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SU DI NOI PAPAVERI ROSSI .pdf



Nome del file originale: SU DI NOI PAPAVERI ROSSI.pdf
Titolo: Microsoft Word - papavri rossi TESTO (definitivo).docx
Autore: Aldo

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DOMENICO GUIDA

SU DI NOI
PAPAVERI ROSSI

Attraversando Piazza Roma (‘a parrocchia) o trovandosi seduto con amici sulle panchine della sua
“villetta” forse nessuno più, fa ancora caso, al monumento eretto ai nostri caduti nelle due guerre
mondiali?
Monumento a quanto pare con l’elenco incompleto dei caduti come scrive Alfredo Ferrara: “… una
corona al monumento ai caduti in piazza Roma, un monumento appena restaurato ma che purtroppo,
non ne conosciamo il motivo, non riporta i nomi di tutti i figli di questa terra, morti, sarebbe stato
opportuno e speriamo lo sia in futuro, che tutti vengano ricordati.”
Il pomposo discorso fatto dalle “autorità” all’epoca all’inaugurazione di quel monumento, infarcito
di patriottismo, eroismo ecc., chiude, come tutti i discorsi commemorativi per l’occorrenza, con la
classica esortazione a “non dimenticare” per far sì che “mai più” si ripetano simili orrori.
Questo “discorso”, ad ogni ricorrenza, lo si ripete senza sostanziali modifiche come da copione.
Chiacchiere; noi abbiamo dimenticato tutto e tutti, tiriamo fuori i soliti discorsi che nessuno ascolta
più e si organizziamo le solite manifestazioni solo perché è d’uopo farle in quel determinato
momento.
Quell’orrore si è ripetuto, si ripete ancora oggi in molte parti del mondo e si ripeterà ancora tra
l’indifferenza di chi ormai è incollato alla televisione avido di fiction (finzioni) e quiz a premi, la
partita di pallone e la “movida” per non parlare di pc, tablet, cellulari, smartphone ecc. ecc.
Per saperne di più, contattare molte delle famiglie il cui cognome è presente tra quei caduti, non è
servito a niente: nessuno sa, nessuno ricorda ma quello che mi lascia attonito e, oserei dire disgustato,
è che, nei riassunti storici delle varie Brigate, vengono riportati i nomi degli ufficiali, dei sottufficiali,
delle medaglie d’oro e di argento ma, dei soldati, della truppa, della “carne da macello” niente, solo
numeri utili per le “statistiche”.
Questa ricerca non è “farina del mio sacco” ma semplicemente un grande puzzle le cui tessere (foto
e testi) trovate dopo una lunga ricerca su siti e pagine internet, tutti indicati in bibliografia, quindi
materiale reso pubblico, che ho comparate con i dati in mio possesso e ritenuto compatibile, se non
certe, con il vissuto dei nostri caduti.
Un puzzle composto per meglio leggere le vicissitudini di quelle giovani vite spezzate dopo 100 anni
da quella folle carneficina che fu la prima guerra mondiale.
Questa ricerca mi ha fatto non solo “ricordare” quei ragazzi, ma me li ha fatti seguire in battaglia,
vivere le loro paure, provare le sofferenze indescrivibili e sentire nell’anima e sulla pelle il terrore
della morte.
Non dubito di aver commesso errori e omissioni e ne chiedo fin d’ora scusa a tutti ma, sono certo
che comunque, in questo modo, ho voluto solo onorare i nostri Caduti ricordandoli come meritano e
di averli tirati, anche se solo per un momento, fuori dall’oblio.

Oggi 24 ottobre 2017
Nel centenario della battaglia di Caporetto
Domenico Guida

Fonte principale per questa ricerca è stato:
Albo d'Oro dei Caduti e Dispersi della 1ª Guerra Mondiale - Difesa.it
www.difesa.it/Il_Ministro/CadutiInGuerra/Pagine/AlbodOro.aspx

Ringrazio per la loro disponibilità:
Nuzzo Bernardo, via Loreto Santa Maria a Vico (CE)
Associazione Storica Cimeetrincee
sede sociale – Castello – Calle S.Gioachin n. 450 - 30122 Venezia
www.cimeetrincee.it - cimeetrincee@cimeetrincee.it
enricovar@gmail.com; per conto di; F D [fd@frontedolomitico.it]
www.cadutigrandeguerra.it

Immagine di copertina:
Domenico Guida, Su di noi papaveri rossi
Biro su foto con elaborazione al pc. Ottobre 2017

Viene chiamato “prima guerra mondiale”, il grande conflitto che coinvolse quasi tutte le potenze
mondiali, e molte delle minori, tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. Il conflitto prese poi il nome
di "guerra mondiale" o "grande guerra" e fu il più grande conflitto armato mai combattuto fino al
1939. Iniziò il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia dopo l'assassinio
dell'arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914 e terminò oltre quattro anni dopo, l'11
novembre 1918. Nel conflitto furono coinvolte le maggiori potenze mondiali dell’epoca, divise in due
blocchi contrapposti; gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero ottomano e Bulgaria)
contro le potenze Alleate rappresentate principalmente da Francia, Gran Bretagna, Impero russo e
Italia. Oltre 70 milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa), in
quella guerra che divenne il più vasto conflitto della storia e che causò oltre 9 milioni di vittime tra i
soldati e circa 7 milioni di vittime civili.
Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarò guerra all'impero Austro - Ungarico con la conseguente
mobilitazione di 27 classi, dalle generazioni mature ai giovanissimi del '99 e del '900 che furono
invitati a combattere a soli 18 anni di età, schierando un esercito di 5 milioni e mezzo di combattenti
dei quali 689.000 caddero sul campo e oltre un milione e mezzo tornarono alle loro case mutilati o
feriti. La guerra durò 41 lunghissimi mesi; Il primo nucleo dell'Esercito Italiano che scese in campo
schierò un fronte lungo ben 600 chilometri tra le Alpi e il mare e si preparò ad affrontare uno degli
eserciti più potenti del mondo superiore per numero, mezzi ed armi. Lungo la frontiera con l'Austria,
l'Esercito aveva schierato: la 1° e la 4° Armata attorno al saliente tridentino, il settore Zona Carnia
dal Monte Peralba al Monte Canin; la 2° Armata dal Monte Canin al Vipacco e la 3° dal Vipacco al
mare. Esse erano fronteggiate da tre armate austriache: una nel saliente tridentino; un'altra lungo il
Cadore e la Carnia; una terza dal Monte Nero al mare.
I caduti
Il totale di 10 milioni di vittime, che non comprende i civili, è approssimativo ma fa comprendere la
dimensione mondiale della tragedia. Le cifre ufficiali parlano di 1.800.000 morti tedeschi, 1.350.000
francesi, 1.300.000 austro-ungheresi, 750.000 inglesi. Anche se le cifre ufficiali parlano di 650.000
morti italiani, qualche storico ipotizza che il numero globale raggiunse il milione, calcolando le
decine di migliaia di militari che morirono anche anni dopo il conflitto in conseguenza delle malattie
o delle ferite contratte in guerra.
100.000 furono i morti americani, mentre i russi lasciarono sul campo tra 1.700.000 e 2.500.000
morti; Romania, Turchia, Serbia e Bulgaria arrivano a oltre 1.000.000 di militari caduti.
I morti in prigionia
Furono circa 100.000 i soldati morti in prigionia, su circa 600.000 prigionieri.
La morte poteva sopravvenire in conseguenza di ferite riportate nei conflitti a fuoco, ma più
verosimilmente la maggior parte di decessi avvenne per le privazioni e le malattie contratte durante
la prigionia.
L’aspetto più penoso della condizione dei prigionieri fu il sospetto diffuso che la resa fosse dovuta a
insufficiente volontà di lotta, a vigliaccheria, forse addirittura a una diserzione mascherata. L’azione
delle autorità politiche e militari fu volta a ridurre la prigionia a problema privato e secondario. Erano
le famiglie dei prigionieri che dovevano preoccuparsi di inviare loro aiuti mentre lo Stato interveniva
per frenare e impedire questi aiuti. Fu perfino fatto divieto alla Croce Rossa di raccogliere aiuti per i
prigionieri. Anche a causa di questo ignominioso atteggiamento delle autorità e della propaganda le
morti dei prigionieri italiani furono le più numerose.
Gabriele D’Annunzio, (dall’alto della sua arrogante prosopopea) un tipo che durante la Grande
Guerra come apriva la bocca causava una strage, li chiamava con disprezzo “imboscati d’oltralpe” e

le loro sofferenze sono una vergogna per la nostra Patria: sono gli italiani prigionieri di guerra
internati nei campi tedeschi e austro-ungarici. E’ una storia dolorosa, fatta di sofferenze e malattie;
volutamente dimenticati dalla madrepatria 100.000 soldati italiani morirono di fame e di stenti nei
campi di prigionia. “Imboscati d’oltralpe, voi non avete diritto alla gloria”, scriveva il sommo poeta,
bollando tutti i prigionieri come dei vigliacchi.
Questo fu il marchio imposto ai prigionieri italiani e spesso purtroppo, il risultato di quelle
tremende parole, nelle loro famiglia in patria fu questo:
Da una lettera di un padre al figlio prigioniero in Austria:
"Tu mi chiedi il mangiare, ma a un vigliacco come te non mando nulla: se non ti fucilano quelle
canaglie d'austriaci ti fucileranno in Italia. Tu sei un farabutto, un traditore; ti dovresti ammazzare
da te. Viva sempre l'Italia, morte all'Austria e a tutte le canaglie tedesche: mascalzoni. Non scrivere
più che ci fai un piacere. A morte le canaglie". E in risposta la lettera al padre: "Non mi degno
chiamarvi caro padre avendo ricevuto la vostra lettera, dove lessi che ho disonorato voi e tutta la
famiglia: perciò d'ora in poi sarò il vostro grande nemico e non più il vostro Domenico".
Prigionieri di guerra lasciati morire di fame per scoraggiare la resa dei soldati italiani già
duramente provati dalla disumana disciplina del generalissimo Cadorna, uomo senza pietà.
Una delle pagine meno conosciute della prima guerra mondiale, riguarda proprio i prigionieri italiani.
Complessivamente nel corso del conflitto i militari italiani internati nei campi di concentramento
dell’Impero austro-ungarico ed in Germania furono circa 600.000, dei quali quasi la metà catturati
nelle giornate della rotta di Caporetto.
La loro è una storia tragica, storia fatta di fame, malattie e disperazione, situazione esistenziale
particolarmente dura soprattutto per i soldati che erano costretti a svolgere pesanti attività inquadrati
nelle cosiddette “Compagnie di lavoro”; dal canto loro gli ufficiali - circa 20.000 - potevano godere
di un tenore di vita più accettabile, nel senso che offriva maggiori possibilità di sopravvivenza.
La truppa internata nei campi di concentramento, sovraffollati, viveva in condizioni assai precarie,
pressoché dimenticata dalla madrepatria. Il passaggio dallo stato di combattente a quello passivo di
prigioniero era giudicato da Cadorna e dai vertici militari italiani un fatto negativo, se non addirittura
una scelta voluta. Giudizio meritevole di misure drastiche atte a “far riflettere” i soldati circa
l’inopportunità di “salvare la pelle” dandosi prigionieri. Atteggiamento che il Comando Supremo
mantenne sino alla fine della guerra, anche dopo il cambiamento al vertice tra Cadorna e Diaz.
Fu sostanzialmente un immane processo condotto arbitrariamente contro centinaia di migliaia
di soldati che furono infamati dal sospetto di diserzione. Nessuno, o pochi, si pose il problema che
l’essere presi prigionieri generalmente è l’effetto di una battaglia perduta quasi sempre non per la
scarsa combattività delle truppe, bensì per errata conduzione.
Oltre al vilipendio, nei lager austriaci e germanici i soldati italiani patirono pene infinite: il
clima rigido unito al vitto scarsissimo, l’impossibilità di ricevere dalle famiglie alimenti e indumenti,
rese possibile una percentuale elevatissima di mortalità. Mortalità che non necessariamente è
imputabile alla mancanza d’umanità dei custodi o ad una loro precisa volontà di rendere ancor più
duro l’internamento.
Vale la pena riportare alcune testimonianze di prigionieri in proposito:
Angelo Bronzini nelle sue “Memorie di prigionia”, pubblicate nel 1920, scrive:
I prigionieri di guerra americani erano mantenuti dal loro governo con una larghezza
principesca; gli inglesi ricevevano pure dal loro governo o da comitati privati anche il superfluo ed
erano vestiti e calzati a nuovo; i francesi avevano tutti, senza distinzione e fin dal primo giorno della
cattura, pane biscottato in abbondanza e ricevevano gratuitamente indumenti e viveri a sufficienza
da comitati vari. Noi italiani fummo invece abbandonati completamente a noi, ed il patrio governo

