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Dorotea De Spirito
Dream
1
La notte è silenziosa
e nel suo silenzio
si nascondono i sogni
Kahlil Gibran
Cammino in mezzo alla strada ed è buio in modo totale, un buio completo, c
he avvolge e inghiotte
ogni cosa. Incrocio visi e persone che a malapena percepisco: appaiono e sc
ompaiono nell’oscurità
senza fermarsi. Nessuno mi trattiene, nessuno mi rivolge più di uno sguard
o veloce. Cammino e mi
sembra di camminare da sempre.
Poi, in fondo a questa oscurità totale, un barlume, una luce.
Mi avvicino, credendo che possa essere l’alba e questa notte sia ormai giunta
al termine.
La luminosità aumenta sempre più, dorata e rossastra, bagnando tutto di tiep
ido chiarore.
E in mezzo a questa luce che ammorbidisce e dipinge contorni più delicati i
ntravedo una figura, una
persona di spalle.
Mi avvicino, mentre il buio si fa più sottile, lontano, difficile da ricordare.
Lascio che la luce mi
avvolga e mi accosto all’individuo misterioso che, immobile, sta guarda
ndo il sole sorgere in
lontananza.
Si volta, la luce gli illumina il volto pallido, serio ma sereno, gli occhi neri
come il buio che è
appena scomparso e lucenti dello stesso chiarore dorato che ci illumina.
Mi fermo e mi sento come il naufrago che tocca terra dopo aver vagato per m
esi e anni, come chi si
è perso da sempre e trova all’improvviso quello che cercava. E ringrazia di es
sersi perso, se perdersi
è stata la condizione necessaria.
Il suo viso è tranquillo, ogni suo tratto racconta qualcosa, qualcosa che non

ho mai vissuto, ma che
mi sembra di ricordare. Come se lo conoscessi da un tempo così antico da sup
erare la mia stessa età.
Come se le nostre anime si stessero salutando complici, senza essersi mai ve
ramente incontrate.
Mi sorride dolcemente e un senso di calma improvvisa mi invade, la calma ass
oluta di chi trova il
proprio posto nell’universo.
Quando si muore, dicono, la nostra intera esistenza ci passa distintamente da
vanti.
Attimi, giorni, mesi e anni si dispiegano in pochi secondi, come fotografie infi
nite; tutti i ricordi
riprendono il posto che è loro assegnato: passato, presente e forse anche qua
lche brandello di futuro.
Io non sto morendo, eppure sento ogni emozione e ogni momento che ho vis
suto danzarmi davanti,
e come tasselli ordinati riprendere il proprio posto.
Guardo questi occhi neri e mi accorgo che tutta la mia esistenza mi ha portat
o qui, a questo strano
incontro con le tenebre alle spalle e la luce a illuminarmi il viso.
= Page 3 =
La vita scorre normale fino a quando, all’improvviso, un’immagine è capace
di fermarla, avvolgerla
e farla ripartire colma di un nuovo senso.
Forse è vero che quando succede qualcosa, qualunque cosa che nella nostra v
ita avrà un significato
o una valenza particolare, il corpo e il cuore non possono fare a meno di nota
rlo.
Il cuore sente che ciò che ha davanti non è semplicemente un viso, o un luo
go, ma qualcosa che da
tempo attendeva. E capisce che ogni gesto, ogni singola esperienza, sono stat
i necessari, nel bene o
nel male, per arrivare a quell’attimo. Da quel momento, tutta la nostra
vita sarà legata a quel
qualcosa: il presente, il futuro e perfino il passato.
E nel mio caso, probabilmente e stranamente, a questo attimo.
Sorride ancora, e quel sorriso segna il punto di fine e di inizio; tutto finisce l
ì e tutto comincia di
nuovo da lì.
Faccio un passo verso di lui, ma inspiegabilmente sento la gamba fer
ma, pesante. Ci riprovo.

Continuo a non riuscire a muovermi. Lo guardo confusa. Il mio corpo pesa, mi
tira verso il basso,
come se volesse strapparmi a questo istante che farei durare per sempre. Pesa
e mi trascina con sé.
Un suono metallico e tagliente si fa strada dentro di me, strappandomi via pr
epotentemente. Fisso il
suo viso un’ultima volta e mi lascio condurre altrove.
Mi sveglio in preda alla sensazione di dolore più forte che io abbia mai prov
ato. Richiudo gli occhi,
li riapro ma è tutto inutile.
Era un sogno…
Faccio fatica ad accettarlo.
Rivedo la scena, la sento sulla pelle, nei polmoni.
Era reale, non poteva non esserlo.
Ci deve essere stato un errore.
L’errore di aver confuso due mondi e di essermi persa nell’attimo più perfett
o della mia vita.
Era soltanto un sogno.
Il cuore sanguina e ogni istante del nuovo giorno che inizia lo rende più conf
uso, lontano e irreale.
Lui che era così reale.

= Page 4 =
2

Entro nel piccolo bar dove faccio colazione ogni mattina. Ancora non riesco
a capacitarmi di cosa
sia successo e continuo a guardarmi intorno con occhi stralunati e una lanci
nante sensazione di
vuoto per quello che fatico ancora a classificare come un sogno.
Mi siedo al solito tavolino, un po’ in fondo e di lato, mi sfrego meccanicame
nte le mani liberate dai
guanti, rabbrividendo un po’.
- Buongiorno Esperia, ben svegliata! Oggi si torna in trincea, eh?
Sussulto al saluto del barista.
- Già, non parlarmene, Bongi.
“Trincea” sta per “liceo”. Mi sembra un paragone più che calzante. Mi
sforzo di sorridere.
Sicuramente il barista ha un nome, ma dopo anni di colazioni mattutine lui è
diventato parte della
mattina stessa e del buongiorno che crea, da qui il nomignolo Buongiorno, a
bbreviato in Bongi.
Sfoglio il giornale, tamburello con le unghie sul tavolino e leggo i titoloni
a mezza pagina cercando
di distrarmi.
Quante brutte notizie, penso amareggiata.
Un attimo dopo fisso il portatovaglioli e scorgo nei riflessi metallici gli occh
i che ho visto nel
sogno.
- Ciao, Esperia!
Due compagne di classe mi si avvicinano.
- Ciao, ragazze! – ricambio il saluto sorridente, piegando il giornale.
Oggi si torna sui banchi, le vacanze di Natale se ne sono andate in un nevoso
colpo di coda e tra
pochi mesi ci aspetta al varco l’esame di maturità. Di questo dovrei preoccup
armi e non di strani
sogni o incubi.
Le mie amiche si siedono al tavolo insieme a me e pochi istanti dopo arriva i
l vassoio con la nostra
stupenda colazione, uno dei pochi momenti piacevoli della giornata.

- Come è andato il week-end? – chiedo dando un morso a un cornetto e cerca
ndo di tornare sulla
Terra.
- È stato piacevole, nonostante il tempo.
- Io ho passato due notti di inferno – dice Martina sbuffando. – Un raffredd
ore tremendo, non ho
dormito per niente.
- Io ho fatto un sogno stranissimo… - mi lascio sfuggire.
- Che hai sognato? – chiede Camilla incuriosita.
Se raccontassi tutto mi prenderebbero per pazza.
- A dire il vero non è stato nulla di così particolare, non c’è paragone con una
notte in bianco per il
raffreddore…
Martina sorride, un po’ perplessa per l’improvviso cambio di argomento, e io
affondo il naso nel
cappuccino. Le lascio chiacchierare e mi eclisso di nuovo sul mio pianeta.
Rivedo quella scena, quel momento che non può essere reale, ma che è sembra
to più reale di interi
anni della mia vita.
= Page 5 =
Mi chiedo come si possa provare quella strana sensazione di pace e benesse
re guardando negli
occhi qualcuno che non si conosce nemmeno.
Mi tolgo l’anello e comincio a giocarci sulla superficie liscia del tavolo. Il p
iccolo gioiello scivola
avanti e indietro, lo seguo con gli occhi, desiderando soltanto di pote
rli chiudere di nuovo e
sprofondare nel mio sogno.
L’anello rotola fino al bordo e cade.
Mi chino a raccoglierlo.
Rialzandomi, fisso per un istante il grande schermo sul muro.
In un programma televisivo del mattino sta andando in onda un servizio su u
n musicista, che in quel
momento accorda la sua chitarra.
La vista dello strumento riaccende il ricordo nella mia testa.
Mi copro gli occhi con le mani e mi viene da ridere. Che sogno da ragazzin
a, penso mordendomi le
labbra e sentendomi una stupida.
Non era affatto uno sconosciuto.
William Holden, musicista e cantante.
William Holden, la superstar.

È passato molto tempo dal giorno in cui mi sono imbattuta in lui la prima vo
lta. Casualmente e nel
mondo reale. Ero poco più di una bambina e mi trovavo all’aeroporto con i m
iei genitori. Ero anche
piuttosto annoiata, accoccolata su una di quelle grandi poltrone nella sala d’a
ttesa, ad aspettare una
aereo che proprio non voleva arrivare, per lasciare una città grigia e fredda,
troppo grigia e fredda se
hai tredici anni e sogni il sole del tuo balcone.
Quella città era Londra.
Annoiata, stanca, persa in frammenti di frasi pronunciate in una lingua che n
on riuscivo ancora a
decifrare e che non mi curavo di capire, in gesti di addio e saluto, abbracci,
carezze, camminate
rapide e tanti, tanti volti che non avevo motivo di ricordare.
E lì, tra i tanti visi, il suo era passato veloce, più veloce di tutti, inseguito d
a una manciata di
persone e valigie. Era giovanissimo: forse un paio d’anni più grande di me.
Sarà stata la noia, l’attesa che sembrava durare un’eternità o magari proprio
quella sensazione che si
prova quando sta per succedere qualcosa di importante… ma non potei fare a
meno di fissare lo
sguardo su di lui.
Ed ecco quel giovane volto incrociare per una frazione di secondo i miei occ
hi stanchi e passare
oltre, lasciandomi lì su quella poltrona, con la valigia rovesciata su un piede
e una strana sensazione
a gravarmi sullo stomaco.
Accanto a me, due ragazze un po’ più grandi avevano sorriso e pronunciato
un nome che non avevo
mai sentito.
William Holden.
Poi l’aereo era arrivato e ci aveva portati via.
Via da quella città umida e cupa. Via da lui.
Tre anni dopo ho risentito quel nome, in televisione stavolta, riferito
a un musicista inglese,
emergente nel mio paese ma già molto noto nel suo. Ho ricordato im
provvisamente il sorriso
emozionato di quella due ragazze, e quella strana sensazione che credevo di
aver dimenticato è
tornata.

Ora sono grande, ho diciott’anni ormai, e un nome strano: Esperia, come quel
lo di una stella, una di
quelle di fuoco e luce e non di rotocalchi e gossip.
Vivo a Firenze, una città che amo tantissimo, e come ogni buona fan, ma acc
ontento di ascoltare
William Holden sui cd e sognarlo a occhi aperti di giorno e qualche volta dur
ante la notte.
= Page 6 =
Come è successo anche ieri, ma sforzo di ricordare. La campanella su
ona in lontananza,
risvegliandomi da ogni torpore, ricordandomi che le lezioni chiamano, che i l
imiti algebrici non si
risolvono da soli e che Plutarco reclama tempo per i suoi scritti.
È lunedì, il week-end è finito e con esso anche le vacanze: finito il tempo dei
sogni, a occhi aperti
così come chiusi.
La vita riprende a girare; attorno a cosa non è dato sapere.
Non c’è tempo per ricordare un sogno, per rimpiangere qualcosa che non è a
ccaduto e che non potrà
mai accadere.

