la vita” che sentivo da dodici anni, ogni volta che
il minimo problema si presentava nella mia vita. Non che quella sera ne avessi bisogno, a dire la verità.
Onestamente, da quando eravamo uscite dal Nest, non avevo pensato molto a papà. Avevo sfogato tutta la
tensione baciando Wesley.
Ed era quello a impedirmi di dormire. Non riuscivo a smettere di pensare a ciò che avevo fatto. Avevo
prurito ovunque. Le labbra sembravano un oggetto estraneo. In più, nonostante tutte le volte che mi ero
lavata i denti nel bagno di Casey (dopo mezz’ora, aveva bussato per sentire se stavo bene), non riuscivo
a togliermi dalla bocca il sapore di quel marpione disgustoso. Bleah! E la parte peggiore era che sapevo
di aver fatto tutto da sola.
Io l’avevo baciato. Sì, lui mi aveva palpato, ma cosa mi aspettavo? Wesley Rush non aveva proprio la
reputazione di un gentiluomo. Magari aveva fatto lo stronzo, ma la colpa era solo mia. E quel pensiero
non mi andava giù.
«Casey», sussurrai. Va bene, svegliarla alle tre di mattina non era molto carino, ma era lei a
raccomandarmi sempre di aprirmi, di sfogarmi, eccetera eccetera. Quindi, tecnicamente, era stata lei a
volerlo. «Ehi, Casey?»
«Mmm?»
«Sei sveglia?»
«Mmm-mmm».
«Se ti dico una cosa, giuri di non raccontarla a nessuno?», domandai. «E prometti di non dare di
matto?»

«Certo, B.», borbottò Casey. «Cosa c’è?»
«Stasera ho baciato una persona», dissi.
«Buon per te. Adesso dormi».
Feci un respiro profondo. «Wesley… Wesley Rush».
Casey si drizzò all’improvviso. «Wow!». Scrollò la testa e si strofinò gli occhioni assonnati. «Va bene,
adesso sono sveglia». Si voltò a guardarmi, con i capelli biondi e corti sparati in ogni direzione. Come
faceva a essere bella anche così? «Accidenti! Cos’è successo? Pensavo che lo odiassi».
«Infatti è così. Lo odierò per sempre. È stato solo uno stupido, immaturo, sbadato attimo di… idiozia».
Mi sedetti e circondai le ginocchia con le braccia. «Mi sento sporca».
«Le cose sporche possono essere divertenti».
«Casey».
«Scusa, B., ma non capisco quale sia il problema», confidò lei. «È fico. È ricco. Probabilmente bacia
da dio. È così? Cioè, ha due labbra che mi fanno pensare…»
«Casey!». Mi tappai le orecchie. «Basta! Senti, non ne vado per niente orgogliosa. Ero arrabbiata, lui
era lì, e ho solo… Oddio, non riesco a credere di averlo fatto. Sono una puttana?»
«Per aver baciato Wesley? Solo un po’».
«Cosa faccio, Casey?»
«Lo baci di nuovo?».
Le lanciai un’occhiata fredda prima di ributtarmi sul cuscino. Mi girai dall’altra parte. «Dimenticalo»,
dissi. «Non avrei dovuto dirtelo».
«Oh, B., non fare così», esclamò lei. «Mi dispiace, ma credo che per una volta nella vita dovresti
guardare il lato positivo. Insomma, non hai più avuto un ragazzo da quando…». Si ammutolì. Dopotutto,
entrambe sapevamo a cosa si riferiva. «A ogni modo, è ora che inizi a movimentare un po’ la situazione.
Non parli mai con i ragazzi, a parte Joe, che è troppo vecchio per te. E adesso che sappiamo che Toby
non è più sulla piazza, qual è il problema se esci con Wesley? Non ti ammazza mica».
«Non esco con Wesley», sibilai. «Wesley Rush non esce con le ragazze, le porta a letto. Tutte, se è per
questo. L’ho solo baciato, ed è stato così stupido… stupido, stupido, stupido! È stato un enorme sbaglio».
Casey si rannicchiò sul suo lato di materasso. «Sai, ero sicura che neppure tu saresti riuscita a
resistere al suo fascino per sempre».
«Mi dispiace deluderti», dissi, rigirandomi per guardarla male. «Ma resisto senza problemi, grazie. E
sai che c’è? Non c’è niente a cui resistere. Lo trovo disgustoso. Stasera si è trattato solo di un attimo di
sbandamento, che non si ripeterà mai più».
«Mai dire mai, B.».
Nel giro di qualche secondo, Casey iniziò a russare.
Borbottai fra me e me per qualche minuto, poi mi addormentai, maledicendo mentalmente sia la mia
amica che Wesley. Per quanto possa apparire strano, questo mi confortò.

Il pomeriggio seguente, quando varcai la soglia scuotendo la neve fresca dai capelli, papà era appena
rientrato dal lavoro alla Tech Plus, il covo di ladri della catena Best Buy. La tempesta non era stata
violenta come previsto dal meteorologo, ma fuori cadeva ancora qualche fiocco. Il sole splendeva,
ormai, quindi la leggera spolverata si sarebbe sciolta entro sera. Mi tolsi il cappotto e lanciai un’occhiata
a papà, che era sul divano a sfogliare l’«Hamilton Journal» con una tazza di caffè caldo nella mano
sinistra.
Quando mi sentì entrare, alzò gli occhi. «Ehi, Coccinella», esclamò, posando la tazza sul tavolino. «Ti
sei divertita con Casey e Jessica?»
«Sì», risposi. «Com’è andata al lavoro?»

«Frenetico», disse lui con un sospiro. «Sai quante persone in città comprano un portatile per Natale?
Sono sicuro che non ne hai idea, quindi ti basti sapere che sono un sacco. E sai quanti di quei computer
erano difettosi?»
«Un sacco?», tirai a indovinare.
«Esatto». Papà scrollò la testa e prese a piegare il giornale. «Se non hai i soldi per comprare un buon
computer, perché lo fai? Mettili da parte e prendine uno migliore fra un po’. Altrimenti finirai per
spendere la differenza in riparazioni. Ricordatelo, Coccinella. Se mai ti insegnerò qualcosa nella vita,
voglio che sia questo».
«Va bene, papà».
All’improvviso mi sentii un’idiota. Come avevo potuto scaldarmi tanto la sera prima? Per niente, poi.
Cioè, sì, lui e la mamma avevano dei problemi, ma probabilmente l’emergenza sarebbe rientrata, come
diceva Casey. Non era depresso, né triste, né gli passava per la testa di toccare un goccio d’alcol.
Tuttavia, sapevo che a causa dell’ultima separazione dalla mamma stava passando un brutto momento.
Quindi immaginavo di dover provare a rendergli le cose più facili. Sapevo che probabilmente si sentiva
solo, e credevo che in parte fosse colpa mia.
«Vuoi guardare la televisione?», chiesi. «Non ho molti compiti per domani, quindi posso aspettare e
farli dopo».
«Mi pare una bella idea», rispose papà. Prese il telecomando sul tavolino. «Danno una replica dei
vecchi episodi di Perry Mason proprio adesso».
Feci una smorfia. «Ehm… va bene».
«Scherzavo, Coccinella», disse con una risata, scorrendo i canali. «Non te lo farei mai. Vediamo… oh,
guarda. Su TV Land c’è una maratona di Casa Keaton. Da piccola amavi quel telefilm. Quando avevi
quattro anni guardavamo sempre le repliche».
«Me lo ricordo». Sedetti sul divano accanto a lui. «Ti dissi che volevo entrare nei Giovani
Repubblicani perché Michael J. Fox era carino».
Papà sbuffò e si sistemò gli occhiali dalla montatura spessa. «Ma non è successo. La mia Coccinella
ora è una democratica». Mi circondò le spalle con un braccio e mi strinse. E capii che ne aveva bisogno.
O forse ne avevamo bisogno entrambi. Rinsaldare il legame in modo che la casa non sembrasse così
vuota. Il silenzio mi piaceva, ma quando era troppo dopo un po’ faceva impazzire. «Che ne dici se
guardiamo qualche episodio?».
Sorrisi. «Certo, papà».
Circa a metà del primo episodio, ebbi una bizzarra intuizione. Sì, quando ero piccola avevo una cotta
pazzesca per Alex P. Keaton (il personaggio ultrarepubblicano impersonato da Michael J. Fox), e dodici
anni dopo mi piaceva Toby Tucker, un Giovane Democratico. Avevo un debole per i politici o cosa?
Forse ero, tipo, destinata a diventare la moglie di un senatore… o forse sarei finita a fare la First Lady.
No. I politici non sposavano le DUFF. Non erano abbastanza belle per presenziare ai dibattiti. E, a ogni
modo, non ero il genere di donna che avrebbe preso marito. Era più facile che diventassi la Monica
Lewinsky del futuro. Solo che mi sarei assicurata di bruciare tutti gli abiti, ehm, incriminanti.
Ehi, Obama era piuttosto sexy per la sua età. Forse avevo qualche possibilità.
Mentre papà rideva alle tipiche battute da telefilm, mi morsi il labbro. Com’era possibile che persino
Casa Keaton mi riportasse alla mente quella parola?
DUFF.
Oddio, Wesley e il nomignolo che mi aveva affibbiato non ne volevano sapere di sparire. La parola mi
assillava, anche a casa mia. Mi avvicinai a papà, cercando di concentrarmi sulla televisione. Su tutto,
tranne che su Wesley e sul suo stupido soprannome. Cercai di dimenticare quel maledetto bacio e la mia
idiozia.
Provai, provai e riprovai.

E, come è ovvio, fallii miseramente.

5

Quando ero all’asilo, ebbi un’esperienza traumatica con la struttura di metallo su cui ci
arrampicavamo. Ero a metà percorso, con le gambe penzoloni, quando le mani iniziarono a sudare e
scivolai. Mi sembrò di fare un volo di un chilometro prima di schiantarmi a terra. Tutti i bambini
iniziarono a ridere di me e del mio ginocchio sbucciato e sanguinante. Tutti tranne una.
Casey Blithe si fece avanti tra gli sguardi inebetiti dei compagni di scuola e si fermò davanti a me.
Persino allora capivo che era bellissima. Riccioli biondi, occhi nocciola, guance rosee… la perfezione
incarnata in una bambina di cinque anni. Avrebbe potuto partecipare ai concorsi di bellezza.
«Tutto okay?», chiese.
«Sto bene», dissi, fra le lacrime copiose e calde. Non capivo se stavo piangendo per il ginocchio
dolorante o per il modo in cui i compagni ridevano di me.
«No, non è vero. Ti esce il sangue. Ti aiuto». Mi porse la mano e mi tirò su. Poi si voltò e gridò contro
i bambini che si prendevano gioco di me.
Dopo quell’episodio, praticamente si autonominò mia custode e non mi perse più di vista, decisa a
tenermi fuori dai guai. Da allora, diventammo migliori amiche.
Ovviamente, a quel tempo non esistevano né la popolarità, né le DUFF. Lei finì per diventare alta (quasi
un metro e ottantacinque, la ragazza era un’amazzone!), magra e bella. E io finii per diventare… be’,
l’opposto. A vederci separate, nessuno avrebbe mai pensato che fossimo intime. Nessuno avrebbe
creduto che la reginetta del ballo si accompagnasse con la tipa paffuta dai capelli color topo sempre
nell’angolo.
Ma eravamo migliori amiche. Casey c’era sempre stata, in ogni occasione. All’inizio delle superiori,
mi era rimasta vicina dopo che mi avevano spezzato il cuore per la prima – e per quanto mi riguarda,
unica – volta. Non aveva permesso che mi isolassi o annegassi nella tristezza. Anche se per lei sarebbe
stato facile trovare amiche più carine, più alla moda e più popolari, era rimasta con me.
Quindi, quando quel mercoledì pomeriggio mi chiese di accompagnarla a casa in macchina dopo
l’allenamento delle ragazze pon-pon, acconsentii. Cioè, dopo tutto quello che aveva fatto per me nei
dodici anni precedenti, il minimo che potessi fare era darle un passaggio a casa di tanto in tanto.
Aspettai in caffetteria, fissando le pareti psichedeliche blu e arancioni (il tizio che aveva scelto i
colori della scuola doveva essere stato sotto droghe pesanti), cercando di finire gli esercizi di analisi.
Proprio mentre mi stavo ponendo la fatidica domanda, mi serviranno mai certe cose nella vita reale?,
sentii una mano sulla spalla. Di nuovo quel formicolio, e capii immediatamente di chi si trattava.
Ottimo. Davvero ottimo.
Mi sottrassi alla mano di Wesley e mi voltai di scatto, brandendo la matita come un pugnale e
puntandola dritta contro il suo pomo d’Adamo.
Lui non batté ciglio. Gli occhi grigi osservarono l’oggetto contundente con affettata curiosità, e disse:
«Interessante. Accogli sempre così i ragazzi che ti piacciono?»
«Tu non mi piaci».
«Allora significa che mi ami?».
Odiavo quel suo modo sicuro e fluido di parlare. Molte ragazze lo trovavano sexy, ma a me faceva
pensare a un maniaco. Solo a guardarlo, nella mia testa lampeggiava la parola “stupro!”. Bleah.
«Significa che ti odio», sbottai. «E se non mi stai lontano, diamine, ti denuncio per molestie sessuali».
«Potrebbe trattarsi di un caso controverso», osservò lui. Mi strappò la matita di mano e iniziò a farla
ruotare fra le dita. «Soprattutto considerando che sei stata tu a baciarmi. Tecnicamente, io potrei

