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Congresso ASH 2018 presentate le analisi conclusive sullo studio Quantum R .pdf



Nome del file originale: Congresso ASH 2018 presentate le analisi conclusive sullo studio Quantum R.pdf
Autore: Goldm

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Congresso ASH 2018: presentate le analisi
conclusive sullo studio Quantum R
È stato confermato che il trattamento con quizartinib aumenta la sopravvivenza complessiva nei
pazienti con LMA recidivante/refrattaria FLT3-ITD

Roma 20 novembre 2018 – Daiichi Sankyo Italia ha presentato oggi alla stampa il rapporto di
MediPragma “Cancro e tromboembolismo venoso: il peso della convivenza sui pazienti”, una ricerca
realizzata in Italia con interviste ai pazienti oncologici in terapia eparinica per il tromboembolismo
venoso, al fine di comprendere, attraverso testimonianze dirette, l’impatto di questa condizione di comorbilità sulla vita quotidiana di chi ne è afflitto e le strategie di coping attuate per gestirla. Una
correlazione, quella tra cancro e TEV, che è seria, frequente e potenzialmente fatale, eppure spesso
ignorata o sottovalutata dai pazienti stessi, che non sono sempre adeguatamente preparati dagli
specialisti ad affrontarla. E’ questo uno degli aspetti principali emersi dalla ricerca, di cui hanno
discusso eminenti cardiologi, ematologi, oncologi e rappresentanti di associazioni di pazienti.
Il cancro viene oggi considerato un fattore di rischio cardiovascolare1 perché si associa ad una
aumentata incidenza di eventi tromboembolici, infatti il TEV è una co-morbilità particolarmente

frequente e ricorrente nel paziente con cancro, con un’incidenza di sei volte superiore rispetto alla
popolazione generale2, e ne costituisce la seconda causa di morte dopo la neoplasia stessa1. Il
tromboembolismo venoso (o tromboembolia venosa) insorge con la formazione di un coagulo di
sangue all'interno di una vena profonda, di solito negli arti, o nella pelvi (Trombosi Venosa Profonda),
e se un frammento del coagulo si stacca e viaggia fino ad ostruire le arterie polmonari determina una
embolia polmonare. Studi su pazienti sopravvissuti al cancro hanno dimostrato che circa un terzo di
essi muore per malattia cardiovascolare1.
Di tutti i casi di TEV il 20% si verifica proprio nel paziente oncologico, e ciò dipende da vari fattori
quali il tipo di tumore, lo stadio e l’estensione del cancro, l’età, l’immobilizzazione, la chirurgia e
alcuni trattamenti chemioterapici.1 "La correlazione tra queste patologie è ormai al centro dell’attività
assistenziale e di ricerca dell’ematologia italiana, soprattutto da quando le nuove terapie hanno
cronicizzato la maggior parte delle neoplasie ematologiche prima incurabili, rendendo
particolarmente importante il ruolo delle alterazioni coagulative - specialmente la trombosi venosa e
l’embolia polmonare- legate alle neoplasie stesse o alla loro terapia", ha spiegato il Prof. Sergio
Siragusa, Vice Presidente S.I.E Società Italiana Ematologia, commentando gli ultimi dati di letteratura
scientifica.
Il rischio è maggiore nei primi mesi fino a due anni dopo la diagnosi, e il rischio di recidiva persiste
anche successivamente.
Inoltre, i pazienti oncologici in trattamento per TEV hanno sopravvivenza minore, prognosi peggiore e
costi sanitari più elevati rispetto a coloro che non soffrono di eventi tromboembolici.2 Durante la
chemioterapia il rischio di TEV è fino a 7 volte maggiore se paragonato ai pazienti senza cancro. 3
“Per tutte queste ragioni, la conoscenza da parte dei medici e dei pazienti delle problematiche legate
al TEV è fondamentale – ha dichiarato il Prof. Antonio Russo, Ordinario di Oncologia Medica presso
l’Università degli studi di Palermo - dal momento che queste sono molto correlate con il processo
neoplastico poiché ne impattano il management e la prognosi”. Le linee guida ESMO sottolineano da
diversi anni che il TEV ha importanti risvolti sia sulla prognosi dei pazienti oncologici sia sulla loro
qualità di vita eppure, nonostante sia una complicanza a volte devastante e potenzialmente fatale, gli
stessi oncologi spesso sottostimano questo tipo di tossicità e di riflesso molti pazienti non seguono
cure adeguate3. A sottolineare la necessità di informare e sensibilizzare innanzitutto pazienti e
caregiver e in secondo luogo istituzioni e operatori sanitari sui rischi di questa patologia correlata al
cancro è stato il Prof. Francesco De Lorenzo, Presidente della Coalizione europea dei pazienti
oncologici (ECPC) e Presidente della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in
Oncologia (FAVO) il quale ha dichiarato che: “Il rischio di trombosi correlato al cancro è pressoché
ignorato non soltanto dai malati italiani, ma anche da quelli di numerosi Paesi europei e a
dimostrarlo chiaramente sono i risultati di un sondaggio europeo condotto da ECPC sul livello di
consapevolezza dei pazienti oncologici sui rischi della trombosi: il 72% dei pazienti intervistati ha
rivelato di non essere consapevole di correre un maggiore rischio di TEV, e per il 28% di coloro che
invece ne erano consapevoli, la conoscenza della patologia è avvenuta solo dopo averla sperimentata,
ma il livello di comprensione delle implicazioni si è dimostrato comunque basso. Un altro dato
rilevante riguarda le modalità con cui ne sono venuti a conoscenza, solo il 13% dei pazienti ha
ricevuto informazioni in merito da medici ospedalieri e il 6% dai medici di base, mentre gli altri
hanno fatto ricerche personali o si sono confrontati con parenti e amici”.
Cancro e tromboembolismo venoso: il peso della convivenza – La voce dei pazienti
Una scarsa consapevolezza che emerge con evidenza dalla ricerca italiana MediPragma, che rileva
come il peso del tromboembolismo venoso e della terapia eparinica giunga come inaspettato e

