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Griselda, o dell'amore incondizionato .pdf



Nome del file originale: Griselda, o dell'amore incondizionato.pdf
Autore: Giuseppe Comper

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Griselda, o dell’amore incondizionato
_____

24/02/2019

«E’ magnifico!»
Quel ramo sulla sponda del fiume si estendeva ben al di là della riva, esile e
stretto ma incredibilmente duro a spezzarsi, flettendosi sul pelo dell’acqua
appesantito da una famiglia di foglie e di teneri germogli. Vi si aggiunse, senza
invito alcuno, una docile farfalla dai colori variopinti che, posatasi per riposare le
stanche ali, traballava in su e in giù, come un tuffatore professionista che si prepara
al suo artistico lancio dal trampolino prima di farsi inghiottire dalla piscina
olimpionica. Un caldo venticello iniziò a sussurrare, come ad ammonire l’ingrata ospite
che il suo ristoro era finito e che doveva riprendere il volo accompagnata dalla brezza
che la sfiorava, poiché era il cielo il suo posto e non certo quel fiume in cui sarebbe
di sicuro annegata.
Annoiata la farfalla si librò allora in aria, seguendo il suggerimento del vento e le
sue correnti. Fece così sobbalzare l’indice legnoso dell’albero a riva, il quale
svegliatosi cominciò a tamburellare ossessivamente sul punto in cui la sventurata
sarebbe caduta affogata se vi fosse rimasta. Davanti a una predica tanto autorevole i
pesci guizzarono via spaventati. Anche il fiume stesso al tocco del ramo, sicuramente
con esso concorde, evidenziava la pericolosità di quel punto dell’acqua per la
farfalla, se fosse stata meno accorta, con perpetui cerchi di piccole ondine che si
espandevano fino ad acquietarsi.
Di tutto quel trambusto non si degnarono gli altri abitanti del fiume, continuando la
loro giornata come se nulla fosse: i cigni superbi dal niveo piumaggio passeggiavano
per le basse acque pavoneggiandosi e osservandosi attorno con sguardo austero, come un
tempo solevano fare anche gli aristocratici rinchiusi nelle loro eleganti carrozze;
mamma anatra aveva invece un bel da fare con la numerosa figliata che, starnazzando
lamenti viziati, seguiva in fila confusa e disordinata i passi palmati della madre,
stanca già a inizio giornata.
Griselda guardava con occhi estasiati e colmi di luce riflessa del sole la scena
tanto idilliaca che presentava quel coinciso fazzoletto di paradiso ritagliato
all’interno dell’inferno cittadino. Non che Griselda odiasse la città, per carità:
c’erano sempre tanti eventi divertenti, tante persone da conoscere e tanti locali in
cui fare due chiacchiere sorseggiando un buon drink; e se ogni tanto cercava un po’ di
quiete e silenzio, com’era giusto che fosse, passava in biblioteca in cerca di un buon
libro o visitava i musei già visitati mille altre volte (e che mai la annoiavano).
E poi c’era lui, Claudio, l’amore della sua vita, l’unico a farle sussultare il cuore
con la sua sola presenza, che certamente alle volte bastava essendo egli molto
taciturno. Ci pensava Griselda a riempire il silenzioso vuoto che li avvolgeva, con
parole dolci che avrebbero sciolto la pietra. Si erano conosciuti in un negozio di
elettronica: Griselda non ricordava cosa stesse cercando ma rimembrava perfettamente
che Claudio vi si era recato per comprare un nuovo tablet. Fu amore a prima vista: da
vero cavaliere era stato lui il primo a presentarsi, con una disinvoltura che indicava
la sicurezza in se stesso che tanto amava di lui. Lei, più timidina, aveva coperto con
le mani un innocente sorriso scaturito da un’ondata di sentimenti indefinibili: non
aveva mai provato nulla del genere e, seppur non avesse capito bene quell’emozione
tanto travolgente e serena al tempo stesso, aveva compreso all’istante che sarebbe
stata sua per tutta la vita.
Mentre era assorta nei suoi pensieri, un pesciolino sgusciò fuori dall’acqua con un
salto audace, come a sfidare e a canzonare l’autorevolezza del saggio albero, che aveva
appena concluso la sua ramanzina. Griselda rise dolcemente e si affacciò incuriosita
sullo specchio dell’acqua per controllare dove fosse fuggito il coraggioso pescetto. Il

