File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



Il film con Gregorio .pdf



Nome del file originale: Il film con Gregorio.pdf
Titolo: Il film con Gregorio
Autore: enzo comin

Questo documento in formato PDF 1.3 è stato generato da Microsoft Word / Mac OS X 10.6.8 Quartz PDFContext, ed è stato inviato su file-pdf.it il 12/09/2017 alle 05:39, dall'indirizzo IP 151.49.x.x. La pagina di download del file è stata vista 2105 volte.
Dimensione del file: 2.3 MB (341 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


IL FILM CON GREGORIO
poema alter ego del film “Il Disgusto” di

ENZO COMIN

PROEMIO
Il risveglio, rappresentato nel film, è possibile soltando tramite l’assenza, innanzitutto assenza di
memoria, e superficialmente anche di sé. Come in una concentrata “postproduzione”, Gregorio non
mostra nel film - che dovrebbe raccontare proprio di questo - un’analisi di ciò che lo circonda
perché considera solo sé stesso, se è vero - come potrebbe aver potuto dire Gregorio se fosse
consapevole di quanto gli accade - che l’amnesia a sua volta viene dimenticata. C’è solo un ricordo
(una sola amnesia), conseguente alle azioni del film: il mero scorrere del tempo che prevede solo il
ricordare e quindi il parlare; e per prima cosa della propria morte, possibile solamente nella sua
messa in scena con la finzione. E allo stesso modo un’altra esperienza di morte che è appunto nel
diventare dio fingendosi attori o registi. Non vi è il risveglio senza sceneggiatura, che si
materiallizza dimenticando sé stessi, cioé nell’amnesia: solo nell’amnesia si diviene tutto.
Per un approfondimento: www.ildisgusto.yolasite.com

2

3

IL FILM CON GREGORIO

“La realtà degli uomini è la figura del
sogno, che di quella parlano come se
narrassero un groviglio di sogni.”
Carlo Michelstaedter, La persuasione e la
rettorica

4

ANONIMATO

Io ascolto, io trascrivo, io ho saldato
il tuo orecchio. Io oscuro, sono ombra,
io ho avanzato la mia cecità. Io ricevo
il mio odore, tu ne sei evitato e rifuggi da me.
Io ti ho sputato dalla mia bocca,
eccoti sazio, dissetato. Io ti evito la pelle
e tu ti spegni dal desiderio della mia guerra.

All’inizio del film, mi si udiva gioire,
gridavo i suoi pensieri, dicevo
per la prima volta il mio compiacimento,
mi accusavo, mi scusavo di essere in anticipo,
di anticiparmi. Di avere personalmente
l’anticipo e di non essere mai in tempo
all’appuntamento. Tu lo accusavi con forza:
vi siete trascurati, perché vi siete
abbandonati? Compassione degli anticipatori
che, nascondendo la propria concentrazione,
implorare di essere condannati.

Io, la bruttezza, tu hai sùbito iniziato
ad odiarmi, io così immutevole,
come sùbito hai iniziato ad odiarmi.
Però prima, ascolta, io sarò fuori
dove tu sarai dentro a perdermi
sopra al piatto poco amabile che io
ho apparecchiato, ti scansavi da noi,
vi scansavo mia grazia. Io sarò con te
e tu non sarai con me. Ti lasciavano
vicino a me senza nulla che svanirebbero se fossero in me.

Indifferente alle disgrazie ultraterrene,
sollevato nell’opulenza
dell’insoddisfazione, il noi sprofonda
alquanto agitato, come una vela calmata
5

nella presenza della stasi. Ora,
ma quando?, mi trattengo da lui,
mi chiudo una barricata in lui
sulle sue cinque fonti. Io respingo te,
nebbia stanca, gelo, la nuca aperta
del fiume impetuoso tu lo chiudi
e lo sistemi in mare aperto.

Così chi odia spegne i cinque occhi
del protagonista, gli sfiata le consonanti,
quelle della cartilagine, della bocca,
le mucose e i denti, e l’osso
che distende. Ed eccolo, conservato
dal mio ghiaccio, paziente dell’arrivo
della guerra che la mia quintupla
dolcezza gli interrompe.

La mia bocca ci ha ignorati,
- tu ti rallegri - hai ricucito
la fenditura della pelle, io
vi ho malmenato con il mio olezzo,
sostiamo davanti alla mia voce
come bestiame ritrovato.
Io ti trattengo qui, tu ti chiudi
alla sua maledizione, io l’ho lasciato
come marito, compatto, serrato,
diritto. La tua pubblicità
l’hai mantenuta nel tuo dentro
estraendovi il tuo dentro.
E di quella interiorità a te stesso,
con la mia, ormai cancellata in lui,
faccio il mio diavolo dei diavoli,
- egli confessa - il mio mercato in te.

Ossa cinque volte ammollate,
inviolate nei suoi cinque sensi,
esse non sentono, bestemmiano,
stonate e fuori ritmo si fanno assalire,
in una serie di improvvisazioni.
Forse secondo lo stesso suono incalzante
alle cui pause si fermerà
la diaspora degli atei.
6

DONNA ESTERIORE

Sarà un proverbio la cronaca
delle cinque carezze? E anche
l’anonimato di un’animata non toccata
dagli spiriti. Le ossa eccitano la quiete,
esalta il silenzio dell’udito
che le protegge nella sua falsità.
Le ossa hanno falsamente una vaga idea
di questa permanenza, idea
che questa permanenza vagamente
nasconda il suo falso anonimato.
Esse hanno la povertà per fare,
falliscono. Falliscono la pace
e la tristezza separatamente. La meno
piacevole e la più amata rivelazione buddista,
il finito fattasi osso, carne e acqua,
si interrompe con l’ignoranza,
nella mia ossatura stessa,
in un’abbondanza di serenità.
Questo sopore è una serie di ignoti
della disgrazia. Ha molti peccati
che non provano nulla davanti alla tribuna
delle evidenze che si conferma da sé:
la ritrattazione è di sua eccezione.

Il suo primo suono rivela
il basso continuo della mia fuga
nel luogo dell’imperfetto,
dell’immobilità incompiuta.
Sarà l’ultima, una moltitudine?
Deve ancora a venire? Lo spazio orientale,
io avrò congiunto, io congiungo,
rivelai, io ho ammesso, io accolgo,
ha sicuramente incapacità di passato.
Un’unica strofa conclusiva, alla fine
del film, ha seguito l’attesa che
qualcosa accade. Il largo
di un’opera totale non riesce
così spiccare il basso continuo
dopo che sia parzialmente zittito,
versando il disordine delle cause.

7

Qui la ricezione si ammutolisce
in ritardo il mio quintuplo subire,
in modo casuale e in incompiuta
difformità con noi. Apertura
del presente, totalità divergente
alle indifferenze pacifiche.
Il mercato subìto da me
nella sua pubblicità non è
la produzione del mio evitarlo,
la sgradevolezza che deve
collezionare, che ha,
non è storia. Parte:

La stanza in cui odio il tuo demone,
ha una netta ombra, una moltitudine
di odori, di voci, feci, una molla spinta spinta, lume, fetore, suono e sapore
che sono dell’anima fuori da te:
fuori da qua quello che invece
ti oscura il corpo sovrasta tutto
in quel momento, da là si definisce
una musica, avendo risolto
la necessità di ritmo, da là
si respirano gli odori di tutte
le bocche aperte e si disgustano
le bevande che raschiano nell’ingurgitarle,
da là la spinta colpisce per fame.
Quello che io odio quando odio
il tuo demone, è quello.

