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Il ruolo di garanzia effettiva del Presidente della Repubblica 2010.pdf


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Il Presidente della Repubblica assolve alla funzione di garante della Costituzione non solo
attraverso l’esercizio del “potere di diniego”, ma anche in modo attivo. E’ possibile individuare
almeno tre situazioni rilevanti che lo possono impegnare in tale ruolo.
La prima nella sua veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Tale
incarico non assume un significato meramente rituale o decorativo, diretto a dimostrare
semplicemente un contatto del Presidente anche con il potere giurisdizionale; ma ha anche un valore
sostanziale e, per così dire, compensativo. In effetti, restituisce dignità e peso al potere
giurisdizionale che, nell’esperienza almeno continentale dello stato liberale, si configura come
obiettivamente “debole”, in quanto non legittimato da consenso elettorale e, per questo deficit,
frequentemente oggetto di incursioni da parte degli altri poteri politici che, per loro natura, cercano
di affrancarsi dalle comuni regole e dai tempi che guidano l’attività dei giudici. Le garanzie
costituzionali che la proteggono possono rivelarsi, non di rado, ineffettive, cosicché i costituenti
hanno inteso rafforzarle con lo scudo del CSM presieduto da chi impersona al più elevato livello
l’unità dello Stato e la legalità repubblicana18. Ancora una volta l’azione e la presenza più o meno
assidue del Presidente, fatte valere come prassi a cui attenersi o adeguarsi, non possono diventare
argomenti risolutivi di ragionamenti che pretendono di sminuire le sue potenziali attribuzioni, quali
gli sono riconosciute non solo dal legislatore che ha dato attuazione al Consiglio, ma dalla
immanente razionalità del sistema. Tra i poteri di cui il Presidente dispone, il più importante è
certamente quello di convocare anche su propria autonoma iniziativa il CSM con l’indicazione di
un ordine del giorno espressione di una volontà e responsabilità proprie che egli intende
manifestare in quanto garante costituzionale a tutela, ad esempio, dell’autonomia e del prestigio
dell’ordine giudiziario o della stessa indipendenza dei giudici, ove tali valori venissero
compromessi da comportamenti indebitamente interferenti dei poteri a legittimazione politica. Che
il CSM possa difendere normalmente le proprie prerogative o quella dei singoli magistrati con gli
strumenti di cui dispone ai sensi della legge ordinaria o del proprio regolamento interno non toglie
nulla alla posizione “superiore” del Presidente, anzi mette ancor più in risalto la diversa qualità e il
rango dei suoi autonomi interventi di salvaguardia.
La seconda situazione in cui il Presidente può svolgere attivamente la sua funzione di garante
della Costituzione riguarda la revoca di un ministro “riottoso” che non abbia accolto l’invito di
rassegnare le dimissioni, in seguito a una deliberazione del Consiglio dei ministri che sanzioni la
sua incompatibilità con l’indirizzo politico e l’azione di governo, la cui coerenza (“unità”, precisa
l’art. 95, comma 1, della Costituzione) è affidata alla responsabilità preminente del Presidente del
Consiglio. E’ un’ipotesi che non si è mai realizzata, non tanto perché conflitti del genere non si
siano verificati nella storia della Repubblica, ma perché, ancora una volta, sono prevalse
interpretazioni della Costituzione più piegate all’esigenza del sistema politico di risolvere i conflitti
medesimi al proprio interno che alla valorizzazione dei meccanismi sistemici di garanzia ad esso
esterni, ma più trasparenti ed efficaci. Al Presidente della Repubblica non viene esplicitamente
riconosciuto alcun potere di revoca dei ministri; sul punto la Costituzione tace. Eppure, si potrebbe
facilmente convenire che la loro nomina, su proposta formale del Presidente del Consiglio, sottende
anche un potere di rimozione seguendo il medesimo iter e considerando che l’esigenza tutelata dalla
Costituzione è la medesima: assicurare stabilità e coesione al Governo ed evitare il protrarsi di
disaccordi interni non episodici e irrimediabili. Per trovare una via d’uscita a siffatte empasse e per
non dover ricorrere all’apertura di una crisi di governo finalizzata a un semplice rimpasto, è stata
escogitata, come è noto, la tortuosa soluzione del voto di sfiducia individuale nei confronti di
singoli ministri, introdotta nei regolamenti parlamentari nel 1986. Tale espediente è a disposizione
non solo dei gruppi di opposizione, ma anche di quelli di maggioranza contro ministri irriducibili
della propria parte politica… La vicenda del ministro Mancuso, risolta dalla Corte Costituzionale19,
18

Così L. Caralassare, Il Presidente della Repubblica nel Consiglio superiore della Magistratura, in Pol. dir. 1986,
pp. 151 ss.

19

Sent. n. 7 del 1996. Tra i tanti: S. Bartole, Il caso Mancuso alla Corte Costituzionale, in Giur. cost., 1996, I, pp. 65

ss.

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