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fiume, calmo e caldo in riva, le restituì l’immagine di una giovane e graziosa
fanciulla, dalla riccia e ricca chioma bionda, con un paio di lucenti occhi azzurri
incastonati in un viso pulito e levigato, ed un giocondo sorriso dipinto sulle labbra.
Lei non vi badò e guardò oltre, verso il fondale ghiaioso, alla ricerca del piccolo
nuotatore, ormai sparito nel corso del fiume.
«Hai visto, amore?» esclamò Griselda entusiasta al suo Claudio seduto al suo fianco,
che sicuramente non aveva goduto come lei di quella scenetta goliardica preso com’era
dal suo smartphone, dal quale non aveva mai staccato gli occhi di dosso da quando si
erano seduti. Non le rispose e non la degnò di uno sguardo, come se non l’avesse
minimamente sentita. Ma una volta posta una domanda Griselda non aveva pace finché non
riceveva una risposta.
«Eh? Hai visto, amore mio?» insistette lei. Claudio sbuffò e le rispose con tono
annoiato: «No. Cosa hai visto di così eccitante?».
«Un pesciolino è saltato fuori dall’acqua e poi rapidissimo è sparito via. Era così
buffo!». Claudio, senza staccare lo sguardo dal telefonino, replicò ironico: «Che
sorpresa! I pesci nuotano e saltano! Chi l’avrebbe mai detto».
Griselda non fece caso ai suoi modi scontrosi, come sempre, e gli si gettò tra le
braccia dandogli un pizzicotto e un bacino sulla guancia rimproverandolo amorevolmente:
«Di sicuro è più interessante di questo marchingegno da cui non stacchi mai gli occhi.
Guarda che prima o poi ti si bruceranno, e allora rimpiangerai di non poter più
ammirare i pesci nuotare e saltare nel fiume».
«Non credo proprio» replicò stizzito Claudio. «Ogni pesce di questo pianeta nuota e
salta. Guarda invece cosa fa questo gatto». Stava guardando un video in cui un felino
particolarmente obeso, invece di gattonare come tutti i suoi simili più in forma, era
costretto a rotolare come una palla di fieno per muoversi. «E’ divertente perché fa
pena. Stupido grasso micione!» sentenziò Claudio rivelando la punta di un sorriso
spento. Griselda lo canzonò: «Ah-ah, è per caso un sorriso quello che intravedo?». Lui
non rispose e si ritirò nella sua solita espressione seria. Claudio non sorrideva quasi
mai, non era un tipo avvezzo alle frivolezze.
Griselda tornò a guardare il video del gatto. Sgranò gli occhi ed esclamò divertita:
«Che tenero! Certo fa un po’ pena vederlo in quelle condizioni, però mi fa venire
voglia di stringerlo e coccolarlo tutto il giorno (anche se per quello ho già te)»
aggiunse con uno sguardo di malizia e innocenza mescolate. Claudio per tutta risposta
tirò su col naso e sputò a terra.
«My Lord, quale classe che avete» scherzò Griselda sempre di buon umore, dopodiché si
accoccolò tra le sue braccia appoggiando la testa sul suo petto e chiuse gli occhi
sognante. Lui non aggiunse altro e tornò a farsi i fatti suoi sul telefono. Griselda
non disturbò più il suo amato e si godette quella pacifica domenica di maggio in
silenzio mentre i raggi del sole le baciavano il viso limpido, come invece non faceva
Claudio. Questi distolse lo sguardo dal telefono riponendolo in tasca solo quando si
scaricò la batteria. Con decisione strinse a sé la tenera fanciulla.
«Ti amo» disse con tono serio.
«Ti amo anch’io» rispose lei con voce deliziata. Al che si alzarono e si diressero a
braccetto verso casa. Un vento gentile soffiò sulla riva del fiume scuotendo le fronde
degli alberi, che si muovevano sincronizzati in un saluto collettivo alla dolce
Griselda. Ella rispose ridendo con gli occhi.
Appena rincasati si levarono le scarpe e gli abiti di dosso e si diressero subito in
camera da letto. Lascio al lettore l’immaginazione di cosa accadde in quelle quattro
mura scosse dal loro ginnico amore, che questa non è la sede adatta a riportare o
commentare ciò che capita nell’intimità di una coppia di innamorati. Si può dire solo
che la porta della stanza si riaprì quando il sole si era coricato già da un pezzo, il