Quanto è indifferente il corpo,
il corpo congruo all’anima
scaricato all’esterno, rilasciato,
appropriato, raccolto nella sua
impudicizia, senza più attimi,
camere o sconfinamenti al peccato,
al torpore? Il ricevere la spinta
da lui dà inizio a una rassicurazione.
Il congedo è una distanza
e non lo è. Siccome la pace
ha un termine, è sempre che si ripropone.
Introiettato da me, nel luogo giusto
e nell’istante giusto, generalmente,
8

ecco cosa di certo può non percepire
il corpo, non abbracciare,
aver scordato lo stabile che permette
l’artificio dei pregiudizi e
potrebbe forse essere immaginato
come una sorpresa! Il modo
in cui il corpo comprenderebbe
se l’affollamento è in una sola
pagina di partitura o è una costante,
dove questa le fornisce la mancanza
di separare l’uniformità dell’opera
totale in minuti frammenti! Una
fila di congedi, quando la si alza da lì,
che son messi schiena contro schiena,
in un film di fantasia! Tacerla?

Da dove ci si congeda,
si prende licenza, distratto
e divergente da ciò che non succede
su di lui, il corpo che è anche
anima rimane nell’idea di materia.
Rinuncia alla mia cronaca, la storia,
come una narrazione ben raccontata.
L’approssimazione di Gregorio,
per slegarsi alla deprimente consistenza,
si eccita nei punti morti, alle dissonanze
e dissonanze, alla noia del dramma.
Nato dal più vicino Oriente,
partito fin qui da là, dai Greci,
evitando il verso libero, il nuovo
carattere dell’anonimo che spegne
il desiderio prende dalle azioni altrui
i segnali di segreti sulla maligna frigidità.

9

IGNORANTE

Punto il fatto compiuto,
e la sottacciuta anima esteriore,
che è sia anima sia esteriore,
comporta uomo e donna, un dentro
fuori, è massa di ignoranti
dell’assenza di Sé, di sé dell’assenza.
Un ignorante come tanti, il film.
L’anima esteriore non ignora
che in modo generico, di generali
quotidianità pacate che potrebbe
anche non aver mai sperimentato,
che potrebbe non aver visto,
assaporato, udito o toccato.
Egli contribuisce ignoranza,
è l’ignoranza. E’ l’assenza di visione,
olfatto, gusto, contatto, rispettati
e conservati. Una guarigione,
una salute, una nascita possono
ignorare che è stato dato un colpo,
ne sono la conseguenza energetica.
Smarrimenti tanto più inaffidabili
perché finalizzati a precisi intenti
e da precise decodificazioni
dell’intera comunità, e non danno senso
a tutta la storia perché si muovono
assieme ad essa. Le stanze del Gregorio
raccolgono in questo disordine
della svalutazione dei suoi significati:
il pensiero assente non richiama
a quello presente, in una sua anticipazione.

L’anima esteriore occulta la presenza.
E’ qui per sé stessa, è sé stessa,
è Sé, che è qui, qui nell’ora
in cui il buio ha momento senza
momento, quando il calore riscalda
senza temperatura, etc. Stabilizzante
e sovrabbondante, lei è la misura
che aggiunge l’andare a capo di una frase
e in principio dell’ignoranza impossibile.
Ignorante oltre all’ignorare e
si può avere una popolazione di ignoranti
10

di quella spinta che, - lo annunciamo instaura gli sconfinamenti, il retro
del tavolo da lavoro. La superficie
immacolata della scrivania
appena scartata, la spinta è
dal futuro. L’anima esteriore depista.

Analogia passata, in varie occasioni
deflessione di agitazione e apice
di felicità, ciò che sarà confusa
come depressione si rianimerà
e da questa vita una falsa morte
si spegne: io ho spento, io spengo.
Quell’allineamento inedito del vivo
e del defunto slegò la sua pulizia
a raccolte ordinate in sporadiche stanze
del dramma, come farà nell’immaginazione
dei segreti, nel risvegliarsi
senza sapere chi è, nello sposare
sua figlia, nel condannarsi
a morte ed eseguire la sentenza.

Decideva, - cerca di nascondere Gregorio nell’intera avventura in cui l’oscuro tema
“fallo cadere o ripetilo”; “fallo cadere
o ripetilo”, abbandonato da un pensiero
antico diretto al lontano deserto,
ha già esitato per lui ciò che egli
non desidera, decideva finalmente
di vivere della vita e di morire
della morte.

Decidevo dietro la parete dell’umiltà.

11

MONTAGGIO

Riallineamento, distensione,
direzione, pacificazione,
- come si vorrebbe - sarebbe
un permanere dell’anima,
l’anima come preannunciato
resta nel corpo che è anche anima.
Mai rispondeva alle profondità
del cielo, domandavano: voi
non siete i demoni, lui solo
ci ha distrutti. E quello, tu
l’anima esteriore, il corpo,
lo scordavo prima ancora
di percepirlo con i pensieri animati
e con la disoccupazione
del dio interiore. Nel posto
in cui questa anima è liberata
e lasciata stare da questi pensieri,
il corpo potrebbe animarsi,
lo spirito perdere il suo corpo,
la mia assenza sfrattare l’anima esteriore.
Tu mi perdevi con la tua anima
non animale, essa si sopiva,
si annoiava nell’eccesso di bugie.
Ricevevo dal cielo gli scarti
della digestione, illuminazioni,
santificazioni, la chiarezza
del rito sacro, la rivelazione
della religione dominante. Stavi fermo
appartato da noi nell’altezza
della redenzione e anche io,
io ero più al di fuori di te
rispetto alla mia esteriorità,
più al di sotto di te
che la tua sconfitta più bassa.

Il lasciarsi mantiene lo scontro
innaturale dell’anima, contiene
il suo incidentare dei punti
più vicini, la fine e le fondamenta.
Ed è già tanto. Mentendo
l’anima è un montaggio
nell’ipotesi dell’illazione del tempo
12

che non esiste. Innumerevoli
dimensioni come la nostra
circondano il vuoto artificialmente
indefinito dell’anima: ciò
che lo compone, una sfera
per precisione, che apparentemente
unisce un’unica giornata di questo tempo,
acquisisce quella incapacità
laddove sia esclusa in un tempo
a due dimensioni. La sua inutilità
ritorna a quella di un universo
nel nostro tempo che è di un evento
in un momento, che ricuciscono
tutto assieme.

Per confondersi nell’assurdo
di quella contemporaneità
di tempo, Gregorio ha la deficienza
della letteratura di un erudita e purista.
Nella pienezza di ciò, sicuro
di poter presenziare al proprio
dissolvimento, demonio, egli
ha le parole anticipatorie:
la particolarità delle anime,
eccetto gli attimi evitati dalla carne
contaminata se fosse un’anima,
svanisce in svariate entità
ben poco misurabili, piccole
come ti piace vederle, perché
testimoni la loro inconcepibile
concentrazione in punti, entità
dubitamente illimitate per un verso,
mentre io regista, che la spingi
e la eviti solo in quel frangente,
io sono finito in questa idea
soltanto: che di sicuro non rappresenta.

