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PROF. CINQUEGRANA IL CAVOLO TERAPEUTICO .pdf



Nome del file originale: PROF. CINQUEGRANA IL CAVOLO TERAPEUTICO.pdf
Autore: umberto cinquegrana

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Capitolo II
Il cavolo terapeutico
La Verza

IMPACCHI LOCALI CON FOGLIE DI VERZA
Rimuovete dalle foglie, quelle esterne soprattutto, lo sporco della terra o dei fitofarmaci,
lavando le foglie con spugna e acqua tiepida, o in altro modo.
Togliete via dalle foglie il nervo grosso centrale.
Schiacciate bene, e con scrupolosità, le foglie, fino ad appianarle, facendo scomparire le
rugosità tipiche di tante foglie di verza.
Un ottimo e facile sistema di schiacciamento e di appianamento delle foglie consiste
nell'utilizzo dei rulli della «macchina per la pasta», accostando i rulli, volta per volta, in
modo tale da ottenere l’appianamento delle foglie il più opportuno. Usate la «macchina
per la pasta» con la manovella, ad uso manuale. Questo sistema elimina la fatica dello
schiacciamento delle foglie con la bottiglia.
In mancanza di una macchina per la pasta, schiacciate bene, e con scrupolosità, le foglie,
fino ad appianarle, con una bottiglia di vetro, liscia, utilizzando il margine del fondo della
bottiglia per schiacciare le venature più rilevate. Usate la bottiglia a mo' di rullo. Per
questa operazione occorre una notevole dose di pazienza.
L'impacco da applicare sia predisposto nel modo seguente:
1. Una o più buste di plastica molto sottili e morbide, cui togliete via i manici.
2. Da tre a quattro salviettine di carta bianca.
3. Lo strato di foglie di cavolo (opportunamente schiacciate e strizzate),
dello spessore di almeno un centimetro: più ne mettete meglio è.
Questo strato di foglie sia costituito prevalentemente da foglie verdi,
sulle quali poi stendete qualche foglia di cavolo più tenera, di colore chiaro.
Le foglie schiacciate, prima di essere applicate, vanno strizzate, per eliminare il liquido
prodottosi a causa dello schiacciamento.
Applicate l'impacco sulla parte del corpo da trattare, in modo tale che il cavolo schiacciato
sia a diretto contatto con il corpo. Fissate l'applicazione con fasce opportune (sciarpe,
foulards, bende, corpetti, fasce elastiche, ecc.), utilizzando bene la vostra intelligenza e la
vostra esperienza per questa operazione di fissaggio.
Quanto alla durata di ogni singola applicazione, generalmente l'impacco va messo la sera e
rimosso la mattina. Oppure, quando se ne presenti l'opportunità, l'impacco della sera va
rimosso solamente quando diventa particolarmente acido e maleodorante. Il ciclo delle
applicazioni termina quando il male che state trattando è stato rimosso completamente; il
che viene evidenziato anche dalla constatazione del fatto che, dopo un certo numero di
applicazioni - un numero molto variabile da caso a caso - gli impacchi della sera risultano
«inalterati» la mattina seguente.

PRESENTAZIONE

«V

on den wunderbaren Heilwirkungen des Kohlblattes», von Camille Droz,
Herborist-Botaniker, CH-2206 Les Geneveys-sur-Coffrane, Ne, Schweiz. Questo si
legge sulla copertina di un prezioso libretto, scritto da Camille Droz, sulle virtù
curative delle foglie di cavolo. Spero che ce ne sia in commercio una versione italiana, perché è
un’opera breve, che dice però tante cose sull’argomento. Vuole essere anche una riscoperta e una
ripresentazione del dottor Blanc, il quale è stato, nella seconda metà dell’Ottocento, un coraggioso
sperimentatore delle proprietà mediche del cavolo, riportando, sistematicamente, e con rigore
scientifico, i risultati delle sue osservazioni cliniche, quotidiane, nel suo squisito lavoro «Les
propriétés médicales de la feuille de chou», opera purtroppo esaurita, al momento in cui viene
pubblicato il libro di Camille Droz.
Il dott. Blanc riconosce che solo tardi è venuto a conoscenza del fatto che il cavolo era in buona
stima presso gli antichi romani. Egli scrive: «Quando cominciai a fare sperimentazioni dirette e
personali, ero molto lontano dal sapere che, in effetti, mi stavo muovendo sulle orme degli antichi
romani. L’avessi saputo per tempo, sarei stato aiutato da ciò a sostenere meglio lo scherno e la
derisione, che il cavolo mi ha comportato». Plinio il Giovane, morto nel 79 d.C., con tristezza
scriveva agli insipienti del suo tempo: «Invece di accontentarsi della semplicità di vita dei nostri
antenati, e di andare a prendere dal proprio orticello il cavolo per il proprio sostentamento, l’uomo
di oggi si sente più furbo nel tuffarsi nelle profondità del mare, per prendervi le ostriche, o
nell’importare fagiani dalla Colchide e la faraona dal Nord Africa». E ricordava loro quanto il
cavolo fosse stato caro a Catone il Vecchio, a Pitagora, a Crisippo, a Dieuches.
Il dott. Blanc, della facoltà di Parigi, medico presso l’«Hospice de Romans» di Drôme, nel suo
lavoro scritto, apparso nel 1881, diceva: «Il cavolo potrebbe essere in medicina, quello che è il
pane nel campo dell’alimentazione; il cavolo è il medico dei poveri». E suffraga questa chiara
affermazione con il racconto dettagliato di un numero grande di casi di guarigione, di cui è stato
egli stesso testimone, ed il cavolo protagonista e artefice.

LA FUNZIONE DIAGNOSTICA:
UN CLINICO DA PREMIO NOBEL

D

opo circa sei mesi di applicazioni di foglie di verza sulle regioni auricolari destra e sinistra,
due otorini mi dichiarano clinicamente guarito da una otite media purulenta acuta, dopo
esame obiettivo di otoscopia, constatando l’assenza assoluta della fase attiva. Eppure, gli
impacchi della notte, tolti nella mattinata, e quelli dei giorni successivi, erano ancora
particolarmente maleodoranti, e notevole era il drenaggio di liquido infiammatorio che si disegnava
sui fogli di carta: tutti, questi, segni evidenti della presenza di un processo morboso ancora in fase
attiva, ma clinicamente silente. Non è che i due specialisti che mi hanno visitato non siano stati
bravi clinici: è che i classici segni patognomonici erano, al momento, del tutto silenti, anche se
ancora ben presenti ed attivi in profondità. L’impacco punta dritto allo scopo medico di sradicare il
male, e la diagnosi e l’evidenza clinica derivano da questa attività curativa, perché si riesce a capire
la natura della patologia che si sta trattando, sulla base del drenaggio che consegue alle
applicazioni.
Per cui, se un male c’è, ma i segni clinici ad esso correlati sono silenti, l’impacco è
ugualmente attivo ed efficace: il cavolo potrebbe essere considerato scherzosamente il tenente
Colombo della medicina. Il clinico, quindi, potrebbe, al limite, trovare in questi metodi terapeutici
un valido supporto e uno strumento utile per pronunciare una diagnosi della presenza sicura di un
processo patologico anche in assenza di segni clinici classici: tutti i mali nascosti diventano
palesi, evidenziati in modo inequivocabile dall’attività drenante degli impacchi. D’altra parte, se si
avverte una sofferenza a carico di un particolare organo, o di una determinata regione corporea, si
può procedere senza indugio all’applicazione in loco di impacchi. «Se son rose fioriranno»: se il
male è reale e consistente, la terapia si rivelerà presto efficace e attiva; diversamente, le foglie non
risulteranno mai alterate, anche dopo reiterate applicazioni.
È pure da precisare che il drenaggio, provocato dagli impacchi applicati su un determinato
organo o distretto corporeo, non sempre ha un valore diagnostico organo-specifico, in quanto esso
può essere provocato anche da un focolaio, o da un altro stato patologico, che siano localizzati in un
organo viciniore, o, genericamente, in quella regione del corpo. Se poi l’organo trattato è
particolarmente vascolarizzato, si potrebbe anche verificare un drenaggio purificatore del sangue,
che attraversa abbondantemente quel distretto, ma che giunge lì particolarmente carico di tossine,
drenatesi in esso in altre regioni corporee, interessate da un processo patologico acuto o cronico.
Ogni volta che è in corso un processo morboso di una certa consistenza e soprattutto di una
certa durata, si ha sempre una più o meno marcata tossiemia, che spiegherebbe la reazione
drenante degli impacchi. Quando c’è la febbre, se ne conosca o meno la causa, è sempre molto
utile ricorrere ad un breve ciclo di impacchi di cavolo sull’addome: le applicazioni fanno abbassare
la temperatura e purificano l’organismo, agendo come un filtro sulla rete circolatoria addominale.
Tengano presente questo consiglio soprattutto le mamme con bambini della primissima infanzia,
che danno tante preoccupazioni per gli improvvisi e misteriosi rialzi termici: considerino gli
impacchi un rimedio di pronto soccorso, di una efficacia sempre sorprendente. È chiaro che,
trattandosi di bambini molto piccoli, la cui pelle è particolarmente delicata, si deve avere una cura
maggiore nel preparare gli impacchi, e bisogna usare poche foglie scure e più foglie chiare e
tenere, badando bene che tutti i nervetti delle foglie siano sempre ben appianati, e portando a
contatto con il corpo lo strato delle foglie chiare. I risultati soddisfacenti non mancheranno.

L’ATTIVITÀ DRENANTE DEL CAVOLO:
«VENI, VIDI, VICI»

I

l magico drenaggio che si verifica durante le terapie mediante applicazioni di impacchi con
foglie di verza o di cavolo cappuccio, richiama alla mente un tipico meccanismo dinamico a
«ping-pong», o al «tiro alla fune». Volendo immaginare un circuito con un preciso flusso
direzionale, sembra che si determini come un movimento elettroforetico di particelle in
sospensione, in una prima fase dall’esterno del corpo verso l’interno - quando, forse, l’eventuale
focolaio infettivo è in fase di crescita Log - cui segue un movimento direzionale inverso - quando,
forse, il supposto focolaio infettivo ha esaurito la sua fase Log.
Mi vien da pensare al titolo di un classico film western «Vado, l’ammazzo e torno», che
sembra ricalcare il più celebre motto «Veni, vidi, vici». Perché, in effetti, succede esattamente
qualcosa del genere. È come se, in una prima fase, le foglie degli impacchi sparassero tutti i loro
colpi contro il focolaio patologico, per svolgere poi, in un secondo momento, e finalisticamente,
l’opera dei monatti, di portare via i morti sul campo. È una vera e propria azione di drenaggio dei
liquidi infiammatori dell’organismo, dal piano di profondità - qualunque esso sia - verso
l’esterno del corpo.
Quello che sorprende, è che non esistono barriere capaci di resistere all’azione drenante di
questi impacchi. Varia solo il tempo della durata delle applicazioni. Ma il risultato è certo servatis servandis, naturalmente. Quando i focolai infettivi, gli accumuli di liquidi patologici, sono
annidati bene in profondità - per esempio, con eventuali interposte barriere di piani ossei - allora le
applicazioni necessiteranno di più tempo per creare il flusso di ritorno dell’azione drenante. Se,
invece, consideriamo il caso di un processo suppurativo, localizzato a livello dei glutei, in tessuto
molle e non troppo in profondità, il risultato positivo potrà essere sorprendentemente rapido.
Tempi lunghi ipotizzeremo, naturalmente, nel caso, per esempio, di una otite media catarrale,
acuta o cronica, soprattutto perché tra il piano di applicazione dell’impacco, costituito dal
padiglione dell’orecchio, e la sede del focolaio infettivo, all’interno della cavità timpanica
dell’orecchio medio, c’è un percorso relativamente lungo, costituito dal meato acustico esterno, che
è, d’altra parte, come un cuscinetto d’aria interposto. Eppure, anche in questo caso, gli impacchi
rivelano la loro potente azione drenante, perché i fogli usati si sporcano sistematicamente di
notevole materiale patologico.

L’EFFICACIA: UNO SPETTRO D’AZIONE DI 360 GRADI

T

almente vasto è il campo delle possibilità di applicazione degli impacchi a scopo terapeutico,
che si può considerare questo metodo curativo quasi una panacea, e come un vaso di
Pandora. Quando, in una situazione di emergenza, non viene in mente nessun rimedio per
risolvere uno stato morboso, oppure si sono tentate già altre vie senza ottenere risultati
soddisfacenti, è bene porsi la domanda se non sia il caso di provare anche questo metodo. Le foglie
di verza, e quelle di cavolo cappuccio, non hanno mai deluso finora, se utilizzate in maniera
corretta e con la giusta costanza; non c’è motivo fondato per pensare che potranno mai
deludere per il futuro. Più avanti, nella sezione del libro dedicata alle principali malattie
dell’uomo secondo i vari distretti corporei, si fa riferimento agli impacchi di queste pagine, ove si
ritenga che essi siano indicati per trattare una determinata patologia. In questo paragrafo, mi
limiterò a stendere un breve elenco dei principali casi, nei quali è opportuno ricorrere a questo
trattamento.
Procedendo dalla testa, incontriamo una patologia molto diffusa, ed estremamente fastidiosa,
oltre che a volte anche parzialmente inabilitante, la sinusite frontale. Un giovane giornalaio di
Sorrento aveva l’aspetto di un uomo attempato, con quel cappello di lana ben assestato sulla fronte,
per evitare attacchi improvvisi di sinusite: e l’occhio era un po’ fisso, e un po’ spaventato, perché la
paura di quel male lo accompagnava spesso e volentieri. Lo sfidai, bonariamente: se avesse fatto
impacchi sulla fronte con foglie di verza, sarebbe guarito. Mi credette. Sono trascorsi più di due
anni da allora, e quel giovane ancora mi ringrazia del consiglio; non porta più quel cappellaccio di
lana, ha ripreso a sorridere alla vita. È sorprendente anche la rapidità con la quale si hanno i primi
risultati positivi, ma anche, generalmente, quelli definitivi, di una guarigione completa e duratura.
Molti hanno riferito di avere avuto finalmente la gioia di veder colare il naso, dopo anni di una
secchezza totale della mucosa respiratoria nasale. Di un altro giovane, la guarigione entro un
mese mi fu documentata anche radiologicamente: nella lastra, ripetuta dopo un mese di cura, non
si evidenziava più l’opacizzazione dei seni frontali. Un giovane sofferente di mal di testa per una
ipertensione endocranica, associata ad una endocraniosi congenita, con agenesia parziale dei seni
frontali, ha trovato rimedio ai dolori periodici molto intensi facendo di volta in volta dei piccoli cicli
di impacchi di soli pochi giorni. Intanto, bastava un piccolo ciclo di terapia con questi impacchi, per
tirare avanti bene anche per dei mesi interi, mentre il suo medico curante, poverino, non aveva
terapie veramente efficaci da prescrivergli. In effetti, il giovane si sente bene attraverso gli
impacchi, perché questi, come già ampiamente spiegato prima, anche in questo caso hanno il potere
- davvero eccezionale, e sempre sorprendente - di tirare il liquido patologico, che, accumulandosi
negli spazi della teca cranica dell’osso frontale, comprimendo le strutture nervose locali, comporta
il dolore: quando il liquido viene tirato verso l’esterno, cessa la compressione, tace il dolore, e la
sofferenza ad esso associata.
Non potendo agire, in questo caso, sulla lesione congenita - consistente nell’anomalia
anatomica a carico dell’osso frontale, interveniamo sulle conseguenze patologiche, a valle; certo,
con più pazienza, ma con risultati garantiti ugualmente, laddove, d’altra parte, la medicina generale,
e la chirurgia, non hanno da proporre valide e risolutive alternative terapeutiche.
Se l’impacco frontale determina il drenaggio verso l’esterno di liquidi patologici circolanti, o
stagnanti, nelle strutture vascolari della teca cranica, è utile ricorrere a tali applicazioni in tutti quei
casi nei quali, per svariate patologie a carico delle strutture endocraniche, si determina una
alterazione della omeostasi dei liquidi endocranici: l’impacco, applicato sulla regione frontale,
potrebbe diventare un depuratore locale, ad azione filtrante, del liquido endocranico della teca
cranica frontale, e, contemporaneamente, indirettamente di tutto il liquido endocranico. È un’idea,
questa, che, raccolta ed applicata, potrebbe dare utili risultati in tutti i processi patologici che

interessino la cavità endocranica, anche tenuto conto che, applicazioni frontali di foglie di verza
sono facilmente eseguibili da parte di tutti, soprattutto quando si è in casa.
Anche la pressione endoculare, in caso di glaucoma, può essere trattata con gli impacchi. Il
liquido in eccesso, che si accumula nell’occhio per una eventuale occlusione del canale dello
Schlemm, o per altre cause, può essere tirato fuori dalla verza, o dal cavolo cappuccio, sperando
anche - perché no? - che si rimuovano, contemporaneamente, le cause che hanno determinato la
pressione alta nell’occhio: si tratta, in ogni caso, di un tentativo che vale la pena di fare, perché
sicuramente non nocivo. Tanto vale anche per la opacizzazione del cristallino, cioè per la cataratta,
sia essa acerba, o matura: sarebbe opportuno fare un piccolo tentativo, prima di decidersi
definitivamente per una terapia chirurgica e protesica. Anche perché, in ogni caso, il tempo delle
applicazioni non sarà mai un tempo perduto, in quanto il drenaggio, provocato dagli impacchi, avrà
intanto purificato il globo oculare da ogni impurità, preparandolo così ad un più facile eventuale
necessario intervento chirurgico.
Impacchi sulle guance sono molto utili ed efficaci nel trattamento di tutte le patologie del cavo
orale, che si esprimono con gonfiori esterni: le guance letteralmente «si sgonfiano» e, continuando
con le applicazioni, si arriva ad agire anche direttamente sulle cause che hanno determinato il gonfiore,
ed eventuali dolori ad esso associati. Tutte le affezioni gengivali, e parodontali in genere, come gli
ascessi dentali possono essere trattate in questo modo. È chiaro che l’intervento dello specialista
della bocca resta ineliminabile per risolvere radicalmente i problemi legati alla patologia di questo
distretto corporeo, tanto complicato e delicato, e gli impacchi sono soltanto un valido ausilio all’opera
dello specialista. Quando è un’affezione dentale a determinare la tumefazione della guancia, invece di
ricorrere agli antibiotici, si possono utilizzare gli impacchi per sgonfiare la guancia, e per essere così
nelle condizioni, richieste dal dentista, per procedere nel trattamento odontoiatrico delle patologie
dentali e parodontali.
La tonsillite, purulenta o non, con o senza linfoadenopatia ad essa associata, può essere
ottimamente trattata mediante impacchi sotto la gola. Quando questa affezione interessa i bambini e generalmente è proprio così - il problema della terapia con le foglie di verza o di cavolo cappuccio
è più di ordine psicologico, che medico. Perché la terapia è di per sé molto efficace, e, in taluni casi,
anche risolutiva: le difficoltà sono legate alla particolare psicologia dei pazienti in età pediatrica.
Ma, trovando il sistema per fare gli impacchi, il gioco è fatto. Laddove la guarigione non fosse
definitiva, si ricorre volta per volta agli impacchi, evitando una altrimenti necessaria terapia
antibiotica. Non si dimentichi di usare le foglie più chiare, e quindi più tenere, per formare lo strato
dell’impacco che starà a contatto con la pelle.
Impacchi alla gola sono molto utili per aiutarsi quando sia in corso una affezione a carico
dell’apparato della fonazione, con alterazioni dovute a faringiti o a laringiti. In generale, possiamo
affermare che le applicazioni di impacchi in questa regione del collo sono indicatissime per ogni
forma di mal di gola, anche in assenza di una diagnosi specifica del male. Con questi trattamenti,
si può ben tentare di ridurre il volume di un gozzo tiroideo. Ricordo di una giovane signora,
sofferente di una malattia della tiroide, che produceva liquido, che si accumulava nella regione
anteriore del collo: l’agoaspirazione del liquido doveva essere praticata, presso un ospedale di
Napoli, con scadenza mensile, perché si riproduceva sistematicamente. Le foglie di verza, agendo
come un’idrovora, anche se lentamente - è ovvio - non solo hanno aspirato il liquido, ma hanno
anche prosciugato il lago, fino al punto che non si è più riformato il liquido patologico.
Evidentemente, gli impacchi hanno agito sulla tiroide, sradicando in profondità il male responsabile
della formazione del liquido. Per la verità, fu associato in quel caso anche un trattamento con
l’amaro svedese, e con una ragionata fitoterapia; ma il lavoro principale, quello del prosciugamento,
fu eseguito dalla verza, in sostituzione dell’opera di agoaspirazione del chirurgo.
Il collo può essere interessato agli impacchi, posteriormente, in caso di artrosi cervicale, o di
discopatia del tratto cervicale della colonna vertebrale. Anche in questo caso, i risultati sperati non
si fanno attendere a lungo. Applicazioni in questa regione saranno utili anche per eventuali
patologie, primitive o secondarie, a carico dei plessi nervosi cervicale e brachiale. Ancora una

volta, l’attività curativa degli impacchi si muove, contemporaneamente, in molteplici direzioni, ben
compensando la fatica che occorre per preparare le foglie.
Lo spazio intratoracico può essere interessato da svariate malattie a carico di polmoni, pleure,
bronchi, cuore. Gli impacchi possono essere applicati sia posteriormente – e questi sono gli
impacchi migliori - sia anteriormente, insistendo in particolare su quella zona della gabbia toracica,
corrispondente all’eventuale male, che, si ipotizza, si annidi, nella profondità, in quel punto preciso.
Siccome le escursioni respiratorie a riposo, generalmente, non sono molto profonde, gli impacchi
sono anche agevoli.
Nei casi di versamento pleurico, si può fare un tentativo di aspirare il liquido, applicando gli
impacchi sulla regione posteriore della gabbia toracica. Sottolineo che i miei consigli vogliono
essere, qui, come altrove nel presente volume, solo un invito a fare dei tentativi, ben
consapevole che questi tentativi, in ogni caso, non potranno mai arrecare danni, o far peggiorare la
situazione, proprio come dice il proverbio «tentar, non nuoce». Non è di secondaria importanza,
purtroppo, il problema della maleodoranza degli impacchi, quando diventano particolarmente
attivi: come nel caso di un anziano - sofferente di gravi problemi respiratori, per affezioni croniche
di bronchi e di polmoni, risalenti alla campagna di Russia, nel corso della seconda guerra mondiale
- il quale ritenne necessario dovere smettere le applicazioni, perché i parenti conviventi presero a
lamentarsi, insistentemente, della «puzza insopportabile», proveniente dagli impacchi. Fu un vero
peccato, perché aveva cominciato a sentirsi meglio, e la respirazione dava segni di volersi
normalizzare.
Le patologie addominali si possono trattare agevolmente con impacchi locali: a seconda degli
organi interessati dalla malattia, le applicazioni si faranno a livello dell’ipocondrio destro o sinistro,
oppure sulla regione pelvica, o anche, se necessario, su tutto l’addome. Quando si tratti dei
bambini, un solo impacco interesserà assieme tutti gli organi addominali. Gli impacchi si
applicheranno sul quadrante superiore destro della pancia, se si vuole trattare malattie del fegato,
della colecisti e delle vie epatobiliari; in alto a sinistra per patologie a carico dello stomaco, del
pancreas, della milza; sul bacino, per malattie degli organi pelvici, quali ovariti, endometriti,
alterazioni del ciclo mestruale, cistiti, prostatiti, stipsi dipendente dal segmento rettale
dell’intestino crasso. È chiaro che gli impacchi sono attivi contemporaneamente su tutti gli organi
che sono giacenti nella zona trattata: per cui, ad esempio, se una donna fa una serie di impacchi
sulla regione pelvica, perché è convinta di soffrire di cistite, ma la malattia è invece un’ovarite, o
una annessite, o altro, la guarigione sopravviene ugualmente, per l’azione automatica degli
impacchi sugli organi interessati di fatto da una affezione, e non su quelli presunti tali.
Il drenaggio, determinato dalla applicazione degli impacchi, è utilissimo nelle vasculopatie a
carico degli arti inferiori, in modo particolare quando si tratti di vene varicose: si può ottenere il
superamento della stasi ematica, e la contemporanea guarigione delle pareti venose, in seguito
alla riattivazione della circolazione locale. Sarebbe, in ogni caso, un tentativo lodevole, e quindi da
farsi. Trattare la gonartrosi - artrosi del ginocchio - è abbastanza agevole, data l’accessibilità di
questo segmento corporeo: occorre solo la giusta pazienza, e la costanza. Non è difficile tentate di
drenare, con questi metodi naturali, eventuale liquido intrarticolare presente nel ginocchio, o in altre
articolazioni: ho constatato sempre buoni risultati in questa direzione. Può essere trattata con gli
impacchi anche la caviglia, che tanto facilmente va soggetta a traumatismi di varia natura, come le
tanto frequenti distorsioni. In genere, e sinteticamente, la validità dei trattamenti con impacchi
interessa tutte le affezioni a carico delle articolazioni, in qualunque segmento dell’apparato
scheletrico dell’uomo.
Quando, malauguratamente, andasse a male una iniezione intramuscolare, con conseguente
suppurazione, si può evitare l’incisione chirurgica, se si ricorre agli impacchi con foglie di verza o
cavolo cappuccio. Tutte le lesioni cutanee traggono giovamento, in molti casi fino a totale
guarigione, da questo trattamento. Provate, ad esempio, con l’acne giovanile e le foruncolosi. Per
quanto attiene a patologie più gravi, quali la psoriasi, l’eczema, il lupus, o altro, è chiaro che il
discorso è diverso: accanto alla possibilità di un trattamento locale delle caratteristiche singole

lesioni cutanee, va studiato un opportuno presidio terapeutico, che provi a debellare il male, agendo
sulle sue cause profonde. Ne tratterò nei paragrafi relativi alle singole malattie.
A conclusione di questa rapida carrellata sulle possibilità reali di interventi efficaci in tanti
campi della patologia umana, utilizzando gli impacchi di cavolo, devo dire che purtroppo la
panoramica resta fortemente incompleta. Per amore di brevità, non ho descritto mille altre
esperienze vissute a riguardo: spero solo, intanto, di avere sensibilizzato il lettore in maniera
sufficiente a spingerlo non solo ad interessarsi a queste terapie, ma anche a metterle in pratica, per
sperimentarne, sulla propria persona, la validità e la sicura efficacia.

LA MALEODORANZA, UNO SCOTTO DA PAGARE

«P

unctum olens, punctum dolens»: quanto più l’impacco diventa attivo ed efficace nei
confronti del materiale patologico che deve essere drenato verso l’esterno, tanto più si
verifica il fenomeno della maleodoranza. Il liquido infiammatorio, attirato verso
l’esterno, interagisce con le foglie dell’impacco, le quali inacidiscono, liberando tutt’intorno
un cattivo odore caratteristico, acre, pungente. Questo fatto è, indubbiamente, sgradevole, e
induce una reazione di fastidio in quanti sono raggiunti dalle esalazioni maleodoranti. Tuttavia, si
può porre un rimedio anche a questo inconveniente, in una duplice maniera. Da una parte, si deve
considerare che, in tanto l’impacco è diventato maleodorante, in quanto si sta a buon punto con il
lavoro di terapia, che si sta svolgendo; e, quindi, si dovrebbe addirittura gioire, quando si presenta
questo fenomeno a primo acchito fastidioso. «Se l’impacco è maleodorante, la salute è
avanzante», potremmo dire. D’altra parte, possiamo utilizzare un buon profumo gradevole, da
spruzzare tutt’intorno all’impacco, per tentare di tamponare, almeno in parte, l’effetto negativo del
cattivo odore.
Questi rimedi facilmente può trovarli logici colui il quale sta facendo gli impacchi per guarire;
non è altrettanto facile per coloro i quali si trovano a dover vivere accanto a chi si sta curando.
Costoro possono o allontanarsi, quando è possibile, anche fisicamente, dormendo, ad es., in un’altra
stanza; oppure ragionare con il cuore, e, per amore, sopportare il disagio momentaneo, sapendo
che un loro caro sta risolvendo un suo problema, certamente più fastidioso del solo cattivo odore.

IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE: TUTTI PER UNO, UNO PER
TUTTI

«I

mpara l’arte e mettila da parte»: così recita la sapienza popolare, che ha acquisito,
istintivamente, il senso dell’imponderabile, che tanto peso ha nel destino quotidiano di
ognuno di noi. La conoscenza delle tecniche di utilizzazione degli impacchi di verza non
è certo di per sé paragonabile ad un’arte, ma è un’abilità di grande utilità pratica. È auspicabile che
tutti i membri di una famiglia siano in grado di mettere in pratica, al momento opportuno, queste
tecniche di terapia, semplici e utilissime allo stesso tempo. È, purtroppo, molto diffusa l’usanza
di delegare le mamme, o le donne in genere, ad eseguire certe mansioni e determinati compiti; e,
tante volte, questo atteggiamento può essere anche giustificato. Spero, tuttavia, che tanto non
avvenga nel caso nostro: se capita che è proprio la mamma ad essere ammalata e bisognosa di
impacchi con foglie di verza o cavolo cappuccio, sarà un altro membro della famiglia a rendersi
utile, sempre che tutti abbiano, naturalmente, imparato preventivamente le tecniche suddette. Che
siano anche gli uomini capaci di preparare gli impacchi, è, molte volte, necessario, pure per il fatto
che occorre una forza muscolare particolare, per appiattire alcune foglie verdi rugose, e resistenti
più delle altre, laddove non sia possibile far ricorso alla «macchina per la pasta» (cfr. pag. XXX).
Quando ho spiegato queste cose a mariti o a figli maschi, ho incontrato, purtroppo, notevoli
resistenze di natura psicologica: il vecchio uomo che è in noi, quale prodotto della nostra infanzia e del
nostro passato, fa una fatica enorme a morire, per lasciare il posto all’uomo nuovo, più pratico e
disinibito.
Siccome mi giuravano di amare profondamente la famiglia, ricordavo loro che l’amore, se è
vero ed autentico, fa superare tutte le barriere, e rende capaci di fare cose che, normalmente, non si
riesce a fare, o non si vuole fare: «Omnia vincit amor». E l’argomento è risultato convincente, per
quelle persone che soffrivano di blocchi psicologici reali, ma che erano animati da una buona
volontà di fondo.

L’ESEMPIO DEI GENITORI

I

figli, specialmente i più piccini, tendono istintivamente ad imitare i genitori, nei quali
vedono impersonate tutte le virtù. Ora, se i genitori prendono l’abitudine di usare
sistematicamente gli impacchi per risolvere i propri mali personali, e, ogni volta che fanno le
applicazioni, ne spiegano il perché ai figli, facendo anche loro constatare l’efficacia di queste tecniche
curative, e soprattutto la loro innocuità, i figli non rifiuteranno di ricorrere a tali rimedi, quando si
presentasse la necessità anche per loro.
«Exempla trahunt», dicevano i latini, ed è saggio ricorrere a questo accorgimento, per creare
quasi una tradizione in famiglia: perché poi, per i figli, mettere in pratica certe cose viste fare dai
propri modelli familiari, quali sono i genitori, sarà un fatto naturale, giusto e buono. E
trasmetteranno, a loro volta, ai propri figli, quanto hanno appreso: tutto con naturalezza, e senza
fatica.

COME SCHIACCIARE LE FOGLIE VERDI

N

el caso che non sia possibile far ricorso alla «macchina per la pasta» (vedasi a pag.
XXX), per schiacciare le foglie, attenetevi ai consigli che seguono. Appoggiate sul ripiano
di marmo le foglie in modo tale che verso l’alto sia la faccia con i nervetti. Bisogna per
prima schiacciare bene questi nervi. Conviene utilizzare, per i nervi più grossi e più resistenti, il
bordo del fondo della bottiglia di vetro, sollevando un poco la bottiglia dalla parte del collo, per
potere imprimere più forza sull’altra parte della bottiglia. Riducete all’appiattimento i nervi tutti,
ad uno ad uno. Dopo di che, appianate le altre parti della foglia, usando la bottiglia normalmente,
ma sempre a rullo, e con forza.
Quando siete convinti di avere ridotto all’appiattimento tutte le asperità della foglia, non
demordete ancora: conviene ammassare le parti della foglia appiattite, e schiacciare ancora qualche
volta. Che la foglia si rompa in tante parti, non importa, anzi è segno che l’avete lavorata
abbastanza bene.
È buona norma che un po’ tutti in famiglia imparino questa tecnica di schiacciamento delle
foglie. E non dimenticate di tenere sempre a portata di mano la scheda operativa n° 5 (pag.
XXX).

COME SCHIACCIARE LE FOGLIE MENO VERDI E QUELLE MENO
CHIARE

L

e foglie più interne sono più tenere, più morbide, più chiare. Naturalmente è più facile
schiacciarle, ma occorre maggiore attenzione nel procedere al loro appiattimento. Queste
foglie più interne avranno un ruolo particolare nell’impacco che andiamo a preparare: esse
devono essere utilizzate per formare lo strato dell’impacco che finirà a contatto con la pelle, quando
applicheremo l’impacco sul corpo. Si cercherà di non sfibrare eccessivamente queste foglie, e si
tenterà di mantenerle possibilmente integre. È solo questione, ancora una volta, di un po’ di
pazienza in più, e il risultato sarà quello desiderato.
Anche da queste foglie si deve rimuovere l’eventuale nervo centrale, se ha dimensioni tali da
non poter essere schiacciato agevolmente.

PERCHÉ SCHIACCIARE BENE LE FOGLIE

A

questo punto, voglio chiarire perché insisto tanto sul modo di schiacciare correttamente le
foglie. I motivi fondamentali sono due:

1. Si tratta di rendere l’impacco più aderente ai tessuti cutanei, coi quali entra in contatto, per avere
una migliore resa, attraverso una più efficace interazione. Nel caso che le foglie non siano state
schiacciate bene, il contatto con la pelle non è quello ottimale, e la resa può essere ridotta, o
talvolta persino nulla. In rima si potrebbe dire: «Se le foglie schiacci bene, la salute te ne
viene; se le stesse appiani male, il lavoro non ti vale».
2. Se i nervi delle foglie non vengono appiattiti, e le rugosità delle foglie non vengono appianate,
si può instaurare un processo irritativo a carico della pelle: niente di grave o di preoccupante
sotto il profilo medico, perché a tanto si rimedia facilmente con l’unzione della zona con olio di
oliva, o con sugna di maiale, o con pomata di calendula, o con altro eventuale farmaco,
prescritto da un medico. Il fatto negativo è che, facilmente, il paziente può rifiutarsi di
continuare con le applicazioni degli impacchi, scoraggiato dal processo irritativo della pelle,
senza capire che la colpa di questo sgradevole effetto è tutta di colui che non ha saputo
schiacciare bene le foglie. Tale rifiuto è ancora più prevedibile se il paziente è un bambino, o un
soggetto già prevenuto verso i metodi naturali di cura delle malattie.

DOVE SCHIACCIARE LE FOGLIE

P

er gli eccellenti risultati che si ottengono per il tramite di questi impacchi, il cavolo verza ed
il cavolo cappuccio ben meritano un angolino tutto loro all’interno del vano cucina; che sia,
anche, un angolo di tutto riguardo. Dal marmista ci si procura un pezzo di marmo, abbastanza
robusto, dalle dimensioni, orientativamente, di cm. 50 x cm. 50, da appoggiare su un ripiano di
qualche mobile di cucina - questo, poi, ben piantato a terra e ben solido, naturalmente - ponendo
prima, su tale piano di appoggio, un panno dello spessore da 0 cm. a 1 cm.: su questo ripiano di
marmo si eseguirà l’opera di schiacciamento delle foglie dell’impacco; operazione sulla quale sto
tanto insistendo, per buoni motivi. Chi non avesse la possibilità di creare tale piano di marmo, potrà
utilizzare qualsiasi superficie piana, purché sia ben solida, tale da garantire un buon risultato
nell’operazione di schiacciamento delle foglie dell’impacco. In ogni caso, bisogna sapersi
arrangiare, bene usando il dono dell’intelligenza, che si presume, non manchi a nessuno. Non
dimentichiamo che la necessità acuisce l’ingegno, e che, quando si vuole, si può anche.
Naturalmente, tutto ciò risulta superfluo, se usate la macchina per la pasta, per schiacciare le foglie.

LA «MACCHINA PER LA PASTA», UNA SOLUZIONE ECCELLENTE

L

e difficoltà evidenziate nei precedenti tre paragrafi, relativamente al problema, non
secondario, dello schiacciamento opportuno delle foglie di verza, vengono superate con
notevole facilità se si ricorre alla «macchina per la pasta». S’è trattato di un rimedio
escogitato, quasi per caso, da una mia paziente, la quale, essendo una commerciante di calzature nei
mercati, non aveva «tutto quel tempo» che occorreva, necessariamente, per schiacciare le foglie con
una bottiglia di vetro; le venne, così, la bella idea di utilizzare la «macchina per la pasta» , quella
con la manovella, la quale, per nostra buona sorte, è abbastanza comune, e presente in quasi tutte le
case.
Si utilizzi la «macchina per la pasta» nel modo seguente:
1. La si fissi bene ad un tavolo, o ad altra superficie solida;
2. Si accostino i due rulli per il massimo previsto dal modello, utilizzando la manopola
laterale numerata.
3. Si passino le singole foglie, ad una ad una, attraverso i rulli. Nel caso che non si sia
soddisfatti della prima operazione di schiacciamento delle foglie, si prendano le foglie
già passate una prima volta attraverso i rulli, le si pieghi in due, e le si ripassi ad una
ad una attraverso i rulli per la seconda volta.
Il trattamento delle foglie con questo sistema diventa, così, particolarmente agevole: in questo modo
tutti i membri del nucleo familiare possono essere utilizzati nello svolgimento di questo compito,
perché esso non richiede una forza fisica particolare, o altre attitudini specifiche. E, poi, tutto
sommato, diventa quasi un gioco l’operazione di schiacciamento delle foglie, quando si utilizzi
questo sistema: possono così collaborare anche i bambini, o gli anziani, e tutto diventa più semplice,
più rapido, più facile, e viene così la voglia di schiacciare anche più foglie di cavolo, come è giusto
che sia abitualmente.

ROTOLI DI CARTA DA CUCINA

D

a preferirsi quelli fatti con carta più resistente, e non colorata. Fogli staccati dai rotoli
avranno una funzione di orientamento diagnostico, nel senso che su di essi si fisserà,
almeno in parte, il liquido che l’impacco riuscirà a far fuoriuscire dal distretto corporeo
trattato. La trama che si disegnerà sui fogli, il colore e l’intensità del liquido drenato, potranno
orientare il medico, per una eventuale interpretazione della natura del processo patologico
che è in corso di trattamento, e per una prognosi del decorso della malattia. Questi fogli
saranno conservati, messi da parte secondo un ordine cronologico, per un ripercorrimento teorico
del decorso del trattamento, a guarigione avvenuta.
Tipicamente, si noterà che i fogli delle prime applicazioni sono generalmente bianchi e asciutti,
quasi che non fosse successo proprio niente. Successivamente, i fogli saranno bagnati, e poi anche
sporchi di un materiale che fa pensare immediatamente ad un liquido infiammatorio, da processo
infettivo, o da edemi sottocutanei o profondi, o, in ogni caso, da sangue di più o meno estesa stasi
venosa. Le ulteriori applicazioni, poi, daranno per risultato fogli bianchi e asciutti, come all’inizio
della terapia: dal che si potrà dedurre che il male è stato trattato efficacemente, e debellato. È chiaro
che l’entità del drenaggio, e la sua evidenziazione sui fogli, dipendono dalla natura e dalla
estensione del male, che si sta trattando: più grande è il focolaio, più notevole e sorprendente
sarà la relativa azione di drenaggio.

COME FISSARE L’IMPACCO

L

e foglie dell’impacco, per potere esercitare la loro azione curativa, devono stare a
contatto diretto con il corpo, ben aderenti a quel settore dell’organismo dove è,
presumibilmente, localizzato il male da trattare, sia esso in superficie, o nei tessuti profondi.
Deve essere un contatto diretto, che non ammette interposizione di checchessia. L’impacco deve
essere ben fissato, di modo che il contatto con il corpo sia sicuro e inalterato, per tutto il tempo
dell’applicazione.
Nell’angolo che, idealmente, abbiamo riservato al materiale necessario per una buona
applicazione degli impacchi per scopi terapeutici, dobbiamo riporre anche tutto quanto può essere
utile per realizzare un corretto fissaggio degli impacchi stessi. Quanto più sono là, a portata di
mano, tutte le cose necessarie per questi particolari metodi curativi, tanto più è facile procedere con
poco dispendio di energie e di tempo, conseguendo ottimi risultati col minimo sforzo. Fasce
elastiche, e non, bende, garze, corpetti, ginocchiere, mutandine elastiche: ecco alcune delle cose
utili per gli obiettivi che ci siamo proposti. Anche foulards e sciarpe, che non si utilizzino più
nell’abbigliamento personale, possono essere messi a disposizione per gli impacchi. Le sciarpe
sono particolarmente adatte, soprattutto nel periodo invernale. Da lenzuola smesse, si possono
facilmente ricavare delle bende di varia lunghezza e larghezza, e delle cosiddette «scolle».
Se il bendaggio lo si fissa con delle spille, o con dispositivi già presenti sulle fasce, non insorge
il problema del nodo. Nel caso, poi, che sia necessario fare un nodo, per fissare il bendaggio, è
bene interporre un fazzoletto piegato, o altra stoffa ripiegata, tra il nodo e il punto del corpo su cui
questo insiste, per evitare che il nodo possa infastidire il paziente, durante il tempo di applicazione
dell’impacco. Ciò può capitare, ad esempio, quando le foglie sono applicate sulle orecchie, o sulle
guance, e il nodo della scolla, o di altro bendaggio, capiti sotto il mento; oppure quando un impacco
sia fatto, ad esempio, sulla regione pelvica, e il nodo capiti sul tratto lombare della colonna
vertebrale, o in un fianco. Il fazzoletto, ripiegato, posto sotto il nodo, ammortizza abbastanza
bene: quando questo rimedio si rivelasse insufficiente, allora occorre fissare l’impacco in altro
modo. Al paziente bisogna chiedere soltanto quei sacrifici, di cui non si può fare a meno:
l’ammalato ha già i suoi guai, e questi gli bastano.

DURATA DEI SINGOLI IMPACCHI

S

e immaginiamo il paziente in una clinica, dove si curi mediante l’applicazione degli impacchi di cui
stiamo trattando, allora ogni singola applicazione viene rimossa solo quando le foglie diventano
maleodoranti, acide, e come fossero cotte. Lo specialista controllerebbe lo status delle foglie
applicate, ordinerebbe la rimozione dell’impacco in corso, e ne farebbe applicare uno nuovo, dopo
opportuna pulizia del distretto corporeo trattato. Tutt’altra è la situazione reale del lettore: la clinica
suddetta non esiste, ed egli deve curarsi a casa, come meglio può, seguendo questi miei consigli.
Quando sia in corso uno stato patologico, che costringa a stare a casa, o si sia casalinghi per
anzianità, l’impacco lo si può tenere tanto a lungo, ininterrottamente, fino a quando non ci si accorga
che esso ha esaurito la sua efficacia, in quanto le foglie sono ormai particolarmente maleodoranti,
soprattutto marce, e come fossero cotte. Fino a quando le foglie rimangono inalterate, sono cioè così
come sono state applicate, allora l’impacco non si deve rimuovere. Quando l’impacco debba essere
rinnovato, è necessario prima lavare, con acqua e sapone neutro, la parte del corpo trattata - se è tessuto
corporeo integro, naturalmente - oppure sterilizzare con opportuni prodotti farmaceutici, se si tratta di
tessuti cutanei non integri, con soluzione di continuità, come nel caso di ferite, ulcere, cicatrici, non
guarite completamente, ecc..
Nella maggioranza dei casi, tuttavia, le patologie da trattare non sono tali, per fortuna, da
costringere a restare a casa anche di giorno. La colite, ad esempio, o una ovarite, o la sinusite
frontale, che non sia in una fase accessuale acuta, non impediscono, a quelli che ne soffrono, di
andare a lavorare. Non si può pretendere, in questi casi, che si conservino i ritmi di applicazione
degli impacchi, così come descritto precedentemente. Basta, allora, che l’impacco lo si abbia per
tutta la notte, applicandolo la sera, al più presto possibile, e togliendolo la mattina successiva,
quanto più tardi è possibile. Non è la maniera più ortodossa di procedere, ma bisogna contentarsi.
Meglio questo che niente, intanto che ugualmente si otterranno i risultati desiderati, anche se più
tardi del previsto. Gli impacchi, quindi, saranno rinnovati tutte le sere, e saranno rimossi la
mattina successiva, a prescindere dallo status delle foglie.
Ci sono, poi, alcune attività diurne, che sono compatibili con gli impacchi, se questi
interessano, ad esempio, parti nascoste del corpo, e se non ci sono contatti particolarmente
impegnativi con altre persone, come avviene quando si opera in luoghi pubblici, o a stretto contatto
con gli altri. Se la propria attività si svolge a casa, allora conviene fare di tutto per tenere
l’impacco quanto più a lungo è possibile, e toglierlo solo quando diventi maleodorante e acido, con
le foglie che sembrano quasi cotte.

DURATA DI UN CICLO DI IMPACCHI

«Q

uousque, tandem? Usque ad valetudinem!»: un ciclo di applicazioni dura tanto,
quanto è necessario per giungere alla completa risoluzione della patologia che si sta
trattando. Solo allora la terapia ha esaurito la sua funzione, che è quella della
«restitutio ad integrum» della parte lesa. L’osservazione, in successione, dello status dei singoli
impacchi, quando vengono rimossi, ci dirà quando siamo arrivati alla conclusione del ciclo di
terapia. Generalmente, il decorso del trattamento rispetta stadi sequenziali precisi. In una prima
fase, gli impacchi risultano, alla rimozione, quasi inalterati; le foglie sono o molto asciutte, o
cosparse di poche goccioline di acqua, non sono puzzolenti; i fogli di carta evidenziatori sono
sporchi solo del colore della verza o del cavolo cappuccio.
Segue la fase del drenaggio vero e proprio, che disegna sui fogli di carta la propria efficacia,
sporcandoli con macchie, che diventano sempre più intense e più evidenti con il crescere del
numero delle applicazioni: sono macchie strane, alcune color marrone, altre violacee; altre, poi,
sono qua e là di un rosso vivo, che fa pensare al sangue. Abbondante è, anche, il flusso di liquido
trasparente, come da svuotamento di un edema, da strati profondi. A volte sembra di stare in
presenza di materiale purulento, proveniente da focolai più o meno profondi. Sul piano clinico,
questa fase drenante si accompagna a segni evidenti di un preciso e progressivo miglioramento delle
condizioni del paziente, in riferimento alla patologia che si sta trattando.
Quando, nella terza fase, le foglie degli impacchi applicati e rimossi appariranno inalterate «come le abbiamo messe, così sono uscite», riferiscono i pazienti - possiamo affermare che il ciclo
degli impacchi, per quel trattamento, si è esaurito, perché il male non esiste più, il focolaio è
stato spento, il serbatoio di liquidi patologici è stato completamente svuotato.
La successione delle tre fasi ora descritte avrà, naturalmente, luogo, solo se si verificano due
condizioni essenziali: in primis, è necessario che il male ipotizzato, da debellare, esista veramente e
che non sia soltanto immaginario; e, in secondo luogo, che si proceda correttamente nella
preparazione e nella applicazione degli impacchi. Molto spesso, la vera causa di un eventuale
fallimento nel trattamento di alcuni mali, mediante l’applicazione degli impacchi con foglie di verza
o di cavolo cappuccio, risiede nel fatto che le applicazioni non sono eseguite con la opportuna cura,
e con la dovuta attenzione. Il metodo è infallibile solo se applicato adeguatamente: ma se siamo
distratti, superficiali, incapaci, è colpa nostra, se non otteniamo i risultati sperati.

EVENTUALI REAZIONI CUTANEE
uando si rimuove l’impacco, la zona trattata deve essere accuratamente lavata con
acqua tiepida e sapone neutro, per rimuovere adeguatamente il liquido che, drenato
dall’interno del corpo, si è fissato momentaneamente sulla superficie cutanea. Se questa
operazione non viene eseguita, oppure è fatta male, si può verificare, nel corso della terapia, una
sgradevole reazione cutanea, consistente in arrossamento, bruciore, prurito, eventuale più o meno
lieve foruncolosi, ecc.: segno, questo, che, localmente, si è determinato uno stato di ipersensibilità
cutanea. Certo, non è qualcosa di preoccupante, perché il fenomeno regredisce spontaneamente già
con il solo fatto di interrompere le applicazioni, e ungendo la parte interessata con olio di oliva, o
con uno degli oli medicinali, di cui alle pagg. XX-XX.
Ma la causa più frequente di questa reazione cutanea fastidiosa è da ricercare in una non
corretta operazione di schiacciamento delle foglie. È anche per questo che ho insistito
precedentemente, e lo ribadisco adesso, sulla necessità di curare con molta attenzione tutto quanto il
procedimento, mirante ad ottenere un impacco fatto di foglie ben appiattite, e senza nervetti residui.
In particolare, se la parte del corpo da trattare è una regione delicata e sensibile - ad esempio, la
regione addominale anteriore dei bambini o degli adolescenti - bisogna preparare molto bene anche
le foglie più chiare e più tenere, che andranno a formare lo strato dell’impacco a più diretto contatto
con il corpo. Il tempo che si impiega in più nell’operazione di schiacciamento delle foglie, sarà tutto
abbondantemente riguadagnato. Perciò, anche quando andiamo di fretta, ricordiamo il motto latino
«festina lente», cioè «affrettati, ma sempre con la giusta calma».
N.B. Ogni volta che si lava la parte del corpo trattata, si tenga presente la scheda n° 9, di pag.
XX.

Q

COME PROCURARSI LE FOGLIE PER GLI IMPACCHI

I

l contadino non dovrebbe avere problemi, o chi avesse un orticello, presso la propria abitazione:
non è difficile coltivare, tra l’altro, secondo le stagioni, la verza o il cavolo cappuccio,
eventualmente anche secondo i più moderni metodi biologici di concimazione, e di attività
antiparassitaria. A chi deve comprare il cavolo, consiglio di mettersi d’accordo con il proprio
fruttivendolo, pregandolo di essere così gentile da procurare ogni volta, per tempo, la verza o il
cavolo cappuccio. Praticamente, è utile prenotare alcuni giorni prima, specialmente in quei periodi
dell’anno, nei quali è particolarmente arduo ottenere questo genere di ortaggi. Il fruttivendolo non
avrà difficoltà a dare a voi, gratuitamente, le foglie verdi esterne, perché, naturalmente, le deve
buttare via, sono per lui ingombranti. Il cavolo comprato, e le foglie ottenute, devono essere
conservati nel frigorifero, nello scomparto della verdura fresca, chiusi in una busta di plastica.
Questo bisogna fare ogni volta, dopo di avere preparato gli impacchi, con quanto resta delle foglie e
del cavolo. Per prudenza, nel frigorifero, non dovrebbe mai mancare un cavolo di riserva, pronto
per qualunque emergenza, o delle foglie verdi, quelle, per capirci, ottenute gratuitamente dal
fruttivendolo.
Quando si va a comprare il cavolo, si chiede innanzitutto la verza; se questa non è disponibile,
si compra il cavolo cappuccio: perché, mi hanno spiegato i fruttivendoli, o l’una cosa, o l’altra, si
può sempre trovare, o procurare. Al proprio rifornitore conviene spiegare il perché della
particolarità delle richieste, l’uso terapeutico del cavolo, e quindi la destinazione nobile dello
stesso, perché alcuni fruttivendoli possono pensare che le foglie verdi le chiedete per darle ai
conigli, o ad altri animali, e potrebbero non avere la premura di conservarle per voi.
Le foglie fresche sono, naturalmente, le migliori per gli impacchi, perché particolarmente
efficaci, nell’azione terapeutica che debbono svolgere. Non sempre il fruttivendolo è in grado di
procurare cavoli freschi, anche con tutta la buona volontà. In ogni caso, quando si è in corso di
terapia, usate anche foglie non proprio freschissime, anziché interrompere bruscamente la continuità
delle applicazioni: meglio un impacco non proprio perfetto, che nessun impacco. Se, poi, si ha la
fortuna di conoscere qualche contadino, che coltiva la verza o il cavolo cappuccio, è più facile,
naturalmente, procurarsi cavoli garantiti freschi.

CAVOLO VERZA, CAVOLO CAPPUCCIO,
O CAVOLO MILANESE?

«Q

uesti e quello per me pari sono», per dirla con il poeta Dante. Tutte e tre le citate
varietà di brassica oleracea, cioè di cavolo, sono dotate di un’alta attività curativa,
inducono un ottimo drenaggio di liquido infiammatorio nella zona trattata, lasciano il
segno della loro notevole efficacia. Io consiglio di usare innanzitutto il cavolo che più facilmente
si riesce a ottenere dal fruttivendolo, che si contatta per ragionata convenienza. Ove sia possibile,
credo sia opportuno avere in casa, chiusi in sacchetti di plastica, e conservati in frigo, negli
scomparti più bassi, o nel cassettone degli ortaggi, almeno due varietà di cavolo. Il cavolo
milanese, detto pure cavolo riccio, è considerato da Camille Droz il più efficace; Willfort propone
il cavolo cappuccio, detto anche cavolo bianco; Breuss parla del cavolo verza, quando indica gli
impacchi con il cavolo, per il trattamento di eventuali epatopatie: ma nessuno dei tre autori esclude
le varietà di cavolo non citate espressamente. Nella mia lunga esperienza di attenta osservazione
dei fenomeni associati alle terapie con il cavolo, ho potuto concludere che le tre varietà possono
essere utilizzate anche in combinazione, formando ad esempio la parte scura dell’impacco, quella
costituita cioè dalle foglie più verdi, con le foglie esterne del cavolo riccio - che è il cavolo milanese
- che hanno, quasi sicuramente, il più elevato potere drenante. Presentano, però, l’inconveniente di
essere alquanto irriducibili, nel senso che conservano una certa ruvidezza, anche dopo un buon
schiacciamento. Tuttavia, a tanto si può rimediare, formando lo strato superficiale dell’impacco quello strato che andrà a diretto contatto con il corpo - con foglie di verza, quelle più chiare, e
quindi più tenere; oppure con foglie di cavolo cappuccio, siano esse quelle più verdi, o quelle più
chiare, non importa, perché tutte le foglie del cavolo cappuccio hanno la caratteristica di essere
sempre abbastanza tenere. Per essere ancora più chiaro sulle tre varietà di cavolo, prese in esame in
questo paragrafo, a proposito del cavolo cappuccio diciamo che, con esso, si possono formare
agevolmente tutti e due gli strati dell’impacco, e che le sue foglie esterne possono essere utilizzate
per costituire anche lo strato che andrà a contatto con il corpo, essendo di per sé lisce, e abbastanza
morbide. Invece, le foglie del cavolo milanese non sono adatte a formare lo strato che va a contatto
con il corpo, perché molto rugose, e poco appianabili: tuttavia, se non si hanno altri cavoli a
disposizione, esso si userà, in ogni caso, per costituire tutti e due gli strati dell’impacco. Il cavolo
verza si utilizza per formare un impacco completo, utilizzando le foglie più verdi e più esterne per
lo strato di base, che sarà ricoperto con uno strato di foglie, quelle più chiare e più interne. Tutto,
poi, sempre con quella pazienza, e con l’attenzione, di cui ho ampiamente detto in altri paragrafi.

INTEGRITÀ DELLE FOGLIE, LORO PULIZIA

P

rima di schiacciarle, le foglie da usare bisogna controllarle, per vedere se sono sane,
integre, non ammalate dall’azione dei parassiti. Si buttano via le foglie non buone, si porta
via la parte malata da quelle parzialmente intaccate, e si utilizza il resto. Per pulire le foglie,
è bene usare una spugna, e acqua tiepida: lo sporco da rimuovere può essere costituito da polvere,
da fango, da farmaci antiparassitari. Molte volte, sono proprio i fitofarmaci a depositarsi sulle
foglie, e a lasciare il segno: per fortuna, non è difficile rimuoverli con un lavaggio accurato.
Eventuali residui di queste sostanze sulle foglie, potrebbero spiegare le reazioni di sensibilità
cutanea, che si sono verificate in alcuni casi, anche quando si è stati bravi a schiacciare le foglie nel
modo giusto. È bene, quindi, essere scrupolosi anche nell’opera di pulizia delle foglie, quando le
si deve usare per preparare un impacco curativo.

QUANTE FOGLIE PER IMPACCO?

Q

uesta domanda mi è stata rivolta, quasi sistematicamente, ogni volta che ho consigliato la
terapia con foglie di cavolo. Non esiste una risposta unica per tutti i casi. Il numero delle
foglie da usare dipende da vari fattori, che non sono costanti. Innanzitutto, bisogna chiedersi
quale deve essere lo spessore di ogni singolo impacco, sapere quale tipo di foglie si ha al momento
a disposizione - se sono, cioè, foglie grandi o foglie piccole, spesse o sottili, robuste o fragili, ecc. quanti impacchi fare, e quanto grande è la superficie corporea, interessata all’applicazione delle
foglie. Solo sullo spessore si può dare una risposta orientativa «a priori»: esso dovrebbe essere
almeno di un centimetro, ma, se è di più, è ancora meglio. In queste applicazioni, vale il motto
«melius abundare, quam deficere»; che poi, se talvolta si va di fretta, si è stanchi, gli impacchi
sono più di uno, le foglie a disposizione sono poche in quel momento, allora l’impacco può essere
anche molto sottile. Ancora una volta ricordiamo che poco è sempre meglio che niente.
Il grosso, poi, dello spessore sarà costituito dalle foglie verdi, generalmente, utilizzando noi le
foglie bianche per costituire il sottile strato superficiale, che andrà a contatto diretto con il corpo.
Naturalmente, può capitare che un impacco sarà formato tutto solo da foglie scure, o tutto solo da
foglie chiare, perché le une, o le altre, sono la uniche a disposizione, in quelle determinata
situazione; ebbene, noi l’impacco lo faremo ugualmente, e i risultati li avremo in ogni caso, anche
se con scadenze leggermente differenti.

STRIZZARE O NON STRIZZARE LE FOGLIE?

S

iccome le foglie schiacciate e maciullate, quando sono oramai pronte per essere applicate,
quasi sempre sono molto cariche del liquido fuoriuscito da esse durante lo schiacciamento,
molti mi hanno chiesto se non sia il caso di strizzarle, prima di applicarle sul corpo. Una serie
di osservazioni e di riflessioni da parte mia mi hanno fatto concludere che la via migliore è quella
di mezzo. E cioè, non bisogna strizzare le foglie schiacciate fino a far perdere loro tutto il liquido
acquoso, né si può non strizzarle proprio, perché l’impacco troppo bagnato può facilmente colare,
quando lo si applica saldamente sulla parte del corpo da trattare, e quindi può sporcare. D’altra
parte, pare che il liquido, di per sé, non abbia un suo ruolo preciso nell’azione curativa delle
foglie; tuttavia, ho notato che esso aiuta le foglie ad interagire con il corpo, come se ammorbidisse
l’impatto tra le due parti interessate dall’impacco. Se il liquido prodotto durante lo schiacciamento
non è eccessivo, non è necessario strizzare le foglie.

SE L’IMPACCO È FREDDO

D

urante l’estate, il contatto del nostro corpo con qualcosa di fresco comporta sempre un
senso di piacere. Ma, naturalmente, ciò che d’estate noi definiamo «fresco», diventa
«freddo e fastidioso» nel periodo invernale: e questo vale soprattutto per i bambini, e per
tante psicologie particolarmente sensibili. All’inconveniente dell’impatto negativo con un impacco
freddo si rimedia facilmente, appoggiando le foglie schiacciate su una borsa d’acqua calda,
lasciandole ivi fino a quando non si siano tolte di freddo. Un impacco così tiepido è consigliabile,
d’inverno, sia per grandi che per piccini; ma, quando si tratti di bambini, questa operazione talvolta
conviene anche d’estate, se, per esempio, dobbiamo applicare un impacco ad essi, mentre che
dormono. A meno che, naturalmente, non sia in corso uno stato febbrile, che si vuole aiutare a
superare applicando, per esempio, un impacco sulla fronte e uno sull’addome di un bambino o di un
adulto: in questi casi conviene che gli impacchi siano a temperatura ambiente.
Va precisato, tuttavia, che i consigli dati in questo paragrafo sulla temperatura delle applicazioni
non assumono una importanza fondamentale nel contesto di quanto detto sulla terapia con le foglie
di cavolo: gli impacchi, siano essi tiepidi o freddi, conservano sempre, in ogni caso, la loro
eccellente efficacia.

FINALMENTE L’IMPACCO È PRONTO

L






e foglie le abbiamo pulite, schiacciate, messe da parte nella quantità che abbiamo ritenuto la
più opportuna: ora dobbiamo solo formare l’impacco secondo i vari strati, e applicarlo.
Procederemo nel modo seguente:
Su un ripiano, appoggiamo una busta di plastica sottile e morbida, ripiegata a formare un
quadrato, o un rettangolo, o un’altra forma geometrica, a seconda della parte del corpo sulla
quale dobbiamo applicare l’impacco. Da questa busta rimuoviamo prima i manici, e ne tagliamo
via, eventualmente, anche il fondo, quello della cucitura, che potrebbe essere irritante. Mi sto
soffermando su questa operazione, perché una volta portata a termine, avremo a disposizione
uno degli strati dell’impacco, che non si butterà più via, ma si conserverà, per poterlo
riutilizzare ogni volta che si dovrà procedere ad una nuova applicazione. La busta di plastica,
così trattata, costituirà lo strato più esterno dell’impacco.
Su di essa appoggiamo, ora, da tre a quattro fogli di carta da cucina, bianchi. Abbiamo, così,
formato anche il secondo strato, la cui importanza è , principalmente, di natura
diagnostica, nel senso che su questa carta si formerà, nel corso della terapia, un alone più o
meno scuro, compatto o spezzettato, con macchiettature varie, che potranno orientare l’esperto
sulla interpretazione della natura del male, che si sta trattando. In genere, questi fogli usciranno
più o meno ben umidi a causa del liquido infiammatorio drenato. Questa carta bisogna
conservarla, e metterla da parte nell’ordine successivo degli impacchi fatti. Al termine della
terapia, osservando i fogli nell’ordine progressivo, dai primi agli ultimi, anche il profano potrà
notare la logica con la quale le foglie del cavolo procedono nell’azione curativa. Se i fogli di
carta dei primi impacchi risulteranno asciutti, così come anche, generalmente, le foglie, ciò sta
ad indicare che il corpo, in questa fase, si sta preparando a reagire. In seguito, piano piano,
l’impacco sarà sempre più umido, e le foglie cominceranno ad essere come cotte e
maleodoranti. Verso la metà del ciclo di applicazioni, ci sarà il massimo dell’attività drenante, e
i fogli di carta risulteranno imbrattati e sporchi. Verso la fine della terapia, l’impacco sarà, al
termine delle applicazioni, quasi del tutto inalterato, sia nell’odore, sia in altro. Questo fatto,
assieme alla constatazione che tutti i sintomi del male ormai tacciono, sta ad indicare che il
ciclo di terapia ha esaurito il suo compito. Tutto ciò risulterà sorprendente per il paziente
inesperto, e oltremodo interessante e stimolante per il ricercatore.
Su questo secondo strato di carta da cucina, disponiamo le foglie verdi di verza o di cavolo
cappuccio, precedentemente schiacciate e preparate, che formeranno uno strato dello spessore
variabile, possibilmente a partire da almeno un centimetro: ricordate che più consistente e
abbondante è lo spessore dell’impacco – perché non siete stati avari e tirati nell’uso delle
foglie di cavolo – più sorprendenti e rapidi saranno i risultati che otterrete. Vale, in questo
caso, il motto latino «melius abundare quam deficere». Le foglie bianche si appoggeranno sulle
verdi, e costituiranno lo straterello che sarà a diretto contatto con la superficie corporea.
L’impacco così preparato lo si fissa sulla superficie del corpo da trattare, seguendo quanto
scritto nel paragrafo «Come fissare l’impacco».

nota bene
Queste pagine provengono dal libro
Prontuario di Medicina Naturale
di
Umberto Cinquegrana
Edizioni Manna
è consentita la libera diffusione
di queste pagine
da parte di chiunque
a mezzo stampa
e/o su supporto elettronico
(cd-rom o internet)
purché non a scopo di lucro
o di profitto

Chi per uso proprio o per farne dono ad altri
è interessato a comprare il mio libro
“Prontuario di Medicina Naturale”

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(081.8183356 – 338.8098563)
o può scrivermi una e-mail
(cinquegranaumberto@virgilio.it, cinquegranaumberto@gmail.com)
ed io dirò come fare per ottenerli.
Grazie.
per eventuali contatti con l’autore
Prof. Dott. Umberto Cinquegrana
Esperto in Psicologia della Coppia
Naturopata
Ricercatore di Metapsichica
Via Antica Consolare Campana, 49
80019 Qualiano (NA)
tel. 081.8183356 – 338.8098563
e-mail cinquegranaumberto@virgilio.it
e-mail cinquegranaumberto@gmail.com


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