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quale era riuscito a prendere sonno nonostante le urla di gioia della passionale
ragazza.
Griselda osservava sdraiata di lato il suo compagno con occhi appagati mentre
accarezzava dolcemente il suo torace depilato. Aveva ancora i capelli tutti arruffati,
lasciando scorgere solo i suoi occhi luminescenti e un sincero sorriso a mezzaluna. Nel
frattempo lui sonnecchiava russando rumorosamente, beato e spompato. Griselda non
riuscì più a trattenersi e lo baciò piano sulla punta del naso; Claudio grugnì e si
ritirò in posizione fetale dandole le spalle.
Griselda si alzò dal letto e si rivestì, dopodiché andò in cucina a preparare la
cena, un leggero pasto freddo a base di verdure per compensare la lotta focosa avuta
poco prima e per non appesantire il sonno che li aveva colti dopo tale fatica. Quando
fu pronto in tavola andò a chiamare Claudio, ormai ridestatosi e sdraiato ancora a
letto intento a cercare qualcosa di divertente sul suo telefono, ora nuovamente carico.
«Ah, sei sveglio» disse Griselda affacciata all’uscio della porta della camera,
aggiungendo con tono malizioso e sguardo sensuale: «Ho cucinato un piatto freddo,
quindi abbiamo tempo per un bis se ne hai voglia». Allungò una gamba nuda posandola
sullo stipite della porta, rivelando solo una parte della sua femminea bellezza ma tale
abbastanza che avrebbe risvegliato un morto. Non Claudio, che senza staccare lo sguardo
dallo schermo luminoso nelle sue mani si limitò a rispondere: «No, grazie. Sono a posto
e molto affamato».
Griselda si ricompose e sorrise graziosa: «Benissimo, amore. Spero che la cena sia di
tuo gradimento», ed entrando in stanza raccolse da terra gli abiti di Claudio
riposandoli nel cesto della biancheria sporca; allora gli passò la vestaglia e lo aiutò
ad indossarla.
Consumarono l’ottima cenetta in silenzio: lui perché non aveva nulla da dire, lei
perché stava ancora ripensando alla magnifica giornata passata in riva al fiume, e in
particolare a quel pesciolino salterino che la aveva divertita tanto.
Dopo aver lavato i piatti Griselda si fece una bella doccia e si preparò per andare a
dormire. Raggiunse Claudio sotto le coperte. Lui aveva già gli occhi chiusi nel
tentativo di prendere sonno il più presto possibile. Il giorno dopo sarebbe tornato al
lavoro e doveva alzarsi di buon ora. Griselda non aveva mai avuto problemi di questo
genere: prendeva sonno molto velocemente e per svegliarla non bastavano le cannonate.
Solo Claudio riusciva a svegliarla, come nelle fiabe solo il principe azzurro riesce a
riportare alla veglia la principessa addormentata. Dormiva così pesantemente che non
aveva mai sognato, o almeno non se lo ricordava. Un po’ le dispiaceva non aver mai
varcato la soglia del regno della fantasia più sfrenata, ove veramente l’impensabile
può accadere. Gli incubi però non le mancavano, quelli no: vedere la faccia
terrorizzata di Claudio quando si svegliava in preda al panico nel cuore della notte,
la faceva lacrimare di tristezza e paura riflessa. Anche perché non era del tutto
sicura che, in caso avesse fatto anche lei brutti sogni, Claudio sarebbe stato capace
di rincuorarla come lei faceva con lui. Poverino.
Griselda diede un’ultima occhiata amorevole al suo uomo baciandolo cautamente sulla
guancia, e gli sussurrò nell’orecchio: «Buona notte, amore mio».
«Mh, a domani» rispose grugnendo quello già altrove. Griselda sorrise, e prima di
addormentarsi guardò con occhio sfuggevole la luna splendente nel cielo notturno.
«Dai, svegliati». Griselda aprì gli occhi.
«Amore! Buongiorno» disse con un sorriso. Si stiracchiò e
la vestaglia e raggiunse Claudio già vestito e pronto per
Aveva solo bisogno di una mano a stringersi la cravatta
complicata per chi i nodi ce li ha in testa. Griselda lo
guancia e lo aiutò a prepararsi. E rimase sola.

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sbadigliò, si alzò, indossò
uscire e andare al lavoro.
al collo, operazione assai
salutò con un bacino sulla

Scese in cucina a farsi la colazione. Aveva tutto il giorno a disposizione, fino a
sera quando Claudio sarebbe rincasato, per rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro.
Iniziò con le pulizie, dacché un ambiente ordinato e profumato concilia la serenità
d’animo. Alla fine, con un po’ di buona lena, Griselda concluse la sua prima fatica in
tempo per lo spuntino mattutino.
La seconda prova era più piacevole: si stese sul divano con una tazza di tè caldo e
si immerse nella lettura dell’“Orlando furioso”, che Claudio le aveva comprato su sua
insistenza per il suo compleanno. Da qualche giorno aveva iniziato il famoso poema
cavalleresco facendosi travolgere dai versi dell’Ariosto, ed era arrivata al punto in
cui Astolfo vola sulla luna a cavallo dell’ippogrifo per recuperare il senno del povero
Orlando, reso folle dall’amore non corrisposto per la bella Angelica. Griselda si
lasciò trasportare dall’avventura e dalla poetica impegnanti quelle pagine di carta,
volando come il buon duca sulle ali della fantasia persa nei propri pensieri.
Ripensò alla luna ammirata la sera innanzi prima di coricarsi: ella era la vera e
sola compagna fedele del sole, l’unica che potesse comprenderlo e dargli sostegno.
Nessuno su questo pianeta riesce a cogliere a pieno la luce dei suoi raggi, troppo
potenti e imperscrutabili all’occhio umano; così interviene la sua cara luna a spiegare
il significato del suo verbo riflettendolo, in modo da renderlo più leggero e visibile.
Griselda era sempre stata attratta dal fascino della luna, così pallida eppure così
piena di vita, costretta a stare lontana dal suo amato per rendere agli uomini il suo
messaggio comprensibile quando questi decideva di ritirarsi dietro l’orizzonte, stufo
di parlare a vanvera. La luna aveva la pazienza e le buone maniere che al sole
mancavano.
Griselda si riprese dalle sue speculazioni filosofiche e tornò a immergersi nella
vicenda del paladino carolingio. Finito di leggere quel magnifico canto, un’ottava in
particolare si era stampata indelebile nella sua mente: parlando del senno,
«Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne’ le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d’altro apprezze.
Di sofisti e d’astrologi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.»
Un’ottava meravigliosa, tanto per il suono delle parole quanto per il messaggio che
l’Ariosto voleva tramandare: ossia che la follia è sempre in agguato per tutti,
compresi i poeti stessi che per narrar della follia devono essere più folli degli
altri. Dunque bisogna stare attenti a ciò che si desidera, poiché nel guadagnar
qualcosa in cupidigia v’è il rischio di perder qualcos’altro di più importante.
Griselda chiuse il libro e andò in cucina a prepararsi il pranzo. Mentre si cucinava
una banale pasta al pesto, continuava i suoi ragionamenti su quanto appena letto.
Durante la sua lettura si era imbattuta in battaglie, duelli e corteggiamenti, in
cavalieri impavidi e graziose dame, in ricerche in capo al mondo e fughe d’amore, tutto
per conquistare il cuore di una gentile donzella. E si rendeva conto dello scarto che
c’era tra i nobili paladini cantati dall’Ariosto e il suo Claudio: sarà che la
cavalleria era morta e sepolta, che non era più il tempo di epiche guerre e che anche
l’ultimo stregone era stato sconfitto per sempre. Eppure lei lo amava. Di questo ne era
sicura. Non riusciva a farne a meno, era più forte di lei. Era come se una forza
misteriosa e calda la riportasse sempre da lui, come la marea quando si alza e tutto

