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Lampoon 17 ITA LR .pdf



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RESILIENCE

ISSUE 17

N U O VA E - B O U T I Q U E . D I O R .C O M

Te l . 0 2 3 8 5 9 5 9 5 9 I C o u r t e s y o f S h e i l a H i c k s a n d S i k k e m a J e n k i n s & C o ., N e w Yo r k

N U O VA E - B O U T I Q U E . D I O R .C O M

Te l . 0 2 3 8 5 9 5 9 5 9 I C o u r t e s y o f S h e i l a H i c k s a n d S i k k e m a J e n k i n s & C o ., N e w Yo r k

ALEXANDER SEATING SYSTEM

|

RODOLFO DORDONI DESIGN

DISCOVER MORE AT MINOTTI.COM/ALEXANDER

ISSUE 17

Editor in Chief
CARLO MAZZONI

Creative Director
ALESSANDRO FORNARO

P.A. to the Editor in Chief
ALBERTA VIANELLO
External Relations

Fashion Editor
GIORGIA FUZIO

Managing Editor
MARTA MAZZACANO

Casting Director
MARILENA BORGNA
BorntoRunWay

Editor
MATTEO MAMMOLI

Producer
SOFIA CASTELLACCIO

Photo Editor
DEBORA GROSSI

Graphic Design
SUSANNA MOLLICA
CARLO ALFIERI

Copy Editor
KARMEN SIMIC
Senior Editor
CESARE CUNACCIA

Publisher
MARINA LEMESSI
Market Editor
ANGELICA CARRARA

Chief Financial Office
SUSANNA MARTIN
Financial and Accounting Office
DANIELA HOLZAMMER
Circulation / Distribution
A.I.E
Agenzia Italiana di Esportazione
International Manager
MARCO CERVILLIO
Distribution Executive Manager
ANDREA BELFI
Pre Press
GRAPHIC & DIGITAL PROJECT
via Vincenzo Russo 28,
20127 Milan, Italy
Printed by
ROTOLITO
via Sondrio 3, 20096
Seggiano di Pioltello,
Milan, Italy
March 27th 2019

THANKS TO : Michael Anastassiades,
Atelier Biagetti, Micol Beltramini,
Gianni Biondillo, Cini Boeri Studio,
Eugenio Calini, Margherita Chiarva,
Melania Dalle Grave, Sophie Djerlal,
Cherubino Gambardella,
Anna Maria Giano, Matt Haberman,
Sara Magro, Marilena Malinverni,
Nicola Manuppelli, Valentina
Sansone, Syncrodogs, Elena Vitali
Special thanks: Jessica Baroni

Jared wears poncho NHORM
Photography IGOR PJÖRRT

The editorial staff has taken great
care to obtain from copyright
holders the authorization to
publish the images in this issue.
If for any reason this was not
possible, we would like to make it
known to eligible parties that we
will settle any amounts owed

Milan: DINAMICA PRESS S.r.l.
via Emilio de Marchi 31,
20135 Milan, Italy
Italy: PRESS-DI
Distribuzione Stampa e Multimedia S.r.l.
via Mondadori 1,
20090 Segrate (MI), Italy
Worldwide: A.I.E.
Agenzia Italiana di Esportazione S.r.l.
via Manzoni 12,
20089 Rozzano (MI), Italy

The Fashionable Lampoon
is a quarterly magazine published by
Lampoon Publishing House
that is part of
Memoria Publishing Group
via Olmetto 1, 20123
Milan, Italy
Iscrizione al Tribunale di Milano
n. 408, December 19th, 2014

LAMPOON.IT

ISSUE 17

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EDITOR'S LETTER
MILANO LOVES SOUND
words Angelica Carrara
STANDING SILENT, A ROUND OF APPLAUSE
words Carlo Mazzoni
A SNOB LOVE SONG
words Cesare Cunaccia
BEING NAKED
words Marilena Malinverni
THE MAN EN AVANCE
words Anna Maria Giano
TRANSPARENCIES
words Gianni Biondillo
ABOUT AFRICA / ARCHITECTURE
words Gianni Biondillo
TO BE GENTLE, TO BE KIND
words Cesare Cunaccia / Cherubino Gambardella
A GLITCH ON EARTH
words Micol Beltramini
KOLOMAN MOSER
words Cesare Cunaccia
INDIGO CARTOON
words Carlo Mazzoni
MONTENAPOLEONE MARBLE MIRABILIA
words Gianni Biondillo
THE COLLECTOR'S NOTES
curated by Matteo Mammoli
FIRENZE / PARIS
words Cesare Cunaccia
OBJETS NOMADES
photography Roberto Patella
STOCK LAMPOON
A NOMAD ENTITY
words Valentina Sansone
POOL DESIGN / GOD SAVED AQVA
words Cesare Cunaccia
NOAILLES POOL DESIGN
words Sophie Djerlal
GLOBAL / LOCAL
words Gianni Biondillo
THE USEFUL
words Gianni Biondillo
CYPRUS – LONDON
words Cesare Cunaccia
BALANCE / IKEBANA
photography Mattias Björklund
APRIL 2019
LAMPOON AGENDA

Photography MARGHERITA CHIARVA

EDITOR’S LETTER

RESILIENZA
LA FATICA DI ESSERE SE STESSI

Resiliente – si definisce un materiale che resiste alle torsioni, che rimane se stesso, con pazienza: che tollera, subisce, rimane compatto. Una donna resiliente non è solo una donna
che ha sopportato fastidi e tragedie nella sua esistenza piccola o magnifica, ma una donna
che resta ferma nella sua dignità. Rimanere se stessi non significa solo rimanere coerenti a
se stessi, ma significa prima sapere chi si vuole essere, ed esserlo – collegamento non scontato. Resiliente è l’essere umano che resta intatto sotto la pressione di una struttura portante,
salvando l’elasticità della propria anima minerale, e la luce naturale.
«Penso sia importante restare se stessi» è la risposta così comune da risultare ridicola: la
senti nelle interviste dei talk show, nelle conversazioni al bar, come nei colloqui di lavoro.
La fatica di essere se stessi è un libro di Alain Ehrenberg del 1998 che oggi appare attuale.
Essere se stessi non è mai stato facile: un tempo c’era la possibilità di una lotta utile a definirsi, nei contrasti si evidenziavano le linee e i tratti. Chi cresceva negli anni Cinquanta,
Sessanta, Settanta, reagiva contro la borghesia del boom, la polemica studentesca, la
battaglia politica. Si pativa la malattia degli scontri irrisolti, l’isteria.
Oggi non ci sono codici, non ci sono costumi a cui ribellarsi per poter esser quel che si
vuole essere: un autoscatto in pose sensuali può portare successo, considerato libertà per
il comune pensare. Non c’è neanche bisogno di definirsi, per poter essere se stessi – e la
fatica di essere se stessi aumenta: senza limiti, senza barriere, senza poter definire chi si
è, la fatica di esserlo è maggiore, porta la vertigine di una voragine davanti a noi. Se un
tempo si pativa la malattia del conflitto irrisolto, l’isteria – oggi si patisce la malattia del
vuoto: la depressione.
La storia è a cicli. La moda riscopre oggi la cultura borghese, aggettivo che da dispregiativo torna virtù. La stessa reazione ebbe luogo quasi un secolo fa, quando una civiltà basata
su privilegi aristocratici lasciava il campo al self made man. C’era bisogno di un ordine
prestabilito: appunto, la civiltà borghese e perbenista. Oggi come allora – ideali e valori
morali sono richiamati come pretesti per ridurre una libertà digitale che annienta – si spera
possano aiutare a sopportare la fatica di essere se stessi.
Resilienti, bisogna imparare a essere resilienti. Per capire come, possiamo prendere come
esempio i materiali metallici o minerari – ma per il campo umano, potrebbero non essere
esaustivi. Andiamo all’assurdo, come si usava per dimostrare una teoria matematica. Cosa
sta all’opposto di resiliente? Il cinico. Il cinismo è un diverso punto di vista che non considera
l’emotività di una questione, la sensibilità di chi ne è coinvolto. Cinismo vuol dire sdrammatizzare – e che altro si può fare qui, noi, di fronte all’egemonia di Google, Facebook e
Apple, senza alzare gli occhi da un schermo? Recuperiamo il cinismo di Monicelli quando
lo urlava contro Pietro Germi: «Ma cosa vuoi che sia una moglie morta? Un mese e il dolore
passa. Questo film è tuo, e lo devi girare tu».
Potrei anche dirti che a questo punto io non credo più neanche nell’amore, tanto è la fatica
di non sapere cosa volere, né dove andare. Tu me lo rinfacci, me ne fai una colpa – tu non
credi più nell’amore, mi dici – e io che posso farci, se non risponderti con tutto il candore
del mondo, con il mio labbro che trema: «Tu sai all’amore cosa gliene frega, di quello che
credo io?»

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EDITOR’S LETTER

RESILIENCE
THE ART OF STANDING OUT

Resilient – a word used to describe a material that resists torsion, one that remains the
same, with patience: one that tolerates, endures, and stays compact. A resilient woman is
not just a woman who has put up with worries and tragedies in her small or magnificent
existence; she is a woman who remains steadfast in her dignity. Being yourself does not just
mean staying true to yourself, it means first knowing who you want to be and then being
that person—not always a foregone connection. Resilient is the human being who stays in
one piece under the pressure of a load-bearing structure, saving the elasticity of a mineral
soul and natural light.
“I think it is important to be yourself,” is such a stock answer it sounds ridiculous—rolled out
in talk shows, in conversations at the coffee bar, and even in work interviews. The Weariness of the Self is a 1998 book by Alain Ehrenberg that today sounds very on topic.
Being ourselves has never been easy. Once there was at least the possibility of a fight that
served to define our personality, features and traits honed by contrast. Those growing up
in the Fifties, Sixties and Seventies reacted against a bourgeoisie boom with student protests and political battles. Unresolved personality fights provided a disease that was rife:
hysteria.