= Page 7 =
3

- Maturità!
Mezza classe sussulta sui banchi.
- Tra pochi mesi questo è ciò che sarete chiamati a dimostrare davan
ti a una commissione:
maturità! - ripete il professore, sbattendo il registro sulla cattedra.

Il suo tono è fermissimo, stile perdi ogni speranza fatti venire un att
acco di panico buttati
direttamente dalla finestra e ringrazia che sei solo al primo piano.
Rabbrividisco all’idea dell’esame.
- Vi assicuro che ci sarà ben poco da ridere! – aggiunge, squadrandoci a un
o a uno. – Correggendo
questi vi posso dire che voi… non siete pronti all’esame.
Mi si chiude lo stomaco.
- Cambiate sistema, non dico altro… - taglia corto – e fatelo in fretta!
Sospiro sul foglio di protocollo con la mia versione corretta. È proprio vero: l
e scuole tutte sorrisi,
canti e balletti esistono solo su Disney Channel.
Il prof legge ad alta voce la traduzione con voce lenta e precisa, indugiando s
ulle costruzioni, sui
verbi. Mi distraggo sulle frasi che ho svolto bene, penso all’autore e guardo
la sua firma in fondo al
testo di latino.
“Ma davvero tutti questi arcaismi li hai messi di proposito? O qualcuno ti è s
olo sfuggito?” gli
domando. “E questa elisione? Questa dannata elisione che mi ha fatto uscire
pazza? Perché l’hai
messa qui? Perché?!”
Lo immagino ridacchiare un po’ e rispondere bonario: “Elisione? Ah sì, lì mi
si era solo spuntata la
penna!”
- Concretezza! – tuona il professore azzittendo violentemente le mie fantasi
e. L’autore spaventato
corre a nascondersi nell’antologia. – Questo è ciò di cui avete bisogno
: una bella doccia di
concretezza.
Si allontana dal mio banco e io riprendo a respirare.
Non so perché, ma queste parole mi fanno paura, molta paura.
Torno a casa con tutto il lunedì che pesa sulle spalle. E non c’è cosa peggior
e di un lunedì invernale
che pesa sulle spalle.
Armeggio con la serratura del portone e percorro, senza bisogno di accendere
la luce, le scale che
conosco a memoria. Fuori sento un temporale che romba e si sfrega le mani p
rima di investire
d’acqua la città. Supero il terzo piano, dove vive mia nonna, e proseguo fino
al quarto. Arrivata a

casa, prima ancora di potermi buttare sul divano, vengo richiamata all’
ordine dal cellulare. La
suoneria mi si pianta tra cuore e cervello. Shadow , di William Holden. Frug
o tra i telefoni nello
zaino e rintraccio il telefono impazzito: un numero conosciuto, preced
uto da un chilometro di
prefisso.
- Ciao, mami!
- Ciao, amore!
= Page 8 =
Sorrido alla voce serena di mia madre.
- Come state? Bella la Tunisia?
- Meravigliosa, ti piacerebbe tantissimo, c’è sempre il sole!
Mi massaggio il piede su cui è planato un libro.
- Allora tornate la settimana prossima! A che ora vi devo venire a prendere a
ll’aeroporto?
La mamma fa una piccola pausa, controllo lo schermo per accertarmi
che non sia caduta la
comunicazione.
- Mami?
- È per questo che ti ho chiamato, tesoro. Dobbiamo stare via per un altro p
o’ di tempo, vogliono
che andiamo in India…
- Un altro po’? Quanto esattamente?
- Due settimane… massimo tre.
Mi lascio sprofondare nella poltrona.
- Oh… okay, va bene.
Mi sforzo di sorridere come se potesse vedermi.
- Mi dispiace tanto… Puoi dirlo tu alla nonna?
- Certo, non ti preoccupare.
Per quanto sia ormai un anno che il lavoro porta i miei genitori a spostarsi s
variate volte ogni mese
e io viva a tutti gli effetti da sola in una piccola casa tutta mia, seppure “vig
ilata” dalla presenza
della nonna al piano di sotto, c’è sempre un po’ di tristezza a non averli into
rno. Non ci si fa mai del
tutto l’abitudine.
- Ora devo andare, tesoro – dice triste mia madre. – Ti abbraccia fortissim
o papà…
- Si, anch’io.
Chiudo il telefono e resto lì seduta, immobile, con il mento appoggiato sul
le ginocchia, godendomi

con gli occhi la mia casetta, come a cercare uno spazio in cui nascondere la
nostalgia dei miei
genitori.
È bello avere un proprio posto, anche se piccolo e disordinato, un posto dove
non ci sono valigie
sempre semisfatte in corridoio o cartelline zeppe di nomi e itinerari di paesi
stranieri che spuntano
da sotto i mobili.
Amerò sempre la mia vecchia casa, ma non la rimpiango poi tantissimo.
Percorro con lo sguardo i contorni del soggiorno, la cucina con le pareti colo
r carta da zucchero,
tinta per cui mi sono battuta e che io stessa ho applicato, lo studio zeppo di
libri, che prima o poi mi
dovrò decidere a riordinare, fino alla porta della mia stanza.
Fuori dalla finestra il temporale continua a tuonare minaccioso. Rabbr
ividisco. Mi rannicchio
ancora di più su me stessa e chiudo gli occhi. Forse, se rimango ferma qui per
un po’, la tristezza se
ne andrà.
Non faccio fatica a richiamare il sogno di stanotte, che mi ha seguito
per l’intera giornata,
persistente come un profumo che non si riesce a scacciare. Questa volta non c
erco di sfuggirgli e
lascio che ritorni da me, con tutta la sua intensità.
= Page 9 =
4

Il sogno che avevo abbandonato riprende esattamente dal punto in cui si era i
nterrotto. La figura di
William ritorna da me, così precisa da sembrare vera.

Ora mi volto e scappo!
Ma mi rendo presto conto che, anche volendo, non ci riuscirei. Non posso fa
re a meno di guardarlo
e di avvicinarmi un po’, mentre è ancora voltato.
La linea delle spalle, la sfumatura scurissima dei capelli, dettagli che conos
co così bene e che
stanotte, scioccamente, ho creduto di non aver mai visto.
Rimarrei così per tutto il tempo, per il tempo sommato di tutte le notti, per
non svegliarmi mai più.
Mi sfugge un sospiro. Esplode nella calma che ci avvolge, come un bicchiere
che cade a terra e si
frantuma in mille schegge. Rompe il silenzio perfetto dell’ambiente che la m
ia mente ha creato.
Rompe l’illusione del nulla.
Lui si volta e mi guarda con gli occhi sgranati per lo stupore, pozzi neri spal
ancati.
Il respiro mi si gela nel petto.
Tu mi hai sentito? Penso esterrefatta. Tu mi vedi? Eppure io non esisto pe
r te. Che sia un sogno o
che sia reale, tu non mi vedi, non mi puoi vedere.
Lui non risponde. Fa un passo in avanti, continuando a guardare nella mia di
rezione, con la fronte
corrugata e lo sguardo fermo in un’espressione confusa.
È il contatto visivo più lungo che un sogno mi abbia mai concesso. Sicuramen
te il più lungo in cui
io possa sperare nella vita.
Svegliati, dice una voce nel mio cervello.
Ancora un attimo, ancora un secondo: mi sveglierò dopo, mi sveglio sempre,
in fondo. Anche se più
resto più farà male, questo lo so. Potrei anche non svegliarmi più, potrei dav
vero. Ho rischiato di
farlo altre volte, sono debole in questo.
Ma è meglio che vada via adesso, finché sono in tempo, finché ne sono anco
ra capace. Mi volto,
guardando in basso, verso la strada che non c’è ma che devo comunque perco
rrere.
- Aspetta.
Voce.
Voce d’argento che riconoscerei tra milioni.
Mi fermo, completamente bloccata dallo stupore, mi volto, con gli occhi spala
ncati dall’incredulità.

Parla, parla ancora, ti supplico.
- Non andare… via – aggiunge.
Faccio due passi verso di lui, splendida ombra senza spessore. E allo stesso t
empo così reale, così
lui.
Un sospiro si libera e fuoriesce ribelle. Lo lascio andare e scuoto il viso.
- Cielo, domani quanto starò male per questo… - dico a me stessa più che al
l’ombra che ho creato.
Lui mi fissa di rimando con aria interrogativa.
- Per cosa? – chiede.
= Page 10 =
Ed è bello, dannatamente bello, continuare a sentire la sua voce.
- Per tutto questo. Perché mi sveglierò e tu non ci sarai più…
Non sembra comprendere, né pretendo possa farlo: è un sogno, un bel
lissimo, orribile sogno.
Mangia la mia realtà, logora i miei pensieri, droga tutto quello che di me con
osco. Però distende il
viso, finalmente sereno, rilassato.
- Ha un bel suono la tua voce! – dice sorridente e qualcosa mi si scioglie den
tro.
Continua a guardarmi con i suoi occhi intensi. Sono così reali che mi fann
o male, come se il
cervello avesse catturato e strappato al tempo quell’istante lontano del suo s
guardo all’aeroporto, e
me lo stesse restituendo moltiplicato per mille volte, qui, adesso.
Mi concentro su quegli occhi:non voglio dimenticarli, farli sbiadire, la
sciarli andare al mio
risveglio. Ma evidentemente mi concentro troppo: la mente ha un sussulto, il
cervello riprende a
muoversi. Dannato mondo. Il suo viso sfuma, ogni secondo ne disfa un pezzet
to. Percepisco già le
mie gambe indolenzite, il velluto della poltrona.
“Non andare, ti prego…” sembra dire il suo sguardo, con un velo di angoscia
, quasi temesse di
rimanere solo in un luogo sconosciuto.
E io per la seconda volta dico addio al sogno più dolce, bello e strano di tutti
.
Ciao, William.
= Page 11 =

5

Sono sveglia ormai da alcuni minuti, ma ancora non mi decido ad alzarmi dal
la poltrona. Sarà che è
davanti alla finestra e non riesco a togliere lo sguardo dalle nubi oltre il vet
ro trasparente. Fuori i
fulmini squarciano il cielo come ricami rabbiosi di luce, i tuoni rombano e la
casa trema, tanto è
forte questo temporale improvviso.
Ho sempre odiato i temporali: mi mettono ansia.
Se fossi stata più piccola, sarei già fuggita nell’angolo più nascosto de
lla casa, barricata
nell’armadio o qualcosa del genere. Invece sono ancora qui seduta e fisso le
nuvole e il cielo scuro
lacerarsi e animarsi cupamente di luce, immobile e attenta come un gatto.
È strano come il cielo possa diventare perfettamente dorato solo prima di un
temporale.
Un lampo intenso getta la sua luce vicinissima, vibrando.
Sorrido debolmente e non mi muovo.
Il sogno appena fatto, ancora lievemente appoggiato alle ciglia, mi infonde
una strana calma e
sicurezza. Il rumore dei tuoni mi giunge all’orecchio leggero, quasi lontano.
Sono ancora immersa in questa strana contemplazione quando il cellula
re si rianima,
costringendomi a distogliere gli occhi dal vetro.
È Camilla.
- Esperia, ciao! Senti, ho un dubbio sul capitolo dodici di storia, la parte su
…
- Storia?!
Camilla ammutolisce.
- Sì, storia… domani c’è il test sulla prima metà del programma, non ti ricor
di?

