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La risposta e nelle stelle Nicholas Sparks .pdf



Nome del file originale: La risposta e nelle stelle - Nicholas Sparks.pdf
Titolo: La risposta è nelle stelle
Autore: Nicholas Sparks

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Il libro
Le ave va scritto ancora una le
tte ra, come ogni anno, e come
ogni anno si e ra me sso in viaggio
pe r
conse gnarla ne lle sue mani.
Nel giorno più bello della loro vita.
Una strada coperta di neve, un’auto
che perde il controllo e va a
sbattere. Alla
guida il vecchio Ira, che ora è
incastrato, ferito, intirizzito dal
gelo, e così solo. Il dolore lo

immobilizza e rimanere
cosciente è uno sforzo indicibile,
almeno fino a quando davanti ai
suoi occhi prende forma una figura,
prima
indistinta, poi dolcemente nitida: è
l’immagine dell’amatissima moglie
Ruth. Che lo incalza, gli impone di
resistere, lo
tiene vivo raccontandogli le storie
che li hanno uniti per più di
cinquant’anni: i momenti belli e
quelli tristi, le passioni

e i rimpianti, e sempre l’amore
infinito. Lui sa che Ruth non può
essere lì, ma si aggrappa ai ricordi,
alle emozioni,
alle parole di loro due insieme.
Poco distante da quella strada, la
vita di Sophia sta per cambiare per
sempre. L’università, l’ex fidanzato
traditore e
violento, le feste e le amiche
scompaiono nella notte di stelle in
cui incontra Luke. Innamorarsi di
lui è inevitabile,

immaginare un futuro diverso
diventa un sogno possibile. Un
sogno che solo Luke può rendere
reale. Purché il
segreto che nasconde non lo
distrugga.
Ira e Ruth. Sophia e Luke. Due
coppie che apparentemente non
hanno nulla in comune, divise dagli
anni e dalle
esperienze, ma che il destino farà
incontrare, nel più inaspettato ed
emozionante dei modi.
Ricordandoci che anche

le decisioni più difficili possono
essere l’inizio di un viaggio
straordinario, perché i sentimenti e
i segreti degli uomini
percorrono strade impossibili. Che
a volte si incrociano, secondo
l’imponderabile disegno delle
stelle.

L’autore
Nicholas Sparks, nato in Nebraska
nel 1965 e laureato alla University
of Notre Dame,

autore da oltre 90 milioni di copie,
è uno dei narratori più amati al
mondo. I suoi romanzi,
bestseller del New York Times e
tradotti in più di quaranta lingue,
sono costantemente ai
vertici delle classifiche. Hanno
ispirato gli omonimi film Le parole
che non ti ho detto ,
I passi dell’amore, Le pagine della
nostra vita, Come un uragano; e
più
recentemente Dear John, The Last

Song (tratti rispettivamente da
Ricordati di
guardare la luna e L’ultima
canzone), Ho cercato il tuo nome.
Le sue opere sono
pubblicate da Frassinelli, compresa
l’autobiografia Tre settimane, un
mondo , scritta
con il fratello Micah, mentre per
Sperling & Kupfer è uscito Il
bambino che imparò a colorare il
buio . Vive
con la moglie e i figli nel North

Carolina.
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Nicholas Sparks
LA RISPOSTA
È NELLE STELLE
A Miles, Ryan, Landon, Lexie e
Savannah

1
Ira
Primi di febbraio 2011
TIPI come me, non ce ne sono più,
ormai. Sono rimasto solo io.
Mi chiamo Ira Levinson, sono un
uomo del Sud degli Stati Uniti e un
ebreo, due caratteristiche di
cui vado ugualmente fiero. Sono
anche un vecchio, nato nel 1920,
l’anno in cui gli alcolici vennero
messi fuorilegge e le donne

ottennero il diritto al voto, e mi
sono domandato spesso se la mia
vita sia
quello che è per questa ragione.
Non ho mai bevuto e la donna che
ho sposato non vedeva l’ora di
raggiungere la maggiore età per
votare Roosevelt. È facile quindi
immaginare che ciò abbia in un
certo senso segnato il mio destino.
Mio padre non sarebbe stato
d’accordo. Era un uomo che
credeva alle regole. «Ira», mi