Models BIBI, OLOLADE
Total looks LOUIS VUITTON

Today, there are no codes, no customs to rebel against in order to be what you want to be:
a selfie in a sensual pose might bring the success that is considered freedom in the minds
of the collective. There isn’t even any need to define yourself in order to be yourself, and
the weariness of the self increases: without limits, without barriers, without being able to
say exactly who the self is, the weariness of being it is all the greater, bringing with it the
light-headedness of an abyss opening up before us. While unsolved conflict and hysteria
used to be the disease that was rife, today the pain is about emptiness: it's the clinical
depression.
History is cyclic. Fashions today are rediscovering all that is bourgeois, an adjective now
used in a virtuous and no longer disparaging context. The same reaction occurred almost
a century ago, when a civilization based on aristocratic privilege made way for the selfmade man. What was needed then was pre-established order, and respectable bourgeois
society ticked all the boxes. Today as then, ideals and moral values are called into play as
pretexts to reduce a digital freedom that obliterates—we hope it helps to bear the weariness
of the self.
Resilient: we need to learn to be resilient. To understand how, we can take metals or minerals as examples—but this may not be enough where humans are concerned. Let us reduce
it to absurdity, as we used to when proving a mathematical theory. What is the opposite of
resilience? Cynicism. Cynicism is a different point of view that does not consider the emotional aspect of the matter, the sensitivity of those involved. Cynicism means downplaying,
and what else can we possibly do here, faced as we are with the hegemony of Google,
Facebook and Apple, without lifting our eyes from a screen? We turn to the cynicism of
Mario Monicelli shouting at Pietro Germi: “A dead wife? And? Give it a month and the pain
will have passed. This is your film, you have to direct it.”
I could also say to you that at this point I don’t even believe in love anymore, so wearying
is this not knowing what to want, or where to go. You will reproach me for it, hold it against
me, “you don’t believe in love any more,” you tell me—and what can I do about that, except
reply with all the candour in the world, lip trembling: “Do you really think Love gives a shit
about what I believe in?”

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Model EMMA DOBSON
Total look BALENCIAGA

Models MARIA VITTORIA, EMMA DOBSON,
BIBI, INDINA, OLOLADE
From left to right, Maria in DIOR;
Emma in VALENTINO, bag MONCLER 4 SIMONE
ROCHA; Bibi in CELINE BY HEDI SLIMANE;

Indina in DIOR; Ololade in DIOR

Photography MICHAL PUDELKA
Fashion Editor ALESSANDRO FORNARO

Courtesy Matteo Zarbo

G
Al m.a.x. museo di Chiasso fino al 15 settembre 2019, Franco Grignani (1908-1999).
Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia, l’antologica che abbraccia tutti i
settori esplorati dall'artista, dalla grafica al design, dalla fotografia alla pittura
e alla scultura. Il percorso espositivo presenta oltre trecento opere – tra
immagini fotografiche, opere pittoriche, logotipi, materiali originali legati alla
grafica e alla comunicazione pubblicitaria, oggetti di design –, dalla sua iniziale
sperimentazione fotografica alla grafica pubblicitaria e alla Optical Art.
Dall'alto a sinistra in senso orario, F. G., Diacronica 2T, 1965; Pagina pubblicitaria
Alfieri & Lacroix, 1969; Pagina pubblicitaria Alfieri & Lacroix, 1959; Artrosil, 1955

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Courtesy Projeto Lygia Pape

P

T

H

E

A

R

Classic Fusion Aerofusion Chronograph
Orlinski Red Ceramic. Unique red
ceramic case and bezel inspired by
the sculptor Richard Orlinski. Skeleton
chronograph movement. Red rubber
strap. Limited edition of 200 pieces.

Dal 28 marzo al 21 luglio la Fondazione Carriero presenta Lygia Pape, a cura di Francesco Stocchi. La prima
personale dedicata da un’istituzione italiana a un’esponente del Neoconcretismo brasiliano, a quindici anni dalla
scomparsa dell'artista (Rio de Janeiro, 1927-2004). Si racconta l’eclettismo e la poliedricità di Lygia Pape, che tra
le altre sperimentazioni, si è confrontata con il modernismo europeo, fondendolo con la cultura del suo Paese.
A sinistra, Ttéia 1, C, 2000; dall'alto, Livro do Tempo (Escultura media), 1965; Livro do Tempo (Escultura grande),
1965; Livro do Tempo (Book of Time), 1965

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T

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F

U

S

I

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N

Homage to Karl Lagerfeld è la retrospettiva fotografica in onore dello
stilista alla Galerie Gmurzynska di Zurigo fino al 15 maggio. In alto, da
sinistra in senso orario, Eiffel Tower, 2010; Untitled, 1996; Hollywood Stars.
Benicio del Toro, 2002; Homage to Oskar Schlemmer, ca. 1996; Homage to
Lyonel Feininger, 1997

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L

H
Lo studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, in cui è conservata parte
della sua collezione d’arte, ospita dal 7 aprile al 12 luglio 2019 Hydria, il settimo
appuntamento del progetto In Pratica, dedicato a Cleo Fariselli. Il filo conduttore della
mostra è l’acqua, elemento ricorrente nell’immaginario dell'artista. In alto,
da sinistra in senso orario, Cleo, 2018, taffetà iridescente, scagliola carpigiana, 2018,
foto di Sebastiano Luciano; Hydria, 2018; Gran Papa VI, gesso ceramico dentistico,
2016, foto di Marco Davolio; Senza Titolo, ceramica raku, 2018, foto di Sebastiano
Luciano; Senza Titolo, stampa giclée su carta cotone, 2018

42

Courtesy Fondazione Marconi, Milano

T
Emilio Tadini (1967-1972), alla Fondazione Marconi di Milano dal 28 marzo al 28 giugno, è la
terza mostra dedicata all’intellettuale milanese. Il progetto espositivo si concentra sugli esordi della
produzione artistica di Tadini, dal 1967 al 1972, ovvero dal primo ciclo Vita di Voltaire, che segna la
nascita del suo linguaggio pittorico, fino ad Archeologia. L'artista sviluppa la propria pittura popolata da
un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso
frammentari, dove le leggi di spazio e tempo si annullano. In alto, da sinistra in senso orario, Color & Co.
n. 5, 1969; Copertina per un settimanale, 1968; Archeologia con de Chirico, 1972; Viaggio in Italia, 1971

44

P
Pineider,
per chi scrive il futuro.

What Was I? è un progetto ideato dall'artista Goshka Macuga, con il supporto di
Fondazione Prada. Dal 23 marzo al 2 giugno 2019 è visitabile nei locali di Prada Rong
Zhai, una residenza storica del 1918 a Shanghai, restaurata dalla casa Prada e riaperta
nell'ottobre 2017. È un viaggio nell'epoca post-antropocena, dopo il collasso del genere
umano a causa degli effetti del sovradimensionamento tecnologico. Dall'alto, in senso
orario, Goshka Macuga, Discrete Model No 006, 2018; To the Son of Man Who Ate the
Scroll, androide, cappotto in plastica, scarpe in schiuma, cartone e lino, 2016 (foto di
Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti); Discrete Model No 008, 2018; Llyn Foulkes,
Geometry Teacher #2, 1973

www.pineider.com

46

Firenze Piazza De’ Rucellai, 4/7 r

Roma Via dei Due Macelli, 68

Volumnia, progetto espositivo dedicato a Gabriella Crespi negli spazi della chiesa sconsacrata di
Sant’Agostino a Piacenza, visitabile fino a maggio 2019. Da un’idea di Enrica De Micheli in collaborazione
con l’Archivio Gabriella Crespi, la mostra si concentra sulla spiritualità, tema ricorrente nelle creazioni
della designer. Gli oggetti simbolici esposti rimandano al rito e alla vita interiore. A sinistra e in basso,
dettagli della mostra in due scatti di Fausto Mazza; sotto, uno scatto di Delfino Sisto Legnani

C
48

BARACUTA.COM

on air

1.1 RECYCLED PLASTIC

Octo Roma BVLGARI, Code 11.59 AUDEMARS PIGUET;
on the opening page, Oyster Perpetual 39 ROLEX

from left clockwise, Santos-Dumont de Cartier CARTIER,
Cocktail TIFFANY & Co., Classic Fusion HUBLOT

