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Catalogo di Giacomo Cuttone 2 .pdf



Nome del file originale: Catalogo di Giacomo Cuttone 2.pdf
Titolo: Presentazione standard di PowerPoint
Autore: Marta

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Giacomo Cuttone

Uscire dalla notte

Indice
I) Uno sguardo per uscire dalla notte pittorica: I recenti
lavori dell’artista G. Cuttone di Antonino Contiliano pag.3
II) Del “Dittico” di Giacomo Cuttone di Giacomo Giannone
pag. 16
III)Omran d’Aleppo di Francesca Incandela pag. 19
IV) “Il sorriso di Giap” di Giacomo Cuttone di Giacomo
Giannone pag. 21
V) Testimonianze pag. 23
VI) Conversando con Jaco Cuttone, artista che ama anche
scrivere, e fa bene entrambe le cose di Attilio L. Vinci pag.
27
VII) Uscire dalla notte ( Dipinti 2016-17) pag.30
VIII) Il tempo ritrovato (Carte 1994-2016) pag. 59

IX) Biografia essenziale pag. 76

In copertina: Ritratto pixellato (2017), acrilico su tela 50x70

2017
2

Uno sguardo per uscire dalla notte pittorica:
I recenti lavori dell’artista G. Cuttone *
di Antonino Contiliano

Comandare significa innanzitutto parlare agli occhi.
Napoleone
Vivere significa accecarsi sulle proprie dimensioni.
Cioran

Cosa ci sta a fare un microprocessore sulla fronte di una figura di
rivoluzionario leggendario quale è stato Ernesto Guevara o lo stampo della
memoria-ram sul petto del “Pantocratore” al posto della croce, il simbolo che
indicava il rimando a un potere trascendente e insondabile (il divino che
attraversa frontalmente lo sguardo dello spettatore)?
E cosa indica l’iconizzazione di quelle “forze” simboliche eterogene che,
strutturate e “meticciate” come un complessa identità polimorfa, informano
di sé la figura pittorica del comandante Giap?
Il movimento che la modella con precisi intrecci di varia natura rende visibile
un’identità che dà scacco a qualsiasi vecchia convinzione che sfrutta il
concetto di una forma compatta e sostanziale (uniformità) per il
riconoscimento delle identità dei soggetti. Qui vive invece una com-posizione
di proprietà (qualità) che non ha pari; e qui è anche, forse, la ragione del suo
titolo “Il sorriso di Giap”? Stiamo alludendo alla produzione artistica più
recente del laboratorio del pittore Giacomo Cuttone.
Forse (ma diremo più avanti) il pittore ci vuole dire che ci troviamo di fronte a
una visibilità pittorica che non acceca e a una creatività artistica consapevole
della responsabilità comunicativa dell’arte e della sua funzione di agente di
libertà. Oggi invece la super-eccitabilità di certa estetica nuove microtecnologie elettronico-immateriali, che si sono impossessate della potenza
della materia e della sua energia informativa, è assoggettata all’etica delle
rappresentazioni estetizzate e sedativo-estetizzanti. Sembra essere di fronte al
trionfo di uno spettacolo permanentemente allucinato
e
tale da

3

2015 Il ProC(h)essore, acrilico+processore su tela 40x50

4

trasformare la luce nel regno della notte senza stelle. Tale sono gli esiti
incontrollati della rincorsa innovativa e luccicante della civiltà dell’immateriale
industrializzato e del portato delle sue immagini di sintesi e del suo fitness
sempre più accelerato: un essere inchiodati cioè a un eterno presente, un
divenire azzerato. Lo zero che ha di mira l’anestetizzazione dello sguardo e
l’azzeramento della sua distanza giudicante, percezioni alternative.
L’accecamento è parte integrante delle nuove immagini di sintesi, ossia quelle
costruite ad hoc attraverso il linguaggio bit dell’informatica. Il linguaggio
formalizzato in grado di ridurre lo spazio, le superfici, le linee, i punti, i colori…
a combinazioni numeriche predeterminate. Spazi e superfici senza immagini.
Ambienti che parlano piuttosto del loro silenzio coatto, ossia della pratica del
potere e del dominio audiovisivo automatizzato. Il potere dell’era elettroinformazionale bit e che Paul Virilio ha definito come “La procedura silenzio”
(2001).
Una procedura cui non sfugge – dice Paul Virilio – neanche lo stesso mondo
dell’arte. Come dire che ci troviamo di fronte a processi di desertificazione
della creazione artistica soggettivata e a patire “Una pittura non solo senza
figure, ma senza immagini, una musica delle sfere senza ascolto, altrettanti
sintomi di un accecamento che avrebbe il corrispondente nel silenzio degli
agnelli” (La procedura silenzio, p. 59). Una pittura senza illusioni. Illusioni
(fantasmi di sintesi) senza illusione. Un oscuramento finalizzato al consenso
acritico, o a un vedere/audio artisticizzato, utile solo a una società del
“controllo” (Michel Foucault). Una società né più sovrana e neanche
disciplinare.
L’illusione dell’arte, quella propria all’arte, qui, in questi ambienti alfanumerici e ultra determinati aprioristicamente, infatti è stata esiliata, così
come una volta Platone bandì dalla città i poeti, perché “eccitavano”
l’immaginazione del popolo e fino al punto di indurlo ad abbracciare le
“illusioni” come verità antagoniste, dissensi etico-politici e pratiche
conflittuali. Nientificare, azzerare e oscurare qualsiasi sguardo critico è
diventato il gioco preferito della svolta delle scritture lumino-bit verbali e non
verbali. Contrariamente al monito di Klee, “ l’arte non rende più visibile, ma
acceca. Mentre la cultura di massa del secolo dell’Illuminismo audiovisivo
rende sordi e muti di fronte a ogni contestazione eretica del suo
conformismo” (Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, pp. 66-67).
Ma se l’arte come comunicazione dissensuale e pratica sovversiva è stata
sempre una con la sua stessa potenza di dare corpo e consistenza
estetica