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travolge fino a riva. Griselda non lo sapeva ancora, ma presto la sua marea si sarebbe
anche abbassata, rivelando cose mai rivelate sul fondale del mare.
Non sempre era stato così: all’inizio della loro relazione Claudio aveva modi più
teneri, la copriva di attenzioni e carezze e le chiedeva sempre cosa le andasse di
fare. Poi col tempo il suo sentimento pareva essersi corroso, come se il suo cuore si
fosse tramutato in pietra che si deteriora sotto le fluide correnti dell’acqua. Forse
aveva perso il senno, ed era compito della sua fedele paladina fare di tutto per
ritrovarlo e restituirglielo, anche a costo di volare fino alla luna. A Griselda scappò
una risatina a immaginarsi in groppa a un ippogrifo mentre volava alta nella notte con
la sua armatura scintillante alla ricerca dell’incercabile. A Claudio non serviva
un’eroina ma una compagna devota che lo sostenesse e lo accudisse, cosa che ella
cercava di fare ogni giorno senza rimpianto alcuno. Forse così lo avrebbe aiutato a
ritrovare il senno perduto.
Finito di pranzare Griselda lavò i piatti e scese nello scantinato. Ora iniziava la
sua fatica più dura, ma anche la più appagante: negli ultimi tempi la fanciulla aveva
preso ad armeggiare col legno e gli strumenti da falegname, producendo una collezione
invidiabile di straordinarie statuette intagliate. Un’attività solitamente non consona
alle abilità di una tenera fanciulla, eppure quelle mani delicate e levigate avevano
inspiegabilmente un talento innato per la lavorazione del legno, mantenendo comunque la
sua pelle soffice e liscia al tatto. Scolpiva tutto ciò che la sua mente le consigliava
di scolpire, con bravura e velocità fuori dal comune, guidata da una fervida
immaginazione e da occhio esperto e attento. Quelle mani erano veramente fatte per
l’arte. Infatti Griselda aveva un’altra passione, che seguiva con costanza e
caparbietà, ossia scrivere: teneva un piccolo diario in cui appuntava tutte le sue
emozioni, tutti i suoi pensieri e tutto ciò che le ispirava la parola. Stillava un
resoconto settimanale delle sue impressioni sul mondo, sulla vita e sulla sua storia
d’amore con Claudio. E’, in parte, grazie a quel diario che questo racconto ha da
farsi. Una frase è da riportare per la sua singolarità, forse un po’ stucchevole, ma
referente di timida certezza impostata nella mente e nel cuore di Griselda: «Non sogno
l’amore della vita, poiché l’ho già. Non sogno, vivo».
Griselda concluse la sua opera quando il sole iniziò a calare: una bellissima
rappresentazione intagliata dell’ippogrifo che aveva condotto il fido Astolfo sulla
luna. Griselda ammirò compiaciuta la statuetta che teneva tra le mani e la ripose in
mezzo alle altre, tra quella di una penna stilografica e quell’altra di una
motocicletta d’epoca con sidecar.
Tornò al piano di sopra e si diresse in camera per cambiarsi e rendersi presentabile
agli occhi del suo Claudio per quando sarebbe rincasato. Si vestì in modo provocante e
succinto, in modo da dargli un bentornato a casa che difficilmente si sarebbe scordato.
Si sedette sulla poltrona del soggiorno e a gambe nude accavallate attese il suo
ritorno.
Quando Claudio varcò la soglia d’entrata, Griselda iniziò a giocherellare coi propri
capelli con fare sensuale e allusivo. Quello si levò scarpe, giacca e vestiti, chiamò a
sé la sua donna che subito accorse, e senza dire nulla le stampò in bocca un lungo
bacio con la lingua. Griselda si lasciò trasportare da quel fiume dirompente di
passioni a occhi chiusi, dopodiché insieme si diressero in camera da letto. La giornata
si concluse così come s’era conclusa quella precedente. E così si conclusero molte
altre a venire.
Un pomeriggio Griselda stava annaffiando le piante alla finestra del soggiorno,
quando intravide il postino avvicinarsi e lasciare qualcosa nella buca delle lettere.
Andò di buon umore a controllare cosa fosse arrivato: bollette, pubblicità, manifesti
elettorali, le solite cose. Griselda notò un volantino nel quale si avvisava che la

