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Il ruolo di garanzia effettiva del Presidente della Repubblica 2010.pdf


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Ernesto Bettinelli
Il ruolo di garanzia effettiva del Presidente della Repubblica
(in un sistema politico che deraglia…)*
Le ricorrenti tentazioni se non i tentativi di ridurre la persona del Presidente della Repubblica
negli angusti spazi della polemica e diatriba politica quotidiana, per identificarlo, a seconda delle
congiunture, come soggetto antagonista dell’azione di governo o come suo (silente) sostenitore,
contribuiscono a mettere in ombra la sua dimensione di organo costituzionale di estrema garanzia.
Non è pertanto inutile riprendere ragionamenti antichi, “teorici” (e astratti) sulla posizione del
Capo dello Stato e sulle sue funzioni nell’ordinamento repubblicano.
A tale scopo possono essere utili, come punto di partenza, tre riferimenti di oltre mezzo secolo
fa, quando si cercava di immaginare i rischi che avrebbero potuto minacciare o alterare il sistema
costituzionale democratico che si andava costruendo e, dunque, di individuare rimedi adeguati e
risolutivi per la sua salvaguardia attraverso la predisposizione di una rete di garanzie.
Il primo riferimento corre al famoso ordine del giorno Perassi, approvato il 5 settembre 1946
dalla II Commissione dell’Assemblea Costituente, laddove si optava per “l'adozione del sistema
parlamentare, da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità
dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. I commenti e le
riflessioni degli studiosi si sono soffermati, soprattutto, sulla questione della stabilità del governo1,
meno sul tema delle degenerazioni del parlamentarismo. Forse perché pareva e pare più facile e
immediato compilare la casistica di un fenomeno che è quasi connaturato alle tormentate vicende
della rappresentanza politica, quali si sono manifestate nel corso delle varie esperienze
costituzionali. Risaltano, in particolare, la corruzione degli eletti, l’affermarsi della partitocrazia che
sposta il baricentro della formazione della volontà politica, fino all’inefficienza decisionale
imputata ad un’inadeguata organizzazione delle assemblee legislative. Ma fattore, a mio avviso, più
pericoloso di degenerazione può essere anche l’esasperazione del principio maggioritario, in virtù
del quale i gruppi che possono vantare un contigente consenso elettorale e i governi che ne
conseguono si ritengono legittimati ad agire oltre le regole e a prescindere dal rispetto dei
contrappesi di garanzia, che caratterizzano la più evoluta forma di stato liberaldemocratica, in
continuità con il tradizionale principio di separazione dei poteri. Non a caso proprio le enunciazioni
costituzionali più sapienti e preveggenti, approvate in periodo rivoluzionario, ammonivano
severamente che una “società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei
poteri determinata, non ha costituzione” (art. 16 della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino, 14 luglio 1789). E proprio l’abbandono di questo principio fondamentale (e strutturale) ha
provocato in Francia la deriva giacobina e con essa l’esaurimento del genuino spirito liberale di una
cultura istituzionale che pur aveva fondato le sue scommesse di universalità sull’evidenza
razionale2.
E’ in questo solco che anche nella nostra Assemblea costituente affiorarono le medesime
apprensioni e la ricerca dei necessari rimedi contro “le usurpazioni di potere degli organi
costituzionali dello Stato”, con particolare riguardo a quelli dotati di maggiore forza. Tale
preoccupazione venne espressa da un liberale moderato come Orazio Condorelli, il quale nel corso
dell’incerta e (troppo) veloce discussione sul significato e contenuto del “conflitto di attribuzione
tra i poteri dello Stato”, affidato al giudizio della Corte costituzionale, avvertiva che non si trattava
di un ipotesi residuale o di semplice chiusura (come, tra gli altri, riteneva Mortati), bensì di un
1

Tra i tanti, L. Elia, La “stabilizzazione”del governo dalla Costituente ad oggi, relazione al Convegno “la Costituzione
ieri
e
oggi”
(9-19
gennaio
2008),
promosso
dall’Accademia
nazionale
dei
Lincei
(in:
http://www.lincei.it/files/convegni/533_allegatouno.pdf); G. Amato e F.Bruno, La forma di governo italiana. Dalle idee
dei partiti all’Assemblea Costituente in Quaderni costituzionali, 1981, pp.33 ss.
2

In proposito: P. Colombo, Governo e costituzione. La trasformazione del regime politico nelle teorie dell’età
rivoluzionaria francese, Milano, 1993, pp. 393 ss.

1