Photographer
ALEXANDER BECKOVEN

Fashion Editor
GIORGIA FUZIO

Light and Digitech Assistant
NICOLA PAGANO

Producer
SOFIA CASTELLACCIO

Following at p.66 and at p.76

Première CHANEL JOAILLERIE

photography Margherita Chiarva

MILANO LOVES SOUND

«Senza Sant’Ambrogio, non si comprende Milano». Philippe Daverio titola la sua prefazione alla Guida alla Basilica. «Quell’architettura di mattoni ha una capacità di porsi sulla terra con un senso
di staticità tellurica e solida che corrisponde al meglio dell’anima
altrettanto solida dei milanesi». American Express invitava i membri
Centurion (la linea di membership più alta, acquisibile solo su invito,
di American Express) a una visita privata con il supporto di Artfin,
guidata appunto da Daverio: la storia di quelle pietre, e delle due
torri, «a lungo in competizione l’una con l’altra – quella più alta episcopale dei canonici, quella bassa monastica benedettina, ognuna
con i suoi pellegrini». Un tempo era Sant’Ambrogio il centro di Milano, luogo di sepoltura dei santi Gervasio e Protaso – non Piazza
Duomo, costruita solo con l’Unità d’Italia. Fino al 402, Milano fu
capitale dell’Impero Romano d’Occidente – durante il Medioevo,
quando Carlo Magno fondò l’Europa, Milano era al centro di ogni
via di trasporto, tra governo ed economia – in asse con Aquisgrana
al Nord e con Roma a Sud.
Il poeta Ausonio, contemporaneo di Sant’Ambrogio, scriveva: «A
Milano vi è abbondanza di ogni cosa, palazzi innumerevoli e ben
costruiti, grandi ingegni e gente che ride volentieri». Le leggende narrano di tentativi del diavolo di fare cadere Ambrogio in tentazione:
Satana provò a trafiggere il santo con le corna, ma finì per incastrarsi
in una colonna, quella con due fori, nella parte bassa, che si trova
ancora fuori dalla Basilica. Si dice che avvicinandosi ai due buchi
si percepisca l’odore di zolfo e si senta il rumore del ribollire dello
Stige, il fiume infernale. Di fronte all’ingresso della Basilica, oggi c’è
un’area di lavoro temporanea necessaria per la realizzazione della
linea M4, la nuova metropolitana di Milano. Le Tmb, le cosiddette
talpe, sono impegnate nella realizzazione delle gallerie sotterrane
nella zona del ‘Cimitero ad martyres’, che ospitò le sepolture di martiri cristiani – finora sono state restituite oltre centoquaranta sepolture,
monete in argento e bronzo, anche un Ambrogino. I lavori sul sagrato
termineranno quest’anno, con il ripristino totale dell’area.
Milano – hanno provato in tanti a conquistarla, come si fa con una
bella signora. A fine del Quattrocento, Luigi XII di Francia fece valere le proprie pretese su Milano quale eredità di Valentina Visconti,
di suo diritto in caso di estinzione della dinastia viscontea. La Lombardia, l’intero Lombardo-Veneto, il tesoriere d’Europa: il sistema
idrico alimentato dalla cinta Alpina è un miracolo di idrologia –
abile a un’idraulica urbanistica studiata da Leonardo da Vinci e poi
potenziata da Carlo Borromeo, un’intera regione sarebbe diventata

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SIMONE de KUNOVICH
Milano e Berlino,
ibridazioni techno e house,
modalità psichedeliche

simbolo positivo della Controriforma. Nel Seicento la dominazione
spagnola, poi gli Austriaci e Maria Teresa – l’intervallo di Napoleone – fino al Risorgimento. La Lombardia, centro nevralgico per
l’economia europea.
Milano e il futuro: tra le dieci città a livello mondiale più sviluppate
in termini di trasporti, lo dice l’ultimo rapporto McKinsey. Con l’introduzione dell’area C, nel 2012, la città ha ridotto il traffico del
33%, facendo scendere il numero di auto di circa il 28%. Scegliere
di utilizzare, non possedere: a Milano i servizi di mobilità condivisa
hanno attecchito: le auto sono circa 3mila (30% elettriche), le bici
circa 5mila. Le linee della metro e le linee ferroviarie suburbane
insieme servono più di 1 milione di passeggeri al giorno. Dal 2011
le piste ciclabili hanno raggiunto i 70 chilometri di lunghezza, se
ne prevedono 250 entro il 2024. A Milano hanno sede 36mila
imprese, 123 con un fatturato superiore al miliardo – contro le 61 di
Monaco e le 44 di Amsterdam. Il Financial Times, lo scorso novembre, ha indicato Milano come città erede di Londra per le attività sui
titoli di stato europei – solo l’esecutivo britannico e le banche con
sede nel Regno Unito, da marzo, continuano ad utilizzare la divisione londinese di Mts Cash - per gli altri bond governativi è Milano il
nuovo hub. Nel 2020 la torre Libeskind, andrà a completare l’area

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GEORGIOS VOGIATZAKIS
Nato ad Atene, si trasferisce a Milano nel 2005
per studiare Architettura. Dal 2015 inizia a visitare
il Ghana dove oggi trascorre parte dell’anno. Ha
curato la mostra collettiva 14/14 - modernity’s first
century al PLASMA di Milano

PAOLO FALCK
«Set fotografici per il digitale intorno
a via Tortona: il baricentro si sposterà
con i lavori della quinta linea di
metropolitana».

denominata Tre Torri – accanto ai grattacieli realizzati da Arata Isozaki e Zaha Hadid. La torre di Daniel Libeskind accoglierà la nuova
sede di PwC Italia. La svolta green comincia dai tetti. L’obiettivo è di
coprire 13 milioni di metri quadri di palazzi, per contrastare l’isola
di calore d’estate e la dispersione di energia in inverno. Oggi in
città ci sono 32 milioni di metri quadrati di tetti.
«Un fossato circonda questa città da ogni parte e contiene non una
palude o uno stagno putrido, ma l’acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi. Corre tra un terrapieno all’interno e un
mirabile muro all’esterno» scriveva Bonvesin de la Riva nel 1300.
Milano ha progettato il recupero e la riapertura dei navigli: 40mila
chilometri di rogge, canali e fossi, oltre mille fontanili e 131 impianti
idraulici: sono i numeri de La civiltà dell’acqua lombarda, il progetto
di Regione Lombardia e dei Consorzi di bonifica e regolazione dei
laghi e delle loro associazioni per inserire le grandi opere idrauliche lombarde nella lista dei siti italiani da candidare alla salvaguardia del Patrimonio Mondiale, Naturale e Culturale dell’Unesco.
Si saprà entro l’estate, secondo l’annuncio di Regione Lombardia.
Riaprire i Navigli vuol dire recuperare lo storico tracciato di fine Ottocento, realizzando un canale e una pista ciclabile. Il Comune di
Milano ha presentato le risposte ai 92 quesiti avanzati dai milanesi
riguardo la connessione idraulica naviglio Martesana-Darsena e la
riapertura delle prime cinque tratte. Alla conclusione del percorso
partecipativo, si ritiene che la cifra del progetto sia data dalla riapertura complessiva dei 7,7 Km di Naviglio, interamente navigabili
e integrati nella rete dei canali regionali. I tempi di navigazione
complessivi, considerando un tempo di manovra di un minuto per
l’apertura delle porte Vinciane e per l’ingresso e l’uscita del natante
nella conca, da Cassina de’ Pomm alla Darsena sono pari a 1 ora e
30 minuti in discesa (verso la Darsena) e 2 ore in risalita.
Il centro di Milano ha la forma di un cuore: la punta in Porta Romana, da lì lungo le Mura Spagnole, poi si abbassa sotto Piazza
Cairoli. Luigi Farrauto e Andrea Novali, information designer dello studio 100km, hanno riconosciuto la traccia di questo cuore in
mezzo al reticolo di strade: lo hanno colorato di rosa sulla piantina
della rete metropolitana scrivendoci sotto print, share, love. Progettate per sostituire le cinta difensiva di epoca medioevale, si dice
che le Mura Spagnole furono costruite precisamente seguendo il
disegno di un cuore: un messaggio di Filippo III Re di Spagna, ai
tempi sovrano della città, per la futura sposa Margherita d’Austria.
Angelica Carrara

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RAIMONDO GAETANI
d’ARAGONA
«Si va oltre la superficie, sui
piani di crescita. La stoffa
culturale, la storia degli
immobili e dei quartieri. Mio
dovere è conoscere questa
dinamica»

FEDERICO VOLPE
«Marinetti l’ho studiato in termini di
miscelazione, i barman dell’epoca hanno
portato avanti la sua filosofia nei cocktail –
le polibibite, concepite come forme d’arte
realizzate tra il 1925 e il 1933» Al Dry di
Milano, in via Vittorio Veneto e via Solferino.
In questo scatto indossa una giacca BLAUER
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GIORGIO SANJUST di TEULADA
architetto, interior designer
presso Garage Italia Customs

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65

no air

1.2 RECYCLED PLASTIC

waistcoats HERNO;
on the opening page, scarf FALIERO SARTI

from top left clockwise, sunglasses CHANEL, sunglasses RAY-BAN, sunglasses TOM FORD, sunglasses MONCLER LUNETTES, shoes FRATELLI ROSSETTI;
on the opposite page, bag CHANEL