che pur sapeva le condizioni nostre, non intervenne mai se non a nostro danno: censurò la posta con
criteri bizantini, ne limitò l’invio a sole cartoline, impose limitazioni infinite e difficoltà burocratiche
d’ogni specie all’invio dei pacchi, vietò la spedizione di generi indispensabili, e per lungo tempo
lesinò perfino i mezzi di trasporto dei pacchi stessi. Tale politica miope ed inumana diede però i suoi
frutti: migliaia e migliaia di soldati nostri, gioventù balda che aveva dato tesori sui campi di
battaglia, giacciono ora nei cimiteri tedeschi, altre migliaia sono tornati in patria rosi da un male
terribile che non perdona. Il soccorso del governo giunse soltanto ridicolo e tardivo: dodici mesi
circa dalla nostra cattura, qualche giorno prima dell’armistizio, quando già di migliaia di italiani
morti di fame era seminata l’Austria, inviò per i prigionieri di guerra alcuni vagoni di galletta!
I morti per malattia
100.000 circa furono i morti per malattia durante il conflitto, contro i circa 500.000 caduti in
combattimento fino al 1918. Un numero alto di morti, dovuto solo in parte alle conseguenze di ferite,
ma piuttosto alle disumane situazioni di vita nelle trincee. Il cibo scarso, la promiscuità della vita in
trincea, l’eccessivo sfruttamento delle truppe, la mancanza delle più elementari regole di igiene
furono alcune delle cause dei decessi, insieme a malattie "caratteristiche delle trincee" quali: la
dissenteria batterica, le affezioni reumatiche, la meningite, le malattie veneree e la malaria. Solo dopo
l’inverno 1915/1916 si poté procedere alla vaccinazione delle truppe contro il colera, diffuso sul
fronte dell’Isonzo, e il tifo. Si calcola che dopo il conflitto ci furono altri 50.000 decessi per malattie
o privazioni subite in prigionia, o comunque legate alle situazioni di guerra.
La prima guerra mondiale aveva appena ucciso dieci milioni di persone, quasi esclusivamente
militari, quando in sei mesi, tra la fine dell’ottobre 1918 e l’aprile 1919, l’influenza spagnola colpì
un miliardo di persone uccidendone almeno 50 milioni; circa 375.000 (ma alcuni sostengono 650.000)
soltanto in Italia. Non è mai stato tuttavia possibile quantificare con esattezza né il numero delle
vittime né quello dei contagiati. La spagnola (portata in Europa dalle truppe statunitensi e diffusasi
velocemente nelle trincee) mise in ginocchio l’intera Europa con un tasso di mortalità spaventoso che
raggiunse in alcune comunità anche il 70%.

Santa Maria a Vico – Monumento ai Caduti

Elementi tratti da volumi e articoli di storia locale rendono l’elenco dei trentasei nominativi dei
caduti nati o residenti nel Comune e incisi sulla lapide commemorativa, incompleto.
Quasi sempre i nomi dei caduti che figurano sui monumenti che città e paesi hanno loro innalzato,
non sono solo quelli dei nativi del posto ma quasi sempre vi figurano anche quelli di residenti nativi
di altro Comune.
I monumenti furono infatti realizzati innanzitutto con l’obiettivo preciso di commemorare i
caduti del proprio comune. In questo modo il livello nazionale (la guerra patriottica) si incontrava
con il livello locale (la comunità e il sacrificio dei propri concittadini per uno scopo di validità
generale).
Se in Italia la costruzione di monumenti ai caduti della Grande Guerra fu un fenomeno consistente,
non fu solo per la dimensione di massa della guerra ma anche perché essi rappresentarono il primo
grande uso della storia che l’Italia avesse conosciuto dopo il Risorgimento. I monumenti
rappresentavano la prima storia scritta in pubblico e nella quale le masse dei combattenti, le loro
famiglie e la società venivano presentate come protagoniste.
E’ forse utopia sperare in una seria e approfondita revisione tra le “carte” del Comune per individuare
tutti i nostri caduti senza che nessuno sia lasciato nell’oblio?

Santa Maria a Vico, Monumento ai caduti della prima guerra mondiale (part.)
(f.to Pasquale Mauro)

Santa Maria a Vico, Monumento ai caduti della prima guerra mondiale (part.)
(f.to Pasquale Mauro)

Nelle schede dell’Albo dei Caduti della Grande Guerra si trovano gran parte dei nostri caduti e, più
precisamente quelle che compongono i volumi V e VI (Campania I e Campania II)
Gli Albi purtroppo non contengono i nominativi di tutti i caduti e spesso, denotano incompletezze e
inesattezze.
Il numero che precede l’estratto della scheda è quello dalla pagina del volume.
5

6

6

42

49

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80

80

80

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188

188

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188

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189

189

189

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468

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496

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530

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581

581

582

581

582

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636

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681

686

686

687

702

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
(La guerra di Piero - Fabrizio de André)

1915

3° REGGIMENTO ARTIGLIERIA DA FORTEZZA
3º RA da fortezza (Santo Stefano di Cadore, 1911-1919)
Soldato PASCARELLA GIUSEPPE di Giovanni, nato il 23 Ottobre 1889 a San Felice a Cancello,
morto l’11 Luglio 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Soldato AGOSTINUCCI CARLO di Antonio, nato a Santa Maria a Vico il 2 Ottobre 1888, morto
il 14 Novembre 1915 a Crema per malattia.
Il luogo e la data di morte di Pascarella Giuseppe fanno pensare alla prima battaglia dell’Isonzo
combattuta tra il 23 giugno e il 7 luglio 1915.
L’attacco sul Carso del VII Corpo d’Armata ebbe inizio il 23 e 24 Giugno e solo nel pomeriggio del
4 luglio il comando del VII Corpo d'Armata ordinò di sospendere ogni altra iniziativa, attendendo
che la brigata Cagliari ottenesse il controllo del Monte Sei Busi.
La vera rivelazione del primo anno di guerra fu la capacità di resistenza dei nemici e l'insuperabilità
delle difese, come i reticolati.
La superiorità numerica italiana non ebbe un peso decisivo, anzi si rivelò uno svantaggio dato che
una maggiore densità dello schieramento spesso causò maggiori perdite. L’azione degli italiani e delle
loro artiglierie, produsse invece perdite proporzionalmente maggiori nelle file austro-ungariche.
La battaglia portò solamente numerose perdite da entrambe le parti senza che nessuno dei due
contendenti ottenesse risultati rilevanti. Gli scontri, che non portarono a nulla di definitivo, sfociarono
nella seconda battaglia dell’Isonzo cominciata pochi giorni dopo.
40° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA BOLOGNA
Soldato PERROTTA PASQUALE di Antonio nato a Santa Maria a Vico il 13 Maggio 1888 e
morto il 18 Luglio 1915 nella 20° sezione di sanità per ferite riportate in combattimento.
Soldato IOVINO FELICE di Antonio nato il 7 Gennaio 1888 a Santa Maria a Vico e morto il 23
Luglio 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Soldato MORGILLO ALESSANDRO di Michele nato a Santa Maria a Vico il 26 Aprile 1893 e
morto il 6 Agosto 1915 nell’ospedale da campo n. 071 per ferite riportate in combattimento.
Soldato DE MATTEO GIOVANNI di Luigi, nato il 10 Febbraio 1886 a Santa Maria a Vico e
morto il 16 Dicembre 1915 in prigionia per ferite riportate in combattimento
E’ sepolto a:
Nome:

GIOVANNI

Cognome:

DE MATTEO

Data di Nascita:

10/2/1886

Luogo di Nascita: SANTA MARIA A VICO
Luogo Sepoltura: MAUTHAUSEN - CIMITERO MILITARE ITALIANO
Data Decesso:
Luogo Decesso:

16/12/1915
MAUTHAUSEN

A Mauthausen le tombe della 1^ Guerra Mondiale furono riordinate negli anni 1922 - 1923 in tumuli
individuali distinti da croci di cemento con uno o due nominativi.
Dall’elenco dei soldati italiani ivi sepolti, indicato come “Di Matteo”, ne stralciamo la posizione:

La Brigata Bologna fu schierata ai margini dell'altipiano carsico tra i paesi di Fogliano e Redipuglia
a metà del giugno 1915. Il 22 giugno, I^ Battaglia dell'Isonzo, oltrepassò il canale Dottori e occupò
Fogliano, proseguì poi l'avanzata verso Castelnuovo e Castelvecchio, ostacolata dal tiro
dell'artiglieria e dai campi di mine che gli austriaci avevano preparato a difesa delle proprie posizioni.
Preso Castelnuovo il 25 Giugno, il 40° cercò di allargare, senza successo, l'occupazione verso il
paese di San Martino del Carso. Ripresi gli scontri con la II° Battaglia dell'Isonzo (18 luglio - 3
agosto 1915), la Brigata partecipò con altre forze all'attacco al Bosco Cappuccio, località sul pianoro
Carsico, di fronte a San Martino del Carso, per poter rompere il fronte presso San Martino del Carso
e arrivare sul rovescio del monte San Michele, la principale difesa austriaca del pianoro carsico. La
manovra ebbe parziale successo, le difese austro ungariche, su due linee, protette da quadruplice fila
di reticolati, con decine e decine di nidi di mitragliatrici, non cedettero e le pesanti perdite subite dalla
Bologna costrinsero il comando italiano ad inviarla a riposo.
La Brigata Bologna e quindi il suo 40° Reggimento fanteria, fu dal 10 Giugno al 1 Agosto 2015 in
linea a Castelnuovo e sul monte S. Michele mentre dal 5 Agosto al 6 Settembre fu messa a riposo a
Campolongo
Dalle rispettive date del decesso può dedursi che Perrotta Pasquale, Iovino Felice e De Matteo
Giovanni abbiano partecipato alla battaglia di Bosco Cappuccio dove trovarono la morte mentre, non
sappiamo quando fu fatto prigioniero De Matteo Giovanni.

73° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA LOMBARDIA
Soldato DE LUCIA ARCANGELO di Raffaele nato a Santa Maria a Vico il 20 Novembre 1895,
disperso il 21 Novembre 1915 a Oslavia in combattimento.
Il 73° fanteria iniziò la Grande Guerra schierato nei pressi di Udine, assieme alla Brigata di cui faceva
parte, alle dipendenze della 4.a Divisione.
24 maggio, nella notte, varcò il confine avanzando verso la testa di ponte di Gorizia.
29 maggio venne a contatto col nemico e iniziò, contro le posizioni del Peuma e del Podgora (1.a e
2.a Battaglia dell'Isonzo - giugno, luglio ed agosto -),una serie di sanguinosi attacchi che, sebbene
rinnovati con eroica tenacia, consentirono solo di affermarsi , stabilmente, sulle pendici occidentali
del Peuma.
18 ottobre - dopo un breve periodo di riposo, rientrò in linea alle dipendenze della 1.a Divisione, nel
settore di Oslavia attaccandone le alture, partecipando alla 3.a Battaglia dell'Isonzo (18 ottobre - 4
novembre 1915)
Ripresa l’offensiva a metà di novembre, 4^ battaglia dell’Isonzo (10 Novembre – 5 Dicembre), il
24 novembre - dopo sanguinosi combattimenti, con alterne vicende, il I/73° raggiunge i caseggiati di
Oslavia, una frazione della città di Gorizia i cui ruderi, dopo lotte ostinate, rimasero nelle mani
italiane fino al 4 Dicembre.
Provata e dimezzata negli effettivi venne messa a riposo.
DE LUCIA ARCANGELO aveva compiuto 20 anni da solo un giorno.

93° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA MESSINA
Sergente NUZZO VINCENZO di Angelo nato a Santa Maria a Vico il 22 Luglio 1893, morto l’8
Novembre 1915 nel Settore di Tolmino per ferite riportate in combattimento.
I dati anagrafici esatti, come si rilevano da documenti di famiglia, sono:
VINCENZO NUZZO nato a Santa Maria a Vico il 23 Luglio 1893, padre barnabita, morto
sulle pendici del S. Lucia (Tolmino) il 7 Novembre 1915
“…passò dalla scuola apostolica di S. Giorgio a Cremano al noviziato dei Padri Barnabiti di S.
Felice a Cancello, dove il 27 novembre 1912 pronunciò i suoi voti semplici. Mandato poi al collegio
di S. Francesco di Lodi, il giovane barnabita vi attese agli studi liceali che dovette interrompere per
completare l’anno di volontariato dal settembre 1913 al sett. 1914. Congedato col grado di sergente,
aveva da poco ripreso gli studi nello stesso Collegio di Lodi quando, scoppiata nel maggio la guerra
Italo-Austriaca, fu richiamato sotto le armi”.

La Brigata Messina” arrivò in zona di guerra il 26 maggio, a Palmanova, alle dipendenze della 13a
divisione. Passò l'Isonzo il 5 giugno, puntando su San Canzian d'Isonzo, quindi quattro giorno dopo
occupò la Rocca di Monfalcone. Alla metà del mese cercò di conquistare le linee nemiche di quota
121, ma i reticolati e il continuo tiro di artiglieria impedirono ogni tipo di progresso.
Brevemente fu a riposo a San Canzian d'Isonzo. Fino al 17 luglio la "Messina" tenta diverse sortite
tutte però rintuzzate dall'artiglieria austriaca.
Il 18 luglio ha iniziò la II battaglia dell'Isonzo: la Brigata fu chiamata ad operare contro il fronte che
va da quota 70 al Monte Cosich. A fronte della perdita di oltre 1100 soldati, neanche queste operazioni
portarono ad alcun risultato.
Al termine di un periodo di presidio della linea compresa tra quota 59 e la Rocca di Monfalcone, tra
la seconda metà di agosto e la fine di ottobre gli uomini della "Messina" trascorsero un periodo di
riposo e riordino in diverse località del Medio Isonzo.
“Zona di guerra. 2.11.15. Ecco le scrivo, nel giorno dei morti, ancora tra i viventi. Non le dico altro
che questo: sofferenze non mancano, ma d’altra parte posso continuare con buon umore e buona
salute che solo cesseranno se qualche pallottola o granata impara dove io sono. Abbiamo pioggia
continua con grandine. Siamo in montagna e il freddo si fa sentire. Gli occhi sono pieni di
sonno…”
(lettera a suo padre Angelo)

Il 6 novembre la "Messina", tornata alla dipendenza della 13a divisione, esplica azioni dimostrative
a mezzo di pattuglie e respinge attacchi nemici di lieve entità. I reparti si alternano nel servizio di
trincea nel settore di Kozmarice (sud di S. Lucia) compiendovi tormentati periodi, sino alla fine di
dicembre
Il Tolmino si trova sulla sinistra dell'Isonzo, a nord di Gorizia. Di fronte ad esso il fiume piega a
sinistra descrivendo un'ampia curva e lasciando alla sua destra due colline, il Santa Maria ed il Santa
Lucia.
Sulla riva destra dell’Isonzo (Soča), nei pressi di Tolmino, si ergono i colli di S. Maria (Mengore) e
di S. Lucia. Il monte Santa Maria, alto 453 metri, è formato da un enorme blocco di roccia, inciso e
frastagliato, che s’assottiglia a settentrione per congiungersi ai contrafforti del monte Jessa. Il Monte
Santa Lucia, alto 588 metri, sorge a mezzogiorno dell’altro colle, elevandosi con pareti ripidissime,
interrotte da sbalzi frequenti, pressoché verticali. Insieme alle posizioni davanti a Gorizia quelle nelle
vicinanze di Tolmino sono le uniche sulla riva destra dell’Isonzo e costituiscono la cosiddetta testa di
ponte di Tolmino, che inizia sulle alture del Mrzli – Vodil, sulla riva sinistra.
Ed è a sud del S. Lucia, nel settore di Kozmarice che si trovava il nostro d. Vincenzo Nuzzo.
“Zona di guerra. 7.11.15. Padre, sto benissimo: Santa Lucia mi conservi la vista. Di pericolo ce
n’è, ma fin’ora sono sano e salvo. Suo obb.mo figlio in G.C.”
(lettera a suo padre Angelo)
Alcune ore dopo aver scritto questa lettera, alle falde del S. Lucia il 7 novembre, tornato da un
rifornimento di viveri, mentre distribuiva il pane ai soldati, fu colpito in fronte da una palla di fucile,
morendo all’istante.
I resti mortali di D. Vincenzo Nuzzo non furono ritrovati, quindi è un DISPERSO come infatti si
legge, nella sua “pagellina funebre”: “ L’ignorato sepolcro fu preda dell’aratro…”
Gli ecclesiastici come i seminaristi, i novizi, i chierici, i conversi e i sacerdoti, che non erano parroci
o vicari, dalle autorità militari non ebbero nessuna distinzione e vennero considerati come dei
qualsiasi soldati ed assegnati alle unità combattenti.
Essi furono impropriamente chiamati “preti soldati” e indossavano la divisa del loro reggimento ed è
proprio la sua divisa che fa nascere un piccolo mistero non risolto.

Nuzzo Vincenzo, come risulta dall’Albo d’Oro dei caduti e dalla sua “pagellina funebre” era
inquadrato nel 93° Reggimento Fanteria della brigata Messina il cui fregio era composto da due fucili
incrociati con al centro un tondo riportante il numero 93º che indica il reggimento sormontato da una
corona.
Nella sua fotografia in divisa, sul cappello vi è invece il fregio del 68° Reggimento Fanteria della
Brigata Palermo cioè il numero 68 sormontato da una corona

Come pure le mostrine, sono quelle del 68 Reggimento fanteria della brigata Palermo e non quelle
della Messina.

Brigata Palermo 67° Regg. - 68° Regg.

Brigata Messina 93° Regg. - 94° Regg.

Il 7 Novembre 1915 Nuzzo Vincenzo muore alle falde del S. Lucia dove si trovava la Brigata Messina
mentre, la Palermo (67 e 68 regg.to), allo scoppio della guerra venne inviata nel settore di Ponte di
Legno e passo del Tonale; in agosto il primo scontro per occupare alcune trincee al passo finì però
con gravi perdite nelle fila del 67°, preso d'infilata dai cannoni austriaci. Sostituita in linea da reparti
alpini, la Palermo fu inviata in Carso. Durante la IV° Battaglia dell'Isonzo (10 novembre - 2 dicembre
1915), assalì il monte San Michele, riuscendo ad arrivare fin sotto i reticolati della cima. Elementi
del 68° aprirono due varchi, da dove le compagnie d'assalto tentarono l'infiltrazione, bloccata però
dal fuoco delle mitragliatrici che l'avversario aveva piazzato a protezione della sua zona a rischio. Per
le gravi perdite subite, la Brigata venne inviata in seconda linea per riordinarsi, ritornando poi fino
alla fine del 1915 nello stesso settore del fronte

126° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA SPEZIA
Soldato NUZZO LUIGI di Alfonso nato a Santa Maria a Vico il 18 Marzo 1886, morto il 12
Novembre 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
In “Leonardo.it” leggiamo che:
“Il 9 novembre fu respinto un attacco nemico sul Mrzli e furono eseguite dagli Arditi, irruzioni contro
le difese avversarie. Il 10, nel settore di Plava, le fanterie italiane iniziarono una risoluta avanzata;
piccoli progressi furono fatti sulle alture a nordovest di Gorizia, e sul Carso, nonostante la pioggia
torrenziale, le fanterie riuscivano a prendere d'assalto alcuni importanti trinceramenti a sud-ovest
di San Martino.
Questo nuovo attacco diede inizio alla quarta battaglia dell'Isonzo.
L'11 Novembre si combatté accanitamente nella zona di Plava, sul Peuma, sul Grafenberg, sul
Podgora e sul Calvario. Qui un attacco nemico, giunto a pochi metri dalle trincee italiane fu respinto
da un fuoco micidiale; quindi le fanterie scattarono al contrattacco, e incalzando il nemico in fuga,
si impadronirono di un forte trinceramento. Anche sul Carso si combattè tutto il giorno e fu
conquistato un ridotto nemico tra il Bosco Cappuccio e San Martino.
Altri accaniti combattimenti avvennero il 12 ad Oslavia e sotto la cresta del Calvario, e sul Carso
nuovi progressi verso Boschini impadronendosi di nuovi trinceramenti e ridotti che furono poi
mantenuti contro i violenti ritorni offensivi. Progressi si fecero ancora il 13 sull'Javorcek e sulle
alture a nord-ovest di Gorizia, e sul Carso fu presa a forza la famosa trincea delle "Frasche", sulla
quale, il 14, l'artiglieria nemica concentrò violento ed un ininterrotto fuoco con pezzi d'ogni calibro”.
Zagora (Slovenia) il 10 novembre 1915
L’orrore di quei giorni li legge nelle note del diario di Antonio Ferrara militare, 126° reggimento
fanteria, brigata Spezia quindi dello stesso reggimento del nostro NUZZO LUIGI.
Il 10 novembre 1915 inizia la 4^ battaglia dell’Isonzo. I battaglioni della Brigata Spezia hanno
l’ordine di attaccare. Antonio Ferrara resterà ferito e riceverà la medaglia di bronzo al valor militare
con questa motivazione: “Quale Aiutante Maggiore si dimostrò coordinatore intelligente e valoroso
nel comando del Battaglione e diede prova di coraggio durante le varie fasi del combattimento finché,
ferito ad una gamba da un proiettile di fucile fu costretto a lasciare il campo. Zagora, 10 novembre
1915”

Dal diario di Antonio Ferrara
“10 novembre. L’ordine di operazione dice: “Attacco a Zagora puntando su q.300 e successivamente
su Zagomilla e sul trincerone del monte Kuk”.
Il comando della colonna di attacco viene dato al Comandante del mio Battaglione, che ne è
felicissimo. A me la cosa invece procura un mondo di guai. Ordini e collegamenti a destra ed a
sinistra con relativo pericolo di essere infilato da qualche “cecchino”.Raccomando al Maggiore
Boschi , che opera col suo battaglione a Sinistra, sotto le case di Zagora, di fare bene attenzione ai
passaggi obbligati che sono letteralmente falciati dalle raffiche di mitragliatrici. Alle 12 precise ha
inizio l’azione. Il nostro Battaglione con un balzo espugna le case e il trincerone di Zagora, ma il II°
Battaglione del 125° è inchiodato al terreno – come prevedevasi – dal fuoco delle mitragliatrici che
producono larghi vuoti. Gli ufficiali, sprezzanti del pericolo, si gettano per primi all’assalto cercando
di trascinare nella breccia i gregari: e pagano con la vita il loro ardimento. Alla testa del suo plotone
cade valorosamente il sottotenente Giosuè Borsi. Il nostro Battaglione ha fatto prigionieri 260
Austriaci, ma ha avuto delle forti perdite. Vi sono diversi Ufficiali feriti, fra cui il tenente Paoletti
che comandava la colonna di attacco. Era un ottimo ufficiale. Non so quante volte ho fatto la spola
dal Comando del Settore alle Compagnie per portare ordini e seguire l’azione per informarne il
Maggiore Menna (comandante del I° battaglione, 126° fanteria, n.d.r.). In un ennesimo ritorno in
prima linea, mentre parlavo col tenente Procaccia per dirgli che il Comando del Battaglione è stato
assunto dal capitano Brunelli, un “cecchino” con una pallottola di fucile mi ferisce alla coscia
sinistra. Purtroppo anche Procaccia è stato nel contempo ferito e la situazione sul fronte di attacco
si fa critica, ma validamente contenuta dal tenente Sestini. Zoppicando e strisciando sul terreno, mi
avvicino al canalone dove si trova il Maggiore Menna e l’informo dell’accaduto e della situazione
sul fronte di attacco. Urge far ripulire le macerie delle case da “cecchini” che vi sono rimasti
annidati e che procurano le maggiori perdite. Da un portaferiti, con il mio pacchetto di medicazione,
mi faccio fare la prima disinfezione e la fasciatura della ferita. L’artiglieria nemica batte ora
furiosamente le nostre retrovie per impedire l’arrivo di rincalzi e non è quindi assolutamente
possibile di attraversarle senza esporsi a serio pericolo. Perdo però molto sangue ciò che mi
costringe a raggiungere al più presto il più vicino posto di medicazione. Mi viene in aiuto il fido
attendente Martellini il quale si siede per terra, mi fa sedere sulle sue gambe, mi abbraccia stretto e
scivolando sul terreno, dritto per la china, mi porta fin fuori dal tiro di interdizione e quindi al posto
di medicazione avanzato. Qui, dopo una nuova medicazione e fasciatura, in barella, dai portaferiti,
vengo trasportato all’Ospedaletto da campo di Plava. Lungo il tragitto passiamo dal posto di
medicazione del nostro battaglione e il tenente medico Fantozzi mi fa fermare per controllare lo stato
della ferita. Mi dice: “puoi raccontarla: la pallottola è passata da una parte all’altra della coscia,
vicinissima all’arteria femorale, senza lederla, per fortuna”. Controlla il cartellino che viene appeso
ai feriti e dà ordine ai portaferiti di proseguire. L’ospedaletto da campo di Plava quando vi arriviamo
è pieno di feriti da non sapere dove metterli. Durante la notte poi si scatena un violento nubifragio
che fa passare l’acqua attraverso il tendone. Questa bagnarola non ci voleva proprio”.
Il giorno 12 Novembre, appena due giorni dopo il ferimento di Antonio Ferraro cadde NUZZO
LUIGI quasi certamente durante i combattimenti di Oslavia.
Nove giorni dopo, nel corso degli stessi combattimenti, sarebbe scomparso anche il nostro soldato
DE LUCIA ARCANGELO di Raffaele nato a Santa Maria a Vico il 20 Novembre 1895, disperso il
21 Novembre 1915 a Oslavia in combattimento.

127° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA FIRENZE
Soldato MAZZONE GIUSEPPE di Luigi nato a Santa Maria a Vico il 15 Giugno 1894, disperso il
21 Novembre 1915 sul Medio Isonzo in combattimento.
In vista della III battaglia dell'Isonzo, la "Firenze" torna operativa il 18 ottobre: il 20 il 128° è
dislocato nel settore di Plava, mentre il 127°, alle dipendenze della 4a divisione, è chiamato in azione
contro il Monte Sabotino (nel Goriziano): entrambi i reggimenti però non riescono a raggiungere gli
obiettivi loro assegnati.
Alla fine del mese la Brigata è di riposo a Zapotok (it. Zapotocco), ma dopo poco il 128° è richiamato
in linea, per operare dapprima nel settore compreso tra Ložice ed Anhovo (it. Anicova), e poi nell'area
di Plava. Per tutto novembre il reggimento è impegnato, con la 3a divisione, in azioni volte alla
conquista del settore del Monte Kuk, tra Zagora e Zagomila.
Frattanto, il comando di Brigata e reparti del 127° sono chiamati ad operare ad Oslavia fino a che,
il 1° dicembre, non vengono mandati a riposo in località Novacuzzo.
Elementi come la data 21 Novembre 1915, la località Oslavia sull’altopiano di Asiago e la tremenda
sorte di “disperso” sembrano accomunare MAZZONE GIUSEPPE e DE LUCIA ARCANGELO,
forse due amici scomparsi nello stesso giorno e condiviso la stessa sorte.

134° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA BENEVENTO
Soldato MIGLIORE LUIGI di Alfonso nato il 28 Agosto 1890 a Santa Maria a Vico, morto il 25
Luglio 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Soldato SGAMBATO ALESSANDRO di Custode nato il 1° Novembre 1889 a Santa Maria a
Vico, disperso il 25 Luglio 1915 sul Carso in combattimento.
Soldato PESCE SEBASTIANO di Luigi nato il 27 Settembre 1889 a Santa Maria a Vico, morto il
26 Luglio 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Soldato NUZZO DOMENICO di Nicola nato il 25 Gennaio 1888 a Santa Maria a Vico, disperso il
28 Luglio 1915 sul Carso in combattimento.
Soldato DE LUCIA DOMENICO di Nicola nato il 15 Aprile 1888 a Santa Maria a Vico, morto il
31 Luglio 1915 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Dal 7 al 12 Giugno la Brigata partita da Napoli e Maddaloni è riunita a Risano (presso Pavia di Udine),
alle dipendenze della 27a divisione: da qui è trasferita ad inizio luglio nell'area compresa tra San
Valentino e San Lorenzo come riserva della III Armata. Tradotta quindi fra Redipuglia e Soleschiano
(nei pressi di Manzano), il 133° resiste il 24 luglio ad una violenta puntata nemica, mentre il 134°
partecipa all'offensiva per la conquista di Monte Sei Busi, durante la quale riesce ad occupare
dapprima quota 111 e poi quota 118 (abbandonata due giorni dopo), a costo di gravissime perdite. Il
contegno ed il «magnifico slancio» con cui quest'ultimo reggimento mosse alla conquista della
posizione, valse alla sua Bandiera la medaglia d'argento al valor militare.
Dopo un periodo trascorso tra riposo, esercitazioni e diversi spostamenti, la Brigata raggiunge alla
metà di ottobre l'area tra Podberg e il mulino di Kambresko. Viene quindi tentato a più riprese il
passaggio dell'Isonzo, ostacolato dalla vigilanza austriaca. Inviata poi nei pressi di Santa Lucia, alle
dipendenze della 7a divisione prima e della 13a poi, trascorre l'ultimo periodo dell'anno nel vano
tentativo di conquistare quelle posizioni.