La telefonata di Camilla ha l’effetto di una sirena antincendio: mi butto sul l
ibro direttamente dalla
poltrona e passo così tutta la serata, a malapena mi fermo per mangiare qual
cosa al volo e bloccare
il termosifone che impazzisce di colpo e inizia a perdere acqua tipo cascata.
Tra un po’ rischio di trovarmi Romani e Cartaginesi che fanno le battaglie nav
ali in salotto.
Solo molte ore dopo realizzo che è drammaticamente tardi e mi si chi
udono gli occhi per la
stanchezza. Le palpebre pesano tonnellate, premono verso il basso e tutte le
idee si mescolano tra
loro.
Esausta cedo e mi butto sul letto ancora vestita, certa che finirò col sognar
e Napoleone e qualcuna
delle dannate sette coalizioni.
Buio e silenzio.
Nulla. Ora so cosa si prova a essere in mezzo al niente, a non percepire nulla
, quasi fossi un
fantasma, un’ombra che si trascina stanca per corridoi inesistenti e imm
ensi cieli grigi,
un’immagine di aria che è sospesa, non cammina, non vola, non precipita.
Non ha percezione di sé o di cosa ci sia intorno a sé.
Parte del nulla e del buio.
Poi ancora una volta, dopo un tempo che non si può calcolare, immersa nell’
oscurità, brilla una
scheggia di luce, lontana, minuscola. A poco a poco mi viene incontro, si ing
randisce, mi avvolge,
= Page 12 =
mangia l’oscurità, riversando il suo splendore ovunque.
Perfetto silenzio, perfetta assenza di tutto.
Non c’è nessuno qui con me, penso un po’ triste, guardandomi intorno.
Proprio nessuno.
Forse speravo di sognare ancora una volta William, speravo di trovarlo qui.
Ma dubito che la mia mente elargirà con frequenza simili doni. Dopo un so
gno così vivido come
quello di ieri notte, e il breve miraggio di questo pomeriggio, potrebbero pa
ssare mesi e mesi di
incubi senza senso, popolati da zebre a quadri e rinoceronti viola, prima che
il mio sadico, pazzo

cervello torni a concedermi del genere. Anzi, è più probabile che qualcosa d
el genere non capiterà
mai più.
Forse ieri avrei dovuto trattenere di più quel sogno, afferrarlo per i l
embi, non lasciare che si
dissolvesse, ma come riuscirci? I sogni sono forti e fragili allo stesso tempo:
talmente intensi da
sembrare reali, ma al risveglio vanno in frantumi, e tra le mani restano solo c
occi rotti.
«L’uomo può portare la sua mente dove vuole» dice il nostro professore di fi
losofia. E la mia
adesso vorrebbe tanto essere con William. Temo, però, che sia un po’ diffici
le. Un po’ troppo
difficile…
Mi guardo ancora alle spalle ma non c’è nulla, solo un chiarore diffuso che
si sta attenuando,
facendosi più flebile e reale. Non capisco che succede, ma all’improvviso sc
orgo un cielo azzurro,
prati verdi e altri ingialliti dal sole. E in modo altrettanto inaspettato mi pa
ssa accanto un cavallo
bianco, lucido e altissimo.
Non credo a quello che vedo. Napoleone al galoppo, nella sua uniforme blu,
esattamente come lo
avevo lasciato nell’ultima illustrazione del libro di storia. Seguono spa
ri, esplosioni, rumori
assordanti e caotici. Sono nel bel messo di una battaglia. Spaventata, trovo r
iparo dietro a un pino e
inizio a maledire il capitolo di storia e questo sogno di schifo.
All’ennesimo sparo cerco di tapparmi le orecchie e chiudo gli occhi.
Quando li riapro, nulla intorno a me è cambiato, eppure, per qualche ragione
, mi rendo conto di non
essere sola.
- Stai bene? Ti sei fatta male?
Mi alzo in piedi, mi volto di scatto e lo guardo come fosse un fantasma.
- Non è possibile – sussurro, ma lui fatica a sentire la mia voce, sopraffatta
dalle cannonate.
- Dove mi hai portato? Sai dove siamo? – ha un’espressione aggraziata, anch
e se confusa. Si guarda
intorno, spostando il peso da un piede all’altro in modo infantile, ma vagame
nte affascinante.
- Nella mia testa? Oppure a Waterloo? Non ti saprei davvero dire… - amme
tto, pentendomene

subito: che razza di risposte sono? – Siamo dentro a un sogno… Mi sono ad
dormentata studiando
storia fino a tardi e ora mi sto immaginando tutto. E tu invece sei il protagon
ista di un altro mio
sogno…
- Io? Un tuo sogno? – mi chiede lui stupito.
Annuisco ostentando sicurezza, senza però riuscire a essere convincente.
- No – sussurra lui, scuotendo il capo. – Non è possibile.
Poi scoppia a ridere. Mi cullo nella dolcezza della sua risata.
- Sono io a sognare te. Tu sei un mio sogno! – aggiunge tornando serio.
Si avvicina e mi scruta attentamente, quasi cercasse una qualche som
iglianza. Rimango in
contemplazione del suo volto, sento i polmoni morire, vuoti della minima part
icella di aria.
- Anche se… - dicono le sue labbra – per quanto mi sforzi, non riesco proprio
a capire chi sei, dove
posso averti già visto. Magari sei una delle ragazze che incontro dopo i conc
erti o alle promozioni
dei cd… Però c’è qualcosa in te, non puoi essere solo una fantasia partorita
dalla mia mente… dice dubbioso, quasi dimentico di parlare ad alta voce.
- Basta, non è possibile, non ha senso discuterne… - riesco solo a dire. Ques
to è troppo. È ovvio che
lui blateri cose senza senso, cose che vorrei sentirmi dire: siamo o no dentro
un mio sogno?
Mi volto e incrocio le braccia, come a voler mettere una barriera tra noi.
- Ma io stavo dormendo… - insiste.
= Page 13 =
- Anche io stavo dormendo.
- Quindi chi è nel sogno di chi?
- Bella domanda, per uno che non è reale!
- Ehi, io sono reale, credimi… Tu, invece, chi sei? – chiede con un tono seri
o ma dolce.
- Vuoi sapere chi sono?
- Si, in fondo tu lo sai il mio nome, sei in vantaggio! – aggiunge ironico.
Distendo le braccia e finalmente torno a guardarlo: come non potrei? Sarà a
nche solo un sogno, ma
è così bello aver la sensazione di averlo qui davanti, a poche manciate di ce
ntimetri da me.
- Te lo dimenticheresti subito il mio nome, se fossi davvero tu…
La frase mi esce un po’ malinconica, non posso farci niente.
- Questo è veramente il sogno più assurdo che io abbia mai fatto – sentenzia

con una note di
tenerezza nella voce. – Comunque, se non riesco a convincerti a parole che s
ono reale, ci sarebbe un
modo pratico di dartene una prova…
Mi sorride, chiude gli occhi. E, desiderosa di venire a capo della questione,
faccio lo stesso anche
io.
= Page 14 =
6

Pochi istanti dopo ci ritroviamo su un palco, davanti a una sala enorme, grem
ita di gente che grida,
applaude e si agita entusiasta. Alla nostra destra un chitarrista continua a suo
nare.
- Ecco, vedi? – mi dice sorridendo soddisfatto. – Stavo sognando proprio que
sto fino a poco fa.
Guardo con stupore l’enormità della folla urlante, la bellezza del palco illum
inato da fasci di luci e
colori.
- È solo un concerto – gli faccio notare – sono stata a un sacco di concerti.
Chi mi assicura che non
sia io a immaginarlo?
Rimaniamo per un po’ in silenzio, la musica è splendida anche in questa irreal
tà. E il pubblico, la
massa di volti di cui anche io una volta ho fatto parte, visto da questa prospet
tiva fa correre brividi
di emozione lungo la schiena.
Mi volto a guardarlo, magnifica, stupenda illusione che popola le mie notti ol
tre che ogni istante dei
miei giorni, angelo custode e dannato fantasma che infesta la mia mente, ch

e mi ruba tempo e
logica.
- Okay. Allora ti porto in un sogno che non puoi pensare sia tuo.
- Che vuol dire? – chiedo sempre più confusa.
- Ti porto dove non puoi essere stata neanche nella tua fantasia, un posto che
non puoi aver visto.
Senza che io abbia il tempo di obiettare, ci ritroviamo immersi in una scena
completamente diversa:
un parco giochi di città in una sera d’estate.
Un ragazzino si dondola svogliatamente su un’altalena di legno, mentre parl
a con un amico. Ha i
capelli neri e corti. La maglietta bianca lascia scoperte le braccia in
solitamente abbronzate.
Potrebbe avere dodici, tredici anni, e in lui riconosco gli stessi linea
menti delicati di William.
Chiacchiera tranquillo, rilassato, in questo piccolo angolo di pace. Non ci s
ono guardie del corpo a
fare da schermo, a proteggerlo dagli attacchi dei suoi fan, nessuna telecamer
a e nessun fotografo
senza ritegno a braccarlo. Solo una bella serata, qualche minuto di vita norm
ale, piacevole, serena
che poi, qualche tempo dopo, avrebbe dovuto abbandonare.
William, il William di adesso, sorride, illuminandosi in viso mentre osserva
l’antica scena.
- Ecco, vedi? – mi dice, sorridendo ancora, incantato. – Siamo io e il mio mi
gliore amico, nel
piccolo parco davanti a casa mia, a Londra.
- È bellissimo.
Le parole mi escono da sole fuori dalla bocca.
- Davvero?
- Si, lo è – ammetto un po’ confusa, un po’ colpita.
William avanza verso il se stesso più giovane che, senza accorgersi della nos
tra presenza invisibile,
continua a chiacchierare e a dondolarsi lentamente.
Lo osservo imbarazzata, mentre si siede sull’altalena vicina e guarda dentro i
suoi stessi occhi. Mi
sembra di violare un suo ricordo, di essere entrata nella sua testa senza averne
il diritto. Sul confine
di un mondo che non posso invadere.
Sorride a se stesso, forse pensando qualcosa di simile a ciò che sto pensando
io.
= Page 15 =