diceva
quando ero giovane e lo aiutavo nel
negozio, «lascia che ti spieghi che
cosa non dovresti mai fare», e
poi cominciava con l’elenco. Le
chiamava Regole di Vita e io sono
cresciuto ascoltando le sue
opinioni su tutto. In parte si trattava
di principi morali, radicati negli
insegnamenti del Talmud;
probabilmente erano le stesse cose
che la maggior parte dei genitori
diceva ai figli. Non dovevo

mentire, ingannare né rubare, per
esempio, ma lui – un ebreo part
time, come amava definirsi allora –
preferiva concentrarsi sugli aspetti
pratici. Non uscire senza cappello
se piove. Non toccare mai un
fornello, perché potrebbe essere
ancora caldo. Venivo ammonito a
non esibire i soldi in pubblico, a
non comprare gioielli per la strada.
I suoi divieti erano infiniti ma
cercavo di rispettarli, forse perché
non volevo deluderlo. Ancora oggi

la sua voce mi segue dappertutto, in
questo viaggio che
chiamiamo vita.
Allo stesso modo, mi veniva spesso
detto che cosa dovevo fare. Mio
padre si aspettava onestà e
integrità in ogni ambito esistenziale,
ma mi esortava anche a dare la
precedenza a donne e bambini, a
stringere la mano con vigore, a
ricordare i nomi delle persone e a
dare a un cliente sempre un
pochino di più. Mi resi conto che le

sue regole non erano solo la base di
una filosofia che lo aveva
favorito, ma esprimevano la sua
natura più profonda. Siccome
credeva nell’onestà e nell’integrità,
era convinto che fosse così per tutti.
Credeva nella dignità umana e
supponeva che gli altri fossero
come lui. Pensava che la maggior
parte delle persone, di fronte a una
scelta, avrebbe fatto la cosa
giusta, se pur difficile, e che il bene
trionfasse quasi sempre sul male.

Però non era ingenuo. «Fidati
delle persone», mi diceva, «finché
ti danno motivo per non farlo più. E
allora non voltarti mai
indietro.»
È stato lui che più di ogni altro mi
ha plasmato, facendomi diventare
l’uomo che sono oggi.
La guerra, però, lo cambiò. O
meglio, l’Olocausto lo cambiò. Non
intaccò la sua intelligenza –
mio padre era in grado di terminare
il cruciverba del New York Times in

meno di dieci minuti – ma la
sua fiducia nel prossimo. Il mondo
che credeva di conoscere non
aveva più senso per lui e allora
iniziò a comportarsi in modo
diverso. All’epoca era vicino ai
sessant’anni, e dopo avermi
nominato
socio in affari, smise di venire ogni
giorno in negozio. Diventò un ebreo
a tempo pieno. Cominciò a
recarsi regolarmente alla sinagoga
con mia madre – parlerò di lei in

seguito – e finanziò numerose
iniziative. Non lavorava più il
sabato e seguiva con interesse le
fasi della creazione dello Stato di
Israele… e il successivo conflitto
arabo-israeliano. Andava a
Gerusalemme almeno una volta
all’anno, quasi cercasse qualcosa
che prima ignorava di aver perso. A
mano a mano che invecchiava
la mia preoccupazione per questi
viaggi oltreoceano aumentò, ma lui
mi assicurava di saper badare a

se stesso, e per molti anni fu così.
Nonostante l’età avanzata, aveva
una mente pronta come sempre;
peccato che il suo corpo non fosse
altrettanto forte. Fu colpito da un
infarto all’età di novant’anni, e
sebbene si fosse ristabilito, sette
mesi dopo un ictus gli indebolì
gravemente la parte destra.
Tuttavia,
insisteva per cavarsela da solo.
Rifiutò di trasferirsi in una casa di
riposo, anche se doveva usare un