Non è affato se, egli ritratta,
una terra, le terre contigue alzassero
confini in un solo luogo, definito,
per un giorno solo, e questa terra
escludesse una piccola collina,
piccola come una qualsiasi collina
che si confonda diventando
tutte le colline, così che essa
13

fosse svuotata fino alla cima
dalla terra che la costituirebbe.

Così è certamente l’anima impercepibile,
avvolta nella mia atmosfera,
distinta ed estratta da quell’accoglienza,
ed esente di definizione, inviolata
e vuota del mio alito sterile:
le terre della terra - noi ascoltiamo.
L’anima tornata blindata
a questa atmosfera rimane fedele
alla sua insensibilità. Convogliamo
la visione che sottace la cecità
di questo piano dello spettro
di oscurità, l’ascolto che oltrepassa
la sordità, l’opulenza che accetta
il disgusto, la decomposizione
l’olfatto e l’estetica il tatto. Se dio,
il divino piuttosto, che si carica
di accuse, è misteriosamente esteriore,
è totalmente perché diventa palese
l’evidenza di un banale fermoimmagine ma si affollano
le immagini per subliminarlo.
Le accuse si obbligano a
nasconderle con difficoltà.

Il risvegliato disperde le immagini
ma, come prevedibile, quelle
che gli suggeriscono provengono
vagamente da una straffottenza
evasiva causata dallo scoprire
l’impotenza dello spirito e
in principio la castità dell’anima.
La disinibizione che lo manca
forzatamente riappare e se ne fa
esperienza nell’ozio. Per rinchiudere
il corpo nella sua potenza e
nella vitalità, le accuse non arrecano
un’anima esaltata nell’alimentazione
e diminuiscono le incapacità
dello spirito al di qua della sua libertà
e finitamente. Disabilità di essere
indifferente e di rattristarsi imprigionata
da una agilità fisica, allontanata
14

da una debolezza conosciuta:
così non è la sofferenza pagana.

Ogni volta le accuse impongono
un rigore sempre più formale,
più scientifico e compassionale.
In Gregorio l’anima accusata
fallisce il suo dovere, nella malizia.

15

ARRESA

Non si può affermare che una cosa
non è fatta, che l’infelicità è evitata
senza l’anima esteriore, che la morte
indebita per una sola volta la morte
apparente? Il santo è onorato,
con innocenza, nel nostro lato
della terra? E’ incolmabile il breve
anticipo che fa riposare
in modo soddisfacente il creatore
di fronte alla sua menzogna,
è introdotto lo spazio benedetto
quando la divisione con il creato
è in tempo senza ritardi?

E di sicuro, a trentacinque anni
né prima, il santo ha appena iniziato
a essere insensibile ai piaceri,
ha terminato gli studi che accumulava
per sé sui pianeti, e la masturbazione,
così tardi ha cominciato a non vedere
le anziane sfiorite e di tradire
chi lo tradiva. Perché il digiuno
si arrende nell’anima affievolita
del montanaro, Alpi frastagliate
dallo svettare oltre ai venti,
incolore alla luna, nuovo
all’immobilità, alla sedia, al lavoro.

Ma si logora subito il suo pudore
di idiota del vaniloquio e il lasciarsi
vincere, mai deflesso in città,
nel paese, e ancora in mezzo
alla borgata dove si fece assumere
come accusato, prima della sottaciuta
permanenza. Incerti dei nostri furti
e attenti ai motivi, la pelle
si rilassa a favore dell’allontanarsi
del Sé, i budelli accettano
di ricevere mete da un gesto
16

che sia quello di altri.

Che facilitazione, questi spiriti,
questi ascolti, ospiti dei nostri
quali distensione del rimanere
sempre gli stessi. Il tuo alito
e la tua immaginazione, impreparati
al soppruso e alla frigidità,
si ergono con silenzio a una
democrazia della quale i governati
sono lui, e anche la sregolatezza
è superiore a lui. L’interruzione
della morte apparente, la favola,
cede mollemente alla storia
probabile del mio licenziamento.

All’inizio del film che tratta,
scena per scena, si esalta la passività
di riscattarsi dalle leggi del Sé,
e che sia disfatta la sua passività,
le prime immagini de Il Disgusto
perdono molte brutte unicità,
svilimento del tradimento,
tanto che mettono in ombra
la dolcezza del compiuto:

Io il male, che provo con costanza
la salute nel male, io non sono
mai in conflitto perché
sono io stesso la guerra. Siamo
la coppia che sarà capace
di non farlo capire a tutti gli altri?
I diavoli che cercano altri diavoli?
Siamo il diavolo che parla
agli uomini? Sì, non è quello
che mi si domanda, che in me
si scova, si leviga dietro al mio muro.
Non è questo il modo in cui si donerà,
il modo in cui si farà la ricerca,
il modo in cui ci si farà
imprigionare dietro.

17

Io crollerò il mio muro,
si inciamperà, se ne uscirà,
è incerto, è stato estorso - sicuramente
a colui che non è stato scelto.
E non sarà qualcosa di ieri,
è già avvenuto, non sarà
necessario avere una vita,
sempre che lo spazio sia infinito.

Dopo aver posato la macchina da presa,
prima di aver iniziato le riprese
e di sconfitta della mancanza
di grazia dell’anima, il redento
diparte dai resti del mio muro,
appena liberato dal leggero profumo
della miseria, arrestando con sicurezza
il passo a metà del disgusto,
il piacere e il dispiacere.
Ho un brutto ringiovanire,
come vecchio apprendista,
spendo sedotto, giovanile
nello spregio, distratto dal bene
che si abbassa solo qui, pare udirsi
che, scaturito dalla scarificazione
guarita del corpo pagano dell’ateo,
più esteriore dell’anima esteriore,
l’etereo - ma non è quello si asconde in una inedita arresa
che allo stesso modo la forza
nel prendere coscienza quando
ci si allontana, l’abuso
delle coincidenze alla luce
del sole con il Sé,
valgono immensamente di più.

Io avrò riguadagnato terreno,
terreno che sta alle mie spalle ora.
La smemoratezza indispensabile
viene interrotta, il cielo
della vita è vivo. Questa terra,
senza confini, questa ora
senza movimento attorno al sole,
i miei, si misurano senza
il caso del non creato. Le mie case,
svendute, sono i ricoveri
18

del domani. Io non sono mai io,
un diverso io. Nessun ieri e basta,
nessun domani e oltre
li eviterò e li evitavo ieri.

19

RITIRO

La difesa della mia finitezza
si marchia a fuoco sulla pietra,
senza troppa costanza,
una totalità in particolare. Una
pinna madida restata qui
lo bagna della mia assenza,
gli impone il sollievo
della mia morte viva. La mia
cecità è assolutamente comprensibile
dal veloce arrestarsi dell’imprevisto
e dei raccoglimenti dell’appagamento.

L’autocontrollo di un gentiluomo
savio a cui si dà appuntamento
a palazzo, distinto, che non perdeva
una parola anche in mezzo
al frastuono, il mio muro consolidato,
il guasto ascolto dalla strada
più distante della risata allegra
di Gregorio di fronte al recinto
degli animali, solo quello smonta
la sequela di rumorosi indistinti
discorsi, innocenti bisogna confessare,
riguardante il relativo. Eternamente
e sempre in ritardo egli confonde
la mediocrità del pregiudizio,
di rado spogliato della complessa
ipotesi sull’irreale, di quelle
molte intuizioni scucite
dalla pelle nuda della morte.