5

2016, Il sorriso di Giáp 2, acrilico su tela 40x40

6

alle percezioni immaginative/creative dell’artista contro-tempo, allora è
obbligo ri-prendersene le vie e creare – come hanno lasciato detto Gilles
Deleuze/Felix Guattari – blocchi di percetti e affetti smercificati creando
“interruttori: per sfuggire al controllo”; “interstizi di non-comunicazione” che
cristallizzano figure de-figurate o de-figurazioni che figurano, forze e rapporti
paradossali.
Alla logica del senso e dell’aisthesis artistica non può essere portato via il suo
diritto a sognare e quello di dare/creare “essere di sensazioni” come cristalli
di un fiocco di neve che rimandano a processi casuali e caotici. L’aisthesis
dell’arte non finisce mai di rincorrersi tra la presentazione della
rappresentazione organizzata e la tensione disorganizzante che, divenire non
preconfezionato, è parte vitale e resistenza che agisce per via del pittore che
la intercetta.
I cristalli che Gilles Deleuze ha chiamato “blocchi di percetti e di affetti” (né
percezioni né sentimenti), sono (solo per breve cenno) composti che
consistono di per sé come un’autonomia di senso (tipica di ogni
enunciato/espressione d’arte) e di valori conflittuali e antagonisti, alternativi;
per cui l’arte diventa una “macchina da guerra” contro gli stereotipi e le
logiche del dominio, cui invece mira l’accecamento dell’arte informatizzata:
“Comandare significa innanzitutto parlare agli occhi” (Napoleone). In questa
forma d’arte sono infatti gli artefatti già confezionati che dicono all’occhio e
alla visione ciò che deve essere significato e per di più in maniera
standardizzata e uniforme, in quanto la dimensione del piano/superficie è
solo quella dell’inferenza psico-spaziale data dai nodi della rete binaria,
informatica. Nessuna fuga e sottrazione fantastica, veramente creativa, deve
dunque essere consentita in un mondo in cui ogni cosa e immagine è
preconfezionata e ogni organo è messo da parte dalle protesi meccaniche, gli
automi e i linguaggi cioè che li rimpiazzano e li sostituiscono nella funzione
dell’aisthesis sia artistica che quotidiana. Come dire che nessuno organo di
senso può entrare in sciopero: nessuna protesi o automa infatti entra in
sciopero per l’usurpazione dei diritti percettivi idiosincratici propri. Anzi si
pongono e propongono come l’unica carta vincente al fine di una
comunicazione senza barriere e limiti, universale. Lingua e ordine simbolico
unicamente asserviti all’impero del panoticco digitalizzato dell’occhio
digitalizzato e ubiquitario (nuovo Polifemo).
I linguaggi particolari sarebbero solo loro variazioni continue come differenze
di una durata altrettanto “una” e assoluta, continua.