Chi avrebbe mai potuto prevedere , piccolo William, tutto quello a cui stavi
andando incontro?
Tutto quello che ti aspettava? Chissà se lo sospettavi o no, in questo prec
iso momento…
Mi sento sempre più un’intrusa. Non voglio disturbare oltre questo suo mom
ento di pace, un ricordo
che il tempo gli ha strappato e che adesso può soltanto sognare.
- Mi sto svegliando… - ammetto, sentendo la sensazione farsi di istante in is
tante più evidente. Le
immagini sfumano lentamente e comincio a percepire la realtà circosta
nte. – Ciao William,
bellissimo sogno, non credo che domani ci rivedremo ancora.
Non mi ricapiterà una simile fortuna. Dovrò rassegnarmi a notti di sogn
i inutili, fastidiosi e
soprattutto… vuoti.
William salta di colpo giù dall’altalena. – Guarda su internet, cerca questa f
oto, esiste! Ne sono
sicuro, cercala!
Sento il peso del corpo, percepisco le gambe, l’immagine del sogno è sempre
più sfocata.
- William Holden, dodici anni a Londra, cercala, prometti che lo farai!
- Okay… lo farò! – rispondo e la mia voce ora ha un suono diverso. È come s
e con essa percepissi
anche l’eco della mia stanza.
- Trovala, capirai che questo è solo un sogno…
Sono le sue ultime parole prima che tenti di toccare la mia mano. Vedergli f
are quel gesto mi spezza
qualcosa dentro, dato che non ho mai, mai, avuto la possibilità di sfiorarlo, s
ogno o realtà che fosse.
Le sue mani scivolano nel nulla, nel nulla in cui io mi disfaccio, sparendo,
svanendo, svegliandomi.
E mi sveglio infatti, con il suono del cellulare che mi squilla nelle orecchie e
la parete della mia
stanza davanti agli occhi.
Sospiro, lasciando andare quel sogno, di cui sento già la mancanza. Una man
canza così forte e
dolorosa che sembra quasi un bruciore, una ferita o un taglio molto profondo
.
Mi sollevo, appoggiando la testa a un braccio.
Ed ecco di nuovo quella sensazione logorante, che mi prende, mi mangia, par
tendo dal cuore e dallo
stomaco: mancanza, disillusione, nostalgia. Chiamatela come volete. È

un dolore che non ha
antidoto. Cosa puoi placare il bisogno di qualcuno che non puoi avere e che
forse nemmeno esiste?
Niente.
Niente.
Niente.
L’unica consolazione è poterlo pensare di giorno e sognare di notte, parlargl
i nella mia mente,
illudermi che, prima o poi, anche lui saprà della mia esistenza. Saprà di que
sta sofferenza che non
riesce ad affievolirsi. Questa speranza mi tiene in vita: se non la avessi, sare
i già morta.
Cerca quella foto, dice una parte di me. Cercala, che ti costa?
So che non la troverò.
So che non posso trovarla perché non esiste.
Se esistesse vorrebbe dire che io stanotte ho incontrato davvero William
Holden nei miei sogni, e
malgrado tutto non riesco a crederci.
Stanotte non era davvero lui. Come avrebbe potuto?
Magari un giorno ti rivedrò la vivo, William, e sarà un giorno di luce, un gio
rno di sole. Un sole
caldo che splenderà su Londra o su qualunque luogo avrà la fortuna di ospit
are quel momento, su di
te e su di me.
Perché un secondo è quello che ti chiedo, in fondo, solo questo. Un secondo d
ella tua vita per un
secolo della mia.
= Page 16 =
7

- Un giorno, Esperia, devi dirmi la data.
- Napoleone fu sconfitto a Waterloo, nel 1815 – ripeto per la seconda volta.
- Voglio sapere la data, il giorno.
Il professore insiste guardandomi da sopra le lenti degli occhiali sottili appog
giati in punta di naso.
È simpatico, ma quando si fissa su una domanda, non c’è verso di sviare l’in
terrogazione su un altro
argomento.
Cerco nella mia testa qualcosa che ho letto e che non ho memorizzato, ma ch
e posso dire di aver
vissuto.
Ripesco un ricordo nebuloso.
- Giugno, 18 giugno.
- Molto bene, giusto – conferma il professore.
Tiro un sospiro di sollievo. E anche questa è fatta. In fondo avere così tant
a immaginazione ha
anche i suoi lati positivi.
Nell’ora successiva andiamo nell’aula di informatica. C’è chi deve esercitarsi
per fare gli esami e
chi, come me, ha terminato da tempo questo genere di supplizio. I pochi che
non son incastrati in
queste fastidiose simulazioni di test ne approfittano per navigare in rete, sfi
dando la lentezza della
connessione scolastica.
Girovago a caso per vari siti, senza prestare grande attenzione a ciò che leg
go, passando piuttosto
annoiata da una pagina all’altra, mentre mi reggo il viso con la mano per evi
tare di stamparla sulla
tastiera e cadere addormentata.
Ben presto mi ritrovo a svolazzare tra un blog e l’altro.
Alcuni sono affollati, altri talmente vuoti che si sente l’eco del clic
che li chiude. Colorati,
confusionari, fastidiosi. C’è di tutto: gente che si deprime, che è piena di bu
one intenzioni, che
carica foto, interventi o frasi dei propri idoli, che usa la rete come un diario v
irtuale.
Saltello di pagina in pagina, di nome in nome. Il server sembra reggere, le
schermate si susseguono
a una a una: rosa, azzurre, viola, nere.
Clic, clic, clic.

Seduto al mio fianco, Riccardo sta cercando di visitare il sito della Richmond:
ufficiale, straniero,
pesantissimo da caricare. Martina, dall’altro lato, ne approfitta per far
e un giro su Facebook.
Claudia, davanti, gironzola su Top Shop, aprendo le foto di tutti i vestiti che
le piacciono. Il server
inizia a faticare, suda, annaspa.
Io clicco sull’ennesimo blog.
Tutti e venticinque i computer sii impallano simultaneamente. Di rimando,
venticinque persone
levano un boato di sonora lamentela.
Le schermate sono cristallizzate alla pagina aperta.
Richmond.
Facebook.
= Page 17 =
Top Shop.
Alcuni compagni si disperano perché stavano facendo il questionario di sim
ulazione e hanno perso
tutte le risposte date. Il professore sbuffa mentre comincia a trafficare con i fi
li e le prese sotto la
scrivania. Nell’aula si diffonde il caos, persone che vagano a quattro zampe
per vedere se qualche
connessione è saltata, Sheila e Martina quasi saltano sulle sedie cercando di
recuperare le risposte
ormai perse. Io, invece, rimango con gli occhi inchiodati allo schermo, alla
pagina su cui si è
bloccato il mio computer.
Benvenuti nel mio blog!
Stellina 89
Ciao a tutti! Oggi sono un po’ di corsa, ho giusto il tempo di un saluto affett
uoso e di postarvi la
foto del giorno. L’ho scovata ieri sera.
Vi regalo anche una frase, che spero vi piaccia e vi faccia riflettere:
Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
William Shakespeare
Che le stelle vi illuminino sempre!
La vostra Stellina 89

Sento il cuore scivolare giù fino alle ginocchia e da lì fino ai piedi. Il cervel
lo, invece, è in stand-by
come il computer.
Fisso allibita la schermata, senza riuscire a credere a ciò che vedo: u
na polaroid, scattata
probabilmente molti anni fa, occupa più di mezza pagina. Ritrae due ragazzin
i di circa dodici anni
in un parco giochi. Quello in primo piano, sulla sinistra, mi dà le spalle ed è
voltato verso l’amico,
con il corpo esile appoggiato a un’altalena. Riconosco le braccia sottili e ab
bronzate. Riconosco il
luogo e la luce tipica di una sera d’estate. Ma, soprattutto, riconosco il suo v
iso. La didascalia parla
chiaro e polverizza ogni possibile dubbio: William Holden a dodici anni, Lo
ndra.
È quella foto, non c’è alcun dubbio, dicono i miei pensieri prima che possa zit
tirli.
L’ho trovata.
Esiste davvero.
Muovo la mano, cerco di far scorrere la pagina, di capire qualcosa in più di q
uesto blog.
Ma proprio in quell’istante il server annaspa un’ultima volta prima di spir
are rumorosamente. Dopo
aver staccato la spina generale (o averla distrutta, non ne siamo ancora sicur
i) il professore riemerge
da sotto la scrivania. In un secondo tutti i computer anneriscono.
- Nooo! – urlo disperata.
Mi aggrappo al monitor, morto, scongiurandolo di risuscitare.
Il professore mi guarda esterrefatto.
- Esperia! Sei impazzita?
Si, probabilmente sono impazzita. Non vedo altra spiegazione logica.
= Page 18 =
8

La corrente è saltata in tutto l’edificio. Complice del nostro piccolo co
rtocircuito il terribile
temporale che da due giorni sta mettendo alla prova la centralina elettrica del
la scuola.
Le aule sono buie come catacombe e di luce naturale non ce n’è, dal momento
che il cielo è scuro e
affollato di nuvole.
D’accordo con i professori, il preside conviene che non si possa fare lezione
in queste condizioni:
meglio mandare tutti a casa e chiamare qualcuno per riparare il guasto.
All’arrivo in cortile, la mia classe, ritenuta responsabile del fortunato imprev
isto, viene accolta dalle
ovazioni degli altri studenti. Riccardo non si lascia sfuggire l’occasione di ra
ccontare a tutti la
nostra disavventura, proponendo di festeggiare queste ore di inaspettata libe
rtà con un buon caffè
con panna e cacao da Bongi. Io cerco di rimanere in disparte, di non farmi c
oinvolgere, ferma a
guardare un punto davanti a me, dove spero possa tornare a materializzarsi l
a foto di William.
- Esperia, caffè? – mi chiede Claudia, che si è già dimenticata dei suoi acquis
ti interrotti su Top
Shop, felice e grata per il contrattempo.
- Si, certo – balbetto, mentre mi lascio trasportare dai compagni, che non si
accorgono del mio stato
confusionale.
Ci accomodiamo intorno a due tavolini uniti, aspettando i caffè, che arrivano
in pochi minuti. C’è
un’atmosfera di festa; tutti sono allegri e qualcuno si diverte a rievocare dis
avventure scolastiche
del passato destinate a rimanere per sempre nella nostra memoria, tramandat
e di generazione in
generazione: la gita in cui ci siamo persi seguendo la guida sbagliata, il torn
eo con spade di plastica
organizzato nel bel mezzo del cortile, l’allagamento della palestra e molto al
tro. Io non riesco a
essere partecipe di tutta questa euforia e continuo a girare il cucchiai
no nella tazzina con aria

assente.
- Bene, signori, abbiamo perso Esperia – mi prende in giro Riccardo. A sent
ire il mio nome mi
sveglio di colpo dalla trance , come un sonnambulo che sia stato scosso per
le spalle all’improvviso.
Tutti scoppiano a ridere.
- Che facciamo adesso? Scappate tutti via subito? – chiede Martina.
- Direi… Inizia a piovere di nuovo e io sono in moto – fa notare Marco, alzan
dosi, tirando su il
cappuccio della giacca e guardando con preoccupazione il cielo sempre più s
curo e tuonante.
- Mi sa che vado anche io – aggiunge Claudia. – Così ne approfitto per fare u
n salto a casa prima di
andare in palestra.
In breve ognuno prende la sua strada e io mi avvio lungo il marciapiede ver
so la mia macchinina,
fradicia come un pulcino.
Diciott’anni e la grande fortuna di poter scorrazzare per la città con una parv
enza di tettuccio sulla
testa: la mia piccola caffettiera mobile. Sembra un confetto tanto è piccola.
Accendo il motore e faccio manovra, rabbrividendo per il freddo, mentre la
pioggia continua a
scrosciare sui vetri.
Decido di approfittare di questo inaspettato tempo libero per fare un salto d
a mia nonna.
Nonna ha tipo novant’anni e due secoli.
= Page 19 =
Non sto scherzando! Non è neanche propriamente mia nonna, è la mia bisnonn
a o giù di lì, la nonna
di mia madre, ma a vederla potrebbe anche sembrare la nonna della nonna de
lla nonna.
Io l’ho sempre vista così, come se il tempo avesse rinunciato a invecchiarla
. Non è cambiata di una
virgola in diciott’anni e probabilmente non ha la minima intenzione di farlo p
er i prossimi trecento.
E come se non bastasse, non vuole che la si chiami bisnonna. La fa sentire
vecchia…
Vive nell’appartamento sotto il mio. Non ci vediamo ogni giorno, ma ci con
trolliamo a vicenda. La
sua casa è colma di ricordi di quando era giovane: cianfrusaglie di ogni epoca
, genere e fattezza,
compreso un televisore in bianco e nero con tanto di manopole e un grammo