Ma già prima, dove il benessere
non sarà più di casa, la rassicurazione
di aver ragione sulle menzogne
della sua morte, l’avrà dissuaso
a non leggere il futuro per aggiungere
alla sua dichiarazione taciuta
quello che di certo il nostro futuro
vorrà sentirsi programmare,
20

e vuole ascoltare nel presente,
e così ogni volta, subendo
le amnesie, invece che epifanie,
egli disperderà la gravidanza
di una malattia che raggira
la sua memoria. E sarà stato
acuto, scegliendo con attenzione
solo le vie conosciute
e conoscerà fino al principio.

Normale consapevolezza,
- si calunierebbe - attenzione,
rigore, meno superflui, meno
moderni, della mia falsità.
Perché il luogo di altri, il luogo
di chi non è stato creato,
il luogo dove gli è stata conferita
la creazione, è genitore
di quella impermanente presenza
all’altro. Noi ascoltiamo,
per un accumulo di amnesia,
di dare una presenza, e quello
che si triplica nelle congetture fisiche
è il risveglio estraneo all’inesistenza.
Futuro presente e passato, l’unico
modo dell’assenza quando
si trattiene l’abbondanza dell’assenza.

L’anticipo che rallegra chi sta
alla macchina da presa comporta
un trattenimento della sua scena,
atto unico e a metà vi giunge
in anticipo. Neppure la partenza
rassicurante del Sé, neppure
il farsi etereo del disgusto, piuttosto
fallisca per finta, nella misura
possa mettere in ordine la spiritualità
dell’anima, ne deve totalmente
aggiungere all’introduzione
ponderata e confortevole delle soddisfazioni,
delle certezze, delle irresponsabilità,
allo straordinario respiro della morte.

21

Non è neppure meglio. Nel soffrire
della mia assenza in quell’annunciato
controllo, egli fa sentire meno associati
da ciò che circonda, saldati,
assunti, meno dell’eccezionale
certo dell’altro. Ipotizzo, alzo
la mia cecità e ascolto, Signore
dio che sono, non abbiente condanna
di te e contaminati, Tu sei stato
fatto diventare sopra la mia
stessa cecità tutte le risposte
a te stesso, o quelle risposte
forse sono affatto la tua forza.

Sforzo, forzare non significa
nel cinema i fumi di resistenza,
il disordine a rispondere “al bisogno”.
Lo “stop” vi si eccita. La tua
morte non è là: ritiro, riprendere
in mano, fuga. L’estensione
dell’atto si concentra, per suo artificio.
E di meno, per la prima volta,
laddove manca o avviene
la partenza di Sé. Il tu, come
non è mai successo, langue
nello scomporre, al meglio
delle capacità, la raccolta di noi
che gli capita nella separazione
di più fantasticherie. Presentato,
conservato dal mancare lo scontro
con me, si risolleva: da dove
inizio ad avere cosa ho? E
la forza risveglia il rincontro
con il: “Importa tutto, soprattutto?”

22

LO SPIRITUALE

Il cedimento allo spirituale
è la consistenza. Esso si sforma,
si oppone. Le sue distensioni
sono congiungimenti. E’ sottomesso
allo spazio, secondo Jung, e
sempre ne organizza lo stallo
evitandoci il silenzio non percepibile.
Il film di Gregorio improvvisa
come se fosse una novità allo stesso
mutismo che, tolto dal segreto
a cui si parlerà più oltre, revoca
la mollezza dello spirituale
alla consistenza meno tranquillizzante,
la possibilità di crollare un dettaglio
dell’inesperienza. Purtroppo,
essendo in principio temporale
e amico del disordine caotico,
questa debolezza potente è solo
la vittima, e non c’è altro modo
di definirlo, il ricevitore,
dell’anticipazione unica di cui
si strappa la triplice esistenza
o insistenza atemporale, l’esserci
per la prima volta, per sempre
ma sempre in un altro momento.
Nella scena a metà del film,
il regista detta una sparizione
della stasi esteriore dello spazio.
Gregorio ci precisa palesemente
lo scioglimento dell’avversione
(ignara) dell’atemporalità.

Lo spirituale mai coglie impreparati,
ti accompagna, instaura un dialogo.
Gli improvvisi dubbi, la corruzione
e il tradimento insincero,
il replicare, solo il resto rimarrà.
Suo ostacolo è la veglia, blandemente
meno debole della sonnolenza.
I suggerimenti dei pensieri riprovevoli,
staccati dall’imprevedibile,
sono pieni di lascivia, quando
23

ti lasciano se sei addormentato,
e se sei sveglio, ti abbandonano
nel dispetto e ancora meno,
a partire dal contrastare la nausea
e a partire di una mancanza di esperienza
di tutto ciò come se fosse inventato.
Sarebbe fiacca una realtà dedotta
dal corpo e dall’anima in questi atti
che altre messe in scena private
ti ripugnano laddove scompare
al risveglio, si può solo nella fantasia
quando sei addormentato. Di certo,
- domanda il regista - essendo dio,
in quei luoghi dove mi ritrovo
sveglio, tu sei tu?

Lo stesso di me, l’altro,
dorme nel luogo del mio
stare desto. E il mio spirito,
io che non posso nulla,
- egli bestemmia - è in assoluto
invincibile nel guastare l’intensità
del tuo corpo a costudire
l’impassibilità della tua veglia!
E la veglia appartiene a te,
la stessa licenza, lo stesso
licenziato blocca a suo spiacere
nel sopraggiungere della realtà
le certezze asciutte e caste.
Quello che può ordinare il servitore
se il suo custode dell’apatia
e delle passioni è onnipresente.
Ha sicuramente allacciato
le braccia la materialista.

Il punto debole della natura
è purtroppo al punto che il risvegliato
è facilitato nell’imbrogliarla
nella realtà che io gli rubo.
Danusia, l’amante, non era
così triste da non riuscire
a comprendere il tutto, con molte parole,
- non ammetteva - che era incapace
di capire i sapori, comprendere
i fatti quando scompariva
24

il mio passaggio da quelli subiti
dalla sua pelle. Infelici coloro
che, - bisbigliava lui - mancando
una innocenza tanto attesa,
in linea con tutte le improvvisazioni,
dubitano che possa giungere a dio.
Danusia non coglie i miei eventi
in modo diverso, che sia sveglia
o dorma. Respingerà come
improvvisazione dell’infedeltà
la prova d’amore recitando la quale
si mostra, in una scena, distesa
con suo padre sopra di lei,
e Gregorio, ad ogni scena controllato
nella castità, so abbandonato alla regia.

A proposito di tutto il resto da lui,
è insensibile al mio ordine,
e lo vuole evitare. Neppure fa così
un risvegliato che ascolta immerso
nella calma: resta, perché
è laggiù la tristezza! ma egli
si convince a disdegnare malamente
ciò che ha di fronte. Occhio chiuso,
animo in ascolto. Per la prima volta
una totalità di un venir meno
di una prima volta. La mancanza
di desiderio di ciò che ha a disposizione
tempra l’atto successivo.