denunciare te per molestie».
Digrignai i denti – mi ripugnava anche solo pensarci − e non mi preoccupai di ricordargli che era stato
più che disponibile a partecipare. «Ridammi la matita», mormorai.
«Non lo so», disse. «In mano tua, potrebbe essere classificata come arma pericolosa… insieme ai
bicchieri di Coca-Cola Cherry. Scelta interessante, a proposito. Avevo sempre immaginato che fossi una
tipa da Sprite. Sai… banale».
Prima di raccogliere i quaderni e i taccuini dal tavolo lo guardai piena di rabbia, sperando che fosse
vittima di combustione spontanea. Schivò il mio tentativo di pestargli il piede e rimase a fissarmi mentre
procedevo spedita lungo il corridoio. Ero a metà strada dalla palestra in cui Casey, capitana delle
ragazze pon-pon, doveva aver quasi finito l’allenamento, quando Wesley mi raggiunse.
«Oh, andiamo, Duffy. Era solo una battuta. Rilassati».
«Non era divertente».
«Il tuo senso dell’umorismo va perfezionato, allora», consigliò Wesley. «Quasi tutte le ragazze
considerano le mie battute affascinanti».
«Sì, ma hanno il quoziente intellettivo talmente basso che c’è il rischio di inciamparci».
Lui rise.
A quanto pareva, ero io quella divertente.
«Ehi, non mi hai detto perché eri arrabbiata l’altra sera», esclamò lui. «Eri troppo impegnata a
infilarmi la lingua in gola. Qual era il problema?»
«Non sono affari…», esordii, poi mi interruppi di colpo. «Ehi! Io non ho… non c’era nessuna lingua!».
Quando scorsi il sorrisetto malizioso, fui scossa da un brivido di rabbia. «Figlio di puttana! Vattene via,
cazzo. Oddio, perché mi perseguiti? Pensavo che Wesley Rush non corresse dietro alle ragazze, ma
fossero loro a correre dietro a lui, giusto?»
«Hai ragione. Wesley Rush non corre dietro alle ragazze, e non sto correndo dietro a te», disse. «Sto
aspettando mia sorella. Sta recuperando un compito di Rollins. È solo che ti ho visto in caffetteria e ho
pensato…»
«Cosa? Di torturarmi un altro po’?». Serrai i pugni. «Lasciami in pace, cazzo. Mi hai già fatto stare
male».
«E in che modo?», chiese, con tono leggermente sorpreso.
Non risposi. Non volevo concedergli la soddisfazione di sapere che il suo nomignolo mi stava
assillando. Sarebbe andato in estasi.
Invece, iniziai a correre verso la porta della palestra. Stavolta non mi seguì, grazie al cielo. Entrai
nella sala blu e arancione (accidenti, colori squillanti… mi stava già venendo il mal di testa…) e sedetti
sulla prima tribuna.
«Grande allenamento, ragazze», gridò Casey all’altro capo della palestra. «Va bene, la prossima
partita di basket è venerdì. Voglio che proviate il balletto e, Vikki, esercitati con i calci. D’accordo?».
Dallo Squadrone Cosce Secche si levò un mormorio di assenso.
«Fantastico», esclamò Casey. «Ci vediamo dopo, ragazze. Forza, Panthers!».
«Forza, Panthers!», le fecero eco le altre ragazze pon-pon sparpagliandosi. Per la maggior parte
corsero nello spogliatoio, ma alcune si diressero verso la porta, parlando animatamente fra loro.
Casey si rivolse a me. «Ehi, B.», disse. «Scusa, abbiamo finito un po’ in ritardo. Ti scoccia se mi
cambio prima di andare? Sono un po’ puzzolente».
«Fai pure», mormorai.
«Cosa c’è?», chiese lei, già sospettosa.
«Niente, Casey. Va’ a cambiarti».
«Bianca, sono sicura…»

«Non voglio parlarne». Non avevo intenzione di intavolare un’altra discussione con lei a proposito di
Wesley. Probabilmente avrebbe finito per difenderlo come l’ultima volta. «Sto bene, okay?», esclamai,
addolcendo il tono. «Giornata lunga. Mal di testa».
Casey sembrava ancora scettica quando si incamminò, decisamente con meno vivacità, verso lo
spogliatoio.
Perfetto. Mi sentivo una stronza colossale. Voleva solo assicurarsi che stessi bene, e mi ero chiusa a
riccio. Non avrei dovuto sfogare la rabbia scatenata da Wesley su di lei, anche se lo considerava una
specie di principe azzurro.
Tuttavia, quando uscì dallo spogliatoio in jeans e felpa con cappuccio, aveva ritrovato il consueto
buonumore. Si gettò in spalla la borsa e mi venne incontro con un sorriso stampato sul volto liscio e
immacolato. «A volte non riesco a credere alle stronzate che sento negli spogliatoi», disse. «Pronta, B.?»
«Certo». Presi i libri e mi avviai verso la porta, sperando che Wesley non fosse ancora appostato in
corridoio.
Casey probabilmente notò la mia ansia. Scorsi l’espressione tesa e preoccupata del suo viso, ma evitò
di affrontare di nuovo l’argomento. Invece disse: «Ecco, sì, Vikki si farà la fama di una puttana, sicuro
come l’oro».
«Ce l’ha già».
«Be’, è vero», ammise Casey, «ma andrà peggiorando. Esce con quel calciatore di terza, sai, come-sichiama, ma ha detto a un tizio dell’Oak Hill che lo porterà al ballo. Non so perché faccia certe cose. E
quella sera, quando la cosa verrà fuori, tu, io e Jess avremo un posto in prima fila per goderci la scenata.
A proposito, cosa ti metterai per il ballo?»
«Niente».
«Sexy, ma non credo che ti faranno entrare nuda, B.». Stavamo attraversando il labirinto di tavoli della
caffetteria, dirette al parcheggio.
«No. Cioè, io e Jessica non veniamo al ballo», spiegai.
«Certo che ci venite», protestò Casey.
Scrollai la testa. «Jessica è in punizione. Le ho promesso di andare da lei a guardare film da ragazze».
Quando uscimmo dalla porta blu e ci inoltrammo nel gelo del parcheggio degli studenti, Casey aveva
un’espressione sbigottita. «Cosa? Ma Jess ama il ballo degli ex alunni di basket. È il suo preferito, dopo
quello di fine anno e quello della partita di calcio».
Mio malgrado, accennai un sorriso. «E il Sadie Hawkins».
«Perché non lo sapevo? La data si sta avvicinando. Perché non me l’avete detto?».
Mi strinsi nelle spalle. «Scusa. Non ci ho neppure pensato. E credo che Jessica sia ancora a pezzi.
Forse non ne vuole parlare».
«Ma… con chi andrò alla festa adesso?»
«Ehm, con un ragazzo», suggerii. «Casey, non credo che avrai difficoltà a trovare qualcuno». Pescai la
chiave nella tasca posteriore dei jeans e feci scattare la serratura della Saturn.
«Certo, chi diavolo vuole accompagnare Bigfoot?»
«Tu non sei Bigfoot».
«E poi», proseguì, ignorandomi, «è molto meglio andarci con voi». Sedette sul sedile del passeggero e
si avvolse nella coperta che Jessica aveva usato qualche sera prima. «Dannazione, B.! Devi aggiustare
questo maledetto riscaldamento».
«E tu dovresti comprarti una macchina».
Cambiò argomento. «Va bene, torniamo al ballo. Se voi due non andate… che ne dite se mi autoinvito
alla maratona di film? Stiamo a casa tutte insieme. Non lo facciamo da un po’ di tempo».
Nonostante l’umore nero, sorrisi. Casey aveva ragione. Non facevamo una serata film da secoli, e
sarebbe stato bello ritrovarci senza tragedie amorose e musica techno sparata nelle orecchie. Per una

volta, avrei corso il rischio di divertirmi il venerdì sera. Quindi, girai la manopola del volume dello
stereo e dissi: «Una settimana a partire da venerdì, è un appuntamento».

6

Quando il venerdì della nostra serata fra ragazze finalmente arrivò, ero pronta per passare qualche ora
piacevole e rilassante in compagnia delle mie migliori amiche – e del meraviglioso attore scozzese
James McAvoy, ovviamente. Nello zaino avevo buttato la copia di Becoming Jane che Jessica mi aveva
regalato per Natale, un paio di pantaloni del pigiama usati a malapena (sì, a casa dormo nuda, e allora?)
e lo spazzolino da denti. Casey avrebbe portato i popcorn e Jessica aveva promesso enormi ciotole di
gelato alla vaniglia con tanto di cioccolato fuso.
Come se il mio sedere non fosse già abbastanza grande.
Ma quel giorno, naturalmente, qualcosa doveva andare storto. Ci pensò la Perkins, la professoressa di
inglese, alla quarta ora.
«Quindi, questo era La lettera scarlatta», disse, chiudendo il libro. «Vi è piaciuto?».
Dalla classe si levò un mormorio insoddisfatto, ma lei non sembrò notarlo.
«Bene, dato che il lavoro di Hawthorne è così straordinario e ancora attuale nella società
contemporanea, voglio che ognuno di voi scriva una relazione sul romanzo». Ignorò i sospiri. «Potete
scegliere di cosa parlare, un personaggio, una scena, un tema, ma voglio che ci ragioniate bene. Vi
permetterò anche di lavorare in coppie», la classe fu percorsa da un fremito di eccitazione, «che sarò io a
formare». Il fermento svanì.
Quando la Perkins tirò fuori il registro, capii che sarei finita nei guai. Significava che avrebbe formato
le coppie sulla base dell’ordine alfabetico, e dato che in classe non c’era nessuno con il cognome che
iniziasse per Q, io avrei lavorato con…
«Bianca Piper lavorerà con Wesley Rush».
Merda.
Ero riuscita a stare alla larga da Wesley per una settimana e mezza, dal giorno in cui mi aveva
molestata dopo la scuola, ma doveva arrivare la professoressa a rovinare tutto.
Snocciolò gli ultimi nomi sulla lista, poi aggiunse: «Voglio che le relazioni non siano più brevi di
cinque pagine – carattere corpo dodici, interlinea doppia, Vikki. Niente trovate strane». Rise in modo
bonario. «Bene, voglio che lavoriate insieme. Entrambi i compagni devono contribuire attivamente. E
siate creativi, ragazzi! Divertitevi!».
«Non credo proprio», mormorai a Jessica, seduta al banco accanto al mio.
«Oh, secondo me è una fortuna, Bianca», rispose lei. «Io al tuo posto sarei elettrizzata. Ma il mio cuore
appartiene a Harrison. È così ingiusto che Casey sia in coppia con lui». Guardò verso il banco della
nostra amica, dall’altra parte della classe. «Probabilmente riuscirà a vedere casa sua, la sua camera e
tutto il resto. Credi che potrebbe metterci una buona parola se glielo chiedessi? Forse potrebbe farmi da
spalla».
Non risposi neppure.
«Le relazioni vanno consegnate fra una settimana esatta!», annunciò la professoressa sovrastando il
chiacchiericcio. «Quindi, per favore, lavorateci nel fine settimana».
Suonò la campanella e la classe intera si alzò in piedi nello stesso istante. La Perkins, che era
minuscola, sgattaiolò via per evitare di essere calpestata nel fuggi fuggi generale. Jessica e io ci unimmo
alla folla, e Casey ci raggiunse quando uscimmo in corridoio.
«Quante stronzate», sibilò. «Un saggio su niente? Io non voglio scegliere l’argomento. Quello è il suo
lavoro, cazzarola! A che serve questa cavolo di relazione se non ci dà neppure un argomento? È
ridicolo».

«Ma devi lavorare con Harrison, e…»
«Per favore, Jess, non iniziare con queste cazzate». Casey alzò gli occhi al cielo. «È gay. Lo vuoi
capire?»
«Non si sa mai! Quindi non vuoi metterci una buona parola?».
«Vi raggiungo in caffetteria», dissi, svoltando in direzione del mio armadietto. «Prima devo prendere
delle cose».
«Va bene». Casey afferrò Jessica per il polso e la trascinò verso l’altro corridoio. «Ci vediamo ai
distributori automatici, va bene, B.? Andiamo, Jess». Così, mi lasciarono sola nel corridoio affollato. Va
bene, non proprio affollato. La Hamilton High contava circa quattrocento studenti, ma a dispetto dei
numeri, quel pomeriggio i corridoi parevano piuttosto gremiti. O forse ero solo stressata e mi stava
prendendo un attacco di claustrofobia. A ogni modo, le mie amiche si dileguarono lasciandomi in pasto
alle belve.
Mi feci largo fra gli sportivi che sbraitavano e le coppie che pomiciavano – le effusioni in pubblico
sono così disgustose – e mi diressi verso l’aula di scienze. Impiegai solo pochi minuti per raggiungere
l’armadietto, che, come il resto di quell’obbrobrio di scuola, era dipinto di blu e arancione. Composi la
combinazione e spalancai l’anta. Alle mie spalle, un gruppo di ragazze pon-pon passò correndo e
gridando: «Forza Panthers! Panthers! Panthers!».
Avevo appena afferrato il cappotto e lo zaino e stavo per chiudere lo sportello quando spuntò lui. A
dire la verità, mi aspettavo che arrivasse ancora prima.
«A quanto pare siamo compagni, Duffy».
Richiusi l’armadietto con un calcio, leggermente troppo forte. «Per mia sfortuna, sì».
Wesley sorrise, passandosi le dita fra i riccioli scuri e appoggiandosi allo sportello accanto al mio.
«Quindi, da te o da me?»
«Cosa?»
«Per fare la relazione questo fine settimana», rispose lui, socchiudendo gli occhi. «Non ti mettere in
testa strane idee, Duffy. Non ti sto correndo dietro. Sono solo un bravo studente. Wesley Rush non corre
dietro alle ragazze. Sono loro che…»
«Corrono dietro a te. Sì, lo so». Infilai la giacca sopra la maglietta. «Se dobbiamo proprio, pensavo
che potremmo…»
«Wesley!». Una tizia bruna e magrissima che non riconobbi (sembrava del primo anno) gli gettò le
braccia al collo proprio davanti a me. Alzò lo sguardo su di lui con gli occhioni a forma di cuore.
«Stasera ballerai con me alla festa?»
«Certo, Meghan», rispose lui, accarezzandole la schiena. Era abbastanza alto da guardarle dentro la
maglietta senza alcuna fatica. «Ti riserverò un ballo, va bene?»
«Davvero?»
«Mentirei mai?»
«Oh, grazie, Wesley!». Lui si chinò e la ragazza gli baciò delicatamente una guancia prima di correre
via, senza mai degnarmi di uno sguardo.
Wesley tornò a concentrarsi su di me. «Stavi dicendo?».
Digrignando i denti, ringhiai: «Stavo pensando che potremmo vederci da me».
«Cos’ha casa mia che non va?», domandò lui. «Hai paura che sia infestata dagli spiriti, Duffy?»
«Certo che no. Solo che preferirei studiare a casa mia. Chissà che razza di malattie potrebbero
contagiarmi solo mettendo piede nella tua stanza». Scrollai la testa. «Dunque, casa mia, va bene? Domani
pomeriggio alle tre, più o meno. Chiama prima di venire».
Non gli lasciai la possibilità di rispondere. Se aveva qualche problema, avrei scritto la relazione da
sola. Quindi, dimenticando di proposito di salutarlo, me ne andai, guizzando fra i gruppi di ragazzine
pettegole e dirigendomi a passo svelto verso la caffetteria.