CARLO MAZZONI, UN INCHINO A KARL LAGERFELD

IL SILENZIO
E LA NEVE


AL GRAND PALAIS L’ULTIMO LAVORO PER CHANEL,
PORTATO A TERMINE INSIEME A VIRGINIE VIARD

Chanel e la neve. Sotto la volta
in ferro del Grand Palais è stata
ricostruita la via centrale di un
paese nelle Alpi, sulla quale le
modelle uscivano dalla porta di
uno Chalet Gardenia. Il set-up
per una sfilata di Chanel prevede almeno sei mesi di gestazione – ideazione, progetto e produzione – mi raccontava Eric
Pfrunder, art director di Chanel
e braccio destro di Karl Lagerfeld. Scenografie con budget di
decine di milioni di euro, che
non possono essere montate o
ripensate. Chanel e la neve era
previsto ben prima della scomparsa di Lagerfeld – e soltanto
ieri mattina, ti accorgevi come il
caso ne avesse fatto allegoria:
la neve cade e copre, ovatta,
tampona, rallenta. Un mondo di
neve è un mondo di pace – di silenzio. Un minuto è stato osservato – interrotto dagli altoparlanti: la voce di Lagerfeld era
una nemesi e un augurio (in un
momento così, c’era chi doveva
fotografare, riprendere in video
la platea in ascolto – il direttore di un settimanale italiano
seduta in prima fila parlava al
telefono). The beat goes on. La
neve era il tappeto soffice per le

zampe di un gatto bianco. Qui
per chi scrive c’è tutto quanto
ho visto con Chanel dall’inizio
del mio lavoro, in un flash back
di soli 12 minuti per un’ultima
sfilata.
Mida che trasforma in oro il
pop. Saint Simon prima di
Proust. Catene, matelassé, perle, nodi, fiocchi come neve –
sovra dimensionati attraverso
materiali nuovi. Tutti possono vestire Chanel: la dama, la donna,
la debuttante, la dilettante. Per
un reportage su Vogue America, Lagerfeld ritrasse Cicciolina
– avrebbe risposto a un giornalista: «Un po’ di puttaneria c’è
in tutte le professioni, prenda la
sua come esempio». Anna Chronique, e le fiabe de I vestiti nuovi dell’imperatore di Christian
Andersen: il disegno, i colori
ad acqua, il rimmel per certe
sfumature e il fard per le gradazioni di rosa. La clique di Parigi
negli anni Settanta d’inverno.
Arturo Lopez, Donna Jordan,
Pat Cleveland, Grace Coddington. Le entrate a La Coupole,
gli applausi. Trame e orditi, a
volte ancora usati a mano. Filati pesanti nascono da un mix
di metallo, lana e seta, nastri e

nuove materie – sembra fantascienza, futuro di un artigianato
in matematica scientifica.
Nel 1933 (non lo so, se questa
data sia quella vera) Karl Lagerfeld nacque ad Amburgo, dove
il fiume Alster entra nell’Elba e
si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari:
quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può
alzarsi di tre metri. Amburgo
era città stato prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale
energetica. L’acqua permetteva
la produzione di vapore, i primi
motori del secolo scorso. Tutto
è fluido per Lagerfeld. I vetri
sono bombati, per moltiplicare
i giochi di riflessi, come è uso
nell’alta Germania fin dagli
anni Venti: amplificano i raggi
come superfici di gemme. Si è
sempre trattato di cercare la
luce, le forme dei cristalli. I fili
di argento mescolati nell’ordito
dei tweed di Chanel portano gli
stessi bagliori – all’Elbphilharmonie di Herzog & de Meuron.
A sei anni, Karl Lagerfeld si fermò davanti al dipinto che racconta l’incontro tra Federico II
di Prussia e Voltaire – ne sareb-

be rimasta una frase, di Voltaire: «Se qualcosa ha bisogno di
spiegazione, significa che non
val la pena di darla».
A diciassette anni, Lagerfeld
vinse un premio insieme a Saint
Laurent – poi lavorò per Balmain. Da Jean Patou imparò a
non fare mai un abito orribile,
perché certamente qualcuno lo
avrebbe comprato. Arrivò da
Chloé. Nel ’72 iniziò la collaborazione con Fendi, per arrivare
nell 1983 a Chanel. «La donna
di domani sarà più naturale e
più noiosa, mentre l’uomo deve
smettere di essere una persona
per bene». La little jacket – rivisitata in letterature di bianchi e
quanto altro, sulla neve. Jeans e
sulla pelle nuda. «Se gli atteggiamenti non sono in armonia
con i tempi sono come capelli
nella minestra». Il manoscritto
originale di Madame Bovary è
aperto di fronte a un libro delle
Ore per le preghiere di un Benedettino. I ventagli di Lagerfeld sono fogli di carta su cui
Mallarmé scrisse dediche a Misia Sert. Le prime edizioni di Sodoma e Gomorra, la biografia
di Eduard Manet. Bisanzio e i
Ballet Russe. Raymond Radiguet

THE FASHIONABLE LAMPOON

Pubblicità del profumo Égoïste Platinum di Chanel, con Paolo Seganti, 1993-1998, ph. Jean-Paul Goude

morì a vent’anni – Cocteau era
disperato, disegnò il suo volto
unendo le stelle della costellazione di Orione. Le comete e
Caterina de’ Medici, in un suo
stemma le due C incatenate. La
Grande Mademoiselle a capo
della fronda contro Anna d’Asburgo. Picasso ridisegna Cranach. Un Settecento mescolato
al Biedermeier e ai chiaroscuri
di Alfred Stieglitz. È un insie-

me di tratti neri di matita sugli
occhi, di zigomi disegnati, di
sensualità – Baptiste Giabiconi
in un dipinto di Jacques-Louis
David, in un figlio segreto di
Madame de Maintenon. Storie
composte, per Jacqueline de
Ribes che non andava d’accordo con il suocero, furioso per
una festa data il 21 di gennaio,
giorno di lutto dalla decapitazione di Luigi XVI. La cannella

e l’eliotropio – i fiori nei cestini, mai nei vasi. La pasticceria
viennese, la musica di Vivaldi e
le scarpe di Lobb – i letti a baldacchino. Karl Lagerfeld è stato
un intellettuale – ovvero, semplicemente una persona curiosa.
Per la casa Chanel, ha cucito
camelie in velluto e seta: «L’unica cosa che mi fa letteralmente
imbestialire è che le giornate
siano così corte».

71

CESARE CUNACCIA, FLASHBACK SU MARELLA AGNELLI

POESIA DI SNOBISMO

Marella Agnelli nel suo salotto
mentre guarda fotografie di
Cameron, Vogue, 1977, foto di
Karen Radkai

A Torino si raccontano frammenti di mitologia. Amore sotteso, rispetto sabaudo e una punta di
veleno. Marella appare nei tardi anni Sessanta a una mostra
sul Blaue Reiter, in una cappa di
maglia a pattern quasi elettrici,
da guerriero medievale, con un
collier d’oro giallo e nocciola.
Ad accompagnarla, la vedova
Kandinsky, coperta di smeraldi
come un idolo indù – direbbero
i francesi quelle différence de
bouquet. Sconcertano paragoni emersi dai media nei giorni
scorsi: definire Marella Agnelli
come una specie di antesignana dell’orda di blogger e influencer.
Ubiqua e distratta gentilezza –
tale gentilezza significa distanza. Far sentire considerato qualsiasi interlocutore, per l’eternità
di un attimo. Poche parole, qualche complimento, quell’humor
anche corrosivo e di marca anglosassone che ricorre nelle pagine de La Signora Gocà, edito
da Adelphi nel 2015. Un riserbo
protetto da residenze incastonate da giardini che amava – l’ultimo a Marrakech, alla Palmeraie, pensato con Madison Cox.
Nata a Firenze il 4 maggio
1927. «Siamo una famiglia di
anglobeceri», scrive in Ho Coltivato il mio giardino, alludendo
alla villa fiorentina I Cancelli,
cui seguono Ratzöz, Balta-Liman, il Roncaccio e Roma. Il
padre, don Filippo Caracciolo
di Castagneto, è un diplomatico
di nobile origine napoletana. La
madre, Margaret Clarke, veniva
da Peoria, Illinois. Il matrimonio
con Gianni Agnelli, al castello
di Osthoffen, fuori Strasburgo, il
19 novembre 1953, proietta la

ventiseienne Marella in un universo rarefatto: viaggia con treni privati. Un collo in estensione
surreale e un ritratto alla Pollaiolo, scattato sempre nel 1953 a
New York da Richard Avedon.
La domanda cade su dove siano
oggi i cigni di Truman Capote.
Caratteri femminili demarcati e
simbolici, legati da un filo conduttore: l’essere percepite come
allegorie. Una questione di educazione, nella quale sopravviveva il rigore dell’etichetta delle
corti dell’ancien régime, l’estro e
il capriccio sovrano – mescolati
a una stilizzazione americana
dai contorni wasp. Donne trincerate dietro la narrativa di un
paravento Coromandel o isolate
dalla gente comune, the others,
da parchi e tende di velluto.
Barbara Cushing Mortimer Paley, ossia Babe Paley, perduta
la dentatura in un incidente automobilistico da adolescente,
dormiva con una dentiera che
le procurava dolori, pur di non
abbandonarsi alla sciatteria
nemmeno durante il sonno. Nessuno la poté mai vedere senza
trucco. Vite più o meno infelici,
inventate come plot letterari e disegnate su scacchiere: si sapeva soffrire e l’asticella era alzata
di continuo.
Si va da Balenciaga a Givenchy, da Emilio Pucci fino a un
Courrèges meno pop. Con Jacqueline Kennedy e Lee Radziwill
ordisce, sulla Costiera primi
Sessanta, la fortuna del palazzo pajama di Irene Galitzine,
che diviene l’uniforme dei cigni.
Performances entrate nell’immaginario collettivo: l’arrivo al
Black & White Ball di Truman
Capote, al Plaza a NYC, il 28

novembre 1966, in caftano candido Mila Schön, corredato di
mascherina ogivale. A un ricevimento al Quirinale, nei primi
Settanta, compare in tailleur
bianco ghiaccio Forquet, un ologramma lineare. Sottrazione,
un purismo racé giocato a tutta
altezza, che fa scomparire le
altre dame presenti, troppo vestite, troppo truccate, pettinate
e bijoutées. Troppo. Tacchi mai,
mocassini e pantaloni affusolati, buttati lì con pull a corazza
degni di Pisanello. Una gonna
di modesta apparenza ma dal
taglio magistrale, camicia di
seta bourgeois e una broche o
un bracciale di Jar. Nelle occasioni formali, portava solo un
gioiello, quel sautoir Moghul in
rubini, perle e smeraldi a vari
giri, trovato al Gem Palace di
Jaipur, nel corso di un viaggio
con il consorte e i cognati Brandolini d’Adda. Una collana che
sembrava la bandoliera del pugnale del marajah di Bikaner,
magari lo era. Rispetto al personaggio di Anna Carla Dosio,
che sarebbe ispirato a lei in La
donna della domenica, il più torinese dei thriller firmati Fruttero
& Lucentini, Mme Gianni Agnelli
pare non sapesse nemmeno una
parola di piemontese e, relata
rèfero, ignorasse l’esistenza del
Balôn, il mercatone di brocantage in cui si svolge una scena del
romanzo. Nel 1974, una überstar televisiva quale Mina le copia la coiffure mossa e mechata
su una magrezza araldica, che
trionfa nel bianco e nero televisivo di Mille Luci.
Le case. A Villar Perosa quando vi giunge giovane sposa, il
décor era di Stéphane Budin,