È il 23 luglio, il 134° fanteria di cui fa parte Giovanni Varricchio (Benevento, 1892/1954)
partecipa ad assalti e ripiegamenti sul Monte Sei Busi, vicino a Redipuglia. Sono alcuni degli scontri
che gli storici riassumeranno sotto il nome Seconda Battaglia dell’Isonzo. Commilitone dei nostri
soldati, nel suo diario ci lascia, con il suo racconto, l’immagine dell’incubo dei giorni e dei luoghi
dove essi caddero.
Monte Sei Busi (GO) il 23 luglio 1915
“La sera del 23, quando noi eravamo nel trincerone, il 14° Regg. Fanteria mosse all’assalto delle
trincee nemiche, ma giuntivi sotto, dovette indietreggiare, perché il nemico fortissimo di numero e
protetto da folti e forti reticolati ed altre opere d’arte gl’inflisse gravi perdite.
Il Colonnello Paolini, Comandante il 134° Fanteria, (Giuseppe Paolini, che arrivò al grado
di tenente generale, dopo il 134° comandò la brigata Benevento; per le azioni sul Sei Busi venne
decorato con la medaglia d'argento al valor militare; sucessivamente, per le azioni a Selz nell’ottobre
del 15, ricevette la medaglia d’oro, è l'ideatore del cimitero degli invitti di Fogliano di Redipuglia,
primo sacrario militare costruito nel dopoguerra, Ndr) aveva avuto ordine di attaccare il nemico il
mattino del giorno 25, ma siccome pensava allo scacco subito dal 14° Fanteria; il giorno 24 volle
assicurarsi di viso il perché di quelle perdite, e si portò in 1° linea (…..) sotto le linee nemiche.
Ritornato a noi, e discorrendo col Tenente Colonnello Viscaldi , Comandante del 3° battaglione,
disse le testuali parole: “Senti, la c’è un reticolato profondo quasi 10 metri solidamente costruito ed
a pochi passi dalla loro trincea; ora se il nostro Comando ne ordina la distruzione con l’artiglieria
bene, altrimenti c’è un affare abbastanza serio”. Infatti gli austriaci avevano scavato la trincea in
un boschetto di abeti nani; e tra la nostra e la loro linea che si trovava in pendio, avevano abbattuto
quegli alberi, troncandoli all’altezza di circa un metro, lasciandone le estremità tagliate per terra,
ed aggrovigliato a tronchi spezzati tanto filo di ferro spinato da costruirne un formidabile riparo.
Alla richiesta del Colonnello Paolini, la nostra artiglieria aprì un fuoco di vera distruzione su quella
barricata producendo un vasto incendio. Data la natura resinosa degli abeti, il fuoco ben presto
divampò propagandosi per tutto il resto di quell’opera di difesa e alimentato dal vento volse in
fiamme dalla parte degli austriaci attaccando il resto del bosco alle loro spalle. Per tal fatto il nemico
cominciò a scappare all’impazzata, un buon numero di esso rimase bruciato sul posto.
Venne la notte, e alle due antimeridiane fu ordinato di versare tutta la biancheria, e fu, Compagnia
per Compagnia dai soldati personalmente, depositata in una casa campestre, tra Ronchi e
Redipuglia. Dopo di ciò fummo riordinati e provvisti di munizioni, quindi ci incamminammo per una
strada e avviati a S. Pietro sull’Isonzo.
Passando per Redipuglia trovammo molti feriti del combattimento del giorno innanzi e tanti altri
ancora giacenti fra quelle rocce in mezzo ai tanti cadaveri non ancora rimossi.
Il mattino, all’alba giungemmo al trincerone tenuto dal 14° Fanteria, i cui soldati aprivano
i passaggi fra i muri della trincea di fronte al nemico, mentre il mio reggimento si metteva a posto.
Dopo di ciò il comandante del 3° battaglione (di cui facevo parte) passeggiando lungo la linea,
ordinava agli ufficiali di far caricare i fucili, lasciare gli zaini, ritirandone le munizioni e metterle
nel tascapane.
Quando fummo bene a posto, e cioè in pieno assetto di combattimento, fu ordinato d’innastare le
baionette.
Allora il T. Colonnello Viscaldi, con l’orologio alla mano tra un profondo silenzio, rivolto alla truppa
disse: “pensate che davanti a noi ci gli austriaci, e noi dobbiamo dimostrarci da veri italiani; siate
sereni e non perdete la calma ed il vostro sangue freddo; avanti per uno!” così tutto il 3° battaglione,
squadra per squadra lasciò la trincea portandosi dalla parte del nemico e, disponendosi per plotoni
affiancati e quindi per uno di fronte.
Dopo di ciò strisciando carponi ci portammo contro il nemico che accortosene cominciò a sparare
facendo qualche morto da parte nostra, ma noi continuammo ad avvicinarci a lui e giunti alla
distanza di circa 50 metri, balzammo in piedi e al grido di Savoia, (T. Colonnello in testa) muovemmo

all’assalto, e malgrado il nemico continuasse a sparare a bruciapelo, sopraffattolo, occupammo la
sua posizione, lasciando però dei morti e dei feriti.
Il nemico (circa 700 uomini) si arrese”.
Il 134° Reggimento Fanteria fu impiegato proprio nel settore del Monte Sei Busi, dal 21 luglio al 22
agosto, partecipando agli assalti alla quota 118 del Monte Sei Busi del 24 luglio e del 2 agosto
(Seconda Battaglia dell'Isonzo): nella prima occasione, il 134° riuscì ad occupare la quota, dovendo
poi retrocedere a causa dei contrattacchi imperiali; nel secondo attacco, il fuoco di sbarramento
dell'artiglieria austro-ungarica impedisce il successo dell'azione, peraltro assai sanguinosa. In quel
mese di operazioni sul Monte Sei Busi, il 134° Fanteria perse 13 morti, 28 feriti e 5 dispersi tra
gli ufficiali, 82 morti, 972 feriti e 327 dispersi tra la truppa.
Questi aridi “numeri” comprendono anche i nostri Migliore, Sgambato, Pesce, Nuzzo e De Lucia

Giovanni Varricchio
134° reggimento fanteria, brigata Benevento

Graffito in una trincea del Monte Sei Busi
(F.to Marco Pascoli)

Pagine del diario di Giovanni Verdicchio

Sui campi delle Fiandre sbocciano i papaveri
in mezzo a tante croci, che, in lunghe file uguali,
segnano il nostro posto, una per ciascuno.
(John McCrae, Nei campi delle Fiandre -1915)

1916

70° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA ANCONA
Soldato FRUGGIERO VINCENZO di Luigi nato il 15 Settembre 1893 a Santa Maria a Vico,
disperso il 20 Ottobre 1916 sul Monte Fior in combattimento
Fruggiero Vincenzo doveva far parte del Terzo Battaglione del 70° Reggimento, comandata dal
Magg. Augier Alfredo, essendo stato formato il 24 Maggio 1915 e sciolto nel Dicembre 1916 mentre
il primo e il secondo battaglione erano stati già sciolti nel 1915.
Il monte Fior è una montagna delle Alpi alta 1.824 m e si trova nella parte centrale dell'altopiano dei
Sette Comuni sul gruppo montuoso delle Melette.
Con il generico nome di Melette si intende un gruppo di rilievi montuosi situati nella parte
settentrionale dell'Altopiano di Asiago (a sud della Piana di Marcesina). L'altitudine del massiccio
arriva fino a circa 1800 m s.l.m.
La zona è carsica e presenta caratteristiche tipiche di questo ambiente come ad esempio estese
pavimentazioni rocciose dette karren. Un'altra peculiarità sono le formazioni rocciose a strati presenti
soprattutto nel versante est del Monte Fior, dette localmente città di roccia.
la Brigata sotto il comando della 44a divisione, nel settore del Pasubio avanza fino al forte
Valmorbia,contribuendo alla ripresa del Monte Trappola. Fino al settembre rimane di presidio in
questo settore, prima di partecipare ad un tentativo di riconquista dell'Altipiano di Col Santo che
si conclude con un nulla di fatto.
Il periodo invernale vede la Brigata alternarsi tra servizio in linea e messa a riposo
73° e 74° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA LOMBARDIA
Soldato CARFORA CESARE di Giovanni, nato a Santa Maria a Vico il 14 Giugno 1882, morto il
3 febbraio 1916 nell’ospedaletto da campo n. 219 per malattia.
(73° RF) Soldato NUZZO VINCENZO di Antonio, nato a Santa Maria a Vico il 12 Marzo 1884,
morto il 9 Agosto 1916 nella 21^ sezione di sanità per ferite riportate in combattimento.
Soldato DELLA ROCCA PIETRO di Pasquale, nato il 4 Gennaio 1885 a San Felice a Cancello,

morto il 12 Agosto 1916 nell’ospedale da campo n. 009 per ferite riportate in combattimento.
Soldato GIGLIO PASQUALE di Biagio, nato il 24 Marzo 1894 a Cervino, morto il 4 Novembre
1916 nell’ospedaletto da campo n. 79 per ferite riportate in combattimento.
Nel registro dei nati della Parrocchia di Cervino si legge che:
“A di ventisette marzo

milleottocentonovantaquattro d. Gennaro Piscitelli con permesso ha
battezzato un bambino nato alle 11 pomeridiane del giorno 24 corrente da : Biagio Giglio fu
Pasquale ed Anna Savinelli di Angelo ambi domiciliati qui contrada Valentini.: il nome Pasquale. La
Madrina e Levatrice Gelsomina Macchia di S. Maria a Vico”.
Il 24 Novembre 1915, 4^ battaglia dell’Isonzo (10 Novembre – 5 Dicembre), dopo sanguinosi
combattimenti, il I/73° raggiunge i caseggiati di Oslavia, dove solo tre giorni prima, risultò disperso
DE LUCIA ARCANGELO di Raffaele (Santa Maria a Vico 20 Novembre 1895-Oslavia il 21
Novembre 1915).
A dicembre la Brigata venne messa a riposo.
Il 23 gennaio 1916 la Brigata rientra alle dipendenze della 4° divisione, riprendendo così gli
attacchi al Sabotino; il giorno 27 un battaglione del 74° prestato alla 27° divisione, occupa con un
violento assalto la trincea nemica detta del “Lenzuolo Bianco” dal nome di una casa tutta intonacata

di bianco, che appariva fra due alberi a guisa di un grande lenzuolo disteso. mentre il prosieguo
dell’azione verso la quota 188 non riesce.
Può supporsi che, se non ferito in precedenti scontri, CARFORA CESARE possa essere stato
gravemente ferito nei combattimenti per la conquista del monte Sabotino.

Monte Sabotino uccisi dall'artiglieria nemica 1916
(da www.cimeetrincee)
Fino a metà marzo la Lombardia rimane sotto il Sabotino, intenta alla costruzione di trincee e
camminamenti con lo scopo di avvicinare maggiormente la linea avversaria.
Dall’11 al 16 marzo la Brigata opera azioni dimostrative con forti pattuglie verso il Sabotino, per
favorire l’attacco alla sua destra della 11° divisione: il nemico tenta diverse volte di scendere dal
Sabotino in forza per riprendere alcuni elementi di trincea perduti, ma viene sempre respinto. Dopo
un periodo di riposo, il 15 maggio per l’improvviso accendersi di violentissimi combattimenti sugli
altipiani Trentini, la Brigata viene inviata sull’Altipiano d’Asiago tra Pennar e Bertigo ed il 24 maggio
contrattacca il nemico nel settore del Portule e cima Dodici senza riuscire a bloccarne l’avanzata, nei
giorni seguenti arretra su posizioni poco adatte alla difesa, sino a fermarsi sulla linea Valbella –
Pennar. In giugno, quando l’esercito italiano contrattacca per rioccupare le posizioni cedute al
nemico, la Lombardia opera verso il monte Interrotto ed il Rasta, ma gli austriaci riescono a resistere
vanificando ogni tentativo dei nostri fanti.

All'alba del 29 giugno 1916, nella zona del S. Michele, fece la sua tragica apparizione un nuovo
crudele mezzo di lotta: il gas asfissiante. Sorpresi nel sonno, in pochi minuti persero la vita 2.700
uomini dell'XI Corpo d'Armata, mentre altri 4.000 rimasero gravemente intossicati.
Stabilizzatosi il fronte negli altipiani trentini, la Brigata torna sull’Isonzo, dove partecipa alla VI°
battaglia dell’Isonzo operando contro il San Michele .
La sesta battaglia dell’Isonzo (4 – 17 Agosto) prevedeva due attacchi principali ai lati del campo
trincerato di Gorizia dalle alture del Sabotino al Podgora e dal S. Michele a Doberdò; altra azione
diversiva doveva essere sferrata con adeguato anticipo sul settore di Monfalcone.