7

2015, Il Pantocratore, acrilico
su tela40x40 e memoria
RAM

2015, La mano del
Pantocratore, acrilico
su tela 40x40 e
memoria RAM

8

Linguaggi e combinatorie automatiche non disdegnati da molta arte della
contemporaneità della tele-visione e della tele-azione della velocità della luce,
il mondo delle vibrazioni e delle ondulazioni elettromagnetiche; la
simulazione che, mentre ha messo il tempo reale (punto in cui sono contratti
passato e futuro, ovvero la fine delle successioni e delle distanze temporali) al
posto dello spazio reale, ha abolito la partenza e l’arrivo e l’ombra dei corpi.
Lo spazio cioè della “prospettiva”, del disegno geometrico, dei rilievi, dei
volumi, delle forme, dei colori e delle sfumature ottico-tattili della pittura e
dei vecchi artisti del regime estetico della “rappresentazione”, che, caro
all’immaginazione soggettivante (il punto di vista) quanto dirompente, non
sembra aver più ragioni d’essere.
Oggi questo tipo di spazialità pittorica sembra essere stato soppianto dalla
tentazione dell’elettronificazione numerica che predispone pixel art a misura
e bit di luce come pigmento imburrato. Una tentazione, si ricorda, cui non si
sottrae molta della stessa produzione artistica contemporanea. In queste zone
vive una figuralità di semplice estrazione algoritmica e un cursore che
comanda la mano del pittore; qui i pennelli e gli impasti, i tocchi, i ritocchi e i
rintocchi cromo-sonori della mano del pittore non hanno più cittadinanza; qui
è il pittogramma dell’artificialità senza sorprese. Il mondo artificiale che
galleggia nello spazio-tempo della second life logicistica e delle relative
immagini virtuali, anche immersivi e interattive. Un reticolo di visioni senza
sguardo. La nuova caverna platonica, senza ombre. Qui non è né lo sguardo
né l’immaginazione dell’artista che vede/tocca e dà corpo all’immagine
dell’immaginazione. La “sensazione” diretta tace. Non si fa colorante e il
combinato di logica del senso e logica dell’aisthesis non ha più spazi d’azione.
Nessuna vita propria, concreta e oggettiva, hanno più i “percetti” e gli “affetti”
dell’artista in conflitto. Il conflitto con le forze del caos e con le immagini
ammannite dell’ordine omologante del potere costituito è messo a tacere. Si
innesta il potere dell’industrializzazione del “non-sguardo” e della percezione:
il potere che ci libera dall’atto del vedere, dell’immaginare e del “rendere
visibile”, mentre si estende il dominio dell’asservimento al visivo virtualizzato,
la politica artistica dell’esilio degli altri sensi e l’esclusione dell’invisibile come
reale anche se non attuale e “virtuale” non astratto.
Diversamente, qui è il caso di ricordare, avevano detto e praticato alcuni dei
grandi pittori di ieri. Fra questi, e solo per citarne solo due, Cézanne e Klee
(memoria da non perdere); i pittori e maestri che nel conflitto con l’invisibile
hanno/avevano impegnato il loro destino di libertà e creatività artistica
memorabile.

9

2016, Le città invisibili,
acrilico su tela 40x40

“L’arte non deve rappresentare il visibile, ma rendere visibile l’invisibile” (Paul
Klee).
Un viaggio che percorre specchi ("L'altrove è uno specchio in negativo. Il
viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e
non avrà" – da “Le città invisibili” di Italo Calvino), memorie, echi.
Un viaggio dove il viaggiatore è fermo e le città invisibili ("…la città cui tende
il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più
densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla" – I. Calvino, op.
cit.).
Un viaggio che ci accompagna in città che sono tutte e non sono nessuna, in
cui ci ritroviamo per perderci sempre di più.
Un viaggio come ultimo poema d'amore alle città.
Un viaggio reale e immaginario, felice e malinconico .
Un viaggio fuori dalla storia, in un tempo metafisico, in un mondo fantastico .
Un viaggio dentro di noi, nelle pieghe dell’animo umano.
Un altro viaggio.

10

Tra i pittori che non hanno dimenticato questa eredità, e sicuramente in
contro-tendenza, nonché di ribellione agli asservimenti in corso e allo stato di
cose presente, ci piace fare il nome dell’artista Giacomo Cuttone (Mazara del
Vallo). Uno sguardo ad alcune delle sue ultime opere – “Il Proc(h)essore, Il
sorriso di Giap, Pantocratore, Le città invisibili…” – è significativo in tal senso.
Adorno di una memoria ram sul petto al posto della croce (corsivo nostro) è
il Pantocratore. Qui è il vedere di un distillato cristallino della de-formazione
artistica che il pittore Cuttone ha messo all’opera. Alieno agli algoritmi
dell’algebra informatica, ha toccato la figura del rivoluzionario Guevara e
messo in forma il suo divenire immagine artistica di conflitto, lì dove la
ribellione del Che (Ernesto Guevara) è nel suo rifiuto di una poiesis finalizzata
a ridurre la mente ai circuiti di un microcip, Il Proc(h)essore. L’opera pittorica
in atto costituisce sia immagine di copertina del “Guevara goguEr”, il testo
poetico collettivo-sine-nomine e multimediale già in rete (Noi Rebeldía 2016),
sia scelta di interazione plurale e creativa con lo testo stesso poetico e la
musica che vi mescola (https://www.youtube.com/watch?v=NSRpwqgltvI).
Nessuna mente e nessun pensiero, specie se simbolo acronico di una vita
dedicata all’azione rivoluzionaria anticapitalistica, può essere ridotta a questi
certificati di decessi e di volontà di oppressione e soppressione delle facoltà
immaginative e desideranti. Altra straordinaria resa artistica di
snebbiamento, che l’artista in questione ci offre, è quella che si può ammirare
nella pittura che sventaglia Il sorriso di Giap.
Anche quest’ultima opera pittorica, prossimamente, sarà immagine di
copertina del testo poetico collettivo-sine-nomine e sua interazione
multimediale plurale (“Er Giap”, Noi Rebeldía 2016).
In atto il testo poetico Er Giap – recitato – è in rete sulla rivista MALACODA
(cfr. http://www.malacoda.eu/2016/02/26/noi-rebeldia-er-giap/ ). Il sorriso di
Giap mette in immagine l’immagine del “blocco” delle forze
eterogenee
che miscelano l’identità umana, e lo fa fino al punto in cui la simbiosi
dell’inumano (l’animalità e l’ideologico con i segni del tempo storico che
hanno caratterizzato la lotta del comandante vietnamita) con l’umano (un
rimando e una rivisitazione in proprio degli studi della “Battaglia di Anghiari”
di Leonardo da Vinci e, insieme, un rovescio della de-figurazione artistica
praticata da Bacon) è il perfetto dell’aistheton (il sentito) del pittore. Le città
invisibili, fra le altre recenti opere, obbligano l’occhio dello spettatore a
scendere dall’astrazione del cielo nei bassi-fondi delle emergenze. Una danza
del divenire-forma come mostra la vista del l aboratorio orchestrale delle