Trovai Casey e Jessica ad attendermi accanto ai vecchi distributori.
«Non capisco, Case», stava dicendo Jessica. Infilò un dollaro nell’unica macchina funzionante e
aspettò che l’aranciata spuntasse nel cassetto in basso. «Non devi rimanere con la squadra per la
partita?»
«No. Ho detto alle ragazze che stasera non ce l’avrei fatta, quindi una delle sostitute, questa bimba
carina del primo anno, prenderà il mio posto. È tutto l’anno che si vuole esibire, e ha le capacità, ma
finora non ne ha avuto occasione. Se la caveranno anche senza di me».
Ero in piedi accanto a loro, quando Jessica mi notò. «C’è Bianca! Andiamocene da questo posto del
cavolo! Wow! Serata fra ragazze!».
Casey alzò gli occhi al cielo.
Jessica spinse la porta blu che conduceva al parcheggio con un sorriso a trentadue denti e disse:
«Ragazze, siete le migliori. Cioè, davvero le migliori. Non so cosa farei senza di voi».
«Piangeresti ogni sera abbracciando il cuscino», esclamò Casey.
«Penseresti che le altre siano “davvero le migliori”», commentai, ricambiando il sorriso. Per nessun
cavolo di motivo avrei permesso a Wesley Rush di buttarmi giù. Niente da fare! Era la nostra serata fra
ragazze e non avrei lasciato che uno stronzo come lui la rovinasse. «Non hai dimenticato il gelato che ci
hai promesso, vero Jessica?»
«Certo che no. Cioccolato fuso».
Attraversammo il parcheggio ed entrammo in macchina. Jessica si avvolse seduta stante nella coperta,
e Casey, visibilmente scossa dai brividi, le lanciò un’occhiata piena d’invidia mentre agganciava la
cintura di sicurezza. Con un rapido colpo sull’acceleratore uscimmo dal parcheggio e imboccammo la
statale, fuggendo a tutta velocità dalla Hamilton High come prigioniere dalla cella… e il paragone era
davvero calzante.
«Non ci credo che non ti abbiano nominato reginetta del ballo, Casey», disse Jessica dal sedile
posteriore. «Ero sicura che l’avrebbero fatto».
«No, mi hanno già eletto al ballo della partita di calcio. Esiste una regola secondo la quale non si può
vincere più di una volta nello stesso anno. Quindi stavolta ero esclusa. Sarà Vikki o Angela, ne sono
sicura».
«Pensi che litigheranno se eleggono una delle due?». Jessica sembrava preoccupata.
«Ne dubito», rispose Casey. «Ad Angela non potrebbe fregare di meno di certe cavolate. È Vikki
quella competitiva… certo che mi dispiace perdermi la scenata di stasera. Vi ho detto che sta pensando
di uscire anche con Wesley Rush?»
«No», esclamammo io e Jessica all’unisono.
«Sì», rispose Casey annuendo. «Credo proprio che voglia fare ingelosire il ragazzo o qualcosa del
genere. Esce con un calciatore, porta al ballo un tizio dell’Oak Hill e va a dire in giro che Wesley la
eccita. Dice che ultimamente dopo una festa si sono dati da fare, credo che il suo ragazzo ancora non lo
sappia, e che sta pensando al bis. Ha detto che è stato fantastico».
«Sono andati a letto insieme?», chiese Jessica, a bocca aperta.
«Lui va a letto con tutte», dissi io, svoltando sulla Quinta Strada. «Se ha una vagina, lui se la fa».
«Oh! Bianca!», gridò Jessica. «Non dire quella parola… che inizia per V».
«Vagina, vagina, vagina», ripeté Casey in tono cantilenante. «Superalo, Jessica. Tu ne hai una. Tanto
vale che la chiami con il suo nome».
Jessica era diventata rossa come un peperone. «Non c’è motivo di parlare di quella cosa. È volgare
e… intima».
Casey la ignorò e mi disse: «Sarà anche un infame, ma è sexy da morire. Devi ammetterlo anche tu, B.
Scommetto che a letto è meraviglioso. Dai, ci hai limonato. Non è stato fantastico? Possiamo biasimare
Vikki se ha voglia di farselo?».

«Hai limonato con Wesley?», gracchiò Jessica, mezza soffocata dallo stupore. «Cosa? Quando? Perché
non me l’hai detto?».
Lanciai un’occhiataccia a Casey.
«Si vergogna», spiegò lei, scompigliando i capelli biondi da folletto. «È stupido, perché scommetto
che se l’è spassata».
«Non me la sono spassata», protestai.
«Bacia bene?», chiese Jessica. «Dimmelo! Dimmelo! Dimmelo! Voglio saperlo».
«Sì, se proprio lo vuoi sapere. Ma questo non lo rende meno disgustoso».
«Ma», intervenne Casey, «visti i tuoi trascorsi, rispondi alla mia domanda. Puoi biasimare Vikki
perché vuole uscire con lui?»
«Non è necessario». Misi la freccia. «Si biasimerà da sola quando prenderà una malattia venerea… o
quando il suo ragazzo lo scoprirà. Una delle due».
«È proprio questo il motivo per cui volevo andare al ballo», disse Casey con un sospiro. «Avremmo
potuto vederlo con i nostri occhi… come una puntata di Gossip Girl ambientata alla Hamilton. Il ragazzo
di Vikki si incazza e trama vendetta, nel frattempo la ragazza infedele si porta a letto il tizio più fico della
scuola e Bianca, nascondendo l’amore segreto per Wesley, finge di odiarlo mentre dentro di sé si rode e
muore dalla voglia di ricevere un altro bacio supersexy».
Mi cascarono le braccia. «Non muoio dalla voglia di niente del genere».
Sul sedile posteriore Jessica emise un grugnito e si coprì la bocca con la coda di cavallo per
nascondere la risata, e io la fulminai dallo specchietto retrovisore.
«Oh, bene», esclamò Casey con un sospiro. «Sono sicura che lunedì ci racconteranno tutto».
«O domani, se la combinano grossa», commentò Jessica. «Angela e Jeanine non tengono mai per loro i
pettegolezzi. Se danno di matto, chiameranno e ci diranno cosa ci siamo perse. Sono sicura che lo
faranno». Sorrise. «Spero che scendano nei dettagli. Non posso credere che mi sto perdendo il mio
ultimo ballo degli ex alunni giocatori di basket».
«Almeno non lo stai perdendo da sola, Jess».
Qualche secondo dopo aver svoltato in Holbrook Lane, imboccai il vialetto di casa Gaither. Staccando
la chiave dal cruscotto, annunciai: «Che la serata fra ragazze abbia ufficialmente inizio».
«Uuuuh!». Jessica balzò giù dal sedile posteriore e praticamente raggiunse il portico a passo di danza.
Aprì la porta e noi due la seguimmo all’interno, scrollando la testa divertite.
Mi sfilai la giacca e la appesi al gancio sulla porta. La casa di Jessica era un gioiellino – pulita,
ordinata, le scarpe allineate accanto all’ingresso… avete capito il tipo. I genitori erano superpignoli.
Casey mi imitò e disse: «Vorrei che mia madre tenesse la casa così. O che potesse almeno permettersi
una donna delle pulizie. Casa nostra è uno schifo».
Neppure la mia aveva un bell’aspetto. La mamma non era mai stata fissata con l’ordine e papà era un
fermo sostenitore delle pulizie di primavera. Ma a parte il bucato, i piatti, spolverare e passare
l’aspirapolvere ogni tanto (tutti compiti miei), di solito non si sbrigavano molte faccende in casa Piper.
«A che ora arrivano i tuoi, Jessica?», domandai.
«La mamma torna alle cinque e mezzo, e mio padre poco dopo le sei». Ci stava aspettando in fondo
alle scale, pronta a correre in camera da letto non appena fossimo state pronte. «Papà oggi doveva vedere
un nuovo paziente, quindi potrebbe essere un po’ in ritardo».
Il signor Gaither era uno psicologo. Più di una volta, Casey aveva minacciato di chiedergli se poteva
analizzarmi gratis. Magari mi avrebbe aiutato a risolvere i miei “problemi”. Non che avessi problemi.
Eppure, Casey era convinta che il mio cinismo derivasse da una sorta di conflitto interiore. Io continuavo
a ripetere che ero solo intelligente. E Jessica… be’, Jessica non diceva niente. Anche se ne parlavamo
sempre scherzando, quando si citava l’argomento si sentiva un po’ in imbarazzo. Con tutte le chiacchiere

pseudopsicologiche che sentiva ogni giorno, probabilmente pensava davvero che la mia costante
negatività fosse sintomo di un conflitto interiore.
Jessica odiava la negatività. La odiava così tanto che non l’avrebbe mai ammesso. Sarebbe stato
troppo negativo.
«Svelte, svelte! Siete pronte o no?».
«Che la festa abbia inizio!», gridò Casey, sfrecciandole accanto e precedendola su per le scale.
Jessica si mise a ridacchiare come una pazza, cercando di riacciuffarla, mentre io le seguivo con la
mia andatura normale, senza scompormi. Una volta sul pianerottolo, sentii che ridevano e parlavano in
camera da letto, in fondo al corridoio, ma non riuscivo a distinguere le parole. Fu qualcos’altro ad
attirare la mia attenzione.
La porta della prima camera, quella a sinistra, era spalancata. Il cervello mi intimò di oltrepassarla,
ma i piedi non risposero al comando. Rimasi sulla soglia, sforzandomi di distogliere lo sguardo. Tuttavia,
il corpo si rifiutava di collaborare.
Il letto rifatto con la massima cura, e il piumone blu stinto. Poster di supereroi su ogni centimetro di
muro. La stanza era quasi esattamente come la ricordavo, con l’unica differenza che a terra non c’erano
abiti sporchi. L’armadio aperto sembrava vuoto e il calendario di Spiderman, un tempo appeso sopra la
scrivania, era stato tolto. Ma la camera sembrava calda, come se lui fosse ancora lì. Come se avessi
ancora quattordici anni.
«Jake, non capisco. Chi era quella ragazza?»
«Nessuno. Non preoccuparti. Non significa niente per me».
«Ma…».
«Ssh… non è niente».
«Ti amo, Jake. Non mi dire bugie, d’accordo?»
«Non lo farei mai».
«Promesso?»
«Certo. Credi davvero che ti farei del male, Bi…»
«Bianca! Dove diavolo sei?».
La voce di Casey mi fece sobbalzare. Uscii velocemente dalla stanza e richiusi la porta, pensando a
quando avrei dovuto passarci davanti quella notte per andare a fare pipì. «Vengo!». Riuscii a mantenere
un tono di voce normale. «Accidenti, un po’ di pazienza per una volta nella vita».
Poi, con un sorriso forzato, andai a guardare un film con le mie amiche.