Vittime del gas in una trincea del San Michele
f.to da: LA GUERRA CHIMICA Tratto da Storia Illustrata
anno 1970, del mese di giugno, numero 151. Autore: Giuseppe
Mayda

L'operazione, che venne affidata alla 3°
Armata era stata preparata accuratamente;
per la prima volta sul fronte italiano si
affiancava al cannone la bombarda, nata per
infrangere la barriera dei reticolati. Dopo un
poderoso tipo di preparazione furono
conquistate di slancio le importanti
posizioni del Sabotino e le tanto contrastate
cime del S. Michele. Il 9 agosto le nostre
avanguardie entravano in Gorizia e quindi si
attestavano oltre il Vallone. La 6° battaglia
dell'Isonzo costituì un grande successo per
gli italiani che inflissero agli austriaci la
perdita di 41.835 uomini e di ingente
materiale bellico.

NUZZO VINCENZO potrebbe essere stato colpito a morte in questa fase della guerra.
Il ripiegamento operato dagli Ungheresi sul Carso per ripristinare la linea difensiva principale dopo
la nostra conquista di Gorizia, trova la Lombardia pronta all’inseguimento; nei giorni successivi i
combattimenti si spostano oltre il vallone contro il Nad Logem che viene occupato completamente
Sabato 12 e Domenica 13 Agosto, e stando alle date, DELLA ROCCA PIETRO potrebbe essere
stato colpito durante questi combattimenti.
All’inizio della VII° battaglia dell’Isonzo, la Brigata è schierata contro il Veliki, riuscendo ad
occupare alcuni elementi di trincea nemica verso la quota 265.
Provata dalla dura lotta ed in attesa di nuovi complementi i due gloriosi reggimenti vanno a riposo
sino allo scoppio della IX° battaglia dell’Isonzo, quando è richiamata in prima linea per completare
la conquista del Veliki, avanzare contro il Pecinka e, ultimo obiettivo, prendere il costone del Dosso
Fajti. Il 2 novembre la Brigata, superati i primi due ostacoli, è davanti al Fajti, l’avversario oppone
però dura resistenza; tuttavia i fanti della Lombardia con un ultimo assalto alla baionetta sloggiano il
nemico dal costone conteso, riuscendo poi a rimanervi nonostante vengano ripetutamente
contrattaccati.
GIGLIO PASQUALE, morto il 4 Novembre durante questi assalti è forse caduto?
Durante i combattimenti sostenuti dal Veliki al Fajti, la Lombardia ha catturato oltre 1000 prigionieri
e fatto abbondante bottino di armi e munizioni, ma 1400 soldati e 38 ufficiali sono da considerarsi
fuori combattimento. Per le magnifiche prove di valore sostenute da agosto a fine novembre, alle
bandiere di guerra dei due reggimenti venne concessa la Medaglia d’Oro.

51° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA ALPI
Soldato DE LUCIA VINCENZO di Francesco nato a Santa Maria a Vico il 31 Maggio 1894,
morto il 13 Dicembre 1916 sul Monte Col di Lana in seguito a caduta di valanga.
Il Col di Lana, alto 2462 metri, sorge tra la Marmolada, il Boè e il Gader, congiungendo le Dolomiti
orientali con quelle occidentali.
Dal 20/11/1915 al 27/05/1917 fu al comando del 51° Reggimento Fanteria il Col. De Maria Nicola
Durante l’inverno le truppe debbono lottare principalmente contro il pericolo delle valanghe, una di
queste il 9 marzo travolge nei loro baraccamenti alcuni reparti, causando la morte di 13 ufficiali e 148
soldati. Nella notte sul 22 marzo, un battaglione del 52° fanteria, vincendo un ripido pendio gelato,
assalta e conquista una linea nemica avanzata sulla destra del Cordevole, lungo il tratto Col di Mesara
– Crepa Rossa.
La lotta è durissima. Il 17 aprile 1916 si fa brillare una mina per conquistare la cima, eppure lo scoppio
non risolve la situazione strategica. Si continua poi a combattere per l’occupazione del monte Sief,
difeso dagli Austriaci.
Da aprile a luglio viene effettuata una serie di piccole azioni per migliorare l’occupazione della
Marmolada verso forcella Serauta, alla quota 3065.
Nei soli giorni 12 e 13 dicembre del 1916 si ebbero su tutto l'arco alpino circa 10.000 morti causati
da valanghe, tanto che furono chiamati la "Santa Lucia Nera".
13 dicembre 1916: Valanga di Valon Tofàna, più di 4 milioni di metri cubi di neve, con ostruzione
della strada delle Dolomiti. Si rese necessaria una galleria. La neve in certi punti raggiunge i 18 metri.
E’ stata la valanga di Valon Tofàna ad uccidere DE LUCIA VINCENZO.
L’esercito italiano conquista le posizioni partendo dal basso verso l’alto, lasciando sul campo migliaia
di caduti e feriti: ogni sasso resta letteralmente bagnato di sangue. Per gli Italiani e per le popolazioni
Ladine, il Col di Lana è il Col di ferro, il Col di sangue.

59° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA CALABRIA
Soldato VIGLIOTTI VINCENZO di Giuseppe, nato il 29 Dicembre 1894 a Santa Maria a Vico,
morto il 28 Aprile 1916 a Frosinone per malattia.

55° REGGIMENTO FANTERIA MARCHE
Soldato CRISCILLO ALFONSO di Saverio, nato il 29 Luglio 1895 a Santa Maria a Vico,
scomparso il 6 Giugno 1916 in seguito ad affondamento di nave.
Il 55° Reggimento Fanteria "Marche" insieme al gemello 56° si trovava dall'8 febbraio 1916 in
Albania, zona di Valona, avendo il compito, fra l'altro, di aiutare l'esercito serbo (vittorioso nei
confronti del Generale austriaco Potiorek) che, a marce forzate, portava con sè in ritirata oltre 40000
prigionieri austriaci; questi ultimi, che erano la prova della vittoria serba nei confronti degli
austriaci, dovevano essere trasferiti in Italia. Per rompere il contatto con l'esercito austriaco che
incalzava i serbi era necessario che tale trasferimento dovesse essere effettuato con la massima
celerità. Le prime avanguardie del 55° Fanteria riuscirono ad avvistare la colonna in ritirata: soldati,
vincitori e vinti per lo più scalzi, coperti di stracci, affetti da scabbia e colera, diretti all'Asinara (di
questi ne giunsero nell'isola poco più di 3.000).
Un testimone oculare descrive i fatti con le seguenti parole:

"Sulla via di Valona si profila una massa nera: è una lunga colonna di prigionieri austriaci. Arriva
lentamente scortata dai nostri soldati.
Procedono a gruppi, sorreggendosi. Non sono più uomini, sono spettri vaganti dagli occhi pieni di
follia e di morte.
Formano gruppi strani. Cinque o sei di loro camminano appoggiandosi ad una pertica che due meno
sfiniti, reggono alle estremità: ma di tanto in tanto qualcuno lascia l'appoggio e si lascia cadere per
non alzarsi più.
Un altro prende il posto del caduto, appoggiandosi a quella parte di pertica dell'agonia.
Quelli che vengono dietro si spostano per non inciampare nel caduto e proseguono indifferenti
tentando di affrettare il passo per arrivare più presto al mare, al luogo di sosta per l'imbarco che già
vedono.
Ma la maggior parte di loro è giunta a Valona per morirvi, poichè nonostante ogni miglior volontà,
lo zelo dei soldati e l'affannarsi dei medici, le condizioni dei prigionieri sono tali da non poter bastare
a salvarli..."
Il Generale Luigi Cadorna, avendo avuto sentore di una forte controffensiva dell’esercito austroungarico sul fronte trentino e sull’Altopiano di Asiago, il 29 aprile 1916 ordinava il rimpatrio della
Brigata "Marche" per contribuire alla costituzione di un Corpo d’Armata di Riserva nella pianura
vicentina.
Nella notte tra il 7 e l’8 giugno 1916 il 55° Reggimento Fanteria si portò sulla spiaggia di Valona
all’altezza di Janiall. L’imbarco del personale e delle salmerie (il Reparto era someggiato) ebbe inizio
alle otto del mattino da uno dei moli del porto
Sul Piroscafo "Principe Umberto" trovarono posto il Comando del Reggimento al completo
(Comandante Col. Ernesto Piano), il I° ed il II° Battaglione più due Compagnie del III° Battaglione
(la 11^ e la 12^).

Colonnello Ernesto Piano

Tenente di Vascello Friedrich Shlosser
Comandante del 55° Reggimento Fanteria Comandate dell’U5 che affondò il
“Principe Umberto”

Piroscafo Principe Umberto
Le f.to sono tratte da: pietrigrandeguerra.it
Su un altro piroscafo, il "Ravenna", oltre al carreggio e le salmerie, furono imbarcatile le restanti
Compagnie del III Battaglione, la 9^ e la 10^, nonché i rimanenti Ufficiali del Battaglione.
Poco prima della partenza, come da prassi, il Comandante navale -Vice Ammiraglio Enrico Millo a
bordo della torpediniera "Alcione", aveva ispezionato la baia senza aver rilevato alcunché di sospetto
.(L’uscita delle navi dal porto di Valona ed il conseguente ingresso nel Mare Adriatico era molto
pericoloso sia per la presenza di mine nemiche che di sommergibili).
L’intero convoglio ,diretto a Taranto e Brindisi ,era composto da nove Unità: in testa la Nave
Esploratore "Libia", a distanza di sicurezza il Cacciatorpediniere "Insidioso", tre miglia dietro il
Piroscafo "Principe Umberto" scortato dai Cacciatorpediniere "Espero" e "Pontiere" che procedevano
a zig-zag per evitare insidie(mine e siluri),a 3mila metri di distanza il Piroscafo "Ravenna"(meno
veloce delle altre navi) scortato dal Cacciatorpediniere "Impavido": seguivano due piroscafi meno
veloci diretti a Gallipoli e Taranto.
Il convoglio salpò alle ore 19,00 dell8 giugno 1916, la navigazione stava procedendo tranquillamente
quando il Piroscafo "Principe Umberto", ancora in vista delle luci del porto di Valona,10 miglia a
sud-est di Punta Linguetta, avvertì una forte esplosione: Il panico si diffuse su tutto l’equipaggio, si
gridò "al siluro", la nave colpita al centro si spaccò in due ed affondò nel giro di pochi minuti..