direttore della Maison Jansen. Russell Page, gardener
guru si occuperà del giardino.
Ovunque Marella inserisce
l’understatement del midollino,
una sua costante di gusto, in
contrasto con il brio dei repertori ornamentali rococò, con le
monumentali potiches Imari, le
specchiere e le grandi consolle
dorate. Vedi ancora Villar Perosa. Marella disegnava cotonine
imprimé con le quali bilanciava
il fasto settecentesco di ebanisti
quali Carlin, Weisweiler e Jacob. In tavola, piatti di Sèvres e
Compagnie des Indes, ovunque
brocche d’argento piene di matite appuntite. A dispetto dei mille
capolavori artistici di famiglia,
della Baigneuse Blonde di Renoir appesa in camera da letto a
Frescot – la casa del cuore sulla
collina di Torino dove è spirata –
dei Balthus o del Fontana rosso
multitagli della residenza affacciata su Roma, la sua preferenza va a un pittore intimista come
è Carl Moll, tra i fondatori della
Secessione viennese nel 1897,
insieme a Gustav Klimt. Quei
verdi paesaggi austriaci forse le
ricordavano i soggiorni a Bressanone e la spensieratezza di
bambina. Non mancano all’appello Renzo Mongiardino, Gae
Aulenti e un giovane Peter Marino, che però si dice sia stato
messo rapidamente alla porta.
È noto non si mangiasse granché, chez les Agnelli, eternamente a dieta come asceti.
Semolino, cruditées e sformatini pallidi e molto chic. Alberto Sordi, invitato a colazione
dall’Avvocato, arrivato a un certo punto pare abbia chiesto se
si potevano avere due spaghi.

THE FASHIONABLE LAMPOON

Courtesy Condé Nast, Getty Images

UNA DONNA PUÒ INSEGNARE AGLI ITALIANI
COME L’ESSENZA DELL’ELEGANZA SIA SOLO CULTURA

Pochi sodali, un gruppo di officianti del proprio culto. Mario
D’Urso, Babe Paley, i Kennedy e
Gloria Guinness, i fratelli Carlo
e Nicola e i nipoti. In gioventù
Niky de Saint Phalle, quindi
la cugina Allegra Caracciolo,
moglie di Umberto Agnelli, l’acutezza whitty di Dino Franzin,
consultato per aggiornarsi di novità e gossip anche salaci e lo
spirito enciclopedico di Alberto
Arbasino. Federico Forquet napoletano è il ministro dello stile.
Couturier vestito da Balenciaga,

interior designer, collezionista
di Volaire e di ceramica Tagliolini, nonché giardiniere di vaglia,
Forquet disegnava abiti come
concetti matematici. Non si contano molte amiche donne. Tra
queste Gae Aulenti – che progetta l’appartamento milanese e
negli Ottanta restaura Palazzo
Grassi a Venezia – Anna Viacava, Rossella Sleiter ed Evelina
Christillin. Viacava ed Evelina
sono all’aeroporto al ritorno a
Torino da Marrakech, quando
Marella rientra per la morte del

figlio Edoardo. Tacciata di essere anaffettiva, distante e fredda
come il ghiaccio – ma spiritosa,
colta e dedita a buone letture,
circondata da un branco di Husky. I salti mortali per mantenere
vivo il rapporto, mezzo secolo
insieme, con un marito difficile
ed esigente, temperamento inquieto che si annoiava in fretta.
Gianni Agnelli affermava di non
aver mai letto più di una decina
di pagine di un libro, né di essere riuscito ad assistere a un film
oltre il primo quarto d’ora. La

morte del figlio, nel novembre
2000, volato giù da un cavalcavia della Torino-Savona. La battaglia legale senza esclusione di
colpi, a suon di miliardi, condotta tra la curiosità morbosa di un
intero Paese, per la successione
ereditaria intentatale dalla figlia
Margherita nel febbraio 2003.
Per una volta il sipario rimase
alzato su un paesaggio livido
di interessi e rancori. Rimase
un solco da sanare. Il dolore, la
paura, il vuoto – non si potevano mostrare.

73

LA PELLE NUDA

IL PROFUMO È IL FRATELLO DEL RESPIRO
DISSE YVES SAINT LAURENT
AL MUSEO YSL DI PARIGI, TRA QUASI TRENTAMILA ABITI

NON C'È NEANCHE UN PROFUMO

Rien n’est plus beau qu’un corps
nu, scrisse Saint Laurent tra i suoi
appunti: era il 1971, l’idea della pelle nuda. Jean Loup Sieff
scattò la fotografia: Yves vestito solo dei suoi occhiali per il
lancio della prima fragranza
maschile, YSL pour Homme. Un
nudo in bianco e nero che fece
scandalo. Era la prima volta che
un uomo compariva in una campagna pubblicitaria di un profumo maschile. Saint Laurent fu il
primo stilista a posare, nudo, per
la propria griffe. «Yves non detestava lo scandalo, soprattutto
nei profumi», avrebbe raccontato poi Pierre Bergé.
Desessualizzazione della nudità, provocazione: ‘Da tre anni
questa eau de toilette è la mia.
Oggi può essere vostra’ recitava
il claim pubblicitario. Si può definire la prima comunicazione di
un lifestyle. «Saint Laurent voleva
che il profumo fosse l’oggetto del
desiderio. La sua immagine non
suggeriva machismo, competizione virile, come altre pubblicità di
fragranze dell’epoca, ma offriva
solo un profumo agli uomini che
volevano odorare di buono», sottolinea Jay Harris sul magazine
britannico Cereal, 2014. Molti
giornali dell’epoca rifiutarono di
pubblicare l’immagine (la stampa originale sarà battuta all’asta nel 2010 da Christie’s per
18.750 sterline), ma il dibattito
sulla campagna fra detrattori ed
entusiasti fruttò alla maison più

di cento articoli nel mondo.
Negli anni Settanta, Saint Laurent fu il primo ad aprire una
boutique di pret-à-porter, in Rive
Gauche, la sponda bohémienne
della Senna. L’idea funziona:
la griffe raggiunse il primato
nell’esportazione del luxury
ready-to-wear femminile. Marguerite Duras scrisse: Le donne
di Saint Laurent sono uscite dagli harem, dai castelli e anche
dalle periferie, sono nelle strade, nei métro, nei Prisunic, alla
Borsa. Negli stessi anni uscì
Rive Gauche: il profumo della
sensualità borghese. Disegnato per le donne che frequentavano quella sua boutique fu la
prima fragranza della storia in
lattina, per sottolineare le note
metalliche fredde degli aldeidi,
le molecole di sintesi allora di
moda, per la composizione floreale con un fondo poudré. Nel
‘75, quando le donne in cerca
di forza sceglievano il maschile
Eau Sauvage di Dior, Saint Laurent presentò il primo profumo
unisex, Eau Libre, una colonia
intensa ma con la freschezza
delle note verdi e agrumate.
Ancor più critiche e dibattiti sollevò Opium, lanciato nel 1977
in contemporanea con la sfilata
Les Chinoises. Il profumo Opium
fu bandito da alcuni paesi perché evocava la droga nel nome.
Nell’immagine della campagna,
firmata da Helmut Newton, Jerry Hall era adagiata tra i cuscini

in una simil fumeria d’oppio (il
set era la stanza orientale di
casa Saint Laurent-Bergé). Il flacone si riferiva a un inro giapponese, il contenitore dove i samurai mettevano i medicamenti
e l’oppio: fu disegnato da Pierre
Dinand che in prima istanza l’aveva pensato per Kenzo, ma da
Kenzo era stato rifiutato.
Più la stampa criticava la voglia
di provocazione di Yves Saint
Laurent, più il desiderio cresceva: i tester venivano rubati,
i poster pubblicitari strappati
e appesi nelle camerette e le
profumerie nel giro di qualche
ora facevano sold out. In Europa, nel primo mese di lancio,
Opium vendette più di Chanel
N°5 in un anno, e in dodici mesi
le vendite toccarono – registra il
sito del Musée YSL di Parigi – i
trenta milioni di dollari. Dieci
anni dopo sarà ancora al primo
posto della classifica dei profumi francesi in America. Opium
era una fantasia orientalista.
Yves, che non viaggiava molto,
si riferiva più a Baudelaire che
ai vicoli di Shanghai. Un’eau de
parfum di ambra e patchouli in
un’epoca dominata dai jus fioriti e dagli aldeidi dei profumi
mainstream delle grandi case
cosmetiche americane.
La storia la sappiamo, ma ci
piace come una poesia: Yves
Saint Laurent nacque a Orano
in Algeria nel 1936, arrivò a Parigi nel ‘54, l’anno dopo diven-

ne assistente di Christian Dior.
Quando il maestro morì, Saint
Laurent diventò il direttore artistico dell’atelier. A ventun anni
Saint Laurent fu il più giovane
couturier al mondo. La sua prima collezione per Dior, la linea
Trapèze è l’inizio di un cambiamento nell’alta moda, che si
apre alle ispirazioni della realtà
contemporanea e libera il corpo
delle donne. Licenziato mentre
è ricoverato in ospedale militare
durante la guerra franco-algerina, vince la causa di lavoro contro Dior e con il risarcimento di
680.000 franchi crea la propria
maison, insieme a Pierre Bergé.
Il 19 gennaio 1962, all’atelier
di rue Spontini, la prima sfilata
manda in scena la rivoluzione.
Yves non solo osserva i cambiamenti della società, ne è partecipe, acceleratore. L’alta moda
diventa complice degli sconvolgimenti dell’epoca e, per certi
versi, li determina. La sua opera
ha superato quella dei couturier:
Yves ha abbandonato i territori
dell›estetica per penetrare nel
sociale, ha spiegato Bergé in
Saint Laurent Rive Gauche: Fashion Revolution. Erano gli anni
Sessanta, Saint Laurent lavora
su quella che oggi i sociologi
definiscono gender fluidity, sulla dualità maschile/femminile,
e traduce gli abiti più identitari
della virilità nella dimensione
più femminile ed empowering.
Manda in passerella caban e