deambulatore per muoversi, e
continuò a guidare malgrado lo
pregassi di rinunciare alla patente.
«È
pericoloso», gli dicevo, ma lui si
limitava ad alzare le spalle.
«Come farei a raggiungere il
negozio?» mi rispondeva.
Se ne andò un mese prima di
compiere centun anni, la patente di
guida ancora nel portafoglio e un
cruciverba completato sul
comodino accanto al letto. Aveva

avuto una vita lunga, una vita
interessante, e ultimamente penso
spesso a lui. Suppongo che sia
naturale, perché ho seguito sempre
le sue orme. Ho sempre portato con
me le sue Regole di Vita.
Ricordavo i nomi, davo più di
quanto
fosse richiesto e ancora oggi
prendo il cappello tutte le volte che
ritengo stia per piovere. Come mio
padre anch’io ho avuto un infarto e
uso un deambulatore, e sebbene non

abbia mai risolto cruciverba,
ho la mente lucida. E, proprio come
mio padre, sono stato troppo
testardo per rinunciare alla patente.
Con il senno di poi, forse è stato un
errore. Se lo avessi fatto, non mi
troverei nell’attuale condizione:
la macchina fuori strada in un
dirupo, il cofano accartocciato
dall’impatto contro un albero. E
non
sarei qui a immaginare l’arrivo di
qualcuno con un thermos di caffè,

una coperta e una di quelle
portantine che usavano
nell’antichità. Dal mio punto di
vista è l’unico modo per uscire
vivo da questa
situazione.
Sono nei guai. Oltre il parabrezza
incrinato la neve continua a cadere,
fitta e onnipresente. Perdo
sangue dalla testa e mi sento
svenire. Ho quasi la certezza di
avere il braccio destro rotto. Anche
la

clavicola. La spalla mi pulsa e il
minimo movimento è una
sofferenza. Nonostante il giubbotto,
ho
così freddo che tremo.
Mentirei se vi dicessi che non ho
paura. Non voglio morire, e grazie
ai miei genitori – mia madre
è campata fino a novantasei anni –
ho sempre pensato di essere
geneticamente predisposto a
diventare più vecchio di quanto già
non sia. Fino a un mese fa ero

convinto di avere davanti ancora
cinque o sei anni. Ecco, magari non
proprio belli. Non funziona così
alla mia età. Mi sto
disintegrando da un po’: il cuore, le
articolazioni, i reni, spizzichi e
bocconi del mio corpo
cominciano a perdere colpi, ma di
recente si è aggiunto anche
qualcos’altro. Mi cresce nei
polmoni,
ha detto il dottore. Un tumore. Un
cancro. Il mio tempo ormai si

misura in spiccioli… ma fa lo
stesso,
non sono ancora pronto a morire.
Non oggi. Devo fare qualcosa,
un’azione che compio dal 1956.
Una
solenne tradizione sta per finire e
più di tutto mi preme avere
un’ultima occasione di dire addio.
Certo che è strano quello che ti
viene in mente quando credi di
essere vicino alla morte. Di una
cosa sono sicuro: se il mio tempo è

finito, preferirei non andarmene in
questo modo… un tremito
diffuso, la dentiera che sbatte,
finché inevitabilmente il cuore si
ferma del tutto. So che cosa
succede
quando le persone muoiono. Alla
mia età sono stato a troppi funerali.
Se potessi scegliere, preferirei
andarmene nel sonno, a casa mia,
nel mio letto. La gente che muore
così ha un aspetto sereno.
L’ultima cosa che desidero è che

qualcuno mi trovi qui seduto,
surgelato come una bizzarra
scultura
di ghiaccio. Come farebbero a
tirarmi fuori? Da come sono
incastrato dietro il volante, sarebbe
come
cercare di far uscire un pianoforte
dal bagno. Immagino già un vigile
del fuoco che stacca spezzoni di
ghiaccio e scuote il mio corpo
avanti e indietro, dando ordini del
tipo: «Spostagli la testa da questa

parte, Steve», oppure: «Giragli il
braccio di là, Joe». Spinte e
strattoni, botte e colpi, finché il mio
corpo gelato cade a terra con un
ultimo sforzo. Non fa per me,
grazie. Ho ancora la mia dignità.
Quindi, nel caso, cercherò di
sdraiarmi sul sedile posteriore e di
chiudere gli occhi. In questo modo
potranno farmi scivolare fuori come
uno stoccafisso.
Forse, però, non sarà necessario.
Magari qualcuno noterà il segno

degli pneumatici sull’asfalto, le
strisce che portano direttamente
verso il terrapieno. Forse qualcuno
si fermerà e proverà a chiamare,
accenderà una torcia e si accorgerà
di una macchina quaggiù nel fosso.
Non è inconcepibile, potrebbe
accadere. Nevica, e gli
automobilisti guidano piano. Di
sicuro qualcuno mi troverà. Devono
trovarmi.
Giusto?