7

Dopo averci pensato per un po’, conclusi che essere la DUFF comportava un sacco di vantaggi.
Numero uno: non devi preoccuparti dei capelli o del trucco.
Numero due: non devi sforzarti di comportarti in modo fico, tanto non è te che guardano.
Numero tre: eviti gli scazzi con i ragazzi.
Mi resi conto del terzo vantaggio mentre guardavamo Espiazione in camera di Jessica. Nel film, la
povera Keira Knightley vive tutta questa tragedia con James McAvoy, ma se fosse stata brutta, lui non le
avrebbe mai rivolto uno sguardo. Non le avrebbe spezzato il cuore. Del resto, è risaputo che il vecchio
ritornello «è meglio aver amato e perso» è un cumulo di idiozie.
La teoria si applica a un sacco di altri film. Pensateci. Se Kate Winslet fosse stata la DUFF, Leonardo
Di Caprio non le sarebbe andato dietro sul Titanic e ci avrebbe risparmiato un fiume di lacrime. Se
Nicole Kidman fosse stata brutta, in Ritorno a Cold Mountain non avrebbe dovuto preoccuparsi di Jude
Law partito per la guerra. La lista è interminabile.
Vedevo le mie amiche stare male per i ragazzi in continuazione. Di solito, la storia finiva con una delle
due che piangeva (Jessica) o gridava (Casey). A me avevano spezzato il cuore una volta sola, e mi
bastava. Quindi, davvero, guardare Espiazione con le mie amiche mi fece capire quanto dovevo essere
grata perché avevo il ruolo della DUFF. Messa male, eh?
Il pomeriggio seguente arrivai a casa verso l’una e mezzo. Purtroppo, essere la DUFF non mi
risparmiava i drammi familiari.
Mi stavo ancora riprendendo dalla nottata – in cui nessuna aveva chiuso occhio – e riuscivo a
malapena a stare in piedi. La vista della casa in uno stato di totale devastazione, tuttavia, mi svegliò. Il
pavimento del soggiorno era coperto di vetri rotti, il tavolino era rovesciato, come se fosse stato preso a
calci e – impiegai un minuto ad accorgermene – c’erano bottiglie di birra sparse ovunque. Per un attimo
rimasi di sasso, sulla porta, con il timore che fossero entrati i ladri. Poi udii papà che russava forte in
camera, in fondo al corridoio, e capii che la realtà era ben peggiore.
Non vivevamo in una casa perfetta, quindi calpestare il tappeto con le scarpe era consentito. Quel
giorno, era necessario. I vetri, che conclusi venissero da diversi portafoto rotti, scricchiolarono sotto i
miei piedi quando mi feci strada fino alla cucina per prendere una busta della spazzatura, il minimo per
pulire quel macello.
Mentre mi affaccendavo, mi sentii stranamente insensibile. Avrei dovuto dare in escandescenza, lo
sapevo. Voglio dire, papà negli ultimi diciotto anni era rimasto sobrio, ma a giudicare dalle bottiglie di
birra risultava abbastanza chiaro che adesso quella sobrietà fosse a rischio. Eppure, non provavo niente.
Forse perché non sapevo cosa provare. Cosa poteva essere successo di tanto brutto da portarlo sulla
cattiva strada dopo tanto tempo?
Trovai la risposta sul tavolo della cucina, accuratamente mascherata in una busta portadocumenti.
«Le carte del divorzio», mormorai esaminando il contenuto della busta aperta. «Ma che diavolo…?».
Fissai la firma arzigogolata della mamma in stato di shock. Cioè, sì, avevo capito che si stava
avvicinando la fine – quando tua madre scompare per più di due mesi, hai quest’impressione – ma
subito? Davvero? Non aveva neppure chiamato per avvisarmi! E non aveva avvisato neppure papà.
«Dannazione», bisbigliai, con le dita tremanti. Mio padre non se l’aspettava. Non c’era da stupirsi che si
fosse sbronzato all’istante. Come poteva fargli questo? Come poteva far questo a entrambi?
Vaffanculo. Sul serio. Vaffanculo, mamma.

Buttai la busta sul tavolo e andai all’armadietto in cui tenevamo i prodotti per pulire, lottando contro le
lacrime che mi bruciavano gli occhi. Afferrai un sacco della spazzatura e mi avviai verso il salotto.
Il pensiero mi colpì all’improvviso, mentre stavo per raccogliere una bottiglia vuota. Rimasi lì, con il
groppo alla gola.
La mamma non sarebbe tornata a casa. Papà aveva ricominciato a bere. E io stavo raccogliendo i
cocci, nel vero senso della parola. Presi le schegge più grandi e le bottiglie vuote e le gettai nella busta,
cercando di non pensare a mia madre. Cercando di non pensare che probabilmente aveva un’abbronzatura
perfetta. Cercando di non pensare al bel messicano ventiduenne che sicuramente si portava a letto.
Cercando di non pensare alla firma perfetta apposta sui documenti del divorzio.
Ero arrabbiata con lei. Molto, molto arrabbiata. Come poteva farlo? Come poteva inviare i fogli per
posta, senza tornare a casa né avvertirci? Non sapeva come l’avrebbe presa papà? E neppure a me aveva
pensato. Figurarsi se poteva chiamare per prepararmi all’evento.
In quel preciso istante, mentre mi aggiravo per il salotto, decisi che odiavo mia madre. La odiavo
perché non c’era mai. La odiavo per il caos scatenato da quei documenti. La odiavo perché aveva ferito
papà.
Mentre trascinavo in cucina la busta colma di portafoto rotti, mi chiesi se papà fosse riuscito a
distruggere i ricordi – quelli suoi e della mamma ritratti nelle immagini. Con tutta probabilità, no. Ecco
perché aveva sentito il bisogno di bere. E quando neppure l’alcol era bastato a cancellare il viso di mia
madre dalla sua testa, doveva aver iniziato a prendere a calci la stanza come un pazzo.
Non avevo mai visto mio padre sbronzo, ma sapevo perché aveva smesso. Quando ero piccola, avevo
udito più di una conversazione fra lui e la mamma. A quanto pareva, quando era su di giri papà aveva un
caratteraccio. Così brutto che la mamma si era spaventata e gli aveva chiesto di smettere. Era questa la
spiegazione del tavolino sottosopra.
Ma l’idea di mio padre ubriaco… non riuscivo a crederci. Cioè, nella mia testa lui era quello che non
riusciva a dire niente di più volgare di “cavolo”. Caratteraccio? Non riuscivo a immaginarlo.
Speravo solamente che non si fosse tagliato con i vetri. Certo, la colpa non era sua. La colpa era della
mamma. Era stata lei a farlo impazzire. Andandosene, sparendo nel nulla, non chiamando, non
avvertendo. Non ci sarebbe mai ricascato se non avesse ricevuto quegli stupidi documenti. Sarebbe stato
bene. Avrebbe guardato TV Land e avrebbe letto l’«Hamilton Journal». Non sarebbe stato a letto a
smaltire la sbornia.
Mentre rimettevo in piedi il tavolino e aspiravo gli ultimi frammenti di vetro dal tappeto, continuavo a
ripetermi di non piangere. Non potevo piangere. Se avessi pianto, non avrebbe avuto niente a che fare con
la questione del divorzio. C’era da aspettarselo. Non avrebbe avuto niente a che fare con il fatto che mi
mancava la mamma. Era via da troppo tempo. Né sarebbe stato il rimpianto per la famiglia che avevo un
tempo. Mi andava bene così, solo io e papà. No, se avessi pianto sarebbe stato per la rabbia, la paura, o
per qualche altro sentimento egoista. Avrei pianto per ciò che tutto questo significava per me. Adesso io
dovevo essere l’adulta. Io dovevo prendermi cura di papà. E in quel momento, mia madre, che viveva
come una stella a Orange County, stava mostrando una dose di egoismo sufficiente a coprire entrambe,
dunque ero costretta a ricacciare indietro le lacrime.
Avevo appena riportato l’aspirapolvere nello sgabuzzino quando il cordless iniziò a suonare.
«Pronto», dissi nel ricevitore.
«Buonasera, Duffy».
Oh, merda. Avevo dimenticato di dover lavorare con Wesley a quello stupido progetto. Con tutte le
persone che potevo vedere quel pomeriggio, perché proprio lui? La giornata non era già abbastanza
brutta?
«Sono quasi le tre», esordì. «Fra poco prendo la macchina e vengo da te. Mi hai detto di chiamare
prima… la mia è solo cortesia».

«Tu non sai neanche che significhi cortesia». Guardai il corridoio, in direzione della camera di papà. Il
salotto, anche se non era più una trappola mortale, rimaneva un casino, e non si poteva prevedere l’umore
di papà una volta uscito dal letto. L’unica cosa che sapevo era che con tutta probabilità non sarebbe stato
buono. Non sapevo neppure cosa gli avrei detto. «Senti, a pensarci meglio, vengo io da te. Ci vediamo
fra venti minuti».

Ogni cittadina ha una casa così. Sapete, quella talmente bella da stonare. Quella talmente lussuosa che
sembra che i padroni vi stiano sbattendo in faccia la loro ricchezza. Ogni cittadina del mondo ha una casa
esattamente così, e quella di Hamilton apparteneva alla famiglia Rush.
Non so se in linguaggio tecnico possa essere definita un palazzo, ma contava tre piani e due balconate.
Balconate! Imbambolata, avevo fissato la casa un milione di volte passando in auto, ma non avevo mai
pensato che un giorno avrei varcato la soglia. Qualsiasi altro giorno della mia vita sarei stata eccitata
all’idea di vedere l’interno (anche se, ovviamente, non l’avrei mai ammesso), ma i miei pensieri erano
talmente concentrati sui documenti del divorzio che riuscivo a provare solo ansia e tristezza.
Wesley mi accolse sulla porta d’ingresso, un ghigno disinvolto e fastidioso sulla faccia. Era
appoggiato allo stipite, le braccia incrociate sul petto ampio. Indossava una camicia blu scuro con le
maniche rimboccate fino ai gomiti. E ovviamente aveva lasciato i primi bottoni aperti. «Ciao, Duffy».
Non capiva quanto mi desse fastidio quel nomignolo? Lanciai un’occhiata al vialetto che, a parte la
mia Saturn e la sua Porsche, era vuoto. «Dove sono i tuoi?», chiesi.
«Via», rispose lui strizzando l’occhio. «A quanto pare siamo solo io e te».
Gli passai accanto ed entrai nell’atrio enorme, alzando gli occhi al cielo con un’espressione di
disgusto. Una volta posate le scarpe una accanto all’altra nell’angolo, mi voltai verso Wesley, che mi
guardava con vago interesse. «Vediamo di fare presto».
«Non vuoi fare il grand tour?»
«No, a dire la verità».
Lui scrollò le spalle. «Peggio per te. Seguimi». Mi fece strada nel salotto principesco, che
probabilmente era grande come la caffetteria della scuola. Due imponenti colonne sorreggevano il soffitto
e tre divani beige, più altri due divanetti abbinati, erano sistemati al centro della stanza. Su una parete
campeggiava un enorme televisore a schermo piatto, e su quella opposta un camino gigantesco. Il sole di
gennaio filtrava dalle portefinestre, inondando l’ambiante di un chiarore naturale e gioioso. Ma Wesley
iniziò a salire le scale, allontanandosi da quel posto rassicurante.
«Dove stai andando?», chiesi.
Lui si voltò indietro e fece un sospiro esasperato. «In camera mia, ovviamente».
«Non possiamo fare la relazione qui?», domandai.
Gli angoli della sua bocca si curvarono leggermente all’insù, mentre si infilava un dito nel passante dei
jeans. «Potremmo, Duffy, ma saremo molto più rapidi se la scrivo al computer, e il mio computer è di
sopra. Sei stata tu a dire di fare presto».
Con un lamento mi avviai su per le scale. «Va bene».
La camera di Wesley era all’ultimo piano, una delle stanze che affacciavano sulla balconata… ed era
più grande del mio salotto. Il letto matrimoniale era ancora sfatto e sul pavimento erano sparse custodie
di videogiochi, insieme alla PlayStation 3, che era collegata a una grande TV. Stranamente, nella stanza
c’era un buon odore. Era un insieme della colonia Burberry di Wesley e di abiti freschi di lavatrice, come
se avesse appena messo a posto il bucato. La libreria a cui si avvicinò era stracolma di libri di diversi
autori, da James Patterson a Henry Fielding.
Wesley si piegò in avanti per guardare le mensole e, mentre estraeva la sua copia de La lettera
scarlatta e andava a sedersi sul letto, cercai di distogliere lo sguardo dai jeans Diesel. Mi fece cenno di

raggiungerlo e io obbedii, con riluttanza. «Va bene», disse, tamburellando le dita sulla copertina con aria
assente. «Su cosa facciamo la relazione? Qualche idea?»
«Io non…»
«Stavo pensando che potremmo fare un’analisi di Hester», propose lui. «Può sembrare un luogo
comune, ma intendo un’interpretazione approfondita del personaggio. Soprattutto, perché tradisce il
marito? Perché va a letto con Dimmesdale? Lo ama, o è solo promiscua?».
Alzai gli occhi al cielo. «Che cavolo, ma ti fermi sempre alla risposta più semplice? Hester è molto
più complessa. Nessuna delle tue spiegazioni denota un minimo di immaginazione».
Wesley mi guardò con un sopracciglio inarcato. «Va bene», disse lentamente. «Se sei così intelligente,
allora perché lo fa? Illuminami».
«Per distrarsi».
Sì, va bene, forse era un po’ forzata, ma non riuscivo a togliermi dalla testa quei maledetti documenti.
Né a smettere di pensare a quella stronza egoista di mia madre. Continuavo a chiedermi perché mio padre
si fosse ubriacato per la prima volta dopo diciotto anni. La mia mente andava in cerca di qualsiasi cosa,
qualsiasi cosa potesse distrarla dai pensieri dolorosi, ed era dunque ridicolo pensare che per Hester
fosse lo stesso? Era sola, circondata da puritani ipocriti, e sposata con un tizio inglese inquietante e
sempre assente.
«Ha solo bisogno di qualcosa che le tolga dalla testa lo schifo della sua vita», borbottai. «Una via di
fuga…».
«Se è così, non le va molto bene. Le si rivolta tutto contro».
A dire la verità, non lo stavo ascoltando. La memoria corse a una serata di non molto tempo prima, una
serata in cui avevo trovato un modo di scacciare le preoccupazioni. Ricordai il modo in cui la mente si
era acquietata e il corpo aveva preso il sopravvento. Ricordai la beatitudine del vuoto. Ricordai come,
persino una volta finito, ero rimasta così concentrata su quanto avevo fatto che le altre ansie erano come
scomparse.
«… quindi, credo che la spiegazione sia sensata. Inquadra la vicenda da un altro punto di vista, e la
Perkins ama la creatività. Potremmo cavarci una A». Wesley si voltò a guardarmi e la sua espressione si
fece all’improvviso preoccupata. «Duffy, stai bene? Hai lo sguardo perso nel vuoto».
«Non chiamarmi Duffy!».
«Okay. Stai bene, Bian…?».
Prima che avesse il tempo di pronunciare il mio nome, mi avvicinai. Rapide, le mie labbra si
attaccarono alle sue. Il vuoto mentale ed emotivo mi investì subito, ma dal punto di vista fisico ero più
attenta che mai. A differenza della prima volta, lo sbigottimento di Wesley non durò a lungo e le sue mani
in un attimo furono su di me. Affondai le dita tra i suoi capelli soffici e la lingua di Wesley invase la mia
bocca divenendo l’ennesima arma in gioco nella nostra guerra privata.
Ancora una volta, il corpo acquistò il pieno controllo di tutto. Nei recessi della mia mente non c’era
niente; nessun pensiero molesto mi tormentava. Persino il suono dello stereo di Wesley, dal quale usciva
musica piano rock che non conoscevo, scomparve, e di contro la sensibilità si acuì.
Ero pienamente consapevole della sua mano che risaliva e si richiudeva sul seno. Con uno sforzo, lo
spinsi via. Aveva gli occhi sgranati. «Per favore, non tirarmi un altro schiaffo», disse.
«Zitto».
Avrei potuto fermarmi lì. Avrei potuto alzarmi e uscire dalla stanza. Avrei potuto non andare oltre quel
bacio. Ma non lo feci. La sensazione che mi annebbiava la mente quando lo baciavo era talmente
prossima all’euforia – uno sballo – che non potevo sopportare di rinunciarvi così presto. Forse odiavo
Wesley Rush, ma lui aveva in mano la chiave per la mia fuga, e in quel momento lo volevo… avevo
bisogno di lui.