Gli si fa dire di film previsti: quello
di Tiziana sacra in superficie,
io la percepirei come una futura atea.
- la storia di una donna matura
che rifugge il comando: in anticipo
sulla sparizione di suo marito
si chiude in uno scantinato,
- è lo scopo di detestare chi non la ama esultano l’un l’altro, esattamente
dove, pieni di brama, può essere
a poco a poco nemica del male.
Questi fatti distruttivi non gli recepisce,
ed emersi da un velo di chiarezza,
smontano la sua pazienza, e mai
la sua impazienza. Fraintende
25

il “arrestati, perché sono io sveglio”,
e può solo giacere. Per te,
è peggio così, ne sono sicuro,
trascurare il mio odio piuttosto
che disinteressarsi dei tuoi
personali disgusti; mentivi
quando mi dicevi che il mio odio
lo detestavi e mi scansavi
ma ti affliggevi nei tuoi disgusti
e te ne allontanavi prosciolto.

Due antipatie, due sazietà
inconciliabili, di esilità del tutto
differenti, cosa bisogna aggiungere
perché l’una pareggi con l’altra?
Dei flussi, delle placidità,
dei vecchi che stonano una strofa?
Chi si fa spiegare qui di immanenza
se la rozzezza terrena è innalzata
sopra alla diffamazione?
Il bene è dichiarato ultramondano
come una replica al rinunciare,
forse di aborrimento,
mette in dubbio l’accusatore.
E il bene è laddove si aborra
il male come si aborra il bene.

26

DISABITUDINE

No, l’hai mancato, è perso
già passato. Ma prima il momento
sembrava eternarsi, il poi arriva.
Neppure quando codificati i significati,
si scopre l’attività nel dissiparli,
un ristoro nel mantenere, che egli
ribadisce come disabitudine,
l’agitazione dell’altro fuori
dall’altro. Languore del movimento,
potrebbe essere che l’assenza
di statuto nella pulizia è l’accoglienza
dell’eccezione. La sregolatezza
con sregolatezza, il dovere
che disabitua, dal mai subìto
per la prima volta.

E’ proprio dalla morigeratezza
che dominata ad arrecare
l’indisciplina per nulla accondiscendente,
e pure la teoria dell’ateismo
la protegge da una eccitazione
consolante, come nel relativismo di Wittgestein.
Sì, il disgusto del dispiacere
trova la sua imperfezione nell’avarizia
di Giuda. E l’anonimato è stato
mal frainteso da quel favorevole
biasimo mentale, - reale o fantastico,
quando è la comparazione se
si ha la disabitudine del restar svegli? di quale sofferenza l’affetto goduto
dal Sé è inadatto. Non come
conseguenza, questa stasi è donata
come da programma, ugualmente,
per arrecare il disgraziato godimento
si ha abbondanza di fermezza,
di arrendere il Sé alle spalle.

Tutto deve estinguere di fronte
all’avere lontano dall’altro
27

alzato dalla sua disabitudine.
Dove egli ha appena iniziato
a rifiutare il restar fermi,
i giovani nemici rinnovati,
la modestia ricusata, le brutte
percosse, lo trattengono, lo tirano:
Ecco, io vi raggiungerei.
Verso quel luogo dovrai
per sempre fare senza di noi
ciò che si scansava, quello
e questo, tuo demonio, io
lo ignoro malamente, - egli accoglie sono le loro pulizie, le loro fedeltà,
le tue. Bontà aperta, che gli spiegano
all’orecchio. Come se, - egli
se ne convince - disprezzassero
bloccarlo alle loro spalle.
E’ importantissimo, soltanto
una parte non hanno l’abitudine
di essere lasciati frontalmente,
di essere lasciti anche previsti,
pure la buona disabitudine
non necessita di discordia,
si estende davanti. Disabitudine
moderata, il disuso di moderare
il disuso, la fortezza è così
moderata che non è sufficiente
che urli: io abiuro per interesse
che non riuscirò a stare con loro
- loro, i protagonisti, i dominanti,
il mondo mondo attoriale, superfluo
un clamore che egli parte
agitato giorno e notte.

La temperanza disattende
smuovendo in anticipo,
la bruttezza ritarda, forse
il gustaccio in bocca sorgerà
come riparazione, il tu sarà
ogni cosa per contribuire
al riparo. Quel passato
che procede dal positivo
descrive quel che è stato
con una detonazione che mai esplose.
E l’altro si libra maldestramente
con la giovinezza su quel luogo
di fermenti diffusi. Rincuorandosi,
- come dice Gregorio - l’altro
28

affronta la pietà di una fine
improvvisata, il benvenuto,
il coraggio.

L’altro è in grado di rifuggire
da occhi chiusi il ristoro dei passati
già studiati, di assopirlo senz’altro
peraltro, per l’altro. Mobile.
Si deve assolutamente distenderlo,
avvolto in un lenzuolo, nobile,
occultarlo allo sguardo desideroso
del vizio. Mentre ascoltava
l’elogio dei coetanei tutti con
un lavoro e una famiglia, Gregorio,
- così pensa - arreca una guarigione
diretta, un diletto di storgimento.
Costretto a esser gettato prono
e così risvegliarsi, è strappato
gradualmente dietro alle proprie
spalle, pulito, sull’attenti, lucido,
netto, ripulito dal nitore, un muso
di cucciolo che punta, da abbracciare
per la tenerezza. La carezza
dello schiavo lo agita ad alzarsi,
la bocca all’aria aperta, per l’ultima
volta perché poi gli piace troppo
e si arrende a restare lì solo con sé.

Con uno scopo, per la prima volta,
il disorientamento, che la certezza
dell’ultima sosta doveva affievolirsi
fino ad un’ultima conseguenza,
per quanto gradevole, è infine
esaltato, rigettato dalla stasi
del tener duro. E’ che tu eri
a conoscenza della tua fede,
palesavi questa conoscenza,
ne portavi le prove e la ricordavi.

29

RICORDO

Ricordo, una delle piccole
risposte del film, perché è falso
che filmare è uno dei motivi
per aver tutto visibile, di mettere
in ombra chi esce di scena
e che si mostra solo nel giorno
della morte e considerarli come
prestito da non resituire a me,
il donato.
All’inizio dell’ultima scena:
Consegna per esaltarlo,
il tuo risveglio, come io
l’ho vissuto e saputo così
che esso risvegli a mio anonimato.
Con un finto salvataggio,
il risveglio sbilancia l’offerta
a colui che ha ricevuto per ultimo
e che non riceve mai. Con le prove,
la distinzione dei ruoli
è così allargata che il regista
non permette che sia comprensibile
se sia lui, il salvatore, l’utente
del dono, o l’attore. Se la mia
immagine o la sua scrittura
avrà recitato queste novità.
Egli lo tralascia, io parlo.

Nel luogo del risveglio si cela
la lingua scritta, il libro, ciò
che si può registrare, là è il suono
il soggetto da salvare, il meno
popolare che si ottiene, che sarebbe
volontario. Gregorio latita
questo divertimento quotidiano,
sperimentare il risveglio implicito
da ciò che è stato ed è tutto,
ricevere ciò che si ha avuto,
ciò che non si ha: l’elaborazione
nuova del futuro.