imponderato per i pazienti oncologici, costituendo una possibilità che spesso diventa realtà e alla quale
non erano stati preventivamente preparati dallo specialista di riferimento. Ne deriva una
minimizzazione e banalizzazione della gravità del TEV rispetto al cancro, sia da parte del medico che
del paziente, che considerano la relativa terapia, rispetto alle preoccupazioni dettate dal cancro, come
un fatto transitorio e ineludibile, nonostante emergano chiaramente le difficoltà di una
somministrazione quotidiana di eparina: una terapia percepita come invasiva, definita anche come
“scolapasta” per via delle numerose iniezioni che causano ematomi addominali e dolore alla
somministrazione che spesso, tra l’altro, richiede l’aiuto di un caregiver. Il conflitto tra le strategie di
coping e sottovalutazione e la realtà della gestione della terapia, intaccano ulteriormente la tenuta
psicologica e la voglia di combattere del paziente che è già di per sé un paziente fragile che ha dovuto
affrontare un percorso ad ostacoli: diagnosi di tumore, chemioterapia e/o radioterapia, diagnosi di
TEV, inizio della terapia eparinica.
A ciò si aggiunge la perdita di autonomia del paziente che generalmente a seguito della trombosi e
delle difficoltà di movimento, vede stravolta la sua routine quotidiana, non riesce più ad uscire da solo
e trova difficile svolgere in modo indipendente anche banali attività come salire le scale.
Le interviste delineano dunque un impatto devastante sulla vita dei pazienti e dei loro familiari e
caregiver, che ha un prezzo altissimo a livello psicologico, economico e sociale. L’insorgenza del TEV
in pazienti con tumore può comportare, infatti, l’allontanamento dal lavoro e l’isolamento sociale, e un
conseguente peso sui familiari, che da “attori secondari” con ruolo di sostegno psicologico e morale
per il paziente che sfida il cancro, passano all’improvviso ad essere co-protagonisti nella gestione della
terapia della trombosi, con un supporto che diventa fisico/pratico (somministrazione e/o promemoria
del farmaco, supporto alle attività quotidiane etc). L’impossibilità di essere autosufficienti e
l’allettamento seppur temporaneo a causa del TEV, faticano ad essere accettati dal paziente in quanto
rappresentano inconsciamente una indiretta percezione di sconfitta nei confronti del tumore. Emerge
dunque il bisogno insoddisfatto di coloro che sono afflitti da questa condizione, un maggiore supporto
da parte dei medici non solo nella preparazione di ciò che devono affrontare ma una vicinanza
rassicurante e costante che risolva loro i dubbi sulla gestione pratica della terapia, come quelli relativi
a sede, modalità e tempi di iniezioni dopo la comparsa degli ematomi.
“Siamo particolarmente orgogliosi di presentare questa ricerca, soprattutto per la metodologia con
cui è stata condotta, ovvero ascoltando direttamente la voce dei pazienti, che corrisponde a quello che
è da sempre l’impegno di Daiichi Sankyo. I pazienti non sono numeri o statistiche e noi continuiamo
ad ascoltare i bisogni insoddisfatti di coloro che soffrono di patologie, co-morbilità e condizioni per
vari motivi trascurate, e a lavorare per offrire loro una risposta - ha spiegato Massimo Grandi
Amministratore Delegato di Daiichi Sankyo Italia – E siamo felici di collaborare con le associazioni di
pazienti come FAVO al raggiungimento di questo traguardo, che però non deve restare un obiettivo dei
singoli, che siano medici, aziende o associazioni, ma deve diventare uno scopo comune, con
l’attuazione di sinergie tra istituzioni, professionisti sanitari con varie specializzazione mediche, e
soprattutto con il coinvolgimento dei pazienti che devono restare al centro del nostro agire”.
Bibliografia
1.N.Maurea et al., Tromboembolismo venoso e fibrillazione atriale nel paziente oncologico, G Ital Cardiol 2018;19(9 Suppl 1):3S
2. D. Imberti et al.,Antithrombotic Therapy for Venous Thromboembolism in patients with cancer: expert guidance, Expert Opinion on
Pharmacotherapy 2018, 19:11, 1177–1185
3. Le complicanze tromboemboliche nel paziente con cancro: le linee guida ESMO, CASCO- vol.1, n.2 – ottobre-dicembre 201