fono.
Da piccola, quando andavo a trovarla con la mamma, mi lasciava giocare con
tutto quello che
volevo: tazzine delicatissime, il suo vecchio mobile da toeletta, i vestit
i con le piume e gli
strascichi. Abiti stupendi che avrei potuto distruggere in un niente. Lei mi g
uardava tranquilla dalla
sua poltrona di stoffa, le gambe adagiate sul poggiapiedi con le zamp
ette di legno, sempre
sorridente.
La vado a trovare ogni volta che posso. Passiamo un po’ di tempo insieme a be
re il tè, che le piace
tanto, mentre io le racconto le ultime novità. Sono sempre io a guidare le co
nversazioni, perché
nonna Adelina non parla.
Non che sia muta, o malata. Grazie al cielo sta bene. Ma non parla. Non le v
a a genio di perdere
tempo a blaterare visto che, come ha detto tutta serena a un dottore che le c
hiedeva spiegazioni per
la stranezza del suo comportamento: «Non c’è molto da dire della mia vita a
desso: sono vecchia.
Trovo più interessante stare a sentire i miei nipoti, che annoiarli.»
«Cocciuta la nonnina» fu il responso del dottore, anche se non furono esatta
mente queste le sue
parole.
Sana come un pesce ma testarda.
E quindi nonna Adelina non parla ma ascolta: ti sta a sentire, dalla
sua poltrona, senza mai
interromperti, facendoti sempre seguita e compresa, non come se stessi parlan
do da sola o all’aria.
Questo ha fatto di lei il diario vivente di tutta la famiglia.
Parcheggio la mia minimacchina sotto il nostro portone e salgo spedita le sca
le fino al terzo piano.
Lei mi viene incontro e mi abbraccia sulla porta, mi fa entrare e atta
cca la mia giacca,
completamente fradicia, a un termosifone.
- Ciao nonna, come va? Non puoi neanche immaginare cosa è successo oggi
a lezione! C’è da
ridere…
Metto su il tè e poso le tazze sul tavolo, mentre la nonna tira fuori dei panin
i morbidi e comicia a
farcirli.

Ci sediamo, lei sulla poltrona, io sul piccolo divano verde smeraldo. Le racc
onto del cortocircuito
nell’aula di informatica, di come il server sia impazzito all’improvviso
e l’intera scuola si sia
ritrovata al buio.
La nonna sorride sorseggiando il tè caldo.
Quasi senza rendermene conto, le dico anche della strana foto in cui mi sono
imbattuta e dell’effetto
che mi ha provocato l’incontro con il blog di Stellina. Quando alla fine riman
go in silenzio, assorta
nel ricordo dei miei sogni e nel dubbio di non riuscire più a rintracciare la
pagina web in questione,
lei mi guarda con viva attenzione.
- Magari se riuscissi a ritrovarla… - dico tra me e me.
La nonna annuisce sorridendo per incoraggiarmi.
Non sarà un’impresa facile, visto che stamani saltavo di indirizzo in indirizz
o senza alcun criterio
logico.
- Allora poi ti dirò come è andata a finire – taglio corto, non avendo altro da
aggiungere.
Sorrido e mi alzo per salutarla con un bacio, che lei ricambia con la dolcezz
a di sempre.
Ancora una volta, dopo una conversazione a senso unico con nonna Ad
elina, torno a casa
sentendomi straordinariamente ascoltata.
= Page 20 =
9

Entro in casa e sparpaglio le mie cose in giro.
La chiacchierata-sfogo lascia dietro di sé dei relitti.

Per la prima volta desidero chiamare qualcuno: Riccardo, Camilla, Claudia
…
E raccontare tutto.
Forse sarebbe la cosa giusta, forse mi saprebbero dare un consiglio. Sono bra
vissimi a dare consigli,
in fondo.
Prendo il cellulare e apro lo sportellino. La foto di William è impostata come
sfondo e lui mi fissa
sorridendo. Provo a immaginare il tono assurdo della telefonata.
- Ciao Richi, sono io… Senti, ho un problema: mi sono innamorata di un rag
azzo che o incontrato
in un sogno.
Rido tristemente e metto via il cellulare.
Fuori ha finalmente smesso di tuonare; sono terminate anche le pesanti scaric
he di pioggia; le
nuvole, dense ma alte, fanno intravvedere il sole già crepuscolare.
Mi siedo alla scrivania e accendo il computer prima di darmi il tempo di cam
biare idea.
Spero con tutta me stessa che non sia stata un’allucinazione, che non mi sia i
llusa di vedere ciò che
desideravo vedere.
Spero che quel blog esista, che quella foto esista.
Spero di non essermi inventata tutto.
Sperare.
Mentre aspetto di connettermi alla linea, guardo oltre la finestra, verso il bui
o che già inizia ad
avvolgere i tetti della città, verso il cielo che finalmente si sta aprendo.
E come ogni sera, da circa dodici anni, cerco la mia stella.
Esperia.
Da bambina odiavo il mio nome. Lo detestavo con tutta me stessa, mi
irritavo solo a sentirlo
pronunciare. Non passava giorno senza che chiedessi a mia madre, con
non poca frustrazione,
perché mi avesse chiamato proprio così. Perché non potevo avere un nome n
ormale , un nome bello ?
Così mia mamma una sera mi prese in braccio, mi indicò il cielo, mi disse di
aver rubato il mio
nome a una stella e mi raccontò una storia che non avrei più dimenticato.
- Esperia non è un nome qualunque. È un nome molto speciale. Appartiene a u
na stella, che, in
realtà, è un pianeta, scoperto centocinquant’anni fa da un astronomo italia
no di nome Giovanni

Schiapparelli. Aveva passato anni e anni così, Giovanni, abbarbicato in cima
all’osservatorio di
Brera, cercando la sua stella. E l’aveva trovata alla fine. Aveva deciso di ch
iamarla Esperia, il nome
che usavano gli antichi Greci per indicare la penisola italiana, per celebrare
nel cielo la raggiunta
unità nazionale. Ma Esperia era anche, nella mitologia greca, la ninfa del cr
epuscolo, una delle
figlie della Notte.
- Una figlia della Notte? – avevo chiesto io.
- Sì, Esperia custodiva il giardino delle mele d’oro dove Elios, il sole, scend
eva a riposare durante la
notte – mi aveva detto dandomi un piccolo bacio su ogni guancia.
= Page 21 =
Quella sera, non riuscii a staccare gli occhi dalla finestra della mia stanza.
Guardavo incantata le
stelle, illudendomi di individuare la mia, pensando alla meraviglia di un giard
ino in cui il sole
andava a riposare.
Da allora, ogni sera cerco la mia stella, quella strana terra che Giovanni è ri
uscito a trovare dopo
anni di ricerca e speranza.
Non ho mai raccontato a nessuno la mia storia.
Esiste un pianeta, che si chiama come me, che è un invito a non fermarsi, ad
andare avanti, a lottare
per i propri sogni.
Esperia.
Il luogo dove il sole e la notte si incontrano.
È il sogno di un amore che vince tutte le distanze di tempo e di spazio. È il
desiderio di un giovane
astronomo, il sogno che è riuscito a raggiungere.
E questo mi basta.
= Page 22 =
10

Il computer è finalmente operativo. Il temporale sembra lontanissimo. Morde
ndomi il labbro per la
tensione comincio a cercare la foto di William, senza sapere da dove iniziare
.
Digito sul motore di ricerca: “Stellina 89”.
Compaiono decine e decine di pagine si astronomia e astrologia, ma anche
qualche blog. Comincio
così la mia diligente perlustrazione. Non mi aspetto di trovare la pagina prec
isa di mio interesse, ma
almeno un appiglio, un possibile rimando. Invece niente.
Dopo molti tentativi infruttuosi, ritorno su Google e stavolta scrivo: “Stell
ina89 + William Holden
Londra”.
Non l’avessi mai fatto!
Nel giro di un secondo, lo schermo è invaso da link, siti, blog, forum: migliai
a e migliaia di risultati
che rimandano alla biografia di William e al suo anno di nascita, il 1989.
- Non ritroverò mai quella dannata foto! – dico a me stessa, lasciandomi inv
adere dallo sconforto.
Provo a giocare un po’ con le parole per azzeccare la combinazione
magica che dovrebbe
comunicare la computer le mie intenzioni, ma il sintagma “William Hol
den” ha il poter di
moltiplicare i risultati, rendendo vana ogni mia ricerca.
Inizio a cliccare nervosamente. Apro decine, centinaia di pagine. Do loro un’
occhiata veloce e le
richiudo, sempre più sconsolata.
Comincio seriamente a pensare di essermi immaginata tutto. In fondo che pr
ove ho a mio favore?
Una mezza schermata azzurra, saltata fuori per puro caso? Che ho avuto il t
empo di guardare sul
computer per… quanto tempo? Tre secondi? Quattro al massimo, prima
che saltasse l’intero
impianto elettrico!
Potrei aver immaginato tutto. Non sarebbe la prima volta che la fantasia mi g
ioca brutti scherzi.
Mangio distratta, continuando la caccia alla foto. Scavo nella rete, inseguen

do parole, frammenti,
immagini, ma trovo solo valanghe di pubblicità.
È notte inoltrata quando mi rassegno all’evidenza di non aver fatto alcun pa
sso avanti. In compenso,
ho perso l’uso del polso destro e gli occhi mi bruciano come fuoco.
Spengo tutto e mi alzo. Non c’è niente da cercare, mi convinco, proprio nient
e.
Mi butto sul letto e chiudo gli occhi.
Questa notte, nessuna illusione travestita da realtà mi viene a cercare. Nessu
na personificazione del
mio sogno a occhi aperti si finge ospite reale del mio riposo. William non rit
orna per dirmi di
credere in lui e sfidarmi a riconoscerne l’esistenza.
Del resto, ho fallito.
Questa notte ci sono solo ombre.
Anche la realtà non si mostra mai davvero, non vuole essere compresa subito
: le piace nascondersi,
mutare e illudere, restare a guardarti mentre ti arrovelli per trarre le tue conc
lusioni.
La realtà si nasconde dietro un sogno vuoto, dietro ombre scure e visi che n
on conosco.
Una sola cosa è certa: questa volta lui non c’è.
= Page 23 =
11