11

2016, La città invisibile, trittico, acrilico su tela 30x75

2016 Effetto Morgana, acrilico su tela 50x50

In ottica la Fata
Morgana è una forma
di miraggio che si può
scorgere al di sopra
dell'orizzonte.
Tale
fenomeno può essere
osservato a terra o in
mare. Si tratta di un
effetto dovuto alla
particolare
distribuzione dell'indice
di rifrazione della luce
del sole in diversi strati
d'aria e quindi per certi
versi
analogo
al
miraggio.
E’
un
fenomeno tramandato
dai normanni che fa
riferimento alla Fata
Morgana
della
mitologia
celtica

legata alle leggende arturiane; la sua caratteristica era quella di
sollevata dal suolo.

12

apparire

nozze delle nubi e del vento di cui ci parla l’immagine pittorica di “Effetto
morgana” (Giacomo Cuttone).
Qui è il fiorire geometrizzante e cromo-polimorfo che si anima/anima come
un insieme aleatorio e danzante del divenire-scene o divenire-città delle
immagini pittoriche sotto la linea di un orizzonte estetico che nulla concede
ai format di mercato. Il confine e la soglia che fa da bordo di conversione e di
passaggio sim-biotico, in quest’opera, è un differenziale allegorico che ci
dice di quanto un’idea e le immagini che gli danno corpo possano essere
allergiche ai bit dei linguaggi automatizzati. È l’in-segnare altrimenti della
pittura che scrive, l’arte cioè che non smette di significare artisticamente
smontando e rimontando come una scenografia cinematografica e “giusta
un’immagine” (Godard). Qui si innescano processi e sporgenze semiotici che
solo l’arte può fare. I processi cioè del desiderio che ingravida il pensiero e
che connotano diversamente la poesia dell’arte pittorica e la sua stessa
bellezza come plasticità e molteplicità di senso. Quella plasticità che,
dispiegandola, dà presenza fuori marketing comunicativo a quella potenza
informativa (niente a che vedere con l’informazione informatizzata) “tipica”
che è propria solo all’arte/poesia e che agisce come una cangiante fioritura
esponenziale. Una frattura turbolenta!
Un’apertura e un passaggio per uscire dall’accecamento di questo tempo
trasparente che, di fatto, invece, avvolge come una notte permanente la
vitalità di ogni percezione e di ogni comportamento che rifiuta qualsiasi
consenso amministrato. Il velo della notte che è l’appiattimento
sul/dell’eterno presente dell’immateriale odierno, o dell’incorporeo
contemporaneo che si vuole far coincidere solo con gli attualismi di moda
dei merca(n)ti d’arte, quelli cioè della realtà/verità informatizzata ad uso e
consumo stabilizzanti.
Piuttosto una via che nel tempo si è consolidata e che l’artista (ormai
mazarese d’adozione) batte semmai capovolgendo le piste d’arte che si
negano all’impegno e che propongono il rifiuto etico-politico dell’esistente,
l’incarcerato entro le espressioni del consenso programmato e del consumo
comunicativo acritico.
Una politica dell’arte dunque, quella di Cuttone, come lotta contro la morte
dell’inospitale e dell’invisibile, o creazione attiva di un qualcosa di nuovo che
creda nel mondo e nell’affermazione di una nuova soggettività polimorfa,
come quella che affiora nell’opera “Il sorriso di Giap” (Giacomo Cuttone) o