Rara immagine dell'affondamento del piroscafo
"Principe Umberto"
da:55fanteria.it/il-fatto

Il “Principe Umberto” Superstite
Muraro Giulio – Vogliano Veneto
da: pietrigrandeguerra.it

Il sommergibile austriaco che aveva silurato con successo il "Principe Umberto" era l’U5 il quale
faceva la spola tra Taranto e Valona alla ricerca di navi nemiche, civili o militari, che navigavano in
quella zona di mare. Il suo Comandante (Tenente di Vascello Friedrich Shlosser), stando a quello che
scrisse nel rapporto dopo l’accaduto, sembra non sapesse nulla del convoglio appena salpato da
Valona: con l’approssimarsi della sera stava per andarsene e fare ritorno alla base di Cattaro quando
sul periscopio si stagliò la sagoma del Piroscafo.
Furono lanciati due siluri:uno andò a vuoto, l’altro colpì la nave e successivamente provocò lo
scoppio delle caldaie .
Fu la più grande tragedia navale italiana: perirono 52 Ufficiali e 1764 soldati del 55° Reggimento
Fanteria "Marche" e 110 marinai dell’equipaggio.
Per alcuni giorni emersero dal mare sulla spiaggia di Valona decine di corpi straziati ed irriconoscibili
che furono sepolti senza nome tra gli ulivi ai bordi della strada che da Valona sale verso Kanina.
Quel cimitero sistemato fu da tutti chiamato "il cimitero del 55° Reggimento".

Il cimitero di Valona oggi non più esistente. Dopo la guerra le salme furono traslate nel sacrario di
Bari (da: : pietrigrandeguerra.it)
I superstiti dell’immane tragedia, compresi i numerosi feriti, furono imbarcati sul Piroscafo "Vittorio
Emanuele" ed il giorno 12 giugno giunsero a Taranto. A tutti i superstiti non fu consentito di
rientrare temporaneamente a casa per salutare i propri cari……..
Era imbarcato sulla nave il Capitano Luigi Covra, nato a Treviso l’11 novembre 1891 che descrive
l’accaduto nel modo seguente:
Alle 7 di sera del giorno 8 il piroscafo mosse dal porto di Vallona; poco dopo apparvero due
aeroplani nemici i quali, visto questo grande trasporto di truppe non tardarono di ritornare indietro
per avvertire subito chi di dovere….Infatti alle 9,10 precise…una forte detonazione accompagnata
dall’immediato sbandamento della nave viene a troncare il forte 55°.
Era un siluro austriaco, lanciato da un sottomarino, che ci colpiva! A stento si vedeva la terra
albanese, l’isola di Saseno; ci si trovava in pieno mare a circa 10 miglia dai porti di Vallona!Non vi
so descrivere che successe all’atto del siluramento: erano oltre 2000 persone che urlavano , che
invocavano aiuto, che piangevano, che impazzivano, che si sparavano, che si abbracciavano per

morire…Che strazio! In mezzo a tutta questa scena orrenda, il mio spirito però rimase imperplesso
e passato l’attimo di indecisione sul da farsi, mi precipitai in una lancia vicina……Non appena
montato, uno disperato, taglia un capo solo delle funi di sostegno; la lancia si rovescia e tutti
facciamo un volo di circa 12 metri in mare. In tale frangente molti soldati andarono a sbattere contro
il fianco della nave ancora in moto, altri contro altre scialuppe ridotte a pezzi, altri ancora che non
sapevano nuotare trovarono la morte immediata nell’acqua. Non so come e perché io in tale volo
non riportassi che una contusione al poso destro, un’altra al braccio sinistro ed una terza forse più
pericolosa al costato destro. Ad ogni modo la forza della disperazione mi sostenne e nonostante fossi
completamente vestito e non indossassi il salvagente, mi mantenni a galla per tre quarti d’ora. In
cinque minuti il povero "Principe Umberto" calava a picco ed il mare ingoiava migliaia di persone;
sullo specchio d’acqua debolmente illuminato dalla luna non si vedeva che ombre nere che lottavano
con la morte, il silenzio del mare tranquillo era rotto dalle voci che imploravano aiuto, che
disperatamente chiamavano la mamma, la moglie, i figli. Io cercavo un rottame di legno qualsiasi
per poter resistere più a lungo in mare. La fortuna mi assecondò: m’incontrai con il capitano Marcias
e con un soldato della mia compagnia che erano appoggiati ad una tavola; mi unì a loro e così
riposando ora sul braccio sinistro, ora sul destro potei assicurare la mia salvezza. Le due
torpediniere di scorta non appena la nave fu silurata cercarono il sottomarino infame, ma non
riuscirono a catturarlo, dopo di che corsero in aiuto ai naufraghi.
Io fui raccolto dopo ben tre quarti d’ora di bagno dalla torpediniera "Espero" ove mi furono
prodigate le prime amorose cure. Poco dopo giunse anche il capitano Ghirardi, pesto alle ossa; ci
abbracciammo e piangemmo a lungo. Al ritorno al porto di Vallona, ove giungemmo verso le 2 di
notte, ci trasbordarono sul piroscafo "Vittorio Emanuele" ove trovammo il comandante la piazza
di Vallona Tenente Generale Piacentini il quale mi strinse la mano e mi ammirò perché mentre
salivo a bordo, sia pure a stento, fumavo avidamente una sigaretta regalatami da un marinaio. Era
l’eccitazione del momento che mi faceva forte: durante la notte mi accorsi di stare male, febbre
altissima e delirio…Dei 220 uomini della compagnia sono rimasto con 82, ho perduto tutti gli
Ufficiali……. Scrivetemi presto e siate contenti che sia rinato l’8 giugno 1916. Con tutto l’affetto
Vostro Gino "

Soldati morti del 55° Reggimento Fanteria con l’affondamento del piroscafo “Principe
Umberto”
Comune di Caserta e provincia:

1. Seneca Ernesto Arturo (Ailano)
2. Abbraccio Sisto (Alife)
3. Merola Michele (Alife)
4. Aversano Beniamino (Alvignano)
5. Reveglia Domenico (Alvignano)
6. Cecere Domenico (Aversa)
7. Oliva Luigi (Aversa)
8. Rubino Raffaele (Aversa)
9. Paolino Antonio (Caiazzo)
10. Di Santo Alfonso (Carinaro)
11. Cuzzovoglia Carmine (Casagiove)
12. Vitale Pasquale (Casagiove)
13. Di Bona Vincenzo (Casal di Principe)
14. Crocetta Francesco (Casapulla)
15. Dell’Aquila Ciro (Caserta)
16. Palmieri Giuseppe (Caserta)
17. Quarzello Salvatore (Caserta)
18. Sparano Francesco (Caserta)
19. Tassitone Giovanni (Caserta)
20. Zampella Giovanni (Caserta)
21. De Biase Nicola (Castel Campagnano)
22. Gallo Giuseppe (Castel Campagnano)
23. Russo Rocco (Castelvolturno)
24. Piscitelli Giuseppe Costantino
(Cervino)
25. Amodio Salvatore (Curti)
26. Ferriero Alessandro (Curti)
27. Merola Angelo (Curti)
28. Avvertenza Giovanni (Frignano Piccolo)
29. D’Alessio Paolo (Frignano Piccolo)
30. Cassella Carmine Maria (Gioia
Sannitica)
31. Sciorio Domenico (Grazzanise)
32. Vaccaro Luigi (Letino)

da:55fanteria.it/il-fatto

33. Becchimanzi Luciano Gennaro
(Lusciano e Ducenta)
34. Beato Antonio (Maddaloni)
35. Bottone Antonio (Maddaloni)
36. Amoroso Michele (Marcianise)
37. Di Fuccia Alessandro (Marcianise)
38. Natale Pietro Alessandro (Marcianise)
39. Persico Giuseppe (Marcianise)
40. Sorvillo Antonio (Orta di Atella)
41. Gagliardi Antonio (Piedimonte d’Alife)
42. Marrocco Bartolomeo (Pietravairano)
43. Passarella Giuseppe Gaetano (Prata
Sannita)
44. Grande Carmine (Presenzano)
45. Della Torre Elviro (Riardo)
46. Mancini Florindo (Rocca d’Evandro)
47. Zagaria Nicola (San Cipriano d’Aversa)
48. Cioffi Giovanni (San Nicola la Strada)
49. Actis Bernardo (San Prisco)
50. Castello Francesco (Santa Maria Capua
Vetere)
51. Luongo Donato (Santa Maria Capua
Vetere)
52. Papale Pasquale (Santa Maria Capua
Vetere)
53. Spierto Francesco (Santa Maria Capua
Vetere)
54. Troiano Alfredo (Santa Maria Capua
Vetere)
55. Criscillo Alfonso (Santa Maria a Vico)
56. D’Alessandro Pietro (Succivo)
57. Di Marsilio Vincenzo (Succivo)
58. Di Viglio Vincenzo (Succivo)
59. Mauro Nicola (Teano)
60. Santantonio Domenico Antonio (Teano)

5° REGGIMENTO BERSAGLIERI
Soldato NUZZO GIOVANNI di Felice, nato il 24 Giugno 1895 a Santa Maria a Vico, morto il 13
Febbraio 1916 a Treviglio per ferite riportate in combattimento.
E’ sepolto a:
Nome:

GIOVANNI

Cognome:

NUZZO

Data di Nascita:

1895

Luogo di Nascita:

-

Luogo Sepoltura:

TREVIGLIO - CIMITERO COMUNALE

Data Decesso:

13/2/1916

Luogo Decesso:

-

Treviglio è un comune della provincia di Bergamo in Lombardia.
Sulle tracce del 5° Reggimento bersaglieri e dei luoghi dove ha combattuto può dedursi che:
L’8 Dicembre del 1915 il Reggimento scende a Selice il 12 assume le difese delle posizioni di Dolje
versante orientale del Mrzli. Il 3 Gennaio 2016 il nemico attacca le postazioni avanzate del Dolje
occupando una porzione della trincea che più tardi viene riconquistata e poi di nuovo perduta.
Con ripetuti attacchi eseguiti con impeto dai nostri, si scuote la resistenza nemica e il giorno 7 i
bersaglieri ritornano in possesso del terreno perduto.
E’ qui che NUZZO GIOVANNI fu ferito a morte.

.
Trincee sopra Dolje (Tolmino) 1916
(Museo Centrale del Risorgimento http://www.14-18.it/album/foto/9639)

Il monte Mrzli che sta al di là dell'Isonzo è fronteggiato dalla catena del Kolovrat da cui discendono
le principali valli Udinesi (Natisone esclusa) che portano nel piano a Cividale. Al Mrzli si accede da
Caporetto o da Tolmino e proprio da qui gli austroungarici presero la via che discende le valli, la via
più corta per aggirare lo schieramento della II e III armata fino al mare.