Questa mattina a scuola ci sono tre gru.
Sono ferme sul piazzale con i bracci meccanici sollevati fin sopra il tetto,
sono grandi come mostri
di ferro e, malgrado siano di un allegro giallo, mettono ansia.
Lì accanto c’è anche una specie di elevatore verde pistacchio, tutto arruggin
ito. Si muove agitandosi

come un animale, spiegando il collo di bulloni e stridendo come se ruggiss
e rumorosamente.
Il portone principale è sbarrato e per entrare da quello laterale si è formata la
fila.
Mi viene quasi da ridere a pensare a una fila per entrare a scuola, nemmeno f
osse un concerto. Il
sorriso, però, sparisce in fretta non appena mettiamo piede in quella che fino
al giorno prima era
una scuola normale. L’ambiente è lugubre, quasi del tutto buio, e i t
ermosifoni sono gelidi
nonostante sia gennaio.
Mentre i professori partono in spedizione verso la presidenza, noi alunni
, lasciati soli in aula,
improvvisiamo un torneo di scala quaranta.
- Ma che sta succedendo? – chiede qualcuno.
- Si va a casa? – propone qualcun altro.
Riccardo è ottimista come sempre.
- Dai, poteva andare peggio! Ora stiamo qui e aspettiamo che riaccendano il
riscaldamento, non ci
vorrà molto.
Un giovane operaio, approfittando dell’assenza dell’insegnante, entra in
classe fischiettando e
srotola un metro lungo il pavimento. Incurante delle venti paia di occhi che l
o stanno fissando, tira
fuori un trapano e comincia a bucare la parete di fianco al mio banco, spar
gendo calce ovunque.
- Cos’ha che non va il muro? – gli domando, cercando di ripulirmi dalla polv
ere.
Si gira verso di me. Indossa una maglia con il simbolo di una nota rock-band
, portata sopra un paio
di jeans, al posto della più comune tuta da lavoro. Penso che potrebbe beniss
imo avere la mia età.
Mi risponde da dietro gli occhialoni protettivi. – Tutto, direi – dice, sorriden
do.
Noi lo guardiamo in attesa di spiegazioni.
- Ragazzi, siamo venuti per sistemare la centralina elettrica, ma quest’
edificio è un covo di
problemi, qui bisogna mettere tutto in regola: aggiustare i bagni, rifare i pavi
menti. E siete fortunati
perché ci siamo accorti in tempo del tetto!
- E noi intanto che facciamo? – chiedo a quel punto, un tantino stupita. – Tu
tto questo è assurdo!

- Già, già – mi fa eco lui, con l’aria di chi non lo ritiene poi un grosso prob
lema. – Ma considera il
lato positivo della faccenda: se siete fortunati, la scuola resterà chiusa per u
n po’. Un bel regalo,
no? – mi strizza l’occhio, senza farsi notare dalla professoressa, di ritorno da
ll’ufficio del preside.
- Ragazzi – annuncia con aria solenne. – Le lezioni continuano, ma dobbiamo
portare un po’ di
pazienza e abituarci a convivere con i lavori di ristrutturazione in atto.
La professoressa allarga le braccia, alza le spalle e prende in mano l’antologi
a di latino, iniziando la
sua lezione..
Noi assolutamente increduli, cerchiamo di seguire la spiegazione, ignorando
il battere convulso dei
nostri stessi denti e il rumore atroce del trapano che perfora le pareti. Mi ritr
ovo così a dividere
= Page 24 =
l’attenzione tra le opere di demolizione e il labiale della professoressa.
Alla seconda ora il clima è peggiorato: la classe è prossima all’ibernazione e
il preside dichiara
l’aula inagibile, suggerendo di spostarci altrove .
- Altrove… dove? – chiede scettico qualcuno.
Esco dalla classe insieme a Martina e Riccardo. Mi sento strana, per metà ad
dormentata e per l’altra
metà ghiacciata. Seguo i miei compagni nel corridoio muovendomi praticame
nte per inerzia.
- Esperia, che fai? Stai sbandando! – esclama Martina afferrandomi per un
braccio appena in tempo
per evitare che vada a sbattere contro una colonna.
- Oh… grazie – mormoro appena.
- Ma stai male? – mi chiede, rabbrividendo dentro al cappotto.
- No, no, ho solo sonno, tanto sonno…
- Non hai dormito?
- Si, si, ho dormito, ma…
Ma è una storia troppo lunga è difficile da spiegare, penso.
- Senti, ho una novità! – esclama contenta Martina, cambiando bruscamente
argomento. I grandi
occhi verdi le brillano.
- Dimmi, che è successo?
- Mi sono innamorata!
Sorride radiosa.

- È fantastico! Dimmi come, quando… chi è il fortunato? – esclamo felice per
lei, anche se, a dirla
tutta, non è una grande novità: Martina si innamora follemente ogni settiman
a. Deve essere per il
suo carattere dolce, romantico e un po’ svampito.
Una volta tocca a uno dei migliori amici del fratello, un’altra al ragazzo che
incrocia alla fermata
del bus, un’altra ancora al nuovo commesso della cartoleria. Tutti amori destin
ati a finire nel giro di
qualche giorno per eccessiva timidezza della diretta interessata, che p
referisce comprare venti
pacchi di matite piuttosto che trovare il coraggio di chiedere al bel commes
so come si chiama.
- Non posso ancora dirtelo – risponde timida, continuando a sorridere.
Annuisco e stringo il braccio intorno alla spalla della mia amica, inguaribil
e romantica, capace
senza saperlo di consolare un po’ me: una pazza innamorata di un sogno.
Dopo pochi minuti arriviamo in palestra, dove in teoria dovremmo godere di
temperature più miti.
La troviamo presa d’assalto: evidentemente hanno avuto tutti la stessa idea.
- A mali estremi, estremi rimedi… - mormora il professore di informatica con
un filo di voce.
Quindi ci guarda con aria eroica, come un condottiero pronto all’estremo sacri
ficio, e ci invita a
trovare un posto per sederci. Sul parquet sotto il canestro.
- Sempre meglio qui che nel laboratorio di informatica, no?
Rabbrividisco, ma questa volta non per il freddo. Un pensiero mi invade la
mente: come ho fatto a
non pensarci prima? La pagina che sto cercando sarà rimasta in memoria nell
a cronologia del pc!
Benedico il dannato corso di informatica, non l’ho mai amato tanto come i
n questo momento.
Devo riuscire a tornare in aula computer prima che sia troppo tardi. Purtro
ppo per me, adesso
quell’aula è diventata l’occhio del ciclone! È lì che si è verificato il guasto e
lettrico più grave e di
conseguenza gli operai ne hanno fatto la loro base operativa. Pare che a mal
apena si intravedano i
computer in mezzo agli attrezzi e ai teli di protezione buttati sopra ogni post
azione.
Ma io non sono disposta ad arrendermi:approfittando della confusione che si

è venuta a creare,
chiedo a Camilla che mi copra con il professore, mi allontano dal gruppo e mi
dirigo verso il
laboratorio di informatica, dove mi aspetta una sorpresa.
- Non si può entrare qui – sentenzia il capomastro alla mia richiesta di dare
un’occhiatina.
- La prego, devo proprio entrare, è urgente! Una vera e propria emergenza –
lo imploro, senza
accorgermi che qualcuno mi sta ascoltando.
- Mi dispiace, non ti possiamo aiutare – dice una voce alle mie spalle. Mi gir
o e vedo il ragazzo
che prima trapanava il muro. Non porta la maschera protettiva e rimango colp
ita dai suoi occhi
= Page 25 =
dorati, incorniciati da folti capelli castani. Gli lancio di rimando un’occhiata
assassina. Lui sorride e
alza le mani, come a simulare una resa.
- Non mi uccidere, dai… Lo so che ti stiamo incasinando la vita, ma è per
una buona causa… Ci
perdoni?
No.
Anche se mi sembri simpatico, potrei polverizzarti per arrivare a quel pc.
= Page 26 =
12

Torno a casa che il cielo è buio.
Talmente scuro che sembra sera, che sembra notte, una notte senza tempo che
da troppi giorni
invade Firenze bagnandola di pioggia e fulmini.
Prendo qualche libro e cerco di concentrarmi, ma mi distraggo quasi subito:

la penna continua a
sfuggirmi di mano, scivola sulle parole quasi volesse mischiarle tutte, finch
é, rassegnata, mi fermo a
guardare fuori dalla finestra, cercando di riposare la mente e magari farla tor
nare lucida.
La mia città è tutta grigia.
Il cielo, l’aria, i palazzi: tutto cenere, tutto foschia.
Mi sforzo di tornare al libro ma, invece di studiare, mi ritrovo a saltare di pa
gina in pagina.
Concentrati, urla una parte del mio cervello.
Purtroppo, per quanto mi sforzi non riesco proprio a farlo: scivolo avanti e in
dietro per i secoli
dell’antologia.
In un secondo sono nel Quattrocento, l’attimo dopo corro per le strade di At
ene, ora c’è Foscolo e
siamo davanti ai sepolcri, poi volo con Ariosto fin sulla Luna…
Leggo stralci di testi: le parole dipingono immagini, i versi disegnano mome
nti, sensazioni. Mi
muovo a ritroso fino alla Roma antica. E qui mi fermo: magari ho solo finito
la benzina o forse la
mente ha trovato qualcosa capace di placarla, almeno per un breve istante.
Orfeo ed Euridice, dalle Metamorfosi di Ovidio.
È un mito, lo conosco bene e non avrà niente a che vedere con l’esame malgr
ado l’autore sia parte
del programma di latino, ma non è quello che mi interessa in questo moment
o.
Quanto la amavi la tua dolce Euridice, Orfeo? mi viene da chiedere alla pagi
na del testo, come se
lui fosse proprio qui, dinanzi a me. Vorrei tanto che potessi spiegarmelo con
parole tue, caro Orfeo,
o magari con una canzone, una di quelle che lasciavi scivolare tra le corde de
lla tua cetra, una di
quelle che scioglievano ogni cuore, anche il più duro e gelido.
Dimmi, quanto la amavi la tua dolce Euridice? Molto, moltissimo, tanto da i
nseguirla anche nel
fondo dell’Ade.
Le tenebre ti avevano concesso una precisa condizione, solo una, per poterla
riportare con te, dal
buio dell’Inferno alla luce del sole: non voltarti indietro.
Non farlo mai, fino alla fine, o lei svanirà di nuovo, per sempre. Sparirà co
me un fantasma.
Lei che ancora è un fantasma.