Senza dire una parola, senza esitazioni, mi sfilai la maglietta dalla testa e la gettai sul pavimento. Lui
non ebbe il tempo di dire niente perché gli posai le mani sulle spalle e lo spinsi facendolo stendere. Un
secondo dopo, ero cavalcioni su di lui e ci stavamo baciando di nuovo. Le sue mani sganciarono il
reggiseno, che andò a raggiungere la maglietta sul pavimento.
Non mi importava. Non mi sentivo timida, né in imbarazzo. Sapeva che ero la DUFF e in un certo senso
non dovevo sforzarmi di fare buona impressione su di lui.
Gli sbottonai la camicia, mentre lui mi sfilava la pinza dai capelli e lasciava che i riccioli ramati
ricadessero su di noi. Casey aveva ragione. Wesley aveva un gran fisico. La pelle era tesa sul petto
scolpito e io feci scorrere le mani lungo le braccia muscolose, stupita.
La sua bocca si spostò sul mio collo, lasciandomi un attimo di respiro. Così vicini, l’unico odore che
sentivo era la sua colonia. Mentre le labbra scendevano lungo la spalla, un pensiero si fece strada
attraverso l’eccitazione. Mi chiesi perché non mi avesse respinta – perché non avesse respinto la DUFF –
disgustato.
Solo allora mi accorsi che Wesley non aveva fama di rifiutare le ragazze. E che io avrei dovuto essere
quella disgustata.
Ma la sua bocca era di nuovo premuta sulla mia e quel piccolo pensiero sfuggente svanì. Agendo
d’istinto, tirai il labbro inferiore di Wesley con i denti e lui gemette sottovoce. Le sue mani si spostarono
sulle costole, facendomi correre brividi lungo la spina dorsale. Beatitudine. Pura, incontaminata
beatitudine.
Solo in un’occasione, quando Wesley mi rovesciò sulla schiena, considerai seriamente la possibilità di
fermarmi. Mi guardò, e le abili mani mi abbassarono la cerniera dei jeans. Il mio cervello addormentato
si destò e mi chiesi se non ci stessimo spingendo troppo in là. Valutai l’ipotesi di respingerlo, mettendo
fine a tutto. Ma perché avrei dovuto smettere? Cosa avevo da perdere? E allo stesso tempo, cosa avrei
potuto guadagnare? Come mi sarei sentita un’ora dopo… o anche meno?
Prima che riuscissi a elaborare una risposta, Wesley mi aveva sfilato jeans e mutandine. Estrasse un
profilattico dalla tasca (va bene, ora che ci penso, chi tiene i preservativi in tasca? Nel portafoglio okay,
ma in tasca? Piuttosto presuntuoso, non credete?) e poi anche i suoi slip finirono sul pavimento. E
all’improvviso stavamo facendo sesso, e i miei pensieri tacquero di nuovo.

8

Avevo solo quattordici anni quando persi la verginità con Jake Gaither. Lui aveva da poco compiuto
diciotto anni e sapevo benissimo che era troppo grande per me. Eppure, essendo una ragazzina del primo
anno, volevo un ragazzo. Volevo piacere e non essere esclusa, e Jake era all’ultimo anno e aveva la
macchina. A quel tempo, la consideravo la perfezione.
Nei tre mesi che passammo insieme, Jake non mi invitò mai a uscire sul serio. Una volta o due
limonammo in fondo a un cinema buio, ma non andammo mai a cena insieme né a giocare a bowling.
Passavamo la maggior parte del tempo a sgattaiolare di qua e di là, per evitare che i nostri genitori e sua
sorella, che più tardi diventò una delle mie migliori amiche, ci scoprissero. In realtà, trovavo
quell’aspetto, la segretezza, divertente ed eccitante. Era come una storia d’amore proibita: come Romeo e
Giulietta, che avevo letto per inglese quel semestre.
Andammo a letto insieme diverse volte, e sebbene il sesso in sé e per sé non mi piacesse, la
sensazione di vicinanza, di contatto mi dava conforto. Quando Jake mi toccava così, sapevo che mi
amava. Sapevo che il sesso era una cosa bellissima e piena di passione, ed era bello farlo con lui.
Andare a letto con Wesley Rush fu completamente diverso. Se da una parte il piacere fisico che ne
ricavai fu molto più grande, mancavano la vicinanza e l’amore. Quando finì, mi sentii sporca. Mi sembrò
di aver fatto una cosa sbagliata e vergognosa, ma allo stesso tempo mi sentivo bene. Viva. Libera.
Selvaggia. La mia mente era sgombra, come se qualcuno avesse premuto il bottone per ripulirla. Ero
consapevole che l’euforia non sarebbe durata per sempre, ma per una fuga momentanea valeva la pena di
sopportare il meschino rimorso.
«Wow», esclamò Wesley. Avevamo finito da qualche minuto ed eravamo distesi nel suo letto, a una
distanza di una trentina di centimetri. «Devo dire che non me l’aspettavo».
Oddio, quando parlava rovinava tutto. Infastidita, e ancora invischiata nelle ripercussioni emotive,
sogghignai. «Cosa? Ti vergogni di esserti fatto la DUFF?»
«No». Il suo tono serio mi sorprese. «Non mi vergogno mai delle ragazze con cui vado a letto. Il sesso
è una reazione chimica naturale. Succede sempre per un motivo. Chi sono io per decidere chi può
sperimentare la gioia di venire a letto con me?». Non mi vide alzare gli occhi al cielo e continuò: «No,
volevo solo dire che sono sconvolto. Iniziavo davvero a pensare che tu mi odiassi».
«E infatti ti odio», assicurai, calciando via le lenzuola e alzandomi per raccogliere i vestiti.
«A quanto pare non mi odi tanto», commentò lui, sdraiandosi sul fianco e guardandomi mentre mi
vestivo. «Ti sei praticamente fiondata su di me. Di solito, l’odio non ispira gesti tanto appassionati».
Infilai la maglietta. «Credimi, Wesley, ti odio con tutta me stessa. Ti stavo solo usando. Tu passi la vita
a usare le persone, quindi sono certa che mi puoi capire». Abbottonai i jeans e afferrai la pinza sul
comodino. «È stato divertente, ma se ti azzardi a raccontarlo a qualcuno, giuro che ti castro. Chiaro?»
«Perché?», chiese lui. «La tua reputazione potrebbe solo migliorare se la gente sapesse che sei venuta
a letto con me».
«Potrebbe essere come dici», ammisi. «Ma non ho alcun desiderio di migliorare la mia reputazione,
soprattutto in questo modo. Terrai la bocca chiusa o devo andare a cercare un oggetto affilato?»
«Un gentiluomo è una tomba», disse lui.
«Tu non sei un gentiluomo». Raccolsi i capelli fermandoli con la pinza. «Ecco perché sono
preoccupata». Guardai il mio riflesso nello specchio a figura intera sul muro. Una volta sicura di avere
un aspetto normale, cioè non colpevole, mi voltai di nuovo verso Wesley. «Sbrigati e mettiti le mutande.
Dobbiamo fare quella stupida relazione».


Erano da poco passate le sette di sera, quando io e Wesley finalmente terminammo il saggio di inglese.
O per lo meno, finimmo la brutta copia. Gli feci promettere che me l’avrebbe mandata più tardi in modo
che potessi correggerla.
«Non ti fidi di me?», domandò inarcando un sopracciglio mentre mi mettevo le scarpe nell’atrio.
«Non mi fido di te per niente», dissi io.
«Eccetto che per gli orgasmi». Sulla faccia aveva quel ghigno che odiavo. «Quindi, era una botta e via
o ti rivedrò ancora?».
Stavo per scoppiare a ridere, per dirgli che solo nei suoi sogni sarei tornata da lui, ma poi ricordai che
stavo per rincasare. Probabilmente, avrei ritrovato la busta sul tavolo di cucina.
«Bianca?», esclamò Wesley. Quando mi toccò la spalla, un brivido mi attraversò il corpo. «Tutto a
posto?».
Con un balzo mi staccai e andai verso la porta. Avevo già un piede fuori di casa quando mi voltai e
dissi, dopo un attimo di esitazione: «Vedremo». Poi scesi di corsa i gradini.
«Bianca, aspetta».
Mi strinsi nella giacca, cercando di proteggermi dal vento freddo, e spalancai la portiera della Saturn.
Qualche secondo dopo lui era dietro di me ma, grazie al cielo, non mi toccò. «Che c’è?», chiesi,
scivolando sul sedile anteriore. «Devo andare a casa».
Casa, l’ultimo posto in cui sarei voluta andare.
Il cielo invernale era già diventato nero, ma riuscivo comunque a vedere gli occhi grigi di Wesley
nell’oscurità. Avevano lo stesso identico colore delle nubi prima di una tempesta. Si accovacciò accanto
a me, così che fossimo alla stessa altezza, e il modo in cui mi guardò mi mise enormemente a disagio.
«Non hai risposto all’altra domanda».
«Quale altra domanda?»
«Tutto a posto?».
Lo guardai di traverso, a lungo, dando per scontato che volesse fare lo stronzo. Ma qualcosa nei occhi
luminosi mi fece esitare. «Non importa se è tutto a posto o no», sussurrai. Accesi il motore, e lui saltò via
quando mi sporsi per sbattere la portiera. «Ciao, Wesley».
E me ne andai.
Quando arrivai a casa, papà era ancora in camera. Finii di pulire il soggiorno, evitando del tutto la
cucina, e corsi di sopra a farmi una doccia. L’acqua calda non lavò via la sensazione di sporco che
Wesley mi aveva lasciato sulla pelle, ma servì a rilassare alcuni muscoli della schiena e delle spalle che
per il nervosismo si stavano annodando. Speravo solo che con il tempo quell’impressione di sporcizia
svanisse.
Mi ero appena avvolta nell’asciugamano quando il cellulare in camera iniziò a squillare e corsi in
corridoio per rispondere in tempo.
«Ehi, B.», disse Casey. «Avete finito tu e Wesley?»
«Cosa?»
«Oggi dovevate lavorare sulla relazione d’inglese, no?», domandò lei. «Pensavo che dovesse venire
da te».
«Oh… sì. Be’, alla fine sono andata io da lui». Mi stavo sforzando di non assumere un tono colpevole.
«Cavoli, vuoi dire al palazzo?», chiese Casey. «Che fortuna! Sei uscita sulla balconata? Vikki ha detto
che è il secondo motivo per cui vuole scoparselo ancora. L’ultima volta l’hanno fatto sul sedile
posteriore della Porsche, ma lei muore dalla voglia di vedere la casa dentro».
«Casey, mi hai chiamato per qualche motivo?»
«Oh, sì», rispose lei ridendo. «Scusa. Niente di che. Volevo solo assicurarmi che stessi bene».
Perché tutti mi facevano la stessa domanda quella sera?