THE FASHIONABLE LAMPOON

Linea Ecologica Perlier '70,
foto di Franco Bottino.
L'Archivio di Franco Bottino è la
prima acquisizione nell’ambito
del progetto Prospettiva. Archivi
fotografici di Fondazione Fiera
Milano, voluto da Fondazione
Fiera Milano insieme ad AFIP
International (Associazione Italiana
Fotografi Professionisti) e La
Triennale di Milano.
Alla fine degli anni Cinquanta,
Franco Bottino si trasferì da Torino
a Milano, dove lavorò con l’editoria
e la pubblicità. Tra i Sessanta e i
Settanta, iniziò a specializzarsi nei
ritratti e nel beauty, collaborando
con testate femminili

Courtesy Archivio Fondazione Fiera Milano. Fondo Franco Bottino

MARILENA MALINVERNI, FLASHBACK SU YVES SAINT LAURENT

tailleur pantaloni, sahariane e
tute, trench e blouson noir. Anticipa il desiderio di libertà sessuale che si respira nel 1966 e
lo traduce nella camicia Nude
Look, una blusa, una nuvola di
cigaline nera che lascia trasparire il seno nudo. Nei Settanta
sarà la volta dell’etnico metropolitano, prima che diventasse
di moda, con collezioni ispirate
all’Africa nera, al Marocco, al
folklore russo, alla Cina imperiale, all’India. Di Saint Laurent
è il primo smoking femminile, la
rilettura del tuxedo in quel tessuto fino ad allora for man only
che è il grain de poudre nero.
Agli abiti di Saint Laurent si
ispira oggi la collezione di alta
profumeria Vestiaire des Parfums: oltre al Tuxedo, ovviamente,
appaiono il Caban, il Blouse,
il Saharienne, e così discorrendo, tra modelli e tessuti propri

alla moda YSL. Sillage-sinestesia evocano caftani e trench.
La brillantezza del vinile e la
texture cangiante del velluto. I
profumi suggeriscono gli angoli della Rive Gauche, con i suoi
indirizzi genius loci: 24 rue de
l’Université, 37 rue de Bellechasse, 6 place Saint Sulpice.
Les Vestiaire des Parfums – profumi ovviamente no gender – lo
ripetiamo, no gender, quasi
un’ossessione per Yves, come
se oggi ne sia una nemesi e un
lascito.
Quell’abito maschile tagliato
per la donna, in grain de poudre, fu lanciato nel 1966. Era
un’epoca in cui le donne che
indossavano i pantaloni per
abito da sera apparivano ancora come un’immagine shock –
tanto che alcuni hotel e ristoranti rifiutavano loro l’ingresso. ‘Le
Smoking’ diventerà un classico

declinato in ogni collezione ancora oggi. Yves continuerà ad
amare la sua versione originale: una replica fu l’ultimo capo
realizzato nell’atelier di avenue
Marceau prima della chiusura
nel 2002, ordinato da Sir Paul
Smith per la moglie.
Si è appena aggiunto un nuovo
profumo, alla collezione Vestiaires des Parfums – si poteva indovinare: Grain de Poudre, quella
stoffa maschile granulata, texture lucido-opaca con il contrasto
tra la dolcezza della viola e
l’energia della salvia, in una costruzione sartoriale che nell’ambiguità del tessuto riflette l’ambivalenza dei sensi. «Il profumo è
il fratello del respiro», disse Saint
Laurent. Nelle sale del Musée
Yves Saint Laurent di Parigi, tra
quasi trentamila abiti, accessori,
disegni, campioni di tessuti, non
c’è neanche un profumo.

75

clean air

1.3 RECYCLED PLASTIC

Grain de Poudre Le Vestiaire des Parfums YVES SAINT LAURENT BEAUTÉ,
Thé Cachemire MAISON CHRISTIAN DIOR

Beige Les Exclusifs de CHANEL, Cèdre Sambac Hermèssence HERMES, Sun Song LOUIS VUITTON

from left to right, Icon FRANCK BOCLET, Bana Banana L'ARTISAN PARFUMEUR
Say Yes AGONIST, Queen of the Night GRANDIFLORA

Rouge Smoking BDK PARFUMS, Cousin Flora PENHALIGON'S, Geranium pour Monsieur FREDERIC MALLE

THE MAN EN AVANCE

Courtesy Getty Images

ANNA MARIA GIANO SULLA BIOGRAFIA DI ROBERT-JEAN DE VOGÜÉ

SE VOGLIAMO CHE TUTTO RIMANGA COM'È, BISOGNA CHE TUTTO CAMBI

LA VITA DEL MARCHESE DE VOGÜÉ,

UNA MELODIA PER MOËT & CHANDON

Uve bianche e rosse, Pinot e
Sauvignon: Robert de Vogüé
nasce nel 1896. Trascorre l’adolescenza al castello de La
Verrerie a Oizon: la mattina, la
colazione è un sorso di latte e
una pagina del Times e del New
York Herald Tribune. Le stanze
della casa sono frequentate da
Jacques Rueff e André Siegfried,
dal direttore di Le Figaro Pierre
Brisson – ospiti della principessa Louise d’Arenberg, sua madre. Al compiere dei diciotto
anni, Robert si arruola nell’esercito come ufficiale di riserva, va
in guerra e proseguirà la carriera militare negli anni a seguire.
«Tutto quello che ho imparato
lo devo all’esercito». Disciplina,
preparazione, sangue freddo
– una sfida si affronta con una
strategia a tavolino, ideata in
anticipo. Addestramento militare, educazione cattolica.
La parentesi fra i due conflitti
mondiali: a Parigi, Francis Scott
Fitzgerald e Zelda – champagne
scorreva durante le feste di Salvador Dalì, al matrimonio surrealista di Luis Buñuel. In sottofondo
si mescolavano le note del Charleston e del pianoforte di Cole
Porter. Djuna Barnes usava l’alcol per continuare a vivere come
Baudelaire, Rimbaud e Verlaine:
il sapore di assenzio, pastis e
bollicine – qualche sorso di troppo poteva favorire l’ispirazione.
L’abitudine era pasteggiare alla
façon aristocratique – champagne al mattino, champagne
alla sera, come succedeva a
Versailles fin dal 1743 – anno in
cui arrivarono a corte le uve del
produttore di vini Claude Moët.
Quindici minuti d’anticipo bastano per prendere un treno o per
perderlo. Robert-Jean de Vogüé
era l’immagine dell’uomo en

avance: ci si presenta sempre un
quarto d’ora prima, si ragiona
con un quarto d’ora d’anticipo.
È il 1924, Robert de Vogüé incontra e sposa Ghislaine d’Eudeville. Il loro matrimonio avrebbe
avuto la bellezza della noia, una
passione priva di seduzione –
ma Ghislaine altri non è se non
la diretta erede di quel Claude
Moët: due secoli dopo, la donna è titolare della casa Moët &
Chandon. Nessuno della famiglia d’Eudeville aveva voglia di
farsi carico di tanto impegno
– così Robert vi entrò come responsabile delle risorse umane e
dell’esportazione.
L’oro dello champagne iniziò a
mescolarsi al rosa di Elsa Schiaparelli con un turbante in testa
– Coco Chanel sorrideva: «Bevo
champagne solo in due occasioni: quando sono innamorata, e
quando non lo sono». Alphonse
Mucha disegnava in un manifesto per il Grand Crémant Impérial, che grazie a Robert-Jean
de Vogüé arrivava fino in America. Il Mein Kampf era già sul comodino del padre di Robert, che
ne aveva percepito la minaccia.
Robert-Jean agì con lungimiranza – non solo con un quart d’heure d’avance.
Nel 1941, de Vogüé istituì il Comité Interprofessionnel du Vin de
Champagne: dai viticoltori ai
vetrai, i lavoratori furono posti
sotto la tutela. Le migliori annate di Moët & Chandon furono
nascoste nei muri del castello
di Charente – mentre de Vogüé,
attento a dissipare il sospetto,
inviava dodici bottiglie di annata pregiata ad Adolf Hitler in
occasione del suo compleanno.
Nel 1943, de Vogüé fu arrestato
dalla Gestapo, deportato in Germania e condannato ai lavori

forzati fino alla liberazione da
parte degli inglesi. Sopravvissuto ai campi di lavoro e a una
sentenza di morte, de Vogüé
riprendeva la guida della casa
Moët & Chandon e dava luogo
a una rivoluzione sindacale a
sostegno dei viticoltori vittime di
deportazione e prigionia – nasceva la leggenda del marquis
rouge, l’imprenditore socialista.
Grazie all’attuazione del piano
Marshall, de Vogüé triplicò produzione e ricavato.
Dalle corse dei cavalli che lo affascinavano in gioventù passa a
quelle automobilistiche. Nasce
la tradizione della bottiglia di
Moët sul podio – nel 1967, Dan
Gurney innaffiò Henry Ford,
dopo aver vinto Le Mans con
una sua auto. Dalle piste, il marchese si spostava ai campi da
golf – suo sfidante è il presidente
Eisenhower: de Vogüé ammette
di averlo sempre lasciato vincere. Al suo fianco, Ghislaine –
abiti di Piguet, Lelong e Christian
Dior, e un catalogo di elettrodomestici in mano sfogliato con
nonchalance nei salotti di New
York, Chicago, San Francisco e
Los Angeles.
Breakfast con Gary Cooper, lunch con Terence Young, regista
di Thunderball, della saga di
James Bond – amicizie e affari:
l’agente 007 è costretto ad abbandonare il Martini e preferire
lo champagne. Marylin Monroe
stappa una bottiglia di Moët per
intingervi patatine fritte, con un
abito bianco di William Travilla.
Un croissant al burro e un tubino Givenchy sono gli ingredienti
del petit dejeuner di Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany’s,
che all’alba stappava l’ultima
bottiglia della serata: fino alle
sei del mattino è ancora notte.