13

nell’“insurgente” volto del Guevara/Proc(h)essore. Il “Che” che lucidamente,
mostrandolo sulla fronte, iconizza il nemico con/contro cui bisogna fare i
conti e rimanere vigili: la sussunzione/riduzione della fronte/mente – il
pensiero della libertà e dell’azione – agli ordini del discorso dei microcips del
controllo. Così è anche il senso de Il sorriso di Giap – l’opera che dà forma al
groviglio delle “forze” eterogenee – e lì dove iconizza l’invisibile dando
immagine al sotterraneo – mai trasparente immediatamente – o all’intreccio
delle forme che lo figurano mentre dinamizzano la superficie della tela che li
e-sistenzia. Qui è il taglio cromatico delle luci e delle ombre, quello che dà
rilievo e spessore all’incrocio e all’intreccio delle “forze” umane e non
umane. La scelta pittorica di linee classiche che incorporano il vitale-storico
ed eterogeno; quelle che lo distendono in maniera tale da non far
dimenticare mai però che comunque è il pensiero sinestetico dell’arte che ci
si para di fronte, che vuole essere preso in considerazione e che, per di più,
non smette di pungere perché è con lui che bisogna – ricorda – fare i conti
che non tornano.
Un abbandonare la notte dunque le proposte delle recenti opere dell’artista
Giacomo Cuttone; un’utopia…dell’eterogeneo ed eretico artistico! Un
impegno che del resto non è una novità nella produzione dello stesso (basta
il riferimento alla produzione della precedente serie di opere sull’esodo dei
migranti e la demistificazione delle politiche di regime beatificanti di cui quei
lavori si fanno portavoce come un contro-coro)!
Qui anche l’indice e la possibilità, secondo noi, ancora del sogno. La voce che
segna il “co-e-sistere” politico conflittuale dello stesso eterogeneo virtuale, la
bollizione implicata nel nostro stesso divenire-esser-ci, mentre presta il
pensiero del desiderio all’attualizzazione artistica e la mostra non solo come
esemplarità tecnico-allegorica astratta di una individualità appartata. L’arte e
la poesia non sono la negazione dell’agire possibile insieme. Anzi, nel caso
della recente opera di Cuttone, l’atto artistico è un invito al salto del “noi”
oltre la siepe e la fossa dell’immobilità.
La sua prossimità infatti è quella che si/ci accompagna con l’affermazione di
una nuova soggettività metamorfica politico-artistica plurale. Il delirio del
“giallo” ne è segno e la sua miscela con le altre frequenze dell’infuocata
policromia artistica che, per altro verso, funge da fedele testimonianza!
Nessun tipo di apparato tecnologico standardizzato può rinchiudere la
potenza delirante dell’arte e della poesia, così come è bene ricordare anche
che tecnica dei nostri giorni è al tempo stesso un altro linguaggio.

14

Il linguaggio di una polisensorialità pluralizzata (ibridazione sinestetica di
sintesi fra sensorialità naturale e protesico-artificiale) che, con le sue
innovazioni scopico/auditive, è sì capace di aprire possibilità percettive e
comportamenti inediti ma non per questo tuttavia, vista l’origine già logicoformalizzata preconfezionata che ha alle spalle, ha il potere di confinare
totalmente la molteplicità delle combinazioni che anima l’eterogeneità delle
forze caotiche, e che bussano per le aperture dell’arte.
Le vie di fuga, proprie all’arte e alle reazioni attive delle soggettività degli
artisti/poeti, rimangono inarrestabili e un divenire-imprevedibile sempre
sfuggente alle misure programmate!

Testo pubblicato in “La macchina sognante Contenitore di
scritture dal mondo” (http://www.lamacchinasognante.com/uno-sguardoper-uscire-dalla-notte-pittorica-i-recenti-lavori-dellartista-g-cuttoneantonino-contiliano/ ), numero 3, 1 luglio 2016.

2016, Il sorriso di Giáp, acrilico su tela 40x40

15

Del “Dittico” di Giacomo Cuttone*
di Giacomo Giannone
I
L’isola
Uno schizzo sul bianco
della tela
uno sguardo nel vuoto
del tempo dello spazio
è la forza dell’essere
della mente
che si impone impetuosa
possente
Crea la natura figure
forme immagini
l’artista coglie l’evento
lo eterna
Un demone dispotico
lo guida
è un dono esaltante
il delirio della creazione
Emerge un’isola dal
mare
il cielo si colora di blu
l’abisso di cerchi infuocati
Semiaperta una finestra
mira l’insolito
la magia di mitiche acque
ne arresta il respiro

16

Trasparenze visioni
caste pulsioni
un’isola
l’Isola Ferdinandea!

II
La finestra
La finestra sul mare
semiaperta
mira acque di azzurro
colore

Sorretta da infissi
verde pallido
è muta attenta curiosa
stupita
Il cielo s’infiamma di
densi colori
sul mare un’isola
appare
Non refoli di vento
non un gabbiano
in aria sospeso
a volare
Dunque la terra respira
ha un ventre
un utero un alito
genera vita
Che mistero che fiaba
quale evento

17

d’istinto un’isola sorge
una finestra si apre
D’istinto un pennello
s’involve
una stella luccica lontana
un animo stanco si cheta.
Torino, 2 febbraio 2016


Poesie pubblicate su l’”Osservatorio Letterario-Ferrara e l’Altrove”,
bimestrale di cultura, anno XX, nn. 111/112 Luglio/Ottobre 2016.

2015 Dittico mediterraneo 2 acrilico 24x36

18

Omran d’Aleppo*
di Francesca Incandela
Una di queste notti
mentre tu dormi tremante di paure…
agirò nel buio
e finirò di avvolgerti
nella perenne oscurità.
Non tollero più
i tuoi strazianti e silenziosi
lamenti di condannato
i tuoi muti interrogativi
i tuoi denti che battono
per il freddo che ci sovrasta.
Basterà nasconderti
sotto un cumulo di neve
sotto un ponte bombardato
dietro una finestra divelta
dietro la schiena curva della coscienza...
Stanotte, bimbo mio,
ti ucciderò per sottrarti all'orrore.