«So che lo odi», proseguì lei. «Volevo essere certa che fosse tutto okay … anche lui, intendo. Non
l’hai, tipo, accoltellato, vero? Cioè, sono fermamente contraria all’assassinio dei fichi, ma se hai bisogno
di aiuto per seppellire il corpo, porto la vanga».
«Grazie, Casey», esclamai. «Ma è vivo. Non è andata male come mi aspettavo. A dire la verità…».
Per poco non le raccontai tutto. Che mamma e papà stavano divorziando e di come, in un attimo di
disperazione, avessi baciato Wesley Rush, di nuovo. E che poi il bacio si era trasformato in molto, molto
di più. Di come mi sentivo sporca, ma allo stesso tempo meravigliosamente libera. Ce l’avevo sulla
punta della lingua, ma non riuscii a farlo venire fuori.
Non ancora, per lo meno.
«A dire la verità cosa, B.?», domandò lei, riscuotendomi dai miei pensieri.
«Ehm… niente. A dire la verità aveva delle buone idee per la relazione. Tutto qui. Credo che sia, tipo,
fissato con Hawthorne o qualcosa del genere».
«Be’, buono. So che trovi eccitanti i ragazzi intelligenti. Adesso hai intenzione di ammettere che lo
desideri?».
Rimasi di sasso, non sapendo come rispondere, ma Casey era già scoppiata a ridere.
«Ti prendo in giro, ma sono contenta che sia andata bene alla fine. Oggi ero un po’ preoccupata per te.
Avevo la sensazione che stesse per accadere qualcosa di brutto. Saranno solo paranoie».
«Forse sì».
«Ci vediamo dopo, B.».
Richiusi il cellulare e lo posai sul comodino, con la sensazione di essere una bugiarda schifosa.
Tecnicamente non avevo mentito, avevo solo omesso, tuttavia… omettere con Casey era una specie di
peccato mortale. Soprattutto sapendo che teneva così tanto a condividere i miei problemi.
Ma alla fine glielo avrei detto. Be’, dei miei genitori, per lo meno. Avevo solo bisogno di elaborarlo
per conto mio prima di riversarlo su di lei e Jessica. Per quanto riguardava Wesley… Oddio, speravo che
non lo scoprissero mai.
Mi inginocchiai ai piedi del letto e iniziai a piegare gli abiti puliti, come facevo ogni sera.
Stranamente, non ero in tensione come avevo previsto. Detestavo ammetterlo, ma dovevo senz’altro
ringraziare Wesley.

9

Papà non uscì dalla camera per tutto il fine settimana. La domenica pomeriggio bussai un paio di volte
e mi offrii di preparare qualcosa da mangiare, ma lui si limitò a mormorare un rifiuto, senza mai aprire la
porta. Il suo isolamento mi terrorizzava. Doveva essere depresso per la mamma e vergognarsi per essere
ricascato nell’alcol, ma sapevo che non era un modo sano di affrontare la situazione. Decisi che se non
fosse ricomparso entro lunedì pomeriggio, avrei fatto irruzione nella stanza e… be’, non sapevo come mi
sarei comportata. Nel frattempo, cercai solo di non pensare a lui o ai documenti del divorzio sul tavolo in
cucina.
Mi sorpresi nel constare che mi risultava abbastanza semplice.
La maggior parte dei pensieri si affollavano intorno a Wesley. Bleah, vero? Non sapevo come avrei
gestito il ritorno a scuola. Cosa si faceva dopo aver passato una notte (o, nel mio caso, un pomeriggio)
con il più grosso puttaniere della scuola? Dovevo fare la disinvolta? Trattarlo con lo stesso odio
manifesto? O, poiché me l’ero spassata, dovevo forse mostrarmi grata? Moderare il disprezzo ed essere
amichevole? Gli dovevo qualcosa? Certo che no. Dall’esperienza aveva guadagnato quanto me, eccetto il
biasimo per se stesso.
Quando arrivai a scuola il lunedì mattina, avevo praticamente deciso di evitarlo del tutto.
«Stai bene, Bianca?», chiese Jessica quando uscimmo dalla lezione di spagnolo, alla fine della prima
ora. «Ti stai comportando in modo… ehm, strano».
Devo ammetterlo, le mie doti di spia non erano proprio spiccate, ma sapevo che Wesley sarebbe
passato davanti alla classe per raggiungere l’aula della seconda ora e non volevo correre il rischio di un
imbarazzante incontro post-coito in corridoio. Sbirciai con ansia fuori dalla porta, passando in rassegna
la folla in cerca degli inequivocabili riccioli scuri. Ma se persino Jessica aveva capito che stavo
tramando qualcosa, significava che stavo agendo in modo troppo scoperto.
«Non è niente», mentii, uscendo in corridoio. Guardai a destra e a sinistra, come una bambina in
procinto di attraversare una strada affollata, e fui sollevata di non vederlo. «Sto bene».
«Ah, okay», disse lei, senza sospettare niente. «Allora me lo sono immaginato».
«Sì».
Jessica sistemò una ciocca di capelli biondi sfuggita alla coda di cavallo. «Oh, Bianca! Ho
dimenticato di dirtelo! Sono così emozionata!».
«Lasciami indovinare», la stuzzicai. «Ha a che fare con Harrison Carlyle, giusto? Stavolta ti ha chiesto
dove hai comprato i tuoi fichissimi jeans elasticizzati? O che balsamo usi per la tua chioma fluente?»
«No!», rispose Jessica ridacchiando. «No… a dire la verità si tratta di mio fratello. Viene a trovarci
per una settimana e dovrebbe arrivare a Hamilton entro mezzogiorno. Nel pomeriggio mi viene a
prendere a scuola. Sono così emozionata all’idea di vederlo. Sono passati due anni e mezzo, tipo, da
quando è partito per il college e… Ehi, Bianca, sei sicura di stare bene?».
Ero al centro del corridoio, immobile. Sentivo il sangue defluire dal viso, mentre le mani diventavano
fredde e prendevano a tremare. Stava per venirmi la nausea, ma raccontai la stessa vecchia bugia. «Sto
bene». Mi sforzai di far ripartire i piedi. «È solo che, ehm, credo di aver dimenticato qualcosa. Va tutto
bene. Senti, cosa stavi dicendo?».
Jessica annuì. «Oh, sì, che sono così emozionata di vedere Jake! Non credevo che l’avrei mai detto,
ma mi è mancato tanto, tantissimo. Sarà bello uscire con lui per qualche giorno. Oh, e credo che ci sia
anche Tiffany. Ti ho detto che si sono appena fidanzati ufficialmente?»
«No. Che bella notizia… devo andare a lezione, Jessica».

«Ah… va bene. Okay, ci vediamo a inglese, Bianca». Quando Jessica pronunciò la frase, ero già a
metà corridoio. Mi feci largo tra i capannelli di studenti, udendo a malapena le imprecazioni quando
pestavo qualche piede o urtavo qualcuno con lo zaino. I rumori intorno a me si attutirono lentamente e
ricordi sgraditi inondarono la mia testa.
Fu come se le parole di Jessica avessero rotto gli argini che per tanto tempo li avevano contenuti.
«Quindi, tu sei Bianca? Quella puttanella del primo anno che si fa il mio ragazzo?»
«Il tuo ragazzo? Io non mi sono…»
«Stai alla larga da Jake, cazzo».
Mentre i ricordi mi investivano, mi sentii avvampare. I piedi si muovevano così in fretta che stavo
quasi volando verso l’aula di educazione civica. Come se avessi potuto correre più forte dei pensieri.
Come per sfuggire alla vendetta che mi rincorreva. Ma Jake Gaither sarebbe tornato a Hamilton per una
settimana. Jake Gaither era fidanzato con Tiffany. Jake Gaither... il ragazzo che mi aveva spezzato il
cuore.
Entrai di corsa in classe proprio al suono della campanella. Sapevo che Chaucer mi stava gelando con
lo sguardo, ma non mi preoccupai di voltarmi verso di lui. Sedetti al banco quasi in fondo alla classe,
cercando disperatamente di concentrarmi su qualcos’altro.
Ma nemmeno i commenti arguti di Toby Tucker sul potere legislativo o la sua adorabile nuca dal taglio
antiquato riuscirono a distogliermi da Jake e dalla sua futura sposa.
Per tutta l’ora sentii a malapena una parola del professor Chaucer e quando la campanella suonò, sul
quaderno davanti a me, che avrebbe dovuto essere pieno di appunti, si leggevano solo un paio frasi brevi
e quasi incomprensibili. Oddio, se la vita avesse continuato a riservarmi sorprese del genere, mi
avrebbero bocciata di certo.
Quante tragedie! Se fossi stata una ricca snob di Manhattan avrei potuto essere tra i personaggi di
Gossip Girl (non che io guardi certa spazzatura... non spesso almeno... e comunque le mie amiche ne sono
all’oscuro). Perché la mia vita non poteva essere una sitcom? Ma anche i protagonisti di Friends avevano
i loro problemi.
Mi diressi a testa bassa verso la caffetteria, dove trovai Casey e Jessica che mi aspettavano al nostro
tavolo. Come sempre, si unirono a noi Angela, Jeanine e la cugina di quest’ultima. Angela era impegnata
a mostrare a tutte le Vans nuove, dunque il mio muso lungo passò inosservato.
«Carine», commentò Casey, sorridendo. «Chi te le ha comprate?»
«Papà», rispose Angela, accarezzando la punta viola. «Lui e la mamma adesso fanno a gara per
accaparrarsi il mio amore. Sulle prime mi infastidiva, ma poi ho deciso di essere saggia e godermela».
Accavallò le gambe e gettò all’indietro i capelli scuri. «Alla prossima spero in Prada».
Tutte scoppiarono a ridere.
«Io non ho cavato niente di buono dal divorzio dei miei», esclamò Casey. «A mio padre non importava
molto che gli volessi bene, credo».
«È triste, Case», mormorò Jessica.
«Oh, non troppo». Casey fece spallucce e iniziò a scrostarsi lo smalto arancione. «Mio padre è uno
stronzo. Fremevo quando la mamma l’ha buttato fuori di casa. Adesso piange molto meno, e quando mia
madre sorride, il mondo sorride con lei. Certo, adesso abbiamo molti meno soldi, ma comunque non è
che papà spendesse molto per la famiglia. Ha proposto alla mamma di comprarle un’auto che non voleva,
ma il suo buon cuore si limita a questo».
«I divorzi sono deprimenti», commentò Jessica con un sorriso. «Se i miei si lasciassero, mi
spezzerebbero il cuore. Non sei d’accordo, Bianca?».
Sentii il volto avvampare, ma Casey si affrettò a cambiare argomento, quindi finsi di non aver sentito
la domanda di Jessica. «Ehi, Vikki, cos’è successo al ballo? Non ci hai ancora raccontato com’è andata».
Jeanine fece una risatina d’intesa. «A loro non l’hai ancora detto?».

Vikki alzò gli occhi al cielo e arrotolò un ricciolo ramato intorno al dito dalla manicure impeccabile.
«Oddio. Va bene, Clint non mi rivolgerà mai più la parola e Ross...».
La sua voce scivolò sullo sfondo e la mia mente prese a vagare. Per quanto desiderassi smettere di
pensare a Jake, non riuscivo a interessarmi alle disavventure amorose di Vikki. Un altro giorno ne avrei
ricavato un discreto divertimento, come se fosse una telenovela dal vivo, ma in quel momento il suo
dramma mi appariva vago e privo d’importanza. Così insulso. Così eccessivo. Così vuoto.
Se ci pensavo, non potevo evitare di provare un lieve senso di colpa. Ero concentrata su me stessa
quanto lei. Dunque, con scarsa convinzione, tentai di prestare ascolto al racconto delle pene di Vikki
McPhee.
Quando, a un tratto, una frase attirò la mia attenzione.
«... ma dopo me la sono spassata un po’ con Wesley».
«Wesley?», chiesi.
Il volto di Vikki si illuminò, poiché andava orgogliosa di quella che secondo lei era una conquista.
Non sapeva che due terzi delle ragazze della scuola avevano raggiunto lo stesso traguardo? Inclusa me...
anche se, ovviamente, lei non ne era al corrente. «Sì», disse. «Dopo il litigio con Clint sono finita nel
parcheggio con Wesley. Ci siamo divertiti per un po’ nella sua macchina, poi mia madre ha chiamato e
sono dovuta andare a casa prima di concludere. Che rottura, eh?»
«Già».
Mi guardai attorno, nella caffetteria, e impiegai qualche secondo a individuare il retro di una testa
riccia e bruna che superava di almeno cinque centimetri le altre. Era seduto con un gruppo di amici, per
la maggior parte ragazze, ovviamente, a un lungo tavolo rettangolare all’altro capo della sala. Indossava
una maglietta aderente nera che, per quanto poco adatta alle temperature rigide dei primi di febbraio,
metteva in mostra le braccia perfette e muscolose. Braccia che mi avevano stretta... braccia che avevano
contribuito a cancellare l’ansia...
«Vi ho detto che mio fratello torna in città?», domandò Jessica. «Lui e la fidanzata vengono a trovarci
per una settimana».
Lo sguardo preoccupato di Casey si spostò subito su di me e gli occhi si spalancarono quando si
accorse che ero in piedi. «Dove vai, B.?».
In quell’istante, tutte si voltarono e mi sforzai di essere convincente: «Mi sono appena ricordata»,
dissi, «che devo parlare con Wesley della relazione d’inglese». Al diavolo l’idea di evitarlo. Avevo un
piano migliore e più efficace.
«Non l’avete finita sabato?», chiese Jessica.
«Abbiamo iniziato, ma dobbiamo terminare di scrivere».
«Perché eravate troppo impegnati a scopare», mi prese in giro Casey, facendo l’occhiolino.
Non fare la faccia colpevole. Non fare la faccia colpevole.
«A scopare?». Vikki mi guardò perplessa.
«Sei sorda?», domandò Jessica ridendo, rivolgendomi un sorriso bonario. «Bianca è follemente
innamorata di Wesley».
Feci finta che mi stessero strozzando e tutte scoppiarono a ridere. «Sì, certo», esclamai, assicurandomi
che il tono grondasse irritazione e disgusto. «Non lo sopporto! E pensare che stimavo tanto la Perkins,
prima che mi facesse lavorare con lui».
«Al posto tuo sarei stata in estasi», commentò Vikki, con una sfumatura di amarezza.
Jeanine e Angela annuirono, mostrandosi d’accordo.
«Comunque». Mi sentivo un po’ nervosa. «Devo parlargli. Ci vediamo dopo, va bene?»
«Va bene», rispose Jessica, salutando con la mano.
Attraversai spedita la caffetteria affollata, senza rallentare finché non mi trovai a un metro e mezzo dal
tavolo di Wesley, attorno al quale l’unico altro maschio era Harrison Carlyle. A quel punto mi fermai un