Audrey durante le riprese beveva champagne suonando Moon
River di Henry Mancina, con indosso pantaloni capresi, capelli
raccolti in un fazzoletto bianco.
Finzione e realtà per i cigni di
Capote: Babe Paley, Slim Keith,
Gloria Vanderbilt e un flûte di
champagne vicino a una tazza
di caffè per colazione.
De Vogüé sapeva che la festa
comincia quando le luci dello
schermo si spengono. In casa
dei coniugi de Vogüé, Tino
Rossi intonava Parlami d’Amore Mariù, Maurice Chevalier
aggiungeva all’ebbrezza dello
champagne quella del twist:
«è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un'estremità con un asciugamano»
– l’importante è non rovesciare
il bicchiere. Marlène Dietrich,
Grace Kelly si affiancano a
Ghislaine nei loro abiti sempre
Christian Dior. Robert de Vogüé
muore nel 1973 – Versailles resta viva, si adatta ai tempi. Kristen Dunst è Marie Antoinette, le
coppe di champagne sono su
tavoli da poker, lamponi freschi
nelle dita, cani carlini che bevono in coppe di cristallo e leccano panna Ladurée servita in
porcellane Limoges. Tim Walker
fotografa Scarlett Johansson –
uva, bottiglie, una chaise Louis
XV come la Pompadour.
Nel 2016, Yves Tesson e Francine Rivaud pubblicano un libro
biografico dal titolo: Robert-Jean de Vogüé, ‘Le quart d’heure
d’avance’ de Moët & Chandon.
Il volume è edito in Francia da
Tallandier. Per la prefazione,
Ghislain de Vogue sceglie una
frase tratta da Il Gattopardo di
Tomasi di Lampedusa: Se vogliamo che tutto rimanga come è,
bisogna che tutto cambi.
Joan Collins in visita allo stabilimento BMW di Monaco di Baviera nel 1985, in una fotografia di Peter Bischoff
THE FASHIONABLE LAMPOON

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Courtesy Getty Images / Paris Match

Courtesy Hulton Archive, Getty Images / Central Press / Hulton Archive

Il pilota brasiliano Emerson Fittipaldi stappa una bottiglia di Moët per festeggiare la vittoria al Gran Premio di Gran Bretagna a Brands Hatch, il 15 luglio 1972. Fotografia di Roger Jackson

Il battesimo della barca Le Babette, il 5 giugno 1959, in una fotografia di Georges Menager. Brigitte Bardot inaugura il nuovo yacht del produttore cinematografico Raoul Lévy. Il nome della barca torna
nel titolo dell'ultimo film prodotto da Lévy, Babette s'en va-t-en guerre, regia di Christian-Jaque con Brigitte Bardot e Jacques Charrier

Courtesy Watford / Mirrorpix via Getty Images

Paul Newman al suo quarantesimo compleanno; in alto, Catherine Deneuve in una fotografia del 1984

L'attrice irlandese Gemma Craven nell'aprile 1975

Courtesy Getty Images

Courtesy Magnum Photos

Uno scatto di Burt Glinn del 1959 che ritrae Lindy Guinness (Lindy Hamilton-Temple-Blackwood, Marchesa di Dufferin e Ava) al castello di Belvoir, nella contea di Leicestershire, in Inghilterra

Mia Farrow in un momento di pausa dalle riprese del film del 1974 The Great Gatsby, in cui interpreta Daisy Buchanan

Courtesy Bentley Archive/Popperfoto/Getty Images

Lady Art Limited Edition bag DIOR in collaboration with Lee Bul
Il calciatore nordirlandese George Best festeggia la vendita della sua casa nel Cheshire, nel settembre del 1972

Photographer ALEXANDER BECKOVEN Fashion Editor GIORGIA FUZIO Photo and Light Assistant RICCARDO FERRI Producer SOFIA CASTELLACCIO

GIANNI BIONDILLO UNA STORIA SULLA CITTÀ DI PARMA

TRASPARENZE

Sembra che Marcel Proust fosse
innamorato di Parma: era capace di far svegliare in piena notte
la figlia di un amico solo per farsi dire il nome della città. Peccato che a Parma non ci fosse mai
stato. Poco importa, bastava il
nome a farlo viaggiare con la
mente – si viaggia anche così.
Una città non è solo di pietra.
È fatta di suggestioni, di memorie, odori, sapori. Parma, città di
profumi lo è da sempre. Dai tempi di Maria Luigia d’Asburgo, la
seconda moglie di Napoleone
Bonaparte, che amava coltivare
violette, fino a Carlo Magnani, barone giramondo, che nel
1916 creò la fragranza di Colonia. Nasceva Acqua di Parma. Il
brand che oggi ha sede a Milano, parte del gruppo LVMH dal
2001, ha lanciato quest’anno la
nuova Home Collection – dieci
fragranze, tra candele e diffusori, ideate per l’arredo olfattivo.
Se una città può stare racchiusa
in un nome, una casa non sta
solo nelle sue mura. Da studente
del Politecnico vagheggiavo su
una Storia dell’architettura per
ciechi. Era il mio modo un po’
paradossale di dire che l’arte
delle costruzioni non stava solo
nella sua forma, nella sua immagine. Pochi anni fa Anna Barbera ha scritto un libro sull’argomento: Storie di architetture
attraverso i sensi. I luoghi, dice
in sintesi, scatenano sensazioni,
cioè attivano i nostri sensi. In
fondo l’architettura è una esperienza totalizzante: non è solo
disegno, non solo vista – anche
tatto, udito, olfatto. Le avanguar-

Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery

THE ART OF BEING TRANSPARENT
EDIFICIO E MEMORIA, IN UN PROFUMO
UNA CASA NON STA SOLO NELLE SUE MURA

La nuova Home Collection di Acqua di Parma in uno scatto di Alexander Beckoven. Dieci fragranze, dalle candele
cubo alle candele murano, fino alle polveri di sapone, alla carta profumata per cassetti e ai diffusori d’ambiente.
Istanti di vita – cinque composizioni catturano i momenti del vivere italiano, per l’arte di ricevere. Luce di
Colonia, Buongiorno, La Casa sul Lago, Caffè in Piazza, Oh, L’amore. Luoghi indimenticabili – il mare nelle cinque
profumazioni ispirate alla linea Blu Mediterraneo. Arancia di Capri, Fico di Amalfi, Chinotto di Liguria, Bergamotto
di Calabria, Mirto di Panarea. Nella pagina a fianco, una foto di Niccolò Biddau del Mudec del 2015

THE FASHIONABLE LAMPOON

die dell’architettura del Novecento, sempre alla ricerca di nuove
frontiere, erano consapevoli che per superare i vincoli compositivi
imposti dalle Accademie si dovesse concepire una nuova architettura che fosse anche sensoriale.
Richard Neutra, in gioventù studente di Loos, poi collaboratore di
Mendelsohn e di F.L. Wright, nel 1949 scriveva che dovremmo rivolgere attenzione a tutti gli aspetti non visivi dell’ambiente. La sua era
un’architettura delle sensazioni, che cercava le carezze del sole della California, il gocciolio delle piscine dove raffrescarsi, l’ombra delle pergole. Un’architettura che sembrava volesse smaterializzarsi,
sparire, un po’ come nel capolavoro di Mies van der Rohe a Brno,
Villa Tugendhat, del 1928, dove le vetrate esterne potevano essere
abbassate completamente rompendo la cassa muraria e rendendo
la casa e il paesaggio un unico ambiente. Cosa non nuova per la
cultura mediterranea di noi italiani, abituati a tenere le finestre aperte, a prendere un caffè in terrazza, a vivere tutt’uno col paesaggio,
investiti dagli odori che risalgono dalla macchia mediterranea, dai
boschi, dalla costa.