E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che
lei non lo seguisse,
ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Avern
o; cercò, sì, tendendo
le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l
’aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa avrebbe
dovuto lamentarsi, se
non d’essere amata?); per l’ultima volta gli disse “addio”, un addio che alle
sue orecchie giunse
appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.
Ovidio, Metamorfosi, X
= Page 27 =
Amavi un’illusione, Orfeo: lei era quasi un nulla, solo polvere e un po’ di
luce. Ma come potevi
rassegnarti? E io come posso biasimarti? Avrai visto il suo viso in quel pulvi
scolo leggero, tra la
luce e l’ombra che disegnavano i suoi occhi. Come posso colpevolizzarti, se
non hai resistito? E
così l’hai vista dissolversi, sparire nel buio, per sempre.
Anche tu amavi un sogno, Orfeo.
Mi addormento così, senza neanche rendermene conto, appoggiata sulla
poltrona, con tre libri
appoggiati in grembo e la testa reclinata su un cuscino.
Sogno luci, ombre, le gru ferme davanti alla scuola, dritte, in fila. Come ani
mali addomesticati e
mansueti che attendono obbedienti l’addestratore che con una canzone le diri
gerà e le farà danzare.
Sogno la neve sulla mia scuola, la sogno cadere sul tetto e fin dentro le classi
, si banchi e sulle
sedie.
- Professore, ma perché spiega trigonometria? – Ci sento chiedere sorridenti.
- C’è la neve, non la vede? Non ci importa a che temperatura ghiacci o ritor
ni acqua, adesso. È neve
ed è bellissima così com’è.
Sogno tante strane cose.
Un cunicolo di pietre e ombre, scale che scendono sempre più giù, verso la
strada buia che nessuno
percorre due volte.
E sogno un ragazzo: una dolce, esile figura che appare dalla polvere e dal bui

o, tiene una cetra tra le
mani e camminando risale gli abissi.
Dietro di lui, come un sogno, l’ombra della sua amata lo segue silenziosa, so
ttile ed evanescente.
Non voltarti, ti prego non voltarti, vorrei dirgli. Fai quello che vuoi ma non
voltarti, Orfeo, non
farlo.
E, senza pensare, corro verso le spalle del ragazzo.
Si sta voltando: la cetra è muta, il busto si sta piegando, desideroso di vedere
se il suo amore lo sta
davvero seguendo, incapace di sopportare, di resistere.
- Non voltarti. – L’ammonimento mi muore sulle labbra, lui si gira, troppo in
fretta.
In un secondo riconosco un altro viso su quello di Orfeo, e soprattutto altri o
cchi.
E paradossalmente sento che sono io a svanire, a dissolvermi come polvere e
aria: non c’è più
nessuna ombra dietro di me a seguirlo.
Mi sveglio di colpo.
Chiudo il libro.
Respiro con movimenti veloci della cassa toracica, come se fossi appena arri
vata sulla spiaggia
dopo un naufragio.
Non eri tu. Eri tu ma non lo eri, come avresti potuto?, mi dico pensando a un
a precisa persona.
Tu non esisti neanche per me, devo sforzarmi di capirlo una buona volta, cap
irlo davvero.
Tu non sai di me, tu non saprai mai di me, William.
Scaccio il sogno dai miei occhi, li pulisco immagine per immagine. Per quant
o mi sforzi, però, un
ricordo resta forte ed evidente, così nitido, così lacerante.
Quanti cuori vagano come turbini solitari alla ricerca delle persone c
he, inconsapevolmente, li
hanno rapiti? Quante persone sono presenze evanescenti, alle spalle dei loro
amati?
Quante persone amano in silenzio?
E, come sogni o anime, seguono.
Sospirano.
Soffrono.
Ma chi li sente i sospiri di un sogno?
Come Orfeo ed Euridice, siamo tutti ombre innamorate.
Almeno una volta nella vita.

= Page 28 =
13

Realizzo, con la lucidità apparente di un vampiro che ormai vive in funzione
della notte, che provo
una gioia quasi fisica nel vedere l’ultimo raggio di sole sparire dietro la colli
na.
Solo che adesso le notti non mi servono per dormire, ma per sognare, mentre
i giorni sono le
parentesi dolorose che mi portano via dall’illusione a cui sento di tendere
come un elemento che si
lega a un altro, come una calamita alla più sottile lastra di metallo.
Forse sto impazzendo…
Sorrido nel buio della stanza, immaginando la mia follia.
Mentre aspetto di prendere sonno, incrocio le braccia dietro la nuca e fisso ne
ll’oscurità il profilo
scuro del computer, che ho trasportato in camera.
Immagino un grosso orologio che si prende gioco di me e si diverte
a catturarmi nei suoi
ingranaggi: lo sento rimbombare e suonare, schioccando le pesanti lancette.
Sono le tre e diciassette minuti e finalmente i miei occhi sembrano aver vogli
a di chiudersi.
La foto che ritrae William bambino su un’altalena torna a occupare i miei pe
nsieri, sempre più
deboli e vicini all’assopirsi.
Mi domando se sarò triste o felice domattina, quando mi sveglierò.
E temo di sapere già la risposta.
Deglutisco, mandando giù anche un po’ di tristezza.
Sono sola. Niente pareti, niente luci, niente ombre capaci di far battere più v

eloce il cuore o agitare
il respiro.
È tutto passato.
Erano solo sogni.
Le illusioni non esistono, non aiutano, non migliorano la realtà, la rendono s
olo ancora più dura,
vuota o semplicemente reale, troppo reale a volte.
È sera e fa caldo, probabilmente è estate. Due bambini avanzano correndo, s
altellano, chiacchierano
per decidere a cosa giocare e chi deve contare a nascondino. Non mi vedono
, non si accorgono di
me.
- Adriana! – esclama uno dei due, avvicinandosi a una bambina. Le tira una ci
occa di capelli dorati.
Lei ha un viso familiare.
All’improvviso riconosco il posto in cui mi trovo: il prato, il vialetto, il mure
tto basso di pietre, le
case intorno. Sono sull’isola dove ogni anno andiamo in vacanza d’est
ate fin da quando ero
piccolissima, nelle poche settimane in cui i miei genitori non sono in giro pe
r il mondo.
Guardo meglio il gruppetto rumoroso di bambini che ho davanti. I loro visini
mi risultano quasi
irriconoscibili, ma so che sono i miei amici da piccoli. Individuo anche me
stessa, rivedendomi
bimba. Abbronzata, con i capelli schiariti dal sole. Mi avvicino sorridendo. E
ccoci tutti qui.
I bambini, intanto, hanno deciso chi farà la conta.
- Esperia! – gridano due di loro.
Proprio quando ,i siedo sul muretto per godermi la scena, l’immagine scomp
are. Tutto cambia. La
= Page 29 =
Scena graziosa e serena scappa senza voltarsi indietro e la scena muta.
Ora sono a cena all’aperto con la mia famiglia e altre persone. Sono un po’
più grande: avrò almeno
dieci anni. Sento che qualcosa è già diverso, se non fuori, nella mia mente.
Forse l’innocenza,
l’inconsapevolezza, sono già agli sgoccioli.
Non percepisco più alcuna distanza tra la me stessa di oggi e la me stessa b
ambina: è come se fossi
in tutto e per tutto io a quell’età e sento ogni sensazione, ogni pensiero.

Ogni crampo allo stomaco.
- Vai dai tuoi amici – dice la mamma, tranquilla e sorridente.
Mi irrigidisco, le mani si contorcono. Vorrei essere ovunque tranne che lì,
in quel momento.
- Su, vai, coraggio!
Mi allontano piano, con passi leggeri, privi di rumore, sperando di sparire, di
diventare invisibile.
Purtroppo le gambe, seppur tremanti, fanno il loro dovere ed eccomi alla pisci
na, davanti agli altri
bambini. Ora come allora.
- Oddio, no! Esperia, che cavolo vuoi? – sbotta Marco, sbuffando con cattive
ria.
Si alza e comincia a parlare e ridere di gusto con il suo degno compare, Matt
eo.
Io faccio finta di nulla, avvampando sotto le ciocche castane, teneramente in
dorate dal sole. Matteo
alza volutamente la voce. – Ma come accidenti si è conciata?!
Indosso un vestitino rosa a fiori, me li sento bruciare addosso, perforare la pe
lle, come se i petali
fossero di vetro e acciaio.
Avvampo di nuovo, sento le membra sciogliersi, vorrei essere via, vorrei ess
ere altrove, dovunque.
Risate e commenti sempre più pesanti, cattivi e assolutamente ingiustificati
continuano ad arrivare
da quei due.
Silvia saltella tra me e loro, tutta allegra.
- Dicono che fai schifo più del solito oggi – commenta sorridendo.
- Perché sono scemi… - mormoro io, piccola e sola contro tutti. Silvia contin
ua nel suo ruolo di
messaggera.
- Dicono che devi andare via, tu e la tua brutta faccia.
Sento tutto, ogni sensazione di disgusto, ogni briciolo di odio, ogni granello
di dolore, ogni ferita
che si apre dentro.
Non rispondo, non risponde la bimba che sono io, come non riuscì a risponder
e quella sera di tanti
anni fa.
- Chi ti ha invitato? – chiede Marco.
- È una festa, qualcuno deve averti invitato per forza!
- La mamma di Ginni – mormoro. E quelle parole le dico anch’io:
affiorano inconsciamente,
sussurrate, proprio come in passato.

- Vattene lo stesso!
Vorrei tanto non essere solo un’ombra, la me di diciott’anni, per afferrarli tutt
i e buttarli in piscina.
Oppure per abbracciarmi, abbracciare la me stessa piccina, così piccina che n
on riesce a reagire o
rispondere a tono.
“Fate schifo!” Urlerei.
“Schifosi!” Griderei con tutta me stessa.
- Sei bruttissima oggi! – esclamano ridendo.
E io ci credo, io piccola, troppo piccola per avere una salda autostima. L’i
mmagine che ho di me
viene plasmata come davanti a uno specchio deformante, come argilla
sotto mani e unghie
malvagie.
Scappo via, allontanandomi il più possibile da quella piscina.
Seguo il fruscio del mio vestitino, seguo la mia piccola immagine così triste.
Io bimba mi fermo su una sedia e resto lì, per tutta la serata, sentendomi que
gli sguardi addosso,
pesanti e affilati.
Sento le lacrime premere nella gola e negli occhi, bruciano, sono difficili da
trattenere ma ci riesco
lo stesso, con un po’ di fatica e un po’ di dolore.
= Page 30 =
- Vattene, sei uno schifo, sei orribile.
Sento le parole insinuarsi nella mia testa, sento che si aggrappano e scavano
un piccolo foro, un
pertugio che non abbandoneranno mai più e a cui in seguito si uniranno altre
parole simili; parole
con cui ho dovuto fare i conti per il resto della mia vita.
La bimba si alza: io bimba mi alzo, corro lontano da tutti quegli occhi. Sento
le lacrime bruciare
sulle guancie, sul collo, sul vestito a fiori.
Io odio quel vestito, oggi.
Corro finché non sono abbastanza lontana.
Mi accorgo che l’incubo è finito solo perché all’improvviso sono di nuovo av
volta dal buio della
mia camera, con il cuscino e il lenzuolo bagnati di lacrime. Mi odio per aver
pianto.
Le immagini ancora vivide nella testa finalmente spariscono, come fogli spar
pagliati dal vento.
Eccolo, il mio incubo.

È venuto a trovarmi stanotte. A portarmi quello che temo di più.
Non mostri o fantasmi, incidenti o vampiri.
Solo il mio passato.
Quella parte che nascondo anche a me stessa, quella parte di me che fingo non
sia mai esistita e di
cui mi illudo di essermi sbarazzata.
Finché di tanto in tanto non ritorna, rimbombando nella mia testa co
me un’esplosione.
Ricordandomi le cose che più vorrei dimenticare per sempre. Ricordandomi
ciò che vorrei non aver
mai vissuto.
Incubi e sogni, due facce della stessa medaglia.
= Page 31 =
14

Tardi.
È tardi!
Guardo con orrore la sveglia a forma di gatto, che oggi ha dimenticato di su
onare. Giuro che è
l’ultima volta che compro qualcosa solo perché è dannatamente carino e ha i
baffetti!
Mi lavo e mi vesto alla velocità della luce e mi catapulto fuori di casa in un
o stato di semicoscienza.
- Non posso andare avanti così – mormoro tra me e me, mentre faccio manov
ra per parcheggiare,
urtando il cassonetto dei rifiuti.
La scuola è ancora in condizioni pietose. Il vialetto d’ingresso è coperto di c
alcinacci e c’è un
continuo via vai di operai che entrano ed escono dall’entrata principale.
Ho più di un quarto d’ora di ritardo, ma ho già compilato la giustificazione.