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settimana successiva alla biblioteca centrale si sarebbe tenuto un convegno sulla
poesia rinascimentale, e in particolare un rinomato professore di Lettere avrebbe
parlato dei poemi cavallereschi di Boiardo, Ariosto e Tasso. Gli occhi di Griselda si
illuminarono. Subito la assalì la voglia di continuare la saga del valoroso paladino di
Carlo Magno, così finì di abbeverare le sue piantine e si gettò trepidante sul divano
riprendendo da dove era rimasta, già sognando a occhi aperti la sua gita in biblioteca.
Quella sera, dopo il loro consueto rituale amoroso sotto le lenzuola, Griselda disse
a Claudio: «Amore, la settimana prossima in biblioteca c’è un convegno sull’“Orlando
furioso” e sulla letteratura del Rinascimento. Ti andrebbe di accompagnarmi? Ci tengo
così tanto».
Claudio sbuffò: «Ti ho già comprato il libro, non ti basta?».
«Eh no, mio caro, non mi basta mai. Leggerlo è un piacere, ma non sempre riesco a
cogliere tutti i messaggi che l’Ariosto ha disseminato qua e là tra i versi della sua
poesia. Mi piacerebbe tanto approfondire ciò che non mi è del tutto chiaro»
Claudio alzò gli occhi al cielo brontolando: «Bah, non ho mai capito la poesia e mai
mi ha interessato, eppure eccomi qua. Non ho mai compreso perché i poeti si divertano
tanto a incasinare ciò che è semplice».
«Al contrario, mio amato, i poeti sciolgono i gomitoli di un mondo misterioso e
oscuro, che solo in superficie appare facile da comprendere, rendendolo chiaro e palese
a chiunque abbia mente aperta e occhi per leggere. Solo, essendo temi molto complessi,
serve essere armati di tanta pazienza e ancor più cultura, nonché attenzione ai minimi
dettagli. Quindi ti andrebbe?» insistette la brava fanciulla.
«Uff!» fece Claudio. «E quando sarebbe?»
«Giovedì alle 17.00» rispose Griselda pronta speranzosa.
«Toglitelo dalla testa. Ho un sacco di lavoro e non posso permettermi uscite
straordinarie. In ufficio stanno tutti dando di matto. Già siamo in pochi, se poi ci si
assenta dal lavoro per gite di piacere possiamo starcene direttamente tutti a casa»
«Non puoi prenderti neanche una pausetta di un paio d’ore? Mi piacerebbe tanto
andarci con te»
«Sei diventata sorda per caso? Ti ho detto che non posso, punto» fu la sentenza
finale di Claudio.
Griselda abbassò lo sguardo sconfortata e disse quindi sottovoce: «Va bene, amore...
Allora... allora ci andrò da sola».
Claudio strabuzzò gli occhi e si alzò di scatto dal letto: «Ma sei impazzita? Pensavo
fosse chiara la distinzione delle nostre mansioni: io lavoro come un mulo per
permetterci un tetto sulla testa e un luogo caldo e confortevole in cui abitare, che tu
amministri. Non puoi abbandonare la tua postazione, né tantomeno uscire da sola! Te
l’ho già detto mille altre volte!».
Griselda abbassò ancor più gli occhi e timidamente sussurrò: «Ma... si tratta di
poche ore e io ci tengo. Ho... ho voglia di uscire...».
«Non se ne parla!» abbaiò Claudio, facendo trasalire la fanciulla col volume
esageratamente alto delle sue sgrida. «E’ chiaro? Non andrai a quel convegno! Dammi un
cenno che hai capito». Griselda annuì piano e iniziò a singhiozzare di tristezza.
Vedendola piangere in silenzio Claudio la prese sottobraccio, la baciò in fronte e le
disse: «Non odiarmi, Griselda. Lo faccio per te. Lo faccio per noi. Anzi, lo facciamo
insieme. Perché siamo una squadra. Tu sei troppo ingenua e innocente per sapere quanto
sia crudele il mondo là fuori. Io lo vedo ogni giorno, e non potrei sopportare che ti
accada qualcosa. Per questo puoi uscire solo quando sei con me. Lo capisci? Devi
sorvegliare questa casa, qui al sicuro. E’ il nostro rifugio, il nostro nido d’amore. E
tu ne sei la guardiana, la responsabile. Sei importantissima, non potrei fare a meno di
te».