Poesia inedita ispirata dal dipinto “Omran d’Aleppo”, agosto 2016 (titolo
nostro)

19

2016, Omran d'Aleppo, acrilico su tela 40x40

20

“Il sorriso di Giap” di Giacomo Cuttone*
di Giacomo Giannone
Versicolore il dipinto
ti suggerisce ti informa
-falce e martello-.
Un cavallo ribelle
dalle forme robuste
s’impenna mostruoso,
ha testa di drago
criniera di serpi
denti aguzzi.
E’ prodigio il drago
la falce il martello
e in groppa un cappello,
è un inno alla gloria
il riscatto dell’uomo
il condottiero invisibile.
L’occhio del drago
guarda lontano
ammonisce severo:
“Un popolo è grande
quando impugna
la falce e il martello”.
Giap aggiunge:
“Un popolo è grande
se di libertà si nutre”.
E sorride felice
mirando nel cielo
rosse stelline.
Torino, 24.06.2016

21



Poesia pubblicata su l’”Osservatorio Letterario-Ferrara e l’Altrove”,
bimestrale di cultura, anno XX/XXI, nn. 113/114 , Nov/Dic – Gen/Feb
2016/2017, pagg.157/158. (il dipinto a cui fa riferimento è pubblicato a
pagina 6)

Dipinto in copertina Il sorriso di Giap
della silloge poetica di Antonino
Contiliano, Futuro eretico, Fermenti
edizioni (2016), Roma

Dipinto in copertina Case bianche
del libro a cura di Francesco
Armato, Design per la città,
Navarra edizioni (2017), Palermo

22

Testimonianze
(…) Il testo ossessivamente
ripetuto sul tronco di una
maglietta debitamente "delogata" attorno alla sagoma
dell'icona assente.
Francesco Muzzioli (Roma,
giugno 2016) , a proposito
della grafica “Maglietta in
taglia unica”(2015)
(...)Ti ho sempre visto come
una forza della natura, come il
sole che sfiora le vele dietro di
te dando luce a ciò che tocca!
Pino Moncada (Roma, giugno
2016)

Le tue opere andrebbero analizzate e godute con calma. Nulla di ciò che le
compone è casuale, definirei la tua pittura colta e molto raffinata.
Enzo Gandolfo (Castelvetrano-Selinunte, luglio 2016), a proposito della
Mostra “Uscire dalla notte…quasi un’utopia…”

Il rosso del sangue...il grigio della polvere delle macerie...il nero del baratro
orrendo delle guerre...e lo stupore dell'innocenza.
Francesca Incandela (Mazara del Vallo, agosto 2016) a proposito del dipinto
“Omran d’Aleppo” (foto dell’opera a pag.15)

23

È uno dei tuoi dipinti più belli: un'armonia perfetta di linee e colori che
riflette quella del creato senza spigoli ... con l'Africa che sfiora l'Italia e il
sogno di mondi diversi perfettamente collegati l'uno all'altro in una
policroma concordia.

Maria Elisabetta Tumbiolo (Mazara del Vallo, luglio 2016), a proposito del
dipinto ”Omaggio al cerchio”

2016, Omaggio al cerchio, acrilico su tela 50x50

24

Artista dotato di vivace fantasia, Giacomo Cuttone traduce le vibrazioni
della propria emozionalità in composizioni densamente ritmate nel variare
dei segni grafici e dei colori, concepiti in un preciso impianto geometrico,
dove il richiamo formale alla realtà, tuttavia, è quasi del tutto annullato, a
favore di una libera espressività della percezione interiore. Una pittura, la
sua, densa di motivazioni spirituali e di intuizioni, che si dispongono
secondo una logica propria, originale, nel tessuto della rappresentazione.
Sofia Falzone (Palermo), da Arté, 24 aprile 2017
Giacomo Cuttone, nelle sue opere raggiunge una sintesi tra geometria e
astrazione, con una tecnica dai colori vivaci ed espressivi, violenti ma
contenuti e inquadrati dentro forme allineate e ripetute in una composizione
ritmata che nell’insieme richiama lo stile dell’Espressionismo Astratto.
Astratto, dunque, e di eccellente livello. Ma perché mai il nostro artista
avverte così forte il bisogno di esprimersi aggirando le forme imposte dalla
realtà? Certo L’Astrattismo è un indirizzo estetico di antica data; basti
pensare ai vasi greci di più remota fattura, ma anche alle miniature prodotte
nel periodo dell’alto medioevo, per fare solo alcuni esempi. In questi casi, la
figurazione astratta aveva un unico fine estetico: quello della decorazione.
Ma l’arte astratta, dal ’900 in poi, serve un fine del tutto diverso: quello della
comunicazione. Non più impegnata ad abbellire per godere di una più
intensa esperienza estetica, ma tesa a trasmettere, divulgare, diffondere un
messaggio. L’arte astratta del secolo intende esprimere contenuti e
significati, senza nulla prendere in prestito da immagini già esistenti.
All’astratto si è giunti mediante un processo cognitivo al cui centro alberga il
concetto di “astrazione“; una nozione assai generale che esprime un
procedimento mediante il quale l’intelletto umano descrive la realtà
riducendola ad alcune sue caratteristiche tipiche. Dai processi di astrazione
nascono le parole, i numeri e i segni. La logica è un classico processo di
astrazione.
Ma anche nel campo delle immagini, i segni, intesi come simboli che
rimandano a cose o idee, sono un modo astratto di rappresentare la realtà.
Sicché l’Astrattismo prende vita quando nei quadri non v’è più alcun
riferimento al mondo reale. Nasce quando i pittori procedono in maniera
totalmente autonoma rispetto alle forme concrete, per cercare
e trovare