Al mio ingresso in aula
scopro, per mia sfortuna, che al posto dell’insegnante è venuto a farci lezione
il preside. Interdetta,
mi fermo sulla porta, indecisa se entrare a sedermi o meno. Il preside mi squ
adra, scrive qualcosa
sul registro e poggia la biro sul tavolo, come un cavaliere che depone la spad
a con la quale stava per
trafiggere un prigioniero. Non vola una mosca. Tutta la classe osserva ogn
i suo minimo movimento.
- Come si chiama, signorina?
Mi si gela ogni goccia di sangue nelle vene.
- Esperia – dico, dirigendomi verso il mio banco.
- Lei ritiene di essere pronta per l’esame?
- Sì, credo di sì – rispondo, non comprendendo il motivo della domanda.
Il preside annuisce, con un’espressione tutt’altro che incoraggiante.
- Bene, molto bene.
Deglutisco.
- Ottimo, direi – continua sfoggiando un inspiegabile sorriso. Gira veloce un
a pagina del registro.
- Quindi lei ritiene che un ritardo nel bel mezzo dell’ultimo quadrimestre s
ia un buon elemento per
ritenersi pronta all’esame? Che denoti una buona condotta? Che sia indice d
i concentrazione e
impegno?
Vorrei ribattere qualcosa, protestare, dirgli che non è con un ritardo di qual
che minuto che si misura
la serietà di una persona. Ma le parole mi si gelano in bocca.
- Concorda con me che d’ora in poi dovrà dar prova di maggiore… maturità?
Mi sento avvampare in viso, più per la rabbia che per l’imbarazzo.
- Concorda, allora? – insiste il preside.
- Sì – mormoro.
A questo punto desidero solo che mi conceda un attimo di tregua.
- Bene, è ammirevole da parte sua riconoscere l’errore. Per questo, immagino
che non si stupirà se
le metto una nota. Rientrerà alla seconda ora e non saranno ammessi a
ltri ritardi – conclude
soddisfatto. Quindi si alza e guarda i miei compagni. – Che vi serva di esem
pio!
Sono senza parole, sento gli sguardi di tutti su di me. Devo uscire immediata
mente dalla classe.
Ho bisogno di calmarmi, di bagnarmi il viso, di alleviare il senso di oppressi

one che mi attanaglia.
= Page 32 =
Mi incammino verso i bagni e finisco dritta contro una tuta blu.
- Mi scusi… non volevo… - mormoro stralunata, rialzando lo sguardo. Due o
cchi dorati mi fissano
interrogativi.
- Vi devono mettere davvero paura in questo liceo per farvi scappare via dall
e aule!
La tuta blu, che si rivela essere il giovane operaio che ho incontrato ieri, mi
sorride da sotto la
chioma castana.
- Ancora tu? Ma allora è una persecuzione! – esclama ridendo.
Cerco di sorridere, anche se probabilmente la mia espressione assomiglia di
più a una smorfia.
- Scusami, ma c’era il preside che… è una lunga storia.
Lui mi guarda con aria divertita.
- Capisco, capisco. Se ti serve una mano, io ho un’ottima trivella da combat
timento.
Mi fa un sorriso e malgrado io non ne abbia alcuna voglia, riesco a ricambiar
lo.
Quando torno in classe, nonostante la brevissima e piacevole parentesi del co
rridoio, delle parole
iniziano a vorticarmi in testa come corvi neri.
Scuola, esami, versioni, test.
Voti.
Voti.
Voti.
Quand’è che la vita ha smesso di essere fatta anche di bisogni e desideri, olt
re che di doveri?
= Page 33 =
15

- Che ci fai tu qui?
Chiedo piano, quasi un sussurro, un pensiero che emerge fragile da sotto le
braccia e le gambe in
cui mi sono raggomitolata.
Sono spaventata, sono confusa, non mi va di parlare.
Non mi serve un’illusione adesso, ho già troppi problemi con la realtà.
- Non lo so – ammette lui, dondolandosi pensieroso su un piede, con ingenu
a eleganza.
La verità è che vorrei tanto non essere qui in questo momento.
È assurdo, lo so.
- Questa è la cosa più strana che mi sia mai capitata. E dire che ne ho viste di
stranezze.. - continua.
- Non riesco a capire il perché di tutto questo… di ciò che ci sta succedendo.
- Vorrei saperlo anch’io, ma non ne ho proprio idea… Sei riuscita almeno a t
rovare la foto?
- Sì.
Alzo appena gli occhi, consapevole delle conseguenze della mia risposta, e i
ncrocio il suo sguardo
di onice.
- Lo sapevo! Te l’avevo detto!
Saltella, entusiasta.
C’è una bellissima luce blu, qui, stanotte, sembra un profondo, pacifico acqu
ario scuro.
- Sì, però l’ho vista solo per mezzo secondo prima che se la mangiasse il com
puter e poi è sparita,
sepolta in mezzo a migliaia di siti… - ribatto, distogliendo lo sguardo da lui
e recuperando lucidità.
- Ma ciò che importa è che tu l’abbia vista almeno una volta!
Non c’è verso di turbare la gioia che lo prende, mentre io penso, con atroce r
azionalità, che fino a
quando non ritroverò il blog di Stellina una parte di me continuerà a rifiutarsi
di credere a tutto
questo.
Si siede accanto a me e io mi lascio un po’ andare a quella sensazione di pace
e tranquillità che in
qualche modo lui riesce a trasmettermi. Poso lo sguardo sul suo profilo come
sulla più delicata
creazione artistica.
Se qualcuno me lo avesse raccontato, non ci avrei mai creduto: io e William

Holden seduti l’uno
accanto all’altra, vicini.
- Sai cosa penso?
La sua voce è morbida e io amo ogni sua intonazione, ogni sfumatura.
- Cosa?
- Tutto ha un senso, anche le cose più assurde, anche quelle che non capiamo
.
- Già, un senso di pazzia…
- No, dico sul serio. Sto parlando di un motivo, di una ragione per cui le co
se accadono. Puoi
chiamarlo come vuoi, ma io sono sicuro che ciò che stiamo vivendo abbia u
n senso. Non so ancora
quale sia, ma lo accetto. Si, lo accetto.
Scosta una ciocca di capelli corvini con le dita affusolate, seguo l’andamento
danzante di quelle dita
e quei capelli, inerme.
= Page 34 =
- E poi… non è detto che siamo i primi. Io non sono un dottore o un esperto,
ma ci sono stati casi
strani legati al sonno. Magari è già capitato ad altri…
Annuisco senza troppa convinzione.
- Quindi non è un caso che io abbia incontrato proprio te. Ci deve essere un
motivo.
- E io so qual è… te lo ripeto: sono pazza!
- E va bene, se la vuoi mettere così… Allora siamo in due a essere pazzi.
E scoppia a ridere, dandomela vinta.
È la prima volta in questi ultimi giorni che mi sento bene. Davvero, davvero
bene. L’energia e la
dolcezza racchiuse in ogni suo piccolo gesto, parola o espressione, mi avvol
gono, mi sfiorano quasi
fisicamente e mi prendono come in una sottile ragnatela capace di tranquilli
zzarmi.
- Dopo tutto questo, posso sapere il tuo nome? – mi domanda alzandosi in p
iedi e porgendomi la
mano.
- Esperia, mi chiamo Esperia – dico, sorridendo per la strana, inusuale prese
ntazione.
Poi, però, le nostre mani si toccano.
Le dita si intrecciano.
La mia pelle sfiora la sua e, all’improvviso, non c’è più nulla di normale. Sen
to il cuore battere
forte, battere come se fosse la prima volta, come se avessi percorso cento pia

ni di scale correndo.
Lo sento rimbombare come se fosse un essere a sé stante che grida di emozio
ne, paura, rabbia,
gioia, tutti i sentimenti possibili mischiati insieme, spaventosi nella loro inte
nsità.
Mille scariche elettriche passano attraverso questi pochi millimetri di pell
e, ma nessuna immagine
sarebbe sufficiente a rendere l’idea della sensazione che provo: mille lampi
e tuoni squarcerebbero
meno intensamente il cielo. Tempo, velocità, spazio… ogni unità di misura si
piega sconfitta, si
catalizza e si circoscrive nella dolcezza di un gesto, di un attimo.
Nulla è più ciò che era prima.
Ritraggo istintivamente la mano, quasi la sua pelle bruciasse.
Riconosco nei suoi occhi la stessa confusione.
Le dita tornano a cercarsi, istintive.
Non riesco a pensare, non so neanche se sto respirando.
Nulla è più normale, qui, dentro di me.
Nulla sarà più normale nella mia vita, penso con estrema, assurda lucidità.
Senso di appartenenza, di vicinanza, di bisogno, necessità fisica e psicologi
ca: come può un istante,
una sola carezza, provocare tutto questo?
Priorità, priorità assoluta: il mondo e l’intero universo si concentrano
qui. Solo qui. In una
dimensione al confine tra la realtà e qualcosa che non so definire.
- Esperia…
Ripete il mio nome, quasi a non volerlo dimenticare.
Si morde il labbro, guardandomi con occhi profondi, confusi e indagatori, c
ome volesse scrutarmi
fino a scindermi in ogni particolare.
- Ora ne sono ancora più certo… - la sua voce si fa tesa, rapita, turbata. – C
’è sicuramente un
motivo.
Le nostre mani restano legate in quella stretta impossibile da sciogliere, ini
ziata come una semplice
presentazione e presto trasformata in una necessità recondita, un riflesso natu
rale e ineluttabile,
come un elemento che si lega per attrazione all’altro, come un corpo attirato
per natura verso la
Terra, come la pioggia che cade, come un pianeta che gira intorno al sole.
Lampi e scariche elettriche mi corrono nelle vene, bruciano tutte le mie certe
zze.

Chi sei, tu? Come riesci a farmi questo?
E chi sono io, per farti provare le stesse cose?
- Mi stanno svegliando… - dice William, con un lampo argenteo negli occhi
scurissimi.
- No, non te ne andare!
- Sì, mi stanno svegliando – conferma angosciato. – Probabilmente sono in ri
tardo.
Sento il suo tocco farsi più leggero, sempre più evanescente e distante.
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- C’è un motivo, ci deve essere per forza… - ripete, quasi cercasse di fissare
quel pensiero.
- Mi sto svegliando anche io – dico tremante, iniziando a percepire il mio co
rpo.
Il flusso di energia si disfa, il legame si rompe, vittima dei chilometri, dei s
econdi e della logica
crudele della realtà che a esso si oppone. E ci divide.
Mi sveglio in preda a un dolore lancinante, come se mi avessero strappato vi
a un braccio. Sussulto e
mi siedo nel letto, spalanco gli occhi e annaspo in respiri corti e difficoltos
i. Guardo la mano destra,
aspettandomi di trovarci una ferita o qualche altra traccia tangibile, ma le m
ie dita sono sempre le
stesse, pallide e sottili, ignare del fuoco che poco prima hanno sentito.
Provo a rimettermi sdraiata, incapace di riprendere a respirare normalmente,
incapace di chiudere di
nuovo gli occhi o di alzarmi.
Tengo la mano distesa con le dita verso l’alto.
Mi sento come se mi avessero strappato il cuore.

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