6

Claudio concluse la sua arringa ansimando, come se quel discorso fosse stato uno
sforzo immane per lui. Griselda si asciugò le lacrime, rialzò gli occhi lucidi e baciò
con passione il suo uomo.
«D’accordo, amore mio. Ho capito. Starò a casa... per te» rispose la fanciulla
guardandolo intensamente, con un’espressione seria come non mai. Claudio fece un lieve
sorriso e ricambiò il bacio. I due innamorati passarono una serata come tante e quando
fu l’ora di andare a dormire si infilarono sotto le coperte. Griselda si addormentò
guardando prima il suo uomo e poi la luna alta in cielo, eccitata per la prima
innocente bugia che aveva detto al suo amato.
Il giorno seguente Griselda preparò lo zaino infilandovi una penna, un blocchetto per
gli appunti e ovviamente la sua copia dell’“Orlando furioso”. Nel pomeriggio inoltrato
aprì la porta di casa per dirigersi in biblioteca da sola. Vorrei scrivere di
impressioni sulla conquistata libertà, dei primi passi senza guinzaglio al collo e del
vento che la accompagnava dolcemente nella sua passeggiata soffiandole tra i capelli.
Ma non mi è concesso, poiché Griselda non segnò nulla sul suo diario in merito,
lasciandomi incerto sull’importanza per lei dell’essere uscita di casa per la prima
volta senza Claudio. E’ probabile che ella invece soffrisse la sua mancanza.
Griselda arrivò con un discreto anticipo all’appuntamento. Prese posto ed estrasse il
suo blocchetto degli appunti, intenta a prendere scrupolosamente nota di quante più
informazioni potesse. Era molto eccitata nell’attesa che il convegno iniziasse.
Per tutta la conferenza fu letteralmente catturata dalle parole degli eruditi che si
susseguivano nella spiegazione dei poemi cavallereschi ferraresi. Tanto presa che,
quando l’incontro si concluse, Griselda sobbalzò nervosa constatando quanto tardi si
fosse fatto. Raccolse in fretta le sue cose e corse via trafelata. Claudio doveva
essere già rincasato da almeno un’ora. Ansimando Griselda si rimproverava di quel
ciclopico ritardo: non aveva immaginato che la conferenza si sarebbe prolungata tanto,
e il clima era così conviviale che non aveva badato allo scorrere del tempo.
Maledizione!
Però era stato davvero interessante. Molte cose che prima le erano oscure ora erano
illuminate. Il professore aveva spiegato che l’Ariosto aveva scritto la sua opera con
l’intenzione ben precisa di proseguire la saga di Boiardo, e tuttavia anche di mettere
in luce il sentimento d’amore sotto una prospettiva nuova, ribaltata; ed ecco che da
innamorato Orlando diventa furioso. I suoi modi gentili sono ora poco cortesi,
dettatati dalla follia, scaturita da un amore stravolto che offusca la mente. Il
sentimento viene vissuto da Orlando secondo un’ottica ideale e platonica, e quando si
accorge che esso non si riflette nella realtà perde il contatto con quest’ultima,
smarrendo il senno e contravvenendo ai canoni del codice amoroso tradizionale.
L’irrazionalità lo domina, portandolo quasi addirittura alla violenza fisica verso
Angelica.
Griselda, assorta com’era nei suoi pensieri, non si rese conto di essere già arrivata
davanti alla porta di casa sua. Deglutì preoccupata. Le luci all’interno erano accese,
segno che Claudio era tornato. Non c’erano dubbi. Infilò le chiavi nella serratura ed
entrò. Si tolse scarpe e giacca, e raggiunse Claudio in soggiorno che se ne stava
seduto in poltrona con le mani congiunte. Nessuno proferì una parola.
«Quindi» ruppe lui il silenzio con tono severo dopo minuti di tensione, «alla fine
sei andata. Mi hai disobbedito. Mi hai preso per i fondelli. Hai tradito la mia
fiducia. E mi hai lasciato senza cena».
«Amore, non dire così! Ti prego, volevo solo seguire quella conferenza, e come vedi
non mi è successo nulla! Non è accaduto nulla di male né a me né alla casa. E adesso
vado di là in cucina a preparare qualcosa. Non c’è motivo di essere arrabbiato» replicò
singhiozzando Griselda sulla difensiva.