.
Per lo scenario della battaglia di monte Mrzli ci affidiamo allo scritto di Osvaldo Amari:
“Il Monte Mrzli (chiamato più semplicemente dai soldati italiani Monte Smerle, forse a causa del
suo aspetto merlato insieme al Vodil oppure per la storpiatura del nome dall’impossibile pronuncia)
svetta lungo la valle dell’Isonzo, tra la Bainsizza e Caporetto, appena al di là della frontiera tra Italia
e Slovenia. La sua forma ricorda un cono, la sua cresta è lunga poco più di 300 metri, solcata
interamente da un trincerone austriaco.
La vetta si raggiunge marciando per due ore dal paesino (odierno, ai tempi non poteva che essere
un pugno di case) di Krn. Da quota 1100, l’ultimo sforzo è arduo, il terreno scivoloso e insidioso.
Avete appena lasciato filari di vecchi faggi che segnavano in quel punto la linea tra i due eserciti,
uniti da reticolati a forma di magre braccia che spuntano dal cuore dei fusti. Agli antichi fili robusti
i pastori hanno aggiunto altre file di ferro appuntito per impedire la fuga o la caduta degli animali
nei precipizi. Per quasi tutti i manufatti di questa zona della montagna sono stati utilizzati residuati
bellici, filo spinato e lamiere. Le piccole case di legno sono costruite a palafitta, e nella parte
inferiore è custodito il foraggio.
Lo sciogliersi della neve a primavera crea degli impressionanti pozzetti bianchi (ghiaccio) che fanno
indovinare le imponenti esplosioni e, prendendo in mano le grosse schegge deformi trovate nelle
buche, si rimane colpiti dalla loro pesantezza. Ovunque sembra che sassi arrugginiti emergano dalla
terra, sono piccole schegge, appuntite e taglienti. Tra una buca e l’altra i piedi vengono imbrigliati
da fasci di reticolati, emersi come frutti della terra, come cespugli spinosi di rovi o di rose, con radici
e fiori. Appena in vetta si striscia dentro il trincerone e si guarda finalmente in basso. Resti di gavette
e di scarpe, bossoli e lamiere ovunque. La pietosa consuetudine vuole che chiunque trovi del
materiale bellico debba riporlo in evidenza sulle rocce.
A valle, in fondo all’orrido di 1356 metri, l’Isonzo dalle acque di celeste intenso. Lo spettacolo è
immenso, verso ovest il Monte Kolovrat (al di là del fiume), ad est il Monte Krn (Monte Nero più
maestoso di quanto possano dire le sue quote), la sua parete rocciosa coperta di neve, verso sud la
piana di Tolmino e a nord Caporetto. Le truppe italiane, salendo dai paesi di Gabrje e Volarje,
tentarono più volte il contatto con il nemico appostato in vetta, si avvicinarono molto, quasi a quota
1200, ma non raggiunsero mai la cresta. Per arrestare i tentativi italiani, gli austriaci, favoriti dalla
forte pendenza, lasciavano rotolare anche i sassi. I battaglioni bersaglieri e alpini stavano arroccati
in vertiginosa contropendenza sotto la pioggia, la neve, le pallottole e i massi. Nel 1916, e
specialmente con l’inizio del disgelo, molti soldati, soprattutto quelli provenienti dal sud Italia,
aggrappati per giorni in trincee sfondate e con gli scoli per le acque guasti, dopo giorni ininterrotti
di pioggia gelida, subirono il congelamento degli arti inferiori, andando incontro alle amputazioni.
Ecco alcuni stralci di diari reggimentali che illustrano le difficilissime posizioni italiane su una
montagna così aspra e ripida”.
..... DAI DIARI REGGIMENTALI
“Il 20 gennaio 1916 il comandante del 5° Reggimento Bersaglieri: “Il nemico, oltre a qualche colpo
di cannoncino, ha lanciato nella notte una ventina di bombe con rotolamento di grossi massi sulle
trincee”.
“Il 19 marzo 1916, il comandante del XLVII° battaglione autonomo bersaglieri scrive: “….data la
poca forza disponibile, che non deve essere tutta impiegata, l’impresa si presenta di estrema
difficoltà, dovendosi prima procedere alla conquista di un ripidissimo costone…..L’attacco non si
presenta possibile che dal basso, risalendo il ripido costone e convergendo quindi a destra per
attaccare la cresta in declivio, occupata dal nemico……Alle 19.00 la 2° compagnia, seguita dalla 3°,
sfila verso il basso del costone e, a plotoni successivi, nel massimo silenzio, si inerpica sul pendio del
costone……Alle ore 24.00, con poche perdite, la 2° compagnia è arrivata sull’alto del costone e
converge a destra verso i reticolati nemici, davanti ai quali è arrestata da vivo fuoco di fucileria. Per

disimpegnarla, la 3° compagnia, sostenuta da due plotoni della 4°, è spinta verso il basso del costone
per scalarlo e, risalendo il versante opposto a tergo del nemico, disimpegnare la 2°. Ma un violento
contrattacco del nemico che, dato il vivace chiarore della luna piena ha scorto il movimento, lo
ricaccia nel burrone e molti vi precipitano: cadono i migliori sottufficiali e graduati delle due
compagnie. Totale delle perdite: 9 uccisi, 79 feriti, 16 dispersi. La maggior parte dei dispersi si
ritiene precipitata in burroni
“Il 12 marzo del 1916: “Causa pessimo tempo, i lavori di riattamento dei camminamenti e delle
trincee sono sospesi e nella giornata si cerca di impiegare le squadre per la manutenzione delle
trincee che in certi punti, data la natura del terreno friabile, sono franate, e per il miglioramento
degli scoli delle acque”. Osvaldo Amari
“Marzo 1916: il soldato Costa Isidoro, del 5 reggimento Bersaglieri, dopo una notte di vedetta,
marca visita per avere i piedi gonfi e neri (congelamento). Gli viene immediatamente data la base di
passaggio per recarsi al luogo dove sarebbe passata l’ambulanza per condurlo all’ospedaletto da
campo. Sarà in seguito trasferito all’ospedale di Alessandria (della Paglia). Fortunatamente non
subisce amputazione”

128° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA FIRENZE
Soldato RUSSO ALFONSO di Domenico, nato il 31 Agosto 1894 a Santa Maria a Vico, morto il
18 Marzo 1916 sul Medio Isonzo per ferite riportate in combattimento.
Costituita nel marzo 1915. Reggimenti: 127° 128°. Sciolta nel febbraio 1920. Nel 1916 la Brigata,
dopo un periodo di riposo tra Premariacco e Remanzacco, rientra in linea il 16 febbraio nell'ormai
consueto settore di Plava. Partecipa alla Quinta battaglia isontina (11 – 16 marzo 1916) operando
sul Monte Kuk , la zona Oslavia-Podgora e il Monte San Michele perdendo nei combattimenti oltre
2.000 uomini.
Qui ha vissuto i suoi ultimi giorni RUSSO ALFONSO prima di essere colpito in combattimento.
Opera dei fanti della Firenze in quel settore è la cappella di
S. Luigi.
Un pregevole manufatto, costruito dai soldati italiani della
brigata Firenze nel 1916, che conserva al suo interno
numerose epigrafi e lapidi posizionate dai costruttori e dai
parenti dei caduti. Nel cimitero erano sepolti 2998 caduti
che sono stati riesumati nel 1938 per essere poi traslati nel
Sacrario di Oslavia.
La chiesetta in questione è quella di Plava (Plave in
Sloveno) ed era la cappella dell’ex cimitero militare
Giovanni Prelli.

Nel cimitero erano raccolti i caduti di quel settore di fronte
che andava dalla q. 383 (quota Montanari, quota di Plava o
Blutige Kote, quota sanguinosa, per gli austriaci) a Zagora

che si trova a mezza costa sul monte Kuk e che vari episodi raccontano dei cruenti combattimenti che
si sono svolti per il possesso di questo conteso villaggio, dove in alcuni punti le due trincee distavano
pochi metri l’una dall’altra, per diverso tempo una casa fu occupata da entrambi i contendenti che
erano divisi fra loro soltanto da un muro sbrecciato; Il fronte si allargò successivamente al monte Kuk
e al Vodice.
La costruzione portata a termine nel novembre del 1916 a cura dei fanti della brigata Firenze (128°
RF) era affidata alla cura di un frate dell’ordine dei cappuccini che era il cappellano della Firenze; la
chiesetta venne dedicata a S. Luigi Gonzaga probabilmente per volere del generale Maurizio Gonzaga
suo discendente, che si trovava al comando della 53^ divisione nel settore Kuk-Vodice
Le targhe poste dal 128° RF la prima all'entrata della cappella con i nomi dei costruttori:
Cap.le Guarnori, Cap.le magg, Bonfanti, Cap.le Fabbro, Sold. Nogara, Sold. Povere, Sold. Poltini,
Sold. Zamattio, Sold. Cararo.
La seconda all’interno con l’epigrafe:
Mentre ferveva la tormenta bellica i soldati del 128° regg. fanteria, grazie alle cure e
all'interessamento del colonnello Gualtiero cav. Francesco e del cappellano padre Luigi Magliacani
dei m.... Cappuccini, questo tempietto eresse a perenne testimonianza della loro fede intemerata e
santa - Zagora 16 dicembre 1916.

Il cimitero Prelli subito dopo il conflitto
(cartolina postale)
Il cimitero Prelli contava complessivamente 3546 caduti dei quali 1846 noti 1700 ignoti e 154
austriaci, non era il solo cimitero militare della zona, sotto “la quota” ne sorgeva un altro del quale
rimangono solo un paio di pilastri della recinzione dedicato al generale Montanari, dove erano sepolti
altri 2754 caduti.
Il cimitero Prelli si trovava in un vasto prato in riva all’Isonzo, la cappella di S. Luigi si trova in basso
fra la rotabile che costeggia l’Isonzo e il prativo stesso di fronte all’abitato di Priselje pri Plavah
sull’atra sponda del fiume.
La foto che raffigura la Cappella è con molta probabilità scattata poco dopo la costruzione della
cappella stessa e quelli dovevano essere i tumuli di allora, poi il cimitero è stato risistemato,
probabilmente nel ’19 quando il generale Prelli ha voluto farsi seppellire “assieme ai suoi fanti”…

2° REGGIMENTO BERSAGLIERI
Soldato PISCITELLI NICOLA di Luigi nato il 14 Dicembre 1886 a Santa Maria a Vico, disperso
il 7 Luglio 1916 sul Carso in combattimento.
Il 2° Reggimento bersaglieri dal 14 Aprile al 5 Novembre 1916 fu operativo nei settori di Ravnilaz,
Cukla, Saga (Basso Slatenik – Jama Planina), Plava (Monte KuK).
E’ molto difficile poter ipotizzare dove morì.
134° REGGIMENTO FANTERIA BRIGATA BENEVENTO
Soldato PISCITELLI AGOSTINO di Raffaele nato il 17 Agosto 1885 a Santa Maria a Vico, morto
il 6 luglio 1916 sul Monte Colombara per ferite riportate in combattimento.
Soldato PERRECA GIUSEPPE di Pasquale nato il 21 Dicembre 1881 a Santa Maria a Vico, morto
il 7 Luglio 1916 sull’Altopiano di Asiago per ferite riportate in combattimento.
E’ sepolto a Asiago:


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