secondo, all’improvviso leggermente esitante.
Una delle ragazze, una bionda magrissima con le labbra di Angelina Jolie, blaterava senza sosta della
sua cavolo di vacanza a Miami, e Wesley ascoltava rapito, tentando ovviamente di convincerla che la
capiva benissimo. Lo schifo cancellò l’insicurezza e mi schiarii forte la voce, ottenendo l’attenzione di
tutto il gruppo.
La bionda era nervosa e arrabbiata, ma mi concentrai su Wesley, il quale mi guardò come se nulla
fosse, come avrebbe fatto con qualsiasi altra. Fissandolo dall’alto in basso, dissi: «Devo parlarti della
relazione d’inglese».
«È proprio necessario?», domandò lui con un sospiro.
«Sì», risposi. «Subito. Non ho intenzione di beccarmi un’insufficienza perché ti pesa il culo».
Con un’espressione esasperata, lui si alzò in piedi. «Scusate, signorine», disse alle ragazze appena
colpite dalla tremenda calamità. «Ci vediamo domani. Mi tenete il posto?»
«Certo», squittì una minuscola rossa.
Mentre io e Wesley ci allontanavamo, sentii Labbra a Canotto che diceva: «Ehi, quella lì è una
puttana!».
Una volta in corridoio, Wesley domandò: «Qual è il problema, Duffy? Ti ho mandato il saggio per email ieri sera, come mi avevi chiesto. E dove stiamo andando di preciso? In biblioteca?»
«Tieni la bocca chiusa e vieni con me». Lo condussi lungo il corridoio, oltre le aule di inglese.
Non chiedetemi da dove avessi tirato fuori quell’idea, perché non sarei capace di rispondervi, ma
sapevo esattamente dove stavamo andando ed ero convinta che questo facesse ufficialmente di me una
poco di buono. Tuttavia, quando arrivammo davanti alla porta del bagno inutilizzato dei bidelli, non
provai vergogna... o almeno, non sul momento.
Afferrai la maniglia e notai che Wesley socchiudeva gli occhi, sospettoso. Spalancai la porta,
controllai che nessuno stesse guardando e gli feci cenno di entrare. Wesley varcò la soglia della
minuscola stanzetta e io lo seguii, richiudendo furtivamente la porta alle nostre spalle.
«Qualcosa mi dice che La lettera scarlatta non c’entra niente», disse, e nonostante il buio percepii il
suo sorriso.
«Stai zitto».
Stavolta mi venne incontro. Mi affondò le mani tra i capelli mentre le mie gli stringevano le braccia.
Fu un bacio violento, e mi ritrovai spalle al muro. Sentii uno spazzolone, o forse una scopa, cadere, ma il
cervello registrò a malapena il rumore perché Wesley mi afferrò il fianco con una mano, stringendomi a
sé. Era così alto che per baciarlo dovevo piegare quasi del tutto la testa all’indietro. Premette forte le
labbra sulle mie e io lasciai che le mie mani esplorassero i suoi bicipiti.
Il profumo della colonia, più che l’aria stantia e soffocante del gabinetto, colmò i miei sensi.
Lottammo per un po’ al buio prima che sentissi la mano insistente sollevare l’orlo della maglietta.
Con un gemito, mi staccai e gli afferrai il polso. «No... non adesso».
«E allora quando?», mi sussurrò lui all’orecchio, continuando a schiacciarmi contro la parete. Non era
neppure affannato.
Io, al contrario, ero praticamente senza fiato. «Dopo».
«Sii più precisa».
Mi svincolai dalla sua stretta e mi avviai verso la porta, e per poco non inciampai in qualcosa,
probabilmente un secchio. Alzai una mano per sistemare i capelli e afferrai la maniglia. «Stasera. Vengo
a casa tua verso le sette, va bene?». Prima che avesse il tempo di rispondere, sgusciai fuori e cominciai a
camminare svelta nel corridoio, sperando che nessuno mi notasse.

10

Mi sembrò che il pomeriggio non finisse mai. Matematica fu lunga e noiosa, e inglese snervante. Mi
sorpresi più di una volta a guardare Wesley, impaziente di sentire di nuovo le sue braccia, le sue mani e
le sue labbra capaci di zittire la mente.
Pregavo solo che le mie amiche non lo notassero. Jessica, ovviamente, mi avrebbe creduto se le avessi
detto che stava immaginando tutto; Casey, al contrario... be’, speravo fosse troppo concentrata sulla
lezione di grammatica della Perkins (eh, sì, sicuro!) per accorgersi di me. Con tutta probabilità mi
avrebbe fatto il terzo grado e avrebbe capito esattamente cos’era successo, leggendo la verità che mi
ostinavo a negare. Avevo un maledetto bisogno di andarmene da quel luogo prima di farmi scoprire.
Tuttavia, quando l’ultima campanella suonò, non mi affrettai a uscire.
Jessica si avviò saltellando verso la caffetteria con la coda bionda che le rimbalzava sulle spalle.
«Non vedo l’ora di incontrarlo!».
«L’abbiamo capito», esclamò Casey. «Adori il tuo fratellone. È dolce, davvero, ma l’avrai ripetuto...
venti volte? Trenta, forse?».
Jessica arrossì. «Be’, sono impaziente».
«Certo che lo sei». Casey le sorrise. «Sono sicura che anche lui sarà felice di vederti, ma forse se ti
dai una calmata è meglio». Si fermò al centro della caffetteria e si voltò verso di me. «Vieni, B.?»
«No», risposi, inginocchiandomi e armeggiando con le stringhe della scarpa. «Devo... allacciare
questa. Voi andate avanti. Non perdete tempo a causa mia».
Casey mi lanciò uno sguardo d’intesa, poi annuì e trascinò via Jessica. Iniziò a parlare per evitare che
Jess si soffermasse sulla mia scusa poco convincente. «Dai, parlami di questa fidanzata. È bella? È
scema come una capra? Voglio sapere tutto».
Aspettai in caffetteria per una ventina di minuti, per evitare di incontrarlo per caso nel parcheggio. Era
curioso che meno di sette ore prima avessi fatto la stessa identica cosa per un altro ragazzo... uno che al
momento volevo vedere con tutta me stessa. Perché per quanto fosse un’idea malata e perversa, non
vedevo l’ora di trovarmi in camera di Wesley. Di fuggire sulla mia personale isola deserta. Di scappare
il più lontano possibile. Ma prima dovevo aspettare che Jake Gaither se ne andasse dal parcheggio.
Quando fui certa che se ne fosse andato, uscii dalla scuola stringendomi nel cappotto. Il vento di
febbraio mi sferzò il viso mentre attraversavo il parcheggio deserto, e la vista dell’auto senza
riscaldamento non mi offrì alcun conforto. Sedetti al posto di guida e avviai il motore. Mi sembrò che il
viaggio di ritorno durasse ore, eppure la Hamilton High era a soli sei chilometri da casa mia.
Mi stavo giusto chiedendo se non fosse possibile andare a casa di Wesley con qualche ora d’anticipo,
quando imboccai il vialetto e mi ricordai di papà. La sua macchina era lì, ma in teoria avrebbe dovuto
essere ancora al lavoro.
«Cazzo!», gemetti, prendendo a pugni il volante e balzando in aria come un’idiota al suono del clacson.
«Cazzo! Cazzo!».
Il senso di colpa mi sommerse. Come avevo potuto dimenticare papà? Triste, solo e barricato in
camera da letto. Uscendo dalla macchina e trascinandomi sul marciapiede, iniziai a temere che fosse
ancora nella sua stanza. Se così fosse stato, avrei dovuto sfondare la porta? E poi? Gridargli contro?
Piangere insieme a lui? Dirgli che la mamma non lo meritava? Qual era la risposta giusta?
Quando entrai, invece, mio padre era seduto sul divano con una ciotola di popcorn sulle gambe. Esitai
sulla soglia, senza capire cosa diavolo stava succedendo. Sembrava... normale. Non sembrava che

avesse bevuto o pianto. Era il papà di sempre, con gli occhiali dalla montatura spessa e i capelli rossi
spettinati. Lo stesso che vedevo ogni giorno.
«Ehi, Coccinella», disse, guardandomi. «Vuoi un po’ di popcorn? Su AMC c’è un film di Clint
Eastwood».
«Mmm... no, grazie». Mi guardai intorno. Niente vetri rotti. Niente bottiglie di birra. Come se non
avesse bevuto per niente. Mi chiesi se fosse vero. Se la ricaduta fosse già terminata. Funzionava così?
Non ne avevo idea. Ma non potevo evitare di essere diffidente. «Papà, stai bene?»
«Oh, sì, tutto okay», disse lui. «Stamani mi sono svegliato tardi, quindi ho chiamato in ufficio e ho
detto che ero malato. È il primo giorno che prendo, quindi niente di grave».
Sbirciai in cucina. La busta era ancora sul tavolo. Intatta.
Forse lo notò, o lo immaginò, perché disse con una scrollata di spalle: «Ah, quegli stupidi documenti!
Sai, mi hanno mandato in crisi! Ma alla fine ho riflettuto e ho concluso che deve trattarsi di un errore.
L’avvocato della mamma ha saputo che manca da casa da più tempo del solito e deve essere saltato a
strane conclusioni».
«Le hai parlato?»
«No», ammise papà. «Ma sono sicuro che si tratta di questo. Per forza. Niente di cui preoccuparsi,
Coccinella. Com’è andata oggi?»
«Bene».
Stavamo mentendo entrambi, con la differenza che io ne ero consapevole. Lui, al contrario, sembrava
sinceramente convinto. Come potevo fargli notare che sui documenti c’era la firma della mamma? Come
potevo riportarlo alla realtà? Sarebbe servito solamente a farlo filare dritto nella sua stanza, o in cerca
della bottiglia, rovinando quel momento di pace artificiale.
E io non volevo essere responsabile della ricaduta nell’alcolismo di mio padre.
Era sconvolto, conclusi salendo le scale per andare in camera. Era sotto shock, semplicemente. Ma non
avrebbe potuto negare a lungo. Alla fine si sarebbe svegliato. Speravo solo che non fosse un colpo troppo
duro.
Mi stesi sul letto con il libro di matematica davanti, nel tentativo di fare i compiti. Ma non capivo
niente. Gli occhi rimbalzavano senza sosta sulla sveglia sopra il comodino. 15:28... 15:31... 15:37... I
minuti scorrevano ticchettando e gli esercizi di matematica assumevano contorni sfocati, diventando
insiemi di simboli impossibili da decodificare, come antiche rune.
Alla fine chiusi il libro con forza e ammisi la sconfitta. Era una cosa malata. Non avrei dovuto pensare
a Wesley. Non avrei dovuto baciare Wesley. Non avrei dovuto andare a letto con Wesley. Diamine,
nemmeno una settimana prima avrei giudicato disgustoso anche solo parlargli. Ma più la testa girava, più
diventava attraente. Non fraintendetemi, lo odiavo ancora con tutta me stessa. La sua arroganza mi faceva
venire voglia di urlare, ma la sua capacità di liberarmi dai problemi – anche solo per un attimo – mi
mandava su di giri. Era una droga. Una roba davvero malata.
Ancora peggiore fu il modo in cui mentii a Casey quando chiamò, alle cinque e mezzo.
«Ehi, stai bene? Oddio, non posso credere che Jake sia tornato. Stai uscendo di testa, tipo? Vuoi che
venga da te?»
«No». Ero schizzata, e continuavo a controllare l’orologio ogni pochi minuti. «Sto bene».
«Non tenerti tutto dentro, B.», mi avvisò.
«Non lo sto facendo. Sto bene».
«Vengo da te», esclamò lei.
«No», mi affrettai a dire. «Non farlo. Non ce n’è motivo».
Casey rimase in silenzio per un secondo, e quando ricominciò a parlare sembrava offesa. «Va bene...
ma, cioè, anche senza discutere di Jake, avremmo potuto fare un giro o qualche altra cosa».