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forme ed immagini del tutto inedite. Nel nostro caso, l’astrattismo va ben
oltre il processo di astrazione sfociando nella pura invenzione.
Caterina De Luca (Palermo), da Arté, 24 aprile 2017

2016 Dissolvenze acrilico su tela 30x40

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Conversando con Jaco Cuttone, artista che ama anche
scrivere, e fa bene entrambe le cose*
di Attilio L. Vinci
Ci incontriamo, accade purtroppo di rado, in piazza della Repubblica, a
Mazara. Come sempre si parla, e ci si informa delle novità. Cosi come è
buon costume fare tra vecchi amici (ci conosciamo da quando si portavano i
calzoncini corti). Jaco m’informa della sua nuova mostra di opere d’arte al
Baglio Gazzerosse … e, quasi automaticamente la conversazione, confesso,
ahimè, il vizio di giornalista, lo sottopongo ad una vera e propria intervista,
che stavolta avviene passeggiando, fin sul lungomare.
Jaco sei docente di discipline artistiche, ed hai una buona vocazione per l’
informazione, ma, soprattutto, coltivi da sempre un grande amore, quello
per la pittura. Quando e come nasce?
“Sì, il mio excursus artistico può definirsi ormai lungo. Faccio arte
praticamente da quando sono nato – risponde- Iniziai dalla bottega di mio
padre, artigiano decoratore, poi incentivai e perfezionai la mia attitudine
nelle aule del Liceo Artistico e dell’Accademia di Belle Arti… realizzando, via
via mostre personali un po’ in tutta Italia e partecipando, quale invitato, a
diverse collettive”.
Come si può presentare la tua produzione artistica, magari sintetizzandola?
“E’ possibile sintetizzare la mia attività artistica in tre grandi momenti:
1° – il “realismo poetico” (fino al 1989), dove esprimevo in modo lirico il
reale dell’immaginario come dimensione essenziale della vita e dove
ricercavo l’immediatezza espressiva del viaggio, della gioia, della forza; un
linguaggio che rivendicava l’impegno civile dell’arte;
2°– l’”astrattismo ideogrammatico” (fino al 2009), segni magici che
abbracciavano lo spazio infinito e lo irradiavano, dove tessevo la mia tela
infinita, un labirinto della memoria e della creatività; una pittura
improvvisa e piena di cromatismi, proiettata nel mondo del fantastico,
frantumato in figure geometriche irregolari;
3° – l’”espressionismo segnico-allegorico”
(fino ad oggi)
dove non

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abbandono la mediazione simbolico-critica e il contatto con la realtà degli
eventi, i suoi livelli e le sue lacerazioni; cerco di lavorare dentro le
trasformazioni segno-simboliche con direzione sintomatica che incammina la
forma/immagine quale “allegoria differenziale”.

La tua attenzione per la comunicazione e la letteratura ti ha portato anche
all’ impegno grafico.
“ Sì, mi sono dedicato con giusta attenzione all’attività grafica, che, in tutto il
mio percorso non ho mai abbandonato (grafiche che hanno arricchito
copertine e pagine di sillogi poetiche , romanzi ed opere saggistiche, oltre che
quelle di alcune riviste letterarie). Attività che, via via è andata a privilegiare,
piuttosto che l’individualità dell’artista, il “noi”: nascono così lavori per testi
di poesia collettiva a montaggio intersemiotico (arte, poesia, musica, video,
ecc.); né quella della ceramica, intesa non come decorazione ma come
“Kintsugi altro”, oggetti realizzati con frammenti e cocci assemblati in forno,
una sintesi tra la pratica giapponese dello “kintsugi” e quella del
“conzalemmi” siciliano; nasce, cioè, dall'idea che dall'imperfezione e da una
ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e
interiore”.

E’ in corso la tua mostra alle Gazzerosse. Cosa proponi e perché si intitola
“Uscire dalla notte…quasi un’utopia…”?
“Nella sala mostre al primo piano dell’antico baglio propongo opere
realizzate negli ultimi due anni.
Per il titolo ho preso spunto da un saggio critico di Antonino Contiliano e
pubblicato nel numero 3 (1 luglio 2016) de “La macchina sognante Contenitore di scritture dal mondo”. Con i lavori di questa mostra rivendico
l’importanza di ciò che disse Klee a proposito dell’arte: “L'arte non riproduce
ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Oggi, infatti,
“l’arte non rende più visibile, ma acceca” (Virilio)- si pensi a certa arte
digitale, alle troppe e troppo spesso banali installazioni, a molta cosiddetta
arte-evento e questo oscuramento non è casuale, è finalizzato
all’ottenimento del consenso acritico tanto caro alle leggi del mercato”.