7

«Non dirmi come devo sentirmi!» urlò Claudio scattando in piedi. «Ti rendi conto che
mi hai mentito spudoratamente mentre mi guardavi negli occhi? Come posso fidarmi ancora
di te?!».
Griselda scoppiò in un pianto disperato, che si tramutò in sospeso terrore quando
Claudio le assestò uno schiaffo ben piazzato in pieno viso, arrossandole la guancia
candida.
«Ora hai un vero motivo per piangere, piagnucolona che non sei altro. E’
semplicemente assurdo! Tu mi disobbedisci e mi menti abbandonando me e la nostra casa,
e ti permetti anche di passare per la vittima. No, non te lo concedo! Stanotte puoi
anche dormire sul divano» sentenziò con tono austero ritirandosi senza cena in
solitudine nella loro camera da letto.
Griselda si accovacciò a terra, coprendosi il viso sfigurato con la sua fluente
chioma. Pianse, pianse finché ebbe fiato e lacrime, ferma in quel punto del soggiorno
ai piedi della poltrona. Poco dopo si riprese e, scura in volto, scrisse sul suo diario
quanto appena accaduto, dopodiché si adagiò sul divano per mettersi a dormire come le
aveva ordinato il suo uomo. Ma, per la prima volta in vita sua, non riusciva a prendere
sonno. Il tormento era troppo, non le dava pace. Claudio aveva sempre avuto modi
bruschi e burberi, ma non era mai arrivato a tanto. Fu a quel punto che una domandina
fioca le attraversò timidamente la mente: “Sei felice?”.
«No» fu subito la risposta singhiozzante di Griselda, che scoppiò nuovamente a
piangere. Si mise seduta e pensò con una determinazione mai avuta prima.
“Che strano sentimento che è l’amore, così vitale e così distruttivo. E’ come
l’acqua: può sfamare un germoglio facendolo crescere in albero così come può sradicarlo
quando passa impetuosa e inarrestabile. Ma, come anche l’acqua, l’amore può mancare,
lasciando il terreno arido e secco. Non nasce e cresce nulla. E neanche muore. Non
esiste, non c’è. E’ vuoto. Esistono tanti tipi diversi di alberi al mondo, ma nessuno
di questi vive ove non c’è acqua. Cos’è l’amore? Claudio per primo non sa cos’è
l’amore. Non lo so nemmeno io ovviamente, ma di certo so cosa non lo è. E il suo non è
sicuramente amore”
“Eppure, nonostante tutto, mi manca e non riesco a stare senza di lui. Proprio in
questo momento vorrei raggiungerlo nel letto e fargli tenere carezze, coccolarlo e fare
di tutto per dargli sollievo. Non so come mai, ma provo un’attrazione irresistibile
verso quell’uomo. E non riesco a capire perché mi piaccia tanto crogiolarmi in questa
melma di miele e veleno”
“Forse il senno non lo ha perso Claudio. Forse sono io ad essere in preda alla
follia. E forse, dico forse, neanche il mio è vero amore”
Un’illuminazione la fulminò di colpo: e se fosse stata lei ad aver perduto la
ragione? Pian piano, in un mulinello di emozioni e pensieri sempre più vorticosi, il
dubbio si fece certezza.
Griselda prese una decisione. E in men che non si dica si ritrovò a camminare a piedi
nudi sul tetto della casa. La notte la avvolgeva col suo abbraccio oscuro e il silenzio
delle tenebre le faceva compagnia in attesa che mettesse in atto il suo piano. Le
stelle alte in cielo la salutavano in gruppo brillando di gioia, mentre la luna gonfia
di luce restava col respiro sospeso.
Griselda alzò gli occhi. Erano occhi che non aveva mai avuto prima: confusione e
sconsolazione per la prima volta vi avevano trovato dimora, scacciando la
spensieratezza e la curiosità che vi avevano abitato fino a quel momento indisturbate.
Griselda doveva ritrovare il suo senno, e sapeva bene dove era andato a cacciarsi. La
luna si riflesse nei suoi occhi coprendole le pupille offuscate dalle lacrime.
C’era un solo modo per arrivare fin lassù. Avrebbe preferito aggrapparsi a uno stormo
di uccelli migratori di passaggio o col morso fatale di un magico serpente, come aveva
letto una volta in un libriccino, ma sapeva che il suo arduo viaggio lo avrebbe