Menta, limone, lavanda, rosmarino, vaniglia, cardamomo. Una
tavolozza di essenze che attivano di volta in volta le sinapsi del
nostro cervello. Ogni profumo è per noi memoria. È sempre Proust
a ricordarcelo. Possono scomparire i monumenti, si possono ridisegnare le città, ma la persistenza della memoria trova appigli in cose
all’apparenza più vacue. Quando niente sussiste d’un passato antico scrive Proust dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle
cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più
fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come
anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto
il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare,
l’immenso edificio del ricordo.
Edificio e memoria. In un profumo. Lo sappiamo dalla nostra esperienza quotidiana. Ogni casa ha un odore, ogni odore ci ricorda una casa dove abbiamo vissuto. ‘Aria di casa’, si dice, non a
caso. Non è errato parlare di arredo olfattivo riferendosi alla nuova
collezione di Acqua di Parma. Così come ogni singolo mobile o
utensile è un elemento che disegna la personalità che ha arreda-

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Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery

to la casa, allo stesso modo è
il profumo che la caratterizza,
che la definisce, più ancora
delle sue stesse forme. I migliori
progettisti contemporanei, memori della lezione dei maestri,
lo sanno. Edifici che si smaterializzano – la Fondazione Cartier
di Jean Nouvel a Parigi –, che si
rendono invisibili – il Tree Hotel
di Tham & Videgård Arkitekter
nel nord della Svezia –, si mimetizzano – la residenza nella
campagna di Rucavas in Lettonia dello studio Archispektras –,
e al contempo cercano la loro
identità negli odori – le resine
del legno del padiglione svizzero di Peter Zumthor all’Expo di
Hannover, l’aria iperossigenata
del Blu Bar di Diller+Scofidio –,
portatori di una memoria affet-

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tiva ai luoghi più intensa, più
pervasiva.
C’è una storia antica che unisce
profumeria e architettura. Dagli
antichi egizi che bruciavano nei
templi il Kyphi per entrare in
comunicazione con il divino, ai
palazzi imperiali della dinastia
Manciu rivestiti in odorosi pannelli di cedro; dal Feng Shui,
filosofia geomantica taoista,
dove la componente odorosa
ha un ruolo fondamentale, molto studiata dagli arredatori occidentali contemporanei, all’arte
giapponese del Koh-Doh – la
via del profumo – la tecnica per
‘ascoltare’ le fragranze considerata il più alto livello di sviluppo della percezione olfattiva
nell’ambito della corte imperiale; dalla Francia del Seicento,

dove Catherine de Vivonne,
marchesa di Rambouillet, fu
tra le antesignane della profumazione d’ambiente a Jean
Francois Laporte, il primo ad
aver rilanciato la profumazione
d’ambiente in Francia negli anni
Settanta, che diceva: Un profumo d’interni deve sottolineare un
ambiente senza mai invaderlo.
Ora che senza più alcun pregiudizio il ‘Fashion design’ e il
‘Sound design’ sono materie che
si studiano all’università, vuoi vedere che i giovani studenti del
mio Politecnico inizieranno ad
approfondire una nuova materia? Potremmo chiamarla Environmental perfume design. La
disciplina dove il profumo di un
ambiente si fa architettura della
memoria.

Niccolò Biddau, Palazzo
Montedoria, Milano, 2015;
nella pagina a fianco,
sedia Cortina di Minotti
con struttura cromata,
rivestimento in pelle Glove in
color castagno. Foto di A.B.

GIANNI BIONDILLO

ARCHITETTURE
AFRICANE

L'atelier Masōmī e lo Studio
Chahar hanno convertito una
ex moschea in una biblioteca
e centro ricreativo. Il sito
si trova davanti alla nuova
moschea progettata per il
villaggio rurale di Dandaji, in
Niger, foto di Mariama Kah

L’INIZIATIVA DI ROLEX MENTOR & PROTÉGÉ PREVEDE
LA CREAZIONE DI UNO SPAZIO PUBBLICO A NIAMEY, CAPITALE DEL NIGER

FUTURO E URBANISTICA: UNA CONVERSAZIONE
CON DAVID ADJAYE E MARIAM KAMARA

Me lo disse una volta Renzo Piano: è quello che è sempre accaduto fin dai tempi delle botteghe
rinascimentali. Nel nostro mestiere s’impara facendo, avendo
a disposizione un maestro dal
quale apprendere e confrontarsi. Dal 2002 Rolex porta
avanti un’iniziativa filantropica,
Mentor & Protégé, che cerca di
creare legami fra artisti, creativi, pensatori di differenti generazioni. Farli collaborare per
permettere una trasmissione di
sapienza che sia fruttuosa per il
singolo e per l’intera comunità.
Ché nessun artista lavora mai
nel chiuso delle sue stanze: ha
sempre dietro, e dentro di sé,
la società umana. Nei prossimi
due anni si confronteranno e
assimileranno l’uno dall’altro –
maestro e discente – danzatori,
scrittori, musicisti, architetti.
David Adjaye è nato in Tanzania, figlio di un diplomatico ghanese, vissuto in Egitto, in Libano,
cresciuto in Gran Bretagna, è
un cittadino del mondo, un architetto. Me lo ribadisce, per fugare ogni dubbio: «Non credo
nell’idea che un costrutto chiamato nazione possa fare un’architettura specifica, ma ci sono
tipologie regionali e culturali che
derivano da lezioni apprese su
un determinato luogo». Il tema,

insomma, non è la nazionalità
del talento, ma la sua capacità
di comprendere il territorio dove
opera. Sir David Adjaye è entrato nell’immaginario pop globale
dopo aver condiviso l’incarico
della progettazione del National
Museum of African American History and Culture a Washington,
un edificio che cerca una sua monumentalità fuori dai canoni della più trita classicità occidentale.
Se si diventa mentori, prima s’è
stati discenti. «Non ho mai lavorato formalmente con un mentore», mi spiega, «ma ho avuto
nel corso della mia vita persone
che mi hanno incoraggiato fin
dai tempi della scuola, oppure
che ho conosciuto da giovane e
con le quali ancora collaboro».
Mi parla del pensiero di Peter
Alison, dell’influenza nell’ultimo
decennio che ha avuto Richard
Rogers sul suo lavoro, del lavoro in Portogallo presso Eduardo
Souto de Moura, della sua generosità, delle lunghe chiacchierate in macchina. Anche così
maestro e allievo imparano l’uno dall’altro.
Sir David Adjaye ha scelto
come protégé Mariam Kamara. Ricordo di aver visto un suo
progetto che si poneva come
un nuovo modello abitativo
urbano: Niamey 2000 Urban

Housing, si chiamava. Un lavoro attento alle tecnologie e alle
risorse locali, senza sudditanza
psicologica ai modelli europei.
Kamara è una giovane donna,
africana, musulmana. Scelta
oculata quella di Adjaye, di impatto simbolico – ma da quanto
capisco quello che gli interessa
è il suo talento, non altro. Di certo sa che «essere un architetto
in Africa oggi è al tempo stesso
una responsabilità e un’opportunità». Si dovranno occupare
assieme della progettazione di
uno spazio culturale pubblico a
Niamey, la capitale del Niger.
Lavoreranno gomito a gomito
per due anni. Chiedo a entrambi come si possa superare una
tradizione disciplinare così prepotentemente radicata, al punto
da omologare l’immaginario
architettonico a livello globale.
«In Africa – mi risponde Kamara
– l’attenzione è rivolta alla replica di ciò che accade nelle città
occidentali, ma non è possibile
replicare ciò che è costruito in
Occidente. Molte delle città africane, come si sa, sono state edificate durante la colonizzazione
europea e, pertanto, si basano
su modelli a noi culturalmente
estranei». Forse bisognerebbe
iniziare a pensare all’Africa, le
dico, come un luogo delle op-

portunità, a partire dagli stessi
africani. Anche Kamara ne è
convinta. «C’è una nuova spinta
economica nel continente che ci
consente di creare nuove infrastrutture e nuovi modelli abitativi. Abbiamo la responsabilità e
l’opportunità di non commettere
gli errori del passato e di creare
un nuovo modo di procedere».
I confini delle nazioni africane
sono stati disegnati dalla cultura
imperialista e colonialista occidentale – per reazione, Adjaye
non è interessato al tema dei
nazionalismi. L’unica architettura africana che gli interessa è
quella che scaturisce dalle condizioni geografiche di un territorio, da quelle culturali. Dalla
capacità che ha l’architetto di
padroneggiare la tecnologia
adatta al luogo, e non imporla.
«A causa dell’industrializzazione
dell’architettura e dell’uso massivo della tecnologia, siamo arrivati al punto di disinteressarci del
luogo dove operiamo. Facciamo
architettura nel deserto o ovunque vogliamo allo stesso modo,
con gli stessi materiali». Tutto
questo non è (più) sostenibile.
L’architettura, mi fa capire, deve
saper essere più precisa. Deve
saper rispondere alla diversità,
alla complessità delle comunità.
A partire dall’analisi del con-

THE FASHIONABLE LAMPOON

testo, dall’uso ponderato delle
tecnologie più adatte: «L’Africa
è un continente di città in grande espansione, che ha ereditato
alcune terribili architetture – vi
sono prevedibili soluzioni che
derivano dalle condizioni geografiche e climatiche locali».
Kamara annuisce: «David ha
guardato l’Africa precisamente come un continente di zone

climatiche» – per approfondire
il concetto: «Se sto lavorando
a Niamey, o in Burkina Faso, in
Mali o in Senegal, ci sono probabilità che i progetti si somiglino perché il clima è lo stesso,
i bisogni sono gli stessi. Anche
la cultura è simile. Per esempio,
in Niger abbiamo l’abitudine
di cucinare fuori; gli ospiti arrivano, in qualunque momento

del giorno – queste sono cose
che un progettista deve saper
prevedere. Credo che una generazione precedente di progettisti africani si sia persa su un
ragionamento di immagine. Per
me si tratta di progettare edifici
per essere abitati, quindi creare aspirazione, esperienza».
Adjaye conclude: «Dobbiamo
ricordarci che l’architettura non

è un esercizio di branding. È il
luogo dove la gente vive e opera». Dove s’incontra e interagisce. È di questo che dovranno
discutere assieme, mentor e
protégé, nei prossimi due anni.
Come progettare uno spazio
che sia davvero culturale e davvero pubblico. Dove, insomma,
l’architettura riesca a fare comunità, esperienza, identità.

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