«Non posso», risposi. «Io, ehm...». Erano ancora le cinque e trentacinque. Mancava ancora un’ora
prima di andare da Wesley. Ma non potevo dirlo a Casey. Mai e poi mai. «Stavo pensando di andare a
letto presto stasera».
«Cosa?»
«Ieri sono rimasta sveglia fino a tardi guardando un... un film. Sono esausta».
Sapeva che stavo mentendo. Era piuttosto ovvio. Ma non fece domande. Al contrario, si limitò a dire:
«Be’... va bene. Magari domani? O nel fine settimana? Hai bisogno di parlarne, B., davvero. Anche se sei
convinta del contrario. Solo perché è il fratello di Jessica...».
Se non altro, credeva che stessi mentendo per nascondere i miei problemi con Jake. Preferivo così,
piuttosto che saperla vicina alla verità.
Accidenti, ero proprio un’amica di merda. Ma non esistevano alternative: su Wesley dovevo mentire.
Con tutti.
Quando finalmente giunsero le sette meno un quarto, afferrai il cappotto e mi fiondai di sotto, tirando
già le chiavi della macchina fuori dalla tasca. Trovai mio padre in cucina, intento a scaldare una pizza nel
microonde. Mi sorrise mentre infilavo i guanti. «Ehi, papà», esclamai. «Ci vediamo dopo».
«Dove vai, Coccinella?».
Ecco, bella domanda. Era un intoppo che non avevo previsto, ma quando non hai altra scelta, di’ la
verità, o una parte della verità, per lo meno.
«Vado a casa di Wesley Rush. Dobbiamo fare una relazione per inglese. Non faccio tardi». Ti prego,
pensai. Fa’ che non arrossisca.
«Va bene», rispose papà. «Divertiti da Wesley».
Mi fiondai fuori dalla cucina prima che la mia faccia prendesse fuoco.
«Ciao, papà!».
In pratica, corsi in macchina e provai con tutta me stessa a mantenere una velocità moderata una volta
sulla statale. Non avrei preso la mia prima multa per colpa di Wesley Rush. A un certo punto ci si doveva
dare un freno.
Eppure, mi ero già spinta troppo in là molte volte.
Cosa stavo facendo esattamente? Avevo sempre deriso le ragazze che si portava a letto, ed eccomi lì,
pronta a diventare una di loro. Mi dissi che c’era una differenza. Quelle tipe pensavano di avere
un’opportunità con Wesley, lo trovavano sexy e attraente e, in modo perverso, lo era davvero. Credevano
che fosse un bravo ragazzo, erano convinte di poterlo domare, ma io sapevo che era uno stronzo. Io
volevo solo il suo corpo. Nessun legame. Nessun sentimento. Io volevo solo lo sballo.
Questo faceva di me una tossica e una puttana?
Mi fermai davanti all’enorme palazzo e giunsi alla conclusione che le mie azioni fossero giustificabili.
I malati di cancro fumavano erba a scopo terapeutico; la mia situazione era molto simile. Se non avessi
usato Wesley per distrarmi sarei impazzita, quindi stavo evitando l’autodistruzione e risparmiando la
parcella dell’analista.
Salii i gradini e suonai il campanello. Un secondo dopo, la serratura scattò e la maniglia ruotò.
Nell’attimo stesso in cui il viso sogghignante di Wesley comparve sulla soglia, capii che, nonostante i
ragionamenti, era una cosa sbagliata. Disgustosa. Malata. Poco sana.
Ed esaltante da morire.

11

I miei capelli gridavano ai quattro venti che avevo fatto sesso. Fissai il grande specchio e provai ad
appiattire la massa di ricci ramati, mentre alle mie spalle Wesley si rivestiva. Una situazione in cui non
avrei mai pensato di trovarmi.
«Essere usato mi va benissimo», disse infilando la aderente maglietta nera. Anche i suoi capelli erano
piuttosto sospetti. «Ma gradirei sapere a che scopo mi stai usando».
«Distrazione».
«Quello l’avevo intuito». Quando si buttò sulla schiena incrociando le braccia dietro la testa, il
materasso cigolò. «E da cosa ti dovrei distrarre? Magari, se lo sapessi, potrei svolgere il mio compito in
modo più efficiente».
«Lo stai già facendo più che bene». Strigliai i capelli, ma difficilmente avrei potuto ottenere un
miglioramento. Sospirando, distolsi lo sguardo dallo specchio e mi voltai verso di lui. Con mia grande
sorpresa, notai che mi osservava con sincero interesse. «Ti importa sul serio?»
«Certo». Si mise a sedere e dette una pacca al materasso. «Questo corpo fantastico non è fatto solo di
addominali sbalorditivi. Ho anche un paio di orecchie e a quanto pare funzionano in modo superbo».
Alzai gli occhi cielo e sedetti accanto a lui, poggiando i piedi sul letto. «D’accordo», esclamai,
circondando le ginocchia con le braccia. «Non che me ne importi, ma ho scoperto che il mio ex oggi
arriva in città e si ferma una settimana. È stupido, ma sono andata nel panico. L’ultima volta che ci siamo
visti... non è andata molto bene. È per questo che a scuola ti ho trascinato in bagno».
«Cos’è successo?»
«Tu c’eri. Non farmelo rivivere».
«Volevo dire con il tuo ex», spiegò Wesley. «Sono curioso. Che tipo di tristezza potrebbe spingere una
persona rancorosa come te a correre fra le mie splendide braccia? O è stato lui a ricoprire il tuo cuore
con quello strato di ghiaccio?». Le parole erano ironiche ma il sorriso sembrava sincero, non il solito
ghigno asimmetrico che sfoderava quando si credeva intelligente.
«Abbiamo iniziato a uscire insieme quando ero al primo anno», cominciai, con riluttanza. «Lui era
all’ultimo, ed ero certa che i miei non mi avrebbero mai permesso di vederlo se avessero saputo la sua
età. Quindi abbiamo tenuto la relazione segreta a tutti. Non mi ha mai presentato agli amici, né portato
fuori o parlato con me a scuola, e io ho sempre dato per scontato che lo facesse per proteggermi.
Ovviamente, mi sbagliavo di grosso».
Quando gli occhi di Wesley si fermarono su di me, sentii la pelle formicolare. Oddio, quanto era
irritante. Probabilmente gli facevo compassione. Povera Duffy. Irrigidii le spalle e mi fissai i calzini,
rifiutandomi di vedere quale reazione sortiva la mia storia. Una storia che non avevo mai raccontato a
nessuno, eccetto Casey.
«Qualche volta a scuola lo vedevo in giro con questa ragazza», continuai. «Ogni volta che glielo
chiedevo, mi diceva che erano solo amici e che non dovevo preoccuparmi. Quindi mi fidavo. Diceva di
amarmi. Avevo le mie buone ragioni per credergli, no?».
Wesley non rispose.
«Alla fine, lei lo scoprì. Un giorno, a scuola, la ragazza che avevo visto con lui mi seguì e mi disse di
smettere di andare a letto con il suo ragazzo. Pensai che si trattasse di un errore, e chiesi a lui…».
«Ma non c’era alcun errore».
«Eh no. Si chiamava Tiffany e stavano insieme dalle medie. Io ero l’altra donna... o ragazza,
tecnicamente».

Alzai lentamente la testa e vidi una smorfia sul viso di Wesley. «Che testa di cazzo», disse.
«Tu non puoi parlare. Sei il più grosso sciupafemmine mai esistito».
«Vero», riconobbe. «Ma io non faccio promesse. Lui diceva di amarti. Si era impegnato. Io non lo
faccio mai. Una ragazza può credere tutto ciò che vuole, ma quando dico una cosa io sono sempre
sincero. Lui invece si è comportato da vera testa di cazzo».
«Comunque, è tornato per una settimana con Tiffany… la sua fidanzata».
Wesley fece un fischio. «Ah, imbarazzante».
«Dici?».
Ci fu una lunga pausa. Alla fine, lui chiese: «Dai, chi è? Me lo ricordo?»
«Non lo so. Forse. Si chiama Jake Gaither».
«Jake Gaither». Wesley fece una smorfia inorridita. «Jake Gaither? Intendi quel tizio strano? Quel
mostro con l’acne e il naso a uncino?». Sgranò gli occhi, sconvolto. «Come diavolo ha fatto a rimorchiare
due ragazze? Perché una ragazza dovrebbe uscire con lui? Perché tu dovresti uscire con lui? È uno
sgorbio».
Aggrottai le sopracciglia. «Grazie», mormorai. «Non hai mai pensato che forse è il meglio cui una
DUFF possa aspirare?».
Wesley rimase senza parole. Distolse lo sguardo, osservando il nostro riflesso nello specchio sulla
parete opposta. Dopo qualche attimo di silenzio imbarazzato, disse: «Bianca, vedi, non sei così brutta.
Hai del potenziale. Forse, se uscissi con amiche diverse…»
«Basta così», dissi. «Senti, sei già venuto a letto con me due volte. Le lusinghe non servono. E poi
voglio troppo bene alle mie amiche per rinunciare a loro con l’unico fine di sembrare più fica».
«Davvero?»
«Sì. Cioè, Casey è mia amica da, tipo, sempre, ed è la persona più leale che abbia mai incontrato. E
Jessica… be’, non ha la più pallida idea di cosa sia successo con suo fratello. Al tempo non eravamo
intime. Anzi, non volevo conoscerla dopo la rottura con Jake, ma Casey mi convinse che mi avrebbe fatto
bene, e aveva ragione… come al solito. A volte è un po’ svampita, ma è la persona più dolce e innocente
che conosca. Non potrei mai abbandonarle solo per sentirmi più bella. Sarei una vera stronza».
«Allora sono fortunate ad averti».
«Ho appena detto niente lusinghe».
«Sono sincero». Wesley si incupì. «Io ho solo un amico... parlo di veri amici. Harrison è l’unico
ragazzo che vedrai con me, proprio perché puntiamo a due pubblici diversi, non so se mi spiego».
Quando si voltò a guardarmi, gli aleggiava sulle labbra un sorrisetto. «La maggior parte delle ragazze
farebbe qualsiasi cosa per evitare di essere la DUFF».
«Be’, allora io non sono la maggior parte delle ragazze».
Mi guardò serio. «Ti infastidisce come nomignolo?», chiese.
«No». Nell’attimo stesso in cui la parola oltrepassò le labbra, seppi che era una bugia. Mi infastidiva
eccome, ma non l’avrei mai ammesso. Soprattutto davanti a lui.
A quanto pareva, il mio corpo era di nuovo consapevole dei suoi occhi su di me. Prima che potesse
ribattere, mi alzai e mi avvicinai alla porta.
«Senti», dissi, girando la maniglia. «Devo andare, ma stavo pensando che dovremmo farlo ancora.
Un’avventura, niente di che. Puramente fisica. Nessun legame».
«Non ti basto mai, eh?», chiese Wesley, stiracchiandosi con un sorriso. «Mi pare una buona idea, ma se
sono così fantastico dovresti passare parola alle tue amiche. Dici che le adori, dunque dovresti
permettere anche a loro di sperimentare lo stesso piacere inebriante… magari insieme a te. È giusto».
Lo guardai di traverso. «Ogni volta che inizio a pensare che tu possa avere un’anima, dici qualche
stronzata del genere». Quando la spalancai, la porta sbatté contro il muro. Mi avviai giù per le scale
urlando: «Conosco la strada!».

«Ci vediamo presto, Duffy».
Che bastardo.

Mio padre era indifferente. Credo che in lui la modalità “genitore sospettoso” fosse difettosa, perché
quando ero sgattaiolata fuori casa per andare da Wesley, più e più volte quella settimana, non aveva fatto
neanche una domanda. Qualsiasi papà sano avrebbe fiutato qualcosa se la figlia avesse usato la scusa
della «relazione d’inglese» per due volte di fila, figurarsi quattro nel giro di una settimana! Pensava
davvero che impiegassi così tanto per scrivere uno stupido saggio? Non era preoccupato che me ne
andassi in giro a fare esattamente ciò che stavo facendo?
Evidentemente no. Ogni volta che uscivo di casa, si limitava a dire: «Divertiti, Coccinella».
Ma credo che nessuno avesse il minimo sospetto. Persino Casey, che da quando Jake era arrivato in
città mi osservava come un’aquila, non aveva notato niente fra me e Wesley. Continuava a fare le solite
battute sul mio amore segreto per lui, ma nient’altro. Ovviamente, stavo facendo tutto il possibile per
negare l’evidenza, ma più di una volta temetti che mi avesse scoperta.
Come il venerdì precedente, quando eravamo in camera mia e ci stavamo preparando per andare al
Nest. A dire la verità, Casey si stava preparando. Io più che altro stavo seduta sul letto e la guardavo
mentre posava davanti allo specchio. L’avevamo fatto un milione di volte, ma adesso che Jessica stava
appiccicata al fratello ogni momento, la stanza sembrava stranamente vuota. Quasi inquietante.
Jessica era molto diversa da noi due. Io e Casey eravamo l’una il contrario dell’altra, ma Jessica
veniva proprio da un altro pianeta. Era un raggio di sole. Il bicchiere mezzo pieno. Ci bilanciava con
quell’enorme sorriso e l’innocente ingenuità che ogni volta ci lasciava di sasso. Se talvolta sembrava che
io e Casey avessimo già visto troppo, Jessica per molti versi era ancora una bambina. Virginale. Sempre
piena di meraviglia. Era la nostra luce, e senza di lei io e Casey brancolavamo nel buio.
Mi stavo chiedendo quanti giorni Jake sarebbe rimasto in città, quando Casey si girò a guardarmi,
probabilmente dopo aver concluso che i jeans aderenti viola in fin dei conti potevano andare (buon per
lei, perché io li trovavo orribili). «Sai, B., stai affrontando questa storia di Jake molto meglio di quanto
mi aspettassi», disse.
«Grazie… credo».
«Be’, da una parte immaginavo che saresti uscita di testa se fosse tornato a Hamilton con la fidanzata.
Avrei scommesso su pianti, telefonate di mezzanotte e qualche bella crisi di nervi. Invece, sei, tipo,
normalissima… per quanto possa esserlo Bianca Piper».
«Ritiro il ringraziamento».
«Dico davvero». Attraversò la stanza e sedette accanto a me. «Stai reggendo bene il colpo? Ti sei
lamentata a malapena, una reazione preoccupante visto che passi il tempo a lagnarti».
«Non è vero», protestai.
«E invece sì».
Sbuffai. «Per tua informazione, ho scoperto un metodo per non pensarci, ma se continui a parlarne
rovini tutto, Casey». Le rifilai una gomitata scherzosa. «Inizio a pensare che tu voglia vedermi piangere».
«Almeno sarebbe la prova che non stai tenendo tutto dentro».
«Casey», grugnii.
«Non sto scherzando, B.», disse. «Quel tizio ti ha rovinato il primo anno. Dopo quello che ha fatto, eri
ridotta uno straccio e non facevi altro che frignare e disperarti, e so quanto sia difficile perché dobbiamo
tenere all’oscuro Jess, ma in qualche modo devi sfogarti. Non voglio che tu passi un altro periodo del
genere».
«Casey, sto bene», la rassicurai. «Ho trovato un modo per scaricare lo stress, credimi».
«E qual è?».
Oh, merda.


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