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La mostra, che non è aperta al pubblico tutti i giorni, è ancora fruibile il 10
e il 26 agosto e il 2 settembre.
Gli chiedo ancora, quali sono i programmi futuri dell’artista Jaco Cuttone?
“Sono quelli di dipingere e continuare a farlo con la massima libertà
espressiva. Non ho mai dipinto per le mostre (così come non ho mai
lavorato su commissione), espongo perché dipingo”.
Una risposta davvero significativa. Con essa Jaco dimostra che non ci può
essere espressione di libertà artistica più lodevole. Un commento da
fortunato fruitore delle sue creatività e opere artistiche , e non da critico
d’arte, qual non sono: Le sue opere non fanno passare lo sguardo d’un
colpo … fanno soffermare … per riflettere, carpire il messaggio; ed anche
per la bellezza artistica che è evidente.

Intervista
pubblicata
su
www.tele8tv.com
www.mazaraonline.it il 7 agosto, su www.tp24.it il 9 agosto 2016

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e

su

Uscire dalla notte
(Dipinti 2016-17)

2016, Joie de vivre, quadrittico acrilico su tele (2 tele 18x24 e 2 24x30).

30

2016, Paesaggio in frantumi, acrilico su tela 50x70

31

2016, Ritratto di un'ombra , acrilico su tela 50x70

32

2016, Aretusa dormiente, acrilico su tela 40x50

33

2016, Eric'è, acrilico su tela 40x40

34

2016, Ferro battuto, acrilico su tela 30x40

2016, Quattro palme, acrilico su tela 50x70

35

2016, Home, acrilico su tela 30x40

36

2016, I segni del tempo, acrilico su tela 30x40

37

2016, Il faro, acrilico su tela
30x40

"Torreggiava, nudo e diritto, scintillando, bianco e nero e si vedevano già le
onde che si frangevano in bianche schegge come frammenti di vetro sugli
scogli"
(Virginia Woolf)
Il faro di Torretta Granitola è posto nella punta Sud Occidentale della Sicilia.
La posizione è sugli scogli che guardano verso l'Africa, ed occhieggia fra
Selinunte e Mazara del Vallo. Si tratta di un classico faro, che domina sia il
mare che le piane di quella zona.
I fari hanno origini antichissime e si collegano alla necessità di segnalare la
rotta ai naviganti illuminando la notte. I primi semplici “fari” altro non erano
che falò di legna accatastata situati nei luoghi più pericolosi.

38

2016, La mia isola, acrilico su tela 30x40

39

2016, L'ora blu, acrilico su tela 40x50
“Nell'ora violetta, quando gli occhi e la schiena si alzano dalla scrivania...” (T.
S. Eliot).
Eliot definisce “l’ora blu” violetta ed è il momento di luce che intercorre tra il
tramonto e il buio notturno, quando, cioè, il sole è sotto l’orizzonte.
Nell’”ora blu” dominano le tonalità blu-azzurre, i colori sono saturi e vividi e,
non di rado, è possibile notare una morbida nebbiolina diffusa.
Nell’”ora blu” interessanti sono le sfumature azzurre, la fonte luminosa non è
dura e diretta ,il cielo irradia una luce molto morbida e diffusa, le tonalità
tenui, infatti, hanno maggiore capacità di riflettere la luce, accentuando
ulteriormente i particolari effetti cromatici del cielo del crepuscolo.
Nell’ora blu, spesso, si possono osservare le “nubi nottilucenti”, le nubi che
nell'atmosfera terrestre sono le più alte. Le “nubi nottilucenti” si presentano
fibrose, di forma allungata e con un colore bianco argenteo, a volte azzurro o
blu; sono molto rade e trasparenti, al punto da lasciar passare la luce delle
stelle.

40

2016, L'orologio di Amatrice, acrilico su tela 30x40

41

2016, Luna crescente, acrilico su tela 28x29

42

2016, Non chiudete quella porta, acrilico su tela 30x40

43

2016, Obliquità, acrilico su tela 30x40

2016, Quattro palme, acrilico su tela 50x70

44

2016, Omaggio al quadrato, acrilico su tela 30x40

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2016, Omaggio al triangolo, acrilico su tela 30x40

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2016, Ritratto di Sicilia 3, acrilico su tela 80x100

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2017, La donna del drago, acrilico su tela 70x100
Secondo una leggenda, il Dio del Vento s'innamorò della femmina di un drago
e, dal loro amore, nacque - con cerchi di ottone al collo - Ari, la prima Donna
Giraffa; da allora, per somigliare alle femmine dei draghi, le donne Padaung
decisero di ornare il proprio collo con un'infinita sinfonia di cerchi di ottone.

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2017, Ferdinandea (trittico), acrilico su tela 40x120

2017, Mare nero (trittico), acrilico su tela 24x54

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Documento PDF monografia giacomo cuttone
Documento PDF monografia salvino catania
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