Forse no.
La neve continua a cadere. Il
respiro si condensa fuori dalla mia
bocca in nuvolette, come sbuffi di
drago, e il freddo comincia a
entrarmi nelle ossa. Potrebbe
andare peggio. Siccome quando
sono
partito il tempo era brutto – ma non
nevicava – mi sono vestito pesante.
Porto due camicie, un
maglione, guanti e cappello. La
macchina è inclinata con il muso

verso il basso, sono ancora legato
alla cintura di sicurezza che
sostiene il mio peso, e ho la testa
appoggiata al volante. L’airbag è
scoppiato, spargendo polvere
bianca e un odore di bruciato. Non
è una posizione comodissima, ma
posso resistere.
Mi sento pulsare tutto il corpo.
Credo che l’airbag non abbia
funzionato a dovere, perché ho
sbattuto il capo contro il volante e
ho perso i sensi. Non so per quanto

tempo sia rimasto svenuto. Il
taglio che ho sulla testa continua a
sanguinare e le ossa del braccio
destro sembrano volermi bucare
la pelle. Comunque poteva andare
peggio, mi dico. Sebbene stia
nevicando, non fa ancora troppo
freddo fuori. È prevista una
diminuzione delle temperature
stanotte, fino a meno sei, per
tornare
intorno allo zero domani. Si alzerà
anche il vento, con raffiche che

raggiungeranno i trenta chilometri
orari. Domani, domenica, saranno
ancora più forti, ma lunedì notte il
tempo comincerà a migliorare
gradualmente. Per allora il fronte
freddo sarà passato e i venti si
calmeranno. Martedì le temperature
saliranno fino a quattro gradi.
So queste cose perché guardo
Weather Channel, il canale meteo. È
meno deprimente dei
telegiornali, e lo trovo interessante.
Non parla solo di previsioni

meteorologiche; ci sono programmi
sulle catastrofiche conseguenze
degli eventi atmosferici del
passato. Ho visto servizi su gente
che si
trovava in bagno quando un tornado
ha scoperchiato la casa, o che è
stata salvata dopo essere stata
trascinata via da un’inondazione.
Tutti sopravvivono sempre, dato
che sono quelli che vengono
intervistati. Mi piace sapere in
anticipo che nessuno è morto.

L’anno scorso ho seguito la storia
di un
gruppo di pendolari sorpresi da una
tormenta a Chicago nell’ora di
punta. La neve cadeva così fitta
che le strade erano state chiuse
quando c’erano ancora automobili
in transito. A migliaia sono rimasti
intrappolati per ore sulle
autostrade, senza potersi muovere,
con temperature artiche. Mi ha
colpito il
fatto che non sembravano affatto

attrezzati, e questo mi risultava
inspiegabile. Gli abitanti di
Chicago
sanno che nevica spesso; a volte la
città è investita dalle bufere che
scendono dal Canada e in quei
casi fa molto freddo. Se io abitassi
là, per la fine di ottobre avrei già
messo nel bagagliaio della
macchina coperte termiche,
cappelli, una giacca a vento di
scorta, paraorecchie, guanti, una
pala, una

torcia, scaldamani e una riserva
d’acqua. Se vivessi a Chicago
potrei restare bloccato da una
tempesta di neve per due settimane,
prima di iniziare a preoccuparmi.
Il mio problema è che vivo nel
North Carolina. E in genere, a parte
un viaggio annuale in
montagna, solitamente in estate,
prendo la macchina solo per brevi
tragitti. Per questo ho il
portabagagli vuoto, ma se anche ci
tenessi un hotel portatile non