30

Dal momento che viene tirata
giù dall’altare la vecchiaia che,
avendo solo uso del parlare,
ha permesso evidenze di cui io
possa accusarmi senza che tu lo scopra.
Chi posso essere domani per te
se posso raggirare le mode transitorie?
Finali ovviamente prevedibili,
dipartita, morte extrauterina,
sepoltura, espulsione umorale,
la rigidità nella bara, la saldezza
sensata, la negligenza del padre
ancor più anziano - che nutre un’età della tua morte che io
ho vissuto, te la posso risparmiare.
E’ la benedizione? Una benedizione
dello spazio, l’anticipo, il commiato
con la scena è bastato al termine.
L’inutilità ribalta oltre la parola
nell’astenersi e sollevare ciò
che sarà. Il risveglio svela
questo evento di maturità
smisurata secondo il metro
dell’assenza vuota: tu sarai stato
enorme per una volta volta sola
a differenza della mia piccolezza.
Io, io ho avuto vecchiaia, io
sono trattenuto nella via del
mai tardi e mai presto. Ecco
che svanisce, anziana, la parola
di colui che è destituito dall’imperfezione,
immobilità impura, immagine
incolpata da ciò che succede
e da ciò che precede. Il grande
sbugiarda il microscopico
con un anonimato paventato,
quello, questo, quest’altro:
quello, l’approssimazione con soggetto
che nella realtà ha disvalore
di anonimato per ciò che ne ha,
comparsa che dà il titolo al film.

L’adulto rinuncia all’ignoranza
e a tacere ciò che apprende, ciò
che io ho velato ai grandi e rivelato
agli ignari. Il risveglio si recita
tempestivo nella scoperta del
tempestivo, nella concentrazione
31

dunque. Ma questa si reitera
proprio nell’estasi del risveglio.
Può restare indietro seppure
capace di essere in tempo, scendere,
anticipadomi davanti, fermando
prima del pensiero. Il risveglio
allieta il suo precedere nello spazio
che confina nella dichiarazione
per sorprendere il posto della mia
permanenza, nel luogo esatto
in cui si accumula l’anticipo,
a concedere la punizione
delle brutte scenografie, la prigionia
del sequestratore sacro, la pena
del crisma, la condanna alla moralità,
tutto questo luogo racchiuso
dal disperdere dello spazio sullo spazio.

Il risvegliante ne è colpevole?
Si dispiace di essere responsabile,
di risparmiare, di raccogliere
la calma della saggezza? Tutta
la parsimonia di caos che egli
richiama negli ordini e nelle
denigrazioni, le menti libertine
levate una a una con l’ingiunzione
iniziano ad esser superflue, perché
non imparerà nulla, e i rifiuti
di cronaca imposti al centro,
i pettegolezzi veramente stupidi
inutili nell’oscurare una razionalità
che appare come fotografia
misurata e ancora meno severa
nella raffigurazione - si è in dovere
di accusare che una parola così
smorta e fredda si ravvivi ad una
contrazione di dimensione,
al suo accorciamento,
al rafforzamento che manca
nel cedere benché ci si risvegli
dalla purezza del virgulto.

Di fronte a lui, come mai prima,
le giovani vecchie avventuriere
della purezza, raccoglitrici di quello,
32

fanno scordare a colui che le ha protette
la bassa umiltà di rinunciare
all’alto teatro. Egli, con tutte le colpe,
recita che ci si può vergognare
un poco di meno onorando la verga.
L’unico modo, forse, per pregare
il suo non pregare. Doveva
recitare per perire nei ricordi,
e si ricorda recitando...

33

AFFRETTARSI

E l’attualità, infatti, - si penserà è forse la sua difesa, di riserva,
al ricordo. Egli passa oltre
che non ci si può dimenticare
senza aver ricordato. Dopo
l’aver tralasciato le castità,
evita, nella seconda scena,
l’implorare le minute bolle
del presente, i suoi ruderi,
la sua paccottiglia. Declina
un montaggio scombinato
delle fantasie espresse a casaccio:
gli scritti incorporei, mescolati
alla rinfusa, difficilmente inutilizzabili;
la cornice della parola, i suoi
risultati, le risoluzioni, le incompetenze,
raccolte dal centro e latenti
senza l’azione; e in principio
il distacco, che la fantasia esorta,
e con insapore, come una bocca
espelle il veleno. Il presente
di una malinconia è malinconico,
il controllo è memoria, se ne rifiuta
che l’accesa certezza. Che sia
conquistato il difetto malinconico,
benché questo si guadagna.

Bilancio del montaggio:
l’attualità è frolla, inaffidabile,
è in apparenza il corpo stesso?
Assolutamente. Egli dubita:
la debolezza dell’attualità,
la debolezza totale. Scarseggia
le tue fragilità, di te l’io, è
un momento dolce e di consolazione
per il tuo ozio, una dichiarata
piacevolezza, distensione dopo
distensione, ricca di concessioni
e aperture, l’unico modo di vivere
unicamente, uniforme, placidamente
esagerato. La costeggi senza fretta
su un solo lato, precipiti,
34

te ne occupi nell’immediato,
finisce ovunque. L’attualità
è la smorzatura, lo smorto
del trapasso, - principia - in questo
spirito che muore di morte vitale.

La prima immagine lo fa intuire,
la previsione è fantastica.
Il tu riesce ad agitare gli altri
infettando la spuria covata
del presente; e le estraneità
dell’attuale, nulla che può partire
dagli altri nell’interruzione
della morte, si placano
di un’ottusità regolata
che si scioglie, prende posto,
ne suddivide i significati,
gli figura uno alla volta.
Davanti a chi controlla,
cioè alla madre, che nessuno
ha incaricato di distrarre
il suo scompiglio, al di sopra
del suo volere, il passatempo
delle pulsioni si consegna
al rinforzo del caos della memoria.
L’oscura fantasticheria
dell’atemporalità esteriore
simula lo sconvolgimento
ordinario, l’analfabetismo
dei tentativi in cui la temperanza
divorzia dall’onestà accidentale.

Il vuoto ci confessa avere
la triplice ristrettezza propria
della carne altra, - come è recitato e, nella carne del lasciar fare
che reclama tre volte il parto
del suo soggetto. Egli se ne allontana,
essa si pospone e si posposta
a rientrare; egli ne dissuade
la liberazione, nello sforzo
della distrazione, essa lo riceve
e lo confonde con la storia;
egli esegue l’amnesia, essa
si indispone e si pone così
35

nel futuro. Questo istante
del soggetto è ogni volta riposto,
mai ben opposto, solido,
benché è comportato all’appropriazione.
Il soggetto manca senza
mancare, staziona, la sua effettiva
storia potrebbe appianare
in una corposa serratura la faccia
nascosta di un cielo di esistenza,
il già avvenuto e il già ripetuto.
La pazienza, l’eccitamento,
la quiete o il giubilo restringono
lo spazio; il disgusto o la prevedilità
lo allungano. Lo spazio si illimita
piuttosto nell’apatia, nel modo
solito in cui il sospetto di ciò
ci lascia indifferenti alla sua apparizione.

L’altro sarà, è ed è stato
ciò che odia. Riesce ad avere
e omette la sua possessione
nello spazio. Muore di morte
vitale, scompare, scompare
a sé stesso, si disadatta ad avere
un posto per i suoi oggetti,
si affretta. L’atemporalità
è il suo disadattamento all’altro,
il modo per litigare con il compiuto,
desuetudine, repentinità della stasi.
I luoghi si prendono carico
della promessa, lo spazio
si invecchia, assume l’assenza.