8

affrontato a piedi. Griselda si scrollò le spalle e si armò di determinazione. Ora il
suo sguardo era una vampata di fiamme rosse vive.
Fece il primo passo. Un venticello caldo e leggero soffiò arruffandole i capelli del
colore del grano.
Fece il secondo passo. Gli alberi del vialetto, mossi dal vento, iniziarono a
dimenarsi frenetici.
Fece il terzo passo. Un corvo appollaiato sul camino di casa sua pacato gracchiò e la
squadrò con uno sguardo fisso.
Fece il quarto passo. Era l’ultimo. Griselda era irremovibile. Il suo piede destro
era adesso sospeso nell’aria appena oltre il bordo del tetto.
All’improvviso il vento soffiò più forte, come ad ammonire la dolce Griselda del
pericolo di quell’altezza. Ma lei non vi badò. Una falena robusta e pelosa le ronzò
davanti al viso trascinata da quella folata ariosa, e si fermò nella sua bionda chioma
trovandovi rifugio.
«Vieni con me, piccolina? Ci attende un lungo viaggio. Tu sei pronta?» chiese
Griselda alla sua novella compagna, dopodiché si decise e, sorda ai consigli del vento
e del buon senso, fece l’ultimo passo, quello che l’avrebbe condotta finalmente sulla
luna. Il mondo precipitò in caduta libera finché non tonfò pesantemente al suolo. Un
suolo nuovo, soffice, di un altro pianeta. L’aria si fece rarefatta. Griselda sorrise
beata e chiuse gli occhi per sempre.
Il giorno seguente Claudio trovò i pezzi della sua Griselda sparsi in giardino.
Sbuffò infastidito e ne raccolse i resti in un grande scatolone, dopodiché montò in
auto adagiando faticosamente il suo corpo martoriato nel baule. Guidò assonnato fino al
negozio di elettronica in cui si erano conosciuti, entrò e si diresse verso il reparto
di robotica.
«Ciao, Franco». Claudio salutò il suo amico responsabile del settore.
«Oh, chi non muore si rivede! Come va, Claudio? Tutto bene? Come sta Griselda? Ti ci
trovi bene?» disse quell’altro sorridendogli e dandogli una pacca sulla spalla.
Claudio fece spallucce. «Sono qui proprio per questo. Ieri sera abbiamo litigato di
brutto e stamattina era a pezzi nel giardino di casa».
Franco disse con tono sorpreso: «Oh, mi spiace sentire una cosa del genere... Dove si
trova adesso?».
«E’ nel baule della mia macchina» rispose annoiato Claudio. Franco annuì: «Va bene,
adesso la portiamo dentro». I due amici scaricarono il corpo di Griselda trasportandolo
all’interno del negozio. Si chiusero nell’ufficio di Franco.
«Allora» disse quello sedendosi alla scrivania, «i danni riportati non sembrano
irreversibili. Certamente è stata una bella botta. Se accetti di mandarla in
riparazione dovrai attendere una settimana circa per riaverla; altrimenti, trattandosi
di Griselda, possiamo accordarci per scambiarla con un altro modello più obsoleto.
Anche se Griselda è il non plus ultra delle androidi amanti, ed è difficile tornare
indietro. Eh sì, con lei abbiamo raggiunto un livello di amore simulato mai raggiunto
prima. Tu sei stato il primo a testarla, proprio perché sei mio amico. Dimmi, come ti
ci sei trovato? Quanto ti è sembrata umana?».
«Bah» rispose Claudio, «ti dirò, non ho avuto nulla di che lamentarmi. Era
semplicemente perfetta: gentile, devota e sempre disponibile. Inoltre a letto era una
bomba. No no, amico mio, avete fatto proprio un bel lavoro. Solo negli ultimi giorni ha
iniziato a ribellarsi e a fare un po’ di testa sua. Forse l’avete resa addirittura un
po’ troppo umana. Non lo so, forse il libero arbitrio va un pochettino abbassato».
«Mh, capisco» mugugnò Franco pensieroso. «E dimmi, come si è ridotta così? Sei stato
tu o è successo altro?».

9

«Non so cosa sia accaduto» rispose Claudio tranquillo. «Dopo la lite sono andato a
dormire da solo in camera da letto ordinandole di starmi lontana, e questa mattina l’ho
trovata a pezzi in giardino. In casa non ho trovato segni di scasso o altro».
«Capisco...» fece Franco. «Deve trattarsi di suicidio. Interessante, è la prima volta
che sento di un androide che si toglie la vita. Forse abbiamo davvero raggiunto un
livello di umanità inimmaginabile».
«Quindi cosa facciamo?» chiese Claudio. Franco si alzò in piedi e mettendo una mano
sulla spalla dell’amico rispose: «Adesso la riportiamo in sede per aggiustarla e
risettare i valori del libero arbitrio, come da te consigliato. E’ ancora in garanzia
per un anno, quindi non preoccuparti delle spese di restaurazione. Una volta
riassemblata e riconfigurata ti richiamerò in negozio. Non temere, la sua memoria verrà
resettata automaticamente, quindi non ricorderà nulla di te e della vostra precedente
relazione. Sarà come se fosse la prima volta che vi incontrate. Ti consiglio, se hai
foto sue o di voi due per casa, di eliminarle o almeno nasconderle bene».
«D’accordo, grazie mille»
Franco riprese a parlare con fare teatrale: «Eh, che ci vuoi fare, amico mio. Da
quando tutte le donne sono sparite misteriosamente dalla faccia della terra noi uomini
ci siamo persi, non sappiamo più cosa vogliamo. E ci dobbiamo arrangiare con ciò che
abbiamo».
«Tz! Parla per te, amico mio. Io mi trovo benissimo e so perfettamente cosa voglio»
Franco scoppiò in una fragorosa risata e disse: «Mio caro Claudio, invidio proprio la
tua sicurezza in te stesso. Però ti consiglio di trattarla con cura la prossima volta e
di stare più attento, che un amore come quello di Griselda è più prezioso di quanto si
possa immaginare».
Claudio replicò stizzito: «Pff! E perché dovrei? Tanto posso riaverla tutte le volte
che voglio. La sua morte non è un ostacolo al nostro amore».
Giuseppe Comper

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