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Daiichi Sankyo
Elisa Porchetti
Tel.+39 0685255-202
elisa.porchetti@daiichi-sankyo.it

Valeria Carbone Basile
Tel: +39 339 1704748
valeria.carbonebasile@gmail.com

Daiichi Sankyo
Daiichi Sankyo è un Gruppo farmaceutico attivamente impegnato nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di farmaci innovativi
con la mission di colmare i diversi bisogni di cura ancora non soddisfatti dei pazienti, sia nei mercati industrializzati che in quelli
emergenti. Con più di 100 anni di esperienza scientifica e una presenza in più di 20 Paesi, Daiichi Sankyo e i suoi 16,000 dipendenti in
tutto il mondo, contano su una ricca eredità di innovazione e una robusta linea di farmaci promettenti per aiutare le persone. Oltre a
mantenere il suo robusto portafoglio di farmaci per il trattamento dell'ipertensione e dei disordini trombotici, e con la Vision del Gruppo
al 2025 di diventare una “Global Pharma Innovator con vantaggi competitivi in area oncologica“, le attività di ricerca e sviluppo di
Daiichi Sankyo sono focalizzate alla creazione di nuove terapie per l’oncologia e l’immuno-oncologia, con un ulteriore focus su nuove
frontiere quali la gestione del dolore, le malattie neurodegenerative e cardiometaboliche, e altre patologie rare.
Per maggiori informazioni visita il sito www.daiichi-sankyo.it

Fonte: Daiichi Sankyo


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