servirebbe a niente. Il terrapieno è
ghiacciato e ripido perciò non
potrei mai arrivare ad aprirlo.
Tuttavia non sono completamente
impreparato ad affrontare quello
che mi è successo. Prima di partire
ho infilato in un sacchetto un
thermos di caffè, due panini, delle
prugne secche e una bottiglia
d’acqua. Ho sistemato le provviste
sul sedile del passeggero, accanto
alla lettera che avevo scritto, e
sebbene l’impatto abbia sparso le

cose dappertutto, sapere che sono
ancora in macchina mi conforta. Se
avrò fame, cercherò di
recuperarle, ma sono certo che per
mangiare o bere ci sarà un prezzo
da pagare. Tutto quello che
entra deve uscire e non ho ancora
pensato a come. Il mio
deambulatore è sul sedile
posteriore, ma
mettere piede sul terrapieno
scosceso sarebbe come andare
incontro a morte certa. Viste le mie
ferite,

poi, il richiamo della natura è fuori
discussione.
Parliamo dell’incidente. Potrei
inventarmi una storia avvincente sul
fondo ghiacciato e descrivere
un automobilista rabbioso e
frustrato che mi ha mandato fuori
strada, ma non è andata così. Ecco
che
cosa è successo: era buio e aveva
cominciato a nevicare, poi la neve
si è infittita e d’un tratto la
strada è sparita. Devo aver

imboccato una curva – non ne sono
sicuro, perché evidentemente non
l’ho
vista – e poi mi sono ritrovato a
sfondare il guardrail e a precipitare
lungo il pendio. Adesso me ne
sto seduto qui, da solo al buio,
chiedendomi se Weather Channel in
futuro farà un servizio su di me.
Non riesco più a scorgere niente
oltre il parabrezza. Cerco di
azionare i tergicristalli, senza
aspettarmi nessun risultato, invece

un attimo dopo i due bracci
spingono di lato la neve lasciandosi
dietro un sottile strato di ghiaccio.
Resto colpito da questa
momentanea manifestazione di
normalità,
ma poi mi costringo a spegnere i
tergicristalli, oltre ai fari, che mi
ero dimenticato accesi. Mi dico
che è meglio conservare la carica
della batteria nel caso debba usare
il clacson.
Mi sposto e il movimento mi

provoca una fitta lancinante che dal
braccio mi sale alla clavicola.
La vista mi si annebbia. Che
sofferenza. Respiro a fondo,
aspettando che passi. Per favore,
Dio.
Faccio di tutto per non urlare e poi,
miracolosamente, la fitta
diminuisce. Respiro regolarmente,
cercando di trattenere le lacrime, e
quando alla fine il dolore cessa, mi
sento sfinito. Vorrei dormire
per sempre e non svegliarmi più.

Chiudo gli occhi. Sono stanco, tanto
stanco.
All’improvviso mi torna in mente
Daniel McCallum e il pomeriggio
della visita. Rivedo il dono
che ha lasciato e, mentre scivolo
via, mi domando vagamente quanto
tempo passerà prima che
qualcuno mi trovi.
«Ira.»
Dapprima lo sento in sogno,
confuso e vago, come un suono
sottomarino. Impiego qualche

istante
per rendermi conto che qualcuno mi
sta chiamando per nome. Non è
possibile.
«Ira, devi svegliarti.»
Apro lentamente gli occhi. Sul
sedile accanto a me vedo Ruth, mia
moglie.
«Sono sveglio», dico, la testa
sempre posata sul volante. Senza
gli occhiali, che ho perso
nell’impatto, la sua immagine è
sfocata, come quella di un fantasma.

«Sei uscito di strada.»
«Qualcuno che arrivava nell’altra
direzione mi ha fatto sbandare.
C’era una lastra di ghiaccio.
Senza i miei riflessi, sarebbe
andata molto peggio.»
«Sei uscito di strada perché sei
cieco come una talpa e troppo
vecchio per guidare. Quante volte
devo dirti che sei una minaccia al
volante?»
«Non me l’hai mai detto.»


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