36

MEMORABILE

Oppure adesso è sé stesso,
il falso? Io, quando smarrirò
la mia via mimetizzata in qualche
ordine di quotidianità esclamata?
Egli sragiona circa: lo spazio
è costruttivo? E in falsità
il quotidiano che lo reprime
apporta il suo arbusto da una sazietà
incostante, locale, che accetta
l’iniziativa, che acconsente
al contenzioso: il ripudio di avere
l’infelice. Allora io e tutti,
trasmettendo imperfezione,
non possiamo ritenere una morte
maledetta. Affliggersi per me,
di me, a favore mio, è la stessa
morte infelice, ma ce ne sono altre.
Egli sottovaluta questa amarezza
savia e incompiuta dove io
non gli do appuntamento e
gli ricucio l’anima e la carne.
Ma cosa è ora e chi egli disdegna
laddove disdegna il suo demonio?
Se è in grado solo di dimenticare?

Il tu che perde il conto
dei suoi incidenti mortali
viene a patti con i suoi doveri:
subisce che la smemoratezza
per quanto era imperfetta
si impolveri sotto l’archivio.
Non colgo l’attimo del tuo star lì
a farmi trovare nel tuo presente,
ti incontro solo al di dentro.
Perché incontri tutti di me
di cui ti dimentichi, se stiamo
nel posto dove io mi sono fatto
sconosciuto. Egli desiste,
lo spergiura: Nel posto dove
non capivo che ci sono, mi hai
ogni volta ricordato. Ma
non è per questo che oggi
37

disimpari che io non sono,
sono solo scacciato dalla tua giornata,
ma è là che mi divergi,
ti scordi e ti annoi di me.

E distacca la crescita:
nel set dove io transito
con la tua conoscenza.
Il risveglio è insufficiente
alla carne-anima per venire meno
alla custodia del corpo:
quando insomma io sono sbattuto
per disapprendere che io sono?
La carne-anima annuisce:
Forse in principio io ero appena
nella tua attualità dopo che avessi finto
di non conoscerti. E ricomincia:
Quando insomma io sono
sottratto all’attimo in cui scopro
che io sono, quando, se non in me,
sotto di me? E’ stato incapace
il corpo di dar fondo alle prove
di uno scontro che avviene
nel tempo della sua illimitatezza
e nel luogo della sua posizione,
la cui dimenticanza ha in futuro
una svalutazione? Come la bocca,
assaporando i cibi, ne sminuisce
la cattiveria a favore dello stomaco,
così l’amnesia incosciente
trattiene dello scontro che l’universalità
sporcata dall’indifferenza banale
fa durare l’anima con la carne.

In chi una simile dispersione,
incarnato, tradirebbe l’assenza
del Sé? Nella piccolezza del tu
mal collocato ad agire, e
nell’ossatura rigida dell’altro
impermeabile, e nei pieni vuoti
di me, in me apparentemente,
infine, sul definito nonfine che
io sciupo ai tuoi piedi, non soltanto
dove io mi innalzo da te,
ti rivesti, ti restituisci. Una falsa
38

morte, un’infelicità, cascano
come tonni alla Tonnara del Secco
nei tuoi contenitori di amnesia,
i vuoti per le mie scogliere e
saldature i miei scogli, sogli.

39

ACCORDO

Accordo, concordo, corda,
secondo, in raccordo con
il non ammettere niente,
il tu del disinnamoramento
dello scomporre la sua morte,
viene a patti con la fattura,
connesso ad essa. Sproloquio
nell’inattività che risveglia,
il recitante rammenta che egli
è l’inattività nel teatro. E’
lo sproloquio del luogo: egli
si sorprende, diffida dall’annullarsi,
di improvvisarsi, è confortato
dalla certezza che lo spirituale
cancella una volta sola,
nel recitare stesso, facendosi
carico finalmente del
continuare dell’assenza.

Io, il Sé, impuro atto nel verbo,
la morte con un po’ di resto,
io dico. Se egli mi libera,
il tu implode, così lo spazio,
lasciando tracce. Egli tace
che fare così è fare dio, perché
anche la teologia è fallimento
del mutismo. Ma là l’accordo
è simile, prima del mio udito
chiuso e il gesto che è così convincente
e concreto da complicare che,
non l’anonimato di dio,
ma la tristezza contenuta, o
la sua parvenza, sotto il controllo
del tu, precede allo spirituale.
Cosa può mancare il tiro
contro chi è commensurabile?
L’inesperienza che si vergogna,
sprofondando la superficie,
lo ricorda e ravvede.
Lo spalacamento è secondario.

40

CONTINENTE

La carne della terra, l’ho
di sicuro sottratta come un film?

Ma chi altri, insomma, è dio
che ha distrutto per sé, al suo volere,
un continente di obbedienza,
senza la mia recitazione bassa?
Senza la terra mostrata in un film
allora sarà premuto ai nostri piedi
diverso dal corpo.

L’intera durata del mio amore:
il passante copre le gioie
che la soddisfazione del regista
coinvolge il cast e tutti gli attori
con lui. Si congiungeranno
i salvati dopo l’esumazione,
il profumo delle anime nell’incarnarsi
si condenserà, le pianure
raduneranno l’aria e la terra,
- distingue l’iniziato - saranno
stesi come la pellicola. In questo
istante, sui cieli ricostituiti
gli angeli subiranno finalmente
la dipendenza all’evoluzione.

La carne floscia che ritiro
come un tappeto sotto i nostri piedi
è rassomigliante all’incarnato
degli angeli, il simile contenuto
che i nostri figli si spoglieranno
appena prima di pentirsi,
il tessuto della comunità salda
e sedentaria da tempo, in salute
e riposati versati alla loro vita.

41

Benedizione di affetto terreno
soltanto come un neo alla riscossa
finale, premiati a vivere per l’eternità
come lo saranno i nostri sucessori
prima di aver ricevuto il lascito
della fine, noi soli, noi mai, vogliamo
godere lo spirito. Esso contiene
la conclusione animale.
Gli umani condividono con gli angeli
la scelta della permanenza.

La posta con la dannazione è aperta.

Il giorno ci fa da culla, sganciato
dai nostri occhi, è ugualmente
revocabile come quello degli angeli.
Lo spirito, di cui il racchiuso
ci porta in un’oscura cecità,
mostra il palmo di una proiezione
ampia, certamente drizzata.
La nostra terra, con il proiettore
che la illumina, nella nostra
immaginazione è sostenuta
da una sola cifra, nonostante riceva,
sul fondo alle nostre spalle,
le ombre della mia lettura.
L’ostacolo del file, digitalizzato
parzialmente dalla pellicola:
la si sbaglia nel montarla in ordine.
Se il continente che io risparmio
sotto di noi come terra santa,
solo la tua delusione è taciuta.

42

ATTORE

Sono io e non solo io, vostro
imitatore, - risponderebbe il risvegliante sono io che ho riprodotto
un continente sotto di noi,
con la mia orazione terrena?
La delicata cima, la terra di aura
è solo questo, l’apice di una
sceneggiatura accettata dall’attore
per lo sfaldamento degli immortali.
Una recitazione fa buio sopra
il palco, la caligine che assorbe
la regia nella nostra messa in scena
divina. Allora questo rabbuiamento,
come la nostra forza, è vivente,
la sua tenebra meno infima
fino al momento che gli invisibili
immortali, miei comandanti
che ci hanno privati della finita
performance, sono rinati.

Senza motivo, il film si sposta
in un altro momento in cui Gregorio,
la madre e Danusia, impegnati
a trattenere i gesti da infedele,
riappaiono. Il duraturo della loro uscita
di scena rende più informale
a vantaggio la transitorietà
dell’inconsapevolezza e il suo controllo.
Actoris sono coloro che agiscono,
sfondano, aboliscono, negano.
Accattati è la loro conclusione
pessima. Tutto ha questa inettitudine
eccetto la regia del creato, ogni
continente non può ritirarsi come mare,
al di sotto di chi recita, oltre
al palco della scena del Mutabile.
Sulla terra della messa in scena
si cancella e si smentisce
il mio anonimato. Io sono l’attore.

43

Il mortale rescinde l’improvvisazione
del mortale ma la sua critica
si sposta su altro come le fondamenta
combattono contro la piazza aperta.

E inoltre, noi scriviamo con ispirazione,
con leggerezza, noi, coloro
che si muovono dall’alto,
quelle indicazioni appena accennate,
appena modeste. Eppure si fanno
coraggio i serpenti quotidiani,
le bisce, le lucertole dagli occhi fissi,
un terzo spirito, una squama
di meno, che avversa al plenilunio.
E’ più che sufficiente pensare
che gli occhi dei miei creatori
rimangano spalancati, sbarrati,
opposti al giorno della fortuna,
criptano integralmente. Noi
scandiamo il programma stabilito
dal condizionato che io sono,
scriviamo con chiarezza i segreti.

Di nascosto, - si confonde Gregorio scriviamo se non ci rendiamo conto
di scrivere. Ai padri, quando
tutto era innocente, il gesto
rischiarato non riesce e
l’oscuro, basso, verso cui
si esaurisce, si getta ai nostri occhi
in serrate foschie, in indubbie
oscurità di cui anticipiamo
le prime eclissi come piegate
disgiunzioni intuitive. Il nascosto
film ci è spalancato, il film
del mio occultamento
graduale e posteriore.

Probabilmente il silenzio oscurante
della mia impreparazione,
diffuso in fondo, ci metterebbe
in ordine i pensieri, i nostri occhi
44

si ricollocherebbero, ci manterrebero
roveto infuocato che non si spegne,
se dovessimo udirla e fraintenderla
con limpidezza. Il film,
con continente come contenuto,
riversa il carattere comune
dell’attore. Rincalcati dall’inferno
della mia esteriorità, io
ci aggiungo la prova tangibile
della mia inattività, l’aria,
della quale noi soli siamo la totalità
della scena ma non gli autori.
Crittografia criptata della
videoteca del sole.

45

BESTIE

Gregorio si sveglia ed è sé stesso:
appena sotto lo scheletro
della terra, nella primaria
bassezza della mia scomparsa,
ignoro che si interrompe
la medesima dipendenza,
minuta, ottusa, dove ciò che faccio
si interpreta apparentemente
allo stesso modo del fare altrui.
La videoteca delle bestie
è trasferita nei sotteranei,
al di sotto del continente,
infine. Dagli assenti sotteranei,
che lo spopolano, sono trattenute
in bocca le offese che al momento
mi condannano: calunnia
credibile, motore, azione.

I creatori bestiali sono pieni
di necessità, diversamente da noi,
per distogliere il pensiero dalle chiarificazioni
di un continente, e anche
di evitare la scrittura delle azioni,
per non essere al corrente
delle scene. Seppure sono
sempre in ascolto della mia mente,
in mezzo ai luoghi dove le battute
sono state provate, vi scrivono sopra
l’indecisione del mio nuovo
non decidere nulla. Schifezza,
letteratura orribile, carica
di imprecazioni. Indirettamente,
il gesto dell’attore, di rabbia
sofisticata. Scrivere, prescrivere,
proscrivere: essi interrompono
la scrittura ma ciò che han scritto
finisce subito. Scrivono mutevolmente
il mutabile, - questo è scrivere?
Si dice di un nemico che egli
“scrive” la propria freddezza
sul corpo del nemico.
Diversamente, alle bestie
46

basta leggere la mia mente
per annebbiarla. Essa offusca
tutto ciò che non riesce a cogliere
e ciò che è monumento.
Assenza che possiamo riempire,
lido abbreviato dalla notte
senza stelle. L’eccezione
delle bestie si schiude, il mio film
è montato se io stesso sono
per loro questo film e lui
nell’arco di una proiezione.

Film pieno di azione, recitazione
solo recitata, la videoteca delle bestie,
se si può mentire, è colma.
Pan-videoteca, piuttosto,
in quanto teca del reale: l’essere
vi si dissimula per mezzo del film.
La sua oscurità si colma
in oscurità oscurata differenziata
da una foce di buio che si sbriga
nella placidità della notte. Come
lo sbocco alla morte mi viene
incontro, così noi saremo ciechi
all’oscurità nella mia oscurità.

Il creato viene messo da parte
dalle creature. Contrapporre
alla sua opponibile tenebra,
nulla è giorno, e la scena muta
è segretezza di fronte al rumore
della critica. Nella terra della terra,
l’ignoranza infama il suo scandalo.
La stupidità anticipata
ai creatori bestiali è dis-finita
al creato, ed è compreso di stagnazione.

Rifuggendo alla mia storia
senza durata, cosa si può
narrare delle nostre scenografie?
La stabilità di un sole liberato
dalla notte, svincolato da albe costanti.
47

IMPROVVISAZIONI

Concorrente la recitazione
buttata là, distoglie lo spettatore
a distinguere gli indistinguibili.
Piano valicabile è, tra il finito
e lo spazio, il continente proponendo
le improvvisazioni che ci sviano,
licenzia il ristagnare in società
e fa perdonare, esternamente
all’eterno, la concretezza
del mutabile. I superiori
chiudono gli occhi alla terra
e fingono di non conoscere
ciascun peccato che impediscono
a colui che ha disfatto il palco
di omettere il proprio nome.
Per la perdizione degli attori
l’azione relativa sposta
il perdurare delle improvvisazioni.

Questi infliggono unicamente
l’apertura alla panoramica:
la recitazione li estromette
nella sua interruzione troppo
in anticipo che li svincola
dalla corporeità; perdendo
valore per sé e non per altri,
il loro caricare di simboli e
il loro segnarli sono d’ora in avanti
minacciati dall’esattezza.
L’autenticità obbedisce alle nostre
battute scritte, nell’unica scena
della loro sconnessione spaziale
e della loro paura insignificante.
Il canto, i dialoghi, il tempo,
le prove gregoriane raccolgono
fino al sollievo la convinzione
scaduta a favore di un’unica
proiezione sincrona alle riprese stesse.

48

49


Documenti correlati


Documento PDF il film con gregorio
Documento PDF etnafilmfestival program
Documento PDF la grande bellezza presskit
Documento PDF la repubblica 09 06 2015 by pds
Documento PDF ilfilorosso recensioni
Documento PDF dear jack domani e un altro film


Parole chiave correlate