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Le prime barriere .pdf


Nome del file originale: Le prime barriere.pdf
Autore: anton

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Anteprima del documento


Possiamo credere che tutto andrà bene o che tutto andrà di schifo; Possiamo credere che è tutto colpa
nostra o che e nostra la responsabilità di essere felici; Possiamo credere che il domani sarà uguale a
oggi o credere che domani faremo quello che cominciamo a immaginare oggi; La sorte, la fortuna, la
fatalità, il caso...sono tutte nelle nostre mani...
Le prime barriere
Francesco sta mezzo addormentato sul tavolo; il palmo di una mano regge la sua testa inclinata; l'altra
regge una sfera di cristallo trasparente, luminosa, eterea... all'interno della sfera si alternano immagini e
ricordi fluttuando atemporali … domande senza risposta... le solite perché?... quando?... come?...
domande piene di ansia, di ricerca incredula, di ascolto.
E' angosciante sentire come è ingombrante il vuoto dentro il suo petto!
I suoi occhi giovani cercano uno scenario futuro che non abbia tanta morte, tanti sacrificati, che non gli
faccia paura, che gli permetta di camminare liberamente per le strade senza dover giustificare niente...
un futuro che sia diverso... tanto diverso dal previsto!
Io non posso restare zitto; gli dico: "perché ti esalti, perché tante domande?... che cambierai?... pensi di
scoprire la formula della felicità? Da che il mondo è mondo tutti si domandano le stesse cose... e
nessuno ha trovato la risposta... beh, uno o due chissà, ma...". "Ma cosa!...” mi disse. Lo guardai, mi
accorsi di aver parlato troppo, e rimasi in silenzio... "Perché!... che cosa hanno saputo?..." tornò a
ripetermi dopo un istante. Continuai a tacere; la corda che trascina il passato verso il futuro mi soffoca
la voce nel presente. Sento un nodo grosso in gola; come un nocciolo di pesca di traverso che mi fa
male. Non potevo emettere un suono...
Sostenni il suo sguardo. Non è facile guardare negli occhi di qualcuno che ti fa una domanda dal
profondo del cuore, senza pregiudizi, senza paure, con una comprensibile esigenza. Sostenni il suo
sguardo perché volevo che leggesse nei miei occhi le parole che la mia bocca non poteva pronunciare.
Volevo che lo scoprisse nei miei occhi.
Francesco non seppi o non potei farlo. Furono cinque minuti nei quali non riuscii a superare quelle
prime barriere di dolore, il confrontarsi con sé stessi e con il mondo; arrivò solo al confine; non
attraversò la porta.
Non potevo fare nulla per lui. Nulla... Niente... come tanti altri niente per tanti altri, Manuel, Maria,
Antonio, Luisa...
Non che io mi creda il salvatore del mondo... non ho tutte le risposte, però possiedo la capacità di
assorbire il dolore altrui, interpretarlo e comprenderlo; solo dopo aver sublimato la pena e il dolore che
sento nell'altro, posso tornare a sentirmi vivo, e a sorridere. Chissà se è proprio il sorriso ciò’ che può
aiutare le persone... o alleviare l'angoscia di Francesco, di Manuel, Maria, Antonio, Luisa... ma sono
così distante dall'essere perfetto... così lontano dal poter offrire una risposta che possa essere utile a
tutti... mi sento così impotente!
La testa gli pesava molto ed ebbe bisogno delle due mani per sostenerla. La sfera rotolò fino a fermarsi
in una fessura del tavolo; non brillava più, non pulsava...
Un profondo singhiozzo partì dall'anima di Francesco. Un lamento lento, offuscato, continuo, come da
un neonato... un grido che non riusciva a tramutarsi in voce... un gemito che uccide di dolore e non
smette prima di averci lacerato... un pianto sordo, profondo, come per essere sentito solo da se’ stesso;
vuoto; che dissangua il petto dalle ultime speranze e sentimenti che si possiedono.
"Non so se le tue lacrime hanno abbastanza acqua da riempire il tuo vuoto interno, ne’ sufficiente sale
per cauterizzare le tue ferite... pero’ non importa Francesco, piangi" gli dissi, "piangi fino a svuotarti
per intero, piangi fino a seccare l'ultimo ricordo, piangi fino a sentire che le tue lacrime cadono in uno
spazio cavo... si ripetono e si allontanano risuonando come l'eco...
Piangi Francesco, che non è la sofferenza che ti aiuterà a comprendere... è il silenzio, la calma che
viene dopo, il sentirsi svuotato senza speranze, e anche senza dolore... Questa sensazione di vuoto, di

silenzio, di calma, di leggerezza, di indifferenza, ti darà la possibilità di comprendere.
Piangi Francesco, che il tuo pianto sia sincero, primordiale... non risparmiare niente..."
Come la calma dopo la tempesta, come il silenzio dopo il caos, come la pace segue al fremito
dell'amore, il suo tempo cercò altri tempi e un nuovo momento nel mosaico della sua vita trovò il suo
posto.
Qualcosa sorse in Francesco: la necessità.
Credeva di avere tutto nella sua stanza: una chitarra, motivo di gioia per i suoi silenzi; i libri,
messaggeri di sogni e progetti; CD per protestare, per sentirsi vicino a coloro che soffrono oppressi
nella grande città; il computer che lo fa sentire grande; la TV per guardare film cult; le pareti con i
poster, porte immaginarie che conducono a mondi sconosciuti; una laurea da avvocato con la ceralacca
ancora fresca; un libretto sopra la scrivania dove scrive tutti i giorni cosa ha fatto, che cosa vuole fare,
le sue migliori idee (che un giorno lo faranno conoscere e diventare famoso), e le X... queste X che
accusano con due tratti rossi quello che non ha potuto fare...
Forse che sia questo libretto la chiave di tutto?... le pagine mostrano molti tratti rossi... forse che sia
questa la chiave?...
Credeva di avere tutto ma si sentiva solo; non solo nel senso di allontanato dalle persone... si sentiva
solo come uno zombie, come se la sua vita non trovasse spazio ne’ senso nell’esistenza degli altri.
D'improvviso si alzò e uscì a camminare.
Sentiva le strade come grandi tunnel, come incurvati da una lente grandangolare; la gente si muoveva
più lenta, pesantemente; sentiva le voci, i rumori, i suoni come in Dolby, come in bassa risoluzione...
passivi, cavi, riverberanti dentro, riverberanti fuori; il mondo gli risultava stranamente vuoto anche se
pieno di gente... camminava come sulla luna, lento, leggero, in un silenzio avvolgente. Guardava tutto
come un bambino davanti ad un negozio di giocattoli, con occhi che accarezzano le cose, ascoltando
suoni che effigino nuove forme, respirando l'aria che rivela segreti arcani...
Io lo seguivo da vicino.
Da una bambina con i boccoli rossi stile Shirley Temple, scoprì che dall'innocenza, dall'incredulità,
dalla mancanza di preconcetti, si impara.
Da un cane vagabondo che lo seguì per diversi isolati imparò che l'amicizia non ha regole precise, che
e’ necessario dare senza aspettarsi nulla, perché’ chi sa’ dare, sa’ ricevere.
Da un salice piangente piantato in una piazza, imparò che anche vivendo in una situazione mediocre si
può godere di tutto quello che ci circonda e che anche se si cambia di posto cercando il paese, la gente
o la metropoli che ci piace di più, portiamo sempre con noi la nostra città ideale, piena di forme, di
etica, di concetti, di pregiudizi.
Quando passò davanti ad una coppia lo vidi turbato: li guardò furtivamente, come non volendo essere
notato; continuò a camminare guardando per terra, poi si fermò un minuto e alzò lo sguardo al cielo
muovendo gli occhi e le mani come risolvendo un rompicapo; poi proseguì avanti. Mi sembrò che un
desiderio stava facendo breccia nei suoi pensieri: il desiderio che qualcuno insieme a lui riempisse
quello spazio aperto, siderale, che tanto amava; partendo dalle piccole cose, crescendo insieme,
aiutandosi a vicenda ad essere grandi... umani…
Si era fatto un po' tardi. Francesco girò sui suoi passi e tornò indietro. Rientrava a casa. Mi vide.
Sapeva che lo avevo seguito. Nel suo sguardo brillava uno strano Francesco, più saggio, più giocoso,
più irriverente, più vecchio...
Camminava col petto in fuori, respirando profondamente, il passo forte. Quando ci incrociammo, si
mise davanti a me e allungò la mano socchiusa, come per porgermi qualcosa: era la sfera di cristallo,
nuovamente luminosa, eterea, pulsante.
In quel gesto scoprii un nuovo Francesco. Riconobbi un amico. Sentii che era riuscito a superare le
prime barriere